Migrazione e psicopatologia del naufragio ( 14/04/2018) domenico fargnoli

A proposito di naufragi…. Il 25 agosto del 2009 il quotidiano Terra pubblicò un disegno di Massimo Fagioli dal titolo “Rari Nantes” con riferimento ad un emistichio dell’Eneide.Cosi si legge nella didascalia: << Vennero Attila e Alarico e distrassero l’impero romano. Non fu rivoluzione. Ora vengono dal mare e costringono senza violenza nel loro sangue ad una nuova cultura di esseri umani uguali. Una massa di forza lavoro che libera le donne da una procreazione forzata>

I rari Nantes sono i sopravvissuti di una tragedia epocale. Migliaia e migliaia di corpi sconosciuti giacciono in fondo al mare mediterraneo  divenuto una gigantesca fossa comune. L’immagine è quella dell’olocausto che si consuma sotto gli occhi di chi non vuole vedere,  sotto gli obbiettivi delle telecamere che trasformano la morte in spettacolo.. Non ci sono parole abbastanza forti per esprimere il vissuto del naufragio continuo, inarrestabile  dei migranti che è anche quello della civilissima Europa totalmente impotente di fronte ad un evento  che pone  in discussione le sue stesse fondamenta razionalistiche e religiose. Il problema non è solo  la gestione dei corpi, la strategia di contenimento dei numeri, la burocrazia dell’accoglienza ma il salvataggio psichico  che i migranti stessi richiedono. La Marina italiana- dice un immigrato nel video Lampedusa off side immigration-   ci ha salvato fisicamente; ora dobbiamo essere salvati psichicamente perché siamo in condizioni critiche, non riusciamo a dormire, non abbiamo cure adeguate (….)>>L’intervento della psichiatria deve essere rivolto a costruire una nuova cultura dell’uguaglianza che ancora non esiste che ci consenta di superare la negazione dell’identità umana non razionale definita dalla teoria della nascita,  La stessa mentalità che condanna i rifugiati ad un’ apolidia  de facto alla negazione dei loro diritto alla cittadinanza e conseguentemente al non riconoscimento dei loro  diritti fondamentali, uccide le donne nell’ambito domestico, una ogni 48 ore in Italia nel 2018. Anche alle donne considerate solo biologia per la procreazione viene negata l’identità e  la libertà ma anche, se si ribellano il diritto alla vita. I nuovi schiavi del terzo millennio e gli appartenenti al genere femminile evidentemente non sono considerati  esseri umani  a pieno titolo e la loro esistenza per tante, troppe persone non vale niente. La didascalia del 2009 al disegno del quotidiano Terra  e le successive analisi di Massimo Fagioli aprono una prospettiva nuova e ci costringono a ridefinire le categorie psicopatologiche che hanno riguardato la migrazione. I migranti sono stati oggetto di indagini da parte di una disciplina profondamente intrisa di quella stessa ideologia che produceva  sofferenza mentale mentre pretendeva, come branca specialistica della medicina, di conoscerla e di curarla. È il noto vizio, la perversione  fenomenologica della psichiatria e della psicopatologia : quest’ultima voleva descrivere in modo asettico, neutrale e anaffettivo dei processi  che per essere compresi avrebbero presupposto un rifiuto preliminare e una prassi volta a contrastare  quella violenza invisibile, la pulsione di annullamento  presente nella cultura occidentale che ha trasformato la diversità etnica e culturale in disumanità. Storicamente è prevalso soprattutto in terra americana a partire dalla seconda metà dell’Ottocento il modello patologico della migrazione : si cercava un nesso fra malattia mentale e emigrazione di massa. Addirittura si sosteneva che il fenomeno della migrazione potesse essere l’espressione di una diatesi, di una predisposizione degenerativa.

Gli emigrati, manodopera di origine contadina non qualificata, erano considerati matti potenziali, portatori di anomalie ataviche e di criminalità. La loro presunta vulnerabilità veniva attribuita a tare ereditarie e a caratteristiche razziali in un contesto in cui si diffondeva  l’eugenetica, il darwinismo sociale che favorivano politiche restrizioniste e xenofobe. L’ipotesi di una coincidenza stretta fra caratteristiche etniche e malattie mentali crollò durante il   New deal il piano di riforme volute da Frank Delano Roosevelt..

Negli anni antecedenti alla seconda guerra mondiale entrò in crisi  il modello etnocentrico più o meno apertamente razzista soprattutto per la comparazione fra i dati della migrazione  esterna e quella interna che mostrava tassi di malattia percentualmente più elevati e significativi in quest’ultima.   Il fattore etnico era quindi irrilevante. A partire dagli anni 60 , un periodo di profonde innovazioni e cambiamenti sociali, si imposero in psichiatria le teorie eziopatogenetiche degli influssi culturali in contrasto con quelle organicistiche   che sottovalutano il fattore della violenza psichica, dello stigma e dell’emarginazione. Si cominciò a studiare l’impatto che esercitava il confronto con ambienti di vita diversi dal proprio e fu coniato il termine schok culturale che nato nell’ambito dell’antropologia e sviluppato dal canadese Kalervo Oberg viene utilizzato anche ai giorni nostri nella psicopatologia. Si tratta di un concetto difficile da definire soprattutto se non si comprende, come è accaduto, la dinamica non cosciente ad esso sottesa . Per Kalervo Oberg <<Culture shock is precipitated by the anxiety that results from losing all our familiar signs and symbols of social intercourse.>> Quando un individuo entra in una cultura estranea è come un pesce fuor d’acqua. Nel 1978 lo psicoanalista ed etnologo George Devereux usa il termine  disorientamento culturale in  un’accezione che potrebbe essere vicina a quella di Whanstimmung, di smarrimento schizofrenico; per Devereux la schizofrenia è una psicosi etnica, legata a un modello culturale, che si manifesta nelle società complesse dell’occidente come tentativo di adattarsi ad un ambiente in cui ci si trova disaddattati. Il contesto sociale determina la forma che assume la patologia.

Il concetto di schock, quindi, è in relazione non solo alla perdita dei propri riferimenti abituali, all’attaccamento  depressivo al passato ma anche all’impatto con le caratteristiche specifiche di una nuova cultura. Si potrebbe pensare che i migranti sono portatori  per nascita di un minus culturale che diventa manifesto nel confronto con il plus della cultura occidentale: ciò non è assolutamente vero in quanto, in linea di principio, la diversità culturale non implica una gerarchia, un superiore e un inferiore. Se poi i migranti sono in una posizione di inferiorità è perché noi ce li abbiamo messi e il problema di toglierli da questo stato, come dobbiamo amaramente constatare, è nostro. In tempi recenti Dinesh Bhugra, ex presidente della WPA ha distinto il lutto  e il conflitto dallo shock culturale vero e proprio che vivono i migranti. Il lutto sarebbe il senso di perdita delle strutture sociali, dei valori e della propria identità legata all’ambiente di provenienza ; il conflitto nascerebbe dal fatto che l’identità originaria è agli antipodi rispetto a quella che si dovrebbe assumere nella società di arrivo : il vissuto che ne consegue  è quello di una dissonanza affettiva e cognitiva derivante dall’impossibilità di far propri valori ed aspettative del nuovo contesto sociale. Lo schock culturale sarebbe il senso di disorientamento, di confusione identitaria che prova il migrante nel confronto  con una nuova condizione di vita. Lo schock si conferma  con  lo psichiatra di origine pakistana Dinesh Bhugra,  fra i massimi esperti mondiali del settore, una delle categorie centrali della psicopatologia della migrazione : il vissuto ad esso relativo oscilla fra valenze depressive e il polo del conflitto che può sfociare nell’acting out autodistruttivo o criminale. Ma una domanda è rimasta nel tempo senza risposta : qual’e il ruolo della cultura d’accoglienza nel determinare lo schock culturale? La cultura d’accoglienza può agire in senso traumatogeno e favorire tendenze regressive? Se la mentalità generale di una società è implicata nella negazione dell’identità dei migranti, che non è  come si è detto un’identità razionale, essa diventa  un fattore traumatico tanto più pericoloso quanto più è mascherato da buone intenzioni coscienti. Il trauma agisce in modo insidioso, impersonale attraverso le leggi, l’inefficienza non casuale delle istituzioni  e i paradossi della burocrazia. Se poi la politica nella maggioranza dei paesi ospitanti legittima  la xenofobia e il razzismo vuol dire che lo schock culturale ha colpito, come un boomerang, l’opinione pubblica che si anestetizza e si acceca come ai tempi del nazismo di fronte ad una violazione sistematica dei diritti umani. Prima si annulla l’umanità dell’altro e poi si possono compiere ogni genere di atrocità. Quante morti e tragedie avvengono nel disinteresse generale ? Questi episodi dimostrano quanto è precaria e violenta la nostra identità di europei. I veri naufraghi siamo noi : quella del Titanic sembra essere molto più che una metafora. Qual’ è il senso allora delle nostre istituzioni democratiche e quali in realtà i valori da esse difese ? La Svizzera è considerata uno dei paesi più democratici al mondo : la sua costituzione ha come cardine la solidarietà umana. Ciò non ha impedito che nel 1995 gli elvetici votassero e approvassero democraticamente  una legge che criminalizza i rifugiati politici senza documenti : questi ultimi possono essere detenuti per un periodo di due anni prima di essere caricati su di un volo ed espulsi anche se ciò  comporta tortura e morte nei paesi di origine. Il centro di detenzione di Zurigo è analogo ai nostri centri di permanenza temporanea e di assistenza che sono delle vere e proprie mostruosità giuridiche : esso è soprannominato “piccola Guantanamo”. In esso i detenuti non sono affatto  criminali o spacciatori di droga ma cittadini che magari hanno vissuto   per 20 anni in qualche Cantone pagando regolarmente le tasse : essi vengono tenuti per 23 ore al giorno in isolamento con il rischio di suicidio o di problemi mentali, prima di essere caricati in manette su di un aereo. Quale può  essere l’impatto di una società come quella svizzera sulla realtà psichica dei migranti ? Bisogna ricordare che nel 1964, in un contesto internazionale di rinnovamento della psichiatria, Michele Risso e Wolfgang Boker individuarono una forma particolare di delirio di influenzamento, il delirio di sortilegio che colpiva in Svizzera i lavoratori meridionali italiani. Secondo il saggio di Risso “Sortilegio e delirio” che è un classico della letteratura psicopatologica sulla migrazione, si sarebbe realizzato uno schock culturale,  un contrasto fra la cultura razionale e illuministica e quella arcaico magica del sud Italia descritta da Ernesto de Martino. I migranti, nelle loro bouffés deliranti pensavano che le donne svizzere  solo apparentemente libere e emancipate avessero fatto  loro una fattura per costringerli a sposarle. A parte il fatto che cultura magica viene descritta dagli autori come un minus ciò che nei deliri dei meridionali appare poco delirante è l’idea di una influenza esterna negativa, cioè, in un linguaggio più specialistico, una pulsione di annullamento che attacca l’identità dei malati. Naturalmente parliamo di un’influenza culturale e non  di singole persone, nella fattispecie streghe, come nei vissuti di influenzamento e fascinazione.  Gli ex contadini del sud avevano confusamente intuito un’attività psichica non cosciente, nascosta e pericolosa per la salute mentale della quale  il razionalismo illuminista aveva negato l’esistenza fin dai tempi dello scontro fra Mesmer, Franklin  e Lavoisier nel 1784. Il malocchio tradotto nella terminologia psichiatrica è infatti la pulsione invidiosa la cui matrice è la pulsione di annullamento.

Quale è stato e qua l’è  a tutt’oggi l’atteggiamento degli svizzeri nei confronti dei lavoratori stranieri ? La propaganda dei nazionalisti xenofobi nella Confederazione elvetica per es. ha usato false informazioni per alimentare odio, per fare approvare una legge simile alla Bossi-Fini e mettere in atto procedure che sarebbero piaciute al Berlusconi dell’ultima campagna elettorale. Procedure che violano la Convenzione di Ginevra per i richiedenti asilo in particolare l’articolo 33 che vieta il respingimento. Gli stranieri non desiderati come i frontalieri  italiani venivano, in occasione di un referendum, definiti ratti all’attacco di una montagna di formaggio, ratti come nella migliore tradizione della retorica nazista contro gli ebrei : la politica del loro allontanamento  veniva considerata alla stessa stregua di una disinfestazione. Per capire il vissuto dei migranti a contatto con la xenofobia e il razzismo istituzionale si può fare riferimento al numero della rivista che oggi presentiamo : in essa troviamo un intervista allo psichiatra di Barcellona Joseba Achotegui che ha introdotto il termine sindrome di Ulisse, la quale è definita come una combinazione di sintomi sia fisici che psicologici percepiti dai migranti che affrontano più fattori di stress [ si preferisce stress a schock in quanto lo stress non implica necessariamente un processo morboso]. La sindrome non costituirebbe una malattia quanto un processo reattivo  reversibile  ad un trattamento disumanizzante cui è sottoposta la nuova migrazione. Essa può includere fattori che causano un alto livello di stress come separazioni forzate, pericoli del viaggio migratorio, isolamento sociale, assenza di opportunità, senso di fallimento degli obiettivi, caduta di status sociale, estremo sforzo per i sopravvissuti come conseguenza di atteggiamenti discriminatori nelle nazioni d’accoglienza. Achotegui dipinge parallelismi con la storia interculturale di Ulisse, la cui identità è profondamente danneggiata dalle traversie di reduce da una guerra e che arriva a dire, “Mi domandi quale sia il mio nome. Te lo dirò. Il mio nome è nessuno e nessuno è come tutti mi chiamano”.  Odisseo è afflitto dalla nostalgia della terra natia fino al punto di piangere su una spiaggia nell’isola di Calipso : il desiderio di vedere il fumo levarsi dalla sua casa, è così intenso, che vorrebbe morire. Egli rappresenta anche il sopravvissuto al naufragio quando approda alla terra dei Feaci dove lo accoglie Nausicaa. Ulisse non è solo l’eroe omerico quanto l’eroe dantesco e aristotelico dominato dall’ ardore della conoscenza,

<< (…) ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore; >> ( Dante. Inferno Canto XXVI)

Il “folle volo” del re di Itaca diventa naufragio perché è stato stabilito non si potrebbe andare, senza la fede, oltre le colonne d’Ercole della razionalità e del Logos. Forse però chi lotta fra le onde per salvarsi è anche l’Ulisse psicoanalitico dell’omonimo romanzo (1922) di James Joyce in bilico su di una schizofrenia latente. Carl Gustav Jung, afflitto dalla stessa malattia, fu assolutamente incapace di curare la figlia dello scrittore Lucia, attratta nel gorgo della psicosi. Nel poema omerico Ulisse era stato anche colui che aveva reso vani i sortilegi della maga Circe Quest’ultima dopo aver sedotto i suoi compagni li aveva trasformati in porci. Circe è la donna da assoggettare al potere maschile, come dice Eva Cantarella come assoggettate sono state le donne svizzere secondo la testimonianza   del  film “Contro l’ordine divino” (2017)  di Petra Volpe. Adottando l’approccio narrativo metaforico di  Joseba Achotegui potremmo dire che la donna maga per i migranti rappresenta il miraggio di gratificazioni puramente fisiche e materiali, di un benessere economico che essi potrebbero pagare con l’annullamento della loro identità umana se aderiscono alla mentalità dei paesi falsamente democratici che dovrebbero accoglierli, paesi che spesso li considerano e li trattano peggio degli animali. Ciò che non capisce affatto Joseba Achotegui e con lui tutta la psichiatria contemporanea, è che se il migrante è Ulisse egli rimane schiavo del pensiero razionale, esposto al rischio di naufragare nella sua stessa patologia. Il ritorno all’umanesimo greco a Protagora o Socrate, come vorrebbe l’autore spagnolo per aiutare la psichiatria a risolvere il problema migrazione, sarebbe un grave errore.

Dobbiamo invece ipotizzare un duplice movimento di liberazione dei migranti e di chi li ospita che parta da una dimensione dell’essere che non sia solo razionale ma coinvolga le pulsioni, gli affetti le immagini di un mondo originario senza parola che è quello della nascita umana. L’acculturazione non può essere soltanto un  processo cosciente di assimilazione  della mentalità e delle ideologie dei paesi ospitanti da parte dei migranti quanto  l’emergenza di quella nuova cultura dell’uguaglianza che auspicava Massimo Fagioli nel suo disegno  “Rari Nantes” la quale implica una trasformazione profonda anche di noi stessi e  della società in cui viviamo.

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