Il mercato dell’arte. Le opere d’arte e il loro commercio

Trumpet            

Inviato il: 1 Aug 2004, 01:19 PM

Vorrei riprendere il tema iniziale: molti ritengono che l’opera d’arte una volta creata acquisisca una sua autonomia indipendente dalle intenzioni di chi l’ha realizzata.

Però anche l’artista che fa una libera espressione, non rivolgendosi a nessuno in particolare, opera in un contesto di relazioni, in un ambiente dal quale volutamente ritiene di dover prescindere.

La comprensibilità dell’opera è possibile d’altronde solo se la collochiamo sullo sfondo della situazione nell’ambito della quale nonostante tutto viene generata.

Anche se non conosciamo l’identità dell’autore e le sue vicende biografiche possiamo risalire allo stato mentale, alle condizioni di vita, all’insieme dei valori che per es. caratterizzavano le comunità di cacciatori del neolitico.

La “libera espressione” ed insieme ad essa l’autonomia dell’oggetto artistico dal suo creatore è allora un’illusione?

Potrebbe esserlo qualora noi intedessimo la libera espressione e l’autonomia riduttivamente come pretesa di creare un qualcosa che non sia storicizzabile, non sia collocabile su di uno sfondo che rende possibile l’attribuzione di un senso “artistico” ad un manufatto per quanto originale esso sia, per quanto incomprensibile di primo acchito ci appaia.

Esiste un arte fuori dal tempo, immortale oppure tutto va considerato in base ad un criterio di relatività storica?

Forse non esiste un Arte con al a maisucola ma tanti linguaggi artistici i quali talora sono intraducibili l’uno nell’altro.

Sorgono a questo punto moltissime domande alle quali è veramente difficile rispondere in modo adeguato.

In che misura l’artista è veramente libero di esprimersi in un modo piuttosto che in altro?

Quando utilizziamo l’espressioni figurative facciamo riferimento a schemi precostituiti comprensibili da ogni uomo in ogni epoca oppure operiamo all’interno di forme che le varie civiltà, le varie culture umane hanno sedimentato nel tempo come un patrimonio di esperienze alle quali è inevitabile che attingiamo?

In che modo operano i condizionamenti culturali oltre la volontà del singolo?

Come eventualmente si può pensare di superarli?

Il superamento, nella condizione concreta in cui noi operiamo, potrebbe essere espressione dell’attività di ricerca di un gruppo che lavora affinchè ciascuno trovi una libertà di espressione, che poi altro non è che una sanità di base che nasce da un modo d’essere non razionale.

La domanda che mi pongo continuamente, senza mai essere capace di trovare una risposta esaustiva, è come la psichiatria, con le conoscenze che ha sviluppato sulla fisiologia della mente, possa aiutare a realizzare, attraverso la ricerca dell’analisi collettiva, quella creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e della provocazione ad ogni costo che è solo un atteggiamento della coscienza. Senza ricadere nell’iconoclastia e nella critica fine a se stessa che sembra essere diventata l’unica espressione dell’arte nell’era della globalizzazione.

 

Faccio un passetto indietro e parto dall’intervento di Alogon di cui ho fatto una citazione al solo fine di referenziarla. Sto tentando, per quello che posso , di approfondire ulteriormente le motivazioni che mi hanno portato ad aprire questa discusisone, tenendo però presente tutte le nuove argomentazioni che da essa si sono sviluppate.

Avevo letto la prima stesura del suo intervento e mi erano venute alcune idee da concretizzare in un risposta, ma tempo di trovare un PC da cui scrivere e ho visto con piacere che quello stesso intervento era stato modificato e arricchito notevolmente e in più ho avuto modo di leggere l’estremamente interessante interazione che ne è seguita.

Dopo questa lettura mi sono ritrovato in maniera naturale a riorganizzare un po’ tutto quello che volevo scrivere e mi sono reso conto che molti degli spunti di cui volevo parlare, che per la maggior parte erano quesiti, hanno trovato in Alogon riposta. Talvolta una risposta ben definita, talvolta no, nel senso che forse alcune risposte non possono essere così scontate o ovvie, però, in questi casi, diviene comunque doveroso aprire nuove direzioni di ricerca o approfondire quelle già esistenti.

Purtroppo non sono in grado di cimentarmi in una dialettica specifica con molti di coloro che hanno scritto, per lo meno non su un piano della conoscenza artistica come storia dell’arte.

Questo, però, mi ha fatto pensare se io, e tutti quelli che come me, non hanno queste basi o quanto meno questo non è il loro campo, possano comunque rapportarsi ad un’opera d’arte. Non lo so davvero.

Tutto quello che mi viene da dire è che, almeno io, quando mi trovo di fronte un opera d’arte, o anche qualcosa che non è stata ancora “ufficialmente” riconosciuta tale, ho un unico modo per rapportarmici ed è tramite quello che io sono internamente, ma e sufficiente?. Mi capita che ciò che vedo susciti qualcosa in me, credo siano immagini e non so mai se queste immagini siano frutto di una interazione con l’opera d’arte del tutto personale e privata e quasi forse indipendente oppure quelle immagini, quei pensieri, quelle vaghe rappresentazioni interne sono in qualche misura quelle che l’artista vuole comunicare.

A questo punto mi trovo comunque in dovere di specificare che le opere d’arte di Domenico Fargnoli, almeno per quanto mi riguarda, hanno una valenza del tutto particolare rispetto a quanto sopra detto. In questo caso la ricerca sull’arte e sul pensiero creativo sono fuse alla ricerca psichiatrica e sul pensiero umano. Qui forse si potrebbe dire che una conoscenza e comprensione di certi contenuti, che di fatto poi divengono “situazione interna” della persona, si fanno necessarie e questo per i motivi di cui Alogon ha già ampiamente detto.

 

C’è un altro punto di domanda con cui mi sono ritrovato (vanamente) a tentare di dare una risposta: se io acquisto un’opera d’arte da collocare in un luogo, uno studio, una casa, un laboratorio, cos’è che mi muove a farlo? il valore estetico? ciò che rappresenta per l’artista? ciò che rappresenta per me? l’acquisire un’opera d’arte forse è un atto dettato da un movimento in gran parte non cosciente? dopo tutto un’opera d’arte non è un oggetto “utile”, semplicemente “è” e forse in questo sta la sua caratteristica umana più profonda.

 

 

Alogon            

Inviato il: 2 Aug 2004, 05:32 PM

La trasformazione dell’arte in un mercato di oggetti che hanno una valore d’uso, pur essendo apparentemente inutili, e di scambio appartiene alla logica dell’economia capitalistica. Tutto ha un prezzo ed è acquistabile.

Sulle motivazioni del compratore si potrebbero avanzare diverse ipotesi…potrebbe essere il tema di una nuova discussione

 

Messaggio modificato da Alogon il 2 Aug 2004, 05:35 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 3 Aug 2004, 08:23 AM

Capisco.

Tuttavia con “acquisto” di un’opera d’arte non intendevo ridurre il tema di discussione ad un discorso di compravendita, intendevo altro, per di più personalmente non ho ancora mai avuto modo di acquistare un’opera d’arte. Avevo scelto questo strada per tentare di esprimere un punto di domanda che non una volta mi ha fatto pensare e che, anche se diverso, si riallacciava al pensiero espesso poco prima nell’intervento. Ad ogni modo questo argomento sul mercato dell’arte è molto interessante e pertinente.

La proposta di spostare questo tema di discussione in una nuova mi trova quindi d’accordo.

 

 

Admin            

Inviato il: 3 Aug 2004, 03:46 PM

…potrebbe essere il tema di una nuova discussione.

 

Questa discussione, d’accordo con il moderatore, è stata appena spostata, era precedemente nata all’interno della discussione “Arte”.

The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

 

 

Bice            

Inviato il: 3 Aug 2004, 05:42 PM

Vorrei provarmi a rispondere ad alcuni dei quesiti posti da Trumpet (che inizialmente aveva posto nella discussione precedente) anche se non tutti, pur contenendo un nesso, sono strettamente attinenti al tema della discussione appena iniziata.

Credo che possiamo rapportarsi ad un’opera d’arte semplicemente tramite quello che noi siamo internamente, proprio come dici tu….quando altrimenti sono necessarie le “istruzioni d’uso” non siamo più di fronte ad un opera d’arte ma a qualche costruzione cerebrale di cui abbiamo gia accennato.

È ovvio che la conoscenza o familiarità con un certo linguaggio è importante nel senso che può aiutare a comprenderne ed apprezzarne con maggiore profondità certi aspetti, ma penso che l’impatto emotivo che tutti potenzialmente possono vivere resti fondamentale per poter “apprezzare” un’opera d’arte. Reazione emotiva che credo assuma sfaccettature diverse in ognuno di noi per una nostra risposta attiva a quei contenuti che l’artista cerca di rappresentare.

Credo che le opere di Domenico Fargnoli che nascono da una ricerca visiva che si sviluppa di pari passo ad una psichiatrica possano essere apprezzate anche da coloro che non sono a conoscenza di questa precisa ricerca …e non solo per il loro certo valore estetico ( ci si potrebbe collegare al concetto di immagine e contenuti universali?). Magari però la conoscenza della teoria a cui fanno riferimento e quindi la comprensione dei nessi che si determinano appunto tra sviluppo teorico ed elaborazione artistica può contribuire notevolmente ad una processo personale e collettivo di trasformazione.

La capacità di rapportarsi ai contenuti di un’opera d’arte potrebbe essere ciò che spinge taluni ad acquisirla. L’argomento può essere sviluppato in maniera molto complessa ma al momento vorrei limitarmi ad alcune riflessioni. Mi viene da notare che la nascita del mercato dell’arte, cioè l’acquisizione di opere che abbiano solamente un carattere estetico e che non siano state create specificatamente per una committenza, si potrebbe in generale far risalire a poco dopo la metà dell’800 e coincidere appunto con la nascita del concetto di “libera” espressione.

L’artista crea per esprimere un proprio stato interiore: l’opera d’arte si affranca da tematiche religiose, storiche e celebrative così come dal ruolo di registrazione del reale oramai assolto dalla fotografia.

Ci sarebbe da capire perché la società borghese benpensante di fine secolo abbia da un lato emarginato quegli artisti che tramite un linguaggio tutt’altro che consueto facevano affiorare alla coscienza il non razionale che non poteva essere più coartato dalle maniere della “bella” pittura accademica ottocentesca e dall’altro abbiano voluto appropriarsi delle loro opere di cui non potevano fare a meno.

Com’è che poi l’artista ed il suo lavoro, in particolare da dopo gli anni’50, sono diventati sempre più parte dell’ingranaggio di quel sistema economico che apparentemente si voleva contestare e denunciare?

Tramite una nuova concettualizzazione dei processi creativi e dei significati della creazione artistica si potrebbe determinare anche un cambiamento del modo di fruire l’opera d’arte?

 

 

Alogon            

Inviato il: 3 Aug 2004, 07:12 PM

Di una circostanza sono particolarmente orgoglioso: nella mia attività di “artista”, ammesso che io possa essere considerato tale, non sono mai stato condizionato da fattori di ordine economico. Ho fatto quello che ho fatto per una ricerca di espressione convinto da un certo punto in poi che la mia opera potesse essere importante per altre persone. Utile?

Qui si aprirebbe un interrogativo zul significato del termine utilità

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 4 Aug 2004, 03:45 PM

Utile=ciò di cui può farsi uso oppure, recita il vocabolario, frutto che si ricava da un capitale.

Quindi utile si riferisce al mondo dell’attività pratica, alla razionalità dell’economia.

Il mercato dell’arte trasforma un oggetto “inutile” in oggetto utile nel senso della speculazione economica.

Questa operazione è un annullamento del significato dell’attività artistica?

Oppure no?

copyright domenico fargnoli

 

aissa            

Inviato il: 5 Aug 2004, 09:05 PM

Francamente io non riesco a legare questo idea di utile come redditizio in senso economico all’arte. Un libro, una canzone, una tela o una scultura sono per me utili perchè rappresentano un valore economico e di questo io godo? Direi che la loro utilità si lega più a quel mondo interno che me le fa percepire come belle, opere d’arte appunto. Ma la bellezza non è solo canone estetico, la bellezza si lega ad immagini più profonde, indefinite ma riconoscibili, come già dicevo, mi pare, in altro intervento. Dire utile di un’opera d’arte è molto più che dire remunerativo oppure esteticamente soddisfacente. Credo che la sua utilità si leghi senza scampo al rapporto interumano. La creatività è necessaria per sviluppare sempre rapporti nuovi o in nuovi termini e modalità.La vitalià è l’asse portante, io credo, della creatività. Vediamo se riesco a spiegarmi… Acquistare un fondo nel cuore del quartiere più storico di una città può essere preso per un investimento, nel termine più avvilente del termine: investimento immobiliare. Per altri invece può essere un atto creativo che si rende necessario nell’ambito di una complessa trama di rapporti interumani. Quel fondo andrà a rappresentare non l’acquisizione di un immobile ma l’acquisizione di una nuova immagine che si rende manifesta e si concretizza. Investire mi piace pensare che possa anche significare credere e sperare nell’essere umano, cimentarsi nel rapporto e giocarsi tutte le chances che esso ci offre. L’utilità mi piace legarla alla dimensione interna, alla ricezione conrtinua degli stimoli e alla vitalità che spinge a lanciarne. Utile nel senso di necessario per capire, per tracciare una linea tra l’inisistente e l’appena nato, per realizzaare che la fantasia esiste, che il rapporto d’amore ritenuto chimera appare invece possibile. In questo senso io ritengo l’opera d’arte utile e per lo stesso motivo io non credo che nessuna speculazione economica potrà andare a ledere l’attività artistica quando essa ha questo preciso tipo di valore. Superfluo ricordare che le tele di Van Gogh non ebbero all’inizio tutto questo successo. Limite dell’essere umano che le guardava? Probabile, perchè non mi convince tanto l’ipotesi che esse siano diventate “utili” quando cominciarono a costare una fortuna! Per quanto riguarda l’acquisto di un’opera d’arte, io, se si escludono libri e dischi, non ne ho mai effettuato alcuno.., Però questa è curiosa, ora che mi viene in mente la racconto. Comparai nel 1987 un disco a 33 giri di Vasco Rossi. Adesso i 33 giri non esistono quasi più e quella edizione che io acquistai fu poi seguita da una nuova, nella quale grafica di copertina ed anche il titolo furono cambiati. Un conoscente mi ha offerto 400 Euro per quel 33 giri, e mi ha suggerito di tenerlo caro perchè fra pochi anni “mi tornerà utile avere una simile fortuna a portata di mano” Potrei mai arrivare a fargli capire che quel disco rappresenta per me un particolare momento legato alla mia adolescenza e che

questo è il valore che io gli attribuisco e l’utilità che ne ricavo ogni volta che lo suono?

عائشةAisha

 

 

Alogon            

Inviato il: 12 Aug 2004, 11:02 AM

ho trovato alcune considerazini di >Massimo Donà

<<(..)il fare artistico non è guidato dalla razionalità mezzi-fini (la capa-cità di calcolare e misurare i mezzi necessari a raggiungere un fine così efficacemente descritta da Max Weber), in quanto in esso “il fine non è in alcun modo ‘altro’ dal fare stesso” . L’opera finale dell’artista, oltre ad essere da questi sempre percepita secondo uno scarto rispetto al progetto originario, è “pura ‘attualizzazione’” di una inutilità che manifesta (questa è l’esperienza rivelativa dell’arte) la perfezione del “semplicissimo esistere” >>

Inoltre

<<(…)cosa può ‘sperare’ il fare dell’arte?” Se il fare tecnico, non potendo mai raggiungere compiutamente il proprio ‘fine’, deve ‘sperare’ di poterlo compiere, che ne è della speranza nel fare artistico? Dal momento che il fare è la “casa” dell’artista (non suo, ma dell’opera), non si dà speranza nell’arte, essendo essa “originariamente inutile – nel senso che l’utile non la riguarda” .Se nel fare tecnico le opere vengono prodotte in funzione della nostra sopravvivenza, nel fare artistico l’opera stessa coincide con il suo apparire ed in esso riposa.>>

 

Quindi non si dà speranza nell’arte?

copyright domenico fargnoli

 

 

aerre            

Inviato il: 13 Aug 2004, 05:42 PM

La tua espressione artistica Alogon, non è mai stata condizionata da fatti di ordine economico e sono pienamente in accordo con te. Ma per questo allora è “inutile”?

Secondo me tutt’altro.

Nel tuo caso non c’è dissociazione tra utilità per le persone, ad esempio, nel processo di guarigione, e utilità economica. L’una non esclude l’altra.

Un eventuale mercato dell’arte (ipotesi) non sarebbe per te un annullamento del significato della tua attività artistica, ma paradossalmente, un potenziamento.

Ma vorrei riportare altre considerazioni di Donà:<<Il fare artistico mentre fa, nel farsi del suo atto produttivo l’artista è nel buio più assoluto, non sa. L’artista, davvero, sa di non sapere, per questo il suo abito esistenziale è simile a quello del filosofo.>> Nella pratica artistica si raggiunge la perfezione nel senso della fine, della compiutezza, che è poi il fine.<<Mentre il fare tecnico si fonda sulla speranza, mai appagata dal raggiungimento del fine, il fare artistico non spera niente, non ha secondi fini, è il fare del fare>>

Aerre

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Aug 2004, 07:02 PM

Andiamo, come al solito e come è giusto, sul difficile.

La tecnica, così come la conosciamo si fonda sulla soddisfazione dei bisogni più che delle speranze.

L’arte forse può esistere anche nella forma della speranza, del desiderio in quanto anch’esso noi lo pensiamo come sanità.

Ma forse esiste un’arte che nasce dall’appagamento del desiderio, da una pienezza raggiunta cioè da una trasformazione interiore.

Penso poi che l’artista sia molto diverso dal filosofo che come Socrate nei dialoghi platonici faceva finta di non sapere: la sua maieutica era solo razionale non una vera ricerca.

L’artista fa senza sapere ma questo suo fare non è buio ma comunque una forma di pensiero. Ed il pensiero non è fine a se stesso ma ha in sè il riferimento implicito ad un rapporto interumano.

copyright domenico fargnoli

 

 

yox            

Inviato il: 29 Aug 2004, 09:31 PM

L’artista fa senza sapere ma questo suo fare non è buio ma comunque una forma di pensiero. Ed il pensiero non è fine a se stesso ma ha in sé il riferimento implicito ad un rapporto interumano.

 

Mi sembra di capire che in questo caso l’artista opera in un contesto di relazioni interumane che, come è stato più sopra detto, si esprimono secondo una sanità di base che non può non essere che irrazionale.

E’ stato altresì detto che la creatività e la sessualità scatenano affetto di odio ed invidia.

Ancora l’artista ipotizza un nesso tra insorgenza dell’idea e trasformazione interna che avviene per il desiderio pienamente soddisfatto.

A questo punto io ho bisogno di alcuni chiarimenti.

Da dove origina l’idea che diventa fare in un gruppo che molto spesso, di fronte a certe realizzazioni umane, libera pulsioni non propriamente sane rischiando di travolgere chi, al contrario, si avvicina a certe situazioni con la curiosità di un bambino che ancora non conosce il mondo?

L’artista parla dell’opera d’arte come una creazione che avviene per il desiderio pienamente soddisfatto. Ma io chiedo da dove prende questa soddisfazione se il contesto che lo circonda non è sempre “soddisfacente”. Devo dedurre che la soddisfazione del desiderio deriva da altri rapporti vissuti? E poi, rapporti uomo-donna, con tutto quello che questo tipo di rapporto comporta, o di altro tipo? Mi chiedo allora, l’artista ha un padre da ringraziare ? oppure no, ha sviluppato una capacità tutta sua di vedere le cose e al limite il gruppo serve come stimolo alla creazione. Creazione però cui solo l’artista che pensa può dare senso, forse perché la bellezza dell’opera sta nella vitalità che egli riesce ad esprimere di fronte ad un mondo che non lo comprende nella sua interezza ma che anzi, spesso, tenta di opprimerlo.

 

 

Alogon            

Inviato il: 31 Aug 2004, 07:45 PM

propendo per l’ipotesi che l’artista abbia sviluppato un visione tutta sua ma anche una resistenza per cui il gruppo comunque gli serve come stimolo.

Homo novus: senza padre nè madre.

Anche nel rapporto uomo donna il punto chiave è la resistenza che non può che derivare da una cura che poi è diventata formazione e ricerca.

Le ideepoi nascono da sole. Come nascono?

E’ una domanda difficile. Vorrei avere anch’io una risposta…

 

Messaggio modificato da Alogon il 31 Aug 2004, 07:52 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Elleffe            

Inviato il: 13 Sep 2004, 11:01 AM

E’ stato altresì detto che la creatività e la sessualità scatenano affetto di odio ed invidia.

eh,

sembra che yox mi abbia letto nel pensiero, o che da dietro un nascondiglio abbia osservato la mia vita nei giorni appena trascorsi, e le loro conseguenze su di me…

creatività e sessualità…

direi che ultimamente ne sono uscito piuttosto bastonato…