Storia della rivista Il sogno della farfalla

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La storia è l’unico oggetto del desiderio che non ci delude mai (MassimoFagioli)

 

E’ giusto che questa storia, per certi aspetti incredibile, l’abbiano raccontata altri. Se lo avessi fatto io probabilmente non sarei stato creduto. La verità sull’origine  è oltre il mito dell’origine. I miti crollano  se qualcuno si oppone a chi li ha proposti, la verità prima o poi qualcuno la scopre e la racconta.

Molti non sanno che il colore rosso della copertina della prima rivista era un rosso “Ferrari” del modello testa rossa. Testa rossa a significare la fusione fra la vitalità e l’intelligenza. La striscia blu era la teoria della nascita di Fagioli senza la quale, disse lui, la rivista non sarebbe potuta riuscire. 25 anni portati bene: Il sogno della farfalla costituisce un riferimento imprescindibile per la ricerca sulla realtà umana.

Genesi della psichiatria

 

La conoscenza della psichiatria richiede un approccio storico che a sua volta è frutto di un rigore metodologico. Quando questi due elementi mancano facilmente ricadiamo nell’ideologia, nell’illustrazione di idee precostituite, se non addirittura nell’agiografia. Lo storico della psichiatria Jacques Postel ha ripercorso le vicende della genesi della psichiatria fra settecento e ottocento  ed ed ha constatato che  essa è infarcita di elementi mitici che qualcuno, nell’entourage di  Philippe Pinel aveva tutto l’interesse di alimentare. Pinel fu relegato  dal figlio Scipio  ( che a tal uopo confezionò addirittura uno scritto apocrifo) ma soprattutto da  Jean Dominique Esquirol,

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suo principale allievo e sedicente continuatore, nel ruolo di filantropo e liberatore dei furiosi dalle catene medioevali. Veniva così occultata l’innovazione  di Pinel che era quella di applicare il metodo dell’osservazione medico-scientifica  all’inquadramento nosografico della malattia mentale. Già in Inghilterra, in quel periodo storico di fine settecento, William Tuke aveva tolto i ferri ai “lunatici” ma non era un medico ma semplicemente un filantropo religioso e un uomo compassionevole. Il medico francese, discepolo di Condillac,  invece era metodico nel suo atteggiamento analitico e devoto alla scienza dell’osservazione che doveva essere la clinica medica e la nosografia, l’ambito naturale del suo riferimento. << E’ come nosografo e clinico che Pinel è stato senza dubbio all’origine di un atteggiamento assolutamente nuovo di fronte alla follia>> ( Jacques Postel 1998)  Con il folle si poteva entrare in rapporto e comunicare: lo smarrimento della ragione appariva solo momentaneo e parziale. Se l’atteggiamento poteva apparire assolutamente nuovo lo sforzo nosografico era destinato al fallimento anche se veniva rifiutata l’idea di un’organogenesi cerebrale diretta: esso mancava di una base psicopatologica solida. Emergeva una potenzialità di cambiamento rispetto alle concezioni del passato, legata anche al fatto che la mania veniva ritenuta suscettibile di guarire, potenzialità che subito abortiva.  Jacques Postel dice che << Il messaggio che ci comunica la prima edizione del “Trattato medico filosofico” è  veramente rivoluzionaria>> Potrebbe trattarsi di un giudizio esageratamente ottimista  (il suo) perchè le capacità di recupero del paziente sono legate dallo storico francese al residuo di razionalità e non all’assetto non cosciente. Pinel rappresenta un passaggio chiave da  una <<(…)  concezione kantiana della pazzia come  l’Altro dalla ragione a una concezione hegeliana della pazzia intesa come uno smarrimento mentale, una pura contraddizione interna ad una ragione che ancora esiste>> (Laure Murat 2014. Trad. Domenico Fargnoli)

Che  la razionalità, comunque la si voglia intendere e qualunque funzione le si voglia attribuire, sia la base della cura è anch’esso un mito. Nel 1794 Pinel scriveva, certo non casualmente, che il trattamento richiede “un formidabile spettacolo di terrore”(Postel 1998. p.245) deve agire cioè sulle “passioni” non sul ragionamento“ Il ripristino della razionalità sarebbe possibile solo intervenendo su un qualcosa che non è la razionalità stessa ma solo un fattore capace di perturbarla.

Alcune pagine di Jacques Postel chiariscono la sua concezione della storia e la sua metodologia di analisi.

<<  Si dovrebbe così evitare aspetti classici nella storia delle scienze e delle idee: innanzitutto quello della ricerca sempre mitica delle origini. Si risale attraverso una lettura anacronistica che vuol essere erudita alla scoperta dei precursori che hanno per la prima volta descritto una malattia , un trattamento, un’eziologia, fieri di cogliere la prima osservazione senza prendersi la pena di contestualizzarla e di rendersi conto che la nostra lettura attuale di questa osservazione è inevitabilmente parziale.( Jacques Postel 1998- Traduz. Domenico Fargnoli)>>

Naturalmente queste parole di Postel hanno dei limiti perché presuppongono che la ricostruzione dell’origine sia sempre un mito: noi oggi sappiamo che non è così. Ciascuno di noi può ricreare la propria nascita e nella misura in cui ci riesce veramente combatterà sempre il mito e l’ideologia. Il mito dell’origine è la negazione della nascita  qualunque sia il contesto che analizziamo.

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Jacques Postel storico e psichiatra francese

 

Ma l’origine, la nascita non è una fantasticheria condivisa da molti  ma la realtà più profonda dell’essere umano che segna l’inizio della sua vita psichica. Il decostruzionismo francese in cui sembra rientrare l’opera di Postel rivela la sua matrice heideggeriana. Infatti scrive lo psichiatra

<< Ritorniamo innanzitutto all’origine, al fantasma originale, a quella che si potrete chiamare la scena primitiva perché il mito rimanda frequentemente al tempo primordiale  al tempo mitico che è una pura costruzione dell’immaginario. Ma ci dobbiamo rendere conto che il tempo primordiale è prima di tutto un fantasma, una finzione individuale che per un’operazione di inversione completa, si trasforma in un mito>> ( Jacques Postel 1998- Trad. Domenico Fargnoli)

Qui c’è anche un chiaro riferimento all’opera J.B Pontalis  e Jean Laplanche ” Fantasma originario, fantasmi delle origini, origini del fantasma”(1988).

Bertrand Pontalis

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Jean Laplanche

Come affermano i due autori francesi il fantasma originario sarebbe condizionato dalla universalità del complesso edipico. È questa idea aprioristica che Postel utilizza nella sua analisi della genesi della psichiatria.
Come esiste però  la nascita individuale, che non ha niente a che fare con l’Edipo e le identificazioni, esiste anche la “nascita” storica cioè l’emergere di contenuti mentali e pratiche anche  mediche mai prima esistite: la civiltà umana non è solo un’interminabile coazione a ripetere.
Pinel è caduto nella mitologia e non è sopravvissuto alla trappola parricida di Esquirol,  perché a parte la sua intenzione, condivisibile ma velleitaria,  di studiare scientificamente la malattia mentale, non ha fondato veramente  la psichiatria rimanendo attaccato a  presupposti razionalistici  e illuministici, l’empirismo sensualista di Condillac e il materialismo cerebrale di George Cabanis .

I suoi ideali moderatamente rivoluzionari hanno facilmente colluso con quelli  della restaurazione che  si armonizzavano con il trattamento morale, un metodo di cura autoritario e disumanizzante il cui strumento principale sarà l’isolamento e il manicomio. D’altro parte il patriottismo di Pinel ben si accorda con un interpretazione della realtà asilare come un modello di giacobinismo centralizzato nel quale i pazienti sono governati e l’ordine viene mantenuto da un apparato poliziesco a capo del quale  c’è un singolo uomo che detiene tutto il potere.

“ (…)violence as part of a policy of useful, necessary virtue, that is to say as all at once attribute, method, and system of government) in fact is perfectly suited to the ambivalence of the birth of psychiatry, of its structure and ideological options (Laure Murat 2014).   Il terrore senza la virtù sarebbe deleterio affermò Robespierre.

Del metodo  di cura basato sull’autoritarismo e sull’effrazione psicologica attraverso il terrore della volontà del paziente Pinel fu un precursore e un fondatore contrariamente a quanto sostenuto da Jacques Postel.

Quest’ultimo ricade nell’ambito della sua stessa critica ideologica e demitizzante in quanto ripropone, nella sua opera , non solo  interessanti documenti inediti ma insieme idee  precostituite nell’ analisi della genesi della psichiatria, come per es. il complesso  edipico. Il mestiere di uno psichiatra che voglia effettuare anche ricostruzioni storiche  è  davvero difficile.

Cappella di Charenton

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Panopticum benthamiano a Siena

 

L’origine del terrore testo integrale pubblicato su Left.it

https://left.it/2017/06/03/lorigine-del-terrore/

Piazza S.Carlo e la psicosi collettiva

Domenico Fargnoli

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Un tifoso protegge  e salva un bambino

I fatti avvenuti a Piazza S. Carlo a Torino pongono un problema specifico: il terrorismo e le reazioni che determina sono un fenomeno collettivo. Il termine “psicosi collettiva”, utilizzato in questi giorni nei media e dai giornali non è però assolutamente idoneo a chiarire quanto accaduto.Alla fine dell’Ottocento Gustave Le Bon, autore preferito da Freud, Mussolini e Hitler scrisse che l’individuo nella folla non è più se stesso ma un automa in condizioni simili a quella dell’ipnotizzato. La folla, intrinsecamente psicotica e delinquente, amplificherebbe , diceva l’autore francese, enormemente la suggestionabilità, il contagio delle idee e dei sentimenti. Non possiamo escludere che a Torino qualcuno abbia interpretato in modo delirante un accadimento   occasionale (da quello che si evince dalle ultime notizie non si sa neppure di quale natura possa essere stato) ed abbia contagiato tutta la piazza: l’ evento fortuito potrebbe aver rivelato un contenuto latente, lo smarrimento probabilmente presente nella mente di qualcuno fra i tifosi. Oppure più semplicemente ciò che ha innescato la fuga generalizzata è stata un’illusione imprecisata da cui è scaturita una reazione scomposta, senza un  chiaro significato patologico. Gli attentatori dell’Isis cercano di agire sul vissuto collettivo e sui punti di vulnerabilità che esso presenta nelle nostre società e nella nostra cultura. Anche a Parigi i terroristi del Bataclan inizialmente presero di mira lo stadio. Ci si chiede allora: le folle degli stadi sono davvero quelle descritte da Le Bon e Scipio Sighele , da Freud caratterizzate in toto dalla  perdita dell’identità profonda e della certezza dell’essere dell’individuo? Scriveva Gustave Le Bon

<< Nell’anima collettiva le attitudini intellettuali degli uomini e di conseguenza le loro individualità si annullano>>.

Il calcio è un gioco spettacolare piacevole a vedersi e a praticare. Troppo spesso le partite più che occasioni di relax e divertimento diventano situazioni che scatenano la regressione e la violenza che però interessa un numero limitato di individui facinorosi e non la moltitudine nel suo complesso che ne subisce le conseguenze. Non esiste “un’anima della folla” che predispone alla barbarie e ad azioni inconsulte, la moltitudine non ha caratteristiche “naturalmente “psicotiche.

Muhamad Guyele il soccorritore del bambino schiacciato dalla folla

 

A Torino la tragedia non è stata un fenomeno di pazzia generalizzata ma è scaturita da norme elementari di sicurezza pubblica non rispettate e da un’ organizzazione dell’evento che non ha tenuto in debita considerazione le caratteristiche di Piazza S. Carlo e non ha valutato l’idoneità del luogo ad accogliere quel particolare pubblico. La reazione di panico non era “senza motivo” completamente assurda come le reazioni degli schizofrenici, in quanto ben tre attacchi terroristici si erano succeduti nei giorni precedenti e tutti gli assembramenti di molte persone sono oggi considerati oggettivamente dei possibili obiettivi di azioni terroristiche imprevedibili e che possono colpire ovunque. E’ di queste ore la notizia  che uno degli attentatori al London Bridge aveva la nazionalità italiana ed era venuto spesso a Bologna in visita alla madre. Il pericolo non è solo il fantasma  creato da una mente malata ma è veramente fra noi, talora più vicino di quanto siamo propensi a credere.

 

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/06/07/news/la_mamma_del_killer_di_londra_ha_fatto_una_cosa_atroce_chiedo_perdono_ai_familiari_delle_vittime_-167469503/

 

Figlia di Raffaele Collina, partigiano insignito del “certificato al patriota”, Valeria, madre di uno dei terroristi, 68 anni, è stata hippy, poi buddista e infine, dopo aver conosciuto il marito, mussulmana. Un percorso “di consapevolezza”. (?!) Ciò che stupisce è l’apparente normalità, le affermazioni condivisibili della donna. Il passaggio al l’Islam dal buddismo è comunque prendere l’ascensore verso la trascendenza: avrà anche studiato ma qualcosa di strano è accaduto in quell’occasione. Nell’intervista peraltro non compaiono segni di complicità ideologica con il figlio: anzi lei collabora con la Digos per fermarlo.. Se c’è stato un problema esso è intercorso ad un livello non cosciente.

Sembra però che il percorso di vita della donna sia stato segnato dal teatro di Grotowsky   cui ella partecipò. in gioventù come “teatrante”. Grotowsky subì l’influenza di Antonin Artaud e quindi più o meno direttamente del surrealismo. Teatro, il più puro e duro del mondo, non solo come rappresentazione scenica ma come ricerca di un’identità umana.

<<Valeria era una vera “teatrante”, come allora si diceva e si faceva. Seria e profonda, rigorosissima nella ricerca, nel traininig fisico e filosofico quotidiano di quel teatro che era, assai più che arte del recitare, disciplina di vita e pensiero: il teatro severo e liturgico di Eugenio Barba e di Jerzy Grotowsky, che Valeria praticava con zelo monacale. Una monaca laica e atea in pantaloni di tela larga e maglie casuali, potente e agile e solenne nei gesti, attenta e calma e gentile nelle parole.>> ( testimonianza di Ugo Tognolini)

La religiosità più o meno latente sotto un apparente ateismo irrompe a un certo punto  e il rapporto con un uomo da cui ebbe quel figlio autore della strage  a Londra,  la porta ad aderire all’Islam. Si separa dal marito che la picchiava e le imponeva in casa altre donne: per questo una volta   è rimasta 40 giorni in ospedale. Un episodio che ha sfiorato il femminicidio.

Ecco la freudiana di turno con le solite teorie fritte e rifritte che mirano a terrorizzare: le folle sono mandrie

di Anna Maria Giannini (Psicologa e psicoterapeuta)

Torino, l’origine psicologica della fuga: quando l’essere massa fa regredire l’individuo

 

A Torino, in piazza San Carlo, un falso allarme sulla presenza di un ordigno e il cedimento di una ringhiera hanno generato la sera una serie di reazioni di fuga con conseguenze gravissime. La Procura, che all’inizio indagava per procurato allarme, ora procede per ricostruire la dinamica dell’accaduto senza indagati ma con le ipotesi di lesioni plurime e omissione. La Psicologia ha studiato le reazioni complesse delle folle e ha messo in evidenza come emozioni negative, ma anche positive, siano amplificate nelle condizioni di presenza di molti individuiall’interno dello stesso spazio. Sono note le reazioni di contagio e l’attenuazione della responsabilità nella massa: quando si è in gruppo ci si abbandona a comportamenti che in solitudine non troverebbero luogo, ed esempi evidenti sono gli episodi di aggressività delle tifoserie oppure le aggressioni dei cosiddetti “branchi”.

La folla dunque, come già scriveva Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’io, genera comportamenti peculiari: le emozioni emergono, il Super-io – riferimento alle norme alle regole – si indebolisce, l’individuo si lascia andare in modo regressivo. Quando ci si trova in una moltitudine può comparire la cosiddetta“deindividuazione”: si abdica cioè al senso di responsabilità e di etica per cedere a condotte collettive anche aggressive e violente, condotte che poco appartengono all’individuo quando non si trova mascherato nella folla.

Il fenomeno del panico collettivo è noto per essere un tipo di reazione che riguarda la percezione di rischio, in grado di trasmettere e generare reazioni scomposte e molto pericolose. A Torino, con tutta evidenza, la percezione di un rischio interpretato come possibile attacco terroristico e minaccia alla vita ha messo in moto primordiali tipologie di risposta: dinamiche quasi istintuali e legate alla sopravvivenza che fanno si che si abbandoni ogni ricorso alla logica, alla razionalità, alla possibilità di compiere una lucida analisi di quanto sta accadendo.

La paura, del resto, è una emozione negativa molto forte e ad alto potenziale di contagio: lo sa bene il Personale di bordo di aerei e navi che, in presenza di un problema, ricorre a procedure estremamente codificate per evitare che si sparga il panico, complessificando la situazione. Quando compare la paura – o ancora di più il panico – in uno spazio affollato, le persone tendono a imitare le azioni di chi hanno vicino e dunque, per esempio, a correre nella stessa direzione. In Psicologia sociale sono stati effettuati diversi esperimenti sui comportamenti di imitazione e i risultati evidenziano chiaramente la tendenza a imitare gli altri soprattutto in condizioni di ambiguità o di incertezza. Così, i cosiddetti “effetto mandria” o l”onda” si generano per imitazione e del tutto ad di fuori della possibilità di analisi critica.

La paura può paralizzare, può generare blocchi, attenua o estingue il ricorso al giudizio e provoca azioni immediate, non necessariamente finalizzate in modo costruttivo. Dunque il correre in direzioni improvvisate, calpestando chi si frappone sulla via della fuga, sono possibili conseguenze del panico e dell’assenza di indicazioni utili e chiare che potrebbero evitare le conseguenze di cui sopra. Anche per questi motivi evitare la presenza di oggetti pericolosi nei luoghi affollati è fondamentale: a Torino la presenza di bottiglie di vetro ha creato conseguenze serie.

Attualmente la comparsa del cosiddetto “panico o psicosi collettiva” sono facilitati dai nuovi fenomeni terroristici, caratterizzati da tratti particolari, non ultimo il fatto che si possa essere attaccati ovunque, in qualsiasi modo e con mezzi di ogni tipo. Di fatto, per quanto le persone cerchino di condurre una vita normale e non farsi condizionare, il timore strisciante di essere colpiti resta sullo sfondo e basta poco a trasformare il timore inpaura ed esasperarlo in vero e proprio panico o terrore. Del resto, le notizie che giungono attraverso i media destano un continuo senso di instabilità e il minimo indizio di rischio può dare luogo ad esiti straordinariamente drammatici.

Particolarmente importante, in questo contesto, è proteggere i più piccoli. I bambini che hanno assistito alle scene terribili di Torino ne hanno certamente riportato un senso di instabilità,sperimentando una crisi delle certezze cui avevano fatto riferimento. A fronte di ciò, è essenziale che gli adulti si adoperino con strategie opportune di rassicurazione e di sostegno,proprio a evitare che i piccoli sviluppino fobie della folla e degli spazi affollati, al punto da avere seri problemi a frequentarli.

 

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