Psichiatria

Il DSM5:un disastro per la psichiatria americana

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Il disastro delle torri gemelle

Il DSMV:un disastro per la psichiatria americana

Domenico Fargnoli

Allen J Frances professore emerito di psichiatria alla Duke University e coordinatore del team di esperti che nel 1994 realizzò il DSMIV a proposito dell’uscita dell’ultima versione, la quinta, ha parlato di “disastro”. Con riferimento all’ etimologia del termine il dis-astro si riferisce ad una calamità come avrebbe potuto essere la fine del mondo prevista dai Maya, dovuta ad influssi astrali negativi. Ora il DSM considerato nelle sue varie versioni una vera e propria Bibbia della psichiatria è stato scritto da persone che hanno un nome e cognome:su di loro ricade l’enorme responsabilità degli incalcolabili danni che potrebbero provocare alla salute mentale di centinaia di milioni se non di milardi di persone, le applicazioni pratiche di criteri senza fondamento scientifico. Ad esorcizzare o cancellare il senso di colpa relativo all’eventuale danno iatrogeno credo non possa bastare lil semplice scambio di eventi umani con eventi naturali, analogamente a quanto fanno gli schizofrenici, o il vanificare la ricerca delle cause nel fare riferimento all’oroscopo, al destino od all’ allineamento dei pianeti.

Come rivela l’uso di alcuni termini, impercettibilmente un vissuto catastrofico si è insinuato come un cavallo di Troia nella cittadella delle potenti lobbies dell’APA, rivelando una pericolosa linea di frattura nelle loro pseudocertezze ideologiche.

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“Il testamento del dott. Mabuse” di Fritz Lang (1933). Uno psichiatra alla testa di una banda di criminali subisce l’influenza di un suo paziente psicoanalista affetto da schizofrenia paranoide. Il tema è attuale. La “morte” di Freud in America ha lasciato una pesante eredità che ha influenzato negativamente la psichiatria.

Le fantasticherie catastrofiche fanno parte del tessuto connettivo dell’immaginario nordamericano: dalla famosa trasmissione radiofonica del 1938 in cui Orson Welles annunciava la guerra fra i mondi, l’attacco alla terra da parte dei marziani, determinando reazioni di panico generalizzato,

La guerra dei mondi

La guerra dei mondi

alle produzioni cinematografiche come L’invasione degli ultracorpi diretto da Don Siegel nel 1956 o le più recenti come The day after tomorrow ( 2004) del regista Roland Emmerich o 2012 uscito nel 2009 sempre ad opera dello stesso regista, il terrore catastrofico, continuamente evocato ed esorcizzato, sembra essere il punto sensibile e dolente della psicologia collettiva statunitense. Ben aveva compreso questo aspetto Osama Bin Laden quando progettò l’attacco alle torri gemelle che, visto in televisione,sembrava una scena tratta da un film di fantascienza. A volte gli incubi o quelli che uno psichiatra potrebbe considerare deliri socialmente condivisi vengono tradotti da qualcuno in una tragica realtà con una enorme amplificazione dell’effetto terrifico..

Nel maggio 2013 uscirà la nuova versione riveduta e corretta del DSM5 il famoso manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali : anche senza far ricorso all’astrologia è stato previsto che per la psichiatria americana sarà una vera e propria catastrofe annunciata.NEWS_91336 Secondo Allen J Frances il momento attuale che coincide con la definitiva approvazione ed imminente edizione del manuale, è il peggior momento nella sua pratica pluridecennale di studio, insegnamento e di ricerca clinica in psichiatria: egli invita i pazienti, i medici di base e la stampa, nonché ovviamente gli psichiatri a non dare credito ad una pubblicazione che secondo lui, non ha credibilità scientifica e che può indurre numerosi e gravi errori diagnostici estremamente lesivi della salute degli individui a causa di prescrizioni farmacologiche del tutto inutili. Le nuove diagnosi in psichiatria potrebbero essere più pericolose dei nuovi farmaci poichè influenzano il fatto che milioni di persone siano sottoposte o meno all’azione di droghe psicotrope spesso da medici non specialisti dopo un breve colloquio . L’introduzione di nuove diagnosi dovrebbe essere fatta prestando ad esse la stessa attenzione per la salute dei pazienti che viene riservata alla introduzione di nuovi farmaci. Tutte le nuove categorie diagnostiche introdotte, da quelle che riguardano gli abusi alimentari (il Binge eating disorder in cui rientrerebbero tutti quelli che amano fare baldoria), la dipendenza da internet (Internet use gaming disorder che interesserebbe milioni di giovani) o lo spettro autistico ( Autism spectrum disorder in cui viene d’ora in avanti inclusa, scomparendo come entità autonoma la sindrome di Asperger) estendono a dismisura il raggio della patologia per la tendenza ad individuare la presenza di sintomi in aree pericolosamente contigue alla “normalità”. Molti sono gli aspetti più controversi del nuovo DSM5 ,per es. adottare la terminologia Pedophilic disorder . La parola “disordine” o “disturbo” che dir si voglia non può minimamente rendere conto della gravità della patologia in questione considerata tale solo se le fantasie e gli impulsi sessuali o i comportamenti provocano disagio (sic!) clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale o lavorativa come si diceva già a partire dal DSMIV. Questa impostazione ha come conseguenza che verrebbero diagnosticati come pedofili solo quelli che provano “disagio” cioè senso di colpa ,mentre i soggetti più gravi, completamente anaffettivi e che quindi non si alterano passerebbero per normali. La tendenza a scambiare l’anaffettività con la normalità la ritroviamo nella decisione, che potrebbe permanere nel DSM5 a meno di un ripensamento dell’ultimo momento, di confondere il dolore provocato da un lutto recente con una depressione clinica. Il dolore da lutto escludeva nel DSMIV la depressione mentre nella nuova edizione le due situazioni potrebbero sovrapporsi. Indipendentemente da quale esito abbia la controversia nata dalla contestazione di numerosi editorialisti e prestigiose riviste scientifiche, essa la dice lunga sulla impostazione ideologica degli psichiatri americani che considerano la schizoidia, cioè una condizione di insensibilità, come l’assetto ideale della normalità. Le ricadute però di tale concezione sono notevoli: ogni anno muoiono negli States qualcosa come 2,5 milioni di persone che lasciano un numero ancor più grande di loro cari in uno stato di prostrazione e di lutto: se questa condizione si protrae per più di due settiamane i sopravvissuti corrono il rischio di vedersi diagnosticato, soprattutto dai medici di base, uno stato depressivo con grande soddisfazione, soprattutto economica delle case farmaceutiche. Nella concretezza della pratica medica il falso positivo della diagnosi di depressione nel lutto genera situazioni che appaiono paradossali oltre ad equivalere, solo alla luce del buon senso, come ammissione di totale incompetenza.

La psichiatria americana è del tutto incapace di far fronte a gravi situazioni psicotiche come per es, quella del mass murderer Adam Lanza la cui schizofrenia non è stata diagnosticata e trattata adeguatamente . Si medicalizza il lutto fisiologico e non ci si accorge e non si trattano forme psicotiche evidenti. Il cosidetto mass shooting è diventato quasi epidemico, una sorta di drammatizzazione inconsapevolmente ripetuta dell’immagine di una società iperrazionale e violenta ( 62000 morti in pochi anni per ferite di armi da fuoco) che storicamente è stata eretta sul razzismo e sullo sterminio sistematico delle popolazioni indigene. L’ideologia della guerra che vede gli Usa impegnati in conflitti ingiusti ed inutili, è all’origine di un’emergenza psichiatrica nelle forze armate: solo nel 2012 si sono tolti la vita.295 soldati.

A tutta questa drammatica situazione si risponde con una manuale creato in base alla logica di rafforzare i potentati accademici, che sembrano molto lontani dalla vita reale e conseguire un utile economico a tutto vantaggio dell’industria farmaceutica.

Secondo Frances le motivazioni che hanno portato alla stesura del DSM5 non sono però solo d’ordine economico , riconducibili ad un banale conflitto di interessi per i revisori che hanno ricevuto compensi dalle case farmaceutiche. Il conflitto di interessi sarebbe, per lo scienziato soprattutto “intellettuale” individuabile nella naturale propensione di esperti altamente specializzati a valorizzare le proprie idee guida, ad espandere le aree di ricerca non tenendo conto delle ricadute pratiche a livello clinico per I malcapitati pazienti.

Forse però non bisogna sottovalutare che l’APA ha investito ben 25milioni di dollari nel DSM5 e dato che la precedete edizione è stato un best seller di proporzioni planetarie ci si aspetta anche questa volta di ricavare enormi profitti dalla pubblicazione senza considerare gli effetti collaterali della ricaduta di popolarità e prestigio da parte del team di revisori, anch’essi in ultima analisi monetizzabili.

Anche se le critiche del professore Frances appaiono in parte motivate esse però non diminuiscono la sua responsabilità nel disastro annunciato.

Proprio lui è stato infatti il principale artefice del DSMIV dando il via a ciò che oggi appare come un’apocalisse psichiatrica: è doveroso ricordare che il Manuale nell’edizione del 1994 è stato etichettato “scienza spazzatura” in un sondaggio internazionale di esperti eseguito in Inghilterra nel 2001, oltre che essere stato votato una delle dieci pubblicazioni psichiatriche peggiori del millennio. E’ falso quindi che ci sia una sostanziale differenza qualitativa fra il DSMIII e IV in quanto già in quest’ultimo era stata denunciata la perdita della validità della diagnosi a favore della loro attendibilità: un gruppo di psichiatri si mette d’accordo su una lista di comportamenti atipici e sul fatto che costituiscano un disturbo mentale . La creazione di nuove categorie è allora una specie di gioco da salotto priva di qualunque validità scientifica anche se dotato di attendibilità cioè viene condiviso da un gran numero di esperti: trasportato nel mondo della pratica clinica reale questo procedimento è tout court una truffa.

Come si vede AllenJ Frances appare poco attendibile quando non solo proclama la sua ateoreticità ma pretende di aver superato la confusione delle diagnosi imperante nella psichiatria prima del DSMIV dovuto in gran parte alla massiccia presenza della psicoanalisi freudiana in America.

C’ è una precisa continuità storica ed ideologica fra la truffa freudiana che sottoponeva ad analisi dei pazienti senza voler e poter essere una cura e il DSM nelle sue varie versioni che propone criteri diagnostici basati su assunti pseudoscientifici, come quelli della natura genetica della schizofrenia , solo per fare un esempio, ma molto utili per essere pagati dalle assicurazioni di malattia.

Come i feudiani consideravano tutti gli esseri umani potenziali portatori di malattia mentale in quanto in ciascuno sarebbe stato presente un inconscio naturalmente perverso e un’ideazione schizofrenica come quella dei sogni, così l’APA con il DSM5 vede oggi nella normalità uno stato potenziale di malattia: per la psicoanalisi, la malattia mentale ubiquitariamente presente nell’essere umano era latente nell’inconscio. Quest’ultima oggi viene individuata invece nella coscienza e nel comportamento delle cosiddette persone normali che abbiamo per es la sventura di un lutto ed incappino nei lacci delle categorie diagnostiche del DSM.

Personalmente quindi mi atterrò alle indicazioni di AllenJ Fances: boicotterò in tutti I modi possibili il DSM5 aggiungendo comunque che ho fatto lo stesso con il DSM III e IV. Come non ho creduto alla fine del mondo dei Maya così non credo che il fallimento del DSMV sia un evento particolarmente significativo nelle vicende della psichiatria contemporanea nonostante tutto il battage pubblicitario nei mass media. La vera partita del futuro della psichiatria , secondo la mia esperienza e formazione, si gioca su tutt’altro campo: nella mia pratica clinica continuerò ad utilizzare la classificazione delle malattie mentali presente già nella grande produzione teorica della psicopatologia del 900, a partire da Jaspers ,Eugen Bleuler, Minkowsky, Kurt Schneider, Barison. A mio avvisafe_imageso solo la revisione critica che Massimo Fagioli a partire dalla seconda metà del secolo scorso ha operato sulle categorie diagnostiche di derivazione psicopatologica ci consente un inquadramento corretto della natura dei processi patogenetici che dobbiamo affrontare nell’ambito della psicoterapia. La teoria della nascita ha completamente trasformato le tradizionali impostazioni teoriche relative alla genesi della malattia mentali. A partire d Esquirol lungo tutto l’arco dell’ottocento e del novecento fino ad oggi ( l’ultimo esempio è quello di Rita Levi Montalcini) si è pensato che la malattia mentale fosse legato ad un deficit di razionalità ed ad un affievolimento della capacità di sintesi della coscienza. La regressione avrebbe liberato gli automatismi dell’inconscio e reso manifesta un’ ideazione non consapevole considerata naturalmente psicotica. Oggi noi sappiamo che il nucleo generatore della malattia mentale risiede non nella cocienza ma in uno specifica attività inconscia, la pulsione di annullamento, individuata storicamente da Fagioli: essa non è una dotazione naturale con la quale ciascuno di noi nasce ma deriva da un fallimento dei rapporti interumani. Originariamente la pulsione di annullamento scaturisce da una inadeguatezza, comunque si configuri, della relazione madre bambino che incide sulla vitalità di quest’ultimo a partire dalla nascita.

Soltanto l’individuazione del nucleo generatore che è responsabile della peculiare forma che assume la malattia mentale ci consente di cogliere anche quanto non è immediatamente visibile e registrabile e di formulare diagnosi non solo attendibili ma soprattutto valide e motivate .Di questo stesso parere , pur in un quadro di riferimento teorico differente, sono autori internazionalmente conosciuti come lo statunitense Louis A.Sass e Joseph Parnas dell’Università di Copenaghen: secondo quest’ultimo solo un miglioramento delle conoscenze psicopatologiche può far fronte alla reificazione delle categorie diagnostiche presente nelle varie versioni del DSM, la Bibbia americana della psichiatria.


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Farmaci psicotropi somministrati per migliorare il rendimento scolastico

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Farmaci per migliorare le prestazioni

DEFICIT DI ATTENZIONE O NO, PILLOLE PER MIGLIORARE A SCUOLA ( dal THE NEW YORK TIMES)
CANTON, GEORGIA – Quando il Dottor Michael Anderson sente che i suoi pazienti, provenienti da famiglie di basso reddito, faticano nella scuola elementare, generalmente fa loro assaggiare una potente medicina: l’Adderall.
La pillola incrementa la concentrazione e stimola il controllo in pazienti con Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività. Sebbene il Dott. Anderson pronunci questa diagnosi, afferma che tale disturbo è una “copertura” e “una scusa” per prescrivere le pillole al fine di trattare quella che lui considera essere la reale malattia dei bambini – i cattivi risultati scolastici in scuole inadeguate.
“Non ho poi così tanta scelta” dice il Dott. Anderson, pediatra di molte famiglie povere nella Contea Cherokee, a Nord di Atlanta. “Noi, come società, abbiamo deciso che è troppo dispendioso modificare l’ambiente intorno ai bambini. Così dobbiamo modificare i bambini.”
Il Dott. Anderson è uno dei più aperti sostenitori di una idea che sta guadagnando interesse tra molti medici di famiglia. Prescrivere stimolanti agli studenti che hanno problemi a scuola e che siano privi di mezzi economici – ma non per trattare l’A.D.H.D., bensì per migliorare i loro risultati scolastici.
Non è ancora chiaro se il Dott. Anderson sia rappresentativo di una tendenza in espansione. Ma alcuni esperti notano che, come gli studenti benestanti abusano di stimolanti per migliorare i loro già buoni voti sia nelle università che nelle scuole superiori, così queste medicine vengono usate su studenti di scuola elementare, senza possibilità economiche, con voti bassi e genitori desiderosi di vederli riuscire.
“Noi, come società, ci siamo rifiutati di investire in serie soluzioni non farmaceutiche per questi bambini e per le loro famiglie” dice il Dott. Ramesh Raghavan, un ricercatore dei servizi di salute mentale infantile alla Washington University di St. Louis, ed esperto di prescrizione ed uso di farmaci in famiglie di basso reddito. “ Stiamo effettivamente costringendo gli psichiatri delle comunità locali ad usare l’unico strumento a loro disposizione, vale a dire farmaci psicotropi.”
La Dottoressa Nancy Rappaport, psichiatra infantile di Cambridge, Massachussets, che lavora principalmente con bambini poveri e le loro scuole, aggiunge: “Lo vediamo succedere sempre di più. Usiamo una camicia di forza chimica invece di fare cose altrettanto, se non più, importanti.”
Il Dott. Anderson afferma che il suo istinto è quello di “uno che pensa alla giustizia sociale” e che “cerca di rimettere le cose in equilibrio.” Afferma che i bambini con problemi scolastici che lui visita, sono essenzialmente “mal abbinati al loro ambiente circostante” – come pezzi quadrati che stridono contro i fori rotondi della pubblica istruzione. Dato che le loro famiglie raramente possono permettersi terapie comportamentali come il tutoring e il counseling familiare, afferma, i farmaci divengono il modo più affidabile e pragmatico per reindirizzare i giovani verso il successo.
“Non li darei a quelli che prendono i voti migliori” dice. Per alcuni genitori le pillole forniscono grande sollievo. Jacqueline Williams afferma che non potrà mai ringraziare il Dott. Anderson a sufficienza per aver diagnosticato il disturbo ai suoi figli – Eric, 15 anni; Chekiara, 14; e Shamya, 11 – e per aver loro prescritto Concerta, uno stimolante a lunga azione. La madre afferma che tutti e tre avevano problemi a seguire le istruzioni e a concentrarsi nella scuola.
“I miei figli non volevano prenderle, ma io ho detto loro ‘Questi sono i vostri voti quando li prendete, e questi quando non li prendete’ e loro hanno capito” dice la signora Williams, aggiungendo che Medicaid copre la quasi totalità dei costi delle medicine e delle spese mediche.
Alcuni esperti non ravvisano nessun pericolo in un medico di famiglia responsabile che prescriva tali farmaci per aiutare uno studente in difficoltà. Altri – anche tra coloro che, come il Dottor Rappaport che loda l’uso degli stimolanti per il trattamento del classico A.D.H.D. – temono che i medici stiano esponendo i bambini a rischi fisici e psichici senza alcuna garanzia. Effetti collaterali riportati includono soppressione della crescita, aumento della pressione sanguigna e, in rari casi, episodi psicotici.
Il disturbo, caratterizzato da disattenzione e impulsività severe, rappresenta una diagnosi psichiatrica sempre più diffusa tra la gioventù americana: a circa il 9,5 % degli americani compresi tra 4 e 17 anni è stato diagnosticato il disturbo, vale a dire circa 5,4 milioni di bambini, secondo il Centers for Disease Control and Prevention.
La riportata prevalenza del disturbo è cresciuta stabilmente per più di un decennio, con alcuni medici felici del suo maggior riconoscimento ma con altri timorosi che la diagnosi e i farmaci per trattarlo siano concessi troppo facilmente e a discapito di terapie non farmaceutiche.
La Drug Enforcement Administration classifica tali farmaci come Schedule II Controlled Subsances in quanto danno una particolare dipendenza. Gli effetti a lungo termine non sono ancora compresi a fondo, dicono molti esperti medici. Alcuni di essi temono che i bambini possano mantenere la dipendenza anche nell’età adulta, molto tempo dopo che i sintomi del disturbo possono essere scomparsi.
Secondo le linee guida pubblicate l’anno scordo dall’American Academy of Pediatrics, i medici di famiglia dovrebbero usare una delle numerose scale di valutazione comportamentale, alcune della quali comprendono dozzine di categorie, per essere sicuri che un bambino non solo rientri nei criteri diagnostici dell’A.D.H.D., ma anche che non possegga condizioni correlate quali la dislessia o il Disturbo Opposizionale o di Sfida, nel quale una rabbia intensa viene diretta contro figure autoritarie. In ogni caso, uno studio del 2010 sul Journal of Attention Disorders suggerisce che almeno il 20 % dei medici afferma di non aver seguito tali protocolli nel diagnosticare il disturbo, con molti che affermano di avere semplicemente seguito il proprio istinto.
Sullo scaffale della cucina della famiglia Rocafort, a Ball Ground, Georgia, accanto al burro di arachidi e al brodo di pollo, si trova un cestino stracolmo dei contenitori delle medicine dei bambini, prescritte dal Dott. Anderson: Adderall per Alexis, 12 anni; e Ethan, 9; Risperdal (un antipsicotico per la stabilizzazione dell’umore) per Quintn e Perry, entrambi di 11 anni; e Clonidina (per aiutare il sonno e bilanciare gli altri farmaci) per tutti e quattro, da prendere ogni notte.
Quintn ha cominciato a prendere l’Adderall per l’A.D.H.D. circa cinque anni fa, quando il suo comportamento scolastico disturbatore è sfociato in telefonate a casa e sospensioni. Si è immediatamente placato e è divenuto un o studente più coscienzioso e attento – un po’ come Perry, che ha ugualmente preso l’Adderall per il suo disturbo.
Quando tuttavia, a circa dieci anni, è cominciata la tempesta chimica della pubertà, Quintn causava risse a scuola perché, diceva, gli altri bambini insultavano sua madre. Il problema era che non era vero: Quintn vedeva persone e sentiva cose che non esistevano, un raro ma riconosciuto effetto collaterale dell’Adderall. Dopo che Quintn ha ammesso di avere idee suicide, il Dott. Anderson ha prescritto una settimana di ricovero in un locale ospedale psichiatrico, e lo ha fatto passare al Risperdal.
Mentre i Rocafort raccontano questa storia, chiamano Quintn in cucina e gli domandano di raccontare perché gli era stato dato l’Adderall.
“Per aiutare a concentrarmi a scuola, nei compiti, dare ascolto a mamma e papà, e non fare più le cose che facevo per far diventare pazzi i miei insegnanti” dice. Descrive la settimana in ospedale e gli effetti del Risperdal: “Se non prendessi le medicine farei delle scenate. Non rispetterei i genitori. Non vorrei essere così.”
Nonostante l’esperienza di Quintn con l’Adderall, i Rocafort hanno deciso di usarlo con la loro figlia dodicenne Alexis, e con il loro figlio di nove anni Ethan. Questi due bambini non hanno il disturbo, dicono i gneitori. L’Adderall è solo per migliorare i loro voti a scuola, e perché Alexis era, nelle parole di suo padre, “un po’ schifa”.
“Abbiamo visto tutti e due i lati della medaglia, quello positivo e quello negativo” afferma il padre, Rocky Rocafort. Riconoscendo che l’uso dell’Adderall da parte della figlia è “cosmetico”, aggiunge “Se si sentono bene, felici, socializzano maggiormente e li aiuta, perché non darglielo? Perché no?”
Il Dottor William Graf, un pediatra e neurologo infantile che aiuta molte famiglie povere a New Heaven, dice che una famiglia dovrebbe avere la possibilità di decidere autonomamente se l’Adderall possa essere di aiuto ai propri figli che non abbiano l’A.D.H.D., e che un medico di famiglia può prescrivere eticamente un periodo di prova solo nel caso in cui gli effetti collaterali siano monitorati con attenzione. Esprime preoccupazione, tuttavia, circa il fatto che questo incremento nell’uso di stimolanti possa minacciare ciò che lui chiama “l’autenticità dello sviluppo”.
“Questi bambini sono ancora nella fase dello sviluppo, e noi non sappiamo ancora come questi farmaci interessino biologicamente lo sviluppo cerebrale” dice. “C’è un obbligo, per i genitori e per i medici, di rispettare l’autenticità, e non sono certo che accada sempre”.
Il Dott. Anderson afferma che tutti i bambini che lui tratta con i farmaci per l’A.D.H.D. hanno migliorato i voti e superato gli esami. Ma inveisce anche contro tali criteri, affermando che sono stati creati “al solo scopo di rendere oggettivo ciò che è completamente soggettivo”. Aggiunge che le relazioni degli insegnanti quasi invariabilmente citano i comportamenti che garantiscono la diagnosi, e questa è una decisione più utilitaristica che medica.”
Le scuole dicono che se avessero altre idee le applicherebbero”, afferma il Dott. Anderson, “ma le altre idee costano denaro e risorse, a paragone dei farmaci.”
Il Dott. Anderson cita la William G. Hasty Elementary School di Canton come una delle scuole con cui spesso lavora. Izelle McGruder, la preside della scuola, non ha mai risposto a numerosi messaggi che richiedevano commenti.
Molti educatori contattati per il presente articolo considerano il tema dell’A.D.H.D. così controverso – spesso la diagnosi è stata strumentalizzata, dicono, ma per molti studenti essa rappresenta un vero problema di apprendimento – che si sono rifiutati di commentare. Il soprintendente di uno dei più grandi distretti scolastici della California, ha ammesso sotto condizione di anonimato che il numero delle diagnosi di A.D.H.D. è cresciuto tanto quanto i fondi scolastici sono stati tagliati.
“È spaventoso pensare al punto a cui siamo arrivati; a come la mancanza di fondi all’educazione pubblica per farle rispondere alle esigenze di tutti i bambini abbia portato a tutto questo.” Dice il soprintendente, riferendosi all’uso di stimolati su bambini senza il classico disturbo. “Non so, ma potrebbe accadere proprio qui in questo momento. Forse non consapevolmente, ma potrebbe essere la conseguenza di un dottore che vede un bambino che va male a scuola in una classe sovraffollata con altri 42 bambini e con genitori frustrati che chiedono cosa si possa fare. Il dottore allora dice ‘Forse è A.D.H.D., facciamo una prova.’”
Il Dott. Anderson dice che quando ha saputo che i Rocafort insistono nel dire che i due loro figli che prendono l’Adderall non hanno e non hanno mai avuto l’A.D.H.D., è rimasto sorpreso. Ha consultato le loro cartelle e ha trovato i questionari per i genitori. Ogni categoria che quantificava la gravità di comportamenti associati con l’A.D.H.D. aveva ricevuto 5 punti su un massimo di 5, tranne una che aveva un 4.
“Questa è la mia angustia riguardo a questa cosa” dice il Dott. Anderson, “noi etichettiamo un qualcosa che non è binario – ce l’hai o non ce l’hai. Non riusciamo a dire semplicemente che c’è un bambino con problemi a scuola, problemi a casa e che quel bambino probabilmente, secondo il parere del medico e con il consenso dei genitori, proverà un trattamento farmacologico.”
Aggiunge: “Possiamo non conoscere gli effetti a lungo termine, ma conosciamo i costi a breve termine dei fallimenti scolastici, che sono reali. Io guardo alla persona singola e alla sua posizione nel presente. Io faccio il dottore per il paziente, non per la società.”

TRADUZIONE DALL’INGLESE

LAWRENCE PORCUPINE FROOSTERY

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Il lungo viaggio di Rita Levi Montalcini, a vele spiegate “Verso Bisanzio”

Parafrasando Yeats, poeta che amava, la grande scienziata ha perseguito un’ideale meta di conoscenza in grado di sfidare il tempo attraversando i secoli senza strappi


Domenico Fargnoli*
mercoledì 2 gennaio 2013 19:05

 

Rita Levi Montalcini nacque a Torino nell’aprile del 1909. In quello stesso anno Filippo Tommaso Marinetti aveva pubblicato su Le figaro il Manifesto del Futurismo in cui sosteneva che nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro: si glorificava la guerra – sola igiene del mondo – ed il gesto distruttore. Sempre nel 1909 volò il primo aereo italiano, fu fatta la trasvolata della Manica e fu assegnato il premio Nobel a Marconi per la telegrafia senza fili. La grande scienziata torinese appartenente a una famiglia presente nel 1400 nel territorio di Siena, è vissuta più di un secolo e ci appare provenire da un mondo profondamente diverso dal nostro immerso ancora pressoché totalmente nella mentalità vittoriana che negava alle donne accesso all’istruzione universitaria. Nei suoi numerosi libri che contengono riferimenti autobiografici la scienziata chiarisce la natura della sua ribellione all’autorità paterna e maschile e la nascita della vocazione per la medicina maturata in una cultura familiare laica fatta di “liberi pensatori” lontani dalle credenze e dalle ritualità della religione ebraica. La neurobiologia sperimentale nella prima metà del Novecento, negli anni in cui la Montalcini si cimentava durante i corsi universitari coi primi corteggiatori, era immersa nella disputa fra “reticolaristi” i quali sostenevano con Golgi che il cervello fosse costituito da una rete continua e i sostenitori della “teoria neuronale” di Santiago Ramon Y Cajal, (confermata molti decenni dopo dall’avvento della microscopia elettronica), secondo la quale il sistema nervoso era fatto di elementi cellulari fra loro separati. L’embriologia degli anni trenta ai tempi in cui Rita Levi Montalcini cominciò le prime ricerche istologiche con la tecnica innovativa delle culture tissutali, era dominata da un rigido determinismo genetico o da concezioni vitalistiche di stampo ottocentesco. Le ricerche della scienziata torinese avranno il merito di rivoluzionare completamente le conoscenze dello sviluppo embriologico ed indirettamente influiranno sul modo di concepire la nascita umana dando importanza non solo ai fattori genetici ma a quelli ambientali.

Un giorno d’estate del 1940, poco dopo che l’Italia era entrata in guerra a fianco della Germania ed erano già da alcuni anni in vigore le leggi razziali, Rita Levi Montalcini viaggiava in un treno fatto di vagoni senza sedili. Leggeva, in atmosfera pervasa dall’odore di fieno, un articolo che le era stato dato due anni prima dal suo grande maestro Giuseppe Levi. Si trattava di una ricerca del 1934 pubblicata da un allievo di Spermann che nel 1935 era stato insignito del prenio Nobel per aver individuato un fattore denominato “organizzatore” che aveva la proprietà di indurre la differenziazione di organi e di interi embrioni. Victor Hamburger l’autore dell’articolo con il quale in seguito la Montalcini collaborerà durante il suo soggiorno in America durato trent’anni da 47 al 77, studiava l’effetto dell’ablazione di un arto di embrione sui sistemi motori e sensitivi destinati alla sua innervazione: a distanza di una settimana dall’intervento si notava una forte riduzione delle colonne motorie del midollo spinale e dei gangli sensitivi. La scoperta della scienziata torinese del fattore noto come NGF, (Nerve Growth Factor) nasce molti anni prima dall’intuizione che il fenomeno di degenerazione e morte cellulare, e da lei replicato innumerevoli volte nel suo laboratorio domestico, non fosse dovuto alla mancanza di un fattore induttivo cioè da un “organizzatore” necessario alla loro differenziazione come pensava Hamburger ma all’assenza di un fattore trofico, rilasciato di tessuti periferici e convogliato verso i corpi cellulari tramite le fibre nervose che innervano questi tessuti. «A distanza di tanti anni – scrive la Montalcini – mi sono domandata come potessimo dedicarci con tanto entusiasmo all’analisi di questo piccolo problema di neuroembriologia, mentre le armate tedesche dilagavano in quasi tutta Europa disseminando la distruzione e la morte e minacciando la sopravvivenza stessa della civiltà occidentale. La risposta è nella disperata ed in parte inconscia volontà di ignorare ciò che accade, quando la piena consapevolezza ci priverebbe della possibilità di continuare a vivere».

In realtà la ricerca sul piccolo problema embriologico avrebbe demolito le concezioni eugenetiche dei nazisti, dimostrando il carattere delirante dei pregiudizi e delle discriminazioni razziali. Nelle neuroscienze della seconda metà del novecento lo studio dell’interazione fra i fattori genetici ed ambientali avrebbe messo in luce l’importanza predominante di questi ultimi nel processo di differenziazione del sistema nervoso nelle prime fasi dello sviluppo. Oggi noi sappiamo, proprio in virtù di un nuovo settore della conoscenza detto epigenetica, che gemelli omozigoti quasi identici nell’aspetto esteriore hanno cervelli completamente diversi l’uno dall’altro: se siamo arrivati a questo tipo di conoscenza, grazie anche a scienziati del calibro di Gerard Edelmann in tempi recenti, lo dobbiamo agli studi pionieristici di un manipolo di ricercatori degli anni trenta-quaranta di cui faceva parte Rita Levi Montalcini. La grandezza di quest’ultima si lega sicuramente a un fattore irrazionale cioè a un’eccezionale potenza intuitiva e alla capacità di seguire un unico filo conduttore, che non si è mai spezzato, nelle alternanti vicissitudini dell’indagine scientifica: la sua scoperta pur seguendo i rigorosi protocolli della sperimentazione biologica ha avuto però fin dall’inizio un’intrinseca motivazione politica nell’opposizione più o meno consapevole alla mentalità nazista che sopravvive ancor oggi nelle varie forme di xenofobia da cui è afflitto tragicamente l’occidente. Bisogna ricordare che i nazisti pur perseguitando Freud e la sua famiglia in quanto ebrei, furono capaci di assimilare e utilizzare la psicoanalisi, “scienza” ebraica per eccellenza, così come avevano utilizzato la reazione di Wassermann, anch’esso ebreo per la diagnosi della sifilide. La psicoanalisi, anche nella figura di Jung che com’è noto indossò la camicia nera, non si oppose ma colluse con il nazismo con cui condivideva la concezione hobbesiana dell’Homo homini lupus e della massa che deve essere dominata da un capo forte senza il quale si frammenterebbe come una goccia di cristallo “la lacrima di Batavia”. La Montalcini, come scienziata e come donna, è riuscita la dove non solo la psicoanalisi ma anche la psichiatria del Novecento ha clamorosamente fallito. Infatti Binswanger, riconosciuto unanimemente maestro incontrastato della psicopatologia ha cercato un’improbabile e pericolosissima legittimazione della psichiatria nella filosofia di Heidegger, anch’egli nazista, più nazista se possibile di Hitler.

L’eccezionalità della figura di Rita Levi Montalcini e l’importanza fondamentale del suo contributo scientifico non ci esime dal cogliere i limiti della sua concezione dell’uomo là dove, dismessi i panni della ricercatrice abilissima e straordinariamente rigorosa, approda a riflessioni di carattere antropologico. Pur rifiutando l’idea di una naturale aggressività dell’uomo, legata a uno specifico gene, la scienziata individua nella tendenza gregaria e imitativa presente in un ancestrale cervello limbico, l’origine dei comportamenti emotivamente non controllati e violenti della specie umana quali si sono estrinsecati per esempio nei regimi totalitari. La Montalcini, come si evince molto chiaramente dalla intervista televisiva rilasciata a Fabio Fazio in occasione dell’uscita del suo libro La clessidra della vita (Dalai Editore, 2008), ripropone una concezione derivata dal famoso neurologo Hugley Jakson nei primi del Novecento: l’attività nervosa e psichica sarebbe la risultante dell’integrazione di livelli funzionali diversi, gerarchicamente subordinati gli uni agli altri. Ai livelli inferiori ci sarebbero state le funzioni più arcaiche di tipo automatico, mentre a quelli superiori ci sarebbero le funzioni cognitive legate alla neocorteccia e sottoposte al controllo della volontà e della coscienza. È chiaro che questa impostazione limita fortemente la possibilità di avvicinare il pensiero della Montalcini alla Teoria della nascita di Massimo Fagioli. Per quest’ultimo il processo regressivo, la patologia mentale che può estrinsecarsi anche in comportamenti violenti, nasce da uno specifico fattore inconscio la pulsione di annullamento e non dalla dissoluzione dei processi coscienti e razionali che anzi in malattie come la schizofrenia possono apparire ipertrofizzati. Se vogliamo trovare un punto di contatto fra la Teoria della nascita e la ricerca della Montalcini bisogna considerare che in entrambe c’è il rifiuto del determinismo genetico dei processi embrionali e la tendenza a legare l’attività mentale alla funzione della corteccia cerebrale.

L’approccio riduzionistico, però, tipico della prima generazione di neuroscienziati non consente una chiara definizione da parte della ricercatrice torinese del concetto di “mente”. Pertanto la domanda: in quale angolo dell’universo cerebrale si nasconde la galassia chiamata mente?, come anche l’altra da dove nasce il pensiero, da quali cellule? è destinata a rimanere senza risposta. L’approccio riduzionistico che cerca di spiegare il tutto partendo da singoli componenti non permette di ipotizzare – come invece accade con la Teoria della nascita – l’inizio dell’attività psichica come emergenza di quest’ultima dalla realtà biologica alla nascita in risposta allo stimolazione luminosa, come espressione di una complessità non riconducibile alla sommatoria di un molteplicità pressoché infinita di componenti elementari. Rita Levi Montalcini amava la poesia del poeta irlandese Yeats di cui aveva nel suo libro Elogio dell’imperfezione parafrasato due versi che si riferivano al dilemma dell’intelletto umano di fronte alla scelta della perfezione della vita o del lavoro. La scienziata aveva risolto il dilemma optando per l’imperfezione della vita e del lavoro nella ricerca di una perfezione che non avrebbe mai potuto essere completamente raggiunta. Il titolo di un altro libro L’asso nella manica a brandelli sembra ricordare Yeats. Il libro parla del fatto che l’interesse e l’impegno nella la ricerca scientifica è un valido antidoto contro le lacerazioni della vecchiaia. Scriveva Yeats nella sua famosa poesia Verso Bisanzio: «…un uomo anziano non è che una cosa miserabile, un giacca stracciata su di un bastone, a meno che l’anima non batta le mani e canti e canti più forte per ogni strappo del suo abito mortale e altra non c’è scuola di canto che studiare i monumenti della propria magnificenza e quindi io ho navigato i mari e venni alla città sacra di Bisanzio». La scuola di canto per il poeta irlandese è l’arte e lo studio dei “monumenti dell’intelletto” che non invecchia, mentre per Rita Levi Montalcini è la scienza e la ricerca di una verità che va oltre la contingenza degli accadimenti storici. Entrambi si potrebbe dire hanno veleggiato verso Bisanzio, meta e testimonianza ideale di una conoscenza che attraversando senza strappi i secoli, riesca a sfidare il tempo.

Domenico Fargnoli, psichiatra e psicoterapeuta

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