Diritti umani e psichiatria

Paris attacks

5Ws_HUMANRIGHTS

 

domenico fargnoli

 

Introduzione

 

Leggendo i resoconti annuali di Amnesty International ci rendiamo conto di come milioni di esseri umani in fuga da situazioni di vita insostenibili a causa delle guerre, delle dittature delle persecuzioni etniche e religiose sono oltraggiati, perdono la vita o sono minacciati di perderla. Fra il 2014 e il 2015 diciotto sono i paesi nei quali sono stati commessi crimini di guerra, 35 gli stati nei quali gruppi armati hanno commesso abusi, quasi 4000 i migranti annegati nel mediterraneo, 6000000 sono i rifugiati siriani, 62 le nazioni in cui sono state messe in carcere persone che avevano esercitato i loro diritti e le loro libertà, 78 gli stati in cui sono criminalizzate le relazioni consensuali fra adulti dello stesso sesso. L’elenco potrebbe continuare. L’Italia ha il primato delle violazione dei diritti umani fondamentali nella UE: la violazione del diritto a un processo che si svolga in tempi ragionevoli, violazioni sistematiche ai danni dei detenuti, malati e migranti.

La psichiatria di fronte ad un quadro di questa gravità, inasprito dagli episodi terroristici che si verificano non solo in Francia ma in molte altre parti del mondo non può stare a guardare essendo implicata nel rispetto o nella violazione dei diritti umani in vario modo. Storicamente la psichiatria si è macchiata di crimini contro l’umanità promuovendo in Germania lo sterminio sistematico dei malati di mente, trasformando i manicomi in lager, usando metodi di cosiddetta cura come la sterilizzazione, la lobotomia, l’ESK, ricorrendo a metodi di contenzione che in molti casi hanno provocato la morte dei malati, usando gli psicofarmaci, come in Russia a scopo di repressione politica. Il più delle volte ci si limita a denunciare gli aspetti più eclatanti della violazione dei diritti umani mentre ci sfuggono gli aspetti più nascosti, ideologici. La sconfitta del Terzo Reich non ha segnato, nel dopoguerra la fine della mentalità nazista che nella psichiatria ha vantato figure egemoniche come Ludwig Binswanger e Blankeburg che s’ispiravano alla filosofia di Heidegger che è rimasto per tutta la vita antisemita e nazista. La psicoanalisi ha dominato fin dagli inizi del XX secolo nella cultura americana che ha legittimato, con l’azione congiunta di giudici e psichiatri, l’adozione forzata, a partire dagli anni 40, di centinaia di migliaia di bambini di ragazze madri che venivano considerate, per la loro stessa condizione, malate psichiche. Quale sia l’effetto a lungo termine sulla salute mentale della popolazione è facilmente immaginabile. Lo stesso è avvenuto in Spagna durante il franchismo, e più recentemente in Australia. Addirittura gli psichiatri franchisti ritenevano che le donne repubblicane erano portatrici del “gene rosso” e pertanto venivano considerate o schizofreniche o psicopatiche inadatte, in quanto non aderenti allo stereotipo della donna ispanica, a essere madri. Lo stigma psichiatrico legittimava la violenza alla quale esse venivano sistematicamente sottoposte, rapate a zero, costrette a bere olio di ricino e in queste condizioni a mostrarsi in pubblico, incarcerate, stuprate, torturate e uccise. L’opinione pubblica italiana ignora quasi completamente questi aspetti che la storiografia iberica solo in anni recenti ha rivelato.

La psicoanalisi nel corso della sua storia ha dimostrato una strana propensione a prosperare nei regimi totalitari quelli in cui appunto i diritti umani vengono cancellati. In accordo con molti autori si riteneva in passato che la psicoanalisi non potesse essere esercitata in contesti di autoritarismo politico. La principessa Marie Bonaparte espresse a suo tempo questo punto di vista come anche in tempi più vicini a noi Elisabeth Roudinesco. Noi sappiamo che i nazisti smantellarono il movimento psicoanalitico tedesco ma Enest Jones, Anna Freud e perfino Sigmund Freud stesso trovò tollerabile l’idea che analisti non ebrei praticassero la psicoanalisi in accordo con regole stabilite dai nazisti. Freud anche in esilio si mantenne in contatto con membri “Ariani” del gruppo psicoanalitico berlinese assorbiti dal Goering Institute credendo che la psicoanalisi potesse sopravvivere in un contesto fascista. Ernest Jones andò oltre e assicurò il nipote di Goering che la psicoanalisi non era necessariamente ostile alla Weltanschaunung nazista. Dopo la guerra uno dei membri dell’Istituto Goering, molto coinvolto con il regime di Hitler, diventò un leader del movimento psicoanalitico brasiliano. In America Latina la psicoanalisi non subì persecuzioni né sotto regimi populisti e autoritari degli anni 30 e 40 né durante le dittature molto più violente degli anni 60 e 70. E’ proprio sotto questi regimi che la psicoanalisi divenne popolare ed ebbe un’enorme diffusione. Se oggi l’Argentina è considerata la capitale mondiale della psicoanalisi ciò è il risultato di un processo iniziato sotto le dittature militari, che hanno prodotto il fenomeno dei desaparecidos, dei voli della morte, dei figli rubati.

Negli anni 90 del secolo scorso negli USA si assiste al divorzio fra psicoanalisi e psichiatria. Le assicurazioni non rimborsano più i trattamenti analitici lunghi e inefficaci. La famosa clinica di Chestnut Lodge fallisce clamorosamente. La critica epistemologica di Adolf Grumbaum contribuisce a dare un colpo mortale alla psicoanalisi: Freud è morto titola il Times nel 1993. Si apre in America l’epoca neokraepeliniana scandita dalle varie edizioni del DSM che di fatto sancisce il trionfo e gli enormi profitti della case farmacologiche al cui soldo sono i più eminenti psichiatri di quel periodo. Dopo l’epoca d’oro della psicofarmacologia cominciano a sorgere i primi problemi e appare una vasta letteratura che segnala i pericoli insiti nell’uso sconsiderato delle sostanze psicotrope. Viene meno l’idea semplicistica che si possa curare la schizofrenia come si cura il diabete. Autori come Peter Breggin sostengono che il supposto effetto terapeutico degli antipsicotici in realtà comporta inevitabilmente a lungo andare un danno cerebrale. Si scrivono libri sulla dipendenza indotta da psicofarmaci, sulle nuove patologie che il loro uso può far insorgere, sulle metodiche per dismettere i trattamenti ed evitare la cosiddetta “psicosi da ipersensitività” che insorge quando l’assunzione di sostanze cessa improvvisamente. Qui siamo di fronte ad una emergenza umanitaria della quale non tutti sembrano essere consapevoli: l’abuso massivo farmacologico e diagnostico, che coinvolge anche l’infanzia, avviene su scala planetaria nell’epoca della globalizzazione delle conoscenze e delle pratiche terapeutiche. Robert Whitaker ha scritto un libro molto discusso e controverso, “Anatomy of an epidemic” nel quale, sulla base di un revisione della letteratura mondiale più significativa, sostiene che gli antipsicotici inducono, a lungo termine, cambiamenti nel cervello che aumentano la vulnerabilità alla psicosi oltre a favorire la diminuzione del volume cerebrale che comporta un aumento dei sintomi negativi e deficit funzionali e cognitivi.

Per quanto estremistica possa apparire questa tesi essa ha un fondo di verità tant’è che Allen Frances, il padre del DSMIV, scrive recentissimamente nel suo blog che le prescrizioni farmacologiche sono effettuate in modo selvaggio: le dosi o sono troppo basse o troppo alte. E quando un farmaco non funziona se ne aggiunge un altro. Questa irrazionale e polimorfa farmacopea, utilizzata sulla base di criteri diagnostici aleatori anche in soggetti sani aumenta il rischio di effetti collaterali dovuti alle interazioni fra le varie sostanze ed è responsabile della cronicizzazione   e del decorso sfavorevole delle patologie psicotiche. Inoltre il fenomeno endemico dei mass murders, alcuni dei quali hanno agito sotto l’effetto di sostanze psicotrope, è una testimonianze dell’esistenza diffusa di patologie che non vengono intercettate dai servizi psichiatrici e che finiscono direttamente in carcere. Il carcere diventa negli Usa, come anche in Italia il maggior contenitore di malattia mentale.

I compito della psichiatria nei confronti dei diritti umani non si esaurisce nel tentativo di prendere le distanze da un passato fatto di complicità con quelle Weltaschaunung naziste, Unknowncomuniste, o genericamente eugenetiche che hanno annullato i diritti umani universali mettendo in discussione , sulla base dell’esistenzialismo, anche il concetto steso illuministico di umanità e di uguaglianza estesa a tutti gli uomini

La psichiatria deve oggi confrontarsi con fenomeni attuali come terrorismo in Francia cercando di comprendere a quale tipo di psicopatologia esso corrispondono, essa deve poi entrare nella mente dei pedofili così numerosi nell ‘istituzioni ecclesiastiche tanto da determinare scandaii di portata epocale .

Altro tema che non può essere eluso è quello relativo alla bioetica e al significato che viene ad assumere il concetto di vita umana e morte umana alla luce delle nuove conoscenze embriologiche e neonatologiche. Implicitamente con la teoria della nascita di Massimo Fagioli emerge una nuova concezione della corporeità: sarà necessario valutare quanto sia compatibile con la legislazione e la giurisprudenza vigente. IL fenomeno dell’emigrazione pone nuove sfide alla psichiatra in quanto la costringe a rivedere radicalmente le proprie categorie diagnostiche e ripensare di conseguenza le strategie terapeutiche.

Fondamentalismo e diritti umani

I laici nella loro difesa dell’autonomia della società nei confronti delle ingerenze dottrinarie ed egemoniche dei cattolici in nome del pluralismo delle fedi e delle confessioni, non sono esenti essi stessi dal riproporre se non una forma di religione perlomeno una forma di religiosità

E noto, negli ultimi decenni il linguaggio dei diritti, e in particolare dei diritti umani, è diventato sempre più diffuso Viene considerato da molti come l’unico codice normativo di carattere universale nell’epoca del pluralismo delle morali, delle culture, delle religioni e degli ordinamenti giuridici. Elie Wiesel, nel cinquantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani la ha definita la “religione secolare planetaria”, e Kofi Annan ha parlato a proposito di essa di “unità di misura del progresso umano”.

Nonostante l’ importanza che ad essa viene oggi attribuita la dichiarazione dei diritti ha un limite: è’ indubbio che i grandi testi che sanciscono la tutela universale dei diritti umani sono di matrice occidentale e giusnaturalistica cioè hanno un carattere razionale.

E’ chiaro però che la ragione nella misura in cui pretende di imporre una serie di norme morali di carattere universale va a finire nel dare sostegno all’ideologia della guerra.La storia recente lo dimostra: la guerra nel Kossovo ed in Iraq per non dire i bombardamenti dell ISIS, è stata fatta per scopi”umanitari” e legittimata in nome di un agire “razionale rispetto al valore” secondo una terminologia che risale a Max Weber.

La politica dei diritti umani, servendo ad imporre norme che sono parte di una morale naturale ed universale, conduce a guerre che – mascherandosi da “azioni di polizia” assumono una valenza morale; alla moralizzazione della guerra segue la demonizzazione dell’avversario, la politica d’intervento sui diritti umani assume il significato di una lotta del Bene contro il Male.

Sorgono spontanee una serie di domande ai quali certo non si può dare in questo ambito, una risposta esauriente,

Come si può superare nell’ambito del diritto il riferimento ad una morale universale che rischia di essere null’altro che la norma razionale astratta di una “religione secolare”?

Se la ragione non può proporre valori universali senza cadere in quello che è stato definito un fondamentalismo,su quali basi deve poggiare una nuova concezione della giustizia?

Lasciando in sospeso queste domande, alle quali non pretendo di rispondere da solo, vorrei riportare una frase di Norberto Bobbio <<(…) la razionalità non abita più qui(…)-scrive Bobbio- Che la storia contemporanea conduca al regno dei diritti umani piuttosto che al Grande Fratello può essere oggetto soltanto di un impegno,>>

E’ possibile mi chiedo che quello che viene considerato uno dei più importanti filosofi italiani del diritto faccia appello alla “grande esperienza ed alla “buona volontà” per continuare ad avere fiducia nel progresso “morale” dell’umanità?

Gli psichiatri di grande esperienza sanno che le dichiarazioni d’intenti e la buona volontà servono a poco per non dire a niente.

Ciò che ci serve è una teoria che ci introduca in quel mondo in cui la razionalità non solo non abita più ma forse non ha mai abitato. Intendo riferirmi a quella dimensione irrazionale che è tipicamente umana. Dimensione irrazionale del primo anno di vita antecedente al linguaggio, alla coscienza alla ragione.

E’ in quest’ambito che va cercata l’identità dell’uomo che sviluppandosi nel tempo e diventando consapevolezza piena di sé porta all’affermazione di diritti che potranno differire a seconda delle diverse condizioni storico-sociali.

Verso una nuova forma di socialità

L’affermazione del diritto, dei diritti di prima di seconda di terza o di quarta generazione, deve avere a monte una realtà umana il cui fondamento è la vitalità, il pensiero senza coscienza, l’immagine interna della nascita. Nascita che accomuna tutti gli uomini della terra. E’ la trasformazione della nascita che ci rende uguali perlomeno in partenza. E qui mi viene fatto di dire che se esiste un diritto “assoluto” cui attribuire una priorità rispetto agli altri, questo diritto non può essere altro che l’affermazione e la difesa della propria sanità mentale per essere capaci continuamente di ricreare una condizione originaria analoga a quella del primo anno di vita.

In base all ricerca psichiatrica e non ad astratte speculazioni sulla natura umana, possiamo sostenere che tutti hanno avuto l’esperienza della nascita a partire dalla quale si realizza la possibilità di “vita umana”. Vita umana come realtà psichica, identità individuale antecedente ad ogni legame sociale. Quello che per i giusnaturalisti era ipotesi di uno stato di natura astratto, presociale per la psichiatria diventa scoperta dell’origine della vita umana. Vita umana come capacità di immaginare che è presente antecedentemente ad ogni legame sociale. Vita umana, immagine interna che poi nello sviluppo successivo del bambino diventerà desiderio e ricerca del rapporto, matrice di una socialità che dapprima inconsapevole evolverà verso le forme del linguaggio e della coscienza.

La socialità che pretenda di avere un punto di partenza nuovo, deve essere capace comunque di abbandonare le formule contrattualistiche di ispirazione razionale   ed illuministica a favore di una “reciprocità” che prevede forme di scambio e di rapporto che non siano univocamente commisurate alla norma dell’utilità.

Si apre un terreno di fricerca legato ad una serie di interrogativi: può esistere una psicoterapia se noi non superiamo l’idea di un legame sociale come strumento di fini prettamente individualistici ?

Si può mettere in moto un processo di trasformazione personale e collettivo se non si mette in discussione l’assioma utilitaristico che riduce il comportamento a puro calcolo di interesse?

Forse è necessario riaffermare la radicale irriducibilità dei rapporti sociali ai rapporti economici o di potere?

Bisogna pensare a dei legami di reciprocità caratterizzati dal rifiuto dell’interesse utilitaristico di derivazione borghese senza cadere nell’altruismo astratto di stampo cristiano che si esaurisce in una pura ed unilaterale oblatività?

A questi interrogativi, di estrema complessità, noi dobbiamo cercare, nonostante la loro difficoltà, di cominciare a rispondere pur essendo consapevoli che lo psichiatra a questo punto è costretta ad uscire da un ambito strettamente specialistico; per aprirsi al dialogo con la politica, con la cultura, con l’arte o più in generale con la storia.

E’ chiaro che la psichiatria non vuole assolutamente porsi, in questo dialogo, in questo confronto con la cultura dominante, come scienza omnicomprensiva, portatrice di conoscenze “totali” ed aprioristiche: al contrario essa interroga e cerca una dialettica con tutti quei soggetti che essendosi posti il problema del significato dell”umano” si dimostrano ricettivi nei confronti dell’indagine sulla realtà psichica. . E’ solo dall’esperienza di una molteplicità di persone che è disposta a compiere   un faticoso sforzo di ricerca che noi possiamo cercare di orientarci e di progredire ulteriormente nella comprensione di quella realtà irrazionale pensata fino ad oggi come territorio inesplorabile e proibito.