Creatività e malattia

acca            

Inviato il: 29 Jul 2004, 04:59 PM

Più in generale comunque l’odio è l’affetto dell’invidia. L’invidia è una pulsione che si attiva in relazione alla creatività ed alla sessualità.

Chiedo ancora: è sempre così ? Cioè in relazione alla creatività e alla sessualità si attiva sempre la pulsione di invidia ? Quale può essere allora la risposta appropriata all’ invidia e all’ odio ?

 

Alogon            

Inviato il: 29 Jul 2004, 08:08 PM

Ovviamente la pulsione scatta solo se c’è un minus rispetto all’altro. Minus inteso come castrazione. Se c’è un minus ma non castrazione, cioè malattia, emerge la possibilità del desiderio.

L’unica risposta appropriata rispetto alla malattia è l’interpretazione. Interpretazione come cura che si può realizzare esclusivamente nell’ambito di un setting psicoterapico.

Fuori dal setting ci sono discussioni, pareri, opinioni ma non interpretazioni.

Non c’è cura cioè risposta appropriata alla pulsione invidiosa, alla negazione che sia pur con gradazioni diverse, va considerata malattia.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 30 Jul 2004, 09:37 AM

Un intervento centrato sullo specifico della psichiatria, sulla malattia, che non tiene conto di quanto è stato detto precedentemente o che vi si aggancia solo in modo pretestuoso è decontestualizzato e quindi interrrompe il “Filo della discussione”.

Mi sembrava che il tema fosse un altro: la sensibilità dell’artista, le sue origini, il nesso con la sessualità-

copyright domenico fargnoli

Admin            

Inviato il: 3 Aug 2004, 03:50 PM

Mi sembrava che il tema fosse un altro: la sensibilità dell’artista, le sue origini, il nesso con la sessualità.

Questa discussione (che è anche chiusa), d’accordo con il moderatore, è stata spostata, era precedemente nata all’interno della discussione “Arte”.

Homo novus

La parola cerca il silenzio

Come una donna nuda …

….il silenzio oltre la dichiarazione d’amore

Essere

Senza paura di diventare muto

Per sentire la vita

Dove il suono non è neppure percepibile.

Si abbassa la testa

Per varcare la porta di corno

da cui emerge la verità dei sogni.

Abbandonarsi alla veglia senza coscienza.

Immagini indefinite.

Gesti eloquenti.

Colori che sono melodie.

Dopo non c’è più il poeta perchè mentre la dice c’è il rifiuto di ogni parola,

non c’è più il pittore che si è ripreso il sangue versato sulla tela da poco terminata

e non c’è neppure il medico quando il paziente è già guarito.

Allora ciascuno è libero di essere semplicemente se stesso.

Un uomo nuovo in un mondo diverso.

Arte. Sensibilità per la creatività

Trumpet            

Inviato il: 20 Jul 2004, 09:23 AM

Ce la metto tutta per “rendermi conto” dell’arte anche se forse non in un modo pensato e volontario quando guardo le opere come quelle presenti in questo sito e forse ci riesco anche.

Mi sono chiesto allora come io facessi a dire opera d’arte. La risposta non è arrivata subito e non so se quella che si è formulata nella mia mente sia valida, quindi la propongo qui per confrontarmi con chiunque risponda a questo stimolo.

Ciò che ho pensato è che per percepire l’opera d’arte e definirla tale, almeno per me, è stato necessario conoscere l’artista, il suo pensiero, la sua storia anche personale, la ricerca artistica e non solo, quindi non è stato impossibile riconoscere la creatività artistica in quanto visto.

Subito dopo però mi sono chiesto: e se io avessi modo di vedere un’opera d’arte di uno autore sconosciuto, se non sapessi nulla di lui o lei, ma avessi solo modo di vedere ad esempio un suo dipinto saprei avere la sensibilità necessaria per dire che ciò che vedo è un’opera d’arte o meno?

Ciò su cui sto tentando fare ricerca è proprio questo, e cioè se l’opera d’arte è tale una volta che la creatività dell’artista l’ha creata potendo così “vivere” per proprio conto oppure no, oppure è solo un oggetto se non legata alla realtà umana dell’artista stesso?

 

 

Nyx            

Inviato il: 21 Jul 2004, 10:32 AM

Vorrei provare a riprendere il discorso…poesia e psichiatria, immagine femminile, arte. Pensavo alla associazione che mi viene da fare fra l’arte e immagine femminile, come se avessero una matrice comune irrazionale sensibile in perenne movimento, imprevedibile. Nonostante che nella storia forse i più grandi artisti siano stati uomini non riesco a legare l’immagine dell’arte a quella maschile…e posso solo pensare all’arte fatta dagli uomini come ricerca della loro immagine femminile che magari non riuscivano a realizzare internamente e doveva essere creata all’esterno allontanata per essere un oggetto confortante di cui avere il controllo; mi viene in mente Marylin Monroe di Warhol… l’appiattimento di un volto, lo svuotamento di un corpo, l’immobilità di un canone puramente estetico.( ho letto su un libriccino dedicato a warhol che aveva a disposizione centinaia di immagini della diva ma che ha appositamente utilizzato sempre la stessa e il motivo era che era morta che le si addiceva un volto immobile senza vita un’immagine univoca che ripetesse all’infinito quanto di eterno e mostruoso ci fosse nel suo personaggio…una rivisitazione della madonna?)

Ma poi mi viene in mente Picasso a come è andato contro all’estetica del ritratto per stravolgere il volto di una donna per renderla ancora più umana benchè la “cornice” dei suoi lineamenti la deformasse. In questo caso credo che non ci sia più il tentativo goffo e impacciato di mettere fuori quello che non si riesce a realizzare internamente ma la realizzazione vera e propria dell’immagine femminile; il peniero va poi al freudismo alla esaltazione che ha avuto nel novecento e la domanda è se tutto ciò è stato per distruggere quell’idea di donna che stava emergendo.

 

 

Trumpet            

Inviato il: 21 Jul 2004, 11:44 AM

:blink:

 

 

Alogon            

Inviato il: 21 Jul 2004, 12:15 PM

A trumpet rispondo dicendo che l’arte primitiva non ha autori eppure è riconosciuta come avente un valore estetico…

certo oggi l’artista ha messo in crisi l’autonomia dei linguaggi e cerca di parlare come si vede bene nel mio omonimo disegno il cui l’artista ha la bocca aperta ed una vocale disegnata sulla lingua.

E’ vero quindi che il linguaggio pittorico, visivo ha un sua codice indiopendente ma altresì vero che l’atteggiamento dell’artista verso l’opera è cambiato. Quest’ultimo non si limita più a produrre oggetti d’arte , ma li commenta, ne chiarisce il senso, ne svela le operazioni mentali soggiacenti.

 

Al bell’intervento di nyx rispondo chiedendomi se l’immagine femminile in realtà sia emersa in modo chiaro solo dopo Picasso, nell’ambito di un’altra ricerca…

 

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 03:08 PM

copyright domenico fargnoli

 

aissa            

Inviato il: 22 Jul 2004, 11:46 PM

A me viene in mente un quadro che non è di Picasso e che forse non è nemmeno il caso di citare.. ma io lo cito lo stesso! E’ quel “donna nuda che dorme” di Modigliani che già nel titolo racchiude quel non so che di irrazionale che sa di donna.. Donna nuda che dorme, e sicuramente sogna.

Alla sensibilità dell’artista va aggiunta credo, Trumpet, quell’immagine femminile di cui Nyx ha così bene parlato. Quella sensibilità che riconosce la bellezza alle belle donne, e la speranza della bellezza alle donne brutte. Quella sensibilità che non cede alla bramosia, che non conosce la violenza e fa l’amore per amore e non per predare, strappare la vita. Qualunque opera, anche di ignoto, che esprima una sensibilità di questo tipo, credo sia un’opera d’arte. Qualunque donna che non crede che il suo lato irrazionale sia la parte peggiore di sè, ritengo sia una donna da ammirare. Qualsiasi uomo che riconosce ad una donna la potenzialità infinita dell’irrazionale, è un uomo con l’immagine femminile e la sensibilità necessarie per creare un’opera d’arte. Qualunque donna che sia disposta, nuda, a dormire e sognare, ritengo possa creare un’opera d’arte. lo so che queste non sono risposte nè tantomento grandi approfondimenti sulla ricerca lanciata da Trumpet. Però. parlando una notte con una amica proprio di questi temi, ci si chiedeva perchè l’idea della sensibilità si lega all’idea della sofferenza. Ci si chiedeva il perchè di quel pensiero religioso che associa il sentire al soffrire come conseguenza, a quell’idea mostruosa che qualunque forma di sensibilità si valorizza solo nello stare male, una sorta di espiazione dell’essersi lasciati andare a quel peccato della donna che, nuda, dorme e sogna. E mentre se ne parlava mi veniva in mente che numerosi artisti avevano sposato questa causa, pagando in termini umani prezzi altissimi, insomma quel clichè del genio e follia che tanto pare piaccia ancora e che invece noi scopriamo falso e anche tirannico contro ogni tentativo di realizzazione di una propria fantasia. Mi veniva in mente quella frase di Stefano Benni “non c’è felicità nel sacrificio, ma qualcosa che le somiglia”. Questa non è sensibilità. Mi viene in mente Marcel Proust ed il suo “cessando di essere pazzo diventò stupido “ Questa non è creatività. Forse mancava ancora quell’immagine femminile di quella ricerca…

 

Messaggio modificato da aissa il 25 Jul 2004, 01:15 PM

عائشةAisha

 

 

Libellula            

Inviato il: 23 Jul 2004, 02:00 PM

Vorrei provare a rispondere al’intervento di Trumpet con dei miei pensieri sul tema da lui proposto…molte volte mi sono sentita inadeguata di fronte a un opera d’arte come incapace di leggerne dentro qualcosa…la formazione aiuta solo a conoscere un linguaggio che pero’ e’ del tutto tecnico ,razionale che destruttura centimetro per centimetro l’opera e la analizza con strumenti freddi.

E’ questa l’impostazione con cui ci si dovrebbe approcciare a un opara “d’arte”?

Ora sono certa di no come sono certa che per lopiu’ la gente che va alle mostre,come io stessa facevo in un recente passato,si trova perduta e incapace di “valutare” se non per luoghi comuni…andare a una mostra,guardare un quadro come se questo movimento stesso ti assicurasse di fronte a tutti di possedere sensibilita’….arte-sensibilita’ non e’ affatto un connubbio inscindibile,ne per chi la fa’,ne per chi la vede…

….Alogon appunto ci dice che in effetti anche nella preistoria venivano prodotte immagini di dichiarata valenza estetica…ma ci interessa in questi casi davvero conoscere colui che le ha fatte per poterle valutare?credo proprio di no,credo che bisogni considerare appunto che non sempre si utilizzava un supporto per esprimere un immagine interna frutto di un pensiero irrazionale..solo recentemente,appunto, l’artista esprime se stesso ..da quando forse non c’e’ piu’ la committenza ad ordinare un quadro con un tema specifico..forse Trumpet si riferisce all’arte contemporanea..all’ultimo secolo…

Forse piu’ adesso si ha necessita’ di “conoscere” l’artista stesso che ci propone qualcosa..e per conoscere intendo non tanto una situazione personale ma anche solo come si muove nell’ambiente circostante,forse basta poco per non essere convinti di un tal artista senza bisogno a quel punto di approfondire oltre.

Saper sentire se c’e’ della sanita’ in un opera d’arte non e’ facile ma neanche impossibile se si ha sviluppato una sensibilita’ interna che non ha niente a che fare con la sensibilita’ di cui accennavo prima che nasconde freddezza e religione…io non credo di avere ancora sviluppato quella sensibilita’ e mi trovo spesso in situazioni in cui devo sospendere il giudizio per mancanza di “dati” certi ma…..

….mi vien da sorridere pero’ ripensando alla prima volta che ho visto dal vero le opere di Domenico Fargnoli quando un pomeriggio di una domenica di agosto percorsi una lunga stradina in salita a Firenze che mi porto’ a una villa…non conoscevo l’artista tranne che per alcune cose che lessi,ed ero molto piu’ fredda e insensibile di adesso…. arrivai con una piccola dose di pregiudizio e una piccola (grande?) dose di distruttivita’..ma non potei arrampicarmi alla mia struttura razionale che mi offriva aiuto,mi avrebbe aiutata a scomporre tutti cio’ che vedevo per ridurlo al nulla…non mi fu possibile,non potei appellarmi a niente,fu un impatto forte e completamente disarmante,dovetti cedere a qualcosa di irrazionale che non mi permise di distruggere niente ma mi costrinse ad abbandonarmici…

…una vocina dolce dentro di me disse speranzosa “ma allora e’!”….

Forse non rispondo a Trumpet ma…..

 

 

Trumpet            

Inviato il: 24 Jul 2004, 12:26 PM

Rispondo ad Aissa e siccome un uccellino, no, anzi, una tartarughina mi ha bisbigliato all’orecchio che Nyx si chiedeva il significato della faccina che ho inserito in sua risposta, ciò che mi accingo a scrivere risponderà anche lei.

È comunque doveroso premettere che tale mia risposta non può e non deve essere letta come un giudizio e men che meno un giudizio scisso da una dimensione affettiva e questo per il semplice motivo che, in realtà, è esattamente l’opposto.

Dunque, è oramai chiaro che internet, o meglio ancora un forum, ad esempio, è una forma di rapporto, estremamente diversa da un rapporto interumano diretto e reale che vede persone una di fronte all’altra e che implica il linguaggio articolato come mezzo di comunicazione, quindi, ribadito questo aspetto, diviene immediatamente conseguente che il rimanere in rapporto diviene elemento primario.

Un intervento in un forum, per quanto bello, ricco, che parla di identità, di elaborazione e che regala nuovi spunti di ricerca ed approfondimento (come quello di Nyx ad esempio) necessita di essere inserito in una discussione esistente dove tali temi sono già affrontati, oppure, se le tematiche proposte nell’intervento non hanno precedenti e sono nuovi spunti si apre una nuova discussione, come ad esempio ho fatto io per questa in cui sto scrivendo.

Mi riferisco in particolare all’intervfento di Nyx, in quanto il tuo, Aissa, in realtà si allaccia a quello di Nyx.

Per spiegarmi meglio suggerisco di leggere, in questa discussione, il primo intervento di Alogon e Libellula.

Spero, con questo, di aver portato chiarezza su tutto.

 

 

aissa            

Inviato il: 24 Jul 2004, 08:50 PM

Anch’io mi sento in dovere di rispondere a trumpet, perchè in realtà quello che dici è molto interessante, ed anche importante. E’ interessantissimo quello che dici a proposito del restare in rapporto, così come mi sento di condividere pienamente l’assoluta mancanza di giudizio da parte, spero, di chiunque si introduca in questo forum. Io, con tutti i miei limiti, tento di farlo. Certo a volte la dialettica si fa più difficile, altre volte ognuno dalla sua tastiera si infiamma per molteplici motivi. certo il botta e risposta deve essere diverso perchè, appunto, non si è faccia a faccia col proprio interlocutore e la discussione è collettiva pur nel rispetto degli spazi di ognuno. questo per dire che a volte si prende la via più lunga e tortuosa per esprimere quello che si pensa, sopratutto quando i temi non sono propriamente banali. Così a volte ci tocca dire le cose in modo bizzarro per tentare di legarle a quanto detto in precedenza o fino ad allora. La ricerca che tu prorponi tra sensibilità ed arte è indubbiamente piena di possibili sviluppi, ma certo il rapporto tra un uomo e una donna è il cimento che più stimola alla creatività… direi.

عائشةAisha

 

 

Alogon

Inviato il: 24 Jul 2004, 08:56 PM

Non amo gli emoticon ma non è un giudizio!

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx            

Inviato il: 24 Jul 2004, 09:55 PM

Eviterei di fare di questo forum così interessante una banale chat ed è proprio per questo che a trumpet avevo chiesto il significato della sua emoticon in un’altra sede cercando, appunto, di tenere il rapporto.

Tornando invece al tema di fondo del forum, del mio intervento ed alle risposte che in tutti i sensi ho avuto, ritengo di dover approfondire quanto esprimevo. Alogon mi suggerisce che l’immagine femminile è stata scoperta per non dire inventata molto recentemente e senz’altro si riferiva alla ricerca dell’analisi collettiva. Andando a ritroso allora possiamo dire che prima nell’arte l’immagine femminile o non c’era oppure sottintendeva un pensiero completamente diverso. E, se non c’era l’immagine femminile come noi la intendiamo, allora che cosa ha espresso l’arte fino ad oggi? Prendo spunto proprio dalla ricerca dell’analisi collettiva che propone di pensare la cultura greca (forse tutt’oggi dominante) come fondamentalmente omosessuale in cui la donna è fatta completamente fuori, per pensare che forse l’arte vista fino ad oggi sia figlia di quella cultura e per chiedere se parlare di rapporto uomo donna in una discussione sull’arte sia così fuori tema.

 

 

Bice            

Inviato il: 25 Jul 2004, 12:59 AM

E’ diventato irresistibile non partecipare a questo forum che in verità seguo da tempo perchè offre la possibilità d’interagire e sviluppare “collettivamente” dei pensieri sul significato dell’arte in maniera assolutamente originale.

Anch’io per anni mi sono chiesta cosa distinguesse un’opera d’arte da un’altra che non lo è affatto .

Per anni ho cercato di capire….per poi scoprire che poche possono definirsi opere d’arte ed è quindi inutile cercare di “capire” dove c’è ben poco da scoprire.

Per comprendere, “sentire” un’opera d’arte credo che allo spettatore sia richiesto di effettuare qualcosa di simile alla regressione che deve compiere l’artista per creare, cioè perdere un assetto razionale per entrare in rapporto con quel mondo irrazionale che l’artista, intendo quello autentico, riesce a rappresentare. Rapporto che credo si possa stabilire, per lo meno a livello emozionale, anche senza conoscere la vicenda umana dell’artista per la capacità dell’opera d’arte di esprimere contenuti che sono universali perchè si riferiscono al primo anno di vita, a quella esperienza di vita comune a tutti gli esseri umani. Forse non è esatto e sarei contenta se chi ne sà più di me volesse correggermi….ma stò cercando di capire perchè certe opere, quì mi collego alla risposta di Alogon a Trumpet, possano mantenere il loro valore e la loro potenza intatti per decine di migliaia di anni.

L’altro quesito che m’interessa molto è quello che riguarda l’arte come rappresentazione dell’immagine femminile proposto da Nyx..cosa accade allora quando l’artista è una donna? Il fatto che storicamente i grandi artisti, mi riferisco in particolare alle arti visive, siano stati ed in parte continuino ad essere soprattutto uomini è amputabile solo a condizioni socio-culturali? Quì mi sento in difficoltà…mi è però venuto in mente un intervento di Alogon in una discussione precedente che vado a ricercare e che in parte cito “..il mezzo “artistico” diventa allora in modo inequivocabile mezzo espressivo di contenuti che sono quelli della sessualità umana. Dialettica uomo-donna”.

 

 

Trumpet            

Inviato il: 25 Jul 2004, 01:07 AM

QUOTE (Alogon @ 24 Jul 2004, 09:56 PM)

Non amo gli emoticon ma non è un giudizio!

 

Non ho mai usato una emoticons fino ad adesso, non ne ho mai sentito l’esigenza, se stavolta l’ho fatto è perché, in questa situazione specifica e particolare, avevo, non so perché, voglia di esprimere un qualcosa senza però scrivere, ma in un forum la scrittura è il solo mezzo per comunicare… non sapevo come fare e guardando sulla sinistra dell’editor ho visto il frame con quelle emoticons e ne ho adoperata una, dopo tutto sono emotional icons.

Ad ogni modo sono pronto in qualsiasi momento a sostituire la emoticon da me usata con parole scritte.

 

 

Trumpet            

Inviato il: 25 Jul 2004, 01:17 AM

QUOTE (aissa @ 24 Jul 2004, 09:50 PM)

… ma certo il rapporto tra un uomo e una donna è il cimento che più stimola alla creatività… direi.

 

Argomento interessante, una ricerca del tutto nuova, anzi direi completamente sconosciuta ed inesplorata per me. Apprezzo davvero molto quello che mi hai fatto notare.

 

 

Alogon            

Inviato il: 25 Jul 2004, 10:03 AM

Non pretendo minimamente di rispondere a tutte le domande.

Però mi veniva in mente il tanto celebrato Picasso. Come non ricordare che “Les desmoiselles d’ Avignon” (1906) certo uno dei quadri più importanti di tutta la storia della pittura rappresenta delle prostitute in un bordello? che dire di Otto diX, Groz, Schiele e della loro rappresentazione della donna?

Certo la figura femminile è sempre stata presente nella storia della pittura chiunque l’abbia rappresentata uomini o donne (che appunto dovevano superare pregiudizi socioculturali) ma mi viene il dubbio che l’”immagine” femminile sia ben altra cosa.

Lo studio delle forme d’arte precedenti potrebbe aiutarci solo in parte a comprendere le forme d’arte attuali, l’Homo novus.

La ricerca psichiatrica , l’unica possibile ed attuabile,ha modificato radicalmente i contenuti del fare artistico. E’ quanto in varie occasioni ho avuto modo di affermare:evidentemente non è molto facile accettare questo punto di vista.

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 25 Jul 2004, 11:43 AM

QUOTE (Nyx @ 24 Jul 2004, 10:55 PM)

Eviterei di fare di questo forum così interessante una banale chat …

 

Puoi stare tranquilla questo non succederà mai.

 

QUOTE (Nyx @ 24 Jul 2004, 10:55 PM)

… e per chiedere se parlare di rapporto uomo donna in una discussione sull’arte sia così fuori tema.

 

 

È più che ovvio che non è fuori tema.

Ad ogni modo il merito del mio intervento non era sul “cosa” bensì sul “come”.

E con questo ho concluso.

 

 

Bice            

Inviato il: 25 Jul 2004, 11:56 AM

Quello che dice Alogon è vero, forse è difficile, accettare il fatto che assieme ad una nuova teoria sull’uomo sia emerso anche un modo completamente diverso d’intendere l’arte e con essa la rappresentazione dell’immagine femminile. Mi sembra però che sia inevitabile fare riferimento per rappresentare ad un linguaggio visivo che in qualche modo deriva dalla ricerca artistica sviluppata dagli inizi del secolo scorso. Dovrebbe la rappresentazione di nuovi contenuti portare anche alla creazione di un linguaggio completamente nuovo? Oppure questo non ci interessa poiché una trasformazione formale è già avvenuta nel momento in cui appunto, le forme rappresentano qualcosa di assolutamente nuovo? Forse tutto questo può “suonare” un po’ intrigato..

Mi è sembrato di capire che nella creazione di un opera l’immagine femminile stia nella ricettività, capacità di accettare il rapporto per poi poterlo rappresentare attraverso linee e colori. L’immagine maschile potrebbe in qualche modo avere a che fare con quel “rapporto” concreto che inevitabilmente l’artista deve stabilire con gli strumenti materiali, capacità “tecnica” necessaria alla creazione ? Sono domande che mi pongo…

 

 

Alogon            

Inviato il: 25 Jul 2004, 01:11 PM

Al solito mi limito ad esprimere alcuni pensieri.

Così come esiste un linguaggio verbale che è antecedente alla esistenza del soggetto, alla nascita di ciascuno, allo stesso modo sicuramente esiste un linguaggio visivo.

Però come il poeta usa parole usuali per esprimere contenuti e stati d’animo “singolari” ed originali ugualmente il pittore può usare forme apparentemente note per esteriorizzare un modo d’essere e di creare nuovo nell’ambito di un gruppo in cui esiste “una connessione” non consapevole fra i vari membri.

Immagine femminile e maschile penso siano due aspetti in continuo rapporto dialettico fra loro all’interno di ciascuno oltre che nel rapporto interumano . Difficile legarle a funzioni specifiche.

 

Messaggio modificato da Alogon il 25 Jul 2004, 01:13 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 25 Jul 2004, 01:50 PM

QUOTE (Alogon @ 25 Jul 2004, 11:03 AM)

… ma mi viene il dubbio che l’”immagine” femminile sia  ben altra cosa.

La ricerca psichiatrica , l’unica possibile ed attuabile,ha modificato radicalmente i contenuti del fare artistico. E’ quanto in varie occasioni ho avuto modo di affermare:evidentemente non è molto facile accettare questo punto di vista.

 

 

QUOTE (Alogon @ 25 Jul 2004, 02:11 PM)

Immagine femminile e maschile penso siano due aspetti in continuo rapporto dialettico fra loro all’interno di ciascuno oltre che nel rapporto interumano . Difficile legarle a funzioni specifiche.

 

 

Concordo con i pensieri e le valutazioni espressi nei due interventi di Alogon di cui ho riportato le citazioni.

 

 

aerre            

Inviato il: 25 Jul 2004, 03:55 PM

Curiosando qua e là tra gli eventi d’arte menzionati anche dai più autorevoli quotidiani nazionali, ho trovato particolarmente interessanti le opere di un artista cherokee che sta tenendo proprio in questo mese la prima mostra personale in Italia insieme ad un corso d’arte per 25 allievi aspiranti artisti.

Tale “artista” presenterà anche un video ed un’installazione testimonianza di una performance realizzata durante il corso.

Ogni giorno l’”artista”, seduto dietro una scrivania, distruggerà un oggetto portato da ciascun allievo, lasciando che i resti si accumulino nel corso dei giorni sul tavolo. Tutto ciò è stato così commentato:”L’opera d’arte finale, carica di pensiero, è composta dai detriti ottenuti dall’artistica distruzione artisticamente sparsi nello spoglio spazio museale”.

Un’altra performance dell’artista è quella di lanciare delle pietre di diverse dimensioni in un catino contenente del colore acrilico realizzando un dripping. Ancora un’altra opera è costituita da un veicolo caricato con una grossa pietra allo scopo di arrestarne la corsa causandone il ribaltamento.

La mostra di fine corso allestita dai 25 allievi, sarà intitolata “Certamente saremo confusi” (sic!).

A questo punto mi viene in mente un’altra artista diventata famosa per un letto sfatto: un ammasso di lenzuola, tampax usati e schifezze di ogni genere, il tutto esposto nelle più importanti gallerie del mondo.

A quanto pare tutto fa arte.

Aerre

 

 

Alogon            

Inviato il: 25 Jul 2004, 04:40 PM

Appunto: se tutto è arte niente è arte.

A parte questo però si può dire che l’artista cherokee opera in base ad un principio tipico dell’arte concettuale contemporanea: la performance, il gesto o il non gesto artistico mira ad evidenziare il pensiero, l’idea. Quindi procede paradossalmente al contrario in quanto cerca di dimostrare che non è la tecnica che fa il pittore.

Io avevo detto che non è la penna che fa lo scrittore, come non è internet a determinare il processo mentale della connessione.

Il problema degli artisti concettuali è che distrutta la tecnica arrivano al nulla e non all’idea perchè le loro trovate sono giochetti intellettualistici particolarmente stupidi e razionali. Sempre gli stessi.

Però potrei essere d’accordo sul fatto che bisogna capire meglio in generale che cos’è “LA TECNICA” anche perchè in greco antico arte e tecnica venivano designate , credo, con una sola parola.

Naturalmente quando si cerca di affrontare questo tema tutti tendono a metterti fra i piedi Heidegger il quale mi sembra dicesse che la tecnica è “disvelamento”.

Disvelamento ma anche mistero. Qualcosa di insondabile e di irrazionale rispetto al quale l’atteggiamento dell’uomo non può che oscillare ambiguamente fra l’accettazione e l’abbandono.

Leggo su internet le parole di un certo prof D’Alessandro

 

<<(…) la tecnica non costituisce un problema dell’’uomo (come lo sono, invece, gli strumenti tecnologici), perché l’uomo non può dirsi soggetto del Gestell [ termine che designa appunto la tecnica], ma anzi a esso sembra essere assoggettato; come per die Sprache, difatti, “non siamo noi a parlare la lingua, ma è la lingua che parla noi”, così il particolare disvelamento della tecnica moderna non è certo dovuto alla volontà dell’uomo, non è una sua produzione, essendo il darsi proprio del suo stesso inessere. È questo il senso dell’aumanesimo heideggeriano.Come intendere, però, il fatto che l’essenza della tecnica possa essere definita mistero (Geheimnis), senza per ciò stesso correre il rischio di portare la riflessione filosofica nelle secche dell’irrazionale o dell’afasia estatica?>>

 

Da sottolineare il pensiero schizofrenico: è la lingua che parla noi, è la penna che scrive le poesie. è internet che ci regala l’intelligenza collettiva e connettiva.

 

Messaggio modificato da Alogon il 25 Jul 2004, 10:20 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 26 Jul 2004, 08:34 AM

QUOTE (Bice @ 25 Jul 2004, 12:56 PM)

L’immagine maschile potrebbe in qualche modo avere a che fare con quel “rapporto” concreto che inevitabilmente l’artista deve stabilire con gli strumenti materiali, capacità “tecnica” necessaria alla creazione ? Sono  domande che mi pongo…

 

Mi chiedevo se questa fosse una domanda retorica che sottintendesse, forse nemmeno poi tanto velatamente, che l’immagine maschile potrebbe rappresentare il rapporto con le cose, gli oggetti, l’inanimato, la tecnica produttiva appunto.

Ho per caso frainteso?

 

 

Bice            

Inviato il: 27 Jul 2004, 03:13 AM

E’ ovvio che ciò non debba essere preso alla lettera…come puoi pensare che possa ridurre l’immagine maschile al rapporto con l’inanimato?.

Il fare materiale, ancor di più in questo caso perchè legato alla creazione artistica, non può essere pensato come scisso da una dimensione interna che orienta ed in ultima analisi credo proprio determini l’uso che l’artista fa degli strumenti necessari alla creazione dell’opera.

Comunque la tua obiezione mi dà lo spunto di riallacciarmi al discorso sulla tecnica già affrontato da Alogon. È curioso che le parole arte e tecnica in greco siano la stessa… perché penso che esse in realtà siano in qualche modo in rapporto tra loro. Magari verrò clamorosamente smentita ma mi piacerebbe tentare d’esprimere qualche riflessione.

Credo che la tecnica non sia qualcosa che può essere appresa passivamente o razionalmente ma ricerca anch’essa che contribuisce in maniera non irrilevante alla creazione dell’immagine dalla quale non può essere separata… è ovvio che con l’arricchirsi del proprio mondo interiore anche il rapporto con gli strumenti di lavoro diventa più facile, organico ed inventivo.

Un quadro, ad esempio, può essere un’opera d’arte solo se è presente la soggettività (sana) dell’artista perché altrimenti….. si sente che c’è qualcosa che non và ed infatti la bella tecnica a ben vedere non è bella per niente ma soltanto tecnicismo.

Forse dovrei tagliare qui per evitare che questo intervento diventi un po’ troppo lungo…ma non riesco a non riferirmi all’articolo di aerre non solo per il collegamento tra la tematica della tecnica ed il fare dell’arte concettuale, di cui parlava Alogon, ma perché l’ho trovato straordinario. È un condensato stupendo delle idiozie che imperversano da decenni nel mondo dell’arte purtroppo non più solo occidentale. È infatti interessante che inizi descrivendo le trovate di un’artista cherokee

addirittura. Accelerato dal fenomeno della globalizzazione questo tipo di linguaggio (se si può chiamare tale) sta dilagando in tutto il pianeta cercando di soffocare ogni tipo di ricerca alternativa. Vorrei solamente accennare ad una mostra di Giovani Talenti dalla Cina che vidi qualche anno fa al PS1 di New York, branch del Museum of Modern Art e luogo deputato alla ricerca artistica. Naturalmente, guarda caso, tutti gli artisti invitati non facevano altro che confermare il dilagare di un’impostazione di tipo concettuale. Ricordo una recensione sulle pagine della cultura di Repubblica forse un paio di anni fa di Achille Bonito Oliva sulla biennale d’arte di Dakar…..un vuoto gioco di parole per giustificare l’utilizzo d’oggetti in disuso anche tra gli artisti africani. Il gioco perverso è quello d’esportare, o meglio imporre, altrove un preciso linguaggio per poi importare lo stesso per confermare la propria egemonia culturale che è poi anche economica. È interessante ricordare che l’arte concettuale, teorizzata in Gran Bretagna, ha avuto il suo primo sviluppo in territorio statunitense dove pure si era recato molti anni addietro Marchel Duchamp per esporre e realizzare i suoi memorabili ready-mades.

Confesso che mentre scorrevo con gli occhi le parole di arre sullo schermo non mi sono potuta trattenere dal ridere, forse anche per il sollievo di non essere sola a denunciare e mascherare il vuoto totale della cultura in cui viviamo ed a costruire un’alternativa autentica e reale.

 

 

Alogon            

Inviato il: 27 Jul 2004, 09:00 AM

Se andiamo in un vocabolario di greco antico cosa troviamo? Troviamo che “tecne” designa un’abilità generica che può riferirsi ad attività varie fra cui l’uso della parola, la retorica. Troviamo anche l’espressione “peìrata tecnes” che vuol dire strumenti dell’arte. In un dizionario etimologico troviamo invece che tecnico significa “conforme all’arte”.

Nel tempo sembra sia accaduto che la tecne, la capacità di creare e di produrre si è identificata con gli strumenti della produzione.

Il punto è questo :possiamo creare anche senza strumenti materiali. Per es lo psichiatra nella psicoterapia non usa strumenti materiali, a parte la sedia e la poltrona peraltro non essenziali, perchè ci si può sedere ovunque se non addirittura stare in piedi.

L’arte della psicoterapia prevede un’invenzione ed una creatività continue che non possono in nessun modo riferirsi ad una “tecnica” sia pure sui generis, standardizzabile. Contrariamente a quanto pensava Freud che riteneva si potesse usare un’espressione come “tecnica psicoanalitica”. In questo caso la parola tecnica viene usata in un’accezione ancora diversa cioè nel senso traslato di “procedimento standardizzato”. Il procedere secondo uno schema prefissato naturalmente fa riferimento alla coazione a ripetere ,all”istinto di morte” e non vedo come possa essere terapeutico .

Credo che neppure nel campo artistico si possa procedere secondo dei dettami fissi salvo che non possiamo fare a meno di usare strumenti materiali, pennello, scalpello, marmo colori ecc. Quindi tecnica in campo artistico serve ad indicare gli strumenti necessari per realizzare l’opera. Ma in quale accademia si insegna la tecnica di fare bassorilievi con la mola per tagliare i metalli?

E’ chiaro che ciascun artista ha i suoi specifici strumenti suscettibili peraltro di cambiare nel tempo.

Il fare artistico si avvale di strumenti ma si può affermare che lo strumento condiziona il risultato?

Se non sono soddisfatto posso in qualunque momento cambiare pennello, colore,

pastello. Possono operare liberamente una scelta in una gamma pressochè infinita di possibilità.

Così come si può dire che internet condiziona le mie prestazioni mentali, le mie capacità percettive ecc?

Quando vado al mare e passo qualche settimana a pescare me la vedo con la tecnologia dei palamiti ed il pc me lo scordo completamente.

Mi condiziona anche al mare?

 

Messaggio modificato da Alogon il 27 Jul 2004, 09:09 AM

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 27 Jul 2004, 09:41 AM

QUOTE (Bice @ 27 Jul 2004, 04:13 AM)

E’ ovvio che ciò non debba essere preso alla lettera…come puoi pensare che possa ridurre l’immagine maschile al rapporto con l’inanimato?.

 

Bè, in effetti è ovvio, infatti non pensavo nulla, ho chiesto solo delucidazioni sul tuo pensiero, in quanto, appunto, sembra proprio avessi non capito bene.

Molto interessante il tuo intervento.

 

 

aissa            

Inviato il: 27 Jul 2004, 09:44 PM

Solo per rilanciare la scommessa sul piatto, ulteriore citazione a tema…”Tra gennaio e marzo 1932 Picasso dipinse una serie di ritratti di donne dormienti.

, per i quali fece posare Marie Thérèse: il sogno, la lettura, nudo su divano nero e lo specchio. Fu proprio l’influenza e la vicinanza di questa donna che, parallelamente alle nuove sperimentazioni formali, lo portò a scoprire una nuova, sensuale versione del femminile. (…) I seni, simbolo femminile, sono messi in evidenza nella loro rotondità e prosperità.”

Ripeto che non mi sento di poter separare l’idea della creatività dall’immagine femminile. Se l’artista ritrova la propria immagine interna in una donna, la riconosce e si riconosce senza che questo lo porti ad annientarsi o ad annientare l’altro, credo che sia un artista. Sensibilità inclusa.

عائشةAisha

 

 

Alogon            

Inviato il: 28 Jul 2004, 12:26 AM

Sembra che i rapporti di Picasso con le donne siano stati piuttosto tormentati.

Forse nelle citazioni e nelle conclusioni bisogna procedere con molta cautela evitando di essere apodittici. Non sempre del resto il rapporto delle gentil sesso con la creatività è così lineare e sicuramente per un talento eccezionale come quello di Picasso non deve essere stato semplice “ritrovare la propria immagine interna in una donna”. Diciamo che ci ha provato anche se è andato incontro a non poche difficoltà, come del resto è accaduto a molti grandi artisti.

Q!ueste difficoltà le ha anche rappresentate come in “donna allo specchio” del 1932.La modella volge le spalle allo specchio e questo “permette al pittore di rappresentare in modo dissociato due aspetti dello stesso soggetto in una specie di recto verso”

Sogno ed incubo “ E’ difficile resistere ala tentazione di contrapporre la donna moglie all’amante adorata. Due figure una dolce l’altra dura aspra “stanno ad indicare i due sentimenti estremi suscitati in Picasso dalle donne:atttrazione e repulsione”

 

Messaggio modificato da Alogon il 28 Jul 2004, 08:37 AM

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx            

Inviato il: 28 Jul 2004, 01:09 PM

Picasso rappresenta il sogno come una donna, usando la sua donna come modella; e poi aissa parli della donna nuda che dorme e a me viene in mente la “dormiente” di domenico fargnoli. Non credo che abbia usato una modella e forse questo di per sè potrebbe non voler dire niente ma io lo voglio prendere a pretesto per delle riflessioni. Rileggendo il vecchio forum mi hanno colpito alcune frasi di alogon che riporterei di seguito:”il bambino alla prima visione del volto della madre colloca in esso la propria immagine interiore….Inconscio, coscienza, comportamento: la sanità mentale è nell’armonia di questa triade che fa l’uomo adulto e creativo”.

Quindi per essere creativi bisogna essere adulti? E che significa essere adulti? Avere un rapporto uomo donna diverso da quello del bambino al seno in cui ovviamente la differenziazione sessuale è solo fisica? Il bambino fa uno svezzamento, una separazione dalla madre diversa da quella di una bambina? Le donne cresciute, adulte cambiano l’oggetto del loro desiderio, orientano la loro attenzione verso immagini maschili…é già questa una trasformazione artistica?Quindi nell’atto della creazione l’artista fin dove regredisce? Al primo anno di vita? Un’altra citazione di alogon: “Il richiamare alla mente come atto cosciente ed intenzionale mi riporta indietro fino a quel limite, a quelle colonne d’ercole oltre le quali non è più possibile ricordare. Allora si può soltanto creare l’immagine di quanto non è mai stato visto. Immagine comunque adagiata in un letto di sensorialità in un mondo in formazione.” E’ su questo letto che dorme la dormiente? Quindi nel regredire al primo anno di vita non si ha la ripetizione di ciò che accadeva a quel tempo ma la propria immagine viene collocata nel volto più o meno definito di una donna che non è senz’altro la propria madre. Quindi se per essere artisti occorre saper regredire è, mi pare, indispensabile avere una dialettica uomo donna sana.

 

 

Alogon            

Inviato il: 28 Jul 2004, 01:36 PM

Beh innanzitutto bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa si può intendere per “dialettica uomo donna sana” e già qui potrenmmo spenderci qualche centinaio di pagine.

Cumunque compare la parola dialettica che significa arte del confronto a partire da posizioni differenziate. E questo è già molto in quanto si prevede anche la possibilità di prendere le distanze qualora la creatività di uno dei due provocasse reazioni non appropriate nell’altro.

Evento, direi non raro.

E’ chiaro che la creatività del bambino è diversa da quella dell’adulto perchè lo sviluppo mentale non è lo stesso. La potenza regressiva è maggiore nell’adulto che si presuppone abbia maggiore vitalità.

Per la questione del volto bisogna tener conto che la visione di esso interviene intorno ai tre mesi. Credo che noi ricreiamo nell’atto creativo o d’amore, fasi anche antecedenti. Linee colori che ancora non portano ad una netta delimitazione…

copyright domenico fargnoli

 

 

aissa            

Inviato il: 28 Jul 2004, 11:24 PM

In effetti ammetto che il mio ultimo intervento non è stato affato cauto, anzi… E’ stato il repentino movimento, una reazione affatto controllata rispetto a quanto avevo letto su questa sorta di biografia artistica di picasso. mi era piaciuto quel quadro intitolato Il Sogno, mi era piaciuto perchè vi era dipinta una donna. Mi era piaciuto istintivamente, come allora mi piaque quello di Modigliani. La reazione, caricata da elaborazioni e sensazioni personali che cpomunque si riallacciano ad eventi che in questa sede non hanno senso di essere, o almeno non così tanto, è stata in effetti un tantinello… esagerata. mi piace però pensare a quel quadro che esprime l’idea del sogno,cioè il non cosciente, ad un volto di donna… anche se è noto che Picasso e le donne non significa propriamente rose e fiori. Era appunto un rilancio, forse mica tanto riuscito, un sasso tirato nello stagno… La dormiente di Fargnoli io la ricordo molto bene e ricordo anche molto bene la sensazione immediata che ebbi quando la vidi esposta la prima volta… era lo stupore! E tuttora mi stupisce quell’insieme di linee e colori che apparentemente indefinitoi fanno invece una foorma che, pur non essendio una figura, è a gli occhi di chi giuarda familiare. Forse perchè si lega proprio a quel primo anno di vita, alla fantasia che, tranne gravi eccezioni, non è perduta. Così come il poeta pur nell’usare parole a cui si attribuisce un significato universale, riesce ad evocare immagini nuove per il solo averle disposte ed usate in m odo originale. Dunque io vorrei chiedere qual’è il legame tra quelle linee e colori di un quadro che fanno una immagine indefinita ed una forma riconoscibile e quelle parole che, scritte per quello che sono, parlano di tutt’altro… C’entra fordse quell’immagine interna? Quella regressioni cui accennava nyx?E quella regressione si lega a quei primi mesi di vita di cui ha parlato Alogon?

عائشةAisha

 

 

Alogon            

Inviato il: 29 Jul 2004, 09:14 AM

La dormiente che addirittura è del 2000, ha un suo antecedente nel video girato per “una notte d’amore” in cui c’era una scena con una donna che dormiva serena in un ambiente permeato da un’atmosfera particolare.

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/dormiente_g.jpg)

Sono lusingato dalla vostra attenzione per il mio bassorilievo a cui voi attribuite parentele illustri. Però nel mio ultimo disegno compare “il leone rosso” che mi sembra piuttosto sveglio. Niente affatto dormiente.

E se fosse un’immagine maschile?

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/il_leone_rosso_g.jpg)

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx            

Inviato il: 29 Jul 2004, 10:51 AM

Touchée. Confrontarsi con l’immagine maschile del leone rosso è molto difficile costringe a non dormire a stare sveglia a non essere più depressa. Costringe ad accettare il rifiuto e come qualcuno mi ha detto, il rifiuto fatto da un leone rosso, genera odio….non ci sono più scuse……non so continuare….

 

 

sideras            

Inviato il: 29 Jul 2004, 01:45 PM

Leggendo gli interventi fatti su questo forum,che trovo molto interessanti,e guardando il quadro del leone rosso mi viene in mente che oltre al rapporto con la donna,che ritengo essere comunque un asse portante,forse l’artista ha un in più al quale però non saprei dire…mi piacerebbe che “qualcuno” portasse avanti questa mia,solo ipotesi che non riesco a trasformare in un pensiero preciso,”qualcuno” che è un artista! Mi veniva anche in mente che un rapporto fra un uomo e una donna forse non basta,o comunque non senza una ricerca personale che sia in grado di trasformare sia l’uomo che la donna,permettendogli quella dialettica che vada oltre l’identificazione,ma oltre questo non so dire….

 

 

Alogon            

Inviato il: 29 Jul 2004, 02:16 PM

L’osservazione di “sideras” è molto pertinente anche se è difficile rispondere alla sua domanda. Non pretendo quindi di esaurire la questione. Propongo solo alcune ipotesi, da verificare , da vagliare.

Se lo specifico dell’artista è il fare senza sapere è indiscutibile che la sua immagine è immediatamente prassi e movimento. Ideazione e realizzazione possono essere un’unico processo attraverso cui prende vita una forma che prima non esisteva. Temporalmente ciò può avvenire anche in modo rapidissimo: ciò che conta è la fusione fra pensiero e corporeità. E’ chiaro che il riferimento al vissuto della sessualità è immediato in quanto la fusione fra realta materiale e non materiale avviene nell’orgasmo. L’ho detto e me ne assumo la responsabilità : nell’orgasmo. “Il qualcosa in più” forse è individuabile nell’insorgere dell’idea come reazione estemporanea ad una situazione di rapporto. Esiste un nesso fra insorgenza dell’idea e la trasformazione interna che avviene per il desiderio pienamente soddisfatto?

Nell’oggetto estetico realtà materiale e non materiale fanno un tutto inscindibile…

Quindi sarebbe falso quanto diceva Freud ne “Il poeta e la fantasia” cioè che il godimento estetico sarebbe affine ad un piacere preliminare….

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 29 Jul 2004, 02:45 PM

QUOTE (Nyx @ 29 Jul 2004, 11:51 AM)

Confrontarsi con l’immagine maschile del leone rosso è molto difficile costringe a non dormire a stare sveglia a non essere più depressa. Costringe ad accettare il rifiuto e come qualcuno mi ha detto, il rifiuto fatto da un leone rosso, genera odio….non ci sono più scuse.

 

[QUOTE]

 

Mi sapete dire perchè “il rifiuto fatto da un leone rosso” genera odio ?

 

Ho la sensazione che questo “filo” sia molto importante anche per me in questo momento ……

 

 

sideras            

Inviato il: 29 Jul 2004, 02:58 PM

Ricercando un immagine,che non sia ne sui libri ne nel vissuto personale,la ricerca mi porta a pensare che forse il nesso stà nell’immagine psichiatrica,che quell’insorgenza dell’idea stia proprio all’interno di quell’atto creativo che può fare solo la forza dell’interpretazione,che è assolutamente estemporanea,da questo sicuramente si attua una trasformazione che va credo ben oltre un fare artistico e che ci porta però ad una nuova ricerca….

 

Alogon            

Inviato il: 29 Jul 2004, 04:08 PM

Acca potrebbe avere ragione: bisogna esprimersi in linguaggio comprensibile o perlomeno coerente.

Più in generale comunque l’odio è l’affetto dell’invidia. L’invidia è una pulsione che si attiva in relazione alla creatività ed alla sessualità.

 

Rispetto a sideras rispondo che non sarò certo io a non voler sottolineare il legame stretto fra psichiatria ed a arte: perchè però dire che il nesso con l’immagine psichiatrica non è nè personale nè la troviamo nei libri?

Un’affermazione del genere non mi trova concorde ed ancora una volta mi spinge a richiamare l’attenzione sul come articoliamo i nostri discorsi, su come argomentiamo. Non tutti hanno il dono della sintesi e talvolta la contrazione estrema ci porta ad esprimere un pensiero per aforismi i quali o sono verità profonde oppure esattamente il contrario.

 

Messaggio modificato da Alogon il 29 Jul 2004, 04:40 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 30 Jul 2004, 12:53 PM

Vorrei riprendere il tema iniziale: molti ritengono che l’opera d’arte una volta creata acquisisca una sua autonomia indipendente dalle intenzioni di chi l’ha realizzata.

Però anche l’artista che fa una libera espressione, non rivolgendosi a nessuno in particolare, opera in un contesto di relazioni, in un ambiente dal quale volutamente ritiene di dover prescindere.

La comprensibilità dell’opera è possibile d’altronde solo se la collochiamo sullo sfondo della situazione nell’ambito della quale nonostante tutto viene generata.

Anche se non conosciamo l’identità dell’autore e le sue vicende biografiche possiamo risalire allo stato mentale, alle condizioni di vita, all’insieme dei valori che per es. caratterizzavano le comunità di cacciatori del neolitico.

La “libera espressione” ed insieme ad essa l’autonomia dell’oggetto artistico dal suo creatore è allora un’illusione?

Potrebbe esserlo qualora noi intedessimo la libera espressione e l’autonomia riduttivamente come pretesa di creare un qualcosa che non sia storicizzabile, non sia collocabile su di uno sfondo che rende possibile l’attribuzione di un senso “artistico” ad un manufatto per quanto originale esso sia, per quanto incomprensibile di primo acchito ci appaia.

Esiste un arte fuori dal tempo, immortale oppure tutto va considerato in base ad un criterio di relatività storica?

Forse non esiste un Arte con al a maisucola ma tanti linguaggi artistici i quali talora sono intraducibili l’uno nell’altro.

Sorgono a questo punto moltissime domande alle quali è veramente difficile rispondere in modo adeguato.

In che misura l’artista è veramente libero di esprimersi in un modo piuttosto che in altro?

Quando utilizziamo l’espressioni figurative facciamo riferimento a schemi precostituiti comprensibili da ogni uomo in ogni epoca oppure operiamo all’interno di forme che le varie civiltà, le varie culture umane hanno sedimentato nel tempo come un patrimonio di esperienze alle quali è inevitabile che attingiamo?

In che modo operano i condizionamenti culturali oltre la volontà del singolo?

Come eventualmente si può pensare di superarli?

Il superamento, nella condizione concreta in cui noi operiamo, potrebbe essere espressione dell’attività di ricerca di un gruppo che lavora affinchè ciascuno trovi una libertà di espressione, che poi altro non è che una sanità di base che nasce da un modo d’essere non razionale.

La domanda che mi pongo continuamente, senza mai essere capace di trovare una risposta esaustiva, è come la psichiatria, con le conoscenze che ha sviluppato sulla fisiologia della mente, possa aiutare a realizzare, attraverso la ricerca dell’analisi collettiva, quella creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e della provocazione ad ogni costo che è solo un atteggiamento della coscienza. Senza ricadere nell’iconoclastia e nella critica fine a se stessa che sembra essere diventata l’unica espressione dell’arte nell’era della globalizzazione.

 

Messaggio modificato da Alogon il 30 Jul 2004, 10:03 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Julia            

Inviato il: 31 Jul 2004, 10:15 AM

Mi viene in mente qualche riflessione sparsa, che non so bene come organizzare ma che spero attinente al tema. Credo che ai tempi di Shakespeare o Molière il saccheggio di interi brani da parte degli autori fosse cosa ordinaria e non scandalosa. Ciò nonostante non tutti hanno avuto la loro fortuna a distanza di secoli. Interessante notare che ambedue lavoravano a stretto contatto con compagnie di attori (cosa che non mi risulta per tanti autori contemporanei), che talvolta erano gli attori stessi a incoraggiare la scritture di un testo e che loro stessi facevano gli attori. Come a dire che laddove la compartimentazione mentale è minore, maggiore è la creatività, oppure che la disposizione alla collaborazione – per niente scontata – sarebbe di per sé indice di creatività… forse questo si sapeva già?

Sui rapporti tra immortalità dell’opera e linguaggio, la traduzione delle opere (scritte) illustra una singolarità, cioè il fatto che esse “invecchiano”. Ogni cinquanta, cento anni vanno rifatte, sono diventate obsolete, datate, forse perché non rendono più quella musicalità, quella polisemia inafferrabile che porta in sé l’opera originale, sfuggendo sempre agli schemi da qualche nuovo spiraglio… sarà allora che, pur avendo lavorato in un determinato contesto come quello elisabettiano, in una determinata lingua più o meno codificata, ogni grande artista crea ogni volta un nuovo linguaggio? in parte riconoscibile e in parte misterioso, forse per quello universale?

E sui legami tra tutto ciò e la ricerca dell’analisi collettiva, non so se azzardare un appunto scontato… la vedo seguita da gente molto “diversa” tra di sé o, più precisamente, mi sembra che la gente ricavi da una stessa fonte spunti assai diversi. Diversi ma forse anche simili?

 

 

Bice

Inviato il: 31 Jul 2004, 10:17 AM

Sono domande affascinanti e complesse…vorrei raccogliere almeno in parte la “sfida” per tentare di costruire un qualche pensiero.

Forse sì, la libera espressione intesa come creazione che prescinde da un contesto di relazioni ed ogni parametro storico culturale è illusione poichè irrimediabilmente come dici tu rimanderebbe ad un arte immortale, fuori dal tempo.

Non potrei apprezzare o capire la pittura medievale senese (magari è un esempio scontato…) se non la collocassi all’interno di un preciso contesto storico.Guardando le opere di Duccio, le piccole scene colorate affollate di persone, è come se sentissi che ciò che viene rappresentato è lo sforzo di tutta una società di dare immagine alla percezione dello spazio fuori di sé, percezione che si era ampliata ed aveva acquisito profondità, mi verrebbe solo da suggerire (perché mi sto addentrando in un territorio che non è il mio), per una modifica, un ‘evoluzione della percezione del proprio mondo interiore. Si potrebbe ipotizzare che i grandi artisti siano stati coloro che in qualche modo sono riusciti a rappresentare ciò che non era ancora storicamente definito facendosi interpreti inconsapevoli di un movimento, un pensiero che poteva anche precedere il suo affiorare alla coscienza collettiva e quindi la sua verbalizzazione ? E’ vero che ciò è quasi sempre stato accompagnata dalla creazione di un nuovo linguaggio che credo possiamo considerare tale per la presenza magari all’interno di un sistema di rappresentazione già costituito di un’”invenzione” ( non so bene quale altra parola usare), come ad esempio in El Greco in cui non è possibile non riconoscerci una sensibilità già moderna?

Allora è forse impossibile ridurre la comprensione dell’arte tout court ad un relativismo storico e ciò che della creazione artistica potrebbe considerarsi “fuori dal tempo” è il suo valore che sembra non sbiadire con il trascorrere dei secoli, argomento questo che mi sembra in parte sia già stato affrontato in questo forum.

Trovo di estremo interesse la domanda che poni riguardo a come una nuova ricerca psichiatrica che ha determinato la nascita di un modo completamente nuovo d’intendere la creazione artistica possa contribuire all’emergere di una “…creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e delle provocazioni (…)”. Ti vorrei chiedere se almeno in parte ciò che proponi possa avere un legame con quanto ti avevo già formulato (ed a cui mi avevi risposto) e cioè come la rappresentazione di nuovi contenuti potrebbe determinare anche la nascita di un linguaggio, possibilità espressiva che appunto diventi anch’essa “innovazione, rottura con una tradizione”. Forse invece intendi qualcos’altro ancora che non riesco al momento a cogliere appieno…..

 

 

acca            

Inviato il: 31 Jul 2004, 01:23 PM

Anche io provo ad azzardare delle risposte ai difficili interrogativi di Alogon.

 

“La “libera espressione” ed insieme ad essa l’autonomia dell’oggetto artistico dal suo creatore è allora un’illusione?”

“Esiste un arte fuori dal tempo, immortale oppure tutto va considerato in base ad un criterio di relatività storica?”

 

Può essere che che il concetto di “libera espressione” vada completamente riformulato inserendo l’ idea che l’ espressione deve essere libera dalla malattia mentale ? La quale cosa implica che se invece l’ arte intendesse essere libera dal rapporto con gli altri, con il proprio tempo e, come sta emergendo, dall’ immagine femminile per aspirare, ad esempio, all’ immortalità, sarebbe invece completamente dentro al concetto di “non rapporto”.

Mi pare che questa sia una grande novità teorica. Viene a cadere quindi il concetto di “artista maledetto” che dovrebbe rubare a Dio o al Diavolo il genio che lo renderebbe immortale insieme alla sua opera.

L’ opera d’ arte in un nuovo modo di pensare diviene libera da questa falsità, mi verrebbe da dire “faustiana”, per essere l’espressione di un’ immagine tanto più valida quanto più è in grado di spingere chi la guarda al desiderio e alla creatività e quindi anche ad essere molto velocemente “superata”.

 

“In che modo operano i condizionamenti culturali oltre la volontà del singolo?

Come eventualmente si può pensare di superarli?”

 

Più o meno recenti analisi storiche e artistiche delle avanguardie del novecento ci fanno vedere come, malgrado la paranoia delle loro intenzioni programmatiche di fare “tabula rasa” del passato per proporre “una arte completamente nuova, pura e universale”, in realtà rimasero legati al loro tempo e alla storia. Magari, come nel caso degli olandesi di De Stijl, andarono a prendersi modelli culturali più o meno coscienti in Giappone o in America.

Ma andare altrove a cercare modelli è in netta contraddizione con quelli che erano i loro intenti dichiarati.

Ma questi sono i condizionamenti culturali o i condizionamenti formali ?

Potrei pensare che la libertà dai condizionamenti culturali negativi (ad esempio il freudismo) potrebbe rendere liberi di usare condizionamenti formali (o linguaggi che dir si voglia) in un modo completamente diverso e quindi innovativo.

 

“La domanda che mi pongo continuamente, senza mai essere capace di trovare una risposta esaustiva, è come la psichiatria, con le conoscenze che ha sviluppato sulla fisiologia della mente, possa aiutare a realizzare, attraverso la ricerca dell’analisi collettiva, quella creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e della provocazione ad ogni costo che è solo un atteggiamento della coscienza. Senza ricadere nell’iconoclastia e nella critica fine a se stessa che sembra essere diventata l’unica espressione dell’arte nell’era della globalizzazione”.

 

Qui dico solo cose che mi sembrano evidenti senza conoscere a pieno tutto ciò che l’ Analisi Colettiva ha mosso e muove nel campo della creatività (e forse questa cosa alla fine non la sa nessuno).

Mi sembra un fatto innegabile che, anche se non sappiamo come, ciò stia accadendo.

Non sembra allo stato attuale che si possa dire che questa ricerca abbia creato nuovi linguaggi espressivi. Cioè la grafica, la pittura, la scultura, il cinema, l’ architettura prodotte da chi segue questa ricerca potrebbero essere ricondotte, a livello di opera singola, a precedenti formali e i critici d’ arte potrebbero facilmente essere in grado di assegnare ogni singolo pezzo a questa o quella corrente artistica degli ultimi due secoli. E’ il senso che appare con evidenza completamente nuovo. Forse la ricerca sul linguaggio espressivo è stata priva fin qui di quelle ansie iconoclaste che invece avevano contraddistinto il moderno. Forse non si è voluto ripetere l’ errore delle avanguardie di mettersi a pensare in maniera astratta prima di fare. Forse la riuscita è proprio legata a non aver voluto, più o meno consapevolmente, inventare coscientemente nuove parole. In altre parole e curiosamente direi che proprio non voler essere “moderni” o creativi a tutti i costi ha liberato la creatività e portato a fare cose del tutto nuove. Penso che non si possa nemmeno escludere che la ricerca sull’ inconscio possa portare anche a linguaggi espressivi completamente nuovi.

 

 

Alogon            

Inviato il: 31 Jul 2004, 02:46 PM

Recentemente, qualche mese fa a Firenze , ho visitato una mostra di manufatti “artistici” del centro America, del Perù. In particolare mi ha colpito un tessuto con un disegno e colori che se non avessi visto la datazione e la provenienza , mi pare 500 dc popolo Maya, avrei potuto attribuire tranquillamente a Picasso .

Se osservo opere degli uomini dell’età della pietra vedo figure di animali ma anche psicogrammi, segni geometrici. che denotano una inequivocabile tendenza all’astrazione.

La pittura cosiddetta “moderna”è stata realmente innovativa od ha solo accentuato elementi preesistenti dando ad essi un senso nuovo all’interno di una diversa valutazione della funzione dell’arte sganciata per es. da presupposti di tipo religioso?

Così rispondo a chi dice che il linguaggio che deriva dalla nostra ricerca psichiatrica non è innovativo come se potesse esistere una frattura fra forma e contenuto.

Credo che stiamo costruendo una nuova sintassi formale in cui ciascun elemento non è valutabile preso isolatamente ma rapportato all’insieme dei significati che contribuiscono a dare ad esso un senso diverso.

Certo non è mai esistito storicamente un rapporto così stretto fra arte e scienza, fra psichiatria ed arte. Ciò fa sì che noi possediamo possibilità di comprensione del linguaggio delle immagini oniriche e non oniriche prima assolutamente impensabili. Bisogna ricordare che i surrealisti parlavano di inconscio ma non si sa esattamente cosa intendessero.

Non lo sapevano loro e non lo sapeva nemmeno Freud.

Il metodo del pensiero che consente un accesso all’irrazionale regala alla possibilità di creare un’accelerazione vertiginosa, amplificata dal fenomeno della cooperazione artistica.

I linguaggi precedenti vengono riassorbiti all’interno di una visione diversa ed essi compaiono come inevitabili a volte inconsapevoli citazioni all’interno però di una visione assolutamente nuova dell’uomo e della realtà. Chi può sviluppare un discorso sulla poesia senza riferirsi almeno una volta ad Omero?

Personalmente non rifiuto quanto è stato fatto di valido in passato ma lo rielaboro all’interno di una prassi , di un fare che non ha assolutamente precedenti.

Un gruppo di artisti riesce a collaborare ad un’unica attività creativa senza dissociazioni o contrasti.

Un gruppo di persone scrive un forum in cui si segue un filo preciso di pensiero e che potrebbe diventare un libro.

Quindi la creazione collettiva forse non è più un utopia ma una realtà concreta che non annulla le singole individualità ma al contrario le esalta all’interno di una esperienza del tutto sconosciuta precedentemente, della socialità e del fare.

Fare insieme senza costrizioni o gerarchie precostituite.

 

Messaggio modificato da Alogon il 31 Jul 2004, 02:53 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 31 Jul 2004, 06:33 PM

“La pittura cosiddetta “moderna”è stata realmente innovativa od ha solo accentuato elementi preesistenti dando ad essi un senso nuovo all’interno di una diversa valutazione della funzione dell’arte sganciata per es. da presupposti di tipo religioso?”

 

A me sembra che l’ arte moderna abbia fatto un’ operazione inversa, abbia cioè confuso la forma con il contenuto. I presuposti di tipo religioso dalle quali sganciava apparentemente la funzione dell’ arte, rientravano, per così dire, dalla finestra perchè si stabilivano di fatto dei dogmi formali: il famoso “culto della forma”. Operazione del tutto razionale.

Anche le biografie stesse di molti esponenti del moderno, “pericolosamente” affascinati dalle religioni orientali (penso ad esempio ad Itten e alla sua “mistica” del colore), ci parlano di idee religiose.

 

“Così rispondo a chi dice che il linguaggio che deriva dalla nostra ricerca psichiatrica non è innovativo come se potesse esistere una frattura fra forma e contenuto”

 

Mi torna in mente di aver letto che il valore della ricerca artistica legata alla ricerca psichiatrica stia anche nel gettare una luce nuova sul linguaggio delle avanguardie. Un enorme patrimonio formale può così essere ri-creato riscoprendo un senso del fare artistico completamente nuovo.

Si può dire: “Se non è ricerca sul linguaggio questa …..”. Lo è ma in un senso nuovo. Le vecchie categorie interpretative, non mi pare un caso la presenza di tanti linguisti nell’ ambito della stessa ricerca, devono essere trasformate di pari passo. Come sta avvenendo.

La scissione fra forma e contenuto, che era subdolamente presente nell’ arte moderna malgrado tutte le dichiarazioni di intenti, e le varie “angoscie di stile” vengono superate proprio in virtù della ricerca sull’ inconscio.

Non mi posso esimere però da continuare per ora a pensare che un Bergman o un Kieslowski o un Truffaut possano essere considerati ancora degli innovatori del linguaggio cinematografico più importanti di Marco Bellocchio malgrado che io preferisca quest’ ultimo, che i film del primo mi annoino da morire e che non escluda assolutamente che Bellocchio faccia una ricerca relativa allo specifico del linguaggio cinematografico estremamente importante e fruttuosa. La grandezza di Bellocchio però non sta tanto o non solo nella ricerca sul linguaggio cinematografico propriamente detto ma in qualcosa di altro e di più che comprende lo specifico cinematografico al suo interno. E’ evidente che anche all’ ultima mostra del cinema di Venezia tutto questo non sia stato minimamente compreso.

 

 

Alogon            

Inviato il: 31 Jul 2004, 11:32 PM

Quello che volevo dire è che l’arte moderna comunque ha perseguito una ricerca formale che, salvo le debite eccezioni, era libera dal dovere imprescindibile di illustrare un testo sacro. E questo in ogni modo è stato un passo in avanti. Molti pensavano che Dio fosse morto anche se purtroppo non era vero. E’ noto il rapporto fra Nietzsche e avanguardie artistiche.

E’ chiaro che il problema del superamento della mentalità religiosa è estremamente complesso e coinvolge il non cosciente. Senza la teoria della nascita, che comprende la scoperta della vitalità si ricade nel nichilismo e nel nazismo anche se non necessariamente dichiarato. Si rimane sotto l’egida della “cultura pura dell’istinto di morte” che di fatto è religiosa:il superuomo freudiano o peggio ancora Junghiano. Ed è irrilevante la circostanza per la quale Freud si dichiarava ateo.Su questo credo non ci possa essere discussione.

Su Bellocchio non mi esprimo, anche se sono estremamente legato a molti suoi films, perchè non ne voglio fare un’icona od una bandiera.

Credo che dobbiamo evitare atteggiamenti ideologici o ricostruzioni storiche truccate che inglobano già in partenza un giudizio di valore.

Qualcuno è riuscito anche a sostenere che Dante non aveva padri e che forse non era neppure religioso.

Ritengo che le nuove categorie interpretative che derivano dalla ricerca psichiatrica e che ci consentono anche una diversa comprensione del fenomeno artistico debbano essere usate con estrema cautela anche se su alcune valutazioni espresse potrei essere anche d’accordo.

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 1 Aug 2004, 10:51 AM

Comunque penso che sia estremamente importante recuperare, anche a livello di vocabolario, una chiarezza maggiore sui termini che legano la ricerca psichiatrica ed artistica alla ricerca sul linguaggio (che poi pare che procedano di pari passo e che si influenzino reciprocamente).

Non so infatti, e me ne scuso, se io mi stessi riferendo al linguaggio, allo stile o a qualcos’ altro che continuo a ignorare.

Penso che tutto questo sia estremamente stimolante e che obblighi a una ricerca continua in campi lasciati quasi sempre agli “specialisti” mentre è forse il caso di comprenderli all’ interno della propria cultura. Non è vero che la teoria è arida o fredda, anzi forse questo è un pregiudizio che viene alimentato per mantenere privilegi all’ interno di cerchie ristrette. Poi magari teorie discutibili nel campo della linguistica influenzano le scelte nel campo dell’ arte ma anche in quelli della politica, dell’ informazione, dei rapporti di lavoro, dell’ ambiente in cui viviamo giungendo ad influenzare negativamente la vita di ognuno.

 

 

Alogon            

Inviato il: 1 Aug 2004, 12:44 PM

Immagini che nascono dalle parole o parole che nascono dalle immagini?

Non so in realtà quali siano le priorità in una mente in continuo movimento.

Ho la certezza però che per fare ricerca ci vuole una sanità fondamentale.

Altrimenti il linguaggio è vuoto e l’immagine è piatta.

La cultura in questo caso non serve a niente: è solo accumulo di nozioni, di ricordi,

di citazioni che non arrivano ad una elaborazione, ma che soprattutto non consentono una trasformazione.

 

Messaggio modificato da Alogon il 1 Aug 2004, 12:45 PM

copyright domenico fargnoli

La sindrome di Eloisa, internet e comunicazione

Alogon            

Inviato il: 17 Jul 2004, 05:53 PM

Recentemente molti avranno letto “La sindrome di Eloisa” di Gianna Sarra libro che ripercorre le forme della paranoia epistolare.

Internet mette a disposizione di tutti la possibilità di comunicare, di esternare il proprio pensiero per scritto attraverso i posts i blogs ecc .

E’chiaro che il rapporto virtuale non può sostituire il rapporto reale. Altrimenti facciamo come Tommasi di Lampedusa che invece di avere rapporti con la moglie psiconalista freudiana le scriveva lettere.

L’anonimato, l’autoreferenzialità di certi siti possono iinoltre costituire un problema in quanto si prestano ad alimentare l’onnipotenza ed il controllo che si vuole esercitare sugli altri, alimentano forme più o meno larvate di voyerismo.

D’altra parte non possiamno sottovalutare la grande iimportanza dell’interazione, in tempi molto stretti, che consente la rete, lo scambio che può superare anche enormi distanze.

Non so se un nuovo pensiero filosofico, come ha pensato taluno, possa nascere da internet. Personalmente quando scrivo con una penna non mi chiedo se è buona o cattiva: uso questa tecnologia (penna inchiostro, carta) così come credo vada usato il pc per scopi di comunicazione.

Il “medium” virtuale interagisce con i contenuti e con l’idee? le mostre virtuali modificano la fruibilità dell’oggetto estetico? ed in che modo?

Sono domande che mi pongo e alle quali non so dare una risposta esauriente

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 12:19 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 18 Jul 2004, 10:57 AM

A questo punto una ulteriore considerazione riguardante internet è doverosa.

Questo forum è stato creato, in modo casuale da un numero ristretto di persone anonime, che hanno tenuto alto il livello della discussione dimostrando, nella stragrande maggioranza dei casi di possedere competenza, capacità espressica, immagine.

E’ una circostanza da non sottovalutare perchè invece normalmente in internet si dà sfogo al bisogno di comunicare che nasce dal vuoto di idee e di affetti.

La comunicazione come scarica appartiene all’ambito dell’ideologia freudiana per cui per es. la cura sarebbe esternazione senza alcun controllo ed in fin dei conti confessione.

Molti degli ambiti interattivi di internet funzionano in ossequio ad una ideologia analoga, alimentando un atteggiamento che non saprei se definire patologico

I partecipanti a questo forum invece hanno interreagito con me, a vari livelli, sullo sfondo di un pubblico assai vasto dando vita ad un dibattito coerente e nuovo per l’ambito e la forma in cui si è svolto,toccando temi di grande interesse.

Forse anche in questo caso ci siamo trovati di fronte ad una concretizzazione di quella poetica dell’interazione inconsapevole che consente di creare insieme mantennedo ciascuno la propria identità ed immagine.

Il risultato tutti lo possono verificare ed eventualemnte discutere.

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 12:04 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 21 Jul 2004, 12:05 PM

ho modificato il primo intervento e l’ho riscritto in base al mio stato d’animo attuale…..non si è sempre detto che non si deve essere schiavi del proprio passato remoto o prossimo che sia?

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 12:07 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 22 Jul 2004, 10:06 PM

ho scoperto che i bloggers sono soggetti anonimi che tengono diari in rete, esternano pubblicamente pensieri privati. Ne ho trovato uno che ha espresso un’idea interessante. Si chiama Falso idillio

<<Le parole che rimangono visibili, le parole stampate, danno l’illusione di esistere indipendentemente da noi e questa in certo modo è un’illusione sensata, che produce effetti, intendo. Non sempre gli effetti che crediamo, purtroppo. Noi affidiamo loro la nostra reputazione, il nostro desiderio di libertà e di sapere, cioè la nostra capacità di “vedere il vero”, e a volte la speranza dell’anima di durare, di sopravvivere; esse a volte ci ricambiano con un disperante e beffardo gioco di specchi e una forma sottile di morte del corpo.

La scrittura in rete risponde invece, credo, a leggi sue proprie, ed è un errore farci sviare da modelli acquisiti. Ad esempio, un articolo di giornale ha il dovere di informare, o di esprimere una posizione. Un romanzo, una storia, ha il dovere di costruire paradigmi, exempla. Ma questo può accadere anche qui. Cosa cambia?

Chi “parla” per iscritto parla in absentia, dicono per definizione. La scrittura è il morto che parla al vivo, da che mondo è mondo. La pagina non risponde, come diceva qualcuno (che poi sarebbe Platone, Lettera VII). Nell’atto di scrittura, si parla a tutti e a nessuno, e ciò che scrivi va da un tu generico a un me generico. E’ anche uno dei segreti del suo successo, tra l’altro.

Qui invece, proprio qui dove leggi, e ti appresti a prendere parola per rispondere, la permanenza nel dominio del visibile, carattere primario della parola scritta, e la sua incapacità di rispondere alle domande, suo carattere secondario, sono sotto pressione, minacciate, assediate. Le parole, pur scritte, cedono, svaniscono, tremolano sullo schermo, sepolte negli archivi. Oppure, inaspettatamente, alle parole seguono – possono seguire – risposte, vicine o disseminate, e comunque in qualche modo collegate, in praesentia. Mentre scrivi qui dentro, l’altro c’è già, è dietro le tue spalle che legge. Questo, forse, è anche il fondamento della somiglianza tra questa scrittura e il teatro, nell’intreccio indistricabile tra autore, attore e personaggio che è all’opera.>>

Inoltre

<<Da una parte la presenza parlante dell’altro quasi impone di singolarizzare l’approccio e spinge verso la dimensione autoriale: non c’è uno scrivente in generale ma questo scrivente e non si rivolge in astratto a qualcuno, ma a te. Ma dall’altra, il rimando e la dipendenza reciproca e continua delle scritture e delle voci tra di loro, l’essere in un ambiente di echi e rimandi viventi, rende quasi impossibile la figura stessa dell’autore, e fa apparire il fantasma di una scrittura disseminata, anonima. Da una parte c’è meno autore, io, individuo; dall’altra c’è più scrivente, me, singolarità. Questo equilibrio impossibile, instabile, è il segno forse della provvisorietà di questa scena, del suo essere un passaggio?

Il funzionamento riflessivo del mezzo su chi lo utilizza impone poi una sorta di complicato “apprendimento comune”. Esso spinge al riconoscimento della propria singolarità (cioè del proprio mostro: monstrum, letteralmente cosa singolare, diversa, strana), ossia alla caduta “per mezzo d’altri” del velo idealistico sulla propria immagine di sé, grazie a un contesto efficace (perché portato alla velocità infinita che trascende lo spazio fisico) di riconoscimento reciproco.>>

A parte l’ovvia considerazione che la singolarità si lega all’immagine della nascita e che potrebbe essere quest’ultima ad apparire come un monstrum,

Falso idillio propone una analisi, che al momento attuale delle mie conoscenze, sembra tutt’altro che scontata e banale.

Varrebbe la pena di approfondire questo tema anche se non capisco l’espressione “caduta per mezzo d’altri del velo idealistico sulla propria immagine di sè”.

Se questo velo idealistico è la coscienza non si comprende comunque come avvenga la sua caduta cioè, con altra terminologia, la sua destrutturazione.

Basta la “praesentia” generica degli altri?

E coome va inteso poi “Il riconoscimento reciproco”?

Messaggio modificato da Alogon il 22 Jul 2004, 10:51 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 24 Jul 2004, 07:39 PM

sempre in questa ricerca sul mondo blog ho trovato:

<<L’ipertestualità è il processo informatico che ha realizzato, al di fuori della nostra mente, le funzioni mentali più naturali: quelle associative. Quando vedi, senti, pensi qualcosa tendi ad associare quei pensieri a qualcosa di simile. Procedi per combinazioni analogiche, in un gioco sinaptico (lo scambio chimico ed elettrico dei neuroni della nostra mente) che apre a ventaglio l’immaginario, l’intelligenza.

L’ipertesto ci ha dimostrato come una nuova tecnologia possa contribuire ad espandere una nuova psicologia della comunicazione.

La connettività, l’attitudine propria del libero scambio di comunicazione telematica e della partecipazione collaborativa o human networking può infatti aprire ad un nuovo approccio con l’espressione creativa.

Il dato più forte da rilevare è nella capacità di mettere in relazione le diverse specificità dei linguaggi grazie a una tecnologia di comunicazione, qual è Internet, che si sta rivelando come un medium vettore di nuova cultura e nuovi comportamenti.

Si parla infatti di intelligenza connettiva ovvero di un’evoluzione psicologica e cognitiva che attraverso la telematica crea condizioni inedite di scambio sociale che vanno anche oltre lo stesso principio “collettivo” sul quale anni fa si erano fondate molte buone utopie di nuova socialità creativa>>

Non sono riuscito a capire chi l’ha scritto. Per il momento mi astengo dal commentare in modo dettagliato.

Però ho letto che un filosofo famoso che analizza il web ha parlato di intelligenza connettiva ed addirittura, ho letto, di “inconscio connettivo”.Non posso non far notare che “Inconscio connettivo” è una tautologia. Come dire “acqua bagnata”. La connettività sarebbe un valore aggiunto che internet regala all’intelligenza umana?

Sono invece propenso a credere che l’inconscio, od il non consapevole secondo l’escamotage fagioliano, sia intrinsecamente rapporto cioè connessione. Presenza di nessi là dove l’assenza, anche se apparente, di nessi, fa il pensiero schizofrenico.

E’ nata prima la tecnica od il pensiero che su questa tecnica si fonda?

A voi la risposta .

Messaggio modificato da Alogon il 24 Jul 2004, 08:36 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 25 Jul 2004, 02:42 PM

A proposito di intelligenza connettiva ho trovato un altro testo rigorosamente anonimo:

<<Gli esseri umani funzionano come un’intelligenza distribuita, nella quale gran parte del comportamento intelligente ha luogo attraverso un processo di cooperazione con gli altri e deriva dall’interazione fra processi mentali da una parte, e oggetti e vincoli del mondo fisico dall’altra(…)

Il felice matrimonio fra il personal computer e la tecnologia di rete alla base di Internet arriva a definire una sorta di ambiente intermedio fra i sistemi cognitivi interni al singolo essere umano e i sistemi di elaborazione esterni, siano essi artificiali o di altri esseri umani: una sorta di seconda mente, ausiliaria, come la definisce De Kerckhove [1991:178], frutto di quelle che egli definisce “psico-tecnologie”, ovvero tecnologie che influenzano anche il rapporto dell’uomo con l’ambiente sociale e naturale e con se stesso.

Ecco che dunque, grazie alla Rete, si accostano quell’intellettuale collettivo “senza totalità” di cui parla Levy [1997], e la visione altamente connettiva di Bush prima e di De Kerckhove stesso poi: la rete crea un ambiente neuronale in cui la produzione di conoscenza e di cultura è socializzata, e amplifica oltremisura l’importanza dell’aspetto qualitativo delle connessioni fra elementi di pensiero distribuiti localmente e globalmente su spazi e piani temporali ben distinti.>>

Per quanto mi riguarda continuo a lavorare sull’idea che sia il pensiero a creare la tecnologia….e non viceversa.

La penna è necessaria ma non fa lo scrittore.

Lo stesso dicasi delo blog.

Si può affermare che la creatività, essendo legata al primo annno di vita, è antecedente ad ogni tecnologia?

Messaggio modificato da Alogon il 25 Jul 2004, 02:56 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 26 Jul 2004, 08:52 PM

ho trovato, nel web, questa citazione che contraddice il mio punto di vista. La propongo

<<Per non restare spettatori in balia della nostra stessa realtà si fa necessaria una riflessione sulla tecnica e sulla sua influenza sulla nostra vita. Diversi teorici, filosofi e non, si sono interrogati su queste tematiche, in particolare in relazione alle nuove tecnologie e alla Rete di Internet. Ne diamo qui solo alcuni esempi.

Marshall McLuhan

Derrick De Kerckhove

Umberto Galimberti [sic]

Martin Heidegger

Marshall McLuhan, nel fondamentale testo “Gli strumenti del comunicare”, sostiene la non intuitiva coincidenza di medium e messaggio, portando alla luce l’equivoco di fondo che è causa di tanti errori valutativi intorno alle nuove tecnologie. E’ comune, infatti, pensare e sostenere che il valore di uno strumento, in particolare degli strumenti comunicativi, dipenda dall’uso che di questi fa l’uomo. Ciò sembrerebbe comportare una responsabilizzazione dell’uomo come artefice del buono o del cattivo uso delle tecnologie, in se stesse neutre.

Al contrario McLuhan afferma che il vero senso della comunicazione sta nel medium, nello strumento del comunicare: oltre le semplicistiche e relativistiche valutazioni morali, è il medium, non il suo utilizzo, a dare significato peculiare alla comunicazione imprimendo in essa le sue caratteristiche e influenzandone tanto l’aspetto formale quanto quello contenutistico. In questo modo la responsabilità dell’uomo non sarà quella relativa e soggettiva del singolo di fronte al singolo caso, ma quella più organica dell’uomo che ha il dovere di riflettere sul vero significato degli strumenti e della comunicazione>>

Attenzione quindi se scrivete a penna: se usate inchiostro di china ciò potrebbe dare un significato diverso alle vostre parole!

Non voglio pensare cosa succederebbe se voi tracciaste delle linee con un pennarello!

Galimberti, noto per la sua sagacia, come si vede è in buona compagnia.

Non vorrei privarvi di una sua geniale riflessione

<<Umberto Galimberti, in “Psiche e Techne”, sottolinea un aspetto importante della non-neutralità della tecnica. Essa non solo incide e condiziona la comunicazione e la mentalità stessa degli individui che entrano in relazione con essa mediante l’uso, ma influenza e permea tutta la realtà dell’uomo, di ogni uomo, anche di colui il quale si rifiuta di avere a che fare con essa.

La tecnica, pertanto, non rappresenta lo strumento nelle mani dell’uomo che può scegliere se usarla o no, ma è l’ambiente che lo circonda e ne determina le capacità percettive e cognitive. In questo senso è responsabilità di ogni uomo riflettere intorno alla tecnica e alle sue conseguenze.>>

Quindi io non sono padrone di comprare o meno un automobile, un pc , un frigorifero. Devo farlo e basta. Però poi devo riflettere sul significato

di questo acquisto e le conseguenze che me ne derivano.

Conto in banca a parte.

Messaggio modificato da Alogon il 26 Jul 2004, 09:02 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 26 Jul 2004, 09:47 PM

mi piace molto il titolo di un articolo di Tomas Maldonado

<<Web: se c’è una ragnatela, dev’esserci un ragno>>

L’autore afferma fra l’altro

<< Io credo che la metafora della “ragnatela” abbia un limite, una debolezza, per così dire: non c’è ragnatela senza ragno; in altri termini c’è sempre un elemento che produce e gestisce la rete. In realtà l’idea stessa di controllo da parte di un osservatore – la più classica che sempre si utilizza è quella del Panopticum, di un occhio, quasi come l’occhio di Dio che ci guarda e controlla tutto quello che noi facciamo- è un’idea che non coincide con la realtà di Internet; adesso esistono una miriade di… “occhi di Dio”, per creare una metafora un po’ dissacrante>>

Sempre nello stesso articolo intervista si legge

<<Domanda 9

Chi comunica attraverso la rete lo fa spesso scrivendo, dunque comunicando attraverso un testo. Lei crede che questo possa cambiare la comunicazione? Il fatto che la comunicazione attraverso Internet sia sempre scritta è un processo di allontanamento da quella quotidiana.

Risposta

Questo è uno degli aspetti più inquietanti. Il fatto che si continui a comunicare attraverso una scrittura fortemente stereotipata, compattata, ridotta al minimo costituisce un elemento di impoverimento del linguaggio. Oggi nel ‘chat’, nella “chiacchiera on-line” si apre una strada, un gergo ‘cyber’ , un gergo che si basa su espressioni tecniche dove si annullano gli aggettivi; un linguaggio predefinito con frasi fatte e tutto questo naturalmente non solo può contribuire nel futuro ad un degrado del patrimonio linguistico e di tutte le sue articolazioni ma anche può avere un’influenza negativa su i nostri modi di pensare. Noi continuiamo a pensare compattato, ridotto e questo evidentemente è anche un aspetto da non sottovalutare.>>

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 27 Jul 2004, 09:34 AM

Da “Tecnica ed antropologia” di Francesco Botturi (citato dal web)

“La tecnica nasce per rispondere a dei bisogni; questa è l’origine evidente ed elementare del fare tecnico umano; ma appunto il suo sviluppo tende alla creazione di sistemi autofinalizzanti. Così che ultimamente i suoi obiettivi sono costituiti più dalle sue possibilità interne che dal bisogno esterno; non sono i bisogni a dirigere lo sviluppo della tecnologia, ma è questa che comanda il sistema dei bisogni. Questa autofinalizzazione dei sistemi tecnologici porta a una certa ingovernabilità degli stessi, a un loro riprodursi e accrescersi per logica interna più che per risposta a bisogni esterni. Di qui l’impressione psicologica di impotenza, ma più probabilmente l’effettiva irrilevanza della decisione etica soggettiva nei confronti della tecnostruttura: che cosa può la decisione etica soggettiva nei confronti di un sistema tecnologico che sempre più si rende sistema e si autofinalizza?”

“ (…)Che cos’è un fenomeno artistico? Esso è una certa manipolazione della materia in cui traspare un significato. Il proprio dell’arte è che quella materia sia l’evidente simbolo, anche emozionalmente coinvolgente, della capacità umana di vedere l’infinito nella realtà finita. In questo senso l’arte è una tipica forma di conciliazione tra la capacità illimitata dell’uomo di vedere e la finitezza dei suoi oggetti. Una cosa è tanto più artistica quanto meno si ferma a sé stessa e quanto più apre lo sguardo oltre di sé, pur restando sé medesima. La grandezza artistica di un oggetto d’arte sta nella sua capacità di spalancare il senso della realtà. Quanto meno una cosa è artistica, tanto più è un oggetto che resta chiuso in sé stesso, cioè non è carico di quella tensione di vedere nel particolare il tutto.

Questo processo si ripresenta dappertutto; anche a livello etico. L’ideale dell’etica non è quello di sovraccaricarsi di norme, ma quello di essere giusti con spontaneità. “Con spontaneità” significa non sentire la norma come un vincolo esteriore e come una minaccia, ma come ciò a cui la totalità dell’uomo aderisce in modo benefico: la spontaneità è il segno della conciliazione. L’uomo virtuoso è colui che concilia la concretezza della situazione con il valore. La tecnica esprime anch’essa a suo modo questa struttura profonda, dinamica e utopica dell’uomo. La tecnica – che non nasce per rispondere a dei bisogni umani – non si ferma all’equilibrio tra bisogni e natura, ma è un fare spalancato sulla realtà materiale, alla ricerca di equilibri artificiali sempre più avanzati.

Esiste questo luogo della ideale riconciliazione di finito e infinito? È chiaro che nell’arte, nella tecnica, nelle forme della conoscenza l’uomo deposita segni di questa sua capacità, di questa sua natura profonda; ma in nessuno di questi luoghi l’uomo ha il suo compimento, nessuno è il luogo paradisiaco. Il paradiso non esiste come opera dell’uomo.”

copyright domenico fargnoli

 

Alogon            

Inviato il: 27 Jul 2004, 10:54 AM

Continuo a proporre una miscellanea di punti di vista apparentemente casuale

Il “testo ideale” di Barthes

Nelle pagine di Barthes troviamo, a proposito del testo a stampa, delle straordinarie pagine che anticipano in qualche modo ciò che l’ipertesto elettronico renderà (ha reso oggi) possibile. Eccone uno stralcio:

“ …..In questo testo ideale, le reti sono multiple, e giocano fra loro senza che nessuna possa ricoprire le altre; questo testo é una galassia di significanti, non una struttura di significati; non ha inizio, é reversibile; vi si accede da più entrate di cui nessuna può essere decretata con certezza la principale; i codici che mobilita si profilano a perdita d’occhio, sono indecidibili (il senso non si trova mai sottoposto ad un principio di decisione, che non sia quello di un colpo di dadi); di questo testo assolutamente plurale i sistemi di senso possono si’ impadronirsi, ma il loro numero non é mai chiuso, misurandosi sull’infinità del linguaggio.”

Roland Barthes, “S/Z – Una lettura di Sarrasine di Balzac”, Einaudi, 1970

Messaggio modificato da Alogon il 27 Jul 2004, 10:57 AM

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 28 Jul 2004, 12:54 PM

suIl copyright ho trovato quanto segue in un intervista a Derrick de Kerckhove da parte di Roberto Vecchi sul Manifesto

<< Il copyright è l’altro fattore che in rete non gode di molti consensi. Open source, Linux o metodologia “peer to peer” sono comunque uniti da un rifiuto del copyright. Lei come giudica il diritto d’autore?

L’invenzione del copyright è di Michelangelo, che dopo aver scolpito il suo Mosè, vi impresse hoc fecit Michelangelo. È stata la prima testimonianza di un artista che abbia firmato la propria opera per affermare il proprio “diritto” d’autore. Il copyright arriva quindi molto tardi nella storia occidentale: non era presente per esempio nella cultura latina (quando Virgilio diceva Exegi monumentum aere perennius non si trattava di una firma ma solo di una forma di orgoglio per aver creato con la parola una testimonianza più duratura del bronzo).

Oggi le cose secondo me funzionano perché convivono entrambe le possibilità: il copyleft (lasciare il libero accesso a tutti) e il copyright (per difendere la proprietà intellettuale). Il problema nasce quando il copyright, così come tutte le forme di controllo statale e imprenditoriale, è troppo rigido. Io sono d’accordo con coloro che non condannano né il copyright, né il copyleft e lascia convivere entrambi.

internet e copyright >>

Alogon            

Inviato il: 31 Jul 2004, 09:21 AM

cito da internet (anonimo)

<<Il concetto di intelligenza collettiva di Levy non è altro che una concettualizzazione del concetto di cultura, e nasce da una base comune: la memoria collettiva e l’immaginario collettivo. Gli esseri umani risultano essere quel che sono proprio grazie a questa base comune, grazie all’esistenza delle istituzioni, delle tecniche, dei linguaggi, dei sistemi di simboli, dei mezzi di comunicazione.

Secondo De Kerkhove dal libro è nata l’intelligenza privata, dalla TV e dalla radio una forma di intelligenza collettiva, da Internet è invece nata una forma di intelligenza compresa tra le due: Internet, in quanto scaffolding (impalcatura che favorisce l’accesso alla conoscenza) ricco di risorse distribuite, rappresenta “una forma di estensione dell’intelligenza e della memoria privata, ma fatta collettiva; collettiva in quanto la gente lavora con le stesse modalità del lavoro di gruppo, insieme, ma senza perdere la propria identità. La rete, Internet, è simile ad un cervello che continuamente apprende e si ristruttura, è la coscienza del mondo, è lo spazio pubblico comune che abbatte confini e limiti geografici. Ciascuno può connettersi e disconnettersi a questa “intelligenza condivisa” a questa “mente sempre in funzione” con il vantaggio di lasciare invariata l’integrità della struttura. Per De Kerkhove Internet rappresenta l’esempio tipico di quelle che lui chiama “psicotecnologie”: si tratta di tecnologie normalmente associate alla lingua e che sono considerate una forma di estensione del pensiero umano. Le psicotecnologie sono tecnologie che estendono la mente così come altre tecnologie “fisiche” estendono il corpo (la bicicletta, la macchina).

Le tecnologie permettono di mettere in luce quella che è la maggior ricchezza umana: la sua intelligenza, la sua memoria, la sua immaginazione. L’intelligenza connettiva risulta essere perciò un accezione di quella collettiva, o meglio la sua concretizzazione nel reale. De Kerkhove ritiene che la presa di coscienza di questa intelligenza darà l’occasione di creare nuovi modi e nuove partecipazioni del processo di decisione, nuovo modo di agire democratico che l’Autore definisce “Politica/democrazia/governo just in time”.

Il concetto di intelligenza connettiva porterà al delinearsi di una nuova figura che l’Autore chiama “cyborg”, vale a dire esseri per metà umani e per metà macchine. Questo concetto si ricollega con le teorie di McLuhan il quale riteneva che i mezzi di comunicazione di massa fossero delle protesi degli esseri umani, il telefono un’estensione della voce, la televisione degli occhi e la radio dell’udito. Con DeKerkhove siamo di fronte a qualcosa di diverso e più potente: Con la Realtà Virtuale l’intero uomo viene proiettato nella rete dove può muoversi senza limiti, assumere qualsiasi forma e identità. Per avere il pieno sviluppo dell’intelligenza connettiva è necessario che l’uomo interiorizzi la multimedialità e non abbia paura delle macchine che vanno considerate come estensioni del nostro sistema nervoso>>

copyright domenico fargnoli

Psichiatria e poesia. Ricerca del dialogo

Nyx            

Inviato il: 10 Jul 2004, 07:19 PM

Il verso “pensando alla vita schiaccio uno scarafaggio”, era, nella manifestazione cui ho assistito giovedì sera circondato da tutta una serie di “opere”, definite artistiche che, mi hanno lasciato, diciamo pure, perplessa….mi domando se c’è un nesso fra questo tipo di arte figurativa e quel verso. Il fare artistico non è un gesto estemporaneo, una parentesi scollegata dal resto della nostra vita in cui possiamo fare qualsiasi cosa e definirla “artistica”…e allora una domanda:cosa nasce prima nella mente dell’artista l’immagine ho il pensiero?

In quella stessa serata è intervenuto anche uno psichiatra con due poesie e con un breve ma incisivo discorso. Osservando le sue opere in particolare la scultura L’equilibrista ho pensato che forse quello che fa la differenza fra lui e gli “artisti” sta proprio in quelle linee nere

che formano sia l’immagine che la parola… non so continuare, mi viene in mente solo un’altra domanda: come si lega tutto questo alla dinamica della nascita e al sogno?

 

 

Alogon            

Inviato il: 11 Jul 2004, 12:03 AM

Fra ieri ed oggi è stata terminata una nuova scultura “Pensando alla vita” che è appunto una risposta alla serata a cui accennava Nix . Un rifiuto della poetica dell’anaffettività.

Ancora non so perchè quelle forme e quelle linee disposte in quella particolare maniera.

So però che per vita deve intendersi l’ immagine della nascita, il “sogno” che l’artista materializza quasi senza sforzo nello spazio tridimensionale degli assi cartesiani.

Forse ciò che fa la differenza è il pensiero che è immagine linea parola per una trasformazione ed un’alternanza continua di questi elementi.

copyright domenico fargnoli

 

Alogon            

Inviato il: 11 Jul 2004, 11:50 AM

Pensare alla vita

 

Un verso non può lasciarti stremato

con la testa vuota,

abbagliato da una luce,

triste su di un palcoscenico,

fra busti di donne private d’ogni umanità.

 

Non sono poeta se il solo canto è quello della morte

quando mi sento condannato alla lapidazione

per lo sguardo di uno sciancato..

 

Penso alla vita e mi ribello alla violenza sottile

delle frasi senza senso,

della cattiveria di far passare per poesia quanto è solo stupidità.

Penso al risveglio in un abbraccio d’amore

e già sono lontano

mentre una scultura nuova prende forma

ed io ritrovo il piacere del creare insieme

come una sola mente

con la speranza di una bellezza che mi fa sognare.

 

Messaggio modificato da Alogon il 11 Jul 2004, 04:30 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx            

Inviato il: 11 Jul 2004, 12:20 PM

Grazie Alogon. Con questa poesia mi dai il senso della reazione, di come è possibile restare affettivi, svegliarsi in un abrraccio d’amore, creare qualcosa di nuovo per aver resistito, per non aver subito la violenza di chi, al contrario scrive e crea solo per terrorizzare.

 

 

aissa            

Inviato il: 12 Jul 2004, 02:30 PM

Adesso trovare qualcosa da aggiungere diventa difficilissimo.. Dopo questa poesia che mi ha commosso, sinceramente… Dopo aver assistito giovedì sera a que3sto rituale di sedicenti artisti che spacciano la propria violenza interbna come un linguaggio poetico e, per di più, universalmente approvato e riconosciuto come tale… io che posso fare? Come Nyx ringrazio per questi versi che ridanno all’essere umano l’umanità, alla poesia l’affettività ed all’immagine un pensierpo sano.. Ragire è d’obbligo difronte alla violenza di chi tenta con le èparole di annullare proprio quell’immagine che è, ormai è certo, il fondamento di ogni sìespressione artistica. quell’immagoine della nascita che diventa fantasia, che si trasforma si cincretizza si svezza e si separa per poi ricominciare… Davvero non ne dovremmo mai avere abbastanza di ripeterlo che senza dimensione di nascita e di sanità l’arte non può esistere. E mi riallaccio al mio intervento di qualche giorno fa, quando sostenevo che spesso la poesia che ritenevo espressione di sensi bilità era solo vuoto dietro parole prive di ogni sgnificato. Questo nesso perchè mi riferivo proprio a quei poeti della beat generation citati anche giovedì scorsa nella… kermesse (?!) di Colle val d’Elsa, che evidentemente il tempo ha rivelato essere il fallimkento stesso della poesia. La poesia non può essere uno sfogo fine a se stesso, la pagina bianca non è una latrina dove riversare la propria violenza nella spoeranza cieca di alleggerirsi, scaraventandola addosso a chi legge o ascolta versi.. Ceerto è vero che come scrive Alogon un verso senza senso non basta per stremare la forza della ricerca che mira, al di là d ogni espressione artistica, ad essere un essere umano con quella che è la sua caratteristica migliore: l’umanità. Questo per dire che io non mi rassegno alla poestica della anaffettività, perchè scrivo poesie e leggo poesie e ne traggo piacere quando somigliano e parlano dell’essere umano. non mi rassegno, per questo mi curo e, potrei giurarlo, mi trasformo!

عائشةAisha

 

 

Elleffe            

Inviato il: 12 Jul 2004, 04:08 PM

i giorni che hanno preceduto l’incontro di giovedì sera sono stati per il sottoscritto difficili e pieni di aggressività, che ho diretto contro persone vicine ed incolpevoli.

ed anche la sera mi ha messo a dura prova.

ad un iniziale momento di incosciente ilarità, suscitatami dall’evidente mancanza di pensiero, di consapevolezza, di volontà di confonto aperto e di trasfromazione, che emergeva da alcune delle opere (o manufatti?) esposte, anche e soprattutto se paragonate alle opere che possiamo vedere in questo forum, ha fatto seguito presto una sensazione di disagio, che si è trasformata in rabbia quando, mentre sul palco uno psichiatra pacatamente e correttamente parlava, alcune persone accanto a me hanno iniziato a commentare a voce alta con frasi offensive e volgari, per essere udite, per disturbare, violentemente.

 

è triste pratica attuale, mi pare, che l’arte portata dall’intellighenzia rifiuti il confronto, il contatto e lo scambio di idee con il prossimo.

l’artista moderno, pieno della sua onnipotente creatività, non può certo abbassarsi al confronto, al dialogo, per non insozzare la purezza della sulla mente, l’incanto della sua genialità…

o forse perchè è in malafede, e corre il rischio di essere sapientemente smascherato da un bambino che gridi a tutta forza “il re è nudo!!!”?

l’artista allora, conscio della sua mancanza di reale poetica, fantasia, vitalità, si cita, è totalmente autoreferenziale, e sdegnosamente allontana la platea.

 

giovedi sera, subito dopo uno stabat mater poetico (sic), nel quale ancora non si sapeva distinguere tra poetica e religione, affrontando temi importantissimi con la stessa indole di chi tali problemi ha contribuito a creare, cercando soluzioni religiose a conflitti originati dalla religione, dopo avere precedentemente udito una poesia nella quale si istigava al suicidio, consci del fatto che nascentes morimur, dopo tutto questo, appunto, si è assistito all’affronto imperdonabile: una persona, che invece che sbandierare la sua dimensione artistica, si è presentata invece come medico, ha osato contraddire, ha osato parlare fuori dal coro, ha osato pensare (colpa gravissima!!!) a ciò che realmente stava andando in scena in quella piazza di colle.

il medico ha sviluppato resistenza, ma il giovane che ode versi malati, che lo spingono all’indifferenza, alla violenza, alla masturbazione autoreferente, si ammala, e non capisce perchè.

chi fa questo uso sporco dell’arte deve assumersi nei confronti della società la responsabilità che la strumentalizzazione della malattia mentale comporta.

 

sono stato felice quando il medico ha terminato di parlare, dichiarando apertamente la sua estraneità a quanto si era visto prima, perchè eclissandosi educatamente e senza fanfare, ha permesso anche a me di uscire, abbandonando quell’ambiete saturo di violenza ed incomprensione alle persone che nella violenza si crogiolano, sempre pronte a sostenersi acriticamente e senza aperture al dialogo corretto.

 

ed alla fine mi chiedo: è possibile dialogare in buona fede con chi non vuole confrontarsi? è auspicabile che l’arte malata esca dal proprio isolamento?

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jul 2004, 11:44 AM

Quelle di Elleeffe sono domande legittime.

A mio avviso nella situazione specifica citata ci sono dei margini sia pur minimi di dialettica. Diversamente come ho già fatto in altre occasioni ben più importanti non avrei accettato di partecipare. E’ difficile in ogni modo prevedere gli sviluppi di uno scontro come quello che si è verificato il 6 luglio.

Personalemnte mi sono reso conto fino in fondo di quanto può essere violento “un artista”. L’ho verificato sulla mia pelle e non è la stessa cosa che leggere dei cataloghi o dei versi.

L’”arte” però non è un territorio che può essere lasciato a se stesso , in balia di persone che gestiscono un potere, talora ingenti fondi pubblici, si vantano di possedere una creatività che come dici tu stesso è più che discutibile.

In qualche modo questo aspetto della cultura dominante che rendendo l’estetica onnipervasiva in realtà l’ha annullata, va a ffrontato e possibilmente trasformato.

Certo non è una passeggiata quella che ci attende….

 

Messaggio modificato da Alogon il 13 Jul 2004, 09:31 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 13 Jul 2004, 09:10 PM

Non so nulla degli episodi a cui fate riferimento però sento che è molto bello ciò che state facendo.

Leggendovi mi è venuto in mente ancora, ma con una precisione, direi, maggiore, l’ assurdità dell’ ideale comune alle Avanguardie: quello dell’ arte per l’ arte, dell’ esperienza artistica totalizzante, dell’ arte aristocratica che si compiace di avere da dire delle cose solo ad altri artisti della stessa cerchia, con i loro codici segreti da cui tutti gli altri sono esclusi, oppure, o allo stesso tempo, con la pretesa di fare un’ arte di massa stabilendo astrattamente criteri di estetica “a priori” (oggi mi è capitato in mano un libro di estetica contemporanea agghiacciante fin dal titolo: “Il sex-appeal dell’inorganico”).

L’ arte nuova, che si fa strada dalla teoria e dalla prassi psichiatrica che promuovete, è un arte in cui finalmente non si ha la paura di sporcarsi le mani e il vestito nel rapporto con gli altri.

Arte in cui non si rimane sdegnosamente e falsamente isolati nella perfezione dell’ artista che si autodefinisce tale, ma in cui si cerca il confronto per costringere l’ altro ad essere più umano.

Anzi proprio per questo mi sembra di capire solo adesso fino a che punto è vero che non esiste arte autentica senza confronto.

 

Non mi viene in mente nient’ altro che dirvi grazie sinceramente per tutto quello che state facendo.

 

 

Nyx            

Inviato il: 13 Jul 2004, 09:30 PM

Gli stimoli sono tanti. E forse oggi anch’io come qualche gorno fa Alogon “sono già lontana” dalla serata di giovedì e forse immersa, sprofondata in un’altra ricerca che non so bene come inserire in quella che stiamo svolgendo. La parola che gira nella mia mente senza trovare pace è donna, immagine femminile. Mi piace pensare alla corrispondenza tra la morbidezza del corpo e il pensiero , l’identità delle donne, come si possa realizzare una fusione….Penso, o forse so soltanto che la poesia debba avere, pure nei tratti lineari di una scrittura maschile l’immagine femminile per

non essere violenta, per permettere di fare a chi la ascolta immagini vitali….oggi ho scoperto che la poetica dell’anaffettività è tale per l’annullamento del rapporto uomo donna. Di più non so dire…. se qualcuno volesse scolpire una “donna nuova”?

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jul 2004, 09:35 PM

L’idea di una “donna nuova” è di Massimo Fagioli

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx (omonimia)            

Inviato il: 14 Jul 2004, 07:30 PM

Grazie Alogon per la risposta è stata importante.

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 09:17 AM

siamo in vena di complimenti: tutti mi ringraziano…..

chi conosce il passaggio di “Istinto di morte e conoscenza” sulla gratitudine?

 

A parte questo v isto che l’argomento è la poesia ne ho ritrovata una che ho scritto

quest’inverno. Coincidenza singolare

 

…Aura..

 

Segno di un colore diverso,

superficie morbida al tatto,

tela infinita di immagini,

io ti sento vibrante

come in una corsa

mentre ti abbraccio

e ti tengo ferma come ambra incastonata su di una nudità avvolgente…

…e’ allora che l’alba diviene più chiara

e non sento più alcun richiamo se non la tua voce

intensa come la vita:

mi sussurra una melodia che non mi stanco mai di ascoltare,

in quelle minime variazioni dalle quali traspaiono paesaggi e

cieli trasparenti come dopo una lunga pioggia.

Vedo ali di pensieri che si gettano in picchiata per ghermire il battito di un’idea,

ancora prima che compaia del tutto,

prima che si possa nascondere per sempre nella penombra delle speranze mai nate.

Non sapevo della tua esistenza segreta,

aura di poesia

che tu mi consegni perché la possa decifrare,

tavoletta d’oro sulla quale è inciso un codice d’amore.

 

Messaggio modificato da Alogon il 15 Jul 2004, 09:51 AM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 15 Jul 2004, 11:13 AM

personalmente ho letto tre volte “istinto” …..

ma mi sentivo ancora molto lontano dall’ aver capito molte cose.

Poi nella prefazione all’ aula magna del 15 maggio, Massimo Fagioli ha spiegato senza tanti giri di parole che capire non significa comprendere e allora lì davvero ho provato una vertigine rispetto alla profondità dei temi della ricerca psichiatrica.

Vertigine che comunque mi è stata di aiuto in seguito. Anzi, ho avuto la sensazione precisa che quelle sue parole segnassero un nuovo inizio per me.

Questo preambolo serve a chiedere ad Alogon: me lo potresti ricordare tu che cosa dice della gratitudine ? :unsure:

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 02:51 PM

Non so se ho “capito “ o “compreso”, che dir si voglia, bene: mi sembra però che il “nostro” affermasse che la gratitudine è legata in qualche modo alla depressione o ad un atteggiamento ambivalente. Se non vado errato ho l’impressione anche che in “Istinto” ci fosse la distinzione fra gratitudine e riconoscenza.

Mi riservo di controllare…

Ecco ho controllato: c’è un paragrafo in Istinto che si si intitola “ Gratitudine e riconoscenza. La dipendenza depressiva dall’oggetto idealizzato e la libertà”.

Il mio comunque è solo un riferimento spontaneo ad un tema. Nulla di più che uno spunto od un suggerimento per un approfondimento od una riflessione personale derivato da uno stimolo estemporaneo. Se vogliamo la mia è una provocazione benevola dato che i ringraziamenti talvolta, non so perchè, mi mettono in imbarazzo. Forse perchè

“La gratitudine non può essere separata dal rendere grazie, cioè ingraziarsi una persona temuta, perchè ad essa si è tolto o rubato qualcosa. Meglio conoscenza (riconoscenza) che vuol dire accettazione dell’altro, amore e d interesse per l’altro, identità psichica e distinzione” (Massimo Fagioli).

 

Messaggio modificato da Alogon il 15 Jul 2004, 03:12 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 15 Jul 2004, 03:21 PM

Può essere.

Ma non mi viene in mente.

Una delle tante cose che ho cancellato ……e che ad ogni rilettura sono quelle che più mi colpiscono ….

Ringraziare è diverso da riconoscere ?

Ora che mi ci fai pensare mi sembra di sì.

Ancora deficit del linguaggio comune ……. o/e sospetto che dietro il ringraziamento ci sia un annullamento nascosto.

Per essere più precisi allora mi viene da dire che riconoscere il lavoro che state facendo per quello che è, e direi con sempre meno ambivalenze da parte mia, mi è utile per portare avanti la mia ricerca personale.

Forse non è solo utile, è anche vitale.

E’ stata una mia ossessione pesante che tutto questo non fosse ………

E invece è e si fa strada con difficoltà ma anche con forza.

Avrei potuto meglio dire invece di dire grazie: “Sono molto contento perchè solo ora comincio a vedervi e a riconoscervi”.

 

 

Nyx            

Inviato il: 15 Jul 2004, 03:23 PM

La dialettica mi sembra sempre più intensa…ho appena finito di leggere quelle pagine, Sì Fagioli fa la differenza fra gratitudine e riconoscenza, intesa come, se ho capito bene, come conoscenza e accettazione della realtà psichica dell’altro.

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 03:59 PM

..<<per essere più precisi allora mi viene da dire che riconoscere il lavoro che state facendo per quello che è, e direi con sempre meno ambivalenze da parte mia, mi è utile per portare avanti la mia ricerca personale.

Forse non è solo utile, è anche vitale.

E’ stata una mia ossessione pesante che tutto questo non fosse..>>

 

Mi incuriosisci Acca. Perchè non avrebbe dovuto essere?

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 15 Jul 2004, 04:41 PM

Fagioli, i suoi libri, l’ Analisi Collettiva, la ricerca psichiatrica, gli psichiatri e gli artisti e le persone normali che si sono formati a quella scuola e quindi anche voi che a quella ricerca fate riferimento esplicito ……. per lungo tempo ho avuto paura che tutto non fosse …… oppure che fosse una cosa destinata a morire presto con il suo inventore ……. o tutto questo lo desideravo …… Invidia ? Idealizzazione ?Forse preferivo dirmi che c’ era stato qualcosa, ma che era stato un fallimento che ormai riguardava pochissimi, non sufficienti a creare un movimento di ampio respiro (?)…… e per essere più sicuro non mi muovevo da qui ……

Poi mi sono mosso, ho chiesto. Anche a voi.

E le vostre risposte, le risposte di quelli a cui ho chiesto, mi dicevano in fondo la stessa cosa: che non potevo continuare a fingere che tutto non esistesse. C’ erano centinaia, migliaia di pagine che tutti potevano leggere, c’ era un manuale di psichiatria, c’ erano degli incontri denominati Aula Magna all’ Università di Roma, che una volta che ho durato la fatica di andarci, non ho potuto più pensare che tutto questo riguardasse pochi intimi e che Roma fosse all’ altro capo dell’ Universo (come me la immaginavo io). E poi molto altro. I film, la musica, la poesia, l’ arte e …… l’ architettura.

Non so se sono stato esauriente Alogon.

Forse dietro a tutto questo mio delirio c’ era la volontà di far sparire la possibilità della cura stessa, il voler essere un cronico che non deve fare altro che aspettare che la vita passi in modo che finisca anche la malattia.

Ora sento che non è più così.

E di conseguenza riesco un pò meglio a riconoscere anche quello che state facendo voi. Che alla fine, forse, siete stati fra quelli che più ho odiato …… perchè avevate il torto di essere miei concittadini ……. e la vostra esistenza significa che certe cose si possono fare. Anche qui.

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 04:54 PM

Ritengo la tua risposta uno straordinario riconoscimento.

Noi abbiamo continuato a lavorare nonostante le opposizioni, le incomprensioni, i tentativi di omicidio da parte degli psicotici. Nonostante il rischio di fallimento che è stato elevatissimo dato il contesto e la storia locale.

Sembra però che qualcuno cominci ad accorgersi della nostra esistenza, forse di una nostra possibile riuscita e ciò è indubbiamente molto importante per tutti.

Che dire?

Noi siamo aperti ad ogni forma di collaborazione non solo verbale…

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 15 Jul 2004, 05:23 PM

Che dire ?

 

Ho come la sensazione che in fondo ci diciamo questo da tempo.

Che avrei voluto dirti quello che ti ho detto, ma non era ancora vero.

Che il tuo invito lo hai già espresso altre volte.

Che in fondo molto di quello che fai è un invito alla collaborazione.

 

Ora non ti posso più ringraziare. Lo abbiamo appena detto. Ma forse per me è ancora presto per qualcosa che vada al di là delle parole “fredde” del computer (che poi iniziano a non essere più così fredde, diciamolo …….).

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 08:24 PM

In fondo tu hai già collaborato alla costruzione di questo forum che sicuramente sta crescendo come intensità e partecipazione. Credo che il tuo contributo sia già un fatto indiscutibile ed importante.

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 18 Jul 2004, 01:31 PM

Psichiatria e poesia sarà il tema di un incontro che organizzeremo a Firenze a partire dal mese di settembre in collaboraziuone con Daniela Morozzi e Bruno Cortini.

 

Dopo tutte queste discussioni sul fare poesia anche la ricerca figurativa ha preso un andamento diverso.

Per es.ci siamo accorti che la scultura “Visione focale” aveva qualcosa che non funzionava. In un primo momento avevamo pensato ai colori del supporto bianco e nero che abbiamo sostituito con rosso e bianco.

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/visione_focale_g.jpg) (IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/visione_focale_2_g.jpg)

Ma anche così c’era qualcosa di indefinibile che non tornava ed abbiamo provato a togliere quelli che sembravano lati di un cubo..Alla fine mi sono reso conto che non era questione di togliere e mettere ;il progetto era stato modificato con l’intenzione di migliorarlo perchè originariamente il parallelepipedo entro cui si sviluppavano le linee e le superfici colorate doveva essere fatto con tubi innocenti, quelli usati per le costruzioni con tanto di giunti di raccordo e non con saldature. Così almeno lo avevo pensato.

Una volta realizzata coi giunti snodabili la “cornice” tridimensionale tutto immediatamente è andato a posto e l’insieme risultatava armonico!

Come se l’oggetto estetico interno dovesse essere sostenuto e delimitato da un qualcosa che per il suo uso e destinazione era agli antipodi della funzione estetica stessa. In un certo senso i tubi innocenti decontestualizzavano la scultura vera e propria creando però una dialettica fra struttura di sostegno ed interno che così entravano in relazione.

La cornice non aveva più uno scopo solo passivo ma acquistava un senso. Non era solo un confine, una delimitazione spaziale od un punto di appoggio inevitabile ma con la sua fisionomia nota ed il suo uso ben conosciuto serviva ad indicare il contenuto ignoto e l’assoluta inutilità dell’oggetto artistico.

 

Pressapoco nello stesso lasso di tempo, anzi leggermente prima avevo compreso il significvato del titolo dato ad uno dei mei primi disegni realtivi alla prossima mostra ai Magazzini del sale.

Mi riferisco a “Fairy date”.

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/fairy_date_g.jpg)

Fairy date è l’appuntamento con la fata. Come ben sanno a Roma la “fata” è la donna fatale. E la donna fatale per antonomasia è la morte.

L’appuntamento con la morte, in questo caso con la seduzione narcisistica che ha lo scopo di ucciderti psichicamente, va rimandato il più possibile!

Forse sono in grado di fare la mostra, le mostre e di creare forme nuove per quest’intuizione che ho avuto dell’esistenza di un pericolo nascosto.

Intuizione che mi consente di evitare sistematicamente l’insidia della negazione mortale.

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 18 Jul 2004, 05:36 PM

Anche un altro titolo dei miei disegni appare misterioso “the last rose” in realtà si riferisce alla ballata di Thomas Moore

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/the_last_rose_g.jpg)

<<E’ l’ultima rosa d’estate, lasciata a fiorire da sola, tutte le sue compagne sono ormai appassite, nessun fiore della sua specie, nessun bocciolo le si avvicina per riflettere I suoi rossori o per ricambiare i suoi sguardi. Non ti lascerò sola a languire sul tuo stelo, ora le belle stanno dormendo, vai a dormire con loro. Quindi gentilmente spargo le tue foglie sul letto dove le tue compagne di giardino giacciono senza profumo, morte. Velocemente possa io seguire quando le amicizie appassiranno e dal luccicante cerchio d’amore le gemme cadranno. Quando i cuori puri giacciono avvizziti e non ci saranno più cuori appassionati, allora chi vorrebbe mai abitare, solo, questo arido mondo?>>

 

La mia rosa è esattamente l’opposto di quella di Moroe: Viva e carnale rimanda alla realtà del desiderio nel rapporto diretto con la donna. Rimanda ad una socialità nuova in continuo progrersso ed espansione.

In questo caso, il contrasto, la dialettica è fra il titolo ed il contenuto del disegno che contraddice il primo.

copyright domenico fargnoli