Psichiatria

Cos’è umano

Parlando di diritti umani bisognerebbe cercare di capire cos’è umano anche per distinguere il diritto umano da quello disumano come le leggi razziali la le leggi liberticide di Duda in Polonia. La matrice occulta del disumano , anche se è controintuitivo rispetto all”Ama il prossimo tuo come te stesso” e molte iniziative umanitarie di stampo cattolico, è la mentalità e il pensiero religioso caratterizzato da una di spiritualità astratta e dal ricorso a concetti metafisici e metastorici come quello di anima che sarebbe già presente al concepimento nello zigote. Ne’ d’altra parte si potrebbe utilizzare per decidere cos’è umano il metodo dell’opinione della maggioranza ( è umano ciò che i più pensano esserlo) che è religiosa o del compromesso fra posizioni diverse per decidere su una questione di centrale importanza. Se tre miliardi e mezzo di persone pensassero che la terra è piatta e gli altri rotonda la soluzione della controversia non sarebbe stabilire per convenzione che essa sia una semisfera e poi legiferare di conseguenza su un problema che ha un’importanza ricaduta sulla vita di tutti. In altre parole per stabilire che cos’è un diritto umano potrebbe essere fuorviante ricorrere all’innatismo religioso che attribuisce diritti al feto e nega quelli delle donne considerate infanticide e assassine in caso di aborto. Se non c’è rispetto per la donna e per i bambini ( vedi la questione della pedofilia), non c’è rispetto in generale per la dignità della persona. Sarebbe erroneo inoltre ricorrere al convenzionalismo razionale per cui i diritti scaturirebbero da un accordo, da un compromesso ideologico e multiculturale fra interpretazioni contraddittorie della natura umana cioè della realtà psichica originaria. A parte l’assurdità della sepoltura dei feti possono insorgere altri paradossi di segno opposto derivanti dal razionalismo ateo che è tale solo di facciata. Il famoso filosofo Peter Singer si è battuto per diritto degli animali che negano quelli degli uomini. L’umano scompare : siamo tutti animali. I feti e i bambini appena nati sono persone meno coscienti e razionali di un cane. Dove non c’è coscienza non ci sarebbe vita umana. Sarebbe legittimo pertanto l’aborto post Natale

Antonio Cassese  ha sostenuto che i diritti umani sono un tentativo di portare un po’ di razionalità nelle istituzioni politiche, razionalità  sottesa alle grandi religioni monoteistiche e ai concetti laici della filosofia kantiana: razionalità  che si incentra sul rispetto della persona. Elie Wiesel, in occasione del cinquantesimo anniversario della dichiarazione del 1948 ha detto che i diritti umani rappresentano l’ultima grande religione secolare in cui confluisce la tradizione giusnaturalistica e quella dell’umanesimo razionalista. Domanda: siamo di fronte alla classica alleanza fra fede e ragione, alla affermazione della loro inevitabile  coesistenza nonostante le contraddizioni e le conclusioni paradossali a cui entrambe ci conducono?

 

Come procedere allora per  superare il limite di questa impostazione che cerca di conciliare l’inconciliabile? Possiamo  fare riferimento ad  una ricerca scevra il più possibile di presupposti ideologici sull’origine dell’umano attraverso un approccio multidisciplinare.  Bisognerebbe effettuare  un indagine quindi sulla filogenesi , sulla evoluzione   del genere uomo  e sull’ontogenesi, la storia e  il vissuto di ciascuno di noi.

Telmo Pievani  paleoantropologo ha scritto un libro qualche   anno fa “Libertà di emigrare: perché  ci spostiamo da sempre ed è bene così.”nel quale  sostiene che la capacità di migrare è antropologicamente costitutiva ed insopprimibile. L’umanità  ha  alle  spalle centinaia   di millenni di immigrazione. La paleontologia si avvale oggi di sofisticati procedimenti scientifici. Attraverso lo studio del DNA e dell’MRNA ha  che si riesce ad estrarre dai reperti fossili si  è  stabilito che i fenomeni migratori hanno consentito l’ibridazione di tre specie diverse all’interno del genere uomo, Sapiens , Neandertal e Denisova che hanno convissuto e si sono sovrapposte per circa 10000 anni. Non c’è stata sostituzione etnica o di specie quando i  sapiens sono migrati dall’Africa ma  un graduale processo e assimilazione e di scambi culturali. Le tre specie umane,morfologicamente differenti per potersi ibridare e consentire la fertilità  della prole, dovevano avere in comune i processi  embriogenetici  e  lo sviluppo fetale oltre che ovviamente  il vissuto della nascita. La nascita uguale per tutti è un evento centrale  per comprendere la comparsa e e l’evoluzione  del genere umano. Le neuroscienze e la psichiatria ci dicono che il feto non può avere un’attività di pensiero, date le caratteristiche anatomo funzionali del cervello fetale, e  che la realtà psichica, cioè la vita umana che non è  anima calata dall’alto ha inizio con la nascita secondo la teoria di Massimo Fagioli.  La vita umana è il massimo valore e il diritto alla vita è il presupposto di ogni altro diritto. Quindi il diritto alla vita è già presente nel neonato, fin dai primi  secondi di esistenza ed è antecedente ad ogni rapporto sociale, sviluppo della coscienza e razionalità . Hanna Arendt  nelle “Origini del totalitarismo” aveva sostenuto che il cosiddetto diritto “naturale” dovrebbe sussistere   anche indipendentemente dall’appartenenza ad una società anche se ci fosse un solo uomolColoro che hanno redatto la   Dichiazione dei diritti del 1948 avevano  individuato l’importanza della nascita quando scrivevano: “Tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità  e diritti.” Però proponevano una negazione ed un pensiero astratto poiché se è  vero , come diceva Massimo Fagioli, che nasciamo tutti uguali non è vero che nasciamo liberi. L’impotenza fisica del neonato lo rende dipendente da un altro essere umano. La libertà presuppone invece lo sviluppo completo dell’individuo e la realizzazione della propria identità umana. La libertà di realizzare le proprie esigenze originali attraverso un processo di trasformazione personale  ci rende poi tutti diversi. Si può pensare che i diritti umani, che si prefiggono la difesa  dell’identità umana , che a quanto pare  è antecedente alla coscienza  e all’uso della ragione abbiano  un fondamento    irrazionale? L’uomo si potrebbe dire non  è assimilabile ad un animale perché ha fin  dall’inizio la fantasia, il sogno il pensiero  non cosciente, che lo gli consente di entrare  in rapporto con un altro essere umano: è questa  prerogativa irrazionale  che gli conferisce dignità  e identità cioè valore.

La  violazione dei diritti ha a che fare con l’insensibilità, l’anaffettivita’  e la  pulsione di annullamento e ci conduce ai confini della psicopatologia. La madre che non  entra  in sintonia con   il suo neonato ed è  incapace di allattarlo annulla la sua realtà psichica e non riconosce il suo diritto alla vita.

 

Abbiamo parlato di ibridazione e di migrazione. Un cenno storico.

 Volevo ricordare a questo punto come Hitler nel 1925 nel suo libro Mein Kampf  scrisse che l’ibridazione  e il meticciato avvelena il sangue   e determina la degenerazione della razza tedesca.

Alla luce di quanto sappiamo oggi l’idea dell’ibridazione come degenerazione appare come un’idea delirante. “Uomo” l’uomo nuovo sarebbe stato solo quello che apparteneva alla comunità del sangue e del suolo: radicato in un territorio egli si collocava agli antipodi rispetto al migrante cioè all’ebreo errante. I nazisti erano contrari ai principi della rivoluzione francese e consideravano l’umanità, l’idea universale di uomo, in accordo con Oswald Spengler, un concetto zoologico se non una parola vuota. La teoria della degenerazione, anch’essa religiosa, derivava dalla psichiatria ottocentesca ed era stato formulato nel 1857 da Morel ripreso da Magnan e successivamente da Max Nordau, nel suo scritto “Degenerazione” un ammiratore di Lombroso nel 1892. Dal libro di Nordau nacque l’idea della famosa mostra dell’arte degenerata allestita dai nazisti nel 1937. Una delle conseguenze della teoria della degenerazione fu il progetto eutanasia attraverso il quale si volevano eliminare le vite non degne di essere vissute dei malati mentali. Lo sterminio dei malati di mente aprì la strada all’olocausto come ben noto. Il Terzo Reich fu sconfitto ma non la mentalità nazista per cui storicamente la psichiatria ha continuato a dare contributi non marginali alla causa della violazione dei diritti umani. Un esempio clamoroso fra i tanti ma poco noto è quello dello psichiatra Ewen Cameron che fu perito americano al processo di Norimberga. Egli era più nazista dei nazisti: mise a punto, con esperimenti su pazienti non consenzienti il sistema del brainwashing: Incredibilmente Cameron al servizio e al soldo della CIA per più di 15 anni è stato eletto presidente della società mondiale di psichiatria negli anni 60: quale doveva essere il retroterra ideologico di questa disciplina in quel periodo? Altro episodio sconcertante riguarda il ruolo che hanno avuto due psichiatri bosniaci, nel progettare negli anni 90 del secolo scorso un’epurazione etnica dei mussulmani come quella di Sebrenica Io penso che la presenza di questi due psichiatri, Jovan Raskovic e Milovan Karadzic convinti della superiorità razziale dei serbi, in un episodio che ha fatto rivivere le atrocità de nazismo, non sia stata casuale. Ma la discussione di questo punto ci porterebbe lontano.

 

Il 25 Agosto 2009 il quotidiano Terra pubblicò un disegno di Massimo Fagioli dal titolo “rari nantes “ con riferimento ad un emistichio dell’Eneide. Così si legge nella didascalia “ Vennero Attila ed Alarico e distrassero l’impero romano. Non fu rivoluzione. Ora vengono dal mare e costringono senza violenza nel loro sangue  ad una nuova cultura di esseri umani uguali. Una massa di forza lavoro che libera la donna da una procreazione forzata”

 

Trattando di migrazione e diritti umani si deve affrontare inevitabilmente il tema del  nesso esistente fra la violenza e la negazione dei diritti e dell’identità della donna nella nostra cultura  e la violenza e  la negazione dei diritti e dell’identità dei migranti. Questo tema è presente nella nostra storia fin dall’antica Grecia. Entrambe le negazioni nascono dall’ incapacità e l’impotenza del pensiero razionale a  rapportarsi a ciò che appare come diverso verso cui si reagisce con l’annullamento: all’altro, che non si conforma ai propri canoni e stereotipi culturali non viene riconosciuta, più o meno apertamente l’identità umana, realtà, sottolineiamolo,che si lega indissolubilmente, sin dalla nascita  alla realtà non cosciente.  Ricordiamo che Aristotele aveva già sostenuto  che le donne, i bambini e  i barbari, gli  stranieri non dovessero essere considerati  esseri umani in quanto non razionali.

 

Anche nella psichiatria attuale più sensibile alle problematiche della migrazione questo tema è sottovalutato e non trattato adeguatamente.

Fra i più illustri  psichiatri che si sono occupati del rapporto fra immigrazione e malattia mentale c’è Joseba  Achotegui, dell’Università Di Barcellona: egli ha individuato una condizione  che lui ha chiamato sindrome di Ulisse. Ulisse rappresenterebbe la figura idealizzata del  migrante che va incontro a varie peripezie e naufragi prima di tornare in patria. I migranti in condizioni estreme secondo Achotegui soffrirebbero  di una condizione di stress multifattoriale cronico per  difficoltà di adattamento e di una modalità di lutto molto difficile da elaborare detta migratoria legata al distacco dalla precedente condizione in patria. Sarebbe stata individuata dallo psichiatra spagnolo non  una vera e propria alterazione  psicopatologica ma  un quadro reversibile quando  si allenta la pressione ambientale che mette in crisi la capacità di adattamento.

Non entro in dissertazioni diagnostiche però faccio notare che Ulisse è il campione della razionalità, di quella che greci chiamavano metis cioè astuzia. Per Dante il folle volo e il naufragio dell’eroe di Itaca descritto nell’inferno è dovuto al fatto che egli affronta l’ignoto, oltre le colonne d’Ercole, con la sola ragione. Penelope, dal canto suo è una moglie cosi perfetta da sembrare finta per non dire manierata: interpreta bene la sua parte di stereotipo femminile di una cultura che annullava la donna. Nel rapporto con il migrante entrano in gioco fattori e reazioni non coscienti, dietro la facciata dell’ idealizzazione e dei ruoli già costituiti, che non devono però sfuggire. Più che Ulisse che è una figura eroica del mondo patriarcale greco è Medea che riassume in se le caratteristiche attribuitegli non solo come donna ma come straniera migrante dalla cultura greca. ma non subisce passivamente come Penelope: uccide i figli Illegittimi avuti con l’eroe e la futura sposa, ateniese di Giasone. Interiorizza ed esprime con l’azione quella violenza di cui è stata essa stessa oggetto. La cultura greca, come quella attuale in molte parti di Europa hreagiva e reagisce alla diversità degli stranieri e della donna con la percezione delirante, con l’annullamento immediato di ciò che non rientra nella tradizione e mette in crisi la propria mentalità e immagine; subentrava così il falso giudizio e l’ attribuzione di valori negativi quasi mai reali. Accenno che dietro il mito di Medea c’è Il problema della legge di cittadinanza, uno ius sanguinis particolarmente restrittivo del famoso rapporto fra Pericle e l’amante Aspasia anch’essa straniera: la donna era dotata di una cultura eccezionale ed intelligenza raffinata che non la rendeva somigliante alle casalinghe greche. Aspasia fu denunciata e accusata ingiustamente come Socrate di empietà rischiando la vita.

Eva Cantarella ci ha insegnato i miti e alcuni episodi della storia antica sono sempre attuali :infatti essi spesso hanno un’attinenza profonda con la problematica dei diritti umani e delle migrazioni così come noi le viviamo al giorno d’oggi.

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Psichiatria

La pandemia e la mente dello psicoterapeuta- un caso clinico

La corporeità nella psicoterapia on-line. Un’osservazione clinica

Maria Gabriella Gatti

La pandemia nella mente dello psicoterapeuta

Ringrazio l’ordine degli psicologi per aver promosso questo incontro che ci consente di confrontarci su un tema che così profondamente ci ha cimentato in questo periodo sia professionalmente che umanamente e vi parlerò di un caso clinico che per la sua specificità, la corporeità, ha coinvolto la mia riflessione clinica e teorica. 

Di fronte ad un evento improvviso e catastrofico che si è manifestato con la crudezza dell’epidemia, la reazione dello psicoterapeuta deve essere di “comprensione” di ciò che sta accadendo, sia dal punto di vista culturale, politico e umano.

 La sfida che si pone per gli psicoterapeuti, pur trovandoci anche noi immersi nella pandemia, è quella di reagire ad un evento che coinvolge tutta la società, non con un’assenza di pensiero, ma continuando la ricerca, nel tentativo di fornire un’interpretazione di ciò che sta avvenendo, cioè comprendere le cause e le dinamiche non coscienti che sottostanno agli eventi, non fermandosi alla semplice constatazione dei fatti di realtà. 

Quello che stava succedendo era la crisi e il fallimento di una politica sanitaria neoliberista, che aveva impedito la realizzazione di un diritto costituzionale: la tutela alla salute di ciascun individuo come interesse della collettività. 

Il non aver considerato la salute un bene primario che risponde non solo ad un bisogno fisico di cura, ma è la risposta di un sentire umano a chi è in difficoltà, ha creato quell’ onda anomala e delirante dei “negazionisti”, per i quali la cura non sarebbe più una risposta dai requisiti umani, ma elemento di controllo e sopraffazione. Questi erano i miei pensieri mentre avanzava il numero dei morti e il governo decideva per il lockdown, e sapevo che il pericolo di contagio sarebbe rimasto a lungo. Noi psicoterapeuti avremmo potuto sospendere la cura e la disponibilità verso i nostri pazienti per un tempo così lungo? 

1) l’interruzione della relazione psicoterapeutica in presenza, seguendo un principio di realtà avrebbe avuto conseguenze sui pazienti?

La psicoterapia che è un operare per la cura si avvale per realizzarla del setting (con sede, orario e ritmo degli incontri e pagamento) e dell’interpretazione del transfert. Come sarebbe stato possibile mantenere questi presupposti senza correre, in presenza, i rischi dell’epidemia? Era possibile far accettare un così lungo periodo di sospensione facendo appello all’esame di realtà? Quanti dei miei pazienti avrebbero accettato questa evenienza senza utilizzarla contro la cura? le stesse interruzioni per brevi malattie del terapeuta o del paziente stesso vengono utilizzate per negare il rapporto.

Non prendere in considerazione in occasione della sospensione delle sedute la dinamica tranfert e controtranfert e fare riferimento al puro dato di realtà avrebbe potuto assumere il significato di “assenza”, dimenticarsi del paziente, come se lo psicoterapeuta non avesse più in mente la dinamica del rapporto in psicoterapia legato al tranfert e controtranfert.

 Potremmo d’altra parte pensare che il lochdown potrebbe essere considerato un’evenienza esterna che ha coinvolto tutta la popolazione e il paziente non dovrebbe vivere la sospensione come un atto aggressivo dello psicoterapeuta e accettarlo come fatto di realtà. Ma il problema “dell’assenza dell’analista” non è legato tanto alla motivazione della sospensione ma al rapporto con l’immagine alterata dello psicoterapeuta da parte del paziente.

2) sarebbe stato possibile analizzare e interpretare il transfert e il controtransfert su una piattaforma online?

Dopo circa un mese dalla sospensione delle sedute e in considerazione delle varie patologie dei miei pazienti, decido di proporre loro l’unico mezzo che ci avrebbe concesso di stabilire un rapporto: cioè lo schermo del computer. Attraverso una video chiamata con la piattaforma “Zoom” avremmo ristabilito le terapie di gruppo e le sedute individuali. Sarebbe stato quello il “nostro setting” per tutto il periodo di quarantena e mi chiedevo come si sarebbe svolto l’analisi del transfert e del controtranfert. Sarei riuscita a cogliere il latente dalle loro parole, dai sogni e gli affetti da quel corpo che si manifestava attraverso lo schermo del computer? Era difficile da prevedere, non avevo esperienza di tale pratica, e la letteratura scientifica ne riportava l’uso da parte di psicoterapeuti con impostazioni teoriche completamente diverse da quella che fa riferimento alla “Teoria della Nascita”. 

3) Anamnesi e osservazione clinica

Anamnesi: Vi descriverò ora la storia clinica di una mia giovane paziente, che per la sua specificità, era stata determinante nel farmi decidere ad intraprendere la psicoterapia on-line.  Anna (così la chiamerò) aveva iniziato il trattamento con me circa due anni prima, all’età di venti anni. Era venuta in visita inviata dalla madre, mentre il padre non era convinto che la psicoterapia potesse aiutarla e tantomeno curarla: lui pensava che la figlia avrebbe dovuto farcela da sola, con il ragionamento. La madre racconta che la ragazza a casa si comportava malissimo, la convivenza era difficile, per il fatto che lei imponeva a tutti i suoi bisogni. Gli altri componenti della famiglia non potevano parlare, guardare la televisione o fare altre attività perché la giovane doveva studiare, impegno a cui dedicava tutte le sue energie. A tavola litigava con tutti. Si preparava da sola gli alimenti, sempre i soliti. Il cibo di cui si nutriva durante tutto il giorno non costituiva un pasto completo. Frequentava quotidianamente una palestra e stava male se per motivi vari era costretta a mancare agli allenamenti.  Il rapporto con il fratello più grande di qualche anno era pessimo: con lui non comunicava, lo sentiva talmente diverso da lei, fino a ritenere che loro non avessero niente in comune. Aveva delle amiche con le quali usciva per andare in discoteca e spesso bere fino a “sballarsi”. Da quattro anni circa si erano interrotte le mestruazioni ed era seguita per questo da una ginecologa. Negli ultimi tempi non riusciva a studiare perché non si concentrava: aveva avuto un’ulteriore perdita di peso e si era evidenziata una vistosa perdita di capelli che lasciava scoperto il cuoio capelluto. 

Mi racconta due episodi rilevanti: uno riguarda il primo rapporto sessuale, avvenuto a 14 anni, durante una gita scolastica, con un ragazzo che subito dopo l’aveva abbandonata e ridicolizzata con gli amici, ma nonostante questo comportamento lei ha continuato per lungo tempo a pensare di essere ancora innamorata e ad accettare rapporti sessuali. 

Il secondo episodio riferitomi, era avvenuto durante una precedente terapia familiare, quando la ragazza era venuta a sapere, accidentalmente, che il nonno paterno, morto qualche anno prima, si era suicidato e secondo i genitori a condurlo a questo atto estremo era stata la sua natura estremamente sensibile ed apprensiva.

Anche Anna era definita da loro troppo apprensiva e questa sua caratteristica avrebbe determinato tutti i suoi problemi. 

Con l’inizio dell’adolescenza, intorno ai dodici anni, con la comparsa delle mestruazioni, ha iniziato a considerare alcune parti del suo corpo troppo grasse e per questo ricorreva alla restrizione di cibo e alla palestra: era bravissima nel bilanciare le due attività, non permettendo al peso di scivolare oltre quella soglia che avrebbe imposto un intervento nutrizionale medico.  La sua era una percezione alterata del proprio corpo che non corrispondeva a nessun dato di realtà. 

Mi stupiva che non si preoccupasse assolutamente della notevole perdita dei capelli: le adolescenti prestano normalmente molta attenzione alla cura della loro capigliatura che incornicia e fa quindi parte del volto. Non ha episodi di vomito, né abbuffate. Una dietista aveva valutato il suo indice di IMC (indice di massa corporea) ai limiti inferiori della normalità.

 Durante il primo colloquio è assente, pallida; è preoccupata perché non riesce a studiare, non crede, in accordo con il padre, che la terapia riesca a cambiare le cose. Mi racconta di non trovare alcun senso nei rapporti che vive sia nella famiglia che tra gli amici e quindi vivere non ha significato per lei; prova una continua sensazione di vuoto e angoscia. Non sogna da moltissimo. Mi riferisce che di notte si sveglia con crisi di angoscia, ha paura di riaddormentarsi e rimane ad occhi aperti e con la luce accesa per tutta la notte.     

Mi racconta del fidanzato lasciato da poco, con il quale aveva un rapporto da qualche anno, molto innamorato di lei, amato dai genitori, con il quale aveva condiviso “uno stile di vita” che riguardava l’alimentazione e l’esercizio fisico: ultimamente aveva perso ogni interesse per questo ragazzo, anzi la sua presenza le dava fastidio perché le impediva di studiare. E’ convinta di non riuscire a realizzare un rapporto con un uomo perché sarebbe al di fuori delle sue possibilità. La madre le ha chiesto se la causa della separazione dal fidanzato sia una sua tendenza all’omosessualità

Quando le domando di raccontarmi della sua infanzia è povera di notizie e ciò che riferisce non ha un connotato “affettivo”. Le notizie della sua vita iniziano con l’adolescenza. Mi racconta senza alcun coinvolgimento di episodi sessuali occasionali, dopo qualche “drink” di troppo, con ragazzi conosciuti da poco, che spariscono subito dopo. Vive rapporti violenti anche con le amiche con cui esce e mantiene la stessa freddezza anche quando gli episodi hanno un notevole contenuto sadomasochistico. Penso che sia più opportuno continuare con le sedute individuali per cercare di stabilire in prima istanza un rapporto di fiducia prima di inserirla nella terapia di gruppo.

Decido di non parlare di cibo o della dieta, perché so che il suo peso è al limite inferiore dei valori di normalità e posso permettermi di non affrontare direttamente il problema.  Durante le prime sedute mentre mi racconta in modo distaccato delle sue giornate e di episodi della sua vita,  più di una volta, avverto una grande angoscia, come di un pericolo e mi chiedo se sta vivendo una Wahnstimmung (stato d’animo delirante

4) Diagnosi Differenziale:

La perdita di peso e il controllo su di esso, con la dieta e la palestra, unitamente all’alterazione dell’immagine corporea, fa orientare la mia diagnosi verso “l’anoressia nervosa “di tipo restrittivo, nella quale la perdita di peso è ottenuta con la dieta, il digiuno e l’attività fisica. Non possiamo parlare di depressione, perché in tale psicopatologia riscontriamo una perdita di peso che è correlata al disturbo dell’umore, ma non ad un’alterazione dell’immagine corporea. Nel disturbo evitante-restrittivo è presente un rifiuto del cibo, per un pensiero delirante che ne altera il significato; è presente un dimagrimento, ma senza alcuna alterazione dell’immagine corporea

La difficoltà di concentrazione, che le faceva perdere interesse verso gli studi, il vedersi grassa limitatamente alle gambe, quando in realtà esse erano molto magre, l’annullamento del volto, che insieme ai capelli erano scotomizzati, i prolungati disturbi del sonno, la perdita degli affetti con un vissuto di estraneità, la Wahnstimmung più volte da me percepita, mi hanno condotto a chiedermi se questa sintomatologia, riconducibile all’anoressia nervosa, non costituisse i prodromi di un quadro psicopatologico, che sarebbe potuto evolvere in una psicosi schizofrenica. Lo psichiatra tedesco Gerd Huber aveva constatato che molti pazienti, con una psicosi schizofrenica, avevano manifestato per lungo tempo, prima dell’esordio conclamato della malattia, una serie di sintomi del tutto aspecifici, come la difficoltà a concentrarsi, problemi cognitivi, disturbi del sonno e del sistema vegetativo, ridotta risonanza affettiva, debolezza fisica: li aveva denominati Sintomi di Base e per lo psichiatra tedesco avevano un’eziologia organica. e potrebbero evolvere, dopo qualche tempo, nei sintomi di primo rango, descritti Kurt Schneider. Invece per lo psichiatra danese Josef Parnas i sintomi prodromici, sarebbero il risultato di un’anomalia ancora parziale dell’esperienza del sé: si tratterebbe di un’alterazione della capacità di percepire se stesso come il soggetto delle proprie esperienze, l’alterazione di ciascun ambito in cui è implicato il sé confluirebbe nella comparsa dei Sintomi di Base

Analizzando la sintomatologia di Anna, con il nostro orientamento teorico la Teoria della nascita di Massimo Fagioli, potremmo dedurre che nei primissimi mesi di vita non sia riuscita a costruire nel rapporto con la madre, carente o assente di contenuti affettivi, attraverso le percezioni non coscienti della sua sensorialità, un’immagine interna fusa all’immagine del corpo. 

Il volto, ignorato e scotomizzato, era una parte del suo corpo che non suscitava il suo interesse e di conseguenza non lo cercava guardandosi allo specchio. Lo scotoma era localizzato sul volto, in quanto espressione della fisionomia e dell’identità umana.

Il riconoscersi allo specchio è realizzazione di ogni bambino intorno agli otto mesi di vita, quando per la maturazione biologica delle vie visive, la percezione cosciente si fonde alla realtà non cosciente. Per Massimo Fagioli la visione del volto allo specchio è un momento fondamentale dello sviluppo psichico del bambino in quanto costituisce il fondamento di ogni percezione futura. 

Altro punto da considerare è il rapporto difficilissimo con il fratello: è probabile che l’annullamento che la madre ha realizzato nei confronti della sua realtà psichica nei primi mesi di vita, Anna lo abbia poi messo in atto nei confronti del fratello. Nelle fasi successive del suo sviluppo quando si è resa conto della sua diversità anatomica invece di avere una reazione di interesse, lo ha reso completamente “estraneo”, “altro”, escludendolo completamente dalla sua vita e perpetuando l’annullamento, conseguenza delle fasi precedenti di uno sviluppo psichico alterato. Con l’adolescenza si ha sia la trasformazione del corpo che diventa sessuato sia la trasformazione della realtà psichica che si realizza con un investimento sessuale verso l’altro diverso da sé e che si struttura sui vissuti non coscienti del primo anno di vita. Molte psicopatologie con scissione mente-corpo insorgono nell’adolescenza quando la realtà non cosciente che si sviluppa nel primo anno di vita viene alterata da rapporti affettivi carenti. La trasformazione della realtà materiale e non materialeconsente un movimento verso l’altro che è fisico e psichico.

5) Trattamento psicoterapico prima e durante la pandemia

Nel caso di Anna sono partita da quello che ho considerato un elemento positivo: 

il rifiuto del fidanzato amato e accettato dai genitori. La sua è stata la reazione ad un rapporto anaffettivo e quindi un movimento di ricerca verso una situazione nuova, probabilmente un tentativo di separazione dalla famiglia.  Ho iniziato gradualmente a formulare le interpretazioni sui rapporti che mi porta e su tutto quello che avviene nel setting. Compaiono i primi sogni che sono privi di contenuto affettivo e immaginativo.  Nella sua vita entrano nuove amicizie che avvengono nell’ambito dei suoi studi, persone che le consentono di studiare fuori di casa: riprende a dare gli esami. Mi accorgo che ha preso peso, ha un bel colorito. Inizia ad interessarsi in un modo diverso ai ragazzi. Ha smesso di indossare solo tute ed ha iniziato a vestirsi in modo più femminile.

Poi fa un sogno: il padre accompagna lei, che ha una valigia, alla fermata per prendere l’autobus. Interpreto: la valigia è il fardello di tutte le sue esperienze di rapporto negative ed è anche l’identificazione con il padre razionale e annullante la realtà psichica, la fermata dell’autobus è la seduta di gruppo. Era arrivato il momento di iniziare un nuovo percorso terapeutico.

Durante una seduta (che da qualche tempo è di gruppo), dice di aver conosciuto un ragazzo. Capisco dalle parole, ma soprattutto dalla nuova luce che ha nel volto, che si è innamorata, è successo qualcosa di nuovo che non ha mai provato prima. Nello stesso periodo con sua grande felicità sono comparse le mestruazioni. Si era convinta in passato di non essere una donna biologicamente normale, questa anormalità sarebbe stata la causa dell’assenza del ciclo. Rimane da elaborare la separazione dall’identificazione con la madre: di lei parla poco e so che ha paura di affrontare questa dimensione di rapporto. Il momento giusto per elaborare questo tema arriverà quando sarà lei a suggerirmelo, attraverso i sogni e potrò interpretarli quando, per il rapporto di transfert, si sarà costruita un’identità abbastanza forte da poter realizzare questa separazione. 

Le realizzazioni che ho riferito (innamoramento, comparsa delle mestruazioni, normalizzazione del peso corporeo, ripresa degli studi) sono avvenute qualche mese prima del lockdown: l’interruzione delle sedute si è verificata in modo imprevisto.  Sarebbe stata sufficiente la vitalità e l’identità fino ad ora acquisite per chiedere alla paziente un “esame di realtà” e di procrastinare il proseguimento della cura fino a tempo indeterminato? Il movimento verso l’ultimo ragazzo conosciuto per lei era una scoperta: il corpo e la realtà psichica non cosciente si erano mossi (aveva cominciato a superare l’annullamento totale precedente) e si erano fusi insieme forse per la prima volta dopo l’inizio della malattia. 

Così, dopo circa un mese e mezzo di interruzione, ho ripreso le sedute attraverso uno schermo, con la proposta di un nuovo setting, quello della psicoterapia da remoto..  Sappiamo dall’orientamento teorico che costituisce la base della mia formazione come psicoterapeuta che, al di là dello strutturare un setting, l’intenzionalità cosciente di un percorso di cura, con regole condivise anche dal paziente, non è sufficiente a caratterizzare il processo psicoterapeutico, che ha come scopo la trasformazione della realtà psichica. Per la Teoria della Nascita quindi è l’intenzionalità non cosciente, l’investimento sessuale della realtà psichica altrui, che conferisce attuabilità al processo di cura.   La creazione del setting, qualunque sia la forma che assume, deve rispondere al requisito di rendere possibile una prassi basata sulla conoscenza e l’interpretazione dei contenuti non coscienti. Con queste riflessioni inizio le sedute on-line.  Anna durante il primo incontro di gruppo on line appare contratta, sofferente e “spenta”: spiega che era ritornata l’angoscia e la sensazione di vuoto che di giorno la faceva star male e le impediva di studiare.  Di notte rimaneva sveglia con la luce accesa per la paura di addormentarsi ed andare incontro a crisi di angoscia. Naturalmente non ci sono stati sogni. Si era interrotto anche il ciclo mestruale. A causa del lockdown non ha potuto incontrare il suo ragazzo che abita in un’altra regione e verso di lui si sente distaccata, ha paura, così dice, di aver perso quel forte coinvolgimento che provava prima. Ritiene che il giovane impegnato con il lavoro e con lo studio abbia poco tempo per pensare a lei.   Interpreto il suo pensiero: la chiusura della viabilità fra le regioni sarebbe stata solo una scusa usata dal suo ragazzo per occuparsi di altro e disinteressarsi della fidanzata; in realtà, aggiungo, è lei che non sopportando la separazione, occupa il tempo con incombenze razionali, come ha sempre fatto, annullando il loro rapporto. Capisco che parlando del ragazzo parla della psicoterapia: la sua era una reazione transferenziale negativa che per risolversi avrebbe dovuto essere interpretata utilizzando l’unico setting che le circostanze della vita reale ci consentivano di utilizzare. L’interruzione delle sedute in presenza aveva messo in crisi la sua corporeità. 

Nella storia di Anna  il “vissuto corporeo”  ha subito un’alterazione profonda, ha modificato l’immagine corporea. La realtà psichica prende origine alla nascita dalla biologia del corpo. Nonostante l’immaturità, la sensibilità che si origina dal corpo del neonato è superiore a qualunque altro periodo della vita, e gli consente di sentire e reagire all’amore e agli affetti della madre e costruire la propria realtà interna che è fusa al corpo perché è da essa che si origina. Rapporti deludenti annullano la fonte del sentire, quindi il corpo: a volte si realizza un’immagine corporea alterata, altre volte con una scissione profonda si raggiunge l’astrazione e l’anaffettività.  Probabilmente l’angoscia che si impadroniva della ragazza, soprattutto di notte, impedendole di abbandonare la coscienza proveniva dall’annullamento del corpo come fonte del sentire e origine della realtà non cosciente.  Oltre ad interpretare l’annullamento del rapporto con la terapeuta e di conseguenza con il ragazzo, avrei dovuto utilizzare le realizzazioni di cura che erano avvenute fino ad allora e che erano il risultato di un coinvolgimento del corpo: dovevo impedirle di negarle e annullarle. Naturalmente in una seduta di psicoterapia non potevo usare i concetti per formulare le interpretazioni. Il linguaggio del terapeuta dovrebbe essere evocativo come una lettera scritta ad una persona amata: dovrebbe nascere dalle immagini che derivando dal non cosciente si trasformano in parole.  In uno degli ultimi incontri del gruppo, prima della pausa estiva, avevo visto Anna sorridere. Le sedute on-line erano continuate, e grazie ad esse erano ritornati gli affetti ed anche le mestruazioni. Finalmente mi porta un sogno: un giovane uomo nella sua camera le fa una toccante dichiarazione d’amore, ma entra il padre ad interrompere il tutto. L’interpretazione è chiara anche a lei: l’identificazione con il padre rischia di bloccare il desiderio nel rapporto con il ragazzo che coinvolge la dimensione non cosciente. So che ha passato una bellissima estate con il fidanzato. 

 A settembre sono riprese le videoconferenze che continueranno fino a quando il rapporto con la realtà non permetterà di riprendere gli incontri in presenza. 

Molte sono le domande che continuo a pormi sulla natura e i contenuti del mio controtransfert durante il periodo della pandemia.  Attraverso la “Gestalt” del volto e del corpo che vedevo comparire in primo piano, sullo schermo delle videoconferenze avevo la possibilità di cogliere l’immagine di ciascuno: ritenevo possibile attraverso i movimenti minimi del corpo ed il suono della voce comporre e intuire la realtà psichica non cosciente dei pazienti. Ma alcune incertezze, che non ho ancora del tutto risolto relative ai limiti dell’elaborazione del controtransfert nella psicoterapia on line rimangono, anche se tutti i pazienti da me trattati hanno avuto beneficio dalle sedute da remoto, con una progressione positiva nel processo di cura. Ho raccontato in particolare di Anna perché la sua patologia riguarda il corpo che di solito si considera non essere presente materialmente nella seduta on-line. Ciò nonostante dal mio resoconto traspare chiaramente che la paziente risponde alla terapia e alle interpretazioni: è una chiara indicazione di non interrompere la cura considerando il drammatico peggioramento cui era andata incontro durante una sia pur momentanea sospensione.

Per comprendere meglio il significato del termine corporeità si può fare riferimento alla distinzione presente nella tradizione filosofica fra Korper (corpo oggetto) e Leib (corpo soggetto) e che fa riferimento a Edmund Husserl, Max Scheler e Maurice Merleau-Ponty. Questa distinzione nella fenomenologia rimane a livello della descrizione dei vissuti coscienti mentre con la “Teoria della Nascita” di Massimo Fagioli noi possiamo cogliere la trasformazione del Körper in Leib a partire dalla nascita. Per effetto della emergenza della realtà non cosciente il corpo vissuto è antecedente all’istaurarsi della coscienza. Nella dinamica del transfert l’annullamento dell’immagine del terapeuta, avvenuta con il lockdown, corrispondeva ad una scissione mente-corpo, cioè tra oggetto psichico ed oggetto fisico. Il corpo diventava un’entità estranea rispetto alla quale insorgeva la percezione delirante all’origine di dismorfofobie più o meno circoscritte o di scotomi che interessavano prevalentemente il volto.

Conclusione:

Come conclusione vorrei proporre una riflessione sulla slide iniziale. Venere rappresenta la bellezza del corpo femminile, intesa non solo come canone estetico ma espressione di un’immagine e di un’identità non cosciente. 

Secondo una consolidata tradizione iconografica nell’opera del Veronese del 1585, riprodotta nella slide, la Venere è ritratta allo specchio:

quest’ultimo consente una visione che ha un’importanza fondamentale nella definizione della corporeità, come suggerisce la ricerca psicoterapica attuale, e come avevano intuito molti grandi artisti figurativi nel passato.  

Nella superficie dello specchio si incontrano e si incrociano gli sguardi della donna e degli spettatori: più punti di vista concorrono a formare un’immagine o una molteplicità di immagini che interagiscono andando oltre la rappresentazione visibile delle figure. Il fatto che le famose veneri di Velasquez, di Rubens, di Tiziano e di Veronese siano ritratte di schiena suggerisce che nella visione del volto nello specchio può essere presente cioè implicito il vissuto corporeo nella sua totalità che comprende anche le parti normalmente non visibili dal singolo soggetto.

Interessante è osservare che lo sguardo delle veneri prima menzionate non sia chiuso in una prospettiva narcisistica ma in realtà si rivolga, come sì può constatare facilmente nel dipinto del Veronese o al pittore ma anche ad uno spettatore virtuale. In tal modo la scena pittorica si allarga e acquisisce tridimensionalita’.

Lo specchio, dei dipinti cui abbiamo accennato, è idealmente  il punto di convergenza di più   visioni e prospettive, e potrebbe avere una funzione analoga, pur con le inevitabili differenze, al Black Mirror dei devices digitali, che accendendosi possono diventare tramite di incontri e relazioni interumane. 

Storicamente si è realizzato un passaggio da una forma di rispecchiamento naturale delle superfici riflettenti i raggi luminosi, come le ossidiane paleolitiche, al rispecchiamento attivo delle ottiche e delle tecnologie digitali, molto diverso dal precedente.

La psicoterapia che si realizza con un device è stata per noi un’occasione per fare un approfondimento sul concetto di corporeità, intesa come realtà complessa non riducibile al solo parametro della presenza fisica. 

E’ importante proseguire una ricerca che rimanga aperta su come viene vissuta la corporeità sia da parte del paziente che del terapeuta nella terapia on line per coglierne le eventuali limitazioni dovute alla specificità del setting e alle restrizioni che esso potrebbe imporre alla sensibilità di entrambi i partecipanti.

Inevitabile è stato il riferimento all’ esperienza clinica, ambito dal quale deriva ogni nostra conoscenza e nel quale si cimenta inevitabilmente ogni tentativo di costruire una teoria. 


 

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Psichiatria

Carceri senza giustizia

CARCERI SENZA GIUSTIZIA

Domenico fargnoli Left n. 3 / 2018

Abolire il carcere ma garantire ugualmente la giustizia in una società come la nostra ossessionata dalla sicurezza per la presenza della mafia e del pericolo del terrorismo e di una criminalità spesso impunita, può sembrare un’utopia Visto dall’esterno il carcere sembra l’unico baluardo a difesa della legalità, un deterrente peraltro inefficace per frenare una violenza diffusa rivolta contro una popolazione inerme . Se cambiamo prospettiva e analizziamo le statistiche il quadro si presenta in modo differente. Chiediamoci a cosa serve il carcere? A riabilitare il reocome vorrebbe la nostra Costituzione , ad aiutarlo ad inserirsi con un nuovo atteggiamento nel tessuto sociale o invece serve ad esercitare tutt’al più una vendetta contro chi si è trovato dalla parte sbagliata? Oggi è abbastanza chiaro che il sistema penitenziario non riesce ad assolvere, nella stragrande maggioranza dei casi ad alcuna funzione positiva se non quello di impedire la reiterazione temporanea di delitti gravissimi: esso èdivenuto il contenitore amorfo oltre che della criminalità della devianza, della povertà, della malattia mentale o della vecchiaia con costi sociali elevatissimi. In quest’ottica la proposta degli abolizionisti potrebbe avere un senso. I resoconti di coloro che conoscono i numeri relativi alla realtà carceraria e, in qualunque modo ne abbiamo avuto esperienza diretta dipingono uno scenario allucinante e disumanizzante ai limiti dell’incredibile soprattutto perché esso si delinea all’interno di una società che pretende di essere civile e che sbandiera il vessillo della democrazia e dello stato di diritto. Al 31 12/2017 secondo i dati diffusi dal ministero di giustizia i carcerati italiano erano 57608 dei quali 19745 stranieri cioè il 37,2 %. Rispetto alle possibilità recettive degli istituti il tasso di sovraffollamento è del 113,2 % con punte che sfiorano in alcune situazioni il 180%. La percentuale delle recidive è del 68%. Il carcere quindi non riduce il tasso di criminalità ma consegue il risultato contrario affinando la capacità di delinquere, rafforzando il tessuto dell’illegalità attraverso la negazione di ogni alternativa di vita: i detenuti sperimentano il dramma di una disperazione che appare senza uscita e che li spinge spessissimo, se non a reiterare le loro condotte criminali, al suicidio. Il sovraffollamento lascia a ciascuno 4 metri di spazio vitale , una condizione al di sotto della quale si ha una vera e propria tortura. La media nell’ultimo decennio è di un suicidio allasettimana. Anche le guardie carcerarie hanno un tasso estremamente elevato di suicidi. L’uso quasi generalizzato degli psicofarmaci, in assenza quasi totale di un supporto psicologico solo in parte tampona una situazione di vita nella quale il soggetto appare spogliato della sua umanità, dagli esiti devastanti. I reclusipoi frequentemente subiscono abusi da parte di altri reclusi se non dalle guardie carcerarie che agiscono spesso una violenza cieca, talvolta, come riportato nelle cronache recenti, con esiti omicidialla quale i prigionieri sono senza difesa. Gli individui in regime di carcerazione preventiva in Italia sono il 34,6 % in larga misura stranieri che hanno violato la legge Bossi-Fini. Nelle prigioni si evidenzia l’effetto di un razzismo istituzionale, tradotto in norme legislative che colpisce gli irregolari senza fissa dimora. Inoltre in anni recenti gli istituti penitenziari hanno visto l’emergere di un fenomeno nuovo “la radicalizzazione” che è stata alla base del reclutamento del terrorismo dell’ISIS. I mussulmani hanno costituito nella reclusione comunità chiuse e subito un doppio processo di segregazione che ha rafforzato il radicalismo e la ricerca di un’identità legata al fondamentalismo religioso. Dato che gli effetti negativi del carcere sono ampiamente dimostrati mentre quelli positivi, a parte il contenimento della criminalità violenta, a tutt’oggi sono da dimostrare, la prospettiva abolizionista cercherebbe di risolvere alla radice un problema che ha una sua evidenza basandosi su dati certi e verificabili

Sorgono inevitabilmente domande alle quali si deve rispondere. Abolire il carcere vorrebbe dire abolire del tutto la pena in quantoinutilmente afflittiva senza nessun vantaggio secondario? Di quest’opinione mi pare fosse Vittorio Foa e Altiero Spinelli entrambi carcerati durante il fascismo. L’abolizionismo penale, per coloro che lo professano, prevede la sostituzione della sanzione punitiva, ritenuta inutilmente afflittiva, con strumenti pedagogici e di controllo rivolti a modificare il comportamento e l’ideazione del reo. E qui verrebbe di dire, insorge la vera difficoltà. Bisogna infatti ricordare come il carcere come il suo parente più prossimo il manicomio nascono nel contesto di una pedagogia e di un filantropismo di stampo illuministico. Il trattamento morale, (morale nel senso di mentale) di Pinel eEsquirol di fatto scaturiva da un’intenzionalità pedagogica solo in parte mascherata da altre forme di intervento che agivano sulle emozioni, nella quale l’allontanamento dal contesto sociale e la segregazione giocavano un ruolo di primo piano. La solitudinenelle celle di isolamento , la scansione ritmata del tempo e della socialità come in un regime monacale, avrebbe avuto il compito di risvegliare la coscienza morale attraverso un percorso di inevitabile sofferenza. Il manicomio ma anche il carcere si proponevano come città ideali all’interno delle quali anche attraverso apposite forme architettoniche, sarebbe dovuto nascere un “uomo nuovo”. Si pensava che in questo modo si sarebbero potute costruire vere e proprie “macchine per guarire” come diceva Jean Dominique Esquirol. Quest’ultimo progettò, quando ne assunse la direzione negli anni 30 dell’Ottocento la ristrutturazione dell’ Asilo di Charenton creando uno stile rigorosamente neoclassico, insieme ad un architetto di nome Gilbert. I malati contenuti prima con delle sbarre sostituite poi con invisibili “salti di lupo” venivano immersi lungo tutto l’arco della giornata, in un’atmosfera di razionalità grandiosa che avrebbe dovuto assoggettare la loro parte malata. J. Bentham ideò una nuova struttura penitenziaria chiamata Panoptique: egli presentò il suo progetto all’assemblea francese nel 1791. Il vantaggio fondamentale del panottico, che per la sua particolare forma, consentiva un controllo visivo continuo e anonimo dei detenuti, avrebbe dovuto risultare evidente: << Essere continuamente-diceva Bentham- sotto gli occhi di un ispettore, avrebbe significato in effetti perdere il potere di fare il male e quasi il pensiero di volerlo fare>> Un Panottico fu costruito intorno al 1870 nel ex ospedale psichiatrico di Siena a testimonianza di quel processo di ibridazione fra manicomio e carcere che porterà all’istituzione sotto l’influenza della antropologia criminale di Lombroso, al manicomio giudiziario destinato ai delinquenti nati, soggetti che sarebbero stati caratterizzati da una pericolosità sociale. Recentemente gli ospedali psichiatrici giudiziari, divenuti nel corso del tempo veri e propri lager sono stati aboliti dalla legge 81 che ha istituito delle piccole strutture chiamate Rems, adibite alla cura e alla sorveglianza. Di fatto gran parte della popolazione degli ex ospedali giudiziari è stata spalmata sul territorio e messa a carico del servizi psichiatrici. Questi ultimi si trovano a dover fronteggiare complesse situazioni giuridiche e psicopatologichesenza i mezzi idonei per poter intervenire adeguatamente.L’abolizione di una struttura carceraria o simil carceraria di fattolascia aperti dei problemi che vengono semplicemente delocalizzati e apparentemente occultati per l’effetto della loro dispersione. Qualcosa di analogo è accaduto con la legge 180 e la chiusura dei manicomi che ha ingenerato una serie di difficoltà delle quali non si è mai venuti a capo (vedi il mio articolo):l’abbattimento delle mura considerata una vera e propria rivoluzione, ha spostato in altra sede l’onere della cura della malattia mentale , che continua a esistere al di fuori di quelle che venivano chiamate “istituzioni totali”: è la logica di nascondere la polvere sotto il tappeto. La situazione attuale dei carceri, come lo era stata prima quella dei manicomi e degli ospedali psichiatrici giudiziari, deriva dal fallimento catastrofico consumatasi in due secoli, della pedagogia di stampo illuministico, di un’illusione (psico)terapeutica che ha dato forza alle teorie genetiche ed innatiste dell’organicismo imperante sia nel campo della criminologia che della psichiatria. Che senso dobbiamo dare allora all’idea di “abolire il carcere”? Il carcere va ridotto alla sua struttura essenziale attraverso un’incisiva depenalizzazione di molti reati minori, la riduzione drastica dell’ambito di applicazione della carcerazione preventiva, la limitazione della libertà personale attraverso misure non carcerarie. Data la massiccia presenza di stranieri fondamentali appaiononuovepolitiche adottate nei confronti dei fenomeni migratori ai quali non si può far fronte con strategie poliziesche e securitarie Qualunque riforma carceraria risulterà inefficace se non si abolisce, quella sì, la mentalità penitenziaria che fa leva sul concetto di “pena”. Quest’ultima ha un’accezione religiosa, penitenziale ed afflittiva ed una razionale. Cesare Beccaria sosteneva che la pena, in una logica retributiva va commisurato al delitto: quante volte sarebbe dovuto morire Eichmann a Gerusalemme per soddisfare questo criterio? Per realizzare un diverso approccio alla criminalità nel suo intreccio con la malattia mentale è evidente che è necessario far riferimento ad una nuova antropologia . Bisogna far sì che il carcere, funzioni sullo sfondo di una visione dell’uomo, della politica e della giustizia che esca completamente dall’ideologia religiosa, dal concetto di peccato e di male e di espiazione attraverso la sofferenza: la giustizia non può essere confusa con la vendetta, tortura e disumanizzazione come è attualmente.

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Podcast intervista a NTI con Laura Olimpia Sani del 23/01/2020

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Diretta televisiva

Domani 24 gennaio sarò in diretta su questa emittente televisiva NTI canale 271

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