Schizofrenia, infermità mentale e imputabilità. Cura o condanna?

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Psichiatria e giustizia alla luce degli sviluppi della dottrina giurisprudenziale in tema di capacità d’intendere e di volere. Se ne discute a Roma l’11 e il 25 ottobre.

 


Federico Tulli
giovedì 10 ottobre 2013 21:17

Fare diagnosi in ambito psichiatrico-forense è un processo estremamente complesso perché spesso è assai complicato distinguere un comportamento criminale da un’azione correlata a una malattia mentale. Il primo deve essere sottoposto a processo, giudicato ed eventualmente punito o riabilitato, mentre la patologia, ovviamente, necessita di diagnosi e cura, non certo di punizione. Valutare unicamente la capacità di intendere e di volere della persona al momento dell’atto è sicuramente insufficiente alla comprensione e valutazione dello stato mentale di chi ha commesso il reato.

Hanno riaperto questo annoso dibattito i più noti casi di cronaca degli ultimi anni: dal delitto di Cogne a quello di Novi Ligure, a quello più recente del pluriomicida di Milano, l’uomo originario del Ghana che a maggio 2013 ha ucciso quattro persone incontrate casualmente per strada, a colpi di piccone. Oppure il caso di Anders Breivik in Norvegia, solo per citarne alcuni. A ciò si aggiunge la dialettica che si è sviluppata da qualche anno a questa parte, in Italia, intorno alla legge che dispone la chiusura entro febbraio 2014 degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Strutture nelle quali è detenuto chi ha violato la legge ed è stato ritenuto incapace di intendere e volere al momento del reato. Persone affette da patologie di diversa gravità, che pertanto non vengono spedite in carcere ma in strutture di contenzione deputate alla cura. Ma dove di fatto la contenzione prevale sulla terapia.

Riflettere su concetti quali la responsabilità, l’imputabilità e gli aspetti diagnostici è un punto cardine per addentrarsi in questo campo. Al fine di studiare e approfondire queste tematiche, a partire da una prospettiva multidisciplinare, la Cooperativa sociale di psicoterapia medica ha organizzato con la Scuola medica ospedaliera della Regione Lazio, a Roma, una due giorni dal titolo “Cura o condanna? Possibilità diagnostiche e limiti nella psichiatria forense” (11 e 25 ottobre). Un incontro per addetti ai lavori che mette a confronto esperti in varie discipline, psichiatri, psicoerapeuti, criminologi e magistrati, ma con notevoli implicazioni dal punto di vista sociale e quindi di interesse pubblico.

A partire dalla centralità del proprio scopo associativo, che consiste nella formazione in psicoterapia (peraltro soggetta all’obbligo di aggiornamento periodico tramite eventi come questo) e nella prevenzione della malattia mentale, la Cooperativa sociale di psicoterapia medica, come spiegano gli organizzatori a Babylon Post, intende in questo modo «trasformare l’obbligo in un’occasione vera di incontro di formazione, di dibattito, di dialettica su alcuni tematiche fondamentali».

La giurisprudenza si fonda sull’idea del giudizio e della punizione. La psichiatria, su diagnosi e cura. Due impostazioni totalmente diverse costrette a intersecarsi quando un giudice nomina un perito che gli spieghi se il presunto reo era capace di intendere e volere al momento del crimine. Il tema di fondo su cui si muove l’incontro promosso dalla Cooperativa sociale di psicoterapia medica è questo: «Se si perde l’idea della diagnosi e della cura, si finisce per distinguere le persone in buoni e cattivi. Oppure ancora peggio in Bene e Male. Il giudizio si connota quindi di una deriva religiosa». Nel concreto questo accade spesso.
«I periti, in virtù del fatto che la psichiatria ha perso la capacità di fare vere diagnosi, oggi arrivano alla conclusione – pur descrivendo benissimo i sintomi – non di malattia ma di un generico disturbo di personalità. Che è una cosa diversa dalla malattia. Nel senso che non è malattia perché c’è l’idea che quella persona è fatta così. Al contrario, è certo che quando ci sono crimini efferati, i responsabili sono malati. Perché tra l’altro in azioni del genere non c’è mai il movente oppure c’è un movente che sotto riconosce un’idea delirante». Appunto Cogne, Novi Ligure, Milano, Utoya.

«Come medici e anche come psicologi clinici la diagnosi è estremamente importante. Ecco perché nel corso dell’incontro ripercorriamo la storia della psichiatria che è nata nel 18esimo secolo con Philippe Pinel che per primo evidenziò la distinzione tra malati e delinquenti, quindi tra malattia e sanità mentale». Prima di allora i luoghi di reclusione in cui finivano i reietti della società erano molto simili alle carceri italiane di oggi: un ricettacolo di sociopatici, malati, delinquenti, tossicodipendenti.
Questa diversificazione abbastanza semplice di Pinel ha permesso successivamente a Emil Kraepelin di redigere una efficace distinzione nosografica fino ad arrivare a Eugene Bleuler che nel 1913 ha coniato il termine schizofrenia. A un certo punto però è come se fosse diminuita la capacità di cogliere l’importanza della diagnosi, di distinguere sempre meglio ciò che è sano da ciò che è malato. « Gran parte della colpa va al basaglismo e all’antipsichitria, parte alla psicoanalisi, parte alla psichiatria organicista che non avendo mai trovato la lesione organica arriva a dire che siamo tutti un po’ malati». “Che siamo fatti così”.

Federico Tulli

***

Qui di seguito l’abstract della relazione dello psichiatra Domenico Fargnoli che venerdì 11 ottobre parlerà della diagnosi di schizofrenia riannodando i fili dei capisaldi della psichiatria. 

Schizofrenia, imputabilità ed infermità mentale
Psichiatria e giustizia alla luce degli sviluppi della dottrina giurisprudenziale in tema di capacità d’intendere e di volere

Domenico Fargnoli

Abstract L’autore ripercorre anche dal punto di vista storico la contrapposizione fra due modelli alternativi di approccio alla malattia mentale: quello moralistico punitivo tipico della magistratura e quello comprensivo terapeutico che dovrebbe essere proprio della psichiatria. Di fatto il modello moralistico punitivo, nonostante gli sviluppi della psichiatria moderna, è di gran lunga quello prevalente sia come pratica sociale dell’internamento dei malati di mente nelle carceri sia come ideologia (che risente della filosofia di Kant e della psicoanalisi), la quale subordina il criterio dell’imputabilità penale alla capacità di intendere e di volere.
La categoria giuridica dell’infermità è diventata inoltre funzionale alla negazione della malattia mentale e di ogni criterio nosografico quale si riscontra in pronunciamenti della Corte di Cassazione. Dal canto suo la psichiatria adottando i criteri diagnostici del DSMIV e V con il termine disturbo o disorder rinuncia ad ogni pretesa di chiarimento eziopatogenetico trasformando il processo diagnostico in un esercizio camaleontico in subordine alle aspettative della magistratura.
L’autore reinterpreta alle luce delle più recenti ricerche sulla psicopatologia della schizofrenia e sulla percezione delirante rese possibili dalla teoria di Massimo Fagioli, il famoso delitto di Cogne.
Nuove interpretazioni possono fornire una chiave di accesso alla comprensione della criminogenesi dell’omicidio in questione.

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