Pollock ed il movimento

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J.Pollock . Birth. 1942

 

di domenico fargnoli

<<Ed il pensare a Picasso, e la memoria di Pollock mi dissero che era “esigenza necessaria, necessità interna” perdere la coscienza per “vedere” e creare le parole che facendo il nome della realtà della nascita umana, la rendono esistente. Vennero così i termini pulsione-fantasia, memoria-fantasia ovvero i nomi dei due momenti che fanno l’identità umana>>1

Con queste parole, e con altre, presenti nella sua rubrica di Left, che esprimono un contenuto analogo,  Massimo Fagioli propone un’intepretazione del percorso artistico di Pollock secondo il quale quest’ultimo sarebbe stato in grado di ricreare attraverso  la pittura e la linea fatta dalla mano dell’uomo,  i primi istanti della vita quando  nel venire alla luce  e nell’ immobilità del corpo emergono  tempo  e movimento interno per quel processo trasformativo che è la nascita umana. Alla nascita fa esplicito riferimento Pollock in suo dipinto del 1942 Birth  esposto nella prima mostra a cui ha partecipato  che insieme a Naked man, dello stesso  perdiodo è caratterizzato dalla fascinazione della figura dello sciamano. La superficie scabrosa del dipinto rimanda all’influenza della pittura di sabbia dei Navajo mentre la riconoscibilità di  alcuni elementi figurativi ricorderebbe  addirittura Les Damoiselles de Avignon  (1907) di  Picasso con cui Pollock comincia un lungo confronto a partire  da quel periodo. Fagioli vede nell’opera dello statunitense un’antinomia tragica  fra una capacità di ricreare i primi momenti dell’esistenza ed un impulso ad annientare se stesso e la propria libera espressione. La nascita può essere vista  allora come  il paradigma di un’esperienza radicale  durante   quale l’artista  è esposto ad un rischio mortale, quando abbandonata la coscienza nell’immediatezza del gesto creativo, recupera  i contenuti più profondi  della realtà psichica umana  nel tentativo di  dare un senso ed un valore  alla propria vita. Negli anni quaranta gli artisti dipingevano in uno stato d’animo di disperazione assoluta  cercando valori nuovi con i quali ovviare  al vuoto enorme che li circondava e nel quale erano immerse la cultura e le istituzioni: alcuni critici parlavano, in quella fase storica,  di un’ arte sull’orlo del baratro.  Per Pollock l’artista moderno <<(…) lavora per esprimere un mondo interiore,  in alti termini: esprime l’energia, il movimento ed altre forse interiori.>>2

Mente dipingeva   l’americano non aveva in mente alcuna immagine ma  quest’ultima nasceva nel corso della  realizzazione  dell’opera  come qualcosa di nuovo, senza alcun lavoro preparatorio di disegni, schizzi o stadi di colore.

La tecnica del dripping era una invenzione personale come  punto di arrivo  di ogni sorta di esperienze, di approfondimenti successivi  che  Pollock fece sulla pratica dell’automatismo surrealista   a partire da alcuni suggerimenti di Max Ernst: da lunghi bastoni che non toccavano la tela stesa per terra   colava colore liquido che veniva distribuito attraverso una gestualità che assomigliava ad una danza. Quando Pollock rinunciò a questa tecnica che si compenetrava perfettamente con la sua esigenza espressiva iniziò  il suo declino che si concluse, dopo un periodo di quasi totale blocco creativo, con un incidente stradale nel 1956, dovuto all’ebbrezza alcoolica Si trattò di un vero e proprio suicidio-omicidio nel quale perse la vita anche un altra persona, una donna  che viaggiava con  lui, mentre un’altra ancora sopravvisse risultando solo ferita.

L’intepretazione che Fagioli dà dell’opera di Pollock è pressochè contemporanea  alle sue nuove scoperte sulla nascita umana: pulsione fantasia , memoria fantasia dell’esperienza avuta e capacità di immaginare.

E qui possiamo dire che lo psichiatra coglie un aspetto paradossale dell’attività artistica dell’americano.

Infatti sappiamo del valore assoluto che quest’ultimo attribuiva alla gestualità, al movimento spontaneo di  tutto il corpo nel cosidetto action painting: tale gesto,secondo Fagioli sarebbe scaturito dalla capacità di ricreazione di un contenuto psichico che originariamente si colloca nei primi venti secondi di vita del bambino, cioè in  un  momento di immobilità  e di atonia muscolare  pressochè totale. In altre parole è come se  Pollock fosse riuscito a trovare una  fusione, antecedente alla memoria-fantasia ed all’immagine,  fra movimento fisico, che interessa tutto il corpo e movimento psichico. Quest’ultimo  si realizza  nei primi momenti di vita del neonato e  solo nell’ambito della sostanza cerebrale come conseguenza della stimolazione luminosa.  Dalla fusione dei due tipi di movimento sarebbe scaturita, nell’action painting,  una pittura come  tessitura  e sovrapporsi inestricabile di linee su tele di straordinarie dimensioni.

<<E so che la parola linea si fonde-scrive Fagioli- con la parola movimento, nascosto sotto il silenzio della vita. Ma sono certo che non saprò mai parlare della fusione dei due termini, perché non li posso disegnare. Non hanno infatti né immagine, né la linea che la coscienza può percepire. Ho soltanto la parola pulsione che è misteriosa come se fosse un fantasma senza identità. Si può soltanto pensare all’esistenza di una realtà che il termine verbale indica>>3

Con la fantasia e senza la ragione  Fagioli tenta di vedere il movimento di quella realtà restata per sempre senza possibilità di conoscenza: durante la sua ricerca  lo psichiatra “vede” Pollock  nell’atto di dipingere

<<E lo vedevo-scrive- ubriaco muoversi davanti alla tela e fare segni e colori… a caso, senza pensare. Poi dissero che aveva passato due anni senza bere alcool ma… riprese fino a stordirsi e dipinse segni senza senso, linee e colori e macchie nere ottenute versando, a caso, il colore sulla tela stesa per terra. E dissero: pittura, musica e  movimento. Non c’erano più forme.

Ed anche Pollock, portando con sé una ragazza, si uccise come Van Gogh>>4

Pollock, immobile davanti alla tela bianca nella fase finale della sua vita , indifferente per tante ore di fronte agli stimoli della coscienza  della realtà materiale, evoca nella mente i termini : stupor depressivo. Il blocco del pensiero è immediatamente arresto del movimento e annullamento della linea, la realtà umana più profonda. L’assenza della linea, come per Frenhofer, il pittore protagonista de “ Il capolavoro sconosciuto” di Balzac  determina un mutamento: i quadri vengono vissuti come significanti vuoti. Si apre così la strada a quell’impulso irresistibile che porta all’atto di annientamento di sè e degli altri.

Dalla singolare intersezione fra le ultime acquisizioni della  ricerca di Fagioli e quella pittorica di Pollock  si sono aperte prospettive di comprensione  del tutto nuove. Pollock solamente tracciando delle linee senza l’intenzionalità cosciente di significare o di dare un senso  a qualcosa  avrebbe evocato  alcuni aspetti ,anche se non  ricreato completamente ,  la realtà mentale dei primi momenti della vita. La pittura si affianca  , pur essendo in grado di esprimere  solo contenuti parziali, all’importanza  del linguaggio articolato e della parola scritta nella ricerca sulla  realtà umana non cosciente.

In tempi recenti Fagioli ha proposto  sulle pagine di Left il suo Scarabocchio, una creazione estemporanea nata senza nemmeno  la volontà  di disegnare .  Per l’immediatezza e la spontaneità della creazione grafica Fagioli va ben oltre  Pollock.  La complessità delle  proposizioni teoriche relative all’uomo  e delle scoperte  sulla realtà psichica  lo hanno reso immune dalla malattia mentale e dal fallimento.. Le linee del “foglietto” esprimono visivamente i contenuti umani originari  e   fanno da contrappunto ai colori della sua fotografia dai tratti definiti  e riconoscibili : esse  si inseriscono  nel palinsesto delle due pagine di scrittura della  rubrica Trasformazione nel settimanale Left delimitando lo spazio che gli occhi scorrono per leggere . Si determina così  un singolare intreccio di elementi apparentemente eterogenei ma che concorrono insieme ad esprimere le forme ed i contenuti di quella  realtà umana inconsapevole rimasta, prima di Fagioli, assolutamente sconosciuta.


1 M.Fagioli Quando non c’era la memoria fantasia  Left 39 -29 settembre 2012

2M:Fagioli Percezione fantasia Left 46 25 Novembre 2011

3J.Pollock. Lettere, riflessioni, testimonianze  Abscondita Milano 2006. p.80

4 M:Fagioli Percezione fantasia Left 46 25 Novembre 2011

Birth

Matteo Renzi futurista

La politica “mobile” e “futurista” di Matteo Renzi

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Il camper mai fermo, le maniche di camicia (sudata e bianca) rimboccate, la bicicletta e le corsette: in una parola dinamismo. La strategia di comunicazione di Renzi è a dir poco formidabile. Con una precisa ottica di mercato il sindaco di Firenze nonchè candidato ufficiale alla guida del centro -e anche un po’- sinistra stà cercando di proporre agli italiani un prodotto di consumo che sia la sintesi del contrario di quello che è stato fatto negli ultimi 60 anni di governo. La parola “adesso”, lo slogan ufficiale della campagna, contiene in sè l’accezione di mobilità e velocità. Il richiamo al movimento viene trasmesso quindi su vari livelli, da quello fisico (cfr. sopra) a quello verbale-linguistico passando per l’ideologico. La mobilità del novello futurista Renzi è una mobilità di pensiero che è già oltre i canoni delle dottrine politiche novecentesche. Non si spiega altrimenti l’accostamento nei suoi discorsi di categorie storicamente inconciliabili come Unioni Civili e famiglie. Renzi è uno di quelli che, nel bene e nel male, vuole che le teste degli italiani non rimangano più conficcate nel XX secolo. A differenza del suo predecessore Veltroni, spariscono nei monologhi di Renzi le citazioni in tributo dei patres/mostri sacri della sinistra italiana. Non vengono più scomodati i vari Gramsci, Pertini, Papa Woytila (rigorosamente alternati uno rosso, uno bianco, uno rosso, uno bianco…e così via) ma compaiano eroi o presunti tali dell’era odierna come Obama. Eroi del presente, perchè la parola d’ordine è ADESSO. I riferimenti alla politica americana sono ovunque già a partire dai colori, il rosso e il blu non sono più alternativi, ma vengono uniti dal bianco in una splendida unione organica.

Gli elettori creduloni (si ha ragione Romiti) e “bambini” non sanno più chi ascoltare. Mentre Bersani, Alfano, i tecnici, Maroni e compagnia orchestrante o che ha già orchestrato (male) battagliano su chi ha fatto peggio negli ultimi 10 anni con tanto di statistiche, arriva Renzi che fa shh col dito, li prende per mano e inventandosi una macchina del tempo e li porta a vedere le meraviglie del futuro che ha pensato di costruire. Mentre Grillo urla e schiamazza in maniera apocalittica arriva Renzi che grida all’uomo nero, li riprende per mano e dice loro di non ascoltarlo perché lui sa come fare le cose meglio, ma senza gridare, lui lo sa che ai “bambini” non piacciono le persone iraconde. Renzi rastrella così -è proprio il caso di dirlo- a destra e a manca, anche perché si può pure essere liberal e di sinistra in un colpo solo, qualcuno lo aveva già capito che gli italiani si sono dimenticati la differenza tra destra e sinistra, tant’è che alle rotonde fanno sempre dei gran casini.  Basta mettere in pentola un pò di welfare (come il sale nelle ricette, QB), un po’ di liberalizzazioni, politiche sul lavoro per amalgamare, sostegno alle famiglie per ammorbidire l’impasto e per insaporire un pizzico di giovani e di unioni gay, ma senza adozioni altrimenti il sapore diventa nauseante. L’importante è impastare tutto rapidamente e in maniera dinamica, magari con un bel frullatore ultra-moderno che, 25 anni fa, NON C’ERA.

E’ facile piacere agli italiani, basta essere trendy, alla moda e Renzi, politicamente, è sul punto di esserlo (vedrete).

La catastrofe e l’archeofuturismo.

L’ARCHEOFUTURISMO

L’ARCHEOFUTURISMO
Un concetto sovversivo:
Come risposta alla catastrofe della modernita e alternativa al tradizionalismo

di Guillaume Faye*

S O M M A R I O

1. Il metodo: il “Pensiero Radicale”
2. Il quadro concettuale: la nozione globale di Costruttivismo Vitalista
3. La diagnosi: la modernita inizia la convergenza delle catastrofi
4. Il contenuto: l’archeofuturismo
5. Conclusione

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Traduzione dall’originale francese di Alessandra Colla

* autore del volume Il Sistema per uccidere i popoli pubblicato in Italia dalla Societa Editrice Barbarossa

1. Il metodo: il “Pensiero Radicale”

Soltanto il pensiero radicale e fecondo. Perche esso solo crea concetti audaci che spezzano l’ordine ideologico egemonico, e permettono di sfuggire al circolo vizioso di un sistema di civilta rivelatosi fallimentare. Per riprendere la formula del matematico Rene Thom, autore della «Teoria delle catastrofi», soltanto i “concetti radicali” possono far crollare un sistema nel caos — la “catastrofe” ovvero cambiamento di stato violento e repentino — al fine di dar vita a un altro ordine.

Il pensiero radicale non e “estremista” ne utopico, dal momento che in questo caso esso non avrebbe alcuna presa sul reale, ma al contrario esso deve anticipare l’avvenire rompendo con un presente in disfacimento.

Il pensiero radicale e rivoluzionario? Oggi deve esserlo, perche la nostra civilta e giunta alla fine di un ciclo e non alla soglia di un nuovo progresso; e perche attualmente non esiste piu alcuna scuola di pensiero che osi proclamarsi rivoluzionaria dopo il fallimento finale del tentativo comunista.

Pertanto e solo avendo di mira nuovi concetti di civilta che si sara davvero portatori di storicita e di autenticita.

Soltanto dei concetti radicalmente nuovi, miranti a un’altra civilta, sono portatori di storicita. Perche un pensiero radicale? Perche esso va proprio alla radice delle cose, vale a dire “fino all’osso”: esso rimette in discussione la concezione del mondo sostanziale di questa civilta, l’egualitarismo — il quale, utopico e ostinato, grazie alle sue contraddizioni interne sta portando l’umanita alla barbarie e all’orrore ecologico-economico.

Per agire sulla storia, e necessario creare delle tempeste ideologiche attaccando, come vide benissimo Nietzsche, i valori, fondamento e ossatura del sistema. Oggi non lo fa piu nessuno: di qui il fatto che, per la prima volta, e la sfera economica (televisione, media, video, cinema, industria dello spettacolo e dell’intrattenimento) che detiene il monopolio della ri-produzione dei valori. Il che porta evidentemente a un’ideologia egemonica senza concetti ne progetti in grado di immaginare una rottura, ma invece fondata su dogmi e anatemi. Oggi, dunque, soltanto un pensiero radicale permetterebbe a delle minoranze intellettuali di creare un movimento, di scuotere il mammut, di squassare tramite elettrochoc (o “ideochoc”) la societa e l’ordine del mondo. Ma questo pensiero deve imperativamente sottrarsi al dogmatismo, e al contrario coltivare il riassetto permanente (“la rivoluzione nella rivoluzione”, unica intuizione maoista giusta); allo stesso modo esso deve proteggere la sua radicalita dalla tentazione nevrotica delle idee fisse, dai fantasmi onirici, dalle utopie ipnotiche, dalle nostalgie estremiste o dalle ossessioni deliranti, rischi inerenti a ogni prospettiva ideologica.

Per agire sul mondo, un pensiero radicale deve articolare un corpus ideologico coerente e pragmatico, dotato di distacco e flessibilita adattativa. Un pensiero radicale e prima di tutto un porsi delle domande, e non gia una dottrina. Cio che esso propone dev’essere declinato secondo le modalita del «e se…?», e non certamente del «bisogna…!». Questo tipo di pensiero aborre i compromessi, le false saggezze “prudenti”, la dittatura degli “esperti” ignoranti, e il conservatorismo paradossale (lo statu-quoismo) degli adoratori della modernita, che la credono eterna.

Ultima caratteristica di un pensiero radicale efficace: il saper accettare l’eterotelia, cioe il fatto che le idee non portano necessariamente ai fatti sperati. Un pensiero efficace deve riconoscere di essere approssimativo.

Si naviga a vista, si vira di bordo in funzione del vento, ma si sa dove si va, verso quale porto. Il pensiero radicale integra il rischio e l’errore propri a tutto quanto e umano. La sua modestia, presa a prestito dal dubbio cartesiano, e il motore della sua potenza di messa in moto degli spiriti. Niente dogmi — immaginazione al potere. Con un pizzico di amoralismo, vale a dire di tensione creatrice verso una nuova morale.

E oggi, alle soglie di questo XXI secolo che sara un secolo di ferro e di fuoco e la cui posta in gioco e colossale, ma che e gravido di minacce autenticamente mortali per l’umanita, nel momento in cui i nostri contemporanei sono decerebrati dal “pensiero debole” e dalla societa dello spettacolo — e oggi, proprio quando ci esplode di fronte un vuoto ideologico assordante, che finalmente e possibile e puo avere successo un pensiero radicale. Allo scopo di progettare nuove soluzioni, un tempo impensabili.

Le intuizioni di Nietzsche, di Evola, di Heidegger, di Carl Schmitt, di Guy Debord o di Alain Lefebvre — tutte relative al rovesciamento dei valori — si dimostrano infine realizzabili, come la nietzscheana filosofia a colpi di martello. Il nostro “stato di civilta” e maturo per questo. Lo stesso non era nel recente passato, quando la coppia moderna XIX-XX secolo incubava la sua infezione virale senza ancora subirla. D’altra parte, conviene rigettare subito il pretesto secondo il quale un pensiero radicale sarebbe “perseguitato” dal sistema. Il sistema e stupido. Le sue censure sono permeabili e maldestre. Esso e capace di colpire soltanto le provocazioni folkloristiche e le goffaggini ideologiche.

Nell’intellighenzia europea ufficiale e al potere, il pensiero e stato abbassato al livello di una mondanita mediatica e alla ripetizione stucchevole dei dogmi egualitari. Per tema di infrangere le leggi del “politicamente corretto”, per mancanza di immaginazione concettuale o per ignoranza delle poste in gioco reali del mondo presente.

Le societa europee in crisi di oggi sono pronte a essere trapassate da pensieri radicali determinati, muniti da un progetto di valori rivoluzionari e portatori di una contestazione completa ma pragmatica e non utopica dell’attuale civilta mondiale.

Un pensiero radicale, e ideologicamente efficace nel mondo tragico che si prepara, potrebbe unire le qualita del classicismo cartesiano (principi di ragione e di possibilita effettiva, di esame permanente e di volontarismo critico) e del romanticismo (pensiero folgorante richiamantesi all’emozione e all’estetica; audacia di prospettive). Allo scopo di coniugare in una coincidentia oppositorum le qualita della filosofia idealista del “si” e della filosofia critica del “no”. Come seppero farlo Marx e Nietzsche nel loro metodo dell’”ermeneutica del sospetto” (imputazione dei concetti dominanti) e del “rovesciamento positivo dei valori”.

Un simile pensiero che unisce audacia e pragmatismo, intuizione prospettica e realismo osservatore, creazionismo estetico e volonta di potenza storica, dev’ essere “un pensiero volontarista concreto creatore di ordine”.

2. Il quadro concettuale: la nozione globale di Costruttivismo Vitalista

Il mio maestro, il defunto Giorgio Locchi, aveva individuato l’egualitarismo come il centro nodale, l’asse motore, etico e pratico a un tempo, della modernita occidentale in pieno fallimento. Spinto dai suoi lavori, io stesso ne avevo tracciato una importante descrizione critica e storica, in seno al G.R.E.C.E., fra il 1973 e il 1985. In quel contesto avevo proposto per l’avvenire il concetto di anti-egualitarismo. Ma questo termine era ancora insufficiente. Non ci si definisce mai solamente “contro”. Un concetto agente dev’essere affermativo e portare senso. Quale sarebbe il contenuto, il principio attivo di questo antiegualitarismo virtuale? Che cosa sarebbe, concretamente, l’antiegualitarismo? Interrogativo all’epoca rimasto senza risposta. Eppure da una risposta chiara puo nascere una mobilitazione.

Del pari, ispirato dai lavori di Lefevre, Lyotard, Debord, Derrida e Foucault, e anche dai testi di Porzamparc, Nouvel o Paul Virilio, avevo cercato di mostrare la necessita di una post-modernita. Ma anche qui, il prefisso latino “post”, proprio come quello greco di “anti”, non e in grado di definire il contenuto. Non basta dire che l’egualitarismo e la modernita (una teoria e una pratica) non sono adeguati. Bisogna ancora immaginare, definire e proporre cio che e adeguato. La critica di un concetto ha valore solo attraverso l’apposizione di un nuovo concetto affermativo.

E sia: ma quale/i concetto/i suscitare? Permettetemi di fare un passo indietro.

Insieme al defunto e rimpianto Olivier Carre, pittore geniale, avevamo inventato, nel corso di un’emissione radiofonica sovversiva (“Avant-guerre!”) di fantascienza estetica e umor nero che metteva in scena un immaginario Impero eurosiberiano (la “Federazione”), la cui bandiera era quella della mia (e di Mitterrand) minuscola provincia natale — l’Angoumois — ma anche quella della Croazia: la scacchiera a quadri bianchi e rossi. Tutto un immaginario. Uno dei concetti centrali era quello di costruttivismo vitalista, che serviva a qualificare la dottrina titanica di una delle ditte giganti di questo Impero bizzarro (la ditta “Typhoon”), che si proponeva niente di meno che di collocare la Terra su di un’altra orbita in rapporto al Sole… E poi, a riflettere bene, mi sono detto che questa gag radiofonico-letteraria, che diede origine anche a un fumetto, era forse il frutto di un “atto mancato” ideologico, di un lapsus linguae ac scripti. Dopo tutto, il surrealismo e il situazionismo avevano sempre insegnato che «i concetti agitatori non devono nascere mai da altro che dal principio di piacere» (Raoul Vaneighem); e che le fondamenta vanno innalzate sulla folgorazione derisoria e alterata. E Andre Breton che ha detto: «e in cio che non e serio che si cela cio che e serissimo». Scavando a fondo in questo concetto intuitivo ho scoperto quattro cose.

Le parole contano enormemente, come vide bene Foucault (nel suo testo Les mots et les choses). Esse sono il fondamento dei concetti, i quali sono a loro volta lo stimolo semantico delle idee, queste ultime costituendo il motore delle azioni. Dare un nome e descrivere e gia costruire.

Non bisogna riprendere come emblemi gli appellativi semantici o i simboli estetici delle ideologie sorpassate che hanno fallito nella storia — l’hanno capito bene i comunisti italiani. Anche l’etichetta di rivoluzione conservatrice sembra troppo neutra, troppo vecchia, troppo storicistica, troppo attaccata agli anni Venti. Un simile fideismo e causa di smobilitazione e inadeguato alle nuove sfide. In conformita con la tradizione movimentata [gioco di parole basato sul doppio senso di “mouvement” = “animazione” ma anche “movimento” in senso politico – N.d.T.] della civilta europea, e opportuno gettare sulla scacchiera della storia delle nuove parole d’ordine. Lo stile resta nella sua essenza, ma cambia forma. Qualsiasi pensiero agente deve essere furioso e metamorfico.

Il termine di “costruttivismo vitalista” definisce globalmente una concezione del mondo e una visione d’insieme concretamente sinergica, in grado cioe di associare due strutture mentali. Per “costruttivismo”, dunque, s’intenda: volonta storico-politica di potenza, progetto estetico di costruzione di civilta, spirito faustiano. Per “vitalismo”, s’intenda: realismo, mentalita organica e non meccanicista, rispetto della vita e autodisciplina nei confronti di un’etica autonoma, umanita (l’esatto contrario dell’”umanitarismo”), considerazione dei problemi bio-antropologici (fra cui le realta etniche).

Costruttivismo vitalista e l’espressione che io propongo per definire in modo affermativo cio che finora, in mancanza di meglio, abbiamo chiamato antiegualitarismo.

D’altra parte, questo antiegualitarismo definiva il proprio progetto attraverso il concetto sfocato e puramente descrittivo di post-modernita. Io propongo di chiamare il progetto ideologico centrale del costruttivismo vitalista archeofuturismo — come verra spiegato piu oltre.

3. La diagnosi: la modernita inizia la convergenza delle catastrofi

Per definire il contenuto di un eventuale archeofuturismo, e necessario riassumere la critica fondamentale della modernita. Nata dall’evangelismo laicizzato, dal mercantilismo anglosassone e dalla filosofia individualista dei Lumi, la modernita e riuscita a stabilire il suo progetto planetario, fondato sull’individualismo economico, sull’allegoria del Progresso, sul culto dello sviluppo quantitativo, sul “diritto-umanismo” astratto eccetera. Ma e una vittoria di Pirro, dal momento che il progetto (riuscito) di questa concezione del mondo mirante a impadronirsi del Regno Terreno entra in crisi prima di crollare, probabilmente all’inizio del prossimo secolo. La Rupe Tarpea sorge accanto al Campidoglio.

Per la prima volta nella sua storia l’umanita e minacciata da una convergenza di catastrofi.

In questi ultimi anni una serie di “linee drammaturgiche” [nel senso di “evocatrici di eventi drammatici” – N.d.T.] si stanno avvicinando per convergere, come affluenti fluviali e in perfetta concomitanza, intorno agli anni 2010-2020, verso un punto di rottura e di oscillazione irrefrenabile verso il caos. Da questo caos — che sara estremamente doloroso su scala mondiale — puo emergere un nuovo ordine fondato su una visione del mondo, l’archeofuturismo, considerato come concezione del mondo del dopo-catastrofe.

Riassumiamo brevemente la natura di queste linee di catastrofe.

La prima e la cancerizzazione del tessuto sociale europeo. La colonizzazione di popolamento dell’emisfero Nord da parte dei popoli del Sud, sempre piu imponente a dispetto delle affermazioni rassicuranti dei media, e gravida di situazioni esplosive, soprattutto in relazione al crollo delle Chiese in Europa, divenuta terra di conquista da parte dell’islam: il fallimento della societa multirazziale, sempre piu multirazzista e neotribale; la progressiva metamorfosi etno-antropologica dell’Europa, autentico cataclisma storico; il ritorno del pauperismo nell’Est e nell’Ovest; la progressione, lenta ma costante, della criminalita e del consumo di stupefacenti; lo sfaldamento continuo delle strutture familiari; il declino dell’inquadramento educativo e della qualita dei programmi scolastici; l’incepparsi della trasmissione del sapere culturale e delle discipline sociali (imbarbarimento e incompetenza); sparizione della cultura popolare a tutto vantaggio di un abbrutimento delle masse passivizzate dall’elettro-audiovisivo (Guy Debord si e suicidato perche aveva visto troppo giusto nella sua Societa dello spettacolo, scritta nel 1967); il declino costante dei tessuti urbani o comunitari a tutto vantaggio delle zone peri-urbane fluttuanti senza gradevolezza ne coerenza ne legalita ne sicurezza; l’instaurarsi, in Francia particolarmente, di una situazione endemica di sommosse urbane — un Maggio strisciante sempre piu grave —; la sparizione di ogni autorita civile nei paesi dell’ex URSS in preda al declino economico. Tutto questo accade nel momento in cui gli Stati-nazione vedono declinare la loro sovranita senza poter contenere pauperismo, disoccupazione, criminalita, immigrazione clandestina, potere crescente della mafia e corruzione delle classi politiche; e nel momento in cui le elite creatrici e produttive, in preda al fiscalismo e a una sorveglianza economica accresciuta, sono tentate dalla grande avventura americana. Una societa sempre piu egoista e selvaggia, avviata al primitivismo, paradossalmente dissimulata e compensata dal discorso della “morale unica”, angelica e pseudo-umanista — ecco quello che ci aspetta, anno dopo anno e in misura sempre crescente, fino al punto di rottura.

Ma in Europa questi fattori di rottura sociale saranno aggravati dalla crisi economico-demografica, destinata a peggiorare sempre piu. A partire dal 2010, il numero di cittadini attivi sara insufficiente per finanziare i pensionati del papy-boom [“papy”=nonnino – N.d.T.]. L’Europa crollera sotto il peso degli anziani; i paesi in via d’invecchiamento vedono la loro economia rallentata e penalizzata dal finanziamento per le spese sanitarie e le indennita pensionistiche dei cittadini improduttivi; inoltre l’invecchiamento isterilisce il dinamismo tecno-economico. L’ideologia egualitaria della (vecchia) modernita ha impedito di porre rimedio a questa situazione, in virtu di due dogmi: prima di tutto l’antinatalita (autentico etno-masochismo) che ha censurato i tentativi di ripristino volontarista della natalita; e poi il rifiuto egualitarista di passare dal sistema assicurativo distributivo ad un sistema di capitalizzazione (fondi pensione). Per farla breve, non abbiamo ancora visto niente. Regneranno disoccupazione e pauperizzazione, mentre prosperera soltanto una classe minoritaria, collegata ai mercati mondiali e appoggiata dalla classe dei funzionari e salariati protetti. L’orrore economico sta per arrivare. L’egualitarismo, per un effetto perverso che prova come esso sia in realta l’esatto contrario della giustizia in senso platonico, costruisce societa oppressive sul piano socio-economico. Lo Stato-Provvidenza socialdemocratico, fondato sul mito del Progresso, crollera sicuramente come il sistema comunista — ma con un fracasso maggiore. L’Europa e in via di terzomondizzazione. Siamo di fronte alla crisi, o piuttosto alla rottura dei chiavistelli dell’edificio socio-economico.

L’America, immenso continente votato alle migrazioni pionieristiche, avvezzo a una cultura brutale e a un sistema conflittuale di ghetti etnici ed economici, sembra meno vulnerabile dell’Europa: essa puo incassare una rottura d’equilibrio, soprattutto di tipo etnico e culturale, perlomeno sul piano della stabilita sociale — nemmeno lei potra sottrarsi a un eventuale sconvolgimento generalizzato.

Terza linea di catastrofe della modernita: il caos del Sud del Pianeta. I Paesi del Sud, scegliendo l’industrializzazione contro le proprie culture tradizionali a dispetto di una crescita fallace e fragile, hanno creato nel loro seno un caos sociale che si va aggravando. L’affarista franco-inglese Jimmy Goldsmith l’aveva analizzato alla perfezione: affermazione improvvisa di colossali metropoli-fungo (Lagos, Citta del Messico, Rio de Janeiro, Calcutta, Kuala-Lumpur…) che divengono giungle infernali; coesistenza di un pauperismo molto prossimo alla schiavitu con ricche e arroganti borghesie autoritarie e minoritarie appoggiate da eserciti di polizia privata destinati alla repressione interna; distruzione accelerata dell’ambiente; ascesa dei fanatismi socio-religiosi eccetera. I paesi del Sud sono autentiche polveriere. I recenti genocidi in Africa centrale, il balzo in avanti di conflitti civili violenti (basati o no sull’estremismo religioso e spesso attizzati dagli USA) in India, Malaysia, Indonesia, Messico eccetera non sono che l’assaggio di un futuro che si preannuncia fosco. L’ideologia egualitaria dissimula questa realta congratulandosi per il “progresso della democrazia” nei Paesi del Sud. Discorso ingannatore, perche si tratta di simulacri della democrazia. E poi, forse che la “democrazia” del modello ellenico-europeo, per effetto perverso (l’eterotelia di Monnerot) e per incompatibilita mentale, non e anch’essa gravida di tragedie se la si applica forzatamente alle culture del Sud? In breve, il trapianto del modello socioeconomico occidentale nei Paesi del Sud si dimostra esplosivo.

Quarta linea di catastrofe, recentemente spiegata da Jacques Attali: la minaccia di una crisi finanziaria mondiale, che sarebbe infinitamente piu grave di quella degli anni Trenta e comporterebbe una recessione generale. Il crollo delle borse e delle valute dell’Asia orientale, unitamente alla recessione che colpisce queste regioni, ne sarebbe il segno precursore. Questa crisi finanziaria avrebbe due cause: a) il fatto che troppi paesi sono indebitati in rapporto alle capacita bancarie creditizie mondiali — e non si parla soltanto dei paesi poveri: l’importo del debito delle nazioni europee e preoccupante. b) Il fatto che l’economia mondiale riposa sempre piu sulla speculazione e sulla logica dei flussi di investimento redditizi (borse, societa fiduciarie, fondi pensione internazionali eccetera): questa prevalenza del monetarismo speculativo sulla produzione fa correre il rischio di un panico generalizzato in caso di crollo dei corsi in un determinato settore — se gli speculatori internazionali ritirassero i loro averi, l’economia mondiale si troverebbe “disidratata”, con gli investimenti in caduta libera; la conseguenza sarebbe una recessione globale e violenta, funesta per una civilta che riposa interamente sull’impiego economico.

Quinta linea di catastrofe: l’ascesa dei fanatismi integralisti religiosi, principalmente l’islam ma non solo, dal momento che ora ci si mettono anche i politeisti indiani. Il sorgere improvviso dell’islam radicale e il contraccolpo degli eccessi cosmopoliti della modernita, che ha voluto imporre al mondo intero il modello dell’individualismo ateo, il culto del mercato, la despiritualizzazione dei valori e la dittatura dello spettacolo. Per reazione a questa aggressione, l’islam si e radicalizzato ridiventando nello stesso tempo dominatore e conquistatore, conformemente alla sua tradizione. Globalmente il numero di coloro che lo praticano e in costante aumento, laddove il cristianesimo, che ha perduto ogni aggressivita proselitista, declina — perfino nell’America del Sud e nell’Africa nera — in seguito a quel suicidio che fu il Concilio Vaticano II, la piu colossale gaffe teologica nella storia delle religioni. A dispetto dei dinieghi rassicuranti pronunciati dai media occidentali, l’islam radicale si propaga ovunque come un incendio e minaccia nuovi paesi: Marocco, Tunisia, Egitto, Turchia, Pakistan, Indonesia eccetera. Conseguenze: guerre civili inevitabili nei paesi a doppia religiosita come l’India; scontri in Europa — soprattutto Francia e Gran Bretagna — dove l’islam rischia di divenire nel giro di vent’anni la prima religione praticata; moltiplicazione delle crisi internazionali coinvolgenti gli Stati islamici, alcuni dei quali potranno detenere armi nucleari “sporche”. A questo proposito, occorre denunciare la scempiaggine di quanti credono alla possibilita di un “islam occidentalizzato e rispettoso della laicita repubblicana”. Invece e impossibile, perche l’islam e sostanzialmente e per sua stessa natura teocratico, e rifiuta l’idea di laicita. Il conflitto sembra inevitabile. Fuori d’Europa, e al suo interno.

Si profila uno scontro Nord-Sud dalle radici teologico-etniche, che con ogni probabilita rimpiazzera il pericolo, per ora scongiurato, il conflitto Est-Ovest. Nessuno sa che forma prendera. Ma sara grave, perche sara fondato su poste in gioco e sentimenti collettivi ben piu forti dell’ex polarita polemica USA-URSS/capitalismo-comunismo, di natura artificiale. Le potenti radici di questa minaccia sono prima di tutto il risentimento tenace, soffocato e dissimulato dei Paesi del Sud di fronte ai loro antichi colonizzatori. La razzializzazione dei discorsi e impressionante. Recentemente un primo ministro asiatico ha dato del “razzista” al governo francese al termine di un litigio economico banale in cui un investitore italiano era stato preferito a un’impresa del suo paese. Questa razzializzazione dei rapporti umani, conseguenza concreta (eterotelica) del cosmopolitismo “antirazzista” della mdernita, affiora con chiarezza anche in Occidente: il leader musulmano nero americano Farrakhan, come i gruppi rap negli USA e in Francia non cessano di invocare surrettiziamente la “vendetta contro i Bianchi” e la disobbedienza civile. Paradossalmente, il cosmopolitismo egualitario ha cagionato il razzismo globalizzato — per adesso ancora strisciante e implicito, ma non per molto. Messi gli uni di fronte agli altri nel “villaggio globale” che e diventata la Terra, i popoli si preparano ad affrontarsi. Ed e l’Europa, vittima di una colonizzazione di popolazione, che rischia di esserne il campo di battaglia principale. E quanti pretendono che sara il meticciato il futuro dell’umanita si sbagliano: in realta il meticciato imperversa soltanto in Europa. Gli altri continenti, principalmente Asia e Africa, formano sempre piu dei blocchi etnici impermeabili che esportano il surplus delle loro popolazioni ma non ne importano di estranee. Punto capitale: l’islam diventa la bandiera di questa rivolta contro il Nord, rivincita freudiana contro l’”imperialismo occidentale”. Nell’inconscio collettivo dei popoli del Sud prende piede questa idea-forza: “le moschee si installano in terra cristiana”. Vecchia rivincita sulle crociate, ritorno all’arcaico, ritorno della storia, come un boomerang. Gli intellettuali — musulmani od occidentali — secondo cui il fondamentalismo conquistatore e intollerante non e l’essenza dell’islam si sbagliano di grosso. L’essenza dell’islam, come quella del cristianesimo medioevale, e il totalitarismo teocratico imperiale. Quanto a coloro che si rassicurano spiegando dottamente che i paesi musulmani sono “divisi”, pensino invece al fatto che quegli stessi paesi sono meno divisi fra loro che uniti contro un avversario comune, soprattutto quando scoppiera l’emergenza. Questa colonizzazione del Nord da parte del Sud sembra un colonialismo debole, confuso, sostenuto soltanto da appelli alla pieta, al diritto d’asilo, all’eguaglianza. E la strategia della volpe (opposta a quella del leone) identificata dal Machiavelli. Ma in realta il colonizzatore, giustificato dall’ideologia occidentale e “moderna” della sua stessa vittima, finge di adottarne i valori che non condivide minimamente. Egli e antiegualitario, dominatore (mentre sostiene di essere lui il dominato e il perseguitato), revanscista e conquistatore. Bella astuzia di una mentalita rimasta arcaica. Per contrastarla, non sarebbe dunque il caso di ridiventare mentalmente arcaici e sbarazzarsi una volta per tutte della penalizzazione smobilitante rappresentata dall’umanismo “moderno”? Altro fondamento di un probabile conflitto Nord-Sud: un litigio politico-economico globale. Guerra per i mercati e le risorse rare in via di esaurimento (acqua potabile, riserve ittiche eccetera); rifiuto delle quote di disinquinamento da parte dei paesi appena industrializzati del Sud; esigenza di questi ultimi di riversare il loro surplus di popolazione nel Nord. Nella storia, a imporsi sono gli schemi semplici. Un Sud complessato, povero, giovane, esageratamente prolifico, fa pressione su di un Nord moralmente disarmato e in via d’invecchiamento. E non dimentichiamo che il Sud si sta dotando di armi nucleari mentre il Nord pusillanime si riempie la bocca con le parole “disarmo” e “denuclearizzazione”.

Settima linea di catastrofe: lo sviluppo di un inquinamento incontrollato del Pianeta, che non minaccia soltanto quest’ultimo (esso puo contare ancora su almeno 4 miliardi di anni prima della fine e puo ricominciare daccapo tutta l’evoluzione) bensi la sopravvivenza fisica dell’umanita. Questa rovina dell’ambiente e il frutto del mito liberal-egualitario (ma un tempo anche sovietico) dello sviluppo industriale universale e di una economia energetica per tutti. Fidel Castro, nel suo discorso all’OMS (Ginevra, 14 maggio 1997), dichiarava: «Il clima cambia, i mari e l’atmosfera si riscaldano, l’aria e l’acqua si inquinano, i terreni si erodono, i deserti si estendono, le forsete spariscono, l’acqua si fa rara. Chi salvera la nostra specie? Le leggi cieche e incontrollabili del mercato? La mondializzazione neoliberale? Un’economia che cresce in se e per se come un cancro che divora l’uomo e distrugge la natura? Non puo essere questa la via, o almeno potra esserlo soltanto per un periodo brevissimo della Storia». Nel pronunciare queste parole ispirate Castro doveva avere in testa l’arroganza irresponsabile degli USA che rifiutano di ridurre (summit di Rio e poi di Tokyo) le loro emissioni di diossido di carbonio. Ma certo questo “marxista paradossale” pensava anche all’adesione di tutti i popoli al modello di profitto mercantile puro e a breve termine, che spinge a inquinare, a deforestare, a devastare le riserve ittiche oceaniche, a saccheggiare le risorse rare senza alcuna pianificazione globale. Fidel Castro si appella qui, senza saperlo, non al marxismo, devastatore quanto il liberalismo, ma all’antica saggezza giustizialista platonica.

Bisogna aggiungere che il canovaccio di queste sette linee catastrofiche convergenti e saturo di fattori aggravanti — acceleratori, si direbbe. Alla rinfusa: la fragilizzazione dei sistemi tecno-economici attraverso l’informatica (il famoso bug dell’anno 2000); la proliferazione nucleare nell’Oriente medio ed estremo (Israele, Iraq, Iran, Pakistan, India, Cina, Corea, Giappone…) da parte di paesi in intensa rivalita, dalle reazioni nervose e imprevedibili; l’indebolimento degli Stati di fronte al potere delle mafie che controllano e amplificano il commercio delle droghe (naturali e ultimamente anche chimico-genetiche), ma si appoggiano anche su nuovi settori economici che vanno dal settore degli armamenti a quello immobiliare passando per quello agro-alimentare — queste mafie internazionali, ammoniva un recente rapporto dell’Onu, dispongono di mezzi superiori a quelli delle istituzioni repressive internazionali. E non dimentichiamo il ritorno delle antiche malattie virali e microbiche: crolla il mito dell’immunita sanitaria. L’AIDS ne ha aperto la prima breccia. Soprattutto a causa dell’indebolimento mutageno degli antibiotici e dell’intensita degli spostamenti umani noi siamo minacciati dal ritorno di un disordine sanitario mondiale. Recentemente, nel Madagascar, quattordici casi di peste polmonare non hanno potuto essere risolti. In poche parole, non ci sono dunque tutte le ragioni di pensare che la modernita sta andando dritta dritta a schiantarsi contro un muro e che l’incidente planetario e irreversibile? Forse no… ma forse. L’essenza della storia, il suo motore, non e dunque il carburante della catastrofe? Per la prima volta, la catastrofe rischia di essere globale, in un mondo globalizzato. Robert Ardrey, brillante etologo e drammaturgo americano, nel 1973 profetizzava: «Il futuro dell’umanita assomiglia a un treno carico di munizioni lanciato a tutta velocita e a luci spente in una notte di nebbia».

* * *

Queste catastrofi annunciate sono il frutto diretto dell’incorreggibile fede nei miracoli della modernita: pensiamo al mito dell’alto tenore di vita possibile per tutti su scala planetaria, e alla generalizzazione di economie a forte consumo energetico. Il paradigma dell’egualitarismo materialista dominante — una societa di consumi “democratica” per 10 miliardi di uomini nel XXI secolo senza saccheggio generalizzato dell’ambiente — e utopia allo stato puro. Questa credenza onirica si scontra con delle impossibilita fisiche. La civilta che essa ha prodotto non potra dunque durare a lungo. Paradosso del materialismo egualitario: esso e idealista e materialmente irrealizzabile. E questo per ragioni sociali (esso destruttura le societa) e soprattutto ecologiche: il pianeta non potra fisicamente sopportare lo sviluppo generale di economie iperenergetiche accessibili a tutti gli esseri umani. I “progressi della scienza” non sono poi cosi vicini. Non bisogna rifiutare la tecno-scienza, ma darle un nuovo punto di riferimento, in una prospettiva inegualitaria. Lo vedremo piu avanti.

Il problema, dunque, non e piu di sapere se la civilta planetaria eretta dalla modernita egualitaria sta per crollare, ma quando. Noi ci troviamo dunque in uno stato d’urgenza (l’Ernstfall di cui parlava Carl Schmitt spiegando che l’egualitarismo liberale non aveva mai compreso ne integrato questa nozione fondamentale, perche esso pensa il mondo in maniera provvidenziale e miracolosa, dominato dalla linea ascendente del progresso-sviluppo). La modernita e l’egualitarismo non hanno mai preso in considerazione il loro fine, mai riconosciuto i loro errori, mai saputo che le civilta sono mortali. Per la prima volta, vi e una certezza: un ordine globale di civilta e minacciato di disastro perche fondato su un materialismo idealista paradossale e ibrido. Ora, noi invochiamo una nuova visione del mondo per la civilta del dopo-catastrofe.

4. Il contenuto: l’archeofuturismo

E probabile che soltanto dopo che la catastrofe avra abbattuto la modernita, la sua epopea e la sua ideologia mondiale, una visione del mondo alternativa si imporra per necessita. Nessuno avra la preveggenza e il coraggio di applicarla prima dell’irruzione del caos. Dunque tocca a noi — a noi che viviamo nell’interregnum, secondo la formula di Giorgio Locchi, preparare fin da ora la concezione del mondo del dopo-catastrofe: essa potrebbe essere incentrata sull’archeofuturismo. Ma bisogna dare un contenuto a questo concetto.

a. Essenza dell’arcaismo

Bisogna ridare alla parola “arcaico” il suo vero senso, positivo e non peggiorativo, conformemente al senso del sostantivo greco arche, che significa allo stesso tempo “fondamento” e “inizio”, ovvero “stimolo fondatore”. Esso significa anche “cio che e creatore e immutabile” e si riferisce alla nozione centrale di “ordine”. Attenzione: “arcaico” non vuol dire “passatista”, giacche il passato storico ha prodotto la modernita egualitaria che fallisce, e dunque ogni regressione storica sarebbe assurda. E la modernita che appartiene gia a un passato compiuto.

L’arcaismo sarebbe allora un tradizionalismo? Si e no. Il tradizionalismo esalta la trasmissione dei valori e, a giusto titolo, combatte le dottrine della tabula rasa. Ma tutto dipende da quali tradizioni si trasmettono. Non sarebbe possibile accettare qualsiasi tradizione, per esempio quella delle ideologie universaliste ed egualitarie o quelle che sono sclerotizzate, museografiche, smobilitanti. Non conviene allora selezionare fra le tradizioni (i valori trasmessi) quelle che sono positive e quelle che sono nocive? La nostra corrente di pensiero e sempre stata lacerata e indebolita da una frattura artificiale, che opporrebbe i “tradizionalisti” e quelli che sarebbero “rivolti al futuro”. L’archeofuturismo puo riconciliare queste due famiglie mediante un superamento concettuale.

Le poste in gioco che agitano il mondo attuale e che minacciano di catastrofe la modernita egualitaria sono gia di ordine arcaico: la sfida religiosa dell’islam; le battaglie geopolitiche e oceano-politiche per le risorse rare, agricole, petrolifere, ittiche; il conflitto Nord-Sud e l’immigrazione di colonizzazione verso l’emisfero Nord; l’inquinamento del pianeta e lo scontro fisico fra gli auspici dell’ideologia dello sviluppo e la realta. Tutte queste poste in gioco ci precipitano di nuovo verso questioni remote. Messi nel dimenticatoio i dibattiti politici quasi-teologici dei secoli XIX e XX, che in fondo erano discorsi sul sesso degli angeli.

Il ricorrere delle “questioni arcaiche” e dunque fondamentali lascia sbigottiti gli intellettuali “moderni” che disquisiscono sul diritto degli omosessuali al matrimonio o su altre faccende insignificanti. La caratteristica della modernita moribonda e la sua propensione alla mancanza di senso e alla commemorazione. La modernita e passatista, mentre l’arcaismo e futurista.

D’altra parte, come presentiva il filosofo Raymond Ruyer (detestato dall’intellighenzia della Rive gauche) nelle sue opere fondamentali Les nuisances ideologiques e Les cents prochains siecles, una volta chiusa la parentesi dei secoli XIX e XX e conclusesi in catastrofe le allucinazioni ideologiche dell’egualitarismo, l’umanita ritornera ai valori arcaici, vale a dire — molto semplicemente — biologici e umani (antropologici): separazione sessuale dei ruoli, trasmissione delle tradizioni etniche e popolari, spiritualita e organizzazione sacerdotale, gerarchie sociali visibili e normanti; culto degli antenati; riti e prove iniziatiche; ricostruzione delle comunita organiche intrecciate dalla sfera familiare al popolo; disindividualizzazione del matrimonio e delle unioni che coinvolgono la comunita allo stesso titolo che gli sposi; fine della confusione tra erotismo e intimita coniugale; prestigio della casta guerriera; ineguaglianza degli statuti sociali, non implicita — il che sarebbe ingiusto e frustrante, come avviene oggi nelle utopie egualitarie — bensi esplicita e ideologicamente legittimata; proporzionalita dei doveri ai diritti; applicazione della giustizia secondo gli atti e non secondo gli uomini, cosa che responsabilizza questi ultimi; definizione del popolo — e di ogni gruppo o corpo costituito — come comunita diacronica di destino e non come massa sincronica di atomi individuali eccetera.

Per farla breve, diciamo che i secoli futuri, nel grande movimento a bilanciere della storia che Nietzsche chiamava “l’eterno ritorno dell’identico”, ritorneranno in un modo o nell’altro a questi valori arcaici.

Per noi Europei il problema e di non lasciarceli imporre dall’islam — cosa che, invece, sta accadendo proprio ora e in modo strisciante —, bensi di imporceli nuovamente noi stessi, attingendo alla nostra memoria storica.

Evidentemente l’ideologia oggi egemone — ma senza dubbio non per molto ancora — considera diabolici questi valori. Proprio come un pazzo paranoico vede lo psichiatra che lo cura sotto l’aspetto del demonio. In realta questi sono valori di giustizia. Conformi alla natura umana piu antica, questi valori arcaici rifiutano l’errore dell’emancipazione dell’individuo commesso dalla filosofia dei Lumi, che sfocia nell’isolamento di questo individuo e nella barbarie sociale. Questi valori arcaici sono giusti nel senso platonico del termine, perche prendono l’uomo per quello che e — uno zoon politikon (“animale sociale e organico inserito nella citta comunitaria”, secondo la definizione di Aristotele), e non per quello che non e — un atomo asessuato e isolato provvisto di pseudo-diritti universali e imprescrittibili.

Piu concretamente, questi valori anti-individualisti permettono la realizzazione di se, la solidarieta attiva, la pace sociale, laddove l’individualismo pseudo-emancipatore delle dottrine egualitarie puo sfociare soltanto nella legge della giungla.

b. Essenza del futurismo

Una costante della mentalita europea consiste nel suo rifiuto dell’immutabile e nel suo carattere faustiano, tentatore (nei due sensi del termine: “colui che fa dei tentativi” e “colui che fa subire delle tentazioni”), sperimentatore delle nuove forme di civilizzazione. Il fondo culturale europeo, ereditato dall’America, e avventuroso. E soprattutto e volontarista. Esso mira a trasformare il mondo attraverso la creazione di Imperi, o attraverso la tecno-scienza, e sempre per mezzo di grandi progetti. Questi ultimi sono la rappresentazione anticipata di un futuro elaborato. Il “futuro”, e non il ciclo storico ripetitivo, e il cuore della visione europea del mondo. Parafrasando Heidegger, la storia e un “sentiero interrotto” che serpeggia nella foresta, oppure il corso di un fiume in cui bisogna incessantemente affrontare pericoli sempre nuovi e sempre nuove scoperte.

D’altra parte, in questa visione futurista, le invenzioni della tecnoscienza (oppure i progetti politici o geopolitici) pensati come sfide non sono assunti in modo soltanto utilitario, bensi anche estetico. L’aviazione, i missili, i sottomarini, l’industria nucleare sono nati da sogni razionalizzati nei quali lo spirito scientifico ha realizzato il progetto dello spirito estetico. L’anima europea e contrassegnata da un’inclinazione al futuro, segno di giovinezza. In una parola, l’anima europea e storificativa [neologismo coniato per l’occasione, nel tentativo di rendere il senso che l’Autore da all’anima europea come “dotata della capacita di agire/creare la storia”. Speriamo di esserci riusciti – n.d.t.] e immaginativa (essa immagina incessantemente la storia futura secondo un progetto dato).

Del pari, nell’arte, la civilta europea fu la sola a conoscere un costante rinnovamento delle forme. Ogni ripetizione ciclica dei modelli vi e proscritta. Lo spirito dell’opera e immutabile (polo arcaico) ma la forma deve continuamente rinnovarsi (polo futurista). L’anima europea si colloca sotto il segno della creazione e dell’invenzione permanente — cio che gli antichi greci chiamavano poiesis, ben consapevoli del fatto che l’asse direzionale, i valori, devono restare conformi alla tradizione.

L’essenza del futurismo consiste nel pensare architettonicamente il futuro (e non di fare tabula rasa del passato): nel pensare la civilta — in questo caso europea — come un’opera in movimento, secondo la concezione della musica propria di Wagner; in altre parole, nel considerare il politico non soltanto come la limitativa “designazione del nemico” data da Carl Schmitt, ma come designazione dell’amico e soprattutto come formazione del popolo nel futuro senza mai perdere di mira l’ambizione, l’indipendenza, la creativita e la potenza.

Ma questo dinamismo, questa volonta di potenza, questa proiezione nel futuro si scontrano con diversi ostacoli: prima di tutto la modernita egualitaria li minaccia attraverso la sua morale della “colpevolizzazione della forza” e attraverso il suo fatalismo storico. Poi, in campo sociale, un futurismo deviato puo dar luogo a delle aberrazioni utopiche, per il puro gusto del “cambiamento per il cambiamento”. In terzo luogo, la mentalita futurista, abbandonata a se stessa soprattutto nel campo tecno-scientifico, puo rivelarsi suicida, segnatamente nel campo dell’ambiente e dell’ecologia. Nasce di qui il rischio di una deificazione della tecnica, ritenuta in grado di risolvere ogni problema.

Il futurismo, dunque, deve essere temperato dall’arcaismo — addirittura, con una formula un po’ azzardata: l’arcaismo deve epurare il futurismo.

Per finire, la mentalita futurista e andata a cozzare contro delle barriere: limitazione della conquista spaziale per via dei costi elevati, banalizzazione e perdita di senso della tecno-scienza, disincantamento nei confronti di tutti i suoi valori positivi e “poietici” di mobilitazione, spoetizzazione e “disestetizzazione”, mercantilismo generalizzato eccetera.

Bisogna dedurne che il futurismo puo divenire di nuovo agente/attore soltanto a patto di lanciarsi su nuove piste. E soltanto il mondo neoarcaico che si delinea all’orizzonte puo ri-orientare il mentale futurista oltre gli impacci della modernita.

c. La sintesi archeofuturista come combinazione filosofica apollineo-dionisiaca

Il futurismo e l’arcaismo rappresentano ciascuno l’intreccio indissolubile dei principi apollineo e dionisiaco, che sono sempre stati apparentemente opposti ma in realta complementari. Il polo futurista e apollineo per via del suo progetto sovrano e razionale di messa-in-forma del mondo, e allo stesso tempo dionisiaco per via della sua mobilitazione estetica e romantica dell’energia pura. Dal canto suo, l’arcaismo e dionisiaco perche tellurico: esso si richiama alle forze eterne e alla fedelta dell’arche; ma allo stesso tempo e apollineo perche si fonda sulla saggezza e sulla stabilita dell’ordine umano.

Si tratta, in buona sostanza, di pensare insieme, secondo la logica inclusiva dell’et-et e non piu secondo quella esclusiva dell’aut-aut, l’iperscienza del futuro e il ritorno alle soluzioni tradizionali affioranti dalla notte dei tempi. Il futurismo e in realta il piu potente degli arcaismo; sulla base di un realismo purissimo, per realizzarsi un progetto futurista deve necessariamente ricorrere all’arcaismo.

Di qui un paradosso: l’archeofuturismo rifiuta qualsiasi idea di progresso — tutto quanto attiene alla concezione del mondo di un popolo deve fondarsi su basi immutabili, anche se le forme e le formulazioni variano col tempo: da 50.000 anni a questa parte l’homo sapiens e cambiato di poco, e i modelli arcaici e premoderni di organizzazione sociale hanno dimostrato la loro validita. Dunque all’idea di progresso l’archeofuturismo deve sostituire quella di movimento.

E possibile notare una straordinaria compatibilita fra i valori arcaici e le rivoluzioni consentite dalla tecno-scienza. Perche? Perche, ad esempio, non e possibile gestire con la mentalita egualitaria e umanitarista moderna le possibilita esplosive dell’ingegneria genetica o quelle delle nuove armi elettromagnetiche. L’incompatibilita fra l’ideologia egualitaria moderna e il futurismo si vede bene nell’inverosimile limitazione dell’industria nucleare civile in Occidente attraverso un’opinione pubblica manipolata, o negli ostacoli pseudo-etici innalzati contro le tecniche transgeniche, la creazione di “ricostruzioni” umane o l’eugenetica positiva.

Il futurismo sara tanto piu radicale quanto piu ridiventera arcaico; e dal canto suo l’arcaismo sara tanto piu radicale quanto piu diventera futurista.

Beninteso, l’archeofuturismo riposa sulla nozione nietzscheana di Umwertung — rovesciamento radicale dei valori moderni — e su una concezione sferica della storia.

Chiariamo il concetto. La modernita ugualitaria, poggiata sulla fede nel progresso e suillo sviluppo senza fine, ha adottato una visione lineare, ascendente, escatologica e soteriologica della storia. Si tratta di una laicizzazione della visione del tempo propria delle religioni salvifiche, del resto ampiamente condivisa sia dai socialismi sia dal democratismo liberale. Invece le societa tradizionali (soprattutto non-europee) sviluppano una visione ciclica, ripetitiva e dunque fatalista della storia. Ma la visione nietzscheana (quella che Giorgio Locchi definiva “sferica”) prende le distanze tanto dalla concezione lineare del progresso quanto dalla concezione ciclica.

Di che si tratta? Immaginiamo una sfera, una biglia, che avanza disordinatamente lungo un piano, magari mossa dalla volonta, necessariamente imperfetta, di un giocatore di biliardo. Per forza di cose, dopo diverse rotazioni, lo stesso punto della biglia si trovera nuovamente a contatto del tappeto. E l’eterno ritorno dell’identico — ma non dello stesso. Perche? Perche la biglia non e immobile: se e vero che a toccare il tappeto e lo stesso punto della sfera, tuttavia la sfera medesima non si trova piu nello stesso punto del tappeto toccato precedentemente. Si verifica dunque una situazione simile, ma in un luogo diverso. Lo stesso paragone puo valere per le stagioni, e per la visione della storia propria dell’archeofuturismo.

Il ritorno dei valori arcaici non deve essere concepito come un ritorno ciclico al passato (dal momento che questo passato ha, in tutta evidenza, fallito, poiche ha dato vita a una catastrofica modernita), bensi come un riaffiorare di configurazioni sociali arcaiche in un contesto del tutto nuovo.

Detto in altre parole, si tratta di applicare soluzioni antichissime a problemi totalmenti inediti; ovvero di ricorrere a un ordine dimenticato ma trasfigurato da un contesto storico differente.

Ancora tre precisazioni di natura filosofica: innanzitutto l’archeofuturismo si distingue dall’abituale “tradizionalismo” grazie ad un’analisi differente della tecnoscienza. la quale ultima non dev’essere demonizzata e non e essenzialmente legata alla modernita ugualitaria. Al contrario, essa affonda le sue radici nel patrimonio etnoculturale europeo, segnatamente all’eredita ellenica. Non dimentichiamo che la Rivoluzione francese “non aveva bisogno di scienziati” e ne ha ghigliottinati parecchi.

Seconda precisazione: l’archeofuturismo e una visione metamorfica del mondo. Proiettati nel futuro, i valori dell’arche sono riattualizzati e trasfigurati. Dunque il futuro non e la negazione della tradizione, della memoria storica del popolo, ma la loro metamorfosi e dunque, in conclusione, il loro rafforzamento e la loro rigenerazione. Azzardiamo una metafora: che cos’hanno in comune un sottomarino nucleare e una triremi ateniese? Niente e tutto. L’uno e la metamorfosi dell’altra, ma tutti e due, in due epoche diverse, puntano esattamente allo stesso obiettivo e rispondono ai medesimi valori — anche sul piano estetico.

Terza precisazione: l’archeofuturismo e un pensiero ordinatore — laddove “ordine” e la parola che piu di tutte graffia la sensibilita dei cervelli moderni, preda della fallace etica individualista dell’emancipazione (o pseudo-tale) che ha prodotto sia l’impostura dell’arte contemporanea sia i disordini del sistema educativo o politico-economico attuale.

Ma secondo la visione platonica espressa nella Repubblica l’ordine non e ingiustizia. Ogni pensiero ordinatore e rivoluzionario, e ogni rivoluzione e un ritorno alla giustizia dell’ordine.

Un concetto che non sa fornire esempi della propria applicazione storica non e efficace. Il marxismo ha fallito in parte perche Marx e Engels, impantanati nella “filosofia del no” e nell’ipercriticismo, non hanno dato descrizioni realistiche, anche indicative, della loro “societa comunista”. Risultato: se la critica del capitalismo era in certi punti pertinente, al contrario la costruzione concreta del paradigma comunista si e realizzata nell’improvvisazione, secondo l’arbitrio di autocrati e tiranni. Il comunismo e crollato perche, nonostante fosse un pensiero radicale in rapporto all’ordine borghese, esso e rimasto una logica astratta del risentimento che ha tentato di applicarsi mediante dogmi politici sbrigativamente schematizzati. Per il momento si tratta soltanto di aprire delle piste.

La risposta allo scontro Nord-Sud in gestazione e all’ascesa dell’islam

In quel processo di arcaizzazione del mondo iniziato negli anni Ottanta, la geopolitica moderna e stata sconvolta: l’islam riprende la sua avanzata conquistatrice interrotta per qualche secolo dalla colonizzazione europea; grandi movimenti di migrazione colonizzatrice dilagano nell’emisfero nord, come contraccolpo del colonialismo e dell’invecchiamento del Nord; tutta la problematica del XIX e del XX secolo — che opponeva da una parte l’Europa all’America del Nord e dall’altra, in seno al continente euroasiatico, gli “occidentali” (di cui i tedeschi non sempre fanno parte) agli Slavi — sta declinando. La tensione — e un domani lo scontro — e ormai fra il Nord e il Sud. Noi ci troviamo gia di fronte a sfide archeofuturiste.

E aberrante soccombere al mito angelista dell’”integrazione multirazziale” o del “comunitarismo” etnopluralista. La mentalita dei musulmani (non puo esistere un islam “moderato” o “laico”), come quella degli “emigranti di popolamento” del Sud, e anche quella dei giovani figli di immigrati (insediati, in masse sempre piu numerose e aggressive, nelle conurbazioni europee), e perfino quella dei dirigenti delle potenze musulmane ed estremo-orientali in rimonta, dissimulata sotto un’ipocrita vernice occidentale e moderna, e rimasta arcaica: primato della forza, legittimita della conquista, etnismo esacerbato, animalizzazione del nemico, religiosita aggressiva, tribalismo, machismo, culto del capo e degli ordini gerarchici — benche camuffati sotto un repubblicanesimo democratico. Noi viviamo, sotto una formula diversa, il ritorno delle grandi invasioni. Ora, il fenomeno e assai piu grave che all’epoca, poiche oggi gli “invasori” hanno conservato dei “paesi-base”, delle madrepatrie con cui sono sempre solidali e che possono difenderli. E che in segreto aspirano a farlo, anche militarmente, in futuro. E per questo motivo che parliamo di colonizzazione piuttosto che di invasione.

La mentalita egualitaria moderna e totalmente incapace di resistervi. Non sarebbe meglio, allora, adottare nuovamente gli stessi valori arcaici che animano gli avversari oggettivi; e che sono, con importanti varianti, quelli di tutti i popoli, prima e dopo la parentesi della modernita?

b) la risposta al declino degli Stati-nazione europei e alla sfida dell’unificazione europea

In questa prospettiva, quello che importa e prepararsi alla possibilita di uno scontro e rompere con l’angelica utopia moderna di una concordia universale. Si tratta di ripensare la guerra non piu sotto la forma moderna delle guerre nazionali, bensi, come nell’Antichita e nel Medio Evo, sotto forma di scontri vitali di grandi insiemi etnici o etno-religiosi. Sarebbe interessante ripensare, sotto forme future in gestazione, quelle macro-solidarieta che furono l’Impero romano o la Cristianita europea. Sarebbe interessante definire in maniera pragmatica l’idea di Eurosiberia, da Brest allo Stretto di Bering, dall’Atlantico al Pacifico, estesa lungo quattordici fusi orari su cui il sole non tramonta mai: il piu vasto insieme geopolitico della Terra, sul quale i dirigenti russi riflettono maldestramente tra i fumi della vodka, ma almeno riflettono. Sarebbe interessante domandarsi se il nazionalismo francese non sia totalmente obsoleto, se lo Stato-nazione in Europa non sia altrettanto anacronistico del monarchismo maurrassiano nel 1920; se la costruzione balbettante e annaspante di uno Stato federale europeo (anche grazie agli utili idioti di cui parlava Lenin), malgrado gli inconvenienti a breve termine, non sia invece il solo mezzo, a lungo termine, come risposta metamorfica del modello imperiale romano e germanico, di preservare i popoli-fratelli del nostro Grande Continente dalla sparizione e dalla sommersione pure e semplici.

E poi interrogarsi: in questa nuova mano da giocare, gli Stati Uniti sono un nemico (come io stesso avevo proclamato tempo fa), cioe un insieme che fa pesare una minaccia, oppure sono semplicemente un avversario e un competitore economico, politico e culturale? Si tratta di porre il problema neo-arcaico della solidarieta globale — etnica, fondamentalmente — del Nord di fronte alla minaccia del Sud. Sia quel che sia, la nozione di Occidente sparisce per cedere il posto a quella di Mondo del Nord, o Nordland.

Come nel Medio Evo e nell’Antichita — vi tornero piu oltre — il futuro esige di considerare la Terra come mosaico di grandi insiemi quasi-imperiali in conflitto-cooperazione tra loro.

L’avvenire non appartiene forse a una Europa neo-federale fondata su regioni autonome? Il che sarebbe la riattualizzazione dell’organizzazione antica e medioevale del continente. Molto semplicemente perche un’Europa tecno-brussellese, allargata, composta da una ventina di nazioni indecise, divise, ineguali, sara un magma apolitico sottomesso agli USA e alla NATO, aperto alla colonizzazione migratoria e alla concorrenza selvaggia dei nuovi paesi industriali. Dopo l’Euro, ritorno a una moneta continentale per la prima volta dalla fine dell’Antichita. E possibile ipotizzare degli Stati Uniti d’Europa come grande potenza federale, aperta all’alleanza con la Russia?

c) la risposta alla crisi della democrazia

Peter Mandelson, teorico politico britannico “di sinistra” artefice del New Labour di Tony Blair, nel corso di un’intervista dell’aprile 1998 al quotidiano londinese “The Guardian”, si e cosi espresso: «E legittimo pensare che il regno della democrazia rappresentativa pura sia giunto alla fine. […] La democrazia e la legittimita esigono di essere costantemente rinnovate. Esse hanno bisogno di essere ridefinite ad ogni generazione. La rappresentativita trova un complemento in forme d’impegno piu dirette — da Internet ai referendum. E questo implica un cambiamento di stile della politica, per poter rispondere a questi cambiamenti. La gente non sa che farsene di un metodo di governo che li infantilizza e che non li tiene in alcuna considerazione».

Difficile immaginare un attacco migliore contro il modello “moderno” di democrazia parlamentare occidentale teorizzato da Rousseau nel Contratto Sociale e divenuto ormai obsoleto. Il pragmatismo anglosassone permette spesso aperture ideologiche — purtroppo mal concettualizzate — proibite al dottrinalismo francese, all’idealismo tedesco o al bizantinismo italiano.

Mandelson, eminente testa pensante del New Labour, e archeofuturista senza saperlo. Perche, infatti, che cosa dice? Che la democrazia parlamentare “moderna”, ereditata dai paradigmi del XVIII e XIX secolo, non e piu adeguata al mondo del futuro. Lentezza e mollezza delle decisioni; regno del compromesso; assenza di autorita perentoria di fronte all’Ernstfall, il “caso urgente”, sempre piu frequente; distanza fra le vere aspirazioni e volonta del popolo e la politica dei governi “democratici”; dittatura delle burocrazie e degli affaristi; paralisi dei parlamenti; carrierismo corrotto degli uomini di partito; improvvisa apparizione massiccia delle mafie eccetera.

La democrazia moderna non difende gli interessi del popolo bensi quelli delle minoranze illegittime. Essa non si fida del popolo reale e scredita il concetto di “populismo” assimilandolo a quello di dittatura — e il colmo. Mandelson suggerisce anche la necessita di restaurare un’autorita politica audace e decisionista, priva di pregiudizi ideologici o pseudo-morali, ma appoggiata sulla volonta del popolo reale, grazie soprattutto «ai mezzi elettronici immediati di voti e consultazioni, prolungamenti di Internet e Intranet, che potrebbero permettere di moltiplicare i referendum». Queste piste sono parecchio interessanti. Esse coniugano, per riformare la democrazia, due elementi arcaici e un elemento futurista.

Primo elemento arcaico: la potenza decisionista sovrana mobilitata dalla volonta diretta del popolo. Ecco cio che rinvia al modello dell’auctoritas della prima repubblica romana, simboleggiata dalla sigla SPQR (Senatus PopulusQue Romanus, il Senato e il popolo romano), associazione strettissima di aspirazione popolare e autorita costituita; e questa auctoritas impone i suoi decreti senza la censura dei giudici o di una “legge” superiore al buon volere del popolo. Al riguardo e anche possibile evocare il modello ateniese del IV e V secolo prima della nostra era.

Secondo elemento arcaico: il riavvicinamento fra istituzioni politiche e popolazione. Lo Stato-nazione moderno, dapprima concettualizzato da Hobbes, ha separato il popolo dalla sovranita, sotto l’illusione di una miglior rappresentazione della volonta generale. Implicitamente Mandelson propone di ritornare al principio — che fu gia ateniese, romano e medioevale — di contiguita fra il popolo e i decisionisti. Del resto il termine demos (democrazia: potere dei demi) significa letteralmente “quartiere” o “distretto rurale”. In questa prospettiva, si potrebbe avere in vista un’Europa decentralizzata, in cui i “popoli locali” potrebbero darsi le proprie leggi. Secondo il modello imperiale romano o germanico medioevale.

Terzo elemento, stavolta futurista: la possibilita di consultazioni referendarie immediate attraverso servizi di posta elettronica salvaguardati da codici individuali. L’establishment politico-mediatico, che ha paura del popolo, evidentemente rifiuta questa soluzione, perche teme di veder compromesse le sue manovre. Inoltre, l’ideologia egemonica della modernita si batte e applica la censura (come in biologia) per limitare le possibilita offerte dalla tecnoscienza. La modernita e reazionaria.

Ma che cos’e il popolo, e che cosa sara?

E il laos, la “massa” dei marxisti o dei liberali, cioe la “popolazione presente” fondata sul diritto del suolo; o e invece l’ethnos, comunita popolare fondata sulla legge del sangue, della cultura e della memoria? La modernita tendeva a definire il popolo come laos, come massa sradicata di individui provenienti da ogni dove. Ma il futuro che avanza, inesorabile, risuscita l’etnismo e il tribalismo, su scala locale come su scala mondiale. Domani il popolo sara, ancora e come sempre prima della parentesi moderna, l’ethnos. Vale a dire una comunita a un tempo culturale e biologica. Insisto sull’importanza della parentela biologica per definire un popolo, e mi riferisco in particolare alla famiglia dei popoli europei (e di tutti gli altri): non soltanto perche l’umanita (contrariamente al melting-pot) si definisce sempre di piu come “insieme di blocchi etno-biologici”, ma perche le caratteristiche ereditarie di un popolo fondano la sua cultura e le sue mentalita.

d) la risposta alla disgregazione sociale

Lo si vede nel crollo dei sistemi educativi, che non sanno piu contenere l’analfabetismo e la criminalita in eta scolare, perche si fondano sull’illusione dei metodi “non autoritari” d’insegnamento; lo si vede nel progredire della delinquenza urbana, la cui causa non e soltanto l’immigrazione incontrollata, ma il dogma irreale della “prevenzione” onnipotente e l’oblio dell’antico principio di repressione che non ha nulla di tirannico se si basa sul diritto; lo si vede nel declino demografico, la cui causa non e soltanto l’antinatalismo dei governanti e il masochismo etnico dell’ideologia diffusa, ma anche l’individualismo edonista esacerbato che provoca l’esplosione di pratiche antinaturali: automaticita dei divorzi, tra breve ridotti a semplici formalita amministrative, ridicolizzazione e rifiuto ostinato, fiscale e sociale, della casalinga, esplosione dei concubinaggi effimeri e sterili, accettazione dell’omosessualita con coppie omosessuali legali in grado di adottare bambini; comparsa di matrimoni da strapazzo (i ridicoli CUS, contratti di unione sociale) eccetera. Come abbiamo visto prima, il deficit demografico, conseguenza dell’antinatalismo, e destinato a provocare un disastro economico europeo a partire dall’anno 2010, in ragione del deficit crescente dei budget sociali provocati dall’invecchiamento.

Dovunque la modernita trionfalista ma agonizzante fallisce nei suoi intenti di regolazione sociale. Perche, come aveva compreso l’antropologo Arnold Gehlen, essa si basa su di una visione utopica della natura umana, una antropologia fallace.

E probabile che il mondo del dopo-caos dovra riorganizzare i tessuti sociali secondo principi arcaici, vale a dire, in fondo, umani.

Quali sono questi principi? La potenza della cellula familiare dotata di autorita e responsabilita sulla progenie; la prevalenza penale del principio punitivo su quello di prevenzione; la subordinazione dei diritti ai doveri; inquadramento — e non imbrigliamento — degli individui in seno a strutture comunitarie; la forza delle gerarchie sociali rese nuovamente visibili attraverso la solennita di rituali sociali (funzione estetico-magica); la riabilitazione del principio aristocratico, cioe ricompense ai migliori e ai piu meritevoli (secondo i tre principi del coraggio, del servizio e del talento), sapendo che un surplus di diritti comporta un surplus di doveri, ma sapendo anche che un’aristocrazia non deve degenerare in plutocrazia e deve diffidare della deriva ereditaria.

Si tratta dunque di “abolire le liberta”? Paradossalmente, e proprio la modernita “emancipatrice” che ha rosicchiato le liberta concrete proclamando una Liberta astratta. Mentre in Europa diventa praticamente impossibile espellere l’immigrante illegale, le mafie prendono piede e le bande delinquenti beneficiano di una relativa impunita, al contrario i cittadini che giocano al gioco del patto sociale sono sempre piu schedati, sorvegliati, finanziariamente inquadrati, dissanguati e sottoposti a eccessiva pressione fiscale.

Contro questo scacco, non converrebbe restaurare le nozioni medioevali e antiche, ma concrete, di franchigie, di patti comunitari locali, di solidarieta organica di contiguita?

Tanto basta per i principi generali. Probabilmente saranno questi a fondare le societa del futuro, nate dalle rovine della modernita. Per applicarle, per prepararle concretamente, c’e bisogno di nuovi ideologi della nostra corrente di pensiero. E ci sono alcuni interrogativi concreti che vale la pena di porre.

Alla rinfusa: perche mantenere la scuola obbligatoria fino a 16 anni e non accontentarsi di una semplice scolarita elementare, in cui sarebbero insegnate con disciplina ed efficacia le materie di base? Dopo i 13 anni, si sarebbe liberi di scegliere per un apprendistato lavorativo o per il proseguimento degli studi. Si uscirebbe cosi dalla sclerosi del sistema attuale, fonte di fallimento scolastico, di incivismo, di ignoranza, di analfabetismo e di disoccupazione. Un ciclo primario disciplinato e inquadrato formerebbe giovani di un livello piu elevato di quelli che escono oggi da un ciclo secondario scalcinato, spesso quasi analfabeti. Ogni disciplina e liberatrice. In che cosa una scolarita a due velocita, fondata su di una selezione rigorosa e su di un sistema di borse di studio in grado di evitare la plutocrazia e la dittatura del denaro, e ingiusta se grazie ad essa vi e circolazione delle elite e meritocrazia?

Le nuove societa del futuro potranno assistere all’abolizione dell’aberrante sistema egualitario attuale in cui “tutti vogliono essere ufficiali”, o quadri, o diplomati, quando evidentemente la maggioranza non ne ha le capacita. Questo modello e fonte di frustrazioni e genera fallimenti e risentimento sociale. Societa innervate da tecnologie sempre piu sofisticate reclameranno al contrario il ritorno alle arcaiche norme gerarchiche, in cui una minoranza competente e meritocratica e selezionata duramente per dirigere l’insieme. Coloro che occuperanno posizioni subalterne, in una societa non egualitaria, non se ne sentiranno frustrati e la loro dignita non sara messa in discussione, poiche essi accetteranno la loro condizione, utile in seno alla comunita organica. Essi saranno liberati dall’hybris individuale della modernita che postula, implicitamente, che tutti hanno il diritto di diventare scienziati o principi.

Altro esempio: nel trattamento della delinquenza, il futuro ci obblighera a ripensare i metodi moderni inefficaci di prevenzione e di reinserimento a vantaggio di una rivoluzione giuridica che riabiliti i metodi arcaici di repressione e di rieducazione forzata. Inoltre bisogna cambiare logica mentale.

In breve, i modelli sociali del futuro, in virtu dell’introduzione delle “ipertecnologie”, non ci dirigono verso una situazione di maggiore egualitarismo (come credono gli stupidi apologeti della pancomunicazione grazie a Internet), ma verso il ritorno a modelli sociali arcaici gerarchizzati. Del resto, anche gli imperativi della concorrenza tecnologica mondiale e della guerra economica per i mercati e le risorse rare vanno in questo senso: conquisteranno alla loro causa i popoli in possesso dei “blocchi elitari” piu potenti e piu selezionati, e le masse piu organicamente integrate.

e) la risposta all’indecisione planetaria, all’inadeguatezza dell’”arnese” ONU e al rischio di scontri generalizzati

Gli Stati-nazione dell’ONU — dagli USA alle Isole Fiji — sono incapaci di condurre questa nave spaziale affollata che e divenuta la Terra. Lo si e visto al vertice di Tokyo, incapace di fondare un’intesa su una politica comune per evitare le catastrofi ecologiche che cominciano. Sarebbe meglio avere in vista l’organizzazione del pianeta, a medio termine, in sette od otto grandi insiemi “neo-imperiali” decisionisti e negoziatori. Cosi ci si riallaccerebbe, in forma diversa, all’antica organizzazione del mondo fondata su blocchi analoghi.

Scenario: un blocco sino-confuciano, un insieme euro-siberiano, poi un altro arabo-musulmano, e ancora uno nord-americano, uno africano, uno sud-americano e infine un ultimo comprendente il Pacifico e l’Asia peninsulare.

f) la risposta al caos economico ed ecologico

L’abbiamo visto sopra: il paradigma economico moderno, fondato sulla credenza nei miracoli, si scontrera con delle impossibilita fisiche. L’utopia dello “sviluppo” per 10 miliardi di uomini e ecologicamente impossibile.

Il crollo prevedibile dell’economia-mondo attuale permette di intrevedere e di formulare l’ipotesi di un modello rivoluzionario fondato su una economia mondiale autocentrata e inegualitaria. La quale ci sara forse imposta dalle circostanze e dal caos, ma che sara meglio prevedere e organizzare. Questa ipotesi riposa su tre grandi paradigmi. Lo scenario archeofuturista:

1) la maggioranza dell’umanita ritorna a un’economia rurale e artigianale pre-tecnica di sussistenza, con una struttura demografica neo-medioevale. L’Africa, come tutte le popolazioni dei paesi poveri, sarebbe interamente coinvolta in questa rivoluzione. La vita comunitaria e tribale riprenderebbe i suoi diritti. La “felicita sociale” sarebbe probabilmente superiore a quella dei paesi-giungla di oggi come la Nigeria o delle megalopoli-fogna come Calcutta o Citta del Messico. Anche nei paesi industrializzati — India, Russia, Brasile, Cina, Indonesia, Argentina eccetera — una parte importante della popolazione potrebbe ritornare a questo modello socio-economico arcaico.

2) Una minoranza dell’umanita conserverebbe il modello economico tecno-scientifico fondato sull’innovazione permanente. Essa formerebbe una “rete di scambio planetario” concernente piu o meno soltanto un miliardo di persone. Il vantaggio considerevole sarebbe un inquinamento molto meno importante di quello attuale. Del resto non si vede altra soluzione per salvare l’ambiente mondiale poiche le energie non-inquinanti non saranno disponibili nell’immediato futuro.

3) I grandi blocchi a economia neo-arcaica sarebbero autocentrati su scala continentale o pluricontinentale, e non effettueranno scambi reciproci. Soltanto la parte tecnoscientifica dell’umanita si dedicherebbe agli scambi planetari.

Questa economia mondiale a due velocita coniuga dunque arcaismo e futurismo. Alla parte tecnoscientifica dell’umanita dovrebbe essere proibito intervenire nelle comunita neo-medioevali di maggioranza, e soprattutto “aiutarle”. Beninteso, per uno spirito moderno ed egalitario questo scenario e mostruoso. Ma in termini di benessere collettivo reale — dunque di giustizia — questo scenario rivoluzionario potrebbe mostrarsi pertinente.

D’altra parte, alleggerita dal peso economico delle zone “in via di sviluppo” e “bisognose di aiuto”, la parte minoritaria dell’umanita vivente in un’economia tecno-scientifica potrebbe seguire un ritmo d’innovazione molto piu sostenuto di oggi. Inoltre, il ritorno all’arcaismo beneficia del futurismo e viceversa.

Beninteso, qui si tratta soltanto di un abbozzo, una pista. Tocchera agli economisti realizzarla.

g) la rivoluzione delle biotecnologie

E in campo biologico che la necessita dell’archeofuturismo sembra piu esplicita. Le mentalita moderne ed egualitarie, impegolate nella trappola colpevolizzante dell’”etica” dei diritti dell’uomo, non sono capaci di assumere le avanguardie della biologia. Esse inciampano su barriere morali, in realta para-religiose. Il modernismo finisce col divenire antiscientifico. Esso compromette gli sviluppi dell’ingegneria genetica. Esso compromette gli sviluppi dell’ingegneria genetica e transgenetica. Il paradosso e che soltanto una mentalita neo-arcaica ci permettera di utilizzare le applicazioni delle tecnologie genetiche oggi continuamente frenate. La mentalita moderna conosce in realta un blocco importante: l’antropocentrismo e la sacralizzazione egualitaria della vita umana, ereditata dal cristianesimo laicizzato.

Prendiamo numerose applicazioni della tecnologia biologica gia in via di realizzazione, lo stadio della sperimentazione animale essendo gia stato superato.

Tanto per cominciare, le tecnologie di eugenetica positiva, che permetteranno non soltanto di guarire le malattie genetiche ma di migliorare, per via transgenica, le prestazioni ereditarie secondo criteri scelti. Poi ricordiamo l’applicazione — gia prevista — sull’uomo di una tecnologia gia felicemente riuscita sugli animali: la creazione di ibridi intraspecifici, i “manipolati” o “chimere umane” dalle innumerevoli applicazioni. Due ricercatori americani hanno gia depositato un brevetto di questo tipo, per ora bloccato dai “comitati etici” politicamente corretti. Ibridi uomo-animale o esseri viventi semiartificiali avrebbero peraltro innumerevoli applicazioni. Per esempio i cloni umani decerebrati da utilizzare come banca di organi. Il che eviterebbe gli odiosi traffici di organi ai danni delle popolazioni povere dell’America andina.

Evochiamo anche l’applicazione all’essere umano di una tecnica gia sperimentata sugli ovini in Scozia: la nascita senza gravidanza, attraverso lo sviluppo dell’embrione in un ambiente amniotico artificiale, l’incubatore.

E evidente che i sostenitori delle ideologie moderne considerano satanica la semplice evocazione delle tecniche citate. Tuttavia, esse divengono possibili… Allora e meglio censurare brutalmente un luminoso spiraglio scientifico o riflettere intelligentemente sulla sua utilizzazione sociale?

h) l’etica archeo-futurista

L’archeofuturismo ci permetterebbe di sbarazzarci della piaga del modernismo egualitario, assai poco compatibile col secolo di ferro che ci attende: lo spirito malaticcio dell’umanitarismo, un simulacro d’etica che erige la “dignita umana” a dogma ridicolo. Senza dimenticare l’ipocrisia: perche tutte queste anime belle dimenticano spesso di denunciare ieri i crimini comunisti e oggi l’embargo di Irak e Cuba decretato dalla superpotenza americana, gli esperimenti nucleari indiani, l’oppressione dei Palestinesi eccetera.

Questo spirito funziona come un’impresa di disarmo morale, ponendo divieti paralizzanti, tabu colpevolizzanti, che impediscono concretamente all’opinione pubblica e ai dirigenti europei di fronteggiare le minacce.

Ma in realta, sotto la copertura dei principi morali, si tratta soltanto di promuovere una politica estremista mirante alla distruzione del substrato europeo e dell’Europa in quanto tale. Per esempio, il battage contro le espulsioni (tuttavia legali) dei “sans-papiers”, cioe degli immigrati clandestini e illegali, agitato dall’intellighenzia e dallo show-business francese, mira a rendere intoccabile ogni immigrante in nome dei diritti dell’uomo e degli pseudoprincipi caritativi di commiserazione. L’ideologia sottesa, il vero disegno, e — in una prospettiva neo-trotzkysta — la sommersione dell’Europa a causa del surplus demografico dei popoli del Sud.

Altro dramma: le campagne contro l’industria nucleare che sfociano nello smantellamento delle centrali svedesi e tedesche e alla rinuncia al nucleare da parte degli Europei, eccetto la Francia che e l’unica a resistere ancora, ma per quanto tempo? Mentre invece, eccettuati pochi incidenti per altro controllabili, tutti sanno che quella nucleare e la meno inquinante delle energie disponibili.

Si tratta inoltre di indebolire l’Europa sotto il pretesto dell’umanesimo, privandola di tecnologie energetiche avanzate di indipendenza economica e, allo stesso tempo, di una dissuasione nucleare integrata. La leva di questa manipolazione di cui e vittima l’ingenua borghesia intellettuale e artistica europea, si rivela un’ipertrofia mostruosa e irresponsabile dell’”ama il prossimo tuo come te stesso”, un’apologia della debolezza, una svirilizzazione e una autocolpevolizzazione patologiche. E una sottocultura dell’emozione facile, un culto del declino attraverso cui le opinioni europee vengono letteralmente decerebrate anche grazie ai media.

Ora, il disfattismo e totalmente assente dalle mentalita arcaiche. Bisognerebbe ritrovare quelle mentalita per sopravvivere nel futuro.

Una certa durezza, una franchezza decisa, il senso dell’orgoglio e dell’onore, il buon senso, il pragmatismo, la chiara distinzione dello straniero, il rifiuto di ogni organizzazione sociale non selettiva, un’etica che legittima il ricorso alla forza, che non indietreggia, facendosi scudo di un umanitarismo dogmatico, di fronte alle audacie della tecno-scienza, l’integrazione delle virtu guerriere, dei principi di urgenza e di scontro ineluttabile, una concezione della giustizia secondo cui sono i doveri a fondare i diritti e non il contrario, l’accettazione naturale di un’organizzazione inegualitaria e plurale del mondo (anche sul piano economico), l’aspirazione alla potenza collettiva dei blocchi, l’ideale comunitario — ecco alcune virtu del mentale arcaico. Esse saranno indispensabili nel mondo di domani dominato da scommesse di estrema asprezza. Un neo-arcaismo mentale — che non ha niente di barbarico poiche integra il principio di giustizia — preumanistico e inegualitario, sara compatibile soltanto con l’essenza del secolo che viene.

i) l’archeofuturismo e la questione del senso.

Quale religione?

Uno dei rari truismi pertinenti del nostro tempo, ben formulato sia dai tradizionalisti che dai modernisti, e che la civilta occidentale ha despiritualizzato la vita, distruggendo i valori trascendenti.

Lo scacco dei tentativi delle religioni laiche, il vuoto disincantato creato da una civilta che affondi la sua legittimita ultima in valore di scambio e il culto del denaro, l’auto-affondamento del cristianesimo hanno creato una situazione che non potra durare ancora per molto. Malraux aveva ragione: il XXI secolo ridiventera spiritualista e religioso. Si, ma sotto quale forma?

Gia l’islam si precipita nella breccia. Esso si candida per riempire il vuoto spirituale dell’Europa. Ma questa ipotesi, che puo avverarsi, sarebbe pericolosa. L’islam, attraverso il proprio dogmatismo sfrenato, rischierebbe di spezzare definitivamente la creativita e l’inventiva del mentale europeo, il suo spirito faustiano. Del resto e proprio questo il calcolo machiavellico di certi strateghi americani: incoraggiare l’islam e il suo impiantarsi in Europa al fine di paralizzarla. Un’altra risposta alla despiritualizzazione sta affiorando lentamente da un po’ di tempo questa arte: il ritorno alle “religioni selvagge” di natura paganeggiante, il che sembra conforme all’antica sensibilita europea: successo di guru, veggenti, astrologi, sette, gruppi carismatici, ma anche avanzata di un buddismo ridipinto di colori californiani. Disgraziatamente, questa soluzione porterebbe a un’impasse. Per essere credibile e giocare un ruolo sociale, una religione deve essere organizzata e strutturata, e possedere un asse spirituale unificato. Quanto alle religioni laiche e politiche, di cui la modernita e stata avida — il repubblicanesimo francese, il comunismo sovietico, il maoismo, il castrismo, il nazionalsocialismo, il fascismo eccetera —, esse sono, oltre alle loro conseguenze generalmente tiranniche, inadatte a “re-ligare”, a mobilitare un popolo sul lungo periodo, ad apportargli durevolmente un alimento spirituale e una ragione storica di sopravvivere. La risposta archeofuturista potrebbe essere la seguente: non si potrebbe immaginare un cristianesimo neo-medioevale, quasi-politeista, superstizioso, ritualizzato per le masse e uno gnosticismo pagano — una “religione dei filosofi” per le elite? Le cattedrali sono sempre in piedi. Ci si puo rassegnare a vederle trasformarsi in musei? E ci si potra rassegnare eternamente a vedere il clero europeo giocare un ruolo motore nel masochismo etnico, l’incoraggiamento dell’immigrazione clandestina e la trasformazione dei rituali religiosi in movimenti parapolitici? Checche ne sia, quella che oggi sembra soltanto una fiction impensabile potra, anche in questo campo, diventare l’attualita del futuro. Perche le catastrofi che ci attendono potranno provocare un sisma mentale collettivo.

5. Conclusione

Bisogna riconciliare Evola e Marinetti. E nel pensiero organico, compositivo e radicale di Friedrich Nietzsche e di Martin Heidegger che affonda le sue radici il nuovo concetto di archeofuturismo, ma strutturato: pensare insieme la tecnoscienza e la comunita eterna della societa tradizionale. Mai l’una senza l’altra. Pensare, come presentiva Heidegger — ma anche Raymond Abellio e Jean Parvulesco — l’uomo europeo allo stesso tempo come deinotatos (il piu arrischiato), il futurista e l’essere dotato di memoria.

L’eterno ritorno dell’identico contro le visioni cicliche e lineari.

Globalmente, il futuro richiede il ritorno dei valori ancestrali, e questo per tutta la Terra.

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Julho 11, 2007
Categorias: Sem categoria . . Autor: arqueofuturista

 

Un commento sul tema “genio e pazzia”




Il lavoro che è stato condotto fino ad oggi nell’ambito del Progetto Psichiatria riguarda principalmente due temi di studio.

Il primo si riferisce alla ricerca sull’estetica contemporanea, e in questa direzione sono stati fatti alcuni “viaggi di lavoro” alla Tate Gallery di Londra e al Centre Pompidou di arte contemporanea di Parigi. Da queste esposizioni che abbiamo visitato viene fuori una netta distinzione fra arte moderna e arte contemporanea. Il concetto fondamentale è che l’arte contemporanea, benché classicamente venga fatta iniziare intorno agli anni ‘70, vedrebbe il suo inizio coincidere più propriamente con il periodo del crollo delle ideologie, e quindi  con la caduta del muro di Berlino e con la fine dell’analisi freudiana (vedi ad esempio l’articolo del Time “Freud è forse morto?” del 1993, il lavoro del filosofo Frank Cioffi  della Oxford University, che nei  suoi scritti sosteneva  che Freud fosse un mentitore, e infine l’opera di Adolf Grünbaum, sulle cui riflessioni epistemologiche è stato già  scritto anche nel Sogno della Farfalla). Sebbene l’unica critica strutturata e veramente rilevante che è stata fatta a Freud sia quella di Massimo Fagioli, questi temi connessi al rifiuto del freudismo sono stati in realtà presenti anche in un ambito culturale più ampio a livello mondiale dalla seconda metà del ‘900. Riassumendo, come immagine generale si hanno quindi la caduta del comunismo, con il crollo dell’ideologia marxista ad esso correlata, e la messa in discussione della psicoanalisi freudiana. Quello che sembra avere avuto una maggiore resistenza è invece l’esistenzialismo, derivato dalla filosofia di Heidegger, ma forse ancor prima dal pensiero di Jaspers. Pare che la prima opera chiaramente esistenzialista sia stata Psychologie der Weltanschauungen del 1919 (Psicologia delle visioni del mondo tradotto in italiano nel 1950). L’esistenzialismo heideggeriano ha resistito, molto probabilmente, perché si è infiltrato in modo trasversale, ispirando non solo il pensiero politico della destra ma anche quello di una certa sinistra, o sedicente tale, sia  francese  (vedi Sartre, Foucault, Lacan ) che italiana. La sinistra italiana infatti, in un modo o nell’altro, è a tutt’oggi pesantemente influenzata dall’opera di Heidegger, e su questo tema è incentrata una grande parte del dibattito culturale portato avanti sul settimanale Left. La cosa interessante riguardo al nostro lavoro è che il pensiero esistenzialista avrebbe influenzato in maniera decisiva anche il modo di concepire l’arte nel 900. Basta pesare a cosa ha scritto Rüdiger Safransky nel 1994 in Heidegger ed il suo tempo: “Heidegger come critico della propria epoca venne ascoltato come un oracolo artistico. Non furono le accademie delle scienze, ma quelle di belle arti a fare la corte ad Heidegger (…). Infatti per lui pensare e poetare erano sempre più contigui l’uno all’altro…” (Safransky R.,  Heidegger ed il suo tempo, Longanesi, Milano, 1994, pag.491). Il pensiero di Heidegger sembra avere influenzato soprattutto le estetiche cosiddette “post-moderne”. Jean-François Lyotard, nella ricerca sociologica del 1979 La condition postmoderne, è stato il primo teorizzatore del postmoderno in filosofia. Nel volume viene presentata la tesi secondo la quale la modernità è giunta al suo compimento e ci troviamo ormai nel postmoderno. Il progetto della modernità di conferire un senso unitario e globale alla realtà, individuandone i fondamenti e facendo leva su una scienza unitaria, si è costruito sull’asse di tre grandi meta-racconti, illuminismo, idealismo e marxismo, che hanno giustificato ideologicamente la coesione sociale e ne hanno ispirato, nella modernità, le utopie rivoluzionarie. Con il declino del pensiero totalizzante si è aperto, secondo Lyotard, il problema di reperire criteri di giudizio e di legittimazione che abbiano valore locale e non più universale. Il filosofo francese  ha dunque  teorizzato che in un periodo in cui non ci sono più ideologie, non ci sono più valori assoluti, l’arte esce da una fase moderna caratterizzata dalla fiducia nel progresso, nella dialettica, nella trasformazione, ed entra in una fase post- moderna in cui si abbandonano i grandi temi e predominano delle forme di razionalità che non pretendono più di determinare valori assoluti ma che hanno un carattere che Horkheimer avrebbe definito “strumentale”, cioè un qualcosa che serva a conseguire fini, ma fini sempre parziali. E’ un tipo di arte, quindi, che non si pone mai come una riflessione generale sull’uomo, né tantomeno sul bello o sul vero, ma presenta una frammentazione delle conoscenze nell’ambito dell’estetica: anche quando recupera i contenuti e i valori delle estetiche precedenti, l’arte post-moderna lo fa secondo una logica dissociata, nel senso che la caratterizzazione è quella di una ibridazione, di una contaminazione continua, a volte anche dettata dal caso, a volte con una esasperazione artificiosa dei temi. Visitando molte delle gallerie di arte contemporanea, quella che emerge come comune denominatore e appare predominare su tutto il resto, è una dimensione concettuale per cui l’arte si costituisce come trovata intellettualistica autoreferenziale. Giochi di parole, equivoci, e provocazioni studiate a tavolino sono il pane quotidiano offerto in questi ambienti ad uno spettatore cui spesso non rimane altro che una sensazione di grande distacco e freddezza.

L’altro aspetto che è stato affrontato, solo apparentemente sconnesso dal tema precedente, è quello delle ricerche sulla neurobiologia della schizofrenia.

Sul numero di aprile di Nature, una delle più importanti riviste scientifiche nel mondo, è stato pubblicato un lavoro dal titolo Modeling schizophrenia using human induced pluripotent stem cells. Lo studio è stato successivamente rilanciato su Repubblica.it da un articolo di Giulia Belardelli intitolato I segreti della schizofrenia in provetta, riproponendo l’antica questione riguardo all’eziologia della schizofrenia. E’ una malattia di origine genetica al pari di molte malattie neurologiche o è una malattia legata all’ambiente? Oppure è salomonicamente entrambe le cose? Gli Autori, appartenenti al laboratorio di genetica di Fred H. Cage, sostengono che la schizofrenia sia un disturbo neurologico (“neurological disorder”), una complessa malattia genetica in cui la componente ereditaria dell’80-85% risulterebbe preponderante. “Per molti anni  –  dice Cage  –  le malattie mentali sono state considerate come disturbi strettamente sociali o ambientali. Si tendeva a credere che una persona malata potesse guarire semplicemente affrontando i suoi problemi. Da tempo sappiamo che non è così. Ora stiamo mostrando nei neuroni disfunzioni biologiche reali che sono del tutto indipendenti dall’ambiente”.   Partendo da questo tipo di premesse, il razionale dello studio è stato quello di indagare i meccanismi neurofisiopatologici alla base della malattia riprogrammando dei fibroblasti prelevati da pazienti ritenuti “schizofrenici” per trasformarli in cellule staminali pluripotenti da indirizzare poi verso la differenziazione in neuroni. I neuroni “disorder-specific” così ottenuti mostrerebbero, secondo gli Autori, una connettività ridotta associata a un diminuito numero di prolungamenti cellulari e a una alterata espressione di recettori per il glutammato e di proteine-segnale rispetto ai controlli sani. Inoltre sarebbe stata individuata l’alterata espressione di circa 600 geni di cui il 25% già identificati in precedenza come possibile causa della schizofrenia.

Questo lavoro, oltre a presentare dei limiti importanti da un punto di vista metodologico (limiti per la cui trattazione estesa si rimanda all’articolo in preparazione), pone dei problemi soprattutto da un punto di vista epistemologico. Il dato da rilevare è che in questo e in molti altri articoli dello stesso genere si evidenzia una conoscenza approssimativa di quelle che sono le acquisizioni più recenti della biologia molecolare e dello sviluppo del sistema nervoso. Questi studi vorrebbero far credere che il comportamento è determinato in modo rigido dai geni quando invece tutta la biologia molecolare, dagli anni ‘60 in poi, ha dimostrato che l’ambiente ha un’influenza decisiva sull’espressione genica. Nella seconda metà del secolo scorso infatti ha preso le mosse lo studio dell’epigenetica, un ramo della biologia che ha modificato radicalmente le concezioni non solo dell’embriologia ma anche della nascita. Ciò nonostante, buona parte dei ricercatori nell’ambito delle neuroscienze, a partire da Watson, sembrano avere ignorato le implicazioni profonde di queste acquisizioni, avvallando un tipo di ricerche  basate su di un presupposto riduzionistico ormai superato e anti-scientifico. Sulla base di questa premessa si è voluto spiegare il tutto partendo dallo studio di un particolare. Su questa falsa riga si è mosso anche Eric Richard Kandel, che pure con le sue ricerche su Aplysia Californica (un placido gasteropode, una sorta di lumaca marina) ha effettuato  studi fondamentali sulla neurobiologia della memoria vincendo il premio Nobel per la medicina nel 2009. “Per ricercare le basi fisiche della memoria, io decisi di studiare il cervello di un animale semplice come l’Aplysia” diceva Kandel. L’Aplysia però possiede un piccolo sistema nervoso composto di soli 20mila neuroni suddivisi in gangli, a differenza  dell’uomo, che di neuroni ne possiede 120 miliardi. Nonostante l’indubbia importanza di molte di queste scoperte (basti pensare, per fare un altro esempio, a quelle effettuate dal neuroscienziato svedese Torsten Wiesel che, insieme a David Hubel, ha vinto il premio Nobel per la medicina nel 1986 per gli studi sul funzionamento della corteccia visiva primaria), quindi, il problema si pone quando si passa dal particolare al generale, quando cioè si cerca di spiegare fenomeni profondamente complessi partendo dall’osservazione e dallo studio di sistemi semplici. La tematica della complessità rappresenta un punto critico nelle metodologie di indagine dell’attività mentale. Va tenuto presente, infatti, che il cervello umano ha 120 miliardi di neuroni e le connessioni sono 10/15 volte tanto. Pertanto, a questo livello, emergono delle proprietà sistemiche complesse che non sono derivabili dall’analisi e dalla sommatoria delle caratteristiche di singoli neuroni o gruppi di neuroni.

Partendo dall’analisi dell’articolo pubblicato su Nature e allargando un po’ l’orizzonte a quella che è l’attività della ricerca nel campo delle neuroscienze, appare quindi chiaro come, nonostante la vastità delle informazioni ottenute, nessuno riesce ad tracciare un quadro di insieme, a trarre in modo corretto le conseguenze dall’accumulo di questi dati. Da qui la possibile e necessaria interazione fra neuroscienze e psichiatria, in quanto quest’ultima, partendo dalla conoscenza dei rapporti interumani e considerando l’uomo come totalità, consente un’interpretazione unitaria di questi risultati che ad oggi, invece, sembra molto carente. Ovviamente si fa riferimento alla teoria della nascita, che appare l’unica in grado di consentire una visione e un’integrazione di questi risultati, non conseguibile con altri tipi di teorie psichiatriche. Questa è la linea di ricerca da sviluppare. Sarebbe da approfondire, cioè, il modo col quale integrare i dati neurobiologici nell’ambito della teoria della nascita. Perché molto spesso accade che le acquisizioni delle neuroscienze siano in accordo con la teoria della nascita, ma che ci sia un difetto di comprensione del loro significato e delle loro implicazioni da parte degli stessi ricercatori che li hanno prodotti. Quindi premi Nobel come Kandel o Edelman, quando cercano di estrapolare questi risultati sul piano di una teoria sulla realtà umana arrivano a delle conclusioni assurde e che risultano perfino incoerenti rispetto alle loro stesse premesse. Un esempio per tutti:  la questione dei tempi della coscienza e dell’inconscio. Quando coscientemente pensiamo di compiere un movimento in realtà il nostro cervello, molto prima che noi ne siamo consapevoli, ha inviato l’impulso nervoso. Da questo discorso emerge che in realtà la coscienza è solo un settore dell’attività mentale, e che la globalità dell’attività psichica è molto più vasta e più profonda ed è quest’ultima ad influenzare la coscienza piuttosto che viceversa.

A questo punto sarebbe interessante individuare e suggerire un possibile punto di convergenza fra i due filoni di ricerca appena esposti, la ricerca sull’estetica dell’arte contemporanea e quella relativa alle neuroscienze. I due temi proposti sembrerebbero   infatti abbastanza lontani, ma in realtà così non è, come proviamo a dimostrare di seguito.

A fine ‘800 Kraepelin teorizzò la schizofrenia come una forma degenerativa, di demenza appunto (dementia paecox). Dai primi decenni del ‘900 con Bleuler, Morghenthaler, Prinzhorn e Jaspers viene fuori un discorso diverso, vale a dire si comincia a teorizzare che nella schizofrenia ci sono sì processi di cosiddetta “dissoluzione psichica”, di frammentazione, ma in modo concomitante emergerebbero capacità produttive sui generis. Questo comporta uno slittamento teorico importante perché la schizofrenia non viene più considerata come un fenomeno deficitario o regressivo. Questa tematica è presente del resto anche in Ferdinando Barison, basti pensare al suo articolo Art et Schizofrénie pubblicato nel 1961 ne L’Évolution Psychiatrique di Ey. Barison, facendo riferimento al sentimento di schizofrenicità (praecoxgefûhl) che lo psichiatra avverte di fronte al paziente schizofrenico, propone un criterio soggettivo di interpretazione per cui il terapeuta avvertirebbe la schizofrenia come un sentimento, come uno stato d’animo che però è affine ad un sentimento estetico. Anche per questo motivo l’intreccio fra psichiatria ed estetica in realtà è molto più profondo e antico di quanto pensiamo. Senza andare troppo lontano può essere preso in considerazione anche il “manierismo” di Binswanger, un concetto prestato alla psicopatologia ma che originariamente definiva un movimento dell’arte figurativa.

Partendo da queste premesse storiche, viene naturale proporre una riflessione sull’articolo di Matussek a proposito di Heidegger (apparso sul Sogno della Farfalla 3/2009 4/2010) e sull’ intervista della Homberg a Safransky, che molto ha scritto sulla biografia del filosofo tedesco. Come si fa a dire che la schizofrenia o più in generale i disturbi psicotici sono un fenomeno deficitario, come si fa a sostenere che Heidegger avesse un deficit mentale? Questo a conferma del fatto che l’orientamento attuale della psicopatologia non è più quello di considerare il deficit, la dissociazione come la caratteristica fondamentale del processo schizofrenico, ma, piuttosto, in accordo anche con Barison, Fagioli, ecc., il manierismo schizofrenico andrebbe considerato una forma particolare di “creatività”, (mettendo appunto creatività fra virgolette), di produttività psichica. Fagioli in particolare lega in modo originale  il manierismo all’anaffettività  (vedi numero monogafico sul manierismo ne “Il sogno della farfalla”) mentre  Barison, in Opinioni di uno psichiatra di derivazione heideggeriana sulla psicoterapia del 1991 scrive:”La schizofrenia si configura allora non come un insieme di deficit quantificabili, ma come modi di essere abnormi che possono essere colti nel “mit-sein“. Fin da giovane ho visto la schizofrenicità come un “plus”, un qualche cosa che dà a tutto il vivere del paziente un colorito che non è solo disordine, incomprensibilità su un piano cognitivo e sentimentale, dissociazione, atimia, vissuto autistico; ma qualche cosa di più e cioè il colore di una “novità”, che ha un senso che è un non senso; un qualche cosa che è coglibile col “praecoxgefûhl”, di cui è celebre la tautologica definizione. In ottica ermeneutica, una “verità” vivendo la quale l’operatore riesce a sentirsi “con” con questo uomo che ogni “con” rifiuta, e così anche l’operatore si sente “mutato”. Troppo facili le analogie con l’opera d’arte e con la fruizione della stessa. Ed è per questo che ho trovato nel secondo Heidegger un conforto a questo vivere la schizofrenicità non come una romantica creazione (a questo mi portava l’esistenzialismo di Sein und Zeit) ma come l’apertura al disvelarsi velandosi dell’essere, in una abnorme perché solipsistica apparsa della “radura”, la luce del bosco che si nasconde nell’ombra”.

Secondo il nostro approccio, la schizofrenia è un disturbo troppo profondo per consentire una creatività vera e prorpia (Vedi l’articolo Psichiatria ed Arte  di Bisconti Paola e Francesco Fargnoli pubblicato nel Il sogno della farfalla)  Si può dunque parlare più propriamente e specificamente di produttività, possibile in certi settori, come ad esempio l’informatica o la matematica o lala logica,  settori cioè che non presuppongono ad esempio la realizzazione del rapporto uomo-donna.  Diviene a questo punto necessario distinguere e capire che cosa si debba intendere con il termine creatività: una cosa è la produttività artistica od anche scientifica, altra cosa è la creatività, che per come la si intende nell’ambito della nostra riflessione, è legata appunto ai rapporti umani.

Continuando nella analisi della convergenza fra i due filoni di ricerca, estetica e neuroscienze, si nota come molti studi biologici,  riproponendo solo apparentemente “ammodernato” il concetto di demenza, di fatto annullano completamente quella che è la storia recente della psichiatria e della psicopatologia.

Un’altra considerazione importante riguarda il fatto che negli anni ‘20 il tema della schizofrenia da argomento specialistico diventa, attraverso l’estetica, questione culturale. La malattia mentale è tuttora un problema non risolto, e la schizofrenia come fonte di creatività artistica viene riproposta a più riprese anche dallo stesso Barison nel momento in cui equipara “l’assurdo schizofrenico” con “l’assurdo artistico” dell’arte moderna. Scrive Barison  nell’articolo Una psichiatria ispirata ad Heidegger del 2001: “Gli operatori psichiatrici possono vivere il “fascino” della schizofrenia; e quante volte l’ho provato! A proposito della praecoxgefûhl si può ribadire ciò che si è detto in riguardo all’arte e alla sensazione di andare oltre l’Erlebnis diltheyano: si tratta di un’esperienza che va al di là della “sensazione di schizofrenicità”. Nel groviglio autistico lo schizofrenico ci invia un messaggio analogo al linguaggio dell’artista: chiuso in una bottiglia, esso non sarà mai raccolto se non da coloro che sapranno rompere il vetro, attraverso un’attitudine di ascolto che sale ad un livello del tutto differente da quello di ciò che può definirsi “sensazione” (da un livello psicologico ad un livello ermeneutico)”.

Tutt’oggi, se si visitano le gallerie di arte contemporanea, si ha l’impressione  di incontrare la poetica di Jean Dubuffet, volta a valorizzare l’arte degli alienati. Gli artisti contemporanei propongono un’imitazione della schizofrenia. Imitazione che realizzano poiché nessuno ha chiarito quale fosse il significato della malattia mentale, nessuno ha dato una risposta a questo problema determinando di fatto il permanere nella cultura generale di certi miti o certe proposizioni erronee. Paul Klee, Marx Ernst e Cesare  Viviani  (poeta contremporaneo) propongono una poetica dell’allucinazione; tutte le poetiche New Dada, così come l’arte concettuale derivata da Duchamp sostengono che l’allucinazione sia creativa, mentre in seguito alle conoscenze che abbiamo acquisito sull’allucinazione (vedi intervento di Francesca Fagioli ne “La medicina abbandonara”)  possiamo ormai affermare con certezza che non si tratta affatto di un fenomeno creativo. L’arte contemporanea è caratterizzata da un aumento della razionalità,  che, nonostante venga proposto camuffato sotto le vesti di un falso irrazionalismo, è comunque evidente. Si tratta, a ben vedere, di derivazioni dell’estetica del sublime, basata sulla volontà di determinare nello spettatore uno shock.

Per quanto riguarda l’arte moderna pare invece, sulla base di diversi studi, che sia stata molto influenzata dall’opera di  Nietzsche (Vedi  L. Ferry Homo aestheticus. L’invenzione del gusto nell’era della democrazia Costa e Nolan Milano 1991): rimane quindi, in essa, un elemento eroico, una prevalenza dell’aspetto estetico della vita, ma nello stesso tempo è presente e tangibile un forte impegno politico. Quanto detto è confermato dalla militanza politica del giovane Picasso, uno dei fondatori della “modernità”,  e dall’utilizzo che egli  avrebbe voluto fare  dell’arte come mezzo di trasformazione dell’uomo. Le stesse considerazioni, al limite, valgono anche per anche Van Gogh il quale  con il celebre Mangiatori di patate, propone temi legati al sociale. Per questo, secondo l’analisi di Walter Benjamin, ( W.Benjamin. L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica.[1935] Einaudi Torino 2000) con le avanguardie e l’arte moderna, l’arte perde l’elemento religioso che l’ha contraddistinta  fino al ‘700, fino a quando cioè è stata solo illustrazione di un testo sacro, e acquisisce un carattere politico che successivamente perderà, con la crisi delle ideologie, con la fine della sinistra e dell’idea di poter trovare un’alternativa al mondo attuale. Nel momento in cui il capitalismo nell’era della globalizzazione  vince su tutto, non esiste più la possibilità di  un’alternativa. L’arte è così costretta a cercare una via “creativa”  diversa per tentare di  opporsi alle  mutate situazione attuali. Non trovandola usa forme di manierismo e di ripetizione distorta di estetiche ed ideologie del passato. Quando Duchamp (1917) espone un orinatoio, distrugge l’oggetto artistico demistificando l’aura sacrale di cui era circonfuso fino ad allora. L’oggetto normale diventa così oggetto artistico solo per un’operazione mentale, viene decontestualizzato, gli viene attribuito un altro significato rispetto al rapporto con la realtà, si crea cioè quasi un effetto di percezione delirante. Si realizza una ricerca volontaria, sistematica, dell’assurdo e dell’inconsueto, che spesso non ha però l’effetto desiderato, lasciando lo spettatore estremamente freddo. L’arte concettuale attuale si giustifica in base all’idea, e l’artista è costretto  a spiegare perché un oggetto comune è un’opera d’arte. Per definire un’opera d’arte si ha bisogno di un apparato concettuale esplicativo senza il quale l’opera d’arte non esisterebbe. In soggetti in cui l’apparato concettuale funziona la spiegazione diventa così una giustificazione del proprio operare artistico. Ma non si è artisti per il solo fatto di fare riferimento a una teoria (neanche quando con questa si acquisisce una corretta visione della vita psichica),  lo si è  soltanto se si hanno capacità particolari per le quali si è in grado di trasformare le proprie idee in oggetti artistici capaci di generare una risonanza emotiva.

A questo punto si pone la questione relativa al fatto se e come sia possibile, o addirittura necessario, fare una critica all’arte contemporanea utilizzando una teoria psichiatrica. La filosofia esistenzialista heideggeriana frantuma i concetti universali come frantuma il concetto universale di uomo ( ed  i nazisti consideravano uomini  solo i tedeschi, e non  l’intero genere umano come facevano gli illuministi ( vedi D. Losurdo La comunità la morte e l’Occidente Bollati Boringhieri Torino 1991)  Secondo questa linea di pensiero vengono meno anche i concetti di vero o di bello, e ne consegue che non esiste l’oggetto estetico caratterizzabile come tale; si ha perciò una deriva verso un relativismo per cui un artista è considerato tale  solo nella misura in cui, tramite un’operazione di marketing,  riesce a imporre la propria produzione  sul  mercato. Senza questa operazione commerciale, considerando solo l’oggetto in se stesso, l’atto artistico non sarebbe riconoscibile. L’atto artistico risulta pertanto un derivato del rapporto con i mercanti d’arte e con i media.  L’arte come tale non esiste più.

In alternativa a questo modello, si potrebbe dire che una cosa è bella nella misura in cui è espressione di una realtà sana ma così dicendo si darebbe il compito agli psichiatri di stabilire quando siamo di fronte o meno ad un’ opera  d’arte. In questo modo tutto il discorso artistico verrebbe riassorbito nella psichiatria. Questa, a limite, potrebbe essere anche un’operazione giusta, però vanno chiariti i termini con cui metterla in pratica. Un criterio per distinguere ciò che ha un valore estetico da ciò che non ce l’ha potrebbe essere quello di leggere il contenuto umano che sta dentro l’opera d’arte, ad esempio nel caso di Picasso si potrebbe cogliere che dietro alle figure spezzettate non c’è dissociazione ma bensì un’immagine unitaria. E’ un tema molto delicato e bisogna fare attenzione: occorre prima di tutto dire che senza Cezanne Picasso non ci sarebbe stato; è Cezanne  che ha creato il cubismo, ha creato la teoria secondo cui  le forme devono formare dei solidi ecc. Il celebre Demoiselles d’Avignon è figlio delle Bagnanti di Cezanne. Picasso crea sì un linguaggio nuovo, ma lo fa all’interno di una tradizione, rompe con essa ma vi fa riferimento. Il criterio di valutazione dell’arte di Picasso è interno alla storia dell’arte stessa. Non si può applicare un criterio psicopatologico e definire un’opera d’arte in base alla presenza o meno di dissociazione. Per introdurre questo tipo di valutazione occorre prima trovare la modalità giusta di farlo. Il fare riferimento alla psichiatria, a una teoria sulla realtà umana, potrebbe piuttosto rendere all’arte la sua valenza politica, la sua dimensione progressiva di opposizione, e potrebbe restituirle la capacità di pensare e di creare un’ alternativa alla realtà attuale.

Follia nel secolo breve

 

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Il termine schizofrenia è scomparso dai manuali degli organicisti. Ma la malattia no. E nel Novecento è tracimata nella cultura
di Domenico Fargnoli

Il neologismo “schizofrenia”, coniato da Bleuler nel 1911, è stato utilizzato per designare un gruppo di psicosi accomunate da specifiche alterazioni del pensiero e dell’affettività. Il termine ha segnato la rottura con la precedente tradizione e ha dato vita a controversie fra scuole, oltre a prestare il fianco alla critica di essere solo un’etichetta da parte degli antipsichiatri e dei maggiori esponenti dell’organicismo in Italia. Cosa c’è di vero nell’accusa di “nominalismo”?

La nosografia bleuleriana è una pietra miliare perché corrisponde al tentativo di definire la malattia mentale, ancor prima di Jaspers, non solo partendo dall’osservazione oggettiva dei segni clinici, secondo il metodo induttivo delle scienze naturali adottato da Kraepelin, ma anche dalla comprensione dei fenomeni psicopatologici, come la scissione e l’autismo, non percepibili direttamente ma deducibili nella relazione medico paziente. Eugène Minkowski, negli anni Venti, sosteneva che la diagnosi di schizofrenia non può essere fatta in base a una semplice analisi dei sintomi ma rimanda a  un elemento irrazionale che deve entrare in gioco nella relazione fra la personalità globale del medico e quella del paziente quando manca fra loro l’empatia.

Mentre per Bleuler l’autismo è autoerotismo, per Minkowski esso è perdita del contatto vitale con la realtà, fondamento istintivo dell’azione. Per il russo, la nozione di schizofrenia di Bleuler  nasce da un’esigenza terapeutica: essa libera l’alienato e l’alienista dall’idea di demenza come deterioramento irreparabile delle facoltà psichiche. La schizofrenia è invece reversibile, anche se nei casi più gravi può approdare a una pseudodemenza. Quella di Minkowski però è un’occasione mancata: che efficacia terapeutica poteva avere la genericità dello “slancio vitale” presente in tutta la materia e l’irrazionalismo astratto dell’agire “istintivo” derivato da Bergson? La nosografia di Bleuler, attendibile come descrizione clinica, aveva lasciato aperta la questione della modificazione basilare dell’essere che conduce alla “alienazione” schizofrenica. Sull’alterazione “fondamentale” si sono interrogati  con esito incerto studiosi, solo per dire di alcuni più noti, come Jaspers, Binswanger, Barison, Conrad, Gabel, Blankenburg, Arieti, Benedetti. In particolare Jaspers, Binswanger e Barison hanno approfondito il tema del rapporto fra arte e schizofrenia. A partire dagli studi pionieristici di Hanz Prinzhorn sulle espressioni plastiche della follia, negli anni Venti si è prodotta una rottura: l’aggettivo schizofrenico verrà utilizzato per comprendere il carattere assurdo dell’arte moderna. La schizofrenia esce dagli ambiti specialistici ed entra nella cultura del Novecento accolta dalle avanguardie fra cui, in primo piano, i surrealisti: si riteneva, sia da parte degli psichiatri che degli artisti, che la psicosi potenziasse la volontà espressiva. La follia surrealista è delirio, allucinazione, alienazione derivata dalla dialettica  hegeliana. Anche Freud aveva sostenuto che l’uomo era alienato da se stesso per la reazione d’inquietante estraneità che avrebbe suscitato il ritorno del rimosso, e certo non era stato smentito da Heidegger che all’origine dell’umano collocava il vissuto dello spaesamento. La schizofrenia si schizofrenizza: l’alone semantico della parola si allarga fino a essere percepito come un significante vuoto. Negli anni 60 quando le idee delle avanguardie diventano comportamenti e slogans di massa Ronald Laing sostiene che la malattia mentale è “…la via d’uscita che un organismo libero si inventa per vivere una situazione invivibile”. Lo psichiatra scozzese afferma che la schizofrenia acuta è “un viaggio metanoico” un’esplorazione di sé potenzialmente liberatrice. Nel 1971 Basaglia riporta un intervista di Laing nella quale si legge che “schizofrenia” è un’attribuzione inventata da uno psichiatra svizzero e che come reale entità non esiste: essa si riferisce a soggetti devianti, maladattati o disfunzionali. Tale critica non ha senso se riferita a tutte le psicosi schizofreniche, mentre riferita alla “schizofrenia simplex” evidenzia l’impossibilità di una diagnosi razionale. Bleuler, nel 1911, aveva sostenuto che gli schizofrenici vegetano come venditori ambulanti, braccianti servitori e vagabondi. Essi sarebbero presenti anche fra le teste strambe di tutti i generi, riformatori del mondo, filosofi, scrittori, artisti e “degenerati”.

Nonostante l’assurdità di una diagnosi “urbi et orbi” come una benedizione papale, i giornali riportano quasi ogni giorno di persone insospettabili che uccidono lucidamente. Gli psichiatri esistono perché la malattia mentale esiste e non viceversa.
Dalla forma “simplex” è derivato il concetto di schizofrenia “torbida”, non evolutiva, che nei regimi comunisti fu usata per stroncare gli oppositori: l’apparato repressivo sfruttava l’ambiguità teorica di Bleuler.
Nei 1976 Giovanni Jervis scrive che concepire la schizofrenia come una malattia è un’ipotesi politica inconsistente e impraticabile: riprendendo una tesi di Laing sostiene che le esperienze psicologiche di chi prende Lsd o fa meditazione possano condurre alla schizofrenia. Come si fa ad arrivare a uno stato che non esiste? Perché proporre l’analogia con un’intossicazione esogena?
Antipsichiatria e organicismo non sono così lontani come sembrano?

Nel 1980 nella terza edizione del Dsm III,
 manuale ateoretico, il termine schizofrenia scompare e al suo posto compare “disturbo schizofrenico” . La psicosi è un semplice “disorder”? Il termine viene ripristinato nel 1987 ma l’episodio indica un cambiamento di mentalità sul finire del “secolo breve”. La nosografia su criteri sintomatici e oggettivi è un ritorno al fatalismo Kraepeliniano, a quella precisione e  chiarezza che esclude qualunque considerazione sulla personalità umana. Nell’era degli psicofarmaci usati indiscriminatamente e responsabili di patologie iatrogene e di  cronicizzazione, la diagnosi è arbitraria e automatizzabile: il fallimento della psicoanalisi freudiana e il tramonto dell’illusione farmacologica eclissa l’idea di curabilità.
In ambiti privilegiati continua però a essere coltivata la consapevolezza storica, la ricerca sul significato latente dei sogni, sui meccanismi psicopatologici, sui mutevoli effetti dei fattori irrazionali, sull’anaffettività che un gruppo di psichiatri, impegnati nella psicoterapia, ritiene alla base del manierismo schizofrenico.
Per costoro forse ha un senso quanto per Minkowski era solo un’utopia: la diagnosi di schizofrenia cessa di essere una condanna e diviene un atto che serve a orientare lo psichiatra all’interno di un possibile percorso terapeutico.

11 luglio 2008 

 

La dittatura farmacologica

Pubblicato in Left-Avvenimenti  28 Marzo 2008

LA DITTATURA FARMACOLOGICA

PSICOTERAPIA  E/O PSICOFARMACI

Di Domenico Fargnoli

Quando uno psichiatra, in base ad una sua precisa ed insindacabile  valutazione,  della quale comunque si assume piena responsabilità, decide di somministrare  psicofarmaci ad un paziente, dovrebbe avere bene in mente che egli interviene a livello dei sintomi: nessuno che sia stato sottoposto ad una  terapia  farmacologia è guarito, solo per effetto delle sostanze psicotrope, da una psicosi, da una nevrosi o  da una psicopatia. Questo è un dato di fatto, una certezza a cui può giungere chiunque  in base ad  un minimo di esperienza clinica o solo osservando  la vita quotidiana della gente . Il farmaco in psichiatria, come del resto in tutta la medicina, agisce all’interno di una relazione, assumendo significati e conseguentemente efficacia  diversa a secondo dei contesti. Di fronte ad un’emergenza o all’impossibilità  provata di intervenire altrimenti si può decidere di tentare di  modificare  la reattività psichica  di una persona in  previsione di comportamenti  che possano essere violenti per sé e per gli altri o posti di fronte ad una condizione di sofferenza mentale che sembra  al momento insostenibile.

Il terapeuta è costretto  allora ad assumere  un atteggiamento autoritario cercando, quando ci riesce,   di addormentare, come nella tradizione dell’ipnosi, o di  stimolare, come nel trattamento morale di Esquirol, agendo  anche sul corpo, sul cervello della persona .  Lo psicofarmaco è un rimedio estremo, un contenimento chimico provvisorio che si è sostituito all’assoggettamento fisico di una volta, a cui si dovrebbe far ricorso con molta  parsimonia e consapevoli dei rischi che esso comporta. Accade invece che quello che è un intervento cui dovrebbe essere riconosciuto sempre il carattere d’eccezionalità diventa routine quotidiana, quello che è il più delle volte è  solo  un espediente per cercare di superare una crisi particolarmente grave, diventa “la cura”. La parte prende il posto del tutto ed il terapeuta si nasconde sistematicamente  dietro una molecola evitando l’impatto con  i problemi veri della persona. La relazione terapeutica entra così  in stallo cristallizzandosi in una forma che deresponsabilizza il medico. Quest’ultimo  si mette  al servizio delle   case farmaceutiche che dalla vendita di neurolettici ricavano enormi profitti.A partire dagli ultimo decenni del 900 ad oggi si è accumulata una vasta letteratura che dimostra l’ effetto nocivo  dei trattamenti psicofarmacologici a lungo termine capaci di indurre  non solo assuefazione grave , coi relativi problemi di astinenza ma anche vere e proprie malattie neurologiche per l’alterazione della sostanza nervosa e dei relativi neurorecettori.

L’ O M S, in un suo rapporto, consiglia che l’assunzione di neurolettici non sia protratta per periodi superiori ad alcune settimane. Non hanno senso  i trattamenti a tempo indeterminato; di fatto i neurolettici vengono spesso somministrati per anni col risultato di cronicizzare la patologia , a volte in maniera irreversibile. I  neurolettici agiscono solo sui sintomi ma non hanno efficacia sulle cause, inoltre quasi tutti possono provocare,come “effetto collaterale”, ciò contro cui sono somministrati (ad esempio, l’incremento di sintomi come le allucinazioni).

Nonostante che  tutti noi siamo costretti ad opporci quotidianamente   ad una cultura, da alcuni definita   una cultura della droga che  induce all’abuso di sostanze psicotrope, non ha  comunque senso una  crociata contro gli psicofarmaci e la psichiatra biologica nella forma e nei toni  proposti per es. da  personaggi come lo psichiatra americano Peter Breggin. Breggin,  partendo dalla denuncia del danno che gli psicofarmaci possono provocare sul cervello, del loro uso indiscriminato e folle quando vengono somministrati a  bambini, finisce pericolosamente  per delegittimare concetti come quello di “schizofrenia” o di “malattia mentale”. Egli ripropone  così le tesi  che furono a suo tempo di Basaglia.

Sarebbe stata possibile, bisogna però   chiedersi,  l’apertura dei manicomi senza il contenimento chimico degli psicofarmaci?  Certamente no perché in assenza di una qualunque teoria della malattia mentale e della schizofrenia che purtroppo esiste, l’unico presidio in caso di crisi gravi  e di scompenso rimane il rimedio empirico dello psicofarmaco che si sostituisce alla segregazione manicomiale.

Inoltre la denuncia dell’abuso non deve diventare la demonizzazione degli psicofarmaci in quanto tali divenuti veri e propri oggetti persecutori. Non si può eliminare l’alcool perché la gente si ubriaca  e si ammala di  cirrosi epatica nè fare a meno della cocaina, che è anche  un anestetico locale,  perché ci sono i cocainomani.

Una domanda che frequentemente viene posta è se gli psicofarmaci possano affiancare la psicoterapia od avere un effetto coadiuvante. Scienziati come  Eric Kandel che peraltro ha passato la vita a studiare le lumache di mare piuttosto che i malati di mente, sostengono che gli effetti degli psicofarmaci nel cervello  sono sovrapponibili a quelli della psicoterapia. Personalmente penso  che l’approccio farmacologico e quello psicoterapico siano in linea di principio incompatibili. Il farmaco altera lo stato di coscienza attraverso i recettori cerebrali. Ciò si lega a modificazioni, difficilmente prevedibili della sensibilità e dell’affettività, della qualità del sonno fisiologico che viene sostituito da uno stato di incoscienza  senza immagini. La psicoterapia si rivolge al non cosciente ed all’irrazionale che si cerca in ogni modo di far emergere e di potenziare non certo di attenuare o mettere tra parentesi. Se il medico fa la psicoterapia e lui stesso od altra persona  deve, in una situazione di emergenza, somministrare farmaci vengono  proposte due immagini completamente diverse e si  perseguono obiettivi, che , sul momento, sono  in netto contrasto fra loro. Si è  in grado di risolvere poi , all’interno della relazione terapeutica, la  dissociazione fra mente e corpo che si è  evidenziata? In molti casi ciò avviene.

Il fattore decisivo non è il farmaco ma la formazione e l’abilità  dello psichiatra, la consapevolezza dei propri mezzi e possibilità oltre che di quelli  del paziente  che  si ha di fronte. La psicoterapia è  attivazione di un processo creativo che porta al superamento  di contraddizioni ritenute all’inizio  insolubili: si potrebbe affermare che la  cura, se  va veramente a fondo,  fa emergere un pensiero, che, a partire dalla nascita, va oltre il dualismo cartesiano delle sostanze che  la psichiatria biologica e  le neuroscienze che si ispirano alla psicoanalisi freudiana hanno cercato invano di superare.

La diagnosi di psicosi

Denuncia sanitaria

04/07/2012

Manuale dei disturbi psichiatrici: ‘diagnosi errate, testo dominato da case farmaceutiche’

di Redazione

Fonte: Agenzia Dire

CATEGORIE: Denuncia sanitaria
salute mentale

‘Una diagnosi di psicosi su due è sbagliata e forse sono ottimista’

“Una diagnosi di psicosi su due è sbagliata e forse sono ottimista. Come clinico credo che esistano disagi, ma so che altri non esistono in nessun modo. Non ho mai creduto al Dsm, nè alla sua validità scientifica”. Ha tagliato corto Alessandro Salvini, professore emerito di psicologia clinica all’Università di Padova, che in un’intervista all’agenzia di stampa Dire ha definito ilmanuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Dsm, la cui prossima pubblicazione è prevista per maggio 2013, come il “manuale americano, guidato e dominato dalle case farmaceutiche che investono milioni di dollari sui suoi componenti per ricavarne miliardi successivamente. Del resto – ha aggiunto – si pensi che nel ’73, per un compromesso con i russi, fu introdotto il disturbo di opposizione politica”.

Professore, cosa pensa dell’introduzione del disturbo di iperattivita’, ADHD, nel Dsm V? 
Da sempre i bambini sono iperattivi e quando lo sono un po’ di piu’ vuol dire che hanno problemi a casa. Allora- ha spiegato l’esperto- si dovrebbe intervenire sui genitori, invece si e’ fabbricata una bella malattia su misura e si sono costruiti milioni di bambini ammalati a cui dare il Ritalin .

È d’accordo sull’esclusione della sindrome di Asperger, che per il Dsm V non farà più parte dello spettro autistico? 
Dovrei rispondere che si dice che un grandissimo psichiatra italiano vivente pare ne sia affetto. Uno famoso, che se lo si guarda non ride mai. Anche qui il problema sta nella diagnosi e in chi la fa- ha ribadito Salvini- se ci sono famosi primari di ospedali pediatrici che non hanno la specializzazione in neuropsichiatria infantile, ma in neurologia, ci si puo’ fidare di queste diagnosi? Quanti bambini saranno diagnosticati come malati senza esserlo? Sappiamo che il disturbo di adattamento non e’ una malattia ma che viene utilizzato come diagnosi e che almeno il 40% delle diagnosi di dislessia sono sbagliate?.

Se nel Dsm V non esisteranno più la sindrome psicotica attenuata e il disturbo misto d’ansia e depressione che fine faranno le persone che ne soffrono? Questi disturbi “vanno nella sezione delle raccomandazioni”. Una contraddizione per il professore: “Loro dicono che c’e’ una sindrome subclinica psicotica che puo’ riguardare l’8% della popolazione, mentre il professor Jim Van Os, che e’ il piu’ grande psichiatra del mondo, forse, dice che la percentuale varia dal 10 al 20 e che si tratta di forme transitorie nel 75-80% dei casi. Una cosa assurda inserirla come malattia”.

Cosi come “è assurdo e non si dice che moltissimi puberali hanno rituali transitori, tipici dell’infanzia e dell’adolescenza, come contare le targhe, i numeri o fare cose scaramantiche. Ma se si va dallo psichiatra infantile- ha precisato Salvini- dira’ che e’ un disturbo d’ansia. La psichiatria esercita il potere, oggi inserisce anche la sindrome premestruale come disturbo, ma questo potere svanira’ con l’avanzata di paesi civili, di colossi come l’India e il Brasile che hanno una cultura antropologica forte e che soppianteranno il potere americano”.

La psichiatria “ci ha messo una vita a dire quello che gente come me scrive da 30 anni. Il presidente della societa’ mondiale di psichiatria, Mario Maj, citando un rigoroso lavoro di Iris Sommer, ha riportato infatti che il 10-15% della popolazione generale ha allucinazioni acustiche senza essere psicotica! Questa- ha concluso Salvini- e’ una rivoluzione culturale che toglie etichette e che conferma indirettamente quante diagnosi sbagliate possano esserci in psichiatria”.