La sindrome di Eloisa, internet e comunicazione

Alogon            

Inviato il: 17 Jul 2004, 05:53 PM

Recentemente molti avranno letto “La sindrome di Eloisa” di Gianna Sarra libro che ripercorre le forme della paranoia epistolare.

Internet mette a disposizione di tutti la possibilità di comunicare, di esternare il proprio pensiero per scritto attraverso i posts i blogs ecc .

E’chiaro che il rapporto virtuale non può sostituire il rapporto reale. Altrimenti facciamo come Tommasi di Lampedusa che invece di avere rapporti con la moglie psiconalista freudiana le scriveva lettere.

L’anonimato, l’autoreferenzialità di certi siti possono iinoltre costituire un problema in quanto si prestano ad alimentare l’onnipotenza ed il controllo che si vuole esercitare sugli altri, alimentano forme più o meno larvate di voyerismo.

D’altra parte non possiamno sottovalutare la grande iimportanza dell’interazione, in tempi molto stretti, che consente la rete, lo scambio che può superare anche enormi distanze.

Non so se un nuovo pensiero filosofico, come ha pensato taluno, possa nascere da internet. Personalmente quando scrivo con una penna non mi chiedo se è buona o cattiva: uso questa tecnologia (penna inchiostro, carta) così come credo vada usato il pc per scopi di comunicazione.

Il “medium” virtuale interagisce con i contenuti e con l’idee? le mostre virtuali modificano la fruibilità dell’oggetto estetico? ed in che modo?

Sono domande che mi pongo e alle quali non so dare una risposta esauriente

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 12:19 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 18 Jul 2004, 10:57 AM

A questo punto una ulteriore considerazione riguardante internet è doverosa.

Questo forum è stato creato, in modo casuale da un numero ristretto di persone anonime, che hanno tenuto alto il livello della discussione dimostrando, nella stragrande maggioranza dei casi di possedere competenza, capacità espressica, immagine.

E’ una circostanza da non sottovalutare perchè invece normalmente in internet si dà sfogo al bisogno di comunicare che nasce dal vuoto di idee e di affetti.

La comunicazione come scarica appartiene all’ambito dell’ideologia freudiana per cui per es. la cura sarebbe esternazione senza alcun controllo ed in fin dei conti confessione.

Molti degli ambiti interattivi di internet funzionano in ossequio ad una ideologia analoga, alimentando un atteggiamento che non saprei se definire patologico

I partecipanti a questo forum invece hanno interreagito con me, a vari livelli, sullo sfondo di un pubblico assai vasto dando vita ad un dibattito coerente e nuovo per l’ambito e la forma in cui si è svolto,toccando temi di grande interesse.

Forse anche in questo caso ci siamo trovati di fronte ad una concretizzazione di quella poetica dell’interazione inconsapevole che consente di creare insieme mantennedo ciascuno la propria identità ed immagine.

Il risultato tutti lo possono verificare ed eventualemnte discutere.

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 12:04 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 21 Jul 2004, 12:05 PM

ho modificato il primo intervento e l’ho riscritto in base al mio stato d’animo attuale…..non si è sempre detto che non si deve essere schiavi del proprio passato remoto o prossimo che sia?

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 12:07 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 22 Jul 2004, 10:06 PM

ho scoperto che i bloggers sono soggetti anonimi che tengono diari in rete, esternano pubblicamente pensieri privati. Ne ho trovato uno che ha espresso un’idea interessante. Si chiama Falso idillio

<<Le parole che rimangono visibili, le parole stampate, danno l’illusione di esistere indipendentemente da noi e questa in certo modo è un’illusione sensata, che produce effetti, intendo. Non sempre gli effetti che crediamo, purtroppo. Noi affidiamo loro la nostra reputazione, il nostro desiderio di libertà e di sapere, cioè la nostra capacità di “vedere il vero”, e a volte la speranza dell’anima di durare, di sopravvivere; esse a volte ci ricambiano con un disperante e beffardo gioco di specchi e una forma sottile di morte del corpo.

La scrittura in rete risponde invece, credo, a leggi sue proprie, ed è un errore farci sviare da modelli acquisiti. Ad esempio, un articolo di giornale ha il dovere di informare, o di esprimere una posizione. Un romanzo, una storia, ha il dovere di costruire paradigmi, exempla. Ma questo può accadere anche qui. Cosa cambia?

Chi “parla” per iscritto parla in absentia, dicono per definizione. La scrittura è il morto che parla al vivo, da che mondo è mondo. La pagina non risponde, come diceva qualcuno (che poi sarebbe Platone, Lettera VII). Nell’atto di scrittura, si parla a tutti e a nessuno, e ciò che scrivi va da un tu generico a un me generico. E’ anche uno dei segreti del suo successo, tra l’altro.

Qui invece, proprio qui dove leggi, e ti appresti a prendere parola per rispondere, la permanenza nel dominio del visibile, carattere primario della parola scritta, e la sua incapacità di rispondere alle domande, suo carattere secondario, sono sotto pressione, minacciate, assediate. Le parole, pur scritte, cedono, svaniscono, tremolano sullo schermo, sepolte negli archivi. Oppure, inaspettatamente, alle parole seguono – possono seguire – risposte, vicine o disseminate, e comunque in qualche modo collegate, in praesentia. Mentre scrivi qui dentro, l’altro c’è già, è dietro le tue spalle che legge. Questo, forse, è anche il fondamento della somiglianza tra questa scrittura e il teatro, nell’intreccio indistricabile tra autore, attore e personaggio che è all’opera.>>

Inoltre

<<Da una parte la presenza parlante dell’altro quasi impone di singolarizzare l’approccio e spinge verso la dimensione autoriale: non c’è uno scrivente in generale ma questo scrivente e non si rivolge in astratto a qualcuno, ma a te. Ma dall’altra, il rimando e la dipendenza reciproca e continua delle scritture e delle voci tra di loro, l’essere in un ambiente di echi e rimandi viventi, rende quasi impossibile la figura stessa dell’autore, e fa apparire il fantasma di una scrittura disseminata, anonima. Da una parte c’è meno autore, io, individuo; dall’altra c’è più scrivente, me, singolarità. Questo equilibrio impossibile, instabile, è il segno forse della provvisorietà di questa scena, del suo essere un passaggio?

Il funzionamento riflessivo del mezzo su chi lo utilizza impone poi una sorta di complicato “apprendimento comune”. Esso spinge al riconoscimento della propria singolarità (cioè del proprio mostro: monstrum, letteralmente cosa singolare, diversa, strana), ossia alla caduta “per mezzo d’altri” del velo idealistico sulla propria immagine di sé, grazie a un contesto efficace (perché portato alla velocità infinita che trascende lo spazio fisico) di riconoscimento reciproco.>>

A parte l’ovvia considerazione che la singolarità si lega all’immagine della nascita e che potrebbe essere quest’ultima ad apparire come un monstrum,

Falso idillio propone una analisi, che al momento attuale delle mie conoscenze, sembra tutt’altro che scontata e banale.

Varrebbe la pena di approfondire questo tema anche se non capisco l’espressione “caduta per mezzo d’altri del velo idealistico sulla propria immagine di sè”.

Se questo velo idealistico è la coscienza non si comprende comunque come avvenga la sua caduta cioè, con altra terminologia, la sua destrutturazione.

Basta la “praesentia” generica degli altri?

E coome va inteso poi “Il riconoscimento reciproco”?

Messaggio modificato da Alogon il 22 Jul 2004, 10:51 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 24 Jul 2004, 07:39 PM

sempre in questa ricerca sul mondo blog ho trovato:

<<L’ipertestualità è il processo informatico che ha realizzato, al di fuori della nostra mente, le funzioni mentali più naturali: quelle associative. Quando vedi, senti, pensi qualcosa tendi ad associare quei pensieri a qualcosa di simile. Procedi per combinazioni analogiche, in un gioco sinaptico (lo scambio chimico ed elettrico dei neuroni della nostra mente) che apre a ventaglio l’immaginario, l’intelligenza.

L’ipertesto ci ha dimostrato come una nuova tecnologia possa contribuire ad espandere una nuova psicologia della comunicazione.

La connettività, l’attitudine propria del libero scambio di comunicazione telematica e della partecipazione collaborativa o human networking può infatti aprire ad un nuovo approccio con l’espressione creativa.

Il dato più forte da rilevare è nella capacità di mettere in relazione le diverse specificità dei linguaggi grazie a una tecnologia di comunicazione, qual è Internet, che si sta rivelando come un medium vettore di nuova cultura e nuovi comportamenti.

Si parla infatti di intelligenza connettiva ovvero di un’evoluzione psicologica e cognitiva che attraverso la telematica crea condizioni inedite di scambio sociale che vanno anche oltre lo stesso principio “collettivo” sul quale anni fa si erano fondate molte buone utopie di nuova socialità creativa>>

Non sono riuscito a capire chi l’ha scritto. Per il momento mi astengo dal commentare in modo dettagliato.

Però ho letto che un filosofo famoso che analizza il web ha parlato di intelligenza connettiva ed addirittura, ho letto, di “inconscio connettivo”.Non posso non far notare che “Inconscio connettivo” è una tautologia. Come dire “acqua bagnata”. La connettività sarebbe un valore aggiunto che internet regala all’intelligenza umana?

Sono invece propenso a credere che l’inconscio, od il non consapevole secondo l’escamotage fagioliano, sia intrinsecamente rapporto cioè connessione. Presenza di nessi là dove l’assenza, anche se apparente, di nessi, fa il pensiero schizofrenico.

E’ nata prima la tecnica od il pensiero che su questa tecnica si fonda?

A voi la risposta .

Messaggio modificato da Alogon il 24 Jul 2004, 08:36 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 25 Jul 2004, 02:42 PM

A proposito di intelligenza connettiva ho trovato un altro testo rigorosamente anonimo:

<<Gli esseri umani funzionano come un’intelligenza distribuita, nella quale gran parte del comportamento intelligente ha luogo attraverso un processo di cooperazione con gli altri e deriva dall’interazione fra processi mentali da una parte, e oggetti e vincoli del mondo fisico dall’altra(…)

Il felice matrimonio fra il personal computer e la tecnologia di rete alla base di Internet arriva a definire una sorta di ambiente intermedio fra i sistemi cognitivi interni al singolo essere umano e i sistemi di elaborazione esterni, siano essi artificiali o di altri esseri umani: una sorta di seconda mente, ausiliaria, come la definisce De Kerckhove [1991:178], frutto di quelle che egli definisce “psico-tecnologie”, ovvero tecnologie che influenzano anche il rapporto dell’uomo con l’ambiente sociale e naturale e con se stesso.

Ecco che dunque, grazie alla Rete, si accostano quell’intellettuale collettivo “senza totalità” di cui parla Levy [1997], e la visione altamente connettiva di Bush prima e di De Kerckhove stesso poi: la rete crea un ambiente neuronale in cui la produzione di conoscenza e di cultura è socializzata, e amplifica oltremisura l’importanza dell’aspetto qualitativo delle connessioni fra elementi di pensiero distribuiti localmente e globalmente su spazi e piani temporali ben distinti.>>

Per quanto mi riguarda continuo a lavorare sull’idea che sia il pensiero a creare la tecnologia….e non viceversa.

La penna è necessaria ma non fa lo scrittore.

Lo stesso dicasi delo blog.

Si può affermare che la creatività, essendo legata al primo annno di vita, è antecedente ad ogni tecnologia?

Messaggio modificato da Alogon il 25 Jul 2004, 02:56 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 26 Jul 2004, 08:52 PM

ho trovato, nel web, questa citazione che contraddice il mio punto di vista. La propongo

<<Per non restare spettatori in balia della nostra stessa realtà si fa necessaria una riflessione sulla tecnica e sulla sua influenza sulla nostra vita. Diversi teorici, filosofi e non, si sono interrogati su queste tematiche, in particolare in relazione alle nuove tecnologie e alla Rete di Internet. Ne diamo qui solo alcuni esempi.

Marshall McLuhan

Derrick De Kerckhove

Umberto Galimberti [sic]

Martin Heidegger

Marshall McLuhan, nel fondamentale testo “Gli strumenti del comunicare”, sostiene la non intuitiva coincidenza di medium e messaggio, portando alla luce l’equivoco di fondo che è causa di tanti errori valutativi intorno alle nuove tecnologie. E’ comune, infatti, pensare e sostenere che il valore di uno strumento, in particolare degli strumenti comunicativi, dipenda dall’uso che di questi fa l’uomo. Ciò sembrerebbe comportare una responsabilizzazione dell’uomo come artefice del buono o del cattivo uso delle tecnologie, in se stesse neutre.

Al contrario McLuhan afferma che il vero senso della comunicazione sta nel medium, nello strumento del comunicare: oltre le semplicistiche e relativistiche valutazioni morali, è il medium, non il suo utilizzo, a dare significato peculiare alla comunicazione imprimendo in essa le sue caratteristiche e influenzandone tanto l’aspetto formale quanto quello contenutistico. In questo modo la responsabilità dell’uomo non sarà quella relativa e soggettiva del singolo di fronte al singolo caso, ma quella più organica dell’uomo che ha il dovere di riflettere sul vero significato degli strumenti e della comunicazione>>

Attenzione quindi se scrivete a penna: se usate inchiostro di china ciò potrebbe dare un significato diverso alle vostre parole!

Non voglio pensare cosa succederebbe se voi tracciaste delle linee con un pennarello!

Galimberti, noto per la sua sagacia, come si vede è in buona compagnia.

Non vorrei privarvi di una sua geniale riflessione

<<Umberto Galimberti, in “Psiche e Techne”, sottolinea un aspetto importante della non-neutralità della tecnica. Essa non solo incide e condiziona la comunicazione e la mentalità stessa degli individui che entrano in relazione con essa mediante l’uso, ma influenza e permea tutta la realtà dell’uomo, di ogni uomo, anche di colui il quale si rifiuta di avere a che fare con essa.

La tecnica, pertanto, non rappresenta lo strumento nelle mani dell’uomo che può scegliere se usarla o no, ma è l’ambiente che lo circonda e ne determina le capacità percettive e cognitive. In questo senso è responsabilità di ogni uomo riflettere intorno alla tecnica e alle sue conseguenze.>>

Quindi io non sono padrone di comprare o meno un automobile, un pc , un frigorifero. Devo farlo e basta. Però poi devo riflettere sul significato

di questo acquisto e le conseguenze che me ne derivano.

Conto in banca a parte.

Messaggio modificato da Alogon il 26 Jul 2004, 09:02 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 26 Jul 2004, 09:47 PM

mi piace molto il titolo di un articolo di Tomas Maldonado

<<Web: se c’è una ragnatela, dev’esserci un ragno>>

L’autore afferma fra l’altro

<< Io credo che la metafora della “ragnatela” abbia un limite, una debolezza, per così dire: non c’è ragnatela senza ragno; in altri termini c’è sempre un elemento che produce e gestisce la rete. In realtà l’idea stessa di controllo da parte di un osservatore – la più classica che sempre si utilizza è quella del Panopticum, di un occhio, quasi come l’occhio di Dio che ci guarda e controlla tutto quello che noi facciamo- è un’idea che non coincide con la realtà di Internet; adesso esistono una miriade di… “occhi di Dio”, per creare una metafora un po’ dissacrante>>

Sempre nello stesso articolo intervista si legge

<<Domanda 9

Chi comunica attraverso la rete lo fa spesso scrivendo, dunque comunicando attraverso un testo. Lei crede che questo possa cambiare la comunicazione? Il fatto che la comunicazione attraverso Internet sia sempre scritta è un processo di allontanamento da quella quotidiana.

Risposta

Questo è uno degli aspetti più inquietanti. Il fatto che si continui a comunicare attraverso una scrittura fortemente stereotipata, compattata, ridotta al minimo costituisce un elemento di impoverimento del linguaggio. Oggi nel ‘chat’, nella “chiacchiera on-line” si apre una strada, un gergo ‘cyber’ , un gergo che si basa su espressioni tecniche dove si annullano gli aggettivi; un linguaggio predefinito con frasi fatte e tutto questo naturalmente non solo può contribuire nel futuro ad un degrado del patrimonio linguistico e di tutte le sue articolazioni ma anche può avere un’influenza negativa su i nostri modi di pensare. Noi continuiamo a pensare compattato, ridotto e questo evidentemente è anche un aspetto da non sottovalutare.>>

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 27 Jul 2004, 09:34 AM

Da “Tecnica ed antropologia” di Francesco Botturi (citato dal web)

“La tecnica nasce per rispondere a dei bisogni; questa è l’origine evidente ed elementare del fare tecnico umano; ma appunto il suo sviluppo tende alla creazione di sistemi autofinalizzanti. Così che ultimamente i suoi obiettivi sono costituiti più dalle sue possibilità interne che dal bisogno esterno; non sono i bisogni a dirigere lo sviluppo della tecnologia, ma è questa che comanda il sistema dei bisogni. Questa autofinalizzazione dei sistemi tecnologici porta a una certa ingovernabilità degli stessi, a un loro riprodursi e accrescersi per logica interna più che per risposta a bisogni esterni. Di qui l’impressione psicologica di impotenza, ma più probabilmente l’effettiva irrilevanza della decisione etica soggettiva nei confronti della tecnostruttura: che cosa può la decisione etica soggettiva nei confronti di un sistema tecnologico che sempre più si rende sistema e si autofinalizza?”

“ (…)Che cos’è un fenomeno artistico? Esso è una certa manipolazione della materia in cui traspare un significato. Il proprio dell’arte è che quella materia sia l’evidente simbolo, anche emozionalmente coinvolgente, della capacità umana di vedere l’infinito nella realtà finita. In questo senso l’arte è una tipica forma di conciliazione tra la capacità illimitata dell’uomo di vedere e la finitezza dei suoi oggetti. Una cosa è tanto più artistica quanto meno si ferma a sé stessa e quanto più apre lo sguardo oltre di sé, pur restando sé medesima. La grandezza artistica di un oggetto d’arte sta nella sua capacità di spalancare il senso della realtà. Quanto meno una cosa è artistica, tanto più è un oggetto che resta chiuso in sé stesso, cioè non è carico di quella tensione di vedere nel particolare il tutto.

Questo processo si ripresenta dappertutto; anche a livello etico. L’ideale dell’etica non è quello di sovraccaricarsi di norme, ma quello di essere giusti con spontaneità. “Con spontaneità” significa non sentire la norma come un vincolo esteriore e come una minaccia, ma come ciò a cui la totalità dell’uomo aderisce in modo benefico: la spontaneità è il segno della conciliazione. L’uomo virtuoso è colui che concilia la concretezza della situazione con il valore. La tecnica esprime anch’essa a suo modo questa struttura profonda, dinamica e utopica dell’uomo. La tecnica – che non nasce per rispondere a dei bisogni umani – non si ferma all’equilibrio tra bisogni e natura, ma è un fare spalancato sulla realtà materiale, alla ricerca di equilibri artificiali sempre più avanzati.

Esiste questo luogo della ideale riconciliazione di finito e infinito? È chiaro che nell’arte, nella tecnica, nelle forme della conoscenza l’uomo deposita segni di questa sua capacità, di questa sua natura profonda; ma in nessuno di questi luoghi l’uomo ha il suo compimento, nessuno è il luogo paradisiaco. Il paradiso non esiste come opera dell’uomo.”

copyright domenico fargnoli

 

Alogon            

Inviato il: 27 Jul 2004, 10:54 AM

Continuo a proporre una miscellanea di punti di vista apparentemente casuale

Il “testo ideale” di Barthes

Nelle pagine di Barthes troviamo, a proposito del testo a stampa, delle straordinarie pagine che anticipano in qualche modo ciò che l’ipertesto elettronico renderà (ha reso oggi) possibile. Eccone uno stralcio:

“ …..In questo testo ideale, le reti sono multiple, e giocano fra loro senza che nessuna possa ricoprire le altre; questo testo é una galassia di significanti, non una struttura di significati; non ha inizio, é reversibile; vi si accede da più entrate di cui nessuna può essere decretata con certezza la principale; i codici che mobilita si profilano a perdita d’occhio, sono indecidibili (il senso non si trova mai sottoposto ad un principio di decisione, che non sia quello di un colpo di dadi); di questo testo assolutamente plurale i sistemi di senso possono si’ impadronirsi, ma il loro numero non é mai chiuso, misurandosi sull’infinità del linguaggio.”

Roland Barthes, “S/Z – Una lettura di Sarrasine di Balzac”, Einaudi, 1970

Messaggio modificato da Alogon il 27 Jul 2004, 10:57 AM

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 28 Jul 2004, 12:54 PM

suIl copyright ho trovato quanto segue in un intervista a Derrick de Kerckhove da parte di Roberto Vecchi sul Manifesto

<< Il copyright è l’altro fattore che in rete non gode di molti consensi. Open source, Linux o metodologia “peer to peer” sono comunque uniti da un rifiuto del copyright. Lei come giudica il diritto d’autore?

L’invenzione del copyright è di Michelangelo, che dopo aver scolpito il suo Mosè, vi impresse hoc fecit Michelangelo. È stata la prima testimonianza di un artista che abbia firmato la propria opera per affermare il proprio “diritto” d’autore. Il copyright arriva quindi molto tardi nella storia occidentale: non era presente per esempio nella cultura latina (quando Virgilio diceva Exegi monumentum aere perennius non si trattava di una firma ma solo di una forma di orgoglio per aver creato con la parola una testimonianza più duratura del bronzo).

Oggi le cose secondo me funzionano perché convivono entrambe le possibilità: il copyleft (lasciare il libero accesso a tutti) e il copyright (per difendere la proprietà intellettuale). Il problema nasce quando il copyright, così come tutte le forme di controllo statale e imprenditoriale, è troppo rigido. Io sono d’accordo con coloro che non condannano né il copyright, né il copyleft e lascia convivere entrambi.

internet e copyright >>

Alogon            

Inviato il: 31 Jul 2004, 09:21 AM

cito da internet (anonimo)

<<Il concetto di intelligenza collettiva di Levy non è altro che una concettualizzazione del concetto di cultura, e nasce da una base comune: la memoria collettiva e l’immaginario collettivo. Gli esseri umani risultano essere quel che sono proprio grazie a questa base comune, grazie all’esistenza delle istituzioni, delle tecniche, dei linguaggi, dei sistemi di simboli, dei mezzi di comunicazione.

Secondo De Kerkhove dal libro è nata l’intelligenza privata, dalla TV e dalla radio una forma di intelligenza collettiva, da Internet è invece nata una forma di intelligenza compresa tra le due: Internet, in quanto scaffolding (impalcatura che favorisce l’accesso alla conoscenza) ricco di risorse distribuite, rappresenta “una forma di estensione dell’intelligenza e della memoria privata, ma fatta collettiva; collettiva in quanto la gente lavora con le stesse modalità del lavoro di gruppo, insieme, ma senza perdere la propria identità. La rete, Internet, è simile ad un cervello che continuamente apprende e si ristruttura, è la coscienza del mondo, è lo spazio pubblico comune che abbatte confini e limiti geografici. Ciascuno può connettersi e disconnettersi a questa “intelligenza condivisa” a questa “mente sempre in funzione” con il vantaggio di lasciare invariata l’integrità della struttura. Per De Kerkhove Internet rappresenta l’esempio tipico di quelle che lui chiama “psicotecnologie”: si tratta di tecnologie normalmente associate alla lingua e che sono considerate una forma di estensione del pensiero umano. Le psicotecnologie sono tecnologie che estendono la mente così come altre tecnologie “fisiche” estendono il corpo (la bicicletta, la macchina).

Le tecnologie permettono di mettere in luce quella che è la maggior ricchezza umana: la sua intelligenza, la sua memoria, la sua immaginazione. L’intelligenza connettiva risulta essere perciò un accezione di quella collettiva, o meglio la sua concretizzazione nel reale. De Kerkhove ritiene che la presa di coscienza di questa intelligenza darà l’occasione di creare nuovi modi e nuove partecipazioni del processo di decisione, nuovo modo di agire democratico che l’Autore definisce “Politica/democrazia/governo just in time”.

Il concetto di intelligenza connettiva porterà al delinearsi di una nuova figura che l’Autore chiama “cyborg”, vale a dire esseri per metà umani e per metà macchine. Questo concetto si ricollega con le teorie di McLuhan il quale riteneva che i mezzi di comunicazione di massa fossero delle protesi degli esseri umani, il telefono un’estensione della voce, la televisione degli occhi e la radio dell’udito. Con DeKerkhove siamo di fronte a qualcosa di diverso e più potente: Con la Realtà Virtuale l’intero uomo viene proiettato nella rete dove può muoversi senza limiti, assumere qualsiasi forma e identità. Per avere il pieno sviluppo dell’intelligenza connettiva è necessario che l’uomo interiorizzi la multimedialità e non abbia paura delle macchine che vanno considerate come estensioni del nostro sistema nervoso>>

copyright domenico fargnoli

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