I diritti umani. Psichiatria e diritti umani

Alogon            

Inviato il: 2 Mar 2006, 09:58 AM

Rendo pubblico un testo da me elaborato nel Novembre 2005. Mancano i riferimenti bibliografici che non so come inserire. Magari se l’ amministratore mi aiuta li metto in secondo tempo

…la ragione non abita più qui….

Psichiatria e diritti umani

di Domenico Fargnoli

Dichiarazioni d’intenti

Diritti umani:di prima , di seconda ,di terza, di quarta generazione.

Le dichiarazioni d’intenti si moltiplicano da parte degli uomini di buona volontà che cercano di disegnare la figura di un’umanità ideale vestendola con la toga del dover essere.

Mentre l’essere è mutilato dalle guerre dalle torture, dai genocidi.

I diritti dei popoli si affermano allo stesso tempo dei diritti umani sotto la spinta delle rivoluzioni del XVIII secolo in Occidente.

Essi corrispondono ad una innovazione se non addirittura ad una invenzione.

Tramite questa invenzione l’idea di una universalità della natura umana, che era stata suggerita dalla filosofia, diventa un’istituzione politica. Diventa lo stato liberale moderno.

Gli individui considerati singolarmente vengono contrapposti alla società, alla città, o allo Stato. La concezione tradizionale che considera il tutto, la totalità superiore alle sue parti e la socialità come appartenenza ad una famiglia o ad una razza viene sovvertita. Ora il singolo individuo viene pensato in una sorta di isolamento naturale come Robinson Crusoe prima dell’incontro con Venerdì. Isolamento dopo un naufragio che potrebbe essere solo una fantasticheria. In secondo luogo, nel rapporto morale e in quello giuridico viene considerato antecedente il diritto anziché il dovere:

Il primo ovviamente non esclude il secondo: cambia la prospettiva, come nel Rinascimento ed il rapporto politico non è più colto dal punto di vista dei governanti ma da quello del governato. Linee rette che partono da un solo occhio come nella camera prospettica di Leon Battista Alberti e raffigurano la geometria del potere. Un potere assoluto del sovrano che oramai appare per quello che è: un legno storto.

Lo sguardo non va non più dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto.

Tutto ebbe inizio più di due secoli fa ormai.

Quegli antichi e violenti colonizzatori di un nuovo mondo dichiararono nel 1776 la loro indipendenza e fecero precedere questa dichiarazione da un preambolo.

In tale preambolo si diceva che tutti gli uomini sono stati creati uguali e dotati di diritti inalienabili come la vita, la libertà la ricerca della felicità.

Ora dicevano di voler cercare da soli la felicità, come se essa esistesse davvero e non fosse il dono avvelenato di un dominatore che prometteva quanto non avrebbe mai potuto mantenere.

Tutto ebbe inizio con l’enunciazioni di principi ideali, attraverso le quali gli antichi e violenti colonizzatori davano di sé un’immagine falsa rivolgendosi alla generalità degli uomini.

In realtà “i crudeli “ selvaggi indiani la cui ben nota norma di guerra era la distruzione indiscriminata di tutti gli avversari non venivano considerati esseri umani e ciò ne giustificava lo sterminio senza distinzioni di età o di sesso.

I violenti colonizzatori furono capaci di enunciare diritti ma non di trasformarli però in norme giuridiche e costituzionali,

Nella Costituzione Americana non si accenna all’uguaglianza e la libertà viene definita un bene e non un diritto.

Il mancato riconoscimento giuridico dei diritti aveva anche un significato di difesa dell’istituto della schiavitù:si voleva evitare ciò che era accaduto nel 1772 in Inghilterra, dove la sentenza di un tribunale aveva abolito la schiavitù riconoscendone la incompatibilità con le leggi vigenti.

Tredici anni dopo anche la Rivoluzione francese, che pure aveva abolito la schiavitù prima di finire nel bagno di sangue del Grande Terrore esordisce tramite l’assemblea nazionale con una dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.

In essa si legge:

<<Articolo 1

Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

Articolo 2

Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.>>

Compare qui il termine “diritto naturale” che rimanda al giusnaturalismo che ha una storia lunga e controversa .

Lo stato di natura

L’uomo ha dei diritti che deve conservare nell’associarsi con altri, nello stipulare un contratto sociale. Diritti che gli derivano dallo stato di natura.

Quest’ultima è una concezione ideale astratta in base la quale l’uomo viene considerato a partire da un isolamento antecedente ad ogni formazione sociale.

Lo stato di natura è un’ipotesi razionale di un origine ideale variamente concepita

Nel Leviatano e nel De Cive di Hobbes, lo stato di natura è presentato come una possibilità di barbarie che resta latente La manifestazione per eccellenza di questa minaccia è la barbarie collettiva, cioè la rivolta o la rivoluzione. Spinoza non crede allo stato di natura come situazione di barbarie iniziale pura, così come la descrive Hobbes. In un ipotetico stato primitivo dell’umanità, ci sarebbe comunque la presenza di un embrione di razionalità, sotto forma di utilità reciproca degli individui, degli uomini che collaborano gli uni con gli altri.

In Grozio l’ordine giuridico positivo scaturente dal contratto sociale non viene a porsi in antitesi al diritto naturale; ma quest’ultimo mantiene costantemente la funzione di integrare, fondare e perfezionare i rapporti giuridici positivamente istituiti

Locke nel Saggio sul governo civile (1690) concorda con Grozio sulla necessità di utilizzare quale strumento di analisi lo stato di natura preesistente al governo civile, scrive:

<< Per ben intendere il potere politico e derivarlo dalla sua origine, si deve considerare in quale stato si trovino naturalmente tutti gli uomini, e questo è uno stato di perfetta libertà di regolare le proprie azioni e disporre dei propri possessi e delle proprie persone come si crede meglio, entro i limiti della legge di natura, senza chiedere permesso o dipendere dalla volontà di nessun altro.

È anche uno stato di eguaglianza, in cui ogni potere e ogni giurisdizione è reciproca, nessuno avendone più di un altro, poiché non vi è nulla di più evidente di questo, che creature della stessa specie e dello stesso grado, nate, senza distinzione, agli stessi vantaggi della natura, e all’uso delle stesse facoltà, debbano anche essere eguali fra di loro, senza subordinazione o soggezione, (…)

Lo stato di natura è governato da una legge di natura che tutti hanno l’obbligo di rispettare e la ragione, che si identifica con questa legge, insegna a tutti gli uomini, sempre che vogliano consultarla, che, essendo tutti uguali e indipendenti, nessuno deve recare danno ad altri nella vita, nella integrità fisica, nella libertà e negli averi.>>

Rousseau, circa settanta anni dopo delinea le tappe che hanno segnato il passaggio dello stato di natura alla società civile e la conseguente nascita della diseguaglianza tra gli uomini . Per Rousseau lo stato di natura è uno stato che non esiste più , che forse non è mai esistito , che probabilmente non esisterà mai . Alla condizione dell’ uomo civilizzato , e pertanto corrotto dall’ educazione e dalle istituzioni , viene contrapposto lo stato in cui l’ uomo si troverebbe se su di lui avesse operato soltanto la natura : in base ad essa l’ uomo, sarebbe perfettamente autosufficiente , non dipendendo da alcun altro per la soddisfazione dei propri bisogni . Su questa autosufficienza e indipendenza Rousseau fonda la uguaglianza naturale degli uomini e , per dimostrare la sua totale avversione al progresso introduce il mito del buon selvaggio: il progresso é qualcosa di fortemente negativo , destinato ad aumentare sempre più la disuguaglianza.

E’ interessante far notare che i primi teorici del diritto naturale cadevano in una contraddizione o se si vuole in una tautologia:definendo l’uomo naturale come essere razionale e l’uomo razionale come essere naturale confondevano ragione e natura. Si proponeva un “dover essere” razionale con un essere “naturale” e si pretendeva di descrivere un essere naturale che in realtà si costruiva in termini del dover essere “razionale”. Inoltre:lo stato di natura è una condizione ideale astratta in cui l’uomo è considerato nel suo isolamento antecedentemente ad ogni relazione sociale. Lo stato di natura non è una constatazione di fatto od un dato storico ma ipotesi razionale di un’origine ideale che a partire da Locke serve ad affermare che la società è per l’individuo e non l’individuo per la società. La concezione contraria ,organicistica, viene fatta risalire ad Aristotele Lo stato secondo i giusnaturalisti, padri della modernità politica, avrebbe avuto una genesi artificiale basata sul contratto sociale, cioè su di una associazione volontaria, derivata da una convenzione mediante la quale individui atomizzati si legano liberamente l’uno all’altro producendo la forma giuridica della loro unione.

Nel giusnaturalismo tedesco si trova l’intenzione di spiegare la ragione e la natura con l’uomo, più che non viceversa, Ogni spiegazione dell’uomo, ogni sua definizione, ma ancor di più ogni sua qualificazione è inevitabilmente autoreferenziale se si prescindesse dalla trascendenza.

Il ritorno dell’etica giusnaturalistica

E’ a questo tipo di antropologia che fa evidentemente riferimento Benedetto XVI quando afferma

“I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono iscritti nella natura stessa della persona umana e sono pertanto rinviabili al Creatore. Appare quindi legittima e proficua una sana laicità dello in virtù della quale le realtà temporali si reggono secondo le norme proprie, alle quali appartengono anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell’essenza stessa dell’uomo”

In accordo con la tradizione giusnaturalistica, addirittura di stampo preillumisistico si afferma che esiste una norma morale universale radicata nella natura stessa dell’essere umano al cui pregiudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello stato.

L’antropologia etico giuridica tedesca andò comunque incontro ad una evoluzione soprattutto con Von Pufendorf il quale più che considerare l’uomo di natura pensa all’uomo di cultura. L’uomo di cultura è un essere razionale capace di argomentare elaborare significati e valori ma anche uomo di natura in quanto dotato di istinto, emozioni, immagini, sensazioni. Egli però è un essere che si costruisce nel tempo che va incontro, in una terminologia più moderna ad un processo di formazione personale. Il fattore caratterizzante, l’uomo di cultura è prima di tutto la volontà e, diciamo anche di più, la volontà libera e la forza di volontà.

Il rapporto tra i tre concetti-chiave del giusnaturalismo moderno – uomo, natura, ragione – in cui nella tradizione tedesca è accentuato in particolare il primo termine (uomo), trova una nuova articolazione grazie ad un quarto elemento: la volontà.

Ciò ci aiuta, in parte, a comprendere i riferimenti impliciti dell’articolo di Scalfari apparso su Repubblica del 23.10.05 intitolato ” Quando il papa vuole fare le leggi”

“Due parole sui diritti innati e sul diritto naturale. Se ne è scritta nei secoli un´immensa biblioteca e non sarò certo io a risollevare questa questione in un articolo di giornale. Ma soltanto qualche breve riflessione(…)Il diritto dell´individuo persona ad esistere è innato, proviene dalla natura che lo fornisce anche alle altre specie e agli individui che le compongono, ciascuno dei quali, dall´albero al falcone alla persona dotata di mente, vuole, disperatamente vuole esistere e adopera tutti gli strumenti che la natura gli ha forniti per esistere.

Per soddisfare questo diritto “biologico” l´individuo entra necessariamente in conflitto con tutto ciò che lo circonda, con l´obiettivo, per lui primario, di guadagnare e preservare lo spazio di cui ha bisogno(…)la bontà dei bambini non esiste. La predominante necessità d´ogni bambino è quella di conquistare il suo territorio, attirare su di sé l´attenzione di tutti, vincere tutte le gare, appropriarsi di tutto ciò che desidera. Togliendolo agli altri. Vincendo sugli altri. Sottomettendo gli altri.

Questo è l´istinto primordiale, innato, esclusivo. E spetta a chi li educa insegnare a contenere l´istinto primordiale, a rispettare gli altri, la roba degli altri e addirittura a condividere la propria con gli altri.

Questa disponibilità non è affatto innata ma indotta. Dalla cultura, dall´insegnamento degli adulti. E infine, poiché quell´istinto primordiale ci accompagna fino alla morte, educare e al bisogno limitarlo, spetta alle leggi sulle quali si fonda la Città terrena. I cui fondatori e reggitori si imposero sugli altri con la violenza della scaltrezza o con quella della forza per acquistare il potere ed esercitarlo.

Nessuno è stato ed è esente da questo peccato originario, fondato sull´unico diritto innato: la sopravvivenza dell´ente e il dispiegarsi della sua potenza.

Il Papa, quando rispolvera il diritto naturale e lo riconduce al Creatore e chiede che le leggi e la gestione della comunità civile siano improntate alle sue indicazioni, non fa che esprimere la volontà di espansione e potenza dell´ente da lui rappresentato.”

Nell’articolo la “libera volontà” di Pufendorf diventa volontà di potenza non più istanza razionale ma irrazionale ed il diritto diventa quello del più forte sul più debole. Chiaro riferimento a Nietzsche, a Freud ed alla matrice hobbesiana del freudismo. Non entro nel merito della critica dettagliata di questi contenuti per la quale rimando all’articolo di Giulia ingrao su Liberazione del 30-10.05.

Mi concentro solo su di un aspetto :che cosa significa la frase “il diritto ad esistere è innato”? Se ci pensiamo bene assolutamente niente. Infatti la parola esistere vuol dire essere in atto. Ciò che ora è in atto si suppone che prima fosse in potenza. Il concetto stesso di esistenza implica quindi un passaggio dalla potenza all’atto cioè una trasformazione. La parola innato indica invece un qualcosa che non viene acquisito ma che è già preformato in noi. Se è preformato ciò corrisponde al fatto che esso non è il risultato di una trasformazione. La frase di Scalfari pertanto è senza senso così come è privo di senso la tesi del diritto naturale là dove “naturale” divenga sinonimo di “innato”.

L’uomo nasce senza nessuna regola o morale precostituita.Come nasce senza istinti, senza una peccato od colpa originaria, senza un Superio e l’inevitabile ed irrisolvibile conflitto intrapsichico che ne deriverebbe.

Rinunciando volutamente ad addentrarmi nelle conseguenze che derivano dall’ipotizzare un istinto di morte, una colpa, una morale ed un conflitto come realtà “naturale “ dell’essere umano , dirò soltanto che tale ipotesi ci fa trovare di fronte ad un ad una logica strana

Secondo Scalfari il diritto ad esistere, che poi viene confuso con un idea assai generica di volontà non solo sarebbe innato ma anche biologico cioè comune a tutti gli animali.

Tale “logica” nega che l’esistenza dell’uomo è il risultato di una nascita, di un cambiamento radicale tramite il quale nel venire alla luce la realtà biologica del feto, diventa realtà psichica. Diventa immagine interna, possibilità di rapporto.

Non sarebbe neppure vera quindi l’affermazione di Pufendorf di una “socialità naturale” basata sul riconoscimento reciproco di una identica “natura”. La socialità non è infatti una caratteristica preformata attiva in ogni soggetto indipendentemente dal suo rapporto con l’ambiente quanto il risultato di una trasformazione, dell’acquisizione di una possibilità che tramite uno specifico processo viene messa in atto.

Inoltre il concetto di “natura umana” potrebbe essere anch’esso ambiguo, in quanto per natura si intende non solo la qualità insita in un essere ma anche il complesso di tutti gli esseri che compongono l’universo.

Non a caso Ulpiano scriveva “Jus naturae est quod natura omnia animalia docet”. Ma l’uomo si differenzia dagli altri animali per avere un pensiero senza coscienza, un pensiero irrazionale che non è affatto naturale cioè comune a tutti gli enti..

La Dichiarazione del ‘48

L’intrinseca debolezza logica e terminologica insita nel riferimento ai diritti naturali noi la ritroviamo nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 dopo la sconfitta del nazismo e la condanna dei crimini contro l’umanità da esso perpetrati in modo sistematico. Nella dichiarazione si legge testualmente :

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Ancora una volta l’uomo è sempre e solo ragione e coscienza. I Diritti umani del 48 derivano dal compromesso di diverse concezioni dell’uomo e della società:liberalismo, socialismo e cristianesimo sociale attingono i loro valori dalla comune fonte del giusnaturalismo, cioè dall’idea che l’uomo ha una eguaglianza naturale prima ancora che politica, uguaglianza che l’impegno politico deve ricostituire o recuperare.

Nella “Dichiarazione del 48” troviamo pertanto irrisolte tutte le contraddizioni già presenti nel giusnaturalismo seicentesco ed illuministico. Secondo Antonio Cassese i diritti umani corrispondono al generoso e forse illusorio tentativo di introdurre un po’ di razionalità nelle istituzioni politiche e nella società di tutti gli stati <<(…)razionalità sottesa dai valori delle grandi religioni monoteistiche e da certi grandi concetti laici della tradizione kantiana.:la razionalità che si incentra nel rispetto della persona.>>

Molto significativo un altro passaggio di Cassese illustre docente di diritto internazionale:<<(,,,) i diritti umani sono una grande conquista dell’ homo societatis sull’homo biologicus(…) niente è più falso dell’affermazione secondo cui i diritti umani sono diritti naturali ossia coessenziali alla natura umana(…) ed ancora

(,,,) l’uomo biologico è portato ad aggredire e soverchiare l’altro,a prevaricare per sopravvivere, e niente è più lontano da lui dell’altruismo e dell’amore dell’altro(…)>>

Anche qui si potrebbe obiettare che l’espressione “homo biologicus” non corrisponde a niente di reale in quanto la realtà umana è corpo e mente in una relazione reciproca che non può, a mio avviso, neppure concettualmente essere dissociata in una rex extensa ed in una res cogitans. Res extensa e cogitans le quali, come affermava Cartesio, solo in Dio potrebbero trovare un punto di convergenza . La relazione reciproca di corpo e mente, la derivazione dello psichico dal biologico non può essere negata ed annullata salvo ricadere nell’idea di una perversione e di un peccato originario da tenere sotto controllo con la ragione.

Anche Bobbio però si era espresso a favore dell’idea che i diritti umani non possano aver un fondamento naturale: La ricerca del fondamento assoluto, ultimo del diritto tipica del razionalismo etico porterebbe secondo questo autore inevitabilmente ad un scacco dogmatico : ciò che è ultimo proprio in quanto tale non può essere fondato su altro.I diritti sono storicamente relativi ma la loro eventuale fondatezza non può che dipendere dal consenso generale circa la loro validità. L’importanza della dichiarazione del 48 dipenderebbe proprio dal manifestarsi di un “consensus omnium gentium”: un sistema di valori è universale non per principio ma di fatto, per la circostanza che viene accettato dalla maggior parte degli uomini.

Non si può fare a meno però di far notare che il consensus omnium gentis è un consenso cosciente e razionale che serve a fondare quello che è stato definito un ethos mondiale. La parola ethos, come l’autore stesso dice , rimanda ad un dover essere molto lontano purtroppo dall’essere.

Da una parte quindi Bobbio nega che il diritto possa avere un fondamento etico a partire dalla razionalità, dall’altro ripropone i diritti come un’insieme di norme morali ed ideali fondate non su di una natura immutabile ma su di un accordo razionale che si rinnova continuamente pur legandosi a situazioni storiche particolari.

Viene prospettata comunque una visione moralistica del progresso umano che riconduce in modo ineluttabile all’idea che l’attuazione dei diritti avvenga, nel migliore dei casi, attraverso la persuasione pedagogica. C’è da chiedersi però perché nella storia la pedagogia, che per i cattolici è la vocazione alla catechesi , ha così poco disdegnato l’uso della forza.

Il razionalismo etico , gettato fuori dalla porta, rientra, con tutti i suoi problemi dalla finestra.

La nascita della psichiatria e la sua degenerazione

A questo punto però, prima di approfondire ulteriori implicazioni insite nel concetto di diritto umano, vorrei far notare come il termine psichiatria è stato coniato nel 1773,tre anni prima della Dichiarazione di indipendenza americana. Il termine rivela come afferma Gaston un’intuizione geniale perché mette insieme la parola psiche con la parola iatria-medicina- quando invece la psiche era stata considerata sempre vicino alla parola anima.. Il 1773 è comunque collegato alla storia dei diritti umani in quanto in quell’anno coloni americani travestiti da indiani Mohawk salirono sulle 3 navi della British East India Company nel porto di Boston e gettarono in mare tutto il carico di tè che era a bordo per protestare contro la tassazione inglese. L’episodio è conosciuto come The Boston Tea Party che prelude appunto alla dichiarazione di indipendenza americana.

La creazione del nuovo termine Psichiatria avviene in un contesto certo illuministico ma soprattutto rivoluzionario in cui si intuiva la possibilità di sovvertire vecchi valori ed ordinamenti per affermare almeno in linea di principio non solo la dignità umana ma anche ciò che con frase certo ambigua per i nostri criteri attuali veniva designato come “ricerca di felicità”.

Di fatto la psichiatria, sin dalla sua nascita non riuscì a disancorarsi dai suoi presupposti organicisti e violò subito il diritto degli individui ad essere liberi. Pinel liberò i matti dalle catene e dalle prigioni ma ben presto essi furono chiusi nei manicomi. Il manicomio nascente – tassello essenziale della nuova dottrina- viene concepito, al tempo stesso, come macchina segregante, come apparato di sicurezza e come “strumento di guarigione”. Il trattamento morale, praticato da Pinel e da Esquirol, si fonda, perlomeno nella sua fase pionieristica, su due livelli tra loro correlati: da un lato i risvolti disciplinari e repressivi dell’istituzione segregante, dall’altro lato il dialogo, l’ascolto e l’empatia tra l’alienista e il suo paziente. Per guarire il malato il ragionamento non basta. Occorrono “scosse morali”: è necessario agire sulle passioni e sulle emozioni dell’alienato, sapendo “quanto poco il ragionamento da solo, senza scossa agitatrice, sia capace di far tornare la ragione smarrita. Fin dall’inizio in trattamento è violazione della libertà,dignità e dell’altro e sarà sempre così nella storia della psichiatra perché in ultima analisi la prima violenza che fonda tutte le altre è l’ignoranza ed il fraintendimento sul significato dell’umano.Ignoranza e fraintendimento che riguarda la “natura umana”.

Benedict August Morel

La psichiatria, nella seconda metà dell’ottocento si muove verso la genetica e l’idea di trasmissibilità della malattia con Benedict August Morel . L’autore francese (che coniò il termine dementia praecox nel 1866), partendo dalla concezione di una razza umana sempre uguale a se stessa, che non si è “evoluta da” e non si “evolve verso”, identifica una serie di circostanze sociali ed ambientali che causano l’allontanamento dal suo standard ottimale. Questo allontanamento viene definito come degenerazione. Quest’ultima veniva pensata come ereditaria, e suscettibile di aggravarsi di genitore in figlio, fino a portare all’estinzione del “ceppo” ammalato.

A volte essa si sarebbe sviluppata così rapidamente che, di figlio in figlio, la progenie di una stessa famiglia sarebbe nata sempre più tarata ed incapace di provvedere a sé. Morel liquida la clinica delle monomanie di Esquirol, la quale sul piano prognostico e terapeutico, era ancora possibilista e ottimista rispetto alle possibilità di cura. La “degenerescence” ha un’evoluzione inevitabilmente demenziale. Quella di Morel è chiaramente un’ottica cristiana in quanto il rischio della caduta regressiva è legata ad una perfezione venuta meno col peccato originale: solo il riferimento alla ragione come garante di valori e di eticità può mantenere in piedi un’umanità precaria.

Le teorie mediche, riprese da Magnan furono rese popolari dai romanzi di Zola e si diffusero in ambito neoromantico. Il conte di Gabineau, affermava che tutte le razze umane erano diseguali. Le razze superiori per l’incrocio con razze inferiori stavano indirizzandosi verso uno stato finale di imbastardimento.

Francis Galton

Nello stesso periodo in cui si affermavano le teorie evoluzionistiche Francis Galton (cugino di Darwin ed inventore del termine eugenetica) formulava le “leggi” sulla “regressione filiale” e sulla “eredità ancestrale”. La prima sosteneva che è possibile che in un individuo l’evoluzione “regredisca” rispetto al livello raggiunto dai suoi genitori (degenerazione), la seconda che tratti dell’eredità ancestrale possono riemergere nei discendenti.

Si giungeva alla conclusione che quanti sono al vertice dell’evoluzione, non lo sono necessariamente per sempre: d’improvviso la loro progenie, per atavismo o degenerazione, può trovarsi ad un livello evolutivo non solo più basso di quello dei genitori, ma anche della progenie di individui “inferiori”.

E’ chiaro, per chi conosce la storia della psichiatria, il debito che la psicopatologia di Kraepelin in seguito,pur dilatandosi in una nosografia che superava il limite ristretto delle monomanie e della psicosi unica, manterrà nei confronti del concetto di degenerazione e del suo correlato inevitabile la “dementia”: ma è altresì chiara la derivazione di quest’ultime concezioni dalla teoria del “buon selvaggio “ di Rousseau e più in generale dall’antropologia giusnaturalistica che aveva gettato le basi per concepire la civiltà come un progressivo deterioramento, a partire dallo stato di natura, di iniziali potenzialità umane.

Ernst Haeckel

Partendo dagli studi embriologici Ernst Haeckel, nel 1866 formulò la legge, contestata fin dal suo primo apparire, della “ricapitolazione filogenetica”. Haekel che considerava il popolo tedesco una razza eletta fu un’entusiasta sostenitore di programmi di eugenetica sia razziale sia legata all’eliminazione fisica o alla castrazione di persone con gravi menomazioni mentali. Secondo le tesi dello studioso tedesco l’apparizione, nell’evoluzione del feto umano, di organi rudimentali non tipici della specie umana significa che il feto umano, alla pari di quelli di altri animali superiori, ripercorre nel tempo ristretto del suo sviluppo il cammino dell’evoluzione. Inizia come cellula unica, per assumere configurazioni dapprima molto simili a quelle degli animali inferiori e solo in un secondo tempo quella tipica dell’essere umano.

Questo fenomeno è riassunto nella formula “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”, ossia, lo sviluppo dell’individuo ricapitola, riassume, lo sviluppo della specie a cui appartiene. In base a questa teoria l’esistenza di uomini nati con la coda sarà dovuta semplicemente al persistere nell’individuo maturo di questa caratteristica tipica del feto e di forme “inferiori” di vita. L’”arresto di sviluppo” permetteva così di spiegare più o meno a proposito una serie di fenomeni fino ad allora inspiegabili. È però importante sottolineare che, secondo Haeckel” ogni “arresto di sviluppo” nell’evoluzione del feto implicava, di per sé, l’arresto ad una forma arcaica, “atavistica”, secondo una terminologia adottata da Lombroso, di sviluppo, ormai abbandonata dalla nostra specie : cioè, fatalmente, implicava la “degenerazione”. Nella prospettiva del monismo materialista di Haeckel non aveva senso porsi il problema dell’origine della materia, delle forze, del movimento e persino della coscienza presente nelle cellule e nelle molecole. La finalità della natura si identificava, per Haeckel con l’ordinamento meccanico dell’universo: l’idea di una volontà libera si rivela del tutto illusoria.

Le conoscenze attuali dell’embriologia umana confermano il fatto che a partire da un certo momento della sviluppo intrauterino, il feto assume una morfologia che corrisponde ad una differenziazione funzionale che è tipica ed esclusiva della specie umana. A partire dalla 24 settimana e dalla formazione della retina è possibile la nascita come evento trasformativo, come emergenza di una dimensione psichica prima assente . Prima della nascita il feto non ha attività psichica.

Non si comprende quindi in virtù di quale ragionamento, ancor oggi in voga presso i cosiddetti neuroscienziati, si voglia far derivare la malattia mentale, che è malattia della psiche appunto, da un arresto o da una anomalia dello sviluppo fetale. Tali anomalie possono portare a disfunzioni neurologiche per un danno che può subire il cervello ma non rientrano nella ricerca della psichiatria che si occupa di problemi funzionali non legati a specifiche lesioni d’organo od alterazioni metaboliche.

Degenerazione e nazismo

L’idea di degenerazione, tipica degli alienisti e degli studiosi di scienze naturali dell’ottocento influenzò profondamente i nazisti a partire dai primi decenni del novecento.Il genocidio nazista non ebbe come unico bersaglio gruppi che possiamo definire nazionali, ma fu diretto contro tutti quei gruppi di esseri umani che si supponeva condividessero determinate caratteristiche biologico–razziali. Da parte dei dirigenti nazisti in sintonia con quello che era il clima imperante della scienza tedesca, non si operò mai una distinzione netta tra politica razziale e politica eugenetica. Questo spiega il motivo per cui, da un certo momento in poi, si realizzò in Germania quel micidiale connubio nella comune lotta contro tutti i “degenerati”.Una inferiorità razziale, si badi bene, che era intesa in senso lato sia come primitivismo, sia come degenerazione, sia come deviazione dalle norme. Nella visione del mondo dei nazisti l’idea di razza era onnicomprensiva e totalizzante, non implicava soltanto la diseguaglianza tra razze diverse ma anche tra gruppi e individui della stessa razza. Ed é proprio sulla base di tale teorizzazione della diseguaglianza che si riteneva fosse sancito il diritto degli individui, dei gruppi e delle razze “migliori” e “superiori” di dominare sugli “inferiori”.Venivano così affermati i diritti della collettività e negati i diritti del singolo.Il bene comune, o ciò che si suppone sia tale, e la vita come valore biologico divengono parametri assoluti di valutazione. Il nazionalsocialismo considerava la lotta per l’esistenza come fondamento dell’ordine naturale del mondo, come legge di natura a cui l’uomo non può sottrarsi.

Interessante quanto scrisse il medico nazista Victor Weizsacher a proposito di eutanasia e di sperimentazione sugli esseri umani

<<Se il medico considera la vita come valore materiale e temporale, senza considerare la dimensione trascendente allora è possibile che la vita stessa divenga di fatto priva di qualsiasi valore e si meriti così la soppressione.L’esaltazione della vita come pura manifestazione biologica produce i presupposti ideali per l’eliminazione delle vite che rappresentano un disvalore biologico>>

Come ha fatto notare la Alice Von Platen l’eliminazione di tutti i malati di mente portata alle sue estreme conseguenze avrebbe significato la fine della psichiatria mediante la soppressione dei suoi soggetti.

Fine di quella psichiatria che era sprofondata con la teoria della degenerazione nel pessimismo terapeutico più totale: paradossalmente l’eutanasia si poneva come tentativo, indubbiamente paradossale, di cura.

Tentativo di ristabilire una purezza originaria della razza, uno stato di natura cui si sarebbe arrivati distruggendo la vita di tutti soggetti più deboli ed incapaci di reggere alla lotta per la sopravvivenza.

Una delle caratteristiche più evidenti della ideologia e della prassi dello sterminio nazista é che in esse si realizzarono non solo una comprensibile stretta collaborazione tra antropologi, igienisti della razza e psichiatri ma una vera e propria sovrapposizione dei diversi ambiti disciplinari. Una netta separazione tra i rispettivi campi di studio e di intervento non fu mai mantenuta.

Quindi era tutto un ambiente culturale che creava i presupposti dell’olocausto alla cui attuazione hanno collaborato psichiatri che effettuavano le cosiddette “perizie razziali”. L’obiettivo dichiarato di queste perizie, era offrire dati “scientifici” e pratici per le misure che lo Stato doveva prendere in materia di eugenetica e igiene razziale.

Le perizie razziali costituiscono un chiaro esempio del ruolo chiave svolto dalla psichiatria tedesca nello sterminio nazista.

Crimini contro l’umanità

A partire dal contestatissimo processo di Norimberga ( i vincitori contro i vinti) si configura un nuovo tipo di crimine: quello contro l’umanità perpetrato appunto da personaggi come Heichmann e da tutto l’apparato dei gerarchi nazisti.

Già l’utilizzazione del termine “umanità”, unitamente a quello di crimine, è indicativo della volontà, da parte dei giudici di Norimberga, di ripristinare un concetto che i nazisti ed i loro ideologi, avevano cercato in ogni modo di demolire. <<”L’umanità è un concetto zoologico oppure è una vuota parola>>

Burke dal canto suo sentenziava :

<< Non esiste l’uomo nel mondo(…) quanto all’uomo dichiaro di non averlo mai incontrato in vita mia(…)>>

La critica nominalistica degli ideali della rivoluzione francese, che Goebbels sostenne, in un suo discorso radiofonico del 39, di voler cancellare dalla faccia della terra, portava all’idea che la parabola rovinosa dell’Occidente cominciava proprio con la costruzione del concetto universale di uomo proposto dal cristianesimo prima e dal socialismo poi.

Anche in Heidegger la categoria del Dasein con la sua enfasi sul qui ed ora e sulla storicità come effettiva esperienza di vita, mira esplicitamente a negare la categoria di genere umano ed implicitamente ad annullare l’esistenza di diritti che competono all’”uomo” in quanto tale.

Se passiamo dalla ideologia , dalle speculazioni filosofiche alla prassi vediamo una perfetta corrispondenza fra le due:la vittima di un crimine contro l’”umanità” viene infatti spogliato in un colpo solo del diritto ad avere dei diritti. Viene privato di ogni schermo giuridico.

Antoine Garapon fa notare la singolare analogia fra crimine contro l’umanità ed abuso da parte dei genitori sui bambini,

“Se vengo spogliato dei miei beni e percosso da un automobilista irascibile ciò non avrà le stesse ripercussioni che se subissi violenze da parte di mio padre, e cioè da colui che dovrebbe proteggermi. In tutti e due i casi vengo ferito nel corpo ma mentre nel primo la mia identità non viene colpita nel secondo sì. Questo perché i genitori sono la condizione stessa per la realizzazione dei diritti del bambino. Le violenze alterano un legame essenziale, la cui assenza non consente che si sviluppi un armonioso rapporto con il mondo(…)

Nel crimine contro l’umanità c’è una distruzione dell’umano, un disinteresse completo per colui che muore che precede la morte fisica. La distruzione dell’umano non solo sopprime la vita ma anche la morte stessa privata di ogni riferimento simbolico e sociale.

Il futuro della psichiatria

Dopo l’olocausto, dopo Hiroshima che è espressione di un nazismo diverso nella forma ma non nella sostanza, credo che l’unica psichiatria possibile, che sfugga alla tentazione di autoannullarsi per senso di colpa è quella che non si limita a descrivere l’evento disumanizzante ma ne indaga la radice più profonda con l’intenzionalità di estirparla come una malattia. Invece è accaduto che dal dopoguerra in poi la psichiatria si è illusa di difendere i diritti umani abolendo i manicomi-lager con la legge 180. E’ vero l’abolizione è stata un atto umanitario vanificato però dal fatto che gli psichiatri sono caduti nella negazione dell’esistenza stessa della malattia mentale e conseguentemente della propria identità. I malati non sarebbero tali, la pericolosità sociale, è stato sostenuto, non deve servire da alibi per la segregazione di soggetti solo diversi, espressione di forme di esistenza che si possono fenomenologicamente comprendere e descrivere ma non certo “curare”.

Alla base di questa negazione della malattia e della cura un’infezione del pensiero esistenzialista di derivazione heideggeriana e sartriana:pensiero esistenzialista fortemente implicato nella distruzione del concetto universale d’uomo. Concetto universale che la dichiarazione dei diritti del 48 si è sforzata in qualche modo di ripristinare.

Da una parte quindi gli antipsichiatri che sostengono che la malattia mentale è un mito e che la psichiatria deve cessare di esistere in quanto violerebbe sistematicamente “i diritti umani”, il diritto per es. all’integrità fisica che verrebbe lesa dall’uso indiscriminato di neurolettici, dall’altro il fiorire della psichiatria organicista che ha il suo motore nell’economia dell’industria farmacologia.

E’ interessante che teorie eugenetiche e razziali sono ricomparse negli ultimi decenni del secolo scorso ad opera di psichiatri in azione nelle rovine della vecchia Jugoslavia mentre forme di eugenetica striscianti compaiano anche nella nostra civile Italia. Il Prof Cassano in un articolo sul futuro della psichiatria del 21 sec. ha sostenuto che la prospettiva più interessante e radicale nella cura della malattia mentale è la prevenzione genetica. Interventi in utero per modificare l’eventuale gene difettoso responsabile di una futura depressione. Scrive Cassano.

“La vulnerabilità genetica di un disturbo si traduce molto spesso in una malattia manifesta quando improvvisi eventi di vita o problematiche esistenziali di lungo termine scatenano un primo episodio o favoriscono ulteriori ricadute. Dovremo capire bene quale processo può condurre ad alterare in tal modo l’espressione genetica. Ancor più dovremo mettere a fuoco i rapporti tra eventi traumatici in età infantile, specie quando di natura sessuale, e l’insorgenza di diversi disturbi psichiatrici nell’adulto e quale importanza possa avere in questo caso la vulnerabilità genetica”(…)Si calcola che in avvenire un numero sempre più elevato di medici, oltre uno su cinque, si specializzerà in Psichiatria.”

Lo psichiatra potrà intraprendere diverse specializzazioni fra cui quella denominata “neuroscientifica “

“(…)che comprenderà le tecniche di neuroimaging, la genetica, la prevenzione prenatale. Le malattie genetiche, ad esempio, potranno essere prevenute o corrette prima della nascita e non lontano è il tempo in cui le alterazioni ideative e comportamentali potranno essere corrette dal medico esperto attraverso un intervento sul singolo gene o sui livelli di attività di uno o più neuromediatori.(…)”

Personalmente concordo con chi afferma che la causa genetica non può coincidere con il concetto di predisposizione genetica che è solo una proiezione statistica di regola bassa dovuta a mutazione di geni e che non si verificherà necessariamente. Ed è inoltre ovvio che i meccanismi d’azione dei geni devono essere messi in relazione alle variabili ambientali: è inaccettabile una visione deterministica del comportamento umano.

Il nazismo, la mentalità che ha portato al suo affermarsi in quella particolare organizzazione dello stato in un una precisa fase storica dell’Occidente non è stato sconfitto. Ha solo cambiato pelle, si è mimetizzato negli apparati della scienza e del potere.

Basta pensare che gli americani che erano stati gli organizzatori di Norimberga hanno lasciato nello stesso periodo storico, impuniti scienziati criminali giapponesi dai quali hanno comperato, per una cifra ingente, i protocolli della sperimentazione di gas tossici su soggetti umani effettuata in Manciuria.

C’è quindi, a tutt’oggi in atto una gigantesca coazione a ripetere i crimini contro l’umanità: basta considerare che la tortura in questo momento storico viene praticata in 132 paesi nel mondo

La crisi degli apparati razionali della giustizia

I crimini contro l’umanità non solo continuano ad essere un prodotto aberrante proposto in origine da una psichiatria impazzita ma essi pongono in scacco, per la loro irriducibilità gli stessi apparati razionali della giustizia.

La mostruosità dei crimini in questione impedisce che essi vengano analizzati soltanto da un punto di vista dell’ordinamento giuridico che viene da essi completamente infranto: il modello processo del penale per es. è del tutto inadeguato di fronte alle dimensioni ed alle caratteristiche del problema che si deve affrontare.

Come sostiene Garapon il crimine contro l’umanità non è né perdonabile né punibile. Ed a questo punto sarebbe necessario pensare a nuove forme di giustizia.

La ricerca di una nuova forma della giustizia porterebbe a trasformare il processo in una sorta di apparato terapeutico all’interno del quale si svolgerebbe una rappresentazione catartica volta a garantire la ricostruzione dell’identità delle vittime attraverso la narrazione e la ricostruzione storica e l’accertamento dei fatti nel confronto con i carnefici. Scrive l’autore francese<< La scena giudiziaria serve a rappresentare il male politico sussumendo un evento in una norma di legge, dando un nome al destino>>

Ed ancora<<(…) il ruolo del giudizio è quello di restaurare la fiducia nel mondo, ovvero offrire lo spettacolo della superiorità del verbo sui fatti, della sublimazione dei rapporti di forza ad opera della decisione, del predominio della giustizia sul tempo biologico>>

Come si può notare siamo di fronte ad un vero e proprio progetto terapeutico peraltro non esente da una certa venatura moralistica che si avvale peraltro di una termologia freudiana. Male ( e- non si badi bene -malattia ) catarsi, sublimazione, predominio della giustizia cioè della ragione- coscienza sul biologico e sull’innato. E poi la frase, che si commenta da sola: il ruolo del giudizio è quello di restaurare la fiducia nel mondo.

Sorge spontanea una domanda: il giudice si scopre psicoterapeuta, peraltro un po’ maldestro, perché scambia le interpretazioni con i giudizi, perché la psichiatria è assente? La psichiatria è assente, perché non è riuscita a riscattatasi da una colpa orrenda di cui si è macchiata?

A questo punto sarebbe doveroso che dopo la parte destruens io proponessi la parte construens cioè una nuova concezione dell’uomo, del rapporto natura-cultura. Concezione che comporta inevitabilmente, come personaggi più autorevoli di me in campo giuridico hanno già fatto notare, una revisione di alcune categorie tradizionali del diritto in base ad una più che trentennale ricerca sull’irrazionale.

Una nota personale

Vorrei invece introdurre una nota personale. Ho scoperto nel corso degli anni che il mio interesse, molto precoce in verità, per la psichiatria è collegato alle vicende del nazismo.

La mia prima “didatta” di psichiatria e psicoterapia è stata appunto Alice Ricciardi Von Platen che ha scritto nel 48 un libro, da me citato, sullo sterminio dei malati di mente in Germania. Quella della psichiatra tedesca era però solo la denuncia di un crimine commesso nel nome del diritto dei più forti senza una vera capacità di elaborarne il senso più profondo.

Ciò traspare proprio nel passaggio dove l’autrice in questione afferma:

“Soltanto l’uomo è in grado di sottrarsi allo spietato diritto naturale in quanto può, entro determinati limiti, conformare l’ordine sociale. Proprio questa innata libertà dell’uomo veniva negata dal nazionalsocialismo, così come il suo intimo legame con la ragione, senza il quale essa degenera in mero arbitrio”

Esiste uno spietato diritto naturale,una libertà innata che, senza la ragione, diventa mero arbitrio.

Ma perché la libertà diventa arbitrio? Perché “degenera”? Perché appunto è innata non si lega cioè all’Io interno della trasformazione e della nascita, a quella creatività irrazionale che affonda le sue radici nel primo anno di vita . E’ la creatività del pensiero senza coscienza che rende l’uomo libero da quelle prigioni che la ragione, pur proclamandosi portatrice di valori umani, ha continuato a costruire nel corso della storia.

In tutti questi anni di ricerca e di formazione l’unica risposta esauriente sia interpretativa e terapeutica che ho trovato sul problema del nazismo è stata quella di Massimo Fagioli. Scriveva quest’ultimo nel 1980

“La pulsione di annullamento nella società civilizzata si esplica nei confronti della realtà umana ed è eliminazione nazista nel contesto di qualsiasi confronto, di qualsiasi dialettica. Determinare l’opposto assoluto della verità vera nell’ambito del rapporto interumano è l’eliminazione totale della realtà esistente. La sparizione completa di essa. I termini del confronto sono esistenza non esistenza.

Politicamente si giunge pertanto all’eliminazione fisica delle persone, scientificamente è dire che l’inconscio ed il mondo psichico non esistono. Si fa in altre parole quanto l’uomo fa nei confronti della natura, l’eliminazione fisica di essa per la propria sopravvivenza(…)”

Il discorso diventa più logico nel momento in cui si consideri la realtà umana soltanto come realtà fisica, oggetto di natura come altri. Una proposizione di trasformazione radicale rivolta ad una realtà umana che sarebbe solamente fisica non può consistere logicamente in altro che nell’eliminazione fisica del partner della dialettica.

Come vedete la ragione che annulla la realtà psichica degli esseri umani può essere molto nazista.”

Essendo la sua teoria nota e largamente diffusa non tenterò di riassumere il pensiero di Massimo Fagioli. Voglio solo sottolinearne l”importanza storica e politica perché esso affronta il problema della disumanizzazione non solo come nazismo manifesto ma soprattutto come nazismo latente, violenza invisibile e non materiale.

Fondamentalismo e diritti umani

Chiarendo inoltre il significato dell’”Umano” essa ci aiuta a esaminare criticamente i diritti umani. E noto, negli ultimi decenni il linguaggio dei diritti, e in particolare dei diritti umani, è diventato sempre più diffuso Viene considerato da molti come l’unico codice normativo di carattere universale nell’epoca del pluralismo delle morali, delle culture, delle religioni e degli ordinamenti giuridici. Elie Wiesel, nel cinquantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani la ha definita la “religione secolare planetaria”, e Kofi Annan ha parlato a proposito di essa di “unità di misura del progresso umano”.

Nonostante l’ importanza che ad essa viene oggi attribuita la dichiarazione dei diritti ha un limite: è’ indubbio che i grandi testi che sanciscono la tutela universale dei diritti umani sono di matrice occidentale e giusnaturalistica .

E’ evidente altresì che una volta che noi abbiamo compreso il processo di formazione dell’immagine e dell’emergenza della prima realtà psichica non è più sostenibile l’idea di una morale innata od addirittura di una sua derivazione divina come non è sostenibile l’esistenza di una “naturale” tendenza dell’uomo all’aggressività. E’ inoltre chiaro che la ragione nella misura in cui pretende di imporre una serie di norme morali di carattere universale va a finire nel dare sostegno all’ideologia della guerra.La storia recente lo dimostra: la guerra nel Kossovo ed in Iraq è stata fatta per scopi”umanitari” e legittimata in nome di un agire “razionale rispetto al valore” secondo una terminologia che risale a Max Weber.

La politica dei diritti umani, servendo ad imporre norme che sono parte di una morale naturale ed universale, conduce a guerre che – mascherandosi da “azioni di polizia” assumono una valenza morale;

alla moralizzazione della guerra segue la demonizzazione dell’avversario, la politica d’intervento sui diritti umani assume il significato di una lotta del Bene contro il Male.

Sorgono spontanee una serie di domande ai quali certo non si può dare in questo ambito, una risposta esauriente,

Come si può superare nell’ambito del diritto il riferimento ad una morale universale che rischia di essere null’altro che la norma razionale astratta di una “religione secolare”?

Se la ragione non può proporre valori universali senza cadere in quello che è stato definito un fondamentalismo,il diritto esisterebbe solo come un’insieme di formule convenzionali?

Lasciando in sospeso queste domande vorrei riportare una frase di Norberto Bobbio <<(…) la razionalità non abita più qui(…)-scrive Bobbio- Che la storia contemporanea conduca al regno dei diritti umani piuttosto che al Grande Fratello può essere oggetto soltanto di un impegno,>>

E’ possibile mi chiedo che quello che viene considerato uno dei più importanti filosofi italiani del diritto faccia appello alla “grande esperienza ed alla “buona volontà” per continuare ad avere fiducia nel progresso “morale” dell’umanità?

Gli psichiatri di grande esperienza sanno che le dichiarazioni d’intenti e la buona volontà servono a poco per non dire a niente.

Ciò che ci serve è una teoria che ci introduca in quel mondo in cui la razionalità non solo non abita più ma forse non ha mai abitato. Intendo riferirmi a quella dimensione irrazionale che è tipicamente umana. Dimensione irrazionale del primo anno di vita antecedente al linguaggio, alla coscienza, alla ragione.

E’ in quest’ambito che va cercata l’identità dell’uomo che sviluppandosi nel tempo e diventando consapevolezza piena di sé porta all’affermazione di diritti che potranno differire a seconda delle diverse condizioni storico-sociali.

Verso una nuova forma di socialità

L’affermazione del diritto, dei diritti di prima di seconda di terza o di quarta generazione, deve avere a monte una realtà umana il cui fondamento è la vitalità, il pensiero senza coscienza, l’immagine interna della nascita. Nascita che accomuna tutti gli esseri della terra. E’ la trasformazione della nascita che ci rende liberi ed uguali perlomeno in partenza. E qui mi viene fatto di dire che se esiste un diritto “assoluto” cui attribuire una priorità rispetto agli altri, questo diritto non può essere altro che l’affermazione della propria sanità mentale per essere capaci continuamente di ricreare una condizione originaria analoga a quella del primo anno di vita

I giusnaturalisti pensavano ad uno stato di natura che era un ipotesi della ragione, un’astrazione che non corrispondeva a nessuna esperienza.

Al contrario, noi in base alla ricerca psichiatrica e non ad astratte speculazioni sulla natura umana, possiamo sostenere che tutti hanno avuto l’esperienza della nascita a partire dalla quale si realizza la possibilità di “vita umana”. Vita umana come realtà psichica, identità individuale antecedente ad ogni legame sociale. Quello che per i giusnaturalisti era ipotesi di uno stato di natura astratto, presociale per la psichiatria diventa scoperta dell’origine della vita umana. Vita umana come immagine interna che si forma antecedentemente ad ogni legame sociale. Vita umana, immagine interna che poi nello sviluppo successivo del bambino diventerà desiderio e ricerca del rapporto, matrice di una socialità che dapprima inconsapevole evolverà verso le forme del linguaggio e della coscienza.

La socialità dell’ “uomo nuovo” deve essere capace comunque di abbandonare le formule contrattualistiche di ispirazione razionale ed illuministica a favore di una “reciprocità” che prevede forme di scambio e di rapporto che non siano univocamente commisurate alla norma dell’utilità.

Si apre un terreno di ricerca legato ad una serie di interrogativi: può esistere una psicoterapia se noi non superiamo l’idea di un legame sociale come strumento di fini prettamente individualistici ?

Si può mettere in moto un processo di trasformazione personale e collettivo se non si mette in discussione l’assioma utilitaristico che riduce il comportamento a puro calcolo di interesse?

Forse è necessario riaffermare la radicale irriducibilità dei rapporti sociali ai rapporti economici o di potere?

Bisogna pensare a dei legami di reciprocità caratterizzati da una uguale distanza sia dall’interesse utilitaristico di derivazione borghese sia dall’altruismo astratto di stampo cristiano che si esaurisce in una pura ed unilaterale oblatività?

A questi interrogativi, di estrema complessità, noi dobbiamo cercare, nonostante la loro difficoltà, di cominciare a rispondere pur essendo consapevoli che la psichiatria a questo punto è costretta ad uscire da un ambito strettamente specialistico per aprirsi al dialogo con la politica, con la cultura, con l’arte o più in generale con la storia.

E’ chiaro che la psichiatria non vuole assolutamente porsi, in questo dialogo, in questo confronto con la cultura dominante, come scienza omnicomprensiva, portatrice di conoscenze “totali” ed aprioristiche: al contrario essa interroga e cerca una dialettica con tutti quei soggetti che essendosi posti il problema del significato dell”umano” si dimostrano ricettivi nei confronti dell’indagine sulla realtà psichica. . E’ solo dall’esperienza di una molteplicità di persone che è disposta a compiere un faticoso sforzo di ricerca che noi possiamo cercare di orientarci e di progredire nella comprensione di quella realtà irrazionale pensata come territorio inesplorabile e proibito dal quale l’uomo sarebbe stato scacciato per sempre da un Dio malevolo. L’uomo: creatura di Prometeo nella sua ribellione contro il divino per affermare il diritto di essere se stesso ed il desiderio di progresso.

copyright domenico fargnoli

 

Admin            

Inviato il: 2 Mar 2006, 07:27 PM

QUOTE (Alogon @ 2 Mar 2006, 09:58 AM)

Magari se l’ amministratore mi aiuta li metto in secondo tempo

Eccolo…

Quando vuoi…

The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

Alogon            

Inviato il: 10 Mar 2006, 11:18 AM

Vorrei proporre come ulteriore spunto di analisi e riflessione quanto Maex scrisse nel 1844 ne “La questione Ebraica”

<<L’emancipazione politica è contemporaneamente la dissoluzione della vecchia società, sulla quale riposa l’essenza dello Stato estraniato dal popolo, la potenza sovrana(…)La rivoluzione politica che abbatté questa potenza sovrana e innalzò gli affari dello Stato ad affari del popolo, che costituì lo Stato politico come affare universale, cioè come Stato reale, spezzò necessariamente tutti gli stati, corporazioni, arti, privilegi, che erano altrettante espressioni delle separazioni del popolo dalla sua comunità. La rivoluzione politica soppresse con ciò il carattere politico della società civile. Essa spezzò la società civile nelle sue parti costitutive semplici, da un lato gli individui, dall’altro gli elementi materiali e spirituali che costituiscono il contenuto della vita, la situazione civile di questi individui. Essa svincolò lo spirito politico, che era parimenti diviso, disgiunto, disperso nei diversi vicoli ciechi della società feudale; lo raccolse da tale smembramento, lo liberò dalla sua mescolanza con la vita civile e lo costituì come la sfera della comunità, dell’universale attività del popolo, in una ideale indipendenza da quegli elementi particolari della vita civile. La determinata attività e le determinate condizioni di vita decaddero a significato solo individuale. Esse non formarono più il rapporto universale dell’individuo nei confronti della totalità dello Stato. La cosa pubblica in quanto tale divenne piuttosto l’affare universale di ciascun individuo, e la funzione politica divenne la sua funzione universale.

Soltanto, il compimento dell’idealismo dello Stato fu contemporaneamente il compimento del materialismo della società civile. L’abbattimento del giogo politico fu contemporaneamente l’abbattimento dei legami che tenevano vincolato lo spirito egoista della società civile. L’emancipazione politica fu contemporaneamente l’emancipazione della società civile dalla politica, dall’apparenza stessa di un contenuto universale.

La società feudale era dissolta nel suo fondamento: l’uomo. Ma l’uomo quale realmente era, in quanto suo fondamento, l’uomo egoista.

Quest’uomo, il membro della società civile, è ora la base, il presupposto dello Stato politico. Egli è da esso riconosciuto come tale nei diritti dell’uomo.

La libertà dell’uomo egoista e il riconoscimento di questa libertà è però piuttosto il riconoscimento dello sfrenato movimento degli elementi spirituali e materiali che formano il contenuto della sua vita.

L’uomo non venne perciò liberato dalla religione, egli ricevette la libertà religiosa. Egli non venne liberato dalla proprietà. Ricevette la libertà della proprietà. Egli non venne liberato dall’egoismo dell’industria, ricevette la libertà dell’industria. La costituzione dello Stato politico e la dissoluzione della società civile negli individui indipendenti -il cui rapporto è il diritto, così come il rapporto degli uomini degli stati e delle arti era il privilegio- si adempie in un medesimo atto. L’uomo in quanto membro della società civile, l’uomo non politico, appare perciò necessariamente come l’uomo naturale. I droits de l’homme appaiono come droits naturels, dacché l’attività autocosciente si concentra nell’atto politico. L’uomo egoistico è il risultato passivo e soltanto trovato della società dissolta, oggetto della certezza immediata, dunque oggetto naturale. La rivoluzione politica dissolve la vita civile nelle sue parti costitutive, senza rivoluzionare queste parti stesse né sottoporle a critica. Essa si comporta verso la società civile, verso il mondo dei bisogni, del lavoro, degli interessi privati, del diritto privato, come verso il fondamento della propria esistenza, come verso un presupposto non altrimenti fondato, perciò, come verso la sua base naturale. Infine l’uomo, in quanto è membro della società civile, vale come uomo vero e proprio, come l’homme distinto dal citoyen, poiché egli è l’uomo nella sua immediata esistenza sensibile individuale, mentre l’uomo politico è soltanto l’uomo astratto, artificiale, l’uomo come persona allegorica, morale. L’uomo reale è riconosciuto solo nella figura dell’individuo egoista, l’uomo vero solo nella figura del citoyen astratto.

L’astrazione dell’uomo politico è esattamente così descritta da Rousseau:

“Celui qui ose entreprendre d’instituer un peuple doit se sentir en état de changer pour ainsi dire la nature humaine, de transformer chaque individu, qui par lui-même est un tout parfait et solitaire, en partie d’un plus grand tout dont cet individu reçoive en quelque sorte sa vie et son être, de substituer une existence partielle et morale à l’existence physique et indépendante. Il faut qu’il ôte à l’homme ses forces propres pour lui eri donner qui lui soient étrangères et dont il ne puisse faire usage sans le secour d’autruì” (Contr. soc., liv. II, Londr. 1782, p. 67).

Ogni emancipazione è un ricondurre il mondo umano, i rapporti umani all’uomo stesso.

L’emancipazione politica è la riduzione dell’uomo, da un lato, a membro della società civile, all’individuo egoista indipendente, dall’altro, al cittadino, alla persona morale.

Solo quando l’uomo reale, individuale riassume in sé il cittadino astratto, e come uomo individuale nella sua vita empirica, nel suo lavoro individuale, nei suoi rapporti individuali è divenuto membro della specie umana, soltanto quando l’uomo ha riconosciuto e organizzato le sue “forces propres” come forze sociali, e perciò non separa più da sè la forza sociale nella figura della forza politica, soltanto allora l’emancipazione umana è compiuta.>>

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 13 Mar 2006, 10:30 AM

Il saggio “Sulla questione ebraica” (1844) di Marx propone la distinzione fra emancipazione politica ed emancipazione umana.

L’emancipazione politica, insita nella dichiarazione dei diritti non necessariamente è una emancipazione umana in quanto l’uomo viene considerato come individuo isolato,mosso da istanze egoistiche (come nello stato di natura diremmo noi).

La critica dei diritti affermati dalla rivoluzione borghese si basa sull’analisi della scissione fra citoyen ed uomo che essa determina, dove l’uomo rimane soggetto all’alienazione religiosa ed alla proprietà privata.

Nonostante l’acutezza di questa critica anche il comunismo ha fallito come oggi è universalemte riconosciuto.

Il problema che rimane aperto è riguarda quindi il superamento della scissione cui precedentemente abbiamo accennato…..

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 15 Mar 2006, 09:53 AM

La rivoluzione armata, la dittatura del proletariato porta all’abolizione dello stato borghese che, perlomeno da un punto di vista formale, è uno stato di diritto.

L’abolizione della proprietà privata tende, iin tale contesto, a ripristinare una situazione antecedente al contratto sociale di Rousseau: tutto questo per emancipare l’uomo, per toglierlo dalla situazione di alienazione, dall’indivualismo liberale in nome di un interesse collettivo.

La critica dei diritti umani della rivoluzione francese che evidenzia la scissione fra pubblico e privato, porta tout court non ad un ripensamento, ad un tentativo di dare loro un conteniuto reale, ma alla loro abolizione.

L’emancipazione dalla tirannide feudale realizzata dalla rivoluzione borghese abortisce negli stati totalitari che sono la forma di organizzazione sociale più razionale che esista. E’ chiaro quindi perchè la scelta della non violenza, il rifiuto della lotta armata, porta fuori dall’orbita del comunismo. Porta alla necessità di riaffermare le parole chiave della rivoluzione francese per puntare ad una trasformazione sociale senza l’uso delle armi .

Trasformazione: non solo politica di riforme.

Ma la non violenza, che è in fondo un contenuto psichico più che un comportamento, per poter essere praticata necessita di una teoria della realtà umana che purtoppo non è mai prima esistita nè a destra ma, disgraziatamente, neppure a sinistra.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 15 Mar 2006, 04:02 PM

qualche esperto di filosofia può darmi una mano sul tema “marxismo e diritti umani”?

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 15 Mar 2006, 06:04 PM

Leggo con mia sorpresa nel sito di un “fagiolino” pentito di cui indovinate il nome

<<A proposito di quanto i giornali (“La repubblica”, “Corriere della sera” del 28.2 ecc.) riportano essere accaduto con “Left/Avvenimenti”: appena acquista il controllo del giornale, il gruppo di Fagioli licenzia il direttore Giulietto Chiesa in quanto giudicato non omogeneo al progetto del gruppo. Non vedo proprio che motivo ci sia di scandalizzarsi. Nessuna sorpresa, è un modo di fare ricorrente nella storia di quel gruppo, come in quella di tanti altri. Tutto cioè molto ovvio e normale, nulla di diverso, nessuna traccia più della “storia diversa” progettata e promessa negli anni ‘70. Non è che il Berlusca si sia mosso diversamente rispetto a figure a lui non omogenee; e non si dica che l’analogia è solo formale, che nell’attribuirle importanza esprimo una visione piatta delle cose, che i fini sono diversi, perché, dicendo questo, per capirci con un esempio estremo, si finisce con il giustificare le torture di Abu Graib fatte dagli americani in quanto diverse da quelle fatte nello stesso luogo dalla polizia di Saddam.

Come la mettiamo con la non violenza? La violenza è da rifiutare quando espressa dagli altri, ma necessaria e santa quando è al servizio di una causa giusta e nobile? Per chi conosce la storia dell’analisi collettiva quanto accaduto a proposito di “Lef/Avvenimenti” esprime un comportamento abituale e ricorrente. Pronti a piangere come vitelli e a mandare lettere indignate e vittimistiche se qualcuno pesta loro un piede, non esitano, quando hanno il potere di farlo, ad eliminare tutto quanto non conforme e non omogeneo.

L’affermazione dell’uguaglianza fatta dalla rivoluzione francese aveva completamente perso il senso del nesso tra uguaglianza e arte, uguaglianza e sbigottimento, uguaglianza e nascita, libertà e sbigottimento. Aveva perso la dimensione rigorosamente laica ed atea di Machiavelli ponendosi nel preambolo “sotto gli auspici dell’Essere Supremo”. Per questo poteva pensare di risolvere i problemi tagliando le teste e chi oggi si rifà ad essa può pensare di risolverli eliminando chi non gli è in tutto omogeneo.

Oggi l’isola di Robinson può essere un sito internet e le bottiglie che egli affidava al mare perché qualcuno le raccogliesse possono essere le pagine del sito affidate all’oceano del Web perché navighino verso destinazioni improbabili senza garanzia di approdo.>>

Quest’ultima frase, non so perchè, mi ricorda qualcosa…

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 15 Mar 2006, 06:15 PM

Non sono un esperto di filosofia e quindi non posso essere di aiuto in questa materia specifica.

Vorrei, però, riportare quanto è scritto nella nostra Costituzione all’articolo 2

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (….)”.

Se è vero che parlando di diritti inviolabili dell’uomo si fa riferimento alla tradizione filosofica del giusnaturalismo, è anche vero che i costituenti volutamente non parlano qui di “diritti del cittadino” ma dell’uomo. In più, si dice che l’uomo esplica la sua personalità nelle formazioni sociali, quindi nelle relazioni che stabilisce con i suoi simili.

Mi sembra, per l’epoca in cui è stato formulato, un pensiero molto avanzato.

Alogon            

Inviato il: 15 Mar 2006, 07:02 PM

Certo, mi sembra una annotazione interessante….

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 19 Mar 2006, 11:13 AM

Naturalmente conosco la critica di Fagioli alla concezione dell’uomo di Marx e la considero una piattoaforma di partenza.

Nello specifico mi interessava capire come Marx si era posto nei confronti della Rivoluzione francese e dei diritti umani.

Per questo avevo citato il saggio del 1844.

Marx trova enigmatico il fatto che nessuno dei cosidetti diritti dell’uomo vada al di là dell’uomo egoistico ,al di là dell’uomo come membro della società civile e come individuo isolato dalla comunità : la rivoluzione politica, la rivoluzione francese è la rivoluzione della società borghese.

<<Prendiamo atto anzitutto del dato di fatto che i cosidetti diritti dell’uomo in quanto distinti dai diritti del cittadino non sono altro che i diritti del membro della società borghese ossia dell’uomo egoista, dell’uomo separato dall’uomo e dalla comunità…>>

Nella sua applicazione la libertà individuale forma la base della società civile ma essa fa sì che ogni uomo trovi nell’altro uomo non già la realizzazione ma piuttosto la limitazione della libertà. Nessuno dei pretesi diritti dell’uomo va al di sopra dell’uomo egoista e raggiunge l’essere collettivo.

L’uomo politico è solo l’uomo astratto, artificiale. L’emancipazione consiste nel riportare il mondo umano, i suoi rapporti all’uomo stesso.

Si distingue fra emancipazione , liberazione e libertà.

L’emancipazione è riduttiva, la liberazione è solo una tappa , la libertà realizza l’umano.

Solo quando l’uomo sociale si è riconquistato e quando come uomo individuale è divenuto essere sociale, quando ha organizzato le proprie forze come forze sociali allora si realizzerà la libertà.

Il cammino della libertà è pieno di ostacoli in particolare perchè le emanipazioni e le liberazioni vengono scambiate per la libertà.

Altro aspetto che ci potrebbe interessare è il rapporto di Marx con Rouseeau.

Il filosofo tedesco nei suoi scritti usa il termine << mondo rovesciato e uomo disumanizzato>> a proposito della società borghese

Ora l’idea di un’anima umana deformata, della trasformazione regressiva di tutte le nostre inclinazioni naturali a causa della disuguaglianza sorta nella società è di Rousseau. Quest’ultimo nell’Emile (libro secondo) sostiene che l’uomo è buono ma la società lo corrompe.

La società umana corrotta è il mondo sovvertito o a rovescio di cui parla Marx. Nelle opere del filosofo di Treviri troviamo l’intreccio tra l’idea dell’uomo che si capovolge proiettandosi nel cielo e quello della società adulterata nei confronto dello stato di natura.

Qui è interessante sottolineare che l’azione rivoluzionaria, tramite la quale all’arma della critica deve sostituirsi la critica delle armi cioè un’azione materiale violenta, tende a ristabilire l’uomo sensibile nella sua verità e la collettività naturale di uomini incorrotti.

Lo scopo della “rivoluzione permanente” non sarebbe allora quello di instaurare una socialità completamente nuova ma di ripristinare una situazione precedente, “uno stato di natura” in cui troviamo non un soggetto narcisiticamente isolato ma una collettività incorrotta.

E’ importate sottolineare l’esito a cui giunge la critica marxiana dei diritti umani, la critica del falso universalismo della ragione borghese:l’idea della necessità di un superamento della democrazia.

<< La democrazia sta, sotto un certo punto di vista, a tutte le altre frome politiche , come il cristianesimo sta alle altre religioni>>

La piena e vera democrazia non è un regime migliore degli altri, ma la scomparsa della democrazia politica stessa, ossai dello stato.

La prassi rivoluzionaria non vuole solo migliorare i sistemi rappresentativi ma sopprimerli sostituendo loro la gestione razionale delle cose e la libertà degli esseri umani.

Far entrare nella prassi il vero ed il bene, la libertà e la giustizia è un compito che può essere realizzato solo superando anche l’emancipazione come rappresentazione politica, realizzando al di là delle istituzioni le aspirazioni ed i fini della democrazia.

Infatti nella sua essenza lo Stato ha la stessa natura della religione, anche quando se ne è separato e lotta contro di essa

<<Lo stato politico attua un rapporto spirituale verso la società borghese come il cielo verso la terra>>

C’è una religiosità di stato legata all’esistenza dello Stato stesso perchè quest’ultimo ha con la vita reale lo stesso rapporto che il cielo ha con la terra; esso è al di sopra della vita reale, spazia al di sopra, trionfa allo stesso modo in cui la religione vince il mondo profano.

Nello stato, secondo Marx, l’uomo vale come specie ed è il membro immaginario di una sovranità presunta, è spogliato della sua reale vita individuale e penetrato di una irreale universalità.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Marx ha teorizzato , l’uso della violenza materiale, la necessità della dittatura.

Facciamo ora un salto in avanti ed esaminiamo quale è stata l’evoluzione della psichiatria in Unione Sovietica.

Riporto qui parte di un’intervista del 1990 al dottor Anatolij Korjagin psichiatra siberiano

<<D. Ma “leggi psichiatriche” sono indubbiamente necessarie anche a difesa dei pazienti.

R. In uno Stato dispotico a regime totalitario, qual è l’Unione Sovietica, le leggi servono da sempre non alla regolamentazione della vita della società, ma sono una delle principali leve di comando per determinare il comportamento dei cittadini. Ogni cittadino sovietico è sempre stato definito apertamente come proprietà dello Stato ed è stato considerato non come fine, ma come mezzo per il conseguimento dei fini dei detentori del potere. Dal punto di vista del pragmatismo statale il malato mentale è visto come un peso per la società, che non solo non produce nulla, ma perfino consuma senza risarcimento risorse materiali dello Stato ed è, inoltre, potenzialmente pericoloso. Per questo lo Stato sovietico non ha mai ritenuto ragionevole promulgare disposizioni di legge che garantissero la protezione materiale e giuridica di questo tipo di pazienti.

D. Qual era la situazione dei pazienti psichiatrici nell’Unione Sovietica prima della disposizione del 1988?

R. La persona che soffriva di una malattia psichica era privata automaticamente di tutti i diritti ed era completamente in balia dell’arbitrio degli psichiatri. Praticamente qualsiasi persona poteva essere sottoposta a visita psichiatrica con il pretesto più assurdo e la diagnosi poteva privarla dei propri diritti. Proprio la mancanza di qualsiasi diritto e di garanzie giuridiche ha favorito l’organizzazione nel paese di un sistema repressivo psichiatrico. I detentori del potere e il KGB, la polizia segreta, avendo la possibilità di esercitare pressioni sugli psichiatri, sono riusciti a ottenere l’isolamento di dissidenti perfettamente sani di mente in ospedali psichiatrici, dove psichiatri privi di scrupoli li sottoponevano a torture con la somministrazione di psicofarmaci utilizzati normalmente nella cura di disturbi di tipo schizofrenico, con l’uso di violenza fisica e di pesante pressione morale.

D. Quando è iniziata la repressione dei dissidenti per mezzo della psichiatria?

R. Questo tipo di repressione ha avuto inizio negli anni del governo di Nikita Kruscev, e ha raggiunto il massimo sviluppo nell’era di Leonid Breznev. Negli anni Settanta e nella prima metà degli anni Ottanta ogni persona, in carcere perché indiziata in base a uno degli articoli del codice penale riguardanti le cosiddette “attività antisovietiche”, veniva sottoposta a perizia psichiatrico-forense e, in un caso su due o su tre, veniva diagnosticata una malattia psichica, il che comportava il ricovero in ospedale psichiatrico anche per molti anni e, in certi casi, più di una volta.

Chiunque osava prendere pubblicamente posizione contro le repressioni psichiatriche veniva perseguitato con particolare durezza dal KGB. Negli anni dal 1979 al 1981 tutti e sei i membri della commissione non ufficiale d’inchiesta sugli abusi politici della psichiatria furono messi in prigione.>>

La psichiatria sovietica si è trovata quindi, attraverso un percorso storico paradossale, a giocare un ruolo di primo piano nel processo di disumanizzazione dell’uomo contro cui Marx si era proposto di combattere con la critica delle armi.

E questo è avvenuto a 20,trenta anni dalla sconfitta del nazismo nella quale L’Unione Sovietica aveva avuto un ruolo di primo piano.

C’era stata una sconfitta militare del nazismo ma non della mentalità nazista?

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Elleffe            

Inviato il: 20 Mar 2006, 05:34 PM

sicuramente.

ritengo che il pensiero nazista resista, abbia resistito, annidato in chi vede appunto l’uomo come mezzo in vista di fini ulteriori. sia socio-politici, un automa da asservire alla ragione di stato, sia umani, un fantoccio da addestrare in attesa dell’aldilà.

penso anche che questo pensiero sopravviva in chi scinde l’uomo nelle sue componenti per confonderlo, isolando la mente dal corpo, cercando di illuderlo, ahimè spesso con successo, che non esista la sessualità ma solo la procreazione per la sopravvivenza della specie, che non sia possibile cercare una natura umana più profonda ed unitaria.

del resto, il nazismo, la tragedia dei lager psichiatrici, cos’altro sono se non il tentativo di racchiudere l’uomo in una gabbia che vada al di là dei confini materiali? forse c’è nazismo ovunque si cerchi di spegnere il pensiero.

e penso che un modo di spegnerlo sia quello di dire che tutto è già determinato, previsto in una eredità genetica che prende anche la mente, i diritti, tutto.

penso che si debba resistere.

Guest            

Inviato il: 20 Mar 2006, 11:44 PM

Credo che il nazismo più pericoloso sia insito in coloro che si nascondono in ruoli “buoni”e che avendo un inconscio violento ingannano gli altri che non sanno valutare oltre il razionale…inganno spesso ideologico.Quello che mi chiedo è..perchè spesso persone anaffettive esercitano un potere così grande nei rapporti umani mentre quelle affettive ,presenti,vengono spesso usate,negate anche a discapito del benessere di una situazione umana ,di una comunità?Dov’è la solidarietà che si schiera con chi cerca di agire con l’istinto di vita e non con l’annullamento? Solidarietà che può realmente contribuire al cambiamento e sostenere la resistenza che non può e non deve essere solo una caratteristica di vitalità individuale? Se parlando dei vari genocidi (degli ebrei ,dei russi nei gulag,in Cambogia,degli armeni,in Ruanda ecc.) e si parla di milioni di persone che potevano almeno in alcuni casi tentare una ribellione prima di farsi sterminare in massa o perlomeno contribuire a scuotere l’opinione pubblica,nel nazismo non materiale attuale,che più velatamente può portare alla morte psichica o materiale (mi sembra che di sofferenza ce ne sia tanta dietro una logica sfacciata del profitto,per l’inseguimento dei messaggi consumistici ,di un protagonismo a tutti i costi,senza fatica possibilmente)oltre la resistenza credo ci voglia avere il coraggio di spendere la voce per far sentire la presenza, la vicinanza dove è necessario.trovare situazioni sociali creative dove le regole istituzionali o di mercato o culturali soffocano l’individuo..in attesa del cambiamento.

Alogon            

Inviato il: 22 Mar 2006, 12:12 PM

A proposito della psichiatria sovietica è interessante il punto di vista di Zilboorg nella sua “storia della psichiatria”

Secondo Zilboorg l’influsso di Becheterev (behaviorismo) e di Pavolov (reflessologia) porta, comunque non solo in Russia, all’adozione di un metodo che degrada la dignità umana.

Tale degradazione è insita nel fare esperimenti sui riflessi cerebrali e spinali di cani e gatti e sulla base di tali esperimenti trarre conclusioni che riguardano i riflessi umani così come la degradazione è insita nel produrre una “nevrosi sperimentale reflessologica in un cane e confrontarla con una neurosi dell’uomo.

Tale metodo, in apparenza rigorosamente scientifico inoltre nasconde un delirio “megalomanico”: L’uomo viene concepito come una macchina che può essere manipolata, riccostruita e riprogrammata. Lo “scienziato” si ritiene in grado di poter creare un personalità umana a proprio piacimento,poichè il dato di partenza di ciascuno sarebbe una tabula rasa sulla quale si potrebbe scrivere ciò che si vuole a seconda delle esigenze.

Le tecniche di brainwashing e di condizionamento ipnotico usate anche attualmente nell’addestramento dei terroristi hanno tale derivazione.

E’ singolare che il luogotenete di Bin Laden, mi pare di aver letto, sia un medico egiziano con una formazione psichiatrica….

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Guest            

Inviato il: 22 Mar 2006, 10:10 PM

Questo mi ricorda Hitler e il suo staff di medici con i loro esperimenti e le loro ricerche…il loro fine delirante di essere padroni del mondo rendendo gli esseri umani degli automi,delle macchine senza volontà e sentimenti propri ( con l’aiuto anche di droghe-”pillole” dell’obbedienza- che uno staff specialzzato ricercava in giro per il mondo,se ben ricordo da un servizio storico trasmesso su R.A.I. 3 qualche anno fa).

Che situazione c’è mai in Bielorussia attualmente,visto che,brogli o non brogli,è stato rieletto Alexander Lukashenko,che si ispira al modello hitleriano .

Alogon            

Inviato il: 23 Mar 2006, 09:11 AM

Nella spartizione della Polonia, prima della seconda guerra mondiale c’era già stata una collusione fra stalinismo e nazismo.

E’ sorprendente come due opposte concezioni dell’uomo (il determinismo genetico e la “tabula rasa”) hanno portano ad una medesima violenza nella prassi, che è passata attraverso l’abolizione dei diritti umani e del tipo di organizzazione statale che in qualche modo li garantiva.

Però mentre siamo attenti alle somiglianze non bisogna dimenticare le differenze per non cadere in una sorta di revisionismo storico.

Per revisionismo, come sostiene Domenico Losurdo, si intende la liquidazione della tradizione rivoluzionaria lungo una linea che va dal 1789 al 1917 in base alla tesi che all’”annientamento” comunista di derivazione giacobina, avrebbe fatto seguito nel novecento,quello fascista e nazista. Fascismo e nazismo verrebbero in certo senso giustificati in quanto “reazione” ad un qualche evento precedente che li avrebbe messi in moto.

Quella fascista e quella nazista non solo non sono “rivoluzioni” in quanto non contengono nessun elemento, neppure potenziale, di novità e di progresso . ma derivano dall’ideologia razzista e colonialista delineatasi con chiarezza a partire dagli ultimo decenni dell’Ottocento.

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Guest            

Inviato il: 23 Mar 2006, 02:59 PM

I metodi adoperati da Lenin e sistematizzati da Stalin e dai loro seguaci non soltanto ricordano quelli nazisti, ma ne sono il precorrimento. Ad esempio, Rudolf Hoss, incaricato di creare il campo di Auschwitz che avrebbe poi diretto, ricorda che la direzione della Sicurezza aveva fatto pervenire ai comandanti dei campi una documentazione dettagliata sui campi di concentramento russi, in cui, sulla base delle testimonianze degli evasi, erano descritte le condizioni che vi vigevano e cioè come i russi annientassero intere popolazioni impiegandole nei lavori forzati. In sostanza, le tecniche di violenza di massa sono state inaugurate dai comunisti e i nazisti le hanno prese a modello. Già alla fine degli anni venti, venne inaugurato il metodo delle “quote”: ogni regione e distretto doveva arrestare, deportare o fucilare una determinata percentuale di persone appartenenti a classi sociali nemiche. Queste quote erano fissate dalla direzione centrale del Partito. Fin dal 1920 si adottarono metodi statistici e sociologici, cioè le vittime venivano selezionate sulla base di questionari ai quali nessuno poteva sottrarsi. Con questi metodi furono organizzate le deportazioni e le eliminazioni di massa negli stati baltici e in Polonia nel 1939-41. Il trasporto dei deportati su carri bestiame ha prodotto aberrazioni analoghe a quelle naziste. Questa logica genocida applicata dal potere comunista a gruppi individuati come “nemici”, a porzioni della sua stessa società, è stata portata al parossismo da Pol Pot.

I metodi di segregazione e di esclusione del totalitarismo di classe presentano, quindi, una straordinaria somiglianza con quelli del totalitarismo di razza. La futura società nazista doveva essere costruita attorno alla razza pura, la futura società comunista attorno a un popolo proletario depurato da qualsiasi scoria borghese. La ricostruzione di queste due società venne progettata allo stesso modo, anche se i criteri di esclusione non furono gli stessi. E’ quindi un errore sostenere che il comunismo sia una dottrina universalistica: è vero che il progetto ha una vocazione mondiale, ma una parte dell’umanità è dichiarata indegna di esistere, esattamente come nel nazismo.

Rispetto allo studio dei crimini nazisti, lo studio del terrore comunista ha un enorme ritardo da colmare. Perchè le testimonianze sui crimini comunisti hanno un’eco così debole nell’opinione pubblica? Perchè questo silenzio accademico sulla catastrofe comunista che ha toccato, da ottant’anni a questa parte, circa un terzo dell’umanità sui quattro continenti? Perchè quest’incapacità di porre al centro dell’analisi del comunismo un fattore essenziale come il crimine, il crimine di massa, il crimine sistematico, il crimine contro l’umanità? Siamo di fronte all’impossibilità di comprendere o si tratta del volontario rifiuto di sapere, della paura di capire?

Alogon            

Inviato il: 23 Mar 2006, 04:36 PM

…avevo colto nel segno….il problema è di rapportarsi alla complessità delle ricostruzioni storiche.

Prima dell’olocausto ebraico c’è stato l’olocausto americano ( lo sterminio sistematico delle nazioni indiane) il genocidio degli armeni mi pare agli inizi del 900.

Il modello dei campi di concentramento nazisti secondo alcuni storici,deriva anche dai metodi di contenzione dei negri negli stati uniti o nel Sudafrica. Prima della “despecificazione” ebraica è esistita quella indiana e negra

<<I padri fondatori degli Usa, Washington, Jefferson, Madison sono tutti proprietari di schiavi e praticano la schiavitù nella sua forma più dura, la “chattel slavery”, la schiavitù-merce su base razziale. Quando la Costituzione americana proclama “We the people”, il popolo di cui qui si tratta è il popolo dei coloni che lottano contro la metropoli inglese perché “li tratta come negri”: sono escluse le popolazioni interne di colore come massa da sfruttare o eliminare. Nel liberalismo la dignità di uomo è un privilegio che appartiene esclusivamente alle élite proprietarie bianche: esse non vogliono l’uguaglianza reale per tutti e si attribuiscono il monopolio della vera umanità, riproducendo così la dualità fra “noi” (i migliori e i più forti) e “loro”, gli altri caratterizzati da un’”inferiorità di natura”, dal basso livello di umanità, forse dalla non umanità.

Negli Stati uniti, con la fine della guerra di Secessione, l’abolizione legale della schiavitù è seguita da una politica di apartheid che dura a lungo. Tra Ottocento e Novecento si assiste, con la colonizzazione e l’imperialismo, alla radicalizzazione del liberalismo imperiale e razzista. Il Lager viene inventato dagli inglesi in Sudafrica contro i dissidenti boeri. Losurdo sostiene a ragione che la tematica liberale del popolo eletto, della missione civilizzatrice dell’Occidente liberale, del “manifest destiny” riservato allo yankee, è il presupposto del totalitarismo del XX secolo, tanto odiato e combattuto dagli altri liberali. Che cos’è il liberalismo storico, ancora una volta? E’ la filosofia della moderna comunità dei liberi, che formano una democrazia dei nuovi signori, una “Herrenvolk democracy”: contro di essa sono i movimenti di emancipazione a far valere i principi liberali formali che sono un’acquisizione storica irrinunciabile (libertà di pensiero e di credo religioso, diritto alla partecipazione politica, diritto ad una vita libera dal bisogno e dalla miseria, un’esistenza degna per tutti, emancipata dal dispotismo e dal privilegio). Si comprende perché il liberalismo non può essere definito come individualismo proprietario. Il liberalismo ha praticato l’espropriazione dei popoli indigeni – conquista del Far West, smembramento della Cina imperiale, rovina imposta ai contadini dell’India, appropriazione privata delle ricchezze energetiche e dei prodotti agricoli redditizi. La libera individualità etico-politico è stata negata alle moltitudini insieme al diritto di proprietà. La categoria di individualismo proprietario o possessivo non è realmente critica, esprime l’autocoscienza del liberalismo, anche se può essere letta come una confessione autocritica.>>

da

La religione della libertà che crea schiavismo

di André Tosel

su Liberazione del 12/01/2006

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 23 Mar 2006, 07:38 PM

Il terzo sanguinario esperimento di fabbricazione di un “uomo nuovo” fu quello di Mao in Cina. Mao era convinto che gli esseri umani fossero fatti per essere plasmati in forme che loro, i rivoluzionari, sono capaci di inventare e costruire perchè un essere soprannaturale li ha chiamati a questo compito. Mao non voleva che rimanesse traccia di chi aveva regnato prima di lui, voleva essere il primo e il solo, il costruttore dell’”uomo nuovo”. Fece dare alle fiamme i “libri sovversivi” e fece seppellire vivi centinaia di letterati confuciani che si erano opposti. Antichi palazzi e mura furono abbattute per affermare con la “tabula rasa”che con lui nasceva davvero una nuova Cina. Per prima cosa il regime creò il sistema delle “comuni”:unità di produzione assolutamente egualitarie alle quali i singoli dovevano consegnare tutte le loro proprietà, comprese le vanghe e altri utensili. Lo scopo era di superare la produzione di acciaio della G. Bretagna costruendo altiforni. Centinaia di milioni di contadini dovettero abbandonare la loro terra e andare a vivere in baracche e caserme. Le loro case distrutte per prendere i materiali per costruire i dormitori comuni. Tutti vestivano la stessa uniforme. L’esperimento fu allucinante, 90 milioni di contadini avevano abbandonato l’agricoltura, ed essendo il paese scarso di metalli, vi era la ricerca disperata di metallo con cui rifornire gli altiforni. Zappe, forconi, rastrelli, chiodi, viti, serrature, secchi furono fusi. I contadini, non solo erano costretti a distruggere, ma anche a tralasciare il lavoro nei campi e il riso fu lasciato marcire perchè impegnati a nutrire le fornaci. La conseguenza fu una spaventosa carestia che uccise 46 milioni di persone.

Alogon            

Inviato il: 23 Mar 2006, 08:49 PM

ho letto da qualche parte che l’uomo nuovo esiste ed è quello che non ha perso la nascita,l’elemento inconfondibile della sua umanità.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 23 Mar 2006, 09:04 PM

……è proprio quello che volevo mettere in evidenza…..

Guest            

Inviato il: 23 Mar 2006, 10:13 PM

“L’incomprensibile del nazismo si lega all’assenza di un pensiero inteso come ricerca del senso e del significato dei rapporti interumani sostituito dalle sole deduzioni di una logica esclusivamente razionale,necessarie per muovere meccanicamente un corpo e simulare un agire che altrimenti sarebbe stato impossibile,perchè nessun movimento specificamente umano è possibile in assenza di pensiero.Non poteva durare e non è durato,ma il prezzo della cecità occidentale è stato pesantissimo se pensiamo alla sofferenza atroce subita dalla violenza di sentirsi strappata la propria umanità prima ancora della propria vita………Poco prima dell’avvento del nazionalsocialismo,nel 1920,si era consumato “l’ennesimo fallimento della ricerca sulla realtà psichica umana”:………..L’avvento del nazismo segna la trasformazione del precario sadismo borghese in una mentalità di ghiaccio che è riuscita a conquistare un potere politico tale da mettere in pericolo l’umanità.Ma la gran parte della cultura occidetale continua a non volerla vedere ,forse perchè la sua tradizione di pensiero costruita sul primato della razionalità non può attribuire una possibilità di conoscenza alla sensazione di gelo,ammesso che l’avverta…Necessario quindi che si scoprisse che cosa caratterizza gi esseri umani in quanto umani…”

Da “Quel freddo che la ragione non sente.Nazismo e tradizione del pensiero occidentale” di Livia Profeti n°1/2003 del “Sogno della farfalla”

….e la ricerca c’è!!!…E non è fallimentare !!!

Alogon            

Inviato il: 24 Mar 2006, 12:28 PM

Certamente.

Interessante è la domanda sul perchè il mito della rivoluzione sopravvive al suo fallimento. Il pensiero va ad Ernst Bloch ed al suo rifiuto della teoria del rispecchiamento di Lenin secondo il quale la realtà materiale delle cose esiste al di là e indipendentemente dalle nostre sensazioni; il conoscere non sarebbe allora «fenomeno» soggettivo, ma rispecchiamento della realtà; rispecchiamento sempre piú preciso a mano a mano che si procede nella scienza.<<La vita genera il cervello. Nel cervello umano si rispecchia la natura. L’uomo, controllando e applicando nella sua pratica e tecnica l’esattezza di questi rispecchiamenti, perviene alla verità oggettiva>>””La tabula rasa”.

<<La materia è una categoria filosofica che serve a designare la realtà oggettiva data all’uomo nelle sue sensazioni, le quali la copiano, la fotografano, la riflettono senza che la sua esistenza sia ad esse subordinata>>

Nel tentativo di eliminare il soggettivismo si elimina qualunque tensione utopica , si elimina la speranza di una trasformazione, di un futuro diverso e si costringe l’individuo ad accettare la realtà attuale,nello specifico il socialismo “reale” come la migliore possibile. Tale teoria del rispecchiamento è consona al giacobinismo politico di Lenin, giacché include il riconoscimento dell’assoluta oggettività e necessità delle leggi che presiedono allo sviluppo sociale e che, sfuggendo alla coscienza immediata dei proletari, sono colte solo dal partito.

La speranza , come ha affermato Bloch , e (noi potremmo aggiungere) la fantasia è parte integrante dell’essere uomo, della sua possibilità di conoscenza e della sua azione politica.

L’ evento rivoluzionario anche indipendentemente dai motivi ideologici che lo hanno animato, fa emergere comunque il desiderio della trasformazione, attiva un’aspettiva rivolta verso il futuro che cerca di sopravvivere alle inevitabili delusioni….ricordo il sogno dell’Uomo dei Lupi il famoso paziente di Freud.

Sognò che si apriva una finestra e lui vedeva l’albero con i lupi.

“Qualcuno” ha messo in relazione questo sogno con l’intuizione che da lì a poco ci sarebbe stata la rivoluzione di Ottobre.

La rivoluzione è l’apertura di un occhio (la finestra) che poi Lenin e Stalin si sono preoccupati subito dopo di far chiudere. Magari con un colpo mortale alla testa.

A proposito di Mao e della rivoluzione culturale cinese ricordiamo uno dei suoi slogan

<< Strappiamo via lo straccio copri-vergogne della borghesia: libertà, uguaglianza, fraternità! >>

Come dimenticare la risonanza mondiale che ha avuto il libretto rosso ed il fatto che la rivoluzione culturale ha precorso ed ispirato il 68?

Fino ad oggi è stato così la speranza si attiva e sistematicamente viene delusa.Sullo sfondo della rivoluzione culturale va collocato il fallimento della rivoluzione indonesiana.

Ci sarà un altro Lenin, un altro Stalin, un altro Mao?

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 24 Mar 2006, 03:46 PM

Un interrogativo ricorrente è perchè la Rivoluzione Culturale di Mao abbia esercitato tanto fascino in Italia e non solo. Portò alla nascita del sessantottismo studentesco e del sessantanovismo operaistico. Dal 1966 al 1970 circa, in Cina regnava un caos peggiore di una guerra civile, è storia. Eppure nel 1968 centinaia di migliaia di giovani a migliaia di chilometri di distanza sfilavano con il libretto rosso in pugno e si travestivano ideologicamente e in sartoria, da guardie rosse. I cineasti narravano di pugni in tasca e delegazioni di studenti chiedevano ai senati accademici la destituzione di professori a loro sgraditi solo perchè non piaceva loro come insegnavano o perchè non ne condividevano le opinioni. A chi gli obiettava che tali metodi erano antidemocratici, i rivoluzionari rispondevano che il potere nelle università apparteneva agli studenti. Parlavano “cinese”.

Alogon            

Inviato il: 24 Mar 2006, 07:09 PM

L’analisi del sessantotto-pensiero è ovviamente molto complessa: secondo Luc Ferry nel sessantotto si esprime una tendenza tipica della filosofia e della cultura degli anni 60 a carattere prevalentemente “antiumanista”. Mao invece afferma <<L’edificazione di una società nuova reclama uomini nuovi.L’edificazione del socialismo esige che i membri della società si trasformino progressivamente in uomini nuovi, in comunisti”

Questa sembrerebbe una lettura di Marx in chiave umanista più che antiumanista.

Quindi attenti come al solito alle semplificazioni.

Credo comunque che la fortuna di Mao dipenda essenzialmente da alcune sue sue idee. A parte gli aspetti volontaristici, pedagocici, razionali del suo pensiero troviamo nel “timoniere” cinese una fiducia incrollabile nel popolo

<<Il popolo e solo il popolo-dice Mao- è la forza motrice che fa la storia del mondo…Quando noi ci appoggiamo al popolo sviluppiamo l’inesauribile potere creatore delle masse…>>

Per gli intellettuali di estrazione borghese abituati a Le Bon, a Lombroso, Ferri, Sighele, Freud, Ortega y Gasset questo era un discorso nuovo. Gli autori precedenti avevano dato alla parola massa un significato politico di stampo reazionario all’interno di una psicologia collettiva dominata dall’idea di una ferocia irrazionale delle folle (sull’esempio di quelle della rivoluzione francese) e di una loro tendenza ad essere dominate da un uomo forte.In Mao invece troviamo questa fiducia nella creatività del popolo, della collettività. Accenti simili a quelli di Mao li ritroviamo in uno scritto di Che Guevara del 65.

Scriveva il medico cubano <<Arriveranno i rivoluzionari che intoneranno il canto dell’uomo nuovo con l’autentica voce del popolo>>

Inoltre negli scritti di Mao possiamo individuare una forte accentuazione di aspetti psicologici.la dove si dice che promuovere la rivoluzione è insieme rivoluzionare il pensiero individuale..

La nuova società tende a sostituire la vecchia attraverso la cultura, l’educazione e le abitudini mentali che si sviluppano all’interno dell’ideologia socialista.

Se la rivoluzione culturale promossa da Mao a partire dal 1965 ebbe una qualche originalità ciò è dovuto al fatto che essa fu non solo una rivoluzione della struttura di produzione ma soprattutto della sovrastruttura, della mentalità, dell’insegnamento del modo di produrre cultura.

La trasformazione della società e della mentalità cinese secondo il timoniere erano favorite da due peculiarità. I cinesi erano poveri e si presentavano come pagine bianche. Un pagina pulita non ha macchie e vi si possono scrivere le parole e dipingere le immaginni più nuove e più belle.

Forse si può regalare a Mao che la “La pagina bianca” non è “la tabula rasa” la tavoletta di cera di Lenin. Forse e dico forse nell’immagine della pagina bianca c’è l’idea vaga quanto si vuole di una potenziale recettività che non sarebbe la passività del segno inciso nella cera.

Interessante come si evince da un libro di Gregorio Bermann del 1970 “ La salute mentale in Cina” che il pensiero di Mao abbia fondato una vera e propria pratica di psicoterapia.

La psicoterapia cinese a partire dalla rivoluzione culturale veniva praticata in larghi gruppi dove operava una minoranza di medici.

Lo scopo della terapia era quello di acquisire “un pensiero corretto” attraverso lo studio degli articoli di Mao letti e commentati collettivamente. I medici si educavano nello studio assieme ai pazienti ed al personale infermieristico.

<<Anche quando si sviluppano nella mente dei malati le alterazioni neurotiche o psicotiche non vengono interpretate a livello personale conscio od inconscio, ma sul piano delle relazioni umane>>(Bormann)

Attraverso l’organizzazione dello studio di Mao, non solo delle sue opere ma anche della sua vita,di tutta la sua azione si rafforzava il senso di disciplina nel lavoro collettivo, si arricchiva la vita quotidiana si imparava ad aiutarsi ed a criticarsi reciprocamente.

La critica e l’autocritica fuse insieme costituivano il fondamento dell”indottrinamento forzato” e del “lavaggio del cervello” che praticate in un contesto di gruppo raggiungevano un’efficacia impressionante tanto che anche persone che si potrebbe pensare non fossero facilmente piegabili alla forza sperimentavano -come riferisce Bormann- lente e graduali “trasformazioni”, talvolta drammatiche e profondamente convincenti.

I metodi adottati dai cinesi per attuare “la riforma del pensiero” non sono ispirati nè a Freud nè ad Adler nè tantomeno a Pavlov ma derivano piuttosto dalle tecniche di convincimento sviluppate nel quarto di secolo passato in armi unite al dogma comunista.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 24 Mar 2006, 08:13 PM

“Ci sarà un altro Lenin,Stalin o Mao?”

Preferisco ci sia una Michelle Bachelet !

Alogon            

Inviato il: 25 Mar 2006, 09:27 AM

D’accordo anche se si parlava di “rivoluzioni” di rotture drammatiche rispetto al passato.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 25 Mar 2006, 02:38 PM

..proprio per quello credo di essemi un pò angosciata..

Alogon            

Inviato il: 25 Mar 2006, 05:10 PM

anche le false democrazie non è che fanno stare benissimo

copyright domenico fargnoli

 

Guest

Inviato il: 25 Mar 2006, 07:51 PM

Esistono tante false democrazie induttrici, per usare un eufemismo, di scarso benessere. Si riferisce a qualcuna in particolere?

Alogon            

Inviato il: 25 Mar 2006, 09:38 PM

In verità no. Facevo un discorso più generale sul rischio di essere delusi da false rivoluzioni politiche o culturali.

Non c’entra forse direttamente ma sono stato stimolato a fare una ricerca su Togliatti.

Sembra, fra le tante, che abbia mandato una lettera di congratulazioni a Stalin per il patto di non aggressione con Hitler.

Ho scoperto una biografia inquietante con tanto di tradimento nei confronti di Gramsci.

Pare che anche Enrico Berlinguer, se non ho letto male, sia stato scelto da Stalin in persona.

Come la mettiamo quindi con il comunismo?

I comunisti cinesi hanno compiuto un genocidio nella Mongolia interna…solo un incidente di percorso?

Prima si dice che il popolo è creatore e poi si sterminano popolazioni inermi considerate di rango inferiore. Per non dire della strage degli studenti nel 1989, od il progetto di una guerra atomica mondiale cui dato il loro numero, sarebbero sopravvissuti solo i cinesi.

Inoltre: secondo alcune stime il numero complessivo delle vittime del regime in Cina dal 1949 ammonterebbe a 150 milioni!!

<<Cos’hanno detto finora, in merito al numero delle vittime, i capi comunisti cinesi? A tutt’oggi, allo stesso modo di quelli russi, essi hanno reso pubblico soltanto qualche dato frammentario.

Già abbiamo accennato alla dichiarazione del Comitato centrale relativa a 20 milioni di morti nel corso del ‘Grande balzo in avanti’. Più tardi, l’8 ottobre 1971, in occasione di un ricevimento per l’allora imperatore d’Etiopia Hailé Selassié in visita a Pechino, Mao Tse-tung richiesto dall’ospite quale fosse stato in Cina il costo in vite umane “delle vittorie del socialismo dopo il 1949”, rispose: “Cinquanta milioni di morti”. Turbato, Hailé Seiassié (che da lì a poco non dimentichiamolo – sarebbe stato a sua volta ucciso dai comunisti etiopi) “fece notare che questa cifra rappresentava il doppio della popolazione dell’Etiopia; ma soltanto una percentuale di quella della Cina, precisò Mao” (C. e J. Broyelle, op. cit., pag. 67).

Si tratta in ogni caso di dichiarazioni non documentate, e dunque semplicemente indiziarie. Un quadro assai più fondato – in quanto fondato scientificamente – del numero complessivo delle vittime fatte dal comunismo in Cina, potrebbe essere invece suggerito dallo studio statistico di Paul Paillat e Alfred Sauvy, pubblicato nel 1974 sull’autorevole rivista parigina Population (n. 3, pag. 535). Da esso emerge che la popolazione cinese era in quell’anno inferiore di circa 150 milioni di persone a quella che avrebbe dovuto essere statisticamente, cioè in base al suo tasso di crescita pur calcolato in modo prudenziale.

Dieci anni dopo un’altra fonte parigina pure molto autorevole, l’Istituto Nazionale di Studi Demografici, prendendo in esame il censimento generale effettuato dal governo cinese nel luglio ‘82, ha evidenziato tra che i nati dal 1958 al 1962 sono circa 40 milioni meno di quanti dovrebbero essere. Ciò risulta chiaramente dalla piramide delle età, che qui riportiamo.

Da questo prospetto emerge che in quei quattro anni (della terribile carestia artificiale provocata dall’espropriazione dei contadini) sarebbero complessivamente morti intorno a 40 milioni di neonati e lattanti. Ripetiamo: di soli infanti, senza contare tutti gli altri. Allo stato attuale delle conoscenze, possiamo in ogni caso ritenere con sufficiente fondamento che le vittime fatte dal comunismo in Cina sono state più del doppio di quelle fatte dal comunismo in Russia. In Occidente, mentre si susseguivano in Cina queste immense stragi – le più terribili che la storia dell’umanità conosca – i grandi mezzi della comunicazione sociale, a cominciare dai giornali, hanno in linea di massima taciuto. Proprio come, a suo tempo, durante le stragi di Lenin e di Stalin in Russia.

Solo in seguito alla rottura tra la Russia e la Cina, dovendo prendere posizione per una delle due parti, e dovendo sostenerne le argomentazioni e le accuse all’altra parte, giornali e televisioni si sono trovati costretti a parlarne. Più tardi alcuni dei maggiori quotidiani hanno pronunciato (in Italia con più fatica che altrove) qualche blando mea culpa. Così il 3 febbraio 1978 il Corriere della sera, in un articolo a firma Flores d’Arcais, ha reso noto che “il miglior studio occidentale sulla rivoluzione culturale in Cina, del francese Simon Leys” non era stato fino allora tradotto in italiano di proposito: “Si è trattato, semplicemente, di censura. Di quel sottile conformismo che.., per alcuni anni ha reso temerario il parlar male, cioè il parlare criticamente, della Cina di Mao”. ) Nell’articolo – uscito come s’è detto nel 1978 – il Corriere riassumeva brevemente lo studio di Leys, apparso nel ‘72: tale studio dava degli eventi cinesi un resoconto e una interpretazione molto simili a quelli da noi dati nel novembre ‘68 e nell’ottobre ‘69 (cioè quattro e tre anni prima di Leys) nei due saggi riportati (tolta qualche ripetizione) qui avanti. “Grazie allo studio di Leys dieci anni di storia cinese cessano d’essere un enigma, anche se” precisava dolente il Corriere “il mito di Mao va in pezzi”. (Ricordiamo che anche in Francia, dopo apparso, lo studio di Leys fu comunque tenacemente tenuto il più possibile emarginato per anni da quasi tutta la grande stampa e dalla televisione.)>> (L’esperimento comunista, Ed. Ares, Milano 1991, pp. 85-96

di Eugenio Corti)

Fra le vittime proprio durante la rivoluzione culturale vanno annoverate tutte le persone ritenute irrecuperabili fra cui malati mentali,drogati, lebbrosi o persone affette da malattie incurabili. All’arrivo dei khmer rossi, addestrati in cina, i lebbrosi scappavano come potevano.Vittime anche i prigionieri rinchiusi nei laogai i campi di concentramento e di lavoro.

<<Il Laogai non è un semplice sistema carcerario; secondo il Ministero per la Pubblica Sicurezza, il loro scopo è trasformare i criminali in persone che “obbediscono alla legge, rispettano le pubbliche virtù, amano il proprio paese, amano il lavoro duro, e possiedono certi standard educativi e abilità produttive per la costruzione del socialismo”. In questo modo infatti viene rafforzato il controllo del Partito Comunista sopprimendo qualsiasi segno di dissenso. Fra i prigionieri politici dei Loagai si trovano attivisti pro-democrazia, sindacalisti, religiosi e fedeli di varie fedi e minoranze etniche come i tibetani, gli uiguri e i mongoli.>>

E’ interessante come il libro di Gregorio Bermann che dava una visione ,apparentemente, edulcorata della rivoluzione culturale sia stato tradotto in Italia nel 1972 da Franca Basaglia Ongaro.

L’interesse di quest’ultima per la psichiatria cinese è probabile derivasse dalla tentazione (tipicamente basagliana) di sostituire la politica con psichiatria.

Tentazione di usare a scopi terapeutici la persuasione, l’indottrinamento ideologico, la riforma del pensiero. Non voglio arrivare, dato che formalmente viviamo in una democrazia, al lavaggio del cervello.

Io però nella mia attività di psichiatra non cerco di persuadere nessuno, mi confronto sistematicamente con posizioni diverse dalle mie, non voglio e non ritengo di poter insegnare alcunchè ad alcuno.

Sono allergico ad ogni forma di pedagogia e diffidente verso la propaganda. Dietro alla propaganda ho scoperto che spesso ci sono i morti e neppure pochi.

Come medico mi oppongo all’idea che che non si possano sacrificare delle persone nel nome della ricerca scientifica o del progresso dell’umanità.

Il metodo della psichiatria non è quello della politica: la psichiatria persegue l’obiettivo della cura, non va dietro al consenso. Anzi.

Detto questo bisogno pensare a come possa essere la dialettica, avrebbe detto Mao, fra psichiatria e politica, a come si possa passare da un metodo all’altro senza snaturare nè l’uno nè l’altro.

Bisogna pensare a quale modificazioen subiscono le nostre idee nel passaggio dal considerare fenomeni microsociali all’intervenire su problemi macrosociali.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 28 Mar 2006, 09:47 AM

Ieri è uscito un articolo su Repubblica che sembra una chiosa alla nostra discussione:

“Depressione e rivoluzione” di Vaclac Havel ex presidente repubblica ceca

<<Tutte le rivoluzioni finiscono col passaggio dall’euforia alla delusione. Nell’atmosfera rivoluzionaria, di solidarietà, abnegazione, si ha la tendenza a pensare che una volta conseguita la vittoria completa il paradiso in terra sia a portata di mano. Ma dato ovviamente che il paradiso non si raggiunge mai, la delusione è inevitabile.>>

siete d’accordo?

copyright domenico fargnoli

ulrich            

Inviato il: 28 Mar 2006, 10:33 AM

Non sono d’accordo. Forse i concetti di “vittoria completa” e di “paradiso in terra” sono di per se illusori perchè fanno credere che il superamento della dialettica sia possibile e auspicabile. Non è che le rivoluzioni che perseguono questi obiettivi hanno già fallito in partenza ?

Alogon            

Inviato il: 28 Mar 2006, 11:05 AM

…è più che probabile….

copyright domenico fargnoli

Elleffe            

Inviato il: 28 Mar 2006, 02:18 PM

spero di riuscire ad esprimermi.

la mancanza di una reale autocritica da parte dei regimi comunisti circa il loro passato violento, mi ha sempre colpito, come se fosse particolarmente strana questa incapacità di confronto nella sinistra, mentre mi è sempre apparsa più normale nei regimi fascisti o comunque di destra.

i regimi fascisti sono per natura chiusi al confronto, alla critica. i regimi comunisti, invece, nascono proprio con l’idea del confronto e della socialità.

mi è venuto un mente un paragone, forse peregrino, tra l’analista freudiano assente e non comunicatore, ed il politico assente e non comunicatore. c’è qualcosa che accomuna freudismo e comunismo in questo senso, nella mancanza di dialogo, di apertura alla critica?

poi le parole di alogon mi hanno fatto pensare che forse uno dei fattori veramente importanti è la presenza o meno di un intento pedagogico. la psichiatria che noi seguiamo non ne ha, ma il freudismo mi pare di sì. così come molte rivoluzioni hanno avuto uno scopo educativo e pedagogico.

forse qui sta la magagna, cioè che la pedagogia non è trasformazione, è plasmare, è mettere sopra. tra docente e discente non ci può essere dialogo nè confronto perchè le posizioni fin dall’inizio non sono paritarie, e non è sindacabile l’opera del docente.

allora, come si diceva sere fa, la rivoluzione è un ritorno all’indietro, non è trasformativa ogni volta che è anche pedagogica, perchè si chiude al confronto con l’altro, che, in qualità di discente, se non approva/apprende i contenuti deve essere punito/plasmato.

mi è parecchio difficile essere chiaro, questi sono pensieri sorti così, leggendo il forum, e mi piaceva tentare di condividerli.

Alogon            

Inviato il: 28 Mar 2006, 08:53 PM

certo.

Però il problema che poneva Havel era quello del rapporto fra rivoluzione e depressione: come se non ci potesse essere rivoluzione senza una trasfomazione che riguarda la realtà psichica.

Trasformazione psichica cioè rivoluzione culturale: quella che hanno cercato di fare i maoisti con i risultati che devono essere a conoscenza di tutti.

Naturalmente gli stati uniti hanno fatto anche peggio della Cina in Sudamerica.

L’italia ha fatto anche peggio con la storia di Andreotti, della Chiesa della P2 e dei desaparecidos in Argentina. Tanto per citare solo un caso.

Sia ben chiaro che noi cerchiamo di comprendere il senso di processi storici molto complicati.

La propaganda, la polemica politica, la strumentalizzazione delle cifre gli slogan e le batture non mi interessano.

copyright domenico fargnoli

 

Guest            

Inviato il: 28 Mar 2006, 09:45 PM

“Bisogna pensare a quali modificazioni subiscono le nostre idee nel passagio dal considerare fenomeni microsocali all’intervenire su problemi macrosociali”.

“Non c’è rivoluzione senza trasformazione psichica”. Questo mi parla di cura e guarigione dalla malattia mentale e di rivoluzioni senza evoluzioni nei “giorni del terrore”..Non so spiegarlo .

Salvador            

Inviato il: 29 Mar 2006, 07:03 AM

E’ difficile inserirsi in un discorso così ampio, articolato e supportato da conoscenze approfondite in ogni materia, ma è talmente bello che ugualmente faccio un tentativo di proseguire sul filone storico-filosofico, ricollegandomi agli ultimi sviluppi della ricerca ed al ruolo della teoria di Fagioli nel vasto campo, diciamo così, politico.

Qualche mese fa mi capitò di vedere nello stesso fine settimana due film all’apparenza lontani ma che ebbi modo con qualche forzatura di imparentare. Paradise now e Les amants reguliers. Il primo narra gli ultimi momenti di vita di un kamikaze palestinese, l’altro la storia di due ragazzi nel sessantotto. Da entrambe le parti i protagonisti sono giovani di belle speranze che vogliono cambiare il mondo in cui vivono. La cosa interessante è che tutti e due muoiono dopo aver “fatto fuori”, ognuno a modo suo, la propria donna. Allora pensai che Fagioli avesse proprio ragione e che se alla base di ogni pensiero che voglia modificare l’esistente non c’è il rapporto con l’immagine dell’essere umano diverso, la rivoluzione fallisce. Storicamente le teorie che hanno proposto possibili rivoluzioni, non hanno mai raggiunto lo scopo perché hanno sempre usato un linguaggio senza sessualità, senza rapporto con l’altro sesso.

Come più volte è stato ripetuto e forse è vero, il marxismo nell’ottocento “era necessario”, oggi non più. Ma ricordiamoci che i fascismi non sono mai stati necessari, forse perchè non hanno mai avuto una teoria di base, per cui proporli simili al comunismo a mio avviso è fuorviante non solo per il pericolo del revisionismo storico, ma anche perché se ne dimenticano le origini. Quantomeno il tentativo di Marx era stato quello di liberare milioni di persone dalla fame, da condizioni di vita estreme e da un giogo della merce assolutamente disumano. Fascismo e nazismo, pur derivando, e concordo, dal liberismo-liberalismo sette-ottocenteschi e dalle varie sotto teorie dell’utilitarismo e del positivismo, storicamente si verificano appena dopo la rivoluzione d’ottobre del ’17 e, al di là di quel che realmente accadde in Russia e che soltanto con Stalin cominciò a circolare in certi ambienti europei, l’immagine dirompente che passò, era quella del proletariato che prendeva il potere, sovvertendo tutte le regole sociali, politiche e religiose fino ad allora utilizzate a fondamento del pensiero umano perlomeno occidentale. Quindi non la vedo una possibilità strampalata l’immediata reazione diciamo così del pensiero razionale strutturato sulla pulsione di morte (in senso fagioliano ovviamente) che è scattato a far di quel che è, quel che non è.

Tornando all’attualità, alla teoria della nascita ed alle implicazioni politiche, io trovo che per me uomo, la rivoluzione è un rapporto possibile con l’immagine femminile, fuori dagli schemi proposti dal comunismo, illuminismo e religione. Partendo dal rifiuto assoluto di queste credenze, e affrontando, cercando e perché no, amando le donne, è possibile poi ogni considerazione o pensiero sulla realtà materiale, l’economia, l’arte.

Alogon            

Inviato il: 29 Mar 2006, 08:31 AM

Innanzitutto ringrazio per gli interventi che trovo particolarmente pertinenti.

Ribadisco la necessità di differenziare l’ambito della cura dall’ambito della politica, l’ambito microsociale in cui opera lo psichiatra dall’ambito macrosociale in cui interviene il politico.

Ma a testimonianza del fatto che la realtà è sempre più complessa, di ogni distinzione pratica e concettuale vorrei citare proprio quel Bermann che poco sopra ho criticato, cui ho attribuito un paraocchi ideologico.

<<Io credo sia giunto il momento, per la psichiatria di tutto il mondo, di fare un esame di coscienza della situazione e della natura dei problemi della psichiatria attuale. La questione è più complessa e più interessante di quanto si possa immaginare, poichè uno dei fenomeni contemporanei più significativi è che si è aperta, per la psichiatria, un campo insospettato: la psichiatria dell’uomo sano. Il che significa che si è entrati direttamente nella problematica dell’uomo contemporaneo, di ciò che lo condiziona non solo sul piano della psicologia dinamica, ma su quello delle realzioni interpersonali, a tutto ciò che si riferisce alla sua situazione nel mondo, alle sue condizioni di esistenza, ai problemi economici. culturali politici. La psichiatria si trova quindi a collocarsi al centro della conoscenza della vita attuale, poichè la problematica dell’uomo è oggi il punto cruciale della filosofia, della psicologia e dell’antropologia filosofica>>

I contenuti della psichiatria diceva Bermann neglia anni 70, si trovano al centro del dibattito politico e culturale del mondo contemporaneo indipendentemente dal fatto che essi sono elaborati in un ambito di ricerca specifico che prevede un’adeguata metodologia.

Ovvio che “uomo sano” detto da Bermann non si sa bene che senso abbia.

“Uomo sano” rimane una formula vaga: intenzionalità di significazione che non giunge a compimento avrebbe detto un fenomenologo.

Vengo all’intervento del Salvador.

Solo l’”uomo sano” può compiere un’azione politica “rivoluzionaria? Un uomo che sia capace di rapporti interumani validi, e soprattuto di un rapporto uomo-donna?

Il problema della cura sarebbe a monte dell’azione politica?

Quest’ultimo discorso è affascinante proprio per la prospettiva utopica in esso contenuta.

Quanto al fascimo -nazismo come reazione di annullamento, dell’”istinto di morte”, mi pare si sia detto sollevo, senza peraltro contraddirla totalemnte, proprio la perplessità del precedente intervento.

Chi l’avrebbe compiuto questo annullamento? un’ intero popolo, un’intera epoca?

A quale ambito “macrosociale” si fa riferimento?

Qui diventa chiara la difficoltà di utilizzare certe categorie interpretative furoi dall’ambito in cui sono nate. se ha un senso che lo psichiiatra interpreti l’annullamento del suo paziente che salta la seduta, che senso ha interpretare un annullamento in ambito storico-sociale?

Non dico che il senso in quest’ultimo caso non ci sia.Ma forse vanno introdotti i necessari “distinguo” per non cadere non solo nel revisionismo ma nahce nello psicologismo.

copyright domenico fargnoli

 

Salvador            

Inviato il: 29 Mar 2006, 11:19 AM

Non posso che concordare con l’intervento di Alogon, soprattutto nei punti in cui sottolinea i doverosi distinguo e quando mette in guardia dal non cadere in facili astrazioni psicologiste, soprattutto dovute all’uso improprio di termini esclusivamente psichiatrici. Chiedo venia.

Per quanto riguarda il resto, cercherò di rispondere partendo dalla mia personale e intima ricerca, per poter dire che molto probabilmente i due aspetti possono essere collegati, individuale e collettivo, nel senso che va dal primo al secondo. Il “macrosociale” lo vedo composto da tanti “microsociali” e ognuno di essi reagisce ad uno stesso evento in maniera che, combinandosi con gli altri, forma un comportamento collettivo di accettazione o di ribellione.

Tali singole reazioni le ho sempre viste come il risultato di un pensiero che è diverso sia per le grandi aree tipo oriente e occidente, ma anche per i singoli paesi al loro interno, che non possono mai riportarsi ad un unico schema. Rimanendo su fascismo nazismo, quindi Italia Germania, la cosa da studiare è l’accettazione della maggioranza, composta dai tanti singoli e dal loro piccolo quotidiano, da quel che hanno pensato e fatto di fronte a notizie che venivano da est e che parlavano di rivoluzione sociale riuscita prima e quel che invece hanno accettato in casa propria poi.

E’ un po’ come dire, molto schematicamente, che la rivoluzione russa deve aver innescato una reazione di chiusura mentale, che è poi la stessa che ha fatto si che non ci si sia ribellati, ed anzi sia stata appoggiata, la realtà nascente del nazifascismo. Per cui mi trovo a pensare che non sia un caso il fatto che in questi due paesi ci siano il centro mondiale del cattolicesimo e della Riforma protestante, proprio come realtà capaci di modificare nell’arco della storia, il pensiero dei singoli nel senso di una minore o maggiore reazione a certi eventi. Questione di gradi quindi, anche se non solo.

In molti altri paesi, quasi ovunque si può dire, erano sorti movimenti filo-nazisti o filo-fascisti, ma mai in nessun caso si è raggiunta l’intensità dei due epigoni. Ed anche nelle altre realtà, non a caso, può essere analizzata la funzione ed il ruolo svolto dalla religione come tipologia di pensiero inteso appunto nel senso della reazione. Il senso di tutto ciò, per quanto riguarda la mia vita, è quello di vedere sempre più a fondo la realtà attuale, fare i dovuti paragoni e non santificare la storia come entità a sé stante sulla quale non si possa indagare con strumenti nuovi.

Non so se sto spostando il discorso, ma penso che il collettivo sia composto da singoli e che molto si debba lavorare su questo aspetto. E qui entra la psichiatria che, anche se non influenza le scelte strettamente politiche in ambito macro-sociale, tuttavia può ritenersi estensivamente una disciplina che influenza fortemente l’attività politica intesa come vita di ognuno all’interno della società.

E quindi arrivo all’utopia, alla possibile proposta, e cioè che da oggi in poi si possa parlare di rivoluzione soltanto se alla base ci sono “esseri umani sani”, nel senso che dicevo nell’intervento precedente. Sono troppo ideologico a proporre quella che ben sappiamo come unica possibilità? Esistono altre realtà che non conosco e che possono offrire simili prospettive?

 

Alogon            

Inviato il: 29 Mar 2006, 11:37 AM

Chiaramente condivido l’impostazione generale del discorso.

Però, ai fini della ricerca, volevo ricordare un detto

<<Senatores probi viri, : senatus autem mala bestia>> E’ un antico proverbio che non so a chi sia attribuito.

…non mi ricordo chi la citava: forse Sighele ne “La folla delinquente”. Ultimo decennio dell’Ottocento 1891 un anno prima di Le bon Psicologia delle folle. Sembra che Le Bon non abbia fatto altro che plagiare i positivisti italiani.

A parte questo siamo proprio sicuri che in ambito sociale il tutto è uguale alla somma delle sue parti?

copyright domenico fargnoli

Salvador            

Inviato il: 29 Mar 2006, 01:02 PM

La tua domanda apre una ricerca vastissima e per quanto mi riguarda veramente difficile. D’impatto mi verrebbe da dire che in ambito sociale il tutto sia diverso dalla somma delle sue parti, ma quale possa essere il meccanismo che scatta nel passaggio dall’individuale al collettivo è un’indagine che non ho mai affrontato.

La prima cosa che mi viene in mente riguarda l’attualità, le reazioni singolarmente indignate sia in Italia che in Francia di fronte ad analoghe leggi sul lavoro che producono soltanto precariato e la diversa risposta che la collettività ha dato allo Stato. Escludendo ovviamente le violenze dei casseurs, la mobilitazione, direi politicamente trasversale, in Francia è stata fortissima e compatta, in Italia ci sono voluti tre anni di applicazione della legge e di produzione di effetti negativi anche a livello sociale, perché una parte della sinistra ne facesse un cavallo di battaglia. Di più, purtroppo, per ora non so dire.

Alogon            

Inviato il: 29 Mar 2006, 02:05 PM

….sì, se non vado errato, mi sembra fosse proprio Sighele insieme a Ferri, che polemizzava con l’assiona di Spencer ( Introduzione alla scienza sociale 1885) secondo il quale la proprietà delle parti determina la proprietà del tutto, ed i caratteri principali della società umana corrispondono ai caratteri principali dell’uomo.

<<Ma fin dove giunge questa analogia fra le qualità dell’aggregato e quella delle unità che lo compongono? E’ sempre costante questo rapporto fra le leggi che reggono l’individuo e quelle che reggono il gruppo di individui?>> Sighele 1891.

Detto in altri termini siamo davvero convinti che la pulsione di annullamento sia solo un processo psichico individuale? Non potrebbe essere che tale pulsione rimandi immediataqmente al sociale al collettivo?

…domande, interrogativi….

I positivisti italiani nei loro studi interessantissimi sul rapporto fra il genio e la folla, giungevano alla conclusione che l’individuo intellettualmente è sempre superiore alla collettività.

Di qui, nonostante alcuni di loro fossero socialisti, come Ferri mi pare, il carattere reazionario della psicologia collettiva….

Però nei loro scritti è presente, sia pur in mezzo a stupidaggini incredibili, il tema di una ricerca che non è stata più ripresa o portata avanti salvo sporadici contributi in tempi più recenti…..Canetti Elias. .. ecco mi viene in mente Massa e potere appunto di Canetti.

<<…le masse fanno rivivere una irrazionalità che si credeva si potesse far scomparire. Evacuata dall’economia dalla tecnica e dalla scienza, l’irrazionalità si concentra nel potere e ne diviene il momento centrale.(…) La politica classica è fondata sulla ragione e sull’interesse. Essa è condannata all’impotenza perchè segue la logica della scienza e tratta la massa come una somma di individui>> (Serge Moscovici)

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 30 Mar 2006, 09:27 AM

A proposito dei rapporti fra occidente ed oriente, fra coloro che difenderebbero i diritti umani e coloro che li violerebbero, leggo in Rainew24

<<A settembre del 2005 il premier Manmohan Singh ha incontrato il presidente Bush durante la riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York e, a giudicare da quanto è successo in seguito, in quell’occasione hanno probabilmente deciso di creare una vera e propria alleanza militare.

Perché Singh e i suoi colleghi hanno stretto un’alleanza con gli Stati Uniti proprio quando i rapporti dell’India con la Cina erano i migliori degli ultimi cinquant’anni? Prima di tutto perché l’India è preoccupata dall’alleanza, rafforzata dopo l’11 settembre, tra gli Stati Uniti e il suo nemico di sempre, il Pakistan. E poi l’India sperava nell’appoggio statunitense alle sue richieste di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ciò che ci separa da una reazione violenta di Pechino a questo accerchiamento militare concertato dagli Stati Uniti sta nella vulnerabilità dell’attuale regime comunista di Pechino. Anche se non è particolarmente competente in politica internazionale, sa che può sopravvivere solo se riesce a mantenere l’economia sull’attuale rotta di una rapida espansione. È una dittatura sclerotica la cui credibilità, agli occhi di una popolazione sempre più smaliziata, dipende dalla capacità di assicurare un benessere crescente. Quindi, ciò che vuole evitare a tutti i costi è proprio uno scontro militare con i suoi principali partner commerciali stranieri.

Paradossalmente dunque l’amministrazione Bush, che si vanta di diffondere la democrazia nel mondo, ha creato una situazione in cui la sicurezza di tutti può dipendere dalla sopravvivenza del governo, antidemocratico e impopolare, del paese più popoloso del mondo”.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 30 Mar 2006, 10:17 AM

A proposito del rapporto fra rivoluzione e depressione-delusione è interessante la testimonianza di un intellettuale già membro del partiito comunista.Qui Xialong e`un autore cinese che vive oggi negli Usa. Racconta la cina del boom economico degli anni 90 attraverso le avventure del suo personaggio seriale, l`ispettore di polizia, poeta e buongustaio Chen Cao. Teatro dell`azione una Shanghai frenetica e corrotta, dove la gente pensa solo ad arricchirsi. Sullo sfondo restano le rovine prodotte dalla Rivoluzione Culturale.

Afferma lo scrittore in un intervista<< La situazione in Cina è andata cambiando drammaticamente di anno in anno ed è caratterizzata oggi dalla corruzione dalla corsa all’arricchimento(…)

Siamo di fronte ad un significativo cambiamento ideologico. In passato i cinesi credevano nel confucianesimo ed in epoca più recente avevano imparato a credere in Mao. Dopo la rivoluzione culturale sono diventati così disillusi da non credere più a niente. Se credono in qualcosa questo qualcosa è il denaro od il materialismo.

La rivoluzione culturale è stata un disastro per tutto il paese. Ma il fatto paradossalmente positivo che essa ha determinato è che i cinesi non avrebbero mai più creduto a questo tipo di propaganda, non avrebbero mai più ripetuto gli errori che hanno portato al disastro. Oggi il governo non si occupa della rivoluzione culturale. Penso che noi scrittori abbiamo la responsabilità di parlare di quel periodo affinchè la gente non lo dimentichi>>

(Da un’intervista video su Raisnews24)

Interessante il passaggio dalla depressione alla “mostruosità”.

Dopo il fallimento della rivoluzione culturale

<<(…) ora la Cina è, tout court, il capitalismo.

Questo modello di sviluppo socio-economico – che ha modificato alla radice la natura profonda della Cina contemporanea e la sua immagine – è sostanzialmente mostruoso, perché artificialmente basato sulla disuguaglianza necessaria e sulla violenza di stato.(…)

la «Grande Rivoluzione culturale proletaria» degenerò.(…)

l fallimento di quella «Rivoluzione», ancora presentata come misteriosa da molti sinologi occidentali e taciuta dal rumoroso silenzio assoluto dell’attuale Cina – dove è proibito parlare di due cose: della Tian An Men 1989 e della Rivoluzione culturale 1966 – porta dunque la responsabilità della sconfitta di una linea politica ed economica egualitaria, l’unica possibile per la crescita reale di un paese fortemente arretrato che, 40 anni fa come oggi, vale un terzo dell’umanità. Rappresentando a quel punto un modello di sviluppo alternativo non solo per la Cina.

Si dirà ora che la scelta diseguale di Deng ha tenuto alla fine i comunisti al potere con le sue «modernizzazioni», e che invece altrove come in Urss tutto è crollato. Ma fino a quando si continuerà ad usare questo ben misero modello interpretativo, a più di quindici anni dalla caduta del Muro di Berlino? In realtà, il mostro innaturale del «socialismo di mercato», o meglio del capitalismo di partito, sta per scoppiare. All’interno, in Cina, e nel conflittuale rapporto con il mondo. Che è quasi la stessa cosa, vista non solo la dimensione demografica (un miliardo e 300 milioni di persone destinate a breve a diventare 1 miliardo e 600 milioni) ed economica della Cina. Non è piuttosto vero che, con la sconfitta della rivoluzione culturale e l’affermarsi della linea di Deng Xiaoping, a partire dalla fine degli anni Settanta la Cina, applicando la «ricetta capitalistica» alla soluzione dei propri problemi, ha di fatto allargato la dimensione mondiale dell’economia di mercato entrata così nella sua piena fase globale? Dunque, «tornare» a interrogarsi sulle ragioni della Rivoluzione culturale non solo è necessario. Ci riguarda direttamente, è insomma decisivo. Mai come in questo momento la Cina è stata davvero così vicina. Come e più del 1966.

Ne «Le invasioni barbariche», lo straordinario film del regista franco-canadese Denys Arcand, il protagonista evoca l’immagine del suo «cretinismo» quando da giovane si sperticava in lodi della «formidabile» rivoluzione culturale cinese che, solo attraverso la conoscenza diretta di una donna cinese, gli apparirà poi in tutta la sua durezza, complessità e amarezza. Ma, ecco il punto, quella memoria, insieme a tutte quelle degli anni Sessanta, viene inscritta da lui e dal gruppo degli amici cinquantenni che stanno attorno al suo capezzale di malato terminale, come una «memoria necessaria»: che fonda questo presente ancora non piegato completamente alla logica del capitalismo e insieme rende il protagonista ancora vivo, avvicinandolo a quella passione ma anche cecità dell’adolescenza ribelle del ’68. Noi, per evitare che i nuovi barbari della fine della storia e del pensiero unico cancellino la memoria collettiva delle lotte anticapitaliste della fine del millennio che si è da poco concluso, non possiamo non tornare a quel movimento dopo quaranta anni. Con una doppia consapevolezza. Quella dell’impossibile nostalgia. Perché noi, che pure rifiutavano l’ideologia liturgica alla «Servire il popolo», vedevano giustamente nei contenuti della possibile «Comune di Parigi del XX secolo» un messaggio preciso sulle contraddizioni e i conflitti in atto in quel momento in Occidente. Ma sbagliammo, non sapendo e non capendo la distanza incolmabile tra istanze dei movimenti e realtà, e così superficialmente chiudemmo tutti e due gli occhi di fronte ai settarismi che uccidevano il movimento e alla brutalità «infantile» che preparava la sconfitta. E la seconda consapevolezza è proprio quella di chi vede nel fallimento spesso annunciato – e perfino consapevole nello stesso Mao Zedong – della rivoluzione culturale, la responsabilità dell’avvento dell’attuale mostruosità cinese. Perché alla fine la Rivoluzione culturale si concluse con un bilancio ambiguo e l’allontanamento dalla politica, equiparata a quel punto al disordine, delle vaste masse della popolazione. La politica tornava appannaggio del partito, dei funzionari e dello strato degli uomini d’affari e di potere. Solo il movimento della Tian An Men, per un momento e tra mille ambiguità, porterà in primo piano la possibilità di organizzare luoghi della politica e del potere, diffusi e molteplici, fuori dello stato. Lo stesso tema che la Rivoluzione culturale con il suo «assalto al cielo» aveva lasciato irrisolto. E il pieno ritorno di Deng Xiaping al potere nel 1976-1977 – hanno scritto Claudia Pozzana e Alessandro Russo – segna proprio il ritorno di tutta la sfera politica all’interno dello stato. Ecco dunque che la responsabilità di quella sconfitta pesa. E ci riguarda.

Il tentativo della Cina degli Anni Sessanta di costruire un modello di transizione socialista diverso da quello dell’Unione sovietica, non fu atto di fideismo e fedeltà ideologica. Fu un «atto di verità», scrisse Franco Fortini, la proposta «di un rischio che si gioca di giorno in giorno, di singolo in singolo, che conta sulle proprie forze di ogni singolo… fino a far coincidere la libertà con il rischio etico». Allora come adesso, sempre ricordando le parole di Franco Fortini, la verità cinese da una parte ci toglie le speranze e le disperazioni più basse – rispettivamente, quelle del sogno e della fantasticheria e quelle del cinismo – dall’altra ci chiede sempre più e ancora un altro ordine di virtù: la forma, la modestia, l’inflessibilità sorridente. E un dover essere verificabile.

da.

L’assalto al cielo

La rivoluzione culturale cinese quarant’anni dopo

(a cura di Tommaso Di Francesco) Manifesto Libri

Per inciso faccio notare come le speranze più “basse” sono per Di francesco quellle del sogno e della fantasticheria…non entro nel merito….

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 31 Mar 2006, 07:07 AM

🙄 E’ interessante l’aspetto del collegamento tra la storia dell’uomo nella realtà storica e materiale con la sua “storia psichica” come singolo e come parte di un gruppo…Penso che abbia ragione Fagioli quando afferma che la rivoluzione si fa con le idee e non con le armi. La vera rivoluzione è quella legata alla trasformazione dell’uomo e credo che la trsformazione materiale non debba che seguire quella psichica. Storicamente si è partiti dalla ricerca di una “trasformazione esterna” che non ha retto perchè mancava una sanità di base in chi cercava di determinarla.

Alogon            

Inviato il: 31 Mar 2006, 08:58 AM

Pubblico e privato, personale e collettivo sono polarità in rapporto dialettico fra loro: potrebbe essere un’ ipotesi di lavoro importante quella che vuole andare oltre l’idea di un isomorfismo fra individuo e società….

la trasformazione…

la trasformazione porta alla libertà?

<<Penso alla parola libertà, penso che quanto va cercato è la libertà di realizzare la propria realtà umana> Fagioli-Left 31-03-03)

…è difficile poter pensare che l’uomo nasce libero. E’ difficile pensare la parola libertà di fronte a quella splendida realtà umana che è il neonato.L’impotenza del corpo non permette libertà.

Mi ritengo fortunato:qualcuno ha formulato questi pensieri.

Non so esattamente cosa mettono in moto.

Mi sembra però che dicano che è difficile, non impossibile affermare che l’uomo nasce libero.

Può darsi, anzi è molto probabile come spesso purtroppo accade, che io non comprenda appieno quanto è stato detto. Ed allora spero che qualcuno si prenderà la briga di correggermi.

Realizzare la propria realtà umana.

Realizzare cioè rendere, far divenire attuale, esistente.

Ma la nascita non è già esistenza, realtà umana?

Non è creatività?

E può esserci creatività senza libertà?

Penso però che è assolutamente vero che l’impotenza del corpo non permette libertà. Che senso avrebbe una mente “libera” che rimanesse per sempre prigioniera del corpo e dei suoi bisogni? “Soma” “Sema” come credo affermasse Platone.

Sono convinto comunque che Fagioli sia nel giusto. Devo allora cercare di capire meglio.

La difficoltà di pensare ad un neonato “libero” sta proprio nel fatto che la sua nascita deve svilupparsi, attraverso la conferma ed il rapporto. L’identità della nascita facilissimamente si perde come la storia ed il fallimento delle rivoluzioni “razionali” ci insegna. L’apertura di un solo occhio, come nel sogno dell’”uomo dei lupi” non ci rende liberi.

Perchè la libertà divenga il diritto di ciascuno ad affermare la propria “umanità” è necessario realizzare un’identità che non sia solo nascita.

Non solo nascita ma anche rapporto con l’essere umano diverso.

Sessualità: corpo e mente fusi insieme.Soddisfazione del desiderio che non è bisogno. Potrebbe essere il corpo che aiuta la mente a liberarsi dall’indifferenza.

Ora mi sembrano più chiare le parole che seguono

<<La fantasia mi fa proporre che se ciascuno realizza la propria identità umana la società può essere fatta da diversi…libertà nella realizzazione delle esigenze originali in ogni essere umano>>

Non potrebbe essere questo il fine della trasformazione, “della rivoluzione”?

copyright domenico fargnoli

Salvador            

Inviato il: 31 Mar 2006, 11:47 AM

Mi rendo conto che l’ultimo intervento di Alogon apre un nuovo mondo di pensieri… rivoluzione come realizzazione della propria identità umana… affascinante. L’ho letto solo dopo aver scritto questo intervento e forse abbasso la discussione, ma volevo proporre alcune riflessioni che potrebbero essere attinenti all’insieme dei temi trattati dal forum, a partire dai diritti umani fino al capitalismo cinese.

E’ molto interessante notare che fin dall’origine della speculazione filosofica sulla convivenza sociale e penso alla democrazia greca ed alla nascita della filosofia, l’abitante della polis avesse diritti diversi dallo straniero, ed al suo interno l’uomo rispetto alla donna ed al bambino.

Questo solo per dire quanto sia remoto l’uso di parole o concetti apparentemente progressisti, ma in realtà riservati soltanto ad una parte ed anche ristretta della collettività.

Per meglio intendere i fatti odierni e le distorsioni prodotte dall’uso di parole senza contenuto o meglio con contenuti diversi da quelli che vorrebbero intendere, si può andare ad indagare la teoria che si pone a fondamento della nascita del capitalismo moderno, la cosiddetta bibbia del capitalismo, conosciuta sotto il titolo de “La Ricchezza delle nazioni” di Adam Smith del 1776. Momento storico cruciale per la formazione del pensiero e degli sviluppi politici successivi, non a caso siamo nel pieno dell’illuminismo e delle rivoluzioni americana e francese. Anche in Smith, come negli illuministi, si parla di libertà, anche se prevalentemente dal punto di vista economico. I concetti chiave, rimasti tutt’oggi per molti liberisti alla base del capitalismo, erano che l’interesse del singolo diventasse automaticamente l’interesse della collettività e che a questo interesse collettivo tendesse e conducesse in maniera quasi magica, la famosa “mano invisibile” dell’economia. Lo Stato in tutto questo doveva starsene ben fuori, se non organizzare gli eserciti, la polizia e battere moneta. Anche Smith, e questo costituiva l’architrave della sua teoria, per quanto riguarda il pensiero sull’uomo e sulla natura umana, si rifaceva alla famosa espressione hobbesiana dell’ “Homo homini lupus” ed a tutto ciò che questo comporta (il che rimanda a tutto quello che è stato scritto negli interventi precedenti su cosa si intendesse per stato di natura.)

Quindi libertà economica. Ma cos’era all’epoca questa libertà al di là delle belle parole? Significava che il proprietario terriero ad esempio, poteva liberamente togliere la terra ai contadini per farci un proprio investimento, ridurli alla fame ed all’accattonaggio e far si che si dirigessero verso le nuove fabbriche cittadine pronte ad accogliere la fresca ed ingente manodopera a basso prezzo. Libertà del proprietario, libertà dell’industriale e sviluppo della società, perché le persone non morivano più di fame. Questo era l’interesse collettivo, anche se la fame era stata prodotta dalla prima “espressione” di libertà. (In tutto questo, io personalmente non ci ho mai visto niente di invisibile, anzi, la mano è sempre stata forte e concreta a tenere ben china la testa di milioni di persone.) Questo, in breve, l’esordio del capitalismo moderno, che producendo miseria e disperazione nuove, dette vita a quei primi pensatori socialisti, definiti poi da Marx utopisti, che all’inizio dell’ottocento proponevano possibili soluzioni per coniugare lo sviluppo economico ad una vita umana più dignitosa. Poi arrivò Marx a sbaragliare il campo, riuscendo a far diventare la sua teoria quasi sinonimo di socialismo. Senza entrare troppo nel merito, un sicuro limite dell’impostazione economica marxiana è che ha usato lo stesso linguaggio di coloro che voleva combattere, confutando e ribaltando le tesi economiche che fondavano il nascente capitalismo (penso a Ricardo ad esempio), senza uscire dalla gabbia alla base di tutta l’impostazione, che poi alla fine è quella di Smith e di Hobbes. Si può forse dire che proponeva soltanto un diverso contratto sociale, che in luogo dell’accumulazione del capitale per gli investimenti, privilegiava l’aspetto della redistribuzione delle risorse a favore del proletariato, in linea con la sua produzione filosofica. Non solo, ma, come semplice riflessione, si potrebbe pensare che, dando precedenza ai fatti rispetto alle idee, in qualche modo può aver contribuito all’esasperazione economicista tutt’oggi pregnante la nostra cultura e quindi avvalorato l’intima funzione del capitalismo, cioè la mercificazione dell’esistenza umana.

Come ultima riflessione sul capitalismo, propongo la versione di Weber che lega la fioritura e lo sviluppo del capitalismo appunto, alla teologia insita nella religione protestante, cioè la dottrina della predestinazione, secondo la quale un Dio domina il destino dell’uomo, che in nessun modo può influire sulla decisione divina di destinare chi alla salvezza attraverso la grazia, chi alla dannazione. Di fronte a questa situazione l’uomo protestante non ha altra via, per verificare di far parte del numero degli eletti, che quella di attenersi a una condotta di vita moralmente irreprensibile. Nella costanza del lavoro, nella metodicità, nella ferrea organizzazione del tempo, egli trova modo di sopportare il senso di angoscia che gli deriva dal timore di non essere in grazia di Dio. L’etica cui il protestante si attiene gli impedisce, d’altra parte, di sperperare il denaro guadagnato in divertimenti futili o in lussi. Quindi i guadagni sono costantemente reinvestiti e determinano quella accumulazione che è una caratteristica fondamentale dell’economia capitalistica. Questo come inizio, poi però, come sappiamo, il capitalismo ha attecchito in molti altri paesi ed in altri è stato imposto con la forza, ma è interessante pensarlo figlio di un pensiero religioso così violento come quello della Riforma.

Per concludere sul serio e mettere insieme diritti ed economia a livello ovviamente generalissimo, dal capitalismo in poi, per quanto ne so, i primi sono sempre serviti da rompighiaccio per far passare gli interessi economici, che, inevitabilmente, non sono mai innocui e si portano dietro tutto il terribile bagaglio di pensiero che sopra ho cercato di delineare. Basta scorrere la storia degli Stati Uniti; la colonizzazione del Sud America, la guerra civile, la prima e la seconda guerra mondiale, gli aiuti umanitari ai paesi europei, non c’è atto o fatto storico che non sia stato rivestito di parole come libertà, progresso, democrazia, e il contenuto delle quali fosse solo sfruttamento, interesse, dominio.

Alogon            

Inviato il: 31 Mar 2006, 12:03 PM

ringrazio Salvador che in questo caso lo è non solo di nome ma anche di fatto perchè sopperisce con la sua analisi, alle mie inevitabili lacune in campo storico-filosofico.

Questo però è il senso di del forum:costruire insieme la conoscenza necessaria attraverso l’apporto di tutti coloro che siano interessati a farlo.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 31 Mar 2006, 06:18 PM

QUOTE (Salvador @ 31 Mar 2006, 11:47 AM)

Poi arrivò Marx a sbaragliare il campo, riuscendo a far diventare la sua teoria quasi sinonimo di socialismo. Senza entrare troppo nel merito, un sicuro limite dell’impostazione economica marxiana è che ha usato lo stesso linguaggio di coloro che voleva combattere, confutando e ribaltando le tesi economiche che fondavano il nascente capitalismo (penso a Ricardo ad esempio), senza uscire dalla gabbia alla base di tutta l’impostazione, che poi alla fine è quella di Smith e di Hobbes. Si può forse dire che proponeva soltanto un diverso contratto sociale, che in luogo dell’accumulazione del capitale per gli investimenti, privilegiava l’aspetto della redistribuzione delle risorse a favore del proletariato, in linea con la sua produzione filosofica. Non solo, ma, come semplice riflessione, si potrebbe pensare che, dando precedenza ai fatti rispetto alle idee, in qualche modo può aver contribuito all’esasperazione economicista tutt’oggi pregnante la nostra cultura e quindi avvalorato l’intima funzione del capitalismo, cioè la mercificazione dell’esistenza umana.

Marx usava lo stesso linguaggio di coloro che voleva combattere. Concordo pienamente con questa affermazione come anche con l’altra secondo la quale dando la precedenza ai fatti rispetto alle idee il filosofo tedesco ha contribuito più o meno apertamente, alla esasperazione economicistica ed alla mercificazione.

Recentemente però mi capitato di leggere una biografia di Stalin di Robert Conquest.

Fra altre cose quello che mi ha colpito è un passaggio.

A proposito della situazione politico economica in Russia alla fine degli anni 20 viene detto:

<<(…) La elite del partito aveva scarsa preparazione in campo economico, il più delle volte quasi nessuna, come nel caso di Stalin.(…) Circa l’ottanta per cento dei nostri calcoli-aveva osservato Trockij- sono privi di fondamento>>

Purtroppo nel suo governo Stalin non aveva Tremonti.

Non insisito nella citazione che potrebbe essere interessante e dico solo che lo strumento principale di intrusione nei processi di mercato era l’impiego dei prezzi imposti , quando non si arrivava direttamente all requisizione ed alla persecuzione dell’unico ceto che in qualche modo produceva ricchezza, i kulaki.

La prima domanda, da profano di economia è questa.

Non è strano che Marx abbia provocato un’esasperazione economicista nei paesi capitalisti ed esattamente l’opposto nei marxisti leninisti ?

Perchè questi ultimi non sono stati capaci di produrre maggiore ricchezza? Perchè invece della ricchezza si è distribuita a piene mane la povertà? L’Albania, tanto per fa re un esempio, dopo trent’anni di regime comunista era un paese ridotto letteralmente alla fame.

Per mancanza di risorse? Non mi pare il caso dell’Unione sovietica. Ciò che stupisce e lo dico da uomo della strada, è che le rivoluzioni comuniste sono state un fallimento soprattutto sotto il profilo economico. Fallimenti nonostate la mano d’opera a costo zero dei gulag siberiani.

La situazione della Cina attuale è diversa?

Secondo gli esperti la Cina, in mano alla seconda generazione di “pragmatici” (secondo i quali non importa se il gatto sia bianco o nero basta che acchiappi i topi) non è più un paese socialista anche se la proprietà privata ancora non esiste ed è ristretta ai soli beni mobili.

Sviluppo della campagna (86000 rivolte solo l’anno scorso con assalto agli ammassi di cibo e cereali), scolarizzazione, lotta alla corruzione (105000 membri del partito condannati nel 2005), riduzione del dislivello del reddito che è il più alto del mondo) sono gli obiettivi che persegue il gruppo al potere che ideologicamente ha solo un comunismo di facciata ed esplora la possibilità di usare il neoconfucianesimo come collante dell’unità nazionale

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 1 Apr 2006, 07:27 AM

🙄 Penso che l’uomo nasca libero e sano, poi incontra la società, il diverso e spesso sovrastato dall’elemento “malato” presente in essa, si “adegua”, spesso si identifica, assorbendo la malattia in modo maggiore o minore.

Penso però che resti sempre un germe di identità, più o meno “soffocato” o “annebbiato” dall’influenza che esercitano certe relazioni sociali e familiari. La trasformazione consiste nella realizzazione dell’identità, nel ricercare quella base sana, nel riaffermare quella libertà e creatività che avevamo alla nascita. Compito difficilissimo che spetta alla cura è quello di permettere all’uomo di tornare come era alla nascita ma con il valore aggiunto di sapersi rapportare alla società che è fatta di sanità e di malattia allo stesso tempo realizzando e potenziando l’identità nella dialettica continua con la società, con il diverso, con il rapporto uomo donna.

Guest            

Inviato il: 1 Apr 2006, 12:44 PM

Vengono qui poste domande veramente difficili, alle quali, più che rispondere, cercherò di fornire del materiale storico perché ognuno possa trarre spunti per le proprie ricerche.

La storia economica dell’Unione Sovietica potrebbe a tal fine essere una miniera di informazioni per comprendere il fallimento del marxismo anche in campo economico. La rivoluzione del 1917 fu fulminea nell’esecuzione ma non tanto nella conquista militare del vasto territorio. Per più di tre anni l’armata rossa dovette combattere per sgominare l’armata bianca finanziata dai paesi capitalisti e che manteneva vasti territori sotto il suo controllo. In queste condizioni, la situazione economica era drammatica, vuoi per l’arretratezza generale, vuoi per l’embargo quasi totale in cui era stretto il paese. Consideriamo che tutto questo avveniva in un clima internazionale in cui i paesi industrializzati appena usciti dalla prima guerra mondiale guardavano con apprensione ad un paese in cui la classe dirigente lavorava per esportare la rivoluzione nei paesi limitrofi (ancora si pensava che la rivoluzione in un solo paese non potesse sopravvivere) e quindi stimolavano i movimenti rivoluzionari dei paesi vicini, soprattutto in Germania, per poter contare sull’aiuto di potenze industriali amiche. (Era l’idea della internazionalizzazione della rivoluzione socialista, diventata in seguito globalizzazione, realizzata però dal capitalismo) Era infatti successo quel che Marx non aveva previsto e cioè la rivoluzione stava riuscendo non in un paese al culmine di un processo di industrializzazione e di presa di coscienza del proletariato della propria funzione storica rivoluzionaria, ma in un paese poverissimo, quasi esclusivamente contadino con solo una ristrettissima zona industriale di recente insediamento. Di proletariato quasi non si poteva parlare. Il primo impegno inderogabile dei Soviet doveva esser quello di dar da mangiare a milioni di persone, su di un territorio martoriato da guerra mondiale e rivoluzione, ma a questo si contrapponeva la necessità di valuta estera pregiata per gli acquisti dei prodotti industriali. In questa situazione il primo messaggio di Lenin fu la collettivizzazione delle terre e la conseguente produzione per lo Stato, che in tal modo poteva disporre di materie prime per l’esportazione, il cosiddetto comunismo di guerra. Purtroppo però la gente continuava a morire di fame anche perché, al contadino che ora lavorava per lo Stato e a cui non erano stati lasciati in proprietà neppure gli attrezzi, rimaneva una quantità di grano appena sufficiente per la sopravvivenza. Prima il contadino iniziò a rubare il grano, poi ridusse le ore di lavoro e la produzione crollò. Cosa fece Lenin a quel punto? Era il 1921 e facendola passare come un provvedimento temporaneo, reintrodusse fra i contadini la proprietà privata, finalizzata alla produzione per il mercato. Questo intervento fu denominato Nep, Nuova Politica Economica, e servì ad assegnare di nuovo un po’ di terra ai privati, in cambio di lavoro per la collettività. Questo fece sì che i contadini tornassero nei campi e producessero più del necessario che, di nuovo, poteva esser venduto agli abitanti della città in modo da poter acquistare, poniamo, un paio nuovo di scarpe. E’ particolare che Lenin, appena quattro anni dopo la rivoluzione ed in una situazione veramente drammatica, si rivolgesse di nuovo ai nemici ed al sistema fino ad allora combattuti, ed a che prezzo. Comunque la Nep finì solamente dopo la sua morte, avvenuta nel 1924, quando il potere passò gradualmente nelle mani di Stalin. A Stalin servirono non più di quattro anni per far fuori tutti gli oppositori politici più prestigiosi fino a che, verso la fine degli anni venti, dichiarò possibile la rivoluzione in un solo paese, introdusse i piani quinquennali e riprese con ferocia la collettivizzazione forzata, con le deportazioni ed uccisioni dei kulaki, i contadini ricchi, che fino a pochi anni primi avevano sostenuto la Nep, ormai diventata un passato scomodo, da dimenticare.

Un fatto, che mi è rimasto nel ricordo come uno strano nesso è che, quando nel 1933 si potè dire debellata la fame per la prima volta dal ’17 ed i dati relativi alla riuscita del primo piano quinquennale stupirono il mondo, quindi finalmente era stata raggiunta la soddisfazione dei bisogni, ebbe inizio il Terrore sovietico, che si arrestò solo nei pressi della II Guerra Mondiale. Addirittura, in un mondo messo in ginocchio dalla crisi del ’29, l’Unione Sovietica era l’unica realtà dove la produttività e gli incrementi della produzione, crescevano a ritmi vertiginosi. (erano gli anni di Stakanov, eroe del lavoro per aver estratto non ricordo quanti quintali di carbone in un solo turno di lavoro). Mi domando, ma non avrebbe dovuto essere proprio quello il momento in cui sarebbe dovuto avvenire il passaggio alla realizzazione personale che Marx aveva teorizzato nelle famose attività da svolgere durante l’arco della giornata, pittura, pesca, lettura o che altro?

Ma tornando ai primi anni trenta, arriva la conferma alla critica mossa da Trocki rispetto alla totale incompetenza degli alti apparati dell’economia, perché questa crescita miracolosa era totalmente priva di un progetto di sviluppo possibile. Era produzione fine a sé stessa. In un paese in cui la popolazione viveva in condizioni disperate, costretta con la forza a lavorare nelle fabbriche o nei campi e che ancora non riusciva a sfamarsi, Stalin aveva puntato tutto sull’industria pesante, si dice per questioni di indipendenza dagli altri paesi in un settore così strategico. Ma sia gli impianti industriali che la produzione erano avvolti nel caos. Produzione di macchinari che nessuno sapeva utilizzare e quindi si deterioravano in breve tempo o che non erano adatti alle condizioni geografiche e climatiche del paese; qualità bassissima e pezzi di ricambio inesistenti. Insomma, la produzione era si alta, ma il valore intrinseco di utilizzo era assolutamente relativo. Quando, durante la seconda guerra, la produzione girò a regime ed arrivò a sostenere pienamente gli sforzi bellici, i prodotti erano invecchiati rispetto alle innovazioni introdotte dai paesi capitalisti più avanzati e questo rimase un dato costante nell’economia sovietica. Ma quello che sempre è mancato, anche negli anni successivi e fino alla fine, è stata l’industria leggera, con ciò intendendo il settore manifatturiero legato principalmente ai beni destinati al consumo individuale; consumo che, una volta soddisfatta la minima sopravvivenza materiale, nella loro mente sarebbe diventato voluttuario e borghese. Anche in economia, l’individualità non era tenuta in considerazione, esisteva solo per il minimo necessario, e tutto era sacrificato ad una fantomatica quanto astratta collettività, o consumo collettivo, che in realtà, almeno per quanto riguarda gli investimenti economici, si è espressa unicamente nella potenza internazionale dello stato sovietico.

Chissà se Lenin nel ‘24 si era reso conto del fallimento della teoria economica marxista, bella sirena tentatrice che non aveva però tenuto conto del fatto che sarebbero dovute essere delle persone a metterla in pratica e che magari non sarebbero stati contenti di lavorare tutto il giorno per soddisfare la mera sopravvivenza. Chissà se ha riproposto l’economia di mercato con la Nep perché, partendo dai presupposti teorico-filosofici di cui accennavo nell’intervento precedente, il capitalismo rimaneva il miglior modello per soddisfare la voracità e la cattiveria insite nell’essere umano. Stalin poi ha fatto tabula rasa, ma conoscendo il personaggio può anche darsi che abbia usato il comunismo diciamo come copertura, come ad esempio durante la guerra si appellò agli Zar della Grande Madre Russia e fece risorgere addirittura i Pope e la religione ortodossa pur di rinsaldare le fila di un popolo distrutto nel fisico e nella mente dalle terribili purghe degli anni trenta.

Riguardo alla Cina, che purtroppo conosco poco, trovo interessante proporre che, al contrario delle scelte sovietiche, si è fortemente specializzata nell’industria leggera per l’esportazione e che, al pari dei piani quinquennali, gli straordinari incrementi della produzione non trovano un corrispettivo miglioramento della qualità della vita delle persone. Mi trovo d’accordo con quanti affermano che la Cina è un paese ad economia capitalista, con la straordinaria variante di un regime politico totalitario, che senza trovare opposizione, può imporre scelte, prezzi ed indirizzi produttivi senza tener conto di niente che riguardi i diritti, a tutti i livelli, degli individui. Quindi, senza voler minimamente paragonare, è la piena occupazione degli anni trenta in Germania, quando tutti lavoravano, le fabbriche giravano a pieno regime e le infrastrutture erano state completamente rinnovate. Ma si può parlare di sviluppo in questi casi? E ancor meno di socialismo, tanto che forse sarebbe meglio per tutti che rispolverassero il “neoconfucianesimo come collante dell’unità nazionale”, ci sarebbero meno equivoci.

Alogon            

Inviato il: 1 Apr 2006, 04:52 PM

….intervento davvero interessante….

copyright domenico fargnoli

salvador [omonimia di utente reg            

Inviato il: 1 Apr 2006, 04:58 PM

Volevo solo informare il moderatore che il messaggio precedente è partito senza nome perchè ho sbagliato qualcosa nell’invio. E’ comunque legato ai precedenti di Salvador ed Alogon.

Alogon            

Inviato il: 1 Apr 2006, 06:19 PM

Da tutto questo complesso excursus storico si possono derivare numerose indicazioni e temi di ricerca.

A mio avviso uno dei più importanti è il tema del rapporto fra politica ed economia, là dove nel caso della politica l’influenza dei fattori psicologici diventa determinante come la biografia di Stalin e di Hitler ci insegnano.

Stalin costruiva macchine che non servivano, Hitler non credette negli aerei a reazione.

Purtroppo non erano solo incompetenti ma anche megalomani. Bisogna però tenere conto del fatto che il contesto storico sociale, con motivazioni diverse nelle rispettive nazioni, aveva favorito l’emergere di tali abnormi personalità e aveva permesso loro di ottenere un potere smisurato.

Dicendo questo noi ci ricolleghiamo all’altro filone di indagine cui avevanmo accennato:

quello inaugurato piuttosto maldestramente dalla “psicologia collettiva”. Dalla scuola positivistica italiana e da Le Bon seguito da Freud.

Tale filone di indagine si era riproposto di studiare i fenomeni sociali dando una priorità ai fattori psichici rispetto a quelli economici.

Mi pare che su questa strada forse ( con tutti i “distinguo” del caso) potremmo incontrare anche Gramsci quando parlava di “passione politica” come impulso immediato all’azione che nasce sul terreno “permanente ed organico” della vita economica, ma la oltreppassa facendo entrare in gioco sentimenti ed aspirazioni.

Sentimenti ed aspirazion <<(…)inella cui atmosfera incandescente lo stesso calcolo della vita individuale ubbidisce a leggi diverse da quelle del tornaconto individuale>>

Anche se <<non si può concepire una passione organizzata permantemente senza che essa diventi razionalità e riflessione ponderata, cioè non più passione >>

Il riferimento a Gramsci: si aprono tutta una serie di riflessioni.

L’intellettuale collettivo.Il rapporto fra l’economia e la “cultura” della società civile.La volontà delle masse.

<<La volontà delle masse corrisponde all’istintivo sottomettersi alla ideologia borghese, poiché nella società contemporanea la prima ideologia è sempre ideologia borghese. E’ quello che ha sempre fatto il Partito socialista in Italia: sottomettersi alla “volontà istintiva” delle masse, senza essere mai capace di portare queste masse sotto l’ala del marxismo rivoluzionario>>

La massa tenderebbe istintivamente a sottomersi: ma la “volontà istintiva” non è una caratteristica psichica?

Vero o falso?

Prudentemente mi fermo.

copyright domenico fargnoli

 

Salvador            

Inviato il: 2 Apr 2006, 12:20 PM

Pur non avendo le necessarie competenze, ritengo la domanda e la ricerca precedente molto stimolanti, anche per orientarsi nella situazione attuale. Penso anche all’analisi collettiva in quanto teoria sulla realtà umana, ma anche gruppo di persone senza una precisa definizione formale; se e come può inserirsi senza farsi corrompere in un contesto politico, inteso nel senso più comune del termine, e trovare un veicolo anche sovranazionale che di questa teoria trasmetta ancor più collettivamente il senso di trasformazione e di novità in essa contenuto? Forse una possibile via è proprio quella passione permanente di cui parlava Gramsci, poi andata perduta, che è possibile, con molti, molti sforzi, ritrovare in alcuni aspetti della Rifondazione Comunista odierna. Forse siamo solo all’inizio di un lungo processo che richiederà decenni prima di vedere risultati più generali.

Volevo tornare invece ad un intervento passato di Alogon sul rapporto Gramsci Togliatti e sul tradimento di quest’ultimo ai danni del primo. Ho trovato un testo dal titolo “Gramsci a Roma Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926” Ed. Einaudi 1999, dal quale vorrei proporre alcuni brani dell’ultima corrispondenza fra i due uomini politici prima che Gramsci venisse arrestato. Proprio le ultime tre lettere. Togliatti a Mosca sta vivendo l’inizio dell’ascesa di Stalin, l’inizio della fine di ogni discussione interna al partito, di ogni divergenza.

Il pc italiano è diviso. Bordiga prima, Gramsci poi, esprimevano costantemente i propri dissensi, rappresentando comunque una buona parte della base del partito. Bordiga, che era stato spesso in contrasto con Stalin, ad un incontro con lo stesso nella primavera del 1926 si sentì rispondere e chiudere la discussione con un definitivo “in politica si deve seguire la linea delle posizioni, non quella delle persone.” E fu la fine, non fisica per fortuna ma politica, di Bordiga. E Gramsci? Tornando alle tre lettere sopra dette, cerco di riportare i passi più significativi perché nella loro integralità sarebbero troppo lunghe. Nella prima Gramsci, dopo aver analizzato le differenze fra la realtà sociale ed economica sovietica ed italiana, esprime tutte le difficoltà del partito, ma anche delle masse, di fronte ai fatti di Mosca, alla scissione cioè della vecchia guardia rivoluzionaria leninista ed in particolare di Zinovev, Kamenev e Trockj, e scriveva rivolgendosi all’intera classe dirigente del Pcus: “la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il PC dell’Urss aveva conquistato per l’impulso di Lenin.” E concludeva, dopo aver motivato i rischi per il proletariato internazionale di una simile eventualità, con un premonitore: “I danni di un errore compiuto dal Partito unito sono facilmente superabili; i danni di una scissione o di una prolungata condizione di scissione latente possono essere irreparabili e mortali.” Togliatti, che a questo punto ha già fatto la sua scelta di campo in favore di Stalin e di tutto quel che ciò comportava ed ha comportato, dà il via a quella che può essere definita la scissione interna al pci, analoga a quella sovietica, con l’emergenza della sua persona quale figura unica e carismatica a capo del partito. Uno Stalin all’italiana. E cosa rispose? Fondamentalmente che non era d’accordo con tutta l’impostazione della lettera, poi scendeva nei particolari, ribadendo che la cosa più importante da seguire era la linea del partito, poi venivano le questioni personali. Ed invitava a tenere i nervi a posto e a farli tenere ai compagni di base, perché: “d’ora in poi, l’unità della vecchia guardia leninista non sarà più o sarà assai difficilmente realizzata in modo continuo.” E, dopo aver definito buona parte della lettera “politicamente un errore”, sottolineava che “il miglior modo di contribuire a superare la crisi è di esprimere la propria adesione a questa linea senza porre nessuna limitazione.” Nella conclusione forse l’ammonimento a riprendere la via retta del partito, indicando egli stesso la linea da tenere verso la base e verso il Pcus, perché solo “in questo modo deve essere posta la questione della posizione del Partito russo nel movimento operaio internazionale, se non si vuole cadere diritto nei ragionamenti dell’opposizione.” Che sia stato un ultimatum?

Fatto sta che Gramsci, straordinariamente risponde: “La tua lettera mi pare troppo astratta e troppo schematica nel modo di ragionare.” E ripropone il ruolo del partito e delle masse in forma dinamica, nel senso del movimento verso la costruzione del socialismo (per Stalin, al contrario, il socialismo era già presente ed attuale in Urss, il socialismo in un solo paese). E afferma:” saremmo dei rivoluzionari ben pietosi e irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti giustificandone a priori la necessità”. Si difende Gramsci su tutta la linea e contrattacca; “Questo tuo modo di ragionare perciò mi ha fatto un impressione penosissima”. E ancora: “Nessuna frase fatta perciò ci smuoverà dalla persuasione di essere nella linea giusta, nella linea leninista, per il modo di considerare le questioni russe.” ”Tutto il tuo ragionamento è viziato di burocratismo.” E per finire: “L’autorità del partito è legata a questa persuasione, che non può essere inculcata nelle grandi masse con metodi di pedagogia scolastica, ma solo di pedagogia rivoluzionaria…”

Una risposta quindi durissima, di contrapposizione frontale, due pensieri e due metodi opposti di affrontare la realtà e la lotta politica. Era il 26 ottobre del 1926.

In una lettera del 16 novembre subito successivo, Micheli scrive a Togliatti degli arresti che hanno decimato il partito, fra i quali Gramsci, ma anche Bordiga, Tasca e molti altri, proprio nel giorno in cui avrebbero dovuto partecipare alla Commissione. La cosa particolare è che in quell’incontro sarebbe stata messa ai voti l’approvazione o meno della politica del C.C. russo e il giorno successivo Gramsci sarebbe partito per una destinazione sicura all’estero. Scrive Micheli: “Doveva partecipare alla C. e poi partire. Ora avvenne che mentre si recava nel luogo della nostra riunione, fu riconosciuto in treno, fermato dagli agenti e rinviato a Roma, dove fu soggetto a vigilanza attentissima.” Sfortunatissimo Gramsci, perché ancora Micheli informava Togliatti che: “La C. approvò la politica del C.C. russo; il solito sinistro si astenne, ma non fece una vera opposizione.” Dunque, dopo gli arresti e non solo di Gramsci, la posizione nel gruppo dirigente comunista era letteralmente ribaltata, rimaneva solo un sinistro senza nome, ma in evidente minoranza.

Tutto molto strano, e anche se la storia non permette ricostruzioni prive di riscontro documentale, rimane comunque quantomeno il dubbio o, ancora meglio, l’indubbio sollievo di un Togliatti a cui avevano tolto un grosso fardello.

Alogon            

Inviato il: 2 Apr 2006, 01:02 PM

Puntualizzazione importante . Aggiungo che nell’edizione delle Lettere dal carcere di Gramsci a cura di Togliatti (mi sembra ma non sono sicuro del 48) quest’ultimo tolse una lettera che poi credo fu pubblicata solo nel 64, poco prima della sua morte. Mi sembra che si trattasse proprio della lettera a cui fa riferimento Salvador.

Inoltre: curiosamente oggi su Repubbica leggo una recensione commento allo scrittore cinese Qiu Xiaclong di cui ho citato brani di un’intervista nella quale parlava della rivoluzione culturale!!

Scrive Federico Rampini: <<Qiu Xiaclong racconta la fase più sconvolgente della transizione. Il paese ha appena imboccato la riforma capitalistica di Deng Xiaoping, è ancora a metà del guado. I figli della nuova razza padrona organizzano orge sessuali con attrici e topo model come in una Hollywood decadente mentre a loro fianco vive un’umanità povera e disillusa, quartieri popolari di vecchi comunisti che usano ancora l’appellativo di “compagno” e sopravvivono a stento con la pensione di stato in tuguri fatiscenti senza bagno nè elettrodomestici,>>

Federico Rampini, caporedattore di Repubblica e credo corrispondente da Pechino, è autore di un libro “Il secolo cinese. Storie di uomini, città e denaro dalla fabbrica del mondo”

Leggo nel suo Blog: (30 Marzo)

<<Il nuovo banchiere del pianeta

A febbraio la Cina ha messo a segno un nuovo sorpasso storico, questa volta ai danni del Giappone, quando le sue riserve di valuta sono diventate le piu` ricche del mondo a quota 854 miliardi di dollari. Da molti anni era la banca centrale di Tokyo a detenere quel primato. Le riserve valutarie giapponesi ora sono di 850 miliardi di dollari.>>

Inoltre

<<Il Libro nero del comunismo

I collaboratori di Berlusconi hanno chiarito che la sua affermazione sui “bambini cinesi bolliti” durante la Rivoluzione culturale e` ripresa dal “Libro nero del comunismo”, edizione italiana. Il Libro nero, ricco di informazioni sulle stragi nell’Urss di Stalin e nei paesi-satelliti del blocco sovietico in Europa orientale, non e` mai stato considerato come un testo particolarmente utile per la conoscenza del comunismo in Cina. In effetti il capitolo cinese di quel libro non contiene notizie originali ed e` essenzialmente ricavato da due fonti: l’ottimo Jasper Becker (La rivoluzione della fame, Cina 1958-62 la carestia segreta. Il Saggiatore 1998) e gli studi gia` pubblicati dall’autorevole sinologo francese Jean-Luc Domenach. Gli episodi di cannibalismo sono citati per l’epoca del Grande Balzo in avanti (1958-59), non durante la Rivoluzione culturale (1966-75). Inoltre non vi si parla di bambini “bolliti per usarli come fertilizzanti”. Con la politica del Grande Balzo in avanti Mao puntava a bruciare le tappe dell’industrializzazione; costrinse i contadini a tralasciare il lavoro dei campi per costruire “un altoforno in ogni villaggio”; la conseguenza fu il crollo della produzione agricola e una carestia di massa con decine di milioni di vittime; tra gli orrori di quell’epoca si ritiene che ci furono anche episodi di cannibalismo; la disponibilita` di fertilizzanti, purtroppo, era l’ultimo dei problemi per i contadini>>

<<Venerdì, 17 marzo 2006

Cyberdemocrazia cinese

In occasione della sessione legislativa del Congresso che si è tenuta per dieci giorni a Pechino, centinaia di migliaia di cinesi hanno voluto cogliere la rara occasione di rivolgersi al loro primo ministro Wen Jiabao usando gli appositi forum online che i mass media ufficiali hanno aperto in vista della conferenza stampa finale. Pur sapendo che la censura avrebbe cancellato qualunque messaggio troppo critico, alcuni hanno usato un linguaggio diretto. “Nelle regioni orientali – ha scritto un cittadino – gran parte dei terreni agricoli sono stati espropriati illegalmente. L’agricoltura è in condizioni misere e i raccolti sono insoddisfacenti. Se andiamo avanti di questo passo, aspettiamoci che i prezzi del grano vadano alle stelle: quel giorno potremo mangiare banconote”. Almeno un cittadino non si è accontentato dell’opportunità una tantum di inviare una domanda al premier in vista delle conferenza stampa annuale. Ha scritto a Wen Jiabao: “Le dispiacerebbe darci il suo indirizzo di email?”>>

mercoledì, 08 marzo 2006

<<Internet selvaggio in Cina

Mentre il governo cinese impiega 30.000 “tecnici-poliziotti” a tempo pieno per censurare Internet oscurando termini come diritti umani e liberta` di espressione, gli esperti sostengono che un “capitalismo selvaggio” in stile occidentale gia` domina l’economia del cyberspazio cinese, dopo avere invaso quella reale. Scrive David Barboza del New York Times, citando il piu` grande esperto del web cinese, Xiao Qiang, direttore del China Internet Project a Berkeley: “Le liberta` sregolate che esistono in Occidente possono provocare in modo involontario dei cambiamenti sociali notevoli in Cina. Internet in Cina e` un mercato dinamico e in forte crescita aperto a chiunque, inclusi i professionisti della truffa, i venditori di sogni, e criminali incalliti in cerca di consumatori da derubare. Gli imprenditori cinesi che hanno cominciato a vendere online cd-pirata di musica e film ora allargano la loro offerta alle droghe, al sesso, alle auto rubate, le armi da fuoco e perfino gli organi umani per trapianti. Entro il 2010 secondo gli analisti di Wall Street la Cina sara` il piu` grosso mercato mondiale del commercio elettronico, incluso il commercio illegale. Il governo di Pechino promette di persguire tutti i siti illegali e dichiara di avere gia` chiuso duemila siti pornografici o di gioco d’azzardo ma ogni giorno ne nascono di nuovi che eludono la censura. “E’ un luogo selvaggio” dice Xiao Qiang, “al di fuori della politica, la Cina e` il paese piu` libero del mondo”. (David Barboza, The Wild Web of China: Sex and Drugs, not reform, The New York Times)>>

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 2 Apr 2006, 06:02 PM

Nel rifiutare la volontà istintiva delle masse Gramsci potrebbe essersi mosso in senso critico nei confronti del sindacalismo rivoluzionario ed anarchico di George Sore (1874-1922)l.Per quest’ultimo la realtà dell’uomo si riduceva all’azione: un’azione che scaturisce spontaneamente dalla libera volontà dell’uomo. Ma a questo scopo occorre che nella coscienza umana sia presente un complesso di immagini in grado di agire sull’istinto, sprigionando in questo modo l’azione.A questo complesso di immagini spontanee ed istintive Sorel dà il nome di mito .” si può parlare all’infinito di rivolte senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse […] il mito è un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna “

Iil mito è l’espressione immediata per immagini della volontà che attende di tradursi in azione.

Sorel passò dall’anarcosindacalismo alla difesa del fascismo, alla giustificazione della violenza sulla base di uno spontaneismo irrazionalistico.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 3 Apr 2006, 09:20 AM

Le molte divagazioni storico-filosofiche che sono state proposte in questa discussione forse non sono nè casuali nè estemporanee: in realtà dietro esse di esse traspare sempre in filigrana il tema da cui eravamo partiti, quello dei diritti umani.

Il fallimento della ricerca psichiatrica, la sua deriva organicistica che fa capo alla teoria della degenerazione- demenza( tuttora in voga sotto mentite spoglie) dà una a legittimazione psuedoscientifica alle teorie razziste ed eugenetiche che sfocieranno nel nazismo e nell’olocausto. La critica marxiana dei diritti della rivoluzione borghese in mano ai bolscevichi porterà alla loro abolizione in nome della dittatura del proletariato.

La stessa cosa accadrà con la rivoluzione cinese. A tutt’oggi in Cina le parole “diritti umani “ non possono essere pronunciate .

Doversoso quindi tentare di riformulare quei principi fondamentali enunciati nel 1789.

Fagioli in Left ha data una magistrale definizione della libertà come l’obbligo di realizzare la propria identità umana.

Una società in cui tutti realizzano la propria “umanità” è fatta da “diversi”: è una società di diseguali in quanto ciascuno è chiamato a soddisfare le proprie “esigenze originali”.

Non solo ma nella misura in cui “Il diverso “ è la donna ed è necessario il rapporto con essa per la propria realizzazione la società non è fatta solo di “fratelli”.

E’ fatta di uomini e donne.

Nelle società cosidette comuniste si è abolita la libertà anche sul piano giuridico-formale e si sono enormemente accentuate le disuguaglianze (vedi la Cina attuale spaccata fra città e campagna).

Per ciò che concerne la “fraternità” nel comunismo le analisi che sono state svolte in questo forum,portano ad una conclusione stupefacente.

Il comunismo ha derivato dai giacobini non solo la pratica del regicidio ma anche quella del fraticidio.

Robespierre giustizia Danton.

Stalin fa uccidere Trockij e tutti gli altri “fratelli” o “compagni” rivoluzionari che potevano aspirare al potere.

Togliatti lascia marcire Gramsci in prigione salvo poi tentare di far propria la “filosofia della prassi”.

Mao fallisce con la grande svolta e per riaffermare il suo potere lancia la Rivoluzione culturale tramite la quale si sbarazza dei suoi avversari e provoca 20 milioni di morti.

Cos’ha di nuovo questa “umanità” comunista rispetto, ad Edipo, a Macbeth?

Si può fondare una azione rivoluzionaria su un pregiudizio antropologico che ripropone Caino ed Abele? Che ripropone il cannibalismo, l’omicidio rituale, senza neppure il patto di non aggressione fra i fratelli “totemici” come vaneggiava Freud?

Che umanità è quella che nasconde, quando li nasconde , i morti dentro l’armadio?

Allora appare evidente che “realizzare la propria identità “ non può aver altro che il significato di proporre un “uomo nuovo” che non può essere nè quello di Mao nè quello di Che Guevara.

Ma neppure quello di Stalin o di Togliatti. Nè ci si può illudere che basti cambiare il nome ad un partito. o togliere un simbolo per separarsi da un passato che ci ha lasciato un’eredità pesantissima.

copyright domenico fargnoli

Salvador            

Inviato il: 3 Apr 2006, 01:21 PM

Volevo proporre, nell’ambito del tema Rivoluzione e Depressione, un’intervista rilasciata da Fidel Castro a Le Monde Diplomatique e riportata da Repubblica, nella quale si afferma che “il processo rivoluzionario correrebbe il rischio dell’implosione, dell’autodistruzione, generate da un fenomeno tutto interno al paese, non sotto la spinta di un nemico esterno, in primo luogo degli Stati Uniti” E dalle parole di Castro: “Questo paese può distruggersi da solo” “Noi si, che possiamo farlo, e sarebbe colpa nostra se non saremo capaci di correggere i nostri errori, di porre fine a molti vizi: le ruberie, le deviazioni, le fonti di approvvigionamento di denaro dei nuovi ricchi.”

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 3 Apr 2006, 08:34 PM

Non so perchè ,ma le parole di Alogon nell’intervento in cui motiva l’excursus storico-filosofico di questa discussione mi ha fatto venire in mente queste parole:”Credo in una futura rivoluzione di concezioni e di opinioni che farà arrossire di vergogna tutto ciò che finora è stato.” Sono di F.Holderlin.M ricordo la sua triste vicenda umana ,ma al di là di questo sono risalita all’articolo del “Sogno della farfalla”dove le avevo lette (n.3/1997) dal titolo “Un enigma è ciò che nasce puro” in particolare la parte “Tutto cambi dal suo fondamento!Dalla radice dell’umanità germogli il nuovo mondo.”Riporto le parole introduttive.”Alla fine del Settecento mentre sulla scena europea sfumano i sogni razionali degli illuministi e si affacciano quelli pallidi e inquietanti dei romantici,in Germania nasce l’audace sogno di un poeta svevo,Friedrich Holderling:il sogno dell’età dell’oro ritrovata dall’umanità.Un’utopia pensata e cantata con toni intensi,che va oltre gli orizzonti di pensiero del tempo.Il desiderio di una trasformazione profonda dell’uomo e della creazione di una comunità libera ed egualitaria dove regni la bellezza dimenticata dalla Rivoluzione francese.Holderling non rinuncerà al suo sogno pur comprendendo che nel suo tempo esso è irrealizzabile e lascerà al futuro il filo spezzato di una ricerca.” La ricerca del forum mi fa pensare che oggi è possibile,che il pensiero sano dell’uomo sta volgendo le sue risorse veramente per un mondo migliore,al di là della crudezza della realtà.Questo mi parla di desiderio.

Alogon            

Inviato il: 4 Apr 2006, 07:34 AM

Cuba: discorso inusuale di Fidel Castro: o sconfiggiamo le deviazioni o moriamo

Mauricio Vicent

Fonte: El Paìs

23 novembre 2005

Lo ha detto tre o quattro volte Fidel Castro nel suo ultimo discorso: se la rivoluzione cubana oggi corre il rischio di crollare non è a causa di una invasione militare degli USA, ma per il cancro rappresentato dalla corruzione, il furto generalizzato nei confronti dello Stato e gli errori di governo degli stessi dirigenti cubani. “O sconfiggiamo queste deviazioni, o vinciamo questi problemi, o moriamo”, ha sentenziato ieri il lider comunista in una frase sorprendentemente dura e realista, giovedì scorso, nell’Aula Magna dell’universita’ dell’Avana. Si commemoravano i 60 anni del suo ingresso nella Facolta’ di Diritto, di quella istituzione docente dove, dice Castro, si fece marxista-leninista e comunista.

(…) Ai piu’ giovani si e’ rivolto Castro la maggior parte delle 5 ore del suo intervento, quali “responsabili” della preservazione del socialismo. Castro non e’ stato per nulla compiacente nell’analizzare i mali della sua rivoluzione: ha parlato di”molti errori” commessi dai capi; ha criticato il lavoro di ministeri importanti e istituzioni; ha descritto una situazione di caos, disordine amministrativo e furto generalizzato nel Paese, che stava scalzando le basi etiche del sistema, ed ha criticato l’eccesso di paternalismo e di sussidio che hanno provocato gravi squilibri economici nell’isola.

Si e’ anche lamentato per le diseguaglianze sorte nella società cubana degli anni novanta a causa della riforma aperturista del periodo speciale, ed ha assicurato che, oltre ai “nuovi ricchi”, ci sono “decine di migliaia di parassiti che non producono niente” e che sono incompatibili con la “societa’ piu’ giusta” che pretende Cuba. Fidel Castro ha preso come esempio quello che e’ successo nei distributori di benzina dell’Avana, ed ha assicurato che da quando un gruppo di mille lavoratori sociali ha preso qualche settimana fa il controllo della distribuzione del combustibile, si sono riscossi nell’isola decine di milioni di dollari in piu’, ed ha assicurato che soltanto con quello che si rubava nei distributori si sarebbe potuto finanziare tutta l’educazione scolastica superiore del Paese, che conta 500.000 studenti.

Dopo la diagnosi dei mali nazionali, di un’inusitata crudezza, il governante ha annunciato una grande crociata contro “le deviazioni e i vizi”, che, ha detto, corrodono la trave maestra della rivoluzione e possono far in modo che questa si “autodistrugga”. Quello che si avvicina sara’ come un “uragano di forza 5 che non lascera’ nulla in piedi”. Si lottera’ contro il furto, lo sperpero, la corruzione e la mala politica, senza perplessità e senza “impunita’”, ma anche “senza abusi e senza uccidere nessuno di fame”. Per “preservare” il socialismo, si mettera fine anche a politiche di sovvenzione che sono state un errore, incluso il “libretto dirazionamento”, che nella situazione economica attuale, ha affermato Castro, si e’ convertito in un “impiccio”. Si tratta di costruire “una societa’ interamente nuova” o di sparire.

“Non mi sono mai sentito cosi’ bene”.

Fidel Castro ha smentito ieri con parole e con fatti le recenti speculazioni della CIA riguardo la sua supposta sofferenza del morbo di Parkinson. “Non mi sono mai sentito cosi’ bene”, ha assicurato durante un atto nell’Aula Magna dell’Universita’ dell’Avana, dove ha dato prova di fermezza con entrambe le mani per dimostrare di non tremare minimamente.

Con viso sereno e di ottimo umore, Castro ha parlato in piedi per oltre cinque ore senza mostrar alcun segno di fatica, e senza nemmeno bere acqua. “Si stavano aspettando [negli USA] un fenomeno naturale assolutamente logico, cioe’ il fallimento di qualcuno, e questa volta mi hanno fatto un grande onore, ha detto, e subito dopo scherzando: “Tutti i giorni mi ammazzano. Il giorno che moriro’ veramente nessuno lo credera’. Potrebbe finire come il Cid Campeador, a vincere battaglie da morto”.

Castro ha affermato che dopo la caduta sofferta nell’ottobre dell’anno passato, che gli ha prodotto lesioni a un braccio ed a una gamba, ha fatto molta riabilitazione e sta piu’ attento con la salute. “Mi sono reso conto che fino all’ultimo mi esercitero’, senza trascurare nulla”.

Ha manifestato che se anche gli dovesse succedere qualcosa sono previste tutte le “misure” per evitare “sorprese” e che la rivoluzione continuera’. “Non mi importa se mi viene il Parkinson; il Papa aveva il Parkinson e ha girato il mondo per un mucchio di anni”, ha ripetuto Castro, suggerendo alla CIA che occupi il suo tempo a fare indagini sul presidente USA, George W. Bush.

Interessante che Repubblica riporti ora un’intervista del nov 2005.

Sulla contradditorietà intrinseca alle affermazioni di Castro non mi soffermo.

Lui sarà il rimedio delle ingiustizie e della corrruzione: ma finora cosa ha fatto?

Comunque ho trovato un articolo molto interessante sulla rivoluzione cubana

che propongo

<<18 Agosto 2003

ZNet

Valutare la rivoluzione cubana

Saul Landau

‘La rivoluzione cubana è fallita, Cuba è sull’orlo del collasso. Il suo leader di sempre, Fidel Castro, è malato e soffre di un complesso di potere. Presto tanto lui quanto il suo regime si disintegreranno. La democrazia e il libero mercato torneranno a far felici i Cubani’.

E’ stato questo il messaggio che i più importanti mass media hanno diffuso in occasione del cinquantesimo anniversario dell’attacco che un ventiseienne Fidel Castro mosse contro il Forte Moncada a Santiago de Cuba il 26 Luglio 1953.

L’Economist del 2 Agosto 2003 descrive Fidel come‘ sempre più somigliante ad un Re Lear dei Carabi che, essendo sopravvissuto a molti dei suoi nemici ora se ne cerca di nuovi. Forse perché gli resta poco da festeggiare eccetto la propria sopravvivenza’.

‘ Molti poveri cubani hanno ottenuto grandi benefici dall’egualitarismo radicale della rivoluzione di Castro’ continua l’Economist sostituendo i fatti storici al precedente linguaggio sprezzante, ’ specialmente dalle conquiste in campo medico e educativo. La mortalità infantile è la più bassa in America Latina e anche rispetto agli Stati Uniti. Tuttavia tali conquiste sono state pagate a caro prezzo; con la scomparsa dei diritti umani ed il pagamento di tributi all’Unione Sovietica’.

Forse che l’Economist ha dimenticato l’esistenza del regime repressivo di Fulgencio Batista prima dell’avvento di Castro? A pensarci bene, gran parte della storia cubana si sviluppa sotto l’autorità spagnola. Poi, dal 1898, il triplice intervento statunitense. I periodi di libertà sono stati pochi ed accompagnati da una tragica corruzione politica.

Castro dovrebbe assumersi la responsabilità di aver svenduto Cuba per pochi dollari‘ per preservare il regime a scapito dei suoi principi’ afferma l’Economist. In effetti, conclude l’articolo, ‘l’unica cosa che rimane tra la rivoluzione di Castro e la povertà di massa è l’invio di denaro ad opera di quel milione e duecentomila cubani che vivono negli Stati Uniti, e gl’ investimenti e turismo europeo tanto aborriti dal suo governo’.

Miliardi di dollari inoltre, finiscono mensilmente nelle banche di India,Pakistan,Messico e le Filippine e numerosissime altre nazioni le cui economie affrontano gli effetti devastanti di secoli di saccheggi coloniali. In molti paesi africani, asiatici e latino americani il modello proposto dall’Economist e sponsorizzato dal Fondo Monetario Internazionale ha portato a situazioni disastrose. In Argentina la cui economia è recentemente andata in bancarotta, il 70% della popolazione vive in povertà.

Scrittori possono aver elogiato Castro per aver adoperato una politica‘marziale’ nel trasformare la ricchezza degli emigrati cubani in denaro per la Banca Nazionale. Certo, molti dei più ferventi anti castristi contribuiscono regolarmente a questo flusso di scambi col mercato straniero inviando denaro alle proprie famiglie rimaste sull’isola.

Anziché concentrarsi sulle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti, i critici ripetono la solita solfa sui ‘successi della ricerca medica e dell’educazione costati la libertà al popolo cubano’. Peggio ancora, l’Economist è caduto nel prevedibile errore di paragonare l’economia cubana a quella degli Stati Uniti: proprio il paese che ha risucchiato la ricchezza cubana per più di mezzo secolo e la cui economia non ha niente in comune con quella di un paese del Terzo Mondo.

Il messaggio sottinteso che l’Economist ha lanciato è ‘Modernizzati Fidel.Lascia che i cubani lavorino per una multinazionale straniera nelle maquilas a 30 cent l’ora, lascia che i giganti dell’economia transnazionale divorino le tue risorse e affida il controllo della tua ricchezza alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale! Altrimenti collasserai!’

Tale ‘giornalismo havanologico’ persiste. Il dramma dei cubani che navigavano verso la Florida in una vecchia Chevy a Luglio ha indotto il Miami Herald a ripetere il suo inno sulla disperazione di queste persone che ‘rischiano la vita per la libertà’. Non ha fatto riferimento a tutti quei Messicani, Haitiani, Dominicani,Cinesi e Centroamericani che rischiano le loro vite giornalmente per entrare in territorio statunitense. Come i Cubani anche loro arrivano qua perché vogliono migliori condizioni materiali di vita, condizioni che gli vengono continuamente riproposte grazie alla pubblicità.

I giornalisti non paragonano quasi mai Cuba ai paesi che la circondano o ad altri del Terzo Mondo dove una larga percentuale della popolazione migrerebbe subito verso gli Stati Uniti se si presentasse l’occasione. I giornalisti finiscono sempre per scambiare la frustrazione dei Cubani e il loro desiderio di emigrare, per i sintomi di un collasso imminente del regime.

Nel 1992 Andres Oppenheimer, vincitore del Premio Pulitzer si è guadagnato un posto d’onore nell’olimpo dei futurologi con il suo libro ‘Castro’s Final Hour ’.E ad oggi continua a pontificare sul modo migliore di far crollare la Rivoluzione Cubana.

Ritengo personalmente che la Rivoluzione Cubana è stata un successo. Dal 1959 agli anni 80 ha portato a compimento tutti i suoi maggiori piani: autodeterminazione ed indipendenza, pareggio delle entrate ed incremento della giustizia sociale. Grazie alla Rivoluzione, Cuba è passata da semicolonia americana nel 1958 a nazione fiera ed indipendente. Negli anni ‘70 e ‘80 le truppe Cubane hanno combattuto in Angola trasformando così per sempre la storia dell’Africa meridionale.

Quante popolazioni d’isole prive di risorse strategiche possono dire di essere state sotto i riflettori mondiali come Cuba? Per più di quarant’anni artisti d’ogni genere, atleti e scienziati sono diventati noti a livello internazionale. La rivoluzione ha trasformato una popolazione che un tempo era malata in sana, una popolazione che era illetterata in alfabetizzata.

Certo i Cubani hanno pagato un prezzo: famiglie divise, ingiustizie commesse nel nome della rivoluzione, riduzione delle libertà civili – sebbene questa non fosse certo una novità per l’isola. Non è stata garantita la libertà di stampa né promossa la competitività politica. Quanti avevano aspirazioni materialistiche le hanno viste frustrate dall’egualitarismo.

La rivoluzione ha distrutto la società che l’aveva preceduta e che meritava di essere annientata. La gerarchia reazionaria della Chiesa Cattolica e le ipocrite‘classi alte’abbandonarono l’isola insieme ai mafiosi che gestivano hotels e casinò collaborando con il governo di Batista. La rivoluzione ha sostituito alla vecchia società lo stato; strumento che avrebbe tirato Cuba fuori dal sottosviluppo e sarebbe poi scomparso, secondo le migliori previsioni marxiste. Invece la burocrazia è sopravvissuta con enorme sorpresa dei Cubani.

Molti tra quanti hanno abbandonato l’isola negli anni 1956-60 credevano che i Marines avrebbero eliminato Castro e li avrebbero lasciati tornare e rimpossessarsi delle loro proprietà e privilegi. D’altra parte gli Stati Uniti avevano già applicato tale politica contro altri governi disobbedienti un po’ in tutto il mondo. Solo cinque anni prima, la CIA aveva liquidato il regime guatemalteco democraticamente eletto del presidente Jacobo Arbenz per sostituirlo con una giunta di assassini militari che aveva il compito di preservare la sicurezza, combattere il comunismo e quant’altro. Un anno prima aveva fatto la stessa cosa in Iran.

Alla luce della determinazione con la quale gli Stati Uniti hanno sempre punito la disobbedienza, il fatto che la rivoluzione Cubana sia sopravvissuta sembra quasi un miracolo. Nell’Aprile del 1961 la CIA inviò 1500 esiliati Cubani sull’isola per invaderla dalla Baia dei Porci. Fallì. Solo tra il 1961 e il ’63 ha appoggiato migliaia di operazioni di violento sabotaggio, incluse dozzine di tentativi di assassinio.

I laboratori della CIA hanno speso innumerevoli ‘ore creative’ a progettare ogni genere d’ arma per uccidere Castro. Nel 1968, mentre giravamo insieme un documentario per la televisione nazionale, Fidel raccontò la storia che ripeterà poi a Frank Mankiewicz nel 1974, di un ‘veleno che gli americani avevano creato potente a tal punto da non lasciare tracce visibili nel suo organismo dopo la morte perché metabolizzato’.

Cuba ha così creato un apparato di sicurezza statale per reagire alla contro-rivoluzione americana. Una volta operative, questo genere di burocrazie repressive tendono a riprodursi. Ricordiamo per l’appunto il caso di un’agenzia come la NATO, creata dagli Stati Uniti per combattere le aggressioni sovietiche durante la Guerra Fredda e che ha continuato ad espandersi dopo la scomparsa dell’URSS.

La rivoluzione cubana reprime chi non l’appoggia. Credo che questo sia un aspetto importante sebbene non dovrebbe nascondere l’esistenza di oppositori che l’hanno attaccata violentemente per più di quarant’anni. Per capire ciò bisogna contestualizzare gli eventi.

A partire dal 1959, le nazioni coloniali hanno cominciato a ribellarsi contro i propri dominatori nel nome dell’indipendenza e del progresso, per rimettere le cose a posto dopo secoli d’ingiustizia. Ma a differenza di tanti esperimenti mal riusciti ( Zimbabwe, Iraq,Egitto,Pakistan sono solo alcuni esempi) la rivoluzione cubana ha mantenuto una sua coerenza storica. Negli anni ’60 dell’ 800 e poi di nuovo trent’anni dopo i Cubani cercarono di rendersi indipendenti dalla Spagna. Castro ricondusse l’assalto al Forte Moncada del 29 Luglio proprio a questi eventi. Come la carica a cavallo di Josè Martì incontro al fuoco spagnolo nel 1895, l’assalto al Moncada sapeva di disperazione e convincimento.

Coloro che agirono in questo modo speravano che tali dimostrazioni di drammatico eroismo avrebbero fatto divampare il fuoco della rivolta popolare. Cinque anni e mezzo dopo l’assalto i guerriglieri castristi marciavano trionfanti all’Havana.

Questo mese Fidel compirà 77 anni. L’Economist ammette che ‘ le conquiste sociali passate della rivoluzione garantisco a Castro ancora un’aura speciale tra persone come i membri del Parlamento Europeo, i registi hollywoodiani e gli studenti latinoamericani. Ma come le auto degli anni ’50 e le abitazioni in stile coloniale, Castro è oramai diventato parte dell’ordito storico dell’isola’.

Tanti delle audience che applaudono Castro sembrano intrappolati nella trama di questo‘ordito storico’. Ha ricevuto una standing ovation nel 2002 in occasione del Summit dell’ONU sui finanziamenti al progresso e durante l’inaugurazione della presidenza Kirchner per il Fondo Monetario Internazionale nella turbolenta Argentina; lo stesso è avvenuto in passato in Europa e a New York. I latinoamericani non avevano mai disobbedito agli statunitensi prima della rivoluzione cubana. Perfino i nemici di Castro gli sono riconoscenti per essersi fatto valere contro lo zio Sam.

La rivoluzione si è conclusa nei tardi anni ’80 con il collasso dell’Unione Sovietica. Cuba da quel momento non ha più avuto le risorse per cambiare se stessa e il mondo. Il turismo e la ‘dollarizzazione’ hanno portato con sé un ambiguo sistema di valori. Prospera il mercato nero. Dove sta andando Cuba? Dove stanno andando il Perù o il Messico? Molti paesi del Terzo Mondo che mancano di rilevanti risorse strategiche non dispongono di ‘mappe economiche’. Per lo meno, la rivoluzione ha lasciato ai Cubani i vantaggi dell’uguaglianza istituzionale e di tutta una serie di servizi assenti in altri paesi del Terzo Mondo.>>

Sul tema ella salute mentale a Cuba ho trovato, per ora solo questo contributo di Filippo Torquati

<<La psicologia a Cuba fino al regime di Batista (anni ’50) si configurava come una disciplina elitaria: non esistevano facoltà universitarie destinate al suo insegnamento e le poche persone che vi si dedicavano erano solo quelle che potevano permettersi di uscire dal paese e frequentare corsi in paesi esteri. Con il trionfo della rivoluzione nel gennaio del 1959 le cose sarebbero presto cambiate. Il primo passo fu la fondazione della facoltà di psicologia “Las VIllas”a Santa Clara nel 1961. A breve distanza di tempo venne istituita la facoltà di psicologia di Habana. Terza e ultima facoltà a essere fondata è stata proprio quella di Santiago 1992. Nell’immaginario sociale cubano la psicologia ha sempre avuto un grande riconoscimento perché la gente ha associato frequentemente la figura dello psicologo a quella del medico o dello psichiatra, dal momento che lavorano insieme nelle istituzioni di salute pubblica. In generale non ci si sposta più di tanto da convinzioni e stereotipi che sopravvivono anche in Italia: lo psicologo è colui che “cura” i matti. Una maggiore presa di coscienza su ciò che realmente è il mestiere dello psicologo si è diffusa con le innumerevoli tavole rotonde televisive alle quali hanno partecipato anche illustri psicologi cubani per discutere il caso di Eliàn Gonzalez (*dopo il divorzio, la madre di Eliàn un giorno di novembre del 1999 decise di raggiungere clandestinamente il suo nuovo compagno in Florida, portando con sè il figlio. sfortunatamente la barca naufragò. Alcuni pescatori americani ripescarono dopo qualche giorno tre superstiti, tra i quali Elian; ospitato dai cugini della madre, cubani emigrati in Florida, il bambino fu al centro di una diatriba legale sull’affidamento, complicata ulteriormente dalle difficili relazioni fra Cuba e gli Stati Uniti.).

Non esistendo alcuna forma di attività privata, lo psicologo cubano ha la possibilità di lavorare soprattutto in ospedali e policlinici. Per quanto riguarda la psicologia clinica a livello teorico riscuotono consenso Manuel Calvino e Fernando Gonzalez Rey: quest’ultimo è autore di una teoria della personalità che viene declinata in una terapia breve (la forma più diffusa a Cuba, insieme a terapie di gruppo e di coppia). Dal punto di vista formale, nelle istituzioni di salute pubblica lo psicologo, pur ricompensato da un “buon” salario (500pesos mensili, un ministro della repubblica ne prende 800), non gode dello stesso riconoscimento del medico. Gli psicologi all’interno di ospedali e policlinici vengono visti più come tecnici che come professionisti. Questo perché i medici sono formati direttamente dal Ministero della Salute Pubblica, mentre gli psicologi ricevono l’istruzione dal Ministero dell’Educazione Superiore (pare che il destino globale della psicologia sia quello di rimanere in posizione ancillare rispetto alle discipline di matrice organicista). Fortunatamente lo psicologo cubano può trovare gratificazioni significative nel campo dell’istruzione/educazione: gli autori che da sempre esercitano l’influenza maggiore fanno parte della scuola sovietica: Vygotskij, Leontiev e Petrovsky. Nella psicologia dello sviluppo cubana anche l’approccio di Piaget è frequentemente menzionato e utilizzato, mentre la teoria dell’attaccamento di Bowlby risulta quasi sempre ignorata, se non completamente sconosciuta. Lo psicologo cubano lavora anche nelle aziende, generalmente per la selezione del personale, anche se si incominciano a diffondere a macchia di leopardo alcune ricerche sul clima organizzativo (Etecsa compagnia telefonica).

Fra i punti forti dell’organizzazione di Cuba si cita spesso il sistema scolastico e universitario che permette a tutti l’accesso completamente gratuito alle classi di insegnamento, in accordo alla famosa frase di uno dei padri fondatori, Josè Martì: “ser culto es el unico modo de ser libre” (essere colto è l’unico modo di essere libero). E’ necessaria però una precisazione concernente le facoltà universitarie, inclusa psicologia. Infatti l’ammissione si è sempre basata su un criterio strettamente meritocratico: se lo studente nei tre anni precedenti l’iscrizione all’università ha ottenuto voti che raggiungono il livello di punteggio minimo richiesto può accedere a un’ulteriore prova attitudinale che sancisce definitivamente l’inizio della sua carriera universitaria. Una sorta di numero chiuso alla cubana che sembra aver facilitato il raggiungimento di elevati livelli di professionalità. Le cose sono cambiate negli ultimi tre anni dopo che la riforma dell’istruzione superiore ha abolito i sistemi di preselezione: tutti i giovani cubani potranno accedere alle facoltà di psicologia, sociologia, diritto, filosofia, lettere. La riforma ha anche dato l’avvio alla formazione di “sedi universitarie distaccate” in ogni municipio (l’equivalente dei nostri quartieri) moltiplicando in tal modo le fonti alle quali i futuri psicologi possono attingere. Il problema più volte riscontrato è che il personale docente raramente ha una formazione direttamente psicologica: capita che a insegnare psicologia in queste sedi distaccate siano medici o pedagogisti. Sorgono allora spontanee alcune domande: la logica di pensiero di un pedagogista o di un medico è la stessa di uno psicologo? Si deve privilegiare la qualità o la quantità dell’insegnamento? Vengono prima gli ideali ugualitari o la possibilità attuale e concreta di poterli realizzare? Esiste il pericolo di una massificazione della psicologia? Appare evidente come fra questi interrogativi si possano trovare questioni che sono attuali anche nel nostro paese. A detta degli stessi operatori del campo, non ci si può sbilanciare in previsioni certe, sicuramente entro il 2010 a Cuba ci saranno migliaia di nuovi psicologi in cerca di allocazione e con una formazione non omogenea; un aspetto senza dubbio positivo è che le discipline psicologiche godono di una massiccia preferenza entro gli strati più giovani della società cubana e questo appare un buon viatico per la vitalità e lo sviluppo di esse.>>

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 4 Apr 2006, 09:32 AM

rispondo al messaggio di Fiore e direi, per il poco che ne cqpisco, che ci sono forme della bellezza che sfuggono al linguaggio e all’azione, e che questo fenomeno non è – credo – né depressione, né misticismo o idealizzazione.

Alogon            

Inviato il: 4 Apr 2006, 09:48 AM

Sembra che la psichiatria a Cuba si muova in un ambito che non è direttamente sotto il controllo dell’ideologia politica anche se le sua basi concettuali appaiono piuttosto vaghe, casomai improntate ad certo basaglismo. Riporto parte di un intervento in un italiano improbabile del

Prof. Guillermo Barrientos

Jefe del Grupo de Psiquiatria -Ministerio de Salud Publica – Cuba-

<<Il riorientamento della psichiatria cubana verso lo sviluppo di alternative comunitarie per il paziente psichiatrico.

(…)Abbiamo anche una concezione dell’uomo come è un essere sociale integrato da fattori biologici, da fattori sociali e dalla loro interazione abbiamo la psiche, pertanto lavorando sulla salute mentale dell’uomo possiamo solo avere una approccio integrale senza sottovalutare ciascuno di questi fattori: la nostra psichiatria non è biologista, né socio-genetista, crediamo che lo sviluppo scientifico tecnico permetta di superare il dualismo cartesiano e che nella prestazione dei servizi dobbiamo sempre tenere presente le leggi dello sviluppo della materia, che sono leggi sia per livello biologico che psicologico e sociale, perché non possiamo affrontare i fattori sociali della salute mentale come elemento essenziale di un cambiamento sociale di tipo rivoluzionario, ma il lavoratore della salute mentale si trova in una situazione di privilegio per rafforzare la sua coscienza sociale ed agire come un cittadino tenendo sempre presente la necessità generale di tutta la sua popolazione.

In America Latina si riscontra che il lavoratore della salute mentale sia un agente di cambiamento sociale, noi pensiamo che il lavoratore della salute mentale è un elemento fondamentale nei cambiamenti microsociali e nel contesto in cui vivono i suoi pazienti. La psichiatria non può essere utilizzata come bandiera per fini politici negando l’essenza dell’uomo come essere bio-sociale, questo ruolo non ci corrisponde non solo come lavoratori della salute mentale ma neanche come cittadini privi dell’uso della ragione.

Nella nostra conferenza non pretendiamo entrare in questioni di scuole psichiatriche: la psicanalitica, la biologica, psicologica, centreremo il nostro intervento su quali siano stati i percorsi, i risultati e le difficoltà di questo nuovo ordine di cose nella prestazione dei servizi alla popolazione per promuovere la sua salute mentale.>>

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 5 Apr 2006, 10:52 AM

Pensieri complessi forse un pò difficili

Emancipazione e libertà: concetti diversi.

L’emancipazione politica, che presuppone la mediazione dello stato non è libertà,;lo stato può liberarsi da un limite senza che l’uomo ne sia liberato veramente. Ora in uno stato libero si può essere asserviti., in uno stato ateo l’individuo può rimanere religioso.

Lo stato moderno si fonda sulla scissione della realtà umana in vita pubblica e privata in cittadinanza ed individualità..

La rivoluzione politica è la rivoluzione francese che stabilisce i diritti del cittadino che fanno riferimento ad una individualità ed universalità irreale e i diritti dell’uomo che fanno riferimento solo al calcolo egoistico.

<<La rivoluzione politica soppresse con ciò il carattere politico della società civile. Essa spezzò la società civile nelle sue parti costitutive semplici, da un lato gli individui, dall’altro gli elementi materiali e spirituali che costituiscono il contenuto della vita, la situazione civile di questi individui>>(Marx)

Nella società civile ciò che tiene insieme gli uomini è la necessità naturale, il bisogno e el’interesse privato.L’uomo in quanto membro della società civile, l’uomo non politico, appare perciò necessariamente come l’uomo naturale.<<L’uomo egoistico è il risultato passivo e soltanto trovato della società dissolta, oggetto della certezza immediata, dunque oggetto naturale.>>(Marx)

La rivoluzione politica non si identifica tout court con la rivoluzione sociale. Per es. la rivoluzione cubana o quella cinese sono state rivoluzioni sociali perché si è cercato di modificare con esse soprattutto i rapporti all’interno della società. civile. Ciò che doveva avere il predominio non era l’interesse privato ma quello collettivo.

L’emancipazione completa, la libertà è qualcosa che va oltre non solo la rivoluzione politica ma anche quella sociale.

La libertà è l’umanizzazione completa, il superamento della scissione. fra pubblico e privato, dove il privato è la sfera degli affetti, della sessualità. La sfera irrazionale.

…..l’irrazionale non deve essere coartato dalla sfera razionale….

Inoltre

La rivoluzione “sociale”, la dove essa avvenga, presuppone di sostituire una struttura sociale con un’altra qualitativamente nuova: bisogna tener presente però che è l’uomo a modificare la struttura sociale . E’ lui il soggetto della trasformazione.

L’uomo quando trasforma se stesso può trasformare anche il suo mondo.

Una determinata struttura sociale non è in grado comunque di determinare, condizionare ed esaurire tutto l’essere dell’uomo.

Detto in altri termini l’uomo è diverso dalla società in cui vive: non esiste isomorfismo fra individuo e società.. Proprio la possibilità del singolo individuo di essere “diverso” dalla società mette in moto la tensione dialettica, la prassi, la trasformazione.

Alla nascita c’è già “l’essere uomo” prima ancora che sussistano legami sociali…

Per questo non è la società che fa l’uomo ma è l’uomo, che realizza la propria identità ricreando continuamente la propria nascita, che fa la società?

…l’uomo è qualcosa di diverso dalla struttura sociale e può opporsi a ciò che essa tenderebbe a farlo diventare….

copyright domenico fargnoli

Nyx            

Inviato il: 5 Apr 2006, 02:37 PM

pensavo al discorso che si era fatto sulla parola rivoluzione che ha in sè il senso di ritorno al punto di partenza e alla frase di alogon “sessualità: corpo e mente fusi insieme. soddisfazione del desiderio che non è bisogno. potrebbe essere che il corpo aiuti la mente a liberarsi dall’indifferenza.”

ovviamente penso al rapporto uomo donna. ci sono rapporti che sono rivoluzionari magari non lo sono universalmente ma lo sono solo per la propria storia. amare una persona in maniera “inutile” nè per procreare nè per obbligo sociale può essere veramente rivoluzionario per il contesto in cui si è cresciuti circondati da persone che stavano insieme senza interesse e senza amore.

in certi rapporti il corpo si riscopre vivo ti appartiene di nuovo e senti che il movimento cambia. allora penso e spero che situazioni di apparente immobilità o d’impotenza non possono cancellare le modificazioni mentali che si sono come fermate sul corpo a dire che oltre quelle indietro non si può più andare. forse sono rivoluzioni particolari trasformative. spero.

l’ultimo pensiero è alla psichiatria, al rapporto terapeutico in cui forse per realizzare la sessualità sono necessarie più persone per quello strano fenomeno per cui il corpo viene messo fra parentesi.

Alogon            

Inviato il: 5 Apr 2006, 03:44 PM

“rivoluzione” è stata messa spesso fra virgolette proprio a significare che questo termine solo parzialemnte si confà alla nostra analisi..

Inoltre:nella misura in cui non c’è più scissione fra pubblico e privato una trasformazione personale, nel rapporto uomo donna, diventa anche il presupposto per una trasformazione sociale….

nella psicoterapia il corpo permette quel sentire che può essere il punto di partenza per copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 6 Apr 2006, 09:47 AM

La società “democratica” trasforma gli uomini in atomi reciprocamente estranei e indifferenti:gli individui sono uniti reciprocamente solo dalla provvisorietà di rapporti contrattuali.

Inoltre quanto più l’uguaglianza “democratica “ si estende tanto più risulterà imperfetta ed incompiuta.

Cellule indipendenti gli individui confluiscono nel corpo compatto della “massa” che separa gli uomini senza distinguerli e li riunisce senza metterli in relazione.: reciproca estraneità ed omologazione sono gli effetti prodotti dall’uguaglianza.

La società dei simili è una società di indifferenti.

Scriveva Tocqueville in “La democrazia in America”

<<L’uguaglianza pone gli individui fianco a fianco senza un legame comune che li unisca. Il dispotismo innalza barriere fra loro e li divide, Quella li spinge a non pensare ai loro simili e questo fa dell’indifferenza una specie di virtù pubblica.>>

L’antitesi fra libertà ed uguaglianza è al centro di tutto il pensiero di de Tocqueville.La spinta verso l’egualitarismo della nuova società di massa che egli intravede è pericolosa come la rivolta delle masse guidate dalla violenza della Convenzione. Alla violenza si sostituisce il conformismo, la piattezza, la passività. Il risultato è quasi uguale. Sia l’umanità violenta, sia l’umanità passiva e conformista è costituita da una miriade di monadi estranee tra loro, imprigionate o nella violenza o nella ricerca di un mediocre benessere.

Il dilemma tra eguaglianza e libertà resta aperto.

Il dispotismo democratico, un potere morbidamente autoritario, produce comunque una specie umana del tutto nuova all’interno della quale l’individuo è edonista ed apatico,acquisitivo ed indifferente, autonomo ed assoggettato. Nel cuore dell nucleo antropologico dell’ “Homo aequalis” c’è il narcisismo, l’assenza di passioni.

L’individualismo narcisista venne innalzato da Freud a modello di funzionamento della personalità non storicamente e socialmente determinato, ma metastorico . Il narcisismo non è allora la caratteristica costitutiva dell “homo democraticus” ed aequalis” così come si configura nelle società moderne, ma dell’uomo in generale in tutte le epoche della storia.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 6 Apr 2006, 12:35 PM

A proposito della rivoluzione cubana, cui abbiamo fatto riferimento nell’ambito del tema “rivoluzione e depressione”, non si può non spendere una parola su Che Guevara che preconizzava l’avvento dell”uomo nuovo”:

<<L’educazione penetra tra le masse e il nuovo atteggiamento proposto tende a trasformarsi in abitudine; le masse lo vanno facendo proprio ed esercitano una pressione su coloro che non si sono ancora educati. Questa è la forma indiretta di educazione delle masse, potente tanto quanto l’altra. Il processo, tuttavia, è cosciente: l’individuo riceve continuamente l’impatto del nuovo potere sociale e si rende conto di non essersi ancora completamente adeguato ad esso. Sotto la pressione prodotta dall’educazione indiretta, cerca di adattarsi ad una situazione che ritiene giusta ed alla quale la sua mancanza di sviluppo gli ha impedito di adeguarsi finora. Si autoeduca. In questa fase di costruzione del socialismo possiamo vedere l’uomo nuovo che sta nascendo. La sua immagine non è ancora definita; nè potrebbe esserlo, giacchè il processo marcia parallelo allo sviluppo di nuove forme economiche.>>Il socialismo e l’uomo a Cuba (1965)

E’ la massa, la società che in questo caso fa l’uomo nuovo.

Sull’umanesimo del Che propongo questo “stralcio”

<<Uno degli aspetti meglio sviluppati nella filosofia personale del Che è stato lo studio dell’uomo. In lui c’è molto di riflessione sull’uomo, sull’uomo che egli è, quindi sull’uomo “se stesso”, ma anche sull’uomo “altro”, sull’uomo che egli incontra, come amico e come nemico.

Uno degli aspetti pionieristici dell’umanismo di Guevara è stato certamente rappresentato dalla determinazione con cui ha intrapreso il processo di trasformazione di se stesso.

Sulla base di fonti documentarie abbastanza precise e attendibili (diari di viaggio, lettere, ricordi di amici e conoscenti) è stato possibile ricostruire il percorso di questa rivoluzione interiore, da giovane ribelle a grande trasformatore sociale: il modo, per esempio in cui egli a un certo punto ha detto basta al suo contesto sociale, alle sue abitudini in via di cristallizzazione, fuori dal conformismo, alla ricerca di una strada per uscire da se stesso, dalla famiglia, da Buenos Aires, dall’Argentina peronista. In giro per il mondo a cercare l’uomo, l’”altro”, quel qualcosa che ovviamente non poteva trovare in se stesso, nè nel banale mondo di una tranquilla sopravvivenza piccolo o medio-borghesi(…)

La sua ricerca dell’uomo non poteva che iniziare dal fondo della disperazione sociale e psicologica e quindi coerentemente dal “fratello di lebbra”: un simbolo per tutto il nostro medioevo della disperazione umana, affiancato per secoli alla idealizzazione del “bacio del lebbroso” come prova estrema di coraggio e altruismo. In altra occasione abbiamo richiamato un esempio laico di questa antica pratica religiosa nel personaggio centrale de Il diavolo e il buon Dio di Sartre: nel Goetz avventuriero iconoclasta, penitente fallito e incarnazione letteraria del massimo di autodeterminazione pensabile all’interno di una concezione individualistica della storia e della rivoluzione, quale è contenuta nell’umanismo esistenzialistico del grande filosofo francese. Non a caso si potrebbe scrivere un intero capitolo sui rapporti tra i due – tra Sartre e Guevara – fatto in termini di reciproca ammirazione e istintiva diffidenza. Nelle sue appassionate letture di autori francesi – i suoi prediletti – il Che aveva fatto i conti, come ogni buon argentino colto e ribelle di quegli anni, col pensiero dell’autore dell’Essere e il nulla. Lungi da noi l’idea di voler rappresentare in Sartre un momento di rinascita o rinnovamento del marxismo – come si volle far credere – rimane pur sempre il fatto che egli tentò tra i primi di dare delle basi materialistiche a un pensiero umanistico che col passare del tempo era stato abbandonato inerme nelle mani della religione, del moralismo, d’una qualunque tra le filosofie ultime arrivate nel campo dell’irrazionalismo; c’è tanto marxismo esasperato in Sorel, come c’è tanto umanismo esasperato, o meglio superomismo, in Nietzsche. Se Sartre sia riuscito nel suo intento filosofico non è problema che ci riguardi in questa sede, ma resta significativo il fatto che eglia sia stato il primo – e quasi unico per anni – tra i filosofi europei he si sia recato a Cuba (1960), che abbia cercato di capire le novità di questa Rivoluzione, i problemi dei suoi dirigenti, ma anche dei suoi scrittori: il primo in ogni caso tra gli ammiratori del Che, come si ricava dalle pagine in cui descrive l’incontro con Guevara, nel libro Huracàn sobre el azùcar.(..)

L’umanismo etico del Che si colloca decisamente all’opposto della morale equivoca e corruttrice del “fine che giustifica i mezzi”. Teorizzata e applicata per decenni dallo stalinismo, questa etica dell’immoralità non riscuote in alcun momento un sia pur minimo consenso da parte di Guevara, nemmeno negli anni della sua più profonda infatuazione per i “paesi del cortisone” – i paesi d’oltrecortina, come egli li chiamava scherzosamente – negli anni in cui, sempre per scherzo, si firmava “Stalin II” in una lettera alla zia(…)

Alla madre scrive, nel 1956: “…ho costruito una volontà di ferro”; e sa bene di averlo fatto viaggiando, faticando, rischiando, ma anche studiando, scavando impietosamente dentro se stesso. E sempre alla madre scriverà a luglio 1959 – alcuni mesi quindi dopo la vittoria della rivoluzione –

“In me si è sviluppato molto il senso del collettivo contrapposto all’individuale; sono sempre lo stesso solitario di un tempo, alla ricerca della mia strada, senza aiuto personale, ma possiedo ora il concetto del mio dovere storico…mi sento qualcosa nella vita, non solo uno potente forza interiore, che ho sempre sentito, ma anche una capacità di comprensione degli altri e un assoluto senso fatalistico della mia missione che mi toglie ogni timore”.

Su questa ricchezza e forza etica del suo mondo psichico si innesta però anche un senso di morte, presente fin dagli anni giovanili, ma accentuatosi via via negli ultimi anni, mesi e giorni della sua esistenza. In parte ciò è dovuto alla consapevolezza che il fatto di aprire nuove strade, di esporsi, in fin dei conti espone anche la sua vita. Molti, troppi compagni – alcuni carissimi amici – muoiono lungo il cammino, accentuando in lui quel senso di solitudine che nel Messaggio alla Tricontinentale egli attribuirà per il Vietnam all’insensibilità dei paesi che si dicono “socialisti” e che considererà la più grande tragedia etica della storia contemporanea. Nelle lettere personali Guevara si è dato per morituro decine di volte, a partire per lo meno dalla prima bella lettera di commiato dai genitori, nell’estate 1956, fino a quella più celebre del 1965 o nel Messaggio alla Tricontinentale.

E’ un senso di morte che aleggia anche su alcune scelte personali e politiche dell’ultima fase e sul quale non si hanno tutti gli strumenti – e forse nemmeno il diritto – per approfondire il discorso. Un discorso, del resto – quello del rapporto vita-morte – complesso e in fin dei conti appartenente ad un campo dell’intimo, dell’etica individuale, anche per quanto riguarda la scelta dei rivoluzionari, dei grandi riformatori sociali. Il marxismo, l’umanismo, la filosofia del socialismo hanno il dovere e la possibilità di teorizzare la vita delle grandi masse, ma non hanno la possibilità di dire nulla sulla morte di queste stesse masse o dei grandi uomini che le dirigono. Il tema della morte rimane in fondo il limite invalicabile per il pensiero e l’azione di ogni materialista degno del nome. A posteriori è difficle resistere alla tentazione di affermare che – nonostante quanto detto fin qui – Guevara non aveva il diritto di morire, o per lo meno di morire così presto.(…)

Tratto da L’Umanismo Rivoluzionario del Che (di Roberto Massari)

(E’ una rielaborazione del saggio introduttivo preposto alla raccolta Conoscere il Che che curammo per la Datanews (Roma 1988). Nella nuova forma rivista e ampliata che qui presentiamo, il testo riproduce la relazione introduttiva da noi tenuta al convegno internazionale El pensamiento del Che y los retos de fin de siglo, organizzato a Cuba, dall’università di Matanzas, a giugno 1993) Tratto da: Ernesto Che Guevara: uomo, compagno, amico…a cura di Roberto Massari, ed. erre emme.

copyright domenico fargnoli

Salvador            

Inviato il: 6 Apr 2006, 02:18 PM

Volevo riallacciarmi all’intervento di Alogon sulla democrazia fra l’altro mi pare di ricordare che rappresentazioni di società composte da automi, da uomini completamente svuotati e standardizzati, siano state fatte anche a livello cinematografico, proponendo il rischio dell’omologazione e della mancanza di individualità come l’incubo o il malefico germe nascosto all’interno della società moderna.

In questo ambito, l’enorme difficoltà è mettere insieme questa realtà con il processo storico che ha portato alle odierne democrazie. Forse quella americana ne è l’esempio più lampante e non a caso si cita Alexis de Tocqueville che rimane, come analisi e critica sociale, ad oggi insuperato. Quello che tutti i giorni leggiamo sui quotidiani e i testi confermano, è che la repubblica democratica sia la miglior forma di organizzazione politica e dello stato mai raggiunta nella storia dell’umanità. Libertà, partecipazione alla vita politica tramite il suffragio universale, giustizia uguale per tutti, rappresentano obiettivamente delle conquiste rispetto al dispotismo storicamente insito nelle altre forme di organizzazione statale. Per cui tutto volgerebbe al meglio, se non fosse che “la società democratica trasforma gli uomini in atomi reciprocamente estranei e indifferenti: gli individui sono uniti reciprocamente solo dalla provvisorietà di rapporti contrattuali”. Quindi effettivamente esiste il rischio che, insito nella struttura democratica, ci sia il baco dell’indifferenza.

Riprendendo gli interventi scorsi relativi alla nascita del capitalismo ed alla possibilità che esso sia il frutto del pensiero cristiano nella versione protestante, può essere interessante proporre lo sviluppo della forma democratica, ad esempio in America, come la costruzione socio-politica che a quella forma economica meglio si adattava. Cioè il problema può non essere la democrazia in sé, ma la forma che storicamente si è venuta costruendo e che è stata ritagliata come un vestito su misura per il nascente capitalismo. Quindi, nonostante effettivamente risulti un passo avanti rispetto alla forma monarchica allora prevalente, in realtà si è portata dietro tutti i “sottofondi” filosofici e religiosi di cui dicevamo.

In effetti, il capitalismo, per la sua stessa esistenza, si fonda sull’accettazione anche latente delle sue regole da parte di tutti gli individui che, più che esseri umani, sono dei consumatori. Questi accettano di essere anche diversi gli uni dagli altri, sempre in senso economico, ma hanno tutti l’intima speranza che il vento prima o poi volga a loro favore. La famosa “mano invisibile” di Smith. La parte dell’uomo che non si occupava di economia, è stata fin da subito identificata con l’anima, ed infatti in tutti questi passaggi, dalla speranza di una vita terrena migliore ad una ultraterrena, la forma del pensiero religioso cristiano ha adempiuto e adempie benissimo alle necessità.

Ma, sul lato consumo, deve crearsi un mercato all’interno del quale la maggior parte delle persone possa accedere senza impedimenti, perché la produzione industriale non solo non può mai decrescere, ma non può neppure stazionare. L’America infatti è nata come un grande mercato democratico ed è cresciuta senza ostacoli fino allo scontro della guerra civile che, come è ormai noto, non era pro o contro la schiavitù, ma fra industriali del nord e coltivatori del sud per questioni di protezionismo economico puro e crudo.

Nella frenetica ed anarchica corsa produttiva, che ha caratterizzato quasi tutta la storia statunitense, quale altro sistema politico statale avrebbe potuto assicurare l’assorbimento di una produzione sempre crescente, potendo al contempo spostare continuamente in avanti la linea dei bisogni, creando al contempo la necessità e la sua soddisfazione? Si capisce quanto, a tale organizzazione economica, non potessero essere funzionali le immutabili gerarchie sociali presenti nelle monarchie, come anche, in tempi recenti, la divisione in classi, che oggi infatti nelle società più industrializzate va sfumando fino a svanire.

copyright domenico fargnoli

celia            

Inviato il: 6 Apr 2006, 11:27 PM

E’ difficile non farsi coinvolgere da questa discussione affascinante che si tiene ora sul forum, anche se il timore di dire cose poco utili, o “fuori tema”, è forte…

però stavolta vorrei cercare anche io di intervenire, ed aggiungere alcune parole a quanto è stato scritto finora. Non conosco molto la rivoluzione cinese, per la quale non sono mai riuscita a provare una grande simpatia, neppure ai tempi della rivoluzione culturale. Conosco invece un po’ di più la rivoluzione cubana, e su questa, e anche sul suo fallimento, mi piacerebbe riflettere un po’ più a fondo con l’aiuto dei partecipanti al forum.

Innanzitutto forse può essere significativo, per quanto riguarda la specificità della rivoluzione cubana, ricordare che il movimento ribelle guidato da Fidel Castro non era comunista. Alcuni partecipanti alla lotta erano comunisti, ma il movimento nel suo complesso no.

Dal 1935, anno del VII congresso della Terza Internazionale, Mosca dà ai partiti comunisti del mondo l’indicazione che l’obiettivo attuale era diventato non più la lotta per il rovesciamento della borghesia, ma quello di lottare contro il fascismo, anche attraverso alleanze con i governi borghesi non fascisti. Il partito comunista cubano (nato nel 1925 e caratterizzato da un forte operaismo e settarismo, e da una decisa “sottomissione” alle indicazioni di Mosca), obbedisce a queste indicazioni, abbandonando ogni forma di lotta o opposizione all’imperialismo ed al neocolonialismo e diventando pertanto assolutamente marginale da allora in poi nelle battaglie per l’indipendenza dell’isola dall’imperialismo americano.

Fu un movimento di derivazione più borghese quello che portò avanti la lotta. E, più che “marxista”, fu “martiano” (da José Martì, un intellettuale cubano della seconda metà dell’800, che intuì l’importanza culturale, sociale, politica, dell’unità dei paesi latinoamericani e – ben prima degli scritti di Lenin sull’imperialismo – intuì il pericolo che l’esercito degli Stati Uniti intervenisse a Cuba con la scusa di cacciare la Spagna e “liberare” l’isola, per poi istallarci un governo “amico”. Tentò di organizzare un’insurrezione contro la Spagna, sia per liberare il suo paese dal giogo coloniale sia per scongiurare un attacco degli USA contro la sua terra, ma fu ucciso in uno scontro con le truppe spagnole e l’insurrezione fallì).

E’ in questa corrente di pensiero che si situa Fidel Castro, che agli inizi degli anni ’50 era un dirigente dell’ala giovanile del “Partito Ortodosso”, un partito che si rivolgeva ai piccoli borghesi proletarizzati e che si rifaceva dichiaratamente al pensiero ed alle aspirazioni sociali di José Martì.

L’attacco alla caserma Moncada di Santiago di Cuba (26 luglio 1953) segnò però un punto di svolta e di radicalizzazione di Fidel e dei suoi compagni. Nella famosa autodifesa davanti al tribunale speciale di Santiago, conosciuta come “La storia mi assolverà”, Fidel chiarisce quali erano gli strati sociali ai quali ci si appellava per essere sostenuti nella lotta, che erano le classi più misere (delle quali denunciava le condizioni di fame e di miseria), ma anche i giovani professionisti senza avvenire, i piccoli commercianti, i maestri e professori mal pagati….

Esiliato in Messico, Fidel chiuse dopo poco tempo con il Partito Ortodosso, accusandolo di totale incapacità politica, e dette vita al Movimento 26 luglio. Alla fine del 1956 salpò dal Messico con un piccolo yacht stracarico di ribelli (tra i quali anche il Che, conosciuto in Messico, che aveva deciso di unirsi ai cubani). Lo yacht sbarcò vicino a Santiago de Cuba dove l’aviazione di Fulgenzio Batista falcidiò i guerriglieri che sbarcavano. I pochi superstiti si rifugiarono sulla Sierra Maestra e, nel giro di poco più di due anni, liberarono l’isola.

Solo il 4 febbraio 1962, dopo lo sbarco alla Baia dei Porci e dopo la “crisi dei missili” ed il blocco delle navi statunitensi attorno all’isola, nella Seconda Dichiarazione dell’Avana Fidel – pur continuando a rifarsi anche al pensiero di Martì – dichiarò che la rivoluzione cubana era socialista.

Le cose che mi hanno affascinato quando studiavo la storia di Cuba, sono soprattutto due, collegate tra loro, la teorizzazione dell’uomo nuovo ed il tentativo (dei primi anni) di costruire, all’interno dell’edificazione del socialismo, delle specie di “sacche di comunismo”, nel senso che veniva previsto, per alcune categorie di cittadini (con un livello superiore di coscienza o dove si pensava possibile costruire un livello superiore di coscienza, per esempio nei bambini di tutti i livelli di scuola, negli universitari, nei “centri di lavoro esemplari”) un trattamento economico particolare più vicino alla concezione comunista (a ciascuno secondo i propri bisogni) che a quella socialista (a ciascuno secondo il proprio lavoro).

Cito alcune frasi da un discorso di Fidel Castro del maggio 1966: “I reazionari non hanno fiducia nell’uomo, non hanno fiducia nell’essere umano; pensano che l’essere umano sia ancora qualcosa di simile ad una bestia, che si muove solo sotto la sferza; pensano che sia capace di fare cose nobili solo se è mosso da un interesse egoistico. Il rivoluzionario ha un concetto molto più elevato dell’uomo, e lo concepisce non come una bestia, bensì come un essere capace di stimoli superiori e di forme superiori di vita e di condotta. Il rivoluzionario crede nell’uomo, negli esseri umani. Chi non crede nell’essere umano non è rivoluzionario…”

E ancora, da un discorso dell’aprile ’67: “ ….l’importanza del lavoro che avete fatto è che avete lavorato nei due sensi: avete forgiato le vostre coscienze di rivoluzionari , di socialisti e comunisti e, mentre vi stavate educando per il comunismo, lavorando come comunisti, avete contribuito a creare la base materiale che, insieme con la coscienza e l’educazione, ci consentirà di vivere secondo norme veramente comuniste, vale a dire secondo norme veramente umane, in base alle quali ogni uomo o donna guarderà al prossimo come a un fratello…”

In pratica, si prevedeva una progressiva perdita di valore del denaro (servizi gratuiti, spettacoli gratuiti, scuole non solamente gratuite, ma dove gli alunni ricevevano tutto il necessario: libri, vestiti, pasti, ecc, …). L’idea era di sviluppare contemporaneamente la capacità produttiva dell’isola per uscire dal sottosviluppo e le coscienze delle persone, in modo da arrivare a dare “a ciascuno secondo i propri bisogni”

L’idea che, una volta superati i bisogni, l’uomo si sarebbe trasformato da sé, in modo praticamente automatico, – alla luce di quello che so oggi – sta sicuramente alla base (o è uno dei fattori importanti) del fallimento di un tentativo del quale, comunque, vorrei rivendicare una certa generosità. Stupida, forse, ingenua, sicuramente, ma a suo modo seduttrice.

Oggi, sicuramente, mi suonano veramente sgradevoli le frasi tipo “ogni uomo o donna guarderà al prossimo come a un fratello”, che mi sembrano dissonanti nella loro … come dire? non sessualità, nell’appiattimento del rapporto tra uomo e donna ad un rapporto tra compagni ed eguali (di diretta derivazione dalla rivoluzione francese). Ma questa è un’altra bella ricerca…

 

Alogon            

Inviato il: 7 Apr 2006, 09:37 AM

Ringrazio Celia per il suo intervento quanto mai opportuno e documentato. Per quello che ne so io a favorire una svolta in senso comunista fu anche la presenza accanto a Fidel di Che Guevara che aveva già all’inizio della guerriglia a Cuba una formazione marxista.

Vorrei ricordare, a proposito dei rapporti fra Fidel ed il Che un’intervista rilasciata a Gianni Minà nel 1987

<<Gianni Minà. Comandante, lei è un testimone del nostro tempo come ne esistono pochi e l’intervista che abbiano realizzato fino a questo momento lo dimostra. Ora però vorrei entrare nei suoi ricordi più intimi, i ricordi legati ad alcuni compagni di lotta, in particolare Che Guevara e Camilo Cienfuegos. Il Che rappresenta, in Europa e nel mondo, un simbolo, un sentimento particolare.

Ora, quando lei pensa al suo amico il Che, qual è la prima cosa che le viene in mente?

Fidel Castro. Voglio dirti una cosa: ho fatto fatica ad accettare l’idea della morte del Che. Molte volte l’ho sognato e ho raccontato i miei sogni a chi mi stava vicino…bene ho sognato che stavo parlando con lui, che era vivo; qualcosa di molto speciale. E’ difficle ancora adesso accettare l’idea della sua morte. A cosa è dovuto? Secondo me, al fatto che egli è ancora presente in noi.

Morì lontano, a molte miglia di distanza dal nostro paese ma, ripeto, all’idea della morte del Che è stato difficile adattarsi. E’ successo il contrario di ciò che è accaduto con altri amici. Molte volte abbiamo perso dei compagni di lotta e li abbiamoo visti morire, ma non ci sono presenti come lo è il Che. Penso che l’impressione della presenza permanente del Che sia dovuta a ciò che egli simboleggiava, al suo carattere, alla sua condotta, ai suoi principi. Aveva qualità davvero eccezionali. Io lo conoscevo bene, molto bene. Lo avevo incontrato in Messico e restammo insieme fino al momento in cui se ne andò dal paese l’ultima volta.

Penso realmente con dolore che con la morte del Che si sia persa una grande intelligenza, un uomo che aveva ancora molto da dare alla teoria e alla pratica della costruzine del socialismo.>>

Fidel , questo è interessante, racconta un sogno e se lo interpreta. Potrebbe darsi però che la sua interpretazione secondo la quale il sogno diceva che Guevara era rimasto vivo e presente come immagine, non sia corretta. Potrebbe darsi che il sogno significhi che Fidel non si sia mai separato da un suo alter ego, da ciò che il Che rappresentava per lui e la rivoluzione.

A proposito della morte del Che afferma Castro sempre nell’intervista a Minà

<<Ciò che accadde, stando non solo al Diario, ma anche ai resoconti dell’esercito boliviano, è impressionante: le prodezze, il numero dei combattimenti ingaggiati, le gesta di quegli uomini rappresentano una vera epopea.

Cosa può avere influito nel far commettere in seguito errori che si sarebbero potuti evitare? Io ho un’opinione: il Che rimase molto scosso quando si convinse della disfatta dell’altro troncone.

A noi la notizia arrivò attraverso il telegrafo. In base all’esperienza, mi convinsi immediatamente che era esatta, che la morte di Tamara, di Joaquin e di tutto il gruppo era vera; ma lui era restìo a crederlo e questo è evidente nel Diario. Per mesi pensò che si trattasse di una menzogna dell’esercito, che aveva l’abitudine di emettere bollettini falsi. Noi invece leggemmo i telegrammi e ci persuademmo subito che era vero.

Quando finalmente si convinse (perché quasi tutti i suoi sforzi e i suoi giri erano stati indirizzati alla ricerca dell’altro gruppo), quando si persuase che non c’era più il gruppo e che non li avrebbe più incontrati, allora si mise in marcia per cercare una base socialmente favorevole. Tra le sue file c’erano già dei bravi compagni boliviani che si erano distinti. Era una mossa giusta e offriva possibilità di sopravvivenza.

Ma quanto influì sul suo stato d’animo la morte di quei compagni? Credo che il Che abbia agito in ultimo con una certa temerarietà. Camminavano lungo un sentiero quando – lo ha scritto lui stesso nel Diario – arrivato su una collina disse: “Siamo stati precedeuti da “Radio Bemba”, cioè da “Radio labbra”, da una spiata. Insomma si era accorto che lo aspettavano al varco. Il Che continuò l’avanzata, e arrivò con j suoi uomini, di giorno, in un villaggio vuoto. Ora, vedere un villaggio già vuoto è un segnale preciso che qualcosa non va. La popolazione ha percepito che sta per esserci un combattimento. Qualunque esercito, a quel punto, non doveva far altro che aspettare, che tendere un agguato. In pieno giorno l’avanguardia del Che continuò ad avanzare su colline spoglie, come se l’esercito non esistesse, e cadde nell’imboscata. Molti rimasero uccisi e fu un colpo durissimo.

Nel gruppo, oltre tutto, c’erano dei malati, e anche il loro medico lo era: il Che li portava con sé, anche se questo rallentava la marcia. A volte noi, in situazioni simili, cercavamo un luogo dove lasciare i feriti, presso qualcuno che li accudisse, e poi continuavamo la marcia. Sicuramente anche lui cercava una soluzione di questo genere. A quel punto , però, aveva perso i contatti con l’avanguardia, era stato localizzato e si trovava in una valle. Era stato ucciso anche uno dei fratelli Peredo, che si stavano distinguendo come comandanti; si trovò insomma, in una situazione e su un terreno difficilissimo. E lui, che per mesi era riuscito a eludere l’esercito, lui, che aveva dato vita a un’epopea, si ritrovò in una situazione disperata: lo localizzarono, lo attaccarono, loferirono e, quando il fucile fu inservibile, riuscirono a catturarlo, a farlo prigioniero; poi lo portarono in una località vicina. Io penso che ancora nel momento in cui marciava lungo quel sentiero, con venti uomini e alcuni comandanti boliviani all’altezza del compito, se fosse arrivato lì dove aveva pensato di andare, avrebbe avuto non solo la possibilità di sopravvivere, ma anche di ridare sviluppo al movimento guerrigliero. Fino a quel momento, stando alla nostra esperienza e a quella del Che, aveva ancora qualche possibilità di farcela. Il momento in cui perse davvero ogni possiblità fu quando l’avanguardia, avanzando in pieno giorno, lungo un ampio sentiero di montagna, cadde nell’imboscata. Qualcosa deve avere influito sul Che: il suo disprezzo per la morte per esempio.

A volte egli andava davvero incontro alla morte, soprattutto in certi momenti. In quelle circostanze avrebbe dovuto muoversi con più prudenza, evitare certe strade, cercare altre soste, avanzare di notte. Un’imboscata di notte non avrebbe procurato un gran danno; si spara al buio o si può identificare il nemico per una luce o altro. Io credo che certi aspetti del carattere del Che in quel momento influirono sugli avvenimenti. Io lo conoscevo molto bene e il suo Diario l’ho letto con attenzione più di una volta.>>

Quindi Che Guevara era ammalato: soffriva di gravissimi attacchi di asma per i quali non aveva i medicinali adatti.

dice a questo proposito Fidel

<<il Che non aveva con sé le medicine sufficienti per l’asma. Era successa la stessa cosa ai tempi della spedizione a Cuba con il Granma: anche allora aveva dimenticato di portarle. Sulla Sierra Maestra siamo stati costretti a fare uno sforzo eccezionale per procurarci a qualunque prezzo le medicine. Terribili attacchi di asma spesso lo paralizzavano. Quella medicina era indispensabile, eppure in tutto quel periodo in Bolivia, ne rimase senza.>>

Inoltre ebbe un crollo psicologico quando scoprì che la seconda colonna era stata annientata.

A quel punto , quasi volontariamente andò incontro alla morte.

Castro sostiene che il comandante Che aveva dato vita ad un’epopea straordinaria nella sua lotta coll’esercito boliviano. Di questa epopea era stato il protagonista. Un’eroe insieme omerico, tragico, romantico. Forse anche cristiano.

Un pò Ettore , un pò S.Sebastiano, in pò Byron.

La figura del Che è entrata nel mito ed è rimasta nell’immaginario collettivo. Perchè?

Perchè la morte del Che ha confermato che egli era tutto fuorchè un “uomo nuovo”.

La sua vicenda umana è quella, conosciuta da millenni, dell’eroe che non può evitare nonostante i nobili ideali,la condotta ineccepibile, la sconfitta ed il fallimento.

Invece Castro affermò venti anni dopo la morte di Guevara

<<E’ che realmente non si può avere un simbolo superiore, un’immagine migliore, né un’idea più precisa per indicare un modello di uomo rivoluzionario, di uomo comunista. Affermo ciò perché ne sono profondamente convinto, lo sono sempre stato e continuo ad esserlo oggi come lo ero quando parlai quel 18 ottobre e chiesi come dovessero essere i nostri combattenti, i rivoluzionari, i militanti, i nostri figli e dissi che avremmo voluto che fossero come il Che, perché egli è la personificazione, l’immagine di questo uomo nuovo, di questo essere umano, se vogliamo parlare della società comunista; se vogliamo proporci realmente di costruire il socialismo nella sua fase più avanzata; se l’umanità non vuole rinunciare al’idea bella e straordinaria di vivere un giorno nella società comunista>>

Quando Castro parla del rischio che la rivoluzione Cubana fallisca nel discorso del Novembre 2005, forse ci racconta che aveva sognato di nuovo che il Che era vivo?

copyright domenico fargnoli

 

Alogon            

Inviato il: 7 Apr 2006, 08:16 PM

Spinoza nella sua “Etica” dà una definizione di libertà – dice: “Diciamo libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura, e si determina ad agire da sé sola”.

L’uomo esiste in quanto è la sua “natura” che lo obbliga ad esistere,

a divenire, trasformandosi, ciò che è

e ad agire conformemente al proprio essere originale.

….la libertà è un pensiero dell’uomo….

indimostrabile, incatturabile, necessario…

…non solo una condizione materiale, un fenomeno osservabile, o una norma giuridica oggettiva…

..se l’uomo non avesse il pensiero della libertà non sarebbe uomo..

Ma forse la libertà non è “un” pensiero “un”’idea che si ha ma è “il pensiero e “l’idea” che noi siamo.

Ma questi ultimi quando hanno inizio?

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 9 Apr 2006, 10:54 AM

Comune di Siena

CIRCOSCRIZIONE n. 5

Martedì 11 aprile ore 12:00 Piazza G. Amendola

(area antistante il provveditorato)

inaugurazione dell’opera

“Nascita con colore”

di Franca Marini

La Circoscrizione n. 5

Inserisco qui, per ragioni tecniche, questa comunicazione giuntami da Franca Marini.

In seguito l’Amministratore la inserirà con le foto nella sede più idonea.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 9 Apr 2006, 07:18 PM

su Left un articolo di Patrignani su Lombardi ripreso anche da Fagioli nella sua lezione di ieri a Chieti.

Su Lombardi ho trovato questo stralcio

<<La sua esperienza di uomo di punta del CLN Alta Italia e il suo rovello negli anni brevi e difficili che videro consumarsi le speranze e le attese di quel riformismo rivoluzionario che segnò, al medesimo tempo, la non fortunata esperienza del Partito di Azione e la fine del sogno e del progetto della resistenza, lo condussero ad approdare nel Partito socialista. E in questo Partito egli portò con sé il sogno indomito del grande progetto politico che aveva caratterizzato il Partito di Azione e che continuò per tutta la sua ancora lunga vita a segnare la sue esperienza politica.

Un progetto politico caratterizzato da una fortissima tensione riformista e portatore di un’idea così alta di riformismo da giustificare l’espressione, apparentemente contraddittoria, ma invece così significativa, di “riformismo rivoluzionario”. Un’espressione questa che, non a caso diventerà poi la “cifra” stessa della di tutta l’esperienza politica del Lombardi socialista.

Lombardi è stato infatti per tutta la sua lunga vita politica un riformista nel senso più alto del termine.>>

[Interrogando Riccardo Lombardi venti anni dopo

18-09-2004

di Arturo Parisi,

Convegno “Riccardo Lombardi – Le riforme, la sua politica”, organizzato sabato 18 settembre dallo SDI a Roma, Residence Ripetta]

Vorrei ricordare che quella del partito di Azione è stata una vicenda politicamente importante ma che ha esaurito rapidamente la sua spinta Leggo

<<Dopo la caduta del governo presieduto proprio dall’esponente azionista, Ferruccio Parri, il Partito d’Azione, diviso tra una corrente democratico-riformista, capeggiata da Ugo La Malfa, e una corrente socialista-rivoluzionaria, capeggiata da Emilio Lussu, mostrò scarsa omogeneità al suo interno. La grave sconfitta subita alle elezioni per la Costituente del 1946 (prese solo l’1,46 per cento dei voti) fu all’origine della crisi del partito, rappresentato da intellettuali di primo piano ma privo di una base di massa. Protagonista nella guerra di liberazione, esso va infatti in frantumi a un anno dalla insurrezione, dopo aver dato all’Italia liberata il primo presidente del consiglio. La sparuta pattuglia dei suoi eletti alla Costituente riuscirà ancora, tuttavia, a dare un contributo di straordinaria importanza alla elaborazione della carta costituzionale e valga per tutti il nome di Piero Calamandrei, che della costituzione fu tra i maggiori artefici nell’aula di Montecitorio, il più strenuo difensore dei suoi dettami nella battaglia politica e parlamentare, il più appassionato divulgatore dei suoi principi nel paese.

Il partito d’azione perse rapidamente la sua influenza nella vita politica italiana e i suoi esponenti confluirono in altri partiti: Lombardi e Lussu nel Partito socialista italiano (PSI), La Malfa nell Partito repubblicano (PRI). Nel 1955 alcuni esponenti azionisti (Valiani, Zevi, Rossi, Calogero e altri) cercarono di far rinascere il partito, con un nuovo nome: partito radicale. Ma il tentativo fallì.>>

Inoltre un articolo di Bocca

La grande caccia all’Azionismo

di GIORGIO BOCCA

L’ANTICOMUNISMO senza comunisti è superato in livore e ossessione solo dall’antiazionismo senza azionisti, ultimo un intervento di Giuliano Ferrara su “l’Unità”, una sorta di esorcismo contro il demonio che continua ad aggirarsi per l’ Italia. Sono passati cinquantaquattro anni dalla caduta del governo Parri che segnò la fine della brevissima avventura politica del Partito d’Azione, ma l’azionismo resta un partito centrale della politica italiana: un partito virtuale, in gran parte immaginario, l’opposto di tutti i vizi e le debolezze secolari della nazione, di una virtuosità giacobina, estranea alla cultura clericale del paese, di fronte a cui anche i suoi vecchi militanti si sentono impari: ma davvero eravamo un partito di vipere come diceva Giannini il fondatore dell’ Uomo qualunque del professor Codignola? Un partito di incorreggibili sovversivi come dicevano di Riccardo Lombardi e di Emilio Lussu i liberali? O più semplicemente gli eredi delle minoranze laiche, illuministe, repubblicane, riformiste fatte regolarmente a pezzi dalle restaurazioni borboniche o papaline, una minoranza scomoda in un paese diviso fra guelfi e ghibellini?

L’avventura politica del Partito d’ Azione fu breve, resa possibile forse solo dall’anomalia della Resistenza, un periodo corto e così eccezionale da permettere la guida delle élite sulle masse, dell’utopia sulla realpolitik, della progettazione riformista sulla conservazione del vecchio stato. La grande maggioranza dei partigiani di Giustizia e Libertà sapeva poco o niente dei fratelli Rosselli e di Gobetti, delle due anime del partito, diviso fra il moderatismo di La Malfa e il giacobinismo di Lussu ma gli andava bene la voglia di modernizzare il paese, di toglierlo dalle dipendenze clericali, cattoliche o comuniste che fossero; gli andava molto bene e questo era il cemento che li univa, la affermazione di una politica etica, sottratta ai peggiori commerci elettorali, a una accettazione acritica della democrazia; per una democrazia forte capace di difendersi, di cui Leo Valiani era il più deciso sostenitore. Che si trattasse di una avventura breve lo si era già capito nella primavera del ‘45 quando gli italiani tornarono a fare la fila per iscriversi ai vecchi partiti socialista o cattolico, dandogli milioni di voti alle prime elezioni e trascurando questo partito nuovo dal nome strano “di azione”, infelice nome che poteva ricordare l’attivismo, l’interventismo fascisti. La diaspora degli azionisti fu rapida dopo il congressso del febbraio ‘46 che ne segnò il dissolvimento: alcuni tentarono di sopravvivere in nuove formazioni politiche effimere, altri passarono nel Partito socialista o repubblicano ma restandovi sempre in certo modo come corpi estranei. Il loro merito, la ragione per cui l’azionismo senza azionisti è ancora così odiato e temuto è che rimasero nella memoria e spesso nella fantasia come i portatori di una eresia, di ciò che il paese rassegnato a volte sembrava desiderare ma che poi, come spaventato, rifiutava: la politica non disgiunta dalla etica, la indipendenza da ogni potere clericale, la cura della società. Che resta dell’azionismo? Quanto basta per essere odiato.

Resta lo stupore, la incredulità di fronte a certi spettacoli della restaurazione: tutti quei ministri e notabili della repubblica “nata dalla Resistenza”, ma neppure il suo presidente se ne ricorda, che vanno in piazza San Pietro ad ascoltare genuflessi gli ultimatum di un pontefice che fa il suo mestiere di integralista; e questa politica che per il terrore che ha dell’etica, predica ogni giorno a destra come a sinistra l’assoluzione generale, Tristano Codignola era una vipera per il qualunquista Giannini, Lombardi e Foa dei giacobini, l’intero partito una minoranza che tentava una fuga in avanti. Però meglio sconfitti che vincitori se i vincitori hanno prodotto i personaggi contemporanei che non hanno ritegno a dare di sé pubblico e disgustoso spettacolo: ex ministri che pagavano con le tangenti in un anno un conto in albergo di mezzo miliardo, che facevano sparire i miliardi dei “conti protezione” e ora chiedono che gli si restituisca la dignità e l’onore. Ma dignità e onore ognuno se li guadagna da sé, non li aspetta da una amnistia.

C’È evidentemente in questo paese un azionismo che dura, che spaventa, che è ancora di stimolo, di esempio a cinquantaquattro anni dalla sua morte, che forse resisterà anche al neo liberismo e alla globalità, qualcosa come fu il costume repubblicano nella Roma imperiale, lo spirito conciliare nella Chiesa di Andreotti e di Marcinkus. Allargare la definizione di azionista a tutto ciò che di pulito e di coraggioso sopravvive nella repubblica è una retorica, a cui gli azionisti si sarebbero opposti per primi. Ma anche se l’azionismo fosse solo un mito, una bella leggenda da cavalieri della tavola rotonda, se fosse solo una aspirazione, una affinità elettiva conserviamolo ringraziando i suoi molti nemici che con il loro odio sempiterno lo onorano, e lo perpetuano.

(La Repubblica, 18 novembre 1999)

Anche quest’altro contributo mi sembra interessante

<<Stato sociale e libertà. Che cosa resta di un’utopia

di DINO MESSINA

Per Palmiro Togliatti, che non andava per il sottile, i fratelli Carlo e Nello Rosselli erano semplicemente piccolo borghesi funzionali al fascismo. Tanto funzionali da morire assassinati per mano dei sicari della Cagoule, il gruppo di fanatici antisemiti in collegamento con i servizi segreti italiani. Un lavoro sporco, sembra, che il Sim (Servizio informazioni militari) commissionò in cambio di una fornitura di armi. Una fine tragica che secondo alcuni critici ha pesato nella sopravvalutazione della loro opera.

A sessant’anni dalla morte quale posto devono avere i fratelli Rosselli nel storia del pensiero politico del Novecento? L’idea di Carlo di un «Socialismo liberale» è completamente superata con la crisi, riconosciuta anche a sinistra, dello stato sociale, o conserva una certa modernità? Lo chiediamo a Zeffiro Ciuffoletti, storico del pensiero politico e curatore per la Mondadori di una nuova edizione del carteggio che i fratelli, Carlo, Nello e Aldo, morto nel 1916 durante la Grande Guerra, tennero con la madre Amelia. Il carteggio, che si intitola I Rosselli e ha una introduzione di Leo Valiani, contiene una trentina di lettere inedite. Molto toccanti, in particolare, quelle che la madre scriveva ad Aldo senza sapere che fosse morto.

«Bisogna distinguere – dice Zeffiro Ciuffoletti – fra l’opera di Nello, che ci ha lasciato contributi anticipatori per la storiografia risorgimentale, penso in particolare al suo Mazzini e Bakunin e quella di Carlo, l’autore del Socialismo liberale, opera scritta nel ‘29 al confino di Lipari e poi pubblicata per la prima volta in Francia».

Secondo Ciuffoletti, a dispetto degli attacchi di Togliatti, l’intuizione di Carlo Rosselli di non lasciare l’idea di patria e il mito del Risorgimento nelle mani della propaganda fascista non è, visti i tempi, un’intuizione di poco conto. Così come furono assolutamente moderne alcune iniziative di propaganda politica, per esempio quella di finanziare il lancio su Milano di manifestini antifascisti da un aereo. Ma è naturalmente la ricerca di una terza via democratica tra capitalismo e comunismo l’aspetto centrale dell’opera di Carlo Rosselli: «Carlo era un idealista ma al tempo stesso uno studioso pragmatico, un economista che tra i primi si era avvicinato alle teorie di Keynes e che era andato ad aggiornarsi alla London School e alla Fabian Society assieme a Gaetano Salvemini e a Enrico Sereni. La sua ricerca di una terza via, lontana dalla programmazione rigida del comunismo e allo stesso tempo dal corporativismo fascista, non era affatto astratta, ma si nutriva dei più moderni contributi europei. E la stessa critica di Croce, di inconciliabilità tra liberalismo e socialismo, è contraddetta dalla storia: il liberalismo non è né soltanto etica né soltanto economia».

«Certo – aggiunge Ciuffoletti -, dal punto di vista dei programmi si è chiuso un capitolo, la storia del vecchio stato sociale è conclusa. Lo dimostra in queste settimane la stessa sinistra vincente in Europa, da Tony Blair a Jospin. E anche il “socialismo liberale” così come lo concepiva Rosselli è superato. Resta viva la lezione del metodo». A questo proposito, secondo lo storico, sarebbe interessante fare una seria ricerca filologica sui testi. Così come è avvenuto per le opere di Gramsci, studiare le diverse stesure di un’opera così importante per il pensiero politico del Novecento.

(“Corriere della Sera” – 6 giugno 1997)

La rivoluzione “democratica” del partito di Azione non mi sembra che sia finita molto bene. Parri fu l’interprete più fedele, più intransigente, più conseguente della direttiva principale e centrale di Rosselli: la liberazione dal fascismo doveva essere opera del popolo italiano, doveva coinvolgere le classi popolari, doveva portare a compimento quel processo di rigenerazione nazionale rimasto incompiuto dal Risorgimento sabaudo-garibaldino.Il disegno della rigenerazione nazionale di una rivoluzione democratica si scontra col fronte della conservazione, con la destra monarchica, clericale, neo-fascista, massicciamente presente nel paese. Non avrà dalla sua parte le forze della sinistra, diretta da un partito comunista inserito in una strategia che ha a Mosca il suo centro.

Mi chiedo a proposito dell’ossimoro “riformismo-rivoluzionario”:

sotto questi due termini accoppiati insieme, sembra da Lombardi, c’è veramente un’idea nuova?

E se c’è qual’è?

copyright domenico fargnoli

 

Inviato il: 10 Apr 2006, 08:32 AM

Libertà ed uguaglianza…

vorrei arrivare a capire meglio queste due parole che rimandano a concetti che pare siano totalmente antitetici tra loro…

Ai miei tempi di militanza comunista mi era stato detto che il liberalismo aveva inteso la parola libertà come “libertà di” (parola, commercio, associazione, ecc.), e che invece il senso più profondo di tale parola era da ricercare nel concetto di “libertà da” (riprendo la citazione di Alogon da “La Questione Ebraica” di Marx: «L’uomo non venne perciò liberato dalla religione, egli ricevette la libertà religiosa. Egli non venne liberato dalla proprietà. Ricevette la libertà della proprietà. Egli non venne liberato dall’egoismo dell’industria, ricevette la libertà dell’industria»).

Mi si disse che il comunismo voleva costruire un mondo più giusto, e pertanto che l’accento doveva essere posto sul concetto di uguaglianza. Il collettivo doveva prevalere sul singolo.

Implicito il corollario a questo ragionamento: perché l’uomo è egoista, e non può essere lasciato libero di agire senza controllo.

La libertà, la sinistra…a questo punto ho le idee un po’ confuse, vorrei cercare di capire meglio.

Perché nel periodo immediatamente successivo alle rivoluzioni c’è sempre un momento di effervescenza culturale, di sperimentazione artistica?

E perché poi si spenge?

Penso che non sia scorretto affermare che il concetto di arte è collegato alla parola libertà. Libertà dell’artista, del singolo.

Penso in particolare al periodo post rivoluzionario in Unione Sovietica: nel 1923 Majakovskij fondò la rivista «LEF» ,(sic!), ovverosia il Fronte di sinistra delle arti: Levyj Front Iskusstv, che fece conoscere le nuove esperienze nel campo della letteratura, delle arti, del cinema, del teatro.

Nella redazione entrarono letterati e artisti di ogni tendenza nell’ambito delle avanguardie post-rivoluzionarie, e soprattutto futuristi e costruttivisti (tra i collaboratori, per fare solo alcuni nomi, figurarono Pasternak, Ejzenstein, A.M. Rodcenko).

Nel 1927 nasce “Nuovo LEF.

Nella redazione si fece strada la teoria della “letteratura del fatto” o “fattografia”, che si opponeva alla letteratura “inventata”. In questo dibattito Majakovskij si trovò in disaccordo e uscì dalla rivista, che chiuse pochi numeri dopo.

Nel 1930 Majakovskij si tolse la vita sparandosi al cuore.

Mi rendo conto dei limiti della ricerca di Majakovskij (per fare un esempio, il suo tentativo di costruire un’arte funzionale senza “psicologismi estetizzanti”, o il suo essere religioso, ecc.), ma comunque un tentativo di ricerca c’è stato…

E’ stato possibile solo perché l’apparato dirigente del nuovo governo sovietico non era ancora in grado di controllare burocraticamente ed appiattire la ricerca artistica? Può essere, ma da sola questa spiegazione non mi basta, mi sembra un po’ riduttiva di un problema assai più complesso…

Alogon            

Inviato il: 12 Apr 2006, 09:16 PM

QUOTE (celia [omonimia di utente reg.)

,10 Apr 2006, 08:32 AM]

Perché nel periodo immediatamente successivo alle rivoluzioni c’è sempre un momento di effervescenza culturale, di sperimentazione artistica?

E perché poi si spenge?

….arte e rivoluzione….

o meglio l’arte è rivoluzione?

E’ una rottura totale con il passato?

Forse l’arte consente una separazione “creativa” da quanto era in precedenza nella mentalità e nella cultura , senza violenza….

copyright domenico fargnoli

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 13 Apr 2006, 08:29 AM

Piazza Amendola,ex Piazza d’armi, il Provveditorato agli Studi….quindi lo spazio in cui è posta un’opera d’arte ,il tempo della sua collocazione,la cultura che sta dietro la sua realizzazione,sono un momento importante!.”Nascita con colore “.

Alogon            

Inviato il: 13 Apr 2006, 09:06 AM

Arte come rifiuto della violenza.

Discorso complesso. Non so se addentrarmici…alcuni danno segnali di insofferenza nei confronti di queso forum…torniamo ai discorsi psichiatrici, dicono.

Perchè fino ad ora di cosa abbiamo parlato?

Dobbiamo finirla qui questa discussione?

Ai partecipanti la decisione….

copyright domenico fargnoli

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 13 Apr 2006, 12:09 PM

Se gli stimoli continuano ad esserci perchè finire una discussione che altrimenti si sarebbe esaurita da sè?

Phoenix            

Inviato il: 13 Apr 2006, 12:24 PM

Credo che la valenza del forum tutto ed in particolare della discussione che attualmente viene vista centinaia di volte al giorno sia oggettiva.

Tra l’altro, questa discussione non mi sembrerebbe scritta in cinese, mi pare invece che sia chiara e scorra in maniera estremamente fluida. Aggiungo che i contenuti in essa presenti non sono obiettivamente soltanto citazioni storiche, tutt’altro, le rielaborazioni su esse svolte credo si possa dire che siano di elevato interesse e soprattutto non si svincolano mai da un denominatore comune che è la ricerca sulla realtà umana e le risposte che si tentano di dare al corso di alcuni eventi storici (tra l’altro di portata epocale) si basano, mi viene da dire ovviamente e inevitabilmente, appunto su tale forma di ricerca.

Forse è verò, il forum si è trasformato, ma appunto trasformato in qualcosa di nuovo e diverso, senz’altro meglio. Il forum aveva il presupposto scritto di occuparsi solo del rapporto tra psichiatria ed arte, invece si è evoluto e ampliato.

Alogon            

Inviato il: 13 Apr 2006, 12:49 PM

…La vera arte, cioè quella che non si accontenta di variazioni su modelli prestabiliti, ma si sforza di esprimere le esigenze più profonde dell’uomo e dell’umanità, non può non essere rivoluzionaria, cioè non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società…l’opposizione artistica è oggi una delle forze che possono utilmente contribuire alla rovina dei regimi in cui si annulla la dignità umana. …

copyright domenico fargnoli

 

Guest            

Inviato il: 13 Apr 2006, 01:54 PM

QUOTE (Alogon @ 13 Apr 2006, 09:06 AM)

Arte come rifiuto della violenza.

Discorso complesso. Non so se addentrarmici…alcuni danno segnali di insofferenza nei confronti di queso forum…torniamo ai discorsi psichiatrici, dicono.

Perchè fino ad ora di cosa abbiamo parlato?

Dobbiamo finirla qui questa discussione?

Ai partecipanti la decisione….

Personalmente credo che gli argomenti trattati siano di grande importanza e che vengano qui elaborati in maniera tutt’altro che superficiale e forse, addirittura, in un modo tutto nuovo, mi sembra che la partecipazione eterogenea e massiva a questa discussione lo dimostri.

Guest            

Inviato il: 13 Apr 2006, 02:01 PM

Mi trovo per la prima volta a scrivere su questo forum…mi viene da chiedermi perché proprio adesso?

Voglio semplicemente aggiungere la mia voce agli interventi di fiore e Phoenix, con i quali sono perfettamente d’accordo; del resto mi pare che le altre discussioni abbiano avuto una loro conclusione “naturale” più che per assenza di stimoli direi per avere raggiunto una elaborazione compiuta.

Trovo dunque che interrompere adesso la discussione sui diritti umani sarebbe una forzatura grave…c’è piuttosto da chiedersi perché questa richiesta. E’ così insostenibile l’immagine della realizzazione collettiva che sta dietro quest’ultimo tema di elaborazione ed in definitiva all’intero forum?

Personalmente ho trovato molte volte difficile seguire il filo della ricostruzione storica, ma ciò non mi ha tolto il piacere e l’interesse di leggere le elaborazioni che altri erano in grado di fare e trarre spunti di riflessione per la mia personale ricerca….alcuni interventi “stonati” non possono fermare il movimento non cosciente che ha portato il forum a trasformarsi in ciò che oggi leggiamo.

Per quanto riguarda il rapporto tra arte e rivoluzione sicuramente è un argomento complesso e non credo di avere basi sufficienti per svilupparlo appieno…mi viene però da pensare che il nesso forte tra le due stia nella parola trasformazione…. Qualcuno può aiutarmi a capire?

Emma            

Inviato il: 13 Apr 2006, 03:57 PM

Quando la società si trasforma, si trasforma anche l’arte che la rappresenta. Così fu l’arte romantica, d’ispirazione, del genio e sregolatezza fiorita nell’ottocento, nata quasi a rispondere a quel momento di forte razionalismo che era stato il secolo dei lumi, e poi, ancora, in risposta a questo momento di libertà del linguaggio artistico, il ritorno dei canoni, del neoclassicismo e in filosofia dei pensieri ‘forti’, basati su un estremo rigore logico, come quello hegeliano.

Ma sono movimenti, che seguono un percorso lento, una crescita da-a.

Quando questi ‘rivolgimenti’ sono improvvisi, ‘violenti’, come può accadere in una rivoluzione politica, muoiono, o sono destinati al parossismo, come è accaduto alle bellicose dichiarazioni d’intenti del futurismo dell’italietta fascista e pre-fascista.

D’altronde è vero anche che sono sempre esistiti artisti, che hanno visto oltre, creando linguaggi nuovi, e che sono stati scoperti solo nel tempo, probabilmete nel momento in cui il loro messaggio era diventato comprensibile, e divulgabile ai più.

E’ come se politica e umanità non si fossero mosse mai ad un unico tempo.

E quando anche, come è accaduto in Russia durante la rivoluzione e in misura minore anche in Italia alla fine della seconda guerra mondiale, alcuni artisti si sono volontariamente assoggettati ad un’arte ‘politica’, ad uso e consumo delle idee di ugualianza e libertà, i risultati non sono stati in verità eccellenti.

Si ritorna al discorso che una rivoluzione non può essere solo politica, ma sopratutto umana.

E mi torna in mente, quel film girato in super otto da un giovanissimo Moretti (per quanto non sia una sua spassionata fan), in cui il protogonisa chiede ripetutamente: <<Ma quando ci sarà la rivoluzione socialista? quando? Ed io, potrò vederne almeno un pezzettino?>>

Guest            

Inviato il: 13 Apr 2006, 04:31 PM

sicuramente non diro’ nulla di nuovo rispetto a fiore,phoenix e guest in risposta ad alogon ma da “seguitrice” della discussione mi permetto di dire che questo forum da sempre si muove in modo nuovo e in continua trasformazione e in questa ultima discussione in modo ancora piu’ forte e significativo….e…a mio avviso si toccano eccome argomenti psichiatrici….

bice            

Inviato il: 13 Apr 2006, 10:04 PM

Collegandomi all’intervento iniziale di fiore, confesso che mi sono chiesta se fosse possibile stabilire un possibile nesso, anche se solo simbolico, tra l’installazione in uno spazio pubblico di un’opera che si propone di rappresentare i contenuti di una ricerca che crede nella trasformazione della realtà umana e la contemporanea affermazione da parte della nostra società dell’esigenza di un cambiamento. Ho appreso del sorpasso anche al Senato pochi minuti prima della sua inaugurazione.

Il tema arte e rivoluzione mi sembra veramente complesso e di estremo interesse. In particolare perché propone nuovamente, anche se all’interno di un ambito specifico, il tema del rapporto tra personale e collettivo, pubblico e privato.

L’arte, mi sembra affermi Alogon, può contribuire anche in maniera determinante ad un processo di trasformazione. Penso sia implicito che ciò possa essere possibile solo se fa riferimento ad una teoria, ad un pensiero; ad un pensiero sull’uomo che è in continuo sviluppo e che può diventare ricchezza collettiva. Credo che in questo senso questo forum sia uno strumento di notevole importanza.

Alogon            

Inviato il: 17 Apr 2006, 08:38 AM

L’oggetto artistico è seducente: però dietro l’apparente bellezza dell’immagine bisogna cogliere la realtà umana che c’è a monte. E se questa realtà è falsa allora non siamo di fronte a niente di “rivoluzionario”.

L’arte come negazione, come occultamento dell’immagine dell’altro è violenta, propone il fallimento.

Tu artista hai compiuto veramente un percorso di trasformazione? Una nascita? Oppure ti proponi per nascondere quella degli altri?

Bisogna stare molto attenti e stabilire una dialettica con quanto ci viene proposto come “estetica”.

Il ritratto di Majakosky con la camicia gialla : Malevic. Il dramma della rivcluzione che fallisce nei contadini-automi senza volto.

Il dramma di sempre della fantasia negata, della speranza che abortisce riproposta ed immortalata nei colori e nelle tele.

Forse però l’arte potrebbe alludere ad un ‘umanità diversa che non è quella dei soliti perversi che ci vogliono propinare i loro fallimenti come se quella fosse l’unica possibilità di ciascuno: abbellire la sconfitta , renderla più gradevole ed accettabile copyright domenico fargnoli

 

Salvador            

Inviato il: 17 Apr 2006, 10:00 AM

Non ho ben chiari i motivi che spingono il moderatore a chiedere ai partecipanti al forum se sia il caso di chiuderlo o meno, ma, nel dubbio, preferisco anticipare una questione che avrebbe richiesto ancora un po’ di tempo di riflessione, vista la difficoltà nel reperire i materiali. Mi riferisco all’intervento di Alogon su Riccardo Lombardi, che si concludeva con:

“Mi chiedo a proposito dell’ossimoro “riformismo-rivoluzionario”:

sotto questi due termini accoppiati insieme, sembra da Lombardi, c’è veramente un’idea nuova?

E se c’è qual’è?”

Cercherò, col materiale raccolto, di inquadrare un po’ meglio questo personaggio politico che, pur rimanendo un po’ nell’ombra, ha percorso e caratterizzato le vicende politiche italiane almeno dalla Resistenza fino alla sua morte, avvenuta nel 1984. Questa esigenza di chiarezza, oltre ad essere stata stimolata dall’intervento suddetto, mi è sorta anche in relazione all’enorme successo che sta riscuotendo il suo pensiero in buona parte della sinistra, da Occhetto a Bertinotti, e che, oltre ad essere stato citato più volte da Fagioli, si è visto dedicare due ravvicinati articoli su LEFT a firma di Carlo Patrignani. E proprio da questi pensavo di partire, perché, avulsi dalla vita e da una visione un po’ più ampia del suo pensiero, rischiano di farne un nuovo mito della sinistra un po’ troppo astratto.

Lombardi nacque in Sicilia all’inizio del novecento, da una famiglia di estrazione borghese e ricevette un’educazione conseguente, molto severa e religiosa. Fra il ‘19 e il ‘20 aderì al Partito Popolare, per poi passare, qualche mese dopo, nel Partito Cristiano del lavoro, fondato dall’ala sinistra del Partito Popolare. Gli anni venti, col fascismo, lo videro avvicinarsi al partito comunista, mentre negli anni trenta se ne distaccò per avvicinarsi al gruppo di Giustizia e Libertà fino al ’42, quando entrò nel gruppo dirigente del neonato Partito d’Azione. Fu, con questo partito, fra le menti più all’avanguardia della resistenza e nel dopoguerra ricoprì ruoli istituzionali di primo piano fino al ’47, con lo scioglimento del partito d’azione e l’adesione al partito socialista. In questo partito, pur su varie posizioni, resterà fino alla fine.

Per tornare agli articoli su Left ed in particolare al secondo, alcune citazioni, tipo quella in cui Lombardi afferma che “vogliamo un certo tipo di benessere (…) quello che domanda più cultura, più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o apprezzare Picasso…” è tratta da un famoso discorso tenuto al salone Matteotti di Torino il 1° maggio 1967. Il discorso è interamente dedicato alla politica economica della programmazione (da attuarsi con la famosa politica del Piano) che, secondo Lombardi, poteva essere lo strumento per attuare quell’opera riformatrice che avrebbe permesso la trasformazione della società. Ma, si badi bene, non programmazione fine a sé stessa, bensì guidata, in certi settori piuttosto che in altri, da scelte pubbliche coscienti. Quindi una programmazione che lui pensava dovesse essere mirata agli aspetti qualitativi e non quantitativi, intendendo con ciò che non dovevano essere le scelte imprenditoriali (pubbliche o private) a decidere gli interventi di politica economica, bensì “scelte collettive dirette a stabilire quali sono i settori da muovere, quali i settori da reprimere, (…) per l’inizio di una scelta qualitativa, di una programmazione democratica e socialista.” Qui stava, a suo avviso, la differenza fra un politica riformista, che identificava con il vecchio modello, ed una politica riformatrice che doveva invece nascere da questo tipo di approccio. Ed affermava “I socialisti vogliono la società più ricca perché diversamente ricca: è il tipo di benessere, il tipo cioè di consumi che noi vogliamo cambiare, sono veramente le basi delle aspirazioni e delle preferenze e delle soddisfazioni da dare a queste preferenze che noi vogliamo cambiare, perché il socialismo è un progetto dell’uomo, soprattutto, è un progetto dell’uomo diverso, che abbia bisogni e trovi il modo di soddisfare questi bisogni.” E subito dopo “a sinistra è chi crede che sia possibile cambiare il mondo; la destra è quella che non crede che sia possibile cambiare il mondo o che ne valga la pena. Noi siamo socialisti perché crediamo possibile cambiare il mondo. Agli amici cattolici ricordo che c’è tutta una scuola loro, quella che fa capo ad alcuni economisti quali il Perroux, che si fonda proprio su questo, su un progetto dell’uomo; un’economia che sia al livello di una riforma dell’uomo, questo è veramente un terreno morale prima che politico, su cui ci si può largamente incontrare.” Infine “la scelta che abbiamo fatto noi socialisti e che, devo dire, abbiamo finito di imporre a tutti, è quella della modifica, della rivoluzione attraverso le riforme di struttura.”

In questo contesto si situa la citazione di Left. Da tutto ciò mi sembra evidente quanto possa essere fuorviante mostrare un Lombardi attento alle esigenze dell’uomo tout court, senza prima dire che, intanto le qualificava come bisogni e poi che, comunque, venivano dopo la trasformazione economica. L’impostazione, pur con le enormi differenze, non si discosta molto dal metodo marxista di cambiare prima l’economia e poi l’uomo sarebbe cambiato di conseguenza. Nei suoi scritti non si trova nessun accenno a trasformazioni del pensiero ed infatti non fa nessuna differenza fra sinistra cattolica e laica, puntando essenzialmente sui risultati economici. In una lettera del ’45, subito dopo la guerra, scriveva: “Compito perciò di un partito rivoluzionario moderno è quello di contribuire a rompere le formazioni politiche tradizionali, attirando sul terreno progressista tutte le forze democratiche che esistono prigioniere anche nei partiti più conservatori e respingendo gli elementi reazionari che esistono anche nei partiti più estremisti.”

Quindi, sul punto “riformismo-rivoluzionario” mi sentirei di dire che Lombardi intende esattamente quel che dice, cioè la sua rivoluzione passa dalle riforme strutturali fatte “con l’automobile in corsa” ma sempre ed esclusivamente partendo dal campo economico. Quindi, sempre rimanendo al discorso del ’67, “riforma della legge sulla fiscalità, (…) l’eliminazione di alcune forme di rendita, (…) la legge sulla società per azioni (…)” in modo da modificare qualitativamente la società attuale e traghettarla pacificamente in quella società democratica e socialista che aveva in mente.

A conferma di tutto quello fin qui detto, voglio riportare alcuni stralci di una lettera che il radicale Spadaccia Gianfranco scrisse a Lombardi il 28 novembre 1975, in risposta ad affermazioni fatte da Lombardi stesso in un convegno della sinistra socialista sul tema della condizione femminile. Purtroppo non sono riuscito a trovare gli atti di questo convegno e quindi non disponiamo delle parole usate da Lombardi, ma quello di cui viene accusato penso non lasci adito a dubbi.

“Caro Riccardo, ho ascoltato con notevole stupore le tue affermazioni sull’aborto in tutta la prima parte del tuo intervento (…) Affermazioni tanto gravi da far pensare e sospettare a chi non ti conoscesse di trovarsi di fronte ad altri Lombardi ugualmente ma tristemente noti e non a te. Alcuni esempi che hai portato, in difesa della tesi di Signorile (Beethoven, quinto figlio di una famiglia di tarati, tutti nati malformati o handicappati anche mentalmente), appartengono insieme alla paccottiglia di una cultura positivistica da socialismo di altri tempi e all’armamentario tradizionale del terrorismo clericale. (…) Ce n’è stata una di interesse più immediato, riguardante il referendum sull’aborto. In polemica con il compagno Franco Roccella tu hai detto che non si può fare di questo problema politico e sociale l’occasione di uno scontro fra cultura cattolica e cultura laica e socialista. A differenza che per il divorzio, con l’aborto non sarebbero in gioco i problemi di laicismo: in questo campo infatti le obiezioni e i dubbi di cui i cattolici sono portatori non interpretano soltanto la coscienza religiosa ma investono problemi che sono comuni anche alla morale laica e umanistica: quelli del “diritto alla vita”. Hai sfoderato perfino la polemica sulla vita in potenza e la vita in atto (…) Hai detto che per dei socialisti l’aborto va affrontato soltanto sul piano pratico, nei suoi aspetti di ingiustizia di classe. Con ciò liberandoti e gettando nella spazzatura non solo la tematica del diritto all’aborto e dell’intera tematica della liberazione femminile ma anche di uno dei due termini che nella lotta per l’aborto ci uniscono ai socialisti (aborto libero e gratuito).”

E allora, come sta insieme tutto ciò con quel che disse nell’ultima intervista della sua vita, che “una società socialista è quella nella quale a ciascun individuo sia data la massima possibilità di influire sulla propria esistenza e sulla costruzione della propria vita.”?

Difficile, se non, come dicevo prima, pensando che suo interesse principale sia stato l’aspetto economico della vita umana. Solo dopo sarebbe venuta la possibilità di godersi Dante o Picasso, ma anche qui in maniera abbastanza magica, senza una seria riflessione a monte. Quando affermava di non voler sentir parlare di psicologia, forse intendeva proprio non tanto la psicoanalisi freudiana e derivati, quanto, in maniera un po’ superficiale, l’esistenza nell’uomo di una parte non cosciente diversa e opposta alla ragione. Chissà se addirittura non credeva nell’esistenza dell’anima…

Quesiti, domande che, senza niente togliere all’”onestà”, alla rettitudine, alla caparbietà ed all’intransigenza di un uomo che per certi versi è stato unico nella storia politica italiana, servono per muoversi con più cautela nei confronti di una sua acritica riscoperta.

Alogon            

Inviato il: 17 Apr 2006, 04:07 PM

Quelle di Salvador sono precisazioni importanti: bisogna tenere gli occhi aperti e reagire prontamente ad ogni minimo “suono” sbagliato. Sia che riguardi la politica o l’arte . Non bisogna temere di aggiustare il tiro e di esercitare la propria capacità di critica forti della propria onestà e correttezza.

Se qualcuno poi ne sa più di noi ben venga: a me piace imparare da tutti coloro che dimostrano intelligenza e capacità. Anzi: queste persone le vado a cercare

copyright domenico fargnoli

bice            

Inviato il: 18 Apr 2006, 08:01 PM

Non si può negare che anche l’artista abbia una responsabilità precisa nei confronti della società a cui si rivolge e debba porsi il quesito del significato del proprio lavoro; non può permettersi di sedurre per ingannare ed è giusto che si esponga alle critiche degli altri, in particolare di coloro che riescono a leggere il latente dietro ad ogni immagine.

E’ ovvio che le buone intenzioni da sole non bastano. Certezze è difficile averle….spero, però, che, dopo anni ed anni di cimento e lotta contro la malattia mentale, un tentativo di rappresentazione di un contenuto di nascita possa essere espresso nel modo più “onesto” possibile.

La nascita, di per sé “struttura instabile”, credo esprima al più la speranza per una trasformazione totale di sé.

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 18 Apr 2006, 08:22 PM

L’ultimo intervento di Alogon sul discorso dell’arte suscita un interesse e una voglia di conoscenza molto forti..la bellezza dietro l’immagine,arte per un’umanità diversa ,arte e nascita ,arte e fallimento.Non ho conoscenze in questo campo per cui possa dare un contributo con riferimenti particolari per un percorso di discussione,però mi capita che sono più attenta a cogliere nel quotidiano quello che forse prima non mi avrebbe suscitato interesse ed interrogativi.Aprendo il blog di “Segnalazioni” ho visto in prima pagina l’immagine del quadro del Correggio “Zeus e Io” con la citazione dal libro 1 de “Le Metamorfosi “di Ovidio e mi sono chiesta come mai questa scelta…arte come linguaggio ,come messaggio.Metamorfosi come trasformazione?

Alogon            

Inviato il: 19 Apr 2006, 04:28 PM

Purtroppo non conosco nel dettaglio il motivo della citazione del Correggio: qualcuno è informato?

copyright domenico fargnoli

bice            

Inviato il: 19 Apr 2006, 10:17 PM

Si può eliminare quel carattere instabile, oscillatorio forse, dovrei aggiungere, ambiguo della nascita?

E’ necessario liberarla da ogni negazione e violenza per poterla costantemente riaffermare, “rinsaldare” e far sì che possa costituire la base, la piattaforma per una possibile completa trasformazione.

….

Raggiungere l’originalità..la nascita può non bastare.

Potrebbe tutto ciò trovare un nesso con il legame tra arte, ma io aggiungerei anche psichiatria e rivoluzione?

Alogon            

Inviato il: 20 Apr 2006, 07:41 AM

Ciò che caratterizza più di ogni altra cosa l’arte è la libertà:libertà dalla coazione a ripetere quindi dalla malattia. La rivoluzione artistica non è un percorso circolare od ellittico che torna sul punto di partenza (l’eterno ritorno) ma una sinusoide, una spirale che può portarci dove non siamo mai stati.

Potenza dell’immagine, della fantasia che prefigura un’utopia concreta: quanto non c’è ancora ma che potrebbe essere comunque nelle nostre possibilità realizzare.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 24 Apr 2006, 10:18 PM

La discussione del forum. Parole. Ma cosa c’è dietro le parole?

Ho l’impressione che quanto facciamo, apertamente, disinteressatamente con l’aiuto di chi è disponibile sia importante.

Al momento attuale ho una certezza di ciò. Fra tante comunicazioni significative dirò che ho ricevuto una lettera, molto gradita, di una ragazza che mi fa capire la responsabilità che abbiamo a dire ciò che diciamo in questo modo: solo ora mi rendo conto appieno di questo aspetto, dopo anni che “modero” il forum di “Senzaragione”

Ho cominciato così senza sapere esattamente cosa sarebbe venuto fuori, fra lo scetticismo, forse giustificato di molti.

Un’altra persona mi ha parlato di un suo problema molto serio.

Ho avuto il sentore che sapesse che potevo ascoltarlo: io usavo internet in un modo diametralmente opposto al suo.

Anche questa è una conquista, è una libertà. Libertà di comunicare, di interagire, cercando ad ogni costo di non ledere e di non confondere.

Per me l’interazione è un’esigenza, un valore.

Qualcosa per il quale ho lottato e che vorrei difendere….

potrei raccontare moltissime storie, non so se “belle” o “brutte” e molti non mi crederebbero…forse si spaventerebbero…

però oggi racconto una storia che è una speranza….

non nascondo che non è stato facile…

molti non me lo perdonano e vorrebbero che fossi stato sempre perfetto.

Ma nella perfezione è nascosto il sacro, il divino, non l’umano.

Mi negano, queste persone, la trasformazione, il divenire, l’essere attuale che dà un senso a ciò che ero prima.

Forse un giorno cercherò un linguaggio per esprimere esperienze molto complesse, oltre a ciò che sto già facendo.

Sicuramente avrò bisogno dell’arte, mi appellerò alla capacità di comunicare,

di “toccare” profondamente. Sento che per me questo tempo è giunto di nuovo.

La storia la filosofia, la politica che pure sono grandi interessi è come se non mi bastassero più

……………la profondità misteriosa di un “haiku” invece mi attrae…

Una lieve pioggia cade

senza rumore sul muschio-

quanti ricordi del passato! (Buson-1715-1783)

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 26 Apr 2006, 02:13 PM

…L’individualità può dispiegarsi autenticamente come individualità soltanto in un campo comune di attività, nel campo della creazione scientifica e (artistica?) collettiva.

L’isolamento dello scienziato od artista individualista genera il delirio d’una divina totalità per cui le conoscenze di uno sarebbero le conoscenze di tutti.

La cooperazione implica invece che ciascuno di noi sappia organizzare le proprie conoscenze, capacità e facoltà contando su un appoggio totale dei suoi “compagni”.

Soltanto un individuo che vive in un atmosfera di relazioni tra gli individui come individui ( e non come cose) ha un pensiero di carattere universale.

Il limitato sviluppo di uno diventa il limitato sviluppo di tutti gli altri.

L’ universalità può manifestarsi soltanto come libertà, come libera creazione.

La libertà autentica è la necessità di esprimere creativamente la propria natura sociale.

La necessità dello sviluppo della società esige lo sviluppo della libertà dell’individuo….

…la cooperazione scientifica non è alcunchè di ostile all’individualità…

….l’interazione inconsapevole degli artisti non è alcunchè di ostile all’individualità…

e se noi cercassimo di “creare” partendo da questi presupposti?

la trasformazione radicale è quella che trasforma l’individuo unilaterale in un individuo universale.

La cooperazione creativa rende ciascuna delle menti che vi partecipa l’una la continuazione dell’altra…

ha ancora un senso l’affermazione che segue?

:<< Solo nella comunità con altri ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni, solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale…>> (Marx Engels- L’ideologia tedesca)

Se un senso la frase non lo ha perchè?

…sono curioso delle risposte ma anche di chi le formulerà direttamente od indirettamente…

vediamo

copyright domenico fargnoli

 

Emma            

Inviato il: 26 Apr 2006, 03:30 PM

Sono pienamente d’accordo con Alagon, e la frase citata alla fine del suo ultimo intervento, a mio parere, non solo ha un senso, ma racchiude anche IL senso.

Il senso della vita stessa, che non può essere individuale: chiudersi nella propria torre d’avorio, per quanto bella, non può che essere, in ultima analisi, sterile e improduttivo, e un luogo dove il seme della malattia fiorisce con facilità, perchè non ci si confronta che con se stessi, si percorrono sempre le stesse vie, incapaci di crearne altre e finendo per perdersi in quel labirinto da cui senza Arianna, neanche Perseo sarebbe riuscito a districare.

Forse è lo stesso motivo per cui molte persone trovano di grande rilevanza l’esistenza di questo furum, anche senza saperne spiegare appieno le ragioni.

Un confronto aperto, sincero, che si sforza di non essere mai distruttivo ma sempre teso verso una ricerca che sposta i suoi obiettivi nel corso del tempo, seguendo una corrente di pensieri che non ha un’origine precisa, ma “collettiva”….

 

fiore

Inviato il: 26 Apr 2006, 08:52 PM

Non so se ho afferrato bene il discorso ma il pensiero è andato all’ultimo articolo di Massimo Fagioli “Le tre carte” …”Libertà, fraternità ,uguaglianza ..la necessità di fare una ricerca,di trovare pensieri nuovi,leggere la storia di Marx e del comunismo in un modo nuovo. Studiare il rapporto del comunismo e di Marx con le tre parole misteriose.”Forse incosciamente questa trasformazione è già in atto,ma senza un cambiamento reale nella realtà umana.

Alogon            

Inviato il: 27 Apr 2006, 07:53 AM

La questione è piuttosto complessa.

Scriveva Marx.

<<L’educazione dei cinque sensi è un’opera di tutta la storia del mondo fino ad oggi>>

(Manoscritti economico-fiolsofici)

Lo sviluppo dl senso artistico libero dal bisogno sarebbe legato al progressivo emergere di caratteristiche umane nell’ambito del vivere sociale.

La storia del mondo non sarebbe altro che la possibile generazione dell’uomo e quindi anche della sua sensibilità tramite il rapporto umano

Con l’emergenza del senso del bello sarebbe stato prodotto non solo un oggetto artistico ma si sarebbe creato anche un pubblico capace di godimento estetico, si sarebbe creato non solo un oggetto per il soggetto ma anche un soggetto per l’oggetto.

Arte, creatività come libertà.

Trasformando i rapporti sociali alienati l’uomo produrrebbe l’uomo cioè se stesso e l’altro uomo.

Il rapporto sociale è esitenza soggettiva della società che implica la determinatezza dell’individuo, l’organo dell’individualità, il corpo umano.

Se però è legittimo pensare ad uno sviluppo storico della sensibilità nell’ambito di situazioni di rapporto interumano, ad una sua graduale “liberazione” non lo è altrettanto pensare ad una “produzione” ad una generazione di essa tramite la soppressione del lavoro alienato e soprattutto della proprietà privata. E’ falso che la modificazione puramente materiale dell’esistenza si rispecchi automaticamente con un riflesso positivo nella coscienza.

Non entro in tutta la profonda analisi che di questo rapporto fra struttura e sovrastruttura troviamo in Gramsci salvo che per riportare una sua frase

<<La pretesa ( presentata come postulato essenziale del materialismo storico) di presentare ed esporre ogni fluttuazione della politica e dell’ideologia come espressione immediata della struttura deve essere combattuta teoricamente come un infantilismo primitivo (…) Gramsci- il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce)

Gramsci parla di “catarsi” cioè di passaggio dal momento meramente economico ( o egoistico passionale !?) al momento politico. Catarsi sarebbe l’elaborazione della struttura nella sovrastruttura, passaggio dall’oggettivo al soggettivo e dalla “necessità” alla “libertà”

A proproposito però del primitivo: bisogna constatare che l’immagine artistica è già presente nell’uomo primitivo con un riconosciuto livello estetico e grande potenza espressiva che non ha nulla a che invidiare a quella degli artisti moderni.

Come faceva l’uomo delle caverne ad aver sviluppato la sua sensibilità agli albori del processo storico e dell’evoluzione sociale?

Con l’inizio improvviso delle prime straordinarie espressioni artistiche sulle pareti delle caverne l’uomo paleolitico esprime la sua idea e la sua concezione magico-religiosa del mondo ed il “progresso” storico subiusce un’improvvisa accelerazione.

Come dire che che è la sensibilità artistica, il rapporto irrazionale con la realtà fuori dalla razionalità del bisogno a determinare lo sviluppo umano. E’ il fare, il lavoro umano che ha generato l’idea, l’immagine interiore o è l’emergere di quest’ultima che si è accompagnata all’atto di scheggiare la pietra , alla produzione dei primi manufatti, alla capacità di tracciare le prime linee, all’intuizione geniale di non arretrare di fronte al fuoco?

Si può formulare l’ipotesi che l’ideazione artistica sia all’origine dell’umanizzazione?

La creatività e con essa la libertà esistevano fin dall’inizio? fin dalla nascita dell’uomo?

copyright domenico fargnoli

bice            

Inviato il: 30 Apr 2006, 02:09 AM

Vorrei cercare non tanto di rispondere ma per lo meno di collegarmi ad alcuni dei quesiti posti da Alogon che tra l’altro formula delle ipotesi che mi attraggono profondamente.

A proposito dell’espressione artistica nell’uomo primitivo, mi chiedo, come altri prima di me, perché essa sia apparsa, stando alle testimonianze, in maniera improvvisa in spazi e luoghi distanti tra loro ad un certo momento dell’evoluzione sociale dell’uomo, circa 35.000 anni fa, preceduta da oltre due milioni di anni di produzione di utensili in pietra. Sarebbe stato quindi l’emergere di un modo diverso di costruire la socialità, mi verrebbe da ipotizzare anche di vivere il rapporto uomo-donna, a determinare uno sviluppo della sensibilità che si sarebbe poi materializzato nella creazione artistica? Ma questo processo come si è verificato? E’ difficile attribuirlo a mutazioni di fattori esterni, ambientali, climatici che abbiano favorito il determinarsi di condizioni di vita e quindi di socialità diverse perché non sembra che quelle dell’uomo Sapiens fossero così dissimili da quelle dei suoi predecessori più diretti.

Immaginandosi di calarsi nei vasti spazi oscuri delle caverne sarebbe forse difficile pensare che le stupende immagini che ne ricoprono le pareti siano frutto di un unico “genio creativo” come sembrerebbero attestare le innumerevoli impronte di mani che talvolta ricoprono intere pareti. Mi viene da chiedermi se non fossero frutto di un lavoro collettivo, se l’immagine dell’artista genio isolato, incompreso non esistesse agli albori della storia dell’uomo.

Leggo nel precedente intervento di Alogon: “(….) …l’interazione inconsapevole degli artisti non è alcunché di ostile all’individualità….” (…) “ e se noi cercassimo di “creare “ partendo da questi presupposti?”

Storicamente, gli artisti hanno coscientemente cercato di determinare tematiche ed intenti comuni attraverso le quali trasformare linguaggi e valori estetici. Abbiamo già affrontato, almeno in parte, in questo forum, i limiti ed anche il fallimento della “rivoluzione”artistica degli inizi del secolo scorso.

Nella realtà attuale, attraverso il riferimento ad una teoria sulla realtà umana che ha trasformato il senso della creazione artistica, la proposizione di Alogon assume un significato totalmente nuovo. Mi chiedo quale esiti creativi potrebbe determinare, quali forme potrebbe assumere. L’interazione inconsapevole tra artisti può avvenire anche prescindendo dal creare fisicamente insieme?

La cooperazione creativa presuppone un legame, un rapporto che non sia solo cosciente. Credo questo sia uno dei presupposti fondamentali……

Alogon            

Inviato il: 1 May 2006, 02:19 PM

il discorso sull’arte primitiva è in gran parte speculativo. Si possono fare tutte le ipotesi che si vogliono.

Però le grotte di Chauvet per es,. sono una realtà che dobbiamo tenere presente quando tentiamo di c)gliere “””L’essenza”. umana. Essenza idea appunto, come diceva ieril’altro Fagioli, nel momento del suo manifestarsi storicamente come un qualcosa di riconoscibile.

(…scrivo da una macchina in sosta in un parcheggio di Roma. E’ un modo singolare certamente di connettersi al forum!9

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fiore            

Inviato il: 1 May 2006, 06:24 PM

Mi sto rendendo conto ora ,più di prima, quanto sia importante il movimento di interventi della discussione di questo forum per il processo di conoscenza,ricerca,trasformazione e il suo rapporto con la ricerca sulla malattia mentale e la cura ad essa possibile,sulla necessità di un’ urgente teoria nuova per la sinistra , il rapporto con l’arte.Alla luce delle parole riferite da Alogon sull’essenza umana mi è ritornata in mente con una consapevolezza diversa la frase “studiare il rapporto del comunismo e di Marx con tre parole misteriose”Riporto una parte di un articolo trovato su internet relativo al materialismo storico…”In realtà si dice nell’”Ideologia tedesca”,gli uomini si distinguono dagli animali non perchè dotati di pensiero,bensì quando iniziano a produrre i loro mezzi di sussistenza: ciò che gli individui sono,dipende dalle condizioni materiali della loro produzione:questo è il presupposto basilare della concezione materialistica della storia.Marx non adopera più il concetto di essenza umana..” Una finestrella mi si aperta sulle responsabilità che ha anche il pensiero di sinistra nel contribuire all’assurdità del comportamento umano ..Ma non c’è rassegnazione,c’è ricerca per il cambiamento.Se l’essenza umana era già espressa dall’uomo preistorico con la sua espressione artistica ( l’arte è il fare senza utilitarismo, è comunicazione) cambia tutto ,in una dimensione più cosciente e collettiva,riguardo all’impostazione che ha condizionato a partire da Marx pensiero e agire umano,i presupposti della sinistra,dalla quale fortemente almeno una parte di persone vogliono fortemente il cambiamento.. perchè l’essenza umana ritrovata può veramente essere trasformativa.Allora anche le parole riescono veramente ad avere un valore diverso,essere “potenti”…l’importanza delle immagini:.Si sta veramente aprendo un nuovo mondo?

Guest            

Inviato il: 3 May 2006, 06:51 AM

🙄 penso che l’arte, quale espressione esteriore, materiale, dell’irrazionale dell’uomo, possa essere come un ponte che collega l’inconscio al razionale. L’arte non come cura ma come espressione esterna della cura. Così anche il racconto di un sogno. Il linguaggio razionale che racconta l’inconscio. Altro ponte di collegamento. L’uomo preistorico non aveva ancora il linguaggio ma solo l’arte. Questo mi fa riflettere e mettere in parallelo l’uomo primitivo con il bambino che ancora non parla.

Alogon            

Inviato il: 3 May 2006, 08:32 AM

penso che pitture così complesse come quelle della grotta di Chauvet richiedessero la collaborazione di un gruppo specializzato e quindi il linguaggio

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Alogon            

Inviato il: 3 May 2006, 03:12 PM

a proposito dell’essenza: Secondo Ariatotele a Socrate vanno attribuiti i ragionamenti induttuvi e le definizioni universali.

L’induzione va dal particolare al generale, coglie il carattere comune di un genere unico ( cane, albero). L’essenza è <<l’in sè>> cioè l’universale.

L’essenza è l’idea una e coerente, immutabile.

L’oggetto nella sua essenza viene colto attraverso l’esattezza del linguaggio e della definizione…

questo è il discorso razionale, la dialettica socratica…

nel considerare l’essenza,( il fondamento?) come irrazionale come idea non cosciente cambia qualcosa?

Qui vi voglio perchè questa domanda non può essere elusa: altrimenti facciamo solo delle trasposizioni, dal razionale all’irrazionale, dalla coscienza al non cosciente.

Sono convinto però che non sia così semplice come cambiare un’etichetta.

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celia [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 3 May 2006, 10:23 PM

Nel numero di Left del 28 aprile ho letto una serie di servizi giornalistici sulle violenze ai bambini da parte di ecclesiastici, e sono rimasta colpita da due articoli in particolare, uno che illustrava i documenti con i quali il Vaticano ha imposto il silenzio sui casi di abuso sessuale perpetrati da religiosi nei confronti di minorenni, l’altro (scritto da uno psichiatra) che offriva strumenti chiari, accessibili anche ai non addetti ai lavori, per cominciare a capire la psicopatologia dei preti pedofili, fenomeno diffuso ma del quale si preferisce non indagare mai a fondo, credo per un misto, da un lato, di orrore per la gravità dei fatti dei quali veniamo a conoscenza, dall’altra per una certa complicità inconscia con gli autori di tali reati, forse non in quanto pedofili, ma in quanto preti, sacerdoti, religiosi.

E mi sono chiesta: “cosa c’è, nella dottrina della Chiesa, che può portare a tanta perversione? E quali sono i meccanismi per i quali una società (nella quale si cerca di imporre i “valori” cattolici in modo martellante e continuo attraverso i mass media, la cultura dominante, le dotte disquisizioni tra “intellettuali”, siano essi di destra che (ahimè!) anche di sinistra, ecc.) costruisce a poco a poco questo tipo di…non saprei come definirla, forse una inerzia ed una insensibilità diffuse che, alla fine, si traducono in una vera e propria connivenza inconscia?”

Allora mi sono decisa ad affrontare una lettura che non mi è affatto consona, quella della Bibbia, per trovare un filo di ricerca su quali sono i “valori” sui quali si basa il cattolicesimo, ed ho cominciato dalle lettere di Paolo di Tarso, cioè di colui che prese la religione di un solo popolo, gli ebrei, riadattandola per convertirla in una religione universale, il cristianesimo.

Vale a dire, le parole scritte da quello che ha cominciato a porre le basi teoriche, dottrinali, concettuali e teologiche, del cristianesimo. Quello che nelle messe, dai pulpiti, è sempre tra i più citati.

Ed ho trovato delle “perle” che vorrei condividere con le altre persone che partecipano a questo forum, perché secondo me sono realmente…sconcertanti? agghiaccianti? illuminanti? Non so come definirle…

Comincio dal rapporto tra la “legge”, che comanda di non desiderare, ed il peccato che, eccitato e sedotto da quanto prescritto dalla legge (il buono), che gli impedirebbe di agire il male, si fa ancora più seducente e pericoloso per il povero peccatore (questo è il senso della prima frase, un po’ involuta):

“…il peccato, per manifestarsi peccato, per mezzo di ciò che è buono opera in me la morte, per diventare peccaminoso al massimo per mezzo del comandamento: sappiamo infatti che la legge è spirituale, io invece sono di carne, venduto schiavo del peccato. Non capisco infatti quello che faccio: non eseguo ciò che voglio, ma faccio quello che odio. E se faccio ciò che non voglio, riconosco la bontà della legge. Ora non sono già io a farlo, ma il peccato che abita in me. So infatti che non abita in me, e cioè nella mia carne, il bene: poiché volere è alla mia portata, ma compiere il bene no.Infatti non faccio il bene che voglio, bensì il male che non voglio, questo compio. Ora se faccio ciò che non voglio, non sono già io a farlo, ma il peccato che abita in me. Trovo infatti questa legge: che quando voglio compiere il bene, è il male che incombe su di me. Mi compiaccio della legge di Dio secondo l’uomo interiore, ma vedo una legge diversa nelle mie membra che osteggia la legge della mia mente e mi rende schiavo alla legge del peccato che sta nelle mie membra. Uomo infelice che sono! Chi mi libererà dal corpo che porta questa morte? Grazie a Dio per mezzo di Cristo nostro Signore! Dunque allora io stesso, da una parte con la mente servo la legge di Dio, dall’altra con la carne servo alla legge del peccato….”

(lettera ai Romani, 7, 13-25)

Credo che un prete pedofilo potrebbe leggere queste parole e sentirsi assolto da quello che, fino a poco tempo fa, per la Chiesa era solo un “peccato” e non un “reato”..

A proposito delle donne, del comportamento che devono tenere, del rapporto tra moglie e marito (l’unico possibile, anche se perfino quello non auspicato, perché la cosa migliore, per Paolo, è l’astinenza sessuale completa e assoluta):

“Riguardo poi alle cose di cui mi avete scritto: è cosa buona per l’uomo non avere contatti con donna; tuttavia, a motivo delle impudicizie, ciascuno abbia la sua moglie, e ogni donna il suo marito”

(prima lettera ai Corinzi, 7,1-2)

“…voglio che sappiate che capo di ogni uomo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio….L’uomo non deve coprirsi il capo, essendo immagine e gloria di Dio, mentre la donna è gloria dell’uomo. Perché non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare un segno di dipendenza sul capo…”

(prima lettera ai Corinzi, 11,3, 7-10)

“Le donne siano soggette ai loro mariti come al Signore, perché l’uomo è capo della donna come anche il Cristo è capo della Chiesa, lui, il salvatore del corpo. Ora, come la chiesa è soggetta al Cristo, così anche le donne ai loro mariti, in tutto.”

(lettera agli Efesini, 5, 22-24)

“La donna impari in silenzio, con perfetta sottomissione. Non permetto alla donna d’insegnare, né di dominare sull’uomo, ma voglio che stia in silenzio. Per primo infatti è stato formato Adamo, e quindi Eva. Inoltre non fu Adamo ad essere sedotto; la donna, invece, fu sedotta e cadde nel peccato. Tuttavia essa si salverà mediante la generazione dei figli, a condizione però di perseverare nella fede, nella carità e nella santità, con saggezza.”

(prima lettera a Timoteo, 2, 11-15)

Sulle vedove (cioè quelle donne che teoricamente avrebbero dovuto trovarsi ormai fuori dalla sudditanza verso i genitori prima, e verso i mariti poi) per le quali la Chiesa doveva valutare se erano degne di essere soccorse dalla comunità se indigenti, o di essere assunte al servizio della Chiesa (per quest’ultimo compito si parla del “catalogo delle vedove”):

“…quella che è veramente vedova, ed è rimasta sola, dimostra di avere riposto in Dio la sua speranza e attende con perseveranza alle suppliche ed alle orazioni, notte e giorno. Al contrario, la vedova che si abbandona ai piaceri, anche se viva è già morta. Questo pure tu richiederai loro: che siano irreprensibili. Se poi qualcuno non ha cura dei suoi, soprattutto di quelli di casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele.

Una vedova sia scritta nel catalogo delle vedove a condizione che non sia inferiore ai sessant’anni, sia stata moglie di un solo marito, abbia in suo favore la testimonianza delle buone opere: se educò i figli, se praticò l’ospitalità, se lavò i piedi ai santi, se venne in soccorso ai tribolati, se si dedicò ad ogni opera buona.

(prima lettera a Timoteo, 5, 5-10)

A questo punto, mi viene da chiedermi fino a che punto questa mentalità contorta, distorta, scissa, – che sta alla base della religione cristiana e cattolica –è riuscita a penetrare nella cultura dominante, fino a che punto la ritroviamo nella società che ci circonda, ma anche, in parte, dentro di noi?

A leggere queste frasi di Paolo di Tarso, ieri, mi veniva da sorridere, poi mi sono venuti in mente quegli illuministi e quei marxisti che per secoli hanno pensato di avere risolto il loro rapporto con la religione perché con essa avevano un rapporto razionale, perché avevano fatto una critica razionale alle “superstizioni” delle masse, e che- presuntuosamente – si sentivano sicuri di sé e della propria superiorità intellettuale, mentre in realtà non erano affatto immuni dall’alienazione religiosa (non so se è il termine giusto). E non mi è venuto più da sorridere.

Questa scissione folle tra materia/corpo da una parte (intesi come perversione ma anche come mondo irrazionale, percepiti nella donna e nel bambino, che diventano esseri da controllare e dominare) e tra spirito/ragione dall’altra (intesi come purezza, come coscienza, come maschio razionale), che si intravede in tutte le frasi citate, quanto ci riguarda? E quanto di questa ideologia è penetrato nella sinistra, nella sua storia, nella sua cultura? O meglio, quanto nella nostra storia, nella nostra cultura? Al di là, al di sotto, delle manifestazioni più eclatanti quali la pedofilia?

Alogon            

Inviato il: 4 May 2006, 03:51 PM

Ringrazio fiore che vorrebbe precisare il mio nome ma non è necessario..in questa sede

copyright domenico fargnoli

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 10 May 2006, 08:26 PM

Ho letto l’articolo riguardo “Psichiatria e case farmaceutiche” e le reazioni sono state molteplici;da una parte non mi sono stupita in considerazione della logica di mercato che fa ordinare agli stati decine di milioni di euro di antivirali (già pronti alcuni per essere ritirati dai mercati) per una ipotetica epidemia dell’influenza aviaria che probabilmente non ci sarà mai e della quale in ogni modo non si sa nulla della trasmissione sull’uomo e quindi degli antivirali e dei vaccini eventualmente efficaci (la trasmissione “Report” su RAI 3 di lunedì scorso ne parlava ampiamente) inoltre da più di una parte ho letto dell’ipotetica indicazione a risolvere i problemi del disagio dei ragazzi nelle scuole (in America senz’altro,ma questo soffiava anche sul “collo” delle scuole italiane) con gli psicofarmaci , dei quali,oltre ad un discorso di approccio culturale e medico particolare,non sono testati affato gli effetti su bambini e adolescenti ,con conseguenze spesso tragiche. Si può urlare questo?Si deve urlare e tutti abbiamo il dovere di essere informati e chi è predisposto a veicolare una cultura dell’uomo diversa, a usare tutti i linguaggi affinchè si sappia perchè la realtà psichica dell’uomo si ammala..e come può guarire, lo deve fare anche se ci vuole coraggio e questo vedo che non manca visto che i media danno più spazio alla nuova teoria e a coloro che di essa con vari linguaggi si fanno portavoce. E che dire di quei neurologi o psichiatri che cambiano spesso tipo di psicofarmaco e il conseguente principio attivo quasi i pazienti fossero cavie provocando loro reazioni emotive dolorose per loro e per chi sta loro vicino (parlo in particolare di pazienti anziani che non possono affrontare una psicoterapia e che per dinamiche particolari o per impotenza non sanno a chi rivolgersi per essere sostenuti con un approccio medico più adeguato). Che dire della pubblicità occulta dei medicinali alla televisione dove su un comodino accanto ad una anonima boccetta di gocce si vede una scatola di pasticche bianca con qualche striscia blu (piuttosto classica) dove si intravede un nome (e bastava che invece di leggerlo i maniera sommaria dalla distanza della poltrona,avvicinarsi di più allo schermo per leggerlo con più chiarezza) e che anche se non è uno psicofarmaco non vedo perchè ce l’hanno messo visto che per la scena bastava l’anonima boccetta?

Non ci si può sentire soli ,o impauriti,o sfiduciati o inermi.Credo ci voglia veramente interazione ,consapevole o inconsapevole che sia .. e partecipazione.

Penso però seriamente che ci vogliono più “Homini novi”.

 

Alogon

Inviato il: 15 May 2006, 02:13 PM

Estremo positivo

Ciascuno tende all’estremo positivo

A realizzare se stesso oltre i limiti del sogno,

a trovare nella realtà quelle immagini sorte nella veglia

attraverso le quali vorresti sentirti vivo.

Percorsi di una lunga ricerca di cui rimane sempre una traccia

Anche se i ricordi sembrano perdersi nella nebbia.

Quanti abbiamo visto crollare anche se apparivano animati

Da una volontà che neppure ci sembrava umana.

Perché i loro propositi si sono pervertiti in un vuoto eroismo,

perché la malattia si è impossessata delle loro menti

e li ha condotti a delitti efferati?

Perché altri invece sono risorti da abissi che sembravano

Averli inghiottiti per sempre?

Perché improvvisamente l’arte si è accesa in alcuni come una fiamma

In un’oscurità profonda e li ha portati a formulare pensieri sublimi?

Se esiste una scienza dell’uomo, quella che indaga sulla sua natura

Forse essa dovrebbe far luce su questi fenomeni misteriosi,

cogliere le motivazioni nascoste di tante storie che mostrano come ognuno

continui a creare se stesso e sia sempre esposto al rischio di perdersi o di forgiare

qualcosa di nuovo che lo trasformi.

Usiamo però un linguaggio diverso per raccontare,

non parole piatte,

non descrizioni di una scienza impotente con le sue fredde spiegazioni,

ma immagini in cui inscrivere la potenza della passione.

Costruiamo storie, che siano più vere di quanto accade

Suggeriamo percorsi solo in apparenza singolari,

proponiamo idee di una ricerca senza tracciare in anticipo il suo limite.

Estremo positivo è una traiettoria senza fine

Nell’intreccio di molteplici esistenze

che si incontrano per potenziarsi o contraddirsi

in quella dialettica della vita da cui nasce la conoscenza della mente.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 15 May 2006, 07:04 PM

c’è un passaggio dalla morte alla vita,

dal latrato di Cerbero alla luce

dall’orrore senza nome delle atrocità,

delle tortrure,

del dolore inflitto da persone che apparentemente

sono come gli altri.

Essi mangiano, ridono, vanno a prendere i bambini

a scuola.

E’ inspiegabile come sia soprqavvisuta fino ad oggi l’arte

che già conoscevano gli uomini delle caverne.

Alla brutalità ha fatto sempre da contrappunto la bellezza.

C’è in noi un impulso irrazionale che ha il potere di far sparire,

anche solo per un attimo il cinismo, la desolazione

e ci fa vedere la realtà con occhi diversi.

Di ciò si dovrebbero occupare gli psichiatri

che hanno invece vanamente interrogato

la pittura, la poesia

per risolvere l’enigma dell’immagine

della vitalità, della resistenza…

nascita umana in un mondo senza ricordi certi,

senza figure non ancora definite

quando la mente ha già un potere immenso in un corpo debolissimo….

copyright domenico fargnoli

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 21 May 2006, 05:11 PM

Dall’ultimo libro di Massimo Fagioli “Lezioni 2002”,pagine 211 e 212 ..Omero ci ha raccontato una certa storia di lotta continua dell’uomo,Ulisse,che poi era quello che si era ribellato agli dei,aveva bruciato i templi ed era stato condannato a vagare per dieci anni prima di poter tornare a casa dalla moglie e dal figlio.In questo lungo viaggio,dopo quel paradiso terrestre che era la bella vita con Calipso,va incontro a tante vicissitudini e deve combattere con le immagini che stavano dietro agli alberi,nelle caverne,nella natura…una specie di animismo potremmo dire.E nella misura in cui riusciva a impedire che queste immagini o fantasmi distruggessero la sua identità di uomo,era razionale;lo chiamavano astuto,furbastro. Era quello che si era inventato il cavallo di Troia,era bravissimo a fregare il prossimo.Riuscì a fregare anche l’arco a Filottete percè altrimenti i Greci non avrebbero vinto la guerra. Chissà se la ragione è tale perchè riesce a fregare il prossimo? Chissà se questa identità umana basata sulla ragione è quella di fregare il prossimo,cosa che corrisponde perfettamente alla ragione illuministica del Settecento che porta alla società della concorrenza commerciale in cui il più bravo è quello che meglio riesce a fregare gli altri”.

Senza fare sociologia o politica,ma riferendomi all’essere umano ai tempi odierni,quanti si sentono perdenti solo perchè buoni,fragili o ecomicamente svantaggiati o solamente “giovani” o”soli”…realizzare la propria diversità…in una società dove il più bravo è quello che riesce a fregare l’altro? M.Fagioli dice che i malati mentali sono il cinque-sei per cento e chi fa ammalare gli altri cosa sono, malati o delinquenti? Se viviamo una vita che può anche essere bella,non si può fare i conti oggi come non mai con i disagi personali e degli altri,a volte lievi,a volte intollerabili , con una società relizzata su un pensiero razionale che non ha fatto i conti che si vive meglio tutti,se c’è più rispetto per l’uomo , più affettività,se non si possono relizzare le esigenze se molti non possono soddisfare i bisogni..ancora una volta..se passionalità è avere gli occhi aperti e volere che,cambiate le figure istituzioniali,cambi anche il pensiero umano …Tante lamentele,ma poca voce,quella che siamo tutti chiamati a dare per il cambiamento..perchè mi viene in mente “l’urlo” di Munch?

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 3 Jun 2006, 02:08 PM

Alla luce di nuove letture mi è apparso più comprensibile il nesso fra le informazioni storico-filosofiche che sapientemente alcuni partecipanti al tema del forum hanno reso accessibili ai lettori della discussione e il rapporto con la psichiatria e più in particolare con il pensiero cosciente e quello irrazionale…per fare pschiatria,per fare psicoterapia,per curare ,bisogna fare storia e anche ,purtroppo,filosofia”…interpretare quindi nel tempo il valore attribuito al pensiero umano per poi dare valore e significato alla ricerca odierna,affinchè non si parli più di medicina abbandonata e si dia una nuova veste alla cura del pensiero malato in un ambito più generale di significato dell’uomo e dei rapporti interumani. Il sogno dell’esame di storia…tante volte emerso nella notte ,quando il sonno disvela un mondo nuovo che la coscienza non controlla e che ha un suo linguaggio.. C’è un grosso passaggio di cui si sta incominciando a scrivere e a cogliere i segnali ..una parte della sinistra si sta interessando della realtà umana(e non di anima!).Siccome parliamo anche di storia,con i suoi interrogativi,riporto qualche riga dell’articolo uscito sull’”Unità” il 16 maggio 2006,anniversario del”più spaventoso “martirio suicida”colletivo di una nazione ,a cura di Siegmund Ginzberg dal titolo “Rivoluzione culturale,la folle resa dei conti di Mao”.Dopo una dettagliata introduzione che tenta di fare una spiegazione razionale e un racconto degli eventi,in ultima analisi si afferma:”A quarant’anni di distanza,il grande mistero della rivoluzione culturale non è più cosa sia successo.Di misteri a cui non siamo in grado di rispondere compiutamente ce ne sono altri.Ad esempio quello del perchè qualcosa di così orripilante e ripugnante abbia ad un certo punto affascinato un’intera generazione in Occidente-quella del ‘68-e alcune delle migliori menti pogressiste.Perchè un regime all’avanguardia nella manipolazione mediatica gliel’aveva venduta bene,perchè ci sono cascati o perchè volevano cascarci?Oppure il mistero del perchè un’intera generazione di giovani cinesi rispose così entusiasticamente,in massa all’appello alla brutalità di Mao?Un fascino alla “purezza” rivoluzionaria,dell’odio per la “corruzione”simile a quello che si ripropone nell’estremismo islamico?Una lunga storia di “crudeltà”che coesiste da millenni con il ruolo che armonia e non violenza hanno nella cultura cinese?”

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 9 Jun 2006, 05:01 PM

Chi ha letto la lettera di Valentino,uno studente del IV anno di medicina col desiderio di specializzarsi in psichiatria,lettera pubblicata su “Liberazione” del 30 maggio 2006 ,selezionata sul blog di “Segnalazioni”non può che essere statc colpito dalla ventata profumata emessa dalle sue parole che dicono “che guarire si può” e che esprimono il suo desiderio di voler guarire il male della mente perchè crede nell’uomo in un certo modo e non vuole farsi scoraggiare da coloro che vogliono rilanciare l’approccio basagliano alla malattia mentale e che mi sembrano piuttosto ostili alla teoria e alla prassi di Massimo Fagioli.Sempre su “Liberazione” del 7giugno una lettera dal titolo:”Psichiatria.Io difendo la 180.” firmata Tina Lanfredini che,motivando con le sue ragioni la critica al pensiero di Massimo Fagioli,si rivolge in fondo proprio a Valentino,con parole che mi sono sembrate piuttosto violente. Personalmente non mi vanno questi toni usati verso giovani che esprimono,pur rendendosi conto delle difficoltà della cultura dominante e della realtà,un amore per l’uomo e una voglia di voler cambiare il mondo così bella.

Posso capire le difficoltà di chi si trova ad operare nelle istituzioni ,credo anche che cerchino di fare il proprio meglio ,però non capisco quando attaccano così violentemente i presupposti di un nuovo pensiero sulla malattia mentale che tutto sommato,anche a volerlo interpretare superficialmente,non manca di rispetto per uomo ,ma parla di ricerca verso la bellezza.I presupposti espressi dalla 180,se ho capito bene, non parlano di cura,ma di assistenza,e negano la ricerca ,la trasformazione.Parliamo di diritti umani,e il malato mentale ha diritto ad essere curato,non solo assistito.Credo che la una delle cose pìù importannti per l’essere umano sia la dignità…la dignità di essere autonomo ,di stare bene,di recuperare rapporti e affettività..e perchè no ,partecipare anche per un mondo migliore.

Un articolo del 9 giugno sul “Corriere della sera” e sempre riportato sul blog,ci informa che l’agenzia europea del farmaco accoglie il modello americano e autorizza la cura con psicofarmaci come antidepressivi (e,guarda un pò,si riparla di Prozac e della casa farmaceutica che lo produce!) per chi ha più di 8 anni,dopo che le cure psicologiche non hanno funzionato (4/6 sedute di analisi) con sospensione del farmaco se dopo 9 settimane non si hanno esiti positivi (e intanto si è bombardato il bambino con una bella carica chimica!).Non c’è nessuna ricerca,non c’è nessun diritto umano,nessuna considerazione dell’origine della malattia o del disagio,della cura,di dinamiche del rapporto interumano.

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 9 Jun 2006, 05:15 PM

…ho finito lo spazio ,ma volevo terminare il mio intervento..Il titolo dell’ultimo articolo di Massimo Fagioli su “Left” ho letto che si intitola “Un mondo migliore è da riscrivere”.Non ne conosco ancora il contenuto perchè ancora il giornale non è arrivato per posta,essendo un’abbonata,ma il titolo stimola i miei pensieri..lavorate ,per favore,alla riscrittura di questo mondo,usate pure i linguaggi dell’arte,pensate a come tutti noi si possiamo partecipare..l’anno scolastico ormai è finito ed è arrivata una rosa rossa..

Guest            

Inviato il: 13 Jun 2006, 05:40 PM

Rileggendo nel forum l’occhio mi è caduto di nuovo sull’intervento di alogon del 15 maggio scorso…persone in apparenza normali, che portano i figli a scuola, che fanno la spesa…capaci però di sfregiare chi vive accanto a loro. La cura permette di vedere quello che non si vede con gli occhi e di allontanarsi da chi è capace di soffocare il pensiero non cosciente che invece è la base per creare un’identità di uomo o di donna, la base della vitalità, la base per vivere anzichè esistere…

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 22 Jun 2006, 10:41 PM

Non penso che ci si possa sempre allontanare da chi soffoca il pensiero non cosciente,magari lo si potesse fare e scegliere di avere intorno solo persone che fanno stare bene.Credo che la cura ,oltre a sviluppare una sensibilità che aiuta a cogliere il latente di chi ci sta intorno, sviluppi anche la capacità di opporsi alla violenza psichica,aiutando ,quando è possibile,a modificare una realtà umana,ambientale “negativa”o perlomeno non permetterle di provocare in noi risposte depressive o di eccessiva rabbia…ma risposte creative..

Certamente,quando si può scegliere,ci si deve allontanare da coloro che fanno stare solo male…sarebbe masochismo insistere…ma se viviamo,se tutti i giorni veniamo a contatto con più realtà umane,in un periodo storico che ci presenta un’umanità un pò discutibile,non si può sempre scappare.

A proposito di non violenza..secondo la mentalità comune che tende a giudicare ideologicamente, in un periodo in cui tanti sbandierano la parola “pace” (quanti realizzano veramente che essere non violenti vuol dire avere un pensiero non cosciente sano?) è più violento colui che si arruola per una missione magari perchè non avendo troppe protezioni sociali e/o familiari lo fa anche per avere risorse da spendere poi per il suo futuro,o colui che,molto protetto semmai,e poco incline a rimboccarsi le maniche,magari dietro una falsa immagine di sbandieratore di pace (magari anche di sinistra)vende la pasticchetta di ectasy all’ingenuo giovane,provocandogli un danno al fegato o alle cellule cerebrali?

Guest            

Inviato il: 25 Jun 2006, 07:26 PM

Ho seguito con interesse questa animata discussione … tante sono le domande e poche le risposte. L’ambiente ha il suo peso eccome, e verrebbe da dire che fa troppo caldo ormai per ragionare. Sarà più sano chi sarà più furbo e saprà mettersi all’ ombra e munirsi di un buon ventilatore … aspettando che l’aria fresca cacci via il ricordo dei nostri genitori, che ci amavano tanto e perciò ci volevano educare, sapendo sempre meglio di noi quale fosse “il nostro bene” …

“Capirai quando sarai grande” – quella era la loro unica risposta, insieme solenne ed enigmatica, dunque imparabile , alle nostre domande.

Alogon            

Inviato il: 27 Jun 2006, 08:47 AM

…il lupo perde il pelo ma non il vizio….di proporre discorsi dissociati..

hai uno stile inconfondibile….

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 27 Jun 2006, 12:02 PM

Forse sono stata fraintesa..so che spesso non è possibile o non è facile l’allontanamento fisico da certi rapporti (si pensi ai rapporti di lavoro dove non si può certo scegliere i propri collaboratori o ai rapporti familiari che comunque in qualche misura si impongono a noi), ma la sanità è capacità di reazione creativa alla violenza psichica, capacità di convivere con certe realtà senza assorbirle in tutti i loro aspetti, è capacità critica a livello psichico…qualcuno parlava del caldo…la cura e la ricerca psichica sono come un filtro solare potente contro i raggi del sole…nessuna ustione, ma un bel colorito bronzeo…

Alogon            

Inviato il: 28 Jun 2006, 11:11 AM

…beh su una bella abbronzatura si può essere d’accordo….

copyright domenico fargnoli

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 28 Jun 2006, 09:47 PM

E’ incredibile come ,ad una frustazione creativa del moderatore, l’ultimo ospite abbia cambiato non solo la modalità di espressione attraverso il linguaggio,ma anche il contenuto del messaggio (sembra un’altra persona!). Se la cura si svolge nel setting,fra le altre,quale valenza può avere questo forum?

Guest            

Inviato il: 29 Jun 2006, 09:16 AM

…basta non escludere coloro che hanno la carnagione chiara…

Alogon            

Inviato il: 4 Jul 2006, 12:42 PM

mi dispiace contraddire ma io non ho frustrato nessuno, nel modo più assoluto.

Perchè attribuirmi un qualcosa che non ho fatto?

Ho espresso iun parere, un punto di vista nell’ambito di una discussione pubblica usanfo una terminologia conosciuta da molti. Quinidi io nel forrum non curo e non dò interopretazioni. Esprimo ideie, pensieri considerazioni, stati d’animo…..

copyright domenico fargnoli

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 4 Jul 2006, 01:53 PM

Credo di aver usato dei termini a sproposito..ma proprio perchè siamo in una discussione,fa star meglio il confronto dei pensieri,dei pareri ,degli stati d’animo,sia quando ci rendiamo conto che si possono modificare,arricchire,condividere o meno , sia quando ci fanno poi riflettere su cosa abbiamo scritto di getto ..provoca sempre dei movimenti..

 

Guest

Inviato il: 5 Jul 2006, 09:03 AM

Se una persona interviene come anonimo non registrato ed appare genericamente come “guest” non è detto che sia sempre la stessa persona. Fiore erroneamente attribuisce alla stessa persona due interventi che invece appartengono a persone diverse arrivando addirittura a pensare che una presunta “frustazione” (via internet!!!) possa determinare reazioni e modificare lo stile di scrittura (sempre per via telematica).

Certo, sarebbe interessante poter fare psicoterapia via email, sarebbe più semplice, più economico e meno faticoso. Ma non penso che sia possibile al di fuori del setting.

Non condivido l’atteggiamento di chi si improvvisa psichiatra o psicologo per dare interpretazioni sugli interventi o sulle risposte del moderatore ponendosi su di un piedistallo (sempre virtuale).

Condivido pienamente l’intervento del moderatore. Questo non è un setting di psicoterapia e non è questa la sede per fare interpretazioni o per dare frustrazioni o per interpretare le risposte come frustrazioni…

E’ semplicemente un forum dove ognuno liberamente può dire quello che vuole senza doversi sentire giudicato da nessuno…la cura non è qui anche se qui si può parlare della cura e della ricerca psichica… :blink:

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 5 Jul 2006, 03:53 PM

Credo di aver risposto facendo capire con molta umiltà,quello che intendevo dire ed ho apprezzato il modo gentile con il quale il moderatore ha voluto dare delle precisazioni .So bene quale è il luogo e quali le modalità di cura,forse molti non sanno dei sacrifici che deve affontare chi,riconoscendo il valore della cura e della sede dove si svolge,vuole appunto curarsi.Casualmente,non so dove,ho letto,non molto tempo fa, la risposta che ha dato M.Fagioli ad una paziente che, per particolari situazioni,non meno la lontananza(era di Milano,credo))era colta da rabbia,anche nei confronti di coloro che più comodamente potevano curarsi..è stata una risposta di speranza,di possibilità di cambiamento,di attesa vivendo il presente.Non credo di aver espresso qualcosa “da un piedistallo”,ma solamente quello che avevo dentro reagendo a ciò da cui venivo stimolata e cercando in ogni modo un confronto(chi si espone sa bene che quel che dice può essere sottoposto a critica,ma anche questo può essere evolutivo e in ogni modo ,per me, varcare il muro del silenzio è stato un passo importanissimo) .Non vorrei che qualcuno pensasse a resistenze mascherate ,spero proprio non sia così,questo solo lo psicoterapeuta può valutarlo.In ogni modo,in questo forum, discutere,mettere al corrente di cosa sta succedendo nel panorama culturale ,sociale,politico e divulgare notizie sulla teoria e la prassi di M. Fagioli e quello che le ruota attorno sia un interesse di tanti e saperne di più a me personalmente fa molto piacere ,almeno a livello di pensiero cosciente. Credo che molti,anche chi non ha avuto un approccio diretto con la psicoterapia (basta pensare che quasi tredicimila visite ci sono state in questa discussione!)abbiano un interesse di conoscenza,penso all’importanza della ricostruzione storico-filosofica in atto,che ha aperto una visione nuova a persone con le quali ho parlato o che ho invitato a leggere il forum.Non siamo nè ebrei, nè testimoni di Geova,che hanno uno spirito di soccorso e i solidarietà all’interno dei loro gruppi,ma forse manca un pò di affettività. Hai mai mandato un “voglio” alla campagna, ormai passata ,per le primarie di F. Bertinotti e sentirti felice di vederlo scorrere insieme ad altri scelti e ingranditi nel suo foglietto giallo nella pagina iniziale e sentirti felice,perchè quello che sentivi ,era un sentimento importante e condiviso anche da altri?

fiore            

Inviato il: 15 Jul 2006, 05:22 PM

“Bisogna che tutto cambi perchè tutto rimanga uguale” questa la famosa frase dal libro “Il gattopardo” di G.Tomasi di Lampedusa. Vorrei,però, aggiungere un punto interrogativo finale… “Segnalazioni”, riporta dal sito del Ministero della salute le “dieci azioni” già avviate e di prossimo avvio. In particolare, riguardo il progetto sulla salute mentale, si afferma che l’aspetto cruciale di tale progetto sarà poi la lotta allo “stigma”ovvero a quella forma di discriminazione basata sul pregiudizio nei confronti della malattia mentale e questo attraverso il coinvolgimento delle Università per un’attività costante di ricerca e formazione,la riorganizzazione dei servizi territoriali perchè diventino davvero in grado di prendere in carico la persona,di inserirla e seguirla nella comunità attraverso il suo coinvolgimento attivo ed il sostegno alla propria famiglia,fermamente applicando e non cambiando la legge n°180 del 1978.

Le parole finali della lettera di risposta a M.Fagioli che sulla rivista Left ha sostenuto che le galere hanno sostituito le istituzioni abolite dalla legge Basaglia (lettera pubblicata sull’Unità e riportata sempre da Segnalazioni)mi suonano proprio in senso basagliano: “..Ma equipare il carcere ,persino “questo carcere” ,a un sistema di occultamento e segregazione della follia vuoi dire ridurre la popolazione detenuta,nel suo complesso,a un concentrato di malattia mentale.Così pure equipararlo definitivamente ad una “discarica” vuoi dire dare per spacciato chiunque nasca in condizioni di grave disagio sociale.In carcere ci sono molte persone malate e molte persone sfortunate;ma ci sono soprattutto ,uomini e donne artefici del proprio destino.E,dunque,capaci di riscatto.Per questo motivo,soprattutto per questo motivo,non meritano di vivere segregati in un meccanismo punitivo,capace solo di riprodurre l’attività criminale stessa.E,con essa,il carcere.” Nessuno accenno ai delinquenti veri che in carcere non ci vanno o non ci stanno e che sono a godersi il sole in qualche paradiso naturale.

Mi viene in mente il rapporto fra identità sociale e identità umana,e il senso profondo della loro fusione.Vedere la realtà e leggerla con occhi umani vuol dire lavorare affinchè nelle galere ci vada meno gente possibile,provare pietà per coloro che pur seguiti da operatori eroici,pur a manicomi chiusi,li vedi vagare soli,emarginati con i loro problemi di salute mentale…o quelle persone sfortunate che una società come questa,spinge ,sempre per emarginazione, alla devianza.Dov’è la presenza umana che può prevenire ? Scoppiano le guerre e poi si grida “al lupo,al lupo”. Dov’è quell’amore umano che vuole la cura e non la sola assistenza? Perchè parte dei politici continuano a deluderci? Perchè non vogliono appropriarsi di una cultura nuova dell’uomo ,dove anche l’uomo stesso,sia incoraggiato a fare la sua parte (non è proprio una caratteristica umana aiutare gli altri?).Un grazie di cuore a M.Fagioli ,a tutti coloro che fanno parte della ricerca psichiatrica e dell’analisi collettiva che,nonostante tutto ,vanno avanti con coraggio , con il “cuore”, sempre di più fra la gente,nei media,tentando di dare una voce nuova alla politica.

fiore            

Inviato il: 27 Jul 2006, 05:30 PM

In questi giorni intorno al tema del’indulto a livello politico c’è un gran fermento.Avrei piacere saperne di più,per non farmi dei falsi pensieri,perchè sinceramente non mi è piaciuto l’editoriale di oggi di P.Sansonetti su Liberazione e mi è difficile comprendere le posizioni di certi politici. E’ stato considerato cosa può provocare nel pensiero della gente che vuole mantenersi onesta e fiduciosa la liberazione di coloro che si sono macchiati di reati finanziari,amministrativi,ecc.(quanta gente ne è stata rovinata,umiliata..) Era proprio necessario un compromesso così “particolare”? Capisco sinceramente la situazione delle carceri italiane e di coloro che purtroppo vi si trovano dentro (si è già parlato di portatori di disagi mentali,persone socialmente svantaggiate ecc.) ma ,scusate la mia crudezza,sento solo parlare di liberazione di 12.000 persone (mica sarà solo per un discorso di costo sociale?) ma non sento parlare di come poi prendersi “cura” di loro.Cosa umana e legittima. Certo , i “delinquenti finanziari”,scusate la terminologia semplicistica,sanno bene cosa fare e dove andare. Non vorrei che,conseguentemente,per gli altri, fra un pò, le porte del carcere si riaprano di nuovo.Scusate il mio scetticismo,non mi sembra che nè la politica,nè la società in genere sia ancora così pronta alla solidarietà e al cambiamento. Certo,meglio la libertà del carcere,ma non avrei voluto compromessi.Sapete,purtroppo,e speriamo sia solo un pensiero passeggero,cosa mi passa per la mente? Che in questa situazione (escludendo i poveri cristi) la logica dei furbi va ancora avanti,dando non solo una delusione a coloro che ne hanno fatto le spese,ma legittimando anche,in piccolo,una parte della cultura del vivere che di furbizia,assenza,ricatti si nutre e rende meno rosso il colore della vitalità,necessaria per resistere.opporsi,sperare.

Guest            

Inviato il: 6 Sep 2006, 08:24 AM

Vorrei proporre alcune riflessioni, penso utili, non solo sul controverso provvedimento estivo dell’indulto, ma anche sul dibattito dei valori della sinistra..

Penso che in un paese realmente democratico il legislatore deve continuamente interrogarsi sui costi e sui benefici sociali che comportano le riforme, riforme che devono essere valutate nella loro complessità, evitando di soffermarsi sui singoli aspetti.

Vero è che nel caso in esame, grazie al supporto dei gruppi di minoranza (non dimentichiamoci che occorrevano i 2/3 del parlamento per l’approvazione) sono stati toccati i reati amministrativi e finanziari, che hanno comportato dei costi economici e sociali altissimi per il paese, ma è pur vero, che per la prima volta, dico per la prima volta dopo diversi governi di centro sinistra, stiamo assistendo a “scelte culturali” ben precise di sinistra: la liberalizzazione delle professioni, la nomina di Maura Cossutta per la revisione delle linee guida della Legge 40, l’indulto.

La costituzione dice che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato, anche se forse sarebbe preferibile l’uso del termine “trasformazione” e che rieducazione e trasformazione poteva esserci nel sistema carcerario attuale? Dove non vengono garantiti neppure i più elementari diritti umani? Dove il sovraffollamento impedisce anche agli operatori carcerari e ai giudici di sorveglianza di poter svolgere il proprio lavoro della gestione dei permessi, del lavoro e dell’educazione all’interno delle carceri, dell’attuazione concreta in generale di quella che a mio avviso risulta essere un cardine di civiltà giuridica che è la Legge Gozzini.

L’indulto è prima di tutto una scelta culturale, un segnale di speranza e di fiducia che la società ripone nelle persone, anche se giudicati colpevoli, in attesa di riforme strutturali, in attesa che vengano recuperate le tante infrastrutture carcerarie attualmente esistenti, costruite, mai inaugurate e vergognosamente abbandonate a se stesse (ho presente le magnificenti e inutilizzate strutture presenti sull’isola di Pianosa che potrebbero ospitare intere comunità carcerarie con progetti di recupero di altissimo spessore per i detenuti)

Tutto questo, credo, significhi pensare a sinistra. Avere delle idee, dei valori, pensare alla funzione della pena non solo in termini punitivi e persecutori ma anche di recupero, di un recupero non solo sociale ma anche umano, perché chi delinque, di solito, vorrei pensare che non lo fa mai per cattiveria, concetto cattolico, ma quasi sempre per condizioni e contesti ambientali difficili se non addirittura malati.

E’ questo il beneficio che l’intera comunità deve trarne. Anche se il rischio può essere quello che senza reali riforme strutturali, nel giro di pochi mesi le carceri si riempiano di nuovo e che i detenuti e le famiglie insieme ad essi, abbandonati a se stessi nella fase di rientro nella società, incontrino lo stesso vuoto istituzionale, sociale e culturale dei malati di mente nella fase successiva all’approvazione della Legge Basaglia.

Tra il manicomio, il carcere e la società devono esserci le istituzioni, gli operatori e i professionisti del settore, in grado di offrire risposte serie e rigorose dal punto di vista scientifico e politico ai problemi e ai disagi che hanno causato tutto ciò.

La sinistra non può prescindere da questo.

Dietro la battaglia di Mussi per la libertà di ricerca sulle cellule staminali non voglio vederci solo una mera difesa della laicità dello stato, bensì qualcosa che va oltre. L’attenzione verso la persona, verso i diritti di quest’ultima, verso i valori umani, quale quello della vita, distinguendo prima di tutto ciò che è umano da ciò che non lo è, prima ancora di parlare di diritti umani e civili; la costruzione infine di un progetto culturale e la elaborazione di un pensiero nuovo a sinistra, che non deleghi tutto alla ricerca scientifica (per citare il pensiero di Maura Cossutta).

Questo è stato il fallimento del referendum sulla procreazione medicalmente assistita. Ovvero l’inesistenza di un progetto culturale e di un pensiero reale sull’umano. Abbiamo assistito in campagna elettorale all’assillante ricerca del voto cattolico moderato, senza che la politica al contempo, a sinistra, prendesse una posizione forte e precisa sui temi discussi, carente come era di riferimenti teorici sull’argomento.

E questo è il principale motivo per cui non c’è stata capacità di spiegare bene agli elettori, allora il significato dei quesiti referendari, adesso i contenuti della scelta politica dell’indulto. Anzi talora nelle dichiarazioni di alcuni politici si è assistito a delle e vere e proprie ambivalenze sull’argomento.

Fede e ragione, l’ho sentito dire più volte, non sono più sufficienti. E’ giusto che in un paese democratico convivano varie esperienze che si confrontano tra loro e, proprio per questo motivo, i cattolici sarebbe corretto che si occupassero dell’anima e di ciò che è trascendente all’individuo e la sinistra ripensasse al significato dell’uomo in quanto essere sociale e umano insieme, distinguendo e separando bene i due ambiti.

Forse occorrerebbe un progetto culturale nuovo, che trascenda il classico binomio fede e ragione, superi il marxismo senza rinnegarne il significato storico (il tentativo di Bertinotti), non delegando sempre e solo alla scienza quelli che sono i compiti primari della politica ovvero di operare delle scelte difficili e “rigorose” non solo in economia, ma anche rispetto ai temi dei valori e dei diritti. Insomma credo sia più efficace uno sforzo per vedere anziché credere.

S.G.

Guest            

Inviato il: 9 Sep 2006, 11:34 AM

Quanto tu dici è ampiamente condivisibile. Tuttavia ti chiedo: come si potrebbe fare per trasformare una tendenza che ha oramai radici antiche, per cui moltissimi personagi politici ed una buona fetta degli esponenti del Governo, anche se appartenenti al più grande partito della coalizione di centro sinistra, sono profondamente cattolici e si recano dal Papa in segno di omaggio e ossequio e al momento che il Vaticano interviene ingerentemente nella vita pubblica nessun provvedimento reale viene preso?

Ricordo quando i Papa, il capo di uno stato straniero, è entrato nel Parlamento della Repubblica Italiana, non c’è stato nessuno che si sia opposto, e ripeto nessuno, se non qualche inefficace sporadico individuo.

Non scordiamoci che il nostro Capo del Governo è di C.L. e dubito che riprenderà mai in mano quella cosa vergognosa che sono i Patti Laternensi.

Per ora solo Zapatero ha pubblicamente preavvertito che la chiesa (e in Spagna è forte con la sua organizzazione massonica denominata Opus Dei) è bene che cominci a cercarsi per conto proprio le risorse finaziarie perché l’equivalente dell’otto per mille in Spagna è intenzionato ad eliminarlo.

Più pertinentemente all’argomento indulto, ribadisco che quanto da te scritto è obiettivamente valido, tuttavia magari credo che sarebbe stato appropriato applicare il provvedimento valutando caso per caso, singolarmente. Avrebbe richiesto tempo? senz’altro, ma si sarebbero potuti evitare probabilmente molti casi di violenza.

 

Myrmidon            

Inviato il: 12 Sep 2006, 03:31 PM

QUOTE (Guest @ 6 Sep 2006, 08:24 AM)

1) Penso che in un paese realmente democratico il legislatore deve continuamente interrogarsi sui costi e sui benefici sociali che comportano le riforme, riforme che devono essere valutate nella loro complessità, evitando di soffermarsi sui singoli aspetti.

2) (ho presente le magnificenti e inutilizzate strutture presenti sull’isola di Pianosa che potrebbero ospitare intere comunità carcerarie con progetti di recupero di altissimo spessore per i detenuti)

3) E questo è il principale motivo per cui non c’è stata capacità di spiegare bene agli elettori, allora il significato dei quesiti referendari

4) Fede e ragione, l’ho sentito dire più volte, non sono più sufficienti.

5) E’ giusto che in un paese democratico convivano varie esperienze che si confrontano tra loro e, proprio per questo motivo, i cattolici sarebbe corretto che si occupassero dell’anima e di ciò che è trascendente all’individuo e la sinistra ripensasse al significato dell’uomo in quanto essere sociale e umano insieme, distinguendo e separando bene i due ambiti.

S.G.

Ho letto adesso il tuo intervento, e senza dubbio è interessante e in buona parte mi vede delle tue stesse idee.

Ho citato alcune righe di quanto hai scritto, perché mi piacerebbe approfondirle.

In relazione la punto 1 credo che mi trovi d’accordo in linea generale ma un po’ di meno da un punto di vista più profondo, in quanto un movimento, di qualsiasi ambito sia, comprese le riforme, non può mai considerarsi pulito se ci “scappa il morto”, anche solo uno, invocando magari poi a propria difesa il principio per cui il fine giutifica i mezzi. In più il rapporto costo benefici non lo vedo appropriato alla vita umana.

Il punto 2. Ho difficoltà a definire magnificente qualsiasi infrastrttura carceraria. Necessaria? forse, se finalizzata come dici tu al recupero e comunque qui il discorso potrebbe essere ampliato enormemente, ma magnificente senz’altro no, il disagio umano trasuda da quei luoghi non appena se ne avvista uno anche a gran distanza.

Il popolo italiano, punto 3, non credo sia ottuso o ignorante; un grosso fattore che ha contribuito al fallimento dell’ultimo referendum non solo è dovuto a chi non comprendeva, ma anche e soprattutto a chi non voleva comprendere.

È giusto dire che fede e ragione non sono più sufficienti? o sarebbe più appropriato affermare che non lo sono mai stati? o ancora che siano causa di problematiche di vario tipo e tutt’altro che trascurabili? (punto 4).

Relativamente al punto 5, credo che la separazione dall’alienazione religiosa debba essere più netta e il rifiuto di essa totale se solo si vuol tentare di ipotizzare che sia possibile pensare alla relatà umana.

fiore            

Inviato il: 13 Sep 2006, 12:44 PM

Probabilmente ci vorrà un pò di tempo affinchè il messaggio profondo comunicato con il provvedimento dell’indulto diventi parte del pensare e dell’agire comune ,non settoriale,della gente. Concordo con quanto è stato scritto da Guest e con quanto è stato detto in alcuni quotidiani o riviste in difesa del pensiero profondo che stava alla base.In effetti ci sono state anche iniziative istituzionali (stanziamento di fondi per il recupero e l’assistenza) o di associazioni (fuori di alcune carceri in Umbria e Sardegna ,i volontari hanno atteso gli ex-detenuti con iniziative di primo sostegno)..e questo è già qualcosa..ma concordo anche con chi ha affermato che bisognava aspettare un pò per valutare caso per caso i beneficiari (ho letto che Cgil,Cisl,Uil hanno fatto sentire la loro voce nei casi di gravi violazioni nei confronti dei lavoratori) e prendere provvedimenti esterni adeguati in relazione alle varie vicende umane..con l’attenzione che un pò di “giustizia” intesa non nel senso giuridico,ma umano,sia un diritto di tutti. Penso che principalmente bisogna preoccuparsi della prevenzione,parola che per me racchiude dietro di sè un cambiamento profondo di valori e relativi comportamenti sociali (ed è proprio vero che ciò adesso è urgente comprendere per la sinistra) perchè una società come questa,se ci confrontiamo con “varie” realtà umane,se non ha una svolta profonda,aumenterà il disagio mentale,il malessere,la criminalità,la furbizia. Chi “pensa” invece di credere,pagando tutto questo spesso con l’isolamento,chi vive con dignità,nell’ombra,non ha diritto all’aiuto e al rispetto?

 

fiore            

Inviato il: 13 Sep 2006, 01:31 PM

….l’aver compreso che la politica estera è necessaria (non mi riferisco certo all’intervento in Iraq,ma alle vicende recenti,dove la presenza dell’Europa è stata importante per mettere uno stop alla politica guerrafondaia di Bush,basata su un pensiero delirante che avrebbe cercato un qualsiasi pretesto per creare un altro Iraq)mi sembra un altro passo..certo gli eserciti intervengono dove la diplomazia fallisce,ma questo dovrebbe far capire che ideologia,indifferenza,ignoranza,non pagano. In ogni modo la sinistra si deve preoccupare di dare spiegazioni alla gente (non basta dire i nostri sono “soldati di pace” quando hanno favorito fino ad un anno fa il sorgere di un pensiero di odio verso quanto era una divisa,od un intervento militare..certo la situazione era diversa e condannabile ,ma la gente ha bisogno di sapere e valutare ,non odiare..perchè adesso parecchi qualche problemino ce l’hanno .E tutto ciò rapportato nel sociale o nel microsociale qualcosa vorrà dire..”stare chiusi dietro il proprio uscio” che “tanto chi se ne frega?”. Per quanto riguarda l’intervento di Myrmidon concordo che giustificare una folla, che non è certo ottusa,che ha fatto fallire un referendum su temi così importanti,è parlare da buonisti. Come può essere la folla..religiosa,delinquente o intelligente?..ma vari personaggi politici(da Mao ,Hitler,Stalin..) come Mussolini,o Berlusconi ,da tutti condannato, sono il prodotto della folla che li tira sù e poi li tira giù,o traggono la loro potenza da se stessi? E il virus dove e come si aggira una volta che non c’è iù chi lo sparge..o perlomeno come si debella?

Alogon            

Inviato il: 20 Sep 2006, 10:29 PM

inserisco come richiestomi questo intervento di risposta di S.G sul tema dell’indulto

Ciò che viene posto nell’intervento successivo al mio ed anche nei seguenti tocca a mio avviso il tema attualmente molto richiamato nel dibattito politico, che è quello della sana “laicità”. Ovvero è sufficiente, perché venga attuata una efficace prassi di trasformazione del sociale, appellarsi genericamente al concetto di sana laicità e su quello costruire un terreno di lotta e di dialettica politica oppure, prima ancora, occorrerebbe anche da parte dei politici un approccio, prima di tutto soggettivo, diverso con la realtà, che sia affrancato dal pensiero religioso, ovvero un pensiero ateo? Ciò ovviamente entra nel soggettivo e pone, credo, difficili interrogativi rispetto al ruolo del politico nella società, cosa che credo implichi una grossa identità e forse dei rapporti interumani , soprattutto con il diverso da se, completamente nuovo rispetto al passato, affinché certe scelte non siano più un fatto personale, di coscienza appunto, ma divengano di interesse sempre più generale, partendo dalle idee e dall’esperienza del singolo che è chiamato a rappresentare una molteplicità di persone.

In questo senso forse riusciremo a superare il mero dialogo interreligioso e arrivare a ridefinire in politica un progetto culturale, prima ancora che politico, realmente innovativo, di cui l’indulto costituisce solo un aspetto.

A tal proposito cerco di rispondere al quesito che mi viene posto se forse non era meglio procedere gradualmente attraverso l’approvazione di singoli provvedimenti, e aggiungo che anche volendo non sarebbe stato possibile a causa della maggioranza qualificata dei 2/3, richiesta per la sua approvazione, che ha imposto necessariamente l’accordo con i gruppi di minoranza.

Il fatto poi di non aver saputo spiegare bene agli elettori i significati delle scelte dell’indulto e dei quesiti referendari sulla procreazione medicalmente assistita, oltre a confermare quanto già detto nella prima parte di questo intervento, ripropone con forza all’attenzione il difficile rapporto tra i partiti, che dovrebbero in teoria rappresentare la società, e le masse che compongono quest’ultima.

copyright domenico fargnoli

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 12 Oct 2006, 03:38 PM

Vorrei chiedere a S.G.,alla luce delle ultime rivelazioni riguardo alla percentuale sul consumo di droga nel nostro parlamento,se sono i politici a rappresentare la società o viceversa..in ogni caso in questo rapporto, vedo un qualcosa di contorto. Se una buona parte di chi ci dovrebbe rappresentare (o di chi ha provato a rappresentarci)ha bisogno di riempire il proprio vuoto d’umano con sostanze stupefacenti, non credo che esprima quella potenza che è capace poi di trasmettere la forza delle idee. Allora é solo questione di rapporto fra i partiti? Si lavora per il vero bene comune o in modo masturbatorio?…L’Italia è ai primi posti nella classifica del turismo sessuale,eppure siamo un paese in larga parte cattolicamente sessuofobo (anche se sessualità non è solo sesso).Problemi importanti come la violenza sulle donne non vengono opportunamente affrontati ,e poi ci si stupisce che le donne violate rimangano ancora in silenzio e continuino a subire, o ad essere uccise (come mai nella Spagna di Zapatero nel giro di poco tempo a questo riguardo, non solo con le parole ma anche con la prassi,hanno fatto una vera rivoluzione?)..I trasporti :in Spagna per cinque minuti di ritardo di un treno il cittadino ha il rimborso del biglietto,da noi per il ritardo, un pendolare deve recuperare sul posto di lavoro,sacrificando ancora tempo al resto delle faccende della propria vita.Non è solo una questione materiale,ma di ciò che di psichico ne consegue.E quanti altri esempi.Allora,come diceva Fagioli su Left ..”Il gallo di latta va fuso e rifatto?”

fiore            

Inviato il: 20 Oct 2006, 04:02 PM

Psichiatria e politica.Ho riletto poco fa i primi interventi sul forum che da tale tema prende avvio e la mia attenzione si è soffermata sui pensieri legati a vari termini fra i quali “Narcisismo collettivo”,ad espressioni quali “l’intellettuale collettivo non deve rimanere fuori dalla politica vera e propria”,”diffondere in tutti i modi possibili i punti di vista della ricerca sulla realtà psichica”.

Psichiatria e diritti umani. Diritto umano è conoscere e poter scegliere.

La politica,almeno una certa politica, deve dare la possibilità a tutti di conoscenza (al di là di come la pensi) e facilitare la libertà di scelta anche quando si parla di salute mentale.

Articolo sulla Stampa del 19.10.06 (disponibile su Segnalazioni,che con piacere ho letto può continuare a pubblicare articoli come prima). Se da un lato sembra un passo avanti il fatto di sentire parlare di psicoterapia e non solo di terapie farmacologiche,tacendo per ora il tema principale dell’articolo,quello che “forse” non mi appare chiaro è l’unico riferimento alla legge Basaglia , il sottacere a quale psicoterapia si fa riferimento -forse solo alla psicanalisi?-,l’assoluta negazione al fatto che in Italia c’è una ricerca psichica-e di quella dovremmo andare orgogliosi nei confronti del resto dell’Europa (e perchè no,del mondo) non tanto e solo per la legge Basaglia ,lamentando che finora di tale legge è stata fatta solo una parziale applicazione. Sono forse troppo laici per Livia Turco i contenuti che stanno dietro alla ricerca psichica? Il riferimento non è al discorso, molto economico, anche se in parte comprensibile,allo”sgravio fiscale”,ma alla non chiarezza della politica sulle cause,sulla cura della malattia mentale e sulla consapevolezza profonda dei fenomeni e della realtà sociale. Si parla di una conferenza sulla salute mentale per il 2007- (Alogon parlava in psichiatria e politica della necessità di un eventuale convegno,di un dibattito relativo al tema dell’uomo nuovo proprio riguardo ai temi della salute mentale collettiva e della politica)-possiamo sperare,in nome dei diritti umani ,che la ricerca 😦 sulla realtà psichica non verrà annullata?

fiore            

Inviato il: 29 Dec 2006, 12:44 PM

Fuori una giornata grigia ed umida,un momento di raccoglimento,faccio attenzione ai miei pensieri,come se cercassi una fusione di quanto sentito ,letto,percepito,vissuto.In questo momento la radio passa quel motivetto gradevole che ripete “Tutto cambierà”,penso alla risposta di Massimo Fagioli alla domanda di Gigi Marzullo,sabato scorso a “Cinematografo” commentando un delizioso film d’animazione con protagonisti dei topetti:”Prof.Fagioli,quanto sono importanti i soldi?”..”Molto poco”..Penso al gesto fatto da Veltroni che,zitto,zitto ha dedicato la stazione internazionale “Termini” di Roma a Giovanni Paolo II nel giorno,poi,dei funerali laici di Piegiorgio Welby,penso alle parole di Gandhi,lette sul sito dell’associazione Coscioni “Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”,penso al tema della “sordità”che “La perla sulle labbra “ ha voluto proporre (rappresentazione che spero quanto prima di vedere).

Profondo il significato dell’indulto come quello dei soldi …ma se molta gente per andare avanti deve sacrificare la propria libertà di pensiero (chi percepisce mille euro di stipendio e ne deve pagare ottocento d’affitto,ad esempio) e vede che anche i rappresentanti di una parte della sinistra si inchinano al potere della Chiesa,in un momento economico-sociale come questo,come potranno sentirsi uniti da quel filo che dovrebbe collegare profondamente gli esseri umani,quando,per bisogno, non può venir fuori la voce più vera. Molta gente ragiona con la logica del “salvarsi passando anche anche gli altri”,per questa paura del futuro che è stata creata…non si indigna,non si espone,non si unisce agli altri per una lotta comune o perlomeno per solidalizzare,rimane chiusa nei ristretti nuclei familiari ,anche poco sani,perchè ha bisogno..deve credere,perchè se non crede,c’è solitudine ed emarginazione..ma “quella” sinistra ci pensa a questo? E’ questa l’idea di libertà che vuol far passare?Posso capire i compromessi della politica,ma non la mancanza di rispetto per la diversità degli esseri umani ,cosa che non incoraggia la trasformazione di sempre più persone.

Alogon            

Inviato il: 1 Jan 2007, 01:30 PM

cara fiore inanzitutto buon anno e grazie per l’interesse che hai mantenuto vivo nel tempo per questo forum.

Quanto a me sono stato molto impegnato con la mostra, lo spettacolo, il video.

Spero che questa nia attività sia recepita nel modo giusto…. il mio interesse per l’arte e per l’arte figurativa in particolare risale a molti decenni fa.

Questa esigenza espressiva che si attiva peraltro in situazioni di rapporto, è parte integrante del mio modo di essere….

un ringraziamento particolare all’amministratore di questo forum che ha provveduto durante questi anni alla sua efficienza ed ha tollerato questi miei periodi di silenzio intuendone il significato, niente affatto negativo, e rispettando la mia libertà.

Un auguro a tutti quelli che hanno seguito queste discussioni e che si vorranno cimentare anche in futuro

copyright domenico fargnoli

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 3 Jan 2007, 12:06 AM

Buon anno anche a te,Alogon,e grazie per il tuo modo d’amare e di fare rivoluzione attraverso l’arte.

Ramingo            

Inviato il: 26 May 2007, 10:10 AM

QUOTE (Guest @ 6 Sep 2006, 08:24 AM)

Vorrei proporre alcune riflessioni, penso utili, non solo sul controverso provvedimento estivo dell’indulto, ma anche sul dibattito dei valori della sinistra..

Penso che in un paese realmente democratico il legislatore deve continuamente interrogarsi sui costi e sui benefici sociali che comportano le riforme, riforme che devono essere valutate nella loro complessità, evitando di soffermarsi sui singoli aspetti.

(…)

S.G.

Propongo sul tema, e in risposta a S.G., una lettera aperta al Ministro Amato in relazione proprio all’indulto.

Tale lettera, con dati veritieri, espone il vero movente, il reale scopo e le modalità con cui l’indulto è stato reso operativo in Italia.

Rammento che il provvedimento dell’indulto è stato adottato dal neo Governo non appena insediato, come primissimo atto, dall’altro lato, dopo circa un anno, tale Governo ancora non ha rispettato le promesse elettorali annoverate nel programma che prevedevano come primissimi provvedimenti la legge contro il conflitto di interessi e l’abolizione delle leggi vergogna del precedente Governo.

La discussione sui diritti umani, per altro legittima e forse addirittura dovuta, trova un approfondimento naturale nell’aspetto dell’indulto, ma, a mio parere, per quanto sopra citato e per quanto riportato in seguito, quest’ultimo indulto in Italia non ha nulla a che vedere con la ricerca sui diritti umani e più in generale sull’umano, per lo meno da parte di questo Governo.

Credo che, quando ve ne sia la necessità, sia doveroso distinguere, sempre.

———————————————–

Gentile Ministro Amato,

mi rivolgo a lei perché è in politica da trent’anni come Mastella. Ma lei sa far di conto. Come ha ricostruito Luca Ricolfi sulla Stampa, al tempo del I° governo Prodi, di pari passo con un certo ottimismo per l’economia, i reati erano diminuiti. Poi arrivò Berlusconi: promise di dimezzarli ma non fecero che salire. Lui infatti non diminuiva i reati: ne depenalizzava qualcuno, di solito i suoi. A fine legislatura bastò una lieve ripresina economica per farli di nuovo calare. Ma il nuovo Parlamento, sebbene l’economia ricominciasse a tirare, si diede subito da fare per aumentarli e varò il famoso indulto per sfollare le carceri. Una ricetta, come dice Davigo, ispirata a quel che si fa a scuola con gli alunni discoli: chi disturba, fuori! Così chi disturbava dentro va a disturbare fuori. Geniale. È un po’ come sfollare i treni dei pendolari gettandone giù qualcuno dal finestrino, o liberare gli ospedali intasati lanciando qualche malato in barella per la strada. Risultato: nel secondo semestre del 2006 i reati son tornati a salire: +15,2% di furti e +5,7% di rapine. Le rapine in banca negli ultimi 5 mesi son cresciute del 30,5%. Un trionfo. Si dirà: non si poteva fare altrimenti, le carceri scoppiavano. È vero che le carceri scoppiavano, ma si poteva fare altrimenti. Bastava dire la verità. Invece il ministro della Giustizia annunciò che, per liberare 15 mila detenuti, ci voleva un indulto di 3 anni. Gli esperti, come D’Ambrosio, risposero: ne usciranno almeno il doppio, per quei 15 mila basta e avanza un indulto di 1 anno, massimo 2. Ma fu subito zittito come un menagramo. Anche perché un indulto di 1 o 2 anni avrebbe lasciato Previti agli arresti domiciliari. Gliene occorrevano 3 per farla franca con i servizi sociali. E ne ebbe 3. Ora si scopre che in 9 mesi sono usciti 26.201 condannati definitivi, più almeno 10 mila imputati in custodia cautelare: oltre il 100% in più di quelli annunciati. Il preventivo era falso.

A quel punto scattò un’altra balla: quella sui recidivi, cioè sugli indultati che sono rientrati in carcere. Prima erano “solo l’1%”, poi “solo il 2%”, poi “solo il 3%”. Ora sono “solo il 12%”. Ma comunque è un calcolo che non sta in piedi: chi esce di galera senz’alternativa se non tornare all’antico, ha bisogno di riorganizzarsi. Dategli tempo, che diamine! Poi il 12% dei riacciuffati non sono quelli che son tornati a delinquere: ma solo quelli che son tornati a delinquere e sono stati ripresi. In Italia il 70-90% dei delitti rimane impunito: il 12 andrebbe moltiplicato per 7 o per 9. Tra qualche anno potremmo sentirci dire che i recidivi sono “solo il 60, il 70, o l’80%”. In ogni caso, quel “soltanto” suona lievemente stonato, agli orecchi delle vittime dei reati: il 12% dei 26 mila indultati corrisponde a 3144 malfattori che han potuto tornare a delinquere, facendo almeno 3144 nuove vittime, che senza indulto non sarebbero tali.

A questo punto, terza balla: prima o poi, anche senza indulto, i detenuti sarebbero usciti lo stesso. Ricorda quel tale che aveva ammazzato il padre e si difese dicendo: “Signor giudice, alla sua età mio padre sarebbe morto comunque”. Ci dicono che la recidiva post-indulto è infinitamente più bassa di quella dei detenuti scarcerati a fine pena: “solo il 12% contro il 60-70”. Dunque l’indulto sarebbe molto più dissuasivo del carcere: fa diventare tutti più buoni. E allora perché non istituzionalizzarlo? Invece di mandare in galera i rapinatori, li condanniamo alla pena dell’indulto. Così escono subito, anzi non entrano nemmeno, e diventano santi subito. Basta sostituire la parola condannati con “condonati” e il gioco è fatto.

Che qualcosa non quadrasse, lei l’aveva intuito in autunno, quando esplose la criminalità in Campania e fu costretto a sguinzagliare 7 mila nuovi poliziotti per inseguire gli 8 mila indultati.E disse d’aver votato l’indulto “con grande sofferenza”. Visto che non è un passante, ma è il ministro dell’Interno, avrebbe potuto interpellare qualche esperto e farlo conoscere a Mastella. Ancora qualche giorno fa Mastella parlava di “reati in lieve ma costante diminuzione”, riferendosi forse alla Scandinavia, mentre il Viminale diceva il contrario: più rapine, più furti, più spaccio di droga: prima era calato dell’11,8%, poi liberando migliaia di spacciatori è tornato a salire: +1,4 per gl’italiani, +10,4 per gli stranieri. La pericolosità degli stranieri è il quintuplo degli italiani, per ovvi motivi: ma prima dell’indulto stava diminuendo. Ora risale vertiginosamente, visto che lo straniero ha meno chances di reinserimento. Così il boom dei reati degli extracomunitari rende la vita più difficile ai regolari che lavorano onestamente e sono comunque la stragrande maggioranza.

Ultimo punto: i dati del Dap dicono che nei primi 8 mesi dopo l’indulto il ritmo di crescita della popolazione carceraria è triplicato (sestuplicato per gli stranieri). Siamo di nuovo ai limiti della capienza (42.702 detenuti su 43.500 posti cella), e il dato crescerà ancora, perchè quelli che entrano sono più di quelli che escono. Ecco, ministro Amato: non sarebbe il caso di ammettere che quel tipo d’indulto è stato un tragico errore? Già che c’è: non potrebbe prendere Mastella da una parte e, con calma e tatto, tentare di spiegargli qualcosa?

In attesa di un cortese riscontro, porgo distinti saluti.

Marco Travaglio

Alogon            

Inviato il: 26 May 2007, 09:16 PM

A pelle Marco Travaglio non mi rimane molto simpatico: se i dati che riporta sono quelli giusti

bisogna però seriamente rifletterci. Non sono un grande esperto di materie giuridiche però in linea di principio mi sentirei di affermare che il problema della criminzalità non si può affrontare solo con misure carcerarie. E chiaro che l’indulto, se non è accompagnato da una politica che non riconsidera globalmente il significato dell’essere uomo e dei legami sociali, lasciando via libera per es. al Cattolicesimo che di fatto è , come ha scritto uno studioso tedesco, come dimostra la vicenda dei preti pedofili, una storia criminale , può risolversi in un flop clamoroso. Mi rendo conto comunque della grande complessità dei temi che sarebbe necessario approfondire. Certo io non pretendo di farlo da solo….

copyright domenico fargnoli

Ramingo            

Inviato il: 27 May 2007, 11:35 AM

QUOTE (Alogon @ 26 May 2007, 09:16 PM)

A pelle Marco Travaglio non mi rimane molto simpatico: se i dati che riporta sono quelli giusti

bisogna però seriamente rifletterci. Non sono un  grande esperto di materie giuridiche però in linea di principio mi sentirei  di affermare che il problema della criminzalità non si può affrontare solo con misure carcerarie. E chiaro che l’indulto, se non è accompagnato da una politica che non riconsidera globalmente il significato dell’essere uomo e dei legami sociali, lasciando via libera per es. al Cattolicesimo che di fatto è , come ha scritto uno studioso tedesco, come dimostra la vicenda dei preti pedofili,  una storia criminale , può risolversi in un flop clamoroso. Mi rendo conto  comunque della grande complessità dei temi che sarebbe necessario approfondire. Certo io non pretendo di farlo da solo….

Certi tipi di verità, in effetti, dubito possano essere simpatici, come d’altro canto chi li rende pubblici.

Per quanto riguarda ciò che hai detto non può che non essere così, ovviamente mi trova d’accordo. Da tale punto di vista mi ero già espresso (Myrmidon – 12/09/2006).

Il mio intervento di ieri, ribadisco, era solo una puntualizzazione relativa sempre allo stesso aspetto, ma da un punto di vista diverso, e che cioè la ricerca, i cui principi sono stati da te espressi, non sono minimamente presenti in coloro che hanno emesso il provvedimento (non so se è la terminologia giuridica esatta) dell’indulto. A mio avviso era una necessaria valutazione da compiere, forse accessoria, ma comunque non ignorabile, in quanto queste persone (politici e Governo) sarebbero quelle che avrebbero dovuto, prendendo a prestito le tue parole, far precedere l’indulto da una politica che riconsidera globalmente il significato dell’essere uomo e dei legami sociali.

Alogon            

Inviato il: 27 May 2007, 12:02 PM

Travaglio non mi rinane simpatico come persona anche se quello che dice sicuramente è importante…chi lo sa… un’impressione personale…può darsi che mi sbagli. Non pretendo di essere infallibile…

copyright domenico fargnoli

Ramingo            

Inviato il: 27 May 2007, 03:14 PM

QUOTE (Alogon @ 27 May 2007, 12:02 PM)

Travaglio non mi rinane simpatico come persona anche se quello che dice sicuramente è importante…chi lo sa… un’impressione personale…può darsi che mi sbagli. Non pretendo di essere infallibile…

Il mio precedente intervento non era teso a portare la discussione su un giornalista in particolare, ne ho citato il nome in quanto mi è parso doveroso segnalare la fonte.

Per quel che mi riguarda il giornalista in questione non mi sta né antipatico né simpatico e si sarebbe potuto chiamare con un qualsiasi altro nome e cognome; solo che apprezzo chiunque faccia emergere pubblicamente la verità (verità oggettiva) in un paese dove, fin troppe volte, nella migliore delle ipotesi è manipolata e nella peggiore taciuta, vedi anche solo i recenti avvenimenti finalmente comparsi con clamoroso ritardo nella cronaca italiana come gli ingiustificati ed iperbolici privilegi della Casta politica o dell’inchiesta della BBC britannica sulla Chiesa e la pedofilia.

fiore            

Inviato il: 27 May 2007, 11:39 PM

Nel n°2/2007 della rivista “Il sogno della farfalla” viene pubblicato il contenuto dell’incontro con Manconi,Boraschi e Pisapia proprio sul tema del’indulto (“Accusati d’indulto”) anche qui,si parla dell’importanza della correttezza delle informazioni,ma anche della mancata valorizzazione relativa ai reinserimenti riusciti.Come donna,penso anche alle ragioni,se così si possono chiamare,delle vittime, e a volte trovo difficoltà nel trovare l’equilibrio per la comprensione verso gli uni e gli altri,ma rifletto anche che l’attenzione vera stia adesso nella trasformazione della politica,della cultura affinchè ci siano in futuro meno persone che delinquono o impazziscono..o perlomeno affinchè ci siano nella detenzione reali possibilità di riabilitazione e cura già a partire dalla condizione della detenzione (su Segnalazioni poco tempo fa era riportata l’esperienza scandinava,realizzata su un’isola norvegese ,se non ricordo male,veramente interessante).Non ho letto “La casta”,ma non concordo nel paragonare il discorso della correttezza delle informazioni relative all’indulto a quelle sul video “Sex crimes and Vatican” ,video oramai abbuiato su Google dopo quasi ottocentomila visite. L’argomento penso richiederebbe una discussione a parte..più persone consapevoli, meno sordità,più sconvolgimento a livello politico e culturale..potrebbero aprirsi le porte ad un altro Zapatero..ma chi potrebbe essere? Chissà se riuscirà Santoro a mandare in onda il video su “Anno zero”? Nella puntata di giovedì scorso ha parlato degli ostacoli che ha incontrato..spero proprio che una cartolina dalle Maldive non debba mandarla..per chi ricorda le sue parole:sì,la vita è ancora bella,ma credo che si debba fare di tutto per renderla migliore.

Guest            

Inviato il: 28 May 2007, 04:00 PM

mi permetto di intervenire per segnalare due aspetti della giustizia su cui occorrerebbe riflettere e che spesso i media travisano dandoci una visione distorta di come in realtà vanno le cose: in primo luogo si tende a sottolineare che in carcere la maggior parte dei detenuti è extracomunitaria, facendo pensare che gli extracomunitari siano più delinquenti degli italiani…non sono più delinquenti, ma hanno meno possibilità di accesso alle misure alternative al carcere (spesso non hanno una fissa dimora) e di solito non hanno le disponibilità economiche per pagarsi un buon legale di fiducia. Se sono fortunati trovano un valido legale d’ufficio che li assiste con la speranza che un giorno lo stato paghi per lui le spese legali (sono ferme da mesi le liquidazioni degli onorari per gratuito patrocinio e difese d’ufficio a causa degli esorbitanti tagli alle spese di giustizia…).

Un altro aspetto che affligge la giustizia è la presenza di personale esterno al carcere, come gli educatori, gli assistenti sociali e gli psicologi dei vari sert che spesso, lungi dal preoccuparsi dell’individuo che hanno di fronte e delle sue problematiche, come in una catena di montaggio prescrivono farmaci o stilano programmi di trattamento assurdi e tutti uguali di fronte ai quali i vari g.i.p. si sdegnano rigettando istanze di revoca di misure cautelari in carcere a causa dell’incompetenza di chi dovrebbe aiutare queste persone a curarsi ed a permettere la realizzazione del fine riabilitativo e di reinserimento sociale…..

Questi professionisti hanno una grande responsabilità.

Uno psichiatra certificò che Izzo non era più pericoloso ed un giudice di sorveglianza sulla base di questa perizia lo fece scarcerare…i media hanno sottolineato la responsabilità del giudice senza notare abbastanza che i magistrati spesso fondano le loro decisioni su perizie ed accertamenti tecnici che altri professionisti fanno…ma i media vedono solo alcuni aspetti e nella gente comune si rafforza l’idea che i giudici non siano competenti e aumenta la sfiducia nelle istituzioni in genere che poi, come in un circolo vizioso, favorisce l’illegalità.

L’indulto è la coda del problema, esso rappresenta la crisi di un sistema giudiziario incapace di realizzare la funzione rieducativa e di risocializzazione della pena.

s.g            

Inviato il: 29 May 2007, 12:12 PM

Il mio intervento sul forum in materia di indulto voleva essere un intervento prima di tutto problematico oltre che in difesa del provvedimento.

E’ ovvio che se la prassi politica è scollata da un pensiero rigoroso, i provvedimenti risultano parziali e più esposti al fallimento.

L’errore non è l’indulto, ma il fatto di non averlo difeso abbastanza sul piano politico e culturale.

Per quanto mi riguarda, nel mio piccolo, mi permetto di dire che in linea di principio, l’indulto risponde pienamente ai principi costituzionali, che vedono nella pena oltre che uno strumento punitivo (nei confronti dell’autore del fatto) e retributivo (nei confronti della società) anche una funzione di emenda o meglio di recupero del condannato, considerato esso, come persona, pienamente legittimato ad essere riconosciuto tale anche nell’ambito del meccanismo giudiziario.

Lo sforzo ovvero la ricerca in cui sono chiamati ad impegnarsi i politici consiste, secondo il mio modesto parere, proprio in questo ovvero nel riconoscere ai temi afferenti “la persona” la stessa dignità che viene riconosciuta alla tematica dei diritti civili.

Non si tratta, qui, come in altri contesti di parlare di meri diritti sul piano sociale. Significherebbe sminuire l’argomento, bensì di diritti della persona, che sono anche quelli di un condannato di vedersi riconosciuto il diritto ad un “recupero” nel senso laico del termine.

Non concordo con Travaglio, che non è certamente un uomo di sinistra, quando espone in modo fin troppo lucido e razionale i dati sull’indulto. I dati, come sostiene Luigi Manconi vanno letti in un medio lungo periodo perché, aggiungo, siano attendibili, credibili e non si prestino a strumentalizzazioni. E a fronte delle statistiche riportate da Travaglio non si può trascurare che ne esistono altre con dati diversi, come quelle sul tasso di recidiva, che usualmente si attesta intorno al 60%, mentre dopo l’indulto si è fermata al 12%. A me pare anche questo un buon risultato.

Aggiungo infine e mi chiedo se non sia superficiale e non nasconda un altro vuoto, dal punto di vista “teorico”, il fatto di nascondersi dietro a dei freddi dati statistici per sostenere le proprie tesi, magari anche in tema di sicurezza (cito di nuovo Luigi Manconi), altro tema peraltro molto caro alla destra, quella meno avanzata sul piano culturale.

Ramingo            

Inviato il: 29 May 2007, 12:17 PM

QUOTE (Guest @ 28 May 2007, 04:00 PM)

mi permetto di intervenire per segnalare due aspetti della giustizia su cui occorrerebbe riflettere e che spesso i media travisano dandoci una visione distorta di come in realtà vanno le cose: in primo luogo si tende a sottolineare che in carcere la maggior parte dei detenuti è extracomunitaria, facendo pensare che gli extracomunitari siano più delinquenti degli italiani…non sono più delinquenti, ma hanno meno possibilità di accesso alle misure alternative al carcere (spesso non hanno una fissa dimora) e di solito non hanno le disponibilità economiche per pagarsi un buon legale di fiducia.(…)

Condivido quello che dici.

Tuttavia relativamente alla considerazione sugli extra-comunitari (anche perché credo che valutazioni diverse siano fatte solo da quei partiti politici che emanano provvedimenti tendenzialmente xenofobi), se riferite al mio primo intervento, ci terrei a precisare che tale questione era stata esposta e non omessa o mal interpretata: <<… La pericolosità degli stranieri è il quintuplo degli italiani, per ovvi motivi (chiarimento: gli ovvi motivi sono le condizione limite in cui purtroppo sono spesso costretti a vivere): ma prima dell’indulto stava diminuendo. Ora risale vertiginosamente, visto che lo straniero ha meno chances di reinserimento. Così il boom dei reati degli extracomunitari rende la vita più difficile ai regolari che lavorano onestamente e sono comunque la stragrande maggioranza (chiarimento: extra comunitari ovviamente)…>>

Senza dubbio, sulla questione che l’indulto sia la coda del problema, è così, ma, se il riferimento è sempre al mio intervento, non ho mai espresso (e nemmeno mai pensato) che senza l’indulto avremmo vissuto tutti felici e contenti. Non credo però che si debba dimenticare che il sistema giudiziario agisce secondo le leggi emesse da un organo superiore che è costituito dai politici (parlamento e Governo); stessa cosa vale per l’indulto, che, sottolineo nuovamente, vista la disattenzione ai pareri dei magistrati, la fretta con cui è stato emesso e diversi personaggi, sempre politici o soggetti ad essi legati a filo doppio che senza l’indulto rischiavano il carcere, non credo possa essere oggetto, in questo caso, di valutazioni dal punto di vista di ricerca sull’umano.

Ramingo            

Inviato il: 29 May 2007, 02:03 PM

QUOTE (s.g @ 29 May 2007, 12:12 PM)

Non concordo con Travaglio, che non è certamente un uomo di sinistra, quando espone in modo fin troppo lucido e razionale i dati sull’indulto.

(…)

Aggiungo infine e mi chiedo se non sia superficiale e non nasconda un altro vuoto, dal punto di vista “teorico”, il fatto di nascondersi dietro a dei freddi dati statistici per sostenere le proprie tesi, magari anche in tema di sicurezza (cito di nuovo Luigi Manconi), altro tema peraltro molto caro alla destra, quella meno avanzata sul piano culturale.

Purtroppo, non essendo io uno psichiatra, non sono in grado di dare valutazioni come la tua ultima.

In ogni caso, forse sbaglierò, ma le persone le “giudico” per quello che dicono, per come si comportano e per la loro coerenza.

Travaglio forse sarà anche di destra, io tutt’altro, ma, paradossalmente, è meno peggio di molte persone che conosco direttamente, molte delle quali dell’ambito politico, esse si dichiarano di sinistra (avendo la tessera, oppure anche no) e vanno in chiesa o la fanno in barba al fisco ed espongono mogli con pellicce che arrivano fino ai piedi, quando operai e impiegati non arrivano a fine mese.

E non si può certo dire comunque che Travaglio sia un giornalista parziale e incoerente: le accuse più pesanti le ha rivolte al precedente governo.

Ripeto ancora che non era mia intenzione portare il discorso sulla persona Marco Travaglio, bensì analizzare i dati da lui riportati. Sto solo rispondendo.

Mi trovo costretto a concludere qui, in quanto è evidente che il mio pensiero viene ripetutamente frainteso.

Alogon            

Inviato il: 29 May 2007, 02:14 PM

A me non sembra che il tuo pensiero sia stato frainteso: per ciò che mi riguarda ho espresso solo un’ impressione personale sul personaggio Travaglio e che personale vuole rimanere.

Sui dati sarebbe interessante confrontare fonti diverse e su questo ti è stato risposto.

Quindi non capisco perchè tu voglia interrompere una discussione che a mio parere è importante.

copyright domenico fargnoli

Ramingo            

Inviato il: 29 May 2007, 06:55 PM

QUOTE (Alogon @ 29 May 2007, 02:14 PM)

A me non sembra che il tuo pensiero sia stato frainteso: per ciò che mi riguarda ho espresso solo un’ impressione personale sul personaggio Travaglio e che personale vuole rimanere.

Sui dati sarebbe interessante confrontare fonti diverse e su questo ti è stato risposto.

Quindi non capisco perchè tu voglia interrompere una discussione che a mio parere è importante.

Rispondo volentieri.

Forse mi sono espresso male, ma io non voglio chiudere la discussione, non ne ho né diritto né intenzione, al limite non risponderò più alle provocazioni alcune delle quali personali, vedi il pensiero espresso dal Guest e da S.G.: i miei intenti erano già stati ampiamente chiariti prima, compreso il mio intervento del 12/09/2006 a cui ho pur fatto riferimento. Il forum è aperto a tutti e tutti possono confrontarsi con tutti, non credo proprio che la discussione sui Diritti Umani dipenda da me e dalla mia presenza nel forum (basta vedere le visite e gli interventi che la caratterizzano).

Quindi non intendo sottrarmi al confronto. E anche secondo me questa discussione è molto importante e per più di un motivo.

Ancora, non era assolutamente mia intenzione fare l’apologia di Travaglio, e vengo tacciato di avere -giusto per usare i termini espressi da altri- un pensiero razzista, di essere di destra, arretrato culturalmente, superficiale, se non addirittura vuoto, freddo e razionale (visto che l’articolo l’ho proposto io).

Non ho offeso mai nessuno, né in via generale né particolare e nemmeno indirettamente come invece è stato fatto nei miei riguardi. Men che meno mi sono lanciato, come invece si è verificato, in ardite, benché velate, para-interpretazioni di ordine pseudo psichiatrico (e non mi riferisco a te).

Riguardo a Travaglio, con il rischio di apparire ridondante, dico solo che è un giornalista (ed essere giornalista dovrebbe significare riportare i fatti senza tendenziosità) e il citare la fonte, anche se sapevo da prima la polemica che ne sarebbe potuta scaturire, era un obbligo a cui non potevo sottrarmi.

Ricordo comunque che Travaglio ha curato e cura una rubrica su L’Unità e posso ricordare anche la sua presenza frequentissima da Santoro, ma anche da Crozza, Luttazzi, la Dandini ecc., e tutt’altro che in veste di parte avversa. Non mi pare invece che sia “simpatico” o cercato dalla destra.

Ribadisco per l’ennesima volta che le valutazioni di Travaglio sulla legge di indulto del 2006 promulgata dal Parlamento sono preminentemente relative ai “colpi di spugna” e in particolare su quelli nei confronti della parte corrotta della classe politica, di destra, di centro e di sinistra. Non so, forse S.G. non gradisce la trattazione di questo aspetto…

Approfitto per ricordare a S.G., se la vogliamo proprio mettere asetticamente sotto il solo lato della correttezza formale, che se l’indulto del 2006 non era incostituzionale, pare che non lo sia stata nemmeno la maggior parte delle leggi ad personam varata dal precedente Governo, leggi tutt’ora in vigore e che l’attuale Governo non sta prendendo nemmeno in considerazione di abrogare.

Credo che essere veramente di sinistra, ed io mi ritengo tale, implichi il poter essere libero e critico anche nei confronti della sinistra senza fare proprie, aprioristicamente, le decisioni e le relative motivazioni dei vertici solo perché si milita nel loro stesso ambito. Mantenere la linea di partito sempre e comunque è un qualcosa che non mi corrisponde.

Dimenticavo, se “Travaglio non è certamente di sinistra”, lo è per caso l’insulto? anche se indiretto?

Così ripeto, spero per l’ultima volta, che la mia era solo una puntualizzazione sempre di merito, ma da un punto di vista diverso, e che cioè la ricerca, i cui principi sono stati da te espressi in un intervento precedente, non sono minimamente presenti nel Parlamento che ha emesso il provvedimento. A mio avviso era una necessaria valutazione da compiere, forse accessoria, ma comunque non ignorabile, in quanto queste persone (politici e Governo) sarebbero quelle che avrebbero dovuto, prendendo a prestito le tue parole, far precedere l’indulto da una politica che riconsidera globalmente il significato dell’essere uomo e dei legami sociali.

Come si fa a parlare di ricerca sull’umano in queste persone quando lo scopo primario delle stesse è stato solo quello di salvare politici e conniventi che hanno danneggiato e danneggiano gravemente lo Stato e i Cittadini? travestendo il tutto da provvedimento democratico e a favore dei diritti umani e civili?

Alogon            

Inviato il: 29 May 2007, 08:30 PM

…la discussione può essere accesa quanto vogliamo ma qui nessuno fa diagnosi psichiatriche od usa argomenti “ad personam”. Ritengo che Ramingo ha posto un problema che potremo ulteriormente sviluppare….

copyright domenico fargnoli

Ramingo            

Inviato il: 4 Jun 2007, 12:48 PM

QUOTE (Alogon @ 29 May 2007, 08:30 PM)

…la discussione può essere accesa quanto vogliamo ma qui nessuno fa diagnosi psichiatriche od usa argomenti “ad personam”. Ritengo che Ramingo ha posto un problema  che potremo ulteriormente sviluppare….

Allora sviluppiamo.

Sempre in relazione all’ambito dell’onestà intellettuale di questa classe politica, quella che promulga leggi, leggi di Stato che tutti gli Italiani devono osservare, vediamo un po’ chi si oppone ai PACS e DICO (ammesso che il rapporto uomo donna possa essere definito e racchiuso da queste due parole).

Propongo quindi una lettera letta in apertura della trasmissione Annozero in relazione al Family Day:

—————————-

Lettera a Ruini

Eminenza reverendissima cardinale Camillo Ruini,

mi rivolgo a lei anche se la so da poco in pensione, anziché al suo successore card. Bagnasco, perché lei è un po’ l’Andreotti del Vaticano: ha accompagnato la vita politica e religiosa del nostro paese per molti decenni. Come lei ben sa, non c’è paese d’Europa che abbia avuto tanti capi del governo cattolici come l’Italia. Su 60 governi in 60 anni, 51 avevano come premier un cattolico e solo 9 un laico: 2 volte Spadolini, 2 Craxi, 2 Amato, 2 D’Alema, 1 Ciampi, che peraltro si dichiara cattolico. In 60 anni l’Italia è stata governata per 52 anni da un cattolico e per 8 da un laico. Se la DC e i suoi numerosi eredi avessero fatto per la famiglia tutto ciò che avevano promesso, oggi le famiglie italiane dormirebbero tra due guanciali. Sa invece qual è il risultato? Che l’Italia investe nella spesa sociale il 26,4% del Pil, 5 punti in meno che nel resto d’Europa a 15, quella infestata di massoni, mangiapreti, satanisti e -per dirla con Tremaglia- culattoni. Se poi andiamo a vedere quanti fondi vanno alle famiglie e all’infanzia nei paesi che non hanno avuto la fortuna di avere in casa Dc e Vaticano, scopriamo altri dati interessanti. L’Italia è penultima in Europa col 3,8% della spesa sociale alle famiglie, contro il 7,7% dell’Europa, il 10,2% della Germania, il 14,3% dell’Irlanda. Noi diamo alla famiglia l’1,1% del Pil: meno della metà della media europea (2,4). Sarà un caso, ma noi siamo in coda in Europa per tasso di natalità: la Francia ha il record con 2 figli per donna, la media europea è 1,5, quella italiana 1,3. E il resto d’Europa ha i Pacs, noi no: pare che riconoscere i diritti alle coppie di fatto non impedisca le politiche per la famiglia, anzi. Lei che ne dice?

Lei sa, poi, che per sposarsi e fare figli, una coppia ha bisogno di un lavoro stabile. Sa quanto spendiamo per aiutare i disoccupati? Il 2% della spesa sociale, ultimi in Europa. La media Ue è il 6%. La Spagna del terribile Zapatero spende il 12,5. I disoccupati che ricevono un sussidio in Italia sono il 17%, contro il 71 della Francia, l’80 della Germania, l’84 dell’Austria, il 92 del Belgio, il 93 dell’Irlanda, il 95 dell’Olanda, il 100% del Regno Unito. E per i giovani è ancora peggio: sotto 25 anni, da noi, riceve il sussidio solo lo 0,65%; in Francia il 43, in Belgio il 51, in Danimarca il 53, nel Regno Unito il 57. Poi c’è la casa. Anche lì siamo penultimi: solo lo 0,06% della spesa sociale va in politiche abitative (la media Ue è il 2%, il Regno Unito è al 5,5). Se in Italia i figli stanno meglio che nel resto del mondo, anche perché sono pochissimi, per i servizi alle madri siamo solo al 19° posto.

Forse, Eminenza, visto il rendimento dei politici cattolici o sedicenti tali, avete sempre puntato sui cavalli sbagliati. O forse, se aveste dedicato un decimo delle energie spese per combattere i Dico e i gay a raccomandare qualche misura concreta per la famiglia, non saremmo i fanalini di coda dell’Europa: perché i nostri politici le promesse fatte agli elettori non le mantengono, ma quelle a voi le mantengono eccome. Sono proprio sacre.

Ora speriamo che il Family Day faccia il miracolo. A questo proposito, vorrei mettere una buona parola per evitare inutili imbarazzi. Come lei sa, hanno aderito all’iniziativa moltissimi politici così affezionati alla famiglia da averne due o tre a testa. Come Berlusconi, che ha avuto due mogli, senza contare le giovani e avvenenti attiviste di Forza Italia con cui prepara il Family Day nel parco di villa Certosa. Le cito qualche altro esempio da un bell’articolo di Barbara Romano su Libero. Vediamo la Lega, che fa fuoco e fiamme per la sacra famiglia. Bossi 2 mogli. Calderoli 2 mogli (la seconda sposata con rito celtico) e una compagna. Castelli, una moglie in chiesa e l’altra davanti al druido. Poi c’è l’Udc, l’Unione democratico cristiana, dunque piena di separati e divorziati. Divorziato Casini, che ha avuto due figlie dalla prima moglie e ora vive con Azzurra. Divorziati l’ex segretario Follini e il vicecapogruppo Giuseppe Drago, mentre la vicesegretaria Erminia Mazzoni sta con un divorziato. D’Onofrio ha avuto l’annullamento dalla Sacra Rota. Anche An è ferocissima contro i Dico. Fini ha sposato una divorziata. L’on. Enzo Raisi ha detto:“Io vivo un pacs”. Altro “pacs” inconfessato è quello tra Alessio Butti e la sua compagna Giovanna. Poi i due capigruppo: alla Camera, Ignazio La Russa, avvocato divorzista e divorziato, convive; al Senato, Altero Matteoli, è divorziato e risposato con l’ex assistente. Adolfo Urso è separato. L’unico big in regola è Alemanno:si era separato dalla moglie Isabella Rauti, ma poi son tornati insieme. Divorziati gli ex ministri Baldassarri (risposato) e Martinat (convivente). La Santanchè ha avuto le prime nozze annullate dalla Sacra Rota, poi ha convissuto a lungo. E Forza Italia? A parte il focoso Cavaliere, sono divorziati il capogruppo alla Camera Elio Vito e il vicecapogruppo Antonio Leone. L’altro vice, Paolo Romani, è già al secondo matrimonio: «e non è finita qui», minaccia. Gaetano Pecorella ha alle spalle una moglie e “diverse convivenze”. Divorziati anche Previti, Adornato, Vegas, Boniver. Libero cita tra gli irregolari persino Elisabetta Gardini, grande amica di Luxuria, che ha un figlio e (dice Libero) convive con un regista. Frattini, separato e convivente, è in pieno Pacs. Risposàti pure Malan, D’Alì e Gabriella Carlucci, mentre la Prestigiacomo ha sposato un divorziato. E al Family day ci sarà pure la Moratti col marito Gianmarco, pure lui divorziato.

Ecco, Eminenza, personalmente sono convinto che ciascuno a casa sua sia libero di fare ciò che vuole. Ma è difficile accettare l’idea che questi signori, solo perché siedono in Parlamento, abbiano dal ‘93 l’assistenza sanitaria per i conviventi more uxorio e vogliano negarla a chi sta fuori. E che lei Eminenza non abbia mai tuonato contro i Pacs parlamentari. Ora però non vorrei che qualche Onorevole Pacs disertasse il Family Day per paura di beccarsi una scomunica. Perciò mi appello a lei: se volesse concedere una speciale dispensa almeno per sabato, ne toglierebbe d’ imbarazzo parecchi. Potrebbe pure autorizzarli a sfilare ciascuno con tutte le sue famiglie, magari entro e non oltre il numero di 3. Per far numero. Ne guadagnerebbe la partecipazione. Si potrebbe ribattezzare l’iniziativa Multifamily Day.

Marco Travaglio, Annozero

IP: [ 159.213.102.8 ]

Scrub            

Inviato il: 4 Jun 2007, 04:08 PM

QUOTE (s.g @ 29 May 2007, 12:12 PM)

Aggiungo infine e mi chiedo se non sia superficiale e non nasconda un altro vuoto, dal punto di vista “teorico”, il fatto di nascondersi dietro a dei freddi dati statistici (di Travaglio n.d.r.) per sostenere le proprie tesi,

Intervista (stralcio) a Marco Travaglio

A cura di Fabrizio Li Vigni, Marco Miceli, Federica Lazzaro e Tommaso Mazzara – Palermo 2005.

All’interno dell’Italia berlusconiana, lei come si inserisce a livello politico? Si definisce un anti-berlusconiano o si schiera dalla parte della sinistra?

La prima che hai detto, senza mischiarmi. Io faccio un altro mestiere. Non posso essere pregiudizialmente con questi o con quegli altri. Mi sembra naturale che chi fa il giornalista non possa stare con chi da quattro anni cerca di, ed è riuscito a massacrare la libertà d’informazione. Di certo non posso stare con questi soggetti, ma non è una questione di stare quindi con gli altri, è una questione di stare proprio fuori da queste logiche. È una difesa non solo del mio proprio mestiere ma anche, in quanto cittadino, di tutto ciò che è in pericolo: la costituzione, la legalità, la dignità nostra. Sono tutti patrimoni non di destra e non di sinistra, sono patrimoni che dovrebbero essere cari a tutti quanti. Tutti quanti dovrebbero essere anti-berlusconiani, tutti, soprattutto quelli di destra.

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 4 Jun 2007, 09:44 PM

Anno Zero intanto ha mandato in onda “Sex crimes and Vatican” e un bello scossone c’è stato nell’opinione pubblica:qualche occhietto più aperto adesso c’è e una bella figura i baciapile della sinistra non ce la fanno certo,tutti pronti a riempire il vuoto di valori con la religione..sappiamo dove il nuovo nato Partito democratico si volge,lo sentiamo tutti i giorni dalle “proposte” che fanno per risolvere i problemi,sociali,economici,ecc. (pensate ad esempio allo “School pride”del ministro Fioroni per risolvere il problema del disagio giovanile o meglio del bullismo)…all’America. Ho concentrato un pò di informazioni dalle letture:Marx non ha fatto ricerca sulla reatà psichica, Lombardi parlava di socialismo e ricerca della felicità,Bertinotti incontra di nuovo l’Analisi Collettiva e vuole togliere la parola comunismo dal vocabolario,pubblica la rivista “Alternative per il socialismo” ,si apre molto (anche se non condivido molto il suo ritiro sul Monte Athos e la sua proposta di creare una stanza di meditazione,sul tipo “new age”, per parlamentari,al Quirinale)..apre una strada nuova.. D’altra parte ormai la disillusione per il Pd è palese fra la gente:sempre più persone pensano e non credono! Di informatori ce ne sono tanti,dalla Gabbanelli,da Travaglio,dalle Iene ecc. ecc. Il mio pensiero ora va più che sull’elencazione dei fatti (pur importante perchè l’informazione deve essere accessibile a tutti e a tanti) a come ci immaginiamo il passaggio ,il cambiamento,senza che ritorni possibilmente “l’uomo nero” come era scritto su Left..e che dire del contributo che ognuno può dare,all’associazionismo,ad un nuovo intendere dei rapporti sociali? E’dal basso che si forma la politica,dalla spinta della gente,o sono i politici che cambiano la massa (termine che non mi piace,ma non ne trovo adesso un altro).Scusate il mio riferimento alla Spagna..Che è successo là? Sabato sera ho visto un film di Alejandro Amenabar ( Premio Oscar 2005 come miglior film straniero) “Mare dentro”..non soffermandomi sulla trama del film che affronta un tema comunque molto serio che ci ricorda il caso di P.Welby)quello che mi ha colpito e l’affettività semplice e pulita dei personaggi,la quasi assenza di preti ,vescovi cardinali ecc.(da noi è diventata mostruosa la loro presenza nei media e in qualsiasi questione della vita sociale) dico quasi, perchè l’unico prete che appare viene “non violentemente” rifiutato ,per suoi tuonanti guidizi,dalle parole di una semplice,”grande”donna..quando mai da noi una tale proposizione!

Alogon            

Inviato il: 6 Jun 2007, 04:41 PM

E’dal basso che si forma la politica,dalla spinta della gente,o sono i politici che cambiano la massa (termine che non mi piace,ma non ne trovo adesso un altro”

Devo ancora individuare un ambito in cui la politica si forma dal basso o più in generale le deciisioni vengono prese in modo “collegiale”. Anche nell’ambito dell’attività scientifica sulla realtà umana sentirei l’esigenza di una maggiore partecipazione, di assistere a discusssioni. anche pubbliche che non siano rigidamente preordinate. Oppure non si potrà mai uscire da uno stato di “minorità”?

Con il mio gruppo di lavoro e di ricerca, senza negare le competenze di ciascuno cerchiamo di realizzare una interazione vera che consenta ad ognuno di contribuire secondo le sue possibilità. Ciò, in pubblico a volte non è sempre vantaggioso ma io sostengo che la politica si fa anche in questo modo, proponendo un tipo di rapporto basato sull’immediatezza ,sulla estemporaneità che ovviamente non è improvvisazione….forse quella di poter creare insieme è solo un’utopia ma a me piace pensare che sia possibile.

copyright domenico fargnoli

Jumper            

Inviato il: 7 Jun 2007, 09:16 AM

QUOTE (fiore [omonimia di utente reg.)

Anno Zero intanto ha mandato in onda “Sex crimes and Vatican” e un bello scossone c’è stato nell’opinione pubblica…

Dovuti meriti allora a questo forum nella cui sezione bolg tale questione fu già evidenziata già circa due anni e mezzo fa con la pubblicazione integrale del Crimen Sollicitationis del 1962.

Lou Cypher            

Inviato il: 4 Jul 2007, 12:59 PM

QUOTE (Ramingo @ 29 May 2007, 06:55 PM)

(…)

Come si fa a parlare di ricerca sull’umano in queste persone quando lo scopo primario delle stesse è stato solo quello di salvare politici e conniventi che hanno danneggiato e danneggiano gravemente lo Stato e i Cittadini? travestendo il tutto da provvedimento democratico e a favore dei diritti umani e civili?

A tale proposito, e in senso più esteso, riporto un testo pubblicato sul sito di Beppe Grillo:

———————————-

Basta! Parlamento pulito.

Chi è stato condannato in via definitiva non deve più sedere in Parlamento.

E se la legge lo consente, va cambiata la legge.

Migliaia di sottoscrittori dell’appello lanciato da Beppe Grillo sul blog http://www.beppegrillo.it chiedono che i condannati in via definitiva non possano più rappresentare i cittadini in Parlamento, a partire da quello europeo.

E’ profondamente immorale che sia loro consentito di rappresentarci.

Questo è l’elenco dei nomi dei rappresentanti italiani in Parlamento, nazionale o europeo, che hanno ricevuto una condanna (a questi si aggiungono un’altra settantina di parlamentari già condannati in 1° e 2° grado in attesa della Cassazione) -da non dimenticare che tutte queste persone sono solo coloro per le quali è stato possibile reperire prove sufficienti per un’incriminazione, un processo ed una condanna n.d.L.C.-:

I 25 CONDANNATI DEFINITIVI IN PARLAMENTO (Aggiornato a Giugno 2006)

_

1. Berruti Massimo Maria (FI)

2. Biondi Alfredo -reato poi depenalizzato- (FI)

3. Bonsignore Vito (Udc – Parlamento Europeo)

4. Borghezio Mario (Lega Nord – Parlamento Europeo)

5. Bossi Umberto (Lega Nord – Parlamento Europeo)

6. Cantoni Giampiero (FI)

7. Carra Enzo (Margherita)

8. Cirino Pomicino Paolo (Democrazia Cristiana – Partito Socialista)

9. De Angelis Marcello (An)

10. D’Elia Sergio (Rosa nel Pugno)

11. Dell’Utri Marcello (FI)

12. Del Pennino Antonio (FI)

13. De Michelis Gianni (Nuovo Psi)

14. Farina Daniele (Prc)

15. Jannuzzi Lino (FI)

16. La Malfa Giorgio (Pri)

17. Maroni Roberto (Lega Nord)

18. Mauro Giovanni (FI)

19. Nania Domenico (An)

20. Patriciello Aldo (Udc)

21. Previti Cesare (FI)

22. Sterpa Egidio (FI)

23. Tomassini Antonio (FI)

24. Visco Vincenzo (Ds)

25. Vito Alfredo (FI)

Elenco delle condanne definitive a carico dei parlamentari

 

Fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 13 Jul 2007, 01:02 PM

Forse non ho compreso pienamente il discorso..forse..comunque avrei piacere che qualcuno mi aiutasse ad avere più chiarezza o a comprendere quello che penso.

Nell’ultimo numero della rivista “Il sogno della farfalla” nel primo articolo dal titolo “Pazzia,amore,identità,annulamento,libertà”,ad un certo punto Massimo Fagioli risponde a C.de Blasio “..La stragrande maggioranza delle persone è fondamentalmente sana.La società non si regge per i carabinieri,non si regge per la polizia:si regge perchè il novanta per cento delle persone sono sane.”

Non sono d’accordo..anche perchè non vedo smentite a quello che si sente o si legge.Provo a fare un discorso esplicativo,se mi riesce,senza essere però troppo esplicita. L’uso di alcool,cocaina,droghe in genere e psicofarmaci è dato, dalle statistiche, in grande aumento..e la ribellione e l’impegno?.Nel 2020 la depressione sarà una delle prime cause di malattia..c’è un malessere generalizzato ne rapporti sociali ..molta indifferenza..ingiustizia..c’è ancora il vivere dei furbi (rossi o neri che siano) ,scorrettezza..dove è la vera democrazia? Se uno non ammazza praticamente,ma ti uccide giorno dopo giorno..creando un vivere non umano,non ti permette di realizzare la famosa identità perchè ti stritola nella morsa dei bisogni,cosa è ? Solo delinquente? Allora abbiamo una società che favorisce la delinquenza da una parte,e una grossa fetta di “fessi”che probabilmente si ammalano.La società si regge perchè c’è più consumo di droghe,e,psicofarmaci ..e la rabbia non viene fuori (o in altri casi ,forse, il senso di colpa) e la polizia non ha bisogno di intervenire..tante pilloline dell’obbedienza.

Fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 13 Jul 2007, 01:07 PM

..non avevo più spazio..in ultima analisi..se il novanta per cento delle persone sono sane..come mai abbiamo questa società così disumana ed indifferente?

Alogon            

Inviato il: 13 Jul 2007, 10:21 PM

…perchè quel dieci percento può essere di malati clinici, mentre ci potrebbe essere una più larga maggioranza di personalità psicopatiche… ma è solo un’ipotesi

copyright domenico fargnoli

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 20 Jul 2007, 03:58 PM

Giovedi’ mattina ,alle 9 circa su RAI 1, ho visto l’intervista allo psichiatra M.Fagioli (con lui c’era anche Jervis-?-)..palesemente,quando Fagioli tentava di spiegare sul piano culturale il discorso della malattia mentale (legato al quesito sulla legge 180 e il riferimento a Basaglia) è stato per ben due volte interrotto..come ascoltatrice ciò mi è sembrato molto violento. E’ troppo educato Fagioli o la nostra televisione vuole approcci alla Funari ?

fiore            

Inviato il: 20 Jul 2007, 09:15 PM

Nel forum del sito http://www.sxnet.it nella parte-parteipa-per amore- al giorno 4 luglio 2007 spedito a nome di Yuri c’è un messaggio dal titolo “Ritalin,una questione da non sotovalutare” che rimanda a dei video a YouTube.

fiore            

Inviato il: 14 Aug 2007, 12:32 AM

Forse c’è chi penserà “Ma questa non ha niente di meglio da fare?” ,però non si sa come mai ci sono “casualmente dei momenti nei quali sembra che le situazioni ti vengano un pò a cercare..una mentalità un pò etrusca? Notte del 13 agosto,telefonata con una persona in questo momento un pò sofferente, il discorso è andato a finire sull’importanza della ricerca in generale(con sotteso riferimento al passato referendum dei “quattro quesiti”,tristemente fallito per vari motivi ) e quella psichiatrica in generale (con riferimento sottinteso alla teoria e prassi di M.Fagioli e a tutti coloro che lavorano nell’Analisi Collettiva)..prima di andare a letto (sono le 24 circa) accendo la televisione e, sintonizzata per caso su RAI 3, vedo che si parla di malattia mentale ,di reinserimenti nel comune di Milano di persone con una seria storia di sofferenza alle spalle.Encomiabile il lavoro degli operatori e molto,molto bello il progetto ..ma ciò che ha dato al servizio (“Storie di vita vera”) per me,una nota stonata ,sono le testuali parole di Vittorino Andreoli ,che ho trascritto, per essere sicura di non essermi sbagliata,il quale dopo un discorso generale sulla percentuale della depressione negli anni e sul carattere violento della nostra società ha affermato che “ogni persona normale è compatibile con un gesto di follia estrema”..sì,ha detto proprio così! Allora ho ripensato a quello che avevo riportato su questa parte del forum riguardo all’atteggiamento violento su M.Fagioli che si sforzava di spiegare il discorso culturale intorno alla malattia mentale (e indirettamente una riflessione sulla legge Basaglia)…

Wagtail            

Inviato il: 20 Aug 2007, 10:05 AM

QUOTE (Guest @ 6 Sep 2006, 08:24 AM)

(…)

L’indulto è prima di tutto una scelta culturale,

(…)

S.G.

Penso forse sia interessante proporre questa intervista ad un ministro di governo attualmente in carica sull’indulto.

_________________________________________________________

“L’indulto è stato fatto per motivi ignobili e inconfessabili”

Di Pietro: “Utile soltanto a salvare Previti e soci”

Ministro Antonio Di Pietro, un anno dopo l’entrata in vigore dell’indulto, è cambiata la sua posizione?

«Ero, sono e sarò sempre contrario. L’indulto è stato proposto e attuato con una motivazione di fondo: decongestionare le carceri e fare stare meglio i suoi abitanti, i detenuti e gli operatori penitenziari».

Oggettivamente, ministro, da questo punto di vista l’indulto ha centrato i suoi obiettivi.

«Oggi le carceri scoppiano nuovamente e chi si trova al loro interno sta male ugualmente. Un anno dopo, se dovessimo ritenere valide quelle motivazioni nobili che portarono il Parlamento a varare l’indulto, dovremmo rifare un nuovo provvedimento di clemenza. La verità è che all’epoca, un anno fa, fu fatto l’indulto anche per inconfessabili motivazioni ignobili».

Quali?

«Far evitare il carcere a chi doveva scontare una pena, da Previti a compagnia bella. Con l’indulto, ricordo, si è anche stabilita la regola per cui chi veniva condannato a una pena inferiore ai tre anni, di fatto poteva non essere raggiunto da provvedimento di esecuzione pena. Insomma, chi doveva affrontare la detenzione per Tangentopoli varie lo ha evitato».

Faccia qualche esempio.

«I furbetti del quartierino».

Ministro, l’indulto è stato il primo passo falso del governo e della maggioranza?

«Sì, è stato il primo errore del governo e della maggioranza parlamentare. L’errore oserei dire strutturale, di credibilità sta nel non avere attuato una politica giudiziaria in discontinuità con il governo di centrodestra. Penso all’indulto, appunto, che non andava fatto, alla riforma dell’ordinamento giudiziario del ministro Castelli che – stavo dicendo avevamo messo a verbale – avevamo scritto nel programma avremmo cambiato in sette giorni e invece l’abbiamo modificato in modo tale da scontentare la magistratura. Posso proseguire?».

Ministro la sua è una requisitoria implacabile contro il governo e la maggioranza di cui fa parte. Tant’è, continui…

«In termini di politica giudiziaria non abbiamo accorciato per niente i tempi del processo. Risorse per la giustizia per far funzionare le strutture non se ne sono viste. Nel merito poi siamo stati contigui al centrodestra. Anzi, in questi ultimi giorni siamo andati oltre: rispetto alla Casa delle libertà che ha sempre criminalizzato e delegittimato i magistrati che indagavano per esempio politici di quella parte, allo stesso modo si sta comportando il centrosinistra in questi giorni criminalizzando i comportamenti dei magistrati e arrivando al punto che un Guardasigilli, con il consenso di ampie parti della maggioranza, sindaca un atto e non un comportamento di un giudice, il gip di Milano Clementina Forleo, arrogandosi il ruolo di supergiudice che può sindacare un atto giurisdizionale di un altro giudice».

Fin qui la requisitoria. Non vede neppure un’attenuante per evitare l’ergastolo all’imputato governo? Per esempio, le Forche Caudine del Senato?

«La credibilità del centrosinistra è stata minata non perché al Senato c’è un voto di differenza ma perché le decisioni che prendiamo sono di compromesso al ribasso, scollegate dalla volontà collettiva della maggioranza».

Siete in un cul de sac?

«Proprio per questo dico che dobbiamo essere coerenti. Quel voto in più sarebbe tale anche senza compromessi al ribasso. Per questo penso che quando si dovrà discutere le autorizzazioni all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche del caso Unipol-Bnl-Antonveneta, sarebbe utile anche per i diretti interessati dare il via libera. Alla fine, per riconquistare una credibilità occorre solo avere coraggio».

Guido Ruotolo – La Stampa – 24/07/2007

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 21 Aug 2007, 03:09 PM

Se la sinistra continua a non riempire il vuoto di valori,l’indulto viene vissuto come una grossa ingiustizia,come una legittimazione a comportamenti scorretti,anaffettivi,anche nell’ambito dei vissuti personali..e allora diventa a sua volta atto anaffettivo e continua da tanti a non essere digerito,perchè non è il senso profondo che viene analizzato o la situazione indegna delle carceri ,ma il messaggio che viene trasmesso ..mi comporto male tanto non mi fa niente nessuno…non lotto per il bene insieme agli altri,ma mi comporto come dice “Homo homini lupus” ,se poi qualcuno schianta..c’è la neve!

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 21 Aug 2007, 03:12 PM

Se la sinistra continua a non riempire il vuoto di valori,l’indulto viene vissuto come una grossa ingiustizia,come una legittimazione a comportamenti scorretti,anaffettivi,anche nell’ambito dei vissuti personali..e allora diventa a sua volta atto anaffettivo e continua da tanti a non essere digerito,perchè non è il senso profondo che viene analizzato o la situazione indegna delle carceri ,ma il messaggio che viene trasmesso ..mi comporto male tanto non mi fa niente nessuno…non lotto per il bene insieme agli altri,ma mi comporto come dice “Homo homini lupus” ,se poi qualcuno schianta..c’è la neve!

Trinity            

Inviato il: 22 Aug 2007, 09:48 AM

QUOTE (fiore [omonimia di utente reg.)

[21 Aug 2007, 03:12 PM]Se la sinistra continua a non riempire il vuoto di valori,l’indulto viene vissuto come una grossa ingiustizia,come una legittimazione a comportamenti scorretti,anaffettivi,anche nell’ambito dei vissuti personali..e allora diventa a sua volta  atto anaffettivo e continua da tanti a non essere digerito,perchè non è il senso profondo che viene analizzato o la situazione indegna delle carceri ,ma il messaggio che viene trasmesso ..mi comporto male tanto non mi fa niente nessuno…non lotto per il bene insieme agli altri,ma mi comporto come dice “Homo homini lupus” ,se poi qualcuno schianta..c’è la neve!

Credo forse sia necessario approfondire i dati di fatto, oggettivi, al fine di evitare possibili abbagli e delusioni su chi ci governa e cito parole già scritte:

<<(…) Rammento che il provvedimento dell’indulto è stato adottato dal neo Governo non appena insediato, come primissimo atto (in estrema fretta – n.d.r.), dall’altro lato, dopo circa un anno, tale Governo ancora non ha rispettato le promesse elettorali annoverate nel programma che prevedevano come primissimi provvedimenti la legge contro il conflitto di interessi e l’abolizione delle leggi vergogna del precedente Governo.

La discussione sui diritti umani, per altro legittima e forse addirittura dovuta, trova un approfondimento naturale nell’aspetto dell’indulto, ma, a mio parere, per quanto sopra citato e per quanto riportato in seguito, quest’ultimo indulto in Italia non ha nulla a che vedere con la ricerca sui diritti umani e più in generale sull’umano, per lo meno da parte di questo Governo.

Credo che, quando ve ne sia la necessità, sia doveroso distinguere, sempre. (…)>>

Phoenix            

Inviato il: 22 Aug 2007, 11:54 AM

QUOTE (fiore -omonimia di utente reg.- 21 Aug 2007 @ 03:12 PM)

Se la sinistra continua a non riempire il vuoto di valori (…)

Potrebbe essere opportuno porsi qualche quesito, ad esempio con “sinistra” cosa si intende? rappresentanti come ad esempio Walter Veltroni sono di sinistra al di là della tessera nel portafoglio? a tale proposito allego qui di seguito un interessante articolo, almeno così mi è parso:

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Il progetto neogollista illustrato da Veltroni al “Corriere”

La democrazia è in crisi: aboliamola…

Ieri Walter Veltroni ha pubblicato sul Corriere della Sera un proclama che riassume la sostanza del suo pensiero e del suo progetto politico. Indica la via da seguire al Partito democratico, e delinea un abbozzo di “Italia del futuro”, come piace a lui, come l’immagina. E’ un proclama essenzialmente gollista (nel senso che riprende tutte le suggestioni della democrazia autoritaria francese, fondata dal generale Charles de Gaulle negli anni ‘50), prevede un grande rafforzamento del potere esecutivo e della premiership , con una consistente riduzione del potere rappresentativo del parlamento e dei partiti. Delinea un annullamento del conflitto, della lotta sociale, del ruolo e dei diritti del sindacato. Sostituiti dall’efficienza e dall’ordine della decisione. Disegna una società molto gerarchizzata, la cui riuscita dipende dalla capacità di chi la governa, con metodi forti, autorevoli, certi. Il Corriere della Sera ha dedicato una pagina intera a questo saggio del Sindaco di Roma, che è corredato da 10 proposte, semplici e concrete, di correzioni delle leggi e della Costituzione, che dovrebbero essere i dieci pilastri della terza Repubblica.

Il progetto di Veltroni ha due pregi, indiscutibili: il primo è quello di essere chiarissimo, netto, di rovesciare il luogo comune del Veltroni generico e unanimista. Il secondo pregio è quello di essere perfettamente compatibile con le aspettative e i disegni dei gruppi dirigenti della borghesia italiana. Veltroni offre ai gruppi dirigenti del nostro capitalismo uno schema politico che – per la prima volta dai tempi della Dc – possa ricostruire l’unità tra il potere politico e il potere economico. In che modo? Sfrondando il potere politico dalle sue implicazioni sociali, di classe, di ceto, diciamo dalle sue “radici di massa”, e trasformandolo in una macchina funzionante, neutra, capace di adattarsi alle prospettive e agli interessi della “classe vincente”. L’Italia di Veltroni è in grado di ricomporre le fratture che in questi anni hanno diviso la borghesia italiana, indebolendone le capacità di governo.

Per questo è fortemente attuale. Ha moltissimo a che vedere con quello che leggete nell’articolo di Andrea Colombo, qui accanto, e cioè con la controffensiva delle classi dirigenti che – quattordici anni dopo la vittoria del 1992 e la normalizzazione sindacale del 1993 – rilanciano, chiedono una nuova affermazione, la resa dei sindacati e il “contenimento” della politica e delle resistenze che esercita.

Le dieci proposte di Veltroni possono essere riassunte così: riduzione del Parlamento; aumento del potere del presidente del Consiglio; bipolarismo, o meglio bipartitismo; sistema maggioritario; corsie preferenziali per le leggi del governo; emarginazione e forte ridimensionamento, anche finanziario, dei partiti (e persino dei giornali di partito); federalismo fiscale e quindi spostamento di ricchezze verso il nord, cioè verso la parte più efficiente del paese. Poi due proposte che si misurano con la questione del consenso: voto ai sedicenni per le amministrative e quote rosa per legge.

L’analisi di Veltroni parte da una constatazione: la crisi della democrazia. Però questa constatazione non è accompagnata da una analisi. Qual è la ragione di questa crisi? Veltroni scrive solo qualche frase un po’ vaga sulla globalizzazione e l’internazionalizzazione del potere. Se invece avesse preso in considerazione le elaborazioni di qualche anno fa di due suoi compagni di partito come Alfredo Reichlin e Giorgio Ruffolo, avrebbe potuto ragionare sulla loro teoria che riguarda la separazione tra “potenza e potere”. Dicevano Reichlin e Ruffolo che potenza e potere sono le due particelle che compongono l’”atomo” denominato governo. “Appartengono” alla politica. Scindendosi, creano una deflagrazione che rende impossibile il governo. La globalizzazione capitalista ha portato a questa scissione: l’economia ha sottratto alla politica la “potenza”, lasciandole solo il potere formale, cioè i riti e la burocrazia del potere ma non più la sua funzionalità. Per questo – dicevano Reichlin e Ruffolo – la democrazia soffre, perché le decisioni vengono prese altrove.

Ora voi capite che se le cose stanno così, ci sono due possibilità: la prima è aiutare la politica a riprendersi il potere, e quindi la democrazia a vivere. L’altra soluzione è quella di rinunciare alla democrazia e consegnare all’economia, che già detiene la potenza, anche il potere, permettendole di esercitare la sua dittatura, finalmente completa e libera dagli ostacoli costituiti dalla democrazia politica, dal libero conflitto sociale, dalla legittimità del sindacato.

Questo secondo è il disegno di Veltroni. Correggere una democrazia malata con l’iniezione di una forte dose di autoritarismo. Risolvere la sempre più difficile convivenza tra democrazia come rappresentanza e democrazia come governabilità, a favore di quest’ultima.

C’è un illustre precedente, in questa storia. Si chiamava Bettino Craxi. Sebbene la Grande Riforma che lui propose alla fine degli anni ‘70 (tra gli artefici di quella riforma, in un ruolo importantissimo, c’era Giuliano Amato) fosse assai meno drastica, e lasciasse in vita una parte assai più grande della democrazia politica, tuttavia la Grande Riforma Craxiana assomigliava a questo proclama di Veltroni per una ragione essenziale. Era stata concepita come una via d’uscita dalla crisi e un modo per rifondare una sinistra che intendeva recidere tutte le sue radici storiche e di classe e riproporsi come alternativa alla destra, più stabile, più affidabile, con più capacità di governo.

Nell’idea di Craxi, però, questa sinistra avrebbe garantito la mediazione tra borghesia e ceti deboli. E avrebbe anche garantito il primato della politica e la sua piena autonomia. Veltroni, oggi, ritiene che questo non sia possibile: che la politica, per sopravvivere, deve cedere lo scettro all’economia e accontentarsi degli onori del secondo posto. E che, per questa ragione, non sia più possibile una funzione di mediazione tra gli interessi: il compito che deve essere assunto dalla politica è quello dell’organizzazione del consenso che consenta la prevalenza degli interessi dello sviluppo e del profitto sugli interessi dei ceti più deboli. Gli interessi dei ceti più deboli, in questa costruzione teorica, vengono definiti “frammentari” e corporativi. E proprio perché frammentari devono essere “sterilizzati” e trasformati in una variabile dipendente dell’interesse generale che coincide con l’interesse della Classe dirigente. E alla politica spetta la conquista e l’organizzazione del consenso, per conto terzi, cioè per conto di quella Classe dirigente alla quale è restituito il ruolo di guida della nazione.

Piero Sansonetti – Liberazione – 25/07/2007

Alogon            

Inviato il: 22 Aug 2007, 12:22 PM

In una trasmissione di SKYNews 24 diretta da Paola Saluzzi e nella quale si parlava il 21-08-07 di pedofilia è emerso che al livello europeo esistono tre progetti di legge per depenalizzare la pedofilia “dolce” (senza penetrazione!). Uno di questi progetti è appoggiato da un gruppo politico italiano di cui però non è stato fatto il nome. Invece penso sarebbe importante sapere chi sostiene tali iniziative.

copyright domenico fargnoli

Ramingo            

Inviato il: 22 Aug 2007, 01:39 PM

QUOTE (Alogon @ 22 Aug 2007, 12:22 PM)

In una trasmissione di SKYNews 24 diretta da Paola Saluzzi e nella quale si parlava il 21-08-07 di pedofilia è emerso che al livello europeo esistono tre progetti di legge per depenalizzare la pedofilia “dolce” (senza penetrazione!). Uno di questi progetti è appoggiato da un gruppo politico italiano di cui però non è stato fatto il nome. Invece penso sarebbe importante sapere chi sostiene tali iniziative.

Io avrei trovato quanto segue (cliccare qui per il link diretto),:

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7/12/2005

<<(…) Grazie al sit-in di 100 ragazzi è stata fatta respingere una legge europea,la 35/03 art.4 comma 2.

Il presidente dei gay Grellini(deputato ds) e insieme a lui il ministro per le pari opportunità Prestigiacomo hanno preso in considerazione questa legge, che prevede la depenalizzazione del reato di pedofilia nei casi di consezienza del minore.

Come se un minore fosse in grado di capire realmente cosa gli sta succedendo in quel momento, o, per esempio, fosse in grado di respingere le avance di un familiare.Più di un deputato era favorevole a questa legge, e lo è ancora. (…)>>

Arcadian            

Inviato il: 22 Aug 2007, 01:54 PM

QUOTE (Alogon @ 22 Aug 2007, 12:22 PM)

In una trasmissione di SKYNews 24 diretta da Paola Saluzzi e nella quale si parlava il 21-08-07 di pedofilia è emerso che al livello europeo esistono tre progetti di legge per depenalizzare la pedofilia “dolce” (senza penetrazione!). Uno di questi progetti è appoggiato da un gruppo politico italiano di cui però non è stato fatto il nome. Invece penso sarebbe importante sapere chi sostiene tali iniziative.

Forse non è il caso specifico, ma credo che attinenze e nessi ve ne siano abbastanza:

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ROMA – Nichi Vendola ha 26 anni, è pugliese. Qualche giorno fa è stato eletto membro della segreteria nazionale della Fgci, la Federazione giovanile comunista. Ha un viso gradevole. In testa calza un berretto blu con visiera, da studente svedese. Intorno al collo è annodata una sciarpa di lana bianca. Porta al lobo sinistro un orecchino d’oro.

Nichi Vendola è un gay, il primo attivista omosessuale entrato a far parte della dirigenza comunista. Dice senza asprezza polemica: “Sono sicuro che parlerai dell’orecchino d’oro. Ho già dato un’intervista in cui raccontavo un po’ di cose, fatti personali e politici. Dopo ho avuto dei timori, credevo che ci fossero reazioni a Roma, nel partito. Invece i compagni sono stati benevoli. Mi hanno però avvertito: stai attento a non farti ingabbiare nel cliché, il gay alle Botteghe Oscure, eccetera. Prima c’erano i funzionari infagottati nei doppipetti grigi tagliati male, con le cravatte stonate in raso. Adesso l’omosessuale con l’orecchino. Al congresso giovanile avevo un magnifico, luminescente papillon sopra una camicia a righe. Dì, vuoi che ti stringa la mano sotto il tavolo?”. Rispondo che il passaggio sotto le forche del commento becero è obbligato: cosa si vuole aspettare, finezze anglosassoni? L’umorismo in Italia, e anche altrove, è spesso di genere caserma, dovrebbe esserci abituato. Però mica posso far finta di essere venuto per le sue preclare virtù politiche di cui tutta l’Italia parla. Sono venuto perché Vendola è il primo dirigente comunista gay dichiarato.

Nel 1948 il Pci non ha espulso Pier Paolo Pasolini per indegnità morale?

“Sono passati esattamente 37 anni. Sai cosa ho detto al congresso giovanile? Per noi comunisti non si tratta di difendere la grande dignità e i valori dell’omosessualità, ma di acquisire la diversità come elemento di ricchezza per chi vuole ancora trasformare il mondo. E’ stato il passo più applaudito nel mio intervento”.

Mi ricordo di un altro intervento, più volte citato, fatto da Enrico Berlinguer quando era segretario della Fgci, su Maria Goretti: la additava ad esempio per le future generazioni dei comunisti.

“Era il dopoguerra. I comunisti venivano descritti come bestie. L’accusa di essere intellettual-frocio-comunista, senza molta distinzione tra i termini, ugualmente vituperati, è stata merce corrente fino a non troppo tempo fa. Da parte del Pci si tentava di difendersi, di proporre dei modelli di moralità sotto quell’alluvione di vituperi. Il difetto stava nel prendere in prestito i modelli dalla cultura cattolico borghese”.

Ma c’era anche molta grettezza moralistica e bacchettona all’interno del partito. Chi conviveva con una ragazza veniva convocato e avvertito con l’usuale frase: “Compagno, è ora che regoli la tua posizione”. E Togliatti ebbe dei problemi quando iniziò la sua relazione con Nilde Jotti. Secchia non scherzava.

“Lo stesso Secchia, una volta caduto in disgrazia, fu accusato, non tanto larvatamente, di essere un finocchio, accusa infamante e degradante. Ma erano tempi diversi, il partito continuava a vivere in stato di allarme, non ci si potevano concedere lassismi personali con il nemico o con la sindrome del nemico alle porte. Però Pasolini, tra il ‘60 e il ‘70, già poteva scrivere liberamente anche di omosessualità su Vie Nuove”.

Pasolini era uno scrittore celebre, un poeta, “un’artista”. Anche Visconti non venne mai attaccato: Togliatti ne ha fatto sempre grandi elogi. Ma era un’eccezione. L’aristocratico decadente se lo poteva permettere, proprio perché aristocratico e decadente. L’operaio in fabbrica no. Diciamo la verità: i compagni lo avrebbero preso a calci nel sedere.

“Su Visconti posso essere d’accordo. Ma lui non faceva professione di omosessualità, come non la fa Zeffirelli. In questo senso non sono “scandalosi”. Invece Pasolini era provocatorio, almeno per quegli anni e il fatto che scrivesse su Vie Nuove è significativo. Però è vero che l’omosessuale in fabbrica, tra i compagni, non aveva vita allegra. Mio padre, comunista da sempre, un uomo magnifico, dolce, andava a fare le spedizioni per picchiare “i froci”. Una volta mi ha detto: se ti ammazzassi, noi tutti potremmo riacquistare una dignità. Mi ha molto amato, ma per lui, come per tanti altri, gli omosessuali erano solo i turpi individui che adescavano i bambini nei giardinetti. Ma di queste cose non ne voglio più parlare”.

Non ho l’intenzione di continuare ad insistere su certi ritardi e manchevolezze del Pci. Ma qui, come in altre occasione, l’azione dei radicali mi sembra sia stata decisiva. Gli altri hanno seguito, anche con riluttanza: tutto questo non gli interessava, soprattutto non faceva parte della loro cultura.

“I radicali hanno avuto dei meriti, creando movimenti, flussi, attraverso un’ottica garantista. Ma con qualche casella o piccolo spazio in più di libertà non cambi le regole del gioco, che sono rimaste quasi le stesse. Il Fuori voleva creare la cittadella gay, dove gli omosessuali si potessero sentir protetti. I comunisti sono sempre stati contro l’ideologia del ghetto: in ritardo, magari, però decisi a risolvere le questioni, non solo a presentarle, che è molto più facile. D’altronde basta andarsi a rileggere le centinaia di lettere che arrivavamo all’Unità e a Rinascita” durante gli anni 70: un dibattito libero”.

Mi dicono però che alti dirigenti del partito non siano stati particolarmente soddisfatti dell’elezione di un omosessuale nella segreteria della Fgci: Chiaromonte ad esempio.

“Francamente nel Pci non ho mai avuto problemi, come li ho avuti in famiglia. Credo che oggi comunista significhi anche rispetto dell’altro, essere condannati ad una contaminazione attraverso il rapporto umano: un rischio che bisogna accettare. Lo sguardo inquietante di un altro uomo può farti crollare il tuo castello di certezze, ma è inutile e stupido fuggire. Sono i liberali che hanno sguardi paralleli, che non s’incrociano mai: l’idea del rapporto come due monologhi. Questa è mummificazione dell’esistente. Libertà comunista è dinamismo, è contaminazione, con le nostre coscienze e i nostri corpi, è buttarsi nella mischia. Io l’ho fatto, sono diventato coscientemente omosessuale, per poi recuperare l’eterosessualità, per poi trovar la sessualità, senza aggettivi. Vorrei che ci capissimo, non sto parlando di membri e di apparati genitali, altrimenti torniamo alla caserma”.

Io credo di capire, ma non so quanti siano in grado di farlo nel Pci, non parlo della Fgci…

“Giovanni Berlinguer è uno che capisce: aperto, vivace. Anche Natta ci aiuta. Abbiamo avuto un dibattito con lui molto libero. Ripete sempre che bisogna andare fino in fondo, che bisogna parlare, confessarci di più – non dal prete con la cotta – togliersi di dosso tutti i residui di intolleranza. Gli altri non so, sono arrivato da pochi giorni a Roma. Certo l’età conta, ognuno forma la propria cultura in un momento storico preciso. Non è facile affrontare un tema come quello della pedofilia ad esempio, cioé del diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro, o con gli adulti – tema ancora più scabroso – e trattarne con chi la sessualità l’ha vista sempre in funzione della famiglia e dalla procreazione. Le donne, da questo punto di vista, sono notevolmente più sensibili. Ma il Pci non è un organismo matriarcale”.

Stefano Malatesta – la Repubblica – 19 marzo 1985

fiore *omonimia*            

Inviato il: 22 Aug 2007, 03:03 PM

Ho trovato su internet in un paragrafo di un piccolo trattato sulla pedofilia,paragrafo dal titolo “VIsioni giustificatrici” le seguenti parole:”Alcuni intellettuali fra i quali Foucault e Tournier,esaltando gli amori pedofili,in particolare la “pedolfilia dolce” sostengono la liceità dei comportamenti pedofili e sostengono un riconoscimento di una componente genitale della sessualità infantile senza però fare alcun accenno alle ripercussioni sul bambino,spesso devastanti.” Questo Foucault qui è proprio quel Foucault lì,vero? Sul forum tempo fa qualcuno fece accenno all’argomento della pedofilia parlando di politica..

fiore            

Inviato il: 23 Aug 2007, 02:21 PM

..se en ricordo,qualcuno nel forum aveva riportato proprio delle passate affermazioni di Niki Vendola.

fiore            

Inviato il: 23 Aug 2007, 09:30 PM

C’è qualcuno che gentilmente,in poche parole ,può riassumermi i rapporti fra Michel Foucault e sinistra italiana? Grazie ,in antcipo.

Jumper            

Inviato il: 24 Aug 2007, 08:58 AM

QUOTE (fiore @ 23 Aug 2007, 02:21 PM)

..se en ricordo,qualcuno nel forum aveva riportato proprio delle passate affermazioni di Niki Vendola.

… ricordi bene…

Guest            

Inviato il: 24 Aug 2007, 03:38 PM

Su Liberazione Domenico Jervolino, responsabile Universita’ di Rifondazione, denuncia cosi’ i mali dell’istruzione:” logica alienante della merce che invade tutti gli spazi vitali e che tende ad annettersi anche i saperi e le tecniche nell’eta’ del capitalismo cognitivo”. Il tutto va a detrimento “ delle giovani generazioni, delle componenti studentesche minacciate di essere ricacciate verso una condizione di afonia e diventare preda di processi di colonizzazione del vissuto quotidiano”.

guest *omonimia*            

Inviato il: 30 Aug 2007, 06:55 PM

Dal 25 al 29 agosto si è tenuto a Firenze il 13° congresso internazionale dell’ESCAP, società europea di psichiatria infantile e adolescenziale.Megacongresso all’americana con 2400 adesioni e 400 sessioni di lavoro.Introduceva fra gli altri Luigi Cavalli Sforza di cui non è stato pubblicato da nessuna parte il testo dell’intervento.La stampa ha affermato che lo scienziato sostiene l’origine genetica di molte malattie mentali,mentre quel poco che ho sentito del suo discorso inaugurale diceva dei grandi progressi dello studio dei geni,molto più scientifico della psichiatria nel suo approccio alle malattie in genere. Ma, come dicevo, il discorso non si trova.Lo scopo dichiarato del Congresso era di gettare ponti ( bridging the gap ) fra i vari modi in cui si affrontano i disturbi mentali dei bambini. Invito chi è interessato e…. regge bene le delusioni ad andare sul sito http://www.escap-net.org , prima che lo tolgano ( il rischio c’è ,visto che il Congresso è finito ). Tanto per dirne una, il documento di integrazione fra i metodi di lavoro, che ci si aspetterebbe redatto alla fine dei lavori, è stato presentato alla cerimonia inaugurale,il 24 agosto ! Vi si parla di diritti umani dei bambini,ma anche di stilare una sorta di codice europeo per la somministrazione degli psicofarmaci nell’infanzia. E’ chiaro quindi che in quel vasto ambiente psichiatrico è fuor di discussione dare gli psicofarmaci ai bambini.E se c’erano voci discordi, non sono riportate nel documento conclusivo scritto…. all’inizio.

fiore            

Inviato il: 2 Sep 2007, 09:41 PM

Su “Segnalazioni” uno dei “links” di questo sito,in data odierna (2 settembbre) c’è un estratto dal Corriere della Sera: specialisti di tutta Europa sottoscrivono la Dichiarazione di Firenze che affronta anche il discusso tema dell’uso “facile” di farmaci nelle patologie mentali (o disagi) di bimbi e adolescenti. Pur riconoscendo il primato della psicoterapia,adducono scuse di poche risorse per CURARE senza farmaci. Da marzo cosa succederà ? E il famoso discorso culturale dietro la malattia mentale? ..Certo non so come potranno migliorare le cose..spero che i politici che aspirano ad un socialismo europeo e che sono ,fino al 4 settembre, riuniti ad Orvieto,ritengano urgente il discorso sull’uomo,oltre la politica fine a se stessa ,all’economia,ecc.pur parti importanti di un programma! Cosa pensa di fare l’Analisi Collettiva?

fiore            

Inviato il: 10 Sep 2007, 02:24 PM

N.35 di Left:Compromesso antistorico-sulla pelle delle donne.Il neobigottismo attraversa la sinistra e lede i diritti della persona.In tre anni di legge sulla fecondazione assistita,solo disastri.Ma la politica latita.Ecco perchè il 20 ottobre non si può scendere in piazza solo per il lavoro. A pag. 22 e 23 l’articolo della neonatologa Maria Gabriella Gatti-Propaganda sulla pelle delle donne.

fiore            

Inviato il: 10 Sep 2007, 02:32 PM

.. mi piace aggiungere delle donne di questa sinistra di governo (perchè proprio loro si e ci stanno dando la zappa sui piedi) :”Cilicio e martello” (che non ho coniato io ,ma rende benissimo l’idea)..che alleanza !! Le “herbarie” medievali,le donne-streghe,forse qualcuna un pò isterica,probabilmente erano più umane!

Alogon            

Inviato il: 30 Sep 2007, 07:05 PM

Unità 30.9.07

Indulto: cifre e leggende

di Luigi Manconi e Andrea Boraschi

Le cronache di questi giorni rilanciano la «questione sicurezza». E, con essa, la questione della criminalità. In conclusione, sempre lì si torna a battere: l’indulto. Così che viene da pensare «ah! Quanto sarebbe bello questo paese se l’indulto non ci fosse mai stato. E quanto si vivrebbe meglio…». Certo, il discorso pubblico sulla questione talvolta, grazie al cielo, si fa argomentato e documentato. E non per questo meno approssimativo. Un buon esempio viene dall’articolo di Roberto Perotti pubblicato sul Sole24 Ore di giovedì. «Ma come è possibile – scrive l’autore – trattare una questione così fondamentale per la vita (letteralmente) di tutti gli italiani in modo così superficiale, per non dire incompetente?». Ce lo chiediamo anche noi, già a leggere l’incipit dell’articolo: «Dopo l’indulto le rapine in banca sono raddoppiate». E la causa è, appunto, quel provvedimento di clemenza. Non è certo nostra intenzione sostenere che, sul fronte della criminalità, tutto vada bene. Non siamo ciechi. Ma è, altresì, nostra intenzione informare sulle dimensioni di un fenomeno – quello criminale, appunto – che va duramente combattuto; ma che non presenta, oggi, nei suoi tratti generali e statistici, i caratteri dell’emergenza. Basterebbe, in tal senso, analizzare i dati dell’ultimo rapporto del Viminale sulla sicurezza: nel 2006 gli omicidi commessi nel paese sono stati 621, mentre nel 1991 erano 1901; il tasso di omicidi nel nostro paese, oggi, è sensibilmente più basso di quello registrato in paesi come la Finlandia o l’Olanda; parimenti, in Italia si rubano meno veicoli a motore di quanti se ne rubino in Francia, Danimarca Svezia e Inghilterra; si registrano meno furti in appartamento di quanti se ne registrano in Svizzera, Danimarca, Francia, Belgio. L’elenco potrebbe continuare, assai lungo e altrettanto sorprendente. Solo per dire: possiamo assumere le rapine in banca a esclusivo e, comunque, dominante indicatore della situazione criminale in Italia? Forse no. Perché, altrimenti, giocando spericolatamente con i dati, potremmo affermare che dopo l’indulto – e, dunque, grazie all’indulto? – in Italia il numero di infanticidi è crollato (come confermano le statistiche criminali). Poi Perotti contesta il significato e l’interpretazione dei dati sulla recidiva forniti dal ministero della Giustizia, secondo i quali «a un anno dal provvedimento la percentuale di recidivi nelle carceri è addirittura scesa, dal 44% (dal 48%, per la verità. NdA) al 42%; e solo il 22% degli indultati è tornato in carcere, la metà del tasso di recidività medio tra tutti i reclusi». Secondo Perotti, si tratterebbe di stime che «non hanno nessun significato, statistico o concettuale». Perché? «L’indulto – sostiene l’autore – abbonava fino a tre anni di pena; dunque il dato veramente interessante lo conosceremo tra due anni, quando sapremo quanti reati sarebbero stati evitati se gli indultati fossero rimasti in carcere». Il ragionamento è interessante ma scivoloso: i detenuti di cui parla Perotti sarebbero comunque usciti: non, in blocco, tre anni dopo; bensì, ognuno in virtù e al ritmo del suo residuo di pena da scontare. Che poteva essere di una settimana, di un mese, di un anno. Fino, appunto, a un massimo di tre. Allora, e infine, quei reati sarebbero comunque stati commessi. Solo, un po’ più in là e un po’ alla volta. O forse Perotti suggerisce che qualche mese o qualche anno in più di galera avrebbe dissuaso quegli stessi soggetti dal tornare a delinquere? Così fosse, il suggerimento è più che discutibile: come dimostra una ricerca condotta da Francesco Drago, Roberto Galbiati e Pietro Verteva, pubblicata dal Sole24 Ore nel luglio scorso. Scrive poi Perotti: «Già ora sappiamo che l’indulto ha certamente causato più reati: perché abbia ragione il ministro, ai 6.200 reati accertati commessi finora dagli indultati dovrebbe corrispondere una diminuzione di pari entità di reati commessi da altri soggetti, e questo proprio grazie all’indulto». Ma qualcuno ha mai sostenuto che l’indulto potesse dissuadere la popolazione dal delinquere? O qualcuno ha mai affermato che una parte di quei detenuti liberati non potesse reiterare i reati? Non ci risulta proprio. «Il tasso di recidività tra gli indultati – scrive Perotti – è basso rispetto alla media semplicemente perché si sta confrontando la percentuale degli indultati recidivi entro un anno con la percentuale di reclusi recidivi nell’arco di un’intera vita». Non è così. La media è tarata su un periodo di cinque anni dall’uscita dal carcere; e il primo anno è «fisiologicamente» – così sembrano suggerire le poche statistiche disponibili – quello che fa registrare un tasso di recidiva più alto. Dato confermato anche nel caso in questione: il tasso di recidiva, negli ultimi mesi, si va assestando su valori decrescenti. In tal senso, gli effetti dell’indulto li potremo misurare da qui a cinque anni; al momento possiamo solo ricorrere a proiezioni, in buona misura confortanti. Anche perché quella percentuale (22%) ad oggi include anche il rientro in carcere di chi godeva delle così dette «misure alternative»: ovvero di chi stava scontando la sua pena fuori dal perimetro carcerario. Così ancora Perotti: «Per rendersi conto di quanto sia assurdo pensare che l’indulto abbia contribuito a far scendere il tasso di recidività nelle carceri, è facile mostrare come quest’ultimo potrebbe scendere anche se tutti gli indultati fossero incarcerati nuovamente: basta che il tasso di recidività tra i nuovi incarcerati non indultati sia molto basso». Ma di cosa stiamo parlando?

Non esiste penalista, giurista, sociologo o politico che abbia mai detto, in stato di sobrietà, che l’indulto dovesse servire a diminuire i tassi di recidiva. Piuttosto, l’indulto è servito a sanare una situazione di gravissima illegalità e (questa sì) di emergenza: 62.000 detenuti stipati in strutture che ne possono accogliere (al massimo) 42.000. Una situazione di palese violazione delle leggi e dei regolamenti penitenziari, tale da determinare condizioni intollerabili per agenti di polizia penitenziaria e tutto il personale, oltre che per i reclusi. La soluzione che infine Perotti suggerisce (niente condoni, costruiamo più carceri), rispetto all’emergenza di un anno fa, risulta semplicemente impraticabile. Per costruire un carcere e renderlo operativo, dal reperimento dei fondi al progetto, dalla messa in opera alla sua ultimazione, passano, di norma, tra i 10 e i 14 anni. Nel momento in cui l’indulto è stato varato, i tassi di carcerizzazione lasciavano prevedere che nel giro di tre anni, i detenuti, nel nostro paese, avrebbero superato le 80.000 unità. E di lì, poi, sarebbero cresciuti ancora, sino a cifre ancor più abnormi: un disastro. Oggi, invece, siamo ben lontani dai dati pre-indulto e le carceri non sono affatto nuovamente «quelle di prima»: quasi 20.000 unità in meno di un anno fa (si consideri che con l’indulto del ’90 gli effetti di deflazione furono riassorbiti e annullati in capo a un solo anno). Il punto è che senza la riforma del codice penale e delle leggi che producono carcere non necessario (la «Bossi-Fini» in primo luogo), quello sconto di pena – lo abbiamo scritto per primi – rimane una misura straordinaria, i cui effetti sono destinati a essere progressivamente annullati. Spetta alla politica operare per non vanificare questa occasione.

E, a tal proposito, un’ultima noticina: la si smetta di parlare dell’indulto come del parto maligno del genio criminale del governo e del ministro della Giustizia. Quella misura è stata approvata dal Parlamento con una maggioranza superiore all’80%: e con il voto di Forza Italia e dei Ds, dell’Udc e della Margherita, di Prc e di esponenti dell’Italia dei valori, del PdCI e del capogruppo di Alleanza nazionale al Senato. E il Capo dello Stato ha pronunciato, su quel provvedimento, parole assai sagge. Promemoria.

copyright domenico fargnoli

fiore *omonimia*            

Inviato il: 14 Oct 2007, 08:44 PM

..se il Partito Democratico si rifà alla filosofia di Spinoza e Hegel,cosa c’è d’aspettarsi?

fiore *omonimia*            

Inviato il: 15 Oct 2007, 08:59 PM

..poichè mi sembra inappropriato il termine “uomo nuovo” riferito a Veltroni…e d’altra parte al sondaggio di Siena sull’uomo del buon governo (che probabilmente intende la stessa cosa) al primo posto trovavamo Fini (che confusione questo PD !!) C’è un articolo piuttosto interessante nell’ultimo numero di Left.Non posso trascriverlo tutto perchè ci metterei troppo..c’è qualche punto interessante..è di Mario Tronti:noto filosofo e politologo:l’americanismo e il vuoto del pensiero sono il vero pericolo (pag.23)..”L’uomo del terzo millennio è l’uomo degli affetti?”-”Dobbiamo pensare all’essere umano dopo il Novecento.Pensiamo alla questione della differenza.Oggi non si può non partire dal dato di fatto che l’essere umano non è neutro,ma due,maschile e femminile.Il Novecento è anche le culture della crisi,quelle che hanno messo in crisi la tradizione razionalistica (perchè il PD riscopre Spinoza e Hegel-razionali e filosofi del nulla?).Bisogna assumere quanto c’è di perturbante e irrazionale,con cui dobbiamo fare i conti.Anche a livello di massa.Ci sono punti oscuri nelle masse.L’oscurità va compresa e assunta.Questi sono i discorsi della nuova politica.” E ritiene che uno dei mondi con il quale dobbiamo tenere aperto il dialogo sia la psichiatria (sul mondo della religione metto una netta distanza per l’inconciliabilità sulla ricerca sulla realtà psichica).Personalmente non mi sento “politica”..ma il 20 ottobre a Roma potrebbe arrivare un messaggio un pò più di sinistra…l’invito ad aprire un pò di più gli occhi,la mente,il cuore per non correre il rischio di consegnare l’Italia in altre mani.

Fiore *omonimia*            

Inviato il: 11 Dec 2007, 10:39 PM

Palazzo degli affari di Firenze,Fortezza da Basso,19 dicembre 2007,ore 21,30

spettacolo con la la “Bandabardò” e altri. Presentano Daniela Morozzi e Gianfranco Monti. Le installazioni video sono di Domenico Fargnoli.

Alogon            

Inviato il: 11 Dec 2007, 11:32 PM

Domenico Fargnoli sarà presente con un video, in fase di costruzionne “Cos’è rosso” tratto dalle copertine e dalle pagine ed immagini più in generale di Left.

Fargnoli insieme a Franca Marini ha realizzato, a tal uopo, un collage “ Red screen” ( 3m per 120 cm) di pagine del settimanale citato. Il collage è visibile presso lo studio di Franca Marini previo appuntamento.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 19 Dec 2007, 04:15 PM

Il video “Cos’è rosso” andrà in diretta questa sera a partire dalle 21.30sul portale http://www.intoscana.it

copyright domenico fargnoli

Fiore *omonimia*            

Inviato il: 22 Dec 2007, 02:15 PM

Stamattina mi sono svegliata con alcune parole di una canzone dei Bandabardò

-attenzione,concentrazione,ritmo,vitalità-chissà perchè! Particolare il quadro il Marini-Fargnoli “Cos’è rosso” ,visibile anche nell’ultimo numero di Left (bello grande!) -il titolo ha rimandato i miei ricordi all’ultimo numero del “Sogno della farfalla”,all’articolo di Eva Gebbardit e Luca Giorgini, “La ragione non ha colore .Ipotesi sulla cromofobia.” Il paragrafo dal titolo “Il significato del colore e del rosso”…Psichiatria e politica..il rischio che la sinistra scompaia …il senso del colore dipende nel sogno dipende dall’immagine onirica nel suo complesso..rosso:sangue,passione,guerra,amore,coraggio,rivoluzione,vivente,vitalità… La festa della legalità è rossa?…la presenza degli artisti di “Senzaragione” l’ha resa rossa?…

Alogon            

Inviato il: 22 Dec 2007, 09:42 PM

Onestamente non so se la festa della legalità è stata rossa: credo che la cromofobia si sia manifestata anche in quel contesto.

Il video certo non ha avuto l’accoglienza che meritava.

Ma la vitalità e forse qualcosa di molto di più della vitalità consiste proprio nella capacità di reagire.

Credo che le persone giuste hanno reagito correttamente alla nostra ricerca ed al nostro lavoro.

copyright domenico fargnoli

fiore *omonimia*            

Inviato il: 30 Dec 2007, 02:38 PM

Ho visto su Segnalazioni quel bel mazzo di rose rosse che acompagna gli auguri a tutti e a tutte per uno splendido 2008 .Grazie e auguri a tutti e a tutte noi che interagiamo in questo sito. Ho l’immagine davanti a me di Pietro Ingrao che incita a lottare uniti. Leggo le parole sui grandi temi (ambiente,guerra,ecc.) su articoli di Liberazione e sulle ansie degli italiani ai tempi odierni. Niente auguri per un 2008 meno indifferente,dove la presenza dela gente si faccia viva prima nei problemi di tutti i giorni,a chi urla più o meno in silenzio,e non è ascoltato..alla violenza quotidiana ,non capita,non lottata…niente auguri contro l’onnipotenza e l’individualismo di tanti,al non rispetto di chi ha dignità, alla violenza quotidiana che trova la sua accettazione nello spostamento dell’attenzione sulle grandi guerre sulle grandi violenze…senza stimolo alla partecipazione e al reciproco interesse.Non si vince con la logica che chi ce la fa va avanti altrimenti soccombe,almeno non in certi ambienti ..ansie? Con questo tipo di socialità? Per il 2008 auspicherei per Bertinotti una trasformazione in modo che le sue parole diventino pubblicità progresso per i valori fra esseri umani,nelle famiglie,nei rapporti quotidiani…in modo che un pò di sana vergogna contribuisse a renderci migliori…perchè c’è troppo divario fra le parole e l’attenzione verso una sanità del microsociale. Vorrei anche meno ruffiani,meno scorretti,meno “assenti”…..e io…..”speriamo che me la cavo” ! Auguri a tutti di un 2008, anche se non splendido, con la ricchezza di sentirci tutti più vicini.

Alogon            

Inviato il: 31 Dec 2007, 12:49 AM

Contraccambio i tuoi auguri ed apprezzo le tue parole Fiore . Auguri rivolgo anche a tutti coloro che hanno manifestato attenzione ed avuto interesse per questa ricerca sul rapporto fra psichiatria ed arte non sempre facile.

Anche se credo insieme a chi con me ha più strettamente collaborato ed agli altri che hanno comunque partecipato, abbiamo conseguito importanti risultati a livello pubblico.

Ci attendono a breve scadenza impegnativi appuntamenti come Il teatro dei Rozzi di Siena e probabilmente un incontro al S: Maria della Scala sempre a Siena nei prossimi mesi.

Spero per ciò che riguarda questo forum che esso sarà ancora in futuro uno strumento utile di confronto e di dibattito: spazio certo non ambiguo o tormentato dall’acrimonia e dal protagonismo negativo.

Di nuovo auguri a tutti.

copyright domenico fargnoli

fiore            

Inviato il: 11 Jan 2008, 06:29 PM

Nel n° 2 del 2008 di Left uscito oggi,11 gennaio,nelle edicole,alle pagine 86 e 87 c’è un’intervista di Simona Maggiorelli alla neonatologa e psichiatra Gabriella Gatti dal titolo “Un tribunale per le donne”- Ferrara e Ruini attaccano la 194.Intanto Formigoni vara protocolli restrittivi di applicazione della legge.A rischio,i diritti civili e la salute dei pazienti.La denuncia dei nenatologi.

fiore            

Inviato il: 17 Jan 2008, 05:14 PM

…cosa si può fare per sostenere i ragazzi e i professori della Sapienza di fronte a dei mass-media ,dei politici e un clero così poco leale ? Vengono ribaditi i motivi profondi ,il valore simbolico della faccenda,ma continuano ad essere sbandierate dalla controparte parole mistificatorie….che vergogna! Spero che la gente ,nonostante il lavaggio mentale dei media ,dimostri intelligenza,coraggio,e vicinanza… vorrei che ci tuffassimo ,invece di assistere da spettatori,pur godendo con gli occhi,in queste onde potenti nelle quali adesso si tuffano,giocano,sfidano a potenza del moto o si fanno trascinare da essa(un’immagine gioiosa che invita a partecipare ) giovani e adulti con coraggio e allegria……a proposito si sanno le date degli appuntamenti di Siena degli eventi organizzati dall’associazione “Senzaragione” ? Grazie.

Alogon            

Inviato il: 17 Jan 2008, 05:50 PM

A Siena ci sarà la rappresentazione teatrale il 19 febb al teatro comunale dei rozzi

Perora abbiamo solo questa data.

L’evento è pubblicizzato dal comune di Siena e finanziato dalla Regione Toscana

copyright domenico fargnoli

Fiore *omonimia*            

Inviato il: 4 Feb 2008, 05:14 PM

..vale sempre la pena affrontare l’ignoto,pur di non accettare compromessi,sapendo bene che i propri diritti sono importanti come persona (Bertinotti ieri nell’intervista di Lucia Annunziata ha affermato che oggi ci vuole attenzione anche alla persona e non solo più alla “classe”)….c’è chi vuole spingere a risolvere con una uniformità razionale un problema,senza analizzare le “ragioni”emotive ..leggi ingiuste,leggi usate,avidità spesso di classe… vale sempre la pena di affrontare l’ignoto pur di affermare i propri “irrazionali” diritti,quando una legge codifica situazioni che diventano privilegi per chi ha meno scrupoli?

Ho stampato la presentazione dell’evento del 19 ottobre a Siena…la navigazione continua…Grazie ad Alogon per l’aggiornamento delle manifestazioni promosse da “Senzaragione” e scusa per essere in difetto sulla reattività per una risposta.

“Eppure il vento soffia ancora

spruzza l’acqua alle navi sulla prora

e sussurra canzoni tra le foglie

bacia i fiori li bacia non li coglie.

Eppure sfiora le campagne

accarezza sui fianchi le montagne

e scompiglia le donne fra i capelli

corre a gara in volo con gli uccelli.”

P.Bertoli

Guest            

Inviato il: 12 Apr 2008, 11:50 AM

Sull’ultimo numero de “Il sogno della farfalla” (n°2 del 2008), di Maria Gabriella Gatti: “Leggere la biologia e la vita umana” .

fiore            

Inviato il: 4 May 2008, 09:45 PM

Perchè è stata chiusa la discussione “Psichiatria e politica”? Non potevano esserci dei contributi importanti per aiutare la comprensione ,il cambiamento-semplicemente occasioni d’ASCOLTO- in momenti come questi? Perchè la cosa più importante è il vivere …e non ci rassegnamo a farlo male..nessuna depressione..partecipazione e voce,democraticamente essere ascoltati,SENZA TOGLIERE VALORE ALLE VARIE ESPERIENZE. Comunque mi sembra assurdo che tanti eventi non siano stati capiti.. non ci credo.

Guest            

Inviato il: 26 May 2008, 03:58 PM

Oltre la resistenza penso che oggi bisogna mettere in atto anche forme di reattività:”bisogna togliere l’acqua dove sguazzano gli indifferenti, i furbi,i narcisisti,i ruffiani,i cattivi,gli scorretti,i violenti ecc.perchè la delicatezza,il dialogo,il non detto,ma fatto capire non paga..e basta pagare con la depressione..se in questo clima c’è ancora più cattiveria..e furbizia bisogna che chi continua a comportarsi male venga “stoppato”..e non mi riferisco certo agli immigrati,anche se il meglio e il peggio c’è anche fra loro come in tutti gli umani,ma alle persone con le quali si interagisce tutti i giorni e che è ora che la facciano finita di avere legittimate assenze,mancanza di responsbilità,inciuci,fuberie di bottega, e facili egoismi .Io corro..ma non sono più disposta a farlo anche per chi non apprezza (ma anzi,ride) e sfrutta la vitalità di chi con l’affetto riesce ad affrontare situazioni complesse e faticose,anche a costo di sacrifici personali.

Alogon            

Inviato il: 27 May 2008, 09:54 PM

sulle buone intenzioni siamo d’accordo….

copyright domenico fargnoli

 

fiore            

Inviato il: 9 Jul 2008, 01:49 PM

Non mi riferisco ad una parte di umanità dei quali conosciamo i presupposti dei valori..è facile confrontarsi con questa…ma c’è un “pacifismo” ipocrita in giro che è più violento di chi imbraccia un moschetto,c’è un “me ne frego” diffuso che è più freddo del motto proprio del fascismo, c’è una furbizia,un’arroganza,un opportunismo spesso mascherati con strategie false e seduttive che è veramente ripugnante,c’è un pensiero diffuso e sconcertante,che attecchisce nel consumismo,in un successo effimero,che scolla il tessuto sociale (“povero” Berlusconi,è diventato il caprio espiatorio di tanti,il fantoccio invidiato,di molti miserelli con l’obiettivo egoistico della rivalsa,che di sinistra hanno molto poco).

Come può Fagioli e l’Analisi Collettiva insegnarci ad amare questa umanità,illuderci del buono nelle persone (che non è quello della nascita),quando poi c’è una cattiveria ed un’assenza assordante..tante parole,tanti segnetti neri come dice lui,ma prevale poi ,non la logica irrazionale della solidarietà più bella,ma quella spartana della Rupe Tarpea,non lo spirito di gruppo,ma quello individualistico della realizzazione di identità(chi può,poi di questi tempi!) spesso ad ogni costo.Troppe chiacchiere..troppa rassegnazione o assenza nella gente (a volerle bene!) Ho esperienze e contatti umani per poter affermare che i miei non sono pensieri astratti…e mi sta passando la voglia di leggere anche Left e di seguire la politica,ancora troppe masturbazioni cerebrali nelle sinistra.Per chi ha visto il gladiatore”,ricorderà il pensiero che è necessario scendere in campo quando è necessario,anche sapendo che le scelte sono estreme,fra vita e morte;per chi ha visto “Via col vento” ricorderà la frase “chi ha coraggio fa anche a meno della reputazione”,chi ha occasione di stare con i giovani,non potrà far a meno di cercare di capir come mai sono tanto colpiti dal film (certo dallo stile americano!)

dal titolo “I’m legend” dove non si parla di alieni (come da un film citato dal Fagioli con riferimento all’indifferenza) ma di virus della bestialità,della rabbia..e ,straordinario,i ragazzi fanno introspezione su questo! C’è il tema (certo reso in modo molto semplicistico della farfalla,del gruppo sano che riceve il vaccino per sconfiggere il virus nei malati…trasformazione,rimedio alla malattia mentale? Quello che mi ha colpito è la sensibiltà di voler capire da parte dei ragazzi,un atteggiamento diverso da quello sempre a loro convenzionalmente attribuito,a torto o a ragione.Certo,i film di Bellocchio sono un’altra cosa,ma la realtà,la cultura,non sono settoriali,la politica non può essere solo parole e visioni i parte…non si può criticare l’assistenza dei religiosi,quando si propone poco,concretamente ,almeno nelle emergenze. Se uno chiede un panino perchè ha fame,glielo possiamo anche dare,se uno urla aiuto,nei limiti del possibile gli va pur dato..quante donne sono vittime in solitudine di carnefici,quanta gente quasi soffoca in un treno senza aria condizionata e dai finestrini sigillati,senza che alcuno li aiuti a concretizzare una protesta,quanti vorrebbero dare una scossone alla propria vita,ma non riescono a farlo perchè “isolati “…solo chi ha soldi,può farlo?

Verdi ,Beethoven sarebbero riusciti a lasciarci la loro musica se non avessero incontrato dei mecenati? Credere nel destino è un grosso ostacolo ,ma la fortuna è un’ altra cosa?

Alogon            

Inviato il: 10 Jul 2008, 11:34 AM

Ritengo che nessuno di noi abbia intenzione di illudere o proporre false speranze. Personalmente non credo nell’ottimismo a tutti i costi ma sono alieno anche dal pessimismo gratuito. Da che mi ricordo,da quando ero studente, la situazione politica non è mai stata facile: abbiamo passato una vita a lottare controcorrente. Per quello che mi riguarda non smetterò certo ora.

La coerenza, la continuità sono valori importanti indipendentemente dal fatto che troviamo o meno conferme all’esterno dei nostri pensieri ed aspirazioni. Fagioli, l’analisi collettiva Left sono tutt’altro che perfetti ma è quanto di meglio abbiamo. Se tu conosci qualcos’altro per cui valga la pena lottare e spendere la vita dimmelo. Io sono disposto a seguirti se si tratta di qualcosa che riterrò valido.

copyright domenico fargnoli

fiore            

Inviato il: 13 Jul 2008, 09:38 PM

Il pessimismo viene fuori da momenti più o meno lunghi e situazioni particolarmente dure. Anche le letture di come vanno le cose (per questo ho citato Left) contribuiscono a rendermi meno ottimista (non cito la televisione perchè lì c’è la catastrofe e forse sarebbe bene che la tenessi chiusa per un pò,riguardo ai telegiornali e a certi programmi!).Scusa Alogon,ma in alcuni momenti anche lottare è troppo duro in certi contesti. Comunque,con tutti i miei limiti,probabilmente anche io ho nove vite come i gatti!

Numero 28 di Left:culturapsichiatria:”Follia nel secolo breve”di Domenico Fargnoli.

Credo che ci sia solo Left in questo momento che faccia un’informazione libera

ed onesta.Suggerirei,però,qualche pagina di “Goodnews” almeno per farci vedere qualche seme di buono che alimenti la speranza. Il mio apprezzamento per il giornale è indiscusso….ora dico una fesseria:mi è capitato di visitare una festa democratica,sapete,quelle estive..ancora salsicce e quaglie,il discorso del sindaco,le piste da ballo con musica assordante ,sapete tipo quelle dei Casadei,le classiche,ed ancora pizze e piatti a base di pesce,e banchetti di cianfrusaglie ed esposizioni di macchine e biglietti della lotteria..ancora e sempre le stesse cose! Però questa volta non le sopportavo tanto,proprio perchè siamo ancora alle stesse cose e sento urlare i tempi! Poi ho riguardato il film “Il postino”quello che parla della poesia , ed ho ascoltato che a Berlino l’Università (parlava in particolare dei giovani designers ,studenti universitari) fa cose grandiose per favorire la creatività.

fiore            

Inviato il: 13 Jul 2008, 09:45 PM

..favorendo il loro impegno aiutandoli a non avere pensieri per le cose pratiche (affitti modesti in appartamenti confortevoli,tasse adeguate e tante altre piccole,grandi attenzioni ecc. ecc.) Una dimensione veramente bella!..ed in Francia per favorire le lavoratrici madri? Molteplici e varie iniziative,anche qui da rimanere sorpresi. perchè in Italia non si muove mai nulla? L’ultimo film di Bellocchio ha il titolo “Vincere”.

Alogon            

Inviato il: 14 Jul 2008, 09:05 AM

Bellocchio lasciamolo stare. Con lui non si sa mai dove si va a parare. Del resto lungi da me qualunque trionfalismo. Credo il problema sia costruire una piattaforma per le generazioni future fatta di idee che non siano credenze che abbiano presa sulla realtà.

copyright domenico fargnoli

fiore            

Inviato il: 14 Jul 2008, 03:33 PM

Chi potrebbe contribuire a preparare questa piattaforma di idee? Genitori,nonni e i giovani stessi sono sono pronti ad accettare frustrazioni? E’ pronta almeno una parte dei politici ad ascoltare e trafomarsi in base a una teoria nuova ed una prassi?

fiore            

Inviato il: 14 Jul 2008, 03:45 PM

Per quanto riguarda il riferimento a Bellocchio,la frase, come ben sai,non è la mia.Ho solo omesso di mettere le virgolette.

fiore            

Inviato il: 11 Apr 2009, 11:09 AM

Ieri,10 aprile, Left e “Il sogno della farfalla” sono arrivati insieme,erano uno stretto all’altro nella mia cassetta postale. I Left il Prof. Fagioli dà spiegazioni e chiarimenti riguardo ad identità,senso materiale e psichico del terremoto e sua valenza come immagine nei sogni .Si sofferma anche sull’immagine onirica casa-identità,indirettamente sul discorso di sanità e malattia, sull’importanza dell’affettività che fa sentire l’essere umano più forte di fronte ad eventi disastrosi naturali che sono reali ,constatabili,materialmente davanti agli occhi come il dolore che provocano nella gente. E commuove che l’umanità si svegli dal torpore e faccia di tutto e di più per aiutare,lenire la soffereza psico-fisica di fronte a tali catastrofi…Articolo sulla violenza nel rapporo uomo-donna e sottinteso sui rapporti malati (quelli che dovrebbero essere più significativi ) nel “Sogno della farfalla”..quante donne e persone non riescono a muoversi perchè certe situazioni provocano isolamento e perchè nessuno consapevolmente o no è disposto a comprendere e dare affetto,che dà forza in certi eventi sottili,non detti per vari motivi e che costringono all’immobilismo di anni (anche se ci fosse malattia,tanto più che è necessaria solidarietà). Gli urli di alcuni silenzi non scuotono ancora nessuno. Si parla ,si fanno articoli,ma di gesti veri e propri….anzi la dignità talvolta trova risposte offensive. Buona Pasqua,o meglio, Nascita a tutti !

fiore            

Inviato il: 15 Apr 2009, 08:13 PM

Riporto alcuni passi dell’interista a Massimo Fagioli su IL TEMPO di martedì 14 aprile:..Insomma la casa va oltre il bisogno e l’efficienza,perchè l’idea di identità supera la ragione e quindi l’uomo ha l’esigenzadi fare alcune cose tra cui costruire la casa,al di là degli strumenti di lavoro,come diceva Marx”.

“Comunque serve costruire immediatamenteee prefabbricati,per ridare una casa,non solo come protezione dal clima,ma come significato.Inoltre riuscire a comunicare nella misura in cui si spiega che questa è una catastrofe esterna,materiale ,la lesione è del corpo e non c’è lesione mentale.Non ci deve essere la catastrofe della vita.Dopo anni di lavoro si ha un’identità personale che dà significato a ciò che si è fatto,altro aspetto è quello psichico,la realizzazione dell’immagine che quando crolla tutto con violenza provoca angoscia e senso del fallimento,anche se il motivo è esterno,naturale come un terremoto”.

Alla domanda:”E gli anziani?” “Va fatto capire loro che se non c’è più nulla,non è per colpa loro,non è a causa di un loro fallimento”.

A livello sociale,di questi tempi, i fallimenti materiali e psichici quali sono e da cosa dipendono? Non c’è mica tanto da stare allegri! La soglia del valore fallimento ha senz’altro oggi un’altra altezza e il senso angoscioso del termine (fallimento)far breccia in più menti.Qualcuno ne può parlare ?

fiore            

Inviato il: 16 Apr 2009, 02:50 PM

Ancora di Fagioli sull’ultimo numero di Left,sempre quello del 10 aprile,un passo del suo articolo:”I revisionisti di sinistra hanno voluto distruggere la realtà di un comunismo razionale e,sull’onda del ‘68,diventarono irrazionali.Ma la fantasia al potere erano parole vuote.Non avevano scoperto il pensiero senza coscienza e riproposero le idee di Marcuse e Foucault,e non si resero conto che la prassi era quella di Cola di Rienzo e Masaniello e forse quella della presa della Bastiglia.Guardo e mi spaventa che,ora ,il popolo sia contro la sinistra ed idealizzi Berlusconi.” Il senso profondo del pacifismo va spiegato bene. Atarassia,distacco,indifferenza,anaffettività?Puo avere anche uno di questi significati. Siamo ancora ancorati al concetto di violenza del soldato con il fucile (in ogni modo riflettiamo anche su brani come “Camarade” di Remarque o sul video di A.Occhipinti, R.Caracuta,A.Lentini,F.Alberti dal titolo “Angeli distratti.Falluja:aprendo le porte dell’inferno”). Pensiamo ad esempio al bravo,buon ragazzo di Garlasco. Siamo ancorati ad un concetto di violenza come fatto materiale e questo confonde ,paralizza,rende impotenti.In ogni modo, una sana “scazzottata” come fanno alcune volte i ragazzi a scuola è meno dura delle parole-pietre,delle pulsioni malate,delle leggi e dell’etica di una politica che non lavora per l’uomo o di una economia e di una cultura che favoriscono il “fallimento”.

fiore            

Inviato il: 28 Apr 2009, 08:27 PM

Domenica prossima,3 maggio, dopo “Che tempo fa” ,doppo le 20.30 ,REPORT condotto da Milena Gabbanelli affronterà il tema degli ospedali psichiatrici in Italia.

fiore            

Inviato il: 1 May 2009, 01:34 PM

“Odio gli indifferenti.Credo che vivere voglia dire essere partigiani.Non possono esistere gli estranei alla città.Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano.Indifferenza è abulia,è parassitismo,è vigliaccheria,non è vita.Perciò odio gli indifferenti”. Antonio Gramsci,”La città futura”,11 febbraio 1917

Buon !° maggio !

fiore            

Inviato il: 2 Jun 2009, 09:50 PM

Saper aspettare,la vitalità che permette di fare la resistenza…è inutile urlare in certi contesti,il rapporto dell’Io con la realtà,non fare il nichilista kamikaze,suicida. A proposito di “Vincere”,nell’intervista a Bellocchio e Fagioli relativamente alla figura di Ida Dalser.

fiore            

Inviato il: 11 Jul 2009, 04:08 PM

Nell ultimo numero dell Agenda Coscioni (mensile di iniziativa politica nonviolenta dell associazione Luca Cosciooni,per il congresso mondiale per la libertà di ricerca) a pagina 10 si può leggere l intervista a Marco Bellocchio e a pagina 18 la lettera sconvolgente ,che termina con una richiesta di aiuto ,dal titolo “Giulia-la mia denuncia di madre e medico”-oltre che la storia dolorosa di un adolescente con malattia mentale,la critica alla legge Basaglia e al sistema ufficiale di cura.Si può aiutare Giulia portando a conoscenza che esiste in Italia ana teoria e una prassi di cura nuova,quella di Massimo Fagioli e dell Analisi Collettiva?

fiore            

Inviato il: 11 Jul 2009, 04:15 PM

La lettera può essere letta sul sito dell Associazione Lucacoscioni nella parte relativa all Agenda Coscioni.

fiore            

Inviato il: 13 Jul 2009, 09:37 PM

Chiedo scusa, mi sono resa conto solo in un secondo momento che la lettera che ho citato e realmente presente nell’Agenda Coscioni del mese di luglio (cartaceo),non è presente nel sommario della stessa su internet (chissà poi perchè visto chenel sommario c’è qualcosa della pagina 18,ovvero il trafiletto “Una risposta non risolutiva” -Fazio risponde a interrogazione Farina Coscioni).Vedrò come posso fare per renderla leggibile.

Sull’ultimo numero de “Il sogno della farfalla”: “Vita umana e morte umana:una nuova definizione”di Maria Gabriella Gatti.

fiore            

Inviato il: 22 Jul 2009, 10:05 PM

Nell’ultimo numero di Left a pagina 41 nello spazio societàgiovani,un articolo dal titolo “Generazione tradita”,la presentazione del libro di Ambrosi-Rosina:Non è un paese per giovani”. Una presentazione dello stesso libro aveva colpito il mio interesse,non molto tempo fa,su un quotidiano. Riporto un pezzetto della presentazione su Left:”..Così i trentenni di oggi,che si trovano a “essere giovani “ nel tempo sbagliato e saranno “vecchi nel momento peggiore”,si scoprono “eterni figli” perchè non possono permettersi di rompere con la famiglia,ma anche “depressi,perchè la “disfatta collettiva”viene interiorizzata come “fallimento personale”.

fiore            

Inviato il: 8 Dec 2009, 09:16 PM

L’anno scorso in prossimità del Natale un numero di Left in copertina citava “Tutti pazzi per Natale” e dava indicazioni, in qualche modo ,di sopravvivenza alla gente che soffriva il vuoto di queste festività,diventate un’orgia consumistica,senza neppure più il senso della celebrazione della nascita,pagana o religiosa che sia ,dove chi è solo si sente più solo,dove le famiglie piene di conflitti si ritrovano cercando di ricreare l’atmosfera della famiglia dei biscotti del “Mulino Bianco”(con tutte le conseguenze),dove l’abbandono e la sofferenza fisica e psichica diventano più pesanti. Che aria tira ques’anno? Intanto ci sono tre milioni di disoccupati.Intanto siamo tutti più ansiosi,preoccupati.Intanto la bontà non dilaga,ma una cattiveria ed una prepotenza sintomo di un disagio che a volte ha ragioni serie di essere,altre volte è conseguenza di una cultura di bassi valori che fa del successo a tutti costi,del denaro come parametro dell’essere ,del menefreghismo come modo di esser fra gli altri…..poveri esseri,gente che vive da killer per sopravvivere senza combattere cause che sono,poi,di tutti anche se non coinvolgono direttamente. Intanto c’è schizofrenia fra la televisione che dà messaggi euforici (tutti comprano,tutti vanno a sciare,tutti sono in splendida forma) e la realtà. Donne oppresse,dai volti sciupati per il correre quotidiano contrastano con l’immagine dell’araba soave,sorridente che parla di Lilith.Fagioli sorriderebbe in maniera ugualmente estasiata,alla donna dal volto provato,che non ha nè famiglia,pur cristiana cattolica, che la sostiene e che non ha il lusso di dedicarsi solo alla poesia,che non è ricca,che non sa pilotare un aereo,che non sa quattro o cinque lingue, ma vive sulla propria pelle la violenza dgli uomini e pure delle donne di questi tempi. Circondarsi di bellezza,sarebbe la cosa alla quale personalmente aspirei più di tutte..perchè bellezza è bontà,è sanità,è creatività,è sentirsi sicuri e protetti fra gli esseri umani..è semplicemente..sentirsi a casa. Non ostentate troppi sorrisi,fate un pò gli attori,come dice lo psichiatra nel film “Vincere” di Bellocchio,perchè il vivere è duro e c’è tanta gente arrabbiata e sofferente e in questo momento ha bisogno di sentirsi rappresentata,non snobbata.

Perchè gli psichiatri della teoria della nascita non escono dai loro salotti e incominciano a dare alla gente indicazioni di come sopravvivere,o meglio vivere, questo Natale? Quali sono le speranze alle quali possiamo veramente ispirarci? Vedo la realtà,riesco a comprendere come molte cose sono e come potrebberero essere per andare meglio ,ma noto la sordità ..e questo mi fa stare male e non accetto il dire di molti “qui andiamo a finire tutti male”perchè ho come a pelle l’immagine,il sentire di come si può stare bene ,della gioia di vivere,anche se in questo momento non mi appartiene.

fiore            

Inviato il: 11 Dec 2009, 11:10 PM

Fagioli è un genio,ma anche un essere umano.I suoi innamoramenti non sono infallibili (“Bertinotti” ,ora Joumana Addad che certamente è una bella donna).Se l’articolo su Joumana di Liberazione riportato da Segnalazioni,non dice cose fallaci,si è proprio intenerito Fagioli,visto che:

-la poetessa si professa cristiana;

-si sente la discendente di Lilith ( anche Lilith è nella Bibbia?)

-ha appena finito di tradurre l’opera di 150 poeti suicidi libanesi (se dà il suo contributo alla ricerca psichiatrica è un conto,altrimenti c’è da pensare a questa cosa);

-si parla della schizofrenia di Beirut,dove da una parte c’è gente che “semmai” muore sotto i bombardamenti e dall’altra parte giovani(i “giovani bene”,penso) che vanno a ballare o a sciare (e chissà che fanno le bellone siliconate!)-personalmente più che schizofrenia parlerei di menefreghismo,indifferenza,superficialità o è stolidità e fatuità (schizofrenia vera)-o qualcuno parla di vitalità di fronte alla violenza?

Permettetemi qualche perplessità,poco male se qualcuno dirà che c’è un pò di sana invidia-spero- ma Fagioli,quando vuole,è di un rigido e di un assoluto incredibile..in altre occasioni si scioglie proprio…potere del fascino femminile!

In ogni modo,anche se su piani diversi,la storia con Bertinotti insegna..le perplessità c’erano ed avevano ragione di esserci…e in ogni modo anche qualche critica,non ammazza nessuno,caso mai può essere pacificamente smentita con argomentazioni valide…o non c’è dialettica?

Alogon            

Inviato il: 12 Jan 2010, 12:27 PM

Su Joumana non commento. Sicuramente, al di là di evidenti limiti ha delle potenzialità. Stiamo a vedere come se le gioca se deciderà di farlo. Anche su Fagioli: è grande e vaccinato. Penso che sappia quello che fa ed io non mi preoccupo troppo per lui. Sicuramente di fronte a tutti, ma anche di fronte alla “Storia” a cui guarda, è responsabile delle sue scelte. Detto questo….gli psichiatri sono psichiatri e certo non possono risolvere tutti i mali del mondo. Sarebbe già tanto se agissero correttamente in base ad una solida formazione ed affrontassero la malattia mentale nell’ambito della cura che loro compete. La coerenza, l’onestà, la trasparenza certo sono requisiti essenziali: chi, in qualsivoglia maniera non li rispetta va incontro a problemi seri perdendo la possibilità di rapporto con la propria e l’altrui realtà umana. D’altra parte ciascuno ha orecchi per sentire ed occhi per vedere ed un pensiero per farsi un’idea di ciò che sta accadendo. Ritengo inutili i polveroni mediatici. E’ fondamentale, in questo momento particolare, potenziare al massimo l’identità psichiatrica, anche fuori dai riflettori, effettuando una ricerca che non sia subalterna ai procedimenti della cura che non sempre ammettono la dialettica.

Io sono impegnato su questo fronte: il resto non mi interessa e lo lascio ad altri.

Senza indulgere alla polemica, che dopo un pò diventa sterile.

Il grillo parlante non è un personaggio molto simpatico: è già tanto se riesco a capire ciò che io devo fare, figuriamoci se posso dare consigli agli altri od addirittura in base ad informazioni parziali giudicarne l’operato.

Un saluto fiore: grazie per il tentativo di tenere un filo con me ed il mio lavoro. Non sempre sono presente e non rispondo per una molteplicità di motivi.

Apriamo comunque una discussione sentiamo il parere di altri.

copyright domenico fargnoli

fiore            

Inviato il: 2 Dec 2010, 09:48 PM

Una forte emozione positiva..tanti giovani..studenti ,ricercatori ,precari..Bravi ragazzi!! Chiedono futuro e non scordiamoci che sono il nostro futuro.. Non lasciamoli soli anche se sono tanti e ,finalmente ben vitali…quello che fanno in questi giorni,l’immagine che suscitano deve far arrossire di vergogna tutta la classe politica, e tutti coloro che li hanno annullati. Emozione per vederli pacificamente reattivi,dolore per le loro motivazioni,rabbia per coloro che hanno così danneggiato questa umanità. Bravi ragazzi! Saremo al vostro fianco !

Alogon            

Inviato il: 4 Dec 2010, 12:22 PM

La ricerca su cui è basato l’intervento di M:G. Gatti alla presentazione del libro di Federico Tulli al Melbook store di Firenze il 3/12/2010

La pedofilia ed il sacro

<< La storia dell’infanzia è un incubo dal quale solo recentemente abbiamo cominciato a svegliarsi>> Così si esprimeva lo storico Lloyd de Mause convinto del fatto che più indietro noi andiamo nella storia e più è probabile che ci imbattiamo in bambini uccisi, abbandonati, terrorizzati e sessualmente abusati.

Alcuni studi antropologici, come quello di Marvin Harris sembrerebbero avvalorare la tesi di de Mause . E’ verosimile infatti l’ipotesi che i nostri progenitori della preistoria siano stati “assassini nell’Eden” in quanto oltre gli aborti spontanei, la mortalità infantile, e l’allattamento prolungato l’unico modo per mantenere stazionaria la crescita della popolazione perchè fosse adeguata alle risorse ,era il sacrificio dei neonati . I grandi artisti del paleolitico sarebbero stati infanticidi per necessità di sopravvivenza. Non avevano scelta o la razionalità prendeva il sopravvento sulla dimensione affettiva della donna e del bambino?

Già Darwin aveva associato la comparsa dell’uomo nella scala evolutiva con il figlicidio.

<<I nostri primitivi antenati semi-umani non avrebbero praticato l’infanticidio(…) dato che l’stinto degli animali inferiori a noi non è mai giunto ad una perversione tale da distruggere regolarmente la propria prole>>

Le testimonianze del figlicidio in epoca preistorica non depongono a favore di una originaria natura perversa e violenta dell’essere umano come sembra suggerire Darwin e come successivamente sosterrà Freud.

Infatti la presenza di manufatti artistici ed opere parietali nelle grotte od en plein air come a Chauvet in Francia o a Foz Coa in Portogallo sono prove inconfutabili della presenza di un pensiero irrazionale agli albori della civiltà, non riconducibile alla logica dell’utile immediato e della sopravvivenza. Al contrario tale presenza è indicativa del fatto che la relazione madre bambino, peculiare dell’uomo, doveva avere elementi psichici ed affettivi intensi e prolungati nel tempo

Nei miti greci l’eroe ,a partire dalla sua nascita è minacciato di morte o di abbandono da parte del padre che non accetta l’identità irrazionale del bambino avendo annullato prima la donna : Edipo che pure riesce a sfuggire alla morte diventa come il padre.

Il parricidio sarebbe solo una reazione rispetto ad una tendenza più primitiva del figlicidio che Laio aveva cercato di mettere in atto.

Nel periodo della classicità greca l’abuso sessuale, da parte di insegnanti e pedagoghi nella paideia filosofica era molto frequente e ed interessava, nonostate esistessero talvolta espliciti divieti come in Atene, anche soggetti al di sotto dei 10-11 anni .

Nel monoteismo ebraico il figlicidio è un atto fondante come nel caso dell’ingiunzione di Dio che ordinò ad Abramo di uccidere suo figlio Isacco.

Lo stesso Abramo abbandonò nel deserto il figlio avuto da un’altra donna.

Il sacrificio del figlio corrispondeva all’uccisione della propria realtà interna affettiva per sottometersi ad una dimensione astratta e trascendente.

La parola usata nel nuovo testamento per inferno è geena corruzione dell’espressione Ge-innom.

<<Innom è una valle esistente vicino a Gerusalemme, schernita dai profeti come il posto in cui si uccidevano i bambini. Geremeia (7,2) la chiamò “La valle del massacro”>>

Nell’antichità per gli ebrei la sodomia nei confronti di un fanciullo sopra i 9 anni poteva essere punita con la morte per lapidazione mentre un atto simile rivolto ad uno di età inferiore non veniva neppure considerato un atto sessuale e punto solo con la frusta

Nell’età imperiale romana la prima età della vita era una terra desolata soggetta ad angherie e violenze di ogni genere. Sovente i bambini, denominati “voluptates” venivano castrati nella culla per essere destinati ai bordelli : . Il termine puer significava contemporaneamente bambino e schiavo.

Il cristiani dei primi secoli furono accusati di praticare l’infanticidio rituale: Tertulliano li difese attribuendo queste pratiche ai pagani. Durante l’epidemia che verso la metà del III secolo devastò l’Impero romano a Cartagine venivano sacrificati dei bambini per garantire loro la salvezza e sconfiggere la malattia.

Il dissoluto Eliogabalo, di origine siriana, cercò di introdurre a Roma l’infanticidio sacrificale dei figli dell’aristocrazia romana .

Il cristianesimo, in seguito, riprendendo il dettato evangelico, da una parte ci tramanderà l’idea di un’infanzia come età dell’innocenza e dell’ignoranza totale della sessualità, dall’altra svilupperà parallelamente una visione negativa della fanciullezza come debolezza ed errore nei confronti dei quali i grandi non si mostravano particolarmente sensibili od empatici. Aristotele era stato antesignano di una concezione etico negativa del bambino che si imporrà con S.Agostino e successivamente con la scolastica: il filosofo considerava la prima età incompiuta ed infelice, in quanto incapace di scelte deliberate per un difetto di razionalità.

Bisogna tenere presente che Il sentimento dell’infanzia, come ha sostenuto lo storico Lucien Ariès , cioè la coscienza di particolari caratteristiche infantili che distinguono il bambino dall’adulto si è affermata lentamente nella storia .

Essa, per fare un esempio sembrava non esistesse nella fantasia mitologica dei Greci che avevano creato figure di neonati che non sono infanti perché parlano subito dopo la nascita come adulti .

Nel primo medioevo i bambini piccolissimi non contavano nulla: in caso di morte precoce venivano seppelliti sulla soglia di casa come gli animali domestici.

In questa usanza c’è una reminiscenza di primitivi sacrifici di fondazione che prevedevano la muratura di neonati e bambini nella struttura delle costruzioni secondo quanto leggiamo nella Bibbia .

L’altissimo tasso di mortalità neonatale determinava spesso una sorta di distacco emotivo preventivo da parte dei genitori ed una volta che il bambino fosse cresciuto esso si confondeva, come conferma l’iconografia del primo medioevo, con il mondo adulto .

Un sentimento diverso dell’infanzia si sarebbe imposto progressivamente nella storia, lungo tappe ricostruibili attraverso l’iconografia, dal Rinascimento alla pedagogia di Rousseau ed alla grande rivoluzione demografica del XIX sec che segna il sorgere di una nuova struttura familiare che esalta l’intimità ed il contatto emotivo fra genitori e figli.

Leggendo le cronache dei giornali sembrerebbe che il passato cruento fatto di violenza e di abusi, a cui abbiamo accennato, sia ancora attuale se è vero che in un paese che si ritiene progredito come gli USA la percentuale di pedofili fra i religiosi è dalle 20 alle 200 volte maggiore rispetto alla percentuale di pedofili fra le persone comuni .

Ciò avviene all’interno di un’istituzione che almeno a parole difende per antonomasia la vita e promuove il rispetto dei più deboli. In Italia secondo le percentuali rese note dall’arcivescovo Tomasi e considerando che ci sono circa 35.000 sacerdoti diocesani, potrebbero esserci tra i 500 e i 1750 sacerdoti coinvolti in casi di pedofilia. Bisogna tenere conto del fatto che da noi l’infanzia è troppo poco tutelata, rispetto agli altri Paesi, e le autorità sembrano preferire non affrontare il problema piuttosto che scontentare la Chiesa cattolica: il problema è comunque gravissimo ed è quindi perfettamente legittimo, come fa Federico Tulli, interrogarsi sul perchè di questa correlazione fra istituzione ed ideologia cattolica ed il fenomeno della pedofilia.

Nel suo libro I papi ed il sesso Eric Frattini, intervistato peraltro da Tulli nel suo volume, riporta ben 17 papi pedofili a partire da S.Damaso nel IV sec. d.C fino Giulio III che muore nel 1555 . Più che impegnarsi in processi retrattivi vale la pena indagare quale sia il pensiero che sottostà al crimine della pedofilia La violenza contro i bambini, un tempo normale in alcune culture e società, è oggi considerata un fenomeno psicopatologico e criminale. Esso si manifesta con particolare frequenza all’interno un’ideologia che esalta il controllo razionale del comportamento a scapito dell’affettività. Il teologo Kunz ha sostenuto che un fattore predisponente alla pedofilia è il celibato ecclesiastico. Il celibato si è imposto , dopo infinite peripezie durate un millennio, fino a diventare materia di fede vincolante con il concilio di Trento che si concluse nel 1563.

Il Concilio si svolse per la maggior parte sotto il pontificato di Paolo IV che si distinse per la lotta contro la libertò sessuale e l’omosessualità: i sacerdoti e le suore colpevoli di violare il celibato potevano essere trattati come eretici In realtà i religiosi raramente venivano puniti: durante questo periodo l’Inquisizione che vigilava sulla morale stabilì che se un religioso violentava una donna che fosse svenuta o caduta in stato di incoscienza per qualunque motivo durante la confessione ,tecnicamente, non aveva avuto rapporti con lei, in quanto non sollecitato a farlo e pertanto non era punibile. Lo stesso papa Paolo IV fece firmare ai cosidetti confessori flagellanti che facevano spogliare le donne più giovani per frustarle sulle natiche un documento in cui si dichiarava che tale pratica non provocava in loro nessuna eccitazione sessuale. Tutti firmarono.

A Paolo IV, del cui cadavere il popolo si voleva impossessare per farne scempio, succedette nel 1559 Pio IV che confermò i decreti conciliari con la bolla Benedictus Deus del 1564 che affermava il celibato sacerdotale in quanto ,parole testuali

<< garantiva la leatà del clero, salvaguardando così la ricchezza della chiesa>>

Si direbbe oggi un occhio a Dio ed uno alla banca del Vaticano. Si ribadiva che la verginità ed il celibato erano superiori al matrimonio in quanto condizione ideale per tendere alla perfezione.L’inottemperanza di questa norma era considerata eresia .

Nel periodo della Controriforma viene riproposta con rinnovato vigore, la predicazione di S. Paolo e dei Padri della Chiesa, la filosofia di S.Agostino che avevano demonizzato la figura di Eva e quindi la donna come personificazione della concupiscenza e del pecccato. Parallelamente la devozione a Maria aveva creato un ideale femminile disincarnato ed asessuato. Il culto di Maria arrivò all’assurdo di contemplare la doppia verginità non solo ante cioè prima del parto ma anche post cioè dopo di esso..

Quanto alle giustificazioni teologiche del celibato dei preti è chiaro il riferimento all’Eros platonico.

Il celibato, o la verginità, come ideale di vita, imporrebbe una sorta di sublimazione per cui le energie della sessualità verrebbero deviate dal loro scopo per essere indirizzate a fini di elevazione spirituale. Va chiarito che l’Eros platonico era sempre in lotta contro il sentimento di un vuoto incolmabile. Il rischio sarebbe stato che assecondando la parte desiderante dell’anima e le passioni, come anche con la ricerca dei piaceri sensuali noi ci trasformiamo in bestie condannate ad un rapido deperimento.

Il desiderio ci farebbe sporgere sull’abisso del nulla in un movimento incessante di scarica e riempimento senza fine. L’unico modo per guarire dal desiderio che poi non è in questo caso desiderio, ma solo bramosia cieca è l’eliminazione del desiderio medesimo: la sublimazione, cioè l’astinenza è in realtà una desesualizzazione ed il suo ideale è l’anaffettività. Il celibato dei sacerdoti , con le sue componenti implicite di castità ed astinenza, tende a perseguire l’insensibilità e l’annullamento del corpo attraverso l’eradicazione delle passioni e degli affettii. Non dimentichiamo i santi e le sante che nei secoli attraverso le pratiche di mortificazione hanno spesso perseguito volontariamente l’obiettivo dell’impotenza e della frigidità.

Giovanni Paolo II, nel luglio 1993 ha dichiarato, ritornando sul dettato del concilio di Trento che “il celibato non è essenziale al sacerdozio e non fu promulgato come una legge, da parte di Cristo”, ma bloccò le richieste di dispense e si mostrò duro verso chi lasciava il sacerdozio.

Il vero problema non è attualmente il matrimonio ma le condotte perverse e criminali del clero diffuse su scala planetaria e non più occultabili.

La pedofilia è l’esito estremo di un processo di annullamento della sessualità potenziato da strategie educative : esso tende a creare una desertificazione affettiva . Tutto ciò che è spontaneo ed immediato e quindi potenzialmente esposto al rischio dell’insorgenza del desiderio, viene sottoposto al controllo ed al vaglio preliminare della ragione. Il risultato può essere una sorta di manierismo, di artificiosità, di distanza più o meno grande dagli altri spesso compensata dalla formazione reattiva dell’apparente bontà, carità e altruismo e dalle finalità sociali ed umanitarie.

L’immagine pubblica spesso contraddice la sfera privata: più la prima si accresce più la seconda è suscettibile di depauperarsi. Il pedofilo è un grave malato mentale, nonostante ciò che afferma nel DMS-IV la psichiatria americana.

Il bambino rappresenta quella immediatezza, spontaneità, vitalità che il pedofilo ha irrimediabilmente perduto per vicende personali.

Giustamente è scritto nel libro di Tulli che l’abuso sessuale su di un minore è un “omicidio psichico”: non ha niente di sessuale in quanto è un’azione, una pulsione se volgiamo usare una terminologia psichiatrica che va contro la potenzialità psichica ed evolutiva del bambino . Ciò che però è caratteristico del comportamento pedofilo è il suo essere sottoposto ad un controllo razionale: se la pulsione omicida, compulsiva e ripetitiva, rappresenta l’aspetto psicopatologico della pedofilia il controllo razionale gli conferisce una qualità criminale. Infatti quest’ultimo consente fino ad un certo punto l’evitamento delle conseguenze penali oltre che l’utilizzazione di sofisticate strategie di scelta e di avvicinamento delle vittime.

Tradito da una figura importante di riferimento il minore può andare incontro ad uno stato dissociativo, ad una grave depressione reattiva , a sensi di colpa intensi che minano il senso della propria identità.

Nel caso che le vittime siano soggetti prepuberi ciò che si va a colpire è la possibilità del rapporto uomo donna. Qualcosa di analogo accadeva nella relazione fra maestro ed allievo nell’antica grecia: la relazione omosessuale era imposta in un momento critico della vita del fanciullo quando la maturazione del corpo fondendosi con la realtà mentale poteva far emergere il desiderio verso la donna .

Certo è che le istituzioni ecclesiastiche non solo non sono state in grado di diagnosticare in partenza il problema della pedofilia ma addirittura lo ha derubricato a delitto contro la fede a cui parteciperebbe anche la stessa vittima. Nel caso della pedofilia è difficile capire come un fanciullo possa essere complice di una violenza che subisce salvo non ipotizzare come Freud che i bambini sono polimorfi perversi. Secondo Michel Foucault e Cohn Bendit il bambino è addirittura lui l’istigatore od il “sollecitatore”. Qui si coglie bene il processo di colpevolizzazione della vittima che viene ritenuta corresponsabile per attenuare la gravità del gesto dell’adulto

Il documento Crimen sollecitationis approvato a suo tempo dal papa Giovanni XXIII nel 1962 stabiliva che solo i tribunali ecclesiastici avevano competenza sui crimini sessuali dei preti fu mantenuto in vigore da Ratzinger nel suo De delictis gravioribus del 2001 quando era a capo della Congregazione della fede.

Quest’ultimo documento proibiva , pena la scomunica la denuncia da parte delle vittime e conteneva la dizione secondo la quale il delitto di sollecitazione si sarebbe compiuto non contro il minore ma con la sua complicità. Ciò che colpisce è la fatuità, la superficialità con cui la questione è stata affrontata dalla autorità ecclesiastiche con un assoluto disprezzo per le conseguenze sulle persone. Le scuse e l’interesse mostrato recentemente per le vittime è piuttosto tardivo. Ciò che non tutti sanno è che il problema della sollecitatio ad turpia, dell’istigazione a commettere atti sessuali, si inserisce nel tradizione stessa del sacramento della confessione e compare per es. nelle prediche del Savonarola.

Il problema giunse al suo culmine proprio nel periodo del concilio di Trento quando furono introdotti i confessionali chiusi e si affermò la tendenza, in seguito contrastata con grande difficoltà,, dei confessori ad assolvere colui che veniva considerato un complice se non istigatore di un atto sessuale: essendo il sacramento valido anche se somministrato da mani impure il peccato veniva estinto e non c’era obbligo di confessarlo di nuovo o di denunciarlo. Tale procedura fu condannata con la pena della scomunica latae sententiae esplicitamente introdotta da Benedetto XIV solo nel 1741.

Ciò che stupisce e che non viene mai sottolineato è che le violenze contro i minori nella Chiesa siano stati regolamentati in base ad un decreto che considera il crimine più grave quello compiuto contro il sacramento della confessione e non quello contro la persona. Il cedere alla cosidetta tentazione della carne violentando una donna o all’impulso omiosessuale verso un adolescente era ritenuto quasi inevitabile, data la debolezza degli uomini, mentre la violazione da parte del sacerdote del setting del confessionale ( un vero e proprio setting psicoanalitico antelitteram con tanto di esclusione reciproca dello sguardo) era un’eresia,

Come ha scritto a suo tempo lo storico Charles Henry Lea:

<< Il confessore poteva abbandonarsi a qualunque bassezza, purchè avesse la cura di procurare che non si potesse provare come il sacramento fosse stato lo strumento diretto della seduzione>>

Secondo Lea la sollecitazione è un delitto puramente tecnico, fondato su di una presunta miscredenza riguardo al sacramento e perfettamente staccato dalla morale . La violazione più grave riguarda il modo con cui il sacramento viene utilizzato dal prete che non dovrebbe introdurre finalità improprie nel fare da intermediario fra Dio ed il penitente. Con il Crimen sollecitationis, e questa è una novità rispetto al passato, il siglllo sacramentale viene esteso impropriamente all’esterno della confessione vera e propria con l’obbligazione del segreto più assoluto sia dei preti che delle vittime, pena la scomunica. Il testo del Crimen afferma

“Il crimine di sollecitazione avviene quando un prete tenta un penitente, chiunque esso sia, nell’atto della confessione, sia prima che immediatamente dopo, sia nello svolgersi della confessione che col solo pretesto della confessione, sia che avvenga al di fuori del momento della confessione nel confessionale, che in altro posto solitamente utilizzato per l’ascolto delle confessioni o in un posto usato per simulare l’intento di ascoltare una confessione.” Insomma, praticamente sempre .

« Nello svolgere questi processi [contro i pedofili] si deve avere maggior cura e attenzione che si svolgano con la massima riservatezza e, una volta giunti a sentenza e poste in esecuzione le decisioni del tribunale, su di essi si mantenga perpetuo riserbo>>

(Crimen sollicitationis, § 11).

E’ importante sottolineare che il Crimen Sollecitationis come anche il De delictis gravioribus si focalizza sulla violazione del sacramento della confessione e sullo scandalo che ne deriva. Si passa a considerare non tanto la confessione come evento che si svolge in un tempo ed in luogo definito, come accadeva dopo il concilio di Trento con l’introduzione dei confessionali chiusi, ma l’atteggiamento confessionale del prete in toto che consiste in quell’insieme di strategie attraverso le quali egli esercita la sua autorità sacerdotale ed entra tramite essa in intimità con la vittima. Su quanto è intercorso fra il prete ed il ragazzo grava il segreto così che quest’ultimo subisce due volte la violenza venendo considerato corresponsabile e complice.

La pedofilia viene vista attraverso la lente deformante del sacro.

Ma cos’è il sacro?

Possiamo riprendere l’idea che il sacro, il trascendente nel Cristianesimo potrebbe essersi costituito come totale alienazione ed estraneazione da sè di ciò che è specifico della realtà umana cioè il pensiero irrazionale.

Il sacro sarebbe l’esperienza di un’alterità radicale, il cosidetto Ganz anderes, che può sconvolgere cioè determinare la perdita di ciò che fa dell’uomo l’uomo.

Verrebbe spontaneo considerare la violenza contro il bambino da parte dei preti pedofili come una deformazione patologica di un rituale sacrificale .

Nel tentativo di rapportarsi al sacro il prete corre il rischio di perdere la sua identità e annullare la propria dimensione umana e affettiva fino al punto di divenire l’esecutore di una violenza soprattutto psichica che viene rivolta contro l’infanzia. Bisogna ricordare quanto scriveva Ernesto De Martino:

<<La ricostruzione del processo ierogenetico comporta(…) una precisa analisi del rischio di non esserci nella storia durante i momenti critici ricorrenti di un determinato regime di esistenza: ora i modi della perdita della presenza, e le diverse inautenticità esistenziali che si collegano, possono essere analizzati soltanto mediante l’utilizzazione dei dati della psicopatologia. La dualità o la pluralità delle esistenze psicologiche simultanee o successive, l’esperienza di deflusso della presenza nel mondo o di irruzione del mondo nella presenza. il sentirsi “agiti da” , la perdita di possesso delle proprie rappresentazioni e del senso del reale , la mostruosa colpa immotivata della colpa melanconica ed il terrore dell’azione, la ebetudine stuporosa e la scarica incontrollata di impulsi, la risposta speculare agli eventi del mondo nella ecolalia e nella ecoprassia ,la eccitazione manica e la accelarazione incoercibile dei processi vitali, ed infine la assenza completa della presenza e la scarica meccanica di energia psichica nel “morbo sacro” costituiscono manifestazioni di crisi in atto che entrano come rischio nella dinamica della ierogenesi, fornendo materia su cui si modellano le tecniche religiose di destorificazione e reintegrazione>>

Al lungo elenco di DeMartino andrebbe aggiunta la pedofilia come uno specifico modo con cui si risolve nella psicopatologia la “crisi della presenza” vale a dire la crisi di identità che è insita nel processo ierogenetico cioè nel rapporto con il sacro.

Mentre la pedofilia, la pederastia e l’infanticido nell’antica Grecia o durante l’impero romano era una condotta socialmente accettata e condivisa il prete pedofilo compie un gesto che attualmente è destoricizzato, avrebbe detto sempre Ernesto de Martino , in quanto condannato dalla legge e dalla mentalità comune.

La pedofilia nel momento in cui si lega alla realtà del sacro, sarebbe la testimonianza di una crisi della presenza, dell’identità che non riesce a risolversi attraverso la dinamica della “tecnica rituale” il cui compito è quello di fornire una configurazione simbolica ai contenuti psichici alienati . Il risultato è una ripetitività incontrollata di impulsi, in cui si manifesta l’aspetto violento e terrificante del sacro , che viene direttamente agita contro soggetti inermi.

La strategia della chiesa nei confronti della pedofilia è sempre stata quella di evitare lo scandalo e proteggere il confessore che anche durante il periodo dell’Inquisizione raramente incorreva in pene gravi pur di fronte ad eclatanti violazioni: I preti, in virtà di un privilegio di casta, non subivano la tortura e la carcerazione preventiva e nel caso di autoaacusa spontanea le pene era ancora più lievi e niente affatto commisurate alla gravità ed alla reiterazione delle condotte.

La strategia attuale e recentissima, delle autorità ecclesiastiche di denuncia ed intransigenza è solo il frutto di un necessario adeguamento alle mutate circostanze dato che il problema è esploso a livello mondiale e non è più occultabile..

Ai tempi del concilio di Trento ciò che preoccupava le gerarchie era il matrimonio ed concubinaggio diffuso dei preti: la pedofilia esisteva probabilmente più di oggi ma non veniva presa in considerazione perchè si riteneva un pericolo ben maggiore il rapporto con le donne per l’equilibrio istituzionale della chiesa. Nel decreto Taxa camerae del 1517 promulgato da Leone X, che fu ritratto da Raffaello Sanzio,si legge

<<Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi.>>

In un trattato a favore del celibato De sacerdotum coelibatu doctrina edito a Varsavia nel 1801 si legge che il matrimonio del prete è incestuoso e che un tale adulterio è assai peggiore della semplice licenza, giacchè quest’ultima non è altro che una caduta della carne, mentre il matrimonio equivale ad uno scisma, ad un arrogante disobbedienza, implicante un peccato immensamente più grave .

Bisogna inoltre tenere presente che nel pensiero del Cristianesimo predomina il genere maschile: Dio padre è un uomo che genera prima di Eva Adamo anch’esso un uomo e si incarna in un figlio maschio che sceglie dodici apostoli tutti uomini: secondo Paolo di Tarso le donne non dovevano nè insegnare nè parlare nelle assemblee. Il cristianesimo dei primi secoli fu impegnato nell’operazione di assorbire la filosofia platonica nella propria teologia, grazie soprattutto ai Padri della Chiesa ed a a Origene. Platone notoriamente non amava molto il genere femminile ed Origene si evirò: la dottrina cristiana relegava le donne a ruolo di madre e moglie. L’unica emancipazione loro consentita era un percorso virginale, che le rendeva simili a Maria ma che comunque le escludeva dal sacerdozio. La sessualità ed il peccato era considerato donna come Eva e sono noti gli sforzi di S.Agostino per poterne venire a capo.

Il concilio di Trento confermando la supremazia del celibato e della verginità come ideali cristiani cercò, con esiti più che discutibili, di ripristinare l’ascetismo delle origini ed accentuò il carattere maschile dell’ istituzione Chiesa rendendo , se possibile, ancora più distante ed astratta l’immagine femminile. Oggi la pedofilia nella chiesa viene denunciata dall’opinione pubblica e dai media perchè è cambiato ulteriormente quello che lo storico Lucien Ariès ha chiamato il sentimento dell’infanzia, la consapevolezza dei diritti e delle prerogative, sia psicologiche che fisiche, di questa età della vita.

copyright domenico fargnoli

fiore            

Inviato il: 18 Dec 2010, 09:56 PM

Una bella immagine sarebbe che alla prossima manifestazione al fiume di giovani confluissero decine,centinaia di torrenti….gente di tutte le età,nonni, zii,genitori,amici,vicini di casa…semplicemente persone.Probabilmente non ci sarebbero violenze….invece di stare dietro le finestre a guardare o a giudicare senza veramente sapere. Eppure questa protesta riguarda tutti noi. Uno scudo umano di fronte al quale anche le forze dell’ordine potrebbero deporre le armi,pur sapendo quale è il proprio lavoro.Ma il proprio lavoro ha un senso solo quando il danno è verso coloro che contravvengono alle indicazioni della Costituzione,al di là delle istituzioni, e non verso coloro che ne vogliono il rispetto ( per esempio, dell’articolo 9) e che globalmente,irrazionalmente,oltre ai motivi razionali ,comprendono che è la “cultura che fa la qualità umana”con tutte le implicazioni che queste parole vogliono rappresentare. Un cammino verso il mare,una nuova “marcia del sale” ….in ricordo di Gandhi….la “ragazzetta” che è in noi sta per risvegliarsi….e vuole la bellezza dei rapporti interumani.

Alogon            

Inviato il: 19 Dec 2010, 10:01 PM

concordo ,bell’idea.

copyright domenico fargnoli

fiore            

Inviato il: 20 Dec 2010, 09:11 PM

Comunicato stampa-ore 18.30 :”Studenti e poliziotti si incontrano nella sede nazionale del PD a Roma.Presenti Bersani e Fiano”. Senza fare una considerazione politica….semplicemente “senzaragione”….

Alogon            

Inviato il: 22 Dec 2010, 10:00 AM

segnalo la bellissima opera di Franca marini “Pinocchio” visibile nella sezione foto

copyright domenico fargnoli