Una partita a poker con Lacan

Un sincero ringraziamento ai molti, veramente molti  che in pieno ferragosto hanno manifestato un vivo interesse per il mio articolo apparso su LEFT-31 molto oltre la data della sua pubblicazione.

Ciò mi ha spinto ad un’ulteriore piccola ricerca. Che cosa ho scoperto?

La vicenda di Verdiglione è particolarmente significativa per capire la personalità di Jean Alain Miller nella sua componente Tartuffe per fare riferimento al personaggio di Moliere

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All’inizio degli anni 70 Lacan cercò di creare un suo gruppo italiano facendo riferimento ad un “tripode” costituito da Verdiglione, Contri ( simpatizzante di Comunione e Liberazione !?) e  Muriel Darzien a Roma: a tale scopo venne più volte in Italia pronunciando tre conferenze e nell’aprile del 74 scrivendo “Una lettera agli italiani” in cui parla della  (fallimentare) prassi chiamata “La passe” secondo la quale gli analisti si sarebbero dovuti autorizzare da soli all’esercizio della loro professione.

 

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La lettera anche se non firmata e inviata ad un non specificato gruppo italiano è una prova del coinvolgimento diretto di Lacan nella tragicomica vicenda verdiglionesca che ebbe risvolti penali.

A posteriori  Jean Alain Miller cosa fa? Pubblica la lettera alterando la sua datazione che diventa il 1973. A che scopo, ci si chiederà? Per decontestualizzarla e per occultare le pesanti responsabilità ad essa connesse: di questa vicenda parla in dettagli Erik Porge in un suo articolo reperibile on line

https://www.cairn.info/revue-psychanalyse-2007-2-page-81.htm.

Ne riporto un brano.

 

Enfin, J.-A. Miller date le texte de 1973 alors que les trois du tripode disent clairement que c’était en 1974, ce que confirment tous les recoupements textuels. Alors, pourquoi 1973 ? Négligence ? Fruit d’une intention ? Mais laquelle ? Quoi qu’il en soit, ce changement de date est bien de nature à brouiller les cartes et à empêcher de comprendre les enjeux du texte.

Dans Autres écrits, Miller en rajoute sur la falsification. Le texte est toujours faussement daté de 1973. La présentation de ladite note devient : « Ce texte laissé inédit par Jacques Lacan a été publié dans Ornicar? n° 25, 1982, p. 7-10, précédé d’une note précisant que “les personnes concernées ne donnèrent pas suite aux suggestions exprimées ici”. » Or, le texte n’a pas été laissé inédit puisque Contri l’a publié en 1978, du vivant de Lacan, et Verdiglione en 1981. La référence de la « Note » devient Ornicar?, soit la revue qui a commencé à effacer les traces du texte. Il y a une véritable opération de redoublement, voire déni, de l’effacement. Le Freud de Moïse et le monothéisme doit se retourner dans sa tombe ! Sans compter que cette dernière « note », elle bien de J.-A. Miller, ne mentionne même plus l’existence du groupe italien, ne gardant que la brutalité méprisante du « ne donnèrent pas suite ».

Infine, Jacques-Alain Miller ha datato il testo nel 1973 mentre i tre del “treppiede” [ Verdiglione, Contri e Derziel] hanno detto chiaramente che esso era del 1974, come confermato da tutti i riscontri testuali incrociati . Allora perché 1973? Negligenza? Frutto di un’intenzione? Ma quale ? In ogni caso, questa modifica della data è molto probabile che confonda le carte e impedisca la comprensione delle problematiche alle quali si fa riferimento nel ltesto.

In altri scritti Miller aggiunge elementi alla sua falsificazione. Il testo è sempre erroneamente datato nel 1973. La presentazione di questa nota viene fatta in questo modo: “Questo testo lasciato inedito da Jacques Lacan è stato pubblicato in Ornicar? 25, 1982, pag. 7-10, preceduta da una nota secondo la quale “le persone interessate non hanno risposto ai suggerimenti qui esposti”. “Tuttavia, il testo non è stato lasciato inedito perché Contri lo ha pubblicato nel 1978,essendo Lacan ancora in vita e Verdiglione nel 1981. Il riferimento della” Nota ” diventa Ornicar?, cioè la rivista che ha cominciato a cancellare le tracce del testo. C’è una vera operazione di ripetizione, persino negazione e di inganno. Il Freud di “Mosè e il monoteismo” si sarebbe rigirato nella  tomba! [ davvero???] Senza contare la circostanza per la quale  la “nota”, questa volta di Jacques-Alain Miller, non menziona neppure l’esistenza del gruppo italiano, mantenendo solo la brutalità sprezzante dell’espressione “non hanno dato seguito” [ai suggerimenti di Lacan ] (trad. Domenico Fargnoli)

Se avete l’intenzione di fare una partita a poker con JAM ( Jean Alain Miller) controllate che non alteri le carte in suo possesso!!!
Il tartufo comunque ha un odore molto penetrante e  inconfondibile!!
  Della vicenda milanese parla anche Catherine Millot che fu l’amante analizzanda negli  ultimi dieci anni della vita di Lacan. Essa racconta di essere stata ospite, insieme al famoso psicanalista, di Verdiglione a Milano: quest’ultimo aveva messo a loro disposizione  una villa con tanto di vettura e autista.
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La Millot fa, con il suo stile apparentemente minimalista, una critica tagliente a Lacan quando dice che il fallimento del tripode italiano era ampiamente prevedibile perché nel muoversi egli non teneva conto della psicologia di ciascuno ma era animato solo da “desiderio” di mettere in piedi un gruppo italiano.
<<Insomma-scrive Catherine nel suo libro “Vita con Lacan”-  egli non era capace di dirigere degli uomini. Ciò che gli interessava era solo di mettere alla prova la potenza operatoria del  “suo” nodo [borromeiano]. In questo il suo aspetto Don Chisciotte era manifesto>>
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Nodo di Borromeo secondo Jacques Lacan

Queste  considerazioni riferite al più grande psicanalista dopo Freud non suonavano certo come un complimento.
Sul rapporto fra Catherine Millot, che è un tema che attiene all’impostura, e Lacan vedi Schermata 2017-08-15 alle 12.11.13.png
I Bisounours sono gli orsetti del cuore famosa serie di cartoni animati ispirati alla leggenda di Re Artù.

Left 31- Da Telemaco a Candide- Miller vs Recalcati domenico fargnoli

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Storia della rivista Il sogno della farfalla

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La storia è l’unico oggetto del desiderio che non ci delude mai (MassimoFagioli)

 

E’ giusto che questa storia, per certi aspetti incredibile, l’abbiano raccontata altri. Se lo avessi fatto io probabilmente non sarei stato creduto. La verità sull’origine  è oltre il mito dell’origine. I miti crollano  se qualcuno si oppone a chi li ha proposti, la verità prima o poi qualcuno la scopre e la racconta.

Molti non sanno che il colore rosso della copertina della prima rivista era un rosso “Ferrari” del modello testa rossa. Testa rossa a significare la fusione fra la vitalità e l’intelligenza. La striscia blu era la teoria della nascita di Fagioli senza la quale, disse lui, la rivista non sarebbe potuta riuscire. 25 anni portati bene: Il sogno della farfalla costituisce un riferimento imprescindibile per la ricerca sulla realtà umana.

Genesi della psichiatria

 

La conoscenza della psichiatria richiede un approccio storico che a sua volta è frutto di un rigore metodologico. Quando questi due elementi mancano facilmente ricadiamo nell’ideologia, nell’illustrazione di idee precostituite, se non addirittura nell’agiografia. Lo storico della psichiatria Jacques Postel ha ripercorso le vicende della genesi della psichiatria fra settecento e ottocento  ed ed ha constatato che  essa è infarcita di elementi mitici che qualcuno, nell’entourage di  Philippe Pinel aveva tutto l’interesse di alimentare. Pinel fu relegato  dal figlio Scipio  ( che a tal uopo confezionò addirittura uno scritto apocrifo) ma soprattutto da  Jean Dominique Esquirol,

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suo principale allievo e sedicente continuatore, nel ruolo di filantropo e liberatore dei furiosi dalle catene medioevali. Veniva così occultata l’innovazione  di Pinel che era quella di applicare il metodo dell’osservazione medico-scientifica  all’inquadramento nosografico della malattia mentale. Già in Inghilterra, in quel periodo storico di fine settecento, William Tuke aveva tolto i ferri ai “lunatici” ma non era un medico ma semplicemente un filantropo religioso e un uomo compassionevole. Il medico francese, discepolo di Condillac,  invece era metodico nel suo atteggiamento analitico e devoto alla scienza dell’osservazione che doveva essere la clinica medica e la nosografia, l’ambito naturale del suo riferimento. << E’ come nosografo e clinico che Pinel è stato senza dubbio all’origine di un atteggiamento assolutamente nuovo di fronte alla follia>> ( Jacques Postel 1998)  Con il folle si poteva entrare in rapporto e comunicare: lo smarrimento della ragione appariva solo momentaneo e parziale. Se l’atteggiamento poteva apparire assolutamente nuovo lo sforzo nosografico era destinato al fallimento anche se veniva rifiutata l’idea di un’organogenesi cerebrale diretta: esso mancava di una base psicopatologica solida. Emergeva una potenzialità di cambiamento rispetto alle concezioni del passato, legata anche al fatto che la mania veniva ritenuta suscettibile di guarire, potenzialità che subito abortiva.  Jacques Postel dice che << Il messaggio che ci comunica la prima edizione del “Trattato medico filosofico” è  veramente rivoluzionaria>> Potrebbe trattarsi di un giudizio esageratamente ottimista  (il suo) perchè le capacità di recupero del paziente sono legate dallo storico francese al residuo di razionalità e non all’assetto non cosciente. Pinel rappresenta un passaggio chiave da  una <<(…)  concezione kantiana della pazzia come  l’Altro dalla ragione a una concezione hegeliana della pazzia intesa come uno smarrimento mentale, una pura contraddizione interna ad una ragione che ancora esiste>> (Laure Murat 2014. Trad. Domenico Fargnoli)

Che  la razionalità, comunque la si voglia intendere e qualunque funzione le si voglia attribuire, sia la base della cura è anch’esso un mito. Nel 1794 Pinel scriveva, certo non casualmente, che il trattamento richiede “un formidabile spettacolo di terrore”(Postel 1998. p.245) deve agire cioè sulle “passioni” non sul ragionamento“ Il ripristino della razionalità sarebbe possibile solo intervenendo su un qualcosa che non è la razionalità stessa ma solo un fattore capace di perturbarla.

Alcune pagine di Jacques Postel chiariscono la sua concezione della storia e la sua metodologia di analisi.

<<  Si dovrebbe così evitare aspetti classici nella storia delle scienze e delle idee: innanzitutto quello della ricerca sempre mitica delle origini. Si risale attraverso una lettura anacronistica che vuol essere erudita alla scoperta dei precursori che hanno per la prima volta descritto una malattia , un trattamento, un’eziologia, fieri di cogliere la prima osservazione senza prendersi la pena di contestualizzarla e di rendersi conto che la nostra lettura attuale di questa osservazione è inevitabilmente parziale.( Jacques Postel 1998- Traduz. Domenico Fargnoli)>>

Naturalmente queste parole di Postel hanno dei limiti perché presuppongono che la ricostruzione dell’origine sia sempre un mito: noi oggi sappiamo che non è così. Ciascuno di noi può ricreare la propria nascita e nella misura in cui ci riesce veramente combatterà sempre il mito e l’ideologia. Il mito dell’origine è la negazione della nascita  qualunque sia il contesto che analizziamo.

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Jacques Postel storico e psichiatra francese

 

Ma l’origine, la nascita non è una fantasticheria condivisa da molti  ma la realtà più profonda dell’essere umano che segna l’inizio della sua vita psichica. Il decostruzionismo francese in cui sembra rientrare l’opera di Postel rivela la sua matrice heideggeriana. Infatti scrive lo psichiatra

<< Ritorniamo innanzitutto all’origine, al fantasma originale, a quella che si potrete chiamare la scena primitiva perché il mito rimanda frequentemente al tempo primordiale  al tempo mitico che è una pura costruzione dell’immaginario. Ma ci dobbiamo rendere conto che il tempo primordiale è prima di tutto un fantasma, una finzione individuale che per un’operazione di inversione completa, si trasforma in un mito>> ( Jacques Postel 1998- Trad. Domenico Fargnoli)

Qui c’è anche un chiaro riferimento all’opera J.B Pontalis  e Jean Laplanche ” Fantasma originario, fantasmi delle origini, origini del fantasma”(1988).

Bertrand Pontalis

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Jean Laplanche

Come affermano i due autori francesi il fantasma originario sarebbe condizionato dalla universalità del complesso edipico. È questa idea aprioristica che Postel utilizza nella sua analisi della genesi della psichiatria.
Come esiste però  la nascita individuale, che non ha niente a che fare con l’Edipo e le identificazioni, esiste anche la “nascita” storica cioè l’emergere di contenuti mentali e pratiche anche  mediche mai prima esistite: la civiltà umana non è solo un’interminabile coazione a ripetere.
Pinel è caduto nella mitologia e non è sopravvissuto alla trappola parricida di Esquirol,  perché a parte la sua intenzione, condivisibile ma velleitaria,  di studiare scientificamente la malattia mentale, non ha fondato veramente  la psichiatria rimanendo attaccato a  presupposti razionalistici  e illuministici, l’empirismo sensualista di Condillac e il materialismo cerebrale di George Cabanis .

I suoi ideali moderatamente rivoluzionari hanno facilmente colluso con quelli  della restaurazione che  si armonizzavano con il trattamento morale, un metodo di cura autoritario e disumanizzante il cui strumento principale sarà l’isolamento e il manicomio. D’altro parte il patriottismo di Pinel ben si accorda con un interpretazione della realtà asilare come un modello di giacobinismo centralizzato nel quale i pazienti sono governati e l’ordine viene mantenuto da un apparato poliziesco a capo del quale  c’è un singolo uomo che detiene tutto il potere.

“ (…)violence as part of a policy of useful, necessary virtue, that is to say as all at once attribute, method, and system of government) in fact is perfectly suited to the ambivalence of the birth of psychiatry, of its structure and ideological options (Laure Murat 2014).   Il terrore senza la virtù sarebbe deleterio affermò Robespierre.

Del metodo  di cura basato sull’autoritarismo e sull’effrazione psicologica attraverso il terrore della volontà del paziente Pinel fu un precursore e un fondatore contrariamente a quanto sostenuto da Jacques Postel.

Quest’ultimo ricade nell’ambito della sua stessa critica ideologica e demitizzante in quanto ripropone, nella sua opera , non solo  interessanti documenti inediti ma insieme idee  precostituite nell’ analisi della genesi della psichiatria, come per es. il complesso  edipico. Il mestiere di uno psichiatra che voglia effettuare anche ricostruzioni storiche  è  davvero difficile.

Cappella di Charenton

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Panopticum benthamiano a Siena

 

L’origine del terrore testo integrale pubblicato su Left.it

https://left.it/2017/06/03/lorigine-del-terrore/

Piazza S.Carlo e la psicosi collettiva

Domenico Fargnoli

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Un tifoso protegge  e salva un bambino

I fatti avvenuti a Piazza S. Carlo a Torino pongono un problema specifico: il terrorismo e le reazioni che determina sono un fenomeno collettivo. Il termine “psicosi collettiva”, utilizzato in questi giorni nei media e dai giornali non è però assolutamente idoneo a chiarire quanto accaduto.Alla fine dell’Ottocento Gustave Le Bon, autore preferito da Freud, Mussolini e Hitler scrisse che l’individuo nella folla non è più se stesso ma un automa in condizioni simili a quella dell’ipnotizzato. La folla, intrinsecamente psicotica e delinquente, amplificherebbe , diceva l’autore francese, enormemente la suggestionabilità, il contagio delle idee e dei sentimenti. Non possiamo escludere che a Torino qualcuno abbia interpretato in modo delirante un accadimento   occasionale (da quello che si evince dalle ultime notizie non si sa neppure di quale natura possa essere stato) ed abbia contagiato tutta la piazza: l’ evento fortuito potrebbe aver rivelato un contenuto latente, lo smarrimento probabilmente presente nella mente di qualcuno fra i tifosi. Oppure più semplicemente ciò che ha innescato la fuga generalizzata è stata un’illusione imprecisata da cui è scaturita una reazione scomposta, senza un  chiaro significato patologico. Gli attentatori dell’Isis cercano di agire sul vissuto collettivo e sui punti di vulnerabilità che esso presenta nelle nostre società e nella nostra cultura. Anche a Parigi i terroristi del Bataclan inizialmente presero di mira lo stadio. Ci si chiede allora: le folle degli stadi sono davvero quelle descritte da Le Bon e Scipio Sighele , da Freud caratterizzate in toto dalla  perdita dell’identità profonda e della certezza dell’essere dell’individuo? Scriveva Gustave Le Bon

<< Nell’anima collettiva le attitudini intellettuali degli uomini e di conseguenza le loro individualità si annullano>>.

Il calcio è un gioco spettacolare piacevole a vedersi e a praticare. Troppo spesso le partite più che occasioni di relax e divertimento diventano situazioni che scatenano la regressione e la violenza che però interessa un numero limitato di individui facinorosi e non la moltitudine nel suo complesso che ne subisce le conseguenze. Non esiste “un’anima della folla” che predispone alla barbarie e ad azioni inconsulte, la moltitudine non ha caratteristiche “naturalmente “psicotiche.

Muhamad Guyele il soccorritore del bambino schiacciato dalla folla

 

A Torino la tragedia non è stata un fenomeno di pazzia generalizzata ma è scaturita da norme elementari di sicurezza pubblica non rispettate e da un’ organizzazione dell’evento che non ha tenuto in debita considerazione le caratteristiche di Piazza S. Carlo e non ha valutato l’idoneità del luogo ad accogliere quel particolare pubblico. La reazione di panico non era “senza motivo” completamente assurda come le reazioni degli schizofrenici, in quanto ben tre attacchi terroristici si erano succeduti nei giorni precedenti e tutti gli assembramenti di molte persone sono oggi considerati oggettivamente dei possibili obiettivi di azioni terroristiche imprevedibili e che possono colpire ovunque. E’ di queste ore la notizia  che uno degli attentatori al London Bridge aveva la nazionalità italiana ed era venuto spesso a Bologna in visita alla madre. Il pericolo non è solo il fantasma  creato da una mente malata ma è veramente fra noi, talora più vicino di quanto siamo propensi a credere.

 

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/06/07/news/la_mamma_del_killer_di_londra_ha_fatto_una_cosa_atroce_chiedo_perdono_ai_familiari_delle_vittime_-167469503/

 

Figlia di Raffaele Collina, partigiano insignito del “certificato al patriota”, Valeria, madre di uno dei terroristi, 68 anni, è stata hippy, poi buddista e infine, dopo aver conosciuto il marito, mussulmana. Un percorso “di consapevolezza”. (?!) Ciò che stupisce è l’apparente normalità, le affermazioni condivisibili della donna. Il passaggio al l’Islam dal buddismo è comunque prendere l’ascensore verso la trascendenza: avrà anche studiato ma qualcosa di strano è accaduto in quell’occasione. Nell’intervista peraltro non compaiono segni di complicità ideologica con il figlio: anzi lei collabora con la Digos per fermarlo.. Se c’è stato un problema esso è intercorso ad un livello non cosciente.

Sembra però che il percorso di vita della donna sia stato segnato dal teatro di Grotowsky   cui ella partecipò. in gioventù come “teatrante”. Grotowsky subì l’influenza di Antonin Artaud e quindi più o meno direttamente del surrealismo. Teatro, il più puro e duro del mondo, non solo come rappresentazione scenica ma come ricerca di un’identità umana.

<<Valeria era una vera “teatrante”, come allora si diceva e si faceva. Seria e profonda, rigorosissima nella ricerca, nel traininig fisico e filosofico quotidiano di quel teatro che era, assai più che arte del recitare, disciplina di vita e pensiero: il teatro severo e liturgico di Eugenio Barba e di Jerzy Grotowsky, che Valeria praticava con zelo monacale. Una monaca laica e atea in pantaloni di tela larga e maglie casuali, potente e agile e solenne nei gesti, attenta e calma e gentile nelle parole.>> ( testimonianza di Ugo Tognolini)

La religiosità più o meno latente sotto un apparente ateismo irrompe a un certo punto  e il rapporto con un uomo da cui ebbe quel figlio autore della strage  a Londra,  la porta ad aderire all’Islam. Si separa dal marito che la picchiava e le imponeva in casa altre donne: per questo una volta   è rimasta 40 giorni in ospedale. Un episodio che ha sfiorato il femminicidio.

Ecco la freudiana di turno con le solite teorie fritte e rifritte che mirano a terrorizzare: le folle sono mandrie

di Anna Maria Giannini (Psicologa e psicoterapeuta)

Torino, l’origine psicologica della fuga: quando l’essere massa fa regredire l’individuo

 

A Torino, in piazza San Carlo, un falso allarme sulla presenza di un ordigno e il cedimento di una ringhiera hanno generato la sera una serie di reazioni di fuga con conseguenze gravissime. La Procura, che all’inizio indagava per procurato allarme, ora procede per ricostruire la dinamica dell’accaduto senza indagati ma con le ipotesi di lesioni plurime e omissione. La Psicologia ha studiato le reazioni complesse delle folle e ha messo in evidenza come emozioni negative, ma anche positive, siano amplificate nelle condizioni di presenza di molti individuiall’interno dello stesso spazio. Sono note le reazioni di contagio e l’attenuazione della responsabilità nella massa: quando si è in gruppo ci si abbandona a comportamenti che in solitudine non troverebbero luogo, ed esempi evidenti sono gli episodi di aggressività delle tifoserie oppure le aggressioni dei cosiddetti “branchi”.

La folla dunque, come già scriveva Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’io, genera comportamenti peculiari: le emozioni emergono, il Super-io – riferimento alle norme alle regole – si indebolisce, l’individuo si lascia andare in modo regressivo. Quando ci si trova in una moltitudine può comparire la cosiddetta“deindividuazione”: si abdica cioè al senso di responsabilità e di etica per cedere a condotte collettive anche aggressive e violente, condotte che poco appartengono all’individuo quando non si trova mascherato nella folla.

Il fenomeno del panico collettivo è noto per essere un tipo di reazione che riguarda la percezione di rischio, in grado di trasmettere e generare reazioni scomposte e molto pericolose. A Torino, con tutta evidenza, la percezione di un rischio interpretato come possibile attacco terroristico e minaccia alla vita ha messo in moto primordiali tipologie di risposta: dinamiche quasi istintuali e legate alla sopravvivenza che fanno si che si abbandoni ogni ricorso alla logica, alla razionalità, alla possibilità di compiere una lucida analisi di quanto sta accadendo.

La paura, del resto, è una emozione negativa molto forte e ad alto potenziale di contagio: lo sa bene il Personale di bordo di aerei e navi che, in presenza di un problema, ricorre a procedure estremamente codificate per evitare che si sparga il panico, complessificando la situazione. Quando compare la paura – o ancora di più il panico – in uno spazio affollato, le persone tendono a imitare le azioni di chi hanno vicino e dunque, per esempio, a correre nella stessa direzione. In Psicologia sociale sono stati effettuati diversi esperimenti sui comportamenti di imitazione e i risultati evidenziano chiaramente la tendenza a imitare gli altri soprattutto in condizioni di ambiguità o di incertezza. Così, i cosiddetti “effetto mandria” o l”onda” si generano per imitazione e del tutto ad di fuori della possibilità di analisi critica.

La paura può paralizzare, può generare blocchi, attenua o estingue il ricorso al giudizio e provoca azioni immediate, non necessariamente finalizzate in modo costruttivo. Dunque il correre in direzioni improvvisate, calpestando chi si frappone sulla via della fuga, sono possibili conseguenze del panico e dell’assenza di indicazioni utili e chiare che potrebbero evitare le conseguenze di cui sopra. Anche per questi motivi evitare la presenza di oggetti pericolosi nei luoghi affollati è fondamentale: a Torino la presenza di bottiglie di vetro ha creato conseguenze serie.

Attualmente la comparsa del cosiddetto “panico o psicosi collettiva” sono facilitati dai nuovi fenomeni terroristici, caratterizzati da tratti particolari, non ultimo il fatto che si possa essere attaccati ovunque, in qualsiasi modo e con mezzi di ogni tipo. Di fatto, per quanto le persone cerchino di condurre una vita normale e non farsi condizionare, il timore strisciante di essere colpiti resta sullo sfondo e basta poco a trasformare il timore inpaura ed esasperarlo in vero e proprio panico o terrore. Del resto, le notizie che giungono attraverso i media destano un continuo senso di instabilità e il minimo indizio di rischio può dare luogo ad esiti straordinariamente drammatici.

Particolarmente importante, in questo contesto, è proteggere i più piccoli. I bambini che hanno assistito alle scene terribili di Torino ne hanno certamente riportato un senso di instabilità,sperimentando una crisi delle certezze cui avevano fatto riferimento. A fronte di ciò, è essenziale che gli adulti si adoperino con strategie opportune di rassicurazione e di sostegno,proprio a evitare che i piccoli sviluppino fobie della folla e degli spazi affollati, al punto da avere seri problemi a frequentarli.

 

Chi non ode le voci può curare la psicosi?

Da una parte la psicofarmacologia selvaggia dall’altra personaggi come Rai. Che dire? Che cosa ne pensa il pubblico?

La diagnosi non può essere fatta su una base puramente sintomatologica soprattutto se si tratta di schizofrenia. L’altro lato della medaglia è che soggetti pressoché asintomatici o paucisintomatici ( sintomi spesso aspecifici) possono essere affetti da una psicosi latente molto grave. E’ la tesi che io sviluppo in un mio articolo che verrà pubblicato nel prossimo numero di LEFT (3 Giugno) dal titolo L’ORIGINE DEL TERRORE.


Clamoroso esempio di Sindrome di Giovanna d’Arco: dallo stigma al carisma

Rai Waddingham

I hear voices, see visions and work internationally to create better support for those in distress. See: http://www.behindthelabel.co.uk

May 8

Don’t Pity Me: Psychosis Gave Me Mad Skills

As everyone who watched BBC Horizon’s recent documentary ‘Why Did I Go Mad?’ can attest, I’ve struggled with some pretty intense things: hearing voices, seeing visions, paranoia and the legacy of childhood trauma. Despite spending much of my early twenties in hospital, doped up to the eyeballs with strong medication, pity really is the last thing I need. OK, so I still hear voices that tell me to do some pretty horrible things. Yes, I still have times when I need to withdraw from the world and hide underneath a blanket. I know that I still have lots of work to do until I take my place as some kind of chilled out guru able to sit, cross-legged on a mountain, dispensing vague and irritating wisdom to young travellers navigating their own journey through psychosis.

Despite all of the challenges inherent in living this life, you might be surprised to hear that I’m neither a tragic victim of illness nor a heroic ambassador of hope. I’m just someone who’s trying to find a way to life a meaningful life. I want to use the things life has thrown at me, things I never asked for, and put them to some use. Every time someone pities me, or tweets about me as if I’m a helpless victim, they miss the point. I, like many survivors, am made of strong stuff.
I’m not trying to romanticise or glamorise madness. It was hell. Yet psychosis and the years I spent in the mental health system gave me some very difficult and unwanted gifts. Whilst they were lined with more trauma and pain than anyone should have to bear, I have begun to fashion them into something I can feel proud of. At the risk of sounding glib, I have some seriously ‘mad’ skills.

Not convinced? Let me take you on a tour.

1. I don’t bore easily.

Having spent years literally staring at the clock in a psychiatric unit, I’m no stranger to boredom. Nowadays, though, it just doesn’t bother me in the way it once did. My hospital years were punctuated by terrifying visions, violent voices and such paranoia that I thought the hospital staff were part of a conspiracy to experiment on me. Pretty exciting, yes — but it was also torture. I tried to kill myself many times, not believing there was any other way out. Worse than this, whilst the medication successfully quashed many of my experiences — it also silenced me. I spent years in a zombie-like state, devoid of the full range of everyday emotions. Knowing this part of my story, perhaps it’s easier to understand why I relish every single breath that I take. Without the psychological blanket of medication dulling my senses, I experience my world in HD. Joy, pain, sadness, regret, hope, curiosity, love, fear — these feelings are a breath of fresh air. Since losing good friends and allies to suicide, I made a commitment to live my life fully. I’ve learnt that you can never know when your last conversation with someone will be. I try not to leave things unsaid, or experiences unexplored. Boredom just isn’t an option right now. I’m too busy living.

2. I have an unnerving ability to focus

Joel, my husband, has been freaked out by my uncanny ability to tune out the rest of the world when I’m concentrating on work. He’s used to literally having to close my laptop or put his hand in front of my face in order to point out the mug of coffee he has lovingly placed on my desk to help fuel my study session. As annoying as it can be for him, this ability to get absorbed in tasks has some upsides. I can share offices with noisy people, work in busy coffee shops and tune out crying babies on the train. I can switch off my body too. This means I can work long hours, skips meals and not use the bathroom when I’m working to a tight deadline. I don’t lose concentration easily, and my body is able to put itself to the side for a while in order to let me finish. I’m not an android. I can’t carry this on indefinitely (and if I tried, there’d definitely be some unfortunate consequences). Yet, coupled with the determination of someone who once believed that they had no future and would never work again, my work ethic is a great strength. I just need to remember to have some down time too.

3. I’m a good person to know if the world does turn out to be a simulation.

Remember the bit in the Matrix where Neo realises that his world was just a simulation and that he was actually rigged up to the machine? He was pretty freaked out, right? The weird thing is that, having lived one life that I’ve already been told isn’t real, I’m uniquely qualified to deal with Matrix-like scenarios. I love this world. I love people in this world. But, if I wake up tomorrow and find out it isn’t real I wouldn’t be completely surprised. The question mark that resides in my head when it comes to the status of reality has evolved into an ability to be think flexibly about things, adjusting to changing situations without grieving the way things were. Aside from being a useful survival strategy, it helps me travel to different parts of the world to train and work with others. I’m a pragmatist. I work with what I’ve got, but don’t ever let myself believe that it’s the whole of the story. Even when I have strong opinions, I can simultaneously acknowledge multiple other points of view that might have equal validity. It’s the kind of skill that can be intensely irritating or confusing to some, but it’s just the way I roll. Oh, and I’d probably be a useful person to know in the eventual apocalypse (provided you had some practical skills to go alongside my mad ones).

4. I can multi-task like a super-charged swiss army knife

One impact of my traumatic life experiences is that I am multiple. My identity quite literally fragmented, and some of my voices are parts of my self that I experience as wholly separate. As difficult as this has been, it comes with some useful side effects. Some of my parts have particular skillsets that, when I’m able to connect with them, mean that I have confusing and contradictory traits and abilities. I’m an introverted, extroverted, creative, geeky, organised, scatty, confident, shy, uncertain, empowered, rebellious and polite person. I’m as at home poring over code as I am speaking in front of hundreds. Whilst this once left me unsure of my identity or place I the world, it’s now an asset. Delving deep into my history and working it through has helped me to develop the ability to ground and centre myself. I’m pretty sorted for a so-called mad person.

5. My fear-o-meter is set pretty high. My voices are scarier than the people in my life

The thing about hearing voices that say some frankly horrendous things is that I’ve had to become quite sure of who I am, what I think and how I want to live in this world. Not only does this mean that I’m less prone to peer pressure, I’m also pretty good at handling conflict and difficult situations. I’ve learnt, through the Hearing Voices Movement, to relate to my voices with a firm kind of compassion. I listen to what the voices are saying (when I feel solid enough to do so) and try to remain curious about possible stories hidden beneath the words themselves. There is always a context, even when people do terrible things. From working in prisons, to dealing with organisational politics or the occasional social media troll — I want to extend my curiosity to those stories I find most difficult to hear. Of course, I don’t always manage it. I’m not perfect. But it’s a guiding principle I try to shape my life by. This isn’t about being meek or placating those who perpetrate violence. It’s a strong position of being both interested in someone’s journey and recognising that some actions really aren’t OK.

6. I can be a social butterfly (as well as a wallflower).

Frequenting acute mental health units, a string of day centres, and peer support groups has equipped me with the ability to get on with a wide range of people. Attending the weekly ‘ward rounds’ had interesting side benefits too. This extremely uncomfortable ritual, where the doctor basically interviews you in front of a host of other clinicians, almost immunised me against unusual social situations. After years of this dance I realised that it was much more terrifying than real-world social engagements. I still carry a sense of my own awkwardness with me wherever I go, and I still worry about taking up valuable space in other people’s lives, yet I am skilled at putting that to the side and doing the social thing anyway. My acute sensitivity can be both a burden and an asset in these situations. I easily pick up on others’ emotions and often find myself hearing the stories of those in the room that are having a hard time. Whilst I can easily get on with people, socialising can still be very draining and I often crave some time alone. Spending a day on the sofa after being so social is one of the best ways I’ve found of balancing these two ways of being in the world. Connected and separate.

7. I use my experiences to connect with others in distress.

I’m in the rather unusual position of explicitly using my lived experience of distress, psychosis, trauma, hospitalisation and survival to work with others who are in crisis. From developing projects for young people who hear voices to working as an Open Dialogue practitioner in the NHS in Kent, I’ve developed self-disclosure into an art form. Having personal experience of so many different things — lows, highs, paranoia, shame, self harm, eating distress, obsessive thoughts, voices, unusual beliefs, visions, fear, trauma, dissociation, loss, diagnosis — means I can usually find a bridge between my own experience and the experience of the person I’m working with. The varied, and sometimes contradictory beliefs I hold about these experiences help me relate to multiple positions. Rather than cloud my view, they enable me to see the complexity of human experience that can easily get missed. Perhaps more importantly, people often say that this mix of personal and professional experience helps foster a sense of hope. Done well, this sharing can feel very connective. Done badly it can be impositional. Fortunately I’ve had so many experiences of being imposed upon in mental health services that I’m super-sensitive to this possibility in my own work. I’m not perfect, but again — my experience of madness and hospitalisation has sensitised me in ways that are extremely useful.

8. I want to change the world.

Having seen, first hand, the way in which people are treated when they have been classed as ‘mad’ — I am committed to fighting for change. I do this by working inside mental health systems, training practitioners, campaigning, writing articles, hosting conferences, talking about my experiences and promoting more human of relating to those of us in severe distress. If I hadn’t have gone mad, I’d have probably been a philosopher. I could have imagined myself wandering in and out of the class, barely talking to students or acknowledging their existence. I might have been self-absorbed — withdrawing from the world because I didn’t understand it. Now, whilst I’ve had to look inwards to find myself, I realise that I’m a small part of a movement that’s moving towards change. I have a place in the world and I’m doing my best to use it wisely.

The punchline.

As I mentioned before, my life is not without its difficulties. I still struggle sometimes, and I’ve still got lots of things to work through. I have flaws — I can be grumpy, I don’t do enough of the housework and have been known to secretly zone out when my husband talks about rocks. But I’m human — and part of being human is finding ways of dealing with the shit we go through. I’m incredibly lucky to have a family who love me, good friends, allies and a husband who stuck with me even when I was struggling to cope with the after effects of withdrawing from medication. I’ve had people who have believed in me, even before I was able to believe in myself. I am able to see the positives in my experiences precisely because of this privilege. I am no better than any other person on the planet. We’ve each had stuff we’ve struggled with, and we’ve each found a myriad of ways of adapting to this in order to survive. Some of us have had to make bigger adaptations than others, but the same rules apply. I hope that next time you hear a story that provokes in you a sense of pity, that you’ll remember this post and wonder what amazing shapes that person has had to form in order to keep breathing. We all have strength, but sometimes we need someone outside of ourselves to be willing to see it

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