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  • La coscienza e l’entanglement

    Generazione di coppie di fotoni entangled nellaguaina mielinica

    Zefei Liu, Yong-Cong Chen e Ping Ao

    Zefei Liu e Yong-Cong Chen: Shanghai Center for Quantitative Life Sciences e Dipartimento di Fisica, Shanghai University, Shanghai 200444, Cina.

    Ping Ao: College of Biomedical Engineering, Sichuan University, Sichuan 610065, Cina.

    Contatti: 1239463505@shu.edu.cn; autore corrispondente: chenyongcong@shu.edu.cn.

    Traduzione italiana del manoscritto arXiv 2401.11682v2 del 21 agosto 2024

    Titolo originale: Entangled biphoton generation in myelin sheath. Articolo pubblicato come Entangled biphoton generation in the myelin sheath, Physical Review E, 110, 024402, 2 agosto 2024.

    Articolo pubblicato · Testo originale utilizzato

    Versione originale distribuita con licenza Creative Commons Attribution 4.0. Traduzione italiana e nuova impaginazione a cura di ChatGPT. Le figure sono riprodotte dall’originale; le didascalie sono tradotte e, ove utile, corredate dalla traduzione delle etichette. Gli autori non hanno revisionato questa traduzione.

    Nota di traduzione. Il testo conserva le affermazioni e il grado di cautela degli autori. La notazione delle equazioni e i dati bibliografici sono mantenuti come nel manoscritto, comprese le eventuali incongruenze. Il lavoro propone un modello teorico; le ipotesi sulla funzione cerebrale non costituiscono una dimostrazione sperimentale.

    Abstract

    La coscienza nel cervello si fonda sull’attività sincronizzata di milioni di neuroni, ma il meccanismo responsabile dell’organizzazione di tale sincronizzazione rimane sfuggente. In questo studio utilizziamo l’elettrodinamica quantistica in cavità (cQED) per esplorare la generazione di coppie di fotoni entangled attraverso l’emissione a cascata nello spettro vibrazionale dei legami C–H presenti nelle code delle molecole lipidiche. I risultati indicano che la cavità cilindrica formata da una guaina mielinica può favorire l’emissione spontanea di fotoni dai modi vibrazionali e generare un numero significativo di coppie di fotoni entangled. L’abbondanza di unità vibrazionali dei legami C–H nei neuroni può quindi costituire una fonte di risorse di entanglement quantistico per il sistema nervoso. Questo risultato può contribuire a comprendere la capacità del cervello di utilizzare tali risorse per il trasferimento di informazione quantistica, chiarendo così una possibile origine dell’attività sincronizzata dei neuroni.

    I Introduzione

    Comprendere la complessità del cervello umano e delle sue funzioni ha sempre rappresentato un enigma affascinante e impegnativo. La sincronizzazione dei neuroni nella corteccia cerebrale costituisce la base di diversi processi neurobiologici [1] ed è strettamente connessa alle anomalie della funzione cerebrale e alle malattie del cervello [2]. In particolare, nella malattia di Parkinson si manifesta una perdita della sincronizzazione dell’attività neurale nelle regioni in cui i neuroni sono danneggiati [3]. Nonostante queste osservazioni, i meccanismi alla base della precisa sincronizzazione dell’attività neurale rimangono sconosciuti [4], rendendo necessaria una ricerca interdisciplinare, soprattutto negli ambiti delle neuroscienze e della fisica quantistica.

    Negli ultimi decenni il calcolo quantistico, sfruttando le caratteristiche peculiari dell’entanglement quantistico, ha ottenuto risultati considerevoli [5]. Gli esperimenti che convalidano le correlazioni non locali dell’entanglement quantistico [6] hanno consentito al calcolo quantistico di superare quello classico in compiti quali gli algoritmi di Shor [7] e di Grover [8]. L’applicabilità del calcolo quantistico alle neuroscienze fu inizialmente proposta da Penrose, che suggerì un ruolo dei microtubuli nel calcolo quantistico all’interno del cervello [4], e fu ulteriormente esplorata, per esempio, da Fisher, che propose gli spin nucleari come mediatori [9]. Nonostante le discrepanze sperimentali rispetto alle previsioni di questi modelli [10, 11], le correlazioni non locali insite nell’entanglement quantistico continuano a suscitare interesse.

    Studi recenti evidenziano il ruolo del fotone come oggetto quantistico non soltanto nelle piante e nei batteri, ma anche nelle attività vitali degli animali [12]. Ne sono esempi i fotoni del medio infrarosso (MIR) provenienti dall’idrolisi dell’ATP, che guidano la replicazione del DNA [13], e i polaritoni formati dall’accoppiamento coerente e risonante della luce visibile con gli eccitoni delle molecole di clorofilla nei cloroplasti, che favoriscono un efficiente trasferimento di energia nella fotosintesi [14]. L’emissione ultradebole di fotoni (UPE) negli organismi viventi, tradizionalmente considerata un sottoprodotto del metabolismo, viene ora chiamata in causa nella funzione neuronale [15]. Inoltre, i fotoni MIR a 53,7 THz modulano l’attività dei canali ionici del K⁺, la segnalazione neuronale e il comportamento sensomotorio [16]. I fotoni rilasciati durante il ciclo degli acidi tricarbossilici (TCA) nei neuroni si accoppiano in modo risonante ai vibroni dei legami C–H delle molecole lipidiche, modificando forse la costante dielettrica della membrana e migliorando così la conduzione del potenziale d’azione [17]. Questi risultati, ciascuno dei quali può richiedere ulteriori verifiche, offrono una prospettiva alternativa sul significato della luce nell’attività neurale.

    La guaina mielinica, una membrana lipidica che avvolge esternamente l’assone di un neurone, fornisce energia all’assone, migliora la conduzione del potenziale d’azione e agisce da isolante nel sistema nervoso [18]. Un funzionamento anomalo della mielina o un danno alla sua struttura sono fortemente associati a malattie neurodegenerative quali la sclerosi multipla e la malattia di Alzheimer [19]. La guaina mielinica viene generalmente considerata soltanto un isolante. Tuttavia, evidenze emergenti suggeriscono una plasticità della mielina, indicando un ruolo che va oltre l’isolamento e la possibilità che essa favorisca la sincronizzazione di fase dell’attività neurale [20].

    Questo studio dimostra che lo spettro vibrazionale dei legami C–H nelle code delle molecole lipidiche, all’interno delle cavità cilindriche formate dall’avvolgimento della guaina mielinica, può generare coppie di fotoni quantisticamente entangled mediante emissione a cascata dal secondo stato eccitato allo stato fondamentale. Nella sezione II definiamo la struttura cilindrica dell’assone sotto la guaina mielinica e discutiamo la quantizzazione del campo elettromagnetico nella cavità cilindrica. Nella sezione III mostriamo che, nella regione infrarossa e nell’approssimazione di dipolo, i processi a due fotoni nello spettro vibrazionale sono governati prevalentemente dall’emissione a cascata dovuta alle interazioni dipolari. Utilizzando l’analisi di Schmidt, nella sezione IV valutiamo il grado di entanglement quantistico dei sistemi bifotonici ed esemplifichiamo la possibilità di generare entanglement nei sistemi neurali impiegando dati strutturali reali, ottenuti sperimentalmente, di un neurone mielinizzato. Sfruttando le proprietà di correlazione non locale dell’entanglement quantistico, si può ipotizzare che quest’ultimo sincronizzi efficacemente l’attività neuronale nell’intero cervello, contribuendo a chiarire l’enigma della «sincronizzazione» nella coscienza.

    II Cavità cilindrica formata dalla guaina mielinica

    Come mostrato nella figura 1(a), gli oligodendrociti del sistema nervoso centrale (SNC) formano guaine mieliniche avvolgendo membrane ricche di lipidi intorno agli assoni; per il loro elevato contenuto di mielina, di colore bianco, gli assoni circondati da guaine mieliniche nel SNC costituiscono la sostanza bianca [21]. Più della metà del cervello umano è costituita da sostanza bianca, che sostiene la trasmissione rapida e simultanea di informazioni tra numerose aree di sostanza grigia del SNC [20]. Nei recenti progressi volti a spiegare i meccanismi di trasferimento energetico ad alta efficienza, la formazione di microcavità è cruciale per il trasferimento di energia mediato da eccitoni e polaroni [14, 22]. La riflessione totale della luce che soddisfa la condizione di onda evanescente sulla parete interna della cavità provoca il confinamento dei fotoni. La guaina mielinica, generalmente costituita da doppi strati lipidici avvolti intorno all’assone, figura 1(c), funge principalmente da isolante nei neuroni e può esercitare un effetto di confinamento dei fotoni più efficace grazie alla formazione di polaritoni al suo interno [17]. Per semplicità, e senza perdita di generalità, è ragionevole considerare la parete esterna della guaina mielinica come una parete perfettamente conduttrice, assumendo soltanto che i campi elettromagnetici non si disperdano all’esterno della guaina. Avvolta concentricamente intorno alla periferia dell’assone, la mielina forma insieme all’assone una struttura simile a un cilindro; su questa base consideriamo cilindrici gli assoni neuronali mielinizzati, figura 1(b). Lo spessore della guaina mielinica è generalmente compreso tra 1 e 3 μm [23]. Il rapporto tra la lunghezza del tratto compreso fra due nodi di Ranvier adiacenti e lo spessore della guaina mielinica è circa 100; la larghezza dei nodi di Ranvier è generalmente compresa tra 1 e 2 μm [24]. Possiamo quindi trascurare gli spazi dovuti ai nodi di Ranvier e considerare le diverse guaine mieliniche come un unico insieme continuo. In questo modo rappresentiamo l’intera porzione assonale rivestita di mielina come un cilindro a pareti conduttrici, come nella figura 1(b). Il dipolo del legame C–H nella coda lipidica si trova fra il raggio interno e quello esterno .

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    Figura 1. Cavità cilindrica formata dalla guaina mielinica. (a) Gli assoni dei neuroni mielinizzati presentano diversi segmenti di guaina mielinica, costituiti dalle membrane lipidiche di oligodendrociti differenti. Lo spazio fra due segmenti di guaina mielinica è chiamato nodo di Ranvier e ha solitamente una lunghezza di 1–2 μm, mentre ogni segmento di guaina è lungo tipicamente circa 100 μm. Lo spazio del nodo di Ranvier è trascurabile rispetto all’intero assone. (b) Si considera l’intero assone rivestito di mielina come un cilindro di lunghezza , con raggio dell’assone nudo , raggio dell’assone rivestito e asse centrale coincidente con l’asse z. (c) Le molecole fosfolipidiche, componenti principali della mielina, possiedono code costituite da un gran numero di legami C–H. Etichette della figura: Neuron = neurone; Myelin sheath = guaina mielinica; Axon = assone; Head = testa; Tails = code.

    L’hamiltoniana del campo elettromagnetico quantizzato e il campo elettrico all’interno della cavità cilindrica possono essere scritti nelle forme seguenti [25]:

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    dove e sono rispettivamente le funzioni vettoriali dei modi e l’operatore di annichilazione, mentre . L’indice del modo è erappresenta la polarizzazione.

    Le funzioni vettoriali dei modi assumono la forma

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    dove e sono della forma

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    è il -esimo zero della funzione di Bessel di prima specie ; è il -esimo zero di , derivata di . La costante di normalizzazione è , con e . Qui e . è la lunghezza della cavità cilindrica. I modi propri della cavità sono determinati da 

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    III Cascata radiativa in un oscillatore di Morse a tre livelli

    In questa sezione introduciamo dapprima l’oscillatore di Morse, ampiamente utilizzato per rappresentare la vibrazione dei legami chimici. Discutiamo poi i processi a due fotoni dovuti a una cascata radiativa mediata dall’interazione dipolare. Per ottenere la funzione d’onda effettiva della coppia di fotoni utilizziamo dati sperimentali sulle dimensioni reali di un neurone mielinizzato.

    III A Legami chimici descritti mediante oscillatori di Morse

    A differenza della rotazione di un legame chimico e dei suoi livelli energetici elettronici, figura 2(b), le transizioni nello spettro energetico vibrazionale sono tipicamente dell’ordine di 0,1 eV e ricadono quindi nella banda del medio infrarosso. Questa banda appartiene a un intervallo che esercita un’influenza significativa sull’attività neurale. Le vibrazioni dei legami chimici sono generalmente quelle di oscillatori anarmonici e i livelli energetici non sono equidistanti. Per descrivere tali vibrazioni adottiamo gli oscillatori di Morse [26], come mostrato nella figura 2(b). Il vantaggio di utilizzare un oscillatore di Morse è che l’equazione di Schrödinger che lo descrive possiede una soluzione analitica, rendendo particolarmente agevole il calcolo del momento dipolare del legame chimico.

    La funzione di energia potenziale dell’oscillatore di Morse può essere scritta come [27]

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    dove è la lunghezza del legame all’equilibrio. e rappresentano rispettivamente la profondità e la larghezza della buca di potenziale. L’equazione di Schrödinger stazionaria possiede la soluzione analitica

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    con le sostituzioni di variabile ed . Nelle espressioni precedenti, è un polinomio di Laguerre generalizzato, mentreindica il più grande intero che non supera . La costante di normalizzazione è , dove è la funzione gamma.

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    Figura 2. Emissione a cascata dallo spettro vibrazionale. (a) Formula scheletrica di una molecola fosfolipidica: la parte rossa rappresenta la catena carboniosa della coda, costituita da diversi gruppi metilenici e da due gruppi metilici. (b) A sinistra: schema dei livelli energetici molecolari, con livelli elettronici in viola, rotazionali in nero e vibrazionali in rosso. A destra: i livelli energetici vibrazionali sono generalmente rappresentati mediante oscillatori di Morse. Il minimo dell’energia potenziale corrisponde alla lunghezza di equilibrio del legame chimico e la profondità del potenziale caratterizza l’energia di dissociazione . (c) Emissione a cascata in un sistema a tre livelli. La figura rappresenta un sistema che ritorna allo stato fondamentale dal secondo stato eccitato, emettendo fotoni di frequenza e . e sono i tassi di transizione, ossia gli inversi dei tempi di vita, fra gli stati. Etichette della figura: Internuclear Distance = distanza internucleare; Electronic level = livello elettronico; Vibrational level = livello vibrazionale; Rotational level = livello rotazionale; Dissociation Energy = energia di dissociazione.

    Anche gli elementi di matrice dell’operatore posizione possiedono la seguente forma analitica [28]:

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    III B Funzione d’onda bifotonica mediante emissione a cascata

    L’hamiltoniana dell’interazione della materia con un campo elettromagnetico viene abitualmente scritta come [29]

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    dove e sono rispettivamente la quantità di moto della materia e il potenziale vettore del campo elettromagnetico, mentre è il rapporto giromagnetico della particella. Gli ultimi due termini descrivono rispettivamente processi a due fotoni in presenza di campi elettromagnetici intensi e di interazioni forti [29]; essi vanno trascurati, considerando che nei neuroni normalmente non esistono ambienti caratterizzati da campi intensi. Nell’approssimazione di grande lunghezza d’onda, o approssimazione di dipolo, il primo termine può essere scritto come , dove e sono rispettivamente il momento dipolare della particella e il campo elettrico. Nell’interazione dipolare è proibito il processo di emissione di due fotoni nella transizione dal primo stato eccitato allo stato fondamentale; considereremo quindi l’emissione di due fotoni dal secondo stato eccitato allo stato fondamentale mediante emissione a cascata [30], come mostrato nella figura 2(c).

    Poiché lo spostamento vibrazionale del legame chimico è generalmente dell’ordine di Å, le costanti di accoppiamento eriportate di seguito sono dell’ordine di Hz. Si tratta di un valore molto inferiore a quello di circa Hz caratteristico dei livelli vibrazionali stessi. Pertanto è generalmente soddisfatta la condizione di accoppiamento debole e possiamo utilizzare la cosiddetta approssimazione dell’onda rotante (RWA), in cui vengono eliminati i termini rapidamente oscillanti nella rappresentazione d’interazione di Dirac. Occorre tuttavia tenere presente che la RWA può presentare problemi quando l’accoppiamento diventa forte [31]. Questa approssimazione può costituire un punto di partenza nel contesto attuale, poiché le emissioni a cascata di interesse derivano principalmente da processi lentamente oscillanti che conservano l’energia totale.

    Con la RWA, l’hamiltoniana d’interazione nella rappresentazione di Dirac può essere scritta come [30]

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    dove e . Le quantità e sono le costanti di accoppiamento delle transizioni, rispettivamente, dallo stato allo stato e dallo statoallo stato , e assumono la forma

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    Analogamente al modello di Jaynes–Cummings [32], imponiamo che si conservi il numero totale di eccitazioni tra l’atomo e il modo della cavità e rappresentiamo i livelli energetici vibrazionali e i vettori di stato dei fotoni nella forma

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    Sostituendo l’equazione (16) nell’equazione di Schrödinger dipendente dal tempo, otteniamo tre equazioni del moto per le ampiezze di probabilità:

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    Iniziamo esaminando le prime due equazioni. Per semplificare il sistema, integriamo dapprima l’equazione (19) e sostituiamo il risultato nell’equazione (18), senza considerare , ottenendo

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    Questa è ancora un’equazione esatta. Introduciamo ora alcune approssimazioni. Il momento dipolare del legame C–H nella coda della molecola lipidica è prevalentemente perpendicolare alla direzione radiale; per comodità di calcolo assumiamo che esso abbia soltanto la componente lungo z. Dall’equazione (4) è evidente che non possiede una componente z e dobbiamo quindi determinare soltanto la componente z di . Sviluppando l’equazione (3) si ottiene . Ne segue

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    Disponiamo ora della forma esplicita della costante di accoppiamento:

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    dove è l’elemento di matrice del momento dipolare , ossia .

    In generale la lunghezza della guaina mielinica è molto maggiore del raggio dell’assone. In queste condizioni la separazione fra i livelli energetici dei modi della cavità è molto piccola e possiamo trasformare la sommatoria dell’equazione (20) in un integrale, cioè

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    L’equazione (20) diventa quindi

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    Nello spettro di emissione, la frequenza della luce associata alla radiazione emessa sarà centrata intorno alla frequenza vibrazionale propria . La quantità varia poco intorno anell’intervallo in cui l’integrale temporale nell’equazione (24) non è trascurabile. Possiamo allora sostituire con e il limite inferiore dell’integrazione in con . Otteniamo così

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    Poiché il termine al denominatore non ha significato fisico quando il radicando è negativo, introduciamo nell’equazione (24) una funzione gradino. L’equazione (24) diventa

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    dove , per e per , mentre

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    è il tasso di transizione nello spazio libero. Utilizzando l’equazione (4-12) del riferimento [30] otteniamo

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    dove è il tasso di transizione fra e nella cavità. Diventa così chiaro il significato fisico dell’equazione (26): per la transizione fra e è proibita. Con lo stesso procedimento, analogo all’approssimazione di Weisskopf–Wigner citata in [30], possiamo trasformare le sommatorie a destra delle equazioni (17) e (18), esprimendole mediante i tassi di transizione, e ottenere

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    dove e sono rispettivamente

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    Ci interessa soltanto il sistema nel regime . In questo caso etendono entrambi a zero, mentre è

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    Sostituendo l’equazione (34) nell’equazione (16) otteniamo lo stato bifotonico

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    Per ottenere la funzione d’onda bifotonica specifica, dobbiamo prima determinare i tassi di transizione fra il secondo e il primo stato eccitato e fra il primo stato eccitato e lo stato fondamentale. Utilizziamo quindi i dati del riferimento [33]. Successivamente, mediante la relazione fra e i livelli energetici,

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    troviamo , che a sua volta permette di determinare gli elementi di matrice dell’operatore coordinata mediante l’equazione (11). I momenti dipolari risultano quindi eÅ e eÅ.

    I risultati sperimentali mostrano che il raggio degli assoni nel cervello o nel SNC è generalmente compreso fra 2 e 6 μm, mentre lo spessore delle guaine mieliniche è solitamente compreso fra 1 e 3 μm [23, 24]. Poniamo quindi pari a 2 μm il raggio dell’assone nudo, cioè il raggio interno del neurone mielinizzato, facendo variare lo spessore della mielina da 0 a 3 μm. Tenendo conto che i legami C–H sono ampiamente distribuiti tra il raggio interno e quello esterno del cilindro, calcoliamo la media delle funzioni di Bessel e delle funzioni coseno nelle equazioni (33) e (32):

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    Figura 3. Tassi di transizione e . I picchi pronunciati corrispondono ai casi in cui oppure è uguale a .

    Possiamo quindi osservare la variazione dei tassi di transizione in funzione dello spessore della mielina, come mostrato nella figura 3. Ogni picco corrisponde a uno zero della funzione di Bessel, . Quando il raggio della cavità è inferiore a 2,45 μm, e sono piuttosto piccoli: ciò dipende dal fatto che tutti i dipoli sono concentrati ai confini dell’assone, , cosicché la costante di accoppiamento tende a zero. L’accoppiamento fra il campo elettromagnetico e i modi vibrazionali è allora trascurabile e i modi vibrazionali cambiano indipendentemente dall’eccitazione o dalla mancata eccitazione del campo elettromagnetico.

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    Figura 4. Quadrati delle ampiezze date dai coefficienti delle funzioni d’onda bifotoniche per cavità di dimensioni differenti. Gli assi X e Y sono espressi in elettronvolt (eV). In ogni caso, i picchi più elevati corrispondono sempre ai modi vicini a e . I valori dell’entropia di von Neumann sono, rispettivamente, 0,000 e 0,336 nella prima riga, 0,041 e 0,194 nella seconda.

    La funzione d’onda bifotonica può essere calcolata utilizzando i tassi di transizione e le costanti di accoppiamento. Considerando che la larghezza di riga è molto minore della frequenza vibrazionale, i modi consentiti sono quasi tutti in risonanza. Pertanto, nei calcoli pratici trascuriamo le frequenze superiori a 0,39 eV e inferiori a 0,26 eV. Dai grafici dei coefficienti delle funzioni d’onda bifotoniche normalizzate, figura 4, si osserva che tutti i modi consentiti sono molto vicini alla risonanza o esattamente in risonanza e che soltanto pochi modi risultano ammessi con ampiezza significativa.

    IV Valutazione dell’entanglement mediante decomposizione di Schmidt

    Nella sezione precedente abbiamo ottenuto la funzione d’onda del sistema bifotonico. Valutiamo ora il grado di entanglement di questo sistema. In meccanica quantistica lo stato puro di un sistema bipartito è descritto da una funzione d’onda , dove e rappresentano qualsiasi grado di libertà delle due particelle: coordinate, quantità di moto, polarizzazione, frequenza e così via [34]. Nel caso discreto la funzione d’onda può essere scritta come nell’equazione (35). Secondo l’analisi di Schmidt [35], essa può sempre essere sviluppata su due basi associate:

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    dove e sono due modi di Schmidt associati. La rappresentazione dell’equazione (38) è nota come decomposizione di Schmidt. I parametri dello sviluppo sono reali e positivi e soddisfano la condizione di normalizzazione . Questa decomposizione è strettamente connessa alla decomposizione ai valori singolari (SVD) [36]. Possiamo considerare i coefficienti dell’equazione (35) come gli elementi di una matrice , alla quale è sempre possibile applicare la SVD per ottenere due matrici unitarie, e , e una matrice diagonale . La relazione fra esse è

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    I quadrati degli elementi diagonali della matrice corrispondono ai parametri dello sviluppo . La caratteristica distintiva della decomposizione di Schmidt è che, quando una misura rileva una particella in uno dei modi di Schmidt , l’altra particella deve trovarsi nel modo associato , e non in un altro modo; la probabilità di trovare una tale coppia di particelle è data da . Quando due particelle sono indipendenti l’una dall’altra, non sono entangled. In questo caso la loro funzione d’onda può essere scritta semplicemente come

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    Otteniamo così una sola coppia di modi di Schmidt nella decomposizione dell’equazione (38). Quando le due particelle sono entangled, la decomposizione di Schmidt contiene più di un termine. Possiamo utilizzare i parametri dello sviluppo nell’equazione (38) per definire l’entropia di von Neumann e valutare l’entità dell’entanglement. L’entropia di von Neumann è definita come [35]

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    Quando la decomposizione di Schmidt contiene un solo termine, l’entropia è zero, indicando che il sistema non è entangled. In base alla definizione, il valore massimo dell’entropia è connesso al numero degli stati della particella: quando la particella possiede stati, il valore massimo dell’entropia di von Neumann è . Per normalizzare i risultati, nel seguito l’entropia viene calcolata scegliendo come base del logaritmo il numero di stati della corrispondente funzione d’onda.

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    Figura 5. Entropia di von Neumann per cavità di dimensioni differenti. (a) I colori dal bianco al blu scuro rappresentano valori di entropia da 0 a 0,65. Gli spessori della mielina variano da 0,45 a 3 μm e le lunghezze da 200 a 500 μm. (b) La relazione fra lo spessore della mielina e il grado di entanglement risulta più evidente eliminando da (a) i punti con valori di entropia inferiori a 0,5. L’entanglement è rilevante per spessori fra 0,8 e 1,1 μm e diminuisce rapidamente al ridursi dello spessore.

    L’assone è solitamente avvolto da una guaina mielinica interrotta da diversi nodi di Ranvier; ciascun segmento ha in genere una lunghezza di 10–100 μm [18, 23]. Nei calcoli effettivi trascuriamo la lunghezza complessiva dei nodi di Ranvier e consideriamo lunghezze comprese fra 200 e 500 μm, che influenzano la densità dei modi elettromagnetici nella microcavità. Quando lo spessore della guaina mielinica è inferiore a 0,45 μm, i tassi di transizione e sono estremamente piccoli, a causa del valore molto ridotto della costante di accoppiamento. Nel calcolo assumiamo che non venga generato alcuno stato bifotonico per spessori della guaina compresi fra 0 e 0,45 μm. I modi elettromagneticihanno energie superiori alla frequenza vibrazionale propria ; pertanto non consideriamo i modi oltre . I risultati ottenuti sono mostrati nella figura 5(a).

    A causa dei livelli energetici discreti nella cavità mielinica, si produce un entanglement significativo quando i modi elettromagnetici si trovano da entrambi i lati delle frequenze vibrazionali e , in loro prossimità. Ciò deriva dal fatto che i fotoni sono particelle indistinguibili: misurare la frequenza di un fotone fornisce quindi un’informazione parziale sull’altro. Viceversa, quando un modo elettromagnetico discreto corrisponde esattamente a e , esso domina e l’entropia risulta minima. Le costanti di accoppiamento molecolare nell’equazione (22) sono dell’ordine di e i tassi di transizione, ossia le larghezze naturali di riga, sono dell’ordine di : valori piccoli e trascurabili rispetto alle frequenze dei fotoni e dei livelli energetici vibrazionali al denominatore, che sono dell’ordine di . I livelli energetici discreti sono determinati esclusivamente dalla geometria della mielina; la creazione e la disponibilità dell’entanglement dipendono quindi interamente dalle sue dimensioni. A differenza dell’emissione a cascata dello spettro vibrazionale nello spazio libero, caratterizzata da righe estremamente strette e da modi elettromagnetici continui, l’emissione fotonica a cascata all’interno della guaina mielinica presenta un solo modo: fotoni corrispondenti alle frequenze e .

    V Discussione

    In sintesi, i risultati relativi al processo di emissione fotonica a cascata, ottenuti mediante l’elettrodinamica quantistica in cavità e l’ottica quantistica, indicano che coppie di fotoni in stato di entanglement possono essere emesse mediante transizioni a cascata nello spettro vibrazionale dei legami C–H delle code delle molecole lipidiche, all’interno di cavità cilindriche avvolte dalla mielina neurale. La presenza di modi elettromagnetici discreti, dovuta alla struttura della cavità formata dalla guaina mielinica e distinta dai modi elettromagnetici continui dello spazio libero, determina la frequente produzione di coppie di fotoni fortemente entangled consentite all’interno della cavità mielinica. In particolare, grazie alla presenza delle microcavità, l’accoppiamento può essere considerevolmente potenziato rispetto allo spazio libero, indicando una maggiore probabilità di emissione di fotoni. Va sottolineato che il nostro modello è molto approssimativo. Una descrizione effettiva del campo elettromagnetico dovrebbe tenere conto dell’accoppiamento dei fotoni con gli insiemi di vibroni, ossia dei polaritoni, aspetto che dovrà essere considerato negli studi futuri.

    Come mostrato nella figura 5(b), il grado di entanglement è relativamente elevato quando lo spessore della guaina mielinica è compreso fra 0,8 e 1,1 μm. Assumendo un raggio assonale di 2 μm, ciò corrisponde a un rapporto fra raggio interno ed esterno compreso fra 0,65 e 0,72, vicino ai valori di 0,6–0,8 riportati in letteratura [24, 37]. L’entanglement diminuisce rapidamente quando lo spessore della mielina si riduce al di fuori di questo intervallo di rapporti. I risultati clinici mostrano che con l’età la mielina si assottiglia e aumenta la probabilità di malattie neurodegenerative [38, 39]. Queste osservazioni potrebbero indicare un’ulteriore relazione fra i due fenomeni.

    Infine, data la natura di questa ricerca, in questa fase possiamo avanzare alcune ipotesi speculative. È stato dimostrato sperimentalmente che la luce nel medio infrarosso a 53,53 THz esercita un effetto di modulazione sull’attività dei canali ionici del K⁺. Inoltre, l’attività è intensa e non proporzionale al numero dei fotoni [16]. Una possibile spiegazione è che gli otto legami C=O presenti in un canale ionico si trovino in uno stato critico di massima superradianza. Tale stato ha un’energia pari a quella di tre legami C=O eccitati, il cui valore è approssimativamente uguale all’energia del fotone rilasciato da un singolo legame C–H. Poiché le scale energetiche coincidono, è plausibile che l’entanglement dei fotoni possa trasferirsi ai canali ionici. In altri termini, le coppie di fotoni entangled emesse mediante transizioni a cascata possono collegare, attraverso l’entanglement, canali ionici del K⁺ situati in posizioni differenti. Quando un canale viene attivato dal neurone, esso influenza lo stato degli altri tramite una misura quantistica, creando probabilmente correlazioni non locali fra di essi.

    I polaritoni all’interno della mielina coinvolgono un gran numero di stati vibronici [17]. Di conseguenza, l’effetto delle fluttuazioni termiche sugli stati del polaritone, cioè sui fotoni, può essere trascurabile. Negli ultimi anni sistemi analoghi, quali gli insiemi di atomi freddi [40], sono stati utilizzati come memorie quantistiche capaci di proteggere l’entanglement fra fotoni. Se l’entanglement locale generato in ciascun neurone potesse estendersi a una regione più ampia mediante scambio di entanglement, o entanglement swapping [6], i neuroni del cervello diventerebbero ulteriormente correlati. In questo modo l’entanglement potrebbe propagarsi all’interno delle guaine mieliniche, fungendo da risorsa di comunicazione quantistica nel sistema nervoso. Ciò potrebbe offrire un meccanismo di sincronizzazione a distanza.

    Nota di traduzione alla sezione IV. Nel passaggio sulle lunghezze, la formulazione inglese è ambigua. I 10–100 μm sono qui riferiti ai segmenti mielinizzati e i 200–500 μm alla lunghezza complessiva considerata nel calcolo; la didascalia della figura 5 specifica quest’ultimo intervallo. Il manoscritto impiega inoltre in alcuni punti gli eV per quantità indicate come frequenze; questa notazione è stata conservata.

    Ringraziamenti

    Z. L. ringrazia il dottor Y. Y. Wang per le proficue discussioni. Questo lavoro è stato sostenuto in parte dalla National Natural Science Foundation of China (YCC, finanziamento n. 12375034).

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  • Uso e misuso del termine raptus (Firenze Oblate 2019)

    Uso e misuso del termine raptus ( Firenze-Oblate-2019)

    Immagine: Caino ed Abele -tiziano

    Scorriamo I titoli di alcuni giornali relativi a fatti di cronaca” Yara è stata uccisa per un raptus sessuale“ Ha colpito in preda a un raptus” “ Accoltellata per un raptus di follia “ “14enne ha un raptus mentre gioca e uccide il padre a coltellate”. Si potrebbero citare tanti altri esempi relativi per es. a casi di infanticidio o  femminicidio che testimoniano l’uso da parte della stampa  del termine raptus come sinonimo di atto violento impulsivo non controllabile  compiuto in una condizione di incapacità di intendere e di volere. Così 

     la parola raptus utilizzata  in contesti e in relazione a  dinamiche e motivazioni molto diverse assume un significatogenerico all’interno di analisi  spesso superficiali e non documentate.  L’etimologia suggerisce che raptus deriva dal latino rapio-rapere che vuol dire “togliere con violenza” oppure dall’avverbio raptim “precipitosamente oppure, per contrazione, da rapidus “ veloce. Il verbo rapere indica un azione esterna: si perde il controllo e  la padronanza di se stessi per un influenza di una forza che interviene da fuori sottraendoci il ben dell’intelletto. Ci sono esempi classici che possono illustrare questa idea. Omero racconta come Aiace Telamonio, non avendo ottenuto le armi d’Achille, impazzisce avendo subito un ‘incantesimo da parte della dea Atena: al suo risveglio  si lancia contro un gregge di pecore e le massacra, credendo di uccidere gli Atridi, ovvero Agamennone e Menelao. 

    Rientrato in sé, si vede coperto di sangue e capisce che cosa abbia in realtà fatto: perduto in questo modo l’onore, preferisce suicidarsi piuttosto che continuare a vivere nella vergogna. Si lancia sulla spada che Ettore gli aveva donato alla conclusione del loro duello. Nella tragedia di Lucio Anneo Seneca “Ercole furente” quest’ultimo viene fatto impazzire da Giunone:  l’eroe perde la ragione, e, scambiando i figli per dei mostri e scambiando la moglie  con Giunone li uccide senza pietà (raccapricciante è la descrizione della morte del figlio, col cranio fracassato e il cervello spappolato sulle pareti). Quando rinsavisce si rende conto con orrore di ciò che ha fatto, e vorrebbe uccidersi. Nei due esempi riportati siamo di fronte alla concezione classica della pazzia come provocata da una divinità o da demoni maligni che ritroviamo in moltissime culture dell’antichità. Nell l’Occidente Cristiano i due monaci Sprenger e Kramer pubblicarono alla fine del XV sec. Il Malleus maleficarum, il testo dell’inquisizione. Si realizzava in quest’ultimo  la fusione fra pazzia, magia ed eresia sotto il minimo comun denominatore della possessione demoniaca. E’ il diavolo che provoca il raptus delle indemoniate e le spinge all’infanticidio e le crisi di possessione che lo psichiatra francese Martin Charcot in una sua celebre opera  Les demoniaques dans l’art (1887)  paragonò alle convulsioni istero epilettiche. L’uso indiscriminato del termine raptus nella stampa dei nostri giorni potrebbe risultare ambiguo proprio perché in esso ci potrebbe essere nascosta l’eco di una concezione religiosa: la stessa che faceva dire a Zacchia, il medico personale di papà Innocenzo X << Gaudet humore melancholico daemon> Il diavolo promosso a cagionatore della Melanconia, gioisce della depressione. Nel linguaggio comune si dice “essere in preda ad un raptus” e non “compiere un raptus”  come dire che si tratta di un qualcosa che accade dentro, nella mente di un soggetto, qualcosa che si subisce mentre si agisce.

    L’uso specialistico, storicamente  molto circoscritto, del termine  differisce da quello giornalistico: troviamo per esempio la dizione, rara, di raptus melancholicus riferita ad una condizione conosciuta come stupor depressivo nella quale si ha un ottundimento della coscienza accompagnato da un blocco quasi totale del movimento. Si osserva come all’improvviso il soggetto  fortemente inibito vada incontro ad una crisi di agitazione accompagnata o meno da gesti auto o etero distruttivi. Il raptus, secondo una concezione classica sostenuta da Eugen Blueler può intervenire anche  in una patologia completamente diversa cioè la schizofrenia catatonica nella quale  la persona   è immobilizzata dal terrore nell’attesa  di un evento apocalittico ritenuto imminente: di colpo può sopraggiungere una crisi psicomotoria.  In certi schizofrenici poi si danno anche tipi di raptus che costituiscono estrinsecazioni di ideazioni improvvise ( einfhall)  non precedute da una tensione emotiva riconoscibile. Nell’ambito del  giornalismo che abusa del termine raptus e ne generalizza il misuso,   conferisce sensazionalita’ alla notizia il fatto che il gesto efferato e improvviso viene riferito come avvenuto  in un contesto apparentemente “normale” nel quale  spesso non ci sono condizioni psicotiche conclamate che avrebbero potuto far  presagire la tragedia. Ma esiste davvero l’episodio psicotico puntiforme, uno scompenso imprevedibile senza tracce ne prima ne dopo? O non ci sono sempre dei prodromi riconoscibili ad un occhio esperto che fanno presagire uno stato morboso latente e la possibilità di un acting out cioè di una reazione abnorme? Gli psichiatri come Charles Chrétien Marc ( 1840) e Richard von Krafft Ebing (1883) 

     Nella seconda metà dell’ottocento si occuparono a lungo della “follia transitoria” detta anche “mania effimera” nella quale la coscienza veniva descritta come obnubilata. Agli inizi del sec XIX i primi  alienisti avevano creato la categoria della “monomania omicida o delirio parziale” che sarebbe consistita in un impulso più o meno violento a ledere o ad uccidere. Quest’ultimo non avrebbe comportato disordini dell’intelletto e della morale: l’omicida sarebbe stato preda di un impulso irresistibile, di una forza cieca senza interesse, senza motivo, senza turbamento alcuno della mente. Sarebbe stata la volontà considerata come completamento dell’essere intelligente e morale ad essere esclusivamente colpita e annientata. Étienne Jean Georget , un allievo di Jean Dominique Esquirol,  esplorò le implicazioni medico legali della monomania omicida  e in accordo con l’articolo 64 del codice napoleonico  affermò che la follia parziale :<<(…) esclude l’idea di azione criminale e toglie a colui che ne è colpito la responsabilità della sua condotta (…)>>. L’accesso dibattito che intorno ai temi psichiatrico forensi sollevati da Georget si sviluppò in Francia culminò con la messa in discussione della monomania come entità nosografica: si obbiettò giustamente che non sarebbero esistiti casi di mania in cui la funzione intellettiva rimanesse intatta. Nulla sarebbe stato di più falso della frammentazione della psiche umana in tante facoltà separate suscettibili di essere lese separatamente. Anche nell’ambito della teoria della “degenerazione” che a partire da Morel soppiantò la prima alienistica francese si rifiutò l’idea della “monomania istintiva” e si affermò l‘esistenza sempre e comunque di un delirio generalizzato e di una responsabilità del reo di fronte a fatti criminosi compiuti con discernimento e consapevolezza.  La  scuola positivistica italiana il cui caposcuola fu Cesare Lombroso dette una particolare interpretazione del raptus e del cosiddetto “reato d’impeto” compiuto senza premeditazione per un irresistibile impulso. Lombroso affiancò alla concezione giuridica classica di Cesare Beccaria l’indagine naturalistica del reo condotta secondo il metodo sperimentale. I criminali, secondo lo studioso torinese, sarebbero appartenuti ad un tipologia antropologicante distinta in base a criteri morfologici e variabili antropometriche come la circonferenza cranica: quella dei “delinquenti nati”. Il delinquente sarebbe stato tale per stigmate degenerative ed eredità atavica: esso avrebbe condiviso con gli individui geniali o genialoidi e i folli morali, sprovvisti di senso etico, una costituzione epilettoide. L’irritazione improvvisa di determinate aree cerebrali, in una variante speciale del morbo sacro di ippocratica memoria, avrebbe conferito all’ideazione del genio il suo tratto  subitaneo e inconscio mentre il carattere esplosivo e  distruttivo dell’azione del criminale cioè il raptus sarebbe dipeso da una “epilessia larvata”. Quest’ultima,  diceva il medico torinese << (…) coi suoi accessi equivalenti puramente psicopatici passa nell’opinione comune sotto il nome di violenza, di brutalità, malvagità degli istinti, di irascibilità  morbosa(…)>> Le teorie della scuola positiva ebbero un peso determinante nella nascita dei manicomi giudiziari nei quali sarebbero stati confinati, fino alla loro  abolizione  in anni recenti, soggetti ritenuti pericolosi  per se stessi e per gli altri.  Secondo la legge del 1904 che porta il nome del ministro degli interni  Giovanni Giolitti e che riguardava gli alienati bastava una diagnosi per recludere a vita un soggetto in una struttura carcerario-manicomiale in base alla semplice presunzione che sarebbe potuto andare incontro ad un raptus. Il confronto fra la scuola positiva e la scuola classica di diritto penale   traspare dal Codice Rocco  del 1930 che con l’adozione della “misura di sicurezza”  e l’internamento al posto della detenzione in carcere, legittimò  la coercizione  del “reo folle” ai fini della difesa sociale. Per la Scuola positiva il reato interessava come fatto  che trova spiegazione nella struttura biopsicologica  del delinquente  alla base della sua  pericolosità: la pena avrebbe avuto una funzione   di prevenzione rispetto al rischio di un acting out sempre incombente. Nella legislazione psichiatrica l’idea lombrosiana della prevenzione  d’una  “pericolosità sociale presunta” è stata completamente superata dalla legge n 180 del 1978 fino al punto di non essere più menzionata. La psichiatria che fa riferimento a Basaglia  considera la pericolosità una chimera, un qualcosa che semplicemente non sussiste: il malato di mente qualora commetta un reato deve essere giudicato e condannato come tutti gli altri. Quindi non si ammette l’esistenza della “follia transitoria” che possa momentaneamente e improvvisamente alterare la capacità di giudizio motivando un crimine: la violenza contro le persone sarebbe espressione di una generica  malvagità umana. “I raptus omicidi non esistono. Bisogna iniziare a parlare di cattiveria, aggressività e consapevolezza>> ha sostenuto anche il prof Claudio Mencacci ex presidente della Società Italiana di Psichiatria.  Si  può  essere d’accordo che il “raptus” nel significato giornalistico e ottocentesco di monomania omicida che si supponeva interessasse  persone “normali” sia un anacronismo ma non si può negare l’esistenza di patologie psichiatriche  sia pure latenti  suscettibili di sfociare in gesti violenti e subitanei, non sempre prevedibili. Il ricorso poi all’idea di cattiveria è  tipico di un approccio moralistico e religioso:  esso presuppone che  nella  normalità sia presente  il male come dimensione sovrannaturale e radicale. Siamo tutti figli di Caino? Aveva ragione l’esorcista padre Gabriele Amorth quando parlava della presenza nel mondo e nella storia della possessione demoniaca  cioè il “male malefico”? L’omicidio  è un atto di onnipotenza e di anaffettività, una alterazione  patologica della capacità di giudizio anche se mascherata da motivazioni razionali e da una coscienza lucida. La guerra è un inconcepibile pazzia anche quando si camuffa dietro istanze civilizzatrici e umanitarie. L’uomo però per realizzare se stesso non è necessario uccida il padre o il fratello: non si può indulgere   all’errore di considerare l’aggressività, l’omicidio, la guerra un patrimonio istintivo dell’umanità,  espressione di un’irrazionale originariamente perverso. Il termine raptus, nelle pagine dei giornali, sembra suggerire che “il male”  possa irrompere sempre in modo imprevedibile e catastrofico nella sfera della coscienza.

    .

  • L’immagine della linea

    “Il pensiero giusto, forse, sta nei termini verbali «le immagini che dicono ciò che si è vissuto e non ciò che si è visto». Anche il parlare non è soltanto suono ma immagine della linea invisibile che si realizza, alla nascita, per la immediata fantasia di sparizione che la realtà biologica fa, nel silenzio del corpo, nei primi venti secondi di vita umana.”

    — vLeft 2011 (I libri di Massimo Fagioli Vol. 18) by Massimo Fagioli

    Erlebnis = esperienza vissuta nell’immediatezza affettiva e soggettiva.

    L’immagine della linea invisibile è quella di una discontinuità, di una differenza.

    Fare la linea è il processo di definizione dell’immagine attraverso la rappresentazione della discontinuità e delle differenze: rappresentazione percettiva e mentale che può tradursi nell’incisione o nel disegno.

    Incisione preistorica
  • Gebsattel e Heidegger

    Ma ciò rende anche il paziente esposto all’imposizione della volontà del medico, sia che tale volontà sia oggettivante o meno.
    Una situazione del genere alimenta l’egoismo del medico, che diventa l’unico agente di fronte al paziente, il “taumaturgo” al di fuori della comunità umana.

    L’ethos del medico mira a proibire tali imposizioni egoistiche:

    «Non in ciò che fa, ma in ciò che è; non in ciò che intraprende, ma in ciò che lascia essere e consente, l’ethos dell’umano si manifesta nella sua forma più pura.»

    Il suo effetto è quello di un “lasciar essere” (letting be), che implica una vigilanza contro ogni forma di oltrepassamento dei limiti.
    In quanto custode dei limiti (Hüter der Grenzen), l’ethos del medico forma il suo agire terapeutico e trasforma la volontà di aiutare, ancora semicieca, in una virtù lucida.


    “L’incontro di Heidegger con uno psicoanalista capace di mettere in pratica alcune delle sue intuizioni — la centralità della “chiamata” (call), così come l’accento sui “limiti”, che diventano ancora più rilevanti dopo il trattamento —, che condivideva l’esperienza del nichilismo dell’epoca e sapeva riconoscere l’incapacità diffusa di cogliere la nostra stessa sofferenza, e che comprendeva infine il cristianesimo come una questione di Mitsein (essere-con), tutto questo poteva risultare profondamente significativo per Heidegger.

    Le lettere di Heidegger di quel periodo mostrano chiaramente l’effetto che Viktor Emil von Gebsattel ebbe su di lui, smentendo la versione standard riportata da Petzet e confermando la tesi di Hugo Ott secondo cui il soggiorno di Heidegger presso Gebsattel durò da tre a sei mesi, e non tre settimane come Heidegger stesso aveva dichiarato:

    «Il soggiorno di Heidegger a Badenweiler durò da febbraio fino alla fine di maggio del 1946. Dopo tale periodo, il trattamento psicoterapeutico continuò con Gebsattel.»

    Non solo: il trattamento di Gebsattel prevedeva anche una cura a base di glucosio (Traubenzucker), che proseguì oltre il periodo trascorso a Badenweiler, come emerge dalle lettere di Heidegger a Elfride.”

  • Effetto Werther

    La circolazione narrativa del suicidio nei media e nelle reti digitali può produrre fenomeni di identificazione imitativa descritti come “effetto Werther”, nei quali la ripetizione pubblica di una storia individuale contribuisce a trasformarla in modello simbolico condiviso.

    Noa Pothoven autrice del libro “Vivere o imparare“ Morta suicida a 18 anni nel 2019

    Uno dei casi più discussi di effetto Werther nei media contemporanei riguarda la serie Netflix 13 Reasons Why (2017).

    La serie racconta la storia di Hannah Baker, adolescente che si suicida lasciando registrazioni audio in cui spiega le ragioni del gesto.

    Diversi studi hanno analizzato cosa è accaduto dopo la diffusione della serie.

    Uno dei più citati è pubblicato sulla rivista JAMA Psychiatry.

    Bridge, J. A., Greenhouse, J. B., Ruch, D., Stevens, J., Ackerman, J., Sheftall, A. H., & Campo, J. V. (2019). Association between the release of Netflix’s 13 Reasons Why and suicide rates in the United States: An interrupted time series analysis. JAMA Psychiatry, 76(9), 933–940. https://doi.org/10.1001/jamapsychiatry.2019.0922

    Gli autori hanno osservato che negli United States: nel mese successivo alla pubblicazione della serie i suicidi tra adolescenti aumentarono significativamente.

    L’aumento fu particolarmente visibile tra i giovani tra 10 e 17 anni.

  • La psichiatria, la donna e il femmicidio

    https://1drv.ms/p/c/5e79070bb6b96621/IQDuKcOLo84YSIguav2eTLneAUNpFIGxLoRaW8HlUkTeKFU

    La psichiatria, la donna e il femminicidio (2025)

    Domenico Fargnoli

    Il tema nasce quasi per caso, da una rilettura di Lev Tolstoj, La Sonata a Kreutzer: un racconto che mette in scena un femminicidio. Inizialmente pensavo di limitarmi a Tolstoj, e forse a qualche altro caso emblematico, come quello di Louis Althusser. Poi, come spesso accade (“l’appetito vien mangiando”), mi sono resa conto che valeva la pena allargare l’orizzonte: non solo per accumulare esempi, ma perché si disegna, dietro questi casi, una matrice culturale e istituzionale più ampia. Ho così modificato il titolo iniziale e vi propongo questa sera un percorso che resta coerente con l’intuizione di partenza, ma assume una forma più esplicita: “La psichiatria, la donna e il femminicidio”.

    La storia della psichiatria copre più di due secoli: nasce a fine Settecento e, salvo “eventi strani”, continua a esistere ancora oggi. Io percorrerò dunque circa due secoli, ovviamente con scelte e limiti: non parlerò di tutto, né potrei.

    Due immagini: dalla constatazione muta alla denuncia

    Vorrei iniziare da due quadri.

    Il primo è di Edgar Degas (1869), Le viol (Lo stupro). Si vede un uomo e una donna; la donna sembra sul punto di subire, o aver già subito, una violenza. L’uomo è in piedi: non c’è relazione, non c’è scambio, non c’è empatia. Degas, com’è noto, era misantropo e misogino; considerava le donne quasi come “animali domestici” e le osservava con uno sguardo distante, freddo, che potremmo chiamare un voyeurismo quasi entomologico: guardava senza interagire. E infatti qui non c’è interazione: la scena è una pura esposizione del fatto violento, come se dicesse: questa è la società, e non c’è nulla da aggiungere.

    Il secondo quadro, a distanza di quasi un secolo, è profondamente diverso. Frida Kahlo, Unos cuantos piquetitos (Solo qualche piccolo colpo di pugnale). Kahlo dipinge un fatto di cronaca messicano: un uomo ha ucciso la moglie e, interrogato dal giudice sul motivo, risponde: “Ma in fondo che ho fatto? Ho dato solamente qualche piccolo colpo di pugnale”. Qui la pittura è denuncia: smaschera il carattere fatuo e anaffettivo dell’assassino, la sua banalizzazione dell’orrore. C’è anche un riferimento autobiografico: in quel periodo Diego Rivera, marito e grande seduttore, aveva una relazione con la sorella di Frida; quei “colpi di pugnale” sono anche le ferite psichiche di un tradimento vissuto come lacerazione.

    Queste due immagini ci introducono già al cuore del problema: la violenza può essere rappresentata come fatto “inevitabile”, neutralizzato e quasi naturalizzato; oppure può essere rappresentata come ciò che è, cioè come aggressione e annullamento e dunque come questione politica, culturale, simbolica.

    Femminicidio: non solo l’atto, ma la cornice culturale

    Che cos’è il femminicidio? Io mi occuperò non tanto del femminicidio in senso strettamente giuridico-cronachistico, quanto di ciò che chiamerò femminicidio culturale e simbolico: un processo per cui una cultura legittima – spesso senza consapevolezza, agendo a livello implicito – rappresentazioni false o ambigue della violenza contro le donne, normalizzandola, estetizzandola, giustificandola, depotenziandone la gravità. Questo avviene a molti livelli: narrazioni, immagini, miti, istituzioni, linguaggi.

    Un esempio classico è Tiziano, Danae (qui considero una delle versioni, intorno al 1554). È parte delle cosiddette “poesie” dedicate a Filippo II di Spagna: il riferimento “ut pictura poesis”  secondo la famosa formula, suggerisce la pittura come poesia. Il mito è noto: Acrisio imprigiona Danae per evitare che il figlio , come profetizzato lo uccida; ma Giove entra trasformandosi in pioggia d’oro e la feconda. Il quadro è magnifico: Danae è sensuale, bellissima, luminosa. Ma se ci fermiamo al contenuto, ciò che è rappresentato è uno stupro: una violenza divina, una fecondazione senza scelta. L’estetizzazione della scena maschera la natura non consensuale dell’atto. Potremmo dire: “è solo un mito”, “è solo un soggetto classico”. Eppure non basta.

    Esiste un altro quadro di Tiziano, del 1505: Il miracolo del marito geloso. Un marito, geloso senza motivo, uccide la moglie. Sant’Antonio la “resuscita” (oggi diremmo: la fa uscire dal coma), e sullo sfondo l’uomo si confessa e si pente. La narrazione moralizza il gesto maschile: il fulcro diventa il pentimento dell’uomo. E la donna? La donna ha ricevuto coltellate, ha rischiato la morte: ma l’asse emotivo e simbolico del racconto è centrato sul maschio.

    Altro quadro di Tiziano Lucrezia e Sesto Tarquinio (1571). Tarquinio violenta Lucrezia. Anche qui la composizione è splendida, i colori sono raffinati, l’aggressore è perfino “elegante” nei pantaloni rossi. Il gesto di rifiuto della donna, almeno nella mia percezione, non appare tragico ed estremo come ci aspetteremmo di fronte a una violenza assoluta: ancora una volta, l’estetica può funzionare da schermo, e la violenza viene “messa in scena” come parte della bellezza. Poi Lucrezia si ucciderà; Tarquinio sarà cacciato; nascerà la Repubblica. Ma l’immagine, intanto, ha già compiuto un’operazione: ha reso la violenza guardabile.

    Che cos’è la psichiatria? Origini illuminate, esiti ambigui

    Per capire la psichiatria, forse bisogna capire la sua origine. All’inizio non si chiamava “psichiatria”, ma alienistica. Fu fondata da Philippe Pinel (1801) medico francese. In una versione del suo Trattato medico-filosofico ()l’apertura è significativa: “Il cammino progressivo dei lumi attorno al carattere e al trattamento dell’alienazione mentale si accorda interamente con quello seguito per altre malattie…”. Pinel si colloca in un orizzonte illuministico: la novità è affrontare la malattia mentale come malattia naturale, contro la tradizione che la riferiva a colpa, peccato, trascendenza, demonologia.

    Il termine “filosofico” nel titolo ha un doppio rimando: filosofia naturale e riflessione filosofica. Pinel sostiene che non ci si può occupare di alienazione mentale senza aver riflettuto a lungo almeno su Locke o Condillac. Nel suo libro, il capitolo storico introduttivo è straordinariamente interessante: Pinel discute la mania senza delirio, cioè forme di violenza e impulsività affettiva senza alterazione del giudizio e senza delirio. Locke negava che potesse esistere una mania senza delirio; Pinel sostiene di averla osservata: una violenza improvvisa che nasce da un’affettività “malata”, ma senza perdita della capacità di giudizio.

    Da Condillac, e dalla tradizione della “nosografia filosofica” del Settecento, Pinel riprende il metodo analitico ed empirico: osservare i fenomeni nella loro successione, descrivere, classificare. La malattia è un’entità naturale da indagare razionalmente e laicamente. Eppure Pinel ammette anche qualcosa che oggi suona sorprendente: l’alienazione mentale deriverebbe da una lesione dell’intelletto più che del cervello, almeno per quanto lui ha potuto constatare. Pinel rifiuta Cartesio (res extensa e res cogitans  sarebbero il troppo separate), rifiuta materialisti estremi come Cabanis (“il cervello secerne il pensiero come il fegato secerne la bile”). Riprende e critica Condillac: l’idea non è una somma meccanica di sensazioni; intervengono gli stati passionali, gli stati affettivi. Da Aristotele, se vogliamo, eredita l’osservazione sistematica e la classificazione; da Hume (che però non cita) deriva una comprensione più sottile dell’esperienza mentale.

    Sul ruolo storico di Pinel c’è stata una diatriba. Per Gladys Swain, (1977) la grandezza di Pinel è l’idea di un residuo di sanità: anche il malato conserva un nucleo razionale

     Questa idea la riconosce anche Hegel (1817): la pazzia non è assenza di ragione, ma contraddizione interna alla ragione(Per altri storici, come Jacques Postel, la genesi della psichiatria ha tratti quasi “edipici”: il figlio Scipion Pinel, coadiuvato dall’allievo preferito Esquirol, avrebbe relegato Pinel a figura filantropica, riducendone l’originalità scientifica e costruendo il mito della liberazione dei folli dalle catene (che sarebbe stata compiuta soprattutto da Pussin, il suo aiutante e collaboratore che non era medico). (Postel, J. (1994). La psychiatrie. Paris: Larousse).

     Presentarlo solo come filantropo è limitativo: Pinel voleva fondare una psichiatria clinica, osservativa, rispettosa della persona, non basata su un fondamento religioso ma su un fondamento medico-filosofico funzionale alla cura. Ma diciamo, relegarlo nell’ambito della filantropia significa togliergli anche un carattere di originalità perché già c’era una tradizione  filantropica che faceva capo ad esempio al quacchero William Tuke,(1813)  in Inghilterra: c’erano in Scozia e in Belgio  altre esperienze di trattamento di malati non incatenati chiamato “moral treatment”.

    E poi c’è la grande critica di Michel Foucault (1961) durissima verso alienistica e manicomi come apparati di controllo sociale. Foucault legge la follia nel registro dell’irrazionale e tende a non isolare il problema “malattia mentale” come entità clinica; questa prospettiva verrà cooptata dall’antipsichiatria e si intreccerà con la critica istituzionale di Basaglia, fino a sfociare – talora – nella negazione della malattia mentale. Rispetto a  Foucault è necessario rimanere prudenti: alcune intuizioni sono fertili, ma molte conclusioni appaiono ideologicamente squilibrate

    Donne e follia: Pinel riformatore, ma dentro il patriarcato

    Il punto forse più interessante, qui, è il rapporto tra psichiatria nascente e donne. Pinel fu riformatore, umanizzò il trattamento, ma mantenne una visione fortemente legata alla differenza di genere della follia: contribuì a costruire, sul piano medico-sociale, l’idea di una devianza femminile radicata nella fisiologia. C’è un passaggio in cui dice che gravidanza, puerperio, allattamento sono cause frequenti di alienazione. La tradizione secolare dell’inferiorità femminile trova qui una veste “scientifica”: la donna è inferiore perché “biologicamente” determinata.

    Ed è qui che emerge un dato storico sorprendente: il femminismo come movimento visibile e conflittuale coincide con la Rivoluzione francese. Molte donne partecipano: presa della Bastiglia, iniziative pubbliche, club, discussioni politiche. Elisabeth Roudinesco parla di femminismo originario: teorico (con riferimenti antropologico-filosofici), guerriero (donne armate, progetti di coorti di amazzoni), radicale (riforma giuridica e politica, cittadinanza, uguaglianza di genere)

    .

    Le protagoniste di questa fase includono Olympe de Gouges, Théroigne de Méricourt, Claire Lacombe. Olympe de Gouges scrive nel 1791 la Dichiarazione dei diritti della donna: “La donna nasce libera e rimane uguale nei diritti”. Entra in conflitto con Robespierre; viene attaccata, censurata; affigge manifesti per Parigi e finisce arrestata e ghigliottinata. La stampa e il potere la trattano come esaltata, delirante, isterica: “trascura le occupazioni domestiche”, si invischia nei crimini politici dei suoi simili. E, naturalmente, si invoca persino la sua fisiologia: mestruazioni, vanità, “natura” femminile.

    Claire Lacombe, attrice e militante, organizza il club delle donne repubblicane rivoluzionarie. Arrestata e poi rilasciata, nel 1821 la ritroviamo internata alla Salpêtrière, ospedale “delle donne”, con una diagnosi generica di alienazione: povera, donna, politicamente fuori norma. Una storica come  Laure Murat  (2011)pone una domanda decisiva: la Salpêtrière era ospedale o prigione politica? (

    Qui si intravede un paradosso: la rivendicazione dei diritti delle donne e la psichiatria nascente hanno la stessa matrice illuministica (diritto naturale, universalità, razionalità), ma entrano presto in conflitto. Il riferimento è a Locke: i diritti naturali inviolabili (vita, libertà, proprietà) e l’idea che lo Stato esiste per proteggerli, non per annullarli. Se lo Stato li viola, esiste diritto di ribellione: la rivoluzione può essere legittima.  Nicolas Condorcet  (1790) sostiene diritti universali e progressivi: uguaglianza civile, educazione universale, parità di genere

    Mary Wollstonecraft, con Vindication of the Rights of Woman(1792), propone un cambiamento radicale del modello culturale: le donne rivendicano di essere razionali.

    E tuttavia Pinel resta convinto dell’inferiorità femminile: sostiene che le donne sono “più del doppio” degli uomini tra i malati di mente e interpreta questo come fragilità naturale. Esquirol, inoltre, è più estraneo agli ideali di uguaglianza: politicamente monarchico, con una famiglia perseguitata dai rivoluzionari, guarda alla Rivoluzione con ostilità.

    Théroigne de Méricourt: dalla politica alla “malattia”

    Théroigne de Méricourt è un caso emblematico. Cortigiana e militante, di origine  belga, partecipa intensamente alla stagione rivoluzionaria. Si scontra con donne giacobine che la accusano di moderatismo; viene denudata e fustigata in pubblico. Era stata già imprigionata e torturata dai monarchici in Belgio: quell’episodio acuisce un disagio mentale preesistente o latente. Nel 1794 viene ricoverata per disturbi mentali. Anni dopo è alla Salpêtrière e arriva all’osservazione di Esquirol.

    Il caso è descritto nell’opera di Esquirol del 1838 d). Esquirol enfatizza il profilo di attivista violenta e sadica, arrivando a insinuare atti sanguinari contestati da chi ha ricostruito le fonti. Poi c’è la descrizione clinica dalla quale traspare l’ossessione per i temi rivoluzionari, quindi un progressivo sprofondamento in una psicosi asilare: isolamento, mutismo, degrado, pagliericci umidi, alimentazione a terra, fino a una fase anoressica e alla morte. Compare l’etichetta lipemania accompagnata da “delirio mistico”, che qui appare quasi fuori luogo; ma il punto essenziale è un altro: l’idea di curabilità, centrale per Pinel ed Esquirol (trattamento morale, ottimismo illuministico), sembra evaporare nella cronicità asilare. La malattia diventa demenza, incurabilità.

    E qui emerge una lettura inquietante: la Rivoluzione non appare come causa “prima” della follia, ma come causa essenziale dell’ingresso in una follia totale, cronica e incurabile. La Rivoluzione diventa oggetto cattivo, alterità radicale, naufragio della ragione. Si apre una stagione in cui la Rivoluzione viene patologizzata:e diventa monomania politica, morbo democraticus, nevrosi rivoluzionaria, paranoia riformatrice. Laura Murat, nel suo lavoro sul rapporto tra psichiatria e politica nel periodo post-rivoluzionario, mostra come la psichiatria partecipa attivamente a questa trasformazione.

    Il fallimento di un progetto e la deriva organicistica

    Fallisce l’intenzione di Pinel ed Esquirol di  elaborare una teoria coerente della malattia mentale, costruire una nosografia rigorosaideologico , realizzare un trattamento orientato alla guarigione. Il trattamento morale, inizialmente non violento, assume sempre più i tratti dell’autoritarismo; l’idea terapeutica si corrompe; il progetto fallisce. E insieme fallisce la visione illuminista che si affidava alla razionalità come strumento d’indagine.

    Questo fallimento apre la strada alle teorie organicistiche, già presenti ma sempre più dominanti nella seconda metà dell’Ottocento: frenologia, neurologismo, degenerazionismo, atavismo. La psichiatria – termine usato da Reil nel 1808 – tende a trasformarsi in apparato di controllo della devianza, e in questo controllo le donne risultano particolarmente vulnerabili: marginalità, povertà, dissenso politico e sessuale vengono facilmente tradotti in “malattia”. Théroigne de Méricourt diventa, così, vittima di un femminicidio culturale: privata della parola, trasformata da attivista in “malata”, neutralizzata come soggetto politico.

    Si intravede  un movimento storico più ampio, che richiama la tesi di Horkheimer e Adorno (1947) L’Illuminismo contiene germi totalitari, una tendenza regressiva interna. Mi domando: perché, nel suo sviluppo, tende a negare e annullare la donna e l’irrazionale? Perché il femminismo originario finisce come finisce? E perché la psichiatria, nata anche dalla stessa matrice razionale, diventa spesso lo strumento della normalizzazione?

    In questa regressione emergono figure e teorie: Gall e la frenologia; Griesinger e l’idea della malattia mentale come malattia del cervello; Morel e Magnan con la degenerazione; Lombroso e l’atavismo. Poi Kraepelin: psichiatria classificatoria, distanza clinica, organicismo. Un organicismo così forte da sostenere l’eugenetica;  un allievo dello psichiatra tedesco  Ernst Rüdin c avvia pratiche di sterilizzazione durante il nazismo. L’impianto kraepeliniano diventa supporto ideologico  a sterilizzazioni e, in seguito, allo sterminio dei malati. L’organicismo praticato in un certo modo è, letteralmente, pericoloso.

    Questo movimento caratterizzato dal fallimento della psicoterapia e ritorno all’organicismo si ripete nel Novecento: negli Stati Uniti, per decenni, la formazione accademica è freudiana; si tenta di adattare il freudismo alla cura delle psicosi; il tentativo fallisce clamorosamente. Nel 1993 la rivista  Time titola provocatoriamente: “Freud è morto?.

    .Il fallimento diventa esplicito anche con la chiusura di Chestnut Lodge, diretta da Frieda Fromm-Reichmann. (Hale,200O)

     C’erano stati successi clinici individuali, ma su larga scala le psicosi non sono trattabili con il metodo psicoanalitico freudiano. La causa Osheroff cristallizza il conflitto: ricoverato a Chestnut Lodge, dopo mesi sta peggio; altrove riceve antidepressivi e migliora; nasce una diatriba anche giuridica, con l’idea che non trattare farmacologicamente una psicosi grave espone a responsabilità legali . (Keimann, 1990)

     Così come era fallita la “cura morale” ottocentesca ed era subentrato l’organicismo; fallisce nella seconda metà del Novecento la “cura della parola” freudiana e si riafferma  l’organicismo, e si consolidano edizioni del DSM con impostazione descrittiva, kraepeliniana, ateoretica (anche per prendere distanza dall’impianto freudiano).

    Charcot, l’isteria e l’ inconscio

    Non si può parlare dell’Ottocento senza Charcot, alla Salpêtrière: una clinica dove affluiscono oltre 30.000 donne fino al 1890. Forse la condizione sociale di oppressione femminile contribuiva a un aumento dei disturbi. A proposito di  Charcot Swain. (1977).  parla del “vero Charcot”, contro la caricatura delle esibizioni del martedì, le isteriche addestrate, Augustine e altre esperte in  svenimenti “a comando”. Al di là dell’aspetto folkloristico che spesso caratterizza la sua clinica, Charcot è un grande medico: identifica patologie neurologiche, teorizza che l’isteria – inizialmente pensata come degenerativa – sia dovuta a una lesione dinamica e transitoria, quindi funzionale. Si sposta dall’organicismo duro a una concezione più complessa. [(Charcot, J.1872–1873).

    Charcot compie un gesto decisivo: individua anche uomini isterici, contro la tradizione che confinava l’isteria alle donne. Mostra che in seguito a traumi anche gli uomini sviluppano sintomi isterici. Inoltre, avvicinandosi all’isteria, intercetta processi inconsci, pur senza attribuirgli ancora un significato simbolico come farà Freud. Da qui Freud parte per la teoria dell’inconscio. Con Babinski  (191) l’isteria come entità nosografica autonoma declina; compare l’idea di pitiatismo, immaginazione malata più che lesione neurologica]. Oggi l’isteria non è più categoria clinica centrale; sopravvivono, semmai, categorie come disturbo istrionico di personalità, ma non l’isteria “classica”.

    Lombroso e la costruzione dell’inferiorità femminile

    Con Lombroso entriamo nella parte più esplicitamente “scientifica” della misoginia. È difficile capire come un medico, considerato scienziato, potesse sostenere tesi come: la donna è più cattiva che buona e quando è buona lo è spesso per stupidità [Lombroso, C., & Ferrero, G. (1893). La donna delinquente, la prostituta e la donna normale. Roux].Inferiore, stupida, meno sensibile, biologicamente determinata: la donna viene considerata  un “bambino grande” e si rafforza l’idea che la devianza femminile sia naturale.

    Questi stereotipi trovano legittimazione “evoluzionistica”: Schopenhauer (1851) e Darwin [ 1871)vengono chiamati in causa per sostenere che l’uomo è evolutivamente più avanti perché competizione e selezione naturale sarebbero più intense per i maschi. Le donne diventano passive, meno competitive: i soliti cliché. Queste letture saranno poi riutilizzate anche in ambiti politici e razziali, compreso il nazismo.

    Lombroso incontra Tolstoj: il genio misogino

    Un episodio curioso: Lombroso va a Mosca nel 1897 per un convegno e decide di visitare Tolstoj. Perché Tolstoj? Lombroso lo aveva trattato ne L’uomo di genio (prima edizione 1876): Tolstoj è prototipo del genio. Per Lombroso, il genio crea in preda a equivalenti epilettici; i geni sono uomini; se sono donne, “assomigliano agli uomini”. Esiste perfino nel libro un capitolo sul rapporto genio-clima: in Italia la distribuzione dei geni dipenderebbe dall’umidità del terreno. Oggi sorridiamo, ma Lombroso ebbe fama internazionale, pur criticatissimo.

    Tolstoj non condivide quasi nulla di Lombroso. Eppure channo in comune qualcosa: la misoginia. E qui appare l’immagine  del genio misogino, che ritroveremo anche più avanti con la vicenda dell’uxoricidio di Louis Althusser. Questo stereotipo influenzerà anche Freud: si pensi a Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, con interpretazioni oggi discutibili e fonti fragili. Sigmund si inventò  il fatto che da piccolo un nibbio aveva messo la coda nella bocca di Leonardo e da allora lui aveva sviluppato una tendenza alla fellatio,

    Tolstoj, con La Sonata a Kreutzer e altri racconti può essere considerato campione di ciò che chiamerei femminicidio narrativo: Le donne ribelli  vanno incontro a un destino tragico e “inevitabile”, rappresentato come naturale. È la messa in scena letterale della morte fisica, sociale, simbolica, spesso tragica di coloro che non si adeguano ai codici morali e politici vigenti nell’800. Questo tema lo ritroviamo in Dostoevskij, Turgenev ma anche in D’Annunzio che  propone  l’estetizzazione del femminicidio:

    Il protagonista di un suo romanzo (1894)  Giorgio Aurispa incarna una soggettività decadente e il  superuomo, con riferimento  a Nietzsche: egli  ammazza la sua donna Ippolita e poi si suicida gettandosi  da una rupe: [il finale (omicidio–suicidio) mette in scena una fusionalità uomo-donna  distruttiva che può essere letta come impossibilità di tollerare l’alterità femminile.

    Nella Sonata a Kreutzer di Tolstoj ci sono forti elementi autobiografici: il rapporto con la moglie Sof’ja, conflittuale, estenuante. Quattordici figli,  innumervoli copie a mano di Guerra e pace eseguite dalla donna , tentativi di suicidio, rifiuti, fuga finale di Tolstoj, ascetismo e scelta della rinuncia alla sessualità per motivi religiosi di quest’ultimo. Nel racconto, tuttavia, il femminicida – che narra la sua vicenda in treno mentre si discute con altri viaggiatori  di famiglia e rapporto uomo-donna – non viene condannato. Non viene condannato dalla giustizia, ma soprattutto non viene condannato dallo scrittore. C’è una legittimazione dell’omicidio come esito di gelosia e “passione incontrollabile” che la moglie avrebbe scatenato. Raptus, delitto d’impeto, delitto “per amore”: Lombroso e, più indietro, Esquirol con la sua monomania affettiva, tornano come fantasmi concettuali. Il protagonista della Sonata insiste: era lucidissimo mentre uccideva; non aveva perso contatto con la realtà ma sarebbe stato solamente  in uno stato emotivo “speciale”.

    Tolstoj non accetta la teoria lombrosiana del genio come follia; per lui la natura umana si realizza nell’amore per il prossimo e nei principi morali assoluti, nel libero arbitrio. Per Lombroso, invece, l’individuo è vincolato da fattori organici e soprattutto dall’ereditarietà, che controlla moralità e intelligenza.

    Un fatto notevole: dopo la pubblicazione de La Sonata a Kreutzer , la moglie di Tolstoj soffre profondamente, ma si spende per ottenere dallo zar la pubblicazione di un testo inizialmente proibito. Subito dopo  la donna scrive un racconto speculare rispetto a quello del marito che narra una storia analoga: in italiano è stato tradotto come L’amore colpevole; in russo il titolo sarebbe più vicino a Di chi è la colpa? Scritto nel 1891  fu pubblicato solo nel 1911 dopo la morte dello scrittore russo []: forse per timore del conflitto che avrebbe potuto scatenare, forse per il peso enorme della fama dello scrittore . Sof’ja racconta la stessa storia dell’omicidio dalla prospettiva della moglie: il marito è rozzo, egoista, violento, moralista, geloso senza motivo. Il rapporto della protagonista con un musicista è platonico:  c’è affinità, elezione, ma non tradimento fisicoL’uomo appare,  valtato a posteriori, come una personalità narcisistica.

    Diagnosi letteraria e narcisismo maligno

    Se Pozdnyšev, il personaggio di Tolstoj fosse un caso psichiatrico – è un’ipotesi di scuola, con valore solo indicativo – potremmo pensare a un disturbo narcisistico maligno con tratti paranoidi e misogini. La moglie non è considerata un soggetto separato, ma uno specchio, un oggetto di possesso. La sua autonomia è vissuta come annientamento del narcisismo maschile; la violenza nasce dal bisogno di ripristinare controllo e superiorità. Nelle  personalità patologiche come Pozdnyšev i gesti sadici sono spesso egosintonici: non vissuti con colpa,  ma giustificati come “reazione” alla provocazione.

    Oppure, a proposito del personaggio di Tolstoj potremmo parlare di disturbo paranoide di personalità con tratti ossessivi: diffidenza, rigidità, moralismo, iper-razionalizzazione saturata di aggressività e odio. L’omicidio diventa l’esito  di un’escalation paranoica mascherata da giudizio morale.

    Qui si aprirebbe il tema del narcisismo estremo/maligno (Fromm ,11975; Kernberg, 1975)

    Tema complesso, che meriterebbe un’analisi autonoma: è stato utilizzato  anche per comprendere figure politiche contemporanee come Donald Trump; ma al di là dei casi specifici, il punto da sottolineare è la struttura: grandiosità, bisogno di dominio, anaffettività, sadismo egosintonico.

    Il femminicidio narrativo, secondo alcune letture, trova un punto di rottura con l’Ulisse di Joyce (1922)

    , soprattutto nel monologo finale di Molly Bloom: in cui troviamo il tentativo di  rappresentare l’affermazione vitale della donna,   una femminilità non riducibile alla trama patriarcale. Ma anche qui la storia è ambigua: la figlia di Joyce, Lucia, ballerina dotata, verrà curata da Jung per schizofrenia e morirà in manicomio (1984). Esiste una tesi secondo cui la creatività di Lucia fu repressa e la sua “follia” fu anche un prodotto culturale e familiare (Shloss,,(2003).

    Femminicidi politici del Novecento: reali e simbolici

    Arriviamo al Novecento dove troviamo numerosi esempi di  femminicidi reali e simbolici nella politica.

    Mussolini può essere considerato femminicida istituzionale:  basta pensare alla vicenda di Ida Dalser e del figlio, reclusi e condotti alla morte in condizioni terribili; bigamia, documenti distrutti, rimozioni. Su questa vicenda  sono stati scritti libri e prodotto un film  Vincere di Bellocchio (2009).

    Hitler e la storia di Geli Raubal (1931),  la nipote più giovane di vent’anni con la quale  conviveva  a Monaco e nei confronti della quale esercitava un controllo ossessivo costringendola all’ isolamento. La ragazza è morta per un colpo al cuore, ossa del volto fratturate a causa di una  possibile colluttazione. Suicidio? Omicidio? Insabbiamento nazista? Non sappiamo. Ma sappiamo che i rapporti di Hitler con le donne furono fortemente  problematici. Eva Braun, che il dittatore  sposò  in punto di morte appare come personalità passiva, depressiva, tollerata più che amata;  sono noti i suoi tentativi di suicidio, fino alla fine tragica condivisa con il Furher nel bunker a Berlino  .

     Paul Matussek, (1973) non si limita a chiedersi “Hitler era malato?”, ma analizza:

    • lastruttura psicopatologica della personalità di Hitler
    • ilrapporto tra leader e massa
    • la dinamica di identificazione collettiva

    L’idea chiave è che la psicopatologia individuale diventa politicamente efficace solo quando incontra una disponibilità psicologica collettiva. Non parla di “follia” clinica del dittatore  in senso stretto, ma di organizzazione patologica della personalità compatibile con il funzionamento politico

    Sul narcisismo maligno di capi politici e figure di potere, Fromm (Fromm, E. propone una critica puntuale dell’istinto di morte freudiano e definisce il narcisismo maligno in termini sadomasochistici egosintonici. Io credo però che, più del sadismo, sia decisiva  la comprensione delle dinamiche legate all’anaffettività.

    Stalin e Nadežda Allilueva:  la seconda moglie  si suicido’  nel 1932, dopo litigi violenti; la verità è stata nascosta per lungo tempo. Nadia Allilueva, aveva  sposato Stalin nonostante la differenza di età di più di venti anni:  lei non sopportava tutta la politica autoritaria, violenta del marito.  Dopo un banchetto ufficiale per il 15° anniversario della Rivoluzione di Ottobre la coppia  uno dei tanti litigi particolarmente accesi  e poco dopo Nadia si ritirò nella sua stanza e si uccise. L’interpretazione potrebbe essere che quello della donna  è stato un atto estremo di rifiuto politico e personale, cioè effettuato da  una persona  che non accetta di essere annientata dal potere maschile assoluto sia nella sfera pubblica che privata. Di questa vicenda   ha parlato anni dopo la figlia del dittatore  Svetlana fuggita, come sapete, in USA, nel 1967. E secondo un rapporto di Krusciov nel 1956 Nadia “fu suicidata”: come dire sì il suo fu formalmente  un suicidio, ma di fatto fu  indotto dal comportamento estremamente violento del marito.

    Mao Tse-tung fu un grande timoniere od un emulo della figura mitica del Minotauro? i quadri del partito comunista cineseprocuravano  in continuazione delle ragazze giovanissime, vergini, prese da dai suburbi ,dalle campagne, come riferisce  il  medico curante del dittatore  in una interessante ricostruzione biografica, , (Zhisui Li. 1994).  Quando il leader divenne più vecchio le sue avventure sessuali furono tutte più scandalose e più ampie: egli , figlia che lui non riconobbe avrebbe associato la giovinezza alla forza vitale, secondo una concezione influenzata da credenze tradizionali cinesi (idee taoiste sulla trasmissione dell’energia vitale).

     In Castro troviamo  la retorica  secondo la quale “la donna è una rivoluzione dentro la rivoluzione”), ma nelle testimonianze emerge da parte sua  un machismo rivoluzionario e un comportamento da monarca caratterizzato da lusso e molte donne; figli non riconosciuti, propaganda e smentite. Anche in questa circostanza siamo di fronte  alla contraddizione tra ideologia pubblica e gestione privata del potere ( Sánchez, J. R. (2014).

    Althusser: psicopatologia, cultura, impunità

    E arriviamo a Louis Althusser. Nel 1980 strangola la moglie Hélène Rytmann (Hélène Legotien, militante comunista, figura forte e autonoma) durante un “massaggio” che diventa improvvisamente omicidio. Viene dichiarato non responsabile per infermità mentale (delirio confusionale acuto). Molti hanno parlato di episodio psicotico; altri hanno ipotizzato una struttura narcisistica profonda, paranoide, idealizzante e distruttiva: una donna autonoma e intensa diventa progressivamente intollerabile.

    Qui esplode il tema della psicologizzazione. Althusser ha una storia psichiatrica impressionante: ricoveri, elettroshock, fasi maniacali e depressive, due analisi (una negli anni Cinquanta, una con un allievo di Lacan). Dice: “Ho ucciso in uno stato di dissociazione come un sonnambulo”. Esistono casi di sonnambulismo omicida, ma questo non mi persuade per Althusser. Potremmo evocare il “raptus” (teoria oggi molto contestata), o l’omicidio d’impeto lombrosiano, o una monomania affettiva: ma la cosa più sconvolgente è un’altra.

    Althusser parla di omicidio altruistico: sostiene di non aver ucciso la moglie, ma di averla “suicidata”, per generosità, perché lei minacciava il suicidio e lui le avrebbe fatto un piacere compiendo ciò che lei non avrebbe avuto il coraggio di fare. È un rovesciamento che non sta in piedi. E tuttavia, di fatto, Althusser non subisce un processo, non fa carcere: pochi giorni in clinica e poi libero. Perché? Perché è famoso, perché è protetto, perché l’École Normale costituiva  rete di potere.

    E lui si presenta come vittima: vittima del silenzio, vittima dell’assenza di processo, vittima dell’impossibilità di “dire la sua”. Ma intanto sfrutta la situazione per rilanciarsi culturalmente con L’avvenire dura a lungo, autobiografia che parla soprattutto di sé e vende decine di migliaia di copie. Ne esce con un prestigio accresciuto. (Althusser,  (1992).

    Un libro come quello di Francis Dupuis-Déri smonta la favola della “vittima” e mostra il contesto maschile e culturale dell’impunità. Il titolo richiama ironicamente la “banalité du mâle”, evidente eco della “banalità del male” di Arendt. (Dupuis-Déri, F (2013).

    Qui il nodo è cruciale: nel femminicidio, le componenti psicopatologiche non annullano la componente criminale. In Althusser c’è un impianto culturale che legittima la cancellazione dell’altro; e c’è, insieme, una componente psicopatologica. Separarle è falso. Occorre capire il loro reciproco bilanciamento.

     Nella sua filosofia Althusser parla di “interpellazione”: il neonato sarebbe già catturato dal contesto ideologico in cui è gettato nell’atto di venire alla luce . Qui il filosofo  stesso stabilisce un’analogia con la Geworfenheit, la nascita heideggeriana (l’essere gettati) e con Lacan: lo fase dello specchio  è il momento in cui si formerebbe   l’ immagine falsa che costituisce l’io; l’identità  viene concepita come costruzione attorno a una mancanza; l’inserimento del soggetto all’interno della  rete dei significanti e della  legge del padre, con il significante fallico in piena evidenza è obbligatorio. È un sistema teorico quello di Althusser, che, nella sua versione estrema con richiami heidegeriani e lacaniani, rischia di annullare la nascita, la soggettività, la possibilità di un’origine non alienata: e questo annullamento teorico può diventare, in certi casi, una cornice di legittimazione dell’annientamento reale dell’altro.

     Anche Jacques Lacan è implicato in femminicidi simbolici. In primis quello della prima moglie , che lui escluse completamente dalla propria vita dopo la separazione  e quello della figlia Sybille che portava il suo cognome. Quella che fu considerata pubblicamente sua figlia fu Judith Battaile Miller che sposò Alain Miller ,ex allievo di Althusser, che sarà curatore  a capo del movimento lacaniano. Sybille  in un libro autobiografico (Lacan, S. (1994). Un père: Puzzle. Paris: Gallimard) racconta un episodio : lei vede il padre che esce da un bordello, situato vicino al suo studio a Parigi, dopo aver dimenticato un appuntamento che aveva con la figlia   che gli chiedeva aiuto finanziario per un’operazione. Sybille ha scritto anche “Point de suspension” (Lacan, . (2000) dedicato alla madre in cui il padre appare distante, affettivamente opaco: per lei è impossibile riconoscersi simbolicamente come sua figlia. Sybille  finisce per suicidarsi (Parigi 2013) nonostante due lunghe analisi con allievi di suo padre. Non  si uccide per una malattia terminale ma a causa dell’intollerabile dolore psichico per essere stata estromessa dal registro simbolico paterno:  riteneva di non averte nemmeno la dignitàdi un “buco” nel discorso del apdre padre (cfr.Lacan,S,2000) La donna soffriva peraltro anche di vulvodinia.  Anche qui il suicidio viene scambiato come atto di libertà, l’unico atto autentico possibile. Il suo gesto ricorda quello di Ellen West il famoso caso di Binswanger  che si ispirava alla filosofia di Martin Heidegger per il quale l’essere autentico è l’essere per la morte. Scriveva lo psicoanalista francese «Il n’y a ’La femme’. La femme il n’existe pas» (Lacan, J. (1975).  La donna non deve esistere: viene estromessa, per la sua diversità,dal discorso simbolico maschile, non ha parola, è un buco vuoto. Essa può essere indotta, paradossalmente, a credere di poter esprimere se

    stessa autenticamente solo annullandosi, denunciando e opponendosi con un

    atto estremo, col suicidio, alla propria cancellazione.

     

    Teoria della nascita in una prospettiva storica

    Ho delineato uno sfondo storico su cui collocare il pensiero di Massimo Fagioli . La rottura che quest’ultimo instaura è legata alla centralità, contro una   tradizione secolare della psichiatria, che si attribuisce alla donna partendo dall’ idea di una costruzione dell’identità non cosciente fin dalla nascita. Il bambino e la donna esistono come espressione dell’irrazionale.

    (Fagioli, M. (2010).

    • Per Fagioli l’uomo non è caratterizzato da una mancanza , da un vuoto originario. La fase dello specchio non determina un falso senso dell’identità come sostiene Lacan. L’individuo non è implicato, “interpellato” dagli apparati ideologici preesistenti che gli impongono un

    significato, nel suo venire al mondo come dice Althusser e prima di lui Heidegger.

    • Alla nascita si manifesta un soggetto autonomo rispetto all’ambiente che viene << annullato>> cioè messo fra parentesi. Nella fase dello specchio, ad un anno circa, il bambino realizzerà l’originalità del proprio volto disegnando mentalmente i propri lineamenti.

    Abstract

     

    Questo lavoro ricostruisce genealogicamente il rapporto tra psichiatria, costruzione della devianza femminile e dinamiche di potere simbolico dall’Illuminismo alla contemporaneità. Attraverso un percorso che va da Pinel ed Esquirol fino a Freud, Lacan e Fagioli, viene analizzata la progressiva medicalizzazione della differenza e la produzione di dispositivi discorsivi che hanno contribuito a definire la donna come alterità patologica. L’indagine intreccia filosofia (Hegel, Schopenhauer), teoria critica (Horkheimer e Adorno), evoluzionismo (Darwin), criminologia (Lombroso) e letteratura (Tolstoj, D’Annunzio, Joyce) per mostrare come il femminicidio non sia solo evento giuridico ma esito culturale di una lunga costruzione simbolica. Il concetto di “femminicidio culturale” viene proposto come categoria interpretativa capace di illuminare la cancellazione epistemica e istituzionale della soggettività femminile. Attraverso casi storici e figure emblematiche, il saggio evidenzia il nesso tra sapere psichiatrico, potere politico e narcisismo patologico. L’obiettivo è mostrare come la razionalità moderna, pur proclamando universalismo e diritti, abbia prodotto dispositivi di esclusione strutturale. Ne emerge una critica alla naturalizzazione biologica dell’inferiorità femminile e una riflessione sul rapporto tra identità, alterità e violenza simbolica.

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