Forum di Senza Ragione

2010. Dove va la psichiatria? Temi e problemi attuali

Alogon

Inviato il: 12 Jan 2010, 12:33 PM

L’ultimo messaggio di Fiore e la mia risposta aprono uno spazio di discussione e di riflessione.

Alogon

Inviato il: 17 Jan 2010, 01:07 PM

Chi è incurabile rispetto alla malattia mentale?

Chi di fatto si comporta come tale. L’idea di incurabilità è delirante ed è riconducibile ad un atteggiamento paranoico. Quando l’idea si traduce in un azione ed in un comportamento, per es . delinquenziale, è necessario bloccare innanzitutto il passaggio all’atto. Quest’ultimo, specie se continuato impedisce ogni possibilità di elaborazione.

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Alogon

Inviato il: 19 Jan 2010, 01:06 PM

L’associazione senzaragione intende promuovere un incontro, probabilmente a Siena presso lo studio “il Castagnino” per la proiezione del lungometraggio “La danza del drago giallo” (2003) Chi intendesse partecipare può mettersi in contatto via email con Cecilia Chiavistelli all’indirizzo vicepresidente@senzaragione.it.

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Alogon

Inviato il: 20 Jan 2010, 11:08 AM

Questo forum è nel mirino di qualche persona che mi sottopone ad una azione di stalking ( grave reato penale). I miei interventi, o solo la mia presunta entrata nel forum sono seguite da centinaia e migliaia di messaggi per quanto ciò possa risultare incredibile. Insulti minacce di morte , falsi tentativi di seduzione e false richieste di cura tutte documentate da SMS. Se questo individuo/a insisterà nella sua azione e si presenterà nuovamente nel mio studio contro la mia esplicita volontà (violazione di domicilio) dovrò naturalmente agire di conseguenza e rendere pubblica la sua identità con tutto ciò che questo atto comporta.

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Alogon

Inviato il: 21 Jan 2010, 03:39 PM

La psicopatologia dello stalker è piuttosto complessa.

Si tratta dei soggetti con forti componenti paranoidi.

L’oggetto di transfert viene contemporaneamente odiato ed amato, ma da un certo punto in poi specie se si resiste ai tentativi di seduzione-manipolazione, prevale l’odio.

Da qui la persecuzione che ha delle caratteristiche compulsive proprie di una tendenza ad agire incontrollabile.

In questa ripetitività ed irrinunciabilità dell’agire noi possiamo riscontrare un elemento masturbatorio in quanto l’oggetto della persecuzione serve soltanto ad esprimere ed a focalizzare la scarica dell’odio. L’oggetto amato-odiato non viene riconosciuto come entità separata ma come strumento ed appendice della propria perversione. Lo stalker tende ad inglobare l’altro in una ritualità alla quale quest’ultimo non possa sottrarsi: di qui l’aspetto sadico ed inquietante, analogo a quello dei serial killer, del comportamento persecutorio

Una mossa vincente contro lo stalker è sottrarre il suo agire alla segretezza: il rituale della masturbazione è nascosto, sottratto alla vista degli altri. Una volta scoperto esso perde le sue caratteristiche di onnipotenza e rivela il vissuto di vergogna,colpa ed inadeguatezza che è al suo fondamento.

Nei casi più gravi sicuramente è necessario denunciare lo stalker alle autorità giudiziarie perchè spesso l’andamdento è ingravescente e può prestarsi a derive incontrollabili.

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Alogon

Inviato il: 22 Jan 2010, 11:25 AM

Postilla: Perché lo stalker predilige l’uso dell SMS? Perché questo tipo di comunicazione telefonica non può essere bloccata con programmi legali salvo rivolgersi alla magistratura o a procedere a cambiare numero.

Essa assume quindi il significato di ribadire e di imporre un legame magico e fusionale cui l’oggetto non può sottrarsi. Il vissuto masturbatorio, la ritualità del messaggio imposto annulla la separazione, cioè la nascita per cui la comunicazione telefonica è analoga ad uno scambio che si realizzi attraverso il cordone ombelicale.

Lo stalker non vive se stesso come un’entità viva ed integrata : egli ha bisogno di aggrapparsi a qualcosa o qualcuno nel tentativo di trovare un contenimento alla propria dissociazioneLa persona che continua ancora a sottopormi allo stalking vive un tipo particolare di delirio, legato all’uso della tecnologia informatica, che non ho mai trovato descritto : lo chiamerei “ delirio di connessione”. Essa è convinta che io mi colleghi al forum per comunicare con lei attraverso i numeri che segnalano la presenza in rete. Non accetta quindi che io rifiuti il rapporto e la allontani per la violenza cui mi sottopone (insulti minacce ecc), a causa inoltre del tentativo sistematico di violare la mia privacy, il mio diritto alla separatezza.

Lo psichiatra reagisce alla malattia, comunque e dovunque essa si manifesti, cercando di comprenderla e di sviluppare una conoscenza adeguata a combatterla.

La reazione allo stalking può condurre a delineare un profilo psicopatologico con caratteristiche inedite. Come dire che l’assetto interno dello psichiatra lo mette in grado di rompere la coazione a ripetere individuando elementi nuovi ed altamente signiificativi in un vissuto che si presenta come estrema degradazione dell’esistenza nell’isolamento della masturbazione.

L’idea dell’incurabilità ed il comportamento che ne deriva viene battuta pertanto sul suo stesso terreno.

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Alogon

Inviato il: 22 Jan 2010, 05:16 PM

Uno degli ultimi messaggi dello stalker dice:<< Comunque se vuoi sospendere basta tu me lo dica chiaramente, tra l’altro è tanto che te lo chiedo anch’io,boh>> Ovviamente basterebbe controllare gli indirizzi IP, cosa tecnicamente possibile, per rendersi conto che negli ultimi tempi, per non dire negli ultimi due anni, non sono quasi mai entrato nel forum.

Quindi comunque sarei stato io ad indurla non solo a stabilire, ma anche a perseverare in questo tipo di comunicazione delirante. Motivo: perchè ovviamente sono un pazzo e faccio tutto questo non si sa bene perchè. Io “farei i versi “ probabilmente per umiliarla.

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fiore

Inviato il: 22 Jan 2010, 09:39 PM

Avrei qualche domanda da fare. Questa persona sta continuando anche in questi giorni nella sua azione di stalking,alla luce dei tuoi messaggi sul forum? Possibile,poi, che non riesca a rendersi conto nel delirio di questo rapporto malato ,esclusivo,che vorrebbe con te,che c’è una dimensione umana più grande,di gruppo,collettiva ,direi, dietro la tua persona oltre quella più strettamente appartenente alla vita privata? Lo stalking si scatena solo quando intervieni nel forum o è pressochè costante?

Alogon

Inviato il: 23 Jan 2010, 10:19 AM

Da ieri sembra sia cessato. Il fenomeno era costante ma si accentuava quando nel forum comparivano nuovi messaggi.

Vorrei comunque continuare nella mia ricerca.

Cyberstalking e delirio di connessione

Il “cyberstalking” è una forma di diffamazione compulsiva che avviene via internet.

Un personaggio famoso nell’ambito della cultura, della scienza o della politica con il quale si era stabilito prima un transfert idealizzante, diventa oggetto di rivelazioni messe in rete in vario modo derivate da una violazione sistematica del suo diritto alla privacy nell’ambito della sua vita personale e professionale. La diffamazione veste, nelle versioni razionalizzate dello stalking, i panni della critica intellettuale o della missione salvifica nei confronti delle “vittime” ( supposte tali) del personaggio ma si contraddistingue per il suo carattere monotematico e unidirezionale. Per es. nell’ambito della psicoterapia e della psichiatria si impiegano energie enormi per colpire una singola persona ( addirittura si fanno blog dedicati ad andare “contro” di esso) mentre si trascura di combattere con uguale energia il problema sociologicamente e politicamente ben più grave relativo al profitto delle multinazionali sugli psicofarmaci o alla gestione del potere universitario in Italia che impedisce qualunque ricerca ed evoluzione scientifica.

La “critica” dei cyberstalkers quindi rafforza l’idea di un’enorme importanza attribuita all’oggetto della persecuzione con il quale attraverso l’azione diffamatoria si tende a mantenere una “connessione” delirante alla quale il personaggio od i personaggi non possono sottrarsi.

L’altro volente o nolente, nella misura in cui abbia tentato di opporsi a pratiche manipolatorie nella fase idealizzante positiva, viene reinglobato nel progetto megalomanico della “revisione critica” da parte di persone che non hanno i necessari strumenti teorico scientifici per portarla avanti nelle sedi istituzionali adeguate.

I cyberstalkers cercano di usufuire per via riflessa della fama e del prestigio di colui che viene diffamato mantenendo intatta l’idealizzazione che muta solo di segno e da positiva diventa negativa.

La comunità dei cyberstalkers è organizzata intorno ad uno o più individui che ha avuto “la rivelazione” del carattere aleatorio e falso della personalità e della prassi dei o del personaggio preso di mira. Essi perseguono, come il compito per loro più importante nella vita, la missione ritenuta storicamente rilevante della demistificazione attraverso l’outing mediatico della propria ed altrui vittimizzazione.

Il cyberstalking si combatte individuandone le caratteristiche peculiari per potersene difendere ed inquadrandolo, nell’ambito della psicoterapia, nella categoria della reazione terapeutica negativa” che essendo agita fuori dal setting è resistente alle interpretazioni.

I persecutori mediatici d’altra parte possono disporre di un apparato concettuale molto elaborato e complesso che rende difficile, anche se certamente non impossibile, individuare il loro “delirio di connessione”.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 25 Jan 2010, 09:53 AM

La stalker ha smesso di mandare SMS: si è resa conto che sono prove completamente a suo carico. In compenso continua con la segreteria telefonica del mio studio che sovente ha reso inutilizzabile. Anche i messaggi nella segreteria sono però registrabili. Gioca il ruolo della poveretta, di quella che fa schifo, che è malata incurabile, anche se poi dice che proprio schifo non fa perchè riesce ancora “ a trovare uomini”.

Discorsi completamente dissociati anche se quando si tratta di insultare, sfregiare me ed i miei familiari ed estensivamente tutte le persone che hanno a che fare con me è molto lucida e sceglie le parole che secondo lei farebbero più male con un lessico da postribolo.

In questo tipo di comportamento si può individuare un tratto psicopatico, delinquenziale che è la cornice esteriore entro cui si inquadrano i tratti psicopatologici che abbiamo delineato.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 28 Jan 2010, 04:56 PM

Caro e carissmo, io sto tentando e sforzandomi con tutte le briciole di quella forza di me e delle cose che ho imparato da te , di, non dico contrastare, perché se contrasto il male che mi viene (quando mi viene) il disturbo si rafforza e se per un filino capitasse che riesca a fargliela e a batterlo un po’, con qualche mi presa di volontà in positivo, se ne presenta subito un altro ancora più forte ancora più feroce, ma di sopportare le morse una dopo l’altra, sperando e aspettando invano che sia lui a svanire un po’. Ripassando il mio passato e tutte le mie sofferenze e terrori vissuti da dove mi arriva la memoria, cosa già fatta, rivista , rivisitata migliaia di volte; non sortisce nulla. Penso a che sottrarmi dalla vita e le sue cose che per gli altri sono normali; passeggiare, andare al cinema, uscire con gli amici, andare in pizzeria, fosse stato per me un bene per tenere lontano e distante il male e per un po’ ha funzionato…ma adesso è di nuovo tutto precipitato .L’agorafobia ce l’ho anche dentro casa mia, dentro al letto dentro queste dannate vene che pulsano mio malgrado e chiedono cibo. Cibo cibo ,ingurgitare, mangiare pane pane pane acqua acqua cose da riempire quel vuoto fatto di quello che non ho avuto mai. Dove vado vado male, accontento il male, lo aggrado e lo assecondo privandomi di ogni “piacere” e tanto non serve…viene lo stesso. Devo pagare ogni respiro che faccio, pagare la mia vista pagare l’ascolto di una canzone, pagare tutto ,pagare perché sono ancora viva…mi si voleva morta lo so, la condizione che mi fu creata era quella e i perché li so..li ho saputi dal tuo intervento nella mia vita ed imparati a memoria…ma ora a 50 anni ,sfuggitagli col tuo aiuto…cosa cazzo faccio, dove mi giro a che mi appello, anni per aspettare non ne ho più a disposizione, non c’è un futuro in cui proiettarsi un vivere DIVERSO E NORMALE, e per quando poi, per i 60 anni? Metti che aspetti altri 10 anni io avrò un uomo e conoscerò l’amore? Il sesso? Quello che mi son negata, soprattutto quello, per poter lasciare di me alla gente l’idea e il convincimento di non esser stata mai una malata di mente ma una donna attiva e che tutto sommato al mondo ha dato,col suo lavoro, e non ha tolto o disturbato in alcun modo il circuito che le è stato attorno. Nessuno sa che sono malata, nemmeno i miei figli ci credono, dagli sforzi che ho fatto per recitare la parte che era giusto arrivasse loro, tutti pensano che sia una “bambina viziata” ,pigrona pelandrona, e anche questo è il frutto buono che ho potuto donare grazie a te…ma io per me…oltre a non avere avuto altro che UNA PARVENZA DI ESISTENZA….non ho mai avuto niente…niente, quel niente che mi chiede dal fondo delle mie viscere continuamente qualcosa e io solo d mangiare posso dargli altrimenti la mente mi fugge via il mio corpo cede e la testa vola di qua e di là, considerando anche che appena dopo ingurgitato iniziano gli attacchi di panico.Io non ce la faccio più Domè..e neanche tu forse, non ci puoi fare niente, anche se volessi, perché se è vero che nessuno è incurabile forse per la cosa per la quale io fui programmata non ne sono guaribile. Io non lo so, mi spiace se ti ho disturbato con quelle e mail, dietro alle quali forse sapevi di già c’era questo…non ti chiedo niente, solo se per tua volontà tu ritenessi di dirmi qualcosa, perché magari c’è e io non la vedo..allora si..ti chiedo di dirmela o qui o dove ti pare…per concludere ti allego un’altra filastrocchina ma non per esibire un arte che non è, ma per darti prova di quanto la vita e tutte le sue cose a me mi sarebbe tanto ma tanto piaciuta…e mi piace anche ora.

Baci Ema*

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 28 Jan 2010, 06:10 PM

La cura della malattia mentale, nei suoi aspetti più invalidanti non ha niente di trionfalistico: non si fanno miracoli ma si combatte con tutti i mezzi a nostra disposizione certo non per convinzioni razionali. C iò avviene per un modo di essere, per un atteggiamento nei confronti della vita.Voglio aiutare per quello che posso, questa persona che mi scrive dopo tanti anni, a reagire all’idea religiosa di colpe da espiare e dell’ineluttabilità della sofferenza. Non è molto lo so però mi sembra doveroso dato che Lei mi riconosce oggi che perlomeno per una fase della sua vita, il rapporto con me le ha consentito di vivere bene di progredire nella ricerca di una sua identità. Non sempre in passato si era mostrata così generosa nei miei confronti. Non si è incurabili ma non si guarisce: è sicuramente una condizione paradossale contro la quale non si deve cessare di lottare e sperare di poterne uscire. A Pinocchio bastò il lume di una candela per venir fuori dal ventre della balena.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 29 Jan 2010, 05:09 PM

Riporto la mail di Ema

<<Ehh ma la balena di Pinocchio ogni tanto dormiva……… la mia mai

Bello questo che hai fatto per me molto bello,mi ha fatto sentire meritevole e degna del rilievo doveroso,belle e giuste,come sempre le tue parole.Ma dentro al cuore ho sentito una specie di liquidazione,di una convalida esortativa a non cercare un posto,seppur piccino,nella tua vita.Io lo so che non ne ho le prerogative,non posso esserti amica nè collaboratrice,non posso tornare allo stato di paziente perchè,come tu dici”le cose son state fatte”.Che io mi sia riammalata di brutto,non è certo per stare di nuovo accanto a te,perchè ti avrei dovuto cercare tutti i giorni di tutti questi anni,ma anche combattendo e magari uscendone di nuovo,io senza di te ne sta cazzo di vita non mi ci vedrei comunque nè mi ci sento di averne un significato o un senso***>>

Sinceramente mi domando perchè oggi e sottolineo oggi sono diventato così importante. Io sarei in grado, stando alla lettera, di dare un senso, anzi i l’unico senso possibile alla vita di una persona.

Confesso che quest’idea è un po’ perturbante

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Alogon

Inviato il: 29 Jan 2010, 10:32 PM

…. un rapporto assoluto, quasi divino nel quale misticamente annullarsi…è questo annullamento che conferisce all’idea, di una dipendenza totale di un’essere da un altro essere che lo fa apparire come non nato, il suo carattere perturbante….

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fiore

Inviato il: 30 Jan 2010, 12:11 PM

Nel numero di Left uscito ieri,nel settore SCIENZASALUTE ,l’articolo di Federico Tulli “Neuropsichiatria in crisi di identità” con intervebnti dello psichiatra e docente all’università Sapienza di Roma Paolo Fiori Nastro e dello psichiatra dell’università di Siena Francesco Fargnoli ,dove fra l’altro viene sottolineato che “il problema dioggi è la prevenzione e la cura delle psicosi”.Un invito alla lettura in considerazione anche del tema di queso forum.

Alogon

Inviato il: 30 Jan 2010, 02:22 PM

Fobia del cibo ed anoressia

La diagnosi, soprattutto la diagnosi differenziale,in psichiatria è fondamentale.

Il rifiuto del cibo per es ha significato diverso se interviene in un bambino od in un adolescente od in un soggetto in età giovanile.

Nel bambino piccolo ovviamente non si può parlare di “anoressia” che è legata alla paura di ingrassare ed ad una percezione alterata della propria immagine corporea oltre che ad una difesa narcisistica contro l’evidenziarsi dell’identità sessuale.

La fobia del cibo, in particolare del cibo solido, che può essere presente nei bambini anche di due o tre anni, si lega all’accentuazione isterica del riflesso di costrizione della glottide quando viene introdotto un oggetto nel cavo orale. Essa è legata ad un meccanismo di conversione e di ansia, ad una paura od ad una difficoltà di respirare.

Il forte dimagramento per es in una bambina alle soglie della pubertà, potrebbe essere indicativa di una anoressia. Nella misura in cui manca a livello cosciente il tentativo di controllo del peso e della propria figura ed il sintomo legato al cibo insorge improvvisamente, è molto più verosimile che siamo di fronte ad una fobia del cibo e non ad una anoressia.

In letteratura alcuni hanno tentato di distinguere le due categorie diagnostiche fobia del cibo ed anoressia però non esiste una differenziazione in base a criteri psicopatologici.

La fobia del cibo, che interviene anche in tenera età quando predomina la comunicazione non verbale, poggia su di un meccanismo inconscio di negazione cioè di deformazione del significato che è nella sostanza isterico, mentre nell’anoressica è preponderante il meccanismo cosciente della percezione delirante che sicuramente è molto più grave essendo caratteristico dei soggetti schizofrenici.

La terapia controfobica basata su ingiuzioni o su un atteggiamento direttivo di tipo ipnotico può avere un qualche risultato nella fobia del cibo e non nell’anoressia.

La diagnosi come si vede va ben oltre l’intento classificatorio e diventa essa stessa interpretazione che oltre che ad orientarci sulla prognosi interviene direttamente sul processo terapeutico.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 31 Jan 2010, 10:53 AM

La connessione ad internet alimenta molti tipi di deliri fra cui quello di potersi curare attraverso un contatto virtuale. Naturalmente ciò è impossibile per motivi che non vale neppure la pena discutere: la sola lettura può far dire all’altro ciò che si vuole inglobandolo nella propria visione distorta e nelle proprie razionalizzazioni. Certo la rete offre una varietà immensa di contributi e di testimonianze, di elaborazioni scientifiche che comunque è sempre necessario vagliare e filtrare, per utilizzarle nella cura, attraverso la specifica formazione ed attitudine interpretativa del medico

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Alogon

Inviato il: 31 Jan 2010, 12:21 PM

Sempre Ema

<<… alla mente mi si presentò subito l’immagine di me piccina che dopo aver preso le botte,(rito anch’esso semi-giornaliero e forgiato e adattato per tutte le stagioni,ma l’unico raccontabile)con tutto il dolore addosso dovevo rifugiarmi da qualche parte o dietro qualche porta a solo soffiare,perchè se piangevo,le avrei riprese.Questo impedimento del piangere il dolore,questo soffocamento straziante così concreto così fisico,mi ha fatto sentire lontana dalla tua definizione,parendomi molto poco un”idea religiosa”la mia impotenza ecco …>>

Quella del bambino cattivo che va picchiato è un’idea tipicamente religiosa..cattolica. Erotizzata diventa il substrato della pedofilia

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fiore

Inviato il: 31 Jan 2010, 07:11 PM

Che significato riveste invece ,nelle varie età,qualsiasi sia la sua natura,conversione e ansia o altro, la problematica legata alla vescica o al colon ,nelle varie forme,ma principalmente diurne,che possono risultare a volte invalidanti e modificare la vita di relazione?

Alogon

Inviato il: 1 Feb 2010, 03:37 PM

La domanda di Fiore non sfigurerebbe in una trasmissione tv sulla salute… ma rispondo lo stesso.

L’incontinenza psicogena continuata può riscontrarsi nelle forme più severe delle psicosi cosidette schizofreniche: il mancato controllo motorio e sfinterico rientra in una grave alterazione di tutte le funzioni psichiche. Può riscontrarsi per es nella prima adolescenza ed allora è indicativa di un problema di separazione dalla madre e di uno stato dissociativo. Negli adulti spessso a soffrirne erano, nell’era prebasagliana, gli schizofrenici a lungo istituzionalizzati come conseguenza anche di un degrado generale in cui venivano fatti vivere.

Non entro qui nel discorso delle perversioni coprofagiche ecc.

La paura dell’incontinenza, in assenza di patologie organiche, in un adulto ha un significato meno severo potendo essere una variante di una fobia sociale in quanto può interferire con la normale vita di relazione.

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 1 Feb 2010, 06:58 PM

Quando si ha davanti un’adolescente con l’ansia del bagno per lo stimolo ad urinare (che poi può rimanere solo uno stimolo) penso che si voglia sapere in profondità. Qualsiasi trasmissione tv,o perlomeno la maggior parte ,avrebbero risposto probabilmente,come causa, una cistite più o meno forte. Per questo ,grazie di avermi risposto… e inoltre ,per altro,la “Sindrome del colon irritabile” mi dice veramente poco. A voi psichiatri ,la ricerca e la cura!

Alogon

Inviato il: 2 Feb 2010, 09:51 AM

La stalker si è fatta viva con due sporadici messaggi. In uno dice di aver scoperto che il pc non cura anche se lei lo aveva sempre detto. Salvo passare quasi tre anni a delirare di fronte ad uno schermo. Falsa, dissociata e disonesta con se stessa e con gli altri. La masturbazione è una cura a costo zero: lei, si fa per dire , l’ha inventata e lei ne subisca le conseguenze.

Non è l’unico caso di delinquenza: c’è anche la tizia che frequenterebbe il gruppo perché la sera non avrebhbe di meglio da fare o quello che viene a ricordarmi che non sono perfetto. Naturalmente se mi ritenessi perfetto sarei un malato di mente. Quanto all’altra : perché non va al cinema od in qiualche balera? Di sicuro le costerebbe meno.

Penso che la negazione è nei confronti del lavoro che ho svolto in particolare in questo ultimo decennio che mi ha dato molte soddisfazioni sul piano artistico, scientifico e terapeutico. Chi non ce l’ha fatta in molti casi era troppo malato ma spesso era solo un disonesto.

Ps. Secondo quanto è venuto fuori “troppo malato” non significa tout court incurabile ma incapace di guarire. Bloccare il progredire di una malattia è un processo terapeutico ed un risultato importante come anche ottenere periodi, anche lunghi di totale remissione quando la sintomatologia è invalidante

In ogni singolo caso bisognerebbe capire perchè non si è riusciti ad andare più a fondo.

Credo che questo sia l’unico modo, dato che nessuno è perfetto, per far progredire la ricerca e la teoria.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 3 Feb 2010, 11:36 AM

Ema ( chiarisco che non è la stalker anche se a volte si è sentita tale) mi scrive <<…non capisco perché tu saresti nella nostra psiche tanto incuneato da scatenarci il male,per via delle tue realizzazioni, e per niente incuneato per piacerci tanto…ah ecco in questo caso…deliriamo,vaneggiamo il rapporto mistico e divino,siamo esautorati della identità e disonesti….>>

Chiaramente io, comunque sia incuneato, non rappresento l’assoluto ( e l’idea religiosa è in questo assoluto) ed i disonesti sono pochi, ben individuabili. Il fatto che non sia perfetto non implica d’altra canto che sia incompetente o maldestro come si vorrebbe far credere. Quindi usare “il noi” non ha senso: io non sparo nel mucchio.

D’altra parte dire di frequentare un gruppo per noia o curiosità è “disonesto” evitando termini psichiatrici: chi andrebbe in una sala operatoria dove le persone soffrono e sputano sangue per passare la serata o prendere qualche istantanea, magari perturbante per poi rivendersela all’esterno?

Eppure ci sono persone che dicono di farlo o di averlo fatto. Poi gli stessi pretenderebbero di criticare la terapia e magari la teoria.

Da che pulpito? Con quale rispetto verso i tentativi sinceri degli altri di guarire e di alleviare la propria sofferenza?

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 4 Feb 2010, 10:23 AM

Per il medico la non guaribilità è solo una condizione transitoria, per quanto possa protrarsi a lungo, e non ineluttabile. Questo perché la cura dovrebbe andare insieme alla ricerca della cura ed alla connessa speranza: quello che non si può risolvere oggi lavoriamo per risolverlo domani. La ricerca sul non cosciente e sull’irrazionale emerge a tratti anche all’interno della relazione terapeutica per poi consolidarsi.

In questo passaggio il transfert si modifica in modo sostanziale.

Il rapporto asimmetrico fra chi ha la nascita e chi non ce l’ha diventa una relazione in cui dovrebbe esserci un “primus inter pares” fra persone che hanno raggiunto un minimo comun denominatore. La cura termina e la ricerca sulla realtà psichica che di per sé non può avere un termine, continua.

Se la ricerca si interrompe od addirittura non emerge mai la cura diventa interminabile.

Storicamente la ricerca sull’irrazionale l’hanno fatta in prevalenza gli artisti, spesso in percorsi personali caratterizzati dall’incomprensione esterna e dalla solitudine. Questa percorsi frequentemente abortivano e la follia creativa diventava pazzia, perversione, suicidio: oggi noi sappiamo che si può sfuggire a questi esiti catastrofici e auto ed eterodistruttivi. La ricerca è una esigenza fondamentale dell’essere umano: quando viene meno subentra la malattia che è tanto più pericolosa quanto più è nascosta.

Per lo psichiatra la capacità di fare ricerca insieme ad altri è un requisito essenziale. Senza di essa e la speranza e la prospettiva di una trasformazione possibile ad essa connessa egli tenderà inevitabilmente a cronicizzare la. malattia mentale.

La cronicizzazione psicoterapeutica è molto più pericolosa di quella farmacologica, che è opportunistica e razionale legandosi agli interessi delle case farmaceutiche che tendono a creare un mercato pressochè inesauribile , in quanto fa riferimento ad un delirio di incurabilità che ha contaminato, spesso senza che egli se ne renda conto la mente dello psichiatra.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 5 Feb 2010, 11:05 AM

Terra 5.2.10

Giustizia. I genitori dei ragazzi violentatori di una ragazzina di 12 anni sono stati condannati a pagare 450mila euro alla vittima. Il giudice del Tribunale civile di Milano: colpevoli di non aver educato ai sentimenti e alle emozioni

Padri (ir)responsabili

La psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti: «Una sentenza lungimirante, intelligente, profonda»

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Alogon

Inviato il: 6 Feb 2010, 06:04 PM

Il mio scambio di mail con Ema non vuol essere in alcun modo una terapia. E’ piuttosto un dialogo da Lei richiesto, che per quanto possibile si svolge in una forma pubblica.

Scrive oggi

<<Oggi ho scorso una per una le 15 pagine del forum, ne ho avuto la vigoria, quindi…la tua spinta propulsiva che è la mia energia non è venuta meno ai suoi attributi né alle sue attribuzioni.

E’ certo un mondo distante da me, in cui mi sono sì sentita piccina in quanto priva di competenze e cognizioni a riguardo, ma meno nel compiacermi di capire, nei nodi principali(poco che niente in quelli prettamente tecnici ..ma è normale), tutto quanto scrittovi.

Mi son fatta delle stime, valutazioni su questo o quell’interlocutore, piacendomene molto alcuni,per forme e guise, e viceversa. Quello che di impatto, da profana leggitrice, debbo venire a dirti, è che “IN tutti gli argomenti e/o trattazioni, dalle psichiatriche, storiche, politiche, umanistiche alle filosofiche, , le voci, pur pregevoli e di altissimo valore in perizia di competenza, non si estendono al di là del quadrato del dibattito…non arrivano al cuore con una modificazione con una rivisitazione con una sorta di filtrante, spessissimo comicissimo, come LA TUA…sarà perché mi sei incuneato o forse perché sei UN GRANDE davvero…ma il tocco tuo… trasforma converte rettifica…entra dentro e di lì non si muove più*(ssss non t’arrabbiare ri..scompaio…sss..buona domenica ssss…)>>

…non sono l’Assoluto ma mi ci avvicino parecchio….

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 8 Feb 2010, 06:24 PM

Fiction su Basaglia con l’attore Gifuni su RAuno ieri e questa sera.

Ho conosciuto Basaglia , Jervis, Pirella e Tranchina di Psichiatria Democratica.

Nonostante già a quei tempi fossi conosciuto come militante della sinistra ed avessi partecipato ad Arezzo a congressi ed alle riunioni, oceaniche, della rivista Fogli di informazione questi colleghi non mi convincevano e non solo perchè già fossi in contatto con la teoria di Fagioli.

Trovavo l’analisi politica e sociologica ( per es quella del libro Asylums, sulle istituzioni totali di Gofmann) poco psichiatrica: personalmente ero più attratto dalla psicodinamica e dalla psicopatologia in cui certo non era molto esperto il segretario di Psichiatria Democratica senese. Costui era un fobico gravissimo, infermiere psichiatrico sindacalista della CISL se non ricordo male , che si avvaleva di una retorica vuota e roboante. Nè mi convincevano gli infermieri del PCI che cavalcavano, su ordine del partito, la questione manicomiale.

Io a quei tempi già avevo dato vita ad una casafamiglia con la collaborazione della Provincia di Siena, ed avevo un collettivo di circa 50 persone che si occupava di Psichiatria.

Capii subito che la reintegrazione dei malati di mente come semplice trasferimento in strutture non manicomiali non avrebbe funzionato ma quando cominciai a lavorare nel reparto di psichiatria dell’Ospedale di Siena, il primo del genere in Italia, mi resi conto che mi stavo immergendo in problemi troppo tecnici e troppo medici. Io, a quei tempi, avevo una vera e propria idiosincrasia per l’organicismo Non c’era posto in quelle strutture per un intervento psicoterapico che andasse veramente a fondo dei problemi e riuscisse ad affrontare la psicosi: il mondo della psicoanalisi che già frequentavo appariva rarefatto e lontano dalla durezza delle patologie manicomiali.

La ricerca sulla psicoterapia della psicosi era ed è rimasto il mio interesse principale e Massimo Fagioli che incontrai all’università di Siena , data l’eccezionalità delle sua formazione oltre che psicoanalitica anche psicopatologica con Barison e Binswanger, mi sembrava l’unico che dicesse qualcosa di nuovo in questo campo.

A quei tempi mi muovevo per intuizioni e sensazioni piuttosto che in base ad analisi coscientemente formulate.

Inoltre Fagioli rispondeva alla questione dell’istinto di morte freudiano che già Reich In Analisi del Carattere” aveva messo in discussione negli anni 20 del secolo scorso come intrinsecamente contraddittorio ( ora masochismo originario ora sadismo) e della vitalità o carica libidica originaria a cui faceva riferimento Michel Balint nel suo libro “The basic Fault” del 68.

In istinto di morte trovavo riunificate in modo inedito queste due linee di ricerca che già in un certo senso, mi appartenevano.

Credo che a Fagioli comunque oggi ci si voglia rapportare alla sua teoria debba essere riconosciuta la straordinaria competenza, che mi colpì quando lo conobbi, non solo nel campo della psicoanalisi ma della psicopatologia di derivazione tedesca da lui reinterpretata in una chiave originale a partire dagli scritti di Barison, e di Binswanger per non dire di Schneider , Conrad, Rumcke ed altri

Altra cosa straordinaria per me è che Fagioli si occupava anch’egli di psicoterapia di gruppo, che praticava in una maniera assolutamente diversa da quella, con cui ero già entrato in contatto, di Pierre B. Schneider di Lausanne e di Alice Ricciardi che faceva riferimento a Foulkes ed a Turquet.

In quegli anni prefagioliani mi avevano colpito le esperienze nei grandi gruppi della scuola inglese della Tavistock dei quali avevo letto. Parlando con Alice Ricciardi la convinsi a tenere nel suo studio un grande gruppo, circa 50 persone, riunendo tutti i suoi piccoli gruppi. Non fu un incontro particolarmente esaltante ma sicuramente interessante.

Quindi la mia adesione a Fagioli, fra gli anni 70-80, non entrando in merito delle motivazioni di carattere personale, rispondeva al fatto che in lui trovavo riunificati in una sintesi nuova tutti i temi di cui mi ero occupato fino ad allora: non la fascinazione settaria mi spingeva verso la sua ricerca e proposta terapeutica quanto piuttosto solidi motivi legati al mondo ed alla storia della psichiatria.

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 9 Feb 2010, 09:29 PM

Quale può essere l’intenzione della fiction? Parlare della malattia mentale? O proporre solo l’incurabilità e l’assistenza? Mi sembra che ad un certo punto della seconda puntata ,proprio quando scopre di essere affetto da un tumore al cervello,Basaglia si definisce neurologo. Mi auguro che l’attenzione della fiction non sia volta all’immobilità di un passato e di un pensiero e anche se fosse,quella storia di psichiatria non è l’unica risorsa degli studiosi verso la malattia mentale,come l’approccio puramente farmacologico..non deve essere questo il messaggio!E’ esigenza di speranza per la gente la conoscenza di una prassi e una teoria nuova,che continua ad alimentarsi con la ricerca.Non sono parole ,le mie, scontate o seduttive,ma si formano per esperienza personale e “ricca” per questo,per vivere nel presente,in questa realtà così complessa.Non ho imparato razionalmente il significato della parola “pane”… ad un certo punto l’ho semplicemente percepita,con tutto il suo calore,con tutta la sua pace.

Alogon

Inviato il: 15 Feb 2010, 12:29 PM

Psicoterapia e deontologia

La psicoterapia non ha regole: non esistono nel suo ambito procedimenti tecnici, protocolli razionali a cui attenersi. E non potrebbe essere diversamente dato che abbiano a che fare con i sentimenti più profondi, il desiderio, l’amore negato e quanto di più intimo possa essere comunicato fra esseri umani. Naturalmente come in qualunque attività medica, è necessario rispettare il principio deontologico, di derivazione ippocratica, che si riassume nel rispetto dell’altrui identità: però anche questo principio non può tradursi in una precisa norma comportamentale salvo diventare un criterio astratto, destinato peraltro ad essere infranto, limitativo dell’assoluta libertà di pensiero e di movimento entro la quale dovrebbe svolgersi la cura. Nessuno può quindi entrare nell’ambito della dinamiche medico paziente, introducendo degli elementi di giudizio ad essa estranei. Penso che tutti gli psicoterapeuti, a qualunque orientamento appartengono possano essere d’accordo che il valore supremo è la ricerca della “verità” su se stessi da parte del soggetto facendo riferimento ad un ambito che non è quello della coscienza : raggiungere in tutto od in parte questa “verità” avrebbe una funzione curativa. In questo senso il rifiuto della suggestione, cioè della manipolazione, è un problema che attiene alla sfera dei valori più che della tecnica.

La ricerca della “verità” non è processo codificabile e schematizzabile: se la tecnica è il il nulla rispetto ad esso allora la teoria è il tutto in quanto definisce i paramentri della verità stessa. Su ciò sarebbe stato d’.accordo Freud anche se la sua metapsicologia, la teoria delle teorie, si è rivelata del tutto priva di qualunque fondamento scientifico.. Secondo Jacques Lacan la struttura deontologica freudiana attribuiva al famoso motto “Dove c’era l’Es ci sarà L’io” una funzione analoga alla legge morale” dell Critica della ragion pratica di Kant. L’Io è chiaramente sinonimo di razionalità e coscienza. Peccato che negli scritti Lacaniani, sulle orme di Heidegger e del ritorno a Freud viene detto che non esiste una “ verità” ma solo lo smarrimento nell’esistenza dell’uomo per la scoperta dell’assenza di verità cioè di un oggetto del desiderio che è destinato a rimanere insoddisfatto. Non stupisce la tragedia dei figli dello psicoanalista francese in particolare di Sybille ossessionata dal suicidio come unica soluzione per la sofferenza mentale. (Sybille Lacan 2001) L’idea che non esista un oggetto del desiderio diventa la regola secondo la quale lo psicoanalista non deve soddisfare i desideri: l’assenza dell’analista è una realtà immanente alla psicoanalisi freudiana. Quelli che non vanno assolutamente soddisfatti sono i desideri sessuali del paziente che sviluppa una dipendenza in conseguenza di un profondo “innamoramento”. Il controtransfert, una reazione analoga, e speculare il medico dovrebbe superarlo completamente diventando un oggetto perfettamente freddo che l’altro non può che corteggiare. (Vedi H:S Kruntzebichler e H Essers 1999)<< Il mondo freudiano, ossia quello della nostra esperienza comporta che ciò che si tratta di ritrovare sia questo oggetto Das Ding in quanto altro Assoluto del soggetto. Lo si ritrova tutt’al più come rimpianto. Non è lui che si ritrova ma le sue coordinate di piacere(…)>> ( J.Lacan L’etica della psicoanalisi 1956-1960)

Nonostante l’assunto di partenza che in psicoterapia non dovrebbe esistere un Superio che detta le regole ma solo un Io ,che suggerisce il comportamento e l’interpretazione giusta alla fine Freud fu costretto a formulare la regola dell’astinenza di fronte alla prassi dissociata per non dire delinquenziale dei suoi allievi . La regola dell’astinenza, un principio tecnico generico, funzionava per sottrazione nel senso che si diceva ciò che non si doveva fare in mancanza però di una teoria che permettesse l’interpretazione e l’individuazione della risposta controtrasferenziale corretta. La forma più pura dell’astinenza si manifesta nell’ assenza di interpretazione: è lo stereotipo dell’ analista silenzioso che magari si fa la barba davanti allo specchio come faceva Lacan mentre l’analizzando parlava.

Il principio dell’astinenza nato per limitare gli abusi o comportamenti incoerenti valeva per tutti ma non per Freud che seduceva a parole e pretendeva amore dalle pazienti come Dora mentre altre volte ( caso dell’uomo dei topi) offriva colazioni e pranzi (la principessa Bonaparte) e uno stipendio mensile (uomo dei lupi).

Se non esistono regole o principi deontologici astratti, indipendentemente da quello che dicono gli ordini professionali molto interessati alle quote di iscrizione,, applicabili alla psicoterapia, è chiaro che la denuncia di presunte “medical misconducts” deve in prima istanza rivolgersi all’ uso impoprio ed indiscriminato delle terapie farmacologiche combinate alla psicoterapia. L’associazione di psicofarmaci e psicoterapia ha un fondamento teorico coerente od è solo un modo per non correre rischi?

La strumentalizzazione del paziente da parte delle industrie farmaceutiche per realizzare enormi profitti economici, è un abuso gravissimo dei medici che lo consentono, , globalmente diffuso e mai punito . Non insisto su questo punto.

Nell’ambito delle psicoterapie tutte le pratiche di derivazione freudiana sono etichettabili come “medical misconducts”: vere e proprie truffe al giorno d’oggi. Dopo cento anni l’eredità freudiana è misera cosa: nessuno delle nuove generazioni di psichiatri conosce o legge Freud la cui opera in Italia non è stata neppure ristampata.

Interessante il fenomeno di pazienti od ex pazienti che tentano di definire loro le regole della correttezza in psicoterapia e denunciano violazioni d’ordine puramente formale facendole seguire , questo è il punto da sottolineare , da interpretazioni deliranti e comportamenti terroristici. Non si tiene minimante conto che dietro un comportamento formalmente scorretto ci potrebbe essere una intenzionalità corretta e viceversa.

Si tratta di una forma di giustizialismo delinquenziale, di una violenza predatoria che denuncia reati che gli accusatori stessi commettono od hanno commesso o vorrebbero commettere. Violenza predatoria perché mira ad espropriare gli accusati delle loro capacità professionali e creative.

L’unica violazione deontologica accertabile in psicoterapia è il perpetuare, per un vantaggio personale, una prassi scientificamente non fondata o basata su evidenti incoerenze dell’elaborazione teorica.

In questo caso il medico “curerebbe” il paziente sapendo a priori di essere incapace di curarlo.:ciò che può perseguire, comunque lo faccia, è il proprio tornaconto.

Nell’ambito della ricerca noi scopriamo che qualunque teoria è perfettibile: non possiamo però accusare il medico di non aver usato conoscenze che ancora non erano state verbalizzate e diffuse adeguatamente nell’ambito della comunità scientifica.

Demolire una prassi terapeutica consolidata in decenni di attività anche se perfettibile senza offrire niente in cambio è proporre un salto nel vuoto: Nel caso delle terapie di gruppo sarebbe un suicidio di massa come accadde anni fa per una setta, mi pare nella Guijana francese.

Nella psicoterapia la “critica” efficace non può che derivare dalla ricerca di persone qualificate ed impegnate concretamente nella cura della malattia mentale. Naturalmente ciascuno può dire ciò che vuole dove vuole anche le “desperate housewives”: il loro parere sarà molto ascoltato nelle trasmissioni mattutine della Rai alle quali partecipa il cuoco Vissani.

E’ ovvio che la critica non va “contro” nessuno ma eventualemnte a favore della conoscenza e del benessere dei pazienti.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 16 Feb 2010, 10:47 AM

Alcune riflessioni sull’epistemologia in psichiatria

Una teoria deve essere perfettibile, aprire alla comprensione ed alla soluzione di di nuovi problemi. Nell’ambito della psichiatria clinica ogni caso, ogni situazione è potenzialmente portatrice di nuovi interrogativi: potrebbe essere vero che non esistono malattie ma malati, non esiste la schizofrenia ma esistono gli schizofrenici. La perfettibilità della teoria ha un rilievo clinico, serve a curare meglio: andando al cuore, al centro della singolarità della psicopatologia di ciascuno, forse riusciamo a scoprire qualcosa che ha un valore universale. Questo “ andare al centro” serve non solo al singolo ma a tutti.

La teoria psicodinamica “esatta” è quella che concepisce la conformità al vero (esattezza) come un processo di adeguazione continuo alla realtà dei dati clinici e scientifici.

Una teoria perfettibile non è falsificabile checchè ne dica Popper. Se una teoria è falsa non può certo migliorare. Detto in altri termini l’evoluzione teorica non comporta inevitabilmente drastiche rotture rispetto al paradigma scientifico di partenza. Solo le concezioni dogmatiche ed ideologiche subiscono per la loro rigidità contestazioni catastrofiche.

Dopo aver letto un interessante libretto sulla filosofia del Dott House ho scoperto che in medicina il tipo di procedimento conoscitivo utilizzato è quello dell’abduzione. Naturalmente conosco e posseggo il libro con gli scritti completi di Charles Sanders Pierce che ha coniato questo termine. Per semplicità riporto spiegazioni attingendo al Web

<<Il termine abduzione (dal latino ab ducere, condurre da) indica un sillogismo in cui la premessa maggiore è certa mentre quella minore è solamente probabile. L’abduzione (in greco apagõghé) fu usata per la prima volta da Aristotele che la distingueva sia dall’induzione che dalla deduzione (cfr.Analitici primi, II, 25 sgg.) L’abduzione ha una minore valenza dimostrativa poiché nel sillogismo che la rappresentava mentre la premessa maggiore era certa, quella minore era dubbiosa per cui la conclusione era caratterizzata dalla probabilità. Il filosofo statunitense Charles Sanders Peirce, ha sviluppato questo argomento nella sua concezione della logica della scoperta scientifica, estendendo il significato dell’abduzione considerandola “il primo passo del ragionamento scientifico” (Collected papers, 7.218) in cui viene stabilita un’ipotesi per spiegare alcuni fatti empirici. Peirce teorizzava che il pensiero umano ha tre possibilità di creare inferenze, ovvero tre modi diversi di ragionamento. Questi tre modi sono:

▪ Il ragionamento deduttivo

▪ Il ragionamento induttivo

▪ Il ragionamento abduttivo

Le differenze tra abduzione, induzione e deduzione possono essere così riassunte:

Deduzione

▪ Regola Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi

▪ Caso Questi fagioli vengono da questo sacchetto

▪ Risultato Questi fagioli sono bianchi

Induzione

▪ Caso Questi fagioli vengono da questo sacchetto

▪ Risultato Questi fagioli sono bianchi

▪ Regola Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi

Abduzione

▪ Regola Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi

▪ Risultato Questi fagioli sono bianchi

▪ Caso Questi fagioli vengono da questo sacchetto

Nella deduzione la conclusione scaturisce in modo automatico dalle premesse: date la regola e il caso, il risultato non può essere diverso e rappresenta semplicemente il rendere esplicito ciò che era già implicito nelle premesse. L’induzione consente invece di ipotizzare una regola a partire da un caso e da un risultato: essa si basa sull’assunzione che determinate regolarità osservate in un fenomeno continueranno a manifestarsi nella stessa forma anche in futuro. A differenza della deduzione, e come la stessa abduzione, l’induzione non è logicamente valida senza conferme esterne (nell’esempio di cui sopra, basterebbe un solo fagiolo nero nel sacchetto a invalidare la regola).

Osservando quello che per il filosofo americano è “un fatto sorprendente” (abbiamo dei fagioli bianchi) e avendo a disposizione una regola in grado di spiegarlo (sappiamo che tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi) possiamo ipotizzare che si dia il caso che questi fagioli vengano da questo sacchetto. In questo modo noi abbiamo accresciuto la nostra conoscenza in quanto sappiamo qualcosa di più sui fagioli: prima sapevamo solo che erano bianchi, ora possiamo anche supporre che provengano da questo sacchetto.

L’abduzione, secondo Peirce, è l’unica forma di ragionamento suscettibile di accrescere il nostro sapere, ovvero permette di ipotizzare nuove idee, di indovinare, di prevedere. In realtà tutte e tre le inferenze individuate permettono un accrescimento della conoscenza, in ordine e misura differente, ma solo l’abduzione è totalmente dedicata a questo accrescimento. È altresì vero che l’abduzione è il modo inferenziale maggiormente soggetto a rischio di errore.

L’abduzione, come l’induzione, non contiene in sé la sua validità logica e deve essere confermata per via empirica. La conferma non potrà mai essere assoluta, bensì solo in termini di probabilità: potremo dire di avere svolto un’abduzione corretta se la Regola che abbiamo scelto per spiegare il nostro Risultato riceve tali e tante conferme che la probabilità che sia quella giusta equivalga ad una ragionevole certezza e se non vi sono altre Regole che spiegano altrettanto bene i fatti osservati.>>

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 17 Feb 2010, 04:08 PM

<<Un ragionamento viene detto abduttivo, quando si conoscono regole e risultati e si intende ricostruire le premesse. Questo tipo di logica è propria di chi cerca, come ad esempio un medico o un investigatore, di ricostruire una situazione iniziale, conoscendo il risultato che è stato ottenuto per effetto di una legge nota. Anche in questo caso la situazione iniziale che si ricostruisce non è mai certa ma valida solo con un dato livello di probabilità>>

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 18 Feb 2010, 11:31 AM

Alcuni hanno fatto notare che i miei due ultimi interventi sono difficili : vale la pena ricordare che la psichiatria è una materia complessa e non tutto si può banalizzare salvo procedere per battute o slogan od invettive che lasciano il tempo che trovano

. Le “critiche” per me sono le benvenute se aiutano a migliorare ma devono essere fatte in modo corretto dalle persone giuste. Il dibattito scientifico ha le sue regole, la psichiatria, volenti o nolenti è una branca della medicina.

Per tutti noi è importante mantenere un contatto con il mondo della scienza ufficiale per quanto esso ci possa apparire paludato, farraginoso o quant’altro.

Io insieme alle persone che mi sono più vicine credo di aver dato un importante contributo nella direnzione del confronto fra psichiatria e neuroscienze.

In un confronto politico ciascuno, a pari merito, può dire la sua: dialettica oratoria capacità di persuasione, possesso di mezzi di informazione sono strategie legittime per ottenere il consenso.

Nella scienza bisogna bandire la retorica: anche se riuscissimo attraverso una tecnica ipnotica a persuadere una massa di persone che in realtà le streghe sono possedute dal demonio, non per questo ciò sarebbe vero.

La scienza si occupa di accertare ciò che è vero, per cui nel suo ambito non bisogna mai credere ma sempre verificare, con tutti gli strumenti disponibili l’esattezza cioè la conformità al vero.

Anche gli psichiatri devono rendere noti i procedimenti, le metodologie con cui accertano la veridicità dei loro assunti. ( deduzione, induzione e nel mio caso abduzione)

Si può anche sostenere che le proposizioni che riguardano la realtà umana non sono dimostrabili ma solo opinabili, o “indecidibili”: chi fa una affermazione del genere la deve adeguatamente argomentare.

Diversamente se io faccio ricorso anche una sola volta ai dati biologici per avvalorare un mio punto di vista, poi devo accettare che il confronto con i dati sperimentali della neurobiologia e neurofisiologia venga condotto in modo approfondito e sistematico.

Attualmente sto lavorando a questo approfondimento sistematico e vi assicuro che continuamente ci imbattiamo in nuove conoscenze grazie alla capacità di interpretazione dei dati sperimentali che ci consente la formazione psichiatrica,

ottenuta proprio attraverso l’Analisi collettiva che secondo alcuni sarebbe il massimo della non scientificità.

Il metodo abduttivo che ho descritto sommariamente, negli interventi precedenti si presta in particolar modo a studiare una situazione iniziale cioè nel nostro caso la situazione intrauterina e la nascita.

Visto che un illustre studioso a proposito della teoria della nascita ha citato Popper vorrei ricordare quanto quest’ultimo diceva:

<<(…) le asserzioni della scienza non devono essere accettate dogmaticamente (…) se noi accettiamo una giustificazione per mezzo di argomentazioni basate sul ragionamento nel senso logico allora ci impegnamo ad accettare il punto di vista secondo cui le asserzioni possono essere giustificate solo da altre asserzioni.L’esigenza che tutte le asseerzioni dobbano essere giustificate logicamente è pertanto destinata a condurre ad un regresso all’infinito>> (Popper Logica della scoperta scientifica 1995)

La giustificazione logica è tipica del procedimento deduttivo che peraltro conferma ciò che è già conosciuto senza aggiungere niente di nuovo: possiamo noi accettare che esso ci conduca al regresso all’infinito?

L’unica altra strada possibile è il confronto con l’esperienza, con i dati sperimentali.

Combinando insieme la logica deduttiva e l’indagine induttiva delle sperimentazioni biologiche, cioè utilizzando il procedimento dell’abduzione noi possiamo giungere ad una nuova comprensione, che non cancella le conoscenze precedenti, per es, del conscio e del non conscio, del sogno, dell’immagine, dell’allucinazione, dell’origine del pensiero ecc.

Se una teoria sulla realtà psichica umana è perfettibile allora non può che evolvere attraverso l”abduzione” cioè aprirsi a nuove intuizioni che scaturiscono dall’interazioni fra la psicodinamica e le neuroscienze.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 18 Feb 2010, 01:07 PM

Faccio un esempio. Molto giustamente su Left Massimo Fagioli ha criticato il saggio di Nir e Tononi “Dreaming and the brain: from phenomenology to neurophysiology “riportato e commentato da Eleonora Dusi su Repubblica.

Rimando a tutto il carteggio su questo argomento consultabile sul Blog Segnalazioni dell’ impareggiabile amico Fulvio Iannaco.

E vero che Tononi fa riferimento ad una letteratura sullo sviluppo della capacità onirica, in particolare studi di un certo Foulkes, che sono contestatibili, come suggerisce indirettamente Fagioli, sia per risultati che metodologia.

Però se noi leggiamo attentamente il saggio originale di Tononi, saltando le deformazioni di Eleonora Dusi vediamo che il punto non è questo.

Infatti se esiste uno sviluppo del sogno, comunque avvenga, non si può sostenere che esso sia un processo puramente meccanico sprovvisto di ogni significato psichico come ha fatto un enimente studioso come Hobson, autore di una “critica” a Freud che porta, per una via diversa ai medesimi risultati. Il sogno, per Hobson come per Freud, sarebbe caotico, dissociato, in altre parole psicotico. Psicotico cioè l’esatto contrario della creatività come Freud afferma chiaramente nell Interpretazione dei sogni

Tononi fa riferimento alla letteratura sullo sviluppo del sogno nel bambino per avvalorare la tesi che esso evolve parallellamente all’evoluzione dei processi psichici : è quindi un processo psichico esso stesso. Ma di che natura?

Traduco da Nir e Tononi (2010):

<< (…) la veglia cosciente è più simile ad apprendere notizie in tempo reale dal telegiornale, mentre sognare è come guardare un film creato da un regista fantasioso. Come in alcuni film di serie B il regista non pretende molto dai suoi attori e le scenografie ed i costumi, potrebbero essere approsimativi.

Albert Einstein sostenne che “ l’immaginazione ha a che fare con tutto ciò che noi possiamo scoprire e creare” ed in verità il sogno può rivelarsi essere la più pura forma di immaginazione”>>

Il sognatore potrebbe essere un regista maldestro ma anche Albert Einstein.

Lo studio della neurofisiologia del sogno potrebbe confermare l’idea di immagine come processo potenzialmente creativo presente sia nella veglia che nel sogno.

L’idea magari nata deduttivamente, può essere confermata sperimentalmente.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 19 Feb 2010, 10:48 AM

Nelle conclusioni del loro articolo Nir e Tononi affermano inoltre , sulla base di dati neurofisiologici che l’equazione sonno REM uguale sogno non è rispondente al vero mentre << Evidenze convergenti da molteplici campi di studio che includono la fenomenologia, lo sviluppo, la neuropsicologia, il “functional imaging” supportano l’idea che il sognare sia strettamente collegato all’immaginazione mentre l’attività mentale ha una direzione “top-down”>>

Il sogno viene concepito come una potente forma di immaginazione, una attività psichica, dotata di caratterisitiche uniche che hanno origine in quelle aree della corteccia che si ritiene costituiscano il substrato neurofunzionale degli aspetti più complessi del pensiero umano.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 20 Feb 2010, 01:18 PM

<I sogni io,malata,non malata,aggravata,lenita,li faccio da sempre tutti belli.C’è dentro tanta gente,tanti colori,ci sono le cose della natura;il mare,il cielo,i monti e storie con me protagonista,che non sta “mai” male.Ultimamente sogno sempre anche gli uomini,di tutti i tipi,generi, e fogge***ema*>>

Non so perchè questo accada e non posso saperlo attraverso un’email: posso solo pensare che Ema non abbia perso una dimensione di fantasia. A volte però non è importante ciò che si sogna ma ciò

non si riesce a sognare, come se un parte di sè sfuggisse alla possibilità di tradursi in immagini definite…. i bei sogni potrebbero essere come le bellissime fotografie a colori di una galassia al cui centro c’è un buco nero, che nessuno vede…

Rispetto alle elaborazioni proposte negli interventi precedenti vorrei sottolineare che una metodologia che ci consenta di impostare correttamente il problema mente corpo è fondamentale.

Le concezioni biologiche rimandano al tema della sessualità attrraverso dei nessi sorprendenti, anche per me che li ho individuati.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 22 Feb 2010, 02:59 PM

Leggo

<<Karl Popper propose, alla fine del novecento, un modello teorico noto come “diagramma dei tre mondi”. In esso si considera che l’intero nostro organismo, a livello cerebrale, sia suddiviso in tre parti o mondi. Eccles si propose di individuare il correlato neufisiologico di tale modello e creò la teoria degli “psiconi”.

Nella corteccia cerbrale dell’uomo esistono circa 100 miliardi di neuroni, raggruppati in fasci di 100 neuroni ciascuno, che sovraintendono a tutte le funzioni, volontarie ed involontarie del nostro organismo, detti “dendroni”. Ciacun dendrone è avvolto da una nube di “psiconi”, unita’ immateriali. Gli èpsdiconi controllano ed intervengono sulla modulazione della esocitosi dei dendriti raccolti a fascio in quel dendrone esercitando così un controllo funzionale sull’intero nostro organismo. In altre parole gli psiconi controllando l’esocitosi di ciascun dendrite esercitano un’azione regolatrice su tutte le funzioni del nostro organismo. Psiconi e Dendroni interagiscono fra loro, nell’ipotesi ecclesiana, attraverso “campi di probabilità quantistica”.

Afferma Eccles: “Sono quindi giunto alla filosofia dualista di Cartesio, con le sue res extensa e res cogitans. Questa filosofia garantiva una condizione di certezza per l’anima e l’Io”. Eccles inaugura così, alla fine del novecento, un periododo di grosse polemiche sull’ IO e sulla coscienza (consapevolezza) separate e distinte dal cervello. In altri termini l’IO starebbe prigioniero del nostro corpo e solo alla morte di questo, finalmente libero, vagherebbe per l’infinito come un fantasma. >>

Personalmente non mi convince l’idea del dualismo mente corpo, nè mi è mai piaciuto più di tanto Popper per non dire del suo compagno di merende Eccles.

Possiamo veramente noi distinguere la mente dal corpo,la realtà materiale dalla realtà non materiale, il pensiero dal cervello ?

L’uomo per me è una unità inscindibile ed il corpo non è un semplice involucro dentro cui si nasconde la mente che una volta, prima di Cartesio si chiamava anima.

Il dualismo sia metodologico (metodi di conoscenza diversi per il corpo e la mente) sia ontologico (mente e corpo come due sostanze diverse) è molto pericoloso in psichiatria.

Purtroppo non c’è consapevolezza che l’ideologia strisciante della scissione si insinua anche dove non dovrebbe.

I pazienti, che una volta si sarebbero chiamati in forte stato di “regressione” sono sensibilissimi a minime incongruenze della teoria.

Una parola di più o di meno, una definizione giusta o sbagliata per loro fa la differenza fra farcela o non farcela. Quindi quando incompetenti danno fiato alle trombe stiamoci molto attenti.

John Eccles che pure era un eminente fisico, per me è un esempio lampante di incompetenza

copyright domenico fargnoli

Emma

Inviato il: 22 Feb 2010, 04:14 PM

Se uno scienziato in un sogno può creare l’immagine della soluzione della formula tanto cercata e a posteriori applicarla al mondo della razionale della veglia è perchè certi contenuti possono essere elaborati solo a livello inconscio?

L’immagine dei sogni si fa tanto più¹ complessa quanto articolato e ricco è il “vocabolario” (inteso come capacità  dialettica, studi compiuti, conoscenze acquisite…) del sognatore?

Nella mia esperienza di malata i momenti in cui la sofferenza si fa più acuta mi accorgo che anche la mia capacità  di attingere anche solo al mio vocabolario lessicale è come tronca, limitata…quindi anche i sogni magari apparentemente “belli” potrebbero essere figli di un pensiero limitato e incapace di esprimere alcuni concetti, idee, immagini?

Tuttavia come il sogno dello scienziato anche il sogno del malato potrebbe essere l’unico mezzo per far emergere la conscio un’immagine “sana”, o un pensiero nuovo e con esso una possibilità  di cura?

Scusate gli innumerevoli punti interrogativi, in realtà  è un maldestro tentativo di rielaborare i contenuti di alcuni post della discussione…

(mi scuso anche per gli eventuali errori nelle lettere accentate che il mio pc non legge e vede come punti interrogativi)

Alogon

Inviato il: 22 Feb 2010, 05:32 PM

“ […]voltai la poltrona dalla parte del camino e mi addormentai. Gli atomi si misero a danzare davanti ai miei occhi. La mia vista, resa acuta da immagini ripetute dello stesso genere, si stese presto a figure più grandi, di forme diverse. Lunghe file, spesso ravvicinate, si muovono e si arrotolano, simili a serpenti. Ma cosa accade? Uno morde la propria coda, ed esse continuano a girare ironicamente davanti a me. Mi sveglio di sorpasso e passo il resto della notte a studiare le conseguenze della mia ipotesi”. Kekulè scoprì la formula del benzene sognando un serpente che si mordeva la coda: fu il suo pensiero della veglia che interpretando il sogno arrivò alla scoperta. Con questo non voglio dire che i sogni sono figli di un dio minore…

comunque se il sogno è linguaggio non si può estrapolare una singola frase=sogno: bisogna valutare complessivamente il modo di esprimersi, di creare immagini o anche di non saperle creare.

Per questo è necessario il rapporto diretto, concreto, continuato.

L’interpretazione non è un’esegesi di un testo immobilizzato nella carta o nel ricordo ma qualcosa di vitale che ci consente di cambiare continuamente punto di vista e di approfondire sempre.

copyright domenico fargnoli

Emma

Inviato il: 22 Feb 2010, 06:09 PM

Che la causalità  parola=sogno non sia cosa¬ diretta è certo…forse ho formulato l’ntervento in quei termini perchè¨ ho un pensiero di fondo abbastanza vago ma radicato che mi dice che il pensiero è frutto del linguaggio, in altri termini se non si posseggono le parole (che possono essere verbali o figurative, insomma qualunque tipo di linguaggio) non si possono forumulare penseri più¹ di tanto articolati.

Fermo restando che di fondo ci debba essere una sanità  del pensiero, che altrimenti (sempre riferendomi alla mia esperienza) procede claudicante.

In quali termini si può² parlare di rapporto tra interpretazione e mutamenti del pensiero del paziente?

Alogon

Inviato il: 22 Feb 2010, 08:21 PM

bella domanda… quanto tempo ho per rispondere?

Comunque è vero il sogno, il racconto del sogno presuppone il linguaggio verbale, cioè una definizione delle immagini ed una loro trasformazione in parole .L ‘interpretazione facilita, rende possibile e completa questa trasformazione laddove qualcuno non riesca a farla da solo?

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 23 Feb 2010, 12:02 PM

Il problema del metodo.

Scrive Ballerini noto psicopatologo << Quella di Jaspers, al di là dei dati messi in luce, è stata essenzialmente una lezione metodologica. Considerando la psicopatologia come inerente alle scienze umane, egli indicò essere di primo piano, esattamente dal punto di vista epistemico, lo studio del mondo interno, dell’interno esperire del folle, rispetto alla osservazione di “sintomi dell’espressione”, quali il comportamento, l’efficacia delle prestazioni. etc. Egli mise risolutamente in guardia la psicopatologia verso la insidie insite nella separazione soggetto-oggetto, da cui la oggettivazione discende. >>

Jaspers fu anche colui che considerò la genialità, come quella di Van Gogh, un vissuto affine a quello della schizofrenia. A cosa ha portato quindi la sua “comprensione” del delirio? Forse,egli, con il suo esistenzialismo ha aperto la strada ad Heidegger, dal quale peraltro dissentì sulla questione degli ebrei, considerato il più grande filosofo del Novecento.

Peccato che gli studi di Matussek (vedi il saggio sul Il sogno della farfalla), padre e figlio, consacrano Heidegger come soggetto schizofrenico.

Che senso ha allora l”analitica esistenziale” di Binswanger che basa il suo metodo di ricerca psicopatologico su Heidegger stesso?

Come è noto Binswanger era a favore del suicidio della sua paziente schizofrenica Ellen West da lui evidentemente considerata incurabile. Favorire il suicidio come una forma di eutanasia nazista.

Cosa aveva “compreso” lo psichiatra svizzero della malattia mentale?

La psicopatologia classica che ha creato il dualismo fra scienze umane e scienze della natura (positivisticamente intese) non è in grado di fornirci nessuna lezione metodologica proprio perchè non ha prodotto alcuna conoscenza utilizzabile per la cura.

Quando auspichiamo il ritorno alla psicopatologia contro l’oggettivazione neokrepeliniana del nuovo manuale diagnostico DSMV di quale psicpatologia stiamo parlando?

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Alogon

Inviato il: 24 Feb 2010, 04:35 PM

Cos’è abbiamo detto l’interpretazione di un sogno? Il passaggio da un pensiero d’immagini ad un pensiero verbale, indipendentemente dai riferimenti teorici.

Per un momento mettendo fra parentesi il problema dell’intepretazione vera o falsa, si potrebbe dire che già il raccontare il sogno è un tentativo di interpretazione perchè esso trasforma quest’ultimo in una modalit di pensiero diversa, in qualcos’altro che prima non c’era. E’ come se nel raccontare il sogno noi traducessimo in parole una forma di pensiero prevalentemente iconica, segnica o visiva che dir si voglia.

Interessante pertanto la ricerca sul fatto che nelle immagini oniriche ci siano o meno suoni indipendentemente dalla circostanza che uno creda di udirli: è nel silenzio che le immagini si mettono in cammino, come ho scritto anni fa.

Mi sembra di ricordare che in qualche riunione dell’analisi collettiva se non ai seminari stessi è stato detto che nei sogni non ci sono suoni. Non so riferire purtroppo in base a quali considerazioni od osservazioni ciò sia stato detto o se semplicemente io abbia ascoltato una “verità” espressa in modo assiomatico.

E’ probabile ed auspicabile , con la tecnologia attuale che tale ipotesi possa essere verificata rivelandosi o meno compatibile con i rilievi strumentali.

In attesa del riscontro, l’idea dell’assenza, o di una minima presenza di suoni sembra comunque suggerire che nel sogno non si formano vere e proprie ”immagini acustiche” cioè sinestesie acustico-visive, corrispondenze fra suoni ed immagini che sono i precursori del pensiero verbale.

La trasformazione dell’immagine onirica in immagine acustica (secondo la dizione che risale a De saussure) avviene allora ad un primo livello. nel “racconto” del sogno? O nel “ricordo” che sarebbe una forma di vocalizzazione silenziosa?

L’interpretazione terapeutica completerebbe la trasformazione in linguaggio verbale che il sognatore riesce a fare solo fino ad un certo punto.

La “verità” (sempre perfettibile) dell’intepretazione dipenderebbe allora dalla coerenza della traduzione delle immagini del paziente in un pensiero verbale secondo dei criteri derivanti da una “ teoria”. Il paziente può verificare ( si potrebbe chiederci con quale aderenza al vero a seconda delle circostanze) ,l’attendibilità dell’interpretazione e la sua rispondenza o meno al proprio vissuto personale.

Si tratta di un procedimento non deduttivo ( capace cioè di confermare nel particolare assiomi di carattere generale), ma abduttivo, aperto all’individuazione di nessi ed ipotesi nuove.

Gli psicoterpaeuti non hanno inventato l’interpretazione dei sogni, ma l’hanno perfezionata ed utilizzata non per solo per una ricerca personale ma a scopi terapeutici

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fiore

Inviato il: 24 Feb 2010, 07:38 PM

Probabilmente ho bisogno di leggere più volte l’ultimo messaggio di Alogon per comprenderne i pensieri ,pur non sapendo se ne sono all’altezza..però ho diverse domande da fare.Mi capita di frequente di sognare ,,o meglio di udire nel sogno suoni,spesso musica classica sconosciuta o apparentemente tale,della quale al risveglio cerco di ricordarmi perchè talvolta è così bella che vorrei averne memoria o vocalizzarla. Altre volte sogno persone che cantano (motivi non conosciuti)e allora al risveglio cerco di ricordarmi le parole perchè senz’altro qualcosa vogliono dire.Il fatto particolare che spessissimo mi sveglio la mattina con alcune parole di canzoni conosciute pur non avendo avuto immagini nel sogno di qualcuno che le canta ..e allora ci rimugino perchè penso che riguardino il mio vissuto e/o la giornata che ho davanti. Ancora …i grandi musicisti,i geni ..è nel sogno che originava la loro musica? Quando Beethoven scrisse l’”Inno alla gioia” era completamente sordo…i suoi erano suoni della coscienza o frutto di memoria onirica o entrambe?, Nella rielaborazione filmica sembra ,dico sembra che il tema dell’”Inno ala gioia” siano rielaborazioni di dolore ,di un’infanzia dell’autore affettivamente e materialmente dura. L’immagine che mi è rimasta impressa è quella del ragazzo che per lenire il dolore,dopo una disperata fuga di notte,si getta nelle acque di un lago (o fiume?)e e sta supino a farsi dondolare dall’acqua guardando il cielo stellato..e così il dolore trova quiete in una dimensione che lo separa dalla crudezza della realtà.

Alogon

Inviato il: 25 Feb 2010, 01:44 PM

Ho studiato musica per una diecina d’anni e mentre lo facevo mi sono chiesto spesso che cosa significasse “ ricordarsi “ una melodia. In realtà quando suonavo e leggevo la musica non avevo rappresentazioni coscienti o definite ma ero tutt’uno con i movimenti che eseguivo. Un’immagine silenziosa di movimento diventava suono solo quando le mie dita si posizionavano in certo modo. Sicuramente l’immagine di un suono non è qualcosa di definibile se non in termini cinestesici, cioè di movimenti corporei sia che interessino la mano od i muscoli del torace o del laringe come nel canto.

Quanto poi al ricordo di una melodia al risveglio:non potrebbe essere la trasformazione di un’immagine muta in un” suono”, cioè in una serie di movimenti magari solo accennati? Non ho una risposta certa alla domanda .

Bisogna tenere conto che forse noi neppure “ricordiamo” i sogni ma essi “permangono” nel pensiero della veglia. Un concetto simile l’ho ascoltato nelle lezioni di Chieti di Fagioli.

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Alogon

Inviato il: 26 Feb 2010, 10:31 AM

Qualcuno ha sognato fra altro, di essere testimone di una lunga conversazione fra due persone però di non riuscire a ricostruire esattamente il contenuto del discorso. L’immagine di due che parlano rimarebbe muta senza il racconto del sogno e la sua interpretazione?

Quand’anche poi gli argomenti del colloquio venissero riferiti, come se fossero “immagini acustiche” essi necessiterebbero comunque di essere tradotti , nella veglia, in un altro linguaggio per essere compresi al di là del loro contenuto manifesto.

Viene detto che nelle immagini oniriche ci sia la vitalità cioè il movimento: bisogna tenere conto del fatto che nel sonno il dormiente è in uno stato di quasi totale paralisi motoria. Il vocabolario onirico è costituito allora da “atti motori potenziali” variamente interconnessi che per acquistare significato compiuto attendono di essere trasformati in movimenti ed atti, anche linguistici, reali.

Il sogno quindi non è un processo conoscitivo in sé concluso ma rimanda al pensiero della veglia per raggiungere la sua pienezza e completamento

Lo spazio tempo onirico ha un carattere viso-motorio: ciò vuol dire che ogni “visione” di oggetti o situazioni si accompagna ad una proposta di azione.

Il sogno nel suo complesso è costruito per indurre una specifica affordance: L’affordance è quell’insieme di azioni che un oggetto “invita” a compiere su di esso.. Una tazzina da caffè per es. induce per la sua stessa forma al gesto dell’afferramento. L’interpretazione è l’affordance specifica del sogno, l’atto cioè che esso inevitabilmente mette in moto nella veglia.

Anche studiosi come Hobson e Mac Carley che hanno passato la vita a dire che i sogni non hanno significato non sono sfuggiti alla loro affordance, hanno cercato cioè di studiarli e di intepretarli anche se in chiave di puri meccanismi neurofisiologici.

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Alogon

Inviato il: 28 Feb 2010, 11:49 AM

L’ipotesi che le immagini onitriche ci siano solo “visioni” e non suoni può essere o non essere confermata, o meglio può essere considerata o no compatibile con i dati neurofisiologici a nostra disposizione. Un ricerca in questo senso che cosa ci rivela? Vilayanur S. Ramachandran, un eminente scienziato di origine indiana, sostiene, insieme a molti altri, che esiste una “attivazione incrociata “ congenita fra suono e visione.

Ciò significa che non c’è fin dalla nascita un modulo percettivo visivo ed uno acustico separati l’uno dall’altro ma che essi funzionano come un tutt’uno integrato.

Dato che i sogni sono “fantasie -memorie” degli eventi percettivi è chiaro che anche nei contenuti onirici l’aspetto visivo è integrato con quello acustico. Quindi l’obiezione di Fiore è giusta.

Rimane valido, alla luce di queste considerazioni, il discorso sulla <<affordance>> del sogno: quest’ultimo è costruito per essere intepretato nella veglia.

Ci troviamo di fronte all’aspetto “abduttivo” del procedimento scientifico: la ricerca della conferma o della compatibilità fra modello neurofisiologico e psichiatrico-psicologico ci consente di riformulare vecchi problemi in un modo nuovo. Senza che ce ne rendiamo conto arriviamo a delineare una nuova concezione dei processi onirici.

Forse non è questa la sede per esplicitarla,

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 2 Mar 2010, 11:13 AM

Oggi sul Corriere della sera un articolo che conferma la nostra ricerca:

Il bebè riconosce le stonature. I neuroni della buona musica sono già attivi alla nascita di Palmarini.

L’articolo è riportato nel blog Segnalazioni di

[URL=http://www.scribd.com/doc/27700826/Corriere-Della-Sera-Il-bebe-riconosce-le-stonature-2-mar-2010-Page-31]

http://www.scribd.com/doc/27700826/Corrier…ar-2010-Page-31[/URLProc Natl Acad Sci U S A. 2010 Feb 22. [Epub ahead of print]

Abstract in inglese da Pubmed per i più scettici

Functional specializations for music processing in the human newborn brain.

Perani D, Saccuman MC, Scifo P, Spada D, Andreolli G, Rovelli R, Baldoli C, Koelsch S.

Faculty of Psychology, Vita-Salute San Raffaele University, 20132 Milan, Italy.

In adults, specific neural systems with right-hemispheric weighting are necessary to process pitch, melody, and harmony as well as structure and meaning emerging from musical sequences. It is not known to what extent the specialization of these systems results from long-term exposure to music or from neurobiological constraints. One way to address this question is to examine how these systems function at birth, when auditory experience is minimal. We used functional MRI to measure brain activity in 1- to 3-day-old newborns while they heard excerpts of Western tonal music and altered versions of the same excerpts. Altered versions either included changes of the tonal key or were permanently dissonant. Music evoked predominantly right-hemispheric activations in primary and higher order auditory cortex. During presentation of the altered excerpts, hemodynamic responses were significantly reduced in the right auditory cortex, and activations emerged in the left inferior frontal cortex and limbic structures. These results demonstrate that the infant brain shows a hemispheric specialization in processing music as early as the first postnatal hours. Results also indicate that the neural architecture underlying music processing in newborns is sensitive to changes in tonal key as well as to differences in consonance and dissonance.

PMID: 20176953 [PubMed – as supplied by publisher]

Partendo dal presupposto che i sogni siano rielaborazioni-ricreazioni di esperienze vissute, è evidente che in essi la memoria degli eventi acustico musicali deve giocare un ruolo importante.

Sempre sul metodo: << Il suggerimento abduttivo ci raggiunge come un lampo. E’ un atto di intuizione (insight) anche se è un’intuizione estremamente fallibile.(..) è l’idea di collegare ciò che non ci eravamo mai sognati di collegare,, che come un lampo impone un nuovo suggerimento alla nostra contemplazione>> da Scritti scelti Sandors Pierce.

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Alogon

Inviato il: 4 Mar 2010, 10:38 AM

Basta leggere il secondo volume del libro “l’Io ed il suo cervello” (1977) di Popper e Eccles per rendersi conto che essi annullano completamente la realtà inconscia.

Per loro il sonno è un’attività “ disordinata” mentre i sogni sono bizzarri cioè psicotici. Il coma o la commozione cerebrale sarebbero “stati inconsci”. L’incoscienza viene definita cioè come mancanza di autocoscienza, l’unica vera attività mentale concepita come una sostanza separata dal corpo che però interagisce col cervello attraverso apposite finestre o moduli. Le considerazioni neurofisiologiche che i due autori propongono sono a dir poco deliranti.

Come si fa a derivare da costoro una metodologia di ricerca sul non cosciente?

Tononi afferma che il sogno è una potente forma di immaginazione: l’immaginazione non è tout court creatività. Cosa manca al sogno per essere creativo od un linguaggio autonomo? Forse potrebbero mancare le componenti acustiche anche se recenti ricerche ci indirizzano in senso contrario.

Si potrebbe pensare che il sogno sia un potenziale stimolo per la creatività la quale però va considerata la risultante dell’attività globale di ciascuno. Ciò può essere espresso con la formula : l’interpretazione è l’<<affordance>> del sogno.

Il sogno è un protolinguaggio, un generatore di senso in quanto in esso si esprime un pensiero prevalentemente metaforico che tende a stabilire dei nessi, dei collegamenti spesso inusuali fra le esperienze vissute.. La metafora ( etimologicamente “portare oltre”) onirica è un trasferimento di senso da un campo ad un altro in base al criterio dell’analogia. L’inconscio mare calmo allude per analogia alla situazione originaria: tutta la vita sembra derivare dal mare.

Per Frege, famoso filosofo e matamatico tedesco, nell’enunciato il pensiero è il senso, il valore di verità è il significato.

Solo l’intepretazione può stabilire il valore di verità di una metafora onirica dando un significato a tutti i nessi e collegamenti in essa presenti: la creatività quindi potrebbe (l’uso del condizionale è d’obbligo) scaturire nel passaggio dal sogno alla veglia.

La logica del sogno è “abduttiva” tende cioè a stabilire delle relazioni, dei collegamenti che possono apparire, di primo acchito, inverosimili. Inverosimile nella lingua italiana, non significa solo bizzarro od assurdo ma anche straordinario, fuori dal comune. Bisogna ricordare quanto diceva Aristotile nella “Poetica”: l’inverosimile, cioè l”alogon” non poteva essere per lui, massima espressione del razionalismo, oggetto di rappresentazione artistica, nella fattispecie tragica. Per Aristotile l’arte è imitazione che si ferma a considerare ciò che solo in apparenza è vero.

Come scrivono Blitris (acronimo per quattro autori) nel loro libro “La filosofia del dottor House” ( che a dispetto del titolo è un lavoro serio) l’abduzione può essere considerata un esempio di ragionamento <<scorretto>> dal punto di vista della logica deduttiva. Però esso ci consente di generare ipotesi nuove il cui contenuto di verità va ovviamente verificato: il sogno rimanda inevitabilmente all’intepretazione del sogno. Anche un’ipotesi, od un collegamento sbagliato presente nelle immagini oniriche, può essere una buona ipotesi se ci consente di sbarazzarcene subito e considerare efficamente altre possibilità.

Si vede bene che il metodo attraverso cui vengono elaborate le conoscenze necessarie per la cura (interpretazione dei sogni) è lo stesso utilizzato per costruire una teoria relativa alla realtà psichica umana: non c’è frattura fra il momento clinico ed il momento della ricerca di una verità di carattere generale peraltro sempre perfettibile

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Alogon

Inviato il: 8 Mar 2010, 10:37 AM

Ogni parola ha un significato preciso che indica l’oggetto a cui si riferisce. Questa capacità è fissata in modo inequivocabile dal codice della lingua che, ovviamente, varia da una lingua ad un’altra. E’ il significato denotativo, così chiamato perché denota (cioè indica) qualcosa.

Per denotazione intendiamo il rapporto tra la parola e l’ oggetto che vuole significare; la connotazione invece indica il significato nascosto (metaforico) di una parola.

Nell’ ambito dell’interpretazione del sogno noi rivolgiamo particolare attenzione al <<senso>> cioè al contenuto affettivo pulsionale della comunicazione a cui però si cerca di dare una connotazione attraverso la ricerca di specifici significati in essa impliciti .La connotazione, nell’ambito del significato è un fenomeno assolutamente personale, soggettivo che gioca un ruolo fondamentale per es nel linguaggio poetico

CONNOTAZIONE e DENOTAZIONE [“connotazione”, dal lat. mediev. connotatio, -onis, deriv. di con-notare, propriam. “segnare insieme” o “in aggiunta”; “denotazione”, dal lat. tardo denotatio, -onis, deriv. di de- notare; entrambi da nota, “segno”].

La distinzione terminologica tra “connotazione” e “denotazione” venne introdotta da John Stuart Mill nel suo Sistema di logica, sebbene l’aggettivo latino connotativus (da connotare, “segnare in aggiunta”) fosse già in uso nella logica medievale e moderna, particolarmente in Occam e Hobbes

Hjelmlsev ha parlato di semiotica connotativa per intendere una molteplicità possibile di livelli di significato insiti in un segno.

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alessandranovelli

Inviato il: 9 Mar 2010, 01:07 AM

Ciao Domenico, importante questa distinzione che fai nel tuo ultimo intervento tra “senso” e “significato” e, nello specifico, il porre l’attenzione sul fatto che, riguardo l’interpretazione dei sogni, il presupposto teorico per una corretta ermeneutica (almeno io l’ho capita così) è concepire la connotazione come un processo assolutamente soggettivo. Per cui l’intento diventa, una volta individuato il “nucleo” di senso (pulsionale affettivo) di un sogno, dar voce appropiata alla specifica “costellazione” dei suoi significati.

Queste tue osservazioni chiarificatrici e puntuali sul linguaggio e, soprattutto, quelle particolarmente attente alle qualità soggettive del linguaggio onirico, mi sollecitano una domanda: è così anche nel rapporto terapeutico? Intendo dire: in fondo è il linguaggio, anzi le specifiche parole dette, il “mezzo” attraverso cui prende corpo la cura per cui (al di là dei particolari contenuti pulsionali di una persona che forse sono visibili al terapeuta già al primo incontro): è nella capacità di mettersi in relazione con la specificità di un linguaggio interno, di ogni linguaggio interno, la possibilità di curare? E’ questa ermeneutica “diurna” e, il suo corrispettivo, l’introduzione di un “vocabolario” sano e diverso, la chiave di volta che permette la trasformazione di un’esistenza?

Mi rendo conto che è un argomento assai complesso che non si può esaurire in un paio di risposte ma ti faccio queste domande lo stesso, così, semplicemente, per dare avvio ad una ricerca(comunicazione, linguaggio, dimensione interna) che sento per me profondamente vitale…

Ti ringrazio in anticipo

Alessandra

Alogon

Inviato il: 9 Mar 2010, 10:46 AM

leggo: ermeneutica, scienza dell’interpretazione dei libri antichi, specialmente della Bibbia e delle leggi. Il greco ERMENEYIO interpreto viene riannodato alla voce Ermes dio dell’eloquenza, od ad EYRO parlo

Cara Alessandra, data la complessità del tema che sollevi che riguarda l’intera

cura, mi permetterai di prendermi un po’ di tempo e di considerare risposte anche ricerche che apparentemente non sono direttamente collegate alla tua domanda. Di fatto il mio interesse principale, come mi sembra anche il tuo è il processo terapeutico ed a quest’ultimo io riconduco ogni sforzo di chiarificazione.

Per il momento mi limito a proporti la differenza fra “ermeneutica” ed interpretazione. L’ermeneutica si esercita su di un libro “sacro”, su formule immobilizzate nella carta o nella pergamena. Quando Freud cercava di comprendere i suoi sogni, che aveva trasformato in testi scritti, di fatto proponeva un’ermeneutica e si collocava nell’ambito di una tradizione religiosa, nella fattispecie ebraica. Prima di lui Sinesio di Cirene (V sec) nel suo De insomnius sosteneva che non fosse praticabile un’interpretazione basata su chiavi costanti di decifrazione. Il sogno era ritenuto dominio della libertà personale.: solo attraverso l’uso di diari di propri sogni, che diventavano testi scritti si sarebbe potuto arrivare a capire il linguaggio privato del sogno.

Quando io racconto un sogno mettiamo ad uno psichiatra perché me lo intepreti non metto in moto un processo ermeneutico ma interpretativo. L’interpretazione richiede il rapporto diretto fra persone , in cui entra in gioco sia la comunicazione verbale sia non verbale. Non è una differenza da poco.

Faccio un passo indietro Tononi, nel suo recente articolo che ho discusso, quando si riferiva alla fenomenologia dello sviluppo onirico del bambino riportava l’ovvia ma erronea osservazione che i racconti dei sogni dei bambini “ sembrano “ e sottolineo sembrano, affettivamente poveri e privi di movimento. Ciò potrebbe essere dovuto ad un limitato repertorio verbale. Se Tononi avesse osservato il racconto di un sogno infantile, invece di fare riferimento alla letteratura scritta sull’argomento, avrebbe notato quanto può essere ricco di contenuti emotivi e di movimento un racconto di un sogno di un bambino: ciò che non viene detto con le parole viene espresso con l’intonazione, con la postura ecc.

Tu mi consenti quindi di fare questa precisazione:

L’”affordance” del sogno è non solo l’intepretazione ma il rapporto interumano che è un potente correttivo nei confronti dell’astrattezza ermeneutica. Il “ senso” del sogno in quanto linguaggio universale è una comunicazione che solo attraverso la relazione con altri può arrivare a specificare l’intera costellazione, come dici tu dei suoi significati.

Non è un caso che dei 42 sogni, uno più uno meno, di Freud contenuti nella Intepretazione dei sogni del 1899 frutto dell’ “autoanalisi”, non si sia compreso il significato nemmeno di uno. Il padre della psiconalisi ne era ben consapevole. Basta leggere le otto prefazioni al suo famoso libro in cui puntualmente viene riproposta l’intenzione di riscriverlo.

Quanto poi “all’introduzione di un vocabolario” sano che permetterebbe la trasformazione di un’esistenza penso che il discorso sia più complesso e non si limiti al solo linguaggio articolato…ma su ciò potremmo tornare….

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 10 Mar 2010, 11:27 AM

Sempre sul problema del metodo ho trovato sul web:

<<La logica in Mills

L’opera fondamentale di John Stuart Mill è il Sistema di logica deduttiva e induttiva. La logica per Mill è la “scienza della prova e dell’ evidenza”. Essa non si occupa delle verità che ci sono note per coscienza immediata, come le sensazioni corporee, i sentimenti o gli stati mentali, ma concerne soltanto le conoscenze derivate da altre conoscenze “per via di inferenza “, verifica, cioè la validità della connessione tra più proposizioni all’interno di un ragionamento. In altri termini, la logica non si preoccupa di indagare la natura delle cose, ma si limita ad organizzare i dati di esperienza in forma scientifica. Alle spalle delle ricerche logiche di Mill vi è quindi una sostanziale adesione ai principi dell’empirismo e del positivismo, La prima operazione della logica è quella della denominazione, cioè dell’attribuzione di nomi alle cose ( non già, lockianamente, alle idee). Il linguaggio è uno strumento del pensiero prima ancora che della comunicazione: pertanto ogni indagine logica deve iniziare con un’analisi del linguaggio. E’ in questo quadro che m introduce una famosa distinzione – ripresa poi, in diverso modo, da Frege – tra termini denotativi ( o non connotativi) e termini connotativi. Si ha denotazione quando un termine indica semplicemente un oggetto, senza riferimento ad alcuna sua proprietà o attributo. Ad esempio sono termini denotativi tutti i nomi propri. Quando dico “Giovanni, Paolo o Pietro”, indico semplicemente un individuo preciso, senza dare alcuna informazione che lo caratterizzi. Sono invece termini connotativi quelli che indicano una o più proprietà relative ad un soggetto. Tali sono gli attributi: quando dico “bianco” o “razionale” indico la qualità che caratterizza un determinato soggetto. Ma sono termini connotativi anche i nomi comuni, i quali, oltre a denotare i singoli individui, implicano anche l’indicazione delle loro qualità: ad esempio il termine uomo denota i singoli individui umani, ma connota anche le qualità (razionalità, corporeità, una certa forma esteriore, ecc. ) che appartengono loro in quanto umanità. Questa distinzione è rilevante non soltanto per la classificazione dei nomi, ma anche per quella delle proposizioni che derivano dalla composizione dei nomi. Quando un predicato esprime un concetto che è già connotato dal soggetto, la proposizione che risulta non fornisce alcuna nuova informazione. Ad esempio, quando dico che gli uomini sono razionali, non amplio la mia conoscenza, perché la nozione di razionalità è già contenuta in quella di uomo. In questo caso si parla di proposizioni verbali che, analogamente ai giudizi analitici di cui parlava Kant, sono necessarie ma improduttive. Nelle proposizioni reali, invece, il predicato esprime una connotazione che non era contenuta nel soggetto e quindi si ha un vero – reale, appunto, – ampliamento della conoscenza. Ovviamente la distinzione tra la verbalità e la realtà riguarda non soltanto le singole proposizioni ma anche la loro connessione e quindi investe il problema dell’ inferenza ovvero, nel senso assai ampio che Mill dà a questo termine, del ragionamento. Affinché si abbia una vera inferenza – cioè affinché il ragionamento apporti conoscenza- occorre che la proposizione conclusiva sia “contenutisticamente” diversa da quella di partenza e non una semplice trasformazione verbale di essa. Ma quali sono gli strumenti logici per garantire ciò? La logica tradizionale individuava due strade: o l’inferenza dal generale al particolare attraverso la deduzione e quindi il sillogismo (inteso come forma fondamentale della deduzione) o l’inferenza dal particolare al generale attraverso l’induzione. Mill intende mostrare che esiste una terza strada che sta a fondamento di entrambe le vie tradizionali: l’inferenza avviene sempre dal particolare al particolare. Iniziamo con l’analisi del sillogismo, utilizzando il tradizionale esempio: “Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo. Dunque Socrate è mortale”. Se viene inteso come dimostrazione di tipo deduttivo, cioè se la conclusione “Socrate è mortale” viene dedotta dalle premesse, come il sillogismo pretende, esso comporta necessariamente una petizione di principio, cioè contiene già nelle premesse ciò che si deve dimostrare nella conclusione. Infatti nella premessa maggiore “Tutti gli uomini sono mortali” è già detto che Socrate è mortale, poiché nell’espressione “Tutti gli uomini” è compreso anche Socrate. Tuttavia il sillogismo può presentare qualche valore se non lo si considera soltanto un procedimento deduttivo. In altre parole, la premessa maggiore tutti gli uomini sono mortali non deve essere considerata il punto di partenza del ragionamento, ma piuttosto il punto di arrivo di una serie di osservazioni particolari. Poiché sperimento che Tizio è mortale, Caio è mortale, Sempronio è mortale, posso pensare che anche Socrate sia mortale e che tutti gli uomini lo siano. In altri termini, la proposizione principale ( quella che ritenevo una premessa maggiore) è una formula compendiosa di osservazioni particolari che è però espressa in termini generali, così da poter essere applicata anche a particolari non ancora osservati. In questo modo le proposizioni generali non sono che il momento intermedio di un ragionamento che va dal particolare al particolare, aggiungendo alla serie dei particolari osservati il particolare cui si applica la conclusione. E, a riprova del fatto che nell’inferenza il passaggio fondamentale è quello che va dal particolare al particolare e non quello che coinvolge l’universale, Mill osserva che i bambini e gli animali sono in grado di fare inferenze senza passare attraverso la formulazione di proposizioni generali: una volta scottati, essi non si avvicineranno più alla fiamma, pur senza formalizzare il principio generale secondo cui il fuoco brucia. La tesi di Mill per cui ogni inferenza parte dall’osservazione dei casi particolari poggia sull’assunto che ogni nostra conoscenza ha un’origine empirica. Tutte le nostre generalizzazioni sono soltanto formule derivate da rassegne di casi particolari, testimoniati dall’esperienza. Le stesse verità della matematica sono conseguite attraverso generalizzazioni di questo genere: alla loro base vi sono, comunque, sempre esperienze particolari. Gli oggetti della matematica, infatti, non sono diversi da quelli empirici, ma sono gli stessi oggetti empirici considerati facendo astrazione da alcune loro qualità: per esempio il punto geometrico è un punto empirico in cui si astrae dall’estensione, così come nella linea si fa astrazione dall’aspetto delle lunghezza, e così via. Dalla critica che Mill conduce al sillogismo – dall’osservazione di casi particolari si ricava una proposizione generale che sta a fondamento di una nuova proposizione particolare – si evince che l’inferenza si fonda non tanto sulla deduzione, quanto sull’induzione. Ora il procedimento induttivo che amplia la nostra conoscenza non è mai l’induzione perfetta, cioè quella in cui si considerano tutti i casi relativi ad una certa classe: in questo caso, infatti, non c’è un vero aumento di conoscenza e l’operazione conoscitiva, di puro carattere analitico, si riduce ancora una volta a una “trasformazione verbale”. Per esempio, se dico: “Pietro (l’apostolo) era ebreo, Paolo era ebreo, Giovanni era ebreo” e così via, fino ad enumerare tutti i dodici apostoli, per concludere “quindi tutti i dodici apostoli erano ebrei” in realtà la conclusione non aggiunge nulla di nuovo alle affermazioni sui singoli individui e non è che una riformulazione verbale. Diverso è il caso della induzione imperfetta, che Mill chiama tradizionalmente induzione per enumerazione semplice. In questo caso, dall’osservazione di un certo numero di casi particolari si inferisce una qualità che è relativa a tutti gli individui appartenenti a quella classe, anche a quelli che non sono caduti sotto la mia esperienza. Così avviene quando affermo: “Tizio è mortale, Caio è mortale, Sempronio è mortale, quindi tutti gli uomini sono mortali. “ Procedendo da particolare a particolare, io conseguo un’informazione su una qualità dell’intera classe che non mi è ancora testimoniata dall’esperienza. Ma è proprio questo ampliamento della conoscenza che può rendere problematica la giustificazione della validità dell’induzione. Se sperimento solo un certo numero di casi individuali, come posso essere sicuro che le osservazioni fatte per essi valgano anche per tutti gli altri casi non verificati? Per secoli gli europei hanno creduto che tutti i cigni fossero bianchi, perché non avevano mai visto un cigno nero. In altri termini: se procedo sempre da particolare a particolare, che cosa garantisce la validità della generalizzazione, cioè del passaggio dal particolare al generale? Mill ritiene che esista un criterio per avvalorare questo passaggio e lo ritrova nel principio dell’uniformità della natura, il quale trova a sua volta la sua migliore espressione nella legge di causalità necessaria. Possiamo estendere alla totalità dei casi di una determinata classe le affermazioni fatte in base all’osservazione di un numero limitato di essi poiché supponiamo che la natura sia ordinata da leggi, per cui a una condizione naturale debba necessariamente seguire un altro stato altrettanto determinabile. Tuttavia, è Mill stesso ad osservare che tale principio lungi dall’essere indipendente da ogni induzione è anch’esso il risultato di un’induzione cioè di una generalizzazione di casi particolari. Ci troviamo quindi di fronte a quella che a molti è apparsa una petizione di principio di principio, in quanto l’induzione trova il proprio fondamento nel principio dell’uniformità della natura, il quale, a sua volta, si fonda su un procedimento induttivo.<<

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 11 Mar 2010, 11:01 AM

Einstein utilizzava il metodo induttivo o deduttivo?

Nessuno dei due da quanto si evince dal libro <<Le responsabilità della scienza>> di Gerard Holton. Scrive quest’ultimo che per lo scienziato svizzero <<(…) l’abilità di usare l’immaginazione visiva si è rivelata spesso cruciale. In una famosa lettera a Jacques Hadamard Einstein confessava quanto segue

“Le parole , il linguaggio nella loro forma scritta o parlata non sembrano avere alcun ruolo nei meccanismo del mio pensiero. Le entità psichiche che sembrano esserne gli elementi costitutivi sono certi segni ed immagini più o meno chiare che posso volontariamente produrre e combinare.”

E’ come se pensando egli giocasse con le tessere di un puzzle.

Ed a Max Wertheimer Einstein diceva

“Molto raramente penso usando le parole […] Ho come un’immagine complessiva come se vedessi”

Partendo da questo atteggiamento mentale Einstein non fu comunque in grado di comprendere la portata innovativa della fisica quantistica.La sua divergenza da Bor, come emerge dal loro carteggio, (Einstein-Bor Scienza e vita ) riguardava il presupposto o pregiudizio filosofico che si potesse definire oggettivamente uno stato reale in qualunque caso senza specificare il dispositivo sperimentale con cui il sistema viene studiato: è l’ideale dell’osservatore distaccato. La filosofia di Einstein, di derivazione spinoziana, implicava la possibilità di una netta separazione fra sfera oggettiva e soggettiva e l’assunto che si potesse parlare della sfera oggettiva in modo inequivocabile. Non mi inoltro sui contenuti di questa divergenza salvo far notare che i due scienziati partendo da presupposti simili (la teoria della relatività e la concezione dello spazio-tempo) arrivavano a conclusioni diverse.

E’ interessante la circostanza per la quale Heisenberg, quello del principio di indeterminazione eliminò completamente l’uso delle rappresentazioni visive dell’atomo. Egli scriveva:

<< Il programma della fisica quantistica deve innanzitutto prescindere da queste rappresentazioni intuitive […] La nuova teoria dovrebbe soprattutto abbandonare completamente la visualizzabilità>>

La combinazione di immagini di Einstein, i suoi esperimenti mentali sono più vicini al procedimento abduttivo che a quello deduttivo anche se sono d’accordo con Holton quando dice che non risolveremo mai completamente il problema di come alcuni scienziati più dotati possano anticipare con la loro conoscenza intuitiva lo stadio successivo della scienza.

Come sosteneva PK Feyerabend nel suo “Contro il metodo” gli scienziati anarchici potrebbero produrre una scienza metodica cioè la razionalità scientifica potrebbe essere il risultato di svariate mosse irrazionali. Quando ciò avviene proviamo sempre sorpresa e meraviglia.

Keplero che ha distrutto il dogma dell’eccellenza di cerchi e sfere è arrivato alla sua verità procedendo a zig-zag come un sonnambulo facendo errori di calcolo che fortunosamente ( od irrazionalmente?) correggevano gli errori precedenti.

Keplero diceva di aver sognato la verità: lo scopritore o l’inventore coglie analogie o relazioni che fino allora nessuno aveva notato così come il poeta od il sognatore scorge in una nube delle immagini che nessuno indovina.

Sorprendente è la constatazione che spesso gli innovatori non sempre sono in grado di valutare appieno le implicazioni delle loro scoperte e si oppongono ad alcuni sviluppi, in partenza non prevedibili di esse.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 11 Mar 2010, 01:23 PM

Piera Tilocca

L’anarchismo epistemologico di P.K. Feyerabend

P. Tilocca, L’anarchismo epistemologico di P.K. Feyerabend, in “XÁOS. Giornale di confine”, Anno IV, N.1 Marzo -Giugno 2005/2006 URL:

http://www.giornalediconfine.net/n_4/16.htm

Sin dalla premessa del suo libro Contro il metodo Feyerabend chiarisce l’obiettivo del suo lavoro, ovvero la presentazione o meglio l’abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza. Egli si dimostra a favore di un anarchismo, poiché questo si rivela “una eccellente medicina per l’epistemologia e per la filosofia della scienza” (Feyerabend 2002, 15) piuttosto che essere un osservatore di norme rigorose. Infatti queste, se da un lato ottengono risultati importanti entro certi limiti, dall’altro hanno lo svantaggio di non tener conto dell’universo di possibilità che potrebbe aprirsi all’uomo. Egli si chiede: “Dobbiamo credere veramente che le regole ingenue e semplicistiche che i metodologi prendono come loro guida possano rendere ragione di un tale ‘labirinto di interazioni’?” (ibid., 15-16), che in maniera piuttosto sbrigativa viene sacrificato dagli stessi in nome di una Scienza o di un Metodo. Essi , così facendo, non consentono una realizzazione di questo universo che aspetta solamente di poter essere dischiuso da un “opportunista senza scrupoli che non sia legato ad alcuna particolare filosofia e che adotti in ogni caso il procedimento che gli sembra più opportuno nella particolare circostanza” (ibid., 15-16).

Già dalle prime battute, dunque, iniziano a intravedersi le linee essenziali del pensiero di Feyerabend, quali la critica alle metodologie ritenute infallibili, alla scienza e al suo procedimento ben definito, all’uso di un solo metodo, alle visioni dogmatiche.

Accade, infatti, che molte intuizioni che potrebbero rivelarsi interessanti vengano inibite, così come l’immaginazione, da un tipo di formazione scientifica che fissa le regole in anticipo e cristallizza il pensiero creativo. Il desiderio di libertà è così accantonato per seguire norme universali o tradizionali rigide [1].

Chi può, infatti, escludere l’esistenza di altri metodi e la loro validità e costruire gerarchie stabilendo a quale metodologia spetti il primato? L’anarchia a cui pensa Feyerabend si oppone a principi o leggi universali affinché si consegua “il progresso in qualsiasi senso si voglia intendere questa parola” (ibid., 25). Egli vuole convincere i suoi lettore che “tutte le metodologie, anche quelle più ovvie, hanno i loro limiti” (ibid., 29) e che l’adesione a un determinato metodo, sia anche quello scientifico, ha come conseguenze la perdita della complessità umana e del flusso storico. Spesso l’atteggiamento della scienza ha come risultato un dogmatismo che impoverisce il ricco universo di alternative e nuove possibilità di evoluzione sulla strada della conoscenza [2].

Feyerabend raccomanda che “dobbiamo perciò mantenere aperte le nostre scelte e non dobbiamo fissarci limiti in anticipo” (ibid., 17) affinché non si rischi di ignorare tutta quella gamma di opportunità, di casi, di eventi e di fluttuazioni che accompagnano la storia dell’uomo. Il problema che qui si solleva è come possa essere possibile una qualsiasi evoluzione in qualsiasi campo se già ci precludiamo vie diverse di ricerca da quelle che sono note? Il pensiero, così, rischia di subire una brusca frenata, per cristallizzarsi a causa dell’abitudine a percorrere gli stessi metodi che rendono effimeri i risultati ottenuti. È per questo motivo che Feyerabend ci invita ad adottare un principio secondo il quale “qualsiasi cosa può andar bene”[3] (anything goes!).

A questo punto potrebbe sorgere il dubbio che Feyerabend voglia, attraverso questo principio, proporci una nuova metodologia. Credere ciò sarebbe erroneo dato che egli stesso chiarisce in modo esplicito la sua posizione e propone “un nuovo rapporto fra regole (criteri) e tradizioni. È questo rapporto, e non un determinato contenuto delle regole, a caratterizzare la mia ‘posizione’” (Feyerabend 1981, 66). Non c’è il tentativo da parte sua dell’imposizione di una particolare visione [4], quanto forse il desiderio di portare i suoi lettori a rifiutare l’idea di un metodo universalmente valido, per andare oltre e scoprire nuovi orizzonti che permettano all’uomo di svilupparsi integralmente e pienamente. Il principio ha il pregio di non inibire il progresso per il fatto che arresta la selezione di idee a svantaggio delle altre che mal si collocano in rapporto ad una certa esperienza, per dare in un certo senso, il giusto peso ad ognuna.

Quello di Feyerabend è un invito, una provocazione a lasciare il nostro porto sicuro, rappresentato dai nostri standard ideali ai quali ci affidiamo, per nuotare in “un oceano, sempre crescente, di alternative reciprocamente incompatibili” (Feyerabend 2002, 27), magari insicuro ma senz’altro più creativo e ricco di novità. Le idee migliori forse vengono proprio dalla diversità e non dall’omologazione.

Questo principio deve essere seguito anche dallo scienziato, il quale deve tener conto di tutte le opinioni, confrontando idee con altre idee e non semplicemente scartare queste in nome di una “condizione di coerenza” che elimina una teoria perché in disaccordo con un’altra (ibid., 31).Questo crea immobilità, staticità nel processo conoscitivo poiché si tende, in questo modo, a preservare teorie meglio conosciute a scapito di nuove e diverse. È anche vero che all’inizio bisognerà pure optare per qualcosa (lo stesso Feyerabend all’inizio era un fedele del metodo scientifico [5]) ma ciò non autorizza l’esclusione a priori di altri fatti che non riescono a giustificare momentaneamente una teoria. Persino lo stesso procedimento scientifico, che per molti consta di principi immutabili, logici, lineari, va incontro a delle violazioni del suo stesso metodo poiché “non c’è una singola norma, per quanto plausibile e per quanto saldamente radicata nell’epistemologia, che non sia stata violata in qualche circostanza” (ibid., 21).

Se si pensa alla storia della scienza, spesso vengono introdotte forzature o ignorati eventi fortuiti al fine di spiegare teorie che non si accordano con fatti osservabili da tutti. Così uno scienziato dovrebbe andare alla ricerca di nuove sfaccettature e pluralità di idee [6], nonché dovrebbe servirsi non solo della “norma”, (elemento che conferma la teoria accordando i dati) ma anche della “contronorma” che “ci consiglia di introdurre ed elaborare ipotesi […] in contraddizione con teorie ben stabilite e/o fatti ben accertati” (ibid., 26). Norma e contronorma sono parti integranti del processo di conoscenza [7] dove l’ultima, aggiunge elementi che non portano sicuramente verso il conformismo o verso il dogmatismo.

Dopotutto la ricerca nell’ambito scientifico “si fonda ora su una regola, ora su una altra e le mosse che la fanno avanzare non sono sempre note in modo esplicito” (ibid.,25). Ciò comporta l’entrata in un’ottica più aperta, che preveda la considerazione di paradigmi diversi da quelli tradizionali e anche l’accettazione dell’instabilità del nostro sapere scientifico.

Così l’anarchico è “come un agente segreto che giochi la partita della Ragione allo scopo di minare l’autorità della Ragione (della Verità, dell’Onestà, della Giustizia ecc.) (ibid.,29), per uscire dal circolo vizioso in cui induce l’atteggiamento scientifico occidentale quando allontana altre modalità di perseguire conoscenza ritenendole inferiori o arretrate.

Il risultato è l’imposizione del metodo scientifico come unico attendibile e l’eliminazione della pluralità, che porta a una sorta di uniformità paralizzante. L’anarchico come è concepito da Feyerabend si oppone a quelli che vengono proposti come principi universali o leggi Universali quali Ragione, Giustizia, Dovere, Verità, per prendere in considerazione altri tipi di pensiero, di tradizioni, poiché egli “non ha alcuno scrupolo a difendere anche l’asserzione più trita o più mostruosa” (ibid.,155). Sembra che l’anarchico voglia introdurre tutta una serie di fattori che normalmente la cultura scientifica non considera o considera come inutili al progresso della scienza stessa [8].

L’anarchico epistemologico cercherà, dunque di scardinare il mito della Scienza e del Metodo per sostenere la pari dignità all’interno di questa di altre tradizioni e forme di sapere [9] che concorrono tutte a dare il loro contributo alla piena realizzazione dell’uomo.

Questo è un concetto che implica l’annullamento di ogni genere di autorità all’interno della ricerca epistemologica per far posto a teorie che “dimostrano che la scienza non è l’unica via per acquisire la conoscenza, che ci sono alternative e che le alternative possono riuscire laddove la scienza ha fallito” (Feyerabend 2001, 92).

Nella scienza e nel suo campo rientrano concezioni irrazionali, caos, deviazioni, errori, che aiutano questa a progredire. Senza questi fattori, con tutta probabilità, il campo del sapere umano non avanzerebbe e la scienza stessa rischierebbe di essere spazzata via proprio a causa della mancanza di quei stessi fattori che l’hanno portata a certi risultati: “la scienza è molto più ‘trascurata’ e ‘irrazionale’ della sua immagine metodologica” (Feyerabend 2002, 146). Feyerabend propone l’utilizzo della non-scienza a fianco della scienza [10] e a garantire il tramite, lo scambio tra quest’ultima e le altre concezioni non scientifiche sarà proprio l’anarchismo.

Sia l’anarchismo che il principio “qualsiasi cosa può andar bene” si ritrovano ad essere strettamente connessi, in quanto vogliono essere un trampolino di lancio, l’inizio di una ricerca aperta, libera, che usufruisce di tutte le concezioni, le voglia senza aver paura dei risultati poiché lo “strumento di critica migliore è lo sviluppo di alternative” (Feyerabend 1981, 67).

Molti critici lo hanno accusato di seguire un “anarchismo ingenuo”, ovvero di portare avanti un’analisi dei limiti di regole e criteri per poi abbandonarli definitivamente (ibid., 65). Non penso che Feyerabend possa essere annoverato nella cerchia degli anarchici ingenui poiché, se da un lato è certamente convinto della limitatezza di tutte le regole e criteri, dall’altro non dice che ormai dobbiamo vivere senza questi [11]. Solamente non dobbiamo farne un’idea oggettiva da imporre dall’alto senza tenere in considerazione le condizioni che si presentano volta per volta.

Forse egli mira a far capire al lettore che deve avere l’intelligenza nonché la spregiudicatezza di usare metodi e criteri a seconda della circostanza in cui si trova immerso. Il suo anarchismo è fondamentale sia nella ricerca scientifica che all’interno della società, affinché nessuno si senta schiavo di regole assolute e procedimenti standardizzati [12]. Infatti “i criteri che usiamo e le regole che raccomandiamo hanno un solo senso solo se il mondo ha una certa struttura, mentre in ambiti dotati di una struttura diversa rimangono inapplicabili o funzionano a vuoto” (Feyerabend 1981., 67).

[1] “Il desiderio di accrescere la libertà, di condurre a una vita piena e gratificante, e il corrispondente tentativo di scoprire i segreti della natura e dell’uomo,comportano quindi il rifiuto di ogni norma universale e di ogni tradizione rigida” (Feyerabend 2002, 18).

[2] “Dovremmo trasferire ad essa i diritti esclusivi di occuparsi della conoscenza, così da escludere immediatamente qualsiasi risultato si sia ottenuto con altri metodi? È questa la domanda che intendo esaminare nel presente saggio. E la mia risposta a tale domanda sarà un fermo e sonante NO” (ibid., 17).

[3] “E’ chiaro, quindi, che l’idea di un metodo fisso o di una teoria fissa della razionalità, poggia su una visione troppo ingenua dell’uomo e del suo ambiente sociale. Per coloro che non vogliono ignorare il ricco materiale fornito dalla storia, e che non si propongono di impoverirlo per compiacere ai loro istinti più bassi, alla loro brama di sicurezza intellettuale nella forma della chiarezza, della precisione, dell’”obiettività”, della “verità”, diventerà chiaro che c’è un solo principio che possa essere difeso in tutte le circostanze e in tutte le fasi dello sviluppo umano. E’ il principio: qualsiasi cosa può andar bene” (ibid., 25).

[4] “Non ho una filosofia, se per filosofia si intende un corredo di principi uniti alle loro applicazioni, oppure un immutabile atteggiamento di fondo” (Feyerabend 2001, 148).

[5] “So di essere stato un tempo io stesso un patito della scienza, ma ora sono diventato molto scettico circa l’autorità della scienza in questioni ontologiche” (Feyerabend 1984, 56)

[6] “[…] egli deve adottare cioè una metodologia pluralistica. Egli deve mettere a confronto idee con altre idee anziché con l’’esperienza’ e deve cercare di migliorare anziché rifiutare le opinioni che in questo contrasto hanno avuto la peggio” (Feyerabend 2002, 27).

[7] “La conoscenza così concepita non è una serie di teorie in sé coerenti che convergono verso una concezione ideale, non è un approccio ideale, non è un approccio graduale alla verità: È piuttosto un oceano, sempre crescente, di alternative reciprocamente incompatibili” (ibid., 27).

[8]”Non c’è alcuna opinione, per quanto ‘assurda’ o ‘immorale’ che egli si rifiuti di prendere in considerazione o in conformità con la quale si rifiuti di agire, e nessun metodo è considerato indispensabile” (ibid.,155).

[9]”[…] ci si accorge che la scienza non ha l’esclusività della conoscenza. La scienza è senz’altro un serbatoio di conoscenza, ma lo stesso vale per i miti, le favole, le tragedie, i componimenti epici e molte altre creazioni delle tradizioni non scientifiche” (Feyerabend 2001, 95).

[10] “L’affermazione che non c’è conoscenza fuori dalla scienza – extra scientiam nulla salus – non è altro che un’altra favola, molto conveniente” (Feyerabend 2002, 249).

[11] “Trovo plausibile che ogni regola abbia dei limiti, ma non ne concludo che si debba vivere senza regole.[…] Non voglio eliminare regole e criteri, né mostrare che siamo privi di valore. Al contrario desidero aumentare il nostro inventario di regole – più sono, meglio è – e propongo usarle tutte in modo nuovo” (Feyerabend 1983, 401).

[12] “Le regole metodologiche devono essere adattate alle circostanze e reinventate sempre di nuovo. Ciò aumenta la libertà, la dignità e la speranza di successo” (ibid., 298).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

PAUL K. FEYERABEND

– (1981) La scienza in una società libera, Milano

– (1983) Il realismo scientifico e l’autorità della scienza, Milano

– (1984) Scienza come arte, Bari

– (2001) Dialogo sul metodo, Bari

– (2002) Contro il metodo, Milano

La critica a Feyerabend potrebbe essere molto facile poichè l’assenza di un metodo è un metodo esso stesso. Però volevo sottolineare che non ha senso parlare della maggiore potenza di un metodo rispetto ad un altro. L’aspetto pragmatico dell’abduzione fa sì che essa consenta una larghissima flessibilità (che poi credo sia quello che voglia sostenere Feyerabend) ed includa

l’aspetto irraazionale della scoperta attraverso l’intuizione di nessi nuovi comunque da verificare.

Sono d’accordo che ciò che va evitato ad ogni costo è il dogmatismo metodologico.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 12 Mar 2010, 11:58 AM

Kant affermava che << (…)il genio è il talento di produrre ciò di cui non si può dare una regola determinata, non un’attitudine particolare a ciò che può essere appreso mediante una regola; per conseguenza l’originalità è la sua prima proprietà.>> (Critica del giudizio)

Il genio non segue nessun metodo in quanto non può mostrare scientificamente come compie la sua produzione, ne ha facoltà di trovarne a suo piacere seguendo particolari procedure.

La genialità sfugge per sua natura ad ogni tentativo di indagine metodica e sistematica in quanto costituisce una rottura all’interno di un paradigma culturale.

Quindi secondo Kant il genio che cerchi qualcuno che accrediti scientificamente le sue scoperte entrerebbe in contraddizione con la sua natura di genio.

La concezione kantiana è comunque ambigua: la genialità sarebbe il libero gioco dell’immaginazione che deve limitare però il proprio arbitrio per conformarsi alle leggi dell’intelletto.

Arte e scienza, immaginazione ed intelletto, intuizione e concetto rimangono ambiti separati per non dire scissi nella descrizione d’un rapporto reciproco che non conduce alla trasformazione dell’esistente. cioè alla creazione di un nuovo.

La scoperta scientifica obbedisce ad una logica diversa da quella del genio kantiano: in essa razionalità ed irrazionalità trovano un punto di convergenza e di sintesi.

La combinazione delle immagini visive , secondo un procedimento abduttivo o metaforico che dir si voglia , di Einstein portava a stabilire il nesso fra massa ed energia ma contemporaneamente a fissarne la regola obbedendo al rigore della logica. Il momento irrazionale dell’immaginazione si conciliava con il metodo galileiano secondo il quale i fenomeni della natura possono essere tradotti nel linguaggio della matematica. Così la scoperta poteva diventare patrimonio universale e dare luogo ad ulteriori sperimentazioni e verifiche.

Intuizione e metodo possono e devono pertanto coesistere nell’ambito della scienza .

Einstein era un solitario che prediligeva gli esperimenti “mentali”, Bor, Fermi e gli scienziati della fisica quantistica lavoravano in gruppo e prediligevano gli esperimenti reali: possiamo noi dire che gli uni fossero meglio degli altri?

Io sono d’accordo almeno su di un punto con il pragmatismo cinese: a noi poco importa se il gatto sia bianco o sia nero purchè prenda i topi.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 14 Mar 2010, 10:57 AM

Un esperimento mentale o esperimento concettuale (in tedesco Gedankenexperiment, termine coniato dal fisico e chimico danese Hans Christian Ørsted) è un esperimento che non si intende realizzare praticamente, ma viene solo immaginato: i suoi risultati non vengono quindi misurati, ma calcolati teoricamente Il concetto di esperimento concettuale è stato introdotto da Albert Einstein, che se ne servì per illustrare la sua Teoria della relatività; ma anche alcuni paradossi classici, come quello di Achille e la tartaruga, si possono considerare esperimenti mentali. Anche alcuni ragionamenti di Galileo Galilei rientrano sotto questa categoria.

Anche in psichiatria vengono utilizzati esperimenti concettuali?

Quando ricreiamo dentro di noi, a scopo di ricerca, l’esperienza della nascita eseguiamo un esperimento mentale perchè vagliamo tutte le conseguenze di punti di vista diversi.

L’idea freudiana del narcisismo neonatale porterebbe per es a pensare ad un neonato “morto”: per questo viene scartata.

Se facciamo esperimenti mentali per ricostruire il vissuto della nascita, inserendo dati derivati dall’osservazione diretta del bambino e delle neuroscienze (neurofisiologia, neurobiologia, embriologia del sistema nervoso) avremmo dei costrutti teorici molto più complessi ance se all’inizio puramente concettuali.

Nessuno ci vieta però di sottoporre a verifica le ipotesi che mano a mano vengono elaborate.

<< Come è pure accaduto all’esperimento, anche l’esperimento mentale è stato in passato solitamente trascurato dall’analisi epistemologica. Soltanto negli ultimi vent’anni questo tema ha richiamato l’attenzione di un certo numero di autori, i cui studi mostrano però quasi sempre la grave lacuna metodica di occuparsi soltanto dell’esperimento mentale, senza porre e risolvere al tempo stesso il problema dell’esperimento reale. La soluzione di quest’ultimo problema è ben lontano dall’essere qualcosa di scontato, come mostrano fra l’altro anche le numerose indagini – soprattutto da parte del nuovo sperimentalismo e del sociological turn – dedicate negli ultimi decenni al tema dell’esperimento scientifico. E d’altro canto, sui pochissimi autori che hanno correttamente affrontato il problema del concetto di esperimento mentale senza separarlo da quello di esperimento reale (Mach, Kuhn e, più recentemente, Gooding), ha tuttavia fortemente pesato l’opzione naturalistica, che ha loro impedito di cogliere il nesso di unità e di distinzione che sussiste fra l’esperimento e l’esperimento mentale>>( Marco Buzzoni)

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 15 Mar 2010, 10:08 AM

Nel silenzio le immagini si mettono in cammino

Quali costellazioni di significati o connotazioni sono storicamente scaturite dagli “esperimenti mentali” relativi alla nascita?

<<Vitalità come realizzazione di un sé libidico del feto nell’utero che avendo un rapporto con l’oggetto (liquido amniotico) mediante l’istinto sessuale ne realizza l’esistenza percependo le qualità dell’oggetto>> (1971)

Vitalità come reazione all’intensa stimolazione nel passaggio del canale del parto.

(1992)

Questa vitalità si è detto recentemente essere “fisica”

<<Fantasia di esistenza come immagine, << La fantasia è la realizzazione dell’istinto di morte in quanto fantasia di non esistenza della situazione neonatale rende esistente nella traccia mnesica ( formazione del ricordo immagine), il sé intrauterino, cioè il sé in rapporto con un oggetto.>>

(1971)

Inconscio mare-calmo= immagine indifferenziata.

Nel 1999 (con Palau) c’è stato un cambiamento di paradigma: si accentua, se possibile, la distanza ed il rifiuto del freudismo anche nella terminologia.

Fagioli cerca l’origine del linguaggio nella dimensione non cosciente.

Egli fa notare come la parola “immagine “ non abbio suono: il riferimento è sempre stato ad un processo visivo

(…) nessuno ha pensato di legare la parola immagine a suoni armonici(…) la musica non permette di formare una figura con contorni definiti e non viene pensata e detta immagine. Scissione totale fra visione ed ascolto>>

Per pensare al legame fra musica ed immagine visiva, per scoprire il legame fra fatto visivo che è silenzioso e fatto auditivo che non vede <<.. .bisogna arrivare a pensare la linea o meglio bisogna arrivare a pensare all’immagine della linea>>

Il punto di partenza è la definizione della linea come rappresentazione della pulsione, della fantasia di sparizione che insorge alla nascita. La linea è assenza di colore perché è quanto consente a quest’ultimo di definirsi come immagine. La linea è nera, quand’anche fosse disegnata in rosso perché essa è il segno silenzioso che f a la separazione fra una cosa e l’altra. La linea come già aveva affermato Balzac nel suo racconto <<Il capolavoro sconosciuto>>(1837) non esiste in natura: noi la estraiamo dai confini dell’oggetto guardato la concettualizziamo come immagine che poi eventualmente possamo disegnare sulla carta.

Ciò avviene perché <<(…) la prima separazione che fa la realtà umana è la pulsione di annullamento della nascita che potremmo dire, fa il buio intorno all’uomo.>>

Fa anche, mi chiedo, il silenzio intorno al bambino per l’annullamento del rumore del mondo inanimato?

Quando nel 2003 credo usavo l’espressione “Nel silenzio le immagini si mettono in cammino” alludevo alla possibilità di questa sparizione iniziale dei suoni caotici e senza senso umano. Anche nell’immagine della musica dobbiamo pensare sia contenuta <<(…) l’immagine della linea cioè il nero della separazione>>

Come interpretare questo passaggio?

Anche l’orecchio umano ha la capacità di estrarre dal continuum dei suoni delle parole ascoltate delle unità significative .

Ciò ha un suo corrispettivo nella lingua scritta in cui le parole, che se pronunciate costituirebbero una linea continua, sono separate le une dalle altre da uno spazio vuoto che appare sulla carta bianco, ma per quanto detto prima in realtà è neroPer la musica è lo stesso: le entità minime sono le note che sullo spartito sono unità discrete, salvo la specifica indicazione della pausa.

Quindi dal rapporto fra visione audizione deriva che la linea indefinita, che si forma nel silenzio e nel buio della pulsione neonatale, viene segmentata poi nell’ascolto e nella fonazione in elementi dotati di senso. Dotati solo di senso perché ancora non c’è la capacità di estrarre dal colore forme o figure che unendosi ai fonemi, ai suoni, creerebbero il significato.

La pausa nel discorso scritto viene indicata con una specifica notazione il punto o se più breve la virgola.

L ‘intervallo intenzionale fra due frasi, o due periodi, è diverso dal processo di segmentazione delle lettere e delle parole che consente immediatamente la compresnsione del senso e del significato.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 16 Mar 2010, 11:13 AM

Scriveva Balzac << La linea è il mezzo con il quale l’uomo si rende conto dell’effetto della luce sugli oggetti, ma non ci sono linee in natura ove tutto è pieno. E’ modellando che si disegna cioè che si distaccano le cose dall’ambiente circostante,solo la diffusione della luce dona apparenza ai corpi>>

(Balzac-Il capolavoro sconosciuto)

La luce uniformemente diffusa equivale per l’occhio umano al buio: è quanto ha dimostrato il premio Nobel Torton Wiesel. La nostra retina è costruita, dal punto di vista neuroanatomico non semplicemente per reagire alla luce ma ai contrasti di luce La linea deriva dalla capacità di percepire una differenza di luminosità.

Ai più attenti non sarà sfuggito che l’espressione “lina indefinita” che ho usato nel precedente post, potrebbe essere una contraddizione in termini od un paradosso. La linea ciò che definisce per antonomasia come può essere indefinita?

La linea , o meglio l’immagine della linea è indefinita nel senso che essa non è visivamente rappresentabile.

Ciò è, a mio avviso,(lo sottolineo a mio avviso) è quanto risulta dall’utilizzazione del termine “capacità di immaginare” che Fagioli mi sembra ha introdotto nel 2006 in un articolo di Left.

La capacità di immaginare cioè di separare e di definire se stessi in relazione all’ambiente circostante ed agli altri è un concetto e come tale non corrisponde a nessuna visualizzazione specifica.

La linea potrebbe essere una metafora visiva, geometrica, per alludere ad una attività mentale che di per sé non è visualizzabile in quanto derivante dall’integrazione, a livello dell’immagine, di varie modalità sensoriali.

Varrebbe il principio di indeterminazione: se mettiamo in primo piano l’aspetto visivo non mettiamo a fuoco quello auditivo o cinestesico che in realtà formano un insieme inscindibileSe noi analizziamo la psicofisiologia della visione scopriamo che durante la veglia gli occhi hanno continui piccoli, praticamente invisibili movimenti saccadici dei piccoli salti che hanno una durata media di 50-200 millisecondi ciascuno. In assenza di tali movimenti la visione è in effetti impossibile perché i neuroni visivi sono sensibili solo ai cambiamenti dell’intensità di luce. E’ per questo che l’occhio immobilizzato non è in grado di vedere , è cieco.

Questo per dire che la creazione della linea è l’elaborazione di sensazioni retiniche e cinestesiche cioè di movimento che sono inseparabili le une dalle altre anche se il movimento non viene percepito e rimane così una componente indefinita.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 17 Mar 2010, 01:30 PM

Siamo arrivati ad un punto cruciale. Nel suo bellissimo articolo del 1962 sulla percezione delirante Massimo Fagioli esamina il concetto di percezione e cita vari autori, rilevanti per l’epoca,fra cui Musatti il quale considera <<(…) il processo percettivo come come unità funzionale della vita psichica piuttosto che semplice recezione di una singola percezione attuale>>

Quindi la percezione come “unità funzionale” viene distinta dalla percezione attuale che assomiglia molto a ciò che viene denominato sensazione.

Le sensazioni sarebbero le impressioni immediate che derivano dalla stimolazione dei vari apparati sensoriali:sensazioni tattili, visive auditive cenestesiche ecc.

Quando la neurofisiologia descrive la funzione di trasduttori delle cellule retiniche di fatto analizza il formarsi della sensazione visiva.

Merlau-Ponty nel suo saggio del 1945 sulla Fenomenologia della percezione pur affermando il carattere unitario del processo percettivo mette in guardia contro l’uso ingenuo del termine sensazione e dal pregiudizio intellettualistico di considerare la percezione come una semplice sommatoria di dati sensoriali derivanti dai singoli apparati.

Secondo l’autore francese il puro sentire non esiste in quanto esso <<(…) equivarebbe a sentire il nulla e quindi a non sentire affatto>>

Comunque noi oggi utilizziamo la distinzione fra percezione e sensazione: diciamo che il feto ha sensazioni in quanto tutti i suoi apparati sensoriali possono venir stimolati mentre parliamo di percezioni, ed in particolar modo di percezioni inconsce a partire dalla nascita.

Ma , potremmo chiederci, cosa significa, che la percezione è “unità funzionale”?

Significa che la percezione umana ha una caratteristica unica che la differenzia da quella di tutti gli animali primati non umani compresi: essa è un processo psichico che mette in relazione a partire dalla nascita tutte le modalità sensoriali.

La percezione umana, è un’attività plastica che va incontro ad una riorganizzazione incessante nel corso dello sviluppo: essa presuppone un ‘”immagine” di sé continuamente mutevole che consente un lavoro di strutturazione e di destrutturazione dei rapporti reciproci fra i vari sensi.

Visione, audizione, tatto, cenestesi e cinestesi si integrano e si amalgamano vicendevolmente secondo modalità in perpetuo divenire.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 18 Mar 2010, 11:14 AM

Procedo a zig-zag: il mio “gedankenexperiment” lo prevede.

Cito dal libro di Marco Buzzoni “Esperimento ed esperimento mentale”

<<Popper ha ribatito con forza la contrapposiszione fra contesto della scoperta e contesto della giustificazione: la genesi delle ipotesi teoriche ha poco o nulla a che fare con l’attività sperimentale perché è essenzialmente connessa ad un atto intuitivo del singolo ricercatore che non è né razionalmente né sperimentalmente ricostruibile. In questo modo Popper aveva attribuito all’esperimento una funzione soltanto critica o di eliminazione degli errori che ne riduceva fortemente l’importanza per il progresso scientifico: l’esperimento serve bensì ad eliminare vie infeconde, ma è sempre la teoria e non l’osservazione ad aprire la strada a nuove conoscenze.>>

Da una parte Popper parla di irrazionalità della scoperta e dall’altra nel suo libro “ L’io ed il suo cervello” scritto a quattro mani con Eccles annulla completamente la realtà inconscia: l’attività mentale sarebbe solo “autocoscienza”.

E’ una palese e clamorosa contraddizione: l’epistemologia popperiana non è utilizzabile in psichiatria.

Popper apre la strada al relativismo; le teorie scientifiche diventano incontrollabili e possono proliferare liberamente: le verifice sperimentali non sono in grado di dimostrare né che sono vere né che sono false. Se dessimo retta a lui varrebbe il principio “anything goes” e si entrebbe in un mondo in cui tutte le vacche sono grigie.

La bomba di Hiroschima è stato un tragico esperimento che dimostra che la fisica quantistica non è solo un’accozzaglia di speculazioni. Qualcosa (cinquecentomila morti sono più di qualcosa) di vero ci deve essere.

D’altra parte volenti o nolenti, la psichiatria è nata dall’osservazione clinica e si propone non di offrire eleganti speculazioni a tavolino, come faceva Binswanger,

ma di curare esseri umani in carne ed ossa con il loro carico di problemi e sofferenza.

Decidiamoci: esiste un modo per dimostrare che una teoria sia vera o largamente attendibile ?

Che senso ha parlare di scientificità se poi si avalla una epistemologia scettica che mina il valore di ogni verifica mentre fa finta di accettarlo?

Detto questo torno all’inizio della discussione.

La “stalker “ segue il forum e si fa viva con sporadici messaggi: continua a fare la vittima. Per quanto mi riguarda non ho perso nemmeno tempo a denunciarla: sarebbe stata una considerazione eccessiva.

Per me oggi la “stalker” è il simbolo di quegli individui che agiscono attraverso un “terrorismo” psicologico insultando ed cercando violentemente di entrare nella vita personale e professionale di soggetti appositamente scelti. Tali persone non hanno neppure la dignità dei replicanti di “Blade runner”, cui mancava il riflesso pupillare alla luce , che si forma alla 28 settimana di gravidanza.

Esistenze senza fantasia di esistenza che continuano ad annullare ogni possibilità di nascere.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 19 Mar 2010, 11:59 AM

J Matern Fetal Neonatal Med. 2006 Apr;19(4):215-9.

Cross-over trial of fetal heart rate response to halogen light and vibroacoustic stimulation.

Bolnick JM, Garcia G, Fletcher BG, Rayburn WF.

Division of Maternal-Fetal Medicine, Department of Obstetrics and Gynecology, School of Medicine, 1 University of New Mexico, Albuquerque, NM 87131, USA.

OBJECTIVE: The purpose of this study was to compare the effect of halogen light and vibroacoustic stimulation on fetal heart rate (FHR) responsiveness and on nonstress test (NST) results. METHODS: Sixty consecutively-chosen patients between 33 and 39 weeks of gestation underwent an NST on at least three weekly occasions. Each received halogen light (Vector Compact Sport Spot, Ft Lauderdale, FL, USA), vibroacoustic (SolaTone Artificial Larynx, Temecula, CA, USA), and no stimulation in a randomized order. The transabdominal light or vibroacoustic stimulation lasted for 10 seconds. If no initial FHR acceleration occurred, then the stimulus was repeated 10 minutes later up to a maximum of three times. The investigators who interpreted the FHR patterns were blinded as to the type of stimulus used. RESULTS: Reactive results were present in 171 tests (vibroacoustic: 98.3%; light: 96.6%; none: 93.3%). Compared with no stimulation, the mean difference in time from the onset of recorded “stimulation” to the first FHR acceleration was shorter (p < 0.01) with either light (2.7 minutes, 95% confidence interval (CI) 0.9-4.5 minutes) or vibroacoustic stimulation (2.6 minutes, 95% CI 0.8-4.4 minutes). The mean time difference until a reactive result was also shorter (p < 0.05) with either light (2.7 minutes, 95% CI 0.1-4.9 minutes) or vibroacoustic stimulation (2.4 minutes, 95% CI 0.1-4.7 minutes) than with no stimulation. The need for repeated stimulation during each test was infrequent (light: 5.0%; vibroacoustic: 3.3%). No adverse effect from external stimulation was noted on the FHR tracing. CONCLUSION: Halogen light stimulation is an acceptable alternative to vibroacoustic stimulation in provoking a more rapid fetal heart rate response and in shortening the time before a reactive nonstress test result.

PMID: 16854694 [PubMed – indexed for MEDLINE] J Med Assoc Thai. 2006 Sep;89(9):1376-80.

Effect of halogen light in fetal stimulation for fetal well-being assessment.

Thanaboonyawat I, Wataganara T, Boriboonhiransarn D, Viboonchart S, Tontisirin P.

Department of Obstetrics and Gynecology, Faculty of Medicine, Siriraj Hospital, Mahidol University, Bangkok, Thailand.

OBJECTIVE: To evaluate the shortening of the time of nonstress test (NST) by using transabdominal fetal stimulation with halogen light. STUDY DESIGN: Experimental research. MATERIAL AND METHOD: The authors enrolled 176 pregnant women between 32 and 42 weeks of gestation indicated for NST at the Division of Maternal Fetal Medicine, Siriraj Hospital, Mahidol University. They were randomly assigned to receive either NST (control) or halogen light stimulation test (LST). The stimulation was performed at the beginning of the test and repeated every 10 minutes until reassuring fetal heart rate (FHR) acceleration was achieved, or up to 3 times. All tracings were interpreted blindly by one investigator at the end of the tests. RESULTS: The mean (+/- SD) duration from starting the test to the first FHR acceleration was not significantly different between the control group and the LST group (5.6 +/- 7.2 and 5.4 +/- 5.2 minutes, respectively). The average testing time (+/- SD) to achieved reactivity was 10.5 +/- 8.8 minutes in the controls and 9.6 +/- 6.7 minutes in the LST group. This was not statistically different. The incidence of nonreactive tests was not significantly different between the LST and the controls (15.9% and 11.4%, respectively). Among the LST subjects, term fetuses and women with BMI < 27 kg/m2 required less time to reach reactivity, 2.4 and 2.3 minutes respectively. CONCLUSION: Transabdominal halogen light stimulation did not shorten the duration of NST in the presented population. However, the presented data suggests that the fetus at term could respond to visual stimulation, especially when the gestational age is more advanced.

Hum Brain Mapp. 2003 Dec;20(4):239-45.

Fetal brain activity in response to a visual stimulus.

Fulford J, Vadeyar SH, Dodampahala SH, Moore RJ, Young P, Baker PN, James DK, Gowland PA.

Magnetic Resonance Centre, University Hospital, Nottingham, University of Nottingham, Nottinghamshire, United Kingdom.

Previous studies have demonstrated the use of functional magnetic resonance imaging (fMRI) to assess fetal brain activity. To extend these studies, a fetal fMRI experiment using a visual stimulus has been performed at 0.5 T. This used a block fMRI paradigm with a bright, constant-intensity light source being shone at the maternal abdomen for 8 sec followed by 16 sec of darkness. This was repeated typically 40 times on nine subjects all of whom were greater than 36 weeks gestational age. Of these, one could not be analysed due to motion, three did not show significant activation, and five showed significant activation (P < 0.0085). In all cases, activation was localised within the frontal cortex. Exact localisation was difficult but this may correspond to the frontal eye fields and dorsolateral prefontal cortex. In no cases was significant activation present within the occipital region as would have been expected and was observed in 2/8 adult subjects. Hum. Brain Mapping 20:239-245, 2003. Copyright 2003 Wiley-Liss, Inc.

[The fetus and noise]

[Article in German]

Brezinka C, Lechner T, Stephan K.

Universitäts-Klinik für Frauenheilkunde, Innsbruck, Osterreich.

From 23 weeks of gestation some and from 28 weeks all healthy fetuses are capable of reacting to sound stimulation. The intrauterine acoustic environment is dominated by maternal sounds–heartbeat, breathing, the mother’s voice, borborygmi and sounds caused by body movements. Background noise is never below 28 dB and can rise to 84 dB when the mother is singing. Noises that are meant to reach the fetus must be louder than the background noise and must be of low frequency as high frequency sounds are damped by maternal tissue. Vibroacoustic stimulation tests (VAST) have become popular in pregnancy surveillance over the last 20 years, mostly using an artificial larynx. Advantages and problems of the various VAST protocols in fetal monitoring are discussed in the light of animal experiments and clinical studies. Health legislation laws in most countries forbid pregnant women to work in surroundings with a high noise level (80 dB continuous noise and/or rapid impulse noise changes of 40 dB). Whereas regulations for pregnant women are easy to enforce in industry, pregnant women employed in discos or performing as musicians spend most of their working day exposed to noise impact higher than the recommended limit.

PMID: 9483870 [PubMed – indexed for MEDLINE]

Per motivi di copyright ho riportato solo gli abstract degli articoli. Dall’esame di questi ultimi si deduce ( qui l’uso della parola deduzione è corretto) che tutti I sensi, come avevo detto del feto sono suscetttibili di essere stimolati in utero-

Stranamente questi risultati non sono stati analizzati e discussi da nessuno che si è occupato della teoria della nascita.

I dati più interessanti sono quelli relativi alla stimolazione con luce alogena intermittente in sostanza flash fotografici. Sembra e sottolineo sembra che la risposta corticale non interessi le aree visive primarie cioè occipitali del feto.

Nonostante che quest’utimo, soprattutto nei soggetti a termine, mostri una reattività

In tutto l’arco sensoriale non si ha comunque, anche per effetto della stimolazione visiva, una arausal corticale, un’attivazione diffusa della corteccia come alla nascita.

Per quale motivo? Rispetto alla luce bisogna dire che essa quando raggiunge la retina fetale per il passaggio attraverso le pareti addominali è diffusa.

L’occhio ed il cervello umano sono costruiti in modo da reagire a nette differenze di luminosità, che si presentano come segmenti luminosi lungo I contorni degli oggetti.

L’occhio non esposto in epoca postanatale precoce a tale tipo di stimolazione segmentale , come nei casi di carataratta congenita, nonostante sia raggiunto dalla luce rimane cieco ( Vedi I classici lavorii di Hubel e Wiesel).

Il secondo motivo è più determinante: la corteccia cerebrale del feto è, come risulta da numerosi studi riguardanti la neurobiologia del dolore in utero, in uno stato di deconnessione funzionale. Ciò significa che la sensorialità intermodale cioè che coinvolge ed integra I vari sensi è praticamente assente. Non è possibile in tale situazione nessun evento percettivo e conseguentemente nessun arausal.

La nascita quindi modifica la funzionalità della corteccia cerebrale che è in grado di reagire in modo nuovo alla differenze di luminosità che sono apprezzabili solo nell’ambiente extrauterino. La stimolazione retinica che così si realizza è qualitativamente diversa ed enormemente più intensa rispetto a quella intrauterina: essa innesca l’attività dei sistemi inibitori corticali senza i quali non è possibile nessuna attività complessa come la memoria o l’immaginazione.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 22 Mar 2010, 09:36 AM

Qual è il senso del discorso che fin qui è stato sviluppato? Esso può essere così riassunto: la realtà supera la fantasia. La ricostruzione della nascita umana che otteniamo componendo insieme i dati neurobiologici e la ricerca psichiatrica contiene elementi che non sono individuabili per sola via intuitiva o deduttiva.

I movimenti saccadici non sono percepibili anche se essi, per il solo fatto di esistere, ridimensionano l’idea che la retina abbia un ruolo esclusivo e preminente nel processo della visione.

Dietro la retina c’è il cervello e la corteccia cerebrale come ben sanno i neonatologi che hanno soprattutto competenze neurologiche.

La presenta dei movimento oculari ci dice inoltre che noi, come anche afferma Boncinelli nel suo ultimo libro “Mi ritorni in mente”, per circa un decimo della nostra vita siamo ciechi, mentre appunto l’occhi si muove.

La “sparizione” dell’oggetto ci serve per vedere. Lo scotoma, l’accecamento di Laforgue a cui fa riferimento Freud nel 1927 nel suo saggio Il feticismo, è un processo fisiologico che consente la visione.

Inoltre: la luce non è lo stimolo assolutamente nuovo alla nascita in quanto può raggiungere, in particolari condizioni, la retina anche in utero. Essa in quanto tale non innesca nessuna reazione psichica poichè viene percepita solo la differenza di luminosità. L’attenzione del bambino piccolissimo, i suoi punti di fissazione riguardano soprattutto i contorni degli oggetti, suggerendo che la creazione della linea ha un radicamento nella fisiologia dell’occhio e della corteccia cerebrale.

Tutte queste considerazioni, che potrebbero essere oggetto di una trattazione ben più estesa, conducono ad un risultato importante che rivaluta il procedimento induttivo al quale non puo’ essere assegnata la parte di Cenerrentola, tirandolo in ballo ( è il caso di dirlo) solo quando fa comodo e trascurando sistematicamente di analizzare i dati che, anche se solo apparentemente, non collimano con una teoria che alcuni vorrebbero precostituita.

Tale modo di procedere non ha niente a che vedere con la ricerca ma addirittura è estremamente deleterio in quanto latente c’è il pensiero che la teoria sia in qualche modo sbagliata anche se in realtà, nella sostanza, non lo è: essa pertanto andrebbe difesa in modo ideologico. A livello subliminare, non cosciente si percepice nettamente quello che la scuola di Palo Alto chiamava “double bind” doppio mesaggio.

Si afferma nei contenuti manifesti un qualcosa mentre, latentemente, si suggerisce il suo esatto contrario.

copyright domenico fargnoli

motobirillo67

Inviato il: 22 Mar 2010, 01:24 PM

Mi riferisco alla questione della curabilità della malattia mentale e non essendo un esperto posso solo aggiungere qualche considerazione.

In alcuni casi è anche difficile riconoscere nei propri comportamenti una malattia mentale ed in questo il passaggio all’atto diventa rivelatorio. Solo da quel momento poi può partire un percorso di analisi per cercare l’elemento incoscio che ha generato l’atto che altrimenti rischia di rimanere una traccia che come tale può venire ricoperta da strati successivi di esperienze che la cancellano.

Alogon

Inviato il: 22 Mar 2010, 06:03 PM

caro Birillo mi hai anticipato: il mio nuovo intervento voleva essere proprio sulla memoria implicita od operazionale che si rivela, secondo alcuni, solo attraverso l’azione, e che potrebbe essere presente alla nascita. Data la complessità del tema mi sono preso un pò di tempo…

…inoltre sono riuscito, anche se con molto ritardo a ripulire il blog dalla spazzatura lasciata dai cyberstalkers!!!

Questo spazio è per loro da ora in avanti dato che ho acquisito le procedure giuste, “off limits”.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 24 Mar 2010, 09:58 AM

Esiste una memoria fetale? Se la risposta è positiva essa non può che avere una caratteristica biologica e non psichica.

Mentre la memoria psichica è la capacità di rievocare situazioni passate (eventi, stati d’animo, pensieri non necessariamente legati a circostanze concrete) la memoria “biologica” non presuppone necessariamente la capacità di categorizzazione temporale.

Il sistema immunitario per es. è caratterizzato da una sofisticata schedatura biologica che conserva le tracce di tutti gli incontri avvenuti con microorganismi potenzialmente patogeni. Gli anticorpi sono il punto di arrivo degli impatti occasionali con i microscopici killers.

Nessuno di noi sarà mai in grado, in base alle informazioni contenute nel proprio corpo di ricostruire il momento esatto in cui ha incrociato il bacillo di Kock o di farsi un’immagine della situazione antecedente a tale incontro.

Anche la memoria implicita od operazionale studiata dal premio Nobel Eric Kandel obbedisce al principio di non poter rievocare stati antecedenti alla modificazione mnesica . Una volta imparato a nuotare non possiamo ripristinare la condizione di quando non sapevamo farlo: se cadiamo in acqua comunque non affogheremo a patto di non inibire volontariamente gli schemi motori acquisiti.

Nell’orgamismo fetale a termine ci sono le tracce di tutti gli eventi biologici intercorsi in utero. Essi non sono ordinati secondo delle sequenze temporali ma sono riassunti nella condizione finale dell’organismo.

La tracce mnesiche biologiche sono modificazioni delle proprietà attuali del nostro corpo attive indipendentemente dalla volontà o consapevolezza.

Che esista una memoria fetale, un sistema di registrazione degli eventi, è provato in modo incontrovertibile da una serie di lavori scientifici che dimostrano come l’esposizione sistematica del feto ad uno stress continuativo, cioè ad un eccesso di stimoli per es. nocicettivi, determina una alterazione grossolana del normale svuluppo neurologico.

Alla nascita inizia il conteggio del nostro cronometro interiore: viene creata la memoria della situazione precedente?

“Creazione della memoria” non può essere altro che sinonimo di creazione dell’immagine, risultante dalla fusione fra la traccia mnesica e la fantasia di sparizione. Immagine quindi come inizio di una memoria psichica il cui contenuto è lo stato e l’attività globale ed attuale dell’organismo. Quest’ultimo è un’insieme di tracce mnesiche quali risultano dall’esito finale del processo embrionale e fetale di sviluppo. Si tratta di “memorie” presenti nella forma e nelle funzioni vitali di cui è capace il neonato. Siamo noi osservatori esterni a conferire a tale forma un significato di memoria perchè sappiamo che essa è il risutato ultimo di una serie di modificazioni che si svolgono secondo una successione precisa e progressiva.

Nell’immagine della nascita vengono riattualizzati gli stimoli sensoriali per esempio tattili della situazione intrauterina come è stato affermato in mille occasioni?

Ciò è difficile da pensare. La stimolazione sensoriale insorge come registrazione di differenze di potenziali energetici, che si manifestano secondo sequenze temporali.

Se io tocco il braccio ad una persona trasmetto “un quantum” di energia cinetica: quest’ultima percepisce il prima, il durante ed il dopo il contatto.

In assenza di tale categorizzazione temporale la sensazione tattile è un puro processo fisiologico a cui non può corrispondere nessun contenuto: la traccia mnesica, come afferma Gerard Edelmann (“Sulla materia della mente”) non può formarsi se non si tiene conto della successione temporale degli eventi.

Inoltre come afferma Gazzaniga nel suo ultimo libro “Human” il tatto ha una connotazione spaziale ma una singola sensazione non è sufficiente per identificare un oggetto: questo deve essere toccato in più di un punto cosa che comporta l’aggiunta di una dimensione temporale.

“Sentire” il liquido amniotico è reso ancor più difficile dal carattere omeostatico della relazione che il feto stabilisce con esso.

La sensibilità tattile orientata solo verso il liquido amniotico e non verso per es il contatto con le pareti uterine, non registrerebbe significative differenze di potenziale energetico data la temperatura costante.

Inoltre perché verrebbe riattualizzata alla nascita solo la sensorialità tattile e non le altre forme di sensorialità la presenza delle quali è testimoniata da una quantità innumerevole di dati scientifici?

A ciò bisogna aggiungere il fatto che negli ultimi tre mesi di gravidanza le connessioni cerebrali sono attive solo nel senso del trofismo e dell’accrescimento e che in tali circostanze non è possibile alcuna categorizzazione sensoriale nè tantomeno percettiva anche se le aree corticali sensitive sono stimolate come dimostra la presenza di potenziali evocati auditivi o visivi registrabili in utero attraverso la magnetoelettroencefalografia. Si tratta di risposte localizzate e non globali, come quelle che caratterizzano la memoria “psichica” non compatibili con nessuna funzione di riconoscimento dell’oggetto nonostante tentativi di numerosissimi autori di sostenere che il feto ha un’attività mentale di discriminazione.

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 25 Mar 2010, 02:50 PM

Come può trovare spiegazione ,alla luce della ricerca combinata psichiatria e neuroscienze,il fatto che alcuni si ammalano a livello psichico più o meno gravemente ed altri sviluppano una malattia,diciamo, biologica (pensiamo ai tumori,ad esempio).E su quale piano stanno i problemi di conversione? Nell’ultimo numero di left,Fagioli parlando di “proiezione” afferma che questa parola parla del canale alimentare che ingerisce e vomita…espelle da sè il non digerito.Rappresentazione biologica di problemi psichici..perchè alcuni li rappresentano…e altri pur malati psichicamente riescono a vivere apparentemente bene (magari fanno ammalare gli altri),mentre chi ,per esempio,ha sitomi di conversione ,spesso può avere una vita mutilata?

fiore

Inviato il: 25 Mar 2010, 04:13 PM

Augurandomi di non dire “nonsense”: il pensiero si ammala dove ,in un certo qual modo,anche inconsapevolmente,l’uomo riconosce su di sè l’umanità,fatta di irrazionale.sentimenti,emozioni,passioni,arte ecc. mentre il corpo lo fa dove ,per motivi culturali, ideologici,religiosi non riconosce la nascita,ma si considera “animale”?

Alogon

Inviato il: 25 Mar 2010, 05:59 PM

cara fiore le tue sono domande di carattere troppo generale alle quali potrei rispondere solo in modo generico. Per me non esistono malattie ma malati e davanti a me non ho persone con esperienze, pensieri ed affetti ma solo pagine bianche che mano a mano riempio.

Trovo comunque i tuoi interrogativi in parte attinenti alla mia ricerca sulla nascita e la situazione intrauterina in quanto ciò di cui dovremo parlare è proprio la “vitalità” termine assai sfuggente e con una lunga storia che riferisce, genericamente, al legame fra mente e corpo.

Forse avrai risposte indirette dai chiarimenti che ho intenzione di introdurre prossimamente.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 27 Mar 2010, 10:32 AM

Effettuiamo un “gedankenexperiment”: costruiamo la scena di un parto.Dobbiamo metterci una partoriente, (se no che parto sarebbe’?) attorniata da altre donne o, più comunemente da personale specializzato , ginecologi, pediatri infermieri ostetriche ecc. Appena uscito dal ventre materno il bambino è assolutamente inerme, incapace di reggersi in piedi, di sostenere la testa molto voluminosa rispetto al corpo, di mettere a fuoco gli oggetti ad una distanza maggiore di trenta centimetri, schoccato dal brusco cambio di temperatura, dalla luce intensa, dai rumori, provato dal duro stress del travaglio. Che cosa può accadere in un frangente del genere?

Se non soccorso il neonato potrebbe essere a rischio di morte.

Si comprende perché allora tutte le persone della scena si affannino immediatamente a prendere il bambino. Il neonatologo controlla che sia morfologicamente sano e che non abbia problemi respiratori, cardiaci o quant’altro. Le infermiere provvedono a proteggerlo dal freddo avvolgendolo in indumenti atti all’uopo.

Cosa ci dice questa scena? Alla nascita il bambino entra in rapporto immediatamente ed inevitabilmente con il mondo umano, molto prima di essere attaccato al seno. E questo rapporto è dominato dalle sensazioni tattili. Il neonato viene preso afferrato, manipolato, rigirato, opportunamente riscaldato. Le sensazioni tattili alla nascita sono diverse da quelle in utero: l’impatto reciproco o lo sfregamento di corpi solidi è localizzato in zone precise e non viene attutito od ovattato dal presenza ammortizzante di un lquido.

In questo senso si può dire che le sensazioni tattili sono una novità assoluta, per qualità ed intensità, per il bambino: attraverso l’integrazione di esse con altre modalità sensoriali come la vista l’udito, la cinestesi, egli realizza l’esistenza di altri esseri umani che gli garantiscono calore, omeostasi ed affetto. A partire dalla percezione e realizzazione di una presenza umana il neonato è capace di immaginare, di intuire e di sperare che esista un seno e qualora esso venga presentato di attaccarsi ad esso.

Mentre la tartaruga di mare una volta rotto il guscio deve affrontare in assoluta solitudine la spiaggia per arrivare all’oceano, il neonato ha l’imprescindibile necessità di entrare in contatto con un ambiente umano che supplisca alla sua immaturità.

L’immaturità umana viene denominata “Ultraneotenia”volendo con ciò alludere alla stranezza dello sviluppo ontogenetico della nostra specie.

L’uomo viene considerato un “mammifer embrionico”: nel primo anno di vita la velocità dello sviluppo paragonata a quella delle altre specie è nettamente superiore mantendendo ritmi di accrescimento simili quelli fetali anche se la nascita dell’uomo è anticipata. Per far nascere esseri umani in grado di parlare e camminare la gravidanza dovrebbe durare non nove ma ventritre mesi.

L’anticipazione della nascita è dovuta alle dimensioni della testa del feto a termine che deve poter passare nel canale del parto e non può quindi accrescersi oltre i paramentri anatomici del bacino della madre. L’”homo sapiens” è un primate che da una parte giunge a piena maturità molto lentamente e dall’altra invece è protagonista di una anticipazione che lo espone molto precocemente al mondo.

Come scrive Marco Mazzeo << Questo doppio movimento temporale , una accelerazione nel ritardo costituisce la matrice genetica di una sovraesposizione sensoriale unica nel suo genere e nella quale il tatto gioca un ruolo centrale (…)>>

Per il momento interrompo qui questo semplice “Gedankenexperiment” senza prendere in esame le implicazioni molto importanti dei risultati che esso ci ha suggerito.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 29 Mar 2010, 03:39 PM

<<Ognuno dei cambiamenti imposti ad un organismo nel corso della vita è stato accolto dalle pulsioni organiche conservatrici e preservato per essere successivamente ripetuto; queste pulsioni suscitano così necessariamente la falsa impressione di essere forze inclini al mutamento ed al progresso mentre cercano semplicemente di raggiungere una meta antica seguendo vie ora vecchie ora nuove.>> (Freud S. Al di là del principio del piacere 1920)

La meta di tutto ciò che è vivo è la morte pochè nella realtà biologica sarebbe attiva una tendenza a tornare ad uno stato indifferenziato. La pulsione viene definita come una spinta insita nell’organismo a ripristinare la condizione precedente .Parallelamente la vita psichica sarebbe dominata dal principio del piacere, teso ad eliminare la tensione provocata dagli stimoli perturbatori.

Nelle parole di Freud riecheggiano le concezioni di George Ernst Stahl un illustre medico del 600. Per quest’ultimo, (l’inventore del “flogisto”) la natura è nemica della vita. I corpi in cui essa si sostanzia sono inclini a fermentazione e corruzione. Anche il corpo umano sarebbe destinato ad una pronta putrefazione. Ciò nonostante, la vita permea la natura ritardando ogni processo degenerativo. Essa va dunque considerata un “paradosso”, un’apparente rovesciamento dell’ordine naturale delle cose, il quale, se fosse lasciato a se stesso , condannerebbe gli elementi ad un incessante disaggregazione.

Freud rifacendosi al vitalismo di Stahl, cerca nella biologia la conferma del carattere regressivo della vita psichica come tendenza a ripristinare lo stato precedente.

Molti autori hanno cercato di avvicinare la pulsione di morte al secondo principio della termodinamica secondo il quale tutta la realtà nella quale noi viviamo tende verso il caos, il disordine e la disaggregazione.

Nel 1865 Clausius dà una definizione cosmologica dei due principi della temodinamica:

1-l’energia del mondo è costante

2-l’entropia del mondo tende verso un massimo.

Detto in altri termini tutta la realtà secondo questi due principi tenderebbe al caos assoluto che coincide con la massima quiete.

Nella seconda metà del nocecento lo scienziato Ilya Prigogine, premio Nobel per la chimica, ha dimostrato che la dissipazione dell’energia può dare origine a nuovi stati della materia: “le strutture dissipative”. Nello studio della biologia per es. noi ci imbattiamo in una tendenza all’organizzazione che caraterizza sistemi in equilibrio instabile che tendono verso la complessità . L’interazione coerente dei costituenti, la periodica fluttuazione in fasi cruciali del loro divenire fa scaturire proprietà nuove ottenute a scapito di un grande dispendio energetico. Non mi inoltro nell’analisi di Prygogine contenuta per es nel suo libro “La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza”. Dico solo che lo scienziato russo propone una concezione in netto contrasto con quella freudiana dell’istinto di morte: egli rielabora tutte le precedenti teorie vitalistiche, compresa quella bergsoniana, per approdare ad un’inedita lettura dei fenomeni biologici e sociali. Per es anche lo sviluppo dell’embrione, il suo processo di differenziazione può essere compreso facendo riferimento al concetto di struttura dissipativa. Alla nascita quest’ultima andrebbe incontro ad una drastica rottura dell’equilibrio, ad una instabilità cruciale che consentirebbe l’emergere di proprietà nuove come quelle che caratterizzano la vita psichica. Sarebbe vano però cercare in Prygogine una definizione od una ricerca sulla specificità dell’umano: egli affronta la complessità dei moti convettivi o dei termitai come se fossero la stessa cosa delle grandi aggregazioni sociali metropolitane.

Ciò che a noi interessa è sottolineare che la teoria della nascita può essere vista come un rifiuto radicale dell’idea che I procesi mentali siano dominati dalla tendenza regressiva, dalla reversibilità temporale della coazione a ripetere. Essa è una critica al freudismo ed implicitamente anche ai suoi presupposti biologici fatta utilizzando in parte la medesima terminolgia.

La fantasia di sparizione alla nascita che emerge dalla realtà biologica non è l’istinto di morte freudiano in quanto non si traduce in un “ritorno allo stato precedente” ma dà luogo a capacità nuove di rapporto con il mondo. Il feto “decide di nascere” per andarsi a cercare gli stimoli del mondo esterno indispensabili per un’ulteriore crescita e maturazione. Forse, in base a tali considerazioni, potremo allontanaci dall’idea di nascita come trauma od evento catastrofico che pure fa parte della tradizione psicoanalitica: lo stress cui il bambino è sottoposto per venire alla luce attiva una trasformazione e non una regressione.

E’ un punto quest’ultimo che va tenuto fermo.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 30 Mar 2010, 09:37 AM

Al solito faccio un passo indietro.

Trovo affascinante l’idea che nel sogno sia contenuta la matrice di un linguaggio universale.

Recentemente però ho riletto un famoso libro di Eric R Dodds “ I Greci e l’irrazionale”

Scriveva l’autore :

<< Ricerche recenti sui sogni dei primitivi del nostro tempo lasciano intravedere che accanto ai consueti sogni angosciosi e di adempimento dei desideri comuni a tutti gli uomini vi sono altri sogni modellati, perlomeno quanto al contenuto manifesto su schemi di civiltà locale>>

Presso molte società primitive si trovano tipi di struttura onirica che dipendono da schemi di credenze trasmessi per il tramite della società i quali non ricorrono più quando dette credenze scompaiono.

Mi pongo solo alcune domande.

Se, per un esperimento mentale un greco moderno incontrasse un oniromante (un greco antico) e gli raccontasse un sogno in cui compare un aereoplano il secondo sarebbe in grado di interpretarlo?

La seconda domanda molto più difficile potrebbe essere formulata così: la “grammatica universale” che Chomsky riteneva una dotazione innata di tutti gli esseri umani deriva dal linguaggio onirico?

Detto in modo più semplice ci si può chiedere in cosa consista l’universalità: in qualcosa di innato?

Altrimenti in che cosa?

Al di là del fatto che si sappia o meno rispondere a queste domande è importante che noi entriamo nell’atteggiamento mentale di formularle senza arrestarci di fronte alla seduttività di alcune affermazioni.

Quand’anche dicessimo che l’universalità del linguaggio onirico, invece di essere innata, deriva dall’universalità della nascita umana non avremmo chiarito il problema ma solo formulato in altro modo. Dato che un mongolo racconta i suoi sogni in mongolo ed un italiano in italiano cosa hanno in comune i sogni dei due? E’ verosimile che elementi comuni ci siano anche se Dodds afferma che non esiste un simbolismo universale : rimane di sapere come analizzarli dato che nessuno può mettere un sogno sotto un microscopio.

Bisognerebbe cogliere ciò che c’è di invariante nella variabilità dei racconti dei sogni: più che i sogni in se stessi indagheremmo però sul linguaggio che li riferisce. Quindi la questione sarebbe capire se ci siano tratti comuni in tutti i linguaggi umani ( la grammatica universale di Chomsky) e nel caso ci siano come essi siano riconducibili all’esperienza onirica ed al linguaggio preverbale

E’ significativo che un grandissimo linguista come Jacobson collaborasse con neurologi e psichiatri per conoscere a fondo le caratteristiche del cervello umano. Pare sia dovuta a lui la distinzione fra le funzioni dell’emisfero destro e sinistro.

La neurofisiologia del cervello e del sogno come quella delineata da Tononi, pur con tutti i suoi limiti, può fornire conoscenze fondamentali, che integrate con la fenomenollogia psichiatrica, possono essere una chiave di accesso per penetrare nell’enigma della universalità del linguaggio onirico.

E’ indiscutibile che i sogni derivino dalle tracce mnesiche di esperienze sensoriali: il carattere invariante dei sogni potrebbe essere messo allora in relazione alle caratteristiche universali della percezione umana da cui essi traggono origine.

Il termine “percezione” va strappato però alla sua ambiguità semantica.

La percezione è un’atto psichico che presuppone un’immagine di sè unitaria all’interno della quale tutte le componenti sensoriali trovano un’integrazione.

La percezione umana ha dei tratti che la distinguono da quella di tutti gli altri animali per la sua flessibilità e mutevolezza. In essa caratteristiche innate ed acquisite sono in rapporto dialettico intrecciandosi in una incessante trasformazione.

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Alogon

Inviato il: 3 Apr 2010, 10:25 AM

Phyllis Greenacre, psicoanalista americana nel 1945 scrisse un articolo dal titolo “L’economia biologica della nascita”. Il saggio è interessante per la rassegna storica che contiene delle concezioni della vita fetale. Preyer W già nel 1885 nota che nella situazione intrauterina i movimenti, sia attivi che passivi precedono la sensibilità, come funzione del tessuto nervoso diferenziato.

Scriveva Preyer << Sono d’accordo con Griesinger e C Wernike [ eminenti personaggi ottocenteschi della psichiatria e neurologia] quando quest’ultimo spiega che i primi movimenti del nostro corpo, i mutamenti di tensione della muscolatura , creano delle sensazioni, delle tracce mnemoniche che restano nella corteccai cerebrale . Tali tracce di sensazioni motorie o idee di movimento persistono a fianco di immagini mnemoniche di sensazioni>>

In nota Greenavre specifica che Preyer intende per “idea” un imprinting organico che in seguito può diventare il precursore di una rappresentazione ideativa.

Niente di nuovo quindi sotto il sole se già nell’ottocento ci si poneva il problema della memoria fetale e in un certo senso venivano anticipati i concetti di memoria implicita, cioè legata a risposte motorie del premio nobel Eric Kandel.

Greenacre constata che tutti gli autori che lei cita tendano praticamente ad ignorare che la nascita produce un grande cambiamento nel senso di dare impulso ad uno sviluppo sensoriale. Tuttavia uno studioso come Langworty nel 1933 aveva fatto un’osservazione importante: l’aumento di deposito di mielina nelle fibre nervose sarebbe potuto essere una conseguenza dell’aumento di stimolazione degli organi sensoriali. Prima della mielinizzazione sarebbe stata verisimile la presenza di un’attività cerebrale organizzata del feto e di conseguenza tracce di esperienza fetale depositate non solo a livello talamico ma corticale. Parallelamnte ad una attività corticale potrebbe esserci una rudimentale coscienza prenatale?

Anche se quest’ultima fosse presente andrebbe persa durante il travaglio poiché la nascita potrebbe essere un’esperienza autonarcotizzante o anestetizzante per la compressione fortissima esercitata sulla testa.

“Ci si trova comunque di fronte al problema se durante la nascita l’imponente stimolazione sensoriale sul bambino sia tale da lasciare qualche traccia centrale sia a livello corticale che talamico o spinale>> (Greeenacre)

Studi recenti condotti con raffinate tecniche sperimentali confermano la presenza nei tessuti nervosi fetali di sostanze con effetto narcotizzante ed anestetizzante che però chiaramente rendono impossibile l’ipotesi di una coscienza fetale.

A parte qualche aspetto secondario le osservazioni biologiche dell’autrice americana sono incredibilmente moderne: esse vanno completamente perdute quando si cerca di conciliarle con l’ipotesi freudiana del narcissimo neonatale cioè di un isolamento totale del bambino rispetto al mondo esterno.

Il riferimento a Freud scinde la mente dal corpo: ciò è evidente non solo rispetto alla nascita ma anche come neurofisiologi attuali Hobson e mc Carley) hanno dimostrato rispetto alla teoria del sogno.

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Alogon

Inviato il: 4 Apr 2010, 10:18 AM

Michael Balint nel suo libro del 1968 “ The basic fault” si rifà al saggio di Greenacre del 1945 e critica il tentativo di retrodatare il concetto di narcisismo dal neonato al feto.

Secondo Balint quella del narcisismo primario è una concezione intrinsecamente contraddittoria che non attiene peraltro ai dati clinici.

Secondo lui bisogna quindi sostituire la teoria del narcissimo primario con quella di un rapporto primario con l’ambiente.

Per descrivere il rapporto del feto con la situazione intrauterina lo psicoanalista di origine ungherese afferma

<<(…) formuliamo l’ipotesi [scrive] che l’investimento dell’ambiente da parte del feto debba essere molto intenso, molto più intenso di quello del neonato o di un adulto>>

L’ambiente intrauterino però sarebbe indifferenziato, senza confini definiti che delimitino un oggetto. Quindi la carica sessuale verso che cosa si dirige?

Utilizzando il termine investimento o carica libidica originaria si continua a far riferimento alla metapsicologia freudiana secondo la quale la libido è l’energia della pulsione o dell’ istinto sessuale che dir si voglia.

Volendo eliminare delle contraddizioni si rimane comunque all’interno di una terminologia che è frutto di quelle contraddizioni e le riproduce.

Che senso ha utlizzare un termine così ambiguo o fumoso come quello di libido o parlare di un “istinto sessuale” del feto?

Negli stessi anni intorno al 1968, una psicoanalista di nome E.Bick che si è occupata di autismo infantile,scrisse un saggio (Bick, E. (1968). The Experience of the Skin in Early Object-Relations. Int. J. Psycho-Anal., 49:484-486) sul significato della pelle come zona erogena , superficie di contenimento e di delimitazione corporea. La pelle è il confine fra noi ed il resto del mondo.

Se pensassimo quindi ad un rapporto del feto con il liquido amniotico potremmo arrivare ad un ’”investimento libidico” di un oggetto distinto da sé dalla superficie cutanea e non semplicemente alla relazione con un ambiente indifferenziato.

Potremmo utilizzare allora l’idea di un “Se intrauterino” e delineare la possibilità di un vero e proprio rapporto oggettuale caratterizzato dalla recettività cutanea.

E’ chiaro che il feto ha un rapporto intensissimo con l’ambiente intrauterino di cui egli fa parte integrante però il dare preminente importanza al contatto cutaneo potrebbe derivare da considerazioni di ordine metapsicologico e non dalla osservazione sperimentale delle caratteristiche della sensibilità fetale da noi già descritte. La carica libidica può dirigersi verso un oggetto solo se esiste un soggetto ben definito da cui parta l’investimento: nella situazione intrauterina l’unica possibilità di separazione fra il feto e l’ambiente è determinata dalla pelle.

La necessità di distinguere un soggetto da un oggetto per giustificare la presenza di una carica libidica diretta verso quest’ultimo porta a teorizzare la” percezione” tattile del liquido amniotico.

Naturalmente rimarrebbe da chiarire come solo un ‘insieme di sensazioni tattili quando la corteccia è in uno stato di inibizione funzionale posso essere sufficienti per una attività discriminativa e per lo stabilirsi di tracce mnesiche specifiche che presuppongono non solo la categorizzazione temporale ma anche un’attività globale del cervello e non la semplice stimolazione di aree sensoriali localizzate.

In conclusione e molto sinteticamente: bisogna abbandonare ogni riferimento al vitalismo biologico freudiano dominato come abbiamo già visto dall’idea di regressione e di coazione a ripetere, e, parallelamente di “Libido” intesa come energia della pulsione o istinto sessuale.

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Alogon

Inviato il: 6 Apr 2010, 10:54 AM

Nell’” Introduzione al narcisismo” Freud affermava che << (…) la teoria della libido non poggia che in misura minima su basi psicologiche ed ha nvece nella biologia il suo supporto essenziale>>

Egli riteneva che in tutti i processi biologici fossero presenti pulsioni di vita e di morte cosicchè tutta la materia vivente sarebbe stata percorsa da finalismi che si riassumevano nel celebre motto : “ il fine della vita è la morte “ che possiamo far risalire come abbiamo visto a Stahl lo scopritore del “flogisto”.

Freud all’inizio ha cercato, com’è risaputo, di costruire una psicologia scientifica ma poi se n’è distaccato per creare una metapsicologia cioè una concezione della mente del tutto avulsa dai suoi presupposti neurofisiologici.

Come dire che è caduto in una concezione dualistica nella quale mente e corpo, come si vede bene a proposito del “narcisismo” neonatale o fetale , si contrappongono l’uno all’altro.

Molti scienziati ed eminenti filosofi della mente ritengono oggi che bisogna lavorare per evitare questa frattura che era stata sancita agli inizi del secolo scorso dal famoso psichiatra e filosofo Karl Jaspers.

Egli aveva introdotto la celebre distinzione fra la “spiegazione” che attiene ai fenomeni ed alle scienze naturali e “comprensione” che sarebbe il metodo attraverso cui lo psichiatra penetra, tramite l’immedesimazione, nei processi psicopatologici.

Bisogna ricordare che proprio Jaspers fece una diagnosi di schizofrenia a Van Gogh considerando la sua ultima produzione artistica come effetto di un progressivo processo di deterioramento.

Non è un errore da poco considerando che esso è il risultato di una enorme sforzo intellettuale.

La questione posta da Jaspers oggi ritorna quando ci si interroga se la conoscenza dei processi cerebrali ci può dire qualcosa sui processi mentali.

Alcuni ritengono di no. Nagel per es dice che noi sappiamo tutto sul sonar dei pipistrelli. Però alle domanda che effetto fa essere un pipistrello nessuno saprebbe rispondere o potrebbe rispondere in modi molto diversi. Forse i sordi che si orientano in base alla stereofonia potrebbero avvicinarsi a ciò che prova un pipistrello ammesso e non concesso che un uomo ed un animale possano essere messi a confronto. La non traducibilità del linguaggio neurofisiologico e psicologico spiegherebbe, o meglio ci aiuterebbe a comprendere perché gli stessi dati scientifici sono oggi alla base di ricostruzioni quanto mai divergenti del vissuto della nascita umana.

Ho letto un articolo di un neonatologo che utilizzava la letteratura esistente per dimostrare che il feto prova dolore, impara le canzoni ed ha emozioni.

Devo dire che mi sono un po’ insospettito quando ho visto che l’intervento del collega terminava con una citazione del catechismo e del Vangelo.

Se analizziamo bene il procedimento mentale seguito da questo neonatologo vediamo che egli ha selezionato i dati della letteratura, che io conosco bene, per confermare un’idea che aveva già in testa. Egli non fa nessuna ricerca e non segue nessun metodo poiché il suo scopo è solo quello di avallare pregiudizi.

Su un punto certo neurofisologia psicologia e psichiatria si incontrano: senza processi cerebrali non sono possibili processi mentali a meno che uno non creda alle anime dei morti. O “de li mortacci “ come dicono a Roma.

Quindi l’idea della non traducibilità del linguaggio delle neuroscienze con quello della psichiatria almeno su un aspetto non trova conferma e non può essere perciò una norma di carattere generale. In questo caso l’eccezione disconferma la regola.

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Alogon

Inviato il: 7 Apr 2010, 09:39 AM

Rifacendomi all’intervento precedente : cosa si prova ad essere un neonato?

Per Freud ed il neonatologo cattolico niente: il feto passa nel canale del parto e non succede nulla come quando una moglie frigida fa l’amore con il marito.

Secondo la prima (!) teoria della nascita invece il bambino viene alla luce ed annullando la realtà materiale inanimata crea l’immagine del mare.

Quest’ultima sarebbe un ponte, un trade union fra la situazione attuale e quella precedente fetale. Sarebbe la fantasia ricordo o memoria come si dice oggi a costituitre l’unità dell’Io. E’ una concezione che, mutatis mutandis, ricorda quella di Locke secondo cui il Self o Io che dir si voglia è la continuità dei ricordi e nel caso nostro delle memoria o delle tracce mnesiche.

L’immagine del mare potrebbe essere considerata l’espressione di una folk psychology. La folk psychology o psicologia del senso comune interpreta i dati del senso interno alla luce di una concezione dell’uomo che è frutto di un particolare schema /tradizione storico-culturale. Liberandoci di quella che potrebbe un’immagine per certi aspetti fuorviante si potrebbe giungere alla seconda concezione (1999): il bambino alla nascita crea la linea in concomitanza dell’insorgere della pulsione, della fantasia di sparizione.

La linea come il punto, non ha figura: evitiamo di credere che il neonato faccia l’immagine di un quadro. Considerando che il senso od il significato della linea è la separazione possiamo ipotizzare che alla nascita ci sia una rappresentazione ( ma non una raffigurazione) di Sè come un’entità separata. La separazione non è un passivo essere espulso ma l’atto –fantasia di sparizione tramite il quale ci si separa dall’ambiente e si crea un mondo interno. Gli animali nascono ma non si separano dall’ambiente, anzi entrano in una immediata simbiosi con esso….

Veniamo ora alla terza concezione la capacità di immaginare (2006). La capacità di immaginare non è altro in fondo che una capacità di pensare.

Il vissuto della nascita potrebbe essere espresso così:

Esisto (come entità corporea separata) e quindi penso. Ovviamente immagine pensiero inconsapevole

Si tratterebbe di un rovesciamento della celebre Cogito cartesiano: penso quindi sono.

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Alogon

Inviato il: 8 Apr 2010, 10:00 AM

La teoria della nascita ha dimostrato di essere perfettibile e di poter evolvere nell’unica direzione possibile quella della precisazione del significato della “vitalità” cioè del legame dello psichico con la realtà biologica. Tale evoluzione è avvenuta nel contesto di una ricerca collettiva: la moltitudine può essere intelligente ed il “vulgus” non necessariamente è “pecus”. Il sottoscritto in fondo non è altro che uno dei tanti appartenenti alla folta schiera dell’Analisi collettiva.

La mia attenzione si è sempre concentrata sulla ricerca clinica.

Dopo anni, per non dire decenni sono riuscito ad interpretare il sogno fatto dalla mia paziente ne “Gli angeli ribelli”: La donna abortiva al 6° o 7° mese. Avvolgeva il feto in un sacchetto di plastica nero e lo gettava in un cassonetto.

La terapia si interrompeva su questo sogno e su di un sostanziale miglioramento ma non di una guarigione.

A suo tempo interpretai il sogno come un attacco alla vitalità ed alla “percezione “ tattile che identificavo con la situazione intrauterina. Il sacchetto nero sarebbe stato l’annullamento della superficie cutanea di contatto.

Nello stesso anno dell’uscita de “Gli angeli ribelli” nel 1995 fu pubblicato un articolo, su “Il sogno della farfalle” sugli stati comportamentali del feto e sulla nascita.

Nel saggio si toccavano vari punti:

si poteva datare, ci si chiedeva, l’inizio della “carica libidica originaria”?

Nell’articolo si accennava all’esistenza alla 28° settimana del riflesso pupillare alla luce che ovviamente presupponeva la formazione della retina.

Inoltre ci si interrogava sugli stati comportamentali del feto che venivano messi in relazione con lo sviluppo cerebrale e ci domandava come essi potessero influire sull’eventuale formazione delle tracce mnesiche.

Inoltre last but non least si accennava al fatto che alcuni bambini nascevano dormendo: ciò significava che il passaggio nel canale del parto non veniva avvertito a livello corticale.

L’approfondimento di tutti questi temi ha portato agli sviluppi teorici attuali ed alle conoscenze relative alla neurofisiologia degli stati fetali quali sono stati esposti negli interventi miei in questo forum.

Per me è stata una lunga elaborazione del controtransfert nei confronti della realtà e del sogno di quella paziente: forse le immagini oniriche al di là della negazione e della pazzia di gettare il feto nel cassonetto suggerivano che era necessario andare a fondo nella teoria.

Il sacchetto di plastica nero poteva essere un qualcosa, la vitalità nel suo legame con la sensibilità che la teoria stessa ancora non ci permetteva di definire esattamente . Oggi siamo in grado di vedere quanto prima non vedevamo e la donna, di cui parlavo nel libro, è riuscita a fare una separazione psichica dal sottoscritto senza annullamento realizzando una sua autonoma dimensione affettiva.

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Alogon

Inviato il: 10 Apr 2010, 10:03 AM

La medicina ha dato un grande contributo all’evoluzione del pensiero umano. Con Ippocrate nell’antica Grecia ha precorso l’instaurarsi di un metodo di indagine razionale che fu personificato da Edipo. Edipo era contemporaneamente il medico che cerca le cause della malattia (la peste a Tebe) e la causa della malattia medesima per la colpa dell’incesto.

La razionalità greca raggiunse i massimi livelli con Socrate, Platone ed Aristotele.

Alla fine del 600 i medici a partire da Stahl reagirono al meccanicismo cartesiano che considerava il corpo un puro meccanismo ad orologeria: essi cercarono di individuare la forza vitale (lebenkraft) operante nella materia vivente.

Attraverso lo studio dell’irritabilità, della sensibilità e del movimento degli organismi viventi essi per la prima volta in 18 secoli alla fine del 700 riuscirono ad individuare le malattie mentali, o “vitali “che non dipendevano né da fattori organici né religiosi e che si caratterizzavano per essere puramente funzionali.

Nacque così la psichiatria.

Contemporaneamente nel periodo della rivoluzione francese si scoprì che la mente poteva influenzare la sensibilità ed il corpo: iniziò la pratica del mesmerismo, del sonnabulismo artificiale e successivamente nel XIXsec dell’ipnosi. Si raccolsero una quantità enorme di osservazioni relative alla fenomenologia dei processi psichici inconsci.

Dall’ipnosi nacque la psicoanalisi e la psichiatria dinamica moderna.

Queste fondamentali ed autonome acquisizioni del pensiero medico ci fu chi come Jaspers a partire dalla sua Psicopatologia generale cercò di annullarle ripristinando il primato della filosofia.

Jaspers al pari di Freud teorizzò un metodo di indagine che scindeva la mente dal corpo annullando tutte le ricerche che storicamente avevano cercato il legame fra i due.

Oggi nella filosofia della mente prevale lo studio sulla coscienza e si cerca di stabilire quale rapporto intercorra fra stati mentali e stati cerebrali come se l’inconscio non esistesse o potesse essere considerato cartesianamente un puro meccanismo neurofisiologico.

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Alogon

Inviato il: 12 Apr 2010, 10:06 AM

Le varie teorie sulla nascita, che storicamente si sono succedute altro non sono che elaborazioni delle reazioni indotte dalla realtà fisica e psichica del neonato sugli adulti. Il rapporto neonato adulto sussiste fin dall’inizio ed è una fonte di informazioni fondamentale.

La reazione freudiana o cattolica alla nascita secondo la quale essa non è un evento significativo fa leva su di un vissuto soggettivo come anche quella opposta che considera la nascita un evento fondante. Ciò che noi sappiamo oggi sul piano scientifico sul feto e sul neonato conferma o meno però la legittimità e la compatibilità con la medicina delle conoscenze ottenenute attraverso l’insight.

La teoria del narcisismo neonatale non è stata confermata per es neanche a livello della semplice osservazione diretta per non dire della clinica psichiatrica.

Gli schizofrenici sono capaci di transfert e non regrediscono allo stadio narcisistico come pensava Freud

C’è da chiedersi perché concezioni così clamorosamente erronee abbiamo potuto sopravvivere a lungo ed essere difese magari in buona fede.

E’ inevitabile pensare che le ideologia abbia giocato un ruolo fondamentale: basta ricordare che nel medio evo fu elaborata una visione del mondo di un universo a forma di baldacchino quando già i greci avevano concepito molto prima teorie eliocentriche.

Tutto ciò che noi sappiamo di oggettivo e di soggettico può concorrere a farci rispondere alla domanda : “cosa si prova ad essere un neonato?”.

Certo è che le condizioni storico sociali nella seconda metà del 900 hanno cambiato l’approccio alla nascita.

Si è sviluppata l’embriologia ad impronta evoluzionistica che ci ha fatto comprendere il processo di formazione del sistema nervoso e della corteccia: si è aperta così la possibilità di ricostruire lo sviluppo della sensibilità a partire dalla situazione intrauterina.

Attraverso lo studio della sensibilità, della percezione, dell’immagine noi possiamo definire lo specifico della vitalità umana, e cogliere la differenza fra il nostro essere al mondo rispetto alle altre specie viventi.

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Alogon

Inviato il: 13 Apr 2010, 09:13 AM

Ricevo da Lucia Evangelisti e pubblico

<<Da Internet una ricerca psichiatrica ripercorre le tappe con cui la realtà materiale del feto si struttura fino a permettere, alla nascita, il pensiero umano cosciente ed inconscio.

L’esperienza quotidiana che il pensiero e l’affettività sono collegati non trova nella scienza una sufficiente collocazione,proprio perché la complessità umana viene studiata,in partenza, con una scissione fra corpo e mente.

In Internet ognuno può dire i suoi pensieri, le sue conclusioni, e questo, se inizialmente porta un po’ di brain storming,permette attraverso lo stesso mezzo,meno effimero del cartaceo e spesso interattivo,di far conoscere, a più persone, ricerche e risultati, tolti dalla torre d’avorio in cui li confinano le pubblicazioni specialistiche.

Questo quando esiste qualcuno in grado di dar vita ad un forum strutturato , che funziona,che dà importanti indicazioni su una linea di ricerca che interessa il quotidiano di tutti noi, cioè il rapporto interumano. Che, semplificando molto, è comprensibile solo se si capisce almeno la nascita umana.

L’argomento del forum di Senzaragione (www.senzaragione.it) è la Psichiatria, ma trattata in modo nuovissimo. L’assunto iniziale, col quale non si fa fatica a convenire, è che qualunque disturbo psichico è causato da un disturbo del pensiero.

Curare quindi significa, in primis, stanare questo – o questi – pensieri deviati di ciascuno, che spesso sono sepolti sotto un pensiero cosciente inappuntabile. Ecco perchè una delle direzioni in cui nel sito si muove oggi la ricerca dello Psichiatra è di esaminare vari processi con cui, a detta di psicologi e filosofi, il nostro pensiero procede ad ampliare i contenuti acquisiti. Induzione,deduzione,abduzione vengono definite e analizzate per efficacia. Ma insieme, sottostante a queste argomentazioni, c’è la descrizione di come,prima della nascita e alla nascita,si costruisce l’apparato neuronale,preposto a sensazione e percezione.

Ridefinire la percezione, collegarla alle componenti fisiologiche necessarie perché ci sia la sufficiente trasmissione di segnale, permette di ipotizzare o escludere, con una base scientifica comprensibile, raccolta in letteratura, quello che il feto è in grado di recepire nelle varie fasi del suo sviluppo.

Importante la metodica seguita,che sottrae le possibilità del feto dall’agone ideologico –religioso, in cui viene da sempre confinato, di cosa senta, veda,oda via via che si sviluppa nel ventre materno.

Un lavoro, come si può capire,di raccolta di studi fatti sull’argomento,di confronto e creazione di legami fra processi psichici e sviluppo delle varie parti del cervello umano. Senza ricorrere ad accostamenti arbitrari, di cui si abusa nella ricerca, con ratti, gatti, scimmie o quant’altro. Visto che, a saper ben leggere, la letteratura scientifica in campo neonatologico è ricca di sperimentazione su feto e neonato.

Non so come l’autore della ricerca curi le domande o le proposte di coloro che entrano nel forum. A giudicare dal numero elevato di presenze, non accompagnato da altrettanti commenti, viene da ipotizzare che siamo di fronte ad un tipo di elaborazione mai fatta prima,per cui i lettori,mi ispiro alle mie reazioni, seguono con interesse gli sviluppi,pur non essendo per ora in grado di intervenire. Con una ricerca così aperta all’esterno e fatta in tempo reale, giorno per giorno, la possibilità di interagire rimane, anche se non appare immediata. Ci si accorge che la nascita umana è un argomento studiato ma ancora da comprendere, con l’apporto di discipline diverse. Comprensione d’altro canto necessaria per colmare la scissione corpo-mente. Per la sua complessità è giustamente collocata in Internet, un crocevia di diverse angolazioni di pensiero che si intersecano in tempo reale.

Ed è proprio con l’augurio di intersezioni fruttuose che affido questo scritto ad Internet per ….far conoscere Internet .>>

A Lucia Evangelisti dico che non essendo freudiano rifiuto la “free floating discussion” la discussione liberamente fluttuante dei forum che è l’equivalente delle libere associazioni freudiane. Le libere associazioni spesso e volentieri diventano libere dissociazioni e qualunque intervento maldestro potrebbe alterare un filo di pensiero coerente.

E’ altresì vero che interventi apparentemente casuali rivelano un’idea che vale la pena sviluppare ed accogliere.

Segnalo che il sito che ci aveva copiato il nome senzaragione. org-portale antipsichiatrico è deceduto:

sicuramente frutto del gran numero di accessi, nonostante i problemi tecnici che abbiamo avuto per quasi un mese, al nostro link che li ha oscurati sul piano dell’immagine. Ho notato anche che alcuni entrano e cercano di appropriarsi delle mie argomentazioni riportandole su blogs dove impera la dissociazione libera.

Ringrazio queste persone che dimostrano che i neuroni specchio esistono davvero anche nell’uomo e non sono un’invenzione di Rizzolati: è più o meno un riconoscimento fatto da dilettant e pseudofilosofi che in vita loro forse hanno visto un neonato in fotografia, pubblicità indiretta e gratuita.

Faccio un passo indietro.

Scrive Henry Ellenberger ne “ La scoperta dell’inconscio”(1970)

<<Le fonti della teoria della libido sono molteplici(..) I primi modelli di un concetto unificato di pulsione seesuale erano stati tracciati dai filosofi, a cominciare da Platone. Sia Platone che Freud spiegarono la bisessualità originaria degli esseri umani e la sublimazione della pulsione sessuale. Patrice Georgiades rileva che Freud considerò la libido di natura maschile, mentre Platone apprezzava l’amore omosessuale più di quello eterosessuale e considerava la sublimazione di un amore omosessuale come l’origine di tutti i sentimenti più elevati>>

Ma anche <<(…) la psicoanalisi di Freud costituisce una concezione pansessualistica così a maggior ragione si potrebbe dire delle dottrine di Schopenhauer>>

Sia Freud che il filosofo tedesco identificavano la pulsione generale di vita con la pulsione sessuale. Non entro in ulteriori dettagli: dico che forse non ho tutti i torti a considerare con sospetto il termine “libido” e quello derivato di “carica libidica originaria”.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 14 Apr 2010, 12:40 PM

La “libido” freudiana è un concetto analogo a quello di “forza vitale” ipotizzato dai medici della fine del 700 come Barthez o Bichat. Si tratta di un principio universale dotato di autoevidenza, un’essenza metafisica che pretende di spiegare tutto fuorchè se stesso.

Prescindendo dalla critica junghiana (nella quale non mi interessa entrare) esiste un’altra definizione di “libido” utilizzabile senza incorrere nell’errore di attribuire a tutta la materia biologica delle proprietà finalistiche e quindi psichiche?

Quando Freud affermava che il fine della vita è la morte si rifaceva a Stahl ma anche a Bartez ed a Bichat, a Brown che considerava la vita come qualcosa di “strappato” alla morte.

La vita come difesa o mera resistenza nei confronti della morte è una concezione pessimistica.

Nel pessimismo biologico dei vitalisti settecenteschi c’è un tentativo di recupero nostalgico del pan-vitalismo rinascimentale espresso da autori quali Paracelso, Giordano Bruno,Stahl. Un ritorno allo stato precedente . In Bichat a stare a quanto afferma nelle “Recherces physiologiques” (I.VI§2) c’è anche un aperto atteggiamento controrivoluzionario per l’orrore suscitato dai fatti del 1793

“Al di là del principio del piacere” (1920) e “Psicologia delle masse ed analisi dell’Io” (1921) di Freud sono state scritti dopo la rivoluzione di ottobre del 1917: essi sono una chiara espressione dell’adesione alle tesi fasciste di Le Bon (Psicologia della folla 1895 ) ed al cesarismo bonapartista di Sergio Sergi (La folla delinquente 1893).

Affermava quest’ultimo: “Senatores probi viri, senatus mala bestia”

Nella folla, nella vita collettiva attivandosi fattori irrazionali si realizza secondo Le Bon e Freud una regressione alla caratteristiche ataviche dell’essere umano: si ritorna allo stato precedente e si potenzia al massimo l’istinto di morte, l’impulso omicida e distruttivo.

La massa dice Freud è tenuta insieme da qualche forza: questa forza è l’Eros Platonico la “libido”

Il capo diventa l’ideale dell’Io, cioè l’espressione della libido narcisistica di ciascuno

copyright domenico fargnoli

a.g.bandini

Inviato il: 14 Apr 2010, 09:34 PM

Recentemente mi sono procurato il libro di Reich “Psicologia di massa del fascismo” e ho cominciato a sfogliarlo. Pur non avendolo ancora studiato a fondo mi pare di capire che Reich intenda ricondurre l’affermazione del fascismo a dinamiche profonde “connaturate” nella “struttura caratteriale media dell’essere umano”. Come a dire che il fascismo è l’espressione politica degli impulsi “bestiali” naturalmente presenti nell’uomo. Altrove, semplificando al massimo, si dice che questi impulsi verrebbero fuori a causa delle repressione autoritaria della società capitalistica. Ora a me questo pare un punto contraddittorio: da una parte Reich dice che questi impulsi di massa sarebbero “naturali”, dall’altra sembra attribuirli a particolari contesti di organizzazione sociale (di gruppo?). Quello che mi interessa capire è se Reich, pur avendo apertamente criticato la svolta freudiana di “Al di là del principio del piacere” e il concetto di istinto di morte, rimanesse in fondo ancorato a una visione dell’inconscio costituzionalmente “perverso”. Più in generale si potrebbe sostenere che gli autori che hanno cercato nel tempo di contrastare il filone “freddo” della psicoanalisi abbiano alla fine fallito per un più o meno malcelato freudismo di fondo?

Alogon

Inviato il: 15 Apr 2010, 08:36 AM

Il tema dell’impossibilità del rapporto fra freudismo e marxismo è stato sviscerato oramai da decenni. Non ci ritorno perchè è facile trovare materiale in proposito.

Su di un punto il riferimento a Reich è attinente a quanto sono venuto dicendo. Reich credeva di aver scoperto l’energia sessuale universale presente nell’universo sotto forma di “orgone”. Aveva costruito cabine telefoniche per catturarla. Presentò tale progetto ad Einstein che ne scrisse con preoccupazione e perplessità a Freud. L’orgone Reichiano, questo è il punto interessante al quale non avevo mai pensato, è solo la deformazione e l’amplificazione megalomanica della “libido” freudiana. Peraltro Reich qualche intuizione l’aveva avuta come quando mise in luce, alla fine degli anni 20, la contraddittorietà del concetto freudiano di istinto di morte ora sadismo primario ora masochismo primario.

Purtroppo non basta avere qualche idea: bisogna essere in grado di sviluppare un discorso coerente. Reich questa resistenza e coerenza non l’aveva e fini in un manicomio criminale dove morì convinto di essere spiato e vittima di qualche complotto. Non so se vale la pena di leggere i suoi libri a meno che non si abbiano interessi storici precisi.

Al solito faccio un passo indietro. Da tempo mi cimento con un arduo libro “Sensazione e percezione, concetto” di Paolo Spinicci.

Scrive l’autore

<<Diciamo di provare una sensazione di fastidio se siamo scomodi e di sensazione parleremmo anche per indicare l’eco emotiva che una scena suscita in noi-la visione del mare per es. Al contrario di fronte al mare nessuno direbbe di averne una sensazione: il mare appunto lo vediamo, ed il vedere non ha per oggetti sensazioni ma cose>>

La percezione riguarda gli oggetti, la sensazione gli stati della soggettività perlomeno rimanendo a livello del linguaggio comune.

“Sensazione” poi è molto vicino a “senso”: il “senso” non ha un carattere descrittivo, non si riferisce ad oggetti specifici come invece fa il significato.

Le questioni terminologiche sono essenziali: prima di usare un termine o sostituirlo con un altro bisogna dichiarare perché si compie questa operazione. Perchè sostituire percezione con sensazione?

A livello del linguaggio comune non si potrebbe dire che si realizza l’esistenza di un oggetto attraverso la sensazione perchè quest’ultima si riferisce prevalentemente a stati soggettivi.

Storicamente “sensazione” è stato usato dai sensisti settecenteschi e da Locke il quale considerava la mente una tabula rasa ed affermava rifacendosi ad un famoso assioma peripatetico “Nihil est in intellectu quod non sit prius in sensu”. “Eccipe-aggiunse Leibniz- intellectus ipse.” Non c’è niente nell’intelletto che non sia derivato dalle sensazioni se non l’intelletto stesso.

“Sensazione” potrebbe essere sinonimo di stimolo fisiologico: però le sensazioni fisiologiche hanno un carattere atomistico. La sensazione pura ed isolata da altre sensazioni e non integrata in un percetto non dà informazioni specifiche su di un oggetto.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 19 Apr 2010, 07:28 PM

Segnalo la prossima uscita dell’articolo di Francesco Fargnoli <<Una ricerca sulla sinestesia>> sul “Il sogno della farfalla” e la lezione all’Università di Chieti di Maria Gabriella Gatti il 23 di questo mese. La dott Gatti parlerà sul tema:

L’origine della vitalità e del pensiero: verso una nuova lettura della biologia

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 25 Apr 2010, 11:22 AM

Nel quadro della rivoluzione scientifica copernicana e galileiana Cartesio compie un passo decisivo verso la laicizzazione del concetto di anima proponendo una concezione dualistica già presente in altra forma in Platone e nella tradizione cristiana , che oppone res cogitans e res extensa, mente e corpo. La res cogitans viene concepita dal filosofo francese come coscienza, intelletto individuale anticipando l’accezione moderna del termine mente.

Nell’ambito della filosofia naturale , ancora non esisteva la parola bioologia coniato nei primi dell’ottocento da Lamark, si determina una reazione alla concezione meccanicistica del corpo di Cartesio a partire da Stahl che rifiuta gli “spiriti animali” cartesiani.

I medici cominciano a cercare, nella materia vivente una forza vitale analoga alla forza di attrazione newtoniana. Alcuni sono più inclini alla speculazione filosofica altri alla sperimentazione fisiologica.

La forza vitale viene indagata a partire dalla sensibilità ed dalla irritabilità dei tessuti. Inoltre si teorizza il principio vitale come reazione prima e difesa poi dalla minaccia di morte. Le concezioni vitalisitche sono improntate ad un pessimismo biologico: è la morte, che non solo determina ma alla fine vince sempre la vita. Si scopre con Mesmer che la forza vitale è suscettibile di essere potenziata dal rapporto umano: si inaugura così la prima fase di quella che lo storico Ellenberger denomina “psichiatria dinamica”.

Con il romanticismo e nel corso della filosofia dell’Ottocento il principio vitale viene fatto derivare da una forza inconscia, puro istinto, pura volontà di vivere ne Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenauer

. La volontà di vivere si trasforma con Nietschze in la volontà di potenza. Quest’ultima è originariamente una forza biologica. Scrive il filosofo:

<< La volontà di potenza può manifestarsi solo quando incontra resistenze: quindi cerca ciò che le resiste- ed è questa la tendenza primordiale del protoplasma, quando proietta pseudopodi e tasta intorno a sè. L’appropriarsi ed incorporare è soprattutto una volontà di impadronirsi, un formare , un imporre delle forme e un trasformare, finchè lo sconfitto cade completamente in potere dell’attaccante e lo accresce>>

L’attività primordiale biologica per Nietzche è determinata dalla tendenza alla disgrezione piuttosto che all’autoconservazione.

Da tutta l’analisi fin qui svolta emerge chiaramente come dietro le varie concezioni filosofiche c’è sempre un particolare modo di leggere I processi biologici.

Il vitalismo, attraverso le trasformazioni che subisce nell’Ottocento si affaccia nell’ ideologia della guerra del primo Novecento, nell’esistenzialismo di Jaspers ed Heidegger e si ritrova nel pessimismo biologico freudiano. La morte, in quanto impulso a tornare allo stato precedente sovrasta le pulsioni di conservazione cioè libidiche presenti universalmente, anche negli organismi monocellulari.

Nel concetto di pulsione libidica risuonano echi della forza vitale emersa nell’ambito della filosofia naturale medica della seconda metà del 700

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 5 May 2010, 09:51 AM

Riprendo la mia ricerca.

E’ stato stimato che il cervello umano ha circa 100 miliardi di neuroni che moltiplicato per mille contatti possibili di ciascun neurone fa 100.000 milardi di connessioni.

Consideranto che i neurostati o stati cerebrali si modificano in continuazione nell’ordine di diverse volte al secondo i numeri che si raggiungono sono strabilianti.

Dal punto di vita pratico abbiamo a che fare con variabili i cui valori si avvicinano all’infinito.

Detto questo chiediamoci : che cos’è l’irrazionale?

Attualmente non esiste una risposta esaustiva. Sappiamo o meglio ipotizziamo che l’irrazionale emerga alla nascita e si strutturi nel primo anno di vita , che si manifesti nel sogno e nella creatività dei grandi artisti. Se ci si pensa bene non è molto.

Secondo Aristotile e molti razionalisti l’irrazionale è la mancanza di razionalità: L’alogon appunto.

La mancanza di razionalità è stata pensata via via come male , peccato originale, disordine morale, follia, pazzia.

Se torniamo ai numeri sopra riportati vediamo che la razionalità, cioè la capacità dell’uomo di misurare e definire in base a procedure sperimentali un oggetto, è assolutamente impotente di fronte al cervello umano che per dirla con la poetessa Emily Dickinson è più grande del cielo e più profondo del mare.

Le neuroscienze hanno fatto grandi passi avanti e ne faranno ancora: siamo ben lontani però dal poter individuare l’architettura neurofunzionale di un singolo stato mentale in cui intervengono un numero impressionanti di variabili. Infatti ai centomila miliardi di contatti che si possono teoricamente stabilire va aggiunto che le reti neuronali sono insiemi dotati di proprietà uniche che possono interagire con altri insiemi dando vita a fenomeni di una complessità inimmaginabile.

Penso che l’irrazionale, più che una mancanza sia questa sovrabbondante complessità che è come lo sfondo su cui si manifesta la razionalità e la coscienza. Queste ultime sono imbarcazioni ancora incerte e fragili con cui ci accingiamo a solcare come nel film Solaris, l’oceano intelligente della nostra attività mentale.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 15 May 2010, 09:51 AM

Quello dei riusltati della psicoterapia è un annoso problema: difficile se non impossibile stabilire dei criteri “oggettivi” statitistici” in quanto sottoposti ad una serie di variabili, dipendententi dalle ipotesi di partenza che orientano già a monte od in un senso o nell’altro la lettura dei dati.

Quindi si dovrebbe supporre che dovremmo , in quest’ambito rimanere nel campo delle valutazioni personali, delle credenze se non delle mere speranze ed illusioni.

Cercherò di proporrre un approccio diverso al problema.

Prendiamo la questiome sogno bello o brutto, sogno di diagnosi,sogno di guarigione, sogno di negazione, di annullamento, sonno senza sogni: chi più ne ha più ne metta.

Se il sogno è linguaggio noi possiamo individuare le caratteristiche del linguaggio stesso e tramite esse risalire al contenuto ed alla forma e valutare le eventuali modificazioni intervenute.

La psicoterapia modifica la realtà psichica umana e tramite di essa il linguaggio ad ogni livello. Onirico , verbale scritto.

Perchè per es. occuparsi così tanto di teoria?

Perché le teorie sono testi scritti suscettibili di analisi logica, di riscontri pressochè infiniti: una incongruenza anche minima può essere segnalata criticata superata.

E’ discutibile se l’analisi linguistica sia una scienza esatta ma sicuramente essa deve obbedire a dei criteri metodologici. Se io inserisco un termine o lo modifico devo chiarire perché lo faccio, e lo stesso vale per la definizione dei concetti.

Non c’è autore , persona o paziente che possa sottrarsi a tale tipo di indagine.

E’ chiaro che i gruppi di terapia sviluppano un loro linguaggio, creano una loro ideale “iconografia” a cui si rapportano, per arricchirla, modificarla ed eventualemnte negarla.

Noi possiamo comprendere il cambiamento e la trasformazione degli indivifui nel gruppo attraverso ciò che in esso viene detto e attraverso come viene detto.

copyright domenico fargnoli

alessandranovelli *omonimia*

Inviato il: 17 May 2010, 02:15 PM

Ciao Domenico,

sembrava decisamente interessante la possibilità che avevi offerto ad ognuno di esprimere la propria esperienza su mutamenti e movimenti nel senso della guarigione nel corso del processo terapeutico. E lo era, secondo me, per la carica trasformativa che potenzialmente questa cosa portava sia sul piano soggettivo che, ovviamente, su quello più vasto della teoria.

Penso che sul piano individuale tradurre in parole un’esperienza del genere metta in atto almeno due, importanti, movimenti interni. Quello della messa in chiaro di contenuti propri e della loro autenticità (e questo vuol dire ricerca) e quello del linguaggio, che non è solo ricerca di corrispondenza fra ciò che si vuol dire e le parole per dirlo ma vera e propria formazione di un pensiero. Questo a me sembra un aspetto davvero rilevante. E mi sembra anche (ma posso dirlo solo intuitivamente) che il rapporto linguaggio/pensiero sia sempre così: dinamico, biunivoco, capillare. Un rapporto creativo, non nel senso del bene o del male, ma in quello dell’apertura costante ad un orizzonte di possibilità. Per cui il solo mettere in immagini e parole un’esperienza, la tensione che c’è in questo, offre nuove possibilità di pensiero, e se confini questo rapporto ad un testo scritto (nell’interazione diretta con un altro è infinitamente più complesso e dinamico e inafferrabile all’istante…) allora hai anche la possibilità di “osservare” gli esiti che questo rapporto, per una specifica volta, ha avuto in te…

Riguardo lo sviluppo della teoria sui risultati in psicoterapia a me sembra un’ottima indicazione quella di individuare nel’analisi delle specificità e delle trasformazioni del linguaggio “proprio” di un gruppo un forte indicatore per la valutazione degli effetti spicoterapeutici. Così come (se è vero che la ricerca sulla cura non può prescindere dalla ricerca su sè stessi e viceversa) è sana la condivisione dell’attenzione alla dimensione linguistica, alla “correttezza” terminologica e concettuale di cui tu parlavi. E rispetto a quella possibilità che avevi dato (e secondo i criteri che avevi indicato) di esprimere la propria esperienza del processo terapeutico, penso sinceramente che sia una cosa importante anche per la teoria. Può darsi che non funzioni ma secondo me vale comunque la pena provare. Perciò ti chiedo: è ancora valido l’invito?

Ti ringrazio

Alessandra

Alogon

Inviato il: 17 May 2010, 07:05 PM

Certamente. Perchè no?

copyright domenico fargnoli

alessandranovelli

Inviato il: 23 May 2010, 01:41 PM

Ciao Domenico,

per cominciare penso che un modo molto semplice, ma non per questo meno significativo, per valutare i risultati del proprio percorso psicoterapeutico è chiedersi se esiste una differenza nel proprio stato tra il momento iniziale e quello attuale. Io ricordo benissimo come stavo prima di cominciare la cura. E mi sento abbastanza in me per sapere come sto adesso. Sono passati poco più di due anni dall’inizio e non ho bisogno di particolari riflessioni per rendermi conto su un piano immediatamente emotivo che tra allora e adesso c’è una differenza sostanziale. Questa non è una consapevolezza che fluttua in base al mio umore e non è nemmeno sui generis, ha invece diversi e solidi puntelli di cui uno per il momento, e mi piace dirlo, è la semplice evidenza. Mi basta confrontare i livelli di angoscia di cui ero capace un tempo, e l’assiduità con cui mi ci calavo dentro, con la capacità reattiva che invece ho adesso – anche di fronte a situazioni fortemente problematiche o aggressive – per cui accade che ho risposte emotive completamente diverse. E non dico che sono tutte rose e fiori ma almeno non finisco più a tappeto come prima. Oppure basta che guardi un paio dei rapporti centrali nella mia vita. Le persone di allora sono le stesse di adesso ma la mia relazione ad esse è assolutamente cambiata: prima mi sentivo costantemente in ostaggio del loro riconoscimento affettivo, adesso posso anche pensare di vivere senza (le persone intendo). Un’altra differenza macroscopica è che non sono più malinconica, e non è una cosa da poco. Prima vivevo costantemente con il sentimento di quel che sarebbe potuto essere e non è stato e non potrà essere mai più (tutta la vita mi sono sentita in un luogo diverso dalla vita). Adesso ho spesso il senso di esserci pienamente esattamente lì dove sono (e a volte anche in momenti del tutto inaspettati come ad esempio nel bel mezzo di una tormenta relazionale), mi sembra che la vita debordi senso in ogni suo anfratto e questo mi appassiona, non ho più il senso del tempo che sta per finire ma invece quello della possibilità: poter esistere, adesso, e nelle forme che verranno (chiaro che non sto dicendo che ogni mattino mi sveglio e faccio questi pensieri, mi riferisco piuttosto a una condizione profonda, a un sentimento delle cose che sta sotto e prima dei pensieri…) Insomma, potrei fare luce ancora su alcuni altri aspetti che testimoniano i risultati della cura ma non lo faccio se no diventa troppo lunga… e vorrei invece parlare di un altro di quei puntelli e andare su un piano diverso, più alla radice, in cui ho avvertito il cambiamento.

Forse ognuno a livello inconscio ha uno o più “leitmotiv” (si possono chiamare “tematiche psichiche”?) intorno a cui si organizza l’intera sua vita psichica, affettiva, comportamentale. Qualcosa come dei contenuti centrali che vengono continuamente rivisitati (inconsciamente) con tempi e modalità diverse, soggetti ad una infinita gamma di variazioni, ma che in sostanza restano sempre gli stessi. Se è così, e per ciò che riguarda me penso sia così, allora è stato proprio uno di questi “contenuti chiave” a divenire oggetto di forte cambiamento. Non entro nel dettaglio di quale sia ma a me è abbastanza chiaro così come riconosco pienamente la potenza che ha avuto nel determinare la mia vita. Ora, non voglio dire che in assoluto non agisca più ma, ciò di cui sto facendo di fatto esperienza, è che non è più l’elemento centrale nel definire la qualità dei miei legami affettivi, anzi, ci sono momenti in cui mi sento oggetto di una sorta rivoluzione copernicana, nel senso che la centralità di quel contenuto (e dei suoi “correlati”) è saltata e se avverto uno spaesamento è perchè un nuovo “centro” è ancora in definizione… è difficile comunicare pienamente lo stravolgimento e l’importanza in termini vitali di un cambiamento così profondo, è difficile farlo verbalmente e in maniera concisa e però un’ultima cosa a riguardo vorrei dirla. Nella mia percezione dall’interno è come se fosse venuto meno un’”assioma”, come se fosse davvero così che funziona, che ci sono realtà interne molto forti che un giorno (anche molto lontano) della propria storia personale prendono piede ma poi, trascorso quel tempo, la radice della loro potenza diventa totalmente ideale (al di là dei “rinforzi” concreti forniti da un certo tipo di relazioni) e risiede nel carattere totalizzante di quell’ idea…. questo intendo quando dico che nel mio specifico percorso psicoterapeutico il risultato è stato sostanziale: non è cosa da poco mandare all’aria questi “dogmi” interni…

E’ impossibile esaurire in un solo intervento la ricchezza di aspetti (per es. i sogni) attraverso cui valutare i risultati della propria esperienza psicoterapeutica, però almeno un’altra riflessione vorrei farla. E’ qualcosa che riguarda la modalità interna del cambiamento. Forse ognuno ha un proprio “modo” (inconscio) di attraversare il processo terapeutico, intendo qualcosa come un’”andatura”, quindi qualcosa che non riguarda tanto la qualità del cambiamento quanto la forma e il ritmo dell’andare (oppure no) verso la guarigione. Non so se questa cosa sia vera per tutti ma per ciò che riguarda me penso di sì. E il saperla mi aiuta perchè mi permette uno sguardo più limpido anche al fine della valutazione dei risultati della psicoterapia. Ciò di cui mi sono accorta è che ho un modo di procedere a “onde” (giusto per dare un’immagine). Questo vuol dire che se guardo l’intero processo c’è un movimento progressivo in avanti (guarigione) ma se vado sui specifici momenti, non solo ci sono gli “alti” e i”bassi” (dell’umore) ma ogni volta che incontro un “ostacolo” (problematica interna) ho un movimento di “riflusso” (peggioramento). E’ sempre così, almeno fin’ora. Essere riuscita a mettere a fuoco questa cosa è stato importante perchè mi ha permesso di non confondermi più, come invece accadeva prima, nei momenti di “bassa”. La confusione consisteva nel fatto che attribuivo al malessere del momento un carattere molto più vasto, greve e grave, sfioravo pericolosamente l’idea di non farcela, di fatto portavo nuovo vigore ai “dogmi nefasti” di cui dicevo prima…

caro Domenico, così ho cercato di fare un po’ di chiarezza su alcuni aspetti della mia esperienza al fine di contribuire alla ricerca di una modalità “oggettiva” per la valutazione dei risultati in psicoterapia… non penso di aver “esaltato” gli aspetti positivi ma, anzi, un’inevitabile perdita di ricchezza di sfumature e significati è già in conto quando si cerca di riportare in poche parole un’esperienza così complessa come quella di una psicoterapia per cui…

Alogon

Inviato il: 27 May 2010, 09:09 AM

E’ chiaro che la capacità di raccontare la propria storia, di esprimere i propri stati affettivi è un parametro importante per il progresso della psicoterapia. La valutazione di quest’ultimo, per quanto oggettivabile nel linguaggio, rimane legato al fattore soggettivo della risposta dello psichiatra.

La ricerca di come sia definibile “la soggettività” dello psichiatra è quanto mai difficile. Nelle cosiddette “scienze umane”, delle quali la psichiatria aspira a far parte, soggetto ed oggetto interagiscono continuamente: una volta si sarebbe detto dialetticamente.

Anche il medico deve poter accedere ad un uso pieno sia dal punto di vista formale che dei contenuti dello strumento linguistico in un confronto e scambio continuo con l’altro.

Quello che nella psicoanalisi veniva denominato controtransfert, che io oggi definirei la reazione “terapeutica” alla malattia, ha come punto di arrivo, attraverso una serie di tappe intermedie, la capacità di elaborare un pensiero proprio coerente ed articolato.

Se questo pensiero esiste deve essere in grado di esprimersi: non credo nell’”ineffabilità” del silenzio come fattore terapeutico. Nè ritengo che sia sufficiente essere una “brava persona” per curare la malattia mentale in assenza di una capacità di definire e di chiarire adeguatamente lil proprio modo di procedere.

Purtroppo è su questo terreno che oggi noi riscontriamo palesi difficoltà.

La psicoterapia non può avvalersi di un corpo dottrinario immobilizzato in formule, da ripetere come litanie inchinandosi di fronte al muro del pianto: lo psichiatra deve comprendere quello che dice ed è responsabile della terminologia che adotta. Le parole possono essere musica ma anche pietre scagliate contro individui indifesi.

Da una parola, da poche parole può dipendere la vita di una persona: non è ammessa la stupidità, l’ignoranza o la trascuratezza, che è sempre colpevole, rispetto al valore della ricerca altrui.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 2 Jun 2010, 08:54 AM

Si possono contrapporre i due termini “regressione” e “ricreazione”?

Ricreare significa creare nuovamente:qualcosa che era stato precedentemente creato viene creato nuovamente.

A me viene in mente che alla nascita si possa parlare di “creazione” ma non di “ricreazione”.

Prima della nascita non viene creato alcunchè.

Dal dizionario etimologico si apprende che ricreare vuol dire ristorare, vivificare infondendo quasi una seconda esistenza.

Ricreazione è anche dare conforto alle pene ed alle fatiche sofferte.

Regressione ha invece un significato o di ritorno indietro però nel senso del peggioramento.

Ricreare significherebbe ripristinare ciò che è stato perduto, in termini di vitalità ed energia mentre regredire nel caso della nascita sarebbe “reinfetazione”

Questo è un esempio di come l’uso delle parole, senza adeguata chiarificazione, possa generare problemi.

copyright domenico fargnoli

nyx *omonimia*

Inviato il: 2 Jun 2010, 07:50 PM

Non so bene come iniziare, di certo quest’ultimo intervento mi ha colpita molto, usare un termine o l’altro in una teoria che definisce le linee di una ricerca personale e più ancora le linee di riferimento della cura è di notevole importanza soprattutto se si tratta di termini che possono indirizzare il nostro percorso in direzioni radicalmente opposte. Se penso alla mia storia, al punto in cui mi trovo adesso sapere in che direzione andare è fondamentale. E’ successo infatti che con la psicoterapia la mia vita è completamente cambiata ed è molto difficile provare a dire come, senza fare riferimento ai fatti materiali. Nel mio caso però, io credo che la trasformazione più grande sia proprio legata ai fatti materiali, all’acquisizione di un identità sociale, che se per tante persone è un processo naturale per me di certo non lo è stato. Fatico molto, se non in maniera banalmente narcisistica ad accettarlo ed è motivo di grossa crisi. Per me la tentazione della regressione è forte e pacificante benchè mi rendo conto tremendamente patologica perché so che mi farebbe tornare al punto in cui non avevo niente da perdere. L’idea invece della ricreazione per quanto mi getti nell’angoscia dell’impotenza mi dà una forte spinta in avanti mi fa pensare che le cose nuove possono smettere di essere estranee e spaventose e diventare mie fino in fondo. Di certo so che prima di ricreare devo capire profondamente cosa mi è successo e soprattutto perché la trasformazione una volta avvenuta mi faccia così tanta paura.

fiore

Inviato il: 6 Jun 2010, 10:21 PM

In generale,un’identità sociale nuova è solo frutto di una ricreazione personale o anche di una trasformazione ,una maturazione esterna ,del sociale,che ha un approccio diverso verso ciò che sta dietro una teoria,una cura,per cui viene meno un atteggiamento violento e,talvolta,un vero e proprio annullamento ? Affrontare una cura e tenere fermi i presupposti che stanno alla base di essa è complesso per resistenze interne ed esterne e spesso è necessario stringere i denti..ma in altri momenti c’è la sensazione che il vento sia cambiato.

Alogon

Inviato il: 8 Jun 2010, 11:02 AM

E’ chiaro che fattori individuali e sociali interagiscono in modo imprevedibile nel processo di costruzione dell’identità personale. La nostra attenzione è rivolta però ai fattori individuali: anche in contesti storico-ambientali estremamente difficili (regimi totalitari, oscurantismo culturale) ci sono state persone che sono riuscite a mantenere e sviluppare la propria capacità di pensare e di immaginare: scienziati, artisti ecc..

Per quello che mi riguarda non ho bisogno del consenso esplicito di alcuno per proseguire la mia ricerca anche di fronte a continue manipolazioni, annullamenti e tentativi di ridurmi al silenzio.

Direi che questa risposta esterna inaspettata perchè agita da persone che parlano tutto il giorno di libertà e di creatività non altera il mio assetto interno anche se certo mi costringe ad una continua resistenza.

Però ritengo che non esistano situazioni ideali e che di fronte ad idee originali il conflitto sia inevitabile. E’ importante non credere all’onnipotenza della negazione altrui anche se glii effetti di quest’ultima non vanno mai sottovalutati.

copyright domenico fargnoli

alessandranovelli *omonimia*

Inviato il: 8 Jun 2010, 11:20 PM

E’ così importante e complessa questa questione del linguaggio. In fondo anche nei rapporti “face to face”, dove è stato ampiamente dimostrato che l’effettiva comunicazione si compie su livelli totalmente diversi da quello verbale, le parole possono pesare come macigni. In una relazione, in un gruppo, o anche nel contesto umano allargato e dai contorni meno definiti di una ricerca, certe parole, dette o scritte in certi momenti, possono improvvisamente far deviare, nel senso del peggioramento o della guarigione, il percorso interno di un individuo. O di un intero gruppo. Dico queste cose senza una specifica competenza ma solo sulla base di una elaborazione frutto di osservazione, percezione intuitiva, esperienza personale. Potrei citare una parola e il tempo in cui mi fu detta (non ho buona memoria ma quella volta lì me la ricordo bene) che in me fece una differenza sostanziale. Era una parola di quelle che hanno dentro tutto un mondo (e ce ne sono tante) e non mi era neanche nuova. Ma ascoltata in quel momento, in quello specifico momento del mio tempo interno, risultò del tutto nuova (ricreatrice?). Non voglio fare sviolinate ma credo che un buon terapeuta sappia fare anche questo: entrare in accordo col tempo altrui e offrirgli la chiave di volta al momento giusto. Ora, quello che mi viene in mente, è che la portata vitale o meno di una parola è, sì, una faccenda dinamica che dipende da diverse dimensioni (tempo, relazione, contesto) e però, tra queste, la connessione con un senso condiviso (se non addirittura un significato) ha un posto centrale. Come dire: se in una relazione non mi preoccupo che i concetti che stiamo usando sono perlomeno simili questa cosa, nella relazione, ha un significato preciso. Perciò, secondo il mio sentimento, più del fatto che alla fine ci si intenda o meno conta l’effettiva esistenza di una spinta interna a farlo. E questo secondo me fa una differenza a tutti i livelli di relazione.

Alogon

Inviato il: 11 Jun 2010, 11:00 AM

Sono d’accordo: la parola giusta al momento giusto.

Per es prendiamo il termine vitalità (sottinteso umana). E’ un concetto medico introdotto da Ballantyne nel 1902 e si riferisce alla capacità del feto di sopravvivere autonomamente fuori dall’utero. Niente a che vedere direttamente con la carica libidica originaria. La parola italiana vitalità è la traduzione dall’inglese” viability” di largo impiego oggi nella medicina neonatale. “Vitality” in inglese è sinonimo di “viability”. Vitality in inglese è “the power of giving continuance of life” ciò che garantisce la continuità della vita. Lagercrantz lega lal vitalità allo sviluppo del cervello: il feto anencefalico non sarebbe “viable”.

<<.The premature infant differs from the immature foe tus in the possession of viability, that is to say, he is capable of an independent existence outside the mother’s uterus, an existence, it must be added, which is not limited to a few hours, but is potentially possible for months and years.>(Ballantyne JW. The problem of the premature infant. BMJ 1902; 1: 1196–200.)

La vitalità ha quindi avuto storicamente una precisa definizione.

Qualunque uso attuale del termine deve tenere conto dei significati antecedenti in medicina , se vuole rispettare un minimo criterio di scientificità.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 17 Jun 2010, 11:45 AM

Nel 1628 Harvey scoprì la cicrolazione sanguigna che era dovuta come tutti sanno oggi alla contrattilità del miocardio. Cartesio in polemica con harvey sostenne in base a complesse deduzioni filosofiche che la circolazione era dovuta alla fermentazione del sangue nel cuore. Quella di Harvey era una constatazione molto semplice mentre l’ipotesi di Cartesio si inseriva in una complessa filosofia. Harvey aveva ragione Cartesio aveva torto nonostante le sue deduzioni razionali.

Rispetto al problema della nascita noi non posiamo fare a meno della neurofisiologia mentre i discorsi filosofici possono essere del tutto inutili se non fuorvianti. La realtà biologica è quello che è e noi non ce la possiamo inventare. La fantasia, l’immaginazione ci può servire per leggere e comprendere i dati della ricerca ma non può sostituire il metodo scientifico e sperimentale. Per Aristotele l’attività mentale risiedeva nel cuore mentre per Platone la fantasia era localizzata nel fegato. Platone Aristotele Cartesio adeguavano, con atteggiamento onnipotente la realtà alle loro idee e non le loro idee alla realtà.

Dalla storia possiamo imparare per non ripetere gli errori di sempre.

copyright domenico fargnoli

alessandranovelli *omonimia*

La discussione su quale sia il modello conoscitivo (scientifico o filosofico) più adeguato a far luce su certe realtà psichiche (anzi “fisio-psichiche”) mi sembra abbia una importanza enorme sul piano terapeutico. Una persona che stia facendo una ricerca su sè stessa dovrà pur sapere se le idee che usa la portano a una qualche verità su di sè o invece servono a mettere in piedi l’ennesima menzogna.

Penso che ogni persona che fa ricerca, su di sè o per gli altri, ha questo tipo di responsabilità.

La riflessione su quale tra queste due strade sia quella di fatto efficace per questo tipo di conoscenza mi fa venire, così di getto, due tipi di considerazioni. Una d’ordine sentimentale, l’altra di natura logica. La prima riguarda la posizione interna di chi fa ricerca: se l’obbiettivo (sentimentale) è davvero quello di arrivare a una conoscenza ulteriore, a un inclusione di elementi che trascendono e dilatano i confni del proprio orizzonte interno e non a concetti che invece lo riconfermano, narcisisticamente, in forme più sosfisticate ma sostanzialmente uguali, allora – così mi sembra – la capacità vitale del ricercatore è quella di riuscire a fare due passi indietro, invece che uno avanti. E’ una legge fisica: quanto più retrocedi tanto più l’orizzonte si allarga – e le probabilità che entrino in gioco elementi inaspettati, a volte totalmente rivoluzionari, aumentano. Questo mi sembra possa dirsi vero a prescindere se la strada seguita sia quella scientifica o quella filosofica.

La seconda considerazione è invece, in senso più stretto, un interrogativo sulla validità del tipo di prassi seguito in una ricerca. Mi sembra un’evidenza logica che la complessità che sta dietro una ricerca scientifica (quindi la necessità interattiva, la sistematicità del confronto, l’enorme difficoltà di una ricerca di validità su basi condivise ) sia di per sè garanzia di forte tensione e approssimazione al reale (se la cosa non sfocia in ideologia), mentre i pensieri di un uomo, per quanto creativi o articolati in un sistema geniale, sono di un solo uomo. Credo fosse Nietzsche che diceva, nell’ “Utilità e danno della storia per la vita”, che ogni uomo è costretto all’interno del suo orizzonte, e per quanto si dia da fare per spingerne i confini più in qui o più in là alla fine, quello che ne risulta, è solo il “suo “ orizzonte. E sicuramente Nietzsche era uno di larghe vedute.

Alogon

Inviato il: 22 Jun 2010, 07:55 AM

Penso che il genio debba fare il suo lavoro di genio. Se un contenuto è valido lo è a prescindere se sia un prodotto collettivo od individuale. Se un antibiotico funziona il fatto di chi o di come lo abbia scoperto è assolutamente secondario. Direi che bisogna tenere a mente questo principio per evitare che il possesso di una qualsivoglia conoscenza diventi un sistema di potere. Il “sapere” si trasformerebbe da “mezzo” a fine.

Detto questo io riconosco che Picasso è un genio anche se qualche critico,autorevole ma malevolo, ha insinuato che la sua “genialità” specialmente negli ultimi anni, sia stata costruita a tavolino.

Ma questa è una debolezza umana, comprensibile anche se non condivisibile. Non mi straccio le vesti. Solo che mantengo la mia autonomia di giudizio e non sono incline a d idealizzazioni o timori reverenziali verso nessuno.

copyright domenico fargnoli

Emma

Inviato il: 26 Jun 2010, 02:19 PM

Scusate se mi discosto dal discorso un attimo stamattina su facebook il il gruppo “informazione libera” riporta un ansa di oggi sul feto e tutto il discorso legato alla 24esima settimana, come scoperta però fatta in uk.

ecco il link:

http://www.facebook.com/notes/informazione…na/405800494153

Alogon

Inviato il: 13 Jul 2010, 10:18 AM

Ho letto alcuni gialli e visto dvd della serie Millennium di Stieg larson. Interressanti perchè fanno riferimento ad una poetica della verosimiglianza: situazionii e personaggi improbabili vengono proposti in un contesto, come quello che Aristotele riteneva necessario per l’azione tragica, che li fa apparire “ veri”. C’è come figura centrale lo stereotipo dello psichiatra pazzo e criminale, addirittura pedofilo che perseguita una sua paziente adolescente con diagnosi invalidanti. Vendute trenta milioni di copie.

Una riflessione, che non sviluppo per la sua ovviet, sul significato del successo editoriale che in questo caso prescinde totalmente dai contenuti.

Letto anche un libro in francese di tale Margolin sugli eccidi dei giapponesi dal 1937 al 1945 ai danni di 500 milioni di persone nel sud est asiatico. Storie vere ma che per la loro efferetazza e barbarie appaiono inverosimili, compresi epidodi non sporadici di cannibalismo a parte le indicibili sofferenze e torture.

La realtà supera la fantasia o meglio la fantasticheria.

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 13 Jul 2010, 02:58 PM

..bentornato Alogon!! Rispetto al tuo messaggio precedente,al viaggio che hai affrontato, non penso che tu ti stupisca che ci sia o ci sia stata una tale realtà. Certo,so bene quale potrebbe essere il tuo grido (“ L’urlo di Munch” ?),perchè sia come persona che come medico ho imparato le tue qualità umane…”in questo mondo dove non sembra abitino più gli uomini”. Per quanto mi riguarda, ho avuto conoscenza, di molte efferatezze compiute più o meno recentemente (pensiamo solo cosa è stato fatto alla povera Ipazia!),per il mio interesse a girovagare fra qualche libro,qualche documentario storico..E purtoppo,mio malgrado,non mi sorprendo del numero così grande di lettori dell’autore che hai citato. Dire: “Roba da matti !” come è solito esclamare ,sarebbe solo banale! E non ho parole,perchè dovrebbero essere tante,per esprimere la mia indignazione ,il mio dolore,la mia repulsione..per tutto ciò che di orribile l’uomo è stato in grado di fare,ma già da tempo so bene che c’è la bellezza e c’è l’inferno,citando il titolo dell’ultimo libro di Saviano..ma sento che un giorno potrebbe arrivare una rivista rossa con scritto sopra “Rinascimento”.

fiore

Inviato il: 17 Jul 2010, 03:39 PM

Riporto una frase dell’ultimo libro di Saviano,quella che lui chiama la lezione di Beowulf,l’eroe epico che strappa le braccia dell’Orco che appestava la Danimarca:

“ Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto,ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla.”

fiore

Inviato il: 18 Jul 2010, 01:35 PM

Penso che mantenere uno straccio di sanità mentale in questi tempi non è facile. Non faccio i soliti discorsi retorici e un pò scontati che appariranno senz’altro anche un pò noiosi. Conoscere la teoria e seguire i movimenti di coloro che parlano in nome della realtà umana,aiuta ,ma spesso in solitudine ,perchè la cultura è ancora molto violenta (M.Fagioli e E Pappagallo intervengono per dare chiarimenti sulla violenza nel rapporto uomo-donna ,ad esempio, in un momento dove ,in quindici giorni,sono state uccise nove donne).Però,sarcasticamente ,a questo punto,aggiungo, che siamo tutti pacifisti,urliamo per la guerra in Afganistan,per le spese militari,ma poi ancora voltiamo la faccia per non vedere.Un pò come fa colui che va in Africa per sentirsi bravo impegnandosi in opere umane,e chiude gli occhi ad esempio,su un vicino che è in difficoltà,su quegli ospizi in Italia dove gli anziani vengono brutalizzati e massicciamente sedati,per non parlare poi di tante altre scottanti realtà che sguazzano e hanno sguazzato nell’indifferenza di tutti). Sto leggendo “Lombardi e il fenicottero” e questo mi aiuta.Conterma che politicamente e culturalmente fa più male la razionalità e la materialità di chi si è storicamente sentito sempre dalla parte dei buoni,di quella di chi si fa vedere, poi, per quello che è . Il freddo Togliatti ,i genocidi in nome del comunismo ..eppure agli alunni viene ancora solo riproposta per biasimarla ,giustamente, la violenza nazista e fascista..e,nel vivere comune,si cercano i capri espiatori per non cambiare e rifuggire forme di lealtà,onestà,impegno e responsabilità..almeno chi lo dovrebbe fare. C’è un luogo dove la decantata antica ribellione si è trasformata nel più dissociato catto-comunismo e,aggiungerei neo- liberale, che ha dei risvolti di pensiero e psichiatrici estremamente violenti. Non aggiungo di più….La giornalista russa Anna Politoskaja ,(non so se si scrive così,),che purtroppo è stata uccisa ,diceva che per farsi “sentire” dalla gente non ci vogliono i sentimenti tiepidi. A questo punto mi interrogo se i tempi sono maturi, e mi vengono alla mente le parole che lo psichiatra nel film “Vincere” di Bellocchio dice ad Ida Dalser,che in certi momenti,quando ancora presente nella maggioranza delle persone una certa cultura(anche se le parole che riporto non sono proprio fedeli), conviene l’attesa…ma,quando e come (con coraggio?) è necessario dare avvio alla trasformazione?

P.S. Mi scuso con Alogon,questo è il forum per la ricerca psichiatrica..forse ,irrazionalmente, ci potrebbe essere qualche collegamento? Riporto che l’ultimo numero dell’Agenda Coscioni ha come tema principale “Neuroscienze:libertà che ha cervello”..l’introduzione sembra interessante ,anche se il contenuto dell’articolo sinceramente non l’ho ancor letto.

Alogon

Inviato il: 20 Jul 2010, 09:17 AM

Rispetto agli eccidi dei giapponesi nella seconda guerra mondiale bisogna considerare che essi non sono il risultato dell’emergere di un fattore antropologico sopito, come la tendenza ad uccidere od il cannibalismo ma la conseguenza di uno specifico modo di addestramento basato sulla violenza, la degradazione continua della truppa, l’istigazione all’odio ed alla crudeltà come parte di un programma razionale di distruzione della personalità e dell’individualità.

Il discorso è estensibile alle folle le quali si credeva, a partire dalla fine del 900, favorissero l’espressione della violenza e della brutalità soprattutto da parte della scuola positivistica italiana di Lombroso, Sighele e Ferri. La violenza della folla è solo un epifenomeno dell’ingiustizia sociale, dei processi di prevaricazione che minano la stabilità dell’individuo e pervertono il significato della socialità.

Ciò che appare come “naturale” è il prodotto di una specifica ingegneria sociale, di azioni umane che diventano una volta interiorizzate precise costellazioni affettive e motivazionali.

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 21 Jul 2010, 11:19 PM

Quanti anni sono passati da quando la “madonnina” di Civitavecchia ha pianto?

Quanti ne passarono da Fatima e Medjugorie?

Alogon

Inviato il: 22 Jul 2010, 02:57 PM

non vedo bene il nesso con i discorsi precedenti ma sicuramente tu riesci ad individuarlo…

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 22 Jul 2010, 03:36 PM

Mi è tornato alla mefnte quanto venne fuori in un’elaborazione diversi anni fa.Preferisco per il resto mantenermi sul generico.

fiore

Inviato il: 10 Aug 2010, 10:17 PM

Venerdì,13 agosto,su RAI 3,alle 21.15 alla GRANDE STORIA, nuovamente “ I segreti di Mussolini” ,la vicenda di Mussolini e Ida Dalser, sulla quale Bellocchio ha creato il film “VINCERE”.

fiore

Inviato il: 13 Aug 2010, 12:11 AM

Giovedì, 12 agosto ,alla “Storia siamo noi”, è il turno di Maryli Monroe. Due serate,due donne,Ida dalser,Marylin Monroe.Un caso?

Il mio pensiero va su chi c’è dietro la propria porta,quando si è deciso di voler guarire.

fiore

Inviato il: 14 Aug 2010, 08:59 PM

La vicenda sconvolgente di Ida Dalser e di suo figlio Benito,morti entrambi in manicomio (Benito in un paio di mesi ebbe una trentina di insulinoterapie e andò nove volte in coma). Il dramma peggiore di questo crimine operato da Mussolini con l’aiuto di molti compiacenti gerarchi fascisti è che non è stato mai punito,grazie all’amnistia che fu varata da Togliatti e controfirmata da De Gasperi il 22 giugno 1946 ,con la quale ebbero la libertà migliaia di fascisti,compresi i peggiori criminali,archiviando molti processi pur sollevando risentimenti e proteste nella base comunista. Quello che è peggiore,a mio avviso è che c’è stata una legittimazione di atti di violenza che vanno a colpire le emozioni,i sentimenti l’identità dell’altro.I crimini di spinta alla pazzia(o far solo credere pazzi per togliere di mezzo persone scomode) compiuti da persone significative. Probabilmente se questo fosse stato riconosciuto sarebbe stata resa giustizia a tante persone note come la sorella dei Kennedy,probabilmente anche Marilyn Monroe,e tante altre i cui nomi rimangono sconosciuti,perchè rientrano nel vivere comune,nelle dinamiche malate di famiglie comuni,di rapporti di lavoro ecc. Un processo avrebbe probabilmente posto una luce nuova sul discorso della malattia mentale e la visione positivista di essa quanto meno si sarebbe incrinata…danno sopra danno..”grazie “ancora Togliatti (certo la tua sensibilità non ti ha impedito di far diventare tuo figlio Aldo schizofrenico dopo averlo mandato a curare otto anni in Russia per un disagio mentale!) e si tolgano di mezzo coloro che continuano a rinvigorire la sua immagine in nome in una rivitalizzazione della sinistra!

fiore

Inviato il: 24 Aug 2010, 03:24 PM

In queto momento storico,dove i comportamenti sociali appaiono alquanto disumanizzati ( con il termine umanità intendo il modo più garbato -anche se la mia definizione è un pò semplicistica- di intergire fra gli esseri umani ) dove è il confine fra sane risposte di difesa e atteggiamenti paranoidi ? Forse nel fatto che quando si tolgono i paletti ad alcune relazioni si ripresentano delusioni spesso dolorose ed allora si capisce che le proprie difese erano sane?

Alogon

Inviato il: 27 Aug 2010, 08:27 PM

Credo sia impossibile dare una risposta esauriente a domande di carattere così generale. La seconda parte del quesito riguarda invece un caso particolare di cui non si conoscono esattamente i termini.

Per avere delle risposte, in linea di principio, bisogna formulare le domande in modo preciso evitando sovrapposizioni, impastamenti, discorsi troppo generali che poi diventano generici.

copyright domenico fargnoli

 

fiore

Inviato il: 4 Sep 2010, 01:52 PM

..a distanza di anni dal pianto di madonnine ci sono state guerre civili…

Forse la psichiatria farebbe bene ad ascoltare la gente comune….altrimenti cade negli stessi errori della politica d’opposizione….

Ultimo Left..uno sguardo sul tempo..articolo sull’ultimo film di Bellocchio “Sorelle Mia”…Bellocchio torna in famiglia e parla dei rapporti di sorellanza e fratellanza che definisce trappole pazzesche. “ La sorellanza alcune volte ti impedisce di aprirti alla vita,di aprire la porta e di andare nel mondo”. Queso è un mondo classista ,poco solidale e non coeso e c’è molta complicità esterna se le trappole non vengono smantellate,Difficoltà di ordine materiale-perchè non dirlo di questi tempi?D’altra parte non abbiamo una società “diversamente ricca”,come voleva Riccardo Lombardi- e difficoltà di carattere umano,nella sua cultura,nei suoi valori.

Anche gli psichiatri devono avere uno sguardo nuovo sul mondo e una prassi nuova.

Alogon

Inviato il: 4 Sep 2010, 06:15 PM

Su alcune frasi singolarmente posso essere d’accordo. Ma è il discorso nel suo insieme che mi lascia perplesso perchè piani diversi( esortazioni, analisi, politica psichiatria) si mescolano insieme) D’altronde esortare uno psichiatra ad ascoltare la gente “comune” (quale sarebbe poi se vogliamo andare per il sottile?) è come esortare un marinaio a considerare attentamente il mare su cui naviga. Penso di sapere da solo quello che devo fare dato che rispondo personalmente delle mie azioni. Naturalmente prendo in considerazioni chi mi vuol dare dei consigli ma poi decido sempre in base ad una mia valutazione personale.

Rispetto a Bellocchio: che c’entra con la psichiatria? Mi risulta che sia un regista. Egli esprime valutazioni personali più o meno condivisibili. Sulla sorellanza io per es potrei pensarla al contrario di lui ma è un mio punto di vista e non pretendo di imporlo a nessuno.

Quanto al “nuovo” esso facilmente diventa una retorica come hanno mostrato le avanguardie artistiche del novecento.

Quindi proporrei analisi più circostanziate senza pretendere di dire l’ultima parola sul mondo. Perchè questo è stato il male della sinistra: presupporre di sapere e soprattutto di giudicare quando non se ne avevano gli strumenti.

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 4 Sep 2010, 09:52 PM

Quando parlo di psichiatri necc.on mi riferisco a te che segui un tuo percorso medioo personale. Valuta che posso rappresentare il modello che si crea quando si legge e si vede il nome di Fagioli assocato a Bellocchio,a Bertinotti, a Pannella, e si cerca di riflettere,di fare valutaazioni e di lottare per sentirsi vicini a qualcosa di valido,che a momenti non condividi,che può deluderti,rifiutando il pensiero di fallimento personale.Sono a volte il frutto della confusione che viene creata con tanti accostamenti?

Alogon

Inviato il: 5 Sep 2010, 06:18 PM

Premesso che rispondo solo di me stesso e non di altri e non mi sento in dovere di fare alcuna difesa di ufficio, il problema che tu poni è molto complesso ed anche legittimo. Però al solito:volgiamo fare una critica? Benissimo, comunque bisogna saperla fare, distinguendo da situazione e situazione e nel caso si mettano insieme più circostanze esplicitare il nesso che lega quest’ultime. Si può fallire nel cercare di dare delle risposte ma anche nel formulare delle domande. E non vorrei che i due aspetti fossero legati insieme. Bisogna fare critiche che si è in grado di sostenere altrimenti sono controproducenti in quanto rafforzano la posizione dell’altro.

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 15 Sep 2010, 09:21 PM

Intervista a Masimo Fagioli su Segnalazioni ,l’ultima riportata alla data di oggi…sempre interessante. Che ne pensate delle parole .del suo pensiero “gli immigrati salvano e liberano le donne”?

abc

Inviato il: 21 Sep 2010, 05:46 PM

La morte di sandra mondaini a cinque mesi da quella di vianello ha fatto dire a tutti che rappresenta un grande amore definito “inossidabile”. Mi chiedo se non sia, piuttosto, identificazione e annullamento di identità. E’ un tema importante, a mio avviso, perchè spesso si tende a confondere un sentimento con qualcosa di “patologico”. Forse sbaglio ma è un quesito che mi interessava sollevare…

fiore

Inviato il: 21 Sep 2010, 10:11 PM

..aggiungerei..nella situazione attuale,quali donne liberano?

Alogon

Inviato il: 23 Sep 2010, 03:52 PM

Quali donne liberano gli immigrati onestamente non lo so. Posto così, in modo secco come fa fiore solitamente il problema assomiglia ad una domanda retorica. Quanto alla coppia Vianello Mondaini forse vale la pena non parlarne troppo male perchè da poco passati a “miglior vita”, come si suol dire. Dicci però ABC perchè ti interessa tanto questa situazione. Lavori per caso per mediaset? Sei un’anziana signora reduce di una lunga relazione? Oppure sei solo un provocatore -provocatrice?

copyright domenico fargnoli

abc

Inviato il: 23 Sep 2010, 04:58 PM

Avevo tratto spunto da un fatto di attualità per porre una domanda e non era certo mia intenzione, almeno razionalmente, provocare…non lavoro per mediaset nè sono in là con l’età…

fiore

Inviato il: 24 Sep 2010, 09:04 PM

Domenica 26 settembre su RAI 3, ore 21 ,a “PRESA DIRETTA” di Iacona, “Senza donne”….il tema si riallaccia in qualche modo ad un articolo di Left di diversi mesi fa. C’è un sistema,una cultura ,una politica che vuole che le donne tornino a stare in casa..non si costruiscono asili,tagli all’assistenza dgli anziani,disgregazione familiare e sociale,mancanza di lavoro..indirettamente viene di conseguenza che le donne siano escluse. Con un aumento della povertà e l’assenza del contributo femminile in questa società. In molti casi la carente disponibilità economica non permette di essere supportate dagli immigrati. Mi rendo conto che in qualche modo sono riuscita ad esprimere quello che volevo aggiungere con il quesito dei miei due ultimi messaggi. E il guaio è che non c’è nessun movimento femminile che sembra essersi accorto di questo orientamento..per tempo,dico,come l’assenza che c’è stata ,per esempio, nel settore Scuola…ed ora è una

Alogon

Inviato il: 25 Sep 2010, 09:40 AM

Il primo lavoro scientifico che ho fatto come psichiatra è stato, decenni fa, centrato sul rapporto fra malattia mentale ed immigrazione quando io ero un immigrato italiano all’estero.

Conosco da una vita questo tema: a parità di condizioni economiche gli immigrati soffrono di disturbi mentali più della popolazione autoctona.Immigrati e donne come soggetti socialmente più deboli e quindi come interlocutori obbligati in vista di un cambiamento delle strutture della società.

L’obiettivo di una politica che ponga al centro gli emarginati e le donne e più in generale i discriminati , stando così la situazione attuale è utopico ma non per questo meno importante.

Il rischio è che “donne ed immigrati uniti nella lotta” sia solo uno slogan che poi non si radica nel comportamento concreto delle persone impegnate nella dura battaglia fra disperati per la sopravvivenza. In Calabria mi diceva in questi giorni una persona che ci vive, non esiste nessuna forma di solidarietà fra gli appartenenti alle fasce più deboli ed il sistema di potere ha creato una frammentazione che è funzionale alla malavita. Chi quindi è in gradi di catalizzare un processo di organizzazione politica degli immigrati e delle donne? Noi psichiatri colti ed inclini, se vogliamo fare un’autocritica, ad una cultura estetizzante, circondati spesso da belle donne che parlano tutto il giorno della nascita ma che magari non hanno mai visto un neonato in vita loro?

Chi sarà di aiuto alle donne, Pannella, Vendola, o Bersani che non mi sembra “un fulmine di guerra” e che esprime la stessa “sessualità” di un alto impiegato del catasto?

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 25 Sep 2010, 01:10 PM

Alogon…semplicemente..un bacio!!

abc

Inviato il: 27 Sep 2010, 09:58 AM

A mio avviso l’indebolimento della scuola pubblica è la chiave del problema. Da anni si sta cercando di togliere strumenti a chi potrebbe infondere una mentalità fondata sulla parità tra uomo e donna, tra italiani e stranieri etc…Nella scuola pubblica ci sono molti immigrati e classi miste femmine-maschi. C’0è un “materiale umano” ancora da forgiare ed è una grande responsabilità quella che gli insegnanti si assumono. Quello che dispiace vedere è che la Chiesa ha un grande potere e che il Governo cerca di spingere verso le scuole parificate o private gestite da cattolici…è un lavoro di indebolimento che va avanti da molto, molto tempo anche con la connivenza della sinistra…intanto gli insegnanti di religione, meno precari di tutti, insegnano che la famiglia tradizionale è il modello da seguire, che se non vi sono ruoli distinti com’era prima (donne a casa) la società va peggiorando etc…etc…Per quanto riguarda gli immigrati c’è una grande ipocrisia. Di fatto lo Stato, in completa disapplicazione dell’art. 2 e 3 della Costituzione (e di molti altri principi) toglie loro i mezzi per essere messi sullo stesso piano degli altri.

Tanto per cominciare paga con tre anni di ritardo i difensori d’ufficio e per questa ed altre ragioni le carceri sono piene di stranieri. Non sono più delinquenti di altri, ma solo più ignoranti e con minori possibilità materiali. Spesso restano detenuti perchè non hanno fissa dimora e non potrebbero usufruire degli arresti domiciliari o di misure alternative.

Alogon

Inviato il: 28 Sep 2010, 08:23 AM

condivido pienamente. Importante sarebbe poter utilizzare la psicoterapia, e non un semplice supporto psicologico, con gruppi anche di immigrati e non lasciarli in mano all’assistenza psichiatrica che nel migliore dei casi utilizza la farmacologia. Se qualcuno è in grado di attivare un’iniziativa del genere io sarei disponibile a fornire la mia prestazione professionale.

Questo forum potrebbe servire anche a questo.

copyright domenico fargnoli

abc

Inviato il: 28 Sep 2010, 05:47 PM

I detenuti vengono “sedati” e l’unico obiettivo è quello di evitare che siano violenti o che si autoledano. Il supporto psicologico consiste in una chiacchieratina, se va bene settimanale, per mettere a posto le coscienze degli operatori che solo in minima parte sono specializzati (e al massimo sono psicologi) ma spesso sono educatori/educatrici senza arte nè parte (anche se molti di loro si impegnano). A ciò si aggiunga che anche in carcere il cappellano cattolico ha libero accesso come e quando vuole, mentre i ministri di altre religioni hanno forti limitazioni. Anche in questo gli stranieri si sentono discriminati ed accusano il peso di una “prevalenza cattolica” nel nostro Paese che li fa sentire ancora più soli…

C’è poi il mondo degli oo.pp.gg. A mio, e non solo mio, parere, è’ meglio una pena detentiva che essere ritenuti incapaci e spediti a Montelupo Fiorentino per essere annientati da farmaci molto pesanti che hanno il solo fine di rendere innocui e non di curare. Figuriamoci dove va a finire il fine rieducativo della pena…..

E’ un tema veramente articolato.

La psichiatria ha un’importanza fondamentale nella società ed ha un ruolo chiave anche nell’amministrazione della Giustizia. Mi viene in mente, a titolo di esempio, il caso di Izzo che venne scarcerato ed uccise di nuovo. Venne scarcerato perchè uno psichiatra, forse non troppo esperto o competente, lo ritenne non pericoloso.

Naturalmente i mass media attribuirono la responsabilità al magistrato che aveva firmato il provvedimento, basandosi però su una consulenza tecnica…

E’ vero che il magistrato è peritus peritorum, ma non ha competenze psichiatriche. Così molte persone, non sapendo come veramente funzioni la Giustizia, hanno screditato ulteriormente la Magistratura secondo un disegno che prevede di alimentare una progressiva sfiducia verso le istituzioni.

I Tribunali di Sorveglianza decidono sempre sulla base delle relazioni degli assistenti sociali, degli psichiatri, degli psicologi del g.o.t. (gruppo di osservazione sul trattamento). La libertà delle persone dipende dai pareri di questi consulenti. Il Giudice deve potersi fidare e lo Stato dovrebbe investire denaro nella professionalità di questi operatori.

La psicoterapia sarebbe veramente un’ottima soluzione per tutti, ma come praticarla in un contesto generale in cui il farmaco ha sempre il sopravvento perchè i problemi spesso è meglio eliminarli momentaneamente piuttosto che risolverli?

Alogon

Inviato il: 29 Sep 2010, 08:58 AM

E’ chiaro che gli interessi delle case farmaceutiche giocano un ruolo fondamentale: la psicoterapia sotto questo profilo sarà sempre svantaggiata. E’ importante una politica, in generale che non miri esclusivamente al profitto ed all’utile immediato: il contrario del neoliberismo.

Concretamente credo che forse la nostra associazione potrebbe muoversi nell’organizzare qualche iniziativa.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 2 Oct 2010, 03:29 PM

….La cronaca di questi giorni e le case farmaceutiche…

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 6 Oct 2010, 10:37 AM

Nell’articolo della rivista “Nature” della fine settembre 2010 <<Conical intersection dynamics of the primary photoisomerization event in vision>> di

Dario Polli, Piero Altoè, Oliver Weingart, Katelyn M. Spillane, Cristian Manzoni, Daniele Brida, Gaia Tomasello, Giorgio Orlandi, Philipp Kukura, Richard A. Mathies, Marco Garavelli & Giulio Cerullo viene riportato come si è riusciti a stabilire che il tempo di isomerizzazione del fotopigmento presente anche nella retina umana, da parte di un fotone è dell’ordine di un milionesimo di miliardesimo di secondo.

l’esperimento eseguito mi pare sulla rodopsina di un batterio è molto interessante.

Sicuramente però sorprendono i commenti pubblicati in un noto blog secondo i quali si tratterebbe di “fenomeno quantistico non certo biochimico”

Il commento è strano perchè nello stesso articolo si legge che ciò che viene studiato è un evento “fotochimico” che riguarda una molecola. Il processo di isomerizzazione cioè la modificazione della configurazione spaziale viene detto innesca funzioni biologiche ( triggers biological function come è scritto ed ho letto da qualche parte nell’articolo).

L’atro commento di tale Alessandro Belloni è ancora più singolare. Scrive tale eminente ricercatore <<Questa notizia, mi ha portato a rileggere l’articolo di Marco Pettini”Una rosa a Fleming”. Teorie scientifiche della natura e della realtà umana. – Il sogno della farfalla- 1, 2009 , dove nell’ultimo paragrafo viene legata la comunicazione neuronale (ma c’è molto di più, e affascinantissimo!), soprattutto per il pensiero non cosciente, alla variazione del campo magnetico ed elettromagnetico delle molecole che formano il citoscheletro dei neuroni, cioè interazione di tipo fisico prima che biochimico (quest’ultimo più lento perchè comporta modificazione e spostamento di materia, i neurotrasmettitori). La “fisica della mente” lì illustrata mi sembra affermi in sè, e quindi già confermi, l’immediatezza dell’insorgenza della pulsione e della capacità di immaginare in risposta allo stimolo luminoso, scoperte da Massimo Fagioli. Il tempo già infinitesimo misurato oggi porta ulteriore conferma sperimentale, e a quel che ho capito è riferito alla modificazione biochimica innescata dal quanto di luce, il quale però ha necessariamente già prodotto una variazione magnetica; è possibile pensare che la risposta di tipo “fisico” avvenga in un tempo ancora minore…? Le mie conoscenze di fisica e chimica mi consentono solo la domanda!

Alessandro Belloni

Da ciò si evincerebbe che la “pulsione” nasce dalla rodopsina pigmento presente in moltissime specie viventi.

Tralascio la discussione della teoria dei citoscheletri neuronali che è di Hameroff e Penrose ed è stata formulata per spiegare il fenomeno della coscienza e non del non cosciente. Naturalmente non esiste nessuna prova sperimentale a sostegno dell’ipotesi di una superconduttività di tale strutture subcellulari nel cervello.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 8 Oct 2010, 09:14 AM

A proposito dei processi quantici nella retina ho trovato il riferimento a questo lavoro

<<Photon echo experiments at Starlab

Pierre St. Hilaire, Dick Bierman & Stuart Hameroff

www.starlab.org

The authors claim that quantum consciousness models are testable, which is the acid test of a scientific theory as opposed to conventional or classical theories, which are claimed not to be testable.

Physicists Pierre St.Hilaire and Dick Bierman devised a test for evidence of quantum coherence in the retina, the most conveniently accessible part of the brain. Their scheme was to send two separate laser pulses to the part of the retina being studied. This is expected to cause rhodopsin molecules in the rod and cone cells to become quantum coherent. If the coherent state persists for longer than the time between the two laser pulses, then some atoms in the system precess back towards their original state, and they emit a photon in the process of doing this. This is known as a ‘photon echo’. This could be detected, and if detected it would be indicative of quantum coherence in the retina. Structures in the retina such as rhodopsin could in principle be shown to sustain macroscopic quantum coherence. No existing experiments of this kind were known to the authors, but research into the isomerisation of rhodopsin suggests the presence of quantum coherence.>>

Non esistono esperienze allo stato attuale, dice il lavoro che confermino l’esistenza di una “coerenza quantica” a livello della retina.

Ciò significa che bisogna tenere conto per comprendere come funziona la visione, dei processi biochimici e delle reazioni lente legate ai neurotrasmettitori come l’acido gamma amino butirrico.

I ricercatori di Bologna, nell’articolo citato in un post precedente misurando il tempo di isomerizzazione, cioè di reazione alla luce della rodopsina, un pigmento retinico, non hanno avanzato in nessun modo ipotesi sulla “

coerenza quantica” cioè sull’insorgenza istantanea e la propagazione del “pensiero”.

Isomerizzazione e “coerenza quantica” sono due processi diversi di cui deve essere allo stato attuale dimostrata la possibile correlazione.

Anche quest’altro articolo è interessante

“Microtubules in the Cerebral Cortex: Role in Memory & Consciousness

Nancy Woolf

Behavioural Neuroscience, Dept. of Psychology, UCLA

In: Tuszynski, J. ED. The Emerging Physics of Consciousness Springer ISBN-13 978-3-540-23890-4

The author starts by querying whether the standard model of synaptic connections in the cerebral cortex adequately accounts for cognition, especially if this is multi-modal. A novel approach to brain mechanics is described. Neurotransmitters are indicated to act on microtubules polymerisation and transport, as well as membrane receptors. It is argued that this action on microtubules is involved in the physical basis of memory and consciousness.

It is also suggested that learning alters microtubules lying beneath the synapse, and that these form the basis of long-term memory storage. The storage microtubules determine the synapse strength by directing actin filaments and transport of synaptic proteins. The paper argues that storage in microtubules is more plausible than in the synapse itself.

Neurons are filled with microtubules, actin filaments and neurofilaments, all of which are components of the cytoskeleton. The microtubules comprise alpha and beta tubulin dimers and have plus and minus ends. The plus ends of microtubules undergo polymerisation/depolymerisation cycles to a much greater extent than the minus ends. The tubulin that comprises the microtubules accounts for up to a quarter of the soluble protein in the brain.

Microtubule asociated proteins (MAPs) are found in high concentration in neurons. MAP2 is particularly abundant in dendrites. Areas possessing many pyramidal cells associated with higher cognition, are ofen rich in MAP2 , suggesting a connection between this protein and cells involved in higher cognition. MAP2 expression is also altered by the recent experience of learning, which suggests a more general involvement in information processing.

The connection between microtubules and synapses is indirect. The region of the dendrites where microtubules are concentrated is called the sub-synaptic zone. The microtubules are connected with the dendrite spines by actin filaments. The proteins MAP2 and MAP1B provide the link between actin and microtubules ( 1 Dehmelt & Halpain). Protein kinases regulate the binding process. It has been suggested elsewhere that there is no connection between microtubules and dendrite spines, but the author here appears to describe a full mechanism. MAP2 has been identified as a signal transduction molecule and it also anchors other signal transduction molecules. Signal transduction by MAP 2 stems from synaptic inputs. MAP2 is also indentified as a gelation factor, a process that rigidifies microtubules, and in the Penrose/Hameroff model this process is suggested to screen microtubule quantum activity from decoherence. Ampa and kainate receptors for glutamate can influence microtubules. Ionic currents from receptors penetrate the sub-synaptic area of the microtubules. AMPA receptors can also affect microtubules via the actin filaments. Proteins link the synaptic density with the actin filaments, and the actins in turn link to microtubules ( 2. Qualman, Ladrech). Glutamate also binds to the NMDA receptors. Activation of the NMDA receptor results in an influx of calcium ions. These have the capability to penetrate deep ito the neuron, so it is likley that they come into contact with microtubules.

Recent studies have shown that the shape of dendrite spines is altered by learning and experience ( 3. Yuste & Bonhoeffer ). Synapse and dendrite spine densities are also altered by learning ( 4. Leuner ). On the basis of various studies, the author thinks that neither dendrite spines nor actin near spines is sufficiently stable to act as permanent memory store. This leads onto the hypothesis that the permanent memory store is in the sub-synaptic zone of the dendrites. High concentrations of ATPase in the subsynaptic zone suggests a high metabolic rate, which would be a requirement for the laying down of memories. Microtubules are also more stable than actin spines, partly due to their connection with associated proteins. Binding proteins also help to stabilise the plus end of the microtubules. The initial segments of neurites are exceptionally stable, and the means available for stabilising microtubules makes them good candidates to act as memory stores. Polymerisation/depolymerisation cycles are used to update the microtubule network. Plus ends of microtubules near the sub-synaptic zone are affected by glutamate synaptic activation and with the additional presence of a neuromodulator, there would be widespread effects along the dendrite shaft.

Woolf quotes initial experimental evidence that changes in dendrite spines may depend on microtubules. The alkaloid, vinpocetine, increases spine changes because of its effects on microtubules ( 5. Lendvai ). It is suggested that microtubules could initiate or maintain potentiation of synaptic acivity. The dependence of long term potentiation (LTP) on the transport of AMPA receptors along the microtubules is suggested as evidence for this. Studies demonstrate the importance of MAP2. Mice bred with a knockout of MAP2 show a reduction in microtubule density and dendritic length.

Microtubule transport is seen as important for learning. Experimental results are claimed to be consistent with the hypothesis that brain reorganisation following learning leads to increased receptors in the post synaptic density, and at the same time decreases further transport to the synapse. There is usually an inverse relationship between microtubule transport activity and stability, and the reduction in transport here suggests increased microtubule stability. Experiments with learning involving MAP2 and kinesin suggest that microtubules are central to learning and memory.

The author asks how it is that stored memory is able to influence neural processing. Microtubules could perform this function by means of changes in the size and position of synapses, the transport rates of protein and RNA, or regulation of ion channels ( 6. Whatley ). Microtubules self-initiate activity such as plymerisation/depolymerisation, so they are good candidates for self-iniating memory effects. The author also looks for something that can initiate the direction of attention, and suggests that the polymerisation/depolymerisation of microtubules could allow them to search for and activate particular sub-synaptic areas, including those connected to attention and consciousness.

The articles proposes that long-term memory storage is concentrated in the sub-synaptic zones beneath the dendritic spines. This differs from the mainstream view of memory storage that pinpoints changes in the actual synapse, the post-synaptic membrane, dendrite spines and receptor density. Changes in dendrite structure that occur with learning indicate probable long-term changes in the underlying microtubules.

The brain is not that heavily interconnected and a part of the ‘binding problem’ is that brain areas that are unified in perception are not necessarily communicating. Thus the left and right visual field may not be in communication, but are still unified. The author suggests that the sub-synaptic areas in dendrites are connected by microtubules and that quantum entanglement in the microtubules deals with the binding problem. The paper points out that the tubulin structure of the microtubules allows dimer/dimer interactions to be felt for a long way along the microtubule.

The author rejects the idea that coherence cannot persist in brain tissues pointing to calculations that suggest this is possible ( 8. Hagan). MAP2 interactions would suggest that if entanglement does exist in microtubules, it could exist between different microtubules in the same neuron. The third stage would involve entanglements between microtubules in different neurons. This is suggested to be possible via the action of gap junctions. Changes in MAP2 that are uniform within cortical modules could suggest entanglement ( 9. Woolf & Hameroff ). Other studies ( 10. Ghosh et al and Veral ) calculate that a very small amount of entanglement can produce significant effects in the macroscopic world. The entire history of a synapse could be stored in the microtubules in the sub-synaptic zone. It is also suggested that dreams are produced by quantum coherence amongst the sub-synaptic zones of microtubules ( 9. Woolf & Hameroff ). More widely accepted theories based on random neural firing are criticised for not explaining how the brain produces the partly coherent stories experienced in dreams.

References:-

1) Dehmelt, L. & Halpain, S. (2004) Journal of Neurobiology, 58 (1) pp. 18-33

2) Ladrech, S. et al (2003) Hear Res, 186 (1-2) pp. 85-90 Qualmann, B. et al (2004) Journal of Neuroscience, 24 (10) pp. 2481-95

3) Yuste, R. & Bonhoeffer, T. (2001) Annual Review Neuroscience, 24, pp. 1071-89

4) Leuner, B. et al (2003) Journal of Neuroscience, 23 (2), pp. 659-65

5) Lendvai, B. et al (2003) Brain Research Bulletin, 59 (4) pp.257-60

6) Whatley, V. & Harris, R. (1996) International Review of Neurobiology, 39 pp. 113-43

7) Kaech, S. et al (1999) Proceedings of the National Academy of Sciences USA, 96 (18) pp. 10433-7

8) Hagan, S., Hameroff, S., Tuszynski, J. (2002) Physical Review E Stat Nonlin Soft Matter Physics, 65 ( 6 Pt 1 )

9) Woolf, Nancy & Hameroff, S. (2001) Trends in Cognitive Science, 5 (11) pp. 472-8

10) Gosh, S. et al (2003) Nature, 425 (6953) pp. 48-51 Veral, V (2003) Nature, 425 (6953) pp. 28-29

Dehmelt, L. et al (2003) Journal of Neuroscience, 23 (29) pp. 9479-90

Halpain, S. et al (1998) Journal of Neuroscience, 18 (23) pp. 9835-44

Halpain, S. (2000) Trends in Neuroscience, 23 (4), pp.141-6

Hameroff, S (1998) Philosophical Transactions of the Royal Society of London A. 356, pp. 1869-1896

Hamerof, S. & Penrose, R. (1996b) Journal of Consciousness Studies (3) pp. 36-53

Harada, A. et al (2002) Journal of Cell Biology, 158 (3) pp. 36-53

Khuchua et al (2003) Neuroscience, 119 (1) pp. 101-11

Ozer, R. & Halpain, S. (2000) Mol Biol Cell, 11 (10) pp. 3573-87

Tegmark, M. (2000) Physics Review E., 61 pp. 4194-4206

Tuszynski, J. et al (1997) Journal of Structural Biology 118 (2) pp.94-106

Woolf, Nancy et al (1994) Neuroreport, 5 (9) pp. 1045-8

Woolf, Nancy et al (1999) Brain Research, 821 (1), pp 241-9

Woolf, Nancy (1998) Progressive Neurobiology, 55 (1) pp. 59-77

Woolf, Nancy (1993) Journal of Chemical Neuroanatomny, 6 (6) pp. 375-90

Woolf, Nancy (1996) Neuroscience, 74 (3), pp. 625-51>>

In questo articolo si parla dell’eventuale ruolo dei microtubuli presenti nel citoscheletro neuronale, nei processi della memoria e si avanza l’ipotesi, ripeto l’ipotesi che i vari microtubuli si interconnettano fra loro nello stesso neurone ed in aree diverse del cervello attraverso un processo di “coerenza quantica”. Come dire che possono entrare in una reciproca risonanza.

L’altra idea, a prima vista molto seduttiva, è che i sogni sarebbero anch’essi il prodotto della “coerenza quantica” a livello delle zone subsinaptiche dei microtubuli.

La discussione di tutte queste teorie ed ipotesi è importante per capire come si possa trasmettere il “pensiero” nella sostanza cerebrale e se la sua propagazione possa essere o meno considerata istantanea.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 8 Oct 2010, 10:24 AM

Anche questo articolo è interessante

A quantum approach to visual consciousness.

Woolf NJ, Hameroff SR.

Dept of Psychology and Laboratory of Chemical Neuroanatomy, University of California, 90095-1563, Los Angeles, CA, USA

Abstract

A theoretical approach relying on quantum computation in microtubules within neurons can potentially resolve the enigmatic features of visual consciousness, but raises other questions. For example, how can delicate quantum states, which in the technological realm demand extreme cold and isolation to avoid environmental ‘decoherence’, manage to survive in the warm, wet brain? And if such states could survive within neuronal cell interiors, how could quantum states grow to encompass the whole brain? We present a physiological model for visual consciousness that can accommodate brain-wide quantum computation according to the Penrose-Hameroff ‘Orch OR’ model. In this view, visual consciousness occurs as a series of several-hundred-millisecond epochs, each comprising ‘crescendo sequences’ of quantum computations occurring at approximately 40 Hz.>>

Si afferma in questo scritto che la “coscienza visiva” si manifesta come alternanza di fase di alcune centinaia di milgliaia di millisecondi. Il cervello è considerato come un computer quantico. Rimando a dopo la discussione sulla legittimità di tale ipotesi

Come si può notare la “coerenza quantica” è un processo che implica degli intervalli temporali benchè minimi come del resto lo sono i tempi di reazione della rodopsina al fotone.

Come inoltre si nota ciò che si cerca di interpretare alla luce di quanti è il fenomeno della coscienza inteso come “coerenza”.

Il non coscienrte quindi sarebbe “incoerente”?

E se non è incoerente cos’è che differenzierebbe la coerenza non cosciente da quella cosciente?

Come si vede rimangono aperti interrogativi di enorme rilevanza per chi si occupa della mente non cosciente.

Ovvio che bisogna procedere con grande cautela evitando trionfalismi immotivati.

Ecco uno scritto sull’importanza della coscienza

The Essential role of consciousness in mathematical cognition

Robert Hadley, Simon Fraser University

Journal of Consciousness Studies, 17, No. 1-2, 2010, pp. 27-46

Hadley puts forward alternative possibilities to Penrose’s argument from the Godel theorem, in order to reach a Penrose-type conclusion about brains and computers. He argues that a system that lacked consciousness would be incapable of certain concepts and certain proofs. Hadley refers to Kant’s argument that the perception of an object requires the unity of consciousness. In modern terms, the difficulty of seeing how the unity of consciousness is achieved by the brain is referred to as the binding problem, and is not the same as, but is closely intertwined with the question of consciousness. The concept of objects is claimed to require certain assumptions about space and time, and also the categorisation of the objects themselves. Conscious experience may also be needed to understand the relationship of one object to another. In terms of mathematics, the natural numbers are an even set, which is conceived of as existing simultaneously. It is possible for human students of mathematics to think of an unbounded set of objects existing simultaneously, but this concept produces a circularity for computers.

There is also the question of understanding geometrically-based proofs, where to understand the proof, it is necessary to conceive a geometric design, as a whole or unit. This involves an argument concerning the situation where human perception is able to immediately see that an arrangement of dots comprises a hexagon, which is seen as a unit, whole or gestalt, although all that exists is a few printed dots, and there is no continuous hexagon printed on the paper. A computer analysis of the dots could generate the angles of relationship between them, but not by itself generate the idea of a geometrical objects such as a hexagon as a single cohesive whole. There needs to be a realisation that the dots at the corners of the hexagon (the only thing actually printed on the paper) belong together, and although something might be programmed in for particular dots, there is no way to generate this for arrangements of dots in general, from present forms of computation. It requires human conceptions about the parts of cohesive wholes belonging together to achieve this. Complex diagrams need to be perceived as integrated gestalt patterns. Therefore the author argues that it is not necessary to accept Penrose’s argument from the Godel theorem, in order to agree with his main conclusion that brains and existing forms of computer are different, and consciousness not possessed by computers is required for some human brain activities.

Qual’è la differenza fra mente umana ed il computer? secondo Penrose la mente umana è cosciente il computer non è cosciente e quindi incapace di creare autonomamente “ una forma “ od un’immagine mentale

L’attività psichica umana è pertanto coscienza mentre il computer e ed il cervello nelle sue attività computazionali non è coscienza e quindi non è capace di creatività. Come si può applicare la teoria di Penrose Hameroff al non cosciente senza travisarne profondamente il senso e senza fornire a tutti un messaggio ambiguo e fuorviante?

Come si può avallare tale impostazione senza verificarne la legittimità anzi ammantandola del crisma della genialità?

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 8 Oct 2010, 01:42 PM

Per chi volesse approfondire la teoria di Penrose hameroff propongo uno stralcio da questo articolo

The ‘hard problem’ and the quantum physicists. Part 2: Modern times

C.U.M. Smith, a,

Roger Penrose, Stuart Hameroff, microtubules and Orch-OR

<<In 1989 Roger Penrose published his well-known book The Emperor’s New Mind and in 1994 followed this up with Shadows of the Mind. In both of these books he sought to show that the human mind was incommensurable with classical Newtonian physics and machine intelligence. In 1991 Stuart Hameroff, an anaesthiologist working at the University of Arizona, read The Emperor’s New Mind and realised that Penrose’s ideas complemented his own long-term work on microtubules. Hameroff and Penrose decided to cooperate in developing a quantum theory of consciousness. They christened this theory Orchestrated Objective Reduction (Orch-OR).

What does this mean? First let us be clear about ‘objective reduction (OR)’. It will be remembered that the classical quantum theory of the 1920s implied that nature at the quantum-level was indeterminate: it consisted of a superposition of states (wave-functions) until an observation caused the collapse or reduction into one or other of these states. This has always been a problem: it seems to suggest that the natural world could not ‘be’ without an observer. Penrose, however, suggests an alternative: ‘objective reduction’. In this theory each of the superposed wave-functions has its own space-time geometry and when these geometries diverge to a critical point (related to quantum gravity) a collapse into one or other of the states must occur. In contrast to ‘subjective’ reduction Penrose named this ‘objective reduction’ or ‘OR’.

How does this relate to consciousness? This is where Hameroff’s work on microtubules comes in ([Hameroff and Watt, 1982] and [Hameroff, 1987]). Where in the brain could objective reduction of superposed quantum states occur? These states would have to remain isolated from observation or environmental ‘entanglement’ long enough for their space-time geometries to diverge to the point of ‘objective reduction’. Without adequate shielding from the warm wet environment of the brain any quantum effects would be quickly be lost in the random motions of this environment. Moreover, to have any affect on the brain, single quantum fluctuations would have to be multiplied hugely by some form of coherence. Such coherent states are, of course, well-known to physicists as Bose–Einstein condensates and manifest themselves in the macroscopic world in the phenomena of superfluidity and superconductivity. But these condensates, where the quantum states of large numbers of particles fuse in ‘lock-step’, are normally only found in extreme conditions at or around absolute zero temperature where outside influences are also reduced to near zero. Where in the brain could such conditions obtain? Hameroff, who had been working on microtubules for some twenty years before reading Penrose, suggested that these organelles could form the looked-for sites. The Penrose–Hameroff theory thus suggests that quantum superpositions within microtubules are orchestrated (harmonised) so that objective reductions occur on a macroscopic (though still electron–microscopic) scale. Hence the title of their conjecture: ‘Orchestrated Objective Reduction’ or Orch-OR.

Assuming, for the moment, that this theory makes physical and biological sense, how does it address the ‘hard problem’? The answer to this question involves Penrose’s conviction that conscious thought cannot be mimicked by a machine, that it is, in other words, ‘non-computable’. The twentieth and early-twenty-first century neuroscience of the brain is fully within the physical paradigm laid down by Isaac Newton and his followers and thus describes a system which, however complicated, is ultimately and in principle capable of instantiation by computer. Penrose believes that human mathematical intuition escapes this possibility. It is thus ultimately impossible to build an analogous computer. This conviction is related to Gödel’s incompleteness theorems and to Turing’s work on computable numbers and the impossibility of a universal computing machine, sometimes known as the ‘halting problem’ (Turing, 1936). The self-collapse of a quantum state is in its essence unpredictable and hence also non-computable. In this it resembles the non-computable nature of consciousness (Penrose, 1994, p. 356). Hence, for Penrose, devices capable of ‘multiplying-up’ this collapse are good candidates for the physical basis for consciousness.

This is very much a mathematical-physicist’s view of consciousness and it is not appropriate to go into the detail of quantum gravity and quantum computing here (see [Penrose, 1994] and [Hameroff and Penrose, 1996]). It is worth noting, however, that there has been much controversy over the physical possibility of the Penrose–Hameroff proposal. The astrophysicist Max Tegmark published a particularly powerful criticism in the Physical Review (Tegmark, 2000; see also Seife, 2000). His mathematical analysis concluded that quantum superpositions spanning many tubulin dimers decohere in 10−13 s, some ten orders of magnitude less than the time scales of classical neurophysiological phenomena such as action potentials. Tegmark’s analysis has not gone without response. Hagan, Hameroff and Tuszynski (2002) have criticised some of Tegmark’s assumptions and Tegmark has responded to this response (Tegmark, 2002).

Leaving the physicists to continue the quantum-physics debate let us examine the neurobiological implications. The theory proposes that the Orch-OR events occur within microtubules. It will be recalled that microtubules are, along with microfilaments and intermediate filaments, part of a neuron’s cytoskeleton. Microtubules are built of a protein known as tubulin, which is itself built of globular subunits. These subunits are of two types, α- and β-tubulin. In microfilaments they associate together to form dimers and these, in turn, join end to end to form ‘protofilaments’. Thirteen of these microfilaments line up in parallel and circle to form a hollow tube, about 24 nm in diameter and some 200 µm in length.

Each tubulin dimer can exist in two conformations and it is believed that transition from one form to the other is controlled by a centrally placed electron which can shift from one position to another (see Hameroff and Watt, 1982). Clearly, we are now at the level where quantum physics applies and the Hameroff–Penrose theory suggests it is a magnification from this level through the complexities of brain structure that links consciousness to behaviour.

It is proposed that quantum coherence builds up along the microtubules until a critical point is reached and OR occurs. How is this coherence shielded from the warm, wet intracellular environment? Hameroff suggests several possibilities. These include structured layers of water molecules both within and outside the microtubule (Hameroff and Penfield, 1996). Another possibility is provided by sol–gel transformations of the surrounding cytoplasm. A gel encasement of the microtubules would, according to to Hameroff (1998), provide ‘an ideal quantum isolation mechanism’.

In their 1996 paper Hameroff and Penrose put some figures to Orch-OR in microtubules. Their calculations suggest that some 109 tubulin subunits in Bose–Einstein coherence would take about 500 ms to reach objective reduction (OR). After the self-collapse the process would start all over again, building up over a further 500 ms. Alternatively, to achieve OR in 25 ms, and thus account for the coherent 40 Hz oscillations which, as we noted in Section 2 above, are thought by some to be a correlate of consciousness, some 2 × 1010 tubulins would need to be involved (Hagan, Hameroff and Tuszinsky, 2002). According to the Penrose–Hameroff theory a moment of ‘consciousness’ would occur at every collapse of the wave-function, that is at each OR.

How many microtubules would be involved in these cases of Orch-OR? This is easy to calculate from the number of subunits required. If there are about 107 tubulins per neuron (Yu and Baas 1994) then a Bose–Einstein condensate spreading through about 100 neurons would reach OR in 500 ms. To reach OR in 25 ms the condensate would have to spread through some 20,000 cells. In both cases these are very much minimal estimates. It is unlikely that all the microtubules in all the cells would be involved at any one time. If only 10% of the tubulin is involved, the systems in question might consist of in the first case of 1000 and in the second of 200,000 cells.

How might the condensate spread from neuron to neuron? The 30–50 nm gaps of classical chemical synapses would seem far too large for quantum spread. Hameroff, however, points to electrical synapses (and gap junctions) where the intercellular gaps are far smaller, 3–5 nm, allowing the possibility of quantum tunnelling effects (Hameroff, 1998). Indeed some have seen systems of neurons connected by electrical synapses as acting as ‘one large neuron’. It should also be noted (a point Hameroff does not emphasise) that neurons and their surrounding glia are usually connected by gap junctions.

These figures do seem to coincide with some conventional neurophysiology. We noted earlier that Benjamin Libet’s work can be interpreted as showing that about 500 ms is required to recruit sufficient cells to provide the ‘neural adequacy’ necessary to support consciousness, and a 25 ms decoherence time is, as noted above, consistent with the 40 Hz oscillation which has been proposed to signify the binding together of neural systems to provide unitary consciousness.

But most importantly, the question remains: why consciousness? Whatever may be thought of the Penrose–Hameroff conjecture, and to many neurobiologists it looks more like a mathematical-physicist’s dream than anything that could happen in the warm, wet, wriggling, biochemically active elements of the cytoskeleton, why should the OR be associated with a conscious moment? Apart from Penrose’s equation of non-computability with consciousness, there seems no very obvious answer. We seem to be in the vicinity of the age-old fallacy of post hoc ergo propter hoc.

Let us finally turn to the neurobiological plausibility of the conjecture. First, it is important to be clear that microtubules are not confined to neurons but constitute part of the cytoskeleton of all eukaryotic cells, from amoebae to, for instance, human liver cells. Indeed, Hameroff is quite prepared to accept that moments of ‘consciousness’ could have appeared in the earliest metazoan forms, from the Cambrian ‘explosion’ onwards. Second, microtubules have evolved to have many important functions in cells and in nerve cells in particular. They are far from the static structural elements which their designation as parts of a cytoskeleton and early illustrations might suggest (see Bethe, 1898, Fig. 9). They are deeply involved in axoplasmic transport with kinesin- and dynein-activated vesicles moving in both anterograde and retrograde directions. Last, and far from least, microtubules are in a continuous state of synthesis at one end, the (+) end, and degradation at the other end, the (−) end. Video-enhanced (AVEC-DIC) microscopy of axoplasm shows microtubules to be the focus of a hive of activity (Weiss, 1986). Mitochondria are jerkily moving on neurotubular ‘rails’ in both directions along the axon; multivesicular and multilamellar bodies are moving along microtubules toward the perikaryon; dense shoals of transport vesicles are moving at different velocities in the opposite direction, towards the synaptic bouton ([Nogales, 2001] and [Smith, 2002]). To the molecular neurobiologist microtubules seem very different from the structures in which Penrose and Hameroff envisage Bose–Einstein condensates growing toward OR.

Although the recent review (Hagan, Hameroff and Tuszynki, 2002) mentioned above suggests the case is still open, the microtubular instantiation of the Hameroff–Penrose Orch-OR conjecture seems unlikely from both a quantum physics and a molecular neurobiology perspective (see, also, the critique of Koch and Hepp, 2006). Nevertheless, the general idea may yet find validity in some future neuroscience. As Penrose remarks, from his Platonic perspective, it may be that ‘the currently fashionable picture of the brain and mind is a mere shadow of the deeper level of cytoskeletal action—and it is at this deeper level where we must seek the physical basis of mind’ (Penrose, 1994, p. 376).>>

Mi scuso per l’inglese ( qualcuno vuole tradurlo?) e mi ripropongo di commentarlo in seguito.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 9 Oct 2010, 12:32 PM

Il discorso sembra molto difficile ma in realtà non lo è:

Che cosa costituisce il substrato anatomofunzionale del “pensiero”?

L’attività coordinata e coerente dei neuroni.

Ramon Cajal nei primi decenni del sec scorso ha scoperto che la materia cerebrale è composta da unità discrete i neuroni collegati fra loro da attraverso l’attività elettrica modulata da particolari sostanze dette neurotrasmettitori.

E’ l’attività sincrona delle centinaia di miliardi di neuroni , che si possono interconnettere in un un numero pressochè infinito di modi a rendere possibile l’attività mentale.

Hameroff e Penrose hanno ipotizzato che esistano degli stati di coerenza e di interconnessioni che riguardano particolari strutture subcellular i microtubuli contenenti proteine liposolubili ,le stesse che legandosi alle sostanze anestetiche determinano la perdita della coscienza. Le proteine, in condizioni fisiologiche potrebbero per un fenomeno quantistico, entrare reciprocamente in risonanza con una periodicità determinata dalle fluttuazioni del substrato in cui si trovano e far insorgere così lo stato di coscienza. Sappiamo infatti che esse possono avere un ruolo importante nei processi di memorizzazione.

Come si vede tale ipotesi teorica è nata per spiegare la coscienza: può essere utilizzata per spiegare l’attività non cosciente? Per Penrose il non cosciente è uno stato di de-coerenza di perdita cioè di alcune caratteristiche della sincronizzazione funzionale delle strutture subcellulari dei neuroni. Lasciamo comunque aperta questa questione

A noi interessa il fatto che anche la percezione visiva a livello della retina potrebbe implicare dei fenomeni di coerenza quantica delle proteine come la rodopsina. Esistono delle ricerche e sono state formulate ipotesi a questo proposito ma non abbiamo prove sperimentali allo stato attuale delle cose.

Quindi: il fenomeno quantico a livello della retina non può essere considerato l’impatto della luce e del fotone con la proteina fotosensibile come la rodopsina ( esperimento dei fisici di Bologna) ma l’eventuale coerenza quantica che potrebbe legare tutte le rosopsine presenti nella retina.

Non si può escludere in linea di principio che dei fenomeni quanticci esistano nella retina e più in generale nel cervello però non possiamo non tenere conto dei processi biochimici forse più lenti ma non per questo meno importanti.

Una teoria del funzionamento del cervello deve spiegare come i fenomeni quantici si interconnettono con i fenomeni biochimici, dato che nessuno dei due può escludere l’altro.

Chi ha commentato la sperimentazione dei fisici di Bologna tutto questo non l’ha detto semplicmente perché non lo sa o non l’ha capito: ha socvrapposto così livelli diversi di analisi generando non poca confusione

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 11 Oct 2010, 09:51 AM

Tutta questa analisi conduce a risultanti sorprendenti. Abbiamo visto come il tempo di reazione della rodpsina al fotone è dell’ordine di un milionesimo di miliardesimo di secondo.,cioè vicino allo zero.

Se il tempo di risposta fosse uguale a zero di fronte a quale situazione ci troveremmo? E’ chiaro che non potremmo parlare di una reazione della sostanza biologica perché verrebbe a mancare il concetto di stimolo. Il rapporto stimolo reazione infatti prevede la sequenza azione reazione, prima l’azione e poi, anche in base ad intervalli piccolissimi, la reazione. Nel caso di una sincronicità cioè di contemporaneità fra stimolo e risposta verrebbe meno il concetto di causa ed effetto e ci troveremmo di fronte ad un parallelismo ed ad un dualismo psicofisico. E’ l’immagine delle rette parallele che non si incontrano mai. Dagli esperimento di Libet ( vedi Gazzaniga “Lamente inventata”) sappiamo che il cervello umano potrebbe essere in grado di retrodatare il proprio tempo di risposta sovrapponendolo esattamente a quello dello stimolo. Illusione od allucinazione di sincronicità? La mente umana potrebbe simulare una contemporaneità che non può esistere nello spazio tempo della realtà fisica.

Questa potrebbe essere la dinamica dell’”annullamento che cancellerebbe di fatto la realtà fisica dello stimolo sovrapponendogli un evento puramente mentale.Mi fermo qui.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 12 Oct 2010, 10:23 AM

Propongo un ulteriore serie di considerazioni.

Vorrei partire dall’ipotesi che realtà biologica e realtà fisica siano grandezze fra loro incommensurabili. Ciò vuol dire che non potremmo mai trovare una serie di numeri interi, cioè razionali che possano esprimere il loro rapporto. La ricerca del tempo esatto di reazione della retina, ammesso che sia possibile inividuarlo senza approssimazione, potrebbe essere un esercizio inutile.

Come ha mostrato Ilia Prigogine le strutture biologiche vanno incontro a modificazioni irreversibili che ne modificano nel tempo le proprietà e quindi anche la capacità di reazione. La reattività del feto è ben diversa da quella del neonato e quest’ultima è diversa da quella dell’adulto e dell’anziano.

Inoltre le reazioni biologiche che sostengono l’attività cerebrale, la interconnessione fra neuroni, dato il loro numero e quello delle sinapsi, sono di un ordine pressochè infinito. Ed ogni neurone si comporta in modo diverso da un altro.

Per cui partendo da una serie di stimoli noti sarà pressochè impossibile determinare l’esatta reazione ad essi anche presupponendo una precisa corrispondenza , (ammesso ma non concesso) fra psiche e complessa architettura anatomo funsionale delle reti neurali.

La modificazione dell’orientamento spaziale della rodopsina ( il passaggio da cis a trans) da parte di un fotone è solo il punto di partenza di una serie infinita di stimoli risposta che rende il rapporto fra realtà fisica e realtà psichica “ irrazionale” vale a dire non calcolabile . L’irrazionale è stato considerato una successione infinita ed inattingibile di numeri.

Mi fermo di nuovo.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 13 Oct 2010, 09:01 AM

Sul nuovo numero della rivista “il sogno della farfalla” (L’asino d’oro editore) in uscita nelle librerie il 21 ottobre un articolo di M.G. Gatti e Domenico Fargnoli . << Più grande del cielo, più profondo del mare -Dagli spiriti animali alla vitalità umana>

Abstract

L’”Emergentismo” è un paradigma scientifico che non risolve i problemi del dualismo cartesiano fra mente e corpo: è necessaria una nuova definizione di “vitalità”.Cartesio ha compiuto un passo decisivo verso la laicizzazione del concetto di anima proponendo una visione dualistica già presente in altra forma in Platone e nella tradizione cristiana Nell’ambito della filosofia naturale del Settecento si determinò una reazione alla Meccanicismo cartesiano. I medici cominciano a cercare, nella materia vivente una “forza vitale” analoga alla forza di attrazione newtoniana. Il Vitalismo settecentesco fu improntato ad un pessimismo biologico. Il Vitalismo, attraverso le trasformazioni che subisce nell’Ottocento si affaccia nelle ideologie dei primi decenni del Novecento e nel pessimismo biologico freudiano.

La seconda metà del Novecento è stata caratterizzata da nuove conoscenze nel campo dell’embriologia umana.

Gli studi embriologici fatti in base all’individuazione di fattori epigenetici ed evoluzionistici consente una comprensione nuova del processo della nascita.

La teoria di Massimo Fagioli ha dato un contributo essenziale allo studio della vitalità umana a partire dalla situazione intrauterina. E’ possibile una nuova lettura dei fenomeni biologici: la fisica del non equilibrio e delle strutture dissipative dei sistemi termodinamicamente aperti ci consente di comprendere i processi morfogenetici embrionali e più in generale di autoorganizzazione della materia organica.

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 15 Oct 2010, 08:38 PM

Oggi è arrivata la rivista con l’articolo.

Alogon

Inviato il: 17 Oct 2010, 05:35 PM

Grazie al lavoro di Lorenzo Frusteri abbiamo la traduzione dell’interessante articolo sugli stati quantici e coscienza

The ‘hard problem’ and the quantum physicists. Part 2: Modern times

C.U.M. Smith, a,

Roger Penrose, Stuart Hameroff, microtubules and Orch-OR

nel 1989 Roger Penrose pubblicò il suo famoso libro “la nuova mente dell’imperatore”, e nel 1994 proseguì con “ombre della mente”. In entrambi questi libri cercava di dimostrare che la mente umana era incommensurabile con la classica fisica newtoniana e con l’intelligenza artificiale. Nel 1991 Stuart Hameroff, un anestesista che lavorava presso l’Università dell’Arizona, lesse “la nuova mente dell’imperatore” e si rese conto che le idee di Penrose completavano la sua personale, lunghissima ricerca sui microtubuli. Hameroff e Penrose decisero di collaborare per sviluppare una teoria quantica sulla coscienza. Battezzarono questa teoria “Orchestrated Objective Reduction (Orch-OR). Che cosa significa? Prima vediamo di chiarire la “riduzione oggettiva” (OR). Si ricorderà che la classica teoria dei quanti degli anni venti implicava che la natura, a livello Quantico, fosse indeterminata: consisteva in una sovrapposizione di stati (funzioni-onda), finché un’osservazione (esterna) non causasse il collasso, o la riduzione, in uno od altri di questi stati. Questo ha sempre rappresentato un problema: sembra suggerire che il mondo della natura non possa esistere senza un osservatore. Penrose, tuttavia, suggerisce un’alternativa: la riduzione oggettiva. In questa teoria ciascuna delle funzioni-onda sovrapposte, ha la sua propria geometria spazio-tempo, e quando questa geometria diverge fino ad un punto critico (connesso alla gravità quantica), si deve verificare un collasso in uno od altri stati. In contrasto con una “riduzione soggettiva”, Penrose chiamò questa “riduzione oggettiva”.

Che legame c’è con la coscienza? Qui entra in gioco il lavoro di Hameroff sui microtubuli. ([Hameroff and Watt, 1982] and [Hameroff, 1987]). Dove, nel cervello, potrebbe verificarsi una riduzione oggettiva di stati quantici sovrapposti? Questi stati dovrebbero rimanere isolati dall’osservazione e dai legami ambientali, abbastanza a lungo per far sì che le loro geometrie spazio-tempo divergano fino al punto della riduzione oggettiva. Senza una adeguata protezione dall’ambiente caldo ed umido del cervello, ogni effetto quantico si perderebbe rapidamente nei movimenti casuali di questo ambiente. Inoltre, per avere effetto sul cervello, singole fluttuazioni quantiche dovrebbero essere moltiplicate enormemente da qualche forma di coerenza. Tali stati di coerenza, naturalmente, sono ben noti ai fisici come Condensati di Bose-Einstein, e si manifestano nel grande mondo con i fenomeni delle superfluidità e superconduttività. Ma questi condensati, in cui lo stato Quantico di grandi quantità di particelle si fonde in “lock step”, si trovano normalmente solo in condizioni estreme od a temperature vicine allo zero assoluto, dove anche le influenze esterne sono quasi ridotte allo zero. Dove, nel cervello, si potrebbero ottenere tali condizioni? Hameroff, che aveva lavorato sui microtubuli per almeno vent’anni prima di leggere Penrose, suggerì che questi potessero costituire il luogo tanto ricercato. La teoria Penrose-Hameroff pertanto suggerisce che le sovrapposizioni quantiche nei microtubuli sono orchestrate (armonizzate) in modo tale che possono avvenire riduzioni oggettive su scala macroscopica (ma pur sempre da microscopio elettronico). Da qui il nome della teoria “Orchestrated Objective Reduction”.

Ammettendo, per il momento, che questa teoria abbia un senso fisico e biologico, come risolve il “grave problema”? la risposta a questa domanda riguarda la convinzione di Penrose che il pensiero cosciente non può essere imitato da una macchina, che cioè, in altre parole, è “incalcolabile”. Le neuroscienze del cervello del ventesimo e ventunesimo secolo, rientrano appieno entro i paradigmi prospettati da Newton e dai suoi successori, e perciò descrivono un sistema che, sebbene complesso, è in definitiva ed in linea di principio suscettibile di essere calcolato. Penrose crede che l’intuizione matematica umana sfugga a questa possibilità. È pertanto impossibile costruire un computer analogo. Questa convinzione è connessa ai teoremi dell’incompletezza di Gödel ed al lavoro di Turin sui numeri calcolabili e sull’impossibilità di una macchina di calcolo universale, conosciuta anche come “il problema” (Turing, 1936). L’auto-collasso di uno stato quantico è nella sua essenza imprevedibile e perciò incalcolabile. In questo rispecchia la non calcolabilità della coscienza (Penrose, 1994, p. 356). Per questo, secondo Penrose, strumenti capaci di moltiplicare questo collasso sono buoni candidati per essere le basi fisiche della coscienza.

Questo è naturalmente un approccio fisico-matematico alla coscienza, e non è appropriato qui entrare nei dettagli della gravità quantica e del calcolo quantico. Tuttavia merita notare che c’è stata una grande controversia circa la possibilità fisica della teoria di Penrose-Hameroff. L’astrofisico Max Tegmark ha pubblicato una critica particolarmente forte in Physical Review (Tegmark, 2000; see also Seife, 2000). La sua analisi matematica ha concluso che le sovrapposizioni di quanti abbracciano molti dimeri di tubulina, con ordini di grandezza decine e decine di volte minori rispetto alla scala dei classici fenomeno neurofisiologici come i potenziali d’azione. L’analisi di Tegmark non è rimasta senza risposta. Hagan, Hameroff and Tuszynski (2002) hanno criticato alcune delle assunzioni di Tegmark e Tegmark ha risposto a queste critiche (Tegmark, 2002).

Lasciando i fisici al loro dibattito sulla fisica quantica, esaminiamo le implicazioni neurobiologiche. La teoria propone che gli eventi Orch-OR avvengano all’interno dei microtubuli. Si ricorda che i microtubuli sono parte, insieme ai microfilamenti ed ai filamenti intermedi, del citoscheletro di un neurone. I microtubuli sono costituiti da una proteina chiamata tubulina, che a sua volta è costituita da sub unità globulari. Queste sub unità sono di due tipi, alfa e beta-tubulina. Nei microfilamenti, si associano per formare dimeri, e questi, poi, si uniscono per le estremità a formare “proto filamenti”. 13 di questi microfilamenti si allineano in parallelo ed in circolo per formare un tubo cavo, del diametro di circa 24 nm e della lunghezza di circa 200 µm.

Ciascun dimero di tubulina può esistere in due conformazioni, e si ritiene che la transizione dall’una all’altra, sia controllata da un elettrone posizionato al centro, che può spostarsi da una posizione all’altra (Hameroff and Watt, 1982). Chiaramente, siamo qui al livello in cui entra in gioco la fisica quantica, e la teoria di Penrose-Hameroff suggerisce che sia una magnificazione da questo livello attraverso le complessità della struttura del cervello, ciò che unisce coscienza e comportamento.

Si ipotizza che la coerenza quantica si accumuli lungo i microtubuli fino a raggiungere un punto critico, in cui avviene la OR. In che modo questa coerenza è protetta dall’ambiente caldo ed umido intracellulare? Hameroff suggerisce varie possibilità, che includono strati strutturati di molecole d’acqua sia dentro che fuori del microtubulo(Hameroff and Penfield, 1996). Un’altra possibilità è costituita da trasformazioni sol-gel del citoplasma circostante. Una copertura di gel dei microtubuli dovrebbe, secondo Hameroff, fornire un meccanismo di isolamento quantico ideale. Nel loro articolo del 1996 Hameroff e Penrose tirarono fuori delle cifre sulla Orch-OR nei microtubuli. I loro calcoli suggeriscono che circa 109 subunità di tubulina in coerenza Bose-Einstein, impiegherebbero circa 500 ms per raggiungere la riduzione oggettiva. Dopo l’auto-collasso ricomincerebbe tutto di nuovo, crescendo ancora oltre 500 ms. alternativamente, per ottenere l’OR in 25 ms, e perciò rendere conto della oscillazione coerente di 40 Hz che, secondo alcuni è ritenuta essere correlata alla coscienza, circa 2 x 1010 tubuline dovrebbero essere chiamate in causa (Hagan, Hameroff and Tuszinsky, 2002). Secondo la teoria di Penrose-Hameroff un momento di “coscienza” avverrebbe ad ogni collasso della funzione-onda, cioè ad ogni OR.

Quanti microtubuli sarebbero coinvolti in questi casi di Orch-OR? Lo si calcola facilmente dal numero di sub unità richieste. Se ci sono circa 107 tubuline per neurone (Yu and Baas 1994) allora un condensato Bose-Einstein che si diffondesse attraverso circa 10° neuroni raggiungerebbe la OR in 500 ms. Per raggiungerla in 25 ms il condensato dovrebbe attraversare circa 20.000 cellule. In entrambi i casi queste sono stime approssimative. È improbabile che tutti i microtubuli di tutte le cellule siano coinvolti allo stesso momento. Se solo il 10% di tubuline è coinvolto, il sistema in questione potrebbe consistere di 1.000 cellule nel primo caso e 200.000 nel secondo.

In che modo il condensato può passare di neurone in neurone? Le distanze di 30-50 nm delle classiche sinapsi chimiche sembrerebbero troppo grandi per la diffusione quantica. Hameroff, tuttavia, indica le sinapsi elettriche, in cui le distanze intercellulari sono di molto minori, 3-5 nm, permettendo la possibilità di effetti tunnel quantici (Hameroff, 1998). In effetti, alcuni hanno osservato sistemi di sinapsi elettriche funzionare come “un grande neurone”. Bisogna anche notare (un punto che Hameroff non sottolinea) che i neuroni e le loro glia circostanti sono di solito connessi da giunzioni. Queste cifre sembrano coincidere con la neurofisiologia convenzionale. Abbiamo notato in precedenza che il lavoro di Benjamin Libet può essere interpretato nel senso di dimostrare che circa 500 ms sono necessari per richiamare un numero di cellule sufficiente a procurare la “adeguatezza neuronale” necessaria per supportare la coscienza, ed un tempo di decoerenza di 25 ms è adeguato alla oscillazione di 40 Hz che viene proposta come il legame che unisce insieme i sistemi neuronali per procurare una coscienza unitaria.

Rimane la questione più importante: perché la coscienza? Qualunque cosa si pensi della congettura di Penrose-Hameroff, e per molti neurobiologi essa sembra più il sogno di un fisico-matematico, che una cosa che possa accadere nei caldi, umidi, agitati e biochimicamente attivi elementi del citoscheletro, perché la OR dovrebbe essere associata a momenti di coscienza? A parte l’ equazione di Penrose della non computabilità della coscienza, non sembra esserci nessuna risposta ovvia. Ci sembra di essere in prossimità della fallacia del vecchio “post hoc ergo propter hoc”. Arriviamo finalmente alla plausibilità neurologica della congettura.

Come prima cosa, è importante chiarire che i microtubuli non sono confinati ai neuroni, ma costituiscono parte del citoscheletro di tutte le cellule eucariote, dalla amebe, per esempio, alle cellule del fegato umano. In effetti, Hameroff è pronto ad ammettere che momenti di “coscienza” possano essere comparsi nelle prime forme metazoe, dall’”esplosione” cambriana in poi. Secondo, i microtubuli si sono evoluti fino ad avere numerose importanti funzioni nelle cellule ed in quelle nervose in particolare. Sono molto lontani dall’essere quegli elementi strutturali statici che la loro definizione come parti del citoscheletro, e le prime rappresentazioni suggeriscono ( Bethe, 1898, Fig. 9). Sono profondamente coinvolti nel trasporto assoplasmatico, con vescicole attivate da kinesina e dineina che si muovono sia in senso anterogrado che retrogrado. Infine, ma non certo meno importante, i microtubuli sono in un continuo stato di sintesi ad una estremità, quella positiva, e di degradazione all’altra estremità, quella negativa. La microscopia ad alta definizione (AVEC-DIC) dimostra che i microtubuli sono il centro di uno sciame di attività (Weiss, 1986). I mitocondri si muovono a scatti su “binari” neuro tubulari in entrambe le direzioni lungo l’assone; corpi multi vescicolari e multi lamellari si muovono lungo i microtubuli verso il pericario; densi banchi di vescicole di trasporto si muovono a diverse velocità in direzione opposta, verso il bottone sinaptico ([Nogales, 2001] e [Smith, 2002]). Al neurobiologo molecolare i microtubuli sembrano molto diversi dalla struttura in cui Penrose e Hameroff immaginano che i condensati Bose-Einstein vadano verso la OR. Sebbene le recenti pubblicazioni (Hagan, Hameroff and Tuszynki, 2002), suggeriscano che il caso è ancora aperto, la rappresentazione dei microtubuli della congettura Orch-OR di Penrose-Hameroff sembra improbabile, sia dal punto di vista della fisica quantica che dal punto di vista della neurobiologia molecolare (v. anche la critica di Koch and Hepp, 2006). Ciononostante, l’idea generale potrebbe trovare validità nelle neuroscienze future. Come sottolinea Penrose, dalla sua prospettiva platonica, potrebbe essere che “l’attuale attraente immagine del cervello e della mente non sia altro che una mera ombra del più profondo livello dell’azione citoscheletrica – ed in questo livello più profondo dobbiamo cercare le basi fisiche della mente” (Penrose, 1994, p. 376).

Chi leggerà l’articolo della Gatti e mio noterà che anche noi, per una strada diversa siamo giunti all’idea dell’incalcolabilità del pensiero. Per noi ciò che non è calcolabile, cioè prevedibile è il pensiero inconscio.

Il pensiero cosciente nell’ottica di Penrose viene a coincidere con la razionalità?

Non a caso si usa sempre il binomio cosciente e razionale.

Se sì il pensiero “razionale incalcolabile” sarebbe una contraddizioni in termini in quanto “ratio” vuol dire “.misura”. Pensiero razionale è sinonimo di misurabilità e prevedibilità.

Quanto al fatto che le amebe abbiano una forma di coscienza…lasciamo perdere.

Ciò che va aggiunto è che Penrose propone una visione fortemente modificata della teoria dei quanti che per ciò che ne posso sapere è solo una sua congettura.

Secondo la teoria classica dei quanti di Bohr è l’osservatore che determina l’aspetto con cui vediamo la realtà. Non esistono proprietà oggettive od orchestrazioni oggettive : siamo noi a creare il mondo così come ci appare.

Questo è l’argomento che fu alla base della controversia con Einstein che proponeva che la realtà fisica ha proprietà indipendenti dall’ossevatore.

Ora se noi affermiamo che l’incontro con la retina del fotone, come afferma qualche sprovveduto, è un fenomeno quantico secondo la teoria classica quest’ultimo è legato alla presenza di un ossevatore.

Ci sarebbe qualcuno che osserva ancor prima che ci sia la capacità di vedere !!!

L’interesse di questo tipo di ricerche e discussioni è legato al tipo di aporie, di contraddizioni che possiamo rilevare che hanno la medesima struttura concettuale di quelle che riscontriamo nel lavoro clinico con i pazienti.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 22 Oct 2010, 09:40 PM

Come è stato detto oggi alla presentazione di Left 2007 gli scienziati di Bologna hanno dichiarato di aver fatto un esperimento sull’ impatto di un fotone su di una proteina della retina: niente di più e niente di meno. Esattamente come avevamo già constatato.

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 30 Oct 2010, 04:14 PM

In questo momento quello che stanno facendo Alogon e Maria Gabriella Gatti,se ho ben capito la ricerca fra psichiatria e neuroscienze della dimostrazione della “teoria della nascita “di Massimo Fagioli, e Fagioli stesso per una nuova identità della politica per una rinascita collettiva sulla base di un nuovo “amore” fra gli uomini (sto contemporaneamente seguendo il video della presentazione di Left 2007 da Bologna) siano di enorme importanza.Complimenti anche al suo staff di psichiatri che hanno questo modo particolare di parlare che cattura l’attenzione perchè viene da una profondità sana,e perciò buona, che affascina. Per chi lavora nelle istituzioni a vario titolo è molto duro portare avanti un discorso che contrasti i principi di ragione e religione .Spesso ci si comporta come viene consigliato dallo psichiatra ad Ida Dalser” nel film “Vincere”, ovvero non matteggiare in attesa che i tempi cambino,e non come sarebbe il nostro sentire. Per chi non vive sostenuto anche dalla vicinanza concreta di un gruppo come avviene per chi è nell’Analisi Collettiva o nei vari gruppi di cura e ricerca , che si affidano ai nuovi psichiatri,portatori di cura e umanità di valore,è un pò dura. Ritenete una grande fortuna avere queste possibilità nel luogo dove si vive o la massimo a pochi chilometri di distanza. Personalmente spero di avere ancora qualche possibilità senza troppi sensi di colpa..che mi auguro sia frutto di un momento di depressione,di crisi..dei cinquanta anni (è un pensiero nazista in questo caso quello dell’età? )

fiore

Inviato il: 5 Nov 2010, 09:16 PM

Questo che mi accingo a scrivere chiaramrnte non c’entra nulla con il tema di questa discussione. . Come avviene che entrano in SENZARAGIONE BOARD personaggi singolari,con nomi di discussioni altrettanto particolari (per dirla con garbo,senza offendere la “particolarità “di nessuno,ma che ,in ogni modo,irrompono con violenza in un sito,in una discussione in un’interazione con la quale non hanno niente a che vedere? E’ solo un fatto tecnico?

Alogon

Inviato il: 6 Nov 2010, 09:51 PM

spazzatura. Non sempre riesco a cancellarla. In questo momento ci sono 15 discussioni di questo tipo.

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fiore

Inviato il: 7 Nov 2010, 10:31 PM

Che fosse spazzatura era evidente.Il fatto che ce ne siano molti,come dici, è un vero e proprio attacco o ,in parole semplici un problema di “interferenze” di carattere tecnico ?Se ciò è possibile,chiaramente(non ho conoscenza dei problemi di rete).

Alogon

Inviato il: 8 Nov 2010, 10:24 AM

Onestamente non lo so. Non sempre ci sono comunque. Per il resto è il fastidio di cancellarli.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 4 Dec 2010, 04:38 PM

La pedofilia ed il sacro

<< La storia dell’infanzia è un incubo dal quale solo recentemente abbiamo cominciato a svegliarsi>> Così si esprimeva lo storico Lloyd de Mause convinto del fatto che più indietro noi andiamo nella storia e più è probabile che ci imbattiamo in bambini uccisi, abbandonati, terrorizzati e sessualmente abusati.

Alcuni studi antropologici, come quello di Marvin Harris sembrerebbero avvalorare la tesi di de Mause . E’ verosimile infatti l’ipotesi che i nostri progenitori della preistoria siano stati “assassini nell’Eden” in quanto oltre gli aborti spontanei, la mortalità infantile, e l’allattamento prolungato l’unico modo per mantenere stazionaria la crescita della popolazione perchè fosse adeguata alle risorse ,era il sacrificio dei neonati . I grandi artisti del paleolitico sarebbero stati infanticidi per necessità di sopravvivenza. Non avevano scelta o la razionalità prendeva il sopravvento sulla dimensione affettiva della donna e del bambino?

Già Darwin aveva associato la comparsa dell’uomo nella scala evolutiva con il figlicidio.

<<I nostri primitivi antenati semi-umani non avrebbero praticato l’infanticidio(…) dato che l’stinto degli animali inferiori a noi non è mai giunto ad una perversione tale da distruggere regolarmente la propria prole>>

Le testimonianze del figlicidio in epoca preistorica non depongono a favore di una originaria natura perversa e violenta dell’essere umano come sembra suggerire Darwin e come successivamente sosterrà Freud.

Infatti la presenza di manufatti artistici ed opere parietali nelle grotte od en plein air come a Chauvet in Francia o a Foz Coa in Portogallo sono prove inconfutabili della presenza di un pensiero irrazionale agli albori della civiltà, non riconducibile alla logica dell’utile immediato e della sopravvivenza. Al contrario tale presenza è indicativa del fatto che la relazione madre bambino, peculiare dell’uomo, doveva avere elementi psichici ed affettivi intensi e prolungati nel tempo

Nei miti greci l’eroe ,a partire dalla sua nascita è minacciato di morte o di abbandono da parte del padre che non accetta l’identità irrazionale del bambino avendo annullato prima la donna : Edipo che pure riesce a sfuggire alla morte diventa come il padre.

Il parricidio sarebbe solo una reazione rispetto ad una tendenza più primitiva del figlicidio che Laio aveva cercato di mettere in atto.

Nel periodo della classicità greca l’abuso sessuale, da parte di insegnanti e pedagoghi nella paideia filosofica era molto frequente e ed interessava, nonostate esistessero talvolta espliciti divieti come in Atene, anche soggetti al di sotto dei 10-11 anni .

Nel monoteismo ebraico il figlicidio è un atto fondante come nel caso dell’ingiunzione di Dio che ordinò ad Abramo di uccidere suo figlio Isacco.

Lo stesso Abramo abbandonò nel deserto il figlio avuto da un’altra donna.

Il sacrificio del figlio corrispondeva all’uccisione della propria realtà interna affettiva per sottometersi ad una dimensione astratta e trascendente.

La parola usata nel nuovo testamento per inferno è geena corruzione dell’espressione Ge-innom.

<<Innom è una valle esistente vicino a Gerusalemme, schernita dai profeti come il posto in cui si uccidevano i bambini. Geremeia (7,2) la chiamò “La valle del massacro”>>

Nell’antichità per gli ebrei la sodomia nei confronti di un fanciullo sopra i 9 anni poteva essere punita con la morte per lapidazione mentre un atto simile rivolto ad uno di età inferiore non veniva neppure considerato un atto sessuale e punto solo con la frusta

Nell’età imperiale romana la prima età della vita era una terra desolata soggetta ad angherie e violenze di ogni genere. Sovente i bambini, denominati “voluptates” venivano castrati nella culla per essere destinati ai bordelli : . Il termine puer significava contemporaneamente bambino e schiavo.

Il cristiani dei primi secoli furono accusati di praticare l’infanticidio rituale: Tertulliano li difese attribuendo queste pratiche ai pagani. Durante l’epidemia che verso la metà del III secolo devastò l’Impero romano a Cartagine venivano sacrificati dei bambini per garantire loro la salvezza e sconfiggere la malattia.

Il dissoluto Eliogabalo, di origine siriana, cercò di introdurre a Roma l’infanticidio sacrificale dei figli dell’aristocrazia romana .

Il cristianesimo, in seguito, riprendendo il dettato evangelico, da una parte ci tramanderà l’idea di un’infanzia come età dell’innocenza e dell’ignoranza totale della sessualità, dall’altra svilupperà parallelamente una visione negativa della fanciullezza come debolezza ed errore nei confronti dei quali i grandi non si mostravano particolarmente sensibili od empatici. Aristotele era stato antesignano di una concezione etico negativa del bambino che si imporrà con S.Agostino e successivamente con la scolastica: il filosofo considerava la prima età incompiuta ed infelice, in quanto incapace di scelte deliberate per un difetto di razionalità.

Bisogna tenere presente che Il sentimento dell’infanzia, come ha sostenuto lo storico Lucien Ariès , cioè la coscienza di particolari caratteristiche infantili che distinguono il bambino dall’adulto si è affermata lentamente nella storia .

Essa, per fare un esempio sembrava non esistesse nella fantasia mitologica dei Greci che avevano creato figure di neonati che non sono infanti perché parlano subito dopo la nascita come adulti .

Nel primo medioevo i bambini piccolissimi non contavano nulla: in caso di morte precoce venivano seppelliti sulla soglia di casa come gli animali domestici.

In questa usanza c’è una reminiscenza di primitivi sacrifici di fondazione che prevedevano la muratura di neonati e bambini nella struttura delle costruzioni secondo quanto leggiamo nella Bibbia .

L’altissimo tasso di mortalità neonatale determinava spesso una sorta di distacco emotivo preventivo da parte dei genitori ed una volta che il bambino fosse cresciuto esso si confondeva, come conferma l’iconografia del primo medioevo, con il mondo adulto .

Un sentimento diverso dell’infanzia si sarebbe imposto progressivamente nella storia, lungo tappe ricostruibili attraverso l’iconografia, dal Rinascimento alla pedagogia di Rousseau ed alla grande rivoluzione demografica del XIX sec che segna il sorgere di una nuova struttura familiare che esalta l’intimità ed il contatto emotivo fra genitori e figli.

Leggendo le cronache dei giornali sembrerebbe che il passato cruento fatto di violenza e di abusi, a cui abbiamo accennato, sia ancora attuale se è vero che in un paese che si ritiene progredito come gli USA la percentuale di pedofili fra i religiosi è dalle 20 alle 200 volte maggiore rispetto alla percentuale di pedofili fra le persone comuni .

Ciò avviene all’interno di un’istituzione che almeno a parole difende per antonomasia la vita e promuove il rispetto dei più deboli. In Italia secondo le percentuali rese note dall’arcivescovo Tomasi e considerando che ci sono circa 35.000 sacerdoti diocesani, potrebbero esserci tra i 500 e i 1750 sacerdoti coinvolti in casi di pedofilia. Bisogna tenere conto del fatto che da noi l’infanzia è troppo poco tutelata, rispetto agli altri Paesi, e le autorità sembrano preferire non affrontare il problema piuttosto che scontentare la Chiesa cattolica: il problema è comunque gravissimo ed è quindi perfettamente legittimo, come fa Federico Tulli, interrogarsi sul perchè di questa correlazione fra istituzione ed ideologia cattolica ed il fenomeno della pedofilia.

Nel suo libro I papi ed il sesso Eric Frattini, intervistato peraltro da Tulli nel suo volume, riporta ben 17 papi pedofili a partire da S.Damaso nel IV sec. d.C fino Giulio III che muore nel 1555 . Più che impegnarsi in processi retrattivi vale la pena indagare quale sia il pensiero che sottostà al crimine della pedofilia La violenza contro i bambini, un tempo normale in alcune culture e società, è oggi considerata un fenomeno psicopatologico e criminale. Esso si manifesta con particolare frequenza all’interno un’ideologia che esalta il controllo razionale del comportamento a scapito dell’affettività. Il teologo Kunz ha sostenuto che un fattore predisponente alla pedofilia è il celibato ecclesiastico. Il celibato si è imposto , dopo infinite peripezie durate un millennio, fino a diventare materia di fede vincolante con il concilio di Trento che si concluse nel 1563.

Il Concilio si svolse per la maggior parte sotto il pontificato di Paolo IV che si distinse per la lotta contro la libertò sessuale e l’omosessualità: i sacerdoti e le suore colpevoli di violare il celibato potevano essere trattati come eretici In realtà i religiosi raramente venivano puniti: durante questo periodo l’Inquisizione che vigilava sulla morale stabilì che se un religioso violentava una donna che fosse svenuta o caduta in stato di incoscienza per qualunque motivo durante la confessione ,tecnicamente, non aveva avuto rapporti con lei, in quanto non sollecitato a farlo e pertanto non era punibile. Lo stesso papa Paolo IV fece firmare ai cosidetti confessori flagellanti che facevano spogliare le donne più giovani per frustarle sulle natiche un documento in cui si dichiarava che tale pratica non provocava in loro nessuna eccitazione sessuale. Tutti firmarono.

A Paolo IV, del cui cadavere il popolo si voleva impossessare per farne scempio, succedette nel 1559 Pio IV che confermò i decreti conciliari con la bolla Benedictus Deus del 1564 che affermava il celibato sacerdotale in quanto ,parole testuali

<< garantiva la leatà del clero, salvaguardando così la ricchezza della chiesa>>

Si direbbe oggi un occhio a Dio ed uno alla banca del Vaticano. Si ribadiva che la verginità ed il celibato erano superiori al matrimonio in quanto condizione ideale per tendere alla perfezione.L’inottemperanza di questa norma era considerata eresia .

Nel periodo della Controriforma viene riproposta con rinnovato vigore, la predicazione di S. Paolo e dei Padri della Chiesa, la filosofia di S.Agostino che avevano demonizzato la figura di Eva e quindi la donna come personificazione della concupiscenza e del pecccato. Parallelamente la devozione a Maria aveva creato un ideale femminile disincarnato ed asessuato. Il culto di Maria arrivò all’assurdo di contemplare la doppia verginità non solo ante cioè prima del parto ma anche post cioè dopo di esso..

Quanto alle giustificazioni teologiche del celibato dei preti è chiaro il riferimento all’Eros platonico.

Il celibato, o la verginità, come ideale di vita, imporrebbe una sorta di sublimazione per cui le energie della sessualità verrebbero deviate dal loro scopo per essere indirizzate a fini di elevazione spirituale. Va chiarito che l’Eros platonico era sempre in lotta contro il sentimento di un vuoto incolmabile. Il rischio sarebbe stato che assecondando la parte desiderante dell’anima e le passioni, come anche con la ricerca dei piaceri sensuali noi ci trasformiamo in bestie condannate ad un rapido deperimento.

Il desiderio ci farebbe sporgere sull’abisso del nulla in un movimento incessante di scarica e riempimento senza fine. L’unico modo per guarire dal desiderio che poi non è in questo caso desiderio, ma solo bramosia cieca è l’eliminazione del desiderio medesimo: la sublimazione, cioè l’astinenza è in realtà una desesualizzazione ed il suo ideale è l’anaffettività. Il celibato dei sacerdoti , con le sue componenti implicite di castità ed astinenza, tende a perseguire l’insensibilità e l’annullamento del corpo attraverso l’eradicazione delle passioni e degli affettii. Non dimentichiamo i santi e le sante che nei secoli attraverso le pratiche di mortificazione hanno spesso perseguito volontariamente l’obiettivo dell’impotenza e della frigidità.

Giovanni Paolo II, nel luglio 1993 ha dichiarato, ritornando sul dettato del concilio di Trento che “il celibato non è essenziale al sacerdozio e non fu promulgato come una legge, da parte di Cristo”, ma bloccò le richieste di dispense e si mostrò duro verso chi lasciava il sacerdozio.

Il vero problema non è attualmente il matrimonio ma le condotte perverse e criminali del clero diffuse su scala planetaria e non più occultabili.

La pedofilia è l’esito estremo di un processo di annullamento della sessualità potenziato da strategie educative : esso tende a creare una desertificazione affettiva . Tutto ciò che è spontaneo ed immediato e quindi potenzialmente esposto al rischio dell’insorgenza del desiderio, viene sottoposto al controllo ed al vaglio preliminare della ragione. Il risultato può essere una sorta di manierismo, di artificiosità, di distanza più o meno grande dagli altri spesso compensata dalla formazione reattiva dell’apparente bontà, carità e altruismo e dalle finalità sociali ed umanitarie.

L’immagine pubblica spesso contraddice la sfera privata: più la prima si accresce più la seconda è suscettibile di depauperarsi. Il pedofilo è un grave malato mentale, nonostante ciò che afferma nel DMS-IV la psichiatria americana.

Il bambino rappresenta quella immediatezza, spontaneità, vitalità che il pedofilo ha irrimediabilmente perduto per vicende personali.

Giustamente è scritto nel libro di Tulli che l’abuso sessuale su di un minore è un “omicidio psichico”: non ha niente di sessuale in quanto è un’azione, una pulsione se volgiamo usare una terminologia psichiatrica che va contro la potenzialità psichica ed evolutiva del bambino . Ciò che però è caratteristico del comportamento pedofilo è il suo essere sottoposto ad un controllo razionale: se la pulsione omicida, compulsiva e ripetitiva, rappresenta l’aspetto psicopatologico della pedofilia il controllo razionale gli conferisce una qualità criminale. Infatti quest’ultimo consente fino ad un certo punto l’evitamento delle conseguenze penali oltre che l’utilizzazione di sofisticate strategie di scelta e di avvicinamento delle vittime.

Tradito da una figura importante di riferimento il minore può andare incontro ad uno stato dissociativo, ad una grave depressione reattiva , a sensi di colpa intensi che minano il senso della propria identità.

Nel caso che le vittime siano soggetti prepuberi ciò che si va a colpire è la possibilità del rapporto uomo donna. Qualcosa di analogo accadeva nella relazione fra maestro ed allievo nell’antica grecia: la relazione omosessuale era imposta in un momento critico della vita del fanciullo quando la maturazione del corpo fondendosi con la realtà mentale poteva far emergere il desiderio verso la donna .

Certo è che le istituzioni ecclesiastiche non solo non sono state in grado di diagnosticare in partenza il problema della pedofilia ma addirittura lo ha derubricato a delitto contro la fede a cui parteciperebbe anche la stessa vittima. Nel caso della pedofilia è difficile capire come un fanciullo possa essere complice di una violenza che subisce salvo non ipotizzare come Freud che i bambini sono polimorfi perversi. Secondo Michel Foucault e Cohn Bendit il bambino è addirittura lui l’istigatore od il “sollecitatore”. Qui si coglie bene il processo di colpevolizzazione della vittima che viene ritenuta corresponsabile per attenuare la gravità del gesto dell’adulto

Il documento Crimen sollecitationis approvato a suo tempo dal papa Giovanni XXIII nel 1962 stabiliva che solo i tribunali ecclesiastici avevano competenza sui crimini sessuali dei preti fu mantenuto in vigore da Ratzinger nel suo De delictis gravioribus del 2001 quando era a capo della Congregazione della fede.

Quest’ultimo documento proibiva , pena la scomunica la denuncia da parte delle vittime e conteneva la dizione secondo la quale il delitto di sollecitazione si sarebbe compiuto non contro il minore ma con la sua complicità. Ciò che colpisce è la fatuità, la superficialità con cui la questione è stata affrontata dalla autorità ecclesiastiche con un assoluto disprezzo per le conseguenze sulle persone. Le scuse e l’interesse mostrato recentemente per le vittime è piuttosto tardivo. Ciò che non tutti sanno è che il problema della sollecitatio ad turpia, dell’istigazione a commettere atti sessuali, si inserisce nel tradizione stessa del sacramento della confessione e compare per es. nelle prediche del Savonarola.

Il problema giunse al suo culmine proprio nel periodo del concilio di Trento quando furono introdotti i confessionali chiusi e si affermò la tendenza, in seguito contrastata con grande difficoltà,, dei confessori ad assolvere colui che veniva considerato un complice se non istigatore di un atto sessuale: essendo il sacramento valido anche se somministrato da mani impure il peccato veniva estinto e non c’era obbligo di confessarlo di nuovo o di denunciarlo. Tale procedura fu condannata con la pena della scomunica latae sententiae esplicitamente introdotta da Benedetto XIV solo nel 1741.

Ciò che stupisce e che non viene mai sottolineato è che le violenze contro i minori nella Chiesa siano stati regolamentati in base ad un decreto che considera il crimine più grave quello compiuto contro il sacramento della confessione e non quello contro la persona. Il cedere alla cosidetta tentazione della carne violentando una donna o all’impulso omiosessuale verso un adolescente era ritenuto quasi inevitabile, data la debolezza degli uomini, mentre la violazione da parte del sacerdote del setting del confessionale ( un vero e proprio setting psicoanalitico antelitteram con tanto di esclusione reciproca dello sguardo) era un’eresia,

Come ha scritto a suo tempo lo storico Charles Henry Lea:

<< Il confessore poteva abbandonarsi a qualunque bassezza, purchè avesse la cura di procurare che non si potesse provare come il sacramento fosse stato lo strumento diretto della seduzione>>

Secondo Lea la sollecitazione è un delitto puramente tecnico, fondato su di una presunta miscredenza riguardo al sacramento e perfettamente staccato dalla morale . La violazione più grave riguarda il modo con cui il sacramento viene utilizzato dal prete che non dovrebbe introdurre finalità improprie nel fare da intermediario fra Dio ed il penitente. Con il Crimen sollecitationis, e questa è una novità rispetto al passato, il siglllo sacramentale viene esteso impropriamente all’esterno della confessione vera e propria con l’obbligazione del segreto più assoluto sia dei preti che delle vittime, pena la scomunica. Il testo del Crimen afferma

“Il crimine di sollecitazione avviene quando un prete tenta un penitente, chiunque esso sia, nell’atto della confessione, sia prima che immediatamente dopo, sia nello svolgersi della confessione che col solo pretesto della confessione, sia che avvenga al di fuori del momento della confessione nel confessionale, che in altro posto solitamente utilizzato per l’ascolto delle confessioni o in un posto usato per simulare l’intento di ascoltare una confessione.” Insomma, praticamente sempre .

« Nello svolgere questi processi [contro i pedofili] si deve avere maggior cura e attenzione che si svolgano con la massima riservatezza e, una volta giunti a sentenza e poste in esecuzione le decisioni del tribunale, su di essi si mantenga perpetuo riserbo>>

(Crimen sollicitationis, § 11).

E’ importante sottolineare che il Crimen Sollecitationis come anche il De delictis gravioribus si focalizza sulla violazione del sacramento della confessione e sullo scandalo che ne deriva. Si passa a considerare non tanto la confessione come evento che si svolge in un tempo ed in luogo definito, come accadeva dopo il concilio di Trento con l’introduzione dei confessionali chiusi, ma l’atteggiamento confessionale del prete in toto che consiste in quell’insieme di strategie attraverso le quali egli esercita la sua autorità sacerdotale ed entra tramite essa in intimità con la vittima. Su quanto è intercorso fra il prete ed il ragazzo grava il segreto così che quest’ultimo subisce due volte la violenza venendo considerato corresponsabile e complice.

La pedofilia viene vista attraverso la lente deformante del sacro.

Ma cos’è il sacro?

Possiamo riprendere l’idea che il sacro, il trascendente nel Cristianesimo potrebbe essersi costituito come totale alienazione ed estraneazione da sè di ciò che è specifico della realtà umana cioè il pensiero irrazionale.

Il sacro sarebbe l’esperienza di un’alterità radicale, il cosidetto Ganz anderes, che può sconvolgere cioè determinare la perdita di ciò che fa dell’uomo l’uomo.

Verrebbe spontaneo considerare la violenza contro il bambino da parte dei preti pedofili come una deformazione patologica di un rituale sacrificale .

Nel tentativo di rapportarsi al sacro il prete corre il rischio di perdere la sua identità e annullare la propria dimensione umana e affettiva fino al punto di divenire l’esecutore di una violenza soprattutto psichica che viene rivolta contro l’infanzia. Bisogna ricordare quanto scriveva Ernesto De Martino:

<<La ricostruzione del processo ierogenetico comporta(…) una precisa analisi del rischio di non esserci nella storia durante i momenti critici ricorrenti di un determinato regime di esistenza: ora i modi della perdita della presenza, e le diverse inautenticità esistenziali che si collegano, possono essere analizzati soltanto mediante l’utilizzazione dei dati della psicopatologia. La dualità o la pluralità delle esistenze psicologiche simultanee o successive, l’esperienza di deflusso della presenza nel mondo o di irruzione del mondo nella presenza. il sentirsi “agiti da” , la perdita di possesso delle proprie rappresentazioni e del senso del reale , la mostruosa colpa immotivata della colpa melanconica ed il terrore dell’azione, la ebetudine stuporosa e la scarica incontrollata di impulsi, la risposta speculare agli eventi del mondo nella ecolalia e nella ecoprassia ,la eccitazione manica e la accelarazione incoercibile dei processi vitali, ed infine la assenza completa della presenza e la scarica meccanica di energia psichica nel “morbo sacro” costituiscono manifestazioni di crisi in atto che entrano come rischio nella dinamica della ierogenesi, fornendo materia su cui si modellano le tecniche religiose di destorificazione e reintegrazione>>

Al lungo elenco di DeMartino andrebbe aggiunta la pedofilia come uno specifico modo con cui si risolve nella psicopatologia la “crisi della presenza” vale a dire la crisi di identità che è insita nel processo ierogenetico cioè nel rapporto con il sacro.

Mentre la pedofilia, la pederastia e l’infanticido nell’antica Grecia o durante l’impero romano era una condotta socialmente accettata e condivisa il prete pedofilo compie un gesto che attualmente è destoricizzato, avrebbe detto sempre Ernesto de Martino , in quanto condannato dalla legge e dalla mentalità comune.

La pedofilia nel momento in cui si lega alla realtà del sacro, sarebbe la testimonianza di una crisi della presenza, dell’identità che non riesce a risolversi attraverso la dinamica della “tecnica rituale” il cui compito è quello di fornire una configurazione simbolica ai contenuti psichici alienati . Il risultato è una ripetitività incontrollata di impulsi, in cui si manifesta l’aspetto violento e terrificante del sacro , che viene direttamente agita contro soggetti inermi.

La strategia della chiesa nei confronti della pedofilia è sempre stata quella di evitare lo scandalo e proteggere il confessore che anche durante il periodo dell’Inquisizione raramente incorreva in pene gravi pur di fronte ad eclatanti violazioni: I preti, in virtà di un privilegio di casta, non subivano la tortura e la carcerazione preventiva e nel caso di autoaacusa spontanea le pene era ancora più lievi e niente affatto commisurate alla gravità ed alla reiterazione delle condotte.

La strategia attuale e recentissima, delle autorità ecclesiastiche di denuncia ed intransigenza è solo il frutto di un necessario adeguamento alle mutate circostanze dato che il problema è esploso a livello mondiale e non è più occultabile..

Ai tempi del concilio di Trento ciò che preoccupava le gerarchie era il matrimonio ed concubinaggio diffuso dei preti: la pedofilia esisteva probabilmente più di oggi ma non veniva presa in considerazione perchè si riteneva un pericolo ben maggiore il rapporto con le donne per l’equilibrio istituzionale della chiesa. Nel decreto Taxa camerae del 1517 promulgato da Leone X, che fu ritratto da Raffaello Sanzio,si legge

<<Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi.>>

In un trattato a favore del celibato De sacerdotum coelibatu doctrina edito a Varsavia nel 1801 si legge che il matrimonio del prete è incestuoso e che un tale adulterio è assai peggiore della semplice licenza, giacchè quest’ultima non è altro che una caduta della carne, mentre il matrimonio equivale ad uno scisma, ad un arrogante disobbedienza, implicante un peccato immensamente più grave .

Bisogna inoltre tenere presente che nel pensiero del Cristianesimo predomina il genere maschile: Dio padre è un uomo che genera prima di Eva Adamo anch’esso un uomo e si incarna in un figlio maschio che sceglie dodici apostoli tutti uomini: secondo Paolo di Tarso le donne non dovevano nè insegnare nè parlare nelle assemblee. Il cristianesimo dei primi secoli fu impegnato nell’operazione di assorbire la filosofia platonica nella propria teologia, grazie soprattutto ai Padri della Chiesa ed a a Origene. Platone notoriamente non amava molto il genere femminile ed Origene si evirò: la dottrina cristiana relegava le donne a ruolo di madre e moglie. L’unica emancipazione loro consentita era un percorso virginale, che le rendeva simili a Maria ma che comunque le escludeva dal sacerdozio. La sessualità ed il peccato era considerato donna come Eva e sono noti gli sforzi di S.Agostino per poterne venire a capo.

Il concilio di Trento confermando la supremazia del celibato e della verginità come ideali cristiani cercò, con esiti più che discutibili, di ripristinare l’ascetismo delle origini ed accentuò il carattere maschile dell’ istituzione Chiesa rendendo , se possibile, ancora più distante ed astratta l’immagine femminile. Oggi la pedofilia nella chiesa viene denunciata dall’opinione pubblica e dai media perchè è cambiato ulteriormente quello che lo storico Lucien Ariès ha chiamato il sentimento dell’infanzia, la consapevolezza dei diritti e delle prerogative, sia psicologiche che fisiche, di questa età della vita.

copyright domenico fargnoli

abc

Inviato il: 6 Dec 2010, 01:03 PM

L’argomento affrontato, profondo e molto interessante, mi fa comprendere come alcune forme di malattia e devianza nascano dall’ambiente sociale in cui si vive e si opera, il quale a sua volta è influenzato da un pensiero religioso e razionale incancrenitosi nel corso della storia.

Penso che la stessa immagine femminile abbia subito le stesse sorti di quella del bambino, donde le conseguenze che ancora oggi paghiamo, soprattutto in un Paese come l’Italia, governato dal Vaticano e da una visione nazista della persona. un Paese dominato dall’incoerenza, dove la tecnologia ci fa credere di essere evoluti, mentre si continua ad annullare e negare la sessualità, ma, prima ancora, l’inconscio…

Alogon

Inviato il: 8 Dec 2010, 10:12 AM

<<Nel Paleolitico infatti la popolazione della terra contava soltanto dieci milioni di uomini. Essi occupavano le zone calde e centrali del globo. Avevano a disposizione risorse inesauribili di selvaggina e spazi immensi. Non c’era necessità di aggredire o di tramare. L’equilibrio fra popolazione e mezzi di sostentamento aveva la sua giusta distribuzione. Il gruppo di base era formato da 25 persone, un numero ottimale. Essi vivevano su 40 chilometri quadrati di territorio: un’unità del tutto praticabile, percorribile e controllabile. Anche le nascite seguivano un corso equilibrato, come se ci fosse una sorta di computer naturale. Si generava un figlio ogni quattro anni, per dar tempo alla madre di allevarlo tenendolo al seno per tre anni data la mancanza di alternative alimentari. Nel periodo della fecondità le nascite erano quattro o cinque come massimo, ma solo la metà dei bambini raggiungeva l’età adulta. La popolazione rimaneva così costante, in una parità fra vita e morte. Se questo equilibrio era a rischio si ricorreva allora all’aborto o all’infanticidio (la metà dei decessi aveva come causa l’infanticidio). La norma era crudele, crudele come tutti i tabù che rappresentavano la legge della natura>>

http://www.cultura21.net/it/testi/sostenib…lo_sviluppo.pdf

A pare la mia fonte l’antropologo Richard Harris autore di “Cannibali e re” ho trovato il testo precedente che propongo a conferma dell’infanticidio nell’epoca preistorica. Inoltre

“L’uccisione dei neonati indesiderati – scrive Singer nel suo libro ‘Ripensare la vita’ – è stata prassi normale in moltissime società, in tutto il corso della preistoria e della storia. La troviamo per esempio nell’antica Grecia, dove i bambini handicappati venivano esposti sui pendii delle montagne. La troviamo in tribù nomadi, come quella dei Kung del deserto del Kalahari, dove le donne uccidono i bambini nati quando ci sia un figlio più grande non ancora in grado di camminare. L’infanticidio era prassi corrente anche su isole polinesiane come Tikopia, dove l’equilibrio tra risorse alimentari e popolazione veniva mantenuto soffocando i bambini indesiderati dopo la nascita. In Giappone, prima dell’occidentalizzazione, il ‘mabiki’, parola nata dalla prassi di sfoltire le piantine di riso per consentire a tutte quelle restanti di fiorire, ma che finì per indicare anche l’infanticidio, era ampiamente praticato non solo dai contadini, che potevano contare su modesti appezzamenti di terreno, ma anche dai benestanti”

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1339690

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 8 Dec 2010, 03:13 PM

http://www.flickr.com/photos/senzaragione

A questo link immagini relative alla preistoria ed al sito en plein air di Foz Coa

in Portogallo

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 22 Dec 2010, 10:01 AM

segnalo la bellissima opera di Franca Marini “Pinocchio” visibile in questo sito alla sezione foto

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 22 Dec 2010, 05:19 PM

Complimenti per l’opera a Franca Marini. E’ mio piacere e interesse,guardare tutte le foto con più calma stasera..e rifletterci. Istintivamente,sapete quale è stata l’immagine richiamata nella mia mente suscitata dalla visione del poveo Pinocchio sdraiato su quel letto?…L’immagine del lettino dell’ultimo articolo di Simona Maggiorelli su Left dal titolo “La truffa sul lettino”. Però considerato che si notano elementi riconducibili alla città di Siena..quello che mi torna altrettanto in mente è quell’articolo sull’autore di Dylan Dog,il riconoscimento della salvezza fuori dal lettino e dagli elettro shock.Non mi riesce proprio vedere l’opera come una semplice scenografia,pur concedendomi che potrei esprimere osservazioni non pertinenti.Abbiamo ,comunque,un moderatore.

Alogon

Inviato il: 23 Dec 2010, 02:03 PM

iscrivetevi al forum di discussione sulla pedofilia di federico tulli presente su http://www.facebook.com/home.php?sk=group_175220712499921

copyright domenico fargnoli

abc *omonimia*

Inviato il: 29 Dec 2010, 07:39 PM

Bellissima l’opera di Franca Marini: in una prima immagine vedo Pinocchio sul lettino con la fata turchina ed il dottore-gufo. In quella che segue Pinocchio è a Siena, lì non è piu’ un burattino ma, bambino in carne ed ossa, cammina con le sue gambe e vive nel mondo. Penso che sia l’immagine della cura ed è bellissima…

fiore

Inviato il: 30 Dec 2010, 10:57 PM

Anche il 2010 ormai sta finendo e i miei ricordi vanno alla prima volta che ho varcato la soglia dello studio di Siena ,piegata dal dolore del mio stomaco che urlava al posto delle mie parole…chissà che fine avrei fatto se ,dopo essere stata sballottata a destra e sinistra e umiliata nella mia malattia,se non avessi incontrato Domenco. Non sono felice per la mia situazione attuale,vari fattori la condizionano,interni ed esterni,ma non posso negare la riconoscenza della cura che per diversi anni mi è stata data e per quel mondo fatto di affetti,passioni,conoscenze e speranza che mi ha aperto. In questo periodo storico difficile è un riferimento indispensabile per vivere..sapere che c’è del buono.Tante volte avrei voluto essere diversa,per soffrire di meno .ma andava contro a quello che ho appreso. Il coraggio spesso viene meno per la paura di non essere ancora a posto,di non saper sostenere mentalmente situazioni ;la violenza esterna (e quella interna?) non mi offrono spesso molte vie d’uscita,ma credo comunque di avere almeno uno straccio di sanità altrimenti non avrei nè resistito,nè essere quello che sono al momento. Comunque vorrei un futuro diverso e migliore soprattutto riguardo al mondo degli affetti ( e della salute)…un grazie ad Alogon e un buon anno nuovo….ci sarà da combattere..ma forse ,utopisticamente, voglio riportare alcune frasi di una canzone di E.Finardi che ho ritrovato in questi giorni,scritte su uno dei tanti foglietti che riposano sui mobiletti (quache volta ammetto di aver scritto frasi sulle pareti) della mia grotta.. “..se non c’è strada dento il cuore degli altri,prima o poi si traccerà”.

Alogon

Inviato il: 31 Dec 2010, 01:30 PM

Auguri a tutti di buon anno

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 31 Dec 2010, 02:32 PM

nel reparto foto sarà visibile l’opera “ cos’è rosso” collage di carta su tela di Domenico Fargnoli e Franca Marini (2007).

copyright domenico fargnoli

alessandranovelli *omonimia*

Inviato il: 1 Jan 2011, 03:02 AM

Auguri di cuore anche a te Domenico, e a Fiore, e a tutte le persone che si danno da fare per tenere un “cuore aperto”…

 

 

عائشة

Inviato il: 1 Jan 2011, 11:26 AM

Cin Cin a tutti per il 2011.

نخبك كل الناس

عائشة

Inviato il: 4 Jan 2011, 08:43 PM

Nota linguistica per quanti non conoscono la lingua araba. Si legge Nahbek kul-al-nasi, e significa appunto Cin Cin a tutti!

Alogon

Inviato il: 5 Jan 2011, 09:59 AM

A proposito delle feste di Natale vi segnalo questo videohttp://www.youtube.com/watch?v=T4PuEbAJipE&feature=related

Le origini delle religioni su you tube

copyright domenico fargnoli

fiore

Inviato il: 7 Jan 2011, 05:32 PM

Buon anno a tutti e auguri in particolare ad Alessandra Novelli-grazie per le tue parole. Siamo internazionali! Che significato ha in italiano il tuo nickname in arabo? Il mio viene dalla ricerca personale che ho fatto quando nei sogni apparivano fiori e fioriture in determinati luoghi ,dopo situazioni coscienti diurne-il contrario mi indicava qualcosa che non andava,di sbagliato,da trasformare (almeno per le situazioni che provavo a comprendere in relazione a me stessa).Il mio tentativo di provare a comprendere il significato delle immagini.Poi c’è la passione cosciente per piante,fiori in genere. Non voglio parlare di “vegetali”perchè l’introduzione dell’ultimo aricolo di Fagioli su Left,anticipata su Segnalazioni fa riferimento a questo termine. Ancora non l’ho letto perchè il giornale non è ancora disponibile. Ora scriverò un qualcosa “senzaragione”: i sogni sono contenuti,si formano nell’oceano,e si trasformano in immagini in cielo,ad una certa altezza nell’atmosfera .Tramite l’evaporazione ,come formazione di nuvole bianche salgono,passano dall’acqua all’aria,da una dimensione ad un altrae in quest’ultima si eprimono in forme,colori,movimenti,suoni…prendono forma!

fiore

Inviato il: 8 Jan 2011, 10:51 PM

Alla luce delle conoscenze sul Natale rivelate dai video di You Tube consigliati da Alogon e da Segnalazioni _Natale come derivazione di riti pagani -quale significato assume tutto ciò attualmente? Considerato-e ne ha parlato Left un paio di anni fa- che aumentano in questo periodo i disagi psichiatrici-lo stress dei messaggi consumistici,viaggi compresi (il regista Monicelli,aveva avuto in vita il desiderio di avere sulla sua tomba come epitaffio la frase”Non andò mai alle Maldive”come provocazione ad un certo modo di essere e ad una certa cultura)questo scambio spesso forzato e un pò ipocrita dei doni (derivazione dei Saturnali?) con tutto lo stress che esso comporta;Natale come ritrovo delle famiglie con tutti i risvolti complessi che ne derivano-molti in maniera semplicistica pensano che basti quel giorno ed un bel pranzo per garantire alla famiglia il senso profondo di appartenenza dei suoi membri(e guai a chi sta male!).Chi è solo poi,pensando che tuttti stanno amorevolmente insieme,si sente ancora più solo e depresso.Basterebbe vedere ,il giorno dopo, i volti tesi di molti,le facce lunghe e l’irritazione che ne traspare per non sentirsi poi così sfortunati. “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi!” E questo cosa vuol dire? Questa introduzione per cercare di capire in base alla storia dei riti cristiani e pagani come mai oggi il Natale ha assunto principalmente il significato di festa della famiglia ,della bontà nei rapporti interumani (la bontà va elaborata,credo,non certo mascherata,mettendo da parte odi,rancori o semplicemente affetti tiepidi in modo razionale,anche perchè così il giorno dopo diventa tutto come prima se non peggio.Eppure tanti continuano ancora a sguazzarci!).Ma una volta era semplicemente un rito collettivo e non particolarmente familiare,per celebrare la rinascita del Sole. Inoltre,considerando che questa festa sta perdendo sempre più il suo aspetto spirituale,volente o nolente,assomigliando sempre più a “orge” positivistiche(e ciò non è altrettanto bello!)che valore attribuirgli e che comportamenti assumere per mantenersi sani?”Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi!” :e questo che vuol dire? Che quando il “tizio” (o il sole) è risorto,ormai i giochi sono fatti e chi s’è visto s’è visto? Scusate l’ironia,ma penso che ce n’è da ridere (se non si vuole piangere).Allora dobbiamo dare a tutto ciò il significato di nascita e di rinascita?.Questo comporta però un lavorone interno personale e collettivo! Finisco questo discorso rivolgendomi a quanti profondamente si sentono cristiani parlando di Maria,perchè glielo devo,anche se non c’è più. Maria non è la Madonna ,Maria era un’anziana di più di novantanni,una donna di una certa cultura per la sua età,una donna che aveva sempre lavorato,indipendente e,generosa verso i suoi (verso i quali non ha mai avuto atteggiamenti di possessività o di limitazione della libertà)e gli altri .Viveva in una grande città e aveva una badante che le faceva compagnia(verso la quale chiudeva tutti e due gli occhi quando questa usciva di notte per andare chi sa dove e rincasare la mattina dopo).Maria era molto cattolica ,cattolica nel senso buono per una donna di quell’età e i suoi familiari penso che siano stati per lo meno”democristiani”. L’ultimo Natale non stava bene e ho saputo che ha pianto tanto ed era depressa perchè la sua famiglia proprio per Natale ,per quel Natale che per lei aveva un significato particolare,è stata lasciata sola,lei e la badante un pò allegra. Tutti a sciare! Quando è stata veramente male,poco tempo dopo,un bel posticino in una bella clinica,dove è morta. Io sono distante dalla mentalità cattolica, mi sono messa,però, nei suoi panni,in questa storia.Lei ci credeva e viveva la sua affettività in questo modo.Penso al dolore che avrà provato.

fiore

Inviato il: 9 Jan 2011, 12:32 AM

Rettifico,perchè rileggendo noto che non sono stata chiara:” la sua famiglia l’ha lasciata sola a Natale”..ma forse si era capitosola.

Alogon

Inviato il: 20 Jan 2011, 01:06 PM

Avverto che ci si sarà una ristrutturazione del forum per eliminare il materiale illecito che, ovviamente non autorizzato da noi, riesce comunque qd introdursi nelle news.

Ci scusiamo per l’inconveniente ma non si può fare diversamente. Nell’attesa se necessario utilizzeremo il blog raggiungibile dalla home page grazie a tutti per l’attenzione

copyright domenico fargnoli

Alogon

Inviato il: 20 Jan 2011, 03:49 PM

Mi sposto sul blog raggiungibile nella home page in alto a destra

copyright domenico fargnoli

 

 

 

 

 

 

Standard
Forum di Senza Ragione

UOMO-DONNA, nuova discussione

Alogon            

Inviato il: 19 Nov 2008, 02:38 PM

nuovo spazio richiesto

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 20 Nov 2008, 11:35 PM

Il tema del forum è certamente interessante e penso susciti l’interesse di tutti coloro che fanno nella loro vita una ricerca per trovare la bellezza nel rapporto con il diverso con tutte le implicazioni che ne seguono (ed estremamente difficile direi)Cercherò di essere chiara e sintetica,anche perchè sono piuttosto stanca stasera,non so però se riuscirò a far comprendere i miei interrogativi.C’è qualcosa che mi riflulla nella testa dal 2005 ed è in relazione anche ai movimenti che si stanno coraggiosamente facendo sentire in questo periodo (e finalmente direi ,la bellezza della rivolta!).Da un articolo di Paolo Izzo del maggio 2005 riporto brevemente alcuni pensieri di M.Fagioli: “La legge 40 violenta il rapporto uomo-donna e nega ogni idea di trasformazione”,”In Italia siamo a prima della Rivoluzione francese” ecc. 12 e 13 giugno 2005 : i quattro referendum:tanti uomini e tante donne sono andati al mare..il referendum è fallito,con tutte le conseguenze immediate e attuali. Abbiamo un governo di marziani,come dice Camilleri e-aggiungo io- un capro espiatorio che si chiama Berlusconi (che non è certo uno stinco di santo,ma che rappresenta l’indole particolare di molti italiani,al di là del colore politico) ad ottobre gli animi si organizzano nella cotestazione,e meno male! D’estate ci sono le vacanze ,per le feste tutti in macchina come formiche nelle scatolette con le ruote ad affollare strade ed autostrade,nessuna opposizione,nessuna responsabilità sociale(quanta gente avete notato a trovare pazienti negli ospedali,ad esempio il 1 maggio o il 25 aprile? I vecchi poi..alle badanti o a qualche parente fesso..poi molti nemmeno sanno che ricorrenza è in questi giorni,nessuno che susciti emozione riguardo a questi temi,i morti sul lavoro che noia,la storia che frittata astratta i morti nelle guerre la resistenza,ecc)..ma ora c’è una grossa crisi in giro i soldi ce ne sono pochi ,l’’individualismo del salvarsi a scapito di altri per molti non potrà reggere più,il fine del successo del modello neoliberista vediamo che non è per tutti,si impone la necessità di cambiare le cose in maniera collettiva..però abbiamo toccato proprio un bel fondo! Come e quando cambieranno le cose ancora non lo sappiamo,certo meglio tardi che mai,però siamo proprio un popolo con poca immaginazione e fantasia..dobbiamo sempre scendere negli inferi per cambiare le cose.Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza alle donne .Fagioli dice che gli uomini esercitano la loro violenza in modo più appariscente,picchiano,a volte uccidono,cercano di ledere la ricerca di identità delle donne;ma afferma anche che la violenza delle donne è più sottile,pensando ad esempio all’anaffettività dellle madri ,purtroppo malate,che scinde il corpo e il pensiero del bambino nel primo anno di vita,rendendolo a sua volta malato. Domanda:incosciamente,quel 12 e 13 aprile,tanti uomini e donne che rapporto avevano da non intuire l’importanza di quel referendum,da non voler difendere in primis l’intimità del rapporto,e di non dedurre le conseguenze che ho sempre pensato fossero enormi sia sul piano politico che dell’invadenza del Vaticano? penso che non sia più tempo sempre di trovare giustificazioni,è più sano che ci sia un bel senso pieno di vergogna!L’anaffettività di molti lede anche il futuro di chi le cose le vede ad occhi aperti e vorrebbe vivere questa vita con meno dolore possibile.Quanta la possibilità in questo tempo che ci è dato vivere di trovare,o creare un rapporo uomo-donna valido,bello coraggioso,forte? L’uomo nuovo e la donna nuova sono l’immagine collettiva inconscia alla quale tendere o sono tuttora visioni da negare e annullare come pure una sessualità non animale ? E continuare a pensare che l’umanità sia “una stalla di conigli”?

 

 

Alogon            

Inviato il: 21 Nov 2008, 12:24 PM

vedi Left Ultimo numero in particolare gli articoli di Simona Maggiorelli

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 26 Nov 2008, 11:25 AM

Se sono vere le affermazioni che riporta Segnalazioni di oggi,26 novembre,su Repubblica ,con un bel “gasp!” di commento: come fanno Lella e Fausto Bertinotti a commuoversi per Luxuria all’”Isola dei famosi” e soprattutto come giustifica Fagioli questo indiscusso investimento su Bertinotti riguardo alla sua ricerca personale? E’ questa? Con i problemi che ci sono in giro si commuovono per Luxuria che poteva continuare il lavoro di impegno politico fuori dal Parlamento in altri modi,se voleva? E’ uno sfregio che Bertinotti ha fatto a Fagioli? L’atteggiamento di non riconoscere il torto e la ragione,le cose giuste dall’ingiuste,con toni adeguati ,pensando in questo momento di difendere la sinistra,penso che crei più danni. Penso che da qui in avanti,la parte di fomazione e cura che ho fatto a Siena in una parte della mia vita e il cui filo continua con alti e bassi a seguirmi,(e che spero possa riprendere quanto prima nonostante le difficoltà del momento)mi renda più sicura nel vedere,con quella parte sana che probabilmente c’è ancora (spero almeno “Uno straccio di sanità”,come è stato dipinto)..e con meno dolore.

 

 

Alogon            

Inviato il: 27 Nov 2008, 09:06 PM

E’ chiaro che lo sfregio se lo sono fatti per se stessi: bisogna ricordare che prima di Vendola oggi come candidato leader della sinistra , c’era già il problema di Luxuria in parlamento. Attualmente questo particolare tende ad essere sottovalutato e rimosso Le scelte fatte da Rifondazione pesano e ciò che si cerca di occultare viene in primo piano.

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 27 Nov 2008, 09:55 PM

Perchè allora Fagioli ha ,in più occasioni,dato valore a Bertinotti definendolo come uomo politico aperto alla ricerca sulla realtà psichica,disorientando un pò coloro che sentivano qualcosa di poco convincente? Guardate che poi il coraggio di trovare motivazioni nei discorsi con gli altri,quando, in certi momenti, qualche parola si è spesa ,proprio perchè Fagioli dava il suo sostegno, non è tanto facile. Si apre la necessità della creazione di un partito socialista con più personaggi- leaders nuovi? Sarebbe bello! Semmai qualcuno/a anche toscani!

P.S. Tutto sommato siamo ancora in tema:rapporto uomo-donna,in questo caso anche Lella-Fausto.

 

 

Alogon            

Inviato il: 27 Nov 2008, 10:36 PM

la psicoterapia non è la politica. Non mi risulta che Bertinotti abbia mai fatto una ricerca in questo senso, cioè oltre la logica della politica in senso stretto. Forse però in una certa fase è stato l’unico interlocutore possibile. Ha retto fin dove ha potuto e con il senno di poi ha retto poco. Si potrebbe dire che l’impatto con la ricerca sulla realtà psichica ha accentuato le sue contraddizioni ed accelerato il suo declino. Personalmente non mi ha mai convinto e mi sembra di averlo detto in tempi non sospetti anche in questa sede.

I fatti privati di Bertinotti sono affare suo: se ritiene di non metterli in discussione è un suo diritto anche se molti come me hanno ritenuto fondamentale un percorso assolutamente contrario.

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 28 Nov 2008, 04:27 PM

Psichiatria è politica sono due cose distinte, anche se sarebbe auspicabile avere politici con almeno una briciola basale e residua di sanità mentale.

Rimane il fatto che se la trattazione della poltica avviene, e spesso anche in maniera massiccia, all’interno di un setting terapeutico il discorso cambia molto e la distinzione tra psichiatria e politica scompare del tutto.

 

 

Alogon            

Inviato il: 28 Nov 2008, 06:03 PM

Perchè?

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 29 Nov 2008, 01:56 PM

La risposta mi pareva chiara nell’intervento precedente. Comunque credo che se una persona sta poco bene e si rivolge ad uno psicoterapeuta non ha molta voglia di sentire, almeno in quell’ambito, né di Fausto Bertinotti né di Silvio Berlusconi, come dire vado dal cardiologo e il medico mi parla di Oliviero Diliberto o Ignazio La Russa.

In più in ogni incontro di Massimo Fagioli con la “politica” il movimento non è mai stato individuale, bensì affogato nella folla dei Fagioli Boys.

In questo modo è tutto fuso, per non dire confuso.

 

 

Alogon            

Inviato il: 29 Nov 2008, 06:51 PM

Un intervento del genere si commenta da solo. E’ arrivato il furbo di turno che decide lui come deve essere una seduta di psicoterapia. Amico , si fa per dire, perchè non pensi agli affari tuoi e ci lasci parlare di ciò che riteniamo più opportuno? Penso che saprai che almeno formalmente esiste la democrazia e siamo tutti abilitati all’esercizio della professione medica e della psicoterapia. Ricevo molti messaggi di questo tipo, altri anche più pesanti. Inviterei queste persone a leggere blogs di medicina interna e fare passeggiate nei boschi. Così eviteranno forse di parlare di argomenti che sembra non capiscano.

Auguri

copyright domenico fargnoli

 

 

nyx *omonimia*            

Inviato il: 29 Nov 2008, 07:26 PM

Secondo me in questi termini il problema è proprio malposto (mi riferisco all’intervento di guest). é veramente troppo banale paragonare un cardiologo a uno psichiatria per motivi più che ovvii. Ogni medico ha la possibilità e la scelta di fornire le cure che ritiene più adeguate nell’ambito della libera professione, in particolare lo psichiatra che lavora per cambiare la realtà mentale e il pensiero delle persone penso non possa prescindere dall’analizzare anche l’ambiente in cui viviamo e purtroppo a volte ci ammaliamo. L’analisi collettiva poi è un caso del tutto eccezionale , che ha sempre avuto rapporti con la politica sia per il numero di persone che coinvolge che per i contenuti che propone. Ho letto recentemente un vecchio articolo della rivista il sogno della farfalla in cui si descrive come l’analisi collettiva sia nata a siena e in quei primi incontri se non sbaglio Fagioli parlava proprio di Marx…..quindi forse al di là delle apparenze in cui senz’altro vengono enfatizzati alcuni rapporti con i politici quello che è interessante è che da incontri di dibattito politico si sia poi arrivati ai seminari di psicoterapia.

 

 

Guest            

Inviato il: 30 Nov 2008, 11:33 PM

“La psicoterapia non è politica”:sono pienamente d’accordo,ma la teoria e la prassi di Massimo Fagioli si muove anche in ambiti come la politica e l’arte. Per quanto riguarda l’affermazione sul discorso della ricerca che Bertinotti cercava di fare ,secondo Fagioli,sono sicura di averlo letto più volte.Probabilmente si parlava di ricerca sulla realtà umana,non psichica-in questo potrei aver errato nell’esprimermi-ma certamente credo che la prima non escluda la conoscenza almeno a grosse linee della seconda.In ogni modo non era mia intenzione confondere psicoterapia,politica,setting,ricerca su sanità e malattia mentale,ognuna ha il suo ambito di competenza.Ma una politica che parte dal pensiero di essere umani con la nascita (Fagioli) certamente cambia molto i presupposti,l’etica di coloro che intendono farsi promotori del governo di persone.

 

 

Alogon            

Inviato il: 1 Dec 2008, 12:40 PM

“La psicoterapia non è politica” va inteso nel senso che le metodologie sono diverse nelle due situazioni. Fuori dal setting non ha significato l’interpretazione, anzi potrebbe essere sbagliato formularne alcuna. Poi che tutto al fin fine sia politica, che non esiste una scienza neutrale ecc. è un dato acquisito. Concretamente però bisogna distinguere i vari ambiti e non fare confusione fra livelli diversi della ricerca.

E’ stato scritto su Lef, tempo fa da un psicologo, che la politica si occupa della trasformazione sociale, su larga scala mentre la psicoterapia della trasformazione personale. La politica, anche nel senso della prassi marxista non è mai stata capace di promuovere nessuna trasformazione. La disfatta della sinistra italiana ne è un chiaro esempio.

Con la psicoterapia molti sono riusciti a trasformare se stessi nonostante l’ambiente sociale e culturale circostante. Nonostante la sinistra che riconosce in Luxuria un suo campione E’ una realtà su cui riflettere.

Poi ci sono alcuni che pretenderebbero di “guarire” mantenendo in piedi una ideologia conservatrice, neppure formalmente di sinistra che concepisce l’uomo come immutabile. Partono da un’idea esplicita di incurabilità che si guardano bene di mettere in discussione, accusando poi qualcuno di non averli curati. Per queste persone va bene Cassano o quel tizio che “cura” la depressione con le lampade.

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 2 Dec 2008, 10:11 PM

Anche Left racconta che la Manifestazione delle donne a Roma (Quella relativa alla “Giornata mondiale contro la violenza alle donne” -25 novembre) è stata un fallimento. Probabilmente molte donne non si sentivano adeguatamente rappresentate. In mezzo a questo catastrofismo generale (dell’economia,della sinistra,del rapporto uomo-donna,dei diritti umani e sociali in general,,ecc.) sembra di avvertire un “nuovo” che preme,preme…non c’è mancanza di altro,non mancanza di contenuti nuovi,non c’è vuoto.

 

 

Guest            

Inviato il: 12 Dec 2008, 07:50 PM

“Con la psicoterapia molti sono riusciti a trasformare se stessi nonostante l’ambiente sociale e culturale circostante. Nonostante la sinistra che riconosce in Luxuria un suo campione E’ una realtà su cui riflettere”.

 

E’ molto interessante una riflessione di questo tipo. Trasformarsi mentre la realtà intorno degenera, riuscire a trovare la vitalità per creare qualcosa di nuovo proprio quando le condizioni esterne non favoriscono la creatività, ma potrebbero alimentare la depressione e l’autodistruzione…

l’identità riesce forse ad esprimenrsi meglio proprio quando trova un “muro esterno” che azichè bloccarla, la stimola ad una reazione positiva e creativa.

un ambiente sociale e culturale negativo può essere paradossalmente un forte stimolo per chi ha un’identità, una vitalità e capacità di trasformazione.

la psicoterapia può dare questi strumenti. Non c’è l’incurabilità, ma solo l’idea di essa. :wacko:

 

 

Guest

Inviato il: 14 Dec 2008, 08:37 PM

Personalmente da un ambiente fortemente negativo ho preso tante “botte”,ma sono sopravissuta e ho il coraggio di far sentire la mia voce…perchè sono forte delle mie idee. Penso però che ci siano ambienti meno distruttivi nei quali investire le proprie energie. E in ogni modo le contraddizioni,la perversione di certi ambienti umani che storicamente si sono ritenuti più furbi degli altri (purtroppo si parla di storia del comunismo) andrebbero ben anallizzati e smascherati,semmai con un bel servizio di Report. Così forse perderebbero,alla luce della verità,la loro distruttività e la loro delinquenziale anaffettività..se non arroganza. E’ un discorso ampio,complesso e triste.

 

 

Guest

Inviato il: 17 Dec 2008, 09:35 PM

“Ecologia della mente”.

 

 

Alogon            

Inviato il: 31 Dec 2008, 07:38 PM

auguri di buon anno a tutti

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 1 Jan 2009, 04:58 PM

Auguri anche a te ,Alogon,e a tutti noi!

“Tutti pazzi per Natale” copertina con commento del n° 51. Ce l’abbiamo fatta bene,meglio degli altri anni,forse.. E con la voglia,pur con un pò di timore ,di affrontare con più presenza,con più voglia di combattere,il nuovo anno..facciamo gruppo e aiutiamoci a rendere belle e significative le nostre esistenze.

 

 

fiore            

Inviato il: 4 Jan 2009, 03:00 PM

In tanti ci illustrano il 2009 come un anno al bivio:o c’è trasformazione e ripresa o la crisi sarà più pesante:Le feste natalizie stanno finendo e le indicazioni degli psichiatri in effetti sono state di aiuto per affrontare il periodo con più sanità,pur nel vortice che ogni anno si crea. Noto con tristezza,però,che quel che pensavo,cioè che le crisi probabilmente si sarebbero potute affrontare con un cambiamento nei rapporti,più solidarietà,più collaborazione,più unione di fronte alle varie traversie della vita ..con più affetti in ultima analisi,non è ancora così,anzi sembra ci sia un acuirsi degli egoismi , delle assenze e dei disimpegni.Mi auguro che le mie siano soltanto riflessioni velate da un pò di depressione,ma vorrei che qualcosa cambiasse in meglio anche per me,non penso che debba ancora scontare così amaramente qualche errore (non è una posizione religiosa!),ma non so come fare per sentirmi più forte e meno sola. Si possono condividere delle riflessioni in questo forum dal tema così importante “Uomo-donna” ?

 

 

fiore            

Inviato il: 4 Jan 2009, 04:30 PM

Relativamente a tutti gli articoli di giornale sul caso “Liberazione”: triste il pensiero che Bonaccorsi voglia acquistare il giornale per una mera questione economica (contributi ai quotidiani),violenti i commenti su Fagioli. Sembra che la questione sia l’omosessualità..senza sapere bene il pensiero di Fagioli.Si sta cercando di trovare consensi ignorando la peculiarità del rapporto uomo-donna? Si cerca approvazione nella difesa ad oltranza e ideologicamente delle solite categorie,come se gli altri o tutto il resto non esistesse,quando poi lo stesso Fagioli ha avuto sempre un atteggiamento di rispetto?

Standard
Forum di Senza Ragione

Psichiatria e politica 2. Continuazione della precedente

Alogon            

Inviato il: 5 May 2008, 09:19 AM

Cara fiore, la discussione risulta chiusa per qualche errore tecnico che non capisco. I tuoi contributi sono sempre graditi.

Quanto alla comprensione di ciò che è recentemente accaduto personalmente non ho le idee chiare anche se mi rendo conto che dovrei. Sono state dette e scritte tantissime cose che comunque lasciano aperti gli interrogativi di sempre: su quali contenuti si deve ricostruire una nuova sinistra?

Ed anche se diciamo che la sinistra si deve occupare di realtà umana dobbiamo sapere che siamo solo agli inizi di un cammino che deve essere definito.

Penso che la tentazione dell’ideologia è ancora molto forte. Nel mio percorso di ricerca che ricorda un pò il famoso libro “I sonnambuli” di > Koestler, mi sono reso conto che la realtà spesso è ben diversa da come l’avevamo prefigurata. Non dico meglio o peggio semplicemente diversa.

Il rischio è di non valorizzare le proprie intuizioni, di non avere il coraggio di opinioni scomode in certi fasi storiche.

Però ci tengo a dire che alla fine credo di aver raggiunto una visione unitaria.

Ora si tratta di capire come comunicarla.

copyright domenico fargnoli

 

 

fiore            

Inviato il: 12 May 2008, 08:30 PM

In effetti questa chiusura mi sembrava così strana e inspiegabile..personalmente non sono riuscita a collegarmi al forum per una settimana,la connessione c’era,ma la pagina non si apriva.Stasera tornando in macchina da Siena,una sensazione piacevole,che tu ci creda o no,mi ha fatto pensare:”Scommetto che stasera il forum di “Senzaragione” è di nuovo visibile!”..e ..piacevole conferma ..eccoci qui..grazie Alogon per la forza che ci dai e per la tua capacità di intuire anche le nostre piccole battaglie e di non lasciarci soli..(mi piacerebbe fare qualcosa di più e di meglio!)…….Ho visto la registrazione degli interventi di M.Fagioli al dibattito di “Amore civile”..interessante la parte in cui parla di diversità,politica,rapporto uomo-donna e il riferimento al rapporto con l’uguale del pensiero nazista.Inoltre ho ristampato dal sito la presentazione a “La perla tra le labbra” con un pensiero tra l’inconsapevole il cosciente di qualcosa di bello e importante e con la riflessione che la nave in questo momento potesse di nuovo salpare per qualche altro porto.

 

 

fiore            

Inviato il: 12 May 2008, 08:48 PM

Sono ritornata perchè ho letto su Segnalazioni ,proprio ora,da Repubblica,l’introduzione all’articolo che anticipa : Bertinotti sosterrà la candidatura di Vendola..allora ho ripensato al discorso di M.Fagioli (sempre da “Amore civile” su identità sociale e identità sessuale,al rapporto con l’uguale e con il diverso ,all’importanza di ciò nella politica..biologico e mentale..questioni private e questioni sociali..questo “genialmente” lo ha capito Bertinotti?

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 May 2008, 08:42 PM

rispetto a bertinotti direi di non sparare sull’ambulanza. Su Vendola ci siamo già espressi. Che dire di più? Io sareii contrario al fatto che adottasse un bambino ma questo è un mio punto di vista dato che la persona mi piace pochissimo per dire per niente

piuttosto c’è da riflettere sul fatto che il passaggio dalla psichiatria alla politica è tutt’laltro che facile e scontato. Direi che è’ importante però tenere separati gli ambiti sul piano metodologico. Le scelte politiche devono essere fatte attraverso un confronto democratico, non possono essere espressione di una sola testa,: non si può indulgere ad una sorta di cesarismo decisionale senza poi assumersi le eventuali responsabilità.

copyright domenico fargnoli

 

 

slow

Inviato il: 18 May 2008, 04:17 AM

Mi riferisco a “[QUOTE] il passaggio dalla psichiatria alla politica è tutt’altro che facile…..importante però tenere separati gli ambiti sul piano metodologico” pensando spesso in questi giorni al fatto che ho letto e sentito della proposta dell’ Associazione Nazionale Partigiani Italiani a dei ragazzi di iscriversi all’associazione stessa per la difesa della Costituzione.

Mi è venuto in mente subito che la parola “resistenza” appartiene anche all’ambito

della psichiatria che ci interessa ma ho difficoltà a capire se muoversi in senso concreto sulla proposta dell’Associazione Partigiani sia un fatto mio personale o che

potrebbe interessare altri partecipanti a questo forum.

 

 

Alogon            

Inviato il: 20 May 2008, 01:04 PM

Ritengo sia una scelta , sia pur auspicabile, personale come del resto ogni responsabilità politica tenendo presente che il voto di uno psichiatra vale quanto quello di qualunque altro cittadino.,,,credo comunque, a proposito della trasversalità dei significati delle parole, che anche i ferri da stiro abbiano una resistenza…

copyright domenico fargnoli

 

 

slow            

Inviato il: 21 May 2008, 04:39 AM

Ringrazio Alogon per “auspicabile”: ho sempre avuto poca dimestichezza coi

ferri da stiro, ma non è mai troppo tardi!

 

 

fiore            

Inviato il: 23 May 2008, 10:07 PM

..perchè non parliamo di leve:potenza,resistenza e fulcro?

 

 

fiore            

Inviato il: 26 May 2008, 08:30 PM

Ammetto di non aver approfondito la questione,per questo se qualcuno sa meglio i dettagli ho il piacere di venirne a conoscenza..ieri ho visto in TV Sansonetti,direttore di Liberazione,quando parlava della questione della grazia alla Franzoni.Pur essendo d’accordo sul fatto che la Franzoni non è una delinquente e che quindi il carcere non è il luogo dove deve stare..però nessun riferimento al fatto che sia una donna malata e come tale da curare..Sansonetti annulla la malattia mentale? E annulla anche le “madri assassine” negli ospedali psichiatrici? Per Sansonetti c’è differenza fra la Franzoni e quelle povere donne? O c’è una differenza politica? O si vuole tenere sereno un equilibrio familiare perchè politicamente potrebbe dare adito (io non la penso così,badate bene,ma la politica ha un pensare così …così..originale!) ad osservazioni razionali. Se così fosse,la strada della trasformazione è ben lontana..meglio emigrare!,

 

 

Alogon            

Inviato il: 27 May 2008, 09:52 PM

D’accordo la Franzoni è da curare. A parte certe furbizie televisive che francamente fanno incazzare e non fanno sperare bene per una eventuale terapia, dove e come la curiamo? Chi la cura e con quali strumenti teorici? Mentre si cura dovrebe continuare a fare la sua vita di sempre? Esiste una alternativa al carcere in questa ed altre situazioni analoghe?

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 30 May 2008, 09:36 PM

Vasco Rossi come molti hanno sentito,ha citato Spinoza al’inizio el suo recente concerto:”Il potere vuole che le persone siano affette da tristezza”…ed ha risposto pressapoco così:”E noi vi portiamo della gioia(o vogliamo essere gioiosi..o giù di lì).

E’ una critica a Spinoza, od ancora un proporre una gioia-nulla?

 

 

Alogon            

Inviato il: 31 May 2008, 12:49 PM

Purtroppo su Vasco Rossi non sono molto preparato. So però che Spinoza non era un tipo molto allegro da quanto si puà dedurre dalla sua biografia

copyright domenico fargnoli

 

 

aishaعايشة            

Inviato il: 1 Jun 2008, 06:13 PM

La questione Franzoni ha in effetti scatenato le solite osservazioni, peraltro trite, sul carcere a vita, sul mostro…in perfetta linea, direi, con la smania di repressione e braccio lungo della giustizia che pare adesso vada tanto di moda. Credo però che la malattia mentale, quando diventa lesione, vada affrontata con un metodo diverso da quello della punizione. Il delitto è orribile, ma è anche orribile “dimenticare” la propria figlioletta in automobile ed andare al lavoro. Però, in quel caso, nessuno ha urlato al mostro, ma si sono tirati in ballo i mille problemi che una donna-madre-lavoratrice deve afftrontare. Non voglio dire che i media volessero giustificarla, tantomeno io sono qui per dare giuduzi, però di certo l’atteggiamento è stato molto più morbido. Ed io mi chiedo perchè….quella bimba è forse morta di meno? Quella madre è forse solo distratta e non malata? La Franzoni è folle, e siamo tutti daccordo, ma chi può discrimanare sui gradi di follia? Un giornalista? Dunque è davvero il caso di fornire strumenti teorici adeguati a persone capaci, e per capaci intendo professionalmente preparate che implica l’essere sane di mente, in grado di fare diagnosi e non di azzardare ipotesi o sparare a caso, sentenziare, giudicare. Forse converrebbe investire su questa che sarà la terza malattia invalidante secondo l’OMS e non, che so io, sul nucleare. Tutto questo per chiamare dinuovo in ballo quella politica che, aldilà delle buone intenzioni, sembra davvero non capire le esigenze profonde della comunità che è chiamata ad organizzare, si lascia sfuggire i segnali evidenti di alcuni esseri umani oramai allo stremo degli affetti, che devono essere aiutati. Non si rende conto che quelli che oggi vede solo come poveri matti in giro per il mondo, faranno poi figli che formeranno a loro volta una classe dirigente…La politica e il modello culturale che essa propone o dovrebbe proporre certo deve essese trasformato, partendo magari dal riconoscere i malati ed i sani, invece che i mostri ed i buoni…

Quanto a Vasco Rossi, direi che ha tentato di provocare con le armi che ha(non sempre eccezionali!), non credo abbia proposto niente di più di una frase d’apertura che gli pareva azzeccata per l’occasione…Io su Vasco Rossi sono molto preparata!

 

 

fiore            

Inviato il: 11 Jun 2008, 09:03 PM

In attesa delle trasformazioni dei tempi,come si combattono gli “ orrori” quotidiani(qualcosa esce fuori ogni tanto di tanti comoortamenti nazisti,o semplicemente delinquenziali,vedi ultime sconvolgeti notizie sulla clinica di Milano)?

Arte e Guardia di Finanza?

 

 

fiore            

Inviato il: 11 Jun 2008, 09:10 PM

Segnalazioni-ultima ora-da Rosso di Sera-11 giugno’08-di Elena Canali” dal titolo”La madre assassina”___interessante ,davvero,finalmente!

 

 

Guest            

Inviato il: 22 Jul 2008, 10:49 PM

Bertinotti,Fagioli,”fagiolini” ecc. mah!…secondo me manca molto il contatto vero con la gente…del quotidiano,senza puzza sotto il naso e senza troppe citazioni e riferimenti..se una badante straniera si comporta male non è razzismo essere indignati (o arrabbiati cn il sindacato che la difende per ideologia) ma un atteggiamento umano che scaturisce da un rapporto..c’è chi diventa razzista perchè questa dinamica non viene capita..è un esempio spicciolo,ma la gente vive di esperienze spicciole e molto spesso di necessità di risolvere urgentemente dei problemi..non pensa a Nitzche .agli indiani d’America eccetera..forse dopo la comprensione e la protezione dalle ingiusizie può avare una comprensione più intellettuale. Solo un esempio. ..e intanto il lodo Alfano è passato.

 

 

fiore            

Inviato il: 26 Jul 2008, 01:03 PM

“..partiamo dal basso dal mondo duro che ognuno porta dentro…” queste le belle parole di Bertinotti al congresso di Chianciano.

 

 

Alogon            

Inviato il: 27 Jul 2008, 11:10 AM

ho trovato molto deprimente lo scontro fra Vendola e Ferrero.

Ed anche Bertinotti non mi convince. A sinistra c’è un’assenza di pensiero.

D’altra parte l’unico “intellettuale collettivo” esistente ha una posizione troppo avanzata culturalmente per cui la ricerca su una nuova identità umana rischia di essere sospesa, non si sa per quanto tempo sul vuoto. Non è in discussione che noi continuiamo a portarla avanti.

Caso mai dovremmo interrogarci sul nostro linguaggio e sul pericolo di volerci considerare ma soprattutto rimanere un’ elite a tutti i costi. Personalemnte, vorrei trovare una strada concreta fatta di interlocutori per aprirmi al sociale, per creare come diceva Gramsci “ una volontè collettiva”.

Forse questa “volontà” esiste già ed il solo problema è di intercettarla?

copyright domenico fargnoli

 

 

Fiore *omonimia*            

Inviato il: 27 Jul 2008, 10:13 PM

Nella mia esperienza personale ho incontrato tanto qualunquismo ,superficialità e indifferenza,ma anche persone,alcune che occupano dei ruoli pubblici ,che non vogliono parlare o agire come detta la politica ,qualunque area del parlamento occupi,ma vogliono fare bene,trovare il modo di cambiare le cose o,vedendo come gira il mondo,l’esigenza incoscia di trovare dei presupposti nuovi,qualcosa che convogli le risorse della gente più predisposta,un modo nuovo per cambiare le cose..sono d’accordo su quanto hai detto,sul vuoto ,e apprezzo tantissimo il desiderio che dimostri di trasformazione e di incontro con il sociale..di uscire nel sociale,anche non sapendo ancora come e quando.Penso vivamente che è solo questione di maturazione del tempo. Complessivamente non sono delusa più di tanto da Bertinotti,Ferrero,Vendola ecc. perchè “il vecchio” non poteva trasformarsi così in fretta e d’altra parte non è astrazione l’Italia governata dalla destra..è un sintomo e una reazione.

Adesso cambio pensiero,ma c’è qualcosa che non mi torna in una risposta all’intervista alla psichiatra Maria Sneider nell’articolo “Il desiderio? Un miraggio” contenuto nell’ultimo numero di Left sul complesso argomento “ Sesso e sessualità” nell’inchiesta sulla pornociviltà.Non penso sia di poco gusto riportare domanda e risposta :”L’ossessione per il sesso anale?” Il sesso anale è una cosa naturale tra uomo e donna.Ma deve avvenire all’interno di una dinamica di rapporto sano,non violento.” Scusate la mia ignoranza e la mia ritrosia nell’accettare questo pensiero che, anche se è avrà le sue motvazioni, penso di essere certa della mia libertà di non ritenerlo valido personalmente (sia che fossi sana o non lo fossi) ,ma che c’è di sano ? Che differenza c’è fra sodomia e rapporto anale? Se escludiamo il fatto che a tergo (si dice così?) ci vuole più fantasia e immaginazione visto che non c’è il contatto visivo ,perchè nei detti della sapienza popolare si dice in una certa maniera per dire che uno è stato fregato?” Perdonate il modo semplicistico con il quale cerco di esprimere l’esigenza di chiarezza oltre che le mie perplessità.Grazie,se qualcuno vorrà argometare .

 

 

fiore            

Inviato il: 27 Jul 2008, 10:22 PM

..vorrei aggiugere che,mentre a Chianciano si alimentava il vuoto, venivano appovate le nuove norme sul precariato…a proposito di “sodomia” sana o malata.

 

 

Alogon            

Inviato il: 28 Jul 2008, 11:42 AM

sono d’accordo fiore. Trovo assurda la domanda”qual’è il significato psichiatrico del motto “godi troia? ed ancor più assurdo nello stesso articolo la risposta. Il termine poi “sesso anale” si riferisce a qualcosa che non esiste date le premesse che la sessualità è creatività e quindi rapporto globale non certo limitato ad un solo organo.

Purtroppo qui siamo di fronte al problema ci alcune persone che non sanno quello che dicono e seminano sconcerto e confusione. Fortunatamente non tutti sono così.

copyright domenico fargnoli

 

 

fiore            

Inviato il: 29 Jul 2008, 08:39 PM

Grazie!!

 

 

fiore            

Inviato il: 9 Aug 2008, 02:31 PM

Come reso noto su Segnalazioni stamattina su Radio Radicale c’era un intervento di Massimo Fagioli riguardo ad un argomento affrontato da Left di questa settimana ovvero le misure adottate dal ministro Brunetta,la “questione dei fannulloni”ecc.

E’ sempre così interessante sentire il prof. Fagioli che ha affrontato il tema delle domande allargando il discorso sul significato del lavoro ,dell’ozio,della ricerca di identità umana,della cultura odierna (e con il pensiero che è necessario-e aggiungo io-urgente -modificarla) che spinge a lavorare per soddisfare un maggior numero di pseudo-bisogni per cui, chi ha in mano 100 euro in più invece di comprare semmai un bel libro di poesie,compra un altro telefonino oppure lavora per tal fine ore aggiuntive togliendo tempo per una maggiore realizzazione della proria identità umana (cercare una donna con cui sta meglio,avere maggiori rapporti interpersonali e così via). Questo un accenno di un discorso molto più ampio che il prof. Fagioli ha affrontato. Ho personalmente dei pensieri che avrei piacere poter confrontare. Mi sono chiesta se in una società complessa come questa non solo la condizione operaia viena annullata,ma anche la condizione anziana (e gli anziani sono in costante aumento tanto che penso che l’argomento deve essere affrontato e gestito con urgenza) la condizione della salute fisica e mentale e della malattia (e perchè no,anche della morte ,pensiamo in questi giorni al caso della Englaro).

Chi assiste dei malati o degli anziani che necessitano almeno per periodi più o meno lunghi di cure e attenzioni -in questa giungla di ospedali,sanità,individualismi,indifferenza,opportunismi-realizza ugualmente una parte della sua idenità umana o lo fanno coloro che abbandonano con il presupposto che la vita è una,e che il tempo libero è troppo importante per non dedicarlo agli amici,ai viaggi,alle proprie esigenze personali ,aprendo così la strada per l’intervento di un legale,e provocando così scompiglio, legale che certamente è necessario pagare? E molto spesso gli anziani abbandonati e sofferenti godono nel raccontare agli altri le “meravigliose gesta dei parenti nelle vacanze estive” trattando casomai da fessi proprio coloro che hanno dimostrato più affetto per una cultura dell’apparire.E’ proprio una cultura perversa!! Ho trattato questa questione in maniera semplicistica,ma credo sia pertinente perchè è una delle situazioni di questa società

che richiederebbe un occhiata maggiore dagli addetti ai lavori e nella considerazione di coloro che affrontano il tema dell’identità umana . Perchè la vita è una per tutti.

 

 

fiore            

Inviato il: 15 Aug 2008, 02:36 PM

Sempre nell’ultima intervista al Prof.Fagioli su Radio Radicale.Fagioli ha fatto riferimento più che all’alienazone operaia a quella intellettuale,quella ad esempio dell’imprenditore con una remunerazione di un milione di euro ,che a 50 anni gli viene dato il ben servito dopo essere stato ben sfruttato nelle sue capacità umane e quindi con un contraccolpo nella sua identità.A parte il fatto che questo si può verificare anche nello sport,non tutti fanno la fine ad esempio del povero Pantani,c’è chi si fa una identità felice in maniera diversa grazie anche ad una più che buona situazione economica.Tale imprenditore si può in ogni modo permettere un badante in gamba ,se vuole, se ha degli anziani,una tata se ha dei bambini ,può curarsi meglio,può avere la vita un pò più tranquilla alla ricerca anche di una nuova identità…i soldi però non sono tutto..non la penso come Ferrero,non condivido la svolta marxista-leninista,ma andate a fare questi discorsi ad un operaio,uno studente,un insegnante,un impiegato che pur non hanno una cultura dei 100 euro per il telefonino nuovo!! Prof. Fagioli,lei è un genio ,ma abbia un pò di sensibilità in questi tempi verso la moltitudine di persone che con tanto sforzo e tanta inquietudine cerca se stesso in una società così faticosa e violenta!!

 

 

fiore            

Inviato il: 30 Aug 2008, 08:30 AM

Sule caratteristiche degli ideogrammi cinesi ci sono stati ampi studi e spiegazioni.E sui caratteri della scrittura russa? Foto di gruppo.

 

 

fiore            

Inviato il: 4 Sep 2008, 02:02 PM

Caro Alogon,sono maturi i tempi per scendere nel sociale?

 

 

fiore *omonimia*            

Inviato il: 12 Sep 2008, 03:09 PM

Ora capisco un pò il senso di quello che ho scritto sul forum relativamente ad alcune mie immagini..la Kollontaj,il “Gruppo Kollontaj”…devo ancora avere l’ultimo numero di Left,ma dal titolo dell’articolo di Fagioli suLeft mi ha incuriosito il termine Kollontaj..e allora ho cercato ..e allora ho rammentato qualcosa che al momento non capivo,ma che il mio pensiero probabilmente ha captato,pur così “lontana”.Che fascino!

 

 

Guest            

Inviato il: 8 Oct 2008, 09:24 PM

Per motivi particolarmente profondi e non per fatti contingenti ,anche il Fagioli stesso affermava a suo tempo che dopo le elezioni molta gente stava bene.Si può affermare la stessa cosa in questo periodo di crollo del sistema finanziario ,nonostante il panico di molti?

 

 

Guest            

Inviato il: 14 Oct 2008, 10:41 PM

Se si escludono gli episodi estremi,condannabili certamente,starei attento a non focalizzare troppo l’attenzione attribuendo in modo semplicistico l’aggettivo “razzista” agli italiani.Il fenomeno è profondo e solo chi ha rapporti con le persone e in vario modo può evitare di dare facili giudizi,ancora ideologici . La gente così non riacquista fiducia.Attenti,vince ancora il populismo della destra. Personalmente non riesco a gioire di fronte alle immagini di tutti questi cortei,ho ancora bisogno di tempo per riacquistare fiducia nel popolo della sinistra.Dov’era quando era necessario essere presenti (Al mare,come per il referendum dei quattro quesiti_legge 40 ecc.) ,quando era necessario cambiare pensiero,essere più semplicemente umani ….il morso del lupo…abbiamo questo governo perchè giustifichiamo gli scorretti,i ruffiani ,gli irresponsabili,i mafiosi di sinistra..e molti di loro scendono nei cortei nelle fiaccolate,e continuano a pensare di fottere il prossimo,per una presunta bontà attribuibile per le parole “Io sono di sinistra e Berlusconi è il mostro” . E’ necessaria una bella doccia,strusciarsi fortemente le mani prima di parlare….non cambia niente..e le conseguenze le scontiamo tutti.Perchè Fassino,D’Alema,Veltroni non se ne stanno a casa e lasciano il posto a persone più vere e più credibili che senz’altro ci sono? Potrebbero partecipare poi “All’isola dei famosi” come fa ex-onorevole Luxuria. “Il cuore a sinistra” ? Forse fra un pò ,per ora è presunzione e alibi di tanti….il cuore batte in situazioni spicciole, nelle passioni di tutti i giorni,senza clamore,ma che conquista momento per momento,giorno dopo giorno la fiducia degli altri e fa crescere la forza. Inutile parlar bene e razzolare male..mettere la neve tra me e chi mi sta vicino e spendere parole e parole …..pacifisti che uccidono gli altri non con il fucilee,ma con pasticche d’ectasty.

 

 

Guest            

Inviato il: 16 Oct 2008, 09:40 AM

Mi auguro che i politici e i sindacati della sinistra non strumentalizzino questo ritorno in piazza della gente solo per una lucida e fredda riconquista di voti e di consenso senza una irrazionale traformazione. E’ necessario che la gente dimostri di avere un pensiero proprio e rifiuti di essere usata affinchè “.. tutto cambi perchè tutto rimanga uguale”..è anche l momento per una spinta nuova verso iddee e persone nuove,vere,umane. Penso che solo di fronte a questi segnali i furboni della politica e dei sindacati possono scegliere o di abbandonare il campo per persone più valide o decidere di trasformarsi. Personalmente ,per molti di essi,sia a livello locale che nazionale,sarebbe meglio la prima ipotesi.

 

 

Guest            

Inviato il: 19 Oct 2008, 09:20 PM

Bravi i ragazzi di Firenze che sono scesi in piazza affermando di aver fatto utto da soli,rifitando di essere strumentalizzati tanto meno di essere nelle mani di burattinai. Bravi e forza !!

 

 

Guest            

Inviato il: 21 Oct 2008, 08:55 PM

Domenica sera Fabio Fazio a “Che tempo fa” ha intervistato Veltroni,sottolineando questo suo francescano desiderio di “samaritano” in Africa ,ma lo ha sottilmente provocato sugli introiti dei diritti d’autore (non ricordo per quale pubblicazione) necessari per contribuire a far studiare sua figlia in America e si è soffermato csul suo acquisto di casa a New York. C’è schizofrenia,mi domando? C’è presa di giro verso il popolo della sinistra e verso quei giovani che lottano qui ,nelle scuole,nelle università,per il diritto alla loro cultura e al loro futuro? A casa Veltroni!!

 

 

fiore            

Inviato il: 28 Oct 2008, 07:16 PM

Questi ragazzi stanno dimostrando di essere molto migliori di quanto media e statistiche vogliano dimostrare…e anche più creativi ..pensate ai flash-movie che i giovani di Firenze improvvisano con l’intenzione pacifica di suscitare l’attenzione della gente sulla questione scuola e non solo…sulla loro capacità di autofinanziarsi con le paghette nei bisogni durante le loro iniziative di protesta..sui messaggi che danno alla politica affermando di non voler essere strumentalizzati e stimolare così un approccio più vasto e irrazionale delle proteste…che dire.. un augurio (anche se poi ci sarà tanto da fare) di un esito positivo di queste pacifiche battaglie(che non li devono vedere soli..non li dobbiamo lasciare soli..)forte ,forte.

 

 

fiore            

Inviato il: 9 Nov 2008, 11:21 PM

Cosa si può fare per non rimanere semplici spettatori passivi di un’onda e contro parole assurde come quelle di Cossiga? Per contribuire a sostenere un movimento che ha dato una prova di coraggio,di contributo enorme al cambiamento ,alla voglia di nuovo e meglio ,contro tutto ciò che,non solo relativo all’isrtuzione, poteva diventare veramente duro e meschino?

 

 

fiore            

Inviato il: 26 Feb 2009, 10:08 PM

E’,semplicemente tutto “ineluttabile”?

 

 

fiore            

Inviato il: 9 Mar 2009, 08:46 PM

Monologo..non accetterò mai l’ineluttabilità delle cose,degli atteggiamenti e delle persone,nè il colore viola nella moda,nè chi continua a fare il furbo,gli invidiosi,gli scorretti,i manipolatori,i ruffiani ,chi ha distorto una posizione di sinistra solo per invidia sociale,senza spirito di collettvità ed di bellezza nell’impegno e coloro che sono assenti,che ti vogliono sola così è più facile farti affondare,che ti tolgono acqua così non puoi fare passi avanti per la tua vita,i vigliacchi e gli opportunisti che sono più colpevoli dei violenti e in qualche modo complici nel delinquere..non accetterò mai che un sistema poco coraggioso li lasci agire impuniti.

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Forum di Senza Ragione

Abolire il T.S.O., Petizione per abolire il T.S.O.

Christian Brogi            

Inviato il: 23 Jun 2008, 11:17 AM

Il T.S.O. è il trattamento sanitario obbligatorio strumento di coercizione psichiatrica applicato a persone che NON hanno commesso reati.

Si basa su denunce di chiunque ha interesse a far sparire persone fastidiose.

Le denunce vengono fatte a personale psichiatrico e deliberate dal sindaco in quanto responsabile sanitario del territorio, in un secondo momento viene convalidato dal giudice tutelare.

I sindaci hanno responsabilità giuridica sull’atto del trattamento sanitario obbligatorio.

La coercizione è bandita dalla costituzione italiana ed è una forma di tortura che trova applicazione con escamotage medico. In nessun altro ambito nè medico nè giuridico è legittima la coercizione fisica.

La truffa psichiatrica autorizza la violazione del principio fondamentale di libertà di espressione personale.

petizione contro il TSO

Ovviamente l’abolizione di questo strumento, non significa lasciare in balia di se stesse le persone sofferenti, và sostituito con altri strumenti, quali il dialogo, l’affrontare le ragioni per cui un individuo adotta modi così estremi e particolari di comunicare all’esterno il proprio dolore. Chi utilizza metafore espressive come il dire “io sono Napoleone” non merita di essere legato, portato via, sedato e dimenticato in un reparto, ma dovrebbe essere ascoltato e creduto, non etichettato come “malato di mente”. da quel momento infatti la sua situazione è destinata a peggiorare sempre più, dato che tutto ciò che dirà sarà interpretato come delirio o malattia.

La petizione è stata scritta da Christian Brogi e supportata dal telefono viola di Bologna.

 

 

Alogon            

Inviato il: 24 Jun 2008, 10:45 AM

La discussione verte sulla pericolosità del paziente psichiatrico.In molti casi la pericolosità è sopravvalutata ed il comportamento violento deriva da un approccio sbagliato. In altri, come nella schizofrenia che purtroppo non viene riconosciuta e diagnosticata, ci si può trovare di fronte a persone che possono uccidere freddamente e reiteramente. Se ci rendiamo conto che qualcuno può uccidere lo lasciamo tranquillo in circolazione ed aspettiamo che delinqua per poi metterlo in carcere? L’uso del TSO non è comunque facilissimo esistendo anche delle forti limitazioni temporali. Personalmente nella mia lunga pratica professionale, non ho mai fatto ricorso al TSO pur trattando talora pazienti con gravi patologie.

Dobbiamo abolire ogni forma di contenimento non tenendo conto oltre la schizofrenia di situazioni acute deliranti, crepuscolari, allucinatorie, che comportano disorientamento, smarrimento ed un pericolo per sè e per gli altri?

La malattia mentale esiste, non è un’invenzione dei sindaci, dei carabinieri e neppure degli psichiatri.

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 26 Jun 2008, 10:12 PM

C’è su internet un sito di un’associazione di antipsichiatria dal nome “Senza ragione”..mi scusino gli antipsichiatri,ma tutto ciò denota poca originalità,se non il tentativo,pur in buona fede ,di confondere un pò le acque. Inviterei chiunque volesse acquisire qualche conoscenza in più,a leggere l’ultimo articolo di Massimo Fagioli su Left dal titolo “Alienazione”.

 

 

Alogon            

Inviato il: 27 Jun 2008, 02:33 PM

certo posteriore di qualche anno rispetto al nostro

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 27 Jun 2008, 03:23 PM

..e ,ci tengo a sottolineare ,che è l’originale e con contenuti molto diversi e speciali (permettetemi un pò d’amore!).

 

 

Guest            

Inviato il: 6 Jan 2009, 06:55 PM

Premetto che non sono uno psichiatra, ma lavoro in prima linea sul territorio e più di una volta sono stato “mandato” su pazienti psichiatrici o in situazioni anche violente e vi assicuro che non è facile essere da soli e decidere cosa fare in strada e quindi in ambiente “poco protetto” e personalmente ho rischiato anche una coltellata, un altro collega le ha prese ed è finito in ospedale con un bel trauma cranico. Alcune volte, quindi, l’uso della forza si rende necessario, la forza pubblica va chiamata ed il TSO/ASO, l’unico strumento attuale se pur inadeguato che il sistema ci fornisce, va attuato per poter allontanare il paziente dalla situazione in cui l’abbiamo trovato e, spesso, dalle persone che lo circondano. Altre volte, purtroppo, anche se si riconosce che il paziente non è poi così pericoloso per se stesso o gli altri, il TSO si attua, in un certo senso, per pararsi il sedere perchè se io dichiaro che quel paziente è solo depresso e può stare tranquillamente a casa, se finisce su un coltello o sotto ad una macchina, è me che vengono a cercare e m’imputeranno innanzitutto il fatto di non aver interpellato uno psichiatra, quindi si fa per il cosiddetto e sempre più presente “problema medico-legale”. Il problema secondo me non è tanto il TSO ma il sistema e la struttura che viene dopo o prima del TSO. Io pur riconoscendone la completa inutilità, alcune volte, e per fortuna sono state rarissime solo due in due anni, non ho altre alternative, gli psichiatri non ti aiutano sul territorio nella fase “dell’emergenza” e anche quando, con le buone o con le cattive, riesco a caricare il paziente sull’ambulanza e arrivo al Pronto Soccorso mi prende lo sconforto per le persone che trovo li ad attendermi. Almeno, mi dico, starà qui buono e al caldo finchè la fase di acuzie non sarà passata.

 

 

Alogon            

Inviato il: 7 Jan 2009, 02:54 PM

Il tema della pericolosità è legato a quello della diagnosi: le relazioni fra i due termini sono materia molto controversa.

Chi vede nella pericolosità solo un fenomeno reattivo e chi invece lo lega al delirio od alla allucinazione indipendentemente da situazioni scatenanti.

Credo che in presenza di un pensiero delirante, deducibile anche da conportamenti come per es. lo stalking l( persecuzione sistematica tramite telefono legata ad ingiurie o minacce perseguibili penalmente) o similia bisogna essere molto cauti. Bisogna tenere presente comunque che non esistono criteri univoci per prevedere il rischio di acting out psicotico salvo la valutazione dei contenuti ideativi o più in generale della personalità in termini di fragilità delle difese, natura delle identificazioni, contesto relazionale ecc. Mi rendo conto che non è molto. Ma è quanto realisticamente ci si può attendere.

A livello pratico purtroppo si tende sempre ad esagerare il rischio per ragioni puramente razionali. Personalmente ho avuto a che fare con pazienti psicotici molto gravi anche in fasi acute: ciò che ho imparato e che è fondamentale l’atteggiamento del medico, lil suo coraggio e la capacità di valutare le reali intenzioni della persona che si ha di fronte.

Da tenere in mente : nelle situazioni di gruppo la gestione degli acting out ò molto complicata per il sovrapporsi delle “intenzioni” e per la difficoltà ad individuare immediatamente chi spinge chi a fare che cosa.

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 9 Jan 2009, 10:24 PM

Qui si parla di situazioni di gruppo di psicoterapia ma,pur in maniera diversa,le stesse dinamiche possono riscontrarsi in gruppi di differente carattere (di la voro,familiari,ecc.) dove si percepiscono pulsioni o atteggiamenti distruttivi,pur non entrando nel campo della patologia vera e propria,ma dove qualcuno poi sconta il malessere? Mi riferisco alle parole di Alogon:”Nelle situazioni di gruppo la gestione degli acing out è molto complicata per il sovrapporsi di INTENZIONI e per le difficoltà ad individuare immediatamente chi spinge chi a fare qualcosa “

 

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jan 2009, 12:14 AM

sono d’accordo. Più grande è il gruppo e più è difficile ricostruire la trama complessa delle influenze reciproche che si sommano spesso in modo vettoriale ed imprevedibile. La paura della folla ha questa origine? sarebbe un tema di ricerca interessante con molti riferimenti letterari a partire dall’ottocento.

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 10 Jan 2009, 02:27 PM

E’ l’irrazionale individuale che,dopo lo stimolo che hai dato ,si attiva nella ricerca ,nella scelta e nell’analisi dei testi o ritieni che puoi consigliarci qualche testo in particolare? Grazie.

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jan 2009, 03:56 PM

Nel mio libro Gli angeli ribelli c’è tutta l’analisi critica della psicologia della folla con relativi riferimenti letterari. Pro domo mea.

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 24 Jan 2009, 03:03 PM

Importante la trasformazione personale che si attua nella psicoterapia,ma quella sociale come può avvenire? La prima è possibile per situazioni di scelta culturale e di consapevolezza ,per circostanze fortunate ,tra le quali non escludo la conoscenza di un nuovo modo di fare psichiatria e di conseguenza psicoterapia,la vicinanza ai luoghi del setting,il tempo a disposizione e perchè no ,anche una certa tranquillità economica..con quali modalità la trasformazione sociale? La copertina di Left e gli articoli in esso contenuti nel numero precedente il Natale parlavano di psicosi collettiva e di centri di salute mentale in emergenza,ad esempio.Non è che c’è in giro poi tanta sanità mentale anche in altri periodi,perlomeno in certi ambienti o luoghi .E neppure la scuola si salva.

 

 

Guest            

Inviato il: 24 Jan 2009, 03:23 PM

Quando una persona ha avuto un T.S.O. ,una volta dimessa,quanta possibilità ha di essere curata ? Ancora ..le previsioni di una possibile crisi economico-sociale (non ancora adeguatamente avvertita dai più) sono anche previsioni di un disagio mentale che potrebbe aumentare,anche per dinamiche di rapporto più violente?Quali i rimedi?

 

 

Guest            

Inviato il: 30 Jan 2009, 09:38 PM

Chissà come vanno le cose..che proprio a Siena V. Sgarbi organizzi una mostra come “Arte ,genio,follia”,in una città che ha tano di nuovo e buono in questo campo.Nessun profeta in patria.Una negazione incoscia o meglio un attacco vero e proprio consapevole o inconsapevole?

 

 

Alogon            

Inviato il: 30 Jan 2009, 11:35 PM

un riconoscimento. Il comune di Siena diffonde atttraversp la rassegna stampa l’articolo di Simona Maggiorelli su Left

copyright domenico fargnoli

 

 

 

Guest            

Inviato il: 2 Feb 2009, 09:26 PM

Bravo il Comune,ma come mai quest’interesse di Sgarbi proprio a SIena?

 

 

Guest

Inviato il: 2 Feb 2009, 09:35 PM

Un apprezzamento forte anche al Provveditorato di Siena che all’esterno sulla piazza antistante l’ngresso,ha posto qualche anno fa l’opera di Franca Marini “Nascita con colore”…..scuola sulla quale riflettere e lavorare,patologie psichiatriche in aumento nel personale più che in quello operaio e impiegatizio in generale(statistiche alla mano).

 

 

Guest            

Inviato il: 3 Feb 2009, 05:38 PM

Caro Alogon,per diversi giorni ho avuto davanti a me l’immagine di un bambino (nel primo anno di vita) che rideva,sai quei sorrsi disarmanti,quelli che sprizzano una gioia così particolare,quella felicità di essere al mondo..poi ho sognato di telefonare e sentivo dal filo del telefono in sottofondo il suono ,la voce di un bambino piccolo,in questi anni eri diventato nonno..una nascita in casa..

 

 

Fiore *omonimia*            

Inviato il: 12 Feb 2009, 04:21 PM

Sono sempre meno sbalordita,ma piacevolmente consapevole di come avvengono certe cose..il filo continua ad allungarsi..avere le spalle larghe ,forza nelle braccia,aiuta se si vuole andare in barca a vela,soprattutto quando si vuole tirare con forza le corde,o meglio le scotte,per far lavorare meglio le vele ,randa e fiocco, sotto l’azione del vento,tanto più se si vuole insegnare agli altri questo tipo di navigazione. Semplicemente,inconsapevolmente “Grazie”.

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Forum di Senza Ragione

Il silenzio delle immagini. 2007

Video del 17-11- 2007 Firenze

Alogon            

Inviato il: 18 Nov 2007, 08:34 PM

il video il silenzio delle immagini è visibile su You tube (sempre che riusciate a trovarlo)

Il silenzio delle immagini

(username) fargnolid

URL=http://it.youtube.com/fargnolid

copyright domenico fargnoli

 

fiore *omonimia*

Inviato il: 23 Nov 2007, 09:42 PM

Stamattina un conoscente parlando di preistoria affermava che le pitture rupestri erano un modo di comunicare esperienze vissute o progetti di esse da parte dell’uomo preistorico nel quale il linguaggio verbale non era sviluppato. Iei ho visto il video “Il silenzio delle immagini” in un internet point (la cosa carina è stata che,mentre guardavo le immagini,una giovane straniera,dalla sua postazione si affacciava discretamente verso la mia, incuriosita da ciò che scorreva sul mio video)….il silenzio delle immagini…escluso il fatto che il video quasi per intero presenta una “base sonora”,meno che le immagini finali,mare giallo nel quale navigano macchie,scie rosse (che pace!)..il significato del titolo del video allude ad una comunicazione non verbale,primo anno di vita,linguaggio muto dell’uomo preistorico nel momento in cui il pensiero ha assunto un contenuto più complesso?

Alogon            

Inviato il: 24 Nov 2007, 01:53 AM

Sono stato a Chauvet (Francia, Ardeche) il più grande ritrovamento preistorico di immagini conosciuto: 32000 anni fa. Nessun gruppo umano avrebbe potuto creare una rappresentazione così complessa senza uno scambio verbale data la complessità della tecnica impiegata e la varietà dei materia.i.

Quindi forse l’immagine delle figurazioni rupestri corrisponde, come minimo, alla possibilità di uno scambio verbale….

copyright domenico fargnoli

fiore            

Inviato il: 28 Nov 2007, 10:29 PM

..cosa vuol dire essere sani in un mondo così difficile?

Alogon            

Inviato il: 29 Nov 2007, 05:52 PM

su You tube video promo

mettere nel motore di ricerca del sito “La perla tra le labbra” con le virgolette

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 2 Dec 2007, 11:09 AM

Un commento al video Promo “La perla tra le labbra” che per il momento non sono riuscito a pubblicare su Yout tube

“…un passato mai vissuto entra in una vita che non sembra tua””

Il passato è anche ciò che non è stato mai coscientemente vissuto e che quando emerge ci dà la sensazione del rapporto con lo sconosciuto. Allora il senso della vita cambia e l’immagine di sè e del proprio rapporto con gli altri si trasforma. Nel passaggio fra ciò che eri e ciò che sei

c’è, in apparenza, come una sorta di estraneamento ma che in verità è solo sorpresa per qualcosa che assume una forma inaspettata: è una realizzazione del pensiero e dell’essere mentre il passato, che non è ricordo e il presente, che è anche coscienza si fondono insieme.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 3 Dec 2007, 06:18 PM

….e allora ogni giorno si può aprire una porta nuova?

“ ..difetti di comprensione ..dei diritti propri ed altrui…le buone intenzioni poggiano su parole vuote..”

L’emozione che crea il video è vissuta a pelle……immmagini di bellezza che contrastano con la realtà ,ma che fanno intravedere un “buono” possibile. Fare solo i complimenti a tutti voi è veramente molto poco…

fior           

Inviato il: 6 Dec 2007, 11:37 AM

Riporto alcuni passi dal libro “L’inconoscibile” di Massimo Fagioli.

“Cioè la reazione della specie umana non si limita alla formazione della mente,non è una reazione come quella animale o vegetale,ma ha un qualcosa in più che è il pensiero.Tutti hanno sempre detto che il pensiero inizia a tre anni di vita,per non dire a sette o a quattordici,con la ragione e il linguaggio verbale,ma se invece iniziasse prima dlla verbalizzazione,della capacità di articolare la parola con la bocca e di scrivere mediante la mano?Nelle caverne noi troviamo un sacco di splendide figure di cavalli ,di donne stilizzate,sembra arte moderna,ma non si trova mai una scrittura.Quindi sembra che gli uomini primitivi il pensiero verbale non ce l’abbiano avuto; avevano le immagini:da Porto Badisco alla Spagna potete vedere tutte le immagini che volete,anche molto belle,sulle rocce,ma mai una scrittura,come se la scrittura fosse venuta dopo.E allora ecco che ci deve essere qualche cosa,a partire dalla mente,che non credo sia comune all’uomo e all’animale.Voi mi potreste dire che fino al linguaggio articolato,fino ad un anno e mezzo,due anni di vita,le emozione e tutto il resto sono uguali anche negli animali.E invece no,perchè gli animali non fanno sculture,non dipingono,e non fanno nemmeno musica (le gru ballano,però stranamente senza la musica!),quindi evidentemente anche questa realtà preverbale,averbale,fuori dal linguaggio articolato,non è uguale negli animali e nell’uomo.”

fiore *omonimia*            

Inviato il: 9 Dec 2007, 08:29 PM

Per chi volesse verificare, può leggere la pagina 32 del libro citato.

Standard
Forum di Senza Ragione

Dal dipinto all’immagine, arti visive

Alogon            

Inviato il: 13 Sep 2007, 01:09 PM

Nel settore novità ci sono nuovi video-

Buona visione e discussione

copyright domenico fargnoli

 

 

aissa            

Inviato il: 23 Sep 2007, 01:55 PM

E dunque tre video.. Mi secca molto dover ammettere ancora una volta la mia difficoltà difronte alla creatività di qualcuno. Però questa è al verità, e la verità adesso è l’unica cosa che mi importa. Potrei quindi dire che non ho capito i contenuti, e forse è anche un po’ vero. certo quello che più mi è piaciuto è “arti visive”, con quei volti di donna che piano piano si svelano. “Waste” è quello più sentito, forse per questa idea di riscattare da un destino di abbandono ciò che sembra ormai inutile, trasformandolo in una nuova possibilità. Quello che forse mi è più difficile seguire è “Dal dipinto all’immagine”, con quella sua continua…non so nemmeno come chiamarla.. amplificazione del colore…Ma dal momento che è, appunto , la verità quella che mi importa, credo che tutta la mia difficoltà sia legata al fatto di non voler riconoscere l’essere umano che sta dietro a questi lavori. Non riesco a prendere rapporto con l’idea cha questo è il frutto di un lavoro di esseri umani che ci hanno investito tempo, ricerca ed esperienza, affetti soprattutto. Con il”fatto” materiale davvero credo che uno sforzo in più mi basterebbe per capire, la mia stupidità è fatta di altro. E’ il non voler accettare che un essere umano possa davvero avere vitalità fino al punto di essere creativo. e in questa non accettazione si lega anche il negare, all’altro e soprattutto a me stessa, la possibilità di un rapporto uomo donna che definisca l’immagine, e consenta l’atto creativo e la realizzazione. Penso che questo sia il grande scontro, il tema centrale di anni di ricerca, cioè riuscire finalmente a riconoscere che l’atro è, senza dover svuotare di contenuto umano tutte le cose belle, perchè è l’unico modo conosciuto di prendervi rapporto. Questa credo sia la verità, almeno per come io vivo queste realizzazioni altrui, ma so anche che cimentarsi in un rapporto dove l’altro è capace di essere creativo, e quindi affettivo, è l’unico modo per affrontare il problema. Perchè poi l’affettività dell’altro sia capace di mettere in crisi fino a questo punto io non so spiegarlo….

عائشةAisha

 

 

Alogon            

Inviato il: 24 Sep 2007, 10:49 AM

Grazie per gli apprezzamenti.Spero solo di essere all’altezza di tutti gli importanti appuntamenti che mi attendono

 

Installazione video al teatro Florida dal 27 09

Mostra e videoinstallazioni alla Biblioteca Nazionale di Firenze dal 27 10

Performance con il coregrafo Ferrone Al Festival della creatività Fortezza da basso il 28 10

Spettacoli teatrali al teatro Florida i primi di Novembre

 

Ho il sospetto che la qualità dei video inseriti sia, per ragioni tecniche molto lontana da quella originale.

Credo non si possa fare diversamente comunque mi informerò

copyright domenico fargnoli

 

 

fiore *omonimia*            

Inviato il: 27 Sep 2007, 03:09 PM

Vorrei comprendere il significato profondo di “da dipinto all’immagine”..se non ho capito male i dipinti di Fargnoli sono le rappresentazioni,le immagini elaborate nel lavoro con i gruppi,l’artista fa il dipinto dall’immagine da psichiatra (ho capito bene?).Il contrario è rivolto all’immagine che può essere suscitata dalla visione del dipinto in coloro che la guardano ? Oggi ho potuto vedere finalmente i video.Mi ha colpito anche la musica di sottofondo piuttosto inquietante..stanotte pur non sapendo niente del tema di “Waste”,la parte di un sogno mi ha turbato con l’immagine della parola “catastrofe”che si evidenziava nel mobiletto di cucina proprio dove meto materiale di pronto uso che riciclo (giornali,straccetti,ecc.)..non è stata ieri una bella giornata…forse l’inconscio già preannunciava il tema dei video (Waste in particolare)..anche se il tema della catastofe annunciata sembra un tema scontato coscientemente, la mia attenzione è caduta sulle parole “rifiuto”,”riciclaggio”,trasformazione”……un pò come il tema della “sordità” in “La perla tra le labbra”. Catastrofe-rienro dolce dell’umanità-quali speranza in questi lumi di luna?

 

 

Alogon            

Inviato il: 29 Sep 2007, 09:25 AM

Dal dipinto all’immagine è una rielaborazione dei dipinti della pittrice Franca Marini.

Direttamente i gruppi e la psichiatria non c’entrano niente.

Indirettamente forse ma il discorso sarebbe complesso.

Quanto a Waste qualunque telegiornale è più catastrofico di questo video che forse parla della necessità di riaffermare inannzitutto una ecologia della mente, parla di un pensiero e dei suoi rifiuti che navigano sul Web.

Forse l’nquinamento è originariamente un evento psichico, il risultato di una alterazione nel rapporto con la realtà…

copyright domenico fargnoli

 

 

Fiore *omonimia*            

Inviato il: 29 Sep 2007, 12:03 PM

Sono d’accordo nell’affermazione che “qualunque telegiornale è più catastrofico di questo video”,non volevo affermare questo,anzi mi sono resa conto subito dopo di aver inviato l’ultimo messaggio che avevo scritto che” Il tema del video era la catastrofe… “non era il mio reale pensiero anche perchè la visione del video non mi ha fatto star male,come se qualcosa finalmente venisse affrontato,in altri ambiti che non sono quelli che passano dai tradizionali canali che sempre di più ci parlano degli aspetti coscienti del problema (si può dire così?).Sulla speranza della quale cercavo risposta,forse perchè vorrei veder cambiare le cose in fretta,già il fatto che il video “parli” e ci sia una ricerca è già una speranza .. sottilmente capisco che è un approccio tanto più diverso dagli altri..nel quotidiano,nel nostro piccolo,possiamo già invitare gli altri “a vedere il mondo con occhi nuovi”,dopo il messaggio del video?

Nell’occasione vi mando l’augurio di una “buona navigazione “ per gli impegni di questo periodo.

 

 

fiore            

Inviato il: 21 Oct 2007, 07:01 PM

Che sorpresa alle pagine 74,75,76,76 dell’ultimo numero di Left!!

“Le nuove vie della creatività” di Domenico Fargnoli-A Firenze dal 25 ottobre,al via la grande kermesse mediatica dedicata ai nuovi linguaggi e all’avanguardia digitale.Cercando nuove strade ,fuori dal deserto dell’arte contemporanea._

Ieri, 20 ottobre alla manifestazione di Roma,circa un milione di persone!!

..grandioso,anche se i media non hanno dato poca risonanza all’evento.

 

 

Alogon            

Inviato il: 21 Oct 2007, 08:41 PM

grazie fiore. Alla manifestazione è stata fatta una grande promozione di Left e lo stesso avverrà al Festival della creatività dove verrranno distribuite gratuitamente un numero considerevole di copie.

copyright domenico fargnoli

 

 

 

Guest            

Inviato il: 22 Oct 2007, 06:09 PM

Se ho capito bene si può essere creativi anche senza essere artisti ma non è detto che un artista sia creativo e la creatività è qualcosa di interno legato all’identità e quindi alla sanità, mentre l’arte può anche essere espressione di malattia mentale…Vorrei approfondire il concetto di certezza dell’identità in quanto collegato alla creatività…concetto potente che chiude con grande efficacia l’articolo pubblicato sull’ultimo numero di left a proposito del festival della creatività…

 

 

Guest            

Inviato il: 22 Oct 2007, 08:36 PM

Con riferimento all’articolo su Left:la scoperta,la comprensione di cosa accade nella mente di un artista (o di uno scienziato) quando crea, quali porte aprirebbe,o meglio, avrebbe una valenza simile ,nel proprio ambito,a quello che ha avuto la scoperta dell’istinto di morte (o meglio,della fantasia di sparizione) di Massimo Fagioli? Quali ripercussioni anche nella dimensione collettiva? Tasselli colorati di un mosaico che sono già in tasca e che aspettano solo di essere tirati fuori e assemblati?

 

 

Alogon            

Inviato il: 24 Oct 2007, 06:08 PM

“Con riferimento all’articolo su Left:la scoperta,la comprensione di cosa accade nella mente di un artista (o di uno scienziato) quando crea, quali porte aprirebbe,o meglio, avrebbe una valenza simile ,nel proprio ambito,a quello che ha avuto la scoperta dell’istinto di morte (o meglio,della fantasia di sparizione) di Massimo Fagioli? Quali ripercussioni anche nella dimensione collettiva? Tasselli colorati di un mosaico che sono già in tasca e che aspettano solo di essere tirati fuori e assemblati?”

Non capisco bene il senso della domanda…quanto poi ai tasselli colorati che sono già in tasca e aspettano solo di essere tirati fuori sinceramente è qualcosa che non mi appartiene.

Non so forse potrebbe essere utile un chiarimento ulteriore.

copyright domenico fargnoli

 

 

fiore *omonimia*            

Inviato il: 26 Oct 2007, 03:47 PM

Biblioteca Nazionale di Firenze

27 ottobre-17 novembre 2007

Ministero per i beni e le attività cultural,Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e

l’Associazione Culturale Senza Ragione

in collaborazione con il Comune di Firenze

presentano

 

ARTE SENZA MEMORIA

pittura,scultura e videoinstallazioni

a cura dell’Associazione culturale Senza Ragione

con il contributo di Domenico Fargnoli

 

 

fiore            

Inviato il: 26 Oct 2007, 03:53 PM

La mostra sarà inaugurata SABATO 27 OTTOBRE 2007, ore 11

ORARIO: lun./ven. 10-12.30–15-18 /sab. 10-12.30 INGRESSO LIBERO

Standard
Forum di Senza Ragione

I risultati della psicoterapia. Il rifiuto del nihilismo terapeutico

Alogon            

Inviato il: 30 May 2007, 11:20 AM

Quello di come valutare i risultati di una psicoterapia è da sempre un tema quanto mai controverso.

Vorrei sapere dai lettori di questo forum cosa ne pensano in proposito. Mi astengo dal proporre inizialmente il mio punto di vista per non influenzare l’andamento della discussione….potrebbe essere importante in questo momento esprimere, senza indulgere nella descrizione di fatti, il succo della propria esperienza. C’è chi inneggia al nichilismo od al trionfalismo terapeutico con argomentazioni che vogliono persuadere. Esiste fra questi due estremi, che rischiano di essere entrambi falsi, un ambito intermedio che rappresenti il lavoro di chi, faticosamente, cerca la strada della trasformazione? Ringrazio preliminarmente tutti coloro che vorranno intervenire.

copyright domenico fargnoli

mary            

Inviato il: 31 May 2007, 09:06 AM

Il nocciolo della mia cura è stato all’inizio cedere e riconoscere la mia malattia, lasciare perdere le mie fissazione per permettere a te di fare una vera e propria operzione chirurgica e togliere il nucleo psicotico. Solo attraverso il rapporto umano con te e poi anche con il gruppo sono poi riuscita ad affrontare una vita tutta in salita con problematiche grosse rimanendo attaccata alla realtà, senza più tante paure e intravvedendo sempre una possibilità. E’ stato un lavoro che si è svolto senza grandi sforzi senza voler strafare con tanti momenti di attesa più o meno lunghi, ma senza cadere nella passività totale. Ho cercato di muovermi in base anche solo di piccole sfumature. Mi sembra di aver fatto mezzo giro di trasfomazione. ora per fare un giro completo sento parlare di …. senza memoria, regressione lasciarsi andare, immagine interna e cosi via.

Tutto ciò per arrivare a rapporti umani sempre piu reali affettivi e concreti, realizzarsi e anche per godersi la vita.

Spero di riusirci comunque continuo volentieri con un po di paura ma senza tanta fatica.

Alogon            

Inviato il: 31 May 2007, 11:52 AM

Ringrazio l’ospite che è intervenuta precedentemente per aver voluto dare un suo contributo che apprezzo e rispetto. Il suo intervento mi dà comunque lo spunto per pormi alcune domande.

Il risultato di una psicoterapia è valutabile in base alla convinzione soggettiva di stare meglio di prima?

Ma, facendo l’avvocato del diavolo, tale convinzione non potrebbe essere mera suggestione od un voler rispondere, più o meno consapevolmente alle aspettative del terapeuta o del gruppo?

Detto in altri termini non cerco solo conferme della mia capacità terapeutica in un forum, ma vorrei indagare come si possa accertare il miglioramento e la guarigione anche non seguendo criteri razionali (test ecc.)

A volte c’è la sensazione soggettiva di stare peggio mentre invece c’è un progresso della cura.

Penso che la questione sia molto complicata….ma per questo interessante.

copyright domenico fargnoli

Plumcake            

Inviato il: 31 May 2007, 11:52 AM

Per me la psicoterapia ha significato capire che c’è una possibilità di rapporto interumano oltre la razionalità, l’utilità. Così mi son sentita libera di vivere i rapporti, nella loro estemporaneità. Inoltre ho capito a cosa non potrei mai rinunciare: i rapporti con le persone più care, il confronto con gli altri. Tutto ciò però è stato possibile solo perchè la prassi costante dello psichiatra, nel gruppo ed all’esterno dimostrava che la realtà degli esseri umani non è quella della malattia e che è possibile realizzarsi in un mondo spesso violento, con la dialettica, senza prevarcazione od oppressione. Per me la soddisfazione di riuscire all’esterno senza aver pensato di essere riuscita contro qualcuno è una conquista.

Alogon            

Inviato il: 31 May 2007, 12:11 PM

molto carino…ecco Plumcake è credibile perchè è capace di formulare ed esprimere un’dea ed un pensiero personale. Forse il miglioramento e la guarigione sta in un diverso funzionamento del pensiero?

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 31 May 2007, 03:29 PM

Vorrei aggiungere un altro tema che credo collegato a questa discussione, vale a dire quello dei tempi della psicoterapia. Saluti.

Elleffe            

Inviato il: 31 May 2007, 06:53 PM

che dire…

forse anche rispondere a questo invito è una piccola testimonianza di guarigione? non so, so solo quanto sia difficoltoso, e mi piacerebbe poterne parlare davvero “senza ragione”!!! ma questo sembra non essere il mio forte!!!

tuttavia, ci provo.

sento che una grande differenza rispetto al periodo più difficile della malattia, è che il percorso terapeutico ha dotato di significato situazioni e stati d’animo che prima ne erano privi. mi ha tirato fuori da una nebbia che mi circondava e rendeva tutto uguale a tutto, ovattando le sensazioni.

quindi forse mi ha anche donato la capacità di provare un dolore reale, talvolta intenso, ma non più quel fastidio slegato da tutto e privo di senso del passato.

è una tensione verso il futuro, invece che un continuo guardare al passato con nostalgia o rimpianto.

è guadagnare la forza per resistere agli attacchi senza usare analoga violenza, come peraltro, anche in altri “forum”, qualcuno ci dimostra continuamente.

mary            

Inviato il: 1 Jun 2007, 10:14 AM

e vero, in qualche modo con il mio intervento avrei voluto che tutto fosse già quasi sistemato a priori per il meglio, in pratica ho preso una scorciatoia. Ci sono sicuramente dei punti di verita’ , ma l’insieme prende una piega di falsita’ perche non mi riesce rimanere nell’interno, nella conflittualita’ del rapporto. E’ stato un po

come voler prendere una pillola cosi poi passa tutto, invece e’ proprio solo tramite un vero confronto che si puo arrivare ad un risultato, possibilmente un confronto affettivo e non troppo razionale. Ci riprovero’ un altra volta.

Guest            

Inviato il: 1 Jun 2007, 03:39 PM

Non è facile avere qualcosa da dire, ma con simili inviti certamente non sarebbe neanche giusto tirqrsi indietro . L’importante è riuscire a stare sempre in rapporto, è già tanto per il fatto che già questo sconvolge dalla testa ai piedi e bisogna essere proprio coraggiosi e non soffrire di cuore per esporsi continuamente a questi sconvolgimenti.

Aggiungo – per quanto possa sembrare incredibile – che anche nella nostra civilità tecnologica e nei posti più moderni, non sempre è semplice stabilire connessioni. Non sarà quello un altro paradosso della modernità?

 

Alogon

Inviato il: 1 Jun 2007, 08:12 PM

Il tempo della cura è in funzione della malattia. Fermo restando che in ogni cura è necessario fare una ricerca perchè non esiste una “cura” a priori, come un protocollo applicabile indistintamente a tutti. Malattia acuta? Cronicizzata?

E poi la diagnosi: per le caratterialità schizoidi o paranoidi ,per es. i tempi sono lunghissimi ecc.

Mi sembra che negli interventi ci sia un’idea che il progresso della cura sia anche un progresso nella comprensione e nella consapevolezza di sè.

Ma quand’è che si raggiunge una vera conoscenza?

Forse dobbiamo fare riferimento di nuovo alla trasformazione del modo di pensare.

copyright domenico fargnoli

bice            

Inviato il: 1 Jun 2007, 11:36 PM

C’è da interrogarsi su come la psicoterapia sia capace di sviluppare il pensiero e quindi determinare l’abbandono ed il superamento del vissuto masturbatorio, della coazione a ripetere che può contrassegnare le nostre esistenze.

La trasformazione è il fine ultimo della psicoterapia. Mi sembra di capire che forse la guarigione può coincidere con la trasformazione del pensiero. Ma cercare di comprendere realmente cosa questo significhi non è assolutamente facile…

La mia guarigione me la prefiguro (immagino?), se è lecito farlo, non come il risultato della somma di innumerevoli cambiamenti ma come il passaggio forse inaspettato, improvviso verso un modo di esistere ed essere in rapporto con gli altri completamente diverso.

La lotta e la tensione che questo percorso richiede sono notevoli. La consapevolezza della distanza che mi separa da ciò che ero non riesce ad essere consolatoria né a smorzare l’intensità dell’insoddisfazione (…non so quale altra parola usare) per una non ancora raggiunta trasformazione.

L’averla vista realizzarsi in altri è però ciò che può alimentare la speranza che separarsi completamente dal passato può non essere mera utopia.

E’ forse attraverso la separazione totale dal passato che si può determinare una vera conoscenza e consapevolezza di sé?

clu            

Inviato il: 2 Jun 2007, 08:53 AM

Il mio percorso è così lungo che inserisco qualche pensiero ma avrei bisogno di ..tante puntate e sopratttutto di una risposta che via via mi orienti. Devo premettere una cosa che non riguarda la mia esperienza con il moderatore. Spero non sia fuori luogo parlarne qui.La prima motivazione verso il mondo psichico fu …di conoscenza. Poi anni ed anni di adesione gioiosa a quello che succedeva, ma da spettatrice. Quando ho fatto un movimento autonomo,sono precipitata nella malattia.

Solo in tempi …recenti rispetto ai miei tempi sono approdata ad un gruppo ,e lì ho potuto riconoscere di essere malata io. Dico potuto perchè devi fidarti del terapeuta e sentirti in qualche modo protetta per realizzare internamente la malattia.

Poi ti accorgi quanto sia più comodo restare malati:la sanità richiede un coraggio spaventoso che io non ho ancora.

La cosa più difficile per me è la dialettica,senza precipitare nel vittimismo ma anche senza dire cose poco personali per non correre il rischio di essere denigrata.Per ora non riesco ad andare avanti

Alogon            

Inviato il: 2 Jun 2007, 09:55 AM

 “La sanità richiede un coraggio spaventoso”

Anche in questo caso c’ è la formulazione-espressione di un’idea personale che ci consente di aprire un discorso importante.

Perchè la cosiddetta “sanità” fa paura?

Non è paradossale?

copyright domenico fargnoli

wall            

Inviato il: 2 Jun 2007, 03:36 PM

 “la sanità richiede un coraggio spaventoso”

Mi ha molto colpito questa affermazione e forse vorrei partire da qui per dare il mio contributo. Anche per me, come è già stato detto, la cura rappresenta la possibilità di accesso ad una forma di pensiero nuova, prima inimmaginabile. Attività di pensiero libera dai condizionamenti sociali, dai pregiudizi, dagli schemi precostituiti che in realtà nascondono l’assenza di pensiero. Pensiero legato invece all’immediatezza del sentire del corpo e della pelle. Ma la malattia che altera il pensiero distrugge anche quanto, insieme al pensiero, è specificamente dell’essere umano: gli affetti. Il percorso di cura è allora per me anche un recupero lento e difficilissimo di quegli affetti precocemente e traumaticamente perduti. Ma in questo percorso, affatto lineare, riemerge il dolore profondo e incomprensibile che mi ha fatto impazzire e, nel procedere della cura, sento tutta l’incertezza che il crollo della prigione della malattia determina. Ecco, credo sia questo che rende così “spaventoso” il percorso verso la sanità. Superare questa fase, terribile, di destrutturazione profonda, richiede coraggio, che è soprattutto quello di non perdere mai la speranza, perchè per me il superamento della malattia è innanzitutto definizione di sé, certezza di una propria identità “senza ragione”.

Guest            

Inviato il: 2 Jun 2007, 04:38 PM

Non è affatto paradossale.

Il paradosso vero, casomai, è: quando le persone hanno raggiunto un certo livello di sanità e risolto gran parte delle conflittualità, a prezzo di notevoli sforzi, cosa fanno?

Autocelebrazione?

Cosa rimane da fare, a parte provocare nuove confittualita per poi avere qualcosa di nuovo da risolvere?

Alogon            

Inviato il: 2 Jun 2007, 05:02 PM

Quindi il coraggio sarebbe legato al difficile passaggio della destrutturazione.

Mi sembra un discorso più che plausibile, coerente il quale rivela una conoscenza tutt’altro che superficiale della cura.

Quanto all’autocelebrazione come esito finale essa sarebbe il paradosso di giocarsi la “sanità” su di un contenuto malato. Quindi chi arriva a questo risultato ha fatto finta per anni anzi forse per decenni di curarsi. Inoltre svuota di ogni significato gli affetti di chi si impegna nell’attività terapeutica Quest’ultimo per lui sarebbe solo un imbecille da quattro soldi , un delinquente che infetta la gente per poi somministrare antibiotici.

Come immagine di rapporto terapeutico non c’è male.

copyright domenico fargnoli

Naan            

Inviato il: 2 Jun 2007, 05:32 PM

Forse una possibile spiegazione al paradosso potrebbe essere che, una volta recuperato quanto perso, la rinata capacità di vedere oltre l’apparenza assieme ad una sensibilità ritrovata si è portati inevitavilmente a mettere a fuoco ciò che prima scivolava addosso, sia riguardo al bello che al meno bello, e così si può scoprire che quanto ci circondava non era poi prorio così entusiasmante. E di coraggio ce ne vuole, in quanto il rischio che si corre è di rimanere più o meno soli, che comunque non sarà mai, o mai più, solitudine.

Questo recupero di umanità è un qualcosa che non credo possa essere selettivo, cioè la mia ipotesi è che investe tutto senza eccezioni incluso la psicoterapia. Così, almeno per quanto riguarda la mia storia personale, tutto ciò mi porta a dire che la psicoterapia, una certa psicoterapia, mi ha dato molto, ma, una volta uscita dalla difficoltà estrema, mi sono trovata costretta a dover rifiutare da essa per lo meno altrettanto e questo grazie agli stumenti ottenuti dalla stessa cura o, paradossalmente appunto, non avrei mai potuto assimilare quanto di positivo c’è in tale psicoterapia: sarei rimasta a mezza strada.

Quanto detto può apparire un cane che si morde la coda, è forse è così, in quanto fin a che non si raggiungono determinati traguardi non si aprono gli occhi e fin quanto non si aprono gli occhi non si raggiungono determinati traguardi, però di fatto a me pare proprio così.

Rimane che, alla fine, il regalo più grande che mi possa essere stato fatto è stato quello di poter riavere un pensiero, e quindi per esteso la mente, indipendente.

nyx [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 2 Jun 2007, 05:35 PM

il punto è proprio questo il rendersi conto che più che si va avanti più il percorso è sconosciuto. All’inizio era la malattia che mi costringeva alla psicoterapia, stavo male e avere davanti qualcuno che mi poteva curare era in qualche modo rassicurante. adesso non è più così mi sento molto più responsabile del rapporto.

le crisi ora fanno paura perchè non so mai cosa porteranno con sè perchè stavolta devo farci qualcosa anche io non può più bastare l’atto unilaterale del terapeuta.

Alogon            

Inviato il: 2 Jun 2007, 06:01 PM

Naan dice che cambia il pensiero quindi anche il rapporto con la realtà e pertanto anche con la realtà della cura. Crolla l’idealizzazione però ciò comporta una visione più concreta dei propri obiettivi.

Si apre poi il grande problema della responsabilità rispetto a se stessi, alla propria sanità e malattia, che salvo stituazioni estreme non può essere demandata del tutto al terapeuta.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 2 Jun 2007, 10:07 PM

la “destrutturazione” mi spaventa molto, anche se capisco che forse è un passaggio obbligato. e se sotto avessi un vuoto? e se la prossima fosse una crisi più profonda del solito?

forse il cambiamento del pensiero sta anche nell’acquisire la consapevolezza-certezza che le crisi, da un certo punto in poi, siano sempre evolutive, porte che aprono nuove possibilità di cura.

bisogna avere anche il coraggio di fare la crisi allora, di abbandovarvisi, mi verrebbe da dire.

Alogon            

Inviato il: 2 Jun 2007, 10:59 PM

proposizioni un pò schematiche forse troppo astratte.

che cosa potrebbe significare poi “abbandonarsi alla crisi”?

abbandonarsi alla malattia?

Probabilmente nel senso di non temerla di affrontarla fino in fondo.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 3 Jun 2007, 12:27 AM

Iniziare un percorso di psicoterapia è forse una tra le più importanti scelte fatte da un essere umano. Affidare noi stessi, il nostro vissuto, i nostri rapporti, la nostra vita inconscia, oserei dire il nostro futuro, ad uno psicoterapeuta che in momenti spesso molto difficili e di grande fragilità può aiutarci ad intraprendere la ricerca, “ la strada della trasformazione”, è un atto di grande responsabilità. Sono d’accordo con nyx . Per entrambi, medico e paziente. E’ un rapporto unico, che non trova paragoni nel quotidiano. Il setting è uno e solo quello, il rapporto che si crea in quell’ambito specifico non è né imitabile, né esportabile altrove ed è sconvolgente come tutto ciò che accade ha un senso sempre, oltre le parole, oltre l’ovvio, oltre il manifesto. Lì e solo lì, la cura. E’ davvero complesso valutare i risultati di un esperienza simile soprattutto quando si tratta di noi stessi. E’ interessante però la riflessione che Alogon propone, mi ha costretto a fermarmi e pensare a chi ero e cosa sono, al gruppo, alla teoria. Con certezza so che mi sono avvicinata alla psicoterapia inizialmente per necessità : capire un dolore che pareva incolmabile, che rendeva la mia vita e miei rapporti davvero faticosi. Assurdo ma la strada che perseguivo in quel momento era apparentemente diritta e priva di ostacoli. Ora avviene il processo contrario, la strada è spesso faticosa ma per rapporti decisamente migliori. La necessità si è trasformata in desiderio, questo è un primo cambiamento forse, il bisogno di non stare male, di lenire il dolore è stato sostituito dal desiderio di trasformazione. E la trasformazione è un processo che non ha un termine, una scadenza. Non penso più come prima, non vivo più come prima, non amo più come prima… non è più tutto perfetto come prima. La ricerca porta a vedere e a sentire in modo diverso, a stare dentro i rapporti che viviamo con pulizia e affettività. E quando accade è così potente che ti rendi conto di non poter tornare indietro. Forse per questo fa paura? Mi chiedo è questo il paradosso della sanità? La consapevolezza che come la malattia anche la cura lascia tracce indelebili?

Alogon            

Inviato il: 3 Jun 2007, 10:50 AM

Il desiderio di trasformazione potrebbe essere un’esigenza di creatività anche se con quest’ultima parola creatività rischiamo di rendere tutto più complicato. Guarire potrebbe essere un atto o forse una reazione creativa. Forse ciò che ci spaventa è la solitudine, perchè ciascuno di noi partorisce da solo le idee più vere. Come se gli altri potessero seguirci fino ad un certo punto. Spaventa la consapevolezza del nostro essere irripetibile che ci spinge verso ciò che non avevamo non solo pensato ma neppure mai osato pensare, lontano da certezze a cui molti si aggrappano.

Nella nostra esistenza c’è una soglia oltre la quale compare ciò che è nuovo.

Oltrepassando il limite imposto dal senso comune la nascita va ricreata ogni giorno in modo diverso e quando siamo capaci di immaginare un domani libero dal peso dei ricordi non avremo più abitudini, dipendenza. Non avremo più quel dolore che ci deriva dall’aver permesso noi stessi a qualcuno di ferirci.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 3 Jun 2007, 11:06 AM

Credo di riuscire a seguire questa discussione o, comunque, di riuscire ad associare un’idea ad alcuni dei riferimenti che vi vengono fatti.

Importante è fare i dovuti riconoscimenti, per una cura della dissociazione che esiste per prima volta e molto spesso va contro il senso comune o meno comune. Anche questa è un’attitudine ambivalente perché permettersi di fare un riconoscimento implica di mettersi a un livello di comprensione che non ci compete.

Importante è anche, a monte di come si riesce a “gestirli”, non negare la possibilità stessa di un rapporto, cosa che nell’ambito medico-paziente generalmente non avviene, per convenzione deontologica, e talvolta puo rivelarsi tutt’altro che un punto di dettaglio.

Alogon            

Inviato il: 3 Jun 2007, 11:35 AM

Ciascuno di noi ha un livello di comprensione la quale per il fatto stesso che ce l’ha gli compete.

In questo ambito, discussione di un forum, non formuliamo quei giudizi, che in quanto espressione di competenze tecnico professionali, spettano solo ad alcuni ed in ambiti specifici.

Credo poi che il rispetto del codice deontologico sia necessario ma non sufficiente a “gestire” o meglio a stabilire un rapporto.

copyright domenico fargnoli

aissa            

Inviato il: 5 Jun 2007, 11:16 AM

Cercare di rispondere in modo adeguato alle domande ed agli stimoli di questa discussione mi mette, lo ammetto, un po’ in difficoltà. Certamente riconosco nel problema della destrutturazione un punto focale, almeno per quanto mi riguarda. tutte le volte che c’è una crisi, per quanto sia necessaria al progredire della cura, porta sempre con sè il terrore di scoprirmi “malata come prima”. Ed alla parola malata io forse lego un senso di ineluttabilità (un delirio di incurabilità’) e al termine prima una connotazione desolante: il peggior periodo della mia vita. Sono anche daccordo sulkl’aspetto della responsabilità, in quanto credo che una cura di questo tipo sia inconciliabile con un disastro affettivo o una serie di rapporti basati sulla violenza, sulla menzogna o l’indifferenza, sul sadomasochismo. Il rispetto verso gli altri, cominciando dal rispetto di sè, non è secondo il mio punto di vista una questione morale o senso civico. E’ umanità. Entrando più nello specifico del mio personale percorso, posso senz’altro dire che la grande differenza che adesso riscontro è nella speranza. Prima ero convinta di una mia sensibilità, fasla e senza adesione alla realtà , e dall’alto di questa conveinzione ero certa di dover sopportare tutta la sofferenza del mondo e degli esseri umani, un destino insomma di infelicità e scarificio. credevo di non avere più un corpo, ma per paradosso ero solo corpo, solo un involucro che conteneva il niente. adesso è il pieno sul vuoto, una sensazione di pienezza, di non preclusione, di speranza di vita. Riconoscere nell’uomo le infinite possibilità di rapporto è stata la scoperta più importante e la mia personalissima sfida è prorpio questa: non scordare mai, ancjhe nel momento di massima disperazione, che l’essere umano ha infinite possibilità. Non nascondo quanto sia difficile entrare nello studio e trovare il terapeuta seduto al suo pposto, sembra un uomo come gli altri eppure mi sonochiesta mille volte: ma tu chi diavolo sei? Capire quel suo pensiero diverso e tentare di farlo mio, magari in modo originale, è difficilissimo così come, per me, la sua continua trasformazione, l’interpretazione e la capacità di elaborare il vissuto mi lasciano sempre smarrita, stupita. mi trovo costantemente a dover rimodulare le richieste, il rapporto e devo sempre sforzarmi per capire le risposte, anche quando mi sfuggono completamente, anche quando non c’è nemmeno un vago abbozzo di definizione, di immagine corrispondente. Questo certo richiede coraggio, ma adesso posso pensare di avero. Questa forese la grande differenza.

عائشةAisha

 

Alogon

Inviato il: 5 Jun 2007, 11:55 AM

L’intervento di Aissa, in un certo senso, parla da solo: da esso traspare una ricerca personale, la capacità di definire il prima ed il poi, un uso adeguato del linguaggio non esente da una ricercatezza formale…

a questo punto mi domando: dove sono i soggetti plagiati, turlupinati dai “seguagi” di una teoria? Non mi sembra che in questo forum si siano espressi i reduci da campi di concentramento, da regimi dittatoriali dominati da famiglie mostruose, gli aderenti facinorosi di una setta che aderiscono a “verità” imposte dall’alto, Entriamo invece in contatto con un’umanità viva che compie un lavoro di approfondimento importante che non ha solo risvolti individuali ma anche in senso lato, culturalie e politico. Ciascuno esprime la sua personalità, lo specifico del proprio vissuto….

Per quello che mi riguarda scrivevo nel 2006 sul forum dei diritti umani

“Io però nella mia attività di psichiatra non cerco di persuadere nessuno, mi confronto sistematicamente con posizioni diverse dalle mie, non voglio e non ritengo di poter insegnare alcunchè ad alcuno.

Sono allergico ad ogni forma di pedagogia e diffidente verso la propaganda. Dietro alla propaganda ho scoperto che spesso ci sono i morti e neppure pochi.

Come medico mi oppongo all’idea che si possano sacrificare delle persone nel nome della ricerca scientifica o del progresso dell’umanità.

Il metodo della psichiatria non è quello della politica: la psichiatria persegue l’obiettivo della cura, non va dietro al consenso. Anzi.

Detto questo bisogno pensare a come possa essere la dialettica, avrebbe detto Mao, fra psichiatria e politica, a come si possa passare da un metodo all’altro senza snaturare nè l’uno nè l’altro. “

A tutt’oggi sono dello stesso avviso

copyright domenico fargnoli

Elleffe            

Inviato il: 6 Jun 2007, 11:34 AM

QUOTE (Alogon @ 2 Jun 2007, 10:59 PM)

proposizioni  un pò schematiche forse troppo astratte.

..

comunque sì, quello che volevo dire era di non temere “razionalmente” la crisi.

Alogon            

Inviato il: 6 Jun 2007, 04:56 PM

ripensandoci….non so quanto il timore sia razionale…..

copyright domenico fargnoli

Pegaso            

Inviato il: 6 Jun 2007, 05:48 PM

Scrivere della propria cura credo significhi possedere una traccia di guarigione. Per questo è difficile da esprimere e riassumere. Però vorrei provare ugualmente. Per me curarsi ha significato smetterla di rincorrere sempre e soltanto i propri pensieri, spesso di abbandono, iniziando invece una ricerca di rapporto con gli altri e soprattutto di un rapporto uomo donna. Il problema più grosso è stato quello di lasciarsi andare alle interpetazioni, lasciando che esse si trasformassero in fatti e immagini, cercando il più possibile una coerenza del proprio vissuto, il meno razionale possibile, con quest’ultime. Rendersi meno sordi agli stimoli e reagire alle sollecitazioni e al linguaggio degli altri, vincendo il proprio esasperato solipsismo. Anche oggi tutto questo è a tratti ancora molto faticoso, l’indifferenza è sempre in agguato e più la cura progredisce più intense sono le emozioni e la capacità di sentirle. Curarsi ha significato fare delle scelte, non sempre verbalizzate, anzi quasi mai, spesso tradotte in fatti, separazioni, cambiamento dei propri orientamenti affettivi. La scelta di vivere dei rapporti con persone e con modalità completamente diverse rispetto al passato, vincendo la rabbia e l’invidia delle realizzazioni altrui, che spesso avevano il sopravvento sugli affetti. La più grande realizzazione è stata quella di trovare un vissuto individuale originale dove il gruppo aveva comunque una sua importanza e una sua centralità, imparando ad investire e a ricoprire di senso le situazioni di rapporto personali, dove non sempre, anzi quasi mai ho trovato risposte, soddisfacenti.Tuttavia la cura per me significa anche lottare e finchè avrò speranza di una riuscita continuerò a farlo.

Guest            

Inviato il: 6 Jun 2007, 06:23 PM

La cura…mi vengono in mente parole come destrutturazione, si, ma anche vitalità, identità, immagine, rapporto uomo donna. Tanto altro ci sarebbe da aggiungere e lunga sarebbe la descrizione di una esperienza soggettiva che è diversa e unica rispetto alle varie esperienze di chi, interagendo con il transfert, ha comunque poi tirato fuori qualcosa di suo o cerca di farlo (me compresa).

nel mio caso la ricerca è fatta di alti e bassi, di crisi e di risalite, di un soffrire e di un godere…la crisi penso che sia un passaggio “obbligato” verso un gradino superiore nella ricerca di sè. Lo “stare male” viene ampiamente ricompensato con una nuova e diversa visione della realtà, con un maggior rapporto con la realtà, con un accrescimento della propria vitalità.

Quando “sto meglio” spesso sono gli altri a farmelo capire, si creano movimenti inconsci diversi, io stessa compio movimenti verso gli altri “diversi”…sono diversa, anche fisicamente c’è un cambiamento, reagisco diversamente agli stimoli esterni, mi sento di più, riesco ad ascoltarmi di più soprattutto nel rapporto uomo donna.

Ero come anestetizzata prima della cura, ora è come se piano piano l’anestesia passasse, prima c’è il dolore, ma il dolore è anche sensibilità, quindi ben vengano le crisi…

Alogon            

Inviato il: 6 Jun 2007, 10:54 PM

Un ringraziamento particolare ai partecipanti a questa discussione per l’immagine che complessivamente offrono del lavoro della psicoterapia. Ciascuno di noi, anche nella sofferenza, nella malattia può mantenere intatta la dignità e dare testimonianza di un desiderio di esprimere la propria umanità nella forma più piena.

copyright domenico fargnoli

 

Emma            

Inviato il: 7 Jun 2007, 09:47 AM

La cura…

Personalemente ritengo di essere ancora nella fase della “necessità”, per cui si và dallo psichiatra perchè si sta male.

la mia esperienza mi porta a dire che la scelta della psicoterapia non è ‘naturale’, nel senso di spontanea (“sto male, quindi mi curo”: ho impiegato anni per arrivare a questa semplice conclusione….e neanche ci sono arrivata da sola).

Prima di arrivare a questo tipo di psicoterapia ho passato diversi altri tra psichiatri e psicologi, purtoppo talvolta con risulatati disastrosi per la mia crescita come persona, che ho abbandonato senz’altro e quasi spaventata dalle prospettive che mi si ponevano davanti, nelle quali, intutitivamente, riconoscevo un contenuto malato, privo di qualsiasi affettività.

La cura per me, sebbene non ne abbia ancora un concetto chiarissimo e non riesca bene ad immaginarmi come io stessa possa evolvermi, rappresenta un contenuto sano, una serietà della vita, una nuova possibilità di rapporto con l’altro, che esca dall’ambito della frustazione e del masochismo.

Contenuto sano è quello che il terapeuta ti mostra in ogni seduta, e che, per riallacciarmi a quanto è stato accennato sul discorso del settarismo e del “lavaggio del cervello”, non ho mai percepito come un indottrinamento, un’idea o un insieme di idee senza le quali la cura è impossibile, ma come un atteggiamento verso sé e gli altri, nel quale ognuno immette ciò che è, con la sua personalità, ma dove ha imparato a riconoscere quei meccanismi del pensiero che lo portavano alla sofferenza della malattia.

Non è un percorso facile, perchè cambiare il pensiero, è quanto di più serio e impegnativo, un essere umano possa chiedere a sé stesso dopo anni di stratificazione silenziosa.

Non vedo la “sanità” come qualcosa che arriverà inaspettatamente, in una specie di darwiniano balzo in avanti nell’evoluzione della specie, ma piuttosto come un progressivo sfolgliarsi di una sovrastruttura malata per arrivare al nocciolo sano e da lì, ricominciare a costruire un esitenza nuova con una vera consapevolezza del sé, e, per l’appunto, “senza memoria”.

Alogon            

Inviato il: 7 Jun 2007, 11:16 AM

Sottolineerei il fatto che un atteggiamento ideologico è per sua natura contrario alla psicoterapia.

Quest’ultima non è pedagogia, indottrinamento.

Si possono fare danni anche facendo riferimento ad idee di per sè giuste se io pretendo di imporle

a qualcuno e di avere la verità in tasca.

Superare l’ideologia è un problema di formazione dello psichiatra che non può lavorare con frasi fatte, articoli, libri preconfezionati pensando che questi ultimi, al posto suo, possano curare qualcuno. Nè si può curare per interposta persona, nè alcuno può arrogarsi l’esclusività della cura.

Ciò sarebbe in linea di principio contrario all’esistenza di una teoria e di una formazione che tale teoria consente.

La svalutazione sistematica, pubblica del lavoro altrui poi non credo giovi alla causa di nessuno.

L’altro problema, veramente serio, è riconducibile alla circostanza per cui molti per il semplice fatto di essersi sottoposti alla psicoterapia, con risultati che non sappiamo, pensano di avere competenze psicoterapiche. Questi ultimi si sentono legittimati di intervenire nel lavoro che uno psichiatra sta compiendo suggerendo che esiste sempre qualcuno più bravo di lui e che pertanto tale lavoro è inutile se non addirittura dannoso.

Potrei riferire centinaia di casi del genere.

Chi compie tali gesti dovrebbe assumersi pubblicamente la responsabilità delle conseguenze che essi producono.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 7 Jun 2007, 02:25 PM

Che vuol dire “destrutturazione”? Che uno può arrivare a non sapere neanche più come si chiama né dove abita? che fondamentalmente non sa più nulla e si ritrova privo di ogni punto di riferimento?

Ho già avuto un accenno di esperienza simile, è costruttivo in prospettiva, anche molto interessante per livelli di realtà ai quali dà accesso e che – va ricordato – non sono fuori dal mondo, paralleli o accanto a esso come guardando un film di fantascienza, ma nascosti come dietro a una tenda dove ognuno, spostandola, troverebbe nuove cose che un po’ ci sono e un po’ sono quelle che gli piace trovare …

Basta che rimanga qualcosa, comunque, di conciliabile con le varie esigenze della vita quotidiana …

Alogon            

Inviato il: 7 Jun 2007, 03:05 PM

il discorso è complesso ma per farlo semplice si può dire che destrutturazione, non patologica, si riferisce al perdere la coscienza come quando si va a dormire. Anche in questa circostanza non abbiamo più consapevolezza ed appaiono immagini che non sappiamo dove ci portano.

Questo processo, molto più veloce può intervenire anche nella veglia ma non determina disorientamento

perchè alla dissoluzione della coscienza fa seguito immediatamente un’immagine che ci consente un rapporto nuovo con la realtà esterna …detto sommariamente

copyright domenico fargnoli

nyx la civetta            

Inviato il: 7 Jun 2007, 08:22 PM

Io non penso di essere stata plagiata, penso anzi che mi sia stato fatto un regalo enorme che non è figlio di nessuna ideologia ma di un rapporto reale e tangibile benché inconscio. Costringere qualcuno a realizzare se stesso è prepotente per come entra nella tua vita ma non è mai violento. A me non era mai capitato che qualcuno vedesse qualcosa così bello da realizzare in me, e ad un investimento di questo genere alla lunga non si può che cedere e cimentarsi. Quello che faccio adesso lo faccio sulla base di un rapporto, di una ritrovata affettività che sta anche nel fare materialmente le cose e non solo riempirsi la bocca di belle parole. Non voler deludere le persone che amo per me è una grossa novità, una tensione che mi fa vivere diversamente.

Il mio rapporto con la psicoterapia è cambiato anche per le cose che ho realizzato fuori da lì, prima era l’ unica cosa che avevo adesso non è più così. Potrei dire di essere meno dipendente di prima ma so che non è la verità adesso dipendo da molte più cose, dal rapporto uomo donna, dallo studio dalla cura e dalla ricerca che mi mettono in crisi continuamente ma paradossalmente mi danno la libertà di essere me stessa.

clu            

Inviato il: 8 Jun 2007, 05:10 PM

Una lotta da fare per la cura,nella mia esperienza,è contro la mentalità religiosa,sottolineo mentalità perchè nei pensieri coscienti è dai tempi del liceo che non vado più in chiesa.Il vittimismo,ad esempio,viene da lì.A dire che ti vanno male le cose,trovi sempre qualcuno che ti compatisce,nella vita di tutti i giorni.Però ti chiede in cambio un patto scellerato:io ti conforto,sono buono con te,ti faccio sfogare.Tu, in cambio,non ti muovere.Il legame che si crea è di dipendenza e,soprattutto,non si modifica niente.Salvo poi scaricarti se non segui i suoi consigli,o anzi se non sei come lui/lei ti vuole.

Tutt’altra cosa è la cura,che pertanto richiede,secondo me,come primo movimento, la capacità di esprimere i problemi.Sembra una stupidaggine,ma a me non riesce quasi mai.O li metto fra parentesi,o ne sono posseduta.

E qui forse entra in campo un altro imperativo religioso:quello di essere “buoni”.Non fare arrabbiare l’altro.Allora si diventa possibilisti,flessibili,eclettici,si capiscono le ragioni altrui ,si perdono di vista le proprie,le proprie convinzioni,sempre per non fare arrabbiare.La dialettica in questo modo di muoversi è un’offesa(come osi contraddddddirmi?) e anche qui si capisce come è il contrario della cura,che alla base ha proprio di non dare per scontate le affermazioni del paziente.Il terapeuta reagisce sempre,anche per una sfumatura ti controbatte.Forse sono cose ovvie,ma nello scriverle mi colpisce che religiosità e cura sono proprio l’una opposta all’altra.

Alogon            

Inviato il: 8 Jun 2007, 07:43 PM

Gli ultimi due interventi sono entrambi molto interessanti.

Nel primo c’è il passaggio dall’identità umana naturale a quella culturale: la ricerca di un’identità sociale senza sacrificare gli affetti, la nascita. E’ nel rapporto che viene fuori questa possibiltà perchè forse esso non è basato sulla credenza di un naturale inferiorità delle donne? Appunto vedere la bellezza in una donna. Non insisto perchè temo la retorica e l’autocelebrazione è dietro l’angolo.

Il secondo intervento centra il discorso sul rifiuto della religiosità. Punto centrale di ogni cura. Com’è che la religione uno poi la vive nel suo corpo come insensibiltà che impedisce la comprensione del rapporto? Insensibilità che impedisce l’esperienza della sessualità?

In entrambi gli interventi un tema di ricerca. E forse se c’è la ricerca c’è stata anche la cura.

copyright domenico fargnoli

Slow            

Inviato il: 9 Jun 2007, 06:23 AM

Un cenno alla difficoltà di intervenire su questo forum, che deriva, forse, anche

dal mio lunghissimo curriculum di persona malata che chiede la cura.

Provo a superare l’ansia di non riuscire a inserirmi adeguatamente, con un pò

di autoironia, imparata proprio nel corso della cura, caratterizzata da periodi,

che si potrebbero chiamare “tragici”, come ricoveri in clinica, pensieri suicidi, chiusura quasi totale in se stessi etc., durante i quali il senso dell’umorismo del

terapeuta non è mai mancato (do per scontato e conosciuto l’insieme del suo

atteggiamento terapeutico).

Percepisco questo umorismo come fondamentale nell’affrontare la malattia,

individualmente e nel gruppo.

D’altronde la capacità di ridere è assolutamente umana, e questa capacità ora mi

è essenziale, sia per non impantanarmi nel rimpianto di anni sprecati e

buttati via (tema della responsabilità personale) , sia nel presente, dove finalmente sto in piedi da sola (risultato non da poco relativamente alla mia

storia) e sento il flusso della vita che non mi permette più di stare a pensare

come sarebbe stato meglio di non essere mai nati.

E poi che cos’altro, se non proprio un pò di ironia, mi farebbe andare avanti,

senza troppe lamentazioni, in assenza, per ora, di qualsiasi traccia del

“famosissimo” rapporto uomo-donna, dato come segnale di guarigione e di

acquisizione di identità.

Alogon            

Inviato il: 9 Jun 2007, 09:31 AM

Cosa vuoi dire che Beppe Grillo se non avesse fatto il comico sarebbe stato un grande psichiatra?

copyright domenico fargnoli

Slow            

Inviato il: 9 Jun 2007, 03:58 PM

Certamente no, ma un grande psichiatra potrebbe curare senza cogliere e comunicare il lato comico delle umane vicende ?

 

Alogon

Inviato il: 9 Jun 2007, 05:34 PM

Anche Demcorito rideva sempre. Gli abitanti di Abdera pensando che fosse impazzito, consultarono Ippocrate il quale sentenziò che il filosofo era perfettamente sano di mente, anzi delegò a lui il compito di scrivere un trattato sulla pazzia. Io però penso che Democrito ridesse troppo per essere veramente sano…

forse mi stai suggerendo che devo ridere di meno….

copyright domenico fargnoli

Emma            

Inviato il: 9 Jun 2007, 07:26 PM

Dipende da quello che si cela dietro il sorriso.

Ora l’autoironia a tappeto mi pare diventi una grottesca maschera di se stessi, (mi viene in mente il topos del clown triste…), e anche diridere di tutto, insomma, almeno un atteggiamento un pò sospetto ( i latini non dicevano che il riso abbonda sulla bocca degli stolti?)

Un pò di umorismo da parte del terapeuta però è veramente utile: personalmente mi aiuta a rompere un circolo dei pensieri ossessivi, a vederlo da un’altra angolazione e ridimensionarlo, dandomi così anche la possibilità di seguire meglio la discussione del setting, permettendomi di concentrarmi su qualcosa di diverso da me stessa e dal mio piccolo mondo.

Oggi la nostra cultura, permeata dell’ideologia cattolica del sacrificio e della sofferenza è troppo sospettosa verso ogni gioiosa manifestazione del carattere umano, temo sia difficile cadere nel rischio di ridere troppo.

Alogon            

Inviato il: 9 Jun 2007, 08:12 PM

….risus abundat in ore”stultorum”. Allora dovrebbero ridere i pazienti invece ridono poco a parte gli ebefrenici. Boh devo ripassare la psicopatologia oppure riscrivere la fenomenologia del riso…..comunque il livello teorico dei miei interventi si sta abbassando in modo preoccupante…..

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 10 Jun 2007, 03:49 PM

Ho letto su Aprile on line in coda all’articolo di Patrignani “La mossa del cavallo” del 5 Giugno 2007 un’interessante dibattito proprio sui risultati della cura.

Punti di vista diversi si sono scontrati anche duramente. Ma da tutto l’andamento della discussione veniva fuori non solo che la cura esiste ma anche veniva individuato il momento in cui la persona perde la speranza e l’esigenza di trasformazione Questa perdita si trasforma in un comportamento criminale, cioè in un comportamento privo di pensiero.

E qui aggiungo che il “comportamento” criminale non è solo quello che porta ad atti da considerare reati ma anche quello che sul filo della legge è improntato ad una estrema anaffettività e violenza e che si estrinseca in un attacco alla cura stessa. Classicamente acting out e reazione terapeutica negativa.

Nel dibattito, in cui alcuni hanno dato dimostrazione di abilità e coerenza interpretativa, si vede bene come tali situazioni vengono affrontate smascherando le strategie manipolatorie e la falsificazione sistematica del pensiero che giunge a veri e propri parossismi deliranti.

Una lezione quindi di psichiatria che viene da Internet e realizzata con quegli stessi strumenti che per molti sono solo ricerca di evasione, priva di ogni desiderio di conoscenza

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 11 Jun 2007, 08:00 AM

Infatti è desolante

Guest            

Inviato il: 11 Jun 2007, 08:19 AM

Lascia senza parole

Alogon            

Inviato il: 11 Jun 2007, 09:41 AM

La malattia mentale, il delirio,il comportamento criminale è “una terra desolata” per parafrasare Thomas Eliot.

Ciò che colpisce è la reiterazione dei gesti , delle parole, l’anaffettività delle “critiche, lo stroncare sistematicamente la possibilità della cura o qualunque elemento vitale o di interesse che sorge nella discussione. Forse ci si può rendere conto di quale sia lo sforzo che lo psichiatra deve compiere, per es in un gruppo, per evitare di essere sommerso da atteggiamenti così rozzi ed antiumani dietro una parvenza di democraticità del confronto. La sinistra è anche questo in Italia, e forse non solo in Italia, oggi.

Immaginiamoci il panorama mentale di tutto il resto.

Detto questo non credo sia legittimo indulgere al vittimismo od al catastrofismo: si tratta di aprire gli occhi su di una realtà sicuramente amara per continuare a combatterla con gli strumenti che abbiamo, che certo non sono perfetti ma in moltissime situazioni, come dimostrano i precedenti interventi, si rivelano efficaci.

copyright domenico fargnoli

Fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 11 Jun 2007, 11:00 AM

Al di là della mia storia di paziente, che inconsciamente ha la sua particolarità come quella degli altri,non ho mai smesso di considerare che la mia più significativa fortuna (senza considerare i momenti di difficoltà,qualche reazione di rabbia ecc.) è stata quella di potermi curare in questo modo .Inoltre devo riconoscere che la storia della cura ci trasporta verso interessi più grandi,perchè c’è tutto un mondo (umano) che si muove dietro,di un fascino (al di là dei movimenti violenti che scatena e delle difficoltà )incredibile. Non giudico i motivi inconsci della mia sospensione al lavoro di cura con il gruppo perchè non è il mio compito,coscientemente valuto con indulgenza le mie ragioni.In ogni modo il mio “lavoro”non lo ritengo concluso e assumo la responsabilità verso la mia realtà psichica… ma se sono più forte,se ho resistito alla solitudine,alla violenza (devo fare un riconoscimento a me stessa,che gli occhi aperti verso questa sinistra,ce li avevo da un pezzo ed è quella che ,certamente nell’ambito del mio vissuto, mi ha inflitto più sofferenze,proprio perchè non valutavo migliori alternative)..nel mio piccolo combatto ,ho più voce,e dato che sono un essere umano,faccio errori,ma l’umanità che mi ha trasmesso la cura,è un tesoro che in certi momenti ti fa sentire bene (anzi,tante volte penso che ci viene insegnata troppa bellezza , in un mondo come questo che richiede anche altri modi ,leciti certamente,per sopravvivere,ma va in ogni modo difesa).

aissa            

Inviato il: 11 Jun 2007, 11:45 AM

L’intervento di Fiore mi fa venire in mente il famoso giudizio su se stessi, che talvolta è davvero spietato. Altro cardine della mia cura è stato proprio questo: sospendere il giudizio e cercare di costruire una nuova identità, ma anche una nuova idea di me stessa a cui tendere per poi ritrasformarla e tendervi ancora. Questo credo si leghi al discorso della destrutturazione che mi sembra sempre più importante, visti anche gli interventi. certamente questo lavoro si scalpello e martelle contro la corazza della malattia porta sempre con sè la paura di scoprire il vuoto. Il problema credo sia questo, crollata quell’impalcatura che faceva la malattia ma anche la difesa contro una nuova ricerca di sè che necessariamente espone alla crisi, si ha il terrore di non trovare nulla, il vuoto assoluto, nemmeno un mattoncino dal quale ripartire. Per me è stato faticosissimo scoprire che quel mattoncino, seppur tanto male in arnese, c’era. E qui chiudo il cerchio con quanto detto prima, l’idea di una nuova me stessa, il pensiero che forse ce la posso fare si lega alla scoperta meravigliosa e per me recentissima che quell’impalcatura smantellata non è stata un’operazione criminale, un tabula rasa dove resti isolato ed in balia di te stesso. lo psichiatra per ogni trave arrugginita che toglieva metteva un mattoncino tutto nuovo…Io miope, certo, ho dovuto ascpettare di vedere il palazzo già al primo piano prima di realizzare che la cura c’era…. vorrei poi aggiungere brevemente un mio pensiero riguarda alla questione “tempo” che qualcuno qui precedentemente sollevava. Io non ritengo che il guarire sia una questione di mesi, non è un raffreddore con prognosi ormai accertata. La reazione del paziente al terapeuta c’entra, sì, ma c’entra anche quel tempo interno e non biologico che si dilata o corre fulmineo secondo il momento che vivi e gli affetti(o non affetti) che ti muovono. Secondo me si scivola quasi senza accorgersene dal tempo della cura prorpiamente detta, cioè attacco alla malattia, a quello più delicato della ricerca personale, dove ormai padri e madri sono stati ampiamente trattati e ci si può confrontare su terreni più vasti e su dinamiche universali e non più strettamente personali. Ecco, se io vedo la mia cura in questa ottica, non penso mai che è tempo di andare, perchè non smetto mai di cercare e di chiedere e nel gruppo sento che questa ricerca non solo è possibile ma si articola in un modo costruttivo ed intelligente, stimolantissimo che non ti permette mai di fermarti ma al contrario di costringe al movimento. Pensare di continuare il percorso terapeutico quindi non è questione di quanto tempo ci metti ma di quanto sei disposto a cercare e approfondire.

عائشةAisha

fiore            

Inviato il: 12 Jun 2007, 02:28 PM

Non so come possa aver suscitato un pensiero di “giudizio su se stessi,a volte anche spietato”..anzi forse volevo comunicare che anni di cura,hanno avuto i suoi risultati,,la ricerca di identità è tuttora aperta ..si può parlare di procrastinazione del desiderio o è solo e sempre resistenza alla cura?

bc            

Inviato il: 12 Jun 2007, 05:51 PM

Il pensiero religioso…una bella gatta da pelare…perché ti frega, perché non basta relazionarsi ad uno vestito normale invece che ad uno vestito con una tetra toga nera,..non basta poggiare sul comodino un bel libro dalla copertina seducente invece della Bibbia..e non basta neanche saper riconoscere la “genialità” se non si separa da “santità”…forse è accettare di avere di fronte un “homo novo” che ti separa dal pensiero religioso…un “homo novo” che ti propone la cura…ed allora ti ritrovi con il tempo, il “tuo tempo” a scoprire che quello che eri non sei più, che le persone intorno sono “cambiate” in tutti i sensi sia perché alcune non ti corrispondevano più e quindi te ne sei separato, sia perché quelle che ti sono ancora “vicine”non hanno annullato la tua cura e quindi hanno subito una trasformazione pure loro…un percorso che non porta al paradiso,ma ad una vita vera!

Alogon            

Inviato il: 12 Jun 2007, 09:09 PM

L’interruzione o la sospensione della cura può corrispondere a dinamiche molto diverse e non tutte interpretabili allo stesso modo: è importante che una persona, come Fiore, cerchi di continuare con i mezzi che ha la ricerca che ha intrapreso. Cosa che mi sembra, nella situazione specifica stia avvenendo.

Rispetto alla destrutturazione il problema interviene quando non si è capaci di trovare in tempi brevi o brevissimi una nuova immagine. Così la perdita dell’assetto cosciente e razionale si apre su un vuoto, su di annullamento.

La terapia serve esattamente ad abbreviare i tempi di questo passaggio verso una diversa definizione di sè tramite le interpretazioni e la frustrazione della negazione che toglie al pensiero la vitalità e l’energia necessaria per l’elaborazione

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 14 Jun 2007, 11:06 AM

I terapeuti hanno ragione a mettere l’accento sul fattore tempo, di cui ben conoscono il valore. Il tempo come affermazione o negazione, tempo vissuto, tempo dedicato a cosa e a chi… Chissà perché alcune persone arrivano sempre in ritardo alle cene con gli amici ma quando si tratta di prendere un volo intercontinentale o di andare agli appunti professionali, questi non li mancano mai… Due pesi e tre misure, trattamenti a due o più velocità, oppure il cosidetto “diverso” per ingannare un istante la trappola del mors tua-vita mea… Sono tutte domande e ricerche aperte, strade pubbliche e spalancate dove il costo della “ricerca” e della “conoscenza” diventa altissimo in termini di immagine di sé.

Sono aporie del socialismo e della trasformazione psichica, tanto per cercare di dare un senso.

Il tempo è senso e significato, è la vita stessa.

Alogon            

Inviato il: 14 Jun 2007, 11:53 AM

L’aporia è il dubbio ma anche un’impasse senza soluzione.

Credo però che il tema proposto, nell’intervento precedente, sia il tempo della trasformazione….

il tempo come durata ma anche come simultaneità di eventi psichici…regredire-progredire, destrutturare ristrutturare: nello stesso momento Ritengo che nel tempo ciò che può diventare paradosso è il fatto che se non c’è simultaneità, se cioè non c’è l’istante della trasformazione, non c’è durata, cioè evoluzione.

Si va a finire nell’a-temporalità nell’annullamento del tempo , cioè del senso e del significato: in altre parole della vita.

copyright domenico fargnoli

 

Guest            

Inviato il: 14 Jun 2007, 01:46 PM

Capisco, è una bella speranza, anche se rimane molto teorica

Alogon            

Inviato il: 14 Jun 2007, 01:58 PM

rispondo con una battuta: meglio che niente.

Ricordo che anche quella della relatività era solo una teoria: mutatis mutandis…..

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 14 Jun 2007, 11:31 PM

credo che questo considerare il tempo da un punto di vista psichico sia molto interessante;personalmente mi sono sentita spesso piu inseguitrice di un tempo che è sinonimo di scadenze,o meglio di tappe che hanno una scadenza,stabilita dal senso comune,non da un ente o da chissà chi…a volte il presentarmi con un po di ritardo mi ha pesato molto. L’idea che l’agire debba andare di pari passo con un’evoluzione psichica mi fa pensare al fatto che i miei tentativi di “recuperare” il tempo mi hanno condotto senz’altro da qualche parte,ma si tratta di un recupero parziale dal momento che ho lasciato un po di cose per la strada.

Alogon            

Inviato il: 15 Jun 2007, 12:25 AM

 “recuperare il tempo “ significa forse uscire dall’atemporalità dell’annullamento?

Recuperare come ritrovare ciò che si è perduto. L’agire deve andare di pari passo con un’evoluzione psichica: come se l’azione fosse essa stessa pensiero? Ciò non mi stupirebbe.

copyright domenico fargnoli

 

bice            

Inviato il: 15 Jun 2007, 02:30 AM

Tutto l’opposto di quella sensazione carica di angoscia che ti convince che ormai potrebbe essere tardi per realizzare alcunchè, come se il tempo fosse solo quello lineare calcolato oggettivamente inesorabilmente andato insieme alle occasioni perse della propria vita. Comè è che invece a volte capita, improvvisamente, che la vita sembri poter riacquistare un senso? Ritorna la speranza e si modifica, è vero, anche la percezione del tempo.

Guest            

Inviato il: 15 Jun 2007, 08:49 AM

Ringrazio per l’alto livello della discussiobne. Meno male si trovano siti come questo, che alzano il liveoo della discussione rispetto a “Novella 2000”

Guest            

Inviato il: 15 Jun 2007, 11:55 AM

in questa unità di pensiero-azione non so se è l’azione che crea gli stimoli perchè si sviluppi un nuovo pensiero oppure il contrario oppure ,ancora,se si scambiano le parti vicendevolmente;ciò che posso dire è che riveste un’importanza fondamentale il modo in cui le cose vengono fatte e vissute,ed è questa la differenza che sto cercando.. si può riuscire ad affrontare mille difficoltà,può capitare di vivere situazioni che generano negli altri stima,sorpresa,si può ampliare il proprio mondo di relazioni eppure continuare ad avere la sensazione di vivere lo stesso,o comunque molto simile,mondo interno..manca qualcosa,è un bagaglio di esperienza che deve trasformarsi e non un elenco di cose,che sei riuscito a svolgere ‘in tempo’ ma che ti appartengono fino ad un certo punto..in questo senso mi spiego l’atemporalità dell’annullamento

Alogon            

Inviato il: 15 Jun 2007, 06:16 PM

Ringraziando “bice la pittrice” passo al secondo post.

Non sono d’accordo: per me Novella 2000 è un grande giornale e noi sicuramente non riusciamo a superare il suo livello. Come sicuramente non riusciremo a superare il livello di chi, così gentilmente ci scrive. Però cara/o ospite leggi bene perchè qui di pettegolezzi non ne trovi nè resoconto di fatti personali. Però grazie per averci letto e così carinamente commentato. Magari la prossima volta dì qualcosa di più così apprezzeremo meglio la tua intelligenza.

Quanto al terzo post se trovi il tempo della trasformazione (simultaneità ed istantaneità) si modifica anche il senso ed il significato del vivere

copyright domenico fargnoli

ORSOALLEGRO            

Inviato il: 16 Jun 2007, 12:48 PM

Vorrei saperne di più..davvero. Riconoscerla attraverso l’esperienza personale ed altrui. La guarigione rappresenta cosa? L’arrivo, la serenità od il punto di partenza. E poi: esiste guarigione senza riconoscimento? esiste guarigione in pisoterapia?

Rappresenta il raggiungimento della coscienza di se?

No. non credo. Credo rappresenti l’archè della ricerca. Ecco, mi riconosco, sono io, il mio percorso è appena cominciato. Guardo il mondo con occhi nuovi, ma nessuno mai potrà togliermi, neppure il totemico semaantico “guarigione” il’etica del dubbio.

Mai mollare

ORSOALLEGRO            

Inviato il: 16 Jun 2007, 12:58 PM

Leggo di conectto del tempo da ricostruire, affermazione di se, luogo della cura. Concetto di salute (o salvezza), irrazionalità.

Pongo però un quesito.

Il dubbio…..il dubbio di non essere oltre il guado…di perdersi ancora..l’insicurezza è ancora malattia? L’ansia di ricaduta è presente in voi? esiste un etica del dubbio? una affermazione perentoria “io sono sano” è possibile?

non so

Alogon            

Inviato il: 16 Jun 2007, 01:49 PM

Secondo post di Orso Allegro. Nel mio testo teatrale c’è una frase “la nascita si trova e si perde ogni giorno,,,” come dire che uno deve dimostrarla continuamente la propria sanità. Quest’ultima non è una certezza monolitica ma proprio la capacità di mettersi in discussione sempre.

Quindi incertezza , movimento continuo dell’essere senza l’idea di salvezza perchè quest’ultima sarebbe una meta già prefigurata, trascendente o meno.

Chiedo anche a te Orso, se il dubbio non sia qualcosa di sostanzialmente diverso dall’incertezza.

So bene che il discorso potrebbe essere complicato. Ecco io del dubbio rifiuterei proprio la sua sistematicità che invece ci è stata proposta come paradigma della razionalità. Mi sbaglio?

Il dubbio sistematico diventa ontologico e per questo non mi piace.

Quindi incertezza ma anche, dialetticamente certezza.

Si’ ammetto che della mia capacità di mettermi in discussione sono certo. Tant’è che mi apro al dialogo con interlocutori che non la pensano come me. Però non mi lascio trascinare a conclusioni che non sono le mie in quel momento. Però ascolto le argomentazioni degli altri. Non so come e quando queste loro idee determineranno in me una reazione.

Quindi, in primis benvenuto, a chi mi costringe a pensare.

La guarigione. Ti posso dire come la penso io a proposito, forse altri avranno altre idee.

Per me essere guarito è avere il pieno possesso della propria mente, del proprio pensiero nel senso di essere liberi di lasciarlo percorrere ogni strada. In questo senso la guarigione non si identifica con un contenuto, ma con uno stato d’animo. Con un senso di pienezza interna che mi consente di affrontare anche situazioni, nuove , difficili.

Spesso non so se ce la farò però tento di spingere oltre il mio limite.

L?irrazionale: io in fondo non avrei mai pensato coscientemente, di fare quello che faccio, di poter acquisire un’identità per es. anche artistica. Mi è accaduto e a tutt’oggi mi sto interrogando su come mi è accaduto…. sicuramente non ho risposto in modo esaustivo ma sul momento non saprei dire altro.

Credo implicitamente di aver risposto anche all’altro post.

copyright domenico fargnoli

caterpillar            

Inviato il: 17 Jun 2007, 12:26 AM

E’ cosi’ che vivo la cura: e’ consapevolezza che nulla potra’ tornare come prima.E’ una forza motrice che spinge e trasforma,sempre in movimento, sempre diversa ,giorno e notte.E’ inaspettata, lenta e veloce : e’ un appropriarsi di sé non

cosciente.

cortomaltese            

Inviato il: 17 Jun 2007, 01:19 PM

Scrivere dei risultati della terapia per me è particolarmente difficile in questo momento, ma proverò ugualmente a buttare giù qualche riflessione.

Quello che mi resta difficile è capire come valutare i progressi di una cura ammesso (e non concesso?) che:

– i sintomi soggettivi non vanno considerati come esclusivi e preponderanti e sicuramente non è positivo concentrarvisi troppo

– il tempo, anch’esso una dimensione soggettiva, rischia di essere un parametro difficilmente interpretabile

– la produttività o meglio il funzionamento lavorativo/sociale non possono essere considerati un indice di sanità

– il contenuto dei pensieri, anche se percepito per gran parte immutato, può sottendere un’evoluzione inconscia.

Detto questo, come fa il paziente che si ritrova in una condizione di difficoltà e sofferenza, trovare un modo per valutare il percorso di cura che ha intrapreso? E questo, va da se, non per “fare le pulci” alla terapia, ma, più banalmente per orientarsi e mantenere un filo, una speranza di guarigione.

Vorrei poi allargare il discorso alla ricerca. Dagli interventi apparsi sul forum, molti dei quali offrono spunti interessanti, traspare un livello minimo di benessere (forse il termine non è appropriato) partendo dal quale uno riesce anche ad ampliare lo sguardo oltre il suo orticello. Ma un paziente con sintomi importanti, ingabbiato nella spirale di pensieri ossessivi e di rovina, come può occuparsi di ricerca? Non è un orizzonte troppo ampio per lui? E’ come guardare il mondo da un buco di serratura, non so se mi spiego. L’effetto può essere disorientante e a volte sembra ridurre anzichè aumentare le speranze di riuscita.

Alogon            

Inviato il: 17 Jun 2007, 04:03 PM

Nel post precedente vengono posti problemi di fronte ai quali mi sono trovato molte volte.

E’ chiaro che per valutare i progressi di una cura bisogna mettersi in grado, preliminarmente di realizzare che una cura ci sia. Come si fa? Paradossalmente ( in quanto siamo costretti a fronteggiare situazioni che appaiono senza uscita) rifiutando proprio un atteggiamento autoreferenziale, basato sulla descrizione di sintomi, su giudizi inappellabili espressi relativamente a tutti quei punti che sono stati citati.

La produttività, il funzionamento sociale non sono “in assoluto e da soli” da considerarsi un indice di sanità. Mi sembra ovvio.

Quanto poi alla “percezione del proprio pensiero” il discorso è assai difficile. Si potrebbe discutere se viene percepito il pensiero o la costrizione o l’assenza del pensiero. Quando il pensiero fluisce senza ostacoli od intoppi di qualunque tipo forse non esiste da solo ma si fonde con le sensazioni e con le azioni. Siamo un tutt’uno mente e corpo e non percepiamo la separatezza dell’una rispetto all’altra. E’ il pensiero astratto che si isola da tutto il resto.

Poi il “pensiero” è immutabile? Od il pensiero comunque cambia anche quando ci sembra che rimanga lo stesso?

Come dire che un residuo di sanità esiste in chiunque e comunque. Ed è a questo zoccolo duro che credo bisogna fare riferimento.

Un minimo di ricerca è inevitabile in ogni cura che non è un processo standardizzato.

Quanto al “guardare dal buco della serratura” non mi sembra una bruttissima immagine… vuol dire che qualcosa da guardare c’è e forse cosa sia bisognerebbe chiederlo a Pierino….

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 19 Jun 2007, 09:10 AM

Mi sono avvicinata alla psicoterapia perché non stavo bene, oggi mi rendo conto di quanto fossi inconsapevole di quello che veramente mi aspettava, della strada in salita che avrei dovuto percorrere.

Prima di accettare e riuscire a sentire quanto fossi veramente malata ho avuto delle reazioni estremamente violente, tanto da distruggere quasi tutto quello che avevo e ancora oggi non sono riuscita a capire se potevo limitare tanta violenza e negazione.

Oggi riesco ad accettare chi sono e chi ancora non sono, ad affrontare le mie difficoltà camminando verso un futuro che mi dia la possibilità di ricostruire ciò che ho distrutto e di vivere non di sopravvivere.

Il resoconto del mio percorso analitico è faticoso, ma positivo, dalla distruzione interna da cui sono partita ora riesco a confrontarmi con il gruppo e a mettermi in discussione; sono riuscita a non distruggere mia figlia, a lasciarle fare le sue scelte e a non attaccare le possibilità di farsi una sua identità in modo da essere diversa da me.

Tutto questo solo grazie alla psicoterapia.

Alena…

orsoallegro [omonimia di utente            

Inviato il: 19 Jun 2007, 11:04 AM

Ditemi se ho capito: un uomo si trova faccia a faccia con la realtà mal padroneggiabile e non omogeneizzabile, a formulare i suoi “si”, i suoi “no”, i suoi “ma”. Per far questo, è meglio che la mente resti sgombra, ammobiliata solo dalla memoria dei frammenti d’esperienza e di principî sottintesi e non dimostrabili. E proprio come Calvino preferisce tenere le sue convinzioni allo stato fluido, verificarle caso per caso e farne la regola implicita del proprio comportamento quotidiano, nel fare o nel non fare, nello scegliere o escludere, nel parlare o nel tacere.

oratarda            

Inviato il: 19 Jun 2007, 11:46 AM

L’atemporalità dell’annullamento,frase che appare in precedenza,mi ha dato uno scossone. Incredibile quanto è difficile questo problema del tempo.Provo a descrivere come è per me nella vita,alla ricerca della differenza con cui lo vivo in psicoterapia. Per me è(era?),prima di leggerne nel forum,una presenza costante,legato all’ansia:dispiacere di finire una cosa che sto facendo e guardo l’ora.Verso la fine centellino con gioia gli ultimi minuti.Riparto senza sapere bene per dove e lì,finchè non ho riorganizzato una nuova cosa da fare,il tempo si dilata ma non mi dà requie perchè penso di sprecarlo.

Rispetto alla psicoterapia,nelle ore trascorse insieme al terapeuta e al gruppo,scompare l’ossessione del tempo,anzi m’incavolo moltissimo quando vedo il terapeuta guardare l’ora,e va be’ verso la fine ci guardo anch’io,in preda al dispiacere che stia finendo.

Quello che ho scritto non riguarda il processo di cura,perchè mi sono accorta che nella cura io non lo considero,il tempo :vivo giorno per giorno,senza mettere in prospettiva o prefiggermi scopi ambiziosi.Questa atemporalità dell’annullamento vorrei fosse spiegata ancora,perchè credo mi riguardi non poco.

Alogon            

Inviato il: 19 Jun 2007, 12:32 PM

Rispodo per ora ad Orso allegro”Ditemi se ho capito: un uomo si trova faccia a faccia con la realtà mal padroneggiabile e non omogeneizzabile, a formulare i suoi “si”, i suoi “no”, i suoi “ma”. Per far questo, è meglio che la mente resti sgombra, ammobiliata solo dalla memoria dei frammenti d’esperienza e di principî sottintesi e non dimostrab”

Ecco forse il punto da chiarire è questo della “mente sgombra” oltre a capire di quale uomo si tratta e quali siano i frammenti di esperienza ed i principi sottintesi e non dimostrati.

Ci puoi dire qualcosa di più esaustivo?

copyright domenico fargnoli

 

ORSOALLEGRO

Inviato il: 19 Jun 2007, 02:04 PM

Cercherò di spiegarmi meglio:

un uomo è il soggeto, colui che parla-che pensa. E’ “un uomo” solo perchè cita Italo Calvino, quindi comunque può essere sostituito da un ben più identificabile IO.

La mente sgombra è la “tabula rasa” delle opinioni scontate, dei costrutti sociali, degli insegnamenti precedenti, del concetto di immutabilità degli eventi, dell’accettato dagli altri.

Ed i principi sottintesi e non dimostrabili sono probabilmente le legi che governano questi eventi, le dinamiche di relazione, la ricerca del se’.

E così, a volte, unica salvezza diventa il farsi acqua, mantenere fluido il pensiero, adattativo per così dire, ascoltare il tutto dagli altri senza farlo proprio senza convinzione. Come dire che per avere chiarezza su cosa ci rimanda di noi lo specchio non possiamo non fare i conti proprio con quello specchio, ovvero il tramite fra noi e l’immagine.

Traducendo potrei ancora dire “Io voglio costruire una identità sulla mia personale ricerca cercando per una volta di non farmi condizionare dagli insegnamenti appresi fin’ora, per farne certo qulacosa di nuovo, pur non rinnegando i meccanismi che regolano tale ricerca, come un parallelo fra se e gli altri”.

Forse non mi sono spiegato bene, quindi scusate, ma dopotutto anche lo scrivere è una ricerca.

Guest            

Inviato il: 26 Jun 2007, 10:35 PM

A me, sinceramente, non importa sapere se sono guarito oppure no, so solo che ora ho capito qual’è la mia strada e la seguo, cresco come uomo e come professionista, so stare da solo o in compagnia, non so dove sto andando, ma poco m’importa… mi piace ciò che faccio e cresco ogni giorno, non so cosa diventerò domani. Sarò un po semplicistico, ma a me va bene così.

Stone-Marten            

Inviato il: 27 Jun 2007, 07:08 PM

Definire cosa sia l’ atto medico soprattuto nel campo della psicoterapia è alquanto complesso e arduo e devo dire mi è molto piaciuto come lo ha fatto Alogon. Ma per complicare un po le cose sarebbe interessante comprendere se l’atto medico può essere inteso solo all’interno del rapporto medico-paziente e quindi solo come cura o se esso possa essere esteso anche ad altri ambiti come ad esempio la formazione o la ricerca. E già qui mi vengono in mente i primi quesiti. Una volta finita la cura, quando si ha la guarigione, l’agire del medico non può più essere definito atto medico?oppure, possono coesistere all’interno della cura momenti di formazione o ricerca? E’ ovvio che la cosa si riferisce in particolar modo alla psicoterapia in quanto ciò è certamente più difficile o comunque si verifica in minor grado nelle altre discipline mediche anche se poi anche questo non è così scontato. Lo dimostra la definizione di atto medico che è stata approvata dal Consiglio dell’Unione dei Medici Specialisti Europei a Budapest nel 2006:

“L’atto medico include tutta l’azione professionale, quella scientifica, quella d’insegnamento, d’esercizio ed educativa, i livelli clinici e medico tecnici attuali per promuovere la salute e funzionalità, prevenire disturbi, fornire ai pazienti cure diagnostiche o terapeutiche e riabilitative, individuali o di gruppo o cumulative, nel contesto del rispetto dell’etica e del valore deontologico.

La responsabilità dell’atto ed il suo esercizio devono sempre essere esercitate da un medico registrato (iscritto all’Ordine, n.d.r.), o sotto la dua diretta supervisione e/o prescrizione”.

L’atto medico non è solo cura ma anche formazione, insegnamento, prevenzione e non solo nei riguardi del singolo ma anche di gruppi o comunità.

Mi viene da pensare dunque come se il compito del medico non potesse esaurirsi solo nel curare ma dovesse riguardare anche la formazione e la ricerca e nel fare queste due ultime cose dovesse usare la stessa forma mentis, deontologia e responsabilità usate nel momento della cura

Alogon            

Inviato il: 2 Jul 2007, 11:15 AM

Nell’atto medico cioè nella cura si riassume tutto il lavoro di formazione e di ricerca che praticamente non ha mai termine come riconosciuto anche dall’ordine dei Medici. Mentre nella medicina organica formazione e ricerca possono avere una relativa autonomia dagli interventi terapeutici (vedi le ricerche di fisiologia o biochimica per es) nella psicoterapia i tre processi cura e formazione e ricerca sono contemporanei perché non si possono condurre ricerche e quindi acquisire una formazione a partire da soggetti “sani”. E qui per soggetto “sano” si potrebbe intendere, rimanendo volutamente su un piano di pura osservazione del comportamento, quello che esplicitamente non richiede la cura o non autorizza l’intervento del medico (escludendo le situazioni conclamate di psicosi dove non c’è coscienza di malattia)

In linea di principio però qualora un soggetto “sano” senza segni evidenti di sofferenza psichica” richieda la consulenza di un medico o psichiatra in questa circostanza si configura l’atto medico anche se non orientato specificamente verso la cura: l’intenzionalità di curare presente comunque all’inizio viene messa fra parentesi dopo l’accertamento della diagnosi.

Quindi si può avere un atto medico anche qualora non ci sia una patologia, anche quando la richiesta sia quella di escludere la malattia ed aumentare lo stato di benessere e di salute. La medicina appunto è interessata anche alla la prevenzione ed alla ricerca di tutto ciò, come gli studi sull’alimentazione per es) che aumenti la qualità di vita degli individui.

L’altra differenza fra medicina organica e psichica riguarda il concetto di “guarigione”.

Nelle malattie fisiche la guarigione è “la restitutio ad integrum” il ripristino dei parametri fisiologici di funzionamento organico.. Nelle malattie psichiche noi sappiamo che la guarigione assomiglia molto di più ad un processo creativo, all’emergere di una capacità nuova di pensiero che modifica radicalmente l’esistenza del soggetto la sua prassi , il suo modo di vedere il mondo

Definire la natura di tale modificazione è tutt’altro che semplice pur ricorrendo a categorie come vitalità, nascita, svezzamento, rapporto con l’essere umano diverso ecc. Mi riservo di approfondire successivamente questo aspetto

Inoltre: personalmente ho sempre ritenuto che la psicoterapia potesse avvenire solo in un gruppo.

Storicamente per me è sempre stato presente questo nesso fra gruppo-psicoterapia e guarigione.

Se questa impostazione è corretta potremmo chiederci: la guarigione riguarda l’individuo od il gruppo?

Che senso ha inoltre introdurre concetti come “gruppo psicotico” o come “guarigione di un gruppo”? Come fa un gruppo “guarito” a contenere al suo interno persone anche seriamente malate?

Con queste domande, molto complesse alle quali cercheremo gradualmente di rispondere, siamo fuori dai parametri della psicopatologia classica fondata sul singolo soggetto e sull’osservazione e comprensione razionale.

Di quest’ultima circostanza dobbiamo tenere conto quando ci accingiamo a riformulare i concetti tradizionali di atto medico, guarigione, malattia….

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 3 Jul 2007, 11:24 PM

Nella psicoterapia di gruppo i singoli transfert si sommano, anche se non in modo algebrico, dando vita al transfert gruppale che è qualcosa di più di una semplice risultante di tutte le singole modalità di relazione. Il gruppo psicotico è quello in cui predomina, per effetto di una sommatoria non lineare, l’annullamento e la negazione che si esprime in una intenzionalità, in cui tutti si trovano ad essere coinvolti, a distruggere fisicamente e psichicamente lo psichiatra.

Il gruppo psicotico scaturisce spesso dall’interazione di persone che possono anche non avere tratti psicopatologici evidenti come sapevano già i Romani che avevano coniato il detto “Senatores probi viri, senatus mala bestia.” La mala bestia come collettivo potenzialmente omicida, deriva dall’ effetto d’amplificazione che subisce l’attività psichica nel gruppo per cui la negatività di un ‘insieme di individui, che presi singolarmente sembrano “normali” può raggiungere vette sconvolgenti come la storia ci insegna.

Il discorso veramente interessante riguarda il fatto che 20 schizofrenici clinicamente sintomatici non riescono ad interagire ed a creare un gruppo, mentre 20 persone apparentemente senza disturbi

possono dar vita ad un “gruppo schizofrenico”.

copyright domenico fargnoli

aissa            

Inviato il: 6 Jul 2007, 04:35 PM

La ricerca di identità passa inevitabilmente per crisi più o meno sentite da chi le attraversa, più o meno comprese nell’immediato. Basta però una crisi a far si che il singolo si lasci “trascinare” in un gruppo psicotico? Basta avere un momento di difficoltà perchè subito le proprie dinamiche in un gruppo terapeutico vadano a sommarsi a quelle di chi cerca di dimostrare che la cura non esiste? Ed ancora, bastano pochi elementi che apparentemente sono più in difficoltà di altri a far si che la ricerca collettiva del gruppo in questione rallenti il lavoro del gruppo stesso e si concentri, diciamo, su tematiche di interesse più del singolo in difficoltà? Non riesco a spiegarmi troppo bene, l’idea è un po’ confusa e chiedo venia di eventuali espressioni poco felici, ma è come se ci fossero cose più importanti di altre che però non sempre il gruppo terapeutico riesce a trattare in maniera omogenea. Al di là di tutte le difficoltà soggettive e della complessità oggettiva della ricerca di identità e del congfronto con l’identità dello psichiatra, mi spaventa un po’ questa idea dell’intenzionalità del gruppo nella sua distruttività. Lo so che non è un tema nuovo e so anche che difficilmente il gruppo potrebbe riuscire in questo intento, però forse è vero che quando si tenta di annullare la cura ed il terapeuta che la fa, anche chi apparentemente (e magari veramente!) non si sente di voler negare nulla però ugualmente collude per quella non certezza di sè che, appunto, fa la crisi di identità…E’ un po’ contorto, lo so, ma è estremamente complicato…

عائشةAisha

Alogon            

Inviato il: 6 Jul 2007, 07:43 PM

Al contrario direi che uno o piùperone possono fare una crisi anche profonda proprio perchè il gruppo è capace di tollerarle senza disgregarsi…è una situazione vista molte volte….

copyright domenico fargnoli

aissa            

Inviato il: 6 Jul 2007, 08:28 PM

..vista molte volta e da me anche vissuta molte volte, devo dire… Questo modo comunque di inquadrare la crisi del singolo all’interno del gruppo terapeutico, che devo dire è molto più frustrante, certo, ma anche più stimolante, è davvero interessante. Presuppone quindi una certa sanità di base del gruppo che riesce ad arginare, anche con difficoltà, la crisi del singolo… Presuppone forse anche una certa consapevolezza della propria capacità di tenere, di non credere all’incurabilità dell’altro…e magari nemmeno alla propria!

عائشةAisha

Alogon            

Inviato il: 7 Jul 2007, 12:43 PM

direi che in u n gruppo ci si può rendere conto che la malattia è crisi, qualcosa che si sviluppa in un certo tempo secondo certe dinamiche e poi, individuati i motivi, può cessare…niente incurabilità, nessuna reazione catastrofica od isterica…

copyright domenico fargnoli

clu            

Inviato il: 8 Jul 2007, 11:27 PM

Una persona all’interno del gruppo cui non è dato di parlare spesso e che non è abbastanza violenta o coraggiosa per intervenire ugualmente,mi chiedo se il terapeuta la considera in crisi o, al contrario,non la sente partecipe del lavoro di gruppo.Tante volte, nel passato, mi sentivo furiosa,trascurata e peggio di tutto,castrata. Poi gradualmente un cercare di proporre cose del lavoro collettivo,mi faceva partecipe e mi vivevo meglio il tempo passato nel gruppo ma parlare di dinamiche personali, come in verità fanno moltissimo,fin dall’inizio,quelli cui è dato parlare di più, questo non mi riesce .Cos’è che non capisco nella dinamica della cura a questo proposito?Alogon ha risposto poco tempo fa ad un’altra domanda, “ma come si fa a spiegare?” Spero che non sia anche questa della serie.

E’ vero che ascoltando si ricevono delle risposte,ma il famoso disturbo del pensiero,che è personale (ognuno ha le sue fisse), viene intaccato poco da un’azione indiretta.C’è sempre il problema del rapporto:se tu avessi un buon rapporto con me, ti farei parlare più volentieri e ti ascolterei con maggior voglia.E quello che dici sarebbe più utile per il gruppo.Ma c’è qualcosa di più profondo e immediato nell’esclusione.

Mi rendo conto di parlare stavolta, più di un blocco che di un risultato, ma il discorso mi è scaturito da una delle discusioni precedenti a proposito delle reazioni del gruppo all’ azione di singoli.

 

ORSOALLEGRO            

Inviato il: 15 Jul 2007, 11:58 AM

Reclutare le risorse……

in questo senso medicina, ricerca e prevenzione e magari gruppo hanno un tratto comune.

Domanda ad Alogon.

E se le risorse non ci sono? O ci sono sempre?

Alogon            

Inviato il: 16 Jul 2007, 09:09 AM

va specificato meglio ciò che si intende per reclutare le risorse..

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 20 Jul 2007, 07:33 PM

Segnalo l’articolo di Simona Maggiorelli su Left di questa settimana (p76) in cui si fa riferimento al libro di Domenico Fargnoli ARTE SENZA MEMORIA

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 23 Jul 2007, 01:54 PM

Ho letto l’articolo di Simona Maggiorelli e trovo molto chiara nei contenuti la critica al surrealismo che lì si trova. Mi soffermerei però appunto sul citato libro Arte senza memoria, come spunto per azzardare alcune considerazioni. Personalmente ho letto il libro e l’ho trovato estremamente complesso, perchè tratta l’argomento arte secondo un punto di vista a me nuovo. aggiungerei poi che le varie considerazioni dell’autore si svolgono su più piani, operazione che per me è abbastanza difficile da seguire nell’insieme. Non tralascio qui di dire che ho anche una certa ignoranzariguardo il tema trattato..però forse vale la pena di fare un piccolo sforzo. Magari conviene estrarre il significato più profondo, o quello che a me è sembrato essere la novità, aldilà delle singole, materiali difficoltà. Lessi in una intervista a Guttuso una sua affermazione secondo la quale “l’artista cerca sempre, attraverso la sua opera, di somigliare il più possibile all’idea che ha di se stesso.” Ebbene, forse la novità è che si può pensare di porre l’uomo al centro dell’arte e non le sue necessità di dimostrarsi artista… il punto di vista dell’autore è interessante proprio perchè cerca, attraverso una analisi dei fatti, una idea personalissima ed originale, un proprio pensiero su cui poi lavorare e costruire.Mi sembra che la capacità dell’essere umano ad attingere nel proprio irrazionale è l’essenza stessa della creatività. Quell’irrazionale però deve essere sano, altrimenti l’arte diventa messaggio astratto, diventa assenza di contenuti se non addirittura violenza. Credo poi che questa idea di creatività non possa legarsi ad un vissuto personale di fallimenti, di idee suicide o completamente scollate dalla realtà come nel caso di molti artisiti, surrealisti o meno…. A quresto punto però vorrei chiedere com’è che una persona “decide” di essere artista? Si può stabilirlo a priori, in modo razionale? O forse è necessario il rapporto interumano per arrivare all’arte così come anche nel libro citato viene intesa? ed ancora è necessaria l’adesione ad una ideologia? o forse ogni artista ha anche il dovere di cercare un percorso personale, originale, diverso da tutti gli altri?

Alogon            

Inviato il: 23 Jul 2007, 10:52 PM

Penso che nessuno decide di essere artista…forse lo scopre più o meno casualmente vivendo dei rapporti, rispondendo a degli stimoli a volte addirittura casuali.

Per me è così io non ho deciso nulla in via ineluttabile e definitva. Anzi io potrei rinunciare a quella che comunemente viene considerata identità artistica. A volte le definizioni sono inutili fardelli.

Diciamo che spontaneamente tendo ad esprimermi con un certo linguaggio che è quello che ho appreso essere simile all’ “arte” nei banchi di scuola e nei pellegrinaggi nei musei e luoghi dove si dice che essa “arte” si trovi.

Nelle etichette mi trovo stretto come nei percorsi accademici.

Non so se questa è una forma di originalità:mi auguro comunque che lo sia.

Può darsi che per qualcuno sia importante vedere il mio lavoro anche sotto questo aspetto.

copyright domenico fargnoli

ORSOALLEGRO            

Inviato il: 8 Aug 2007, 08:43 AM

Non credete che a volte il concetto di arte e di artista sia quantomeno sopravalutato? che stia un pò perdendo di significato. Nel linguaggio (ma forse non nel sentire) comune ormai tutto è arte; e questo perchè si intende con questa parola non il frutto della creazione artistica ma il creare di per se, evitando così accuratamente di definire categorie del bello del positivo dell’apprezzabile.

Tanta arte non è che modesta “artesania” per dirla alla castigliana. Tutto questo è solo uno spunto di riflessione e non vuole chiaramente riferirsi a nessuno, tutt’altro. Anche perchè di arte vera, qui, ce n’è.

Ma se deupaperiamo di oggettive differenze tutta l’arte assisteremo solo ad una scomparsa dell’arte stessa, che è tecnica e creazione, passione e conoscenza, e, profondamente, libertà.

Fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 9 Aug 2007, 11:27 AM

..se qualcosina ho percepito dalla lettura del testo “Arte senza memoria” (con la promessa di rivisitarlo più volte perchè i contenuti non sono certamente semplici) nell’arte sono importanti i messaggi,le immagini..quelli di vita o quelli di morte..non mi sembra poco!!

Guest            

Inviato il: 30 Sep 2008, 09:26 PM

Quante persone potete tranquillamente ritenere perfettamente guarite? La guarigione è sempre “un cugino di campagna”? O perlomeno,quanti stanno bene ?Quanti si sono cronicizzati? L’accogliere il paziente in cura secondo la creatività del terapeuta,è sempre significato di riuscita nella terapia o in quanto umano,il terapeuta stesso pùò fallire? Non mi interessano i numeri,chiaramente.Grazie..in attesa di “cortese riscontro”.

Guest            

Inviato il: 1 Oct 2008, 04:24 PM

Spiego meglio qualcosa che ho espresso con una certa brutalità: volevo dire che il terapeuta in quanto umano non può riuscire a favorire il buon fine di una terapia per vari aspetti dei quali alcuni dei quali sono di rsponsabilità del paziente. Il mio senso di speranza in ogni modo mi spinge a pensare alla quai infallibilità del terapeuta per cui,una volta che accetta un paziente in cura ,incosciamente ci sia il pensiero che questo ce la può fare.

Guest            

Inviato il: 18 Nov 2008, 09:19 PM

Si può creare u nuovo forum sul rapporto uomo-donna vista l’importanza che riveste nella teoria e nella prassi di M.Fagioli?

motobirillo67            

Inviato il: 22 Mar 2010, 03:43 PM

QUOTE (Alogon @ 30 May 2007, 11:20 AM)

Quello di come valutare i risultati di una psicoterapia è da sempre un tema quanto mai controverso.

Vorrei sapere dai lettori di questo forum cosa ne pensano in proposito. Mi astengo dal proporre inizialmente il mio punto di vista per non influenzare l’andamento della discussione….potrebbe essere importante in questo momento esprimere, senza indulgere nella descrizione di fatti, il succo della propria esperienza. C’è chi inneggia al nichilismo od al trionfalismo terapeutico con argomentazioni che vogliono persuadere. Esiste fra questi due estremi, che rischiano di essere entrambi falsi, un ambito intermedio che rappresenti il lavoro di chi, faticosamente, cerca la strada della trasformazione? Ringrazio preliminarmente tutti coloro che vorranno intervenire.

Secondo me valutare lo stadio di guarigione è veramente difficile. Dopo una fase acuta di crisi e dolorosa rivalutazione di tutta quella che è stata la mia vita fino ad oggi, sto già rientrando nella “normalità” riconcedendo valore a tutte le cose che un mese fa avrei voluto abbandonare. Risultato della psicoterapia senza dubbio, sto molto meglio ma sono guarito? Non so quanto comune sia la mia condizione e quanto un caso come il mio sia patologico ma questa consapevolezza di non aver risolto fino in fondo ed il timore di ricadere mi rendono inquieto.

Ho visto che questa discussione è un pò vecchia ma spero che qualcun’altro voglia recuperarla per cercare insieme di capire qualcosa di più rispetto a psicoterapia e guarigione.

Saluti e baci

fiore            

Inviato il: 12 May 2010, 08:35 PM

Quante persone hanno fatto una separazione affettiva dal terapeuta per cui si può dire che sono guarite? Inoltre ,se un atteggiameto delinquenziale del malato nega la curabilità,quanto è delinquenziale l’atteggiamento di un gruppo o dell’ambiente umano che circonda il malato stesso quando impedisce o procrastina la guarigione quando questa viene intuita realizzabile in un soggetto?

Alogon            

Inviato il: 13 May 2010, 11:16 AM

Bisogna che tu speciichi meglio la domanda: così è troppo generica. Cosa ti interessano delle staqtistiche? delle impressioni mie personali? Per gruppo esterno delinquenziale cosa aintendi la società, le associazioni di psichiatri?

copyright domenico fargnoli

fiore            

Inviato il: 13 May 2010, 08:45 PM

Nell’ultimo forum nel quale stai portando avanti una ricerca nuova,fai riferimento ad un artista della quale hai parlato anche ne “Gli angeli ribelli”..parli di separazione affettiva dal terapeuta,quindi è guarita!? Mi riallaccio in qualche modo al messaggio di Motobirillo e alle domande che probabilmente molti di noi si pongono :”Sto meglio,ma sono guarito? Rischio qualche altro “periodo nero”? Quali sono i pensieri o le miriadi di percezioni o sensazioni che possono far realizzare al terapeuta che il percorso di cura che ha affrontato per e con quel paziente ha avuto un “approdo” di guarigione,pur nella considerazione che la ricerca sulla identità umana dura poi tutta la vita? Non è questione di statistiche…ma di espressione di una grande realizzazione per persone che hanno sofferto ..chi è stato “gonfio di dolore” sa bene cosa questo vuol dire.Nei gruppi di cura il terapeuta affronta le dinamiche violente,ma al di fuori,la psichiatria tradizionale ,gli ambienti di lavoro,le famiglie ,la politica ,chi sa o intuisce qualcosa di nuovo,di diverso,di importante che sta dietro ad una persona che ha rapporto o lo ha avuto con una storia di cura, nel senso più ampio di SENZARAGIONE …. impazzire o paralizzare..ma se non ci riescono? La mattina,noi non sappiamo cosa e chi ci sarà dietro la nostra porta (“La perla tra le labbra”) e questo aiuta ad andare a letto la sera sapendo che una giornata dura è terminata e domani, chissà,potrebbe essere tutto diverso,migliore.E’ questo resistere,reagire,essere vivi..star meglio,in qualche modo?

Alogon            

Inviato il: 14 May 2010, 12:41 PM

Penso di sì. Penso che sia guarita anche se non entro nel merito dei fatti privati. Per me sicuramente è un risultato importante non dico come aver dipinto “Le demoiselles d’Avignon” ma per il valore che ha ….quasi Non so cosa farà domani questa persona non credo sarà esente da ogni forma di dolore ma da quella sofferenza che aveva causato la sua malattia ritengo di sì.

Potrei citare molti altri casi simili cioè di “malattia mentale” che guarisce. Dal punto di vista numerico poca cosa, qualche decina, ma sul piano della teoria un grqnde passo.

La “delinquenza” è di coloro che per gestire un piccolo potere che deriva dalla loro attività di propaganda di “false immagini”,, fanno finta che ciò che non esista, pronti peraltro ad osannare il primo cretino di turno

Un grande terapeuta ebbe a dire, qualche decennio fa, che lui casi del genere ne risolveva a centinaia.

In realtà egli ha curato anche la persona in questione che durante il suo trattamento ha fatto una gravissima crisi di cui nessuno sembra essersi accorto…..nemmeno lui anche se ha confermato, recentemente che era guarita….

Sospendo il giudizio e mi dichiaro contento per ciò che le persone che hanno avuto fiducia in me sono state in grado di ottenere.

Ciò che conta è il risultato

copyright domenico fargnoli

Standard
Forum di Senza Ragione

La perla tra le labbra, video e spettacolo teatrale

Alogon            

Inviato il: 14 Jan 2007, 02:09 PM

Immagini, suoni, movimenti si accordano

nelle parole che pronunciamo

per un’armonia apparentemente senza origine,

per l’emergere spontaneo di un pensiero

che non è solo ricordo di quanto abbiamo appreso.

Inventare ogni giorno se stessi

tracciando segni

che poi possono diventare un copione che gli attori imparano per recitare.

I segni lasciati dalla mano compaiono davanti agli occhi e ti sorprendono:

il linguaggio ti incanta per la sua potenza di evocare sensazioni prima mai conosciute.

Scrivere, parlare, disegnare linee sulla superficie di un quadro o nello spazio

attraverso la danza, comporre e raccontare storie nel susseguirsi rapidissimo

di figure, legate da un filo invisibile, su di uno schermo…

…teatro…

…il teatro è la porta tramite la quale

ci addentriamo nello spazio oscuro di quel silenzio

che è assenza di parola,

territorio non esplorato

che ci espone al rischio della frattura e dell’isolamento.

Potremmo scoprire che la luce ci aveva abbagliato,

e che il suono di un linguaggio non compreso

ci aveva reso sordi profondi.

Un’ arte senza memoria e senza ricordi

ci ha riportato comunque alla vita per quelle sensazioni che suscitava

oltre la superficie di quanto era visibile,

per la capacità che ci ha restituito di udire

ciò che poteva sembrare solo un rumore,

un fruscio appena percettibile

ma che invece era l’onda di un evento lontanissimo

che ci ha raggiunto :

un grido di speranza,con il quale, alla nascita siamo entrati in scena,

ed abbiamo cominciato a rappresentare noi stessi

nel palcoscenico del mondo.

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jan 2007, 01:08 AM

Parole…frasi…

a momenti sembrano certezze,in altri espressioni arcane

…arte senza memoria…

…il sensuale della parola…

…la parola pensata…

vorremmo che tutto fosse chiaro ed immediato

ed invece ciò che è senza ragione è così complesso

che spesso è facile perdersi.

E’ come la musica di una fuga:

non tutti riescono a seguire le voci che si intrecciano,

si rincorrono incessantemente

creando una tessitura fitta ma leggera

come il più prezioso dei vestiti.

Forse non tutto può essere spiegato,

non c ‘è un manuale di istruzioni

che ti porti per mano là dove la coscienza e la percezione

perdono forza e predominio.

Ciò che conta è una musica che avverti con il corpo più che con l’orecchio.

L’uomo della coscienza non ha vibrazioni,è una marionetta,

ha una testa di pietra senza volto e la sua ombra

è carica di inquietudine.

Uomini di pietra riuniti in folle,

masse che si muovono fra grattacieli, eretti come megaliti

in attesa di sprofondare in una voragine

aperta nel cuore stesso dell’uomo…

è difficile capire quando tutto appare privo di senso

come un albero svuotato…

quando le parole non suscitano emozioni

e non riescono ad essere canti di amore…

…allora è inevitabile la caduta…

…è inevitabile scivolare in una franata di detriti.

Ogni movimento è una deriva

quando non c’è la bussola del sogno,

la rete invisibile della fantasia

che cattura quei piccoli segni

che poi si trasformano nella veglia

fintantoché si possono comporre insieme

per costruire le parole…mura di parole…

a volte però non ci possiamo affidare soltanto

al silenzio dei sogni che pure ci regalano

lo stupore dell’immagine.

Dobbiamo aprire gli occhi sul profilo di una donna

sconosciuta.

Essa è la figura di un pensiero mai prima pensato

che compare e vediamo in un corpo di donna

che si muove in un palcoscenico di linee e colori

che noi stessi abbiamo creato

per accoglierla.

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 20 Jan 2007, 05:07 PM

Molti anni passati in una ricerca sul rapporto fra psichiatria ed arte.

Che cosa è cambiato nel corso del tempo?

A parte gli aspetti formali forse sono emersi nuovi contenuti.

In particolare una maniera diversa di vivere e rapportarsi alla dimensione collettiva.Ho girato a lungo attorno a questo tema senza riuscire a metterlo a fuoco prima.

Attualemnte mi rendo conto che tutto il processo della cura, ma anche della formazione è estremamente complesso.

In special modo ho capito che l’affermazione dell’identità, personale e sociale passa inevitabilmente attraverso il “conflitto” fra le persone. Un “polemos” che solo apparentemente potrebbe essere violento (salvo eccezioni ovviamente)

Nessuno mi sembra facilmente disponibile ad accettare la creatività altrui quando questa si manifesta in forme e contenuti che inaspettati, determinano reazioni e crisi.

Però, questo il è il punto, il contrasto che emerge anche se duro, non è distruttivo.,,,anzi.

Pertanto la cura non è l’approdo ad un luogo ideale dove tutti si vogliono “bene” e le relazioni sono pacificate.

Ciascuno mette in moto un processo di crescita che a volte interferisce od incrocia quello di altri.

Ed allora lo scontro va retto e se si è sani non si deve avere paura delle conseguenze….

…un collettivo in cui compare la guarigione, la creatività può divenire molto turbolento e può mostrare contraddizioni estreme che magari prima non si vedevano….

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 21 Jan 2007, 02:33 PM

L’uomo nuovo

dipinge con la mente

ma il suo non è un sogno faustiano

che condanna l’arte al ritorno della ragione.

Egli crea immagini.

su di una matrice trasparente:

immagini non simboli astratti

di un inconscio

in cui sarebbe il caso

a generare le forme

su di uno sfondo nero o sul vuoto;

C’è una ferita nascosta

nell’idea di un origine dal Caos

che riporta alla freddezza dei concetti,

al negativo, al deforme invisibile

che annulla la donna.

Ferita attraverso la quale la ragione cancella ogni volta la diversità

e torna a dominare i pensieri nello specchio della riflessione.

Essi perdono così quella leggerezza che li rende fugaci e capaci di sovrapporsi

come tracce visive del tutto simili agli accordi musicali.

L’idea si muove in uno spazio interno di pluridimensione

sfugge alla fisicità del moto e del tempo che seguirebbe

solo una linea, una misera linea nell’universo di una mente

che si espande in un unico istante in molte direzioni.

La vita è al di là del guscio rigido della coscienza

che quando si infrange ci regala l’inquietudine del sublime.

Navigare nel mare delle sensazioni

per sciogliere il nodo che ci legava al caso come un enigma

impossibile da risolvere.

Forse tutto ha un senso

anche se per comprendere spendiamo un’intera esistenza

fermati solo dalla morte: una visione nuova

che attraversa l’opacità dell’oggetto

e ci rende partecipi di una molteplicità di vite.

I nostri corpi sono solo in apparenza separati

quando i pensieri non coscienti vibrano all’unisono senza che nessuno annulli se stesso.

Tanti occhi che guardano,

mani che lavorano,

orecchi che sentono insieme.

 

L’arte si lega ad uno stato mentale. Un quadro, una poesia è uno stato mentale. Ciò che veramente conta è la qualità, la tonalità di fondo di una condizione della mente che viene comunicata. Per questo l’arte nono può essere neutrale. C’è un arte che ti aiuta a vivere ed un’altra che ti spinge a morire.

E’ arte solo quella che ci aiuta a vivere,

a compiere un passaggio dalla morte alla vita,

dal latrato di Cerbero alla luce,

dall’orrore senza nome delle atrocità,

delle tortrure,

del dolore inflitto da persone che apparentemente

sono come gli altri alla bellezza..

E’ inspiegabile, se ci guardiamo intorno, come sia sopravvissuta fino ad oggi l’arte

che già conoscevano gli uomini delle caverne.

Alla brutalità ha fatto sempre da contrappunto la bellezza.

C’è in noi un impulso irrazionale che ha il potere di far sparire,

anche solo per un attimo il cinismo, la desolazione

e ci fa vedere la realtà con occhi diversi,

senza fantasticherie od illusioni.

Di ciò si dovrebbero occupare gli psichiatri

che hanno invece, fino a pochi decenni fa, vanamente interrogato

la pittura, la poesia

senza risolvere l’enigma dell’immagine

della vitalità, della resistenza

per una nascita umana in un mondo senza ricordi certi,

senza figure non ancora definite

quando la mente ha già un potere immenso in un corpo debolissimo.

 

Sono stato, un anno fa a Chauvet, Pont d’Arc nella regione francese dell’Ardeche. 32000 anni fa durante l’era glaciale gli uomini del paleolitico davano prova di una eccezionale capacità estetica

dipingendo in una grotta, situata in un contesto ambientale spettacolare, circa 480 figure di animali. Artisti straordinari che appartenevano probabilmente ad una scuola, lungo l’arco di moltissime generazioni per le convenzioni stilistiche, geometriche attraverso le quali costruivano le immagini che pertanto erano tutt’altro che semplici osservazioni naturalistiche. Le linee color ocra o nere trasmettono ancora uno stato mentale ancorato alla roccia dalle figurazioni nelle quali è quasi assente la figura umana salvo le impronte rosse del palmo delle mani di donne uomini e bambini ed i triangoli vulvari sormontati da disegni teromorfi

La grotta è il centro generatore del mondo, il punto in cui l’uomo si ricongiunge con il cosmo per il tramite di animali guida inseriti in una sapiente coreografia, catturati nella loro essenza e forza dal movimento prodotto dal disegno più che dalla freccia, inseriti in un tracciato che è soprattutto una ricerca del significato della vita.

Entrando nella grotta per gli ottanta uomini dei quali sono rimaste tracce di frequentazione probabilmente cambiava qualcosa, forse accedevano ad una condizione in cui il senso della realtà era diverso attraverso una serie di procedimenti dei quali non conosciamo la natura.

Mi piace pensare che anche l’uomo primitivo cercava di eliminare il caso dalla propria esistenza.

Quel caso che stato unito alla necessità per spiegare l’evoluzione e la vita: “ da un gioco completamente cieco tutto può derivare, ivi compresa la vita ” scriveva Monod .

Nell’accedere ad uno stato mentale modificato, in cui le immagini ricordano creazioni oniriche crepuscolari, l’arbitrarietà degli eventi sembrava scomparire di fronte alla capacità di sognare e di dare un senso a percezioni minime, veri e propri indicatori del corso degli eventi.

Cessava lo sforzo di dare un orientamento razionale all’esistenza e si acquisiva una sensibilità più profonda che portava oltre la superficie di ciò che viene macroscopicamente percepito.

Illusione antropocentrica, animistica rispetto alla quale bisognerebbe operare una rottura radicale come ha affermato a suo tempo Monod? Secondo questo autore l’uomo apparterrebbe contemporaneamente a due regni: la biosfera ed il mondo delle idee e sarebbe torturato ma anche arricchito da questo dualismo lacerante che si esprimerebbe nell’arte, nella poesia e nell’amore umano. Nella biosfera soltanto il caso è all’origine di ogni novità, di ogni creazione. Caso puro, libertà assoluta ma cieca. L’uomo scopre la sua completa solitudine in un universo che è sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze

Non voglio entrare nel problema di come sia nata la vita in generale. Ciò che io conosco è la vita umana, la mia vita.

Sicuramente sono nato per caso: ma oggi questo aspetto mi interessa relativamente anche perché l’affermazione potrebbe essere “indecidibile”. Anche il contrario potrebbe essere vero.

Ecco io mi sento affine all’uomo primitivo senza condividerne in alcun modo l’animismo: la casualità non mi spaventa, mi sento spesso in sintonia con ciò che sembra intervenire arbitrariamente. Lo sfrutto creativamente nel fare artistico anche se il fattore imprevedibile viene inseritio in un insieme dotato di senso capace di opporsi alla sua apparente estraneità.

E credo che la creatività umana non sia casuale ma il frutto di una ricerca, di rapporti interumani che coinvolgono anche la “biosfera” cioè in altri termini la realtà fisica, corporea. Il rapporto uomo donna. Ma è stato ipotizzato che la trasformazione psichica, alla nascita comporti una trasformazione del genoma come se il pensiero non fosse idea platonica , anima imprigionata in un corpo, ma fosse essa stessa realtà materiale per il superamento di una dicotomia tutta religiosa.

 

C’è chi afferma di non aver mai incontrato “l’uomo”:

l’uomo sarebbe solo il prodotto del caso e cos’è

l’”umanità”?

….un flatus vocis….un’astrazione.

residuo infausto di una teologia volgente al tramonto.

Il vero “uomo” impone la crudele legge del più forte:

è il conflitto, la guerra, il padre di tutte le cose?

 

All’origine la vitalità

è un isola sperduta nell’oceano

e noi siamo soli

a lottare contro una natura ostile.

Perché non sperare che qualcuno ci trovi

togliendoci

da uno stato di natura senza ragione

E senza ancora un rapporto

riconoscendoci

un’immagine di vita

che si può esprimere e sviluppare?

Chi ha per nascita il diritto alla ricerca della felicità

e della libertà

che altri non avrebbero?

Chi giudicherà i deboli da gettare

dalla rupe Tarpea?

Scoprire un’identità,

vita come fantasia

e poi lottare per un diritto

ad essere senza ragione

per quel pensiero prima della parola

che non tutti hanno perduto.

Allora i giorni non saranno tutti uguali,

alba e tramonto sulle pene di sempre,

e ciascuno si scalderà ad un piccolo fuoco

rubato agli dei.

Così nessuno ci potrà togliere

la libertà di sognare

esenza la schiavitù della coscienza

voleremo come Icaro

lontano da ogni caduta.

I momenti più intensi

rimarranno oltre il ricordo:

c’è un’orizzonte

cui ancora non siamo arrivati.

Una donna ci ha atteso

e ci lascerà ripartire

senza maledirci come Circe.

Diritto di ciascuno alla ricerca di sé

alla libertà del movimento

che nasce da idee vissute

e poi emerse contro ogni volontà.

Nessuno verrà lasciato

in una spiaggia deserta

 

a tormentarsi per la morsa del bisogno,

come in un campo di concentramento,

a ridursi animale

per non riuscire

a sentire altro

che il suo corpo sofferente.

Nessuno cercherà di distruggere la mente

per il dolore di dover rinunciare

alla fantasia.

Diritto di essere se stessi

nonostante le credenze,

le lacerazioni dei rituali mai adeguatamente compiuti

per la tirannia di una religione

che ti vuole affogare nel terrore.

 

Penso. Ma non ho immagini che affollano la mente: La ricerca di un rapporto vero è come camminare su di un filo: La ricchezza nel riuscire a seguirlo è proporzionale al rischio di perderlo.

Uno stato di leggera tensione: desiderio sempre rinnovato e minacciato per la libertà che sottintende. C’è anche chi nega di poter prendere. E’ difficile stare insieme :la libertà è un paradosso che fa la maggiore seduzione fra un uomo ed una donna. Sentirsi legati ma nello stesso momento liberi. Deve crescere una certezza dai contorni sempre più definiti.

Chiudere un cerchio ed aprire una strada nuova.

Mentre mi incammino non ho concetti né ricordi, neppure quella lingua muta che alcuni ritengono un parlare interiore. Sono trasparente e non ho niente se non l’attesa. Aspetto che una musica cominci e vibrando trasformi il pensiero, la mia stessa esistenza in un corpo vivente.

Tempo di una vita piena senza un significato subito riconoscibile. Le parole vengono troppo presto.

Cerco il segno dell’inizio ma non ho subito immagini coscienti, non ho concetti né ricordi, neppure la lingua muta che alcuni ritengono un parlare interiore.

Mentre percorro una nuova strada ascolto il silenzio che circonda i sogni.

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 23 Jan 2007, 01:19 PM

Una strada nuova

L’era digitale ha significativamente cambiato il rapporto con “l’immagine” più di quanto abbia fatto la fotografia nell’800. L’immagine non ha più bisogno per essere visualizzata di un supporto materiale ingombrante come la tela o le “pizze” cinematografiche :essa viene ridotta ad una sequenza di numeri registrabili in oggetti sempre più piccoli ma dotati di una memoria che cresce in un modo esponenziale.

Non c’è confine alla possibilità di creare e di modificare, di sovrapporre interpolare trasmettere…

 

L’impressione però è che queste possibilità non vengano ancora sfruttate appieno e che la tecnologia corra più veloce della capacità degli artisti di sfruttarla per i propri intenti creativi. …artisti… ammesso e non concesso che artista oggi sia una parola che abbia un significato….forse noi alla parola artista dobbiamo dare un senso diverso…

Inoltre bisogna fare i conti con gli atteggiamenti pantoclastici degli innovatori a tutti i costi che in un impeto futurista vorrebbero fare fuori tutto il passato.

La videoarte per es. è un universo magmatico in continuo travolgente movimento. L’innovazione però non è nel mezzo ,“il video”, come sembrava pensassero certi sperimentatori degli anni 70, ma nelle idee che esso consente di esprimere.

La prima videoarte è stata sessantottina, apparentemente liberatoria ed antirepressiva ma anche tragica nel suo approdo ai rituali sadomasochistici della “bodyart”. Il video si è imposto annullando all’inizio ogni forma di rappresentazione e trascinando dentro se stesso la realtà così com’era. Anzi non com’era ma come la vedevano alcune persone attraverso il filtro delle loro percezioni deliranti.

I “realities” attuali, gli stuff movie, il cinema necrofilo dei serial killer è stato anticipato da una prima generazione di videoartisti che ha dato testimonianza della “schizofrenicità” di performances basate su operazioni chirurgiche, castrazioni, esibizione di veri handicaps.

Morte dell’arte od impotenza di una minoranza a far fronte a cambiamenti radicali, alla necessità di far propria una nuova visione dell’”uomo”?

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 29 Jan 2007, 12:26 PM

Ho letto, in un libro sulla fotografia di Man Ray, che egli dipingeva ciò che riteneva non potesse essere fotografato. Attualmente io faccio esattamente il contrario. Dipingo ciò ciò che poi fotografo o riprendo con la telecamera.

Ho visto “Emak Bakia” il cortometraggio di Man Ray del 1927 mi pare. E’ molto simile all’altro “ “Le retour a la raison” del 1923. In entrambi c’è una parte iniziale che allude al caos, al moto browniano delle particelle, a movimenti meccanici ripetitivi. Si approda poi a delle riprese “patinate” con macchine di lusso,con donnine ammiccanti.

Nel film compare anche Jean Rigaut nell’atto di togliersi il colletto della camicia.

Man Ray nella sua autobiografia scrive:<<[…] Rigaut era il più bello ed elegante del gruppo, una personificazione del dandy francese, così come me l’ero immaginato-benchè le labbra avessero una piega amara. Negli anni seguenti diventammo molto amici; insieme organizzammo molte scappatelle finchè un giorno appresi che si era suicidato. Non lasciò nessuna spiegazione (Man Ray autoritratto 1963)

Gli scritti di RIgaut stanno a dimostrare la sua stretta aderenza alle ideologie dadaiste, specchio del successivo esistenzialismo di Sartre e del nichilismo su più larga scala. Quando aveva venti anni Rigaut decise di suicidarsi e così fece a trenta.( anche Man Ray nel 1917 pensò seriamente al suicidio)

L’essenza del dandismo consiste nel narcisismo delle sfumature fino a sfociare nell’indifferenza ( o anaffettività?) più assoluta. La vestizione è un rito in cui la cravatta assume l’importanza centrale perché è la più prossima al nulla.

E’ stato detto che l’artista dadaista prima e surrealista poi ha una tensione verso la morte: Rigaut (come del resto fece anche Jung) dormiva con una rivoltella sotto il cuscino. Il suicidio è l’atto attraverso il quale il dandy vuole appropriarsi definitivamente della morte, riprendere in mano la propria esistenza recuperando la propria libertà….

…viene in mente il caso Ellen West di Binwanger e l’affermazione dello psichiatra che il suicidio della paziente era una festa…un atto di libertà…

Tornando a Man Ray nel suo film Emak Bakia compare anche la famosa Kiki di Montparnasse che fu sua amante per sei anni- La ritrasse nel famosa fotografia “Le violon d’Ingres”.

A trent’anni Alice Rin, il vero nome di Kiki, è distrutta; a 50 diventata enorme e muore per emorragia cerebrale dopo vicende di droga e carcere.

Possiamo considerare “arte” quella che esalta o provoca direttamente od indirettamente la morte di esseri umani?

Con storie come queste nel nostro passato, storie esaltate e tristemente reiterate fino ai giorni nostri, forse faccio bene a non volermi considerare un’artista….

copyright domenico fargnoli

 

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 29 Jan 2007, 08:17 PM

…ma nel passato c’è anche Picasso con “La gioia di vivere” e non credo che Francoise Gilot sia diventata grassa e malata.

 

 

Alogon            

Inviato il: 30 Jan 2007, 10:00 PM

Nel 1946 Picasso trascorre quasi tutto l’anno sulla Costa Azzurra con la pittrice Françoise Gilot, conosciuta tre anni prima. Da questa compagna avrà due figli, prima di essere lasciato nel 1953: nel 1947 Claude, nel 1949 Paloma. La relazione con Françoise vivrà uno spiacevole seguito una decina di anni dopo, quando verranno pubblicate le memorie della donna intitolate “Vita con Picasso”, che provocano la rottura tra il pittore e i due figli Claude e Paloma.

Tu, Fiore sai qualcosa di questa storia?

Del libro di Marina Picasso “Grand-père” qualcuno si è fatto un’opinione?….

….argomento piuttosto difficile…però interessante

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 31 Jan 2007, 11:38 PM

Devo precisare che sono un grande estimatore di Picasso. Ho cominciato a leggere libri su di lui,

alla biblioteca Comunale si Siena, fin da quando ero studente universitario.

Però non so come interpretare alcuni aspetti della sua biografia quali quelli riferiti da Marina Picasso….

propongo inoltre questa pag che ho trovato su internet

 

“Picasso e le donne

Nel 1904 il ventitreenne Pablo Picasso torna una seconda volta a Parigi con la precisa intenzione di restarvi e di diventare qualcuno. Iniziano gli anni straordinari dei periodi blu e rosa, ma anche quelli in cui l’artista spagnolo darà inizio ad esperienze erotiche e sentimentali senza eguali in tutta la storia dell’arte. Sino ad allora si era concesso qualche avventura fugace e mercenaria, ma appena tornato in Francia incontra il suo primo folle amore, Fernande Olivier, una giovane provocante e di grande bellezza. E’ il colpo di fulmine improvviso. La donna con un matrimonio fallito alle spalle ammalia il pittore a tal punto da travolgerlo in una passione forsennata: non può starle un attimo lontano e pur di assecondarla si dedica ai lavori domestici mentre lei lo osserva pigramente dal letto.

Gli otto anni trascorsi con la Olivier sono intensissimi ma sufficienti ad esaurire la sua passione amorosa, per cui la rottura è inevitabile quando conosce Marcelle Humbert. Decidono di fuggire insieme all’insaputa di tutti. ‘Il mondo comincia adesso e tu sei Eva’ – confidava teneramente alla nuova donna di cui è innamorato e che gli ispira una serie di quadri straordinari; ma fu un amore tragico e breve, poiché Marcelle muore all’improvviso nel 1916. Il pittore resta solo a Parigi mentre in Europa infuria la prima guerra mondiale: è triste, annoiato, partecipa svogliatamente alla realizzazione di una scenografia per la celebre compagnia del Balletto russo di Daghilev. Fra le ballerine conosce Olga Koklova, rimane folgorato dalla sua bellezza e decidono di non separarsi mai più. La sposa un anno dopo e la vita privata di Picasso cambia radicalmente, sembra diventato un borghese benestante mentre ostenta grossi anelli alle dita, però la sua natura irruente e passionale non tarderà a riemergere quando si accorge di non essere adatto al ruolo di marito, nonostante la nascita del figlio Paulo che spesso dipinge in braccio alla madre in quadri rimasti fra i capolavori della pittura moderna. Viene travolto da una carica erotica ossessiva come testimoniano centinaia di disegni quasi pornografici di quel periodo e alcuni quadri di donne lascive circondate da simboli fallici o grottesche figurazioni dei genitali femminili. Nel 1927 Picasso ha compiuto 46 anni, è un artista già ricco e famoso ma profondamente insoddisfatto della sua vita privata con una moglie che diventa sempre più gelosa. Lo si incontra quasi sempre fuori di casa mentre passeggia distrattamente nei boulevards, lasciandosi andare al caso – come teorizzavano in quel periodo i suoi amici surrealisti. E fu per caso che, in un gelido mattino di gennaio, rimase affascinato da una diciasettenne dagli intensi occhi azzurri, bionda e sensuale. Le si avvicinò dicendole “sono Picasso, vorrei farle un ritratto”, la portò al cinema e da quel momento divennero amanti. Era Marie-Therese Walter, una minorenne d’origine svizzera che viveva con la madre e non aveva mai conosciuto il padre. La fanciulla rimase affascinata, soggiogata da quest’uomo di trent’anni più vecchio che la trattava come un padre-padrone, iniziandola a pratiche sessuali prive di ogni tabù.

Marie-Therese è tranquilla, ben educata, si accontenta di vivere nell’ombra senza interferire nella vita privata del suo amante che sopporta sempre meno la moglie isterica e gelosa. Nei primi mesi del ’35, la ragazza gli annunciò di aspettare un bambino e Picasso decise di divorziare sebbene il matrimonio fosse soggetto alla comunione dei beni. La moglie per vendetta lo trascinò in tribunale e fece apporre i sigilli a tutte le proprietà del pittore, compresi i colori, i pennelli e i dipinti in lavorazione: “il peggior periodo della mia vita” definirà in seguito questi mesi terribili, che si conclusero con la definitiva separazione da Olga la quale morirà vent’anni dopo completamente pazza.

Dalla relazione con la giovane amante era nata una bambina che chiameranno Maya, ma Picasso riprende a girovagare per i boulevards, notando un giorno una bella ragazza con cui imbastisce un’intensa relazione erotica . Era Dora Maar, la quale corrispondeva fisicamente al suo tipo di donna preferito: bassa, come lui, formosa, bruna, elegante e colta. L’opposto di Marie-Therese, l’amante-bambina che lo attraeva sessualmente senza interessarlo sul piano intellettuale, ma non volle lasciarla e rimase con lei ancora per una quindicina d’anni, durante i quali andrà sempre a trovarla i giovedì e le domeniche quando la bambina era a casa da scuola. A Dora Maar dedicherà il resto del tempo fino a quando non si stancherà di lei, abbandonandola al suo destino.

Gli anni passano inesorabilmente, la seconda guerra mondiale sconvolge i corpi e le coscienze, Guernica è lì con le sue urla disperate ad ammonire gli uomini che continuano a combattere e morire. Nel 1944 Picasso conosce, a 63 anni, Françoise Gillot, l’allieva ventiduenne di un suo amico pittore. E’ una donna giovane ed affascinante, ha classe, uno stupendo sorriso e quarantun anni meno di lui. Anagraficamente lontani Pablo e Françoise, come novelli Paolo e Francesca, sono invece vicinissimi nello spirito e nel corpo, tanto che nel ’47 avranno il figlio Claude e due anni dopo la figlia Paloma. Ma Picasso – come scriverà poi la stessa compagna – era gelosissimo, avrebbe voluto che si vestisse da monaca affinché nessun altro la guardasse, mentre “le donne entravano e uscivano nella sua vita come lucciole attratte da una lanterna; le fissava sulla tela, le usava sessualmente e quando era stanco le gettava via”. Nonostante la sua inguaribile infedeltà sentiva per Françoise una passione bruciante che gli accendeva la fantasia, l’ispirazione, dandogli – semmai ce ne fosse bisogno – una carica sensuale ed artistica inesauribile.

Cominciava tuttavia a manifestare singolari manie come quella di mettersi in tasca tutto il contante disponibile in casa, enormi mazzette di cartamoneta che contava e ricontava per ore. Françoise Gillot, stanca delle sue manie e dei continui tradimenti, decide di lasciarlo dicendogli persino di odiare la sua pittura mentre Picasso, nello stesso istante, per rabbia le spegneva una sigaretta sulla guancia (la donna in seguito si sposerà con un altro e resterà l’unica ad averlo piantato).

A quel punto chiunque, a 73 anni, si sarebbe rassegnato decidendo di farla finita con le donne. Non certo Picasso che, dal ’54, trascorre ormai la sua vita in Costa Azzurra dove conosce una ventottenne divorziata per la quale perde la testa. E’ Jacqueline Roque. Non si lasceranno più, acquista per lei a cento milioni di franchi un castello da favola, ma il pittore è ricchissimo: una schiera di mercanti d’arte internazionali attende quotidianamente in soggiorno di essere ricevuta con l’intenzione di sborsare qualsiasi cifra pur di accaparrarsi qualcuno dei tanti quadri che l’artista prolificamente dipinge ogni giorno. D’altronde Picasso ha inventato tutta o quasi la pittura contemporanea ed ancora oggi, nonostante abbia lasciato una produzione vastissima e senza eguali, le sue opere sono in assoluto le più costose del XX secolo. Nel castello di Vallauris trascorre quello che è, forse, il periodo più tranquillo della sua vita. Si sveglia a mezzogiorno, trova anche il tempo per giocare con i figli e gli animali che amava tenere con sé: alcune galline, due cani afgani ed una capra. Nel 1955 è morta demente la prima moglie, ma passeranno sette anni di convivenza prima di sposare in gran segreto Jacqueline Roque mentre si accinge a festeggiare il suo ottantesimo compleanno. Il più grande pittore del Novecento continua a lavorare freneticamente, non vuole più vendere le opere che desidera raccogliere in una monumentale collezione privata. Il 25 ottobre 1971 ricorre il suo novantesimo compleanno e continua nel lavoro creativo con l’entusiasmo e il vigore di sempre… fino a quando la morte suona alla porta della sua villa di Mougins in un giorno di aprile del 1973.

Sarebbero passati pochi mesi ed il figlio Paulo, primo ed unico avuto da Olga, si toglie la vita, come farà Dora Maar, negli anni Ottanta. Nessuno tuttavia aveva fatto caso, nel ’77, alla notizia che una vecchia donna si era suicidata. Marie-Therese Walter, l’amante-bambina incontrata da Picasso cinquant’anni prima, aveva deciso di impiccarsi. “

 

Farò ulteriori ricerche perchè, francamente non so cosa pensare…

ho trovato anche questa citazione di Marina Picasso secondo la quale la sua famiglia era incapace di <<sottrarsi all’abbraccio mortale di un genio che aveva bisogno di sangue per firmare le sue tele…per lui contava solo la pittura, la sofferenza o la felicità che gli procurava. Per servirla e disobbedirle, non appena era lui a dominarla, tutti i isistemi erano buoni. Come faceva con un tubetto di colore per estrarre una vibrazione cromatica, non esitava a schiacciare in lui un semplice sguardo(…) Amava le donne per gli istinti sessuali e carnivori che gli ispiravano. Voleva appropriarsi del loro mistero. Amante di carne fresca, le facevaa pezzi le violentava e se ne nutriva. Mescolando sperma e sangue, le esaltava nei suoi dipinti. le sottoponeva alla sua violenza…>>

 

Qui Picasso viene “dipinto” come un mostro di anaffettività…

percezione delirante o realtà? 14 0 20 anni di analisi freudiana hannno liberato Marina od hanno contribuito in una maniera più o meno rilevante a creare l’immagine del cannibale?

Credo che la ricerca della verità su questo tema sia molto complessa.

Come dato certo rimangono i suicidi e la fine tragica di molte persone vicine a Picasso.

Ma questi fatti vanno interpretati e compresi….

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 1 Feb 2007, 03:59 PM

ovviamente le semplificazioni sono pericolose. Ma guardate cosa ha il coraqggio di scrivere Desmond Morris

famoso antropologo

 

“Perchè i geni tradiscono le mogli

E’ tutto scritto nel loro Dna”

L’antropologia spiega il vizio di Einstein, Picasso e altri potenti

 

DI DESMOND MORRIS

Dopotutto, allora, Albert Einstein non ha trascorso proprio ogni sua ora di veglia a scrivere col gessetto complesse formule alla lavagna: secondo alcune lettere, pubblicate questa settimana, dedicò parte del suo tempo anche a corteggiare le donne. E, a quanto pare, con apprezzabile successo. Per molte persone l’idea che Einstein abbia avuto dieci amanti non calza a pennello con l’immagine del grande genio solitario. Perché avrebbe sprecato parte del suo preziosissimo tempo nella logorante attività di portare avanti una serie di relazioni illecite, di avventure che avrebbero creato scompiglio nella sua vita famigliare, pregiudicando in modo particolare il suo rapporto con i figli?

 

La risposta è che lui, al pari di altri uomini molto creativi, aveva in abbondanza una delle qualità più tipicamente specifiche dell’uomo: il piacere di correre dei rischi. Ogni gesto creativo, ogni formula nuova, ogni innovazione che rompe col passato costituisce un atto di ribellione che, se coronato da successo, demolisce un concetto preesistente e di vecchia data. Pertanto, ogni qualvolta una mente brillante intravede una nuova possibilità, si trova a dover correre un rischio supremo.

 

Una nuova formula, una nuova invenzione possono anche non funzionare; possono, in effetti, rivelarsi un disastro, ma l’uomo di genio, qual è stato Einstein, ha il fegato di tener duro, nonostante tutti i pericoli, sia dentro sia fuori l’ambito intellettuale. Non che Einstein sia in alcun modo un esempio isolato: di fatto, più che costituire un’eccezione, è davvero nella norma, per ciò che concerne il rapporto tra grandi uomini e sesso.

 

C’è anche il gusto atavico del rischio, in una società con sempre meno pericoli. Ogni gesto creativo nasce dal gusto della sfida ed è un atto di ribellione

Scopriamo che il fisico non ha passato la sua vita a scrivere solo formule matematiche.

 

L’impulso dei maschi dominanti risale alla preistoria: il brivido da una caccia all’altra. Nel corso di una sua visita presidenziale in Gran Bretagna John F. Kennedy una volta sconcertò l’anziano Harold Macmillan lamentandosi con lui che se ogni giorno non aveva un rapporto sessuale con una donna soffriva di terribili emicranie.

 

Kennedy è stato insaziabile e irrequieto: si dice che facesse l’amore con un occhio sull’orologio e che liquidasse una donna non appena aveva fatto sesso con lei in tre posizioni diverse. Se possibile, preferiva farlo con due donne alla volta e seduceva qualsiasi giovane gli capitasse di incontrare, dalle starlet alle donne che facevano vita mondana, dalle segretarie alle hostess, senza dimenticare ovviamente le spogliarelliste.

 

Del resto l’impulso nei maschi dominanti di correre i rischi più grandi – un impulso che pare sia congenito – risale alla preistoria. I nostri antenati che vivevano sugli alberi, le scimmie, quando dovevano far fronte a un pericolo non facevano altro che salire su qualche ramo ancora più in alto, dove continuavano ad alimentarsi con un frutto o una bacca.

 

Quando però i nostri primi antenati scesero dagli alberi per vivere a terra, dovettero di colpo smettere di correre in giro in cerca di un riparo e imparare a far fronte a pericolosi rivali e prede non appena iniziarono a cambiare stile di vita nutrendosi di carne. Per trasformarsi in cacciatori di successo divenne così indispensabile un nuovo requisito particolare: l’audacia. Se volevano sopravvivere cibandosi di carne i cacciatori primordiali dovevano essere coraggiosi e correre dei rischi.

 

Le donne delle tribù erano troppo importanti per pensare di esporle ai pericoli: a escludere tale possibilità era il loro vitale ruolo di riproduttrici. Gli uomini, invece, erano sacrificabili. Se, come inevitabile, alcuni di loro perdevano la vita, gli altri potevano contribuire a mantenere inalterati i ritmi riproduttivi dei gruppi umani ancora molto sparuti. E così i maschi si trasformarono in cacciatori in branco, programmati geneticamente per accollarsi dei rischi e portare a termine il compito assegnato: portare a casa da mangiare.

 

Oggi le mansioni equivalenti alle cacce di allora – andare in ufficio o in fabbrica, così come lavorare in una fattoria – sono di gran lunga meno rischiose e pericolose, ma il ben radicato impulso a correre dei rischi sussiste invariato. A riprova di ciò c’è il fatto che gli uomini sono oggi molto più portati agli incidenti delle donne: nel corso della loro vita le donne hanno molte meno possibilità degli uomini di rimanere vittime di incidenti violenti. A trent’anni gli uomini hanno possibilità 15 volte superiori a quelle delle donne di morire in un incidente.

 

Agli uomini speciali – i più avventurosi – non rimangono che due possibilità: o impegnarsi in qualcosa che faccia loro correre dei rischi a livello fisico – come entrare nelle forze aeree speciali, farsi lanciare nello spazio o attraversare a piedi il Polo Sud – o esplorare nuove idee, creare nuove forme d’arte, inventare nuove tecnologie e di conseguenza cambiare lo stile di vita di noi tutti.

 

Gli uomini brillanti, quelli la cui creatività assicura loro un immenso successo, talvolta si ritrovano in situazioni curiose: a tal punto sono ricompensati dalla società per le loro realizzazioni che non riescono più a limitare la loro curiosità ai nuovi problemi del loro campo specifico. La loro curiosità inizia a interessarsi di altre aree. All’improvviso, per esempio, per loro diventano irrinunciabili nuove esperienze sessuali. A essere importante non è l’accoppiamento vero e proprio, che di fatto cambia soltanto di poco.

 

A contare molto, invece, è il brivido della caccia, l’eccitazione per la nuova conquista. Una volta coronata da successo la conquista, la novità della relazione inizia a smorzarsi e ha inizio un’altra caccia. Ogni avventura illecita comporta segretezza e sotterfugi, tattiche e strategie, nonché il terrificante rischio di essere scoperti, ed è tutto questo a renderle la metafora perfetta delle cacce primordiali.

 

A contribuire a queste avventure erotiche è il fatto che la fama, il potere e la ricchezza che questi uomini brillanti ricevono in cambio dei loro successi li rendono quanto mai allettanti per l’altro sesso. Possono anche avere il volto di un ippopotamo arrabbiato, ma grazie al loro status così alto in qualche modo riescono a irradiare ugualmente sex appeal, con grande incredulità e sconcerto degli affascinanti falliti che si occupano per loro di umili incombenze.

 

Si dice che il grande filosofo Betrand Russell, che nonostante tutta la sua innegabile brillantezza intellettuale non avrebbe mai potuto portarsi a letto una donna contando soltanto sul proprio aspetto fisico, soffrisse di “satiriasi galoppante”.

 

Egli affermò di non poter considerare una partner attraente dal punto di vista sessuale per più di qualche anno, dopo di che doveva per forza passare a una nuova conquista. Ebbe avventure con una lunga sequela di donne, e ne sposò alcune. Tra di loro vi furono una giovane segretaria, la moglie di un deputato, la figlia di un chirurgo di Chicago, una ricercatrice, un’attrice, una suffragetta, svariate insegnanti, la moglie di un docente di Cambridge e la governante dei suoi figli.

 

Un suo biografo descrisse la sua vita privata in questi termini: “Un caos di relazioni serie, di appuntamenti galanti segreti, di avventure emotive sul filo del rasoio che mettevano costantemente in pericolo la sua vita con scandali deleteri”. Questo è quel che si dice correre dei rischi al massimo livello.

 

Anche Picasso è stato insaziabile dal punto di vista del sesso, tanto che un suo amico ha detto che ne era letteralmente ossessionato. Fuori e dentro la sua vita c’è stata tutta una lunga processione di donne, Fernande e Eva, Olga e Marie-Therese, Dora e Françoise, Alice e Jacqueline, e molte altre ancora. Si dice che una volta abbia detto: “Non c’è nulla di più simile a un barboncino di un altro barboncino, e la stessa cosa vale anche per le donne”.

 

Similmente, anche Gauguin abbandonò la famiglia e si trasferì a Tahiti, dove gli fu possibile indulgere nella sua passione per le avventure sessuali accogliendo nella sua capanna una diversa ragazza del luogo ogni notte. Talvolta ne accoglieva anche tre in una stessa notte, e continuò la sua personale odissea sessuale perfino dopo che il suo corpo iniziò ad andare palesemente a pezzi per la sifilide che alla fine lo stroncò.

 

Quel genio del cinema che è stato Charlie Chaplin fu un sessuomane ancora più attivo, in grado, come disse, di “avere sei incontri a notte”. Tutte le volte che gli capitava di annoiarsi, si metteva a sedurre una ragazza. Ebbe quattro mogli, tre delle quali appena adolescenti, e un’infinita sfilza di amanti, alcune delle quali giovani in maniera quasi inquietante.

 

La prospettiva di deflorare una vergine costituiva per lui il sommo brivido e quando una di quelle vergini rimase incinta a 16 anni, egli fu costretto a sposarla. Il matrimonio durò soltanto due anni, durante i quali egli godette della compagnia di cinque amanti. Da giovane aveva frequentato i bordelli, ma più avanti nel corso della sua vita fu attratto da donne importanti e di talento e riuscì a sedurre una cugina di Winston Churchill, la figlia del commediografo Eugene O’Neill, le attrici Paulette Goddard, Mabel Normand e Pola Negri, e la ragazza di William Hearst, Marion Davies.

 

Alla fine, tuttavia, la sua mania di correre rischi per il sesso lo portò alla rovina: fu scacciato dall’America con l’etichetta di “dissoluto”, un’etichetta che rovinò un poco la sua fama. Pare proprio che gli uomini di grande talento o potere, da Elvis Presley a Bill Clinton, da Toulouse-Lautrec a John Prescott, siano propensi in modo particolare a mettere in gioco la loro carriera o la loro famiglia allo scopo di soddisfare il loro primordiale istinto di cacciatori.

 

È triste dirlo, ma questa è semplicemente una delle conseguenze dell’impulso naturale umano ad esplorare, uno dei prezzi che noi – e le mogli di tutto il mondo – dobbiamo pagare per essere la specie più innovativa di questo pianeta.

(Copyright Telegraph.uk

Traduzione di Anna Bissanti)

 

(14 luglio 2006)

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 1 Feb 2007, 04:06 PM

…però Berlusconi non è stato citato…a parte gli scherzi è incredibile a quale livello di stupidità si possa giungere nel tetantivo di “spiegare” il pensiero geniale.

Quindi su questo terreno bisogna procedere molto cautamente. Porsi delle domande, chiedersi se magari Picasso non fosse neppure paragonabile a Man Ray…. non parliamo di Kennedy….personalmente ho più dubbi che certezze. So per certo che mi turba l’idea d un’arte che si nutre del sangue di qualcuno.

Quando guardiamo “La gioia di vivere” l’apprezzamento estetico nasconde il cannibale?

Possibile che noi ci sbagliamo così grossolanamente?

copyright domenico fargnoli

 

 

Fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 1 Feb 2007, 04:41 PM

Esiste un film di James Ivory,che nasce come biografia di Picasso e si basa sulla biografia di Francoise Gilot ed un libro “Picasso :creatore e distruttore” di Arianna Stassinopoulos.E’ un film del 1996 ,”Surviving Picasso”. “Francoise Gilot “secondo il film””sarà l’unica donna in grado di sopravvivere all’amore per Picasso e a scegliere di allontanarsi da lui per la propria salvezza.Sarà l’unica a non impazzire o annullare la propria vita per Picasso.E pare che sia proprio questo,non tanto l’abbandono in sè,a gettare Picasso nello sconforto.Complessità del rapporo uomo-donna a certi livelli.Alcuni dipinti,relativi ed opere nei quali Picasso sembra abbia rappresentato l’immagine della donna-Francoise.Quali pensieri vuole rappresentare Picasso ne “L’ombra” (Vallauris,29 dicembre1953,olio e carboncino su tela,Parigi,Musée Picasso)?Picasso affermava:”uno non dipinge ciò che vede,ma ciò che sente,ciò che dice a sè stesso riguardo ciò che ha visto”.

 

 

Alogon            

Inviato il: 1 Feb 2007, 10:31 PM

Conosco il film su Picasso ed è molto interessante quello che tu dici sul rapporto uomo donna.

Però mi sembra di ricordare che Picasso ha anche scritto un testo teatrale che, non vorrei sbagliarmi ma si intitolava “Il desiderio preso per la coda” A suo tempo l’ho letto e mi ricordo che l’impressione che mi lasciò fu di stupore per la sua mediocrità. Una concessione ad una poetica surrealista?

Con ciò voglio solo dire che in questo caso, del teatro, non vedo l’artista. Quindi può darsi al di là di questo episodio che nella vita del pittore catalano ci siano stati altri momenti in cui non è stato “artista”. Magari più di una volta ha citato e copiato il se stesso dei momenti migliori.

Certo tutto ciò non diminuisce la grandezza del personaggio ma ci ammonisce sul fatto che la storia è spietata con i suoi protagonisti.

Essa mette in risalto luci ed ombre.

Direi che la genialità di Picasso è intrisa di imperfezioni, forse è slittata verso fome di anaffettività, di narcisismo che sicuramente hanno lasciato un segno pesante nelle persone che gli erano vicine.

Però la conclusione di tutto questo discorso è che è quasi impossibile essere artisti a tempo pieno:un genio, una persona su cui altri hanno riposto enormi aspettative, quando vacilla, per i motivi più svariati. può produrre guai molto seri.

Del resto ammesso e non concesso, che Picasso abbia avuto per es. nella fase finale della

sua vita problemi psicologici, chi poteva essere in grado di aiutarlo? di entrare nella complessità di una mente di quel genere?

Freud, Binwanger, solo per fare due nomi?

Gli psichiatri disonesti millantano la capacità di intervenire sulla psicopatologia degli artisti, non comprendendo che “la psicopatologia dell’artista” è una contraddizione in termini.

Mi verrebbe fatto di dire che solo un artista è capace di comprendere un altro artista.

Se costui poi è anche in grado di aiutare l’altro in un momento di difficoltà, in una fase cioè non artistica, egli, scusate la ripetizione, è doppiamente artista.

Tornando però un attimo su Man Ray, da cui eravamo partiti, a me sembra che il discorso, rispetto a lui, sia completamente differente.

Man Ray come del resto Duchamp è troppo razionale per essere artista. Freddo e ripetitivo come nei suoi cortometraggi.

Ha fatto alcune foto interessanti ma per il resto metterei in dubbio che sia stato veramente creativo nonostante che sia, a tutt’oggi il riferimento privilegiato di molti videoartisti attuali.

Man Ray appartiene al mondo dei furbi, degli sgamati, come Duchamp.

Ed io ritengo che entrambi abbiano prodotto opere insignificanti che brillano per il vuoto ed il nulla che propongono.

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 5 Feb 2007, 02:50 PM

“La perla tra labbra “ è un’ esplorazione del mondo irrazionale, quello che rende possibile la creatività umana e delle reazioni che esso suscita in chi ad esso abbia un accesso saltuario o conflittuale.

“L’arte senza memoria” propone l’emergere d’ immagini che non sapevamo esistessero: esse si materializzano ma non sono ricordi, non sono riconducibili qualcosa di conosciuto.

Chi le crea deve comprendere egli stesso il loro significato. La comprensione può richiedere una ricerca complessa: così anche l’insieme dello spettacolo teatrale mano a mano si chiarisce dopo una fase iniziale nella quale esso sembra essere stato assemblato casualmente a partire da elementi isolati. Il linguaggio , in tutta questa indagine, assume un ruolo centrale: legandosi alle immagini le parole ci introducono in una dimensione che è “senza ragione”. Diventa protagonista della scena l’oscillazione continua della mente fra attitudini stati, d’animo, modalità di funzionamento completamente diverse tra loro ma tutte in fondo riconducibili ad un centro generatore che è al di fuori della coscienza. Le fluttuazioni espressive muovono un caleidoscopio di sensazioni, idee ed emozioni, che toccano lo spettatore in un modo che non è immediatamente comprensibile.

Sicuramente c’è un nesso profondo fra questo tipo di espressività artistica e la ricerca sulla realtà psichica.

Automatismo, immagini, parola pensata sono tutti termini che rimandano ad elaborazioni , contenuti che sono anche quelli della psichiatria, anche se quest’ultima utilizza uno stile di comunicare che deriva della scienza più che da quello dell’arte.

Nella storia della psichiatria comunque il tentativo di comporre insieme il sapere scientifico e le intuizioni artistiche ha avuto un ruolo tutt’altro che marginale.

Forse nel caso de “La perla tra le labbra” potremmo cercare il suo significato ( significato o senso?) non solo sul versante artistico ma anche su quello che riguarda l’indagine sulla realtà psichica.

Molte domande potrebbero sorgere relative alla fenomenologia dei processi creativi.

Alla creatività artistica bisognerebbe aggiungere un po’ di “scoperta” scientifica…..

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 7 Feb 2007, 12:23 PM

Nel suo libro “Mio nonno Ricasso” la nipote Marina parla del pittore come un mostro di insensibilità, di un genio che si è nutrito del sangue della sua famiglia, amanti figli, nipoti morti per alimentare la sua grandezza. Però l’autrice dopo averci raccontato di essere entrata in possesso dell’eredità e comprata quattro macchine, fra le quali un fuoristrada ed una Ferrari (anche se dice di non averla tenuta per molto) giunge verso la fine della sua opera ( che tutto è fuorché “geniale”) ad una stupefacente conclusione

“Adesso [scrive] –ed è la ragione di questo libro-ho scoperto che siamo stati derubati. Avremmo potuto tranquillamente partecipare alla vita di nostro nonno, se l’irresponsabilità di un padre e di una madre, ma anche quella di una moglie possessiva, non ci avesse privati dell’affetto che Pablito ed io attendevamo con impazienza ad ogni visita>>

Ricasso considerato un dio in terra e circondato dal servilismo, era completamente concentrato nella sua arte. Aveva perso , secondo Marina ogni contatto con la realtà e si era rifugiato in un impenetrabile mondo interiore.

Del resto << Già da bambino si era rinchiuso in un universo artistico>> Comunicava solo con i suoi disegni.

<<Ricasso ha attraversato un secolo ma non viveva come i suoi contemporanei. E del resto non li vedeva neppure (…)>>

Poi aggiunge

<<Sezionava la propria anima, la analizzava. Le sue opere potevano esprimere castità e impudicizia, vitalità e morte, crudeltà e tenerezza, essere provacatorie e ingenue: sapeva far vibrare ogni corda con un’intensità che si trasmetteva a tutti quelli che l’avvicinavano. E li folgorava,”

A parte la diagnosi di autismo infantile ( idiot savant, sindrome di Asperger ? ) per cui la genialità si sarebbe sviluppata, alla Lombroso, su di un terreno difettuale, bisogna decidersi fra due opposte alternative : se Picasso era chiuso in un mondo autistico, schizoide, come faceva a far vibrare i sentimenti altrui con tanta abilità e maestria? O l’autismo o la capacità di sviluppare un linguaggio universale.

E’ su questo punto che il pensiero di Marina e chi l’ha aiutata a ricostruire la sua storia, si inceppa clamorosamente come del resto quando si chiede:

<<In definitiva, chi è stato più egoista? Io o Ricasso?>>

A me, francamente, quest’ultima sembra alla luce di quanto è stato affermato precedentemente, una domanda senza senso.

copyright domenico fargnoli

 

 

 

Fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 7 Feb 2007, 08:37 PM

Nell’ultimo articolo di Left Massimo Fagioli facendo riferimento ad una pagina de “L’Espresso” del 18 gennaio -in relazione al discorso sulla trasformazione della realtà umana,destra e sinistra-afferma che “..si può studiare come la violenza sia nella ragione e non nell’irrazionale di Mozart e Picasso”. Anche Mozart se ben mi ricordo ha avuto un rapporto piuttosto “focoso” con le donne.Se ancora la mia memoria non mi tradisce o mi confonde,ricordo che proprio l’ultima compagna ,forse più per rancore che per reale difficoltà economiche, non abbia avuto quell’affetto nei confronti di Mozart stesso,almeno per rispetto della sua genialità,affinchè non fosse sepolto alla sua morte in una fossa comune anonima.Non che il particolare dellla sepoltura sia importante,ma mi ha colpito l’assenza di affetto,almeno quello che la descrizione cinematografica personalmente ha suscitato. Quello che mi fa riflettere è cosa succede nel rapporto uomo-donna quando c’è il confronto con la genialità,reazioni che possono avere effetti poi sui discendenti,figli e nipoti in particolare? E se Picasso e Mozart,non fossero stati poi quei “mostri” come vengono descritti,il problema è del “diverso” che si rapporta con la genialità? Incapacità di protezione e sviluppo della propria identità anche passando da un sano conflitto?

 

 

Guest            

Inviato il: 8 Feb 2007, 12:00 AM

QUOTE (Alogon @ 31 Jan 2007, 11:38 PM)

Devo precisare che sono un grande estimatore di Picasso. Ho cominciato a leggere libri su di lui,

alla biblioteca Comunale si Siena, fin da quando ero studente universitario.

Però non so come interpretare alcuni aspetti della sua biografia quali quelli riferiti da Marina Picasso….

propongo inoltre questa pag che ho trovato su internet

 

“Picasso e le donne

Nel 1904 il ventitreenne Pablo Picasso torna una seconda volta a Parigi con la precisa intenzione di restarvi e di diventare qualcuno. Iniziano gli anni straordinari dei periodi blu e rosa, ma anche quelli in cui l’artista spagnolo darà inizio ad esperienze erotiche e sentimentali senza eguali in tutta la storia dell’arte. Sino ad allora si era concesso qualche avventura fugace e mercenaria, ma appena tornato in Francia incontra il suo primo folle amore, Fernande Olivier, una giovane provocante e di grande bellezza. E’ il colpo di fulmine improvviso. La donna con un matrimonio fallito alle spalle ammalia il pittore a tal punto da travolgerlo in una passione forsennata: non può starle un attimo lontano e pur di assecondarla si dedica ai lavori domestici mentre lei lo osserva pigramente dal letto.

Gli otto anni trascorsi con la Olivier sono intensissimi ma sufficienti ad esaurire la sua passione amorosa, per cui la rottura è inevitabile quando conosce Marcelle Humbert. Decidono di fuggire insieme all’insaputa di tutti. ‘Il mondo comincia adesso e tu sei Eva’ – confidava teneramente alla nuova donna di cui è innamorato e che gli ispira una serie di quadri straordinari; ma fu un amore tragico e breve, poiché Marcelle muore all’improvviso nel 1916. Il pittore resta solo a Parigi mentre in Europa infuria la prima guerra mondiale: è triste, annoiato, partecipa svogliatamente alla realizzazione di una scenografia per la celebre compagnia del Balletto russo di Daghilev. Fra le ballerine conosce Olga Koklova, rimane folgorato dalla sua bellezza e decidono di non separarsi mai più. La sposa un anno dopo e la vita privata di Picasso cambia radicalmente, sembra diventato un borghese benestante mentre ostenta grossi anelli alle dita, però la sua natura irruente e passionale non tarderà a riemergere quando si accorge di non essere adatto al ruolo di marito, nonostante la nascita del figlio Paulo che spesso dipinge in braccio alla madre in quadri rimasti fra i capolavori della pittura moderna. Viene travolto da una carica erotica ossessiva come testimoniano centinaia di disegni quasi pornografici di quel periodo e alcuni quadri di donne lascive circondate da simboli fallici o grottesche figurazioni dei genitali femminili. Nel 1927 Picasso ha compiuto 46 anni, è un artista già ricco e famoso ma profondamente insoddisfatto della sua vita privata con una moglie che diventa sempre più gelosa. Lo si incontra quasi sempre fuori di casa mentre passeggia distrattamente nei boulevards, lasciandosi andare al caso – come teorizzavano in quel periodo i suoi amici surrealisti. E fu per caso che, in un gelido mattino di gennaio, rimase affascinato da una diciasettenne dagli intensi occhi azzurri, bionda e sensuale. Le si avvicinò dicendole “sono Picasso, vorrei farle un ritratto”, la portò al cinema e da quel momento divennero amanti. Era Marie-Therese Walter, una minorenne d’origine svizzera che viveva con la madre e non aveva mai conosciuto il padre. La fanciulla rimase affascinata, soggiogata da quest’uomo di trent’anni più vecchio che la trattava come un padre-padrone, iniziandola a pratiche sessuali prive di ogni tabù.

Marie-Therese è tranquilla, ben educata, si accontenta di vivere nell’ombra senza interferire nella vita privata del suo amante che sopporta sempre meno la moglie isterica e gelosa. Nei primi mesi del ’35, la ragazza gli annunciò di aspettare un bambino e Picasso decise di divorziare sebbene il matrimonio fosse soggetto alla comunione dei beni. La moglie per vendetta lo trascinò in tribunale e fece apporre i sigilli a tutte le proprietà del pittore, compresi i colori, i pennelli e i dipinti in lavorazione: “il peggior periodo della mia vita” definirà in seguito questi mesi terribili, che si conclusero con la definitiva separazione da Olga la quale morirà vent’anni dopo completamente pazza.

Dalla relazione con la giovane amante era nata una bambina che chiameranno Maya, ma Picasso riprende a girovagare per i boulevards, notando un giorno una bella ragazza con cui imbastisce un’intensa relazione erotica . Era Dora Maar, la quale corrispondeva fisicamente al suo tipo di donna preferito: bassa, come lui, formosa, bruna, elegante e colta. L’opposto di Marie-Therese, l’amante-bambina che lo attraeva sessualmente senza interessarlo sul piano intellettuale, ma non volle lasciarla e rimase con lei ancora per una quindicina d’anni, durante i quali andrà sempre a trovarla i giovedì e le domeniche quando la bambina era a casa da scuola. A Dora Maar dedicherà il resto del tempo fino a quando non si stancherà di lei, abbandonandola al suo destino.

Gli anni passano inesorabilmente, la seconda guerra mondiale sconvolge i corpi e le coscienze, Guernica è lì con le sue urla disperate ad ammonire gli uomini che continuano a combattere e morire. Nel 1944 Picasso conosce, a 63 anni, Françoise Gillot, l’allieva ventiduenne di un suo amico pittore. E’ una donna giovane ed affascinante, ha classe, uno stupendo sorriso e quarantun anni meno di lui. Anagraficamente lontani Pablo e Françoise, come novelli Paolo e Francesca, sono invece vicinissimi nello spirito e nel corpo, tanto che nel ’47 avranno il figlio Claude e due anni dopo la figlia Paloma. Ma Picasso – come scriverà poi la stessa compagna – era gelosissimo, avrebbe voluto che si vestisse da monaca affinché nessun altro la guardasse, mentre “le donne entravano e uscivano nella sua vita come lucciole attratte da una lanterna; le fissava sulla tela, le usava sessualmente e quando era stanco le gettava via”. Nonostante la sua inguaribile infedeltà sentiva per Françoise una passione bruciante che gli accendeva la fantasia, l’ispirazione, dandogli – semmai ce ne fosse bisogno – una carica sensuale ed artistica inesauribile.

Cominciava tuttavia a manifestare singolari manie come quella di mettersi in tasca tutto il contante disponibile in casa, enormi mazzette di cartamoneta che contava e ricontava per ore. Françoise Gillot, stanca delle sue manie e dei continui tradimenti, decide di lasciarlo dicendogli persino di odiare la sua pittura mentre Picasso, nello stesso istante, per rabbia le spegneva una sigaretta sulla guancia (la donna in seguito si sposerà con un altro e resterà l’unica ad averlo piantato).

A quel punto chiunque, a 73 anni, si sarebbe rassegnato decidendo di farla finita con le donne. Non certo Picasso che, dal ’54, trascorre ormai la sua vita in Costa Azzurra dove conosce una ventottenne divorziata per la quale perde la testa. E’ Jacqueline Roque. Non si lasceranno più, acquista per lei a cento milioni di franchi un castello da favola, ma il pittore è ricchissimo: una schiera di mercanti d’arte internazionali attende quotidianamente in soggiorno di essere ricevuta con l’intenzione di sborsare qualsiasi cifra pur di accaparrarsi qualcuno dei tanti quadri che l’artista prolificamente dipinge ogni giorno. D’altronde Picasso ha inventato tutta o quasi la pittura contemporanea ed ancora oggi, nonostante abbia lasciato una produzione vastissima e senza eguali, le sue opere sono in assoluto le più costose del XX secolo. Nel castello di Vallauris trascorre quello che è, forse, il periodo più tranquillo della sua vita. Si sveglia a mezzogiorno, trova anche il tempo per giocare con i figli e gli animali che amava tenere con sé: alcune galline, due cani afgani ed una capra. Nel 1955 è morta demente la prima moglie, ma passeranno sette anni di convivenza prima di sposare in gran segreto Jacqueline Roque mentre si accinge a festeggiare il suo ottantesimo compleanno. Il più grande pittore del Novecento continua a lavorare freneticamente, non vuole più vendere le opere che desidera raccogliere in una monumentale collezione privata. Il 25 ottobre 1971 ricorre il suo novantesimo compleanno e continua nel lavoro creativo con l’entusiasmo e il vigore di sempre… fino a quando la morte suona alla porta della sua villa di Mougins in un giorno di aprile del 1973.

Sarebbero passati pochi mesi ed il figlio Paulo, primo ed unico avuto da Olga, si toglie la vita, come farà Dora Maar, negli anni Ottanta. Nessuno tuttavia aveva fatto caso, nel ’77, alla notizia che una vecchia donna si era suicidata. Marie-Therese Walter, l’amante-bambina incontrata da Picasso cinquant’anni prima, aveva deciso di impiccarsi. “

 

Farò ulteriori ricerche perchè, francamente non so cosa pensare…

ho trovato anche questa citazione di Marina Picasso secondo la quale la sua famiglia era incapace di <<sottrarsi all’abbraccio mortale di un genio che aveva bisogno di sangue per firmare le sue tele…per lui contava solo la pittura, la sofferenza o la felicità che gli procurava. Per servirla e disobbedirle, non appena era lui a dominarla, tutti i isistemi erano buoni. Come faceva con un tubetto di colore per  estrarre una vibrazione cromatica, non esitava a schiacciare in lui un semplice sguardo(…) Amava le donne per gli istinti sessuali e carnivori che gli ispiravano. Voleva appropriarsi del loro mistero. Amante di carne fresca, le facevaa pezzi le violentava e se ne nutriva. Mescolando sperma e sangue, le  esaltava nei suoi dipinti. le sottoponeva alla sua violenza…>>

 

Qui Picasso viene “dipinto” come un mostro di anaffettività…

percezione delirante o realtà? 14 0 20 anni di analisi freudiana hannno liberato Marina od hanno contribuito in una maniera più o meno rilevante a creare l’immagine del cannibale?

Credo che la ricerca della verità su questo tema sia molto complessa.

Come dato certo rimangono i suicidi e la fine tragica di molte persone vicine a Picasso.

Ma questi fatti vanno interpretati e compresi….

 

…sono daccordo con quanto dice alogon…e riguardo a questo tema volevo solo aggiungere un altro fatto non menzionato e che penso sia molto importante ..ho un libro che si intotola”picasso e Jacqueline”,l’autore e’ un famoso fotografo fotoreporter David Douglas Duncan intimo amico di Picasso e Jacqueline che frequento’ la casa in costa azzurra per tutti gli anni in cui i due vissero insieme fino alla morte di Picasso. E’ un libro che racconta per immagine il quotidiano della loro vita…nelle ultime pagine ci sono solo immagini di lei dopo la morte di Picasso e raccontano il declino di questa donna rimasta sola e il fotografo scrive nell’ultima pagina:”una mattina di ottobre dieci giorni prima dell’anniversario del compleanno di Pablo e tredici anni dopo la sua morte un colpo di pistola isolato esplose nella stanza da letto di Jacqueline a Notre-dame-de-vie.”

Anche lei,l’ultima compagna di Picasso si uccise..non so cosa pensare,e’ difficile parecchio dare una spiegazione a tutte queste morti …………..

 

 

Alogon            

Inviato il: 8 Feb 2007, 11:12 AM

Noi cerchiamo solamente di fare una ricerca e di capire. Non esprimiamo giudizi apodittici

soprattutto riferendoci al passato.

L’unica idea che mi viene in mente è una frase che devo aver letto in “Bambino ,donna e trasformazione” di Fagioli. Mi sembra che ad un certo punto si dica che il rischio per l’artista (tradizionalmente inteso) è quello di pensare di aver messo al mondo dei bambini morti. Morti in quanto il pittore esplica la sua crertività tramite oggetti inanimati.,,,Marina Picasso dice che la sua era una famiglia di morti….scrive esattamente<<(..) noi Picasso siamo persone nate morte, intrappolate in una spirale di pseranze sempre deluse>>

Ho trovato “Bambino cit”.

<<La creatività artistica è un dare forma a quanto è informe nell’ambito però della natura fatta di oggetti inanimati.

“L’oggetto di natura, passivo è deludente non vivrà mai. Presenterà un’esistenza senza vita. Potrebbe essere orribile, a livelli profondi, mettere al mondo bambini morti. Fare cioè cose semplicemente materiali. E l’oggetto quindi non potrà mai essere veramente umano. Sarà odiato e manipolato. Bene, con arte, ma non realmente investito di sessualità. E’un rapporto senza speranza, resta un rimedio all’amorfo, al negativo e non trasformazione reale di esso.(…) E il rapporto con la natura si sa, per quanto artistico sia, è sempre il rapporto di dominio, da padrone a schiavo>>

Più che Picasso mi sembra che il problema riguardi le arti figurative in generale quando siano avulse da una ricerca di una trasformazione nell’ambito del rapporto interumano.

copyright domenico fargnoli

 

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 8 Feb 2007, 04:51 PM

Non so se può avere un valore,in ogni modo il moderatore ha la facoltà di non far passare il messaggio..poco fa stavo ascoltando la seconda parte ,l’adagio,del concerto per clarinetto e orchestra in la maggiore,K 622 di Mozart,parte che ho ascoltato in passato più volte e che apprezzo in modo particolare.Il pezzo è molto struggente,ma la sensazione che questa volta mi ha suscitato è stata molto più particolare..ad un certo punto percepivo emotivamente così forte la musica che mi sembrava di udire quasi un linguaggio,ma non vere parole,come una lingua del tutto particolare non facilmente descrivibile che arrivava a me non solo all’orecchio ma a tutto il corpo e così densa di significato che mi ha colpito così forte da rendere così intensa la mia sensibilità in un turbine i note ,di pensieri avvolti in una atmosfera di indicibile tenerezza che avvolgeva l’aria.Come se il mondo fuori ,passato e presente,con le sue difficoltà le sue brutture,la lotta di tutti i giorni,le teste di pietra,,il dolore fosse così lontano… e la musica faceva “sentire” la sua immagine,l’immagine di un altro mondo,un mondo nuovo,così umano e così semplice d’altro canto,l’immagine di quel filo così prezioso che ci può far sentire veramente tutti serenamente a casa.E’ una dimensione che solo certi artisti sanno riaccendere? Penso allora a quanto potere ci sia veramente nell’arte.Non accetto qesto mondo impazzito ,non accetto gli psicofarmaci ai bambini,non accetto le masturbazioni dei politici.. vorrei avere ancora più forza perchè credo che sentirsi vivi è anche lottare veramente per un futuro diverso..volere fortemente il cambiamento..non riesco,non voglio rassegnarmi ,ora più di prima.

 

 

Guest            

Inviato il: 8 Feb 2007, 05:34 PM

Picasso, Mozart … tante storie edificanti che danno da pensare … allora sorge la domanda: quando si producono ferite gravi e profonde, esiste la possibilità reale di richiuderle? o rimarranno sempre latenti? E forse un’altra domanda: esiste questa possibilità all’interno del rapporto stesso che le ha prodotte, o al massimo si può sperare di elaborare, superare, e magari non riprodurre da un’altra parte?

 

 

Alogon            

Inviato il: 8 Feb 2007, 10:41 PM

Se non ricordo male ho scritto da qualche parte che l’arte nonè consolazione per anime inquiete e tormentate. Questo per quanto riguarda il primo intrvento.

 

Il secondo intervento è un mela avvelenata ed io la lascio lì dove si trova.

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 9 Feb 2007, 03:47 PM

Sempre Fagioli scrive<< Gli artisti consolano l’uomo del suo terrore dell’ignoto e dell’incomprensibile(…)

Sono come le donne che fanno i bambini andando un pò al di là della procreazione meccanica per l’utile della società, per un bello, senza raggiungere la realizzazione completamente creativa di far comparire quanto prima non c’eranel senso più completo del mettere al mondo un essere umano fin falla nascita. Restanop cioè alla realtà materiale non riuscendo ad andare ald ilà, nel cogliere amare e rapportarsi a quanto c’è di realtà fisica nel neonato(…) Sfingi ancora una volta fanno la ribellione parziale al Dio che annulla l’uomo.(…)>>

La rappresentazione dell’immagine e la negazione della sostanza rivela un’impotenza di fondo nell’affrontare la pulsione di annullamento….è per questo che ho qualche titubanza a volermi dichiarare artista?

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 9 Feb 2007, 09:11 PM

com’è quindi che l’arte può evitare di essere consolazione?

copyright domenico fargnoli

 

 

Fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 10 Feb 2007, 12:23 AM

Riporto alcune righe dell’introduzione di “Una notte d’amore” ..”La bellezza non è consolazione,la poesia non è rifugio per anime inquiete e tormentate.L’arte sconvolge,contraddice il buon senso:essa germoglia nei luoghi più impensati sfidando facili credenze,la violenza,la normalità dei cantori di sventure.Forse per creare qualcosa di bello bisogna saper scegliere,intuire quali persone al di là di ciò che viene dichiarato ci vogliono veramente bene.”

 

 

Guest            

Inviato il: 12 Feb 2007, 05:48 PM

Ho letto che Picasso, al momento della nascita, fu creduto morto e quindi privato di cure finchè non si accorsero che in realtà il bambino era vivo…questo episodio avrebbe condizionato la sua infanzia…se è vero, mi viene da pensare che la morte fisica abbia un pò contrassegnato tutta la sua esistenza girandogli intorno, in qualche modo. Penso anche alla morte del suo carissimo amico suicida, di cui Picasso rappresentò il funerale…

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Feb 2007, 09:38 PM

Però potrebbe essere che egli ha resistito fin dall’inizio all’annullamento altrui….cmq molto interessante….

copyright domenico fargnoli

 

 

 

Alogon            

Inviato il: 14 Feb 2007, 11:31 PM

Se è v ero che Picasso è riuscito a difendere per tutta la vita la sua nascita, minacciatqa fin dall’inizio, è altresì vero che egli è la dimostrazione che l’arte non è terapeutica. Come testimonisa anche il film di Clouzot Il mistero Picasso: la pittura del catalano determinava crisi profonde in coloro che ne venivano a contatto.

Ma se il catalano riusciva a destabilizzare le persone che aveva intorno le molte tragedie accadute testimoniano che i suoi quadri non erano in grado di curare nessuno…altrimenti il più grande pittore avrebbe dovuto essere anche il più abile terapeuta…

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Feb 2007, 11:13 AM

a proposito della disumanità di Picasso leggo nel libro “Guernica di Van Hensenbergen”.

Durante la guerra Picasso dimostrò il suo appoggio donando il denaro della vendita di Songe e mensonge alla Repubblica, comprando latte per i bambini bisognosi di Barcellona, devolvendo 500000 franchi francesi per aiuto agli intellettuali in esilio,ai rifugiati repubblicani e ad altre persone non grate vioè membri del partito comunista ed anarchici. Francoise Gilot ricorda visite potenzialmente pericolose di combattenti della resistenza(…) compromettenti erano anche le spedizioni di denaro in Spagna per assicurare permessi d’ingresso ad esuli spagnoli, il finanziamento di un ospedale per repubblicani feriti a Tolosa, il sostegno finanziario offerto a pittori ebrei…

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Alogon            

Inviato il: 16 Feb 2007, 07:22 PM

Ho trovato un passaggio interessante nel libro di Francoise Gilot “Life wirh Picasso”

traduco liberamente ciò che diceva il pittore catalano<< Ciò che io creo dipingendo è ciò che deriva dal mio mondo interiore. Ma allo stesso tempo io ho necessità del contatto e dello scambio con gli altri(…)

Segue un passo interessantissimo in cui Picasso che si proclama antirazionalista, rivela che il suo vero interesse è il pensiero anzi il movimento del pensiero che lui trascriveva nei quadri quasi fossero stati pagine di un diario.

La sua è una pittura molto diversa da quella di Cezanne. Cezanne osservava la natura e nel ricevere l’impressione di un oggetto fuori di lui coglieva la corrispondenza fra la percezione ed una domanda estetica che preesisteva in lui. Quando invece Picasso faceva un albero non sceglieva l’albero nè lo guardava: egli non aveva un’estetica prestabilita sulla base della quale operare una scelta. Non aveva prederminato l’albero dentro di lui e dipingeva qualcosa che non esisteva senza alcuna attitudine o giudizio estetica

copyright domenico fargnoli

 

 

Fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 16 Feb 2007, 09:48 PM

..ed infatti Picasso stesso diceva che ui dipingeva come un “cieco”,dipingeva cioè ciò che sentiva e non ciò che vedeva. Questo mi fa pensare,nel campo della musica,al jazz e a due frasi di Miles Davis tratte dall’autobiografia “..improvvisazioni,è questo che rende il jazz così favoloso…L’umore di un musicista è la musica che suona.”

 

 

Alogon            

Inviato il: 17 Feb 2007, 11:52 AM

Leggendo il libro della Gilot emergerebbe che a partire dal settantesimo compleanno di Picasso il suo terrore per la morte si accentuò . Inoltre vedendo tutto il tempo una persona giovane che si muoveva intorno a lui ciò appariva come un costante rimprovero per non essere più giovane lui stesso. Non solo ma tale circostanza diventava un’accusa contro la giovane donna stessa….

…Picasso si sentiva in una condizione analoga a quella di Chaplin ( incontrato agli inizi degli anni 50) che in vecchiaia andò incontro ad un declino artistico

<< La vera tragedia-diceva il pittore- risiede nel fatto che Chaplin non può più assumere l’aspetto del clown perchè non è più magro, giovane e non ha più la faccia e l’espressione del suo “piccolo uomo” ma quella di un uomo che è invecchiato. Il suo corpo non è più lo stesso: il tempo lo ha conquistato e lo ha trasformato in un’ altra persona. E ora è un’anima persa>> Trovava ridicolo il sentimentalismo e l’atruismo di stampo cristiano espresso nel film “Limelight” di Chaplin.

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest

Inviato il: 17 Feb 2007, 03:08 PM

sono entrata a contatto xon qiesto forum poco tempo fa e da principante , o possiamo dire anche neofita, vorrei rischiare di dire due parole pur conoscendo la severità del moderatore, che devo diere mi intimidisce un po’ ma allo stesso tempo si sente che è una brava persona e pone dei quesityi veramente stimolanti.

Intanto con questi egregi Sognori si capisce cje le cose non sono mai facili, questo è quello che verrebbe da dire in prima battuta, Importante però non fermarsi alle apparenzr e – credo di capire, nonostante il fatto, riopeto, che sono alle prime “armi “ – pensare sempre di cogliere il secondo livello nelle cose, magari anche il terzo e il quarto . Non si smette mai di imparare, se esidte una verità è proprio questa, e aggiungerei che il giorno in cui si smettesse vorrebbe dire che non si stesse più tanto bnene… La vita è una lotta continua e, da quanto capisco, è importante puntare a rafdorzare semptre la propria resistenza. Essa non è mai abbastanza perché non si sa mai cosa avremo da affrontare domani, dopodomani, il giorno dopo ancora. Può sempre accadere di tutto, anzi accade sempre quando meno te l’aspetti , e quindi sono eramente grata ai vari partecipanti di questo Forum che ce lo fanno ben vedere e capire.

Che non bisogna scoraggiarsi mai , forse è quella la lezione più grande che ci insegna la bvita, in tutte le sue sfumatture e sfacettature, e per fortruna ci sono persone che, alla pari dei più grandi uomini e artisti , lo mettono in atto ogni giorno e fanno stare bene gli altri .

 

 

bice            

Inviato il: 18 Feb 2007, 01:37 AM

Tra i tanti aspetti dell’uomo e dell’artista Picasso che non sono riuscita ancora a comprendere c’è quello del significato della presenza costante nella sua opera della figura dalla quale sembra, nonostante tutte le “distruzioni” da lui operate, non essersi mai veramente liberato. Non mi è chiaro se questo abbia potuto rappresentato una sua forza oppure un suo limite.

A parte il fatto che forse sarebbe necessario preliminarmente approfondire cosa si debba intendere, riferendosi alla rappresentazione artistica, con il termine “figura”, vorrei riportare alcune dichiarazioni di poetica di Picasso. I testi nei quali l’artista ci parla in prima persona della sua opera, per quel che io conosca, non sono molti e in alcuni casi contraddittori nel significato e comunque buona parte delle sue affermazioni sono state trascritte da altri.

Nonostante da esse emerga sicuramente un’impostazione antinaturalistica e la difesa di un’arte come espressione delle idee e del pensiero dell’artista, (“Un quadro non è mai pensato e deciso anticipatamente, mentre viene composto segue il mutamento del pensiero, quand’è finito continua a cambiare, secondo il sentimento di chi lo guarda”. “ ( …) se il pittore ha idee, vengono fuori da come dipinge le cose”) vi è altresì teorizzata la necessità di costruire l’immagine partendo da un oggetto esterno, dalla natura. E’ questa impostazione metodologica che, a tratti, mi lascia un po’ perplessa.

 

“Non è dal vero che lavoro, ma davanti alla natura, con essa. Nulla può essere fatto senza la solitudine. Mi sono creato una solitudine che nessuno sospetta”.

A proposito della sua opposizione verso l’arte astratta, egli afferma:

“L’arte astratta non esiste, si deve sempre partire da qualcosa. Si può togliere, dopo, qualsiasi apparenza di realtà, ma l’idea dell’oggetto avrà comunque lasciato il suo segno inconfondibile. Perché è l’oggetto che ha toccato l’artista, ha eccitato le sue idee, ha scosso le sue emozioni. Idee ed emozioni saranno, alla fine, prigioniere della sua opera. (…). Lo voglia o no, l’uomo è lo strumento della natura, che gli impone il suo carattere, la sua apparenza. (…)Non si può andar contro la natura. Essa è più forte dell’uomo. Ci conviene andar d’accordo con la natura. Possiamo permetterci certe libertà, ma soltanto nei particolari”.

Ancora:

“Non esiste, del resto, un’arte figurativa e un’arte non figurativa. Ogni cosa ci appare sotto forma di figura. Persino nella metafisica le idee si esprimono attraverso figure; è quindi evidente che sarebbe assurdo pensare a una pittura senza figurazioni. Un personaggio, un oggetto, un cerchio, sono figure; esse agiscono su di noi più o meno intensamente. (…).Credete che m’interessi il fatto che questo quadro rappresenta due personaggi? Questi due personaggi sono esistiti, ora non esistono più. La loro visione mi ha dato un’emozione iniziale, poco alla volta la loro presenza reale è sfumata, essi per me sono diventati una finzione e poi sono scomparsi, o meglio, si sono trasformati in problemi di ogni genere. Per me non sono più due personaggi, ma forme e colori – forme e colori, intendiamoci, che esprimono tuttavia l’idea dei due personaggi e conservano la vibrazione della loro vita”

Riguardo al surrealismo, più tardi, nel 45, egli afferma: ”tengo alla somiglianza ad una somiglianza più profonda, più reale del reale che raggiunga il surreale. E’ così che concepivo il surrealismo, ma la parola è stata usata in ben altro modo”.

Ancora, nel ‘58, affermava: “Bisogna tornare a dipingere il paesaggio con gli occhi. Per vedere una cosa occorre vederle tutte. Il paesaggio si deve dipingere con gli occhi e non con i pregiudizi che stanno nella nostra testa. Magari con gli occhi chiusi, corresse per timore di aver esagerato ma con gli occhi”

 

E’ interessante che Picasso, fino ad età inoltrata, abbia continuato a considerare le opere cubiste come le migliori anche se si rammaricava che non venissero capite dal pubblico. Questo, insieme al fatto che credo si possa affermare non sia esistita negli ultimi decenni della sua attività un’evoluzione paragonabile a quella dei suoi esordi, mi viene da collegarlo alla contemporanea inadeguatezza che egli provava nel rapporto con la donna di cui parlava Alogon.

Forse anche in un genio, in un’artista certamente straordinario come Picasso, possono essere esistiti degli elementi di razionalità ..non so in questo contesto come meglio esprimermi, che, senza nulla togliere alla sua grandezza, non gli hanno permesso l’accesso completo ad una dimensione assolutamente non cosciente, la sola che permetta un’evoluzione personale ed artistica continua che non conosce l’angoscia della decadenza fisica od il terrore della morte?

 

 

Alogon            

Inviato il: 18 Feb 2007, 01:38 AM

leggo e cerco di capire anche se la tesi della senenscenza di fracoise gilot non mi convince affatto..

paura della morte…paura di impazzire…

Nel libro della Gilot viene riportato un episodio curioso. Nel 53 a Picasso in occasione della morte di Stalin fu commissionato un ritratto dello statitista sovietico per il giornale dei comunisti francesi diretto da Aragon.

Picasso lo eseguì di maklavolgia ed a d operazione terminata si accorse che assomigliava più al padre di Francoise che a Stalin. I comunisti reagirono violentemente alla provocazione.

Ma la domanda che mi pongo io è la seguente: chi era più razionale il pittore o la donna?

Forse sono domande alle quali non sappiamo se potremmo mai rispondere con certezza.

Strano a dirsi ma la crisi fra Gilot e Picaso tocca il suo culmine nel periodo della morte di Stalin….pura coincidenza?

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 20 Feb 2007, 09:53 PM

Da quando l’arte ha cessato di essere un’illustrazione di un testo sacro essa ha a vuto la possibilità di divenire espressione di una dimensione irrazionale. Essa ha cominciato pertanto a produrre un’effetto sullo spettatore che non è solo di ammirazione ma conteneva una promessa di cambiamento. Nei primi decenni del secolo scorso l’arte era pervasa da fermenti rivoluzionari in piena rottura con il passato come nell’estetica futurista.

L’arte da sola però non aveva gli strumenti per produrre una trasformazione così si è legata alla politica , alla psichiatria, alla psiconalisi. Si è annullata nella politica, si è negata con la psichiatria e si è suicidata con la psicoanalisi.

Ad un certo punto sicuramente si è determinata un’impasse ed il mondo artistico a cominciato a girare su se stesso: solo alcuni come Picasso si sono salvati dal ripetere continuamente la storia dell’arte come mera denuncia della disperazione, del fallimento per la perdita di ogn speranza.

Certo l’uomo Picasso non è esente da ombre ma egli rispetto a Duchamp e Man Ray è un gigante: a lui comunque non si può chiedere ciò che non poteva dare.

Nella sua opera io vedo vitalità ed un barlume di speranza che certo hanno annullato coloro che i in nome suo si sono suicidati forse per sfregiarlo con un gesto estremo, per cancellare un messaggio di vita e non di morte.

Mentre in Duchamp, Man Ray e voglio aggiungere Andy Warhol s ipuò cogliere l’anaffettività ed il cinismo violento appena mascherati dal belletto dell’estetica. Con questi ultimi l’arte diviene un Moloch che richiede sacrifici umani per sopravvivere.

copyright domenico fargnoli

 

 

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 21 Feb 2007, 07:39 PM

In riferimento al messaggio di Alogon “…Con storie come queste nel nostro passato,storie esaltate e tristemente reiterate fino ai giorni nostri,forse faccio bene a non volermi considerare un artista.” “Artista” è solo un termine,il passato e quelle storie sono solo un periodo della storia dell’uomo…Picasso inconsapevole dei suoi messaggi di speranza e di vita,pur con i suoi limiti.Oggi alla luce di una nuova psichiatria che fa i suoi passi alla luce di nuove scoperte e di una continua ricerca,sull’augurio che prima o poi anche la politica si riappropri dell’irrazionale,della consapevolezza del rapporto fra arte e psichiatria,la speranza è diventata un’esigenza…intravedere questo mondo nuovo,rappresentarlo in tutte le sue forme..un mondo che sa di buono,che parla di trasformazioni possibili. Si sta aprendo un’epoca nuova,forse tanti non lo sanno,ma che va costruita con il contributo di tutti…l’arte è comunicazione.Se ritieni Alogon che “questo passato “ ormai sta finendo puoi scegliere la parola che vuoi per separare il modo e i contenuti di rappresentare il tuo pensiero dalle storie che hai citato,ma scrivila a lettere maiuscole se il messaggio di vita e di speranza può essere accolto da sempre più persone.

 

 

Alogon            

Inviato il: 21 Feb 2007, 11:24 PM

grazie della lezione…

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 22 Feb 2007, 12:30 AM

Riflettevo sul fatto che un uomo come Picasso che ha sviluppato un’identità straordinaria con tutto ciò che essa comporta,era destinato ad attirare un tipo di donne che potevano avere un tratto, diciamo così, “erotomanico”.

Mi riferisco alla famosa sindrome di Clerambault che è una forma di delirio cronico paranoicale da cui sono affette persone che cercano il rapporto, riuscendoci o meno, con personaggi famosi.

Cercano il rapporto purtroppo non perchè li amino o siano mosse da desiderio ma per il motivo esattamente contrario: sono attratte dalla fama, dal potere e non necessariamente dall’uomo in carne ossa. Non a caso dopo il 53 Picasso si ritraeva come un piccolo nano deforme di fronte ad una donna giunonica.In fondo Francois Gilot non ha scritto “La mia vita” ma ha scritto “La mia vita con Picasso”. Senza il pittore catalano lei sarebbe stata qualcuno?

Forse io colgo quella che potrebbe essere solo una sfumatura paranoicale della personalità della pittrice francese che dopo. peraltro, si distinse per il suo rapporto con Salk uno degli scopritori del vaccino della polio, anch’egli, quando si dice il caso, assurto ad una notorietà mondiale.

Il suicidio dell’ultima compagna di Picasso potrebbe far pensare ad una modalità di relazione delirante, di tipo erotomanico, più o meno manifesta: la morte del pittore fa crollare il delirio ed evidenzia il vuoto, la depressione, e fa scattare l’impulso suicida.

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 22 Feb 2007, 04:35 PM

A questo punto vorrei capire meglio un aspetto che non mi è chiaro: perchè Picasso, con un’immagine forte, una forte identità di artista ed una spiccata vitalità (che traspare con evidenza dalle sue opere) non ha incontrato una donna con un’altrettanto forte immagine femminile? la sua solitudine deve essere imputata solo a cause esterne oppure ad una carenza nella sua personalità?

 

 

Alogon            

Inviato il: 22 Feb 2007, 05:05 PM

Fracoise Gilot aveva una forte personalità ma non la creatività di Picasso. Quanto all’altra il pittore

instaurò un rapporto con lei quando si avvicinava all’’ottantina…quando ciòè la maggior parte degli uomini è già grassa se giocano a bocce…

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 24 Feb 2007, 10:07 PM

Leggo però con mia sorpresa nella documentata e certo non superficiale opera “ Picasso a cura di Ingo F. Walther che Picasso si è accreditato come <<il genio del secolo>> non solo per la sue capacità artistiche e la sterminata produzione soprattutto dell’ultimo periodo ma anche perchè perseguiva una precisa strategia. Assecondava con il suo comportamento privato e pubblico quello che la leggenda vuole ci si aspetti da un artista: quest’ultimo viene considerato un essere fuori dalla società e può permettersi libertà vietate all’uomo comune che deve sottostare a convenzioni sociali. “Quod licet Jovi non licet bovi” sentenziavano i latini.<<Soprattutto nelle opere degli ultimi anni un Picasso eternamente potente si presenta ad un pubbblico sfacciatamente voyeuristico: l’artista inesorabilmente produttivo, che agisce quasi in stato di ebbrezza, che sprofonda interamente nel suo lavoro, fu il camuffamento che lo aiutò a vivere tanto a lungo(…) Interessante, ai fini della valutazione dell’importanza da attribuire a Picasso nella storia dell’arte, è il momento della strategia che qui si palesa. Riconoscere questo momento significa contraddire la generale convinzione che l’artista agisca inconsciamente e seguendo la sua immaginazione. La produzione picassiana si mostra invece del tutto razionale….>>

Ammesso e non concesso che quanto riportato nella citazione risponda a verità, potremmo dedurre di trovarci di fronte ad un manierismo, come dire ad una anaffettività, molto abilmente occultata che contraddirebbe le dichiarazioni esplicite di una poetica antirazionalista. Un manierismo che consisterebbe nel produrre citazioni ed imitazioni di se stesso.

Saremmo arrivati ad una conclusione senza dubbio sorprendente per chi prediliga giudizi aprioristici e manichei….

Trovo sempre a partire dalla stessa fonte quest’altro pesantissimo giudizio, che conferma quanto avevo formulato autonomamente:

<<La serie delle parafrasi tradiscono però quello che sarà il tratto predominante dell’arte di Picasso verso la fine degli anni cinquanta: un tratto sempre più tautologico, quasi autistico, che si nutre di un vero e proprio collage di motivi rivisti un’infinità di volte.(…) Molti dei dipinti e degli studi di questo periodo non hanno evidentemente altra ambizione che quella di riempire le tele e spostano così l’attività creativa du di un piano triviale: il loro scopo è puramente commerciale>>

E’ un giudizio pesante formulato a partire da un’analisi molto attenta e circostanziata dell’opera del pittore catalano.

Ciò che nel libro di Marina Picasso appare mal formulato e dissociato e quindi scarsamente attendibile con Walther sembra acquisire plausibilità:una crisi degli ultimi anni.

Picasso diventa, a partire dagli anni sessanta e suo malgrado, un classico, legato ad una forma di figurazione e di rivisitazione del passato…

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 26 Feb 2007, 05:46 PM

Fino a questo momento quindi l’analisi più corretta sembra quella proposta da Bice su questo forum. Negli ultimi anni della vita del pittore “la quantità della produzione testimonia l’inaudita vitalità di Picasso, Il pubblico reagì con ammirazione akll’interrotta attività del più significativo artista del suo tempo. In realtà la meraviglia cela un giudizio distruttivo: infatti la logica conseguenza di un atteggiamento del genere assegna priorità alla quantità e non alla qualità della produzione, La sconfinata ammirazione per l’agilità della mano del vecchissimo Picasso è la stessa che si può avere per un fenomeno da baraccone>> (Ingor F Walther)

copyright domenico fargnoli

 

 

Fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 1 Mar 2007, 03:02 PM

Quasi tutte le mattine mentre mi preparo per andare a lavoro,ascolto la radio..un pò di musica per favorire il risveglio e la velocità di movimento o le notizie di cronaca per sapere cosa c’è di nuovo nel mondo. Proprio questa mattina mi hanno colpito alcune parole di una canzone che ho saputo essere stata presentata a Sanremo in questi giorni e che fa il racconto di un ipotetico malato mentale. A parte la novità del tema della canzone,quello che mi ha disturbato sono proprio le parole che dicono “..la cura della malattia mentale non esiste..” Si può accettare che venga cantato tutto ciò? Cantare l’ignoranza di fronte all’ignoranza, dove con questo termine voglio esprimere il non sapere? Si deve lasciar correre tutto così?

..ed intanto stasera,a Cerbaia,salpa ancora,in via P.Picasso,”La perla tra le labbra”..l’augurio di una lunga navigazione!

 

 

Alogon            

Inviato il: 7 Mar 2007, 11:44 AM

Leggo in Laban “L’arte del movimento”<<Le parole che esprimono sensazioni, emozioni sentimenti o determinno stati mentali o spirituali non potranno che sfiorare il margine delle reazioni profonde che le forme ed i ritmo delle azioni corporee sono capaci di evocare. Il movimento in tutta la sua brevità, può dire di più che intere pagine di descrizione verbale>>

A proposito della danza quindi. Vero o falso?

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 7 Mar 2007, 04:24 PM

penso che il linguaggio dei gesti e dei movimenti del corpo riesca a esprimere in modo più immediato la realtà interna di chi quel gesto o quel movimento compie. Il linguaggio verbale, parlato ma, soprattutto, scritto, penso che sia frutto di una rielaborazione, di un “filtro” razionale…

 

 

aissa            

Inviato il: 7 Mar 2007, 05:20 PM

Se consideriamo per un momento l’origine della danza, che era in effetti un rito tribale di preghiera collettiva, essav eniva appunto usata come tramite tra la credenza come fatto privato e la manifestazione di essa a gli altri componenti della collettività e, ovviamente. al dio in questione. Viene di fatto da pensare, quindi, che già allora la parola da ssola -la preghiera o il canto- sembrava non bastare. Allontandosi dall’ambito religioso che ben poco ci interessa, è più ragionevole pensare che la danza ha in sè un potere sicuramente più dirompente, verrebbe per stupidità da dire..perchè è corpo, è fisicità che esprime un sentire, quasi una fusione. Senza dubbio posso affermare che la parte danzata dello spettacolo “la perla tra le labbra” è un momento intensissimo, dove il corpo dei ballerini riesce davvero, attraverso il movimento, a rendere percepibile sia con gli organi di senso che con quella dimensione interna a cui forse allude Laban con reazioni profonde, la delicata bellezza di un amore e l’intensità del rapporto tra un uomo ed una donna.

Direi che la danza è il movimento della parola, di quella parola pensata cui si è più volte fatto riferimento. Il pensiero si articola in parola ed immagini e si dipana, come un filo da una matassa attraverso la danza. Quindi magari è vero quello che laban sostiene, se si intende la danza come massima espressione di un’idea e dell’immagine che ad essa si accompagna…non so però quanto il pensiero senza parola sia capace di farlo

عائشةAisha

 

 

fiore            

Inviato il: 10 Mar 2007, 11:21 AM

Penso che sia importante nella danza la ricchezza inconscia di chi con la danza vuole esprimersi e comunicare . .può succedere che il movimento sostituisca non solo quello che con le parole non si riesce ad esprimere per intensità,ma anche per impossibilità (solo inabilità o patologia?)..e d’altra parte danzare lo si può fare anche in modo razionale,come razionalmente si può dipingere o cantare. Mi viene però da pensare che la massima espressione di comunicazione nel rapporto di amore fra uomo e donna non è fatta solo di parole ,ma richiede anche il corpo , un tango di parole che precede proprio nell’atto d’amore uno stato così particolare e profondo in cui le parole vere e proprie sono assenti…altrimenti perchè,nel corso della sua evoluzione l’uomo ,amando non solo per il fine della procreazione,ma anche e soprattuto per desiderio,non si è limitato solo a diventare bravo nel linguaggio verbale? Forse ci sono sfere del nostro essere al mondo che possono esprimersi meglio e più efficacemente in un modo e altre che richiedono altre forme?

 

 

camillo            

Inviato il: 16 Mar 2007, 09:24 PM

“la perla tra le labbra “…. uno spettacolo teatrale capace di avvincerti per l’emozione dall’inizio alla fine. Mi ha fatto sentire ancora una volta, come nel passato per altri lavori, il desiderio dell’autore di trasformare la propria opera, presentandola in maniera diversa, in un percorso di continua ricerca. Le scenografie, le interpretazioni degli attori e delle ballerine, il video, le musiche,pensieri e sensazioni, collegati dalla stessa “ idea” portante. Due realizzazioni ( Colle Val d’Elsa e Casciano Val di Pesa) con vita propria, accomunate dalla ricerca della bellezza attraverso le sue varie espressioni.

 

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 23 Mar 2007, 09:57 PM

Dal Riformista del 20.3.07,su Segnalazioni,Dispute filosofiche di David Armando:”…Binswanger ha fatto il tentativo di fare il trattamento delle malattie mentali sulla filosofia di Heidegger.Binwanger indusse la sua paziente (Ellen West)al suicidio sulla base della convinzione coerente con la propria impostazione filosofica,che un tale atto costituisse il compimento più autentico della sua esistenza.” Sul n.11 di Left,a p.78,nell’incontro fra l’attore Ascanio Celestini e il vincitore di Sanremo Simone Cristicchi,alla domanda :”Passando alla tua canzone,mi spieghi perchè la fai concludere con un suicidio?”il cantante risponde:”In “Ti regalerò una rosa” Antonio compie un atto del genere perchè per lui è un gesto di dignità.E’ come se volesse tenere per sè l’ultima emozione che non vuole che gli sia strappata via.” Ma Antonio non è nato,secondo l’autore nel 1954? Il tema della canzone certo è nuovo e particolare,ma va bene tutto purchè se ne parli?Cristicchi è giovane,ma un argomento come questo non può essere espresso in modo superficiale o spettacolare.Certo il ruolo di Binswanger,medico,non ha la valenza di un cantante,ma la platea di Sanremo è vasta e la radio manda il motivo sulle varie frequenze.C’è molta gente oggi che sta male,chi in cura con psicofarmaci,chi non accettandoli non sa a chi rivolgersi,non si può cantare la morte,è una questione di speranza e di conoscenza.Perchè non cantare,pur nel racconto di realtà così drammatiche ,di trasformazione,di possibilità che tutto cambi,di ricerca?Che ne pensate?

 

 

Guest            

Inviato il: 14 May 2007, 08:34 AM

credo che le parole drammatiche ,in un mondo di anaffetivita, arrivino prima e sono più facili da capire.anche per me è sempre stato cosi anche se ora dopo aver intrapreso una ricerca stimolato da nuovi eventi e anche da questo forum ho capito che le cose più belle sono le più facili da dire ma spesso non ci riusciamo

 

 

camillo [omonimia di utente reg.]           

Inviato il: 7 Jun 2007, 04:42 PM

“ Maggio 17,alla stazione Leopolda di Pisa è stato presentato un nuovissimo tipo di treno che viaggia a velocità altissima sui binari della ricerca : della bellezza, della creatività, della affettività. Io ero presente ed insieme agli altri viaggiatori convenuti per l’evento., ho percepito l’aria nuova di ciò che veniva proposto. Sulla banchina, che aveva le sembianze di un palcoscenico, tre artisti del silenzio, della parola , del movimento, del gesto, hanno dato vita ad uno spettacolo sulla sordità umana, ma non quella fisica, bensì quella interiore,profonda.Tra luci ed ombre , sapientemente dosate, con le immagini di un video in bianco e nero ed a colori, è stata presentata una storia diversa, per una modalità di vita nuova , lontana dalla ripetitività. Ai lati del treno, le maestose immagini colorate, in trasparenza e su tela del regista della mostra.”

 

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 23 Jun 2007, 10:41 PM

..il video “La perla tra le labbra”..sono rimasta letteralmente senza parole..l’unico aggettivo che riesco a trovare è “penetrante”..ma ora anche avvolgente..adesso ..no.. per ora le parole sono banali.

 

 

Alogon            

Inviato il: 24 Jun 2007, 01:26 PM

…penetrante… mi piace

copyright domenico fargnoli

 

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 24 Jun 2007, 04:28 PM

Le sensazioni che mi ha suscitato la visione del video,difficilmente esprimibili con le parole,è paragonabie ad una “un’esplosione di fioriture”,come se i contenuti del lavoro di ricerca, espressi con più timidezza nelle rappresentazioni precedenti (video,mostre,ecc.) avessero avuto una tale impennata di contenuti,forme espressive,vitalità,che non lasciano indifferenti,anzi danno una forza,una passione!!

..modestamente percepisco che il livello (non in senso tecnico) di queste rappresentazioni è così elevato..come se da un ambito ristretto, più timido e riservato,questa volta si sia spalancata proprio una porta sul mondo.

Personalmente non riesco a elaborare (forse lo so),se la capacità che ho avuto (ed ho) di affrontare ,al di là dei momenti di resistenza più duri,un periodo difficile tutto sommato ,con dignità ed energia,dipende anche da tutto ciò..Oltre la presenza che mi è stata trasmessa,le parole dette al momento giusto..il sapere che ci sono persone e gruppi così..che c’è del buono e del bello,che non è debolezza,ma forza,forza,come ho già detto,che viene dalla passione!

 

 

Alogon            

Inviato il: 24 Jun 2007, 06:20 PM

grazie fiore

copyright domenico fargnoli

 

 

 

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 28 Jun 2007, 07:05 AM

Ne “L’ombra” di Picasso una figura maschile probabilmente,un’ombra appunto,sembra osservare una donna nuda,sdraiata,immobile,forse in un atelier di pittura (è quello di Picasso?) Il quadro è del 1953,che è anche l’anno della morte di Stalin.Varie particolarità ed eventi nella vita dell’artista,anche nei rapporti con il partito comunista. Nel video “Ombre”,un’ombra di donna viva,in movimento si esprime co la globalità del suo corpo in un mondo di linee,forme,colori..una figura irrazionale che si muove nell’inconscio stesso? Ho percepito come se la figura si muovesse in un ambiente uterino,dove il liquido amniotico è,sono le immagini,il pensiero, rappresentati con la pittura. Mi vengono in mente queste parole lette su Left al termine dell’articolo di M.Fagioli:”..Forse è eccessivo pensare che la possibilità di ricreare il socialismo sta nella identità irrazionale dell’essere umano.”

 

 

Guest            

Inviato il: 27 Feb 2008, 03:17 PM

Chi sa dirmi de “La perla tra le labbra a Siena” ?

Standard
Forum di Senza Ragione

I diritti umani. Psichiatria e diritti umani

Alogon            

Inviato il: 2 Mar 2006, 09:58 AM

Rendo pubblico un testo da me elaborato nel Novembre 2005. Mancano i riferimenti bibliografici che non so come inserire. Magari se l’ amministratore mi aiuta li metto in secondo tempo

…la ragione non abita più qui….

Psichiatria e diritti umani

di Domenico Fargnoli

Dichiarazioni d’intenti

Diritti umani:di prima , di seconda ,di terza, di quarta generazione.

Le dichiarazioni d’intenti si moltiplicano da parte degli uomini di buona volontà che cercano di disegnare la figura di un’umanità ideale vestendola con la toga del dover essere.

Mentre l’essere è mutilato dalle guerre dalle torture, dai genocidi.

I diritti dei popoli si affermano allo stesso tempo dei diritti umani sotto la spinta delle rivoluzioni del XVIII secolo in Occidente.

Essi corrispondono ad una innovazione se non addirittura ad una invenzione.

Tramite questa invenzione l’idea di una universalità della natura umana, che era stata suggerita dalla filosofia, diventa un’istituzione politica. Diventa lo stato liberale moderno.

Gli individui considerati singolarmente vengono contrapposti alla società, alla città, o allo Stato. La concezione tradizionale che considera il tutto, la totalità superiore alle sue parti e la socialità come appartenenza ad una famiglia o ad una razza viene sovvertita. Ora il singolo individuo viene pensato in una sorta di isolamento naturale come Robinson Crusoe prima dell’incontro con Venerdì. Isolamento dopo un naufragio che potrebbe essere solo una fantasticheria. In secondo luogo, nel rapporto morale e in quello giuridico viene considerato antecedente il diritto anziché il dovere:

Il primo ovviamente non esclude il secondo: cambia la prospettiva, come nel Rinascimento ed il rapporto politico non è più colto dal punto di vista dei governanti ma da quello del governato. Linee rette che partono da un solo occhio come nella camera prospettica di Leon Battista Alberti e raffigurano la geometria del potere. Un potere assoluto del sovrano che oramai appare per quello che è: un legno storto.

Lo sguardo non va non più dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto.

Tutto ebbe inizio più di due secoli fa ormai.

Quegli antichi e violenti colonizzatori di un nuovo mondo dichiararono nel 1776 la loro indipendenza e fecero precedere questa dichiarazione da un preambolo.

In tale preambolo si diceva che tutti gli uomini sono stati creati uguali e dotati di diritti inalienabili come la vita, la libertà la ricerca della felicità.

Ora dicevano di voler cercare da soli la felicità, come se essa esistesse davvero e non fosse il dono avvelenato di un dominatore che prometteva quanto non avrebbe mai potuto mantenere.

Tutto ebbe inizio con l’enunciazioni di principi ideali, attraverso le quali gli antichi e violenti colonizzatori davano di sé un’immagine falsa rivolgendosi alla generalità degli uomini.

In realtà “i crudeli “ selvaggi indiani la cui ben nota norma di guerra era la distruzione indiscriminata di tutti gli avversari non venivano considerati esseri umani e ciò ne giustificava lo sterminio senza distinzioni di età o di sesso.

I violenti colonizzatori furono capaci di enunciare diritti ma non di trasformarli però in norme giuridiche e costituzionali,

Nella Costituzione Americana non si accenna all’uguaglianza e la libertà viene definita un bene e non un diritto.

Il mancato riconoscimento giuridico dei diritti aveva anche un significato di difesa dell’istituto della schiavitù:si voleva evitare ciò che era accaduto nel 1772 in Inghilterra, dove la sentenza di un tribunale aveva abolito la schiavitù riconoscendone la incompatibilità con le leggi vigenti.

Tredici anni dopo anche la Rivoluzione francese, che pure aveva abolito la schiavitù prima di finire nel bagno di sangue del Grande Terrore esordisce tramite l’assemblea nazionale con una dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.

In essa si legge:

<<Articolo 1

Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.

Articolo 2

Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.>>

Compare qui il termine “diritto naturale” che rimanda al giusnaturalismo che ha una storia lunga e controversa .

Lo stato di natura

L’uomo ha dei diritti che deve conservare nell’associarsi con altri, nello stipulare un contratto sociale. Diritti che gli derivano dallo stato di natura.

Quest’ultima è una concezione ideale astratta in base la quale l’uomo viene considerato a partire da un isolamento antecedente ad ogni formazione sociale.

Lo stato di natura è un’ipotesi razionale di un origine ideale variamente concepita

Nel Leviatano e nel De Cive di Hobbes, lo stato di natura è presentato come una possibilità di barbarie che resta latente La manifestazione per eccellenza di questa minaccia è la barbarie collettiva, cioè la rivolta o la rivoluzione. Spinoza non crede allo stato di natura come situazione di barbarie iniziale pura, così come la descrive Hobbes. In un ipotetico stato primitivo dell’umanità, ci sarebbe comunque la presenza di un embrione di razionalità, sotto forma di utilità reciproca degli individui, degli uomini che collaborano gli uni con gli altri.

In Grozio l’ordine giuridico positivo scaturente dal contratto sociale non viene a porsi in antitesi al diritto naturale; ma quest’ultimo mantiene costantemente la funzione di integrare, fondare e perfezionare i rapporti giuridici positivamente istituiti

Locke nel Saggio sul governo civile (1690) concorda con Grozio sulla necessità di utilizzare quale strumento di analisi lo stato di natura preesistente al governo civile, scrive:

<< Per ben intendere il potere politico e derivarlo dalla sua origine, si deve considerare in quale stato si trovino naturalmente tutti gli uomini, e questo è uno stato di perfetta libertà di regolare le proprie azioni e disporre dei propri possessi e delle proprie persone come si crede meglio, entro i limiti della legge di natura, senza chiedere permesso o dipendere dalla volontà di nessun altro.

È anche uno stato di eguaglianza, in cui ogni potere e ogni giurisdizione è reciproca, nessuno avendone più di un altro, poiché non vi è nulla di più evidente di questo, che creature della stessa specie e dello stesso grado, nate, senza distinzione, agli stessi vantaggi della natura, e all’uso delle stesse facoltà, debbano anche essere eguali fra di loro, senza subordinazione o soggezione, (…)

Lo stato di natura è governato da una legge di natura che tutti hanno l’obbligo di rispettare e la ragione, che si identifica con questa legge, insegna a tutti gli uomini, sempre che vogliano consultarla, che, essendo tutti uguali e indipendenti, nessuno deve recare danno ad altri nella vita, nella integrità fisica, nella libertà e negli averi.>>

Rousseau, circa settanta anni dopo delinea le tappe che hanno segnato il passaggio dello stato di natura alla società civile e la conseguente nascita della diseguaglianza tra gli uomini . Per Rousseau lo stato di natura è uno stato che non esiste più , che forse non è mai esistito , che probabilmente non esisterà mai . Alla condizione dell’ uomo civilizzato , e pertanto corrotto dall’ educazione e dalle istituzioni , viene contrapposto lo stato in cui l’ uomo si troverebbe se su di lui avesse operato soltanto la natura : in base ad essa l’ uomo, sarebbe perfettamente autosufficiente , non dipendendo da alcun altro per la soddisfazione dei propri bisogni . Su questa autosufficienza e indipendenza Rousseau fonda la uguaglianza naturale degli uomini e , per dimostrare la sua totale avversione al progresso introduce il mito del buon selvaggio: il progresso é qualcosa di fortemente negativo , destinato ad aumentare sempre più la disuguaglianza.

E’ interessante far notare che i primi teorici del diritto naturale cadevano in una contraddizione o se si vuole in una tautologia:definendo l’uomo naturale come essere razionale e l’uomo razionale come essere naturale confondevano ragione e natura. Si proponeva un “dover essere” razionale con un essere “naturale” e si pretendeva di descrivere un essere naturale che in realtà si costruiva in termini del dover essere “razionale”. Inoltre:lo stato di natura è una condizione ideale astratta in cui l’uomo è considerato nel suo isolamento antecedentemente ad ogni relazione sociale. Lo stato di natura non è una constatazione di fatto od un dato storico ma ipotesi razionale di un’origine ideale che a partire da Locke serve ad affermare che la società è per l’individuo e non l’individuo per la società. La concezione contraria ,organicistica, viene fatta risalire ad Aristotele Lo stato secondo i giusnaturalisti, padri della modernità politica, avrebbe avuto una genesi artificiale basata sul contratto sociale, cioè su di una associazione volontaria, derivata da una convenzione mediante la quale individui atomizzati si legano liberamente l’uno all’altro producendo la forma giuridica della loro unione.

Nel giusnaturalismo tedesco si trova l’intenzione di spiegare la ragione e la natura con l’uomo, più che non viceversa, Ogni spiegazione dell’uomo, ogni sua definizione, ma ancor di più ogni sua qualificazione è inevitabilmente autoreferenziale se si prescindesse dalla trascendenza.

Il ritorno dell’etica giusnaturalistica

E’ a questo tipo di antropologia che fa evidentemente riferimento Benedetto XVI quando afferma

“I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono iscritti nella natura stessa della persona umana e sono pertanto rinviabili al Creatore. Appare quindi legittima e proficua una sana laicità dello in virtù della quale le realtà temporali si reggono secondo le norme proprie, alle quali appartengono anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell’essenza stessa dell’uomo”

In accordo con la tradizione giusnaturalistica, addirittura di stampo preillumisistico si afferma che esiste una norma morale universale radicata nella natura stessa dell’essere umano al cui pregiudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello stato.

L’antropologia etico giuridica tedesca andò comunque incontro ad una evoluzione soprattutto con Von Pufendorf il quale più che considerare l’uomo di natura pensa all’uomo di cultura. L’uomo di cultura è un essere razionale capace di argomentare elaborare significati e valori ma anche uomo di natura in quanto dotato di istinto, emozioni, immagini, sensazioni. Egli però è un essere che si costruisce nel tempo che va incontro, in una terminologia più moderna ad un processo di formazione personale. Il fattore caratterizzante, l’uomo di cultura è prima di tutto la volontà e, diciamo anche di più, la volontà libera e la forza di volontà.

Il rapporto tra i tre concetti-chiave del giusnaturalismo moderno – uomo, natura, ragione – in cui nella tradizione tedesca è accentuato in particolare il primo termine (uomo), trova una nuova articolazione grazie ad un quarto elemento: la volontà.

Ciò ci aiuta, in parte, a comprendere i riferimenti impliciti dell’articolo di Scalfari apparso su Repubblica del 23.10.05 intitolato ” Quando il papa vuole fare le leggi”

“Due parole sui diritti innati e sul diritto naturale. Se ne è scritta nei secoli un´immensa biblioteca e non sarò certo io a risollevare questa questione in un articolo di giornale. Ma soltanto qualche breve riflessione(…)Il diritto dell´individuo persona ad esistere è innato, proviene dalla natura che lo fornisce anche alle altre specie e agli individui che le compongono, ciascuno dei quali, dall´albero al falcone alla persona dotata di mente, vuole, disperatamente vuole esistere e adopera tutti gli strumenti che la natura gli ha forniti per esistere.

Per soddisfare questo diritto “biologico” l´individuo entra necessariamente in conflitto con tutto ciò che lo circonda, con l´obiettivo, per lui primario, di guadagnare e preservare lo spazio di cui ha bisogno(…)la bontà dei bambini non esiste. La predominante necessità d´ogni bambino è quella di conquistare il suo territorio, attirare su di sé l´attenzione di tutti, vincere tutte le gare, appropriarsi di tutto ciò che desidera. Togliendolo agli altri. Vincendo sugli altri. Sottomettendo gli altri.

Questo è l´istinto primordiale, innato, esclusivo. E spetta a chi li educa insegnare a contenere l´istinto primordiale, a rispettare gli altri, la roba degli altri e addirittura a condividere la propria con gli altri.

Questa disponibilità non è affatto innata ma indotta. Dalla cultura, dall´insegnamento degli adulti. E infine, poiché quell´istinto primordiale ci accompagna fino alla morte, educare e al bisogno limitarlo, spetta alle leggi sulle quali si fonda la Città terrena. I cui fondatori e reggitori si imposero sugli altri con la violenza della scaltrezza o con quella della forza per acquistare il potere ed esercitarlo.

Nessuno è stato ed è esente da questo peccato originario, fondato sull´unico diritto innato: la sopravvivenza dell´ente e il dispiegarsi della sua potenza.

Il Papa, quando rispolvera il diritto naturale e lo riconduce al Creatore e chiede che le leggi e la gestione della comunità civile siano improntate alle sue indicazioni, non fa che esprimere la volontà di espansione e potenza dell´ente da lui rappresentato.”

Nell’articolo la “libera volontà” di Pufendorf diventa volontà di potenza non più istanza razionale ma irrazionale ed il diritto diventa quello del più forte sul più debole. Chiaro riferimento a Nietzsche, a Freud ed alla matrice hobbesiana del freudismo. Non entro nel merito della critica dettagliata di questi contenuti per la quale rimando all’articolo di Giulia ingrao su Liberazione del 30-10.05.

Mi concentro solo su di un aspetto :che cosa significa la frase “il diritto ad esistere è innato”? Se ci pensiamo bene assolutamente niente. Infatti la parola esistere vuol dire essere in atto. Ciò che ora è in atto si suppone che prima fosse in potenza. Il concetto stesso di esistenza implica quindi un passaggio dalla potenza all’atto cioè una trasformazione. La parola innato indica invece un qualcosa che non viene acquisito ma che è già preformato in noi. Se è preformato ciò corrisponde al fatto che esso non è il risultato di una trasformazione. La frase di Scalfari pertanto è senza senso così come è privo di senso la tesi del diritto naturale là dove “naturale” divenga sinonimo di “innato”.

L’uomo nasce senza nessuna regola o morale precostituita.Come nasce senza istinti, senza una peccato od colpa originaria, senza un Superio e l’inevitabile ed irrisolvibile conflitto intrapsichico che ne deriverebbe.

Rinunciando volutamente ad addentrarmi nelle conseguenze che derivano dall’ipotizzare un istinto di morte, una colpa, una morale ed un conflitto come realtà “naturale “ dell’essere umano , dirò soltanto che tale ipotesi ci fa trovare di fronte ad un ad una logica strana

Secondo Scalfari il diritto ad esistere, che poi viene confuso con un idea assai generica di volontà non solo sarebbe innato ma anche biologico cioè comune a tutti gli animali.

Tale “logica” nega che l’esistenza dell’uomo è il risultato di una nascita, di un cambiamento radicale tramite il quale nel venire alla luce la realtà biologica del feto, diventa realtà psichica. Diventa immagine interna, possibilità di rapporto.

Non sarebbe neppure vera quindi l’affermazione di Pufendorf di una “socialità naturale” basata sul riconoscimento reciproco di una identica “natura”. La socialità non è infatti una caratteristica preformata attiva in ogni soggetto indipendentemente dal suo rapporto con l’ambiente quanto il risultato di una trasformazione, dell’acquisizione di una possibilità che tramite uno specifico processo viene messa in atto.

Inoltre il concetto di “natura umana” potrebbe essere anch’esso ambiguo, in quanto per natura si intende non solo la qualità insita in un essere ma anche il complesso di tutti gli esseri che compongono l’universo.

Non a caso Ulpiano scriveva “Jus naturae est quod natura omnia animalia docet”. Ma l’uomo si differenzia dagli altri animali per avere un pensiero senza coscienza, un pensiero irrazionale che non è affatto naturale cioè comune a tutti gli enti..

La Dichiarazione del ‘48

L’intrinseca debolezza logica e terminologica insita nel riferimento ai diritti naturali noi la ritroviamo nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 dopo la sconfitta del nazismo e la condanna dei crimini contro l’umanità da esso perpetrati in modo sistematico. Nella dichiarazione si legge testualmente :

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”

Ancora una volta l’uomo è sempre e solo ragione e coscienza. I Diritti umani del 48 derivano dal compromesso di diverse concezioni dell’uomo e della società:liberalismo, socialismo e cristianesimo sociale attingono i loro valori dalla comune fonte del giusnaturalismo, cioè dall’idea che l’uomo ha una eguaglianza naturale prima ancora che politica, uguaglianza che l’impegno politico deve ricostituire o recuperare.

Nella “Dichiarazione del 48” troviamo pertanto irrisolte tutte le contraddizioni già presenti nel giusnaturalismo seicentesco ed illuministico. Secondo Antonio Cassese i diritti umani corrispondono al generoso e forse illusorio tentativo di introdurre un po’ di razionalità nelle istituzioni politiche e nella società di tutti gli stati <<(…)razionalità sottesa dai valori delle grandi religioni monoteistiche e da certi grandi concetti laici della tradizione kantiana.:la razionalità che si incentra nel rispetto della persona.>>

Molto significativo un altro passaggio di Cassese illustre docente di diritto internazionale:<<(,,,) i diritti umani sono una grande conquista dell’ homo societatis sull’homo biologicus(…) niente è più falso dell’affermazione secondo cui i diritti umani sono diritti naturali ossia coessenziali alla natura umana(…) ed ancora

(,,,) l’uomo biologico è portato ad aggredire e soverchiare l’altro,a prevaricare per sopravvivere, e niente è più lontano da lui dell’altruismo e dell’amore dell’altro(…)>>

Anche qui si potrebbe obiettare che l’espressione “homo biologicus” non corrisponde a niente di reale in quanto la realtà umana è corpo e mente in una relazione reciproca che non può, a mio avviso, neppure concettualmente essere dissociata in una rex extensa ed in una res cogitans. Res extensa e cogitans le quali, come affermava Cartesio, solo in Dio potrebbero trovare un punto di convergenza . La relazione reciproca di corpo e mente, la derivazione dello psichico dal biologico non può essere negata ed annullata salvo ricadere nell’idea di una perversione e di un peccato originario da tenere sotto controllo con la ragione.

Anche Bobbio però si era espresso a favore dell’idea che i diritti umani non possano aver un fondamento naturale: La ricerca del fondamento assoluto, ultimo del diritto tipica del razionalismo etico porterebbe secondo questo autore inevitabilmente ad un scacco dogmatico : ciò che è ultimo proprio in quanto tale non può essere fondato su altro.I diritti sono storicamente relativi ma la loro eventuale fondatezza non può che dipendere dal consenso generale circa la loro validità. L’importanza della dichiarazione del 48 dipenderebbe proprio dal manifestarsi di un “consensus omnium gentium”: un sistema di valori è universale non per principio ma di fatto, per la circostanza che viene accettato dalla maggior parte degli uomini.

Non si può fare a meno però di far notare che il consensus omnium gentis è un consenso cosciente e razionale che serve a fondare quello che è stato definito un ethos mondiale. La parola ethos, come l’autore stesso dice , rimanda ad un dover essere molto lontano purtroppo dall’essere.

Da una parte quindi Bobbio nega che il diritto possa avere un fondamento etico a partire dalla razionalità, dall’altro ripropone i diritti come un’insieme di norme morali ed ideali fondate non su di una natura immutabile ma su di un accordo razionale che si rinnova continuamente pur legandosi a situazioni storiche particolari.

Viene prospettata comunque una visione moralistica del progresso umano che riconduce in modo ineluttabile all’idea che l’attuazione dei diritti avvenga, nel migliore dei casi, attraverso la persuasione pedagogica. C’è da chiedersi però perché nella storia la pedagogia, che per i cattolici è la vocazione alla catechesi , ha così poco disdegnato l’uso della forza.

Il razionalismo etico , gettato fuori dalla porta, rientra, con tutti i suoi problemi dalla finestra.

La nascita della psichiatria e la sua degenerazione

A questo punto però, prima di approfondire ulteriori implicazioni insite nel concetto di diritto umano, vorrei far notare come il termine psichiatria è stato coniato nel 1773,tre anni prima della Dichiarazione di indipendenza americana. Il termine rivela come afferma Gaston un’intuizione geniale perché mette insieme la parola psiche con la parola iatria-medicina- quando invece la psiche era stata considerata sempre vicino alla parola anima.. Il 1773 è comunque collegato alla storia dei diritti umani in quanto in quell’anno coloni americani travestiti da indiani Mohawk salirono sulle 3 navi della British East India Company nel porto di Boston e gettarono in mare tutto il carico di tè che era a bordo per protestare contro la tassazione inglese. L’episodio è conosciuto come The Boston Tea Party che prelude appunto alla dichiarazione di indipendenza americana.

La creazione del nuovo termine Psichiatria avviene in un contesto certo illuministico ma soprattutto rivoluzionario in cui si intuiva la possibilità di sovvertire vecchi valori ed ordinamenti per affermare almeno in linea di principio non solo la dignità umana ma anche ciò che con frase certo ambigua per i nostri criteri attuali veniva designato come “ricerca di felicità”.

Di fatto la psichiatria, sin dalla sua nascita non riuscì a disancorarsi dai suoi presupposti organicisti e violò subito il diritto degli individui ad essere liberi. Pinel liberò i matti dalle catene e dalle prigioni ma ben presto essi furono chiusi nei manicomi. Il manicomio nascente – tassello essenziale della nuova dottrina- viene concepito, al tempo stesso, come macchina segregante, come apparato di sicurezza e come “strumento di guarigione”. Il trattamento morale, praticato da Pinel e da Esquirol, si fonda, perlomeno nella sua fase pionieristica, su due livelli tra loro correlati: da un lato i risvolti disciplinari e repressivi dell’istituzione segregante, dall’altro lato il dialogo, l’ascolto e l’empatia tra l’alienista e il suo paziente. Per guarire il malato il ragionamento non basta. Occorrono “scosse morali”: è necessario agire sulle passioni e sulle emozioni dell’alienato, sapendo “quanto poco il ragionamento da solo, senza scossa agitatrice, sia capace di far tornare la ragione smarrita. Fin dall’inizio in trattamento è violazione della libertà,dignità e dell’altro e sarà sempre così nella storia della psichiatra perché in ultima analisi la prima violenza che fonda tutte le altre è l’ignoranza ed il fraintendimento sul significato dell’umano.Ignoranza e fraintendimento che riguarda la “natura umana”.

Benedict August Morel

La psichiatria, nella seconda metà dell’ottocento si muove verso la genetica e l’idea di trasmissibilità della malattia con Benedict August Morel . L’autore francese (che coniò il termine dementia praecox nel 1866), partendo dalla concezione di una razza umana sempre uguale a se stessa, che non si è “evoluta da” e non si “evolve verso”, identifica una serie di circostanze sociali ed ambientali che causano l’allontanamento dal suo standard ottimale. Questo allontanamento viene definito come degenerazione. Quest’ultima veniva pensata come ereditaria, e suscettibile di aggravarsi di genitore in figlio, fino a portare all’estinzione del “ceppo” ammalato.

A volte essa si sarebbe sviluppata così rapidamente che, di figlio in figlio, la progenie di una stessa famiglia sarebbe nata sempre più tarata ed incapace di provvedere a sé. Morel liquida la clinica delle monomanie di Esquirol, la quale sul piano prognostico e terapeutico, era ancora possibilista e ottimista rispetto alle possibilità di cura. La “degenerescence” ha un’evoluzione inevitabilmente demenziale. Quella di Morel è chiaramente un’ottica cristiana in quanto il rischio della caduta regressiva è legata ad una perfezione venuta meno col peccato originale: solo il riferimento alla ragione come garante di valori e di eticità può mantenere in piedi un’umanità precaria.

Le teorie mediche, riprese da Magnan furono rese popolari dai romanzi di Zola e si diffusero in ambito neoromantico. Il conte di Gabineau, affermava che tutte le razze umane erano diseguali. Le razze superiori per l’incrocio con razze inferiori stavano indirizzandosi verso uno stato finale di imbastardimento.

Francis Galton

Nello stesso periodo in cui si affermavano le teorie evoluzionistiche Francis Galton (cugino di Darwin ed inventore del termine eugenetica) formulava le “leggi” sulla “regressione filiale” e sulla “eredità ancestrale”. La prima sosteneva che è possibile che in un individuo l’evoluzione “regredisca” rispetto al livello raggiunto dai suoi genitori (degenerazione), la seconda che tratti dell’eredità ancestrale possono riemergere nei discendenti.

Si giungeva alla conclusione che quanti sono al vertice dell’evoluzione, non lo sono necessariamente per sempre: d’improvviso la loro progenie, per atavismo o degenerazione, può trovarsi ad un livello evolutivo non solo più basso di quello dei genitori, ma anche della progenie di individui “inferiori”.

E’ chiaro, per chi conosce la storia della psichiatria, il debito che la psicopatologia di Kraepelin in seguito,pur dilatandosi in una nosografia che superava il limite ristretto delle monomanie e della psicosi unica, manterrà nei confronti del concetto di degenerazione e del suo correlato inevitabile la “dementia”: ma è altresì chiara la derivazione di quest’ultime concezioni dalla teoria del “buon selvaggio “ di Rousseau e più in generale dall’antropologia giusnaturalistica che aveva gettato le basi per concepire la civiltà come un progressivo deterioramento, a partire dallo stato di natura, di iniziali potenzialità umane.

Ernst Haeckel

Partendo dagli studi embriologici Ernst Haeckel, nel 1866 formulò la legge, contestata fin dal suo primo apparire, della “ricapitolazione filogenetica”. Haekel che considerava il popolo tedesco una razza eletta fu un’entusiasta sostenitore di programmi di eugenetica sia razziale sia legata all’eliminazione fisica o alla castrazione di persone con gravi menomazioni mentali. Secondo le tesi dello studioso tedesco l’apparizione, nell’evoluzione del feto umano, di organi rudimentali non tipici della specie umana significa che il feto umano, alla pari di quelli di altri animali superiori, ripercorre nel tempo ristretto del suo sviluppo il cammino dell’evoluzione. Inizia come cellula unica, per assumere configurazioni dapprima molto simili a quelle degli animali inferiori e solo in un secondo tempo quella tipica dell’essere umano.

Questo fenomeno è riassunto nella formula “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”, ossia, lo sviluppo dell’individuo ricapitola, riassume, lo sviluppo della specie a cui appartiene. In base a questa teoria l’esistenza di uomini nati con la coda sarà dovuta semplicemente al persistere nell’individuo maturo di questa caratteristica tipica del feto e di forme “inferiori” di vita. L’”arresto di sviluppo” permetteva così di spiegare più o meno a proposito una serie di fenomeni fino ad allora inspiegabili. È però importante sottolineare che, secondo Haeckel” ogni “arresto di sviluppo” nell’evoluzione del feto implicava, di per sé, l’arresto ad una forma arcaica, “atavistica”, secondo una terminologia adottata da Lombroso, di sviluppo, ormai abbandonata dalla nostra specie : cioè, fatalmente, implicava la “degenerazione”. Nella prospettiva del monismo materialista di Haeckel non aveva senso porsi il problema dell’origine della materia, delle forze, del movimento e persino della coscienza presente nelle cellule e nelle molecole. La finalità della natura si identificava, per Haeckel con l’ordinamento meccanico dell’universo: l’idea di una volontà libera si rivela del tutto illusoria.

Le conoscenze attuali dell’embriologia umana confermano il fatto che a partire da un certo momento della sviluppo intrauterino, il feto assume una morfologia che corrisponde ad una differenziazione funzionale che è tipica ed esclusiva della specie umana. A partire dalla 24 settimana e dalla formazione della retina è possibile la nascita come evento trasformativo, come emergenza di una dimensione psichica prima assente . Prima della nascita il feto non ha attività psichica.

Non si comprende quindi in virtù di quale ragionamento, ancor oggi in voga presso i cosiddetti neuroscienziati, si voglia far derivare la malattia mentale, che è malattia della psiche appunto, da un arresto o da una anomalia dello sviluppo fetale. Tali anomalie possono portare a disfunzioni neurologiche per un danno che può subire il cervello ma non rientrano nella ricerca della psichiatria che si occupa di problemi funzionali non legati a specifiche lesioni d’organo od alterazioni metaboliche.

Degenerazione e nazismo

L’idea di degenerazione, tipica degli alienisti e degli studiosi di scienze naturali dell’ottocento influenzò profondamente i nazisti a partire dai primi decenni del novecento.Il genocidio nazista non ebbe come unico bersaglio gruppi che possiamo definire nazionali, ma fu diretto contro tutti quei gruppi di esseri umani che si supponeva condividessero determinate caratteristiche biologico–razziali. Da parte dei dirigenti nazisti in sintonia con quello che era il clima imperante della scienza tedesca, non si operò mai una distinzione netta tra politica razziale e politica eugenetica. Questo spiega il motivo per cui, da un certo momento in poi, si realizzò in Germania quel micidiale connubio nella comune lotta contro tutti i “degenerati”.Una inferiorità razziale, si badi bene, che era intesa in senso lato sia come primitivismo, sia come degenerazione, sia come deviazione dalle norme. Nella visione del mondo dei nazisti l’idea di razza era onnicomprensiva e totalizzante, non implicava soltanto la diseguaglianza tra razze diverse ma anche tra gruppi e individui della stessa razza. Ed é proprio sulla base di tale teorizzazione della diseguaglianza che si riteneva fosse sancito il diritto degli individui, dei gruppi e delle razze “migliori” e “superiori” di dominare sugli “inferiori”.Venivano così affermati i diritti della collettività e negati i diritti del singolo.Il bene comune, o ciò che si suppone sia tale, e la vita come valore biologico divengono parametri assoluti di valutazione. Il nazionalsocialismo considerava la lotta per l’esistenza come fondamento dell’ordine naturale del mondo, come legge di natura a cui l’uomo non può sottrarsi.

Interessante quanto scrisse il medico nazista Victor Weizsacher a proposito di eutanasia e di sperimentazione sugli esseri umani

<<Se il medico considera la vita come valore materiale e temporale, senza considerare la dimensione trascendente allora è possibile che la vita stessa divenga di fatto priva di qualsiasi valore e si meriti così la soppressione.L’esaltazione della vita come pura manifestazione biologica produce i presupposti ideali per l’eliminazione delle vite che rappresentano un disvalore biologico>>

Come ha fatto notare la Alice Von Platen l’eliminazione di tutti i malati di mente portata alle sue estreme conseguenze avrebbe significato la fine della psichiatria mediante la soppressione dei suoi soggetti.

Fine di quella psichiatria che era sprofondata con la teoria della degenerazione nel pessimismo terapeutico più totale: paradossalmente l’eutanasia si poneva come tentativo, indubbiamente paradossale, di cura.

Tentativo di ristabilire una purezza originaria della razza, uno stato di natura cui si sarebbe arrivati distruggendo la vita di tutti soggetti più deboli ed incapaci di reggere alla lotta per la sopravvivenza.

Una delle caratteristiche più evidenti della ideologia e della prassi dello sterminio nazista é che in esse si realizzarono non solo una comprensibile stretta collaborazione tra antropologi, igienisti della razza e psichiatri ma una vera e propria sovrapposizione dei diversi ambiti disciplinari. Una netta separazione tra i rispettivi campi di studio e di intervento non fu mai mantenuta.

Quindi era tutto un ambiente culturale che creava i presupposti dell’olocausto alla cui attuazione hanno collaborato psichiatri che effettuavano le cosiddette “perizie razziali”. L’obiettivo dichiarato di queste perizie, era offrire dati “scientifici” e pratici per le misure che lo Stato doveva prendere in materia di eugenetica e igiene razziale.

Le perizie razziali costituiscono un chiaro esempio del ruolo chiave svolto dalla psichiatria tedesca nello sterminio nazista.

Crimini contro l’umanità

A partire dal contestatissimo processo di Norimberga ( i vincitori contro i vinti) si configura un nuovo tipo di crimine: quello contro l’umanità perpetrato appunto da personaggi come Heichmann e da tutto l’apparato dei gerarchi nazisti.

Già l’utilizzazione del termine “umanità”, unitamente a quello di crimine, è indicativo della volontà, da parte dei giudici di Norimberga, di ripristinare un concetto che i nazisti ed i loro ideologi, avevano cercato in ogni modo di demolire. <<”L’umanità è un concetto zoologico oppure è una vuota parola>>

Burke dal canto suo sentenziava :

<< Non esiste l’uomo nel mondo(…) quanto all’uomo dichiaro di non averlo mai incontrato in vita mia(…)>>

La critica nominalistica degli ideali della rivoluzione francese, che Goebbels sostenne, in un suo discorso radiofonico del 39, di voler cancellare dalla faccia della terra, portava all’idea che la parabola rovinosa dell’Occidente cominciava proprio con la costruzione del concetto universale di uomo proposto dal cristianesimo prima e dal socialismo poi.

Anche in Heidegger la categoria del Dasein con la sua enfasi sul qui ed ora e sulla storicità come effettiva esperienza di vita, mira esplicitamente a negare la categoria di genere umano ed implicitamente ad annullare l’esistenza di diritti che competono all’”uomo” in quanto tale.

Se passiamo dalla ideologia , dalle speculazioni filosofiche alla prassi vediamo una perfetta corrispondenza fra le due:la vittima di un crimine contro l’”umanità” viene infatti spogliato in un colpo solo del diritto ad avere dei diritti. Viene privato di ogni schermo giuridico.

Antoine Garapon fa notare la singolare analogia fra crimine contro l’umanità ed abuso da parte dei genitori sui bambini,

“Se vengo spogliato dei miei beni e percosso da un automobilista irascibile ciò non avrà le stesse ripercussioni che se subissi violenze da parte di mio padre, e cioè da colui che dovrebbe proteggermi. In tutti e due i casi vengo ferito nel corpo ma mentre nel primo la mia identità non viene colpita nel secondo sì. Questo perché i genitori sono la condizione stessa per la realizzazione dei diritti del bambino. Le violenze alterano un legame essenziale, la cui assenza non consente che si sviluppi un armonioso rapporto con il mondo(…)

Nel crimine contro l’umanità c’è una distruzione dell’umano, un disinteresse completo per colui che muore che precede la morte fisica. La distruzione dell’umano non solo sopprime la vita ma anche la morte stessa privata di ogni riferimento simbolico e sociale.

Il futuro della psichiatria

Dopo l’olocausto, dopo Hiroshima che è espressione di un nazismo diverso nella forma ma non nella sostanza, credo che l’unica psichiatria possibile, che sfugga alla tentazione di autoannullarsi per senso di colpa è quella che non si limita a descrivere l’evento disumanizzante ma ne indaga la radice più profonda con l’intenzionalità di estirparla come una malattia. Invece è accaduto che dal dopoguerra in poi la psichiatria si è illusa di difendere i diritti umani abolendo i manicomi-lager con la legge 180. E’ vero l’abolizione è stata un atto umanitario vanificato però dal fatto che gli psichiatri sono caduti nella negazione dell’esistenza stessa della malattia mentale e conseguentemente della propria identità. I malati non sarebbero tali, la pericolosità sociale, è stato sostenuto, non deve servire da alibi per la segregazione di soggetti solo diversi, espressione di forme di esistenza che si possono fenomenologicamente comprendere e descrivere ma non certo “curare”.

Alla base di questa negazione della malattia e della cura un’infezione del pensiero esistenzialista di derivazione heideggeriana e sartriana:pensiero esistenzialista fortemente implicato nella distruzione del concetto universale d’uomo. Concetto universale che la dichiarazione dei diritti del 48 si è sforzata in qualche modo di ripristinare.

Da una parte quindi gli antipsichiatri che sostengono che la malattia mentale è un mito e che la psichiatria deve cessare di esistere in quanto violerebbe sistematicamente “i diritti umani”, il diritto per es. all’integrità fisica che verrebbe lesa dall’uso indiscriminato di neurolettici, dall’altro il fiorire della psichiatria organicista che ha il suo motore nell’economia dell’industria farmacologia.

E’ interessante che teorie eugenetiche e razziali sono ricomparse negli ultimi decenni del secolo scorso ad opera di psichiatri in azione nelle rovine della vecchia Jugoslavia mentre forme di eugenetica striscianti compaiano anche nella nostra civile Italia. Il Prof Cassano in un articolo sul futuro della psichiatria del 21 sec. ha sostenuto che la prospettiva più interessante e radicale nella cura della malattia mentale è la prevenzione genetica. Interventi in utero per modificare l’eventuale gene difettoso responsabile di una futura depressione. Scrive Cassano.

“La vulnerabilità genetica di un disturbo si traduce molto spesso in una malattia manifesta quando improvvisi eventi di vita o problematiche esistenziali di lungo termine scatenano un primo episodio o favoriscono ulteriori ricadute. Dovremo capire bene quale processo può condurre ad alterare in tal modo l’espressione genetica. Ancor più dovremo mettere a fuoco i rapporti tra eventi traumatici in età infantile, specie quando di natura sessuale, e l’insorgenza di diversi disturbi psichiatrici nell’adulto e quale importanza possa avere in questo caso la vulnerabilità genetica”(…)Si calcola che in avvenire un numero sempre più elevato di medici, oltre uno su cinque, si specializzerà in Psichiatria.”

Lo psichiatra potrà intraprendere diverse specializzazioni fra cui quella denominata “neuroscientifica “

“(…)che comprenderà le tecniche di neuroimaging, la genetica, la prevenzione prenatale. Le malattie genetiche, ad esempio, potranno essere prevenute o corrette prima della nascita e non lontano è il tempo in cui le alterazioni ideative e comportamentali potranno essere corrette dal medico esperto attraverso un intervento sul singolo gene o sui livelli di attività di uno o più neuromediatori.(…)”

Personalmente concordo con chi afferma che la causa genetica non può coincidere con il concetto di predisposizione genetica che è solo una proiezione statistica di regola bassa dovuta a mutazione di geni e che non si verificherà necessariamente. Ed è inoltre ovvio che i meccanismi d’azione dei geni devono essere messi in relazione alle variabili ambientali: è inaccettabile una visione deterministica del comportamento umano.

Il nazismo, la mentalità che ha portato al suo affermarsi in quella particolare organizzazione dello stato in un una precisa fase storica dell’Occidente non è stato sconfitto. Ha solo cambiato pelle, si è mimetizzato negli apparati della scienza e del potere.

Basta pensare che gli americani che erano stati gli organizzatori di Norimberga hanno lasciato nello stesso periodo storico, impuniti scienziati criminali giapponesi dai quali hanno comperato, per una cifra ingente, i protocolli della sperimentazione di gas tossici su soggetti umani effettuata in Manciuria.

C’è quindi, a tutt’oggi in atto una gigantesca coazione a ripetere i crimini contro l’umanità: basta considerare che la tortura in questo momento storico viene praticata in 132 paesi nel mondo

La crisi degli apparati razionali della giustizia

I crimini contro l’umanità non solo continuano ad essere un prodotto aberrante proposto in origine da una psichiatria impazzita ma essi pongono in scacco, per la loro irriducibilità gli stessi apparati razionali della giustizia.

La mostruosità dei crimini in questione impedisce che essi vengano analizzati soltanto da un punto di vista dell’ordinamento giuridico che viene da essi completamente infranto: il modello processo del penale per es. è del tutto inadeguato di fronte alle dimensioni ed alle caratteristiche del problema che si deve affrontare.

Come sostiene Garapon il crimine contro l’umanità non è né perdonabile né punibile. Ed a questo punto sarebbe necessario pensare a nuove forme di giustizia.

La ricerca di una nuova forma della giustizia porterebbe a trasformare il processo in una sorta di apparato terapeutico all’interno del quale si svolgerebbe una rappresentazione catartica volta a garantire la ricostruzione dell’identità delle vittime attraverso la narrazione e la ricostruzione storica e l’accertamento dei fatti nel confronto con i carnefici. Scrive l’autore francese<< La scena giudiziaria serve a rappresentare il male politico sussumendo un evento in una norma di legge, dando un nome al destino>>

Ed ancora<<(…) il ruolo del giudizio è quello di restaurare la fiducia nel mondo, ovvero offrire lo spettacolo della superiorità del verbo sui fatti, della sublimazione dei rapporti di forza ad opera della decisione, del predominio della giustizia sul tempo biologico>>

Come si può notare siamo di fronte ad un vero e proprio progetto terapeutico peraltro non esente da una certa venatura moralistica che si avvale peraltro di una termologia freudiana. Male ( e- non si badi bene -malattia ) catarsi, sublimazione, predominio della giustizia cioè della ragione- coscienza sul biologico e sull’innato. E poi la frase, che si commenta da sola: il ruolo del giudizio è quello di restaurare la fiducia nel mondo.

Sorge spontanea una domanda: il giudice si scopre psicoterapeuta, peraltro un po’ maldestro, perché scambia le interpretazioni con i giudizi, perché la psichiatria è assente? La psichiatria è assente, perché non è riuscita a riscattatasi da una colpa orrenda di cui si è macchiata?

A questo punto sarebbe doveroso che dopo la parte destruens io proponessi la parte construens cioè una nuova concezione dell’uomo, del rapporto natura-cultura. Concezione che comporta inevitabilmente, come personaggi più autorevoli di me in campo giuridico hanno già fatto notare, una revisione di alcune categorie tradizionali del diritto in base ad una più che trentennale ricerca sull’irrazionale.

Una nota personale

Vorrei invece introdurre una nota personale. Ho scoperto nel corso degli anni che il mio interesse, molto precoce in verità, per la psichiatria è collegato alle vicende del nazismo.

La mia prima “didatta” di psichiatria e psicoterapia è stata appunto Alice Ricciardi Von Platen che ha scritto nel 48 un libro, da me citato, sullo sterminio dei malati di mente in Germania. Quella della psichiatra tedesca era però solo la denuncia di un crimine commesso nel nome del diritto dei più forti senza una vera capacità di elaborarne il senso più profondo.

Ciò traspare proprio nel passaggio dove l’autrice in questione afferma:

“Soltanto l’uomo è in grado di sottrarsi allo spietato diritto naturale in quanto può, entro determinati limiti, conformare l’ordine sociale. Proprio questa innata libertà dell’uomo veniva negata dal nazionalsocialismo, così come il suo intimo legame con la ragione, senza il quale essa degenera in mero arbitrio”

Esiste uno spietato diritto naturale,una libertà innata che, senza la ragione, diventa mero arbitrio.

Ma perché la libertà diventa arbitrio? Perché “degenera”? Perché appunto è innata non si lega cioè all’Io interno della trasformazione e della nascita, a quella creatività irrazionale che affonda le sue radici nel primo anno di vita . E’ la creatività del pensiero senza coscienza che rende l’uomo libero da quelle prigioni che la ragione, pur proclamandosi portatrice di valori umani, ha continuato a costruire nel corso della storia.

In tutti questi anni di ricerca e di formazione l’unica risposta esauriente sia interpretativa e terapeutica che ho trovato sul problema del nazismo è stata quella di Massimo Fagioli. Scriveva quest’ultimo nel 1980

“La pulsione di annullamento nella società civilizzata si esplica nei confronti della realtà umana ed è eliminazione nazista nel contesto di qualsiasi confronto, di qualsiasi dialettica. Determinare l’opposto assoluto della verità vera nell’ambito del rapporto interumano è l’eliminazione totale della realtà esistente. La sparizione completa di essa. I termini del confronto sono esistenza non esistenza.

Politicamente si giunge pertanto all’eliminazione fisica delle persone, scientificamente è dire che l’inconscio ed il mondo psichico non esistono. Si fa in altre parole quanto l’uomo fa nei confronti della natura, l’eliminazione fisica di essa per la propria sopravvivenza(…)”

Il discorso diventa più logico nel momento in cui si consideri la realtà umana soltanto come realtà fisica, oggetto di natura come altri. Una proposizione di trasformazione radicale rivolta ad una realtà umana che sarebbe solamente fisica non può consistere logicamente in altro che nell’eliminazione fisica del partner della dialettica.

Come vedete la ragione che annulla la realtà psichica degli esseri umani può essere molto nazista.”

Essendo la sua teoria nota e largamente diffusa non tenterò di riassumere il pensiero di Massimo Fagioli. Voglio solo sottolinearne l”importanza storica e politica perché esso affronta il problema della disumanizzazione non solo come nazismo manifesto ma soprattutto come nazismo latente, violenza invisibile e non materiale.

Fondamentalismo e diritti umani

Chiarendo inoltre il significato dell’”Umano” essa ci aiuta a esaminare criticamente i diritti umani. E noto, negli ultimi decenni il linguaggio dei diritti, e in particolare dei diritti umani, è diventato sempre più diffuso Viene considerato da molti come l’unico codice normativo di carattere universale nell’epoca del pluralismo delle morali, delle culture, delle religioni e degli ordinamenti giuridici. Elie Wiesel, nel cinquantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani la ha definita la “religione secolare planetaria”, e Kofi Annan ha parlato a proposito di essa di “unità di misura del progresso umano”.

Nonostante l’ importanza che ad essa viene oggi attribuita la dichiarazione dei diritti ha un limite: è’ indubbio che i grandi testi che sanciscono la tutela universale dei diritti umani sono di matrice occidentale e giusnaturalistica .

E’ evidente altresì che una volta che noi abbiamo compreso il processo di formazione dell’immagine e dell’emergenza della prima realtà psichica non è più sostenibile l’idea di una morale innata od addirittura di una sua derivazione divina come non è sostenibile l’esistenza di una “naturale” tendenza dell’uomo all’aggressività. E’ inoltre chiaro che la ragione nella misura in cui pretende di imporre una serie di norme morali di carattere universale va a finire nel dare sostegno all’ideologia della guerra.La storia recente lo dimostra: la guerra nel Kossovo ed in Iraq è stata fatta per scopi”umanitari” e legittimata in nome di un agire “razionale rispetto al valore” secondo una terminologia che risale a Max Weber.

La politica dei diritti umani, servendo ad imporre norme che sono parte di una morale naturale ed universale, conduce a guerre che – mascherandosi da “azioni di polizia” assumono una valenza morale;

alla moralizzazione della guerra segue la demonizzazione dell’avversario, la politica d’intervento sui diritti umani assume il significato di una lotta del Bene contro il Male.

Sorgono spontanee una serie di domande ai quali certo non si può dare in questo ambito, una risposta esauriente,

Come si può superare nell’ambito del diritto il riferimento ad una morale universale che rischia di essere null’altro che la norma razionale astratta di una “religione secolare”?

Se la ragione non può proporre valori universali senza cadere in quello che è stato definito un fondamentalismo,il diritto esisterebbe solo come un’insieme di formule convenzionali?

Lasciando in sospeso queste domande vorrei riportare una frase di Norberto Bobbio <<(…) la razionalità non abita più qui(…)-scrive Bobbio- Che la storia contemporanea conduca al regno dei diritti umani piuttosto che al Grande Fratello può essere oggetto soltanto di un impegno,>>

E’ possibile mi chiedo che quello che viene considerato uno dei più importanti filosofi italiani del diritto faccia appello alla “grande esperienza ed alla “buona volontà” per continuare ad avere fiducia nel progresso “morale” dell’umanità?

Gli psichiatri di grande esperienza sanno che le dichiarazioni d’intenti e la buona volontà servono a poco per non dire a niente.

Ciò che ci serve è una teoria che ci introduca in quel mondo in cui la razionalità non solo non abita più ma forse non ha mai abitato. Intendo riferirmi a quella dimensione irrazionale che è tipicamente umana. Dimensione irrazionale del primo anno di vita antecedente al linguaggio, alla coscienza, alla ragione.

E’ in quest’ambito che va cercata l’identità dell’uomo che sviluppandosi nel tempo e diventando consapevolezza piena di sé porta all’affermazione di diritti che potranno differire a seconda delle diverse condizioni storico-sociali.

Verso una nuova forma di socialità

L’affermazione del diritto, dei diritti di prima di seconda di terza o di quarta generazione, deve avere a monte una realtà umana il cui fondamento è la vitalità, il pensiero senza coscienza, l’immagine interna della nascita. Nascita che accomuna tutti gli esseri della terra. E’ la trasformazione della nascita che ci rende liberi ed uguali perlomeno in partenza. E qui mi viene fatto di dire che se esiste un diritto “assoluto” cui attribuire una priorità rispetto agli altri, questo diritto non può essere altro che l’affermazione della propria sanità mentale per essere capaci continuamente di ricreare una condizione originaria analoga a quella del primo anno di vita

I giusnaturalisti pensavano ad uno stato di natura che era un ipotesi della ragione, un’astrazione che non corrispondeva a nessuna esperienza.

Al contrario, noi in base alla ricerca psichiatrica e non ad astratte speculazioni sulla natura umana, possiamo sostenere che tutti hanno avuto l’esperienza della nascita a partire dalla quale si realizza la possibilità di “vita umana”. Vita umana come realtà psichica, identità individuale antecedente ad ogni legame sociale. Quello che per i giusnaturalisti era ipotesi di uno stato di natura astratto, presociale per la psichiatria diventa scoperta dell’origine della vita umana. Vita umana come immagine interna che si forma antecedentemente ad ogni legame sociale. Vita umana, immagine interna che poi nello sviluppo successivo del bambino diventerà desiderio e ricerca del rapporto, matrice di una socialità che dapprima inconsapevole evolverà verso le forme del linguaggio e della coscienza.

La socialità dell’ “uomo nuovo” deve essere capace comunque di abbandonare le formule contrattualistiche di ispirazione razionale ed illuministica a favore di una “reciprocità” che prevede forme di scambio e di rapporto che non siano univocamente commisurate alla norma dell’utilità.

Si apre un terreno di ricerca legato ad una serie di interrogativi: può esistere una psicoterapia se noi non superiamo l’idea di un legame sociale come strumento di fini prettamente individualistici ?

Si può mettere in moto un processo di trasformazione personale e collettivo se non si mette in discussione l’assioma utilitaristico che riduce il comportamento a puro calcolo di interesse?

Forse è necessario riaffermare la radicale irriducibilità dei rapporti sociali ai rapporti economici o di potere?

Bisogna pensare a dei legami di reciprocità caratterizzati da una uguale distanza sia dall’interesse utilitaristico di derivazione borghese sia dall’altruismo astratto di stampo cristiano che si esaurisce in una pura ed unilaterale oblatività?

A questi interrogativi, di estrema complessità, noi dobbiamo cercare, nonostante la loro difficoltà, di cominciare a rispondere pur essendo consapevoli che la psichiatria a questo punto è costretta ad uscire da un ambito strettamente specialistico per aprirsi al dialogo con la politica, con la cultura, con l’arte o più in generale con la storia.

E’ chiaro che la psichiatria non vuole assolutamente porsi, in questo dialogo, in questo confronto con la cultura dominante, come scienza omnicomprensiva, portatrice di conoscenze “totali” ed aprioristiche: al contrario essa interroga e cerca una dialettica con tutti quei soggetti che essendosi posti il problema del significato dell”umano” si dimostrano ricettivi nei confronti dell’indagine sulla realtà psichica. . E’ solo dall’esperienza di una molteplicità di persone che è disposta a compiere un faticoso sforzo di ricerca che noi possiamo cercare di orientarci e di progredire nella comprensione di quella realtà irrazionale pensata come territorio inesplorabile e proibito dal quale l’uomo sarebbe stato scacciato per sempre da un Dio malevolo. L’uomo: creatura di Prometeo nella sua ribellione contro il divino per affermare il diritto di essere se stesso ed il desiderio di progresso.

copyright domenico fargnoli

 

Admin            

Inviato il: 2 Mar 2006, 07:27 PM

QUOTE (Alogon @ 2 Mar 2006, 09:58 AM)

Magari se l’ amministratore mi aiuta li metto in secondo tempo

Eccolo…

Quando vuoi…

The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

Alogon            

Inviato il: 10 Mar 2006, 11:18 AM

Vorrei proporre come ulteriore spunto di analisi e riflessione quanto Maex scrisse nel 1844 ne “La questione Ebraica”

<<L’emancipazione politica è contemporaneamente la dissoluzione della vecchia società, sulla quale riposa l’essenza dello Stato estraniato dal popolo, la potenza sovrana(…)La rivoluzione politica che abbatté questa potenza sovrana e innalzò gli affari dello Stato ad affari del popolo, che costituì lo Stato politico come affare universale, cioè come Stato reale, spezzò necessariamente tutti gli stati, corporazioni, arti, privilegi, che erano altrettante espressioni delle separazioni del popolo dalla sua comunità. La rivoluzione politica soppresse con ciò il carattere politico della società civile. Essa spezzò la società civile nelle sue parti costitutive semplici, da un lato gli individui, dall’altro gli elementi materiali e spirituali che costituiscono il contenuto della vita, la situazione civile di questi individui. Essa svincolò lo spirito politico, che era parimenti diviso, disgiunto, disperso nei diversi vicoli ciechi della società feudale; lo raccolse da tale smembramento, lo liberò dalla sua mescolanza con la vita civile e lo costituì come la sfera della comunità, dell’universale attività del popolo, in una ideale indipendenza da quegli elementi particolari della vita civile. La determinata attività e le determinate condizioni di vita decaddero a significato solo individuale. Esse non formarono più il rapporto universale dell’individuo nei confronti della totalità dello Stato. La cosa pubblica in quanto tale divenne piuttosto l’affare universale di ciascun individuo, e la funzione politica divenne la sua funzione universale.

Soltanto, il compimento dell’idealismo dello Stato fu contemporaneamente il compimento del materialismo della società civile. L’abbattimento del giogo politico fu contemporaneamente l’abbattimento dei legami che tenevano vincolato lo spirito egoista della società civile. L’emancipazione politica fu contemporaneamente l’emancipazione della società civile dalla politica, dall’apparenza stessa di un contenuto universale.

La società feudale era dissolta nel suo fondamento: l’uomo. Ma l’uomo quale realmente era, in quanto suo fondamento, l’uomo egoista.

Quest’uomo, il membro della società civile, è ora la base, il presupposto dello Stato politico. Egli è da esso riconosciuto come tale nei diritti dell’uomo.

La libertà dell’uomo egoista e il riconoscimento di questa libertà è però piuttosto il riconoscimento dello sfrenato movimento degli elementi spirituali e materiali che formano il contenuto della sua vita.

L’uomo non venne perciò liberato dalla religione, egli ricevette la libertà religiosa. Egli non venne liberato dalla proprietà. Ricevette la libertà della proprietà. Egli non venne liberato dall’egoismo dell’industria, ricevette la libertà dell’industria. La costituzione dello Stato politico e la dissoluzione della società civile negli individui indipendenti -il cui rapporto è il diritto, così come il rapporto degli uomini degli stati e delle arti era il privilegio- si adempie in un medesimo atto. L’uomo in quanto membro della società civile, l’uomo non politico, appare perciò necessariamente come l’uomo naturale. I droits de l’homme appaiono come droits naturels, dacché l’attività autocosciente si concentra nell’atto politico. L’uomo egoistico è il risultato passivo e soltanto trovato della società dissolta, oggetto della certezza immediata, dunque oggetto naturale. La rivoluzione politica dissolve la vita civile nelle sue parti costitutive, senza rivoluzionare queste parti stesse né sottoporle a critica. Essa si comporta verso la società civile, verso il mondo dei bisogni, del lavoro, degli interessi privati, del diritto privato, come verso il fondamento della propria esistenza, come verso un presupposto non altrimenti fondato, perciò, come verso la sua base naturale. Infine l’uomo, in quanto è membro della società civile, vale come uomo vero e proprio, come l’homme distinto dal citoyen, poiché egli è l’uomo nella sua immediata esistenza sensibile individuale, mentre l’uomo politico è soltanto l’uomo astratto, artificiale, l’uomo come persona allegorica, morale. L’uomo reale è riconosciuto solo nella figura dell’individuo egoista, l’uomo vero solo nella figura del citoyen astratto.

L’astrazione dell’uomo politico è esattamente così descritta da Rousseau:

“Celui qui ose entreprendre d’instituer un peuple doit se sentir en état de changer pour ainsi dire la nature humaine, de transformer chaque individu, qui par lui-même est un tout parfait et solitaire, en partie d’un plus grand tout dont cet individu reçoive en quelque sorte sa vie et son être, de substituer une existence partielle et morale à l’existence physique et indépendante. Il faut qu’il ôte à l’homme ses forces propres pour lui eri donner qui lui soient étrangères et dont il ne puisse faire usage sans le secour d’autruì” (Contr. soc., liv. II, Londr. 1782, p. 67).

Ogni emancipazione è un ricondurre il mondo umano, i rapporti umani all’uomo stesso.

L’emancipazione politica è la riduzione dell’uomo, da un lato, a membro della società civile, all’individuo egoista indipendente, dall’altro, al cittadino, alla persona morale.

Solo quando l’uomo reale, individuale riassume in sé il cittadino astratto, e come uomo individuale nella sua vita empirica, nel suo lavoro individuale, nei suoi rapporti individuali è divenuto membro della specie umana, soltanto quando l’uomo ha riconosciuto e organizzato le sue “forces propres” come forze sociali, e perciò non separa più da sè la forza sociale nella figura della forza politica, soltanto allora l’emancipazione umana è compiuta.>>

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 13 Mar 2006, 10:30 AM

Il saggio “Sulla questione ebraica” (1844) di Marx propone la distinzione fra emancipazione politica ed emancipazione umana.

L’emancipazione politica, insita nella dichiarazione dei diritti non necessariamente è una emancipazione umana in quanto l’uomo viene considerato come individuo isolato,mosso da istanze egoistiche (come nello stato di natura diremmo noi).

La critica dei diritti affermati dalla rivoluzione borghese si basa sull’analisi della scissione fra citoyen ed uomo che essa determina, dove l’uomo rimane soggetto all’alienazione religiosa ed alla proprietà privata.

Nonostante l’acutezza di questa critica anche il comunismo ha fallito come oggi è universalemte riconosciuto.

Il problema che rimane aperto è riguarda quindi il superamento della scissione cui precedentemente abbiamo accennato…..

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 15 Mar 2006, 09:53 AM

La rivoluzione armata, la dittatura del proletariato porta all’abolizione dello stato borghese che, perlomeno da un punto di vista formale, è uno stato di diritto.

L’abolizione della proprietà privata tende, iin tale contesto, a ripristinare una situazione antecedente al contratto sociale di Rousseau: tutto questo per emancipare l’uomo, per toglierlo dalla situazione di alienazione, dall’indivualismo liberale in nome di un interesse collettivo.

La critica dei diritti umani della rivoluzione francese che evidenzia la scissione fra pubblico e privato, porta tout court non ad un ripensamento, ad un tentativo di dare loro un conteniuto reale, ma alla loro abolizione.

L’emancipazione dalla tirannide feudale realizzata dalla rivoluzione borghese abortisce negli stati totalitari che sono la forma di organizzazione sociale più razionale che esista. E’ chiaro quindi perchè la scelta della non violenza, il rifiuto della lotta armata, porta fuori dall’orbita del comunismo. Porta alla necessità di riaffermare le parole chiave della rivoluzione francese per puntare ad una trasformazione sociale senza l’uso delle armi .

Trasformazione: non solo politica di riforme.

Ma la non violenza, che è in fondo un contenuto psichico più che un comportamento, per poter essere praticata necessita di una teoria della realtà umana che purtoppo non è mai prima esistita nè a destra ma, disgraziatamente, neppure a sinistra.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 15 Mar 2006, 04:02 PM

qualche esperto di filosofia può darmi una mano sul tema “marxismo e diritti umani”?

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 15 Mar 2006, 06:04 PM

Leggo con mia sorpresa nel sito di un “fagiolino” pentito di cui indovinate il nome

<<A proposito di quanto i giornali (“La repubblica”, “Corriere della sera” del 28.2 ecc.) riportano essere accaduto con “Left/Avvenimenti”: appena acquista il controllo del giornale, il gruppo di Fagioli licenzia il direttore Giulietto Chiesa in quanto giudicato non omogeneo al progetto del gruppo. Non vedo proprio che motivo ci sia di scandalizzarsi. Nessuna sorpresa, è un modo di fare ricorrente nella storia di quel gruppo, come in quella di tanti altri. Tutto cioè molto ovvio e normale, nulla di diverso, nessuna traccia più della “storia diversa” progettata e promessa negli anni ‘70. Non è che il Berlusca si sia mosso diversamente rispetto a figure a lui non omogenee; e non si dica che l’analogia è solo formale, che nell’attribuirle importanza esprimo una visione piatta delle cose, che i fini sono diversi, perché, dicendo questo, per capirci con un esempio estremo, si finisce con il giustificare le torture di Abu Graib fatte dagli americani in quanto diverse da quelle fatte nello stesso luogo dalla polizia di Saddam.

Come la mettiamo con la non violenza? La violenza è da rifiutare quando espressa dagli altri, ma necessaria e santa quando è al servizio di una causa giusta e nobile? Per chi conosce la storia dell’analisi collettiva quanto accaduto a proposito di “Lef/Avvenimenti” esprime un comportamento abituale e ricorrente. Pronti a piangere come vitelli e a mandare lettere indignate e vittimistiche se qualcuno pesta loro un piede, non esitano, quando hanno il potere di farlo, ad eliminare tutto quanto non conforme e non omogeneo.

L’affermazione dell’uguaglianza fatta dalla rivoluzione francese aveva completamente perso il senso del nesso tra uguaglianza e arte, uguaglianza e sbigottimento, uguaglianza e nascita, libertà e sbigottimento. Aveva perso la dimensione rigorosamente laica ed atea di Machiavelli ponendosi nel preambolo “sotto gli auspici dell’Essere Supremo”. Per questo poteva pensare di risolvere i problemi tagliando le teste e chi oggi si rifà ad essa può pensare di risolverli eliminando chi non gli è in tutto omogeneo.

Oggi l’isola di Robinson può essere un sito internet e le bottiglie che egli affidava al mare perché qualcuno le raccogliesse possono essere le pagine del sito affidate all’oceano del Web perché navighino verso destinazioni improbabili senza garanzia di approdo.>>

Quest’ultima frase, non so perchè, mi ricorda qualcosa…

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 15 Mar 2006, 06:15 PM

Non sono un esperto di filosofia e quindi non posso essere di aiuto in questa materia specifica.

Vorrei, però, riportare quanto è scritto nella nostra Costituzione all’articolo 2

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (….)”.

Se è vero che parlando di diritti inviolabili dell’uomo si fa riferimento alla tradizione filosofica del giusnaturalismo, è anche vero che i costituenti volutamente non parlano qui di “diritti del cittadino” ma dell’uomo. In più, si dice che l’uomo esplica la sua personalità nelle formazioni sociali, quindi nelle relazioni che stabilisce con i suoi simili.

Mi sembra, per l’epoca in cui è stato formulato, un pensiero molto avanzato.

Alogon            

Inviato il: 15 Mar 2006, 07:02 PM

Certo, mi sembra una annotazione interessante….

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 19 Mar 2006, 11:13 AM

Naturalmente conosco la critica di Fagioli alla concezione dell’uomo di Marx e la considero una piattoaforma di partenza.

Nello specifico mi interessava capire come Marx si era posto nei confronti della Rivoluzione francese e dei diritti umani.

Per questo avevo citato il saggio del 1844.

Marx trova enigmatico il fatto che nessuno dei cosidetti diritti dell’uomo vada al di là dell’uomo egoistico ,al di là dell’uomo come membro della società civile e come individuo isolato dalla comunità : la rivoluzione politica, la rivoluzione francese è la rivoluzione della società borghese.

<<Prendiamo atto anzitutto del dato di fatto che i cosidetti diritti dell’uomo in quanto distinti dai diritti del cittadino non sono altro che i diritti del membro della società borghese ossia dell’uomo egoista, dell’uomo separato dall’uomo e dalla comunità…>>

Nella sua applicazione la libertà individuale forma la base della società civile ma essa fa sì che ogni uomo trovi nell’altro uomo non già la realizzazione ma piuttosto la limitazione della libertà. Nessuno dei pretesi diritti dell’uomo va al di sopra dell’uomo egoista e raggiunge l’essere collettivo.

L’uomo politico è solo l’uomo astratto, artificiale. L’emancipazione consiste nel riportare il mondo umano, i suoi rapporti all’uomo stesso.

Si distingue fra emancipazione , liberazione e libertà.

L’emancipazione è riduttiva, la liberazione è solo una tappa , la libertà realizza l’umano.

Solo quando l’uomo sociale si è riconquistato e quando come uomo individuale è divenuto essere sociale, quando ha organizzato le proprie forze come forze sociali allora si realizzerà la libertà.

Il cammino della libertà è pieno di ostacoli in particolare perchè le emanipazioni e le liberazioni vengono scambiate per la libertà.

Altro aspetto che ci potrebbe interessare è il rapporto di Marx con Rouseeau.

Il filosofo tedesco nei suoi scritti usa il termine << mondo rovesciato e uomo disumanizzato>> a proposito della società borghese

Ora l’idea di un’anima umana deformata, della trasformazione regressiva di tutte le nostre inclinazioni naturali a causa della disuguaglianza sorta nella società è di Rousseau. Quest’ultimo nell’Emile (libro secondo) sostiene che l’uomo è buono ma la società lo corrompe.

La società umana corrotta è il mondo sovvertito o a rovescio di cui parla Marx. Nelle opere del filosofo di Treviri troviamo l’intreccio tra l’idea dell’uomo che si capovolge proiettandosi nel cielo e quello della società adulterata nei confronto dello stato di natura.

Qui è interessante sottolineare che l’azione rivoluzionaria, tramite la quale all’arma della critica deve sostituirsi la critica delle armi cioè un’azione materiale violenta, tende a ristabilire l’uomo sensibile nella sua verità e la collettività naturale di uomini incorrotti.

Lo scopo della “rivoluzione permanente” non sarebbe allora quello di instaurare una socialità completamente nuova ma di ripristinare una situazione precedente, “uno stato di natura” in cui troviamo non un soggetto narcisiticamente isolato ma una collettività incorrotta.

E’ importate sottolineare l’esito a cui giunge la critica marxiana dei diritti umani, la critica del falso universalismo della ragione borghese:l’idea della necessità di un superamento della democrazia.

<< La democrazia sta, sotto un certo punto di vista, a tutte le altre frome politiche , come il cristianesimo sta alle altre religioni>>

La piena e vera democrazia non è un regime migliore degli altri, ma la scomparsa della democrazia politica stessa, ossai dello stato.

La prassi rivoluzionaria non vuole solo migliorare i sistemi rappresentativi ma sopprimerli sostituendo loro la gestione razionale delle cose e la libertà degli esseri umani.

Far entrare nella prassi il vero ed il bene, la libertà e la giustizia è un compito che può essere realizzato solo superando anche l’emancipazione come rappresentazione politica, realizzando al di là delle istituzioni le aspirazioni ed i fini della democrazia.

Infatti nella sua essenza lo Stato ha la stessa natura della religione, anche quando se ne è separato e lotta contro di essa

<<Lo stato politico attua un rapporto spirituale verso la società borghese come il cielo verso la terra>>

C’è una religiosità di stato legata all’esistenza dello Stato stesso perchè quest’ultimo ha con la vita reale lo stesso rapporto che il cielo ha con la terra; esso è al di sopra della vita reale, spazia al di sopra, trionfa allo stesso modo in cui la religione vince il mondo profano.

Nello stato, secondo Marx, l’uomo vale come specie ed è il membro immaginario di una sovranità presunta, è spogliato della sua reale vita individuale e penetrato di una irreale universalità.

copyright domenico fargnoli

Alogon

Marx ha teorizzato , l’uso della violenza materiale, la necessità della dittatura.

Facciamo ora un salto in avanti ed esaminiamo quale è stata l’evoluzione della psichiatria in Unione Sovietica.

Riporto qui parte di un’intervista del 1990 al dottor Anatolij Korjagin psichiatra siberiano

<<D. Ma “leggi psichiatriche” sono indubbiamente necessarie anche a difesa dei pazienti.

R. In uno Stato dispotico a regime totalitario, qual è l’Unione Sovietica, le leggi servono da sempre non alla regolamentazione della vita della società, ma sono una delle principali leve di comando per determinare il comportamento dei cittadini. Ogni cittadino sovietico è sempre stato definito apertamente come proprietà dello Stato ed è stato considerato non come fine, ma come mezzo per il conseguimento dei fini dei detentori del potere. Dal punto di vista del pragmatismo statale il malato mentale è visto come un peso per la società, che non solo non produce nulla, ma perfino consuma senza risarcimento risorse materiali dello Stato ed è, inoltre, potenzialmente pericoloso. Per questo lo Stato sovietico non ha mai ritenuto ragionevole promulgare disposizioni di legge che garantissero la protezione materiale e giuridica di questo tipo di pazienti.

D. Qual era la situazione dei pazienti psichiatrici nell’Unione Sovietica prima della disposizione del 1988?

R. La persona che soffriva di una malattia psichica era privata automaticamente di tutti i diritti ed era completamente in balia dell’arbitrio degli psichiatri. Praticamente qualsiasi persona poteva essere sottoposta a visita psichiatrica con il pretesto più assurdo e la diagnosi poteva privarla dei propri diritti. Proprio la mancanza di qualsiasi diritto e di garanzie giuridiche ha favorito l’organizzazione nel paese di un sistema repressivo psichiatrico. I detentori del potere e il KGB, la polizia segreta, avendo la possibilità di esercitare pressioni sugli psichiatri, sono riusciti a ottenere l’isolamento di dissidenti perfettamente sani di mente in ospedali psichiatrici, dove psichiatri privi di scrupoli li sottoponevano a torture con la somministrazione di psicofarmaci utilizzati normalmente nella cura di disturbi di tipo schizofrenico, con l’uso di violenza fisica e di pesante pressione morale.

D. Quando è iniziata la repressione dei dissidenti per mezzo della psichiatria?

R. Questo tipo di repressione ha avuto inizio negli anni del governo di Nikita Kruscev, e ha raggiunto il massimo sviluppo nell’era di Leonid Breznev. Negli anni Settanta e nella prima metà degli anni Ottanta ogni persona, in carcere perché indiziata in base a uno degli articoli del codice penale riguardanti le cosiddette “attività antisovietiche”, veniva sottoposta a perizia psichiatrico-forense e, in un caso su due o su tre, veniva diagnosticata una malattia psichica, il che comportava il ricovero in ospedale psichiatrico anche per molti anni e, in certi casi, più di una volta.

Chiunque osava prendere pubblicamente posizione contro le repressioni psichiatriche veniva perseguitato con particolare durezza dal KGB. Negli anni dal 1979 al 1981 tutti e sei i membri della commissione non ufficiale d’inchiesta sugli abusi politici della psichiatria furono messi in prigione.>>

La psichiatria sovietica si è trovata quindi, attraverso un percorso storico paradossale, a giocare un ruolo di primo piano nel processo di disumanizzazione dell’uomo contro cui Marx si era proposto di combattere con la critica delle armi.

E questo è avvenuto a 20,trenta anni dalla sconfitta del nazismo nella quale L’Unione Sovietica aveva avuto un ruolo di primo piano.

C’era stata una sconfitta militare del nazismo ma non della mentalità nazista?

copyright domenico fargnoli

Elleffe            

Inviato il: 20 Mar 2006, 05:34 PM

sicuramente.

ritengo che il pensiero nazista resista, abbia resistito, annidato in chi vede appunto l’uomo come mezzo in vista di fini ulteriori. sia socio-politici, un automa da asservire alla ragione di stato, sia umani, un fantoccio da addestrare in attesa dell’aldilà.

penso anche che questo pensiero sopravviva in chi scinde l’uomo nelle sue componenti per confonderlo, isolando la mente dal corpo, cercando di illuderlo, ahimè spesso con successo, che non esista la sessualità ma solo la procreazione per la sopravvivenza della specie, che non sia possibile cercare una natura umana più profonda ed unitaria.

del resto, il nazismo, la tragedia dei lager psichiatrici, cos’altro sono se non il tentativo di racchiudere l’uomo in una gabbia che vada al di là dei confini materiali? forse c’è nazismo ovunque si cerchi di spegnere il pensiero.

e penso che un modo di spegnerlo sia quello di dire che tutto è già determinato, previsto in una eredità genetica che prende anche la mente, i diritti, tutto.

penso che si debba resistere.

Guest            

Inviato il: 20 Mar 2006, 11:44 PM

Credo che il nazismo più pericoloso sia insito in coloro che si nascondono in ruoli “buoni”e che avendo un inconscio violento ingannano gli altri che non sanno valutare oltre il razionale…inganno spesso ideologico.Quello che mi chiedo è..perchè spesso persone anaffettive esercitano un potere così grande nei rapporti umani mentre quelle affettive ,presenti,vengono spesso usate,negate anche a discapito del benessere di una situazione umana ,di una comunità?Dov’è la solidarietà che si schiera con chi cerca di agire con l’istinto di vita e non con l’annullamento? Solidarietà che può realmente contribuire al cambiamento e sostenere la resistenza che non può e non deve essere solo una caratteristica di vitalità individuale? Se parlando dei vari genocidi (degli ebrei ,dei russi nei gulag,in Cambogia,degli armeni,in Ruanda ecc.) e si parla di milioni di persone che potevano almeno in alcuni casi tentare una ribellione prima di farsi sterminare in massa o perlomeno contribuire a scuotere l’opinione pubblica,nel nazismo non materiale attuale,che più velatamente può portare alla morte psichica o materiale (mi sembra che di sofferenza ce ne sia tanta dietro una logica sfacciata del profitto,per l’inseguimento dei messaggi consumistici ,di un protagonismo a tutti i costi,senza fatica possibilmente)oltre la resistenza credo ci voglia avere il coraggio di spendere la voce per far sentire la presenza, la vicinanza dove è necessario.trovare situazioni sociali creative dove le regole istituzionali o di mercato o culturali soffocano l’individuo..in attesa del cambiamento.

Alogon            

Inviato il: 22 Mar 2006, 12:12 PM

A proposito della psichiatria sovietica è interessante il punto di vista di Zilboorg nella sua “storia della psichiatria”

Secondo Zilboorg l’influsso di Becheterev (behaviorismo) e di Pavolov (reflessologia) porta, comunque non solo in Russia, all’adozione di un metodo che degrada la dignità umana.

Tale degradazione è insita nel fare esperimenti sui riflessi cerebrali e spinali di cani e gatti e sulla base di tali esperimenti trarre conclusioni che riguardano i riflessi umani così come la degradazione è insita nel produrre una “nevrosi sperimentale reflessologica in un cane e confrontarla con una neurosi dell’uomo.

Tale metodo, in apparenza rigorosamente scientifico inoltre nasconde un delirio “megalomanico”: L’uomo viene concepito come una macchina che può essere manipolata, riccostruita e riprogrammata. Lo “scienziato” si ritiene in grado di poter creare un personalità umana a proprio piacimento,poichè il dato di partenza di ciascuno sarebbe una tabula rasa sulla quale si potrebbe scrivere ciò che si vuole a seconda delle esigenze.

Le tecniche di brainwashing e di condizionamento ipnotico usate anche attualmente nell’addestramento dei terroristi hanno tale derivazione.

E’ singolare che il luogotenete di Bin Laden, mi pare di aver letto, sia un medico egiziano con una formazione psichiatrica….

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 22 Mar 2006, 10:10 PM

Questo mi ricorda Hitler e il suo staff di medici con i loro esperimenti e le loro ricerche…il loro fine delirante di essere padroni del mondo rendendo gli esseri umani degli automi,delle macchine senza volontà e sentimenti propri ( con l’aiuto anche di droghe-”pillole” dell’obbedienza- che uno staff specialzzato ricercava in giro per il mondo,se ben ricordo da un servizio storico trasmesso su R.A.I. 3 qualche anno fa).

Che situazione c’è mai in Bielorussia attualmente,visto che,brogli o non brogli,è stato rieletto Alexander Lukashenko,che si ispira al modello hitleriano .

Alogon            

Inviato il: 23 Mar 2006, 09:11 AM

Nella spartizione della Polonia, prima della seconda guerra mondiale c’era già stata una collusione fra stalinismo e nazismo.

E’ sorprendente come due opposte concezioni dell’uomo (il determinismo genetico e la “tabula rasa”) hanno portano ad una medesima violenza nella prassi, che è passata attraverso l’abolizione dei diritti umani e del tipo di organizzazione statale che in qualche modo li garantiva.

Però mentre siamo attenti alle somiglianze non bisogna dimenticare le differenze per non cadere in una sorta di revisionismo storico.

Per revisionismo, come sostiene Domenico Losurdo, si intende la liquidazione della tradizione rivoluzionaria lungo una linea che va dal 1789 al 1917 in base alla tesi che all’”annientamento” comunista di derivazione giacobina, avrebbe fatto seguito nel novecento,quello fascista e nazista. Fascismo e nazismo verrebbero in certo senso giustificati in quanto “reazione” ad un qualche evento precedente che li avrebbe messi in moto.

Quella fascista e quella nazista non solo non sono “rivoluzioni” in quanto non contengono nessun elemento, neppure potenziale, di novità e di progresso . ma derivano dall’ideologia razzista e colonialista delineatasi con chiarezza a partire dagli ultimo decenni dell’Ottocento.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 23 Mar 2006, 02:59 PM

I metodi adoperati da Lenin e sistematizzati da Stalin e dai loro seguaci non soltanto ricordano quelli nazisti, ma ne sono il precorrimento. Ad esempio, Rudolf Hoss, incaricato di creare il campo di Auschwitz che avrebbe poi diretto, ricorda che la direzione della Sicurezza aveva fatto pervenire ai comandanti dei campi una documentazione dettagliata sui campi di concentramento russi, in cui, sulla base delle testimonianze degli evasi, erano descritte le condizioni che vi vigevano e cioè come i russi annientassero intere popolazioni impiegandole nei lavori forzati. In sostanza, le tecniche di violenza di massa sono state inaugurate dai comunisti e i nazisti le hanno prese a modello. Già alla fine degli anni venti, venne inaugurato il metodo delle “quote”: ogni regione e distretto doveva arrestare, deportare o fucilare una determinata percentuale di persone appartenenti a classi sociali nemiche. Queste quote erano fissate dalla direzione centrale del Partito. Fin dal 1920 si adottarono metodi statistici e sociologici, cioè le vittime venivano selezionate sulla base di questionari ai quali nessuno poteva sottrarsi. Con questi metodi furono organizzate le deportazioni e le eliminazioni di massa negli stati baltici e in Polonia nel 1939-41. Il trasporto dei deportati su carri bestiame ha prodotto aberrazioni analoghe a quelle naziste. Questa logica genocida applicata dal potere comunista a gruppi individuati come “nemici”, a porzioni della sua stessa società, è stata portata al parossismo da Pol Pot.

I metodi di segregazione e di esclusione del totalitarismo di classe presentano, quindi, una straordinaria somiglianza con quelli del totalitarismo di razza. La futura società nazista doveva essere costruita attorno alla razza pura, la futura società comunista attorno a un popolo proletario depurato da qualsiasi scoria borghese. La ricostruzione di queste due società venne progettata allo stesso modo, anche se i criteri di esclusione non furono gli stessi. E’ quindi un errore sostenere che il comunismo sia una dottrina universalistica: è vero che il progetto ha una vocazione mondiale, ma una parte dell’umanità è dichiarata indegna di esistere, esattamente come nel nazismo.

Rispetto allo studio dei crimini nazisti, lo studio del terrore comunista ha un enorme ritardo da colmare. Perchè le testimonianze sui crimini comunisti hanno un’eco così debole nell’opinione pubblica? Perchè questo silenzio accademico sulla catastrofe comunista che ha toccato, da ottant’anni a questa parte, circa un terzo dell’umanità sui quattro continenti? Perchè quest’incapacità di porre al centro dell’analisi del comunismo un fattore essenziale come il crimine, il crimine di massa, il crimine sistematico, il crimine contro l’umanità? Siamo di fronte all’impossibilità di comprendere o si tratta del volontario rifiuto di sapere, della paura di capire?

Alogon            

Inviato il: 23 Mar 2006, 04:36 PM

…avevo colto nel segno….il problema è di rapportarsi alla complessità delle ricostruzioni storiche.

Prima dell’olocausto ebraico c’è stato l’olocausto americano ( lo sterminio sistematico delle nazioni indiane) il genocidio degli armeni mi pare agli inizi del 900.

Il modello dei campi di concentramento nazisti secondo alcuni storici,deriva anche dai metodi di contenzione dei negri negli stati uniti o nel Sudafrica. Prima della “despecificazione” ebraica è esistita quella indiana e negra

<<I padri fondatori degli Usa, Washington, Jefferson, Madison sono tutti proprietari di schiavi e praticano la schiavitù nella sua forma più dura, la “chattel slavery”, la schiavitù-merce su base razziale. Quando la Costituzione americana proclama “We the people”, il popolo di cui qui si tratta è il popolo dei coloni che lottano contro la metropoli inglese perché “li tratta come negri”: sono escluse le popolazioni interne di colore come massa da sfruttare o eliminare. Nel liberalismo la dignità di uomo è un privilegio che appartiene esclusivamente alle élite proprietarie bianche: esse non vogliono l’uguaglianza reale per tutti e si attribuiscono il monopolio della vera umanità, riproducendo così la dualità fra “noi” (i migliori e i più forti) e “loro”, gli altri caratterizzati da un’”inferiorità di natura”, dal basso livello di umanità, forse dalla non umanità.

Negli Stati uniti, con la fine della guerra di Secessione, l’abolizione legale della schiavitù è seguita da una politica di apartheid che dura a lungo. Tra Ottocento e Novecento si assiste, con la colonizzazione e l’imperialismo, alla radicalizzazione del liberalismo imperiale e razzista. Il Lager viene inventato dagli inglesi in Sudafrica contro i dissidenti boeri. Losurdo sostiene a ragione che la tematica liberale del popolo eletto, della missione civilizzatrice dell’Occidente liberale, del “manifest destiny” riservato allo yankee, è il presupposto del totalitarismo del XX secolo, tanto odiato e combattuto dagli altri liberali. Che cos’è il liberalismo storico, ancora una volta? E’ la filosofia della moderna comunità dei liberi, che formano una democrazia dei nuovi signori, una “Herrenvolk democracy”: contro di essa sono i movimenti di emancipazione a far valere i principi liberali formali che sono un’acquisizione storica irrinunciabile (libertà di pensiero e di credo religioso, diritto alla partecipazione politica, diritto ad una vita libera dal bisogno e dalla miseria, un’esistenza degna per tutti, emancipata dal dispotismo e dal privilegio). Si comprende perché il liberalismo non può essere definito come individualismo proprietario. Il liberalismo ha praticato l’espropriazione dei popoli indigeni – conquista del Far West, smembramento della Cina imperiale, rovina imposta ai contadini dell’India, appropriazione privata delle ricchezze energetiche e dei prodotti agricoli redditizi. La libera individualità etico-politico è stata negata alle moltitudini insieme al diritto di proprietà. La categoria di individualismo proprietario o possessivo non è realmente critica, esprime l’autocoscienza del liberalismo, anche se può essere letta come una confessione autocritica.>>

da

La religione della libertà che crea schiavismo

di André Tosel

su Liberazione del 12/01/2006

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 23 Mar 2006, 07:38 PM

Il terzo sanguinario esperimento di fabbricazione di un “uomo nuovo” fu quello di Mao in Cina. Mao era convinto che gli esseri umani fossero fatti per essere plasmati in forme che loro, i rivoluzionari, sono capaci di inventare e costruire perchè un essere soprannaturale li ha chiamati a questo compito. Mao non voleva che rimanesse traccia di chi aveva regnato prima di lui, voleva essere il primo e il solo, il costruttore dell’”uomo nuovo”. Fece dare alle fiamme i “libri sovversivi” e fece seppellire vivi centinaia di letterati confuciani che si erano opposti. Antichi palazzi e mura furono abbattute per affermare con la “tabula rasa”che con lui nasceva davvero una nuova Cina. Per prima cosa il regime creò il sistema delle “comuni”:unità di produzione assolutamente egualitarie alle quali i singoli dovevano consegnare tutte le loro proprietà, comprese le vanghe e altri utensili. Lo scopo era di superare la produzione di acciaio della G. Bretagna costruendo altiforni. Centinaia di milioni di contadini dovettero abbandonare la loro terra e andare a vivere in baracche e caserme. Le loro case distrutte per prendere i materiali per costruire i dormitori comuni. Tutti vestivano la stessa uniforme. L’esperimento fu allucinante, 90 milioni di contadini avevano abbandonato l’agricoltura, ed essendo il paese scarso di metalli, vi era la ricerca disperata di metallo con cui rifornire gli altiforni. Zappe, forconi, rastrelli, chiodi, viti, serrature, secchi furono fusi. I contadini, non solo erano costretti a distruggere, ma anche a tralasciare il lavoro nei campi e il riso fu lasciato marcire perchè impegnati a nutrire le fornaci. La conseguenza fu una spaventosa carestia che uccise 46 milioni di persone.

Alogon            

Inviato il: 23 Mar 2006, 08:49 PM

ho letto da qualche parte che l’uomo nuovo esiste ed è quello che non ha perso la nascita,l’elemento inconfondibile della sua umanità.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 23 Mar 2006, 09:04 PM

……è proprio quello che volevo mettere in evidenza…..

Guest            

Inviato il: 23 Mar 2006, 10:13 PM

“L’incomprensibile del nazismo si lega all’assenza di un pensiero inteso come ricerca del senso e del significato dei rapporti interumani sostituito dalle sole deduzioni di una logica esclusivamente razionale,necessarie per muovere meccanicamente un corpo e simulare un agire che altrimenti sarebbe stato impossibile,perchè nessun movimento specificamente umano è possibile in assenza di pensiero.Non poteva durare e non è durato,ma il prezzo della cecità occidentale è stato pesantissimo se pensiamo alla sofferenza atroce subita dalla violenza di sentirsi strappata la propria umanità prima ancora della propria vita………Poco prima dell’avvento del nazionalsocialismo,nel 1920,si era consumato “l’ennesimo fallimento della ricerca sulla realtà psichica umana”:………..L’avvento del nazismo segna la trasformazione del precario sadismo borghese in una mentalità di ghiaccio che è riuscita a conquistare un potere politico tale da mettere in pericolo l’umanità.Ma la gran parte della cultura occidetale continua a non volerla vedere ,forse perchè la sua tradizione di pensiero costruita sul primato della razionalità non può attribuire una possibilità di conoscenza alla sensazione di gelo,ammesso che l’avverta…Necessario quindi che si scoprisse che cosa caratterizza gi esseri umani in quanto umani…”

Da “Quel freddo che la ragione non sente.Nazismo e tradizione del pensiero occidentale” di Livia Profeti n°1/2003 del “Sogno della farfalla”

….e la ricerca c’è!!!…E non è fallimentare !!!

Alogon            

Inviato il: 24 Mar 2006, 12:28 PM

Certamente.

Interessante è la domanda sul perchè il mito della rivoluzione sopravvive al suo fallimento. Il pensiero va ad Ernst Bloch ed al suo rifiuto della teoria del rispecchiamento di Lenin secondo il quale la realtà materiale delle cose esiste al di là e indipendentemente dalle nostre sensazioni; il conoscere non sarebbe allora «fenomeno» soggettivo, ma rispecchiamento della realtà; rispecchiamento sempre piú preciso a mano a mano che si procede nella scienza.<<La vita genera il cervello. Nel cervello umano si rispecchia la natura. L’uomo, controllando e applicando nella sua pratica e tecnica l’esattezza di questi rispecchiamenti, perviene alla verità oggettiva>>””La tabula rasa”.

<<La materia è una categoria filosofica che serve a designare la realtà oggettiva data all’uomo nelle sue sensazioni, le quali la copiano, la fotografano, la riflettono senza che la sua esistenza sia ad esse subordinata>>

Nel tentativo di eliminare il soggettivismo si elimina qualunque tensione utopica , si elimina la speranza di una trasformazione, di un futuro diverso e si costringe l’individuo ad accettare la realtà attuale,nello specifico il socialismo “reale” come la migliore possibile. Tale teoria del rispecchiamento è consona al giacobinismo politico di Lenin, giacché include il riconoscimento dell’assoluta oggettività e necessità delle leggi che presiedono allo sviluppo sociale e che, sfuggendo alla coscienza immediata dei proletari, sono colte solo dal partito.

La speranza , come ha affermato Bloch , e (noi potremmo aggiungere) la fantasia è parte integrante dell’essere uomo, della sua possibilità di conoscenza e della sua azione politica.

L’ evento rivoluzionario anche indipendentemente dai motivi ideologici che lo hanno animato, fa emergere comunque il desiderio della trasformazione, attiva un’aspettiva rivolta verso il futuro che cerca di sopravvivere alle inevitabili delusioni….ricordo il sogno dell’Uomo dei Lupi il famoso paziente di Freud.

Sognò che si apriva una finestra e lui vedeva l’albero con i lupi.

“Qualcuno” ha messo in relazione questo sogno con l’intuizione che da lì a poco ci sarebbe stata la rivoluzione di Ottobre.

La rivoluzione è l’apertura di un occhio (la finestra) che poi Lenin e Stalin si sono preoccupati subito dopo di far chiudere. Magari con un colpo mortale alla testa.

A proposito di Mao e della rivoluzione culturale cinese ricordiamo uno dei suoi slogan

<< Strappiamo via lo straccio copri-vergogne della borghesia: libertà, uguaglianza, fraternità! >>

Come dimenticare la risonanza mondiale che ha avuto il libretto rosso ed il fatto che la rivoluzione culturale ha precorso ed ispirato il 68?

Fino ad oggi è stato così la speranza si attiva e sistematicamente viene delusa.Sullo sfondo della rivoluzione culturale va collocato il fallimento della rivoluzione indonesiana.

Ci sarà un altro Lenin, un altro Stalin, un altro Mao?

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 24 Mar 2006, 03:46 PM

Un interrogativo ricorrente è perchè la Rivoluzione Culturale di Mao abbia esercitato tanto fascino in Italia e non solo. Portò alla nascita del sessantottismo studentesco e del sessantanovismo operaistico. Dal 1966 al 1970 circa, in Cina regnava un caos peggiore di una guerra civile, è storia. Eppure nel 1968 centinaia di migliaia di giovani a migliaia di chilometri di distanza sfilavano con il libretto rosso in pugno e si travestivano ideologicamente e in sartoria, da guardie rosse. I cineasti narravano di pugni in tasca e delegazioni di studenti chiedevano ai senati accademici la destituzione di professori a loro sgraditi solo perchè non piaceva loro come insegnavano o perchè non ne condividevano le opinioni. A chi gli obiettava che tali metodi erano antidemocratici, i rivoluzionari rispondevano che il potere nelle università apparteneva agli studenti. Parlavano “cinese”.

Alogon            

Inviato il: 24 Mar 2006, 07:09 PM

L’analisi del sessantotto-pensiero è ovviamente molto complessa: secondo Luc Ferry nel sessantotto si esprime una tendenza tipica della filosofia e della cultura degli anni 60 a carattere prevalentemente “antiumanista”. Mao invece afferma <<L’edificazione di una società nuova reclama uomini nuovi.L’edificazione del socialismo esige che i membri della società si trasformino progressivamente in uomini nuovi, in comunisti”

Questa sembrerebbe una lettura di Marx in chiave umanista più che antiumanista.

Quindi attenti come al solito alle semplificazioni.

Credo comunque che la fortuna di Mao dipenda essenzialmente da alcune sue sue idee. A parte gli aspetti volontaristici, pedagocici, razionali del suo pensiero troviamo nel “timoniere” cinese una fiducia incrollabile nel popolo

<<Il popolo e solo il popolo-dice Mao- è la forza motrice che fa la storia del mondo…Quando noi ci appoggiamo al popolo sviluppiamo l’inesauribile potere creatore delle masse…>>

Per gli intellettuali di estrazione borghese abituati a Le Bon, a Lombroso, Ferri, Sighele, Freud, Ortega y Gasset questo era un discorso nuovo. Gli autori precedenti avevano dato alla parola massa un significato politico di stampo reazionario all’interno di una psicologia collettiva dominata dall’idea di una ferocia irrazionale delle folle (sull’esempio di quelle della rivoluzione francese) e di una loro tendenza ad essere dominate da un uomo forte.In Mao invece troviamo questa fiducia nella creatività del popolo, della collettività. Accenti simili a quelli di Mao li ritroviamo in uno scritto di Che Guevara del 65.

Scriveva il medico cubano <<Arriveranno i rivoluzionari che intoneranno il canto dell’uomo nuovo con l’autentica voce del popolo>>

Inoltre negli scritti di Mao possiamo individuare una forte accentuazione di aspetti psicologici.la dove si dice che promuovere la rivoluzione è insieme rivoluzionare il pensiero individuale..

La nuova società tende a sostituire la vecchia attraverso la cultura, l’educazione e le abitudini mentali che si sviluppano all’interno dell’ideologia socialista.

Se la rivoluzione culturale promossa da Mao a partire dal 1965 ebbe una qualche originalità ciò è dovuto al fatto che essa fu non solo una rivoluzione della struttura di produzione ma soprattutto della sovrastruttura, della mentalità, dell’insegnamento del modo di produrre cultura.

La trasformazione della società e della mentalità cinese secondo il timoniere erano favorite da due peculiarità. I cinesi erano poveri e si presentavano come pagine bianche. Un pagina pulita non ha macchie e vi si possono scrivere le parole e dipingere le immaginni più nuove e più belle.

Forse si può regalare a Mao che la “La pagina bianca” non è “la tabula rasa” la tavoletta di cera di Lenin. Forse e dico forse nell’immagine della pagina bianca c’è l’idea vaga quanto si vuole di una potenziale recettività che non sarebbe la passività del segno inciso nella cera.

Interessante come si evince da un libro di Gregorio Bermann del 1970 “ La salute mentale in Cina” che il pensiero di Mao abbia fondato una vera e propria pratica di psicoterapia.

La psicoterapia cinese a partire dalla rivoluzione culturale veniva praticata in larghi gruppi dove operava una minoranza di medici.

Lo scopo della terapia era quello di acquisire “un pensiero corretto” attraverso lo studio degli articoli di Mao letti e commentati collettivamente. I medici si educavano nello studio assieme ai pazienti ed al personale infermieristico.

<<Anche quando si sviluppano nella mente dei malati le alterazioni neurotiche o psicotiche non vengono interpretate a livello personale conscio od inconscio, ma sul piano delle relazioni umane>>(Bormann)

Attraverso l’organizzazione dello studio di Mao, non solo delle sue opere ma anche della sua vita,di tutta la sua azione si rafforzava il senso di disciplina nel lavoro collettivo, si arricchiva la vita quotidiana si imparava ad aiutarsi ed a criticarsi reciprocamente.

La critica e l’autocritica fuse insieme costituivano il fondamento dell”indottrinamento forzato” e del “lavaggio del cervello” che praticate in un contesto di gruppo raggiungevano un’efficacia impressionante tanto che anche persone che si potrebbe pensare non fossero facilmente piegabili alla forza sperimentavano -come riferisce Bormann- lente e graduali “trasformazioni”, talvolta drammatiche e profondamente convincenti.

I metodi adottati dai cinesi per attuare “la riforma del pensiero” non sono ispirati nè a Freud nè ad Adler nè tantomeno a Pavlov ma derivano piuttosto dalle tecniche di convincimento sviluppate nel quarto di secolo passato in armi unite al dogma comunista.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 24 Mar 2006, 08:13 PM

“Ci sarà un altro Lenin,Stalin o Mao?”

Preferisco ci sia una Michelle Bachelet !

Alogon            

Inviato il: 25 Mar 2006, 09:27 AM

D’accordo anche se si parlava di “rivoluzioni” di rotture drammatiche rispetto al passato.

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 25 Mar 2006, 02:38 PM

..proprio per quello credo di essemi un pò angosciata..

Alogon            

Inviato il: 25 Mar 2006, 05:10 PM

anche le false democrazie non è che fanno stare benissimo

copyright domenico fargnoli

 

Guest

Inviato il: 25 Mar 2006, 07:51 PM

Esistono tante false democrazie induttrici, per usare un eufemismo, di scarso benessere. Si riferisce a qualcuna in particolere?

Alogon            

Inviato il: 25 Mar 2006, 09:38 PM

In verità no. Facevo un discorso più generale sul rischio di essere delusi da false rivoluzioni politiche o culturali.

Non c’entra forse direttamente ma sono stato stimolato a fare una ricerca su Togliatti.

Sembra, fra le tante, che abbia mandato una lettera di congratulazioni a Stalin per il patto di non aggressione con Hitler.

Ho scoperto una biografia inquietante con tanto di tradimento nei confronti di Gramsci.

Pare che anche Enrico Berlinguer, se non ho letto male, sia stato scelto da Stalin in persona.

Come la mettiamo quindi con il comunismo?

I comunisti cinesi hanno compiuto un genocidio nella Mongolia interna…solo un incidente di percorso?

Prima si dice che il popolo è creatore e poi si sterminano popolazioni inermi considerate di rango inferiore. Per non dire della strage degli studenti nel 1989, od il progetto di una guerra atomica mondiale cui dato il loro numero, sarebbero sopravvissuti solo i cinesi.

Inoltre: secondo alcune stime il numero complessivo delle vittime del regime in Cina dal 1949 ammonterebbe a 150 milioni!!

<<Cos’hanno detto finora, in merito al numero delle vittime, i capi comunisti cinesi? A tutt’oggi, allo stesso modo di quelli russi, essi hanno reso pubblico soltanto qualche dato frammentario.

Già abbiamo accennato alla dichiarazione del Comitato centrale relativa a 20 milioni di morti nel corso del ‘Grande balzo in avanti’. Più tardi, l’8 ottobre 1971, in occasione di un ricevimento per l’allora imperatore d’Etiopia Hailé Selassié in visita a Pechino, Mao Tse-tung richiesto dall’ospite quale fosse stato in Cina il costo in vite umane “delle vittorie del socialismo dopo il 1949”, rispose: “Cinquanta milioni di morti”. Turbato, Hailé Seiassié (che da lì a poco non dimentichiamolo – sarebbe stato a sua volta ucciso dai comunisti etiopi) “fece notare che questa cifra rappresentava il doppio della popolazione dell’Etiopia; ma soltanto una percentuale di quella della Cina, precisò Mao” (C. e J. Broyelle, op. cit., pag. 67).

Si tratta in ogni caso di dichiarazioni non documentate, e dunque semplicemente indiziarie. Un quadro assai più fondato – in quanto fondato scientificamente – del numero complessivo delle vittime fatte dal comunismo in Cina, potrebbe essere invece suggerito dallo studio statistico di Paul Paillat e Alfred Sauvy, pubblicato nel 1974 sull’autorevole rivista parigina Population (n. 3, pag. 535). Da esso emerge che la popolazione cinese era in quell’anno inferiore di circa 150 milioni di persone a quella che avrebbe dovuto essere statisticamente, cioè in base al suo tasso di crescita pur calcolato in modo prudenziale.

Dieci anni dopo un’altra fonte parigina pure molto autorevole, l’Istituto Nazionale di Studi Demografici, prendendo in esame il censimento generale effettuato dal governo cinese nel luglio ‘82, ha evidenziato tra che i nati dal 1958 al 1962 sono circa 40 milioni meno di quanti dovrebbero essere. Ciò risulta chiaramente dalla piramide delle età, che qui riportiamo.

Da questo prospetto emerge che in quei quattro anni (della terribile carestia artificiale provocata dall’espropriazione dei contadini) sarebbero complessivamente morti intorno a 40 milioni di neonati e lattanti. Ripetiamo: di soli infanti, senza contare tutti gli altri. Allo stato attuale delle conoscenze, possiamo in ogni caso ritenere con sufficiente fondamento che le vittime fatte dal comunismo in Cina sono state più del doppio di quelle fatte dal comunismo in Russia. In Occidente, mentre si susseguivano in Cina queste immense stragi – le più terribili che la storia dell’umanità conosca – i grandi mezzi della comunicazione sociale, a cominciare dai giornali, hanno in linea di massima taciuto. Proprio come, a suo tempo, durante le stragi di Lenin e di Stalin in Russia.

Solo in seguito alla rottura tra la Russia e la Cina, dovendo prendere posizione per una delle due parti, e dovendo sostenerne le argomentazioni e le accuse all’altra parte, giornali e televisioni si sono trovati costretti a parlarne. Più tardi alcuni dei maggiori quotidiani hanno pronunciato (in Italia con più fatica che altrove) qualche blando mea culpa. Così il 3 febbraio 1978 il Corriere della sera, in un articolo a firma Flores d’Arcais, ha reso noto che “il miglior studio occidentale sulla rivoluzione culturale in Cina, del francese Simon Leys” non era stato fino allora tradotto in italiano di proposito: “Si è trattato, semplicemente, di censura. Di quel sottile conformismo che.., per alcuni anni ha reso temerario il parlar male, cioè il parlare criticamente, della Cina di Mao”. ) Nell’articolo – uscito come s’è detto nel 1978 – il Corriere riassumeva brevemente lo studio di Leys, apparso nel ‘72: tale studio dava degli eventi cinesi un resoconto e una interpretazione molto simili a quelli da noi dati nel novembre ‘68 e nell’ottobre ‘69 (cioè quattro e tre anni prima di Leys) nei due saggi riportati (tolta qualche ripetizione) qui avanti. “Grazie allo studio di Leys dieci anni di storia cinese cessano d’essere un enigma, anche se” precisava dolente il Corriere “il mito di Mao va in pezzi”. (Ricordiamo che anche in Francia, dopo apparso, lo studio di Leys fu comunque tenacemente tenuto il più possibile emarginato per anni da quasi tutta la grande stampa e dalla televisione.)>> (L’esperimento comunista, Ed. Ares, Milano 1991, pp. 85-96

di Eugenio Corti)

Fra le vittime proprio durante la rivoluzione culturale vanno annoverate tutte le persone ritenute irrecuperabili fra cui malati mentali,drogati, lebbrosi o persone affette da malattie incurabili. All’arrivo dei khmer rossi, addestrati in cina, i lebbrosi scappavano come potevano.Vittime anche i prigionieri rinchiusi nei laogai i campi di concentramento e di lavoro.

<<Il Laogai non è un semplice sistema carcerario; secondo il Ministero per la Pubblica Sicurezza, il loro scopo è trasformare i criminali in persone che “obbediscono alla legge, rispettano le pubbliche virtù, amano il proprio paese, amano il lavoro duro, e possiedono certi standard educativi e abilità produttive per la costruzione del socialismo”. In questo modo infatti viene rafforzato il controllo del Partito Comunista sopprimendo qualsiasi segno di dissenso. Fra i prigionieri politici dei Loagai si trovano attivisti pro-democrazia, sindacalisti, religiosi e fedeli di varie fedi e minoranze etniche come i tibetani, gli uiguri e i mongoli.>>

E’ interessante come il libro di Gregorio Bermann che dava una visione ,apparentemente, edulcorata della rivoluzione culturale sia stato tradotto in Italia nel 1972 da Franca Basaglia Ongaro.

L’interesse di quest’ultima per la psichiatria cinese è probabile derivasse dalla tentazione (tipicamente basagliana) di sostituire la politica con psichiatria.

Tentazione di usare a scopi terapeutici la persuasione, l’indottrinamento ideologico, la riforma del pensiero. Non voglio arrivare, dato che formalmente viviamo in una democrazia, al lavaggio del cervello.

Io però nella mia attività di psichiatra non cerco di persuadere nessuno, mi confronto sistematicamente con posizioni diverse dalle mie, non voglio e non ritengo di poter insegnare alcunchè ad alcuno.

Sono allergico ad ogni forma di pedagogia e diffidente verso la propaganda. Dietro alla propaganda ho scoperto che spesso ci sono i morti e neppure pochi.

Come medico mi oppongo all’idea che che non si possano sacrificare delle persone nel nome della ricerca scientifica o del progresso dell’umanità.

Il metodo della psichiatria non è quello della politica: la psichiatria persegue l’obiettivo della cura, non va dietro al consenso. Anzi.

Detto questo bisogno pensare a come possa essere la dialettica, avrebbe detto Mao, fra psichiatria e politica, a come si possa passare da un metodo all’altro senza snaturare nè l’uno nè l’altro.

Bisogna pensare a quale modificazioen subiscono le nostre idee nel passaggio dal considerare fenomeni microsociali all’intervenire su problemi macrosociali.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 28 Mar 2006, 09:47 AM

Ieri è uscito un articolo su Repubblica che sembra una chiosa alla nostra discussione:

“Depressione e rivoluzione” di Vaclac Havel ex presidente repubblica ceca

<<Tutte le rivoluzioni finiscono col passaggio dall’euforia alla delusione. Nell’atmosfera rivoluzionaria, di solidarietà, abnegazione, si ha la tendenza a pensare che una volta conseguita la vittoria completa il paradiso in terra sia a portata di mano. Ma dato ovviamente che il paradiso non si raggiunge mai, la delusione è inevitabile.>>

siete d’accordo?

copyright domenico fargnoli

ulrich            

Inviato il: 28 Mar 2006, 10:33 AM

Non sono d’accordo. Forse i concetti di “vittoria completa” e di “paradiso in terra” sono di per se illusori perchè fanno credere che il superamento della dialettica sia possibile e auspicabile. Non è che le rivoluzioni che perseguono questi obiettivi hanno già fallito in partenza ?

Alogon            

Inviato il: 28 Mar 2006, 11:05 AM

…è più che probabile….

copyright domenico fargnoli

Elleffe            

Inviato il: 28 Mar 2006, 02:18 PM

spero di riuscire ad esprimermi.

la mancanza di una reale autocritica da parte dei regimi comunisti circa il loro passato violento, mi ha sempre colpito, come se fosse particolarmente strana questa incapacità di confronto nella sinistra, mentre mi è sempre apparsa più normale nei regimi fascisti o comunque di destra.

i regimi fascisti sono per natura chiusi al confronto, alla critica. i regimi comunisti, invece, nascono proprio con l’idea del confronto e della socialità.

mi è venuto un mente un paragone, forse peregrino, tra l’analista freudiano assente e non comunicatore, ed il politico assente e non comunicatore. c’è qualcosa che accomuna freudismo e comunismo in questo senso, nella mancanza di dialogo, di apertura alla critica?

poi le parole di alogon mi hanno fatto pensare che forse uno dei fattori veramente importanti è la presenza o meno di un intento pedagogico. la psichiatria che noi seguiamo non ne ha, ma il freudismo mi pare di sì. così come molte rivoluzioni hanno avuto uno scopo educativo e pedagogico.

forse qui sta la magagna, cioè che la pedagogia non è trasformazione, è plasmare, è mettere sopra. tra docente e discente non ci può essere dialogo nè confronto perchè le posizioni fin dall’inizio non sono paritarie, e non è sindacabile l’opera del docente.

allora, come si diceva sere fa, la rivoluzione è un ritorno all’indietro, non è trasformativa ogni volta che è anche pedagogica, perchè si chiude al confronto con l’altro, che, in qualità di discente, se non approva/apprende i contenuti deve essere punito/plasmato.

mi è parecchio difficile essere chiaro, questi sono pensieri sorti così, leggendo il forum, e mi piaceva tentare di condividerli.

Alogon            

Inviato il: 28 Mar 2006, 08:53 PM

certo.

Però il problema che poneva Havel era quello del rapporto fra rivoluzione e depressione: come se non ci potesse essere rivoluzione senza una trasfomazione che riguarda la realtà psichica.

Trasformazione psichica cioè rivoluzione culturale: quella che hanno cercato di fare i maoisti con i risultati che devono essere a conoscenza di tutti.

Naturalmente gli stati uniti hanno fatto anche peggio della Cina in Sudamerica.

L’italia ha fatto anche peggio con la storia di Andreotti, della Chiesa della P2 e dei desaparecidos in Argentina. Tanto per citare solo un caso.

Sia ben chiaro che noi cerchiamo di comprendere il senso di processi storici molto complicati.

La propaganda, la polemica politica, la strumentalizzazione delle cifre gli slogan e le batture non mi interessano.

copyright domenico fargnoli

 

Guest            

Inviato il: 28 Mar 2006, 09:45 PM

“Bisogna pensare a quali modificazioni subiscono le nostre idee nel passagio dal considerare fenomeni microsocali all’intervenire su problemi macrosociali”.

“Non c’è rivoluzione senza trasformazione psichica”. Questo mi parla di cura e guarigione dalla malattia mentale e di rivoluzioni senza evoluzioni nei “giorni del terrore”..Non so spiegarlo .

Salvador            

Inviato il: 29 Mar 2006, 07:03 AM

E’ difficile inserirsi in un discorso così ampio, articolato e supportato da conoscenze approfondite in ogni materia, ma è talmente bello che ugualmente faccio un tentativo di proseguire sul filone storico-filosofico, ricollegandomi agli ultimi sviluppi della ricerca ed al ruolo della teoria di Fagioli nel vasto campo, diciamo così, politico.

Qualche mese fa mi capitò di vedere nello stesso fine settimana due film all’apparenza lontani ma che ebbi modo con qualche forzatura di imparentare. Paradise now e Les amants reguliers. Il primo narra gli ultimi momenti di vita di un kamikaze palestinese, l’altro la storia di due ragazzi nel sessantotto. Da entrambe le parti i protagonisti sono giovani di belle speranze che vogliono cambiare il mondo in cui vivono. La cosa interessante è che tutti e due muoiono dopo aver “fatto fuori”, ognuno a modo suo, la propria donna. Allora pensai che Fagioli avesse proprio ragione e che se alla base di ogni pensiero che voglia modificare l’esistente non c’è il rapporto con l’immagine dell’essere umano diverso, la rivoluzione fallisce. Storicamente le teorie che hanno proposto possibili rivoluzioni, non hanno mai raggiunto lo scopo perché hanno sempre usato un linguaggio senza sessualità, senza rapporto con l’altro sesso.

Come più volte è stato ripetuto e forse è vero, il marxismo nell’ottocento “era necessario”, oggi non più. Ma ricordiamoci che i fascismi non sono mai stati necessari, forse perchè non hanno mai avuto una teoria di base, per cui proporli simili al comunismo a mio avviso è fuorviante non solo per il pericolo del revisionismo storico, ma anche perché se ne dimenticano le origini. Quantomeno il tentativo di Marx era stato quello di liberare milioni di persone dalla fame, da condizioni di vita estreme e da un giogo della merce assolutamente disumano. Fascismo e nazismo, pur derivando, e concordo, dal liberismo-liberalismo sette-ottocenteschi e dalle varie sotto teorie dell’utilitarismo e del positivismo, storicamente si verificano appena dopo la rivoluzione d’ottobre del ’17 e, al di là di quel che realmente accadde in Russia e che soltanto con Stalin cominciò a circolare in certi ambienti europei, l’immagine dirompente che passò, era quella del proletariato che prendeva il potere, sovvertendo tutte le regole sociali, politiche e religiose fino ad allora utilizzate a fondamento del pensiero umano perlomeno occidentale. Quindi non la vedo una possibilità strampalata l’immediata reazione diciamo così del pensiero razionale strutturato sulla pulsione di morte (in senso fagioliano ovviamente) che è scattato a far di quel che è, quel che non è.

Tornando all’attualità, alla teoria della nascita ed alle implicazioni politiche, io trovo che per me uomo, la rivoluzione è un rapporto possibile con l’immagine femminile, fuori dagli schemi proposti dal comunismo, illuminismo e religione. Partendo dal rifiuto assoluto di queste credenze, e affrontando, cercando e perché no, amando le donne, è possibile poi ogni considerazione o pensiero sulla realtà materiale, l’economia, l’arte.

Alogon            

Inviato il: 29 Mar 2006, 08:31 AM

Innanzitutto ringrazio per gli interventi che trovo particolarmente pertinenti.

Ribadisco la necessità di differenziare l’ambito della cura dall’ambito della politica, l’ambito microsociale in cui opera lo psichiatra dall’ambito macrosociale in cui interviene il politico.

Ma a testimonianza del fatto che la realtà è sempre più complessa, di ogni distinzione pratica e concettuale vorrei citare proprio quel Bermann che poco sopra ho criticato, cui ho attribuito un paraocchi ideologico.

<<Io credo sia giunto il momento, per la psichiatria di tutto il mondo, di fare un esame di coscienza della situazione e della natura dei problemi della psichiatria attuale. La questione è più complessa e più interessante di quanto si possa immaginare, poichè uno dei fenomeni contemporanei più significativi è che si è aperta, per la psichiatria, un campo insospettato: la psichiatria dell’uomo sano. Il che significa che si è entrati direttamente nella problematica dell’uomo contemporaneo, di ciò che lo condiziona non solo sul piano della psicologia dinamica, ma su quello delle realzioni interpersonali, a tutto ciò che si riferisce alla sua situazione nel mondo, alle sue condizioni di esistenza, ai problemi economici. culturali politici. La psichiatria si trova quindi a collocarsi al centro della conoscenza della vita attuale, poichè la problematica dell’uomo è oggi il punto cruciale della filosofia, della psicologia e dell’antropologia filosofica>>

I contenuti della psichiatria diceva Bermann neglia anni 70, si trovano al centro del dibattito politico e culturale del mondo contemporaneo indipendentemente dal fatto che essi sono elaborati in un ambito di ricerca specifico che prevede un’adeguata metodologia.

Ovvio che “uomo sano” detto da Bermann non si sa bene che senso abbia.

“Uomo sano” rimane una formula vaga: intenzionalità di significazione che non giunge a compimento avrebbe detto un fenomenologo.

Vengo all’intervento del Salvador.

Solo l’”uomo sano” può compiere un’azione politica “rivoluzionaria? Un uomo che sia capace di rapporti interumani validi, e soprattuto di un rapporto uomo-donna?

Il problema della cura sarebbe a monte dell’azione politica?

Quest’ultimo discorso è affascinante proprio per la prospettiva utopica in esso contenuta.

Quanto al fascimo -nazismo come reazione di annullamento, dell’”istinto di morte”, mi pare si sia detto sollevo, senza peraltro contraddirla totalemnte, proprio la perplessità del precedente intervento.

Chi l’avrebbe compiuto questo annullamento? un’ intero popolo, un’intera epoca?

A quale ambito “macrosociale” si fa riferimento?

Qui diventa chiara la difficoltà di utilizzare certe categorie interpretative furoi dall’ambito in cui sono nate. se ha un senso che lo psichiiatra interpreti l’annullamento del suo paziente che salta la seduta, che senso ha interpretare un annullamento in ambito storico-sociale?

Non dico che il senso in quest’ultimo caso non ci sia.Ma forse vanno introdotti i necessari “distinguo” per non cadere non solo nel revisionismo ma nahce nello psicologismo.

copyright domenico fargnoli

 

Salvador            

Inviato il: 29 Mar 2006, 11:19 AM

Non posso che concordare con l’intervento di Alogon, soprattutto nei punti in cui sottolinea i doverosi distinguo e quando mette in guardia dal non cadere in facili astrazioni psicologiste, soprattutto dovute all’uso improprio di termini esclusivamente psichiatrici. Chiedo venia.

Per quanto riguarda il resto, cercherò di rispondere partendo dalla mia personale e intima ricerca, per poter dire che molto probabilmente i due aspetti possono essere collegati, individuale e collettivo, nel senso che va dal primo al secondo. Il “macrosociale” lo vedo composto da tanti “microsociali” e ognuno di essi reagisce ad uno stesso evento in maniera che, combinandosi con gli altri, forma un comportamento collettivo di accettazione o di ribellione.

Tali singole reazioni le ho sempre viste come il risultato di un pensiero che è diverso sia per le grandi aree tipo oriente e occidente, ma anche per i singoli paesi al loro interno, che non possono mai riportarsi ad un unico schema. Rimanendo su fascismo nazismo, quindi Italia Germania, la cosa da studiare è l’accettazione della maggioranza, composta dai tanti singoli e dal loro piccolo quotidiano, da quel che hanno pensato e fatto di fronte a notizie che venivano da est e che parlavano di rivoluzione sociale riuscita prima e quel che invece hanno accettato in casa propria poi.

E’ un po’ come dire, molto schematicamente, che la rivoluzione russa deve aver innescato una reazione di chiusura mentale, che è poi la stessa che ha fatto si che non ci si sia ribellati, ed anzi sia stata appoggiata, la realtà nascente del nazifascismo. Per cui mi trovo a pensare che non sia un caso il fatto che in questi due paesi ci siano il centro mondiale del cattolicesimo e della Riforma protestante, proprio come realtà capaci di modificare nell’arco della storia, il pensiero dei singoli nel senso di una minore o maggiore reazione a certi eventi. Questione di gradi quindi, anche se non solo.

In molti altri paesi, quasi ovunque si può dire, erano sorti movimenti filo-nazisti o filo-fascisti, ma mai in nessun caso si è raggiunta l’intensità dei due epigoni. Ed anche nelle altre realtà, non a caso, può essere analizzata la funzione ed il ruolo svolto dalla religione come tipologia di pensiero inteso appunto nel senso della reazione. Il senso di tutto ciò, per quanto riguarda la mia vita, è quello di vedere sempre più a fondo la realtà attuale, fare i dovuti paragoni e non santificare la storia come entità a sé stante sulla quale non si possa indagare con strumenti nuovi.

Non so se sto spostando il discorso, ma penso che il collettivo sia composto da singoli e che molto si debba lavorare su questo aspetto. E qui entra la psichiatria che, anche se non influenza le scelte strettamente politiche in ambito macro-sociale, tuttavia può ritenersi estensivamente una disciplina che influenza fortemente l’attività politica intesa come vita di ognuno all’interno della società.

E quindi arrivo all’utopia, alla possibile proposta, e cioè che da oggi in poi si possa parlare di rivoluzione soltanto se alla base ci sono “esseri umani sani”, nel senso che dicevo nell’intervento precedente. Sono troppo ideologico a proporre quella che ben sappiamo come unica possibilità? Esistono altre realtà che non conosco e che possono offrire simili prospettive?

 

Alogon            

Inviato il: 29 Mar 2006, 11:37 AM

Chiaramente condivido l’impostazione generale del discorso.

Però, ai fini della ricerca, volevo ricordare un detto

<<Senatores probi viri, : senatus autem mala bestia>> E’ un antico proverbio che non so a chi sia attribuito.

…non mi ricordo chi la citava: forse Sighele ne “La folla delinquente”. Ultimo decennio dell’Ottocento 1891 un anno prima di Le bon Psicologia delle folle. Sembra che Le Bon non abbia fatto altro che plagiare i positivisti italiani.

A parte questo siamo proprio sicuri che in ambito sociale il tutto è uguale alla somma delle sue parti?

copyright domenico fargnoli

Salvador            

Inviato il: 29 Mar 2006, 01:02 PM

La tua domanda apre una ricerca vastissima e per quanto mi riguarda veramente difficile. D’impatto mi verrebbe da dire che in ambito sociale il tutto sia diverso dalla somma delle sue parti, ma quale possa essere il meccanismo che scatta nel passaggio dall’individuale al collettivo è un’indagine che non ho mai affrontato.

La prima cosa che mi viene in mente riguarda l’attualità, le reazioni singolarmente indignate sia in Italia che in Francia di fronte ad analoghe leggi sul lavoro che producono soltanto precariato e la diversa risposta che la collettività ha dato allo Stato. Escludendo ovviamente le violenze dei casseurs, la mobilitazione, direi politicamente trasversale, in Francia è stata fortissima e compatta, in Italia ci sono voluti tre anni di applicazione della legge e di produzione di effetti negativi anche a livello sociale, perché una parte della sinistra ne facesse un cavallo di battaglia. Di più, purtroppo, per ora non so dire.

Alogon            

Inviato il: 29 Mar 2006, 02:05 PM

….sì, se non vado errato, mi sembra fosse proprio Sighele insieme a Ferri, che polemizzava con l’assiona di Spencer ( Introduzione alla scienza sociale 1885) secondo il quale la proprietà delle parti determina la proprietà del tutto, ed i caratteri principali della società umana corrispondono ai caratteri principali dell’uomo.

<<Ma fin dove giunge questa analogia fra le qualità dell’aggregato e quella delle unità che lo compongono? E’ sempre costante questo rapporto fra le leggi che reggono l’individuo e quelle che reggono il gruppo di individui?>> Sighele 1891.

Detto in altri termini siamo davvero convinti che la pulsione di annullamento sia solo un processo psichico individuale? Non potrebbe essere che tale pulsione rimandi immediataqmente al sociale al collettivo?

…domande, interrogativi….

I positivisti italiani nei loro studi interessantissimi sul rapporto fra il genio e la folla, giungevano alla conclusione che l’individuo intellettualmente è sempre superiore alla collettività.

Di qui, nonostante alcuni di loro fossero socialisti, come Ferri mi pare, il carattere reazionario della psicologia collettiva….

Però nei loro scritti è presente, sia pur in mezzo a stupidaggini incredibili, il tema di una ricerca che non è stata più ripresa o portata avanti salvo sporadici contributi in tempi più recenti…..Canetti Elias. .. ecco mi viene in mente Massa e potere appunto di Canetti.

<<…le masse fanno rivivere una irrazionalità che si credeva si potesse far scomparire. Evacuata dall’economia dalla tecnica e dalla scienza, l’irrazionalità si concentra nel potere e ne diviene il momento centrale.(…) La politica classica è fondata sulla ragione e sull’interesse. Essa è condannata all’impotenza perchè segue la logica della scienza e tratta la massa come una somma di individui>> (Serge Moscovici)

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 30 Mar 2006, 09:27 AM

A proposito dei rapporti fra occidente ed oriente, fra coloro che difenderebbero i diritti umani e coloro che li violerebbero, leggo in Rainew24

<<A settembre del 2005 il premier Manmohan Singh ha incontrato il presidente Bush durante la riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York e, a giudicare da quanto è successo in seguito, in quell’occasione hanno probabilmente deciso di creare una vera e propria alleanza militare.

Perché Singh e i suoi colleghi hanno stretto un’alleanza con gli Stati Uniti proprio quando i rapporti dell’India con la Cina erano i migliori degli ultimi cinquant’anni? Prima di tutto perché l’India è preoccupata dall’alleanza, rafforzata dopo l’11 settembre, tra gli Stati Uniti e il suo nemico di sempre, il Pakistan. E poi l’India sperava nell’appoggio statunitense alle sue richieste di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ciò che ci separa da una reazione violenta di Pechino a questo accerchiamento militare concertato dagli Stati Uniti sta nella vulnerabilità dell’attuale regime comunista di Pechino. Anche se non è particolarmente competente in politica internazionale, sa che può sopravvivere solo se riesce a mantenere l’economia sull’attuale rotta di una rapida espansione. È una dittatura sclerotica la cui credibilità, agli occhi di una popolazione sempre più smaliziata, dipende dalla capacità di assicurare un benessere crescente. Quindi, ciò che vuole evitare a tutti i costi è proprio uno scontro militare con i suoi principali partner commerciali stranieri.

Paradossalmente dunque l’amministrazione Bush, che si vanta di diffondere la democrazia nel mondo, ha creato una situazione in cui la sicurezza di tutti può dipendere dalla sopravvivenza del governo, antidemocratico e impopolare, del paese più popoloso del mondo”.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 30 Mar 2006, 10:17 AM

A proposito del rapporto fra rivoluzione e depressione-delusione è interessante la testimonianza di un intellettuale già membro del partiito comunista.Qui Xialong e`un autore cinese che vive oggi negli Usa. Racconta la cina del boom economico degli anni 90 attraverso le avventure del suo personaggio seriale, l`ispettore di polizia, poeta e buongustaio Chen Cao. Teatro dell`azione una Shanghai frenetica e corrotta, dove la gente pensa solo ad arricchirsi. Sullo sfondo restano le rovine prodotte dalla Rivoluzione Culturale.

Afferma lo scrittore in un intervista<< La situazione in Cina è andata cambiando drammaticamente di anno in anno ed è caratterizzata oggi dalla corruzione dalla corsa all’arricchimento(…)

Siamo di fronte ad un significativo cambiamento ideologico. In passato i cinesi credevano nel confucianesimo ed in epoca più recente avevano imparato a credere in Mao. Dopo la rivoluzione culturale sono diventati così disillusi da non credere più a niente. Se credono in qualcosa questo qualcosa è il denaro od il materialismo.

La rivoluzione culturale è stata un disastro per tutto il paese. Ma il fatto paradossalmente positivo che essa ha determinato è che i cinesi non avrebbero mai più creduto a questo tipo di propaganda, non avrebbero mai più ripetuto gli errori che hanno portato al disastro. Oggi il governo non si occupa della rivoluzione culturale. Penso che noi scrittori abbiamo la responsabilità di parlare di quel periodo affinchè la gente non lo dimentichi>>

(Da un’intervista video su Raisnews24)

Interessante il passaggio dalla depressione alla “mostruosità”.

Dopo il fallimento della rivoluzione culturale

<<(…) ora la Cina è, tout court, il capitalismo.

Questo modello di sviluppo socio-economico – che ha modificato alla radice la natura profonda della Cina contemporanea e la sua immagine – è sostanzialmente mostruoso, perché artificialmente basato sulla disuguaglianza necessaria e sulla violenza di stato.(…)

la «Grande Rivoluzione culturale proletaria» degenerò.(…)

l fallimento di quella «Rivoluzione», ancora presentata come misteriosa da molti sinologi occidentali e taciuta dal rumoroso silenzio assoluto dell’attuale Cina – dove è proibito parlare di due cose: della Tian An Men 1989 e della Rivoluzione culturale 1966 – porta dunque la responsabilità della sconfitta di una linea politica ed economica egualitaria, l’unica possibile per la crescita reale di un paese fortemente arretrato che, 40 anni fa come oggi, vale un terzo dell’umanità. Rappresentando a quel punto un modello di sviluppo alternativo non solo per la Cina.

Si dirà ora che la scelta diseguale di Deng ha tenuto alla fine i comunisti al potere con le sue «modernizzazioni», e che invece altrove come in Urss tutto è crollato. Ma fino a quando si continuerà ad usare questo ben misero modello interpretativo, a più di quindici anni dalla caduta del Muro di Berlino? In realtà, il mostro innaturale del «socialismo di mercato», o meglio del capitalismo di partito, sta per scoppiare. All’interno, in Cina, e nel conflittuale rapporto con il mondo. Che è quasi la stessa cosa, vista non solo la dimensione demografica (un miliardo e 300 milioni di persone destinate a breve a diventare 1 miliardo e 600 milioni) ed economica della Cina. Non è piuttosto vero che, con la sconfitta della rivoluzione culturale e l’affermarsi della linea di Deng Xiaoping, a partire dalla fine degli anni Settanta la Cina, applicando la «ricetta capitalistica» alla soluzione dei propri problemi, ha di fatto allargato la dimensione mondiale dell’economia di mercato entrata così nella sua piena fase globale? Dunque, «tornare» a interrogarsi sulle ragioni della Rivoluzione culturale non solo è necessario. Ci riguarda direttamente, è insomma decisivo. Mai come in questo momento la Cina è stata davvero così vicina. Come e più del 1966.

Ne «Le invasioni barbariche», lo straordinario film del regista franco-canadese Denys Arcand, il protagonista evoca l’immagine del suo «cretinismo» quando da giovane si sperticava in lodi della «formidabile» rivoluzione culturale cinese che, solo attraverso la conoscenza diretta di una donna cinese, gli apparirà poi in tutta la sua durezza, complessità e amarezza. Ma, ecco il punto, quella memoria, insieme a tutte quelle degli anni Sessanta, viene inscritta da lui e dal gruppo degli amici cinquantenni che stanno attorno al suo capezzale di malato terminale, come una «memoria necessaria»: che fonda questo presente ancora non piegato completamente alla logica del capitalismo e insieme rende il protagonista ancora vivo, avvicinandolo a quella passione ma anche cecità dell’adolescenza ribelle del ’68. Noi, per evitare che i nuovi barbari della fine della storia e del pensiero unico cancellino la memoria collettiva delle lotte anticapitaliste della fine del millennio che si è da poco concluso, non possiamo non tornare a quel movimento dopo quaranta anni. Con una doppia consapevolezza. Quella dell’impossibile nostalgia. Perché noi, che pure rifiutavano l’ideologia liturgica alla «Servire il popolo», vedevano giustamente nei contenuti della possibile «Comune di Parigi del XX secolo» un messaggio preciso sulle contraddizioni e i conflitti in atto in quel momento in Occidente. Ma sbagliammo, non sapendo e non capendo la distanza incolmabile tra istanze dei movimenti e realtà, e così superficialmente chiudemmo tutti e due gli occhi di fronte ai settarismi che uccidevano il movimento e alla brutalità «infantile» che preparava la sconfitta. E la seconda consapevolezza è proprio quella di chi vede nel fallimento spesso annunciato – e perfino consapevole nello stesso Mao Zedong – della rivoluzione culturale, la responsabilità dell’avvento dell’attuale mostruosità cinese. Perché alla fine la Rivoluzione culturale si concluse con un bilancio ambiguo e l’allontanamento dalla politica, equiparata a quel punto al disordine, delle vaste masse della popolazione. La politica tornava appannaggio del partito, dei funzionari e dello strato degli uomini d’affari e di potere. Solo il movimento della Tian An Men, per un momento e tra mille ambiguità, porterà in primo piano la possibilità di organizzare luoghi della politica e del potere, diffusi e molteplici, fuori dello stato. Lo stesso tema che la Rivoluzione culturale con il suo «assalto al cielo» aveva lasciato irrisolto. E il pieno ritorno di Deng Xiaping al potere nel 1976-1977 – hanno scritto Claudia Pozzana e Alessandro Russo – segna proprio il ritorno di tutta la sfera politica all’interno dello stato. Ecco dunque che la responsabilità di quella sconfitta pesa. E ci riguarda.

Il tentativo della Cina degli Anni Sessanta di costruire un modello di transizione socialista diverso da quello dell’Unione sovietica, non fu atto di fideismo e fedeltà ideologica. Fu un «atto di verità», scrisse Franco Fortini, la proposta «di un rischio che si gioca di giorno in giorno, di singolo in singolo, che conta sulle proprie forze di ogni singolo… fino a far coincidere la libertà con il rischio etico». Allora come adesso, sempre ricordando le parole di Franco Fortini, la verità cinese da una parte ci toglie le speranze e le disperazioni più basse – rispettivamente, quelle del sogno e della fantasticheria e quelle del cinismo – dall’altra ci chiede sempre più e ancora un altro ordine di virtù: la forma, la modestia, l’inflessibilità sorridente. E un dover essere verificabile.

da.

L’assalto al cielo

La rivoluzione culturale cinese quarant’anni dopo

(a cura di Tommaso Di Francesco) Manifesto Libri

Per inciso faccio notare come le speranze più “basse” sono per Di francesco quellle del sogno e della fantasticheria…non entro nel merito….

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 31 Mar 2006, 07:07 AM

🙄 E’ interessante l’aspetto del collegamento tra la storia dell’uomo nella realtà storica e materiale con la sua “storia psichica” come singolo e come parte di un gruppo…Penso che abbia ragione Fagioli quando afferma che la rivoluzione si fa con le idee e non con le armi. La vera rivoluzione è quella legata alla trasformazione dell’uomo e credo che la trsformazione materiale non debba che seguire quella psichica. Storicamente si è partiti dalla ricerca di una “trasformazione esterna” che non ha retto perchè mancava una sanità di base in chi cercava di determinarla.

Alogon            

Inviato il: 31 Mar 2006, 08:58 AM

Pubblico e privato, personale e collettivo sono polarità in rapporto dialettico fra loro: potrebbe essere un’ ipotesi di lavoro importante quella che vuole andare oltre l’idea di un isomorfismo fra individuo e società….

la trasformazione…

la trasformazione porta alla libertà?

<<Penso alla parola libertà, penso che quanto va cercato è la libertà di realizzare la propria realtà umana> Fagioli-Left 31-03-03)

…è difficile poter pensare che l’uomo nasce libero. E’ difficile pensare la parola libertà di fronte a quella splendida realtà umana che è il neonato.L’impotenza del corpo non permette libertà.

Mi ritengo fortunato:qualcuno ha formulato questi pensieri.

Non so esattamente cosa mettono in moto.

Mi sembra però che dicano che è difficile, non impossibile affermare che l’uomo nasce libero.

Può darsi, anzi è molto probabile come spesso purtroppo accade, che io non comprenda appieno quanto è stato detto. Ed allora spero che qualcuno si prenderà la briga di correggermi.

Realizzare la propria realtà umana.

Realizzare cioè rendere, far divenire attuale, esistente.

Ma la nascita non è già esistenza, realtà umana?

Non è creatività?

E può esserci creatività senza libertà?

Penso però che è assolutamente vero che l’impotenza del corpo non permette libertà. Che senso avrebbe una mente “libera” che rimanesse per sempre prigioniera del corpo e dei suoi bisogni? “Soma” “Sema” come credo affermasse Platone.

Sono convinto comunque che Fagioli sia nel giusto. Devo allora cercare di capire meglio.

La difficoltà di pensare ad un neonato “libero” sta proprio nel fatto che la sua nascita deve svilupparsi, attraverso la conferma ed il rapporto. L’identità della nascita facilissimamente si perde come la storia ed il fallimento delle rivoluzioni “razionali” ci insegna. L’apertura di un solo occhio, come nel sogno dell’”uomo dei lupi” non ci rende liberi.

Perchè la libertà divenga il diritto di ciascuno ad affermare la propria “umanità” è necessario realizzare un’identità che non sia solo nascita.

Non solo nascita ma anche rapporto con l’essere umano diverso.

Sessualità: corpo e mente fusi insieme.Soddisfazione del desiderio che non è bisogno. Potrebbe essere il corpo che aiuta la mente a liberarsi dall’indifferenza.

Ora mi sembrano più chiare le parole che seguono

<<La fantasia mi fa proporre che se ciascuno realizza la propria identità umana la società può essere fatta da diversi…libertà nella realizzazione delle esigenze originali in ogni essere umano>>

Non potrebbe essere questo il fine della trasformazione, “della rivoluzione”?

copyright domenico fargnoli

Salvador            

Inviato il: 31 Mar 2006, 11:47 AM

Mi rendo conto che l’ultimo intervento di Alogon apre un nuovo mondo di pensieri… rivoluzione come realizzazione della propria identità umana… affascinante. L’ho letto solo dopo aver scritto questo intervento e forse abbasso la discussione, ma volevo proporre alcune riflessioni che potrebbero essere attinenti all’insieme dei temi trattati dal forum, a partire dai diritti umani fino al capitalismo cinese.

E’ molto interessante notare che fin dall’origine della speculazione filosofica sulla convivenza sociale e penso alla democrazia greca ed alla nascita della filosofia, l’abitante della polis avesse diritti diversi dallo straniero, ed al suo interno l’uomo rispetto alla donna ed al bambino.

Questo solo per dire quanto sia remoto l’uso di parole o concetti apparentemente progressisti, ma in realtà riservati soltanto ad una parte ed anche ristretta della collettività.

Per meglio intendere i fatti odierni e le distorsioni prodotte dall’uso di parole senza contenuto o meglio con contenuti diversi da quelli che vorrebbero intendere, si può andare ad indagare la teoria che si pone a fondamento della nascita del capitalismo moderno, la cosiddetta bibbia del capitalismo, conosciuta sotto il titolo de “La Ricchezza delle nazioni” di Adam Smith del 1776. Momento storico cruciale per la formazione del pensiero e degli sviluppi politici successivi, non a caso siamo nel pieno dell’illuminismo e delle rivoluzioni americana e francese. Anche in Smith, come negli illuministi, si parla di libertà, anche se prevalentemente dal punto di vista economico. I concetti chiave, rimasti tutt’oggi per molti liberisti alla base del capitalismo, erano che l’interesse del singolo diventasse automaticamente l’interesse della collettività e che a questo interesse collettivo tendesse e conducesse in maniera quasi magica, la famosa “mano invisibile” dell’economia. Lo Stato in tutto questo doveva starsene ben fuori, se non organizzare gli eserciti, la polizia e battere moneta. Anche Smith, e questo costituiva l’architrave della sua teoria, per quanto riguarda il pensiero sull’uomo e sulla natura umana, si rifaceva alla famosa espressione hobbesiana dell’ “Homo homini lupus” ed a tutto ciò che questo comporta (il che rimanda a tutto quello che è stato scritto negli interventi precedenti su cosa si intendesse per stato di natura.)

Quindi libertà economica. Ma cos’era all’epoca questa libertà al di là delle belle parole? Significava che il proprietario terriero ad esempio, poteva liberamente togliere la terra ai contadini per farci un proprio investimento, ridurli alla fame ed all’accattonaggio e far si che si dirigessero verso le nuove fabbriche cittadine pronte ad accogliere la fresca ed ingente manodopera a basso prezzo. Libertà del proprietario, libertà dell’industriale e sviluppo della società, perché le persone non morivano più di fame. Questo era l’interesse collettivo, anche se la fame era stata prodotta dalla prima “espressione” di libertà. (In tutto questo, io personalmente non ci ho mai visto niente di invisibile, anzi, la mano è sempre stata forte e concreta a tenere ben china la testa di milioni di persone.) Questo, in breve, l’esordio del capitalismo moderno, che producendo miseria e disperazione nuove, dette vita a quei primi pensatori socialisti, definiti poi da Marx utopisti, che all’inizio dell’ottocento proponevano possibili soluzioni per coniugare lo sviluppo economico ad una vita umana più dignitosa. Poi arrivò Marx a sbaragliare il campo, riuscendo a far diventare la sua teoria quasi sinonimo di socialismo. Senza entrare troppo nel merito, un sicuro limite dell’impostazione economica marxiana è che ha usato lo stesso linguaggio di coloro che voleva combattere, confutando e ribaltando le tesi economiche che fondavano il nascente capitalismo (penso a Ricardo ad esempio), senza uscire dalla gabbia alla base di tutta l’impostazione, che poi alla fine è quella di Smith e di Hobbes. Si può forse dire che proponeva soltanto un diverso contratto sociale, che in luogo dell’accumulazione del capitale per gli investimenti, privilegiava l’aspetto della redistribuzione delle risorse a favore del proletariato, in linea con la sua produzione filosofica. Non solo, ma, come semplice riflessione, si potrebbe pensare che, dando precedenza ai fatti rispetto alle idee, in qualche modo può aver contribuito all’esasperazione economicista tutt’oggi pregnante la nostra cultura e quindi avvalorato l’intima funzione del capitalismo, cioè la mercificazione dell’esistenza umana.

Come ultima riflessione sul capitalismo, propongo la versione di Weber che lega la fioritura e lo sviluppo del capitalismo appunto, alla teologia insita nella religione protestante, cioè la dottrina della predestinazione, secondo la quale un Dio domina il destino dell’uomo, che in nessun modo può influire sulla decisione divina di destinare chi alla salvezza attraverso la grazia, chi alla dannazione. Di fronte a questa situazione l’uomo protestante non ha altra via, per verificare di far parte del numero degli eletti, che quella di attenersi a una condotta di vita moralmente irreprensibile. Nella costanza del lavoro, nella metodicità, nella ferrea organizzazione del tempo, egli trova modo di sopportare il senso di angoscia che gli deriva dal timore di non essere in grazia di Dio. L’etica cui il protestante si attiene gli impedisce, d’altra parte, di sperperare il denaro guadagnato in divertimenti futili o in lussi. Quindi i guadagni sono costantemente reinvestiti e determinano quella accumulazione che è una caratteristica fondamentale dell’economia capitalistica. Questo come inizio, poi però, come sappiamo, il capitalismo ha attecchito in molti altri paesi ed in altri è stato imposto con la forza, ma è interessante pensarlo figlio di un pensiero religioso così violento come quello della Riforma.

Per concludere sul serio e mettere insieme diritti ed economia a livello ovviamente generalissimo, dal capitalismo in poi, per quanto ne so, i primi sono sempre serviti da rompighiaccio per far passare gli interessi economici, che, inevitabilmente, non sono mai innocui e si portano dietro tutto il terribile bagaglio di pensiero che sopra ho cercato di delineare. Basta scorrere la storia degli Stati Uniti; la colonizzazione del Sud America, la guerra civile, la prima e la seconda guerra mondiale, gli aiuti umanitari ai paesi europei, non c’è atto o fatto storico che non sia stato rivestito di parole come libertà, progresso, democrazia, e il contenuto delle quali fosse solo sfruttamento, interesse, dominio.

Alogon            

Inviato il: 31 Mar 2006, 12:03 PM

ringrazio Salvador che in questo caso lo è non solo di nome ma anche di fatto perchè sopperisce con la sua analisi, alle mie inevitabili lacune in campo storico-filosofico.

Questo però è il senso di del forum:costruire insieme la conoscenza necessaria attraverso l’apporto di tutti coloro che siano interessati a farlo.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 31 Mar 2006, 06:18 PM

QUOTE (Salvador @ 31 Mar 2006, 11:47 AM)

Poi arrivò Marx a sbaragliare il campo, riuscendo a far diventare la sua teoria quasi sinonimo di socialismo. Senza entrare troppo nel merito, un sicuro limite dell’impostazione economica marxiana è che ha usato lo stesso linguaggio di coloro che voleva combattere, confutando e ribaltando le tesi economiche che fondavano il nascente capitalismo (penso a Ricardo ad esempio), senza uscire dalla gabbia alla base di tutta l’impostazione, che poi alla fine è quella di Smith e di Hobbes. Si può forse dire che proponeva soltanto un diverso contratto sociale, che in luogo dell’accumulazione del capitale per gli investimenti, privilegiava l’aspetto della redistribuzione delle risorse a favore del proletariato, in linea con la sua produzione filosofica. Non solo, ma, come semplice riflessione, si potrebbe pensare che, dando precedenza ai fatti rispetto alle idee, in qualche modo può aver contribuito all’esasperazione economicista tutt’oggi pregnante la nostra cultura e quindi avvalorato l’intima funzione del capitalismo, cioè la mercificazione dell’esistenza umana.

Marx usava lo stesso linguaggio di coloro che voleva combattere. Concordo pienamente con questa affermazione come anche con l’altra secondo la quale dando la precedenza ai fatti rispetto alle idee il filosofo tedesco ha contribuito più o meno apertamente, alla esasperazione economicistica ed alla mercificazione.

Recentemente però mi capitato di leggere una biografia di Stalin di Robert Conquest.

Fra altre cose quello che mi ha colpito è un passaggio.

A proposito della situazione politico economica in Russia alla fine degli anni 20 viene detto:

<<(…) La elite del partito aveva scarsa preparazione in campo economico, il più delle volte quasi nessuna, come nel caso di Stalin.(…) Circa l’ottanta per cento dei nostri calcoli-aveva osservato Trockij- sono privi di fondamento>>

Purtroppo nel suo governo Stalin non aveva Tremonti.

Non insisito nella citazione che potrebbe essere interessante e dico solo che lo strumento principale di intrusione nei processi di mercato era l’impiego dei prezzi imposti , quando non si arrivava direttamente all requisizione ed alla persecuzione dell’unico ceto che in qualche modo produceva ricchezza, i kulaki.

La prima domanda, da profano di economia è questa.

Non è strano che Marx abbia provocato un’esasperazione economicista nei paesi capitalisti ed esattamente l’opposto nei marxisti leninisti ?

Perchè questi ultimi non sono stati capaci di produrre maggiore ricchezza? Perchè invece della ricchezza si è distribuita a piene mane la povertà? L’Albania, tanto per fa re un esempio, dopo trent’anni di regime comunista era un paese ridotto letteralmente alla fame.

Per mancanza di risorse? Non mi pare il caso dell’Unione sovietica. Ciò che stupisce e lo dico da uomo della strada, è che le rivoluzioni comuniste sono state un fallimento soprattutto sotto il profilo economico. Fallimenti nonostate la mano d’opera a costo zero dei gulag siberiani.

La situazione della Cina attuale è diversa?

Secondo gli esperti la Cina, in mano alla seconda generazione di “pragmatici” (secondo i quali non importa se il gatto sia bianco o nero basta che acchiappi i topi) non è più un paese socialista anche se la proprietà privata ancora non esiste ed è ristretta ai soli beni mobili.

Sviluppo della campagna (86000 rivolte solo l’anno scorso con assalto agli ammassi di cibo e cereali), scolarizzazione, lotta alla corruzione (105000 membri del partito condannati nel 2005), riduzione del dislivello del reddito che è il più alto del mondo) sono gli obiettivi che persegue il gruppo al potere che ideologicamente ha solo un comunismo di facciata ed esplora la possibilità di usare il neoconfucianesimo come collante dell’unità nazionale

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 1 Apr 2006, 07:27 AM

🙄 Penso che l’uomo nasca libero e sano, poi incontra la società, il diverso e spesso sovrastato dall’elemento “malato” presente in essa, si “adegua”, spesso si identifica, assorbendo la malattia in modo maggiore o minore.

Penso però che resti sempre un germe di identità, più o meno “soffocato” o “annebbiato” dall’influenza che esercitano certe relazioni sociali e familiari. La trasformazione consiste nella realizzazione dell’identità, nel ricercare quella base sana, nel riaffermare quella libertà e creatività che avevamo alla nascita. Compito difficilissimo che spetta alla cura è quello di permettere all’uomo di tornare come era alla nascita ma con il valore aggiunto di sapersi rapportare alla società che è fatta di sanità e di malattia allo stesso tempo realizzando e potenziando l’identità nella dialettica continua con la società, con il diverso, con il rapporto uomo donna.

Guest            

Inviato il: 1 Apr 2006, 12:44 PM

Vengono qui poste domande veramente difficili, alle quali, più che rispondere, cercherò di fornire del materiale storico perché ognuno possa trarre spunti per le proprie ricerche.

La storia economica dell’Unione Sovietica potrebbe a tal fine essere una miniera di informazioni per comprendere il fallimento del marxismo anche in campo economico. La rivoluzione del 1917 fu fulminea nell’esecuzione ma non tanto nella conquista militare del vasto territorio. Per più di tre anni l’armata rossa dovette combattere per sgominare l’armata bianca finanziata dai paesi capitalisti e che manteneva vasti territori sotto il suo controllo. In queste condizioni, la situazione economica era drammatica, vuoi per l’arretratezza generale, vuoi per l’embargo quasi totale in cui era stretto il paese. Consideriamo che tutto questo avveniva in un clima internazionale in cui i paesi industrializzati appena usciti dalla prima guerra mondiale guardavano con apprensione ad un paese in cui la classe dirigente lavorava per esportare la rivoluzione nei paesi limitrofi (ancora si pensava che la rivoluzione in un solo paese non potesse sopravvivere) e quindi stimolavano i movimenti rivoluzionari dei paesi vicini, soprattutto in Germania, per poter contare sull’aiuto di potenze industriali amiche. (Era l’idea della internazionalizzazione della rivoluzione socialista, diventata in seguito globalizzazione, realizzata però dal capitalismo) Era infatti successo quel che Marx non aveva previsto e cioè la rivoluzione stava riuscendo non in un paese al culmine di un processo di industrializzazione e di presa di coscienza del proletariato della propria funzione storica rivoluzionaria, ma in un paese poverissimo, quasi esclusivamente contadino con solo una ristrettissima zona industriale di recente insediamento. Di proletariato quasi non si poteva parlare. Il primo impegno inderogabile dei Soviet doveva esser quello di dar da mangiare a milioni di persone, su di un territorio martoriato da guerra mondiale e rivoluzione, ma a questo si contrapponeva la necessità di valuta estera pregiata per gli acquisti dei prodotti industriali. In questa situazione il primo messaggio di Lenin fu la collettivizzazione delle terre e la conseguente produzione per lo Stato, che in tal modo poteva disporre di materie prime per l’esportazione, il cosiddetto comunismo di guerra. Purtroppo però la gente continuava a morire di fame anche perché, al contadino che ora lavorava per lo Stato e a cui non erano stati lasciati in proprietà neppure gli attrezzi, rimaneva una quantità di grano appena sufficiente per la sopravvivenza. Prima il contadino iniziò a rubare il grano, poi ridusse le ore di lavoro e la produzione crollò. Cosa fece Lenin a quel punto? Era il 1921 e facendola passare come un provvedimento temporaneo, reintrodusse fra i contadini la proprietà privata, finalizzata alla produzione per il mercato. Questo intervento fu denominato Nep, Nuova Politica Economica, e servì ad assegnare di nuovo un po’ di terra ai privati, in cambio di lavoro per la collettività. Questo fece sì che i contadini tornassero nei campi e producessero più del necessario che, di nuovo, poteva esser venduto agli abitanti della città in modo da poter acquistare, poniamo, un paio nuovo di scarpe. E’ particolare che Lenin, appena quattro anni dopo la rivoluzione ed in una situazione veramente drammatica, si rivolgesse di nuovo ai nemici ed al sistema fino ad allora combattuti, ed a che prezzo. Comunque la Nep finì solamente dopo la sua morte, avvenuta nel 1924, quando il potere passò gradualmente nelle mani di Stalin. A Stalin servirono non più di quattro anni per far fuori tutti gli oppositori politici più prestigiosi fino a che, verso la fine degli anni venti, dichiarò possibile la rivoluzione in un solo paese, introdusse i piani quinquennali e riprese con ferocia la collettivizzazione forzata, con le deportazioni ed uccisioni dei kulaki, i contadini ricchi, che fino a pochi anni primi avevano sostenuto la Nep, ormai diventata un passato scomodo, da dimenticare.

Un fatto, che mi è rimasto nel ricordo come uno strano nesso è che, quando nel 1933 si potè dire debellata la fame per la prima volta dal ’17 ed i dati relativi alla riuscita del primo piano quinquennale stupirono il mondo, quindi finalmente era stata raggiunta la soddisfazione dei bisogni, ebbe inizio il Terrore sovietico, che si arrestò solo nei pressi della II Guerra Mondiale. Addirittura, in un mondo messo in ginocchio dalla crisi del ’29, l’Unione Sovietica era l’unica realtà dove la produttività e gli incrementi della produzione, crescevano a ritmi vertiginosi. (erano gli anni di Stakanov, eroe del lavoro per aver estratto non ricordo quanti quintali di carbone in un solo turno di lavoro). Mi domando, ma non avrebbe dovuto essere proprio quello il momento in cui sarebbe dovuto avvenire il passaggio alla realizzazione personale che Marx aveva teorizzato nelle famose attività da svolgere durante l’arco della giornata, pittura, pesca, lettura o che altro?

Ma tornando ai primi anni trenta, arriva la conferma alla critica mossa da Trocki rispetto alla totale incompetenza degli alti apparati dell’economia, perché questa crescita miracolosa era totalmente priva di un progetto di sviluppo possibile. Era produzione fine a sé stessa. In un paese in cui la popolazione viveva in condizioni disperate, costretta con la forza a lavorare nelle fabbriche o nei campi e che ancora non riusciva a sfamarsi, Stalin aveva puntato tutto sull’industria pesante, si dice per questioni di indipendenza dagli altri paesi in un settore così strategico. Ma sia gli impianti industriali che la produzione erano avvolti nel caos. Produzione di macchinari che nessuno sapeva utilizzare e quindi si deterioravano in breve tempo o che non erano adatti alle condizioni geografiche e climatiche del paese; qualità bassissima e pezzi di ricambio inesistenti. Insomma, la produzione era si alta, ma il valore intrinseco di utilizzo era assolutamente relativo. Quando, durante la seconda guerra, la produzione girò a regime ed arrivò a sostenere pienamente gli sforzi bellici, i prodotti erano invecchiati rispetto alle innovazioni introdotte dai paesi capitalisti più avanzati e questo rimase un dato costante nell’economia sovietica. Ma quello che sempre è mancato, anche negli anni successivi e fino alla fine, è stata l’industria leggera, con ciò intendendo il settore manifatturiero legato principalmente ai beni destinati al consumo individuale; consumo che, una volta soddisfatta la minima sopravvivenza materiale, nella loro mente sarebbe diventato voluttuario e borghese. Anche in economia, l’individualità non era tenuta in considerazione, esisteva solo per il minimo necessario, e tutto era sacrificato ad una fantomatica quanto astratta collettività, o consumo collettivo, che in realtà, almeno per quanto riguarda gli investimenti economici, si è espressa unicamente nella potenza internazionale dello stato sovietico.

Chissà se Lenin nel ‘24 si era reso conto del fallimento della teoria economica marxista, bella sirena tentatrice che non aveva però tenuto conto del fatto che sarebbero dovute essere delle persone a metterla in pratica e che magari non sarebbero stati contenti di lavorare tutto il giorno per soddisfare la mera sopravvivenza. Chissà se ha riproposto l’economia di mercato con la Nep perché, partendo dai presupposti teorico-filosofici di cui accennavo nell’intervento precedente, il capitalismo rimaneva il miglior modello per soddisfare la voracità e la cattiveria insite nell’essere umano. Stalin poi ha fatto tabula rasa, ma conoscendo il personaggio può anche darsi che abbia usato il comunismo diciamo come copertura, come ad esempio durante la guerra si appellò agli Zar della Grande Madre Russia e fece risorgere addirittura i Pope e la religione ortodossa pur di rinsaldare le fila di un popolo distrutto nel fisico e nella mente dalle terribili purghe degli anni trenta.

Riguardo alla Cina, che purtroppo conosco poco, trovo interessante proporre che, al contrario delle scelte sovietiche, si è fortemente specializzata nell’industria leggera per l’esportazione e che, al pari dei piani quinquennali, gli straordinari incrementi della produzione non trovano un corrispettivo miglioramento della qualità della vita delle persone. Mi trovo d’accordo con quanti affermano che la Cina è un paese ad economia capitalista, con la straordinaria variante di un regime politico totalitario, che senza trovare opposizione, può imporre scelte, prezzi ed indirizzi produttivi senza tener conto di niente che riguardi i diritti, a tutti i livelli, degli individui. Quindi, senza voler minimamente paragonare, è la piena occupazione degli anni trenta in Germania, quando tutti lavoravano, le fabbriche giravano a pieno regime e le infrastrutture erano state completamente rinnovate. Ma si può parlare di sviluppo in questi casi? E ancor meno di socialismo, tanto che forse sarebbe meglio per tutti che rispolverassero il “neoconfucianesimo come collante dell’unità nazionale”, ci sarebbero meno equivoci.

Alogon            

Inviato il: 1 Apr 2006, 04:52 PM

….intervento davvero interessante….

copyright domenico fargnoli

salvador [omonimia di utente reg            

Inviato il: 1 Apr 2006, 04:58 PM

Volevo solo informare il moderatore che il messaggio precedente è partito senza nome perchè ho sbagliato qualcosa nell’invio. E’ comunque legato ai precedenti di Salvador ed Alogon.

Alogon            

Inviato il: 1 Apr 2006, 06:19 PM

Da tutto questo complesso excursus storico si possono derivare numerose indicazioni e temi di ricerca.

A mio avviso uno dei più importanti è il tema del rapporto fra politica ed economia, là dove nel caso della politica l’influenza dei fattori psicologici diventa determinante come la biografia di Stalin e di Hitler ci insegnano.

Stalin costruiva macchine che non servivano, Hitler non credette negli aerei a reazione.

Purtroppo non erano solo incompetenti ma anche megalomani. Bisogna però tenere conto del fatto che il contesto storico sociale, con motivazioni diverse nelle rispettive nazioni, aveva favorito l’emergere di tali abnormi personalità e aveva permesso loro di ottenere un potere smisurato.

Dicendo questo noi ci ricolleghiamo all’altro filone di indagine cui avevanmo accennato:

quello inaugurato piuttosto maldestramente dalla “psicologia collettiva”. Dalla scuola positivistica italiana e da Le Bon seguito da Freud.

Tale filone di indagine si era riproposto di studiare i fenomeni sociali dando una priorità ai fattori psichici rispetto a quelli economici.

Mi pare che su questa strada forse ( con tutti i “distinguo” del caso) potremmo incontrare anche Gramsci quando parlava di “passione politica” come impulso immediato all’azione che nasce sul terreno “permanente ed organico” della vita economica, ma la oltreppassa facendo entrare in gioco sentimenti ed aspirazioni.

Sentimenti ed aspirazion <<(…)inella cui atmosfera incandescente lo stesso calcolo della vita individuale ubbidisce a leggi diverse da quelle del tornaconto individuale>>

Anche se <<non si può concepire una passione organizzata permantemente senza che essa diventi razionalità e riflessione ponderata, cioè non più passione >>

Il riferimento a Gramsci: si aprono tutta una serie di riflessioni.

L’intellettuale collettivo.Il rapporto fra l’economia e la “cultura” della società civile.La volontà delle masse.

<<La volontà delle masse corrisponde all’istintivo sottomettersi alla ideologia borghese, poiché nella società contemporanea la prima ideologia è sempre ideologia borghese. E’ quello che ha sempre fatto il Partito socialista in Italia: sottomettersi alla “volontà istintiva” delle masse, senza essere mai capace di portare queste masse sotto l’ala del marxismo rivoluzionario>>

La massa tenderebbe istintivamente a sottomersi: ma la “volontà istintiva” non è una caratteristica psichica?

Vero o falso?

Prudentemente mi fermo.

copyright domenico fargnoli

 

Salvador            

Inviato il: 2 Apr 2006, 12:20 PM

Pur non avendo le necessarie competenze, ritengo la domanda e la ricerca precedente molto stimolanti, anche per orientarsi nella situazione attuale. Penso anche all’analisi collettiva in quanto teoria sulla realtà umana, ma anche gruppo di persone senza una precisa definizione formale; se e come può inserirsi senza farsi corrompere in un contesto politico, inteso nel senso più comune del termine, e trovare un veicolo anche sovranazionale che di questa teoria trasmetta ancor più collettivamente il senso di trasformazione e di novità in essa contenuto? Forse una possibile via è proprio quella passione permanente di cui parlava Gramsci, poi andata perduta, che è possibile, con molti, molti sforzi, ritrovare in alcuni aspetti della Rifondazione Comunista odierna. Forse siamo solo all’inizio di un lungo processo che richiederà decenni prima di vedere risultati più generali.

Volevo tornare invece ad un intervento passato di Alogon sul rapporto Gramsci Togliatti e sul tradimento di quest’ultimo ai danni del primo. Ho trovato un testo dal titolo “Gramsci a Roma Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926” Ed. Einaudi 1999, dal quale vorrei proporre alcuni brani dell’ultima corrispondenza fra i due uomini politici prima che Gramsci venisse arrestato. Proprio le ultime tre lettere. Togliatti a Mosca sta vivendo l’inizio dell’ascesa di Stalin, l’inizio della fine di ogni discussione interna al partito, di ogni divergenza.

Il pc italiano è diviso. Bordiga prima, Gramsci poi, esprimevano costantemente i propri dissensi, rappresentando comunque una buona parte della base del partito. Bordiga, che era stato spesso in contrasto con Stalin, ad un incontro con lo stesso nella primavera del 1926 si sentì rispondere e chiudere la discussione con un definitivo “in politica si deve seguire la linea delle posizioni, non quella delle persone.” E fu la fine, non fisica per fortuna ma politica, di Bordiga. E Gramsci? Tornando alle tre lettere sopra dette, cerco di riportare i passi più significativi perché nella loro integralità sarebbero troppo lunghe. Nella prima Gramsci, dopo aver analizzato le differenze fra la realtà sociale ed economica sovietica ed italiana, esprime tutte le difficoltà del partito, ma anche delle masse, di fronte ai fatti di Mosca, alla scissione cioè della vecchia guardia rivoluzionaria leninista ed in particolare di Zinovev, Kamenev e Trockj, e scriveva rivolgendosi all’intera classe dirigente del Pcus: “la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la eguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il PC dell’Urss aveva conquistato per l’impulso di Lenin.” E concludeva, dopo aver motivato i rischi per il proletariato internazionale di una simile eventualità, con un premonitore: “I danni di un errore compiuto dal Partito unito sono facilmente superabili; i danni di una scissione o di una prolungata condizione di scissione latente possono essere irreparabili e mortali.” Togliatti, che a questo punto ha già fatto la sua scelta di campo in favore di Stalin e di tutto quel che ciò comportava ed ha comportato, dà il via a quella che può essere definita la scissione interna al pci, analoga a quella sovietica, con l’emergenza della sua persona quale figura unica e carismatica a capo del partito. Uno Stalin all’italiana. E cosa rispose? Fondamentalmente che non era d’accordo con tutta l’impostazione della lettera, poi scendeva nei particolari, ribadendo che la cosa più importante da seguire era la linea del partito, poi venivano le questioni personali. Ed invitava a tenere i nervi a posto e a farli tenere ai compagni di base, perché: “d’ora in poi, l’unità della vecchia guardia leninista non sarà più o sarà assai difficilmente realizzata in modo continuo.” E, dopo aver definito buona parte della lettera “politicamente un errore”, sottolineava che “il miglior modo di contribuire a superare la crisi è di esprimere la propria adesione a questa linea senza porre nessuna limitazione.” Nella conclusione forse l’ammonimento a riprendere la via retta del partito, indicando egli stesso la linea da tenere verso la base e verso il Pcus, perché solo “in questo modo deve essere posta la questione della posizione del Partito russo nel movimento operaio internazionale, se non si vuole cadere diritto nei ragionamenti dell’opposizione.” Che sia stato un ultimatum?

Fatto sta che Gramsci, straordinariamente risponde: “La tua lettera mi pare troppo astratta e troppo schematica nel modo di ragionare.” E ripropone il ruolo del partito e delle masse in forma dinamica, nel senso del movimento verso la costruzione del socialismo (per Stalin, al contrario, il socialismo era già presente ed attuale in Urss, il socialismo in un solo paese). E afferma:” saremmo dei rivoluzionari ben pietosi e irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti giustificandone a priori la necessità”. Si difende Gramsci su tutta la linea e contrattacca; “Questo tuo modo di ragionare perciò mi ha fatto un impressione penosissima”. E ancora: “Nessuna frase fatta perciò ci smuoverà dalla persuasione di essere nella linea giusta, nella linea leninista, per il modo di considerare le questioni russe.” ”Tutto il tuo ragionamento è viziato di burocratismo.” E per finire: “L’autorità del partito è legata a questa persuasione, che non può essere inculcata nelle grandi masse con metodi di pedagogia scolastica, ma solo di pedagogia rivoluzionaria…”

Una risposta quindi durissima, di contrapposizione frontale, due pensieri e due metodi opposti di affrontare la realtà e la lotta politica. Era il 26 ottobre del 1926.

In una lettera del 16 novembre subito successivo, Micheli scrive a Togliatti degli arresti che hanno decimato il partito, fra i quali Gramsci, ma anche Bordiga, Tasca e molti altri, proprio nel giorno in cui avrebbero dovuto partecipare alla Commissione. La cosa particolare è che in quell’incontro sarebbe stata messa ai voti l’approvazione o meno della politica del C.C. russo e il giorno successivo Gramsci sarebbe partito per una destinazione sicura all’estero. Scrive Micheli: “Doveva partecipare alla C. e poi partire. Ora avvenne che mentre si recava nel luogo della nostra riunione, fu riconosciuto in treno, fermato dagli agenti e rinviato a Roma, dove fu soggetto a vigilanza attentissima.” Sfortunatissimo Gramsci, perché ancora Micheli informava Togliatti che: “La C. approvò la politica del C.C. russo; il solito sinistro si astenne, ma non fece una vera opposizione.” Dunque, dopo gli arresti e non solo di Gramsci, la posizione nel gruppo dirigente comunista era letteralmente ribaltata, rimaneva solo un sinistro senza nome, ma in evidente minoranza.

Tutto molto strano, e anche se la storia non permette ricostruzioni prive di riscontro documentale, rimane comunque quantomeno il dubbio o, ancora meglio, l’indubbio sollievo di un Togliatti a cui avevano tolto un grosso fardello.

Alogon            

Inviato il: 2 Apr 2006, 01:02 PM

Puntualizzazione importante . Aggiungo che nell’edizione delle Lettere dal carcere di Gramsci a cura di Togliatti (mi sembra ma non sono sicuro del 48) quest’ultimo tolse una lettera che poi credo fu pubblicata solo nel 64, poco prima della sua morte. Mi sembra che si trattasse proprio della lettera a cui fa riferimento Salvador.

Inoltre: curiosamente oggi su Repubbica leggo una recensione commento allo scrittore cinese Qiu Xiaclong di cui ho citato brani di un’intervista nella quale parlava della rivoluzione culturale!!

Scrive Federico Rampini: <<Qiu Xiaclong racconta la fase più sconvolgente della transizione. Il paese ha appena imboccato la riforma capitalistica di Deng Xiaoping, è ancora a metà del guado. I figli della nuova razza padrona organizzano orge sessuali con attrici e topo model come in una Hollywood decadente mentre a loro fianco vive un’umanità povera e disillusa, quartieri popolari di vecchi comunisti che usano ancora l’appellativo di “compagno” e sopravvivono a stento con la pensione di stato in tuguri fatiscenti senza bagno nè elettrodomestici,>>

Federico Rampini, caporedattore di Repubblica e credo corrispondente da Pechino, è autore di un libro “Il secolo cinese. Storie di uomini, città e denaro dalla fabbrica del mondo”

Leggo nel suo Blog: (30 Marzo)

<<Il nuovo banchiere del pianeta

A febbraio la Cina ha messo a segno un nuovo sorpasso storico, questa volta ai danni del Giappone, quando le sue riserve di valuta sono diventate le piu` ricche del mondo a quota 854 miliardi di dollari. Da molti anni era la banca centrale di Tokyo a detenere quel primato. Le riserve valutarie giapponesi ora sono di 850 miliardi di dollari.>>

Inoltre

<<Il Libro nero del comunismo

I collaboratori di Berlusconi hanno chiarito che la sua affermazione sui “bambini cinesi bolliti” durante la Rivoluzione culturale e` ripresa dal “Libro nero del comunismo”, edizione italiana. Il Libro nero, ricco di informazioni sulle stragi nell’Urss di Stalin e nei paesi-satelliti del blocco sovietico in Europa orientale, non e` mai stato considerato come un testo particolarmente utile per la conoscenza del comunismo in Cina. In effetti il capitolo cinese di quel libro non contiene notizie originali ed e` essenzialmente ricavato da due fonti: l’ottimo Jasper Becker (La rivoluzione della fame, Cina 1958-62 la carestia segreta. Il Saggiatore 1998) e gli studi gia` pubblicati dall’autorevole sinologo francese Jean-Luc Domenach. Gli episodi di cannibalismo sono citati per l’epoca del Grande Balzo in avanti (1958-59), non durante la Rivoluzione culturale (1966-75). Inoltre non vi si parla di bambini “bolliti per usarli come fertilizzanti”. Con la politica del Grande Balzo in avanti Mao puntava a bruciare le tappe dell’industrializzazione; costrinse i contadini a tralasciare il lavoro dei campi per costruire “un altoforno in ogni villaggio”; la conseguenza fu il crollo della produzione agricola e una carestia di massa con decine di milioni di vittime; tra gli orrori di quell’epoca si ritiene che ci furono anche episodi di cannibalismo; la disponibilita` di fertilizzanti, purtroppo, era l’ultimo dei problemi per i contadini>>

<<Venerdì, 17 marzo 2006

Cyberdemocrazia cinese

In occasione della sessione legislativa del Congresso che si è tenuta per dieci giorni a Pechino, centinaia di migliaia di cinesi hanno voluto cogliere la rara occasione di rivolgersi al loro primo ministro Wen Jiabao usando gli appositi forum online che i mass media ufficiali hanno aperto in vista della conferenza stampa finale. Pur sapendo che la censura avrebbe cancellato qualunque messaggio troppo critico, alcuni hanno usato un linguaggio diretto. “Nelle regioni orientali – ha scritto un cittadino – gran parte dei terreni agricoli sono stati espropriati illegalmente. L’agricoltura è in condizioni misere e i raccolti sono insoddisfacenti. Se andiamo avanti di questo passo, aspettiamoci che i prezzi del grano vadano alle stelle: quel giorno potremo mangiare banconote”. Almeno un cittadino non si è accontentato dell’opportunità una tantum di inviare una domanda al premier in vista delle conferenza stampa annuale. Ha scritto a Wen Jiabao: “Le dispiacerebbe darci il suo indirizzo di email?”>>

mercoledì, 08 marzo 2006

<<Internet selvaggio in Cina

Mentre il governo cinese impiega 30.000 “tecnici-poliziotti” a tempo pieno per censurare Internet oscurando termini come diritti umani e liberta` di espressione, gli esperti sostengono che un “capitalismo selvaggio” in stile occidentale gia` domina l’economia del cyberspazio cinese, dopo avere invaso quella reale. Scrive David Barboza del New York Times, citando il piu` grande esperto del web cinese, Xiao Qiang, direttore del China Internet Project a Berkeley: “Le liberta` sregolate che esistono in Occidente possono provocare in modo involontario dei cambiamenti sociali notevoli in Cina. Internet in Cina e` un mercato dinamico e in forte crescita aperto a chiunque, inclusi i professionisti della truffa, i venditori di sogni, e criminali incalliti in cerca di consumatori da derubare. Gli imprenditori cinesi che hanno cominciato a vendere online cd-pirata di musica e film ora allargano la loro offerta alle droghe, al sesso, alle auto rubate, le armi da fuoco e perfino gli organi umani per trapianti. Entro il 2010 secondo gli analisti di Wall Street la Cina sara` il piu` grosso mercato mondiale del commercio elettronico, incluso il commercio illegale. Il governo di Pechino promette di persguire tutti i siti illegali e dichiara di avere gia` chiuso duemila siti pornografici o di gioco d’azzardo ma ogni giorno ne nascono di nuovi che eludono la censura. “E’ un luogo selvaggio” dice Xiao Qiang, “al di fuori della politica, la Cina e` il paese piu` libero del mondo”. (David Barboza, The Wild Web of China: Sex and Drugs, not reform, The New York Times)>>

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 2 Apr 2006, 06:02 PM

Nel rifiutare la volontà istintiva delle masse Gramsci potrebbe essersi mosso in senso critico nei confronti del sindacalismo rivoluzionario ed anarchico di George Sore (1874-1922)l.Per quest’ultimo la realtà dell’uomo si riduceva all’azione: un’azione che scaturisce spontaneamente dalla libera volontà dell’uomo. Ma a questo scopo occorre che nella coscienza umana sia presente un complesso di immagini in grado di agire sull’istinto, sprigionando in questo modo l’azione.A questo complesso di immagini spontanee ed istintive Sorel dà il nome di mito .” si può parlare all’infinito di rivolte senza mai provocare un movimento rivoluzionario, fin tanto che non vi sono miti accettati dalle masse […] il mito è un’organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna “

Iil mito è l’espressione immediata per immagini della volontà che attende di tradursi in azione.

Sorel passò dall’anarcosindacalismo alla difesa del fascismo, alla giustificazione della violenza sulla base di uno spontaneismo irrazionalistico.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 3 Apr 2006, 09:20 AM

Le molte divagazioni storico-filosofiche che sono state proposte in questa discussione forse non sono nè casuali nè estemporanee: in realtà dietro esse di esse traspare sempre in filigrana il tema da cui eravamo partiti, quello dei diritti umani.

Il fallimento della ricerca psichiatrica, la sua deriva organicistica che fa capo alla teoria della degenerazione- demenza( tuttora in voga sotto mentite spoglie) dà una a legittimazione psuedoscientifica alle teorie razziste ed eugenetiche che sfocieranno nel nazismo e nell’olocausto. La critica marxiana dei diritti della rivoluzione borghese in mano ai bolscevichi porterà alla loro abolizione in nome della dittatura del proletariato.

La stessa cosa accadrà con la rivoluzione cinese. A tutt’oggi in Cina le parole “diritti umani “ non possono essere pronunciate .

Doversoso quindi tentare di riformulare quei principi fondamentali enunciati nel 1789.

Fagioli in Left ha data una magistrale definizione della libertà come l’obbligo di realizzare la propria identità umana.

Una società in cui tutti realizzano la propria “umanità” è fatta da “diversi”: è una società di diseguali in quanto ciascuno è chiamato a soddisfare le proprie “esigenze originali”.

Non solo ma nella misura in cui “Il diverso “ è la donna ed è necessario il rapporto con essa per la propria realizzazione la società non è fatta solo di “fratelli”.

E’ fatta di uomini e donne.

Nelle società cosidette comuniste si è abolita la libertà anche sul piano giuridico-formale e si sono enormemente accentuate le disuguaglianze (vedi la Cina attuale spaccata fra città e campagna).

Per ciò che concerne la “fraternità” nel comunismo le analisi che sono state svolte in questo forum,portano ad una conclusione stupefacente.

Il comunismo ha derivato dai giacobini non solo la pratica del regicidio ma anche quella del fraticidio.

Robespierre giustizia Danton.

Stalin fa uccidere Trockij e tutti gli altri “fratelli” o “compagni” rivoluzionari che potevano aspirare al potere.

Togliatti lascia marcire Gramsci in prigione salvo poi tentare di far propria la “filosofia della prassi”.

Mao fallisce con la grande svolta e per riaffermare il suo potere lancia la Rivoluzione culturale tramite la quale si sbarazza dei suoi avversari e provoca 20 milioni di morti.

Cos’ha di nuovo questa “umanità” comunista rispetto, ad Edipo, a Macbeth?

Si può fondare una azione rivoluzionaria su un pregiudizio antropologico che ripropone Caino ed Abele? Che ripropone il cannibalismo, l’omicidio rituale, senza neppure il patto di non aggressione fra i fratelli “totemici” come vaneggiava Freud?

Che umanità è quella che nasconde, quando li nasconde , i morti dentro l’armadio?

Allora appare evidente che “realizzare la propria identità “ non può aver altro che il significato di proporre un “uomo nuovo” che non può essere nè quello di Mao nè quello di Che Guevara.

Ma neppure quello di Stalin o di Togliatti. Nè ci si può illudere che basti cambiare il nome ad un partito. o togliere un simbolo per separarsi da un passato che ci ha lasciato un’eredità pesantissima.

copyright domenico fargnoli

Salvador            

Inviato il: 3 Apr 2006, 01:21 PM

Volevo proporre, nell’ambito del tema Rivoluzione e Depressione, un’intervista rilasciata da Fidel Castro a Le Monde Diplomatique e riportata da Repubblica, nella quale si afferma che “il processo rivoluzionario correrebbe il rischio dell’implosione, dell’autodistruzione, generate da un fenomeno tutto interno al paese, non sotto la spinta di un nemico esterno, in primo luogo degli Stati Uniti” E dalle parole di Castro: “Questo paese può distruggersi da solo” “Noi si, che possiamo farlo, e sarebbe colpa nostra se non saremo capaci di correggere i nostri errori, di porre fine a molti vizi: le ruberie, le deviazioni, le fonti di approvvigionamento di denaro dei nuovi ricchi.”

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 3 Apr 2006, 08:34 PM

Non so perchè ,ma le parole di Alogon nell’intervento in cui motiva l’excursus storico-filosofico di questa discussione mi ha fatto venire in mente queste parole:”Credo in una futura rivoluzione di concezioni e di opinioni che farà arrossire di vergogna tutto ciò che finora è stato.” Sono di F.Holderlin.M ricordo la sua triste vicenda umana ,ma al di là di questo sono risalita all’articolo del “Sogno della farfalla”dove le avevo lette (n.3/1997) dal titolo “Un enigma è ciò che nasce puro” in particolare la parte “Tutto cambi dal suo fondamento!Dalla radice dell’umanità germogli il nuovo mondo.”Riporto le parole introduttive.”Alla fine del Settecento mentre sulla scena europea sfumano i sogni razionali degli illuministi e si affacciano quelli pallidi e inquietanti dei romantici,in Germania nasce l’audace sogno di un poeta svevo,Friedrich Holderling:il sogno dell’età dell’oro ritrovata dall’umanità.Un’utopia pensata e cantata con toni intensi,che va oltre gli orizzonti di pensiero del tempo.Il desiderio di una trasformazione profonda dell’uomo e della creazione di una comunità libera ed egualitaria dove regni la bellezza dimenticata dalla Rivoluzione francese.Holderling non rinuncerà al suo sogno pur comprendendo che nel suo tempo esso è irrealizzabile e lascerà al futuro il filo spezzato di una ricerca.” La ricerca del forum mi fa pensare che oggi è possibile,che il pensiero sano dell’uomo sta volgendo le sue risorse veramente per un mondo migliore,al di là della crudezza della realtà.Questo mi parla di desiderio.

Alogon            

Inviato il: 4 Apr 2006, 07:34 AM

Cuba: discorso inusuale di Fidel Castro: o sconfiggiamo le deviazioni o moriamo

Mauricio Vicent

Fonte: El Paìs

23 novembre 2005

Lo ha detto tre o quattro volte Fidel Castro nel suo ultimo discorso: se la rivoluzione cubana oggi corre il rischio di crollare non è a causa di una invasione militare degli USA, ma per il cancro rappresentato dalla corruzione, il furto generalizzato nei confronti dello Stato e gli errori di governo degli stessi dirigenti cubani. “O sconfiggiamo queste deviazioni, o vinciamo questi problemi, o moriamo”, ha sentenziato ieri il lider comunista in una frase sorprendentemente dura e realista, giovedì scorso, nell’Aula Magna dell’universita’ dell’Avana. Si commemoravano i 60 anni del suo ingresso nella Facolta’ di Diritto, di quella istituzione docente dove, dice Castro, si fece marxista-leninista e comunista.

(…) Ai piu’ giovani si e’ rivolto Castro la maggior parte delle 5 ore del suo intervento, quali “responsabili” della preservazione del socialismo. Castro non e’ stato per nulla compiacente nell’analizzare i mali della sua rivoluzione: ha parlato di”molti errori” commessi dai capi; ha criticato il lavoro di ministeri importanti e istituzioni; ha descritto una situazione di caos, disordine amministrativo e furto generalizzato nel Paese, che stava scalzando le basi etiche del sistema, ed ha criticato l’eccesso di paternalismo e di sussidio che hanno provocato gravi squilibri economici nell’isola.

Si e’ anche lamentato per le diseguaglianze sorte nella società cubana degli anni novanta a causa della riforma aperturista del periodo speciale, ed ha assicurato che, oltre ai “nuovi ricchi”, ci sono “decine di migliaia di parassiti che non producono niente” e che sono incompatibili con la “societa’ piu’ giusta” che pretende Cuba. Fidel Castro ha preso come esempio quello che e’ successo nei distributori di benzina dell’Avana, ed ha assicurato che da quando un gruppo di mille lavoratori sociali ha preso qualche settimana fa il controllo della distribuzione del combustibile, si sono riscossi nell’isola decine di milioni di dollari in piu’, ed ha assicurato che soltanto con quello che si rubava nei distributori si sarebbe potuto finanziare tutta l’educazione scolastica superiore del Paese, che conta 500.000 studenti.

Dopo la diagnosi dei mali nazionali, di un’inusitata crudezza, il governante ha annunciato una grande crociata contro “le deviazioni e i vizi”, che, ha detto, corrodono la trave maestra della rivoluzione e possono far in modo che questa si “autodistrugga”. Quello che si avvicina sara’ come un “uragano di forza 5 che non lascera’ nulla in piedi”. Si lottera’ contro il furto, lo sperpero, la corruzione e la mala politica, senza perplessità e senza “impunita’”, ma anche “senza abusi e senza uccidere nessuno di fame”. Per “preservare” il socialismo, si mettera fine anche a politiche di sovvenzione che sono state un errore, incluso il “libretto dirazionamento”, che nella situazione economica attuale, ha affermato Castro, si e’ convertito in un “impiccio”. Si tratta di costruire “una societa’ interamente nuova” o di sparire.

“Non mi sono mai sentito cosi’ bene”.

Fidel Castro ha smentito ieri con parole e con fatti le recenti speculazioni della CIA riguardo la sua supposta sofferenza del morbo di Parkinson. “Non mi sono mai sentito cosi’ bene”, ha assicurato durante un atto nell’Aula Magna dell’Universita’ dell’Avana, dove ha dato prova di fermezza con entrambe le mani per dimostrare di non tremare minimamente.

Con viso sereno e di ottimo umore, Castro ha parlato in piedi per oltre cinque ore senza mostrar alcun segno di fatica, e senza nemmeno bere acqua. “Si stavano aspettando [negli USA] un fenomeno naturale assolutamente logico, cioe’ il fallimento di qualcuno, e questa volta mi hanno fatto un grande onore, ha detto, e subito dopo scherzando: “Tutti i giorni mi ammazzano. Il giorno che moriro’ veramente nessuno lo credera’. Potrebbe finire come il Cid Campeador, a vincere battaglie da morto”.

Castro ha affermato che dopo la caduta sofferta nell’ottobre dell’anno passato, che gli ha prodotto lesioni a un braccio ed a una gamba, ha fatto molta riabilitazione e sta piu’ attento con la salute. “Mi sono reso conto che fino all’ultimo mi esercitero’, senza trascurare nulla”.

Ha manifestato che se anche gli dovesse succedere qualcosa sono previste tutte le “misure” per evitare “sorprese” e che la rivoluzione continuera’. “Non mi importa se mi viene il Parkinson; il Papa aveva il Parkinson e ha girato il mondo per un mucchio di anni”, ha ripetuto Castro, suggerendo alla CIA che occupi il suo tempo a fare indagini sul presidente USA, George W. Bush.

Interessante che Repubblica riporti ora un’intervista del nov 2005.

Sulla contradditorietà intrinseca alle affermazioni di Castro non mi soffermo.

Lui sarà il rimedio delle ingiustizie e della corrruzione: ma finora cosa ha fatto?

Comunque ho trovato un articolo molto interessante sulla rivoluzione cubana

che propongo

<<18 Agosto 2003

ZNet

Valutare la rivoluzione cubana

Saul Landau

‘La rivoluzione cubana è fallita, Cuba è sull’orlo del collasso. Il suo leader di sempre, Fidel Castro, è malato e soffre di un complesso di potere. Presto tanto lui quanto il suo regime si disintegreranno. La democrazia e il libero mercato torneranno a far felici i Cubani’.

E’ stato questo il messaggio che i più importanti mass media hanno diffuso in occasione del cinquantesimo anniversario dell’attacco che un ventiseienne Fidel Castro mosse contro il Forte Moncada a Santiago de Cuba il 26 Luglio 1953.

L’Economist del 2 Agosto 2003 descrive Fidel come‘ sempre più somigliante ad un Re Lear dei Carabi che, essendo sopravvissuto a molti dei suoi nemici ora se ne cerca di nuovi. Forse perché gli resta poco da festeggiare eccetto la propria sopravvivenza’.

‘ Molti poveri cubani hanno ottenuto grandi benefici dall’egualitarismo radicale della rivoluzione di Castro’ continua l’Economist sostituendo i fatti storici al precedente linguaggio sprezzante, ’ specialmente dalle conquiste in campo medico e educativo. La mortalità infantile è la più bassa in America Latina e anche rispetto agli Stati Uniti. Tuttavia tali conquiste sono state pagate a caro prezzo; con la scomparsa dei diritti umani ed il pagamento di tributi all’Unione Sovietica’.

Forse che l’Economist ha dimenticato l’esistenza del regime repressivo di Fulgencio Batista prima dell’avvento di Castro? A pensarci bene, gran parte della storia cubana si sviluppa sotto l’autorità spagnola. Poi, dal 1898, il triplice intervento statunitense. I periodi di libertà sono stati pochi ed accompagnati da una tragica corruzione politica.

Castro dovrebbe assumersi la responsabilità di aver svenduto Cuba per pochi dollari‘ per preservare il regime a scapito dei suoi principi’ afferma l’Economist. In effetti, conclude l’articolo, ‘l’unica cosa che rimane tra la rivoluzione di Castro e la povertà di massa è l’invio di denaro ad opera di quel milione e duecentomila cubani che vivono negli Stati Uniti, e gl’ investimenti e turismo europeo tanto aborriti dal suo governo’.

Miliardi di dollari inoltre, finiscono mensilmente nelle banche di India,Pakistan,Messico e le Filippine e numerosissime altre nazioni le cui economie affrontano gli effetti devastanti di secoli di saccheggi coloniali. In molti paesi africani, asiatici e latino americani il modello proposto dall’Economist e sponsorizzato dal Fondo Monetario Internazionale ha portato a situazioni disastrose. In Argentina la cui economia è recentemente andata in bancarotta, il 70% della popolazione vive in povertà.

Scrittori possono aver elogiato Castro per aver adoperato una politica‘marziale’ nel trasformare la ricchezza degli emigrati cubani in denaro per la Banca Nazionale. Certo, molti dei più ferventi anti castristi contribuiscono regolarmente a questo flusso di scambi col mercato straniero inviando denaro alle proprie famiglie rimaste sull’isola.

Anziché concentrarsi sulle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti, i critici ripetono la solita solfa sui ‘successi della ricerca medica e dell’educazione costati la libertà al popolo cubano’. Peggio ancora, l’Economist è caduto nel prevedibile errore di paragonare l’economia cubana a quella degli Stati Uniti: proprio il paese che ha risucchiato la ricchezza cubana per più di mezzo secolo e la cui economia non ha niente in comune con quella di un paese del Terzo Mondo.

Il messaggio sottinteso che l’Economist ha lanciato è ‘Modernizzati Fidel.Lascia che i cubani lavorino per una multinazionale straniera nelle maquilas a 30 cent l’ora, lascia che i giganti dell’economia transnazionale divorino le tue risorse e affida il controllo della tua ricchezza alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale! Altrimenti collasserai!’

Tale ‘giornalismo havanologico’ persiste. Il dramma dei cubani che navigavano verso la Florida in una vecchia Chevy a Luglio ha indotto il Miami Herald a ripetere il suo inno sulla disperazione di queste persone che ‘rischiano la vita per la libertà’. Non ha fatto riferimento a tutti quei Messicani, Haitiani, Dominicani,Cinesi e Centroamericani che rischiano le loro vite giornalmente per entrare in territorio statunitense. Come i Cubani anche loro arrivano qua perché vogliono migliori condizioni materiali di vita, condizioni che gli vengono continuamente riproposte grazie alla pubblicità.

I giornalisti non paragonano quasi mai Cuba ai paesi che la circondano o ad altri del Terzo Mondo dove una larga percentuale della popolazione migrerebbe subito verso gli Stati Uniti se si presentasse l’occasione. I giornalisti finiscono sempre per scambiare la frustrazione dei Cubani e il loro desiderio di emigrare, per i sintomi di un collasso imminente del regime.

Nel 1992 Andres Oppenheimer, vincitore del Premio Pulitzer si è guadagnato un posto d’onore nell’olimpo dei futurologi con il suo libro ‘Castro’s Final Hour ’.E ad oggi continua a pontificare sul modo migliore di far crollare la Rivoluzione Cubana.

Ritengo personalmente che la Rivoluzione Cubana è stata un successo. Dal 1959 agli anni 80 ha portato a compimento tutti i suoi maggiori piani: autodeterminazione ed indipendenza, pareggio delle entrate ed incremento della giustizia sociale. Grazie alla Rivoluzione, Cuba è passata da semicolonia americana nel 1958 a nazione fiera ed indipendente. Negli anni ‘70 e ‘80 le truppe Cubane hanno combattuto in Angola trasformando così per sempre la storia dell’Africa meridionale.

Quante popolazioni d’isole prive di risorse strategiche possono dire di essere state sotto i riflettori mondiali come Cuba? Per più di quarant’anni artisti d’ogni genere, atleti e scienziati sono diventati noti a livello internazionale. La rivoluzione ha trasformato una popolazione che un tempo era malata in sana, una popolazione che era illetterata in alfabetizzata.

Certo i Cubani hanno pagato un prezzo: famiglie divise, ingiustizie commesse nel nome della rivoluzione, riduzione delle libertà civili – sebbene questa non fosse certo una novità per l’isola. Non è stata garantita la libertà di stampa né promossa la competitività politica. Quanti avevano aspirazioni materialistiche le hanno viste frustrate dall’egualitarismo.

La rivoluzione ha distrutto la società che l’aveva preceduta e che meritava di essere annientata. La gerarchia reazionaria della Chiesa Cattolica e le ipocrite‘classi alte’abbandonarono l’isola insieme ai mafiosi che gestivano hotels e casinò collaborando con il governo di Batista. La rivoluzione ha sostituito alla vecchia società lo stato; strumento che avrebbe tirato Cuba fuori dal sottosviluppo e sarebbe poi scomparso, secondo le migliori previsioni marxiste. Invece la burocrazia è sopravvissuta con enorme sorpresa dei Cubani.

Molti tra quanti hanno abbandonato l’isola negli anni 1956-60 credevano che i Marines avrebbero eliminato Castro e li avrebbero lasciati tornare e rimpossessarsi delle loro proprietà e privilegi. D’altra parte gli Stati Uniti avevano già applicato tale politica contro altri governi disobbedienti un po’ in tutto il mondo. Solo cinque anni prima, la CIA aveva liquidato il regime guatemalteco democraticamente eletto del presidente Jacobo Arbenz per sostituirlo con una giunta di assassini militari che aveva il compito di preservare la sicurezza, combattere il comunismo e quant’altro. Un anno prima aveva fatto la stessa cosa in Iran.

Alla luce della determinazione con la quale gli Stati Uniti hanno sempre punito la disobbedienza, il fatto che la rivoluzione Cubana sia sopravvissuta sembra quasi un miracolo. Nell’Aprile del 1961 la CIA inviò 1500 esiliati Cubani sull’isola per invaderla dalla Baia dei Porci. Fallì. Solo tra il 1961 e il ’63 ha appoggiato migliaia di operazioni di violento sabotaggio, incluse dozzine di tentativi di assassinio.

I laboratori della CIA hanno speso innumerevoli ‘ore creative’ a progettare ogni genere d’ arma per uccidere Castro. Nel 1968, mentre giravamo insieme un documentario per la televisione nazionale, Fidel raccontò la storia che ripeterà poi a Frank Mankiewicz nel 1974, di un ‘veleno che gli americani avevano creato potente a tal punto da non lasciare tracce visibili nel suo organismo dopo la morte perché metabolizzato’.

Cuba ha così creato un apparato di sicurezza statale per reagire alla contro-rivoluzione americana. Una volta operative, questo genere di burocrazie repressive tendono a riprodursi. Ricordiamo per l’appunto il caso di un’agenzia come la NATO, creata dagli Stati Uniti per combattere le aggressioni sovietiche durante la Guerra Fredda e che ha continuato ad espandersi dopo la scomparsa dell’URSS.

La rivoluzione cubana reprime chi non l’appoggia. Credo che questo sia un aspetto importante sebbene non dovrebbe nascondere l’esistenza di oppositori che l’hanno attaccata violentemente per più di quarant’anni. Per capire ciò bisogna contestualizzare gli eventi.

A partire dal 1959, le nazioni coloniali hanno cominciato a ribellarsi contro i propri dominatori nel nome dell’indipendenza e del progresso, per rimettere le cose a posto dopo secoli d’ingiustizia. Ma a differenza di tanti esperimenti mal riusciti ( Zimbabwe, Iraq,Egitto,Pakistan sono solo alcuni esempi) la rivoluzione cubana ha mantenuto una sua coerenza storica. Negli anni ’60 dell’ 800 e poi di nuovo trent’anni dopo i Cubani cercarono di rendersi indipendenti dalla Spagna. Castro ricondusse l’assalto al Forte Moncada del 29 Luglio proprio a questi eventi. Come la carica a cavallo di Josè Martì incontro al fuoco spagnolo nel 1895, l’assalto al Moncada sapeva di disperazione e convincimento.

Coloro che agirono in questo modo speravano che tali dimostrazioni di drammatico eroismo avrebbero fatto divampare il fuoco della rivolta popolare. Cinque anni e mezzo dopo l’assalto i guerriglieri castristi marciavano trionfanti all’Havana.

Questo mese Fidel compirà 77 anni. L’Economist ammette che ‘ le conquiste sociali passate della rivoluzione garantisco a Castro ancora un’aura speciale tra persone come i membri del Parlamento Europeo, i registi hollywoodiani e gli studenti latinoamericani. Ma come le auto degli anni ’50 e le abitazioni in stile coloniale, Castro è oramai diventato parte dell’ordito storico dell’isola’.

Tanti delle audience che applaudono Castro sembrano intrappolati nella trama di questo‘ordito storico’. Ha ricevuto una standing ovation nel 2002 in occasione del Summit dell’ONU sui finanziamenti al progresso e durante l’inaugurazione della presidenza Kirchner per il Fondo Monetario Internazionale nella turbolenta Argentina; lo stesso è avvenuto in passato in Europa e a New York. I latinoamericani non avevano mai disobbedito agli statunitensi prima della rivoluzione cubana. Perfino i nemici di Castro gli sono riconoscenti per essersi fatto valere contro lo zio Sam.

La rivoluzione si è conclusa nei tardi anni ’80 con il collasso dell’Unione Sovietica. Cuba da quel momento non ha più avuto le risorse per cambiare se stessa e il mondo. Il turismo e la ‘dollarizzazione’ hanno portato con sé un ambiguo sistema di valori. Prospera il mercato nero. Dove sta andando Cuba? Dove stanno andando il Perù o il Messico? Molti paesi del Terzo Mondo che mancano di rilevanti risorse strategiche non dispongono di ‘mappe economiche’. Per lo meno, la rivoluzione ha lasciato ai Cubani i vantaggi dell’uguaglianza istituzionale e di tutta una serie di servizi assenti in altri paesi del Terzo Mondo.>>

Sul tema ella salute mentale a Cuba ho trovato, per ora solo questo contributo di Filippo Torquati

<<La psicologia a Cuba fino al regime di Batista (anni ’50) si configurava come una disciplina elitaria: non esistevano facoltà universitarie destinate al suo insegnamento e le poche persone che vi si dedicavano erano solo quelle che potevano permettersi di uscire dal paese e frequentare corsi in paesi esteri. Con il trionfo della rivoluzione nel gennaio del 1959 le cose sarebbero presto cambiate. Il primo passo fu la fondazione della facoltà di psicologia “Las VIllas”a Santa Clara nel 1961. A breve distanza di tempo venne istituita la facoltà di psicologia di Habana. Terza e ultima facoltà a essere fondata è stata proprio quella di Santiago 1992. Nell’immaginario sociale cubano la psicologia ha sempre avuto un grande riconoscimento perché la gente ha associato frequentemente la figura dello psicologo a quella del medico o dello psichiatra, dal momento che lavorano insieme nelle istituzioni di salute pubblica. In generale non ci si sposta più di tanto da convinzioni e stereotipi che sopravvivono anche in Italia: lo psicologo è colui che “cura” i matti. Una maggiore presa di coscienza su ciò che realmente è il mestiere dello psicologo si è diffusa con le innumerevoli tavole rotonde televisive alle quali hanno partecipato anche illustri psicologi cubani per discutere il caso di Eliàn Gonzalez (*dopo il divorzio, la madre di Eliàn un giorno di novembre del 1999 decise di raggiungere clandestinamente il suo nuovo compagno in Florida, portando con sè il figlio. sfortunatamente la barca naufragò. Alcuni pescatori americani ripescarono dopo qualche giorno tre superstiti, tra i quali Elian; ospitato dai cugini della madre, cubani emigrati in Florida, il bambino fu al centro di una diatriba legale sull’affidamento, complicata ulteriormente dalle difficili relazioni fra Cuba e gli Stati Uniti.).

Non esistendo alcuna forma di attività privata, lo psicologo cubano ha la possibilità di lavorare soprattutto in ospedali e policlinici. Per quanto riguarda la psicologia clinica a livello teorico riscuotono consenso Manuel Calvino e Fernando Gonzalez Rey: quest’ultimo è autore di una teoria della personalità che viene declinata in una terapia breve (la forma più diffusa a Cuba, insieme a terapie di gruppo e di coppia). Dal punto di vista formale, nelle istituzioni di salute pubblica lo psicologo, pur ricompensato da un “buon” salario (500pesos mensili, un ministro della repubblica ne prende 800), non gode dello stesso riconoscimento del medico. Gli psicologi all’interno di ospedali e policlinici vengono visti più come tecnici che come professionisti. Questo perché i medici sono formati direttamente dal Ministero della Salute Pubblica, mentre gli psicologi ricevono l’istruzione dal Ministero dell’Educazione Superiore (pare che il destino globale della psicologia sia quello di rimanere in posizione ancillare rispetto alle discipline di matrice organicista). Fortunatamente lo psicologo cubano può trovare gratificazioni significative nel campo dell’istruzione/educazione: gli autori che da sempre esercitano l’influenza maggiore fanno parte della scuola sovietica: Vygotskij, Leontiev e Petrovsky. Nella psicologia dello sviluppo cubana anche l’approccio di Piaget è frequentemente menzionato e utilizzato, mentre la teoria dell’attaccamento di Bowlby risulta quasi sempre ignorata, se non completamente sconosciuta. Lo psicologo cubano lavora anche nelle aziende, generalmente per la selezione del personale, anche se si incominciano a diffondere a macchia di leopardo alcune ricerche sul clima organizzativo (Etecsa compagnia telefonica).

Fra i punti forti dell’organizzazione di Cuba si cita spesso il sistema scolastico e universitario che permette a tutti l’accesso completamente gratuito alle classi di insegnamento, in accordo alla famosa frase di uno dei padri fondatori, Josè Martì: “ser culto es el unico modo de ser libre” (essere colto è l’unico modo di essere libero). E’ necessaria però una precisazione concernente le facoltà universitarie, inclusa psicologia. Infatti l’ammissione si è sempre basata su un criterio strettamente meritocratico: se lo studente nei tre anni precedenti l’iscrizione all’università ha ottenuto voti che raggiungono il livello di punteggio minimo richiesto può accedere a un’ulteriore prova attitudinale che sancisce definitivamente l’inizio della sua carriera universitaria. Una sorta di numero chiuso alla cubana che sembra aver facilitato il raggiungimento di elevati livelli di professionalità. Le cose sono cambiate negli ultimi tre anni dopo che la riforma dell’istruzione superiore ha abolito i sistemi di preselezione: tutti i giovani cubani potranno accedere alle facoltà di psicologia, sociologia, diritto, filosofia, lettere. La riforma ha anche dato l’avvio alla formazione di “sedi universitarie distaccate” in ogni municipio (l’equivalente dei nostri quartieri) moltiplicando in tal modo le fonti alle quali i futuri psicologi possono attingere. Il problema più volte riscontrato è che il personale docente raramente ha una formazione direttamente psicologica: capita che a insegnare psicologia in queste sedi distaccate siano medici o pedagogisti. Sorgono allora spontanee alcune domande: la logica di pensiero di un pedagogista o di un medico è la stessa di uno psicologo? Si deve privilegiare la qualità o la quantità dell’insegnamento? Vengono prima gli ideali ugualitari o la possibilità attuale e concreta di poterli realizzare? Esiste il pericolo di una massificazione della psicologia? Appare evidente come fra questi interrogativi si possano trovare questioni che sono attuali anche nel nostro paese. A detta degli stessi operatori del campo, non ci si può sbilanciare in previsioni certe, sicuramente entro il 2010 a Cuba ci saranno migliaia di nuovi psicologi in cerca di allocazione e con una formazione non omogenea; un aspetto senza dubbio positivo è che le discipline psicologiche godono di una massiccia preferenza entro gli strati più giovani della società cubana e questo appare un buon viatico per la vitalità e lo sviluppo di esse.>>

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 4 Apr 2006, 09:32 AM

rispondo al messaggio di Fiore e direi, per il poco che ne cqpisco, che ci sono forme della bellezza che sfuggono al linguaggio e all’azione, e che questo fenomeno non è – credo – né depressione, né misticismo o idealizzazione.

Alogon            

Inviato il: 4 Apr 2006, 09:48 AM

Sembra che la psichiatria a Cuba si muova in un ambito che non è direttamente sotto il controllo dell’ideologia politica anche se le sua basi concettuali appaiono piuttosto vaghe, casomai improntate ad certo basaglismo. Riporto parte di un intervento in un italiano improbabile del

Prof. Guillermo Barrientos

Jefe del Grupo de Psiquiatria -Ministerio de Salud Publica – Cuba-

<<Il riorientamento della psichiatria cubana verso lo sviluppo di alternative comunitarie per il paziente psichiatrico.

(…)Abbiamo anche una concezione dell’uomo come è un essere sociale integrato da fattori biologici, da fattori sociali e dalla loro interazione abbiamo la psiche, pertanto lavorando sulla salute mentale dell’uomo possiamo solo avere una approccio integrale senza sottovalutare ciascuno di questi fattori: la nostra psichiatria non è biologista, né socio-genetista, crediamo che lo sviluppo scientifico tecnico permetta di superare il dualismo cartesiano e che nella prestazione dei servizi dobbiamo sempre tenere presente le leggi dello sviluppo della materia, che sono leggi sia per livello biologico che psicologico e sociale, perché non possiamo affrontare i fattori sociali della salute mentale come elemento essenziale di un cambiamento sociale di tipo rivoluzionario, ma il lavoratore della salute mentale si trova in una situazione di privilegio per rafforzare la sua coscienza sociale ed agire come un cittadino tenendo sempre presente la necessità generale di tutta la sua popolazione.

In America Latina si riscontra che il lavoratore della salute mentale sia un agente di cambiamento sociale, noi pensiamo che il lavoratore della salute mentale è un elemento fondamentale nei cambiamenti microsociali e nel contesto in cui vivono i suoi pazienti. La psichiatria non può essere utilizzata come bandiera per fini politici negando l’essenza dell’uomo come essere bio-sociale, questo ruolo non ci corrisponde non solo come lavoratori della salute mentale ma neanche come cittadini privi dell’uso della ragione.

Nella nostra conferenza non pretendiamo entrare in questioni di scuole psichiatriche: la psicanalitica, la biologica, psicologica, centreremo il nostro intervento su quali siano stati i percorsi, i risultati e le difficoltà di questo nuovo ordine di cose nella prestazione dei servizi alla popolazione per promuovere la sua salute mentale.>>

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 5 Apr 2006, 10:52 AM

Pensieri complessi forse un pò difficili

Emancipazione e libertà: concetti diversi.

L’emancipazione politica, che presuppone la mediazione dello stato non è libertà,;lo stato può liberarsi da un limite senza che l’uomo ne sia liberato veramente. Ora in uno stato libero si può essere asserviti., in uno stato ateo l’individuo può rimanere religioso.

Lo stato moderno si fonda sulla scissione della realtà umana in vita pubblica e privata in cittadinanza ed individualità..

La rivoluzione politica è la rivoluzione francese che stabilisce i diritti del cittadino che fanno riferimento ad una individualità ed universalità irreale e i diritti dell’uomo che fanno riferimento solo al calcolo egoistico.

<<La rivoluzione politica soppresse con ciò il carattere politico della società civile. Essa spezzò la società civile nelle sue parti costitutive semplici, da un lato gli individui, dall’altro gli elementi materiali e spirituali che costituiscono il contenuto della vita, la situazione civile di questi individui>>(Marx)

Nella società civile ciò che tiene insieme gli uomini è la necessità naturale, il bisogno e el’interesse privato.L’uomo in quanto membro della società civile, l’uomo non politico, appare perciò necessariamente come l’uomo naturale.<<L’uomo egoistico è il risultato passivo e soltanto trovato della società dissolta, oggetto della certezza immediata, dunque oggetto naturale.>>(Marx)

La rivoluzione politica non si identifica tout court con la rivoluzione sociale. Per es. la rivoluzione cubana o quella cinese sono state rivoluzioni sociali perché si è cercato di modificare con esse soprattutto i rapporti all’interno della società. civile. Ciò che doveva avere il predominio non era l’interesse privato ma quello collettivo.

L’emancipazione completa, la libertà è qualcosa che va oltre non solo la rivoluzione politica ma anche quella sociale.

La libertà è l’umanizzazione completa, il superamento della scissione. fra pubblico e privato, dove il privato è la sfera degli affetti, della sessualità. La sfera irrazionale.

…..l’irrazionale non deve essere coartato dalla sfera razionale….

Inoltre

La rivoluzione “sociale”, la dove essa avvenga, presuppone di sostituire una struttura sociale con un’altra qualitativamente nuova: bisogna tener presente però che è l’uomo a modificare la struttura sociale . E’ lui il soggetto della trasformazione.

L’uomo quando trasforma se stesso può trasformare anche il suo mondo.

Una determinata struttura sociale non è in grado comunque di determinare, condizionare ed esaurire tutto l’essere dell’uomo.

Detto in altri termini l’uomo è diverso dalla società in cui vive: non esiste isomorfismo fra individuo e società.. Proprio la possibilità del singolo individuo di essere “diverso” dalla società mette in moto la tensione dialettica, la prassi, la trasformazione.

Alla nascita c’è già “l’essere uomo” prima ancora che sussistano legami sociali…

Per questo non è la società che fa l’uomo ma è l’uomo, che realizza la propria identità ricreando continuamente la propria nascita, che fa la società?

…l’uomo è qualcosa di diverso dalla struttura sociale e può opporsi a ciò che essa tenderebbe a farlo diventare….

copyright domenico fargnoli

Nyx            

Inviato il: 5 Apr 2006, 02:37 PM

pensavo al discorso che si era fatto sulla parola rivoluzione che ha in sè il senso di ritorno al punto di partenza e alla frase di alogon “sessualità: corpo e mente fusi insieme. soddisfazione del desiderio che non è bisogno. potrebbe essere che il corpo aiuti la mente a liberarsi dall’indifferenza.”

ovviamente penso al rapporto uomo donna. ci sono rapporti che sono rivoluzionari magari non lo sono universalmente ma lo sono solo per la propria storia. amare una persona in maniera “inutile” nè per procreare nè per obbligo sociale può essere veramente rivoluzionario per il contesto in cui si è cresciuti circondati da persone che stavano insieme senza interesse e senza amore.

in certi rapporti il corpo si riscopre vivo ti appartiene di nuovo e senti che il movimento cambia. allora penso e spero che situazioni di apparente immobilità o d’impotenza non possono cancellare le modificazioni mentali che si sono come fermate sul corpo a dire che oltre quelle indietro non si può più andare. forse sono rivoluzioni particolari trasformative. spero.

l’ultimo pensiero è alla psichiatria, al rapporto terapeutico in cui forse per realizzare la sessualità sono necessarie più persone per quello strano fenomeno per cui il corpo viene messo fra parentesi.

Alogon            

Inviato il: 5 Apr 2006, 03:44 PM

“rivoluzione” è stata messa spesso fra virgolette proprio a significare che questo termine solo parzialemnte si confà alla nostra analisi..

Inoltre:nella misura in cui non c’è più scissione fra pubblico e privato una trasformazione personale, nel rapporto uomo donna, diventa anche il presupposto per una trasformazione sociale….

nella psicoterapia il corpo permette quel sentire che può essere il punto di partenza per copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 6 Apr 2006, 09:47 AM

La società “democratica” trasforma gli uomini in atomi reciprocamente estranei e indifferenti:gli individui sono uniti reciprocamente solo dalla provvisorietà di rapporti contrattuali.

Inoltre quanto più l’uguaglianza “democratica “ si estende tanto più risulterà imperfetta ed incompiuta.

Cellule indipendenti gli individui confluiscono nel corpo compatto della “massa” che separa gli uomini senza distinguerli e li riunisce senza metterli in relazione.: reciproca estraneità ed omologazione sono gli effetti prodotti dall’uguaglianza.

La società dei simili è una società di indifferenti.

Scriveva Tocqueville in “La democrazia in America”

<<L’uguaglianza pone gli individui fianco a fianco senza un legame comune che li unisca. Il dispotismo innalza barriere fra loro e li divide, Quella li spinge a non pensare ai loro simili e questo fa dell’indifferenza una specie di virtù pubblica.>>

L’antitesi fra libertà ed uguaglianza è al centro di tutto il pensiero di de Tocqueville.La spinta verso l’egualitarismo della nuova società di massa che egli intravede è pericolosa come la rivolta delle masse guidate dalla violenza della Convenzione. Alla violenza si sostituisce il conformismo, la piattezza, la passività. Il risultato è quasi uguale. Sia l’umanità violenta, sia l’umanità passiva e conformista è costituita da una miriade di monadi estranee tra loro, imprigionate o nella violenza o nella ricerca di un mediocre benessere.

Il dilemma tra eguaglianza e libertà resta aperto.

Il dispotismo democratico, un potere morbidamente autoritario, produce comunque una specie umana del tutto nuova all’interno della quale l’individuo è edonista ed apatico,acquisitivo ed indifferente, autonomo ed assoggettato. Nel cuore dell nucleo antropologico dell’ “Homo aequalis” c’è il narcisismo, l’assenza di passioni.

L’individualismo narcisista venne innalzato da Freud a modello di funzionamento della personalità non storicamente e socialmente determinato, ma metastorico . Il narcisismo non è allora la caratteristica costitutiva dell “homo democraticus” ed aequalis” così come si configura nelle società moderne, ma dell’uomo in generale in tutte le epoche della storia.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 6 Apr 2006, 12:35 PM

A proposito della rivoluzione cubana, cui abbiamo fatto riferimento nell’ambito del tema “rivoluzione e depressione”, non si può non spendere una parola su Che Guevara che preconizzava l’avvento dell”uomo nuovo”:

<<L’educazione penetra tra le masse e il nuovo atteggiamento proposto tende a trasformarsi in abitudine; le masse lo vanno facendo proprio ed esercitano una pressione su coloro che non si sono ancora educati. Questa è la forma indiretta di educazione delle masse, potente tanto quanto l’altra. Il processo, tuttavia, è cosciente: l’individuo riceve continuamente l’impatto del nuovo potere sociale e si rende conto di non essersi ancora completamente adeguato ad esso. Sotto la pressione prodotta dall’educazione indiretta, cerca di adattarsi ad una situazione che ritiene giusta ed alla quale la sua mancanza di sviluppo gli ha impedito di adeguarsi finora. Si autoeduca. In questa fase di costruzione del socialismo possiamo vedere l’uomo nuovo che sta nascendo. La sua immagine non è ancora definita; nè potrebbe esserlo, giacchè il processo marcia parallelo allo sviluppo di nuove forme economiche.>>Il socialismo e l’uomo a Cuba (1965)

E’ la massa, la società che in questo caso fa l’uomo nuovo.

Sull’umanesimo del Che propongo questo “stralcio”

<<Uno degli aspetti meglio sviluppati nella filosofia personale del Che è stato lo studio dell’uomo. In lui c’è molto di riflessione sull’uomo, sull’uomo che egli è, quindi sull’uomo “se stesso”, ma anche sull’uomo “altro”, sull’uomo che egli incontra, come amico e come nemico.

Uno degli aspetti pionieristici dell’umanismo di Guevara è stato certamente rappresentato dalla determinazione con cui ha intrapreso il processo di trasformazione di se stesso.

Sulla base di fonti documentarie abbastanza precise e attendibili (diari di viaggio, lettere, ricordi di amici e conoscenti) è stato possibile ricostruire il percorso di questa rivoluzione interiore, da giovane ribelle a grande trasformatore sociale: il modo, per esempio in cui egli a un certo punto ha detto basta al suo contesto sociale, alle sue abitudini in via di cristallizzazione, fuori dal conformismo, alla ricerca di una strada per uscire da se stesso, dalla famiglia, da Buenos Aires, dall’Argentina peronista. In giro per il mondo a cercare l’uomo, l’”altro”, quel qualcosa che ovviamente non poteva trovare in se stesso, nè nel banale mondo di una tranquilla sopravvivenza piccolo o medio-borghesi(…)

La sua ricerca dell’uomo non poteva che iniziare dal fondo della disperazione sociale e psicologica e quindi coerentemente dal “fratello di lebbra”: un simbolo per tutto il nostro medioevo della disperazione umana, affiancato per secoli alla idealizzazione del “bacio del lebbroso” come prova estrema di coraggio e altruismo. In altra occasione abbiamo richiamato un esempio laico di questa antica pratica religiosa nel personaggio centrale de Il diavolo e il buon Dio di Sartre: nel Goetz avventuriero iconoclasta, penitente fallito e incarnazione letteraria del massimo di autodeterminazione pensabile all’interno di una concezione individualistica della storia e della rivoluzione, quale è contenuta nell’umanismo esistenzialistico del grande filosofo francese. Non a caso si potrebbe scrivere un intero capitolo sui rapporti tra i due – tra Sartre e Guevara – fatto in termini di reciproca ammirazione e istintiva diffidenza. Nelle sue appassionate letture di autori francesi – i suoi prediletti – il Che aveva fatto i conti, come ogni buon argentino colto e ribelle di quegli anni, col pensiero dell’autore dell’Essere e il nulla. Lungi da noi l’idea di voler rappresentare in Sartre un momento di rinascita o rinnovamento del marxismo – come si volle far credere – rimane pur sempre il fatto che egli tentò tra i primi di dare delle basi materialistiche a un pensiero umanistico che col passare del tempo era stato abbandonato inerme nelle mani della religione, del moralismo, d’una qualunque tra le filosofie ultime arrivate nel campo dell’irrazionalismo; c’è tanto marxismo esasperato in Sorel, come c’è tanto umanismo esasperato, o meglio superomismo, in Nietzsche. Se Sartre sia riuscito nel suo intento filosofico non è problema che ci riguardi in questa sede, ma resta significativo il fatto che eglia sia stato il primo – e quasi unico per anni – tra i filosofi europei he si sia recato a Cuba (1960), che abbia cercato di capire le novità di questa Rivoluzione, i problemi dei suoi dirigenti, ma anche dei suoi scrittori: il primo in ogni caso tra gli ammiratori del Che, come si ricava dalle pagine in cui descrive l’incontro con Guevara, nel libro Huracàn sobre el azùcar.(..)

L’umanismo etico del Che si colloca decisamente all’opposto della morale equivoca e corruttrice del “fine che giustifica i mezzi”. Teorizzata e applicata per decenni dallo stalinismo, questa etica dell’immoralità non riscuote in alcun momento un sia pur minimo consenso da parte di Guevara, nemmeno negli anni della sua più profonda infatuazione per i “paesi del cortisone” – i paesi d’oltrecortina, come egli li chiamava scherzosamente – negli anni in cui, sempre per scherzo, si firmava “Stalin II” in una lettera alla zia(…)

Alla madre scrive, nel 1956: “…ho costruito una volontà di ferro”; e sa bene di averlo fatto viaggiando, faticando, rischiando, ma anche studiando, scavando impietosamente dentro se stesso. E sempre alla madre scriverà a luglio 1959 – alcuni mesi quindi dopo la vittoria della rivoluzione –

“In me si è sviluppato molto il senso del collettivo contrapposto all’individuale; sono sempre lo stesso solitario di un tempo, alla ricerca della mia strada, senza aiuto personale, ma possiedo ora il concetto del mio dovere storico…mi sento qualcosa nella vita, non solo uno potente forza interiore, che ho sempre sentito, ma anche una capacità di comprensione degli altri e un assoluto senso fatalistico della mia missione che mi toglie ogni timore”.

Su questa ricchezza e forza etica del suo mondo psichico si innesta però anche un senso di morte, presente fin dagli anni giovanili, ma accentuatosi via via negli ultimi anni, mesi e giorni della sua esistenza. In parte ciò è dovuto alla consapevolezza che il fatto di aprire nuove strade, di esporsi, in fin dei conti espone anche la sua vita. Molti, troppi compagni – alcuni carissimi amici – muoiono lungo il cammino, accentuando in lui quel senso di solitudine che nel Messaggio alla Tricontinentale egli attribuirà per il Vietnam all’insensibilità dei paesi che si dicono “socialisti” e che considererà la più grande tragedia etica della storia contemporanea. Nelle lettere personali Guevara si è dato per morituro decine di volte, a partire per lo meno dalla prima bella lettera di commiato dai genitori, nell’estate 1956, fino a quella più celebre del 1965 o nel Messaggio alla Tricontinentale.

E’ un senso di morte che aleggia anche su alcune scelte personali e politiche dell’ultima fase e sul quale non si hanno tutti gli strumenti – e forse nemmeno il diritto – per approfondire il discorso. Un discorso, del resto – quello del rapporto vita-morte – complesso e in fin dei conti appartenente ad un campo dell’intimo, dell’etica individuale, anche per quanto riguarda la scelta dei rivoluzionari, dei grandi riformatori sociali. Il marxismo, l’umanismo, la filosofia del socialismo hanno il dovere e la possibilità di teorizzare la vita delle grandi masse, ma non hanno la possibilità di dire nulla sulla morte di queste stesse masse o dei grandi uomini che le dirigono. Il tema della morte rimane in fondo il limite invalicabile per il pensiero e l’azione di ogni materialista degno del nome. A posteriori è difficle resistere alla tentazione di affermare che – nonostante quanto detto fin qui – Guevara non aveva il diritto di morire, o per lo meno di morire così presto.(…)

Tratto da L’Umanismo Rivoluzionario del Che (di Roberto Massari)

(E’ una rielaborazione del saggio introduttivo preposto alla raccolta Conoscere il Che che curammo per la Datanews (Roma 1988). Nella nuova forma rivista e ampliata che qui presentiamo, il testo riproduce la relazione introduttiva da noi tenuta al convegno internazionale El pensamiento del Che y los retos de fin de siglo, organizzato a Cuba, dall’università di Matanzas, a giugno 1993) Tratto da: Ernesto Che Guevara: uomo, compagno, amico…a cura di Roberto Massari, ed. erre emme.

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Salvador            

Inviato il: 6 Apr 2006, 02:18 PM

Volevo riallacciarmi all’intervento di Alogon sulla democrazia fra l’altro mi pare di ricordare che rappresentazioni di società composte da automi, da uomini completamente svuotati e standardizzati, siano state fatte anche a livello cinematografico, proponendo il rischio dell’omologazione e della mancanza di individualità come l’incubo o il malefico germe nascosto all’interno della società moderna.

In questo ambito, l’enorme difficoltà è mettere insieme questa realtà con il processo storico che ha portato alle odierne democrazie. Forse quella americana ne è l’esempio più lampante e non a caso si cita Alexis de Tocqueville che rimane, come analisi e critica sociale, ad oggi insuperato. Quello che tutti i giorni leggiamo sui quotidiani e i testi confermano, è che la repubblica democratica sia la miglior forma di organizzazione politica e dello stato mai raggiunta nella storia dell’umanità. Libertà, partecipazione alla vita politica tramite il suffragio universale, giustizia uguale per tutti, rappresentano obiettivamente delle conquiste rispetto al dispotismo storicamente insito nelle altre forme di organizzazione statale. Per cui tutto volgerebbe al meglio, se non fosse che “la società democratica trasforma gli uomini in atomi reciprocamente estranei e indifferenti: gli individui sono uniti reciprocamente solo dalla provvisorietà di rapporti contrattuali”. Quindi effettivamente esiste il rischio che, insito nella struttura democratica, ci sia il baco dell’indifferenza.

Riprendendo gli interventi scorsi relativi alla nascita del capitalismo ed alla possibilità che esso sia il frutto del pensiero cristiano nella versione protestante, può essere interessante proporre lo sviluppo della forma democratica, ad esempio in America, come la costruzione socio-politica che a quella forma economica meglio si adattava. Cioè il problema può non essere la democrazia in sé, ma la forma che storicamente si è venuta costruendo e che è stata ritagliata come un vestito su misura per il nascente capitalismo. Quindi, nonostante effettivamente risulti un passo avanti rispetto alla forma monarchica allora prevalente, in realtà si è portata dietro tutti i “sottofondi” filosofici e religiosi di cui dicevamo.

In effetti, il capitalismo, per la sua stessa esistenza, si fonda sull’accettazione anche latente delle sue regole da parte di tutti gli individui che, più che esseri umani, sono dei consumatori. Questi accettano di essere anche diversi gli uni dagli altri, sempre in senso economico, ma hanno tutti l’intima speranza che il vento prima o poi volga a loro favore. La famosa “mano invisibile” di Smith. La parte dell’uomo che non si occupava di economia, è stata fin da subito identificata con l’anima, ed infatti in tutti questi passaggi, dalla speranza di una vita terrena migliore ad una ultraterrena, la forma del pensiero religioso cristiano ha adempiuto e adempie benissimo alle necessità.

Ma, sul lato consumo, deve crearsi un mercato all’interno del quale la maggior parte delle persone possa accedere senza impedimenti, perché la produzione industriale non solo non può mai decrescere, ma non può neppure stazionare. L’America infatti è nata come un grande mercato democratico ed è cresciuta senza ostacoli fino allo scontro della guerra civile che, come è ormai noto, non era pro o contro la schiavitù, ma fra industriali del nord e coltivatori del sud per questioni di protezionismo economico puro e crudo.

Nella frenetica ed anarchica corsa produttiva, che ha caratterizzato quasi tutta la storia statunitense, quale altro sistema politico statale avrebbe potuto assicurare l’assorbimento di una produzione sempre crescente, potendo al contempo spostare continuamente in avanti la linea dei bisogni, creando al contempo la necessità e la sua soddisfazione? Si capisce quanto, a tale organizzazione economica, non potessero essere funzionali le immutabili gerarchie sociali presenti nelle monarchie, come anche, in tempi recenti, la divisione in classi, che oggi infatti nelle società più industrializzate va sfumando fino a svanire.

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celia            

Inviato il: 6 Apr 2006, 11:27 PM

E’ difficile non farsi coinvolgere da questa discussione affascinante che si tiene ora sul forum, anche se il timore di dire cose poco utili, o “fuori tema”, è forte…

però stavolta vorrei cercare anche io di intervenire, ed aggiungere alcune parole a quanto è stato scritto finora. Non conosco molto la rivoluzione cinese, per la quale non sono mai riuscita a provare una grande simpatia, neppure ai tempi della rivoluzione culturale. Conosco invece un po’ di più la rivoluzione cubana, e su questa, e anche sul suo fallimento, mi piacerebbe riflettere un po’ più a fondo con l’aiuto dei partecipanti al forum.

Innanzitutto forse può essere significativo, per quanto riguarda la specificità della rivoluzione cubana, ricordare che il movimento ribelle guidato da Fidel Castro non era comunista. Alcuni partecipanti alla lotta erano comunisti, ma il movimento nel suo complesso no.

Dal 1935, anno del VII congresso della Terza Internazionale, Mosca dà ai partiti comunisti del mondo l’indicazione che l’obiettivo attuale era diventato non più la lotta per il rovesciamento della borghesia, ma quello di lottare contro il fascismo, anche attraverso alleanze con i governi borghesi non fascisti. Il partito comunista cubano (nato nel 1925 e caratterizzato da un forte operaismo e settarismo, e da una decisa “sottomissione” alle indicazioni di Mosca), obbedisce a queste indicazioni, abbandonando ogni forma di lotta o opposizione all’imperialismo ed al neocolonialismo e diventando pertanto assolutamente marginale da allora in poi nelle battaglie per l’indipendenza dell’isola dall’imperialismo americano.

Fu un movimento di derivazione più borghese quello che portò avanti la lotta. E, più che “marxista”, fu “martiano” (da José Martì, un intellettuale cubano della seconda metà dell’800, che intuì l’importanza culturale, sociale, politica, dell’unità dei paesi latinoamericani e – ben prima degli scritti di Lenin sull’imperialismo – intuì il pericolo che l’esercito degli Stati Uniti intervenisse a Cuba con la scusa di cacciare la Spagna e “liberare” l’isola, per poi istallarci un governo “amico”. Tentò di organizzare un’insurrezione contro la Spagna, sia per liberare il suo paese dal giogo coloniale sia per scongiurare un attacco degli USA contro la sua terra, ma fu ucciso in uno scontro con le truppe spagnole e l’insurrezione fallì).

E’ in questa corrente di pensiero che si situa Fidel Castro, che agli inizi degli anni ’50 era un dirigente dell’ala giovanile del “Partito Ortodosso”, un partito che si rivolgeva ai piccoli borghesi proletarizzati e che si rifaceva dichiaratamente al pensiero ed alle aspirazioni sociali di José Martì.

L’attacco alla caserma Moncada di Santiago di Cuba (26 luglio 1953) segnò però un punto di svolta e di radicalizzazione di Fidel e dei suoi compagni. Nella famosa autodifesa davanti al tribunale speciale di Santiago, conosciuta come “La storia mi assolverà”, Fidel chiarisce quali erano gli strati sociali ai quali ci si appellava per essere sostenuti nella lotta, che erano le classi più misere (delle quali denunciava le condizioni di fame e di miseria), ma anche i giovani professionisti senza avvenire, i piccoli commercianti, i maestri e professori mal pagati….

Esiliato in Messico, Fidel chiuse dopo poco tempo con il Partito Ortodosso, accusandolo di totale incapacità politica, e dette vita al Movimento 26 luglio. Alla fine del 1956 salpò dal Messico con un piccolo yacht stracarico di ribelli (tra i quali anche il Che, conosciuto in Messico, che aveva deciso di unirsi ai cubani). Lo yacht sbarcò vicino a Santiago de Cuba dove l’aviazione di Fulgenzio Batista falcidiò i guerriglieri che sbarcavano. I pochi superstiti si rifugiarono sulla Sierra Maestra e, nel giro di poco più di due anni, liberarono l’isola.

Solo il 4 febbraio 1962, dopo lo sbarco alla Baia dei Porci e dopo la “crisi dei missili” ed il blocco delle navi statunitensi attorno all’isola, nella Seconda Dichiarazione dell’Avana Fidel – pur continuando a rifarsi anche al pensiero di Martì – dichiarò che la rivoluzione cubana era socialista.

Le cose che mi hanno affascinato quando studiavo la storia di Cuba, sono soprattutto due, collegate tra loro, la teorizzazione dell’uomo nuovo ed il tentativo (dei primi anni) di costruire, all’interno dell’edificazione del socialismo, delle specie di “sacche di comunismo”, nel senso che veniva previsto, per alcune categorie di cittadini (con un livello superiore di coscienza o dove si pensava possibile costruire un livello superiore di coscienza, per esempio nei bambini di tutti i livelli di scuola, negli universitari, nei “centri di lavoro esemplari”) un trattamento economico particolare più vicino alla concezione comunista (a ciascuno secondo i propri bisogni) che a quella socialista (a ciascuno secondo il proprio lavoro).

Cito alcune frasi da un discorso di Fidel Castro del maggio 1966: “I reazionari non hanno fiducia nell’uomo, non hanno fiducia nell’essere umano; pensano che l’essere umano sia ancora qualcosa di simile ad una bestia, che si muove solo sotto la sferza; pensano che sia capace di fare cose nobili solo se è mosso da un interesse egoistico. Il rivoluzionario ha un concetto molto più elevato dell’uomo, e lo concepisce non come una bestia, bensì come un essere capace di stimoli superiori e di forme superiori di vita e di condotta. Il rivoluzionario crede nell’uomo, negli esseri umani. Chi non crede nell’essere umano non è rivoluzionario…”

E ancora, da un discorso dell’aprile ’67: “ ….l’importanza del lavoro che avete fatto è che avete lavorato nei due sensi: avete forgiato le vostre coscienze di rivoluzionari , di socialisti e comunisti e, mentre vi stavate educando per il comunismo, lavorando come comunisti, avete contribuito a creare la base materiale che, insieme con la coscienza e l’educazione, ci consentirà di vivere secondo norme veramente comuniste, vale a dire secondo norme veramente umane, in base alle quali ogni uomo o donna guarderà al prossimo come a un fratello…”

In pratica, si prevedeva una progressiva perdita di valore del denaro (servizi gratuiti, spettacoli gratuiti, scuole non solamente gratuite, ma dove gli alunni ricevevano tutto il necessario: libri, vestiti, pasti, ecc, …). L’idea era di sviluppare contemporaneamente la capacità produttiva dell’isola per uscire dal sottosviluppo e le coscienze delle persone, in modo da arrivare a dare “a ciascuno secondo i propri bisogni”

L’idea che, una volta superati i bisogni, l’uomo si sarebbe trasformato da sé, in modo praticamente automatico, – alla luce di quello che so oggi – sta sicuramente alla base (o è uno dei fattori importanti) del fallimento di un tentativo del quale, comunque, vorrei rivendicare una certa generosità. Stupida, forse, ingenua, sicuramente, ma a suo modo seduttrice.

Oggi, sicuramente, mi suonano veramente sgradevoli le frasi tipo “ogni uomo o donna guarderà al prossimo come a un fratello”, che mi sembrano dissonanti nella loro … come dire? non sessualità, nell’appiattimento del rapporto tra uomo e donna ad un rapporto tra compagni ed eguali (di diretta derivazione dalla rivoluzione francese). Ma questa è un’altra bella ricerca…

 

Alogon            

Inviato il: 7 Apr 2006, 09:37 AM

Ringrazio Celia per il suo intervento quanto mai opportuno e documentato. Per quello che ne so io a favorire una svolta in senso comunista fu anche la presenza accanto a Fidel di Che Guevara che aveva già all’inizio della guerriglia a Cuba una formazione marxista.

Vorrei ricordare, a proposito dei rapporti fra Fidel ed il Che un’intervista rilasciata a Gianni Minà nel 1987

<<Gianni Minà. Comandante, lei è un testimone del nostro tempo come ne esistono pochi e l’intervista che abbiano realizzato fino a questo momento lo dimostra. Ora però vorrei entrare nei suoi ricordi più intimi, i ricordi legati ad alcuni compagni di lotta, in particolare Che Guevara e Camilo Cienfuegos. Il Che rappresenta, in Europa e nel mondo, un simbolo, un sentimento particolare.

Ora, quando lei pensa al suo amico il Che, qual è la prima cosa che le viene in mente?

Fidel Castro. Voglio dirti una cosa: ho fatto fatica ad accettare l’idea della morte del Che. Molte volte l’ho sognato e ho raccontato i miei sogni a chi mi stava vicino…bene ho sognato che stavo parlando con lui, che era vivo; qualcosa di molto speciale. E’ difficle ancora adesso accettare l’idea della sua morte. A cosa è dovuto? Secondo me, al fatto che egli è ancora presente in noi.

Morì lontano, a molte miglia di distanza dal nostro paese ma, ripeto, all’idea della morte del Che è stato difficile adattarsi. E’ successo il contrario di ciò che è accaduto con altri amici. Molte volte abbiamo perso dei compagni di lotta e li abbiamoo visti morire, ma non ci sono presenti come lo è il Che. Penso che l’impressione della presenza permanente del Che sia dovuta a ciò che egli simboleggiava, al suo carattere, alla sua condotta, ai suoi principi. Aveva qualità davvero eccezionali. Io lo conoscevo bene, molto bene. Lo avevo incontrato in Messico e restammo insieme fino al momento in cui se ne andò dal paese l’ultima volta.

Penso realmente con dolore che con la morte del Che si sia persa una grande intelligenza, un uomo che aveva ancora molto da dare alla teoria e alla pratica della costruzine del socialismo.>>

Fidel , questo è interessante, racconta un sogno e se lo interpreta. Potrebbe darsi però che la sua interpretazione secondo la quale il sogno diceva che Guevara era rimasto vivo e presente come immagine, non sia corretta. Potrebbe darsi che il sogno significhi che Fidel non si sia mai separato da un suo alter ego, da ciò che il Che rappresentava per lui e la rivoluzione.

A proposito della morte del Che afferma Castro sempre nell’intervista a Minà

<<Ciò che accadde, stando non solo al Diario, ma anche ai resoconti dell’esercito boliviano, è impressionante: le prodezze, il numero dei combattimenti ingaggiati, le gesta di quegli uomini rappresentano una vera epopea.

Cosa può avere influito nel far commettere in seguito errori che si sarebbero potuti evitare? Io ho un’opinione: il Che rimase molto scosso quando si convinse della disfatta dell’altro troncone.

A noi la notizia arrivò attraverso il telegrafo. In base all’esperienza, mi convinsi immediatamente che era esatta, che la morte di Tamara, di Joaquin e di tutto il gruppo era vera; ma lui era restìo a crederlo e questo è evidente nel Diario. Per mesi pensò che si trattasse di una menzogna dell’esercito, che aveva l’abitudine di emettere bollettini falsi. Noi invece leggemmo i telegrammi e ci persuademmo subito che era vero.

Quando finalmente si convinse (perché quasi tutti i suoi sforzi e i suoi giri erano stati indirizzati alla ricerca dell’altro gruppo), quando si persuase che non c’era più il gruppo e che non li avrebbe più incontrati, allora si mise in marcia per cercare una base socialmente favorevole. Tra le sue file c’erano già dei bravi compagni boliviani che si erano distinti. Era una mossa giusta e offriva possibilità di sopravvivenza.

Ma quanto influì sul suo stato d’animo la morte di quei compagni? Credo che il Che abbia agito in ultimo con una certa temerarietà. Camminavano lungo un sentiero quando – lo ha scritto lui stesso nel Diario – arrivato su una collina disse: “Siamo stati precedeuti da “Radio Bemba”, cioè da “Radio labbra”, da una spiata. Insomma si era accorto che lo aspettavano al varco. Il Che continuò l’avanzata, e arrivò con j suoi uomini, di giorno, in un villaggio vuoto. Ora, vedere un villaggio già vuoto è un segnale preciso che qualcosa non va. La popolazione ha percepito che sta per esserci un combattimento. Qualunque esercito, a quel punto, non doveva far altro che aspettare, che tendere un agguato. In pieno giorno l’avanguardia del Che continuò ad avanzare su colline spoglie, come se l’esercito non esistesse, e cadde nell’imboscata. Molti rimasero uccisi e fu un colpo durissimo.

Nel gruppo, oltre tutto, c’erano dei malati, e anche il loro medico lo era: il Che li portava con sé, anche se questo rallentava la marcia. A volte noi, in situazioni simili, cercavamo un luogo dove lasciare i feriti, presso qualcuno che li accudisse, e poi continuavamo la marcia. Sicuramente anche lui cercava una soluzione di questo genere. A quel punto , però, aveva perso i contatti con l’avanguardia, era stato localizzato e si trovava in una valle. Era stato ucciso anche uno dei fratelli Peredo, che si stavano distinguendo come comandanti; si trovò insomma, in una situazione e su un terreno difficilissimo. E lui, che per mesi era riuscito a eludere l’esercito, lui, che aveva dato vita a un’epopea, si ritrovò in una situazione disperata: lo localizzarono, lo attaccarono, loferirono e, quando il fucile fu inservibile, riuscirono a catturarlo, a farlo prigioniero; poi lo portarono in una località vicina. Io penso che ancora nel momento in cui marciava lungo quel sentiero, con venti uomini e alcuni comandanti boliviani all’altezza del compito, se fosse arrivato lì dove aveva pensato di andare, avrebbe avuto non solo la possibilità di sopravvivere, ma anche di ridare sviluppo al movimento guerrigliero. Fino a quel momento, stando alla nostra esperienza e a quella del Che, aveva ancora qualche possibilità di farcela. Il momento in cui perse davvero ogni possiblità fu quando l’avanguardia, avanzando in pieno giorno, lungo un ampio sentiero di montagna, cadde nell’imboscata. Qualcosa deve avere influito sul Che: il suo disprezzo per la morte per esempio.

A volte egli andava davvero incontro alla morte, soprattutto in certi momenti. In quelle circostanze avrebbe dovuto muoversi con più prudenza, evitare certe strade, cercare altre soste, avanzare di notte. Un’imboscata di notte non avrebbe procurato un gran danno; si spara al buio o si può identificare il nemico per una luce o altro. Io credo che certi aspetti del carattere del Che in quel momento influirono sugli avvenimenti. Io lo conoscevo molto bene e il suo Diario l’ho letto con attenzione più di una volta.>>

Quindi Che Guevara era ammalato: soffriva di gravissimi attacchi di asma per i quali non aveva i medicinali adatti.

dice a questo proposito Fidel

<<il Che non aveva con sé le medicine sufficienti per l’asma. Era successa la stessa cosa ai tempi della spedizione a Cuba con il Granma: anche allora aveva dimenticato di portarle. Sulla Sierra Maestra siamo stati costretti a fare uno sforzo eccezionale per procurarci a qualunque prezzo le medicine. Terribili attacchi di asma spesso lo paralizzavano. Quella medicina era indispensabile, eppure in tutto quel periodo in Bolivia, ne rimase senza.>>

Inoltre ebbe un crollo psicologico quando scoprì che la seconda colonna era stata annientata.

A quel punto , quasi volontariamente andò incontro alla morte.

Castro sostiene che il comandante Che aveva dato vita ad un’epopea straordinaria nella sua lotta coll’esercito boliviano. Di questa epopea era stato il protagonista. Un’eroe insieme omerico, tragico, romantico. Forse anche cristiano.

Un pò Ettore , un pò S.Sebastiano, in pò Byron.

La figura del Che è entrata nel mito ed è rimasta nell’immaginario collettivo. Perchè?

Perchè la morte del Che ha confermato che egli era tutto fuorchè un “uomo nuovo”.

La sua vicenda umana è quella, conosciuta da millenni, dell’eroe che non può evitare nonostante i nobili ideali,la condotta ineccepibile, la sconfitta ed il fallimento.

Invece Castro affermò venti anni dopo la morte di Guevara

<<E’ che realmente non si può avere un simbolo superiore, un’immagine migliore, né un’idea più precisa per indicare un modello di uomo rivoluzionario, di uomo comunista. Affermo ciò perché ne sono profondamente convinto, lo sono sempre stato e continuo ad esserlo oggi come lo ero quando parlai quel 18 ottobre e chiesi come dovessero essere i nostri combattenti, i rivoluzionari, i militanti, i nostri figli e dissi che avremmo voluto che fossero come il Che, perché egli è la personificazione, l’immagine di questo uomo nuovo, di questo essere umano, se vogliamo parlare della società comunista; se vogliamo proporci realmente di costruire il socialismo nella sua fase più avanzata; se l’umanità non vuole rinunciare al’idea bella e straordinaria di vivere un giorno nella società comunista>>

Quando Castro parla del rischio che la rivoluzione Cubana fallisca nel discorso del Novembre 2005, forse ci racconta che aveva sognato di nuovo che il Che era vivo?

copyright domenico fargnoli

 

Alogon            

Inviato il: 7 Apr 2006, 08:16 PM

Spinoza nella sua “Etica” dà una definizione di libertà – dice: “Diciamo libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura, e si determina ad agire da sé sola”.

L’uomo esiste in quanto è la sua “natura” che lo obbliga ad esistere,

a divenire, trasformandosi, ciò che è

e ad agire conformemente al proprio essere originale.

….la libertà è un pensiero dell’uomo….

indimostrabile, incatturabile, necessario…

…non solo una condizione materiale, un fenomeno osservabile, o una norma giuridica oggettiva…

..se l’uomo non avesse il pensiero della libertà non sarebbe uomo..

Ma forse la libertà non è “un” pensiero “un”’idea che si ha ma è “il pensiero e “l’idea” che noi siamo.

Ma questi ultimi quando hanno inizio?

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 9 Apr 2006, 10:54 AM

Comune di Siena

CIRCOSCRIZIONE n. 5

Martedì 11 aprile ore 12:00 Piazza G. Amendola

(area antistante il provveditorato)

inaugurazione dell’opera

“Nascita con colore”

di Franca Marini

La Circoscrizione n. 5

Inserisco qui, per ragioni tecniche, questa comunicazione giuntami da Franca Marini.

In seguito l’Amministratore la inserirà con le foto nella sede più idonea.

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 9 Apr 2006, 07:18 PM

su Left un articolo di Patrignani su Lombardi ripreso anche da Fagioli nella sua lezione di ieri a Chieti.

Su Lombardi ho trovato questo stralcio

<<La sua esperienza di uomo di punta del CLN Alta Italia e il suo rovello negli anni brevi e difficili che videro consumarsi le speranze e le attese di quel riformismo rivoluzionario che segnò, al medesimo tempo, la non fortunata esperienza del Partito di Azione e la fine del sogno e del progetto della resistenza, lo condussero ad approdare nel Partito socialista. E in questo Partito egli portò con sé il sogno indomito del grande progetto politico che aveva caratterizzato il Partito di Azione e che continuò per tutta la sua ancora lunga vita a segnare la sue esperienza politica.

Un progetto politico caratterizzato da una fortissima tensione riformista e portatore di un’idea così alta di riformismo da giustificare l’espressione, apparentemente contraddittoria, ma invece così significativa, di “riformismo rivoluzionario”. Un’espressione questa che, non a caso diventerà poi la “cifra” stessa della di tutta l’esperienza politica del Lombardi socialista.

Lombardi è stato infatti per tutta la sua lunga vita politica un riformista nel senso più alto del termine.>>

[Interrogando Riccardo Lombardi venti anni dopo

18-09-2004

di Arturo Parisi,

Convegno “Riccardo Lombardi – Le riforme, la sua politica”, organizzato sabato 18 settembre dallo SDI a Roma, Residence Ripetta]

Vorrei ricordare che quella del partito di Azione è stata una vicenda politicamente importante ma che ha esaurito rapidamente la sua spinta Leggo

<<Dopo la caduta del governo presieduto proprio dall’esponente azionista, Ferruccio Parri, il Partito d’Azione, diviso tra una corrente democratico-riformista, capeggiata da Ugo La Malfa, e una corrente socialista-rivoluzionaria, capeggiata da Emilio Lussu, mostrò scarsa omogeneità al suo interno. La grave sconfitta subita alle elezioni per la Costituente del 1946 (prese solo l’1,46 per cento dei voti) fu all’origine della crisi del partito, rappresentato da intellettuali di primo piano ma privo di una base di massa. Protagonista nella guerra di liberazione, esso va infatti in frantumi a un anno dalla insurrezione, dopo aver dato all’Italia liberata il primo presidente del consiglio. La sparuta pattuglia dei suoi eletti alla Costituente riuscirà ancora, tuttavia, a dare un contributo di straordinaria importanza alla elaborazione della carta costituzionale e valga per tutti il nome di Piero Calamandrei, che della costituzione fu tra i maggiori artefici nell’aula di Montecitorio, il più strenuo difensore dei suoi dettami nella battaglia politica e parlamentare, il più appassionato divulgatore dei suoi principi nel paese.

Il partito d’azione perse rapidamente la sua influenza nella vita politica italiana e i suoi esponenti confluirono in altri partiti: Lombardi e Lussu nel Partito socialista italiano (PSI), La Malfa nell Partito repubblicano (PRI). Nel 1955 alcuni esponenti azionisti (Valiani, Zevi, Rossi, Calogero e altri) cercarono di far rinascere il partito, con un nuovo nome: partito radicale. Ma il tentativo fallì.>>

Inoltre un articolo di Bocca

La grande caccia all’Azionismo

di GIORGIO BOCCA

L’ANTICOMUNISMO senza comunisti è superato in livore e ossessione solo dall’antiazionismo senza azionisti, ultimo un intervento di Giuliano Ferrara su “l’Unità”, una sorta di esorcismo contro il demonio che continua ad aggirarsi per l’ Italia. Sono passati cinquantaquattro anni dalla caduta del governo Parri che segnò la fine della brevissima avventura politica del Partito d’Azione, ma l’azionismo resta un partito centrale della politica italiana: un partito virtuale, in gran parte immaginario, l’opposto di tutti i vizi e le debolezze secolari della nazione, di una virtuosità giacobina, estranea alla cultura clericale del paese, di fronte a cui anche i suoi vecchi militanti si sentono impari: ma davvero eravamo un partito di vipere come diceva Giannini il fondatore dell’ Uomo qualunque del professor Codignola? Un partito di incorreggibili sovversivi come dicevano di Riccardo Lombardi e di Emilio Lussu i liberali? O più semplicemente gli eredi delle minoranze laiche, illuministe, repubblicane, riformiste fatte regolarmente a pezzi dalle restaurazioni borboniche o papaline, una minoranza scomoda in un paese diviso fra guelfi e ghibellini?

L’avventura politica del Partito d’ Azione fu breve, resa possibile forse solo dall’anomalia della Resistenza, un periodo corto e così eccezionale da permettere la guida delle élite sulle masse, dell’utopia sulla realpolitik, della progettazione riformista sulla conservazione del vecchio stato. La grande maggioranza dei partigiani di Giustizia e Libertà sapeva poco o niente dei fratelli Rosselli e di Gobetti, delle due anime del partito, diviso fra il moderatismo di La Malfa e il giacobinismo di Lussu ma gli andava bene la voglia di modernizzare il paese, di toglierlo dalle dipendenze clericali, cattoliche o comuniste che fossero; gli andava molto bene e questo era il cemento che li univa, la affermazione di una politica etica, sottratta ai peggiori commerci elettorali, a una accettazione acritica della democrazia; per una democrazia forte capace di difendersi, di cui Leo Valiani era il più deciso sostenitore. Che si trattasse di una avventura breve lo si era già capito nella primavera del ‘45 quando gli italiani tornarono a fare la fila per iscriversi ai vecchi partiti socialista o cattolico, dandogli milioni di voti alle prime elezioni e trascurando questo partito nuovo dal nome strano “di azione”, infelice nome che poteva ricordare l’attivismo, l’interventismo fascisti. La diaspora degli azionisti fu rapida dopo il congressso del febbraio ‘46 che ne segnò il dissolvimento: alcuni tentarono di sopravvivere in nuove formazioni politiche effimere, altri passarono nel Partito socialista o repubblicano ma restandovi sempre in certo modo come corpi estranei. Il loro merito, la ragione per cui l’azionismo senza azionisti è ancora così odiato e temuto è che rimasero nella memoria e spesso nella fantasia come i portatori di una eresia, di ciò che il paese rassegnato a volte sembrava desiderare ma che poi, come spaventato, rifiutava: la politica non disgiunta dalla etica, la indipendenza da ogni potere clericale, la cura della società. Che resta dell’azionismo? Quanto basta per essere odiato.

Resta lo stupore, la incredulità di fronte a certi spettacoli della restaurazione: tutti quei ministri e notabili della repubblica “nata dalla Resistenza”, ma neppure il suo presidente se ne ricorda, che vanno in piazza San Pietro ad ascoltare genuflessi gli ultimatum di un pontefice che fa il suo mestiere di integralista; e questa politica che per il terrore che ha dell’etica, predica ogni giorno a destra come a sinistra l’assoluzione generale, Tristano Codignola era una vipera per il qualunquista Giannini, Lombardi e Foa dei giacobini, l’intero partito una minoranza che tentava una fuga in avanti. Però meglio sconfitti che vincitori se i vincitori hanno prodotto i personaggi contemporanei che non hanno ritegno a dare di sé pubblico e disgustoso spettacolo: ex ministri che pagavano con le tangenti in un anno un conto in albergo di mezzo miliardo, che facevano sparire i miliardi dei “conti protezione” e ora chiedono che gli si restituisca la dignità e l’onore. Ma dignità e onore ognuno se li guadagna da sé, non li aspetta da una amnistia.

C’È evidentemente in questo paese un azionismo che dura, che spaventa, che è ancora di stimolo, di esempio a cinquantaquattro anni dalla sua morte, che forse resisterà anche al neo liberismo e alla globalità, qualcosa come fu il costume repubblicano nella Roma imperiale, lo spirito conciliare nella Chiesa di Andreotti e di Marcinkus. Allargare la definizione di azionista a tutto ciò che di pulito e di coraggioso sopravvive nella repubblica è una retorica, a cui gli azionisti si sarebbero opposti per primi. Ma anche se l’azionismo fosse solo un mito, una bella leggenda da cavalieri della tavola rotonda, se fosse solo una aspirazione, una affinità elettiva conserviamolo ringraziando i suoi molti nemici che con il loro odio sempiterno lo onorano, e lo perpetuano.

(La Repubblica, 18 novembre 1999)

Anche quest’altro contributo mi sembra interessante

<<Stato sociale e libertà. Che cosa resta di un’utopia

di DINO MESSINA

Per Palmiro Togliatti, che non andava per il sottile, i fratelli Carlo e Nello Rosselli erano semplicemente piccolo borghesi funzionali al fascismo. Tanto funzionali da morire assassinati per mano dei sicari della Cagoule, il gruppo di fanatici antisemiti in collegamento con i servizi segreti italiani. Un lavoro sporco, sembra, che il Sim (Servizio informazioni militari) commissionò in cambio di una fornitura di armi. Una fine tragica che secondo alcuni critici ha pesato nella sopravvalutazione della loro opera.

A sessant’anni dalla morte quale posto devono avere i fratelli Rosselli nel storia del pensiero politico del Novecento? L’idea di Carlo di un «Socialismo liberale» è completamente superata con la crisi, riconosciuta anche a sinistra, dello stato sociale, o conserva una certa modernità? Lo chiediamo a Zeffiro Ciuffoletti, storico del pensiero politico e curatore per la Mondadori di una nuova edizione del carteggio che i fratelli, Carlo, Nello e Aldo, morto nel 1916 durante la Grande Guerra, tennero con la madre Amelia. Il carteggio, che si intitola I Rosselli e ha una introduzione di Leo Valiani, contiene una trentina di lettere inedite. Molto toccanti, in particolare, quelle che la madre scriveva ad Aldo senza sapere che fosse morto.

«Bisogna distinguere – dice Zeffiro Ciuffoletti – fra l’opera di Nello, che ci ha lasciato contributi anticipatori per la storiografia risorgimentale, penso in particolare al suo Mazzini e Bakunin e quella di Carlo, l’autore del Socialismo liberale, opera scritta nel ‘29 al confino di Lipari e poi pubblicata per la prima volta in Francia».

Secondo Ciuffoletti, a dispetto degli attacchi di Togliatti, l’intuizione di Carlo Rosselli di non lasciare l’idea di patria e il mito del Risorgimento nelle mani della propaganda fascista non è, visti i tempi, un’intuizione di poco conto. Così come furono assolutamente moderne alcune iniziative di propaganda politica, per esempio quella di finanziare il lancio su Milano di manifestini antifascisti da un aereo. Ma è naturalmente la ricerca di una terza via democratica tra capitalismo e comunismo l’aspetto centrale dell’opera di Carlo Rosselli: «Carlo era un idealista ma al tempo stesso uno studioso pragmatico, un economista che tra i primi si era avvicinato alle teorie di Keynes e che era andato ad aggiornarsi alla London School e alla Fabian Society assieme a Gaetano Salvemini e a Enrico Sereni. La sua ricerca di una terza via, lontana dalla programmazione rigida del comunismo e allo stesso tempo dal corporativismo fascista, non era affatto astratta, ma si nutriva dei più moderni contributi europei. E la stessa critica di Croce, di inconciliabilità tra liberalismo e socialismo, è contraddetta dalla storia: il liberalismo non è né soltanto etica né soltanto economia».

«Certo – aggiunge Ciuffoletti -, dal punto di vista dei programmi si è chiuso un capitolo, la storia del vecchio stato sociale è conclusa. Lo dimostra in queste settimane la stessa sinistra vincente in Europa, da Tony Blair a Jospin. E anche il “socialismo liberale” così come lo concepiva Rosselli è superato. Resta viva la lezione del metodo». A questo proposito, secondo lo storico, sarebbe interessante fare una seria ricerca filologica sui testi. Così come è avvenuto per le opere di Gramsci, studiare le diverse stesure di un’opera così importante per il pensiero politico del Novecento.

(“Corriere della Sera” – 6 giugno 1997)

La rivoluzione “democratica” del partito di Azione non mi sembra che sia finita molto bene. Parri fu l’interprete più fedele, più intransigente, più conseguente della direttiva principale e centrale di Rosselli: la liberazione dal fascismo doveva essere opera del popolo italiano, doveva coinvolgere le classi popolari, doveva portare a compimento quel processo di rigenerazione nazionale rimasto incompiuto dal Risorgimento sabaudo-garibaldino.Il disegno della rigenerazione nazionale di una rivoluzione democratica si scontra col fronte della conservazione, con la destra monarchica, clericale, neo-fascista, massicciamente presente nel paese. Non avrà dalla sua parte le forze della sinistra, diretta da un partito comunista inserito in una strategia che ha a Mosca il suo centro.

Mi chiedo a proposito dell’ossimoro “riformismo-rivoluzionario”:

sotto questi due termini accoppiati insieme, sembra da Lombardi, c’è veramente un’idea nuova?

E se c’è qual’è?

copyright domenico fargnoli

 

Inviato il: 10 Apr 2006, 08:32 AM

Libertà ed uguaglianza…

vorrei arrivare a capire meglio queste due parole che rimandano a concetti che pare siano totalmente antitetici tra loro…

Ai miei tempi di militanza comunista mi era stato detto che il liberalismo aveva inteso la parola libertà come “libertà di” (parola, commercio, associazione, ecc.), e che invece il senso più profondo di tale parola era da ricercare nel concetto di “libertà da” (riprendo la citazione di Alogon da “La Questione Ebraica” di Marx: «L’uomo non venne perciò liberato dalla religione, egli ricevette la libertà religiosa. Egli non venne liberato dalla proprietà. Ricevette la libertà della proprietà. Egli non venne liberato dall’egoismo dell’industria, ricevette la libertà dell’industria»).

Mi si disse che il comunismo voleva costruire un mondo più giusto, e pertanto che l’accento doveva essere posto sul concetto di uguaglianza. Il collettivo doveva prevalere sul singolo.

Implicito il corollario a questo ragionamento: perché l’uomo è egoista, e non può essere lasciato libero di agire senza controllo.

La libertà, la sinistra…a questo punto ho le idee un po’ confuse, vorrei cercare di capire meglio.

Perché nel periodo immediatamente successivo alle rivoluzioni c’è sempre un momento di effervescenza culturale, di sperimentazione artistica?

E perché poi si spenge?

Penso che non sia scorretto affermare che il concetto di arte è collegato alla parola libertà. Libertà dell’artista, del singolo.

Penso in particolare al periodo post rivoluzionario in Unione Sovietica: nel 1923 Majakovskij fondò la rivista «LEF» ,(sic!), ovverosia il Fronte di sinistra delle arti: Levyj Front Iskusstv, che fece conoscere le nuove esperienze nel campo della letteratura, delle arti, del cinema, del teatro.

Nella redazione entrarono letterati e artisti di ogni tendenza nell’ambito delle avanguardie post-rivoluzionarie, e soprattutto futuristi e costruttivisti (tra i collaboratori, per fare solo alcuni nomi, figurarono Pasternak, Ejzenstein, A.M. Rodcenko).

Nel 1927 nasce “Nuovo LEF.

Nella redazione si fece strada la teoria della “letteratura del fatto” o “fattografia”, che si opponeva alla letteratura “inventata”. In questo dibattito Majakovskij si trovò in disaccordo e uscì dalla rivista, che chiuse pochi numeri dopo.

Nel 1930 Majakovskij si tolse la vita sparandosi al cuore.

Mi rendo conto dei limiti della ricerca di Majakovskij (per fare un esempio, il suo tentativo di costruire un’arte funzionale senza “psicologismi estetizzanti”, o il suo essere religioso, ecc.), ma comunque un tentativo di ricerca c’è stato…

E’ stato possibile solo perché l’apparato dirigente del nuovo governo sovietico non era ancora in grado di controllare burocraticamente ed appiattire la ricerca artistica? Può essere, ma da sola questa spiegazione non mi basta, mi sembra un po’ riduttiva di un problema assai più complesso…

Alogon            

Inviato il: 12 Apr 2006, 09:16 PM

QUOTE (celia [omonimia di utente reg.)

,10 Apr 2006, 08:32 AM]

Perché nel periodo immediatamente successivo alle rivoluzioni c’è sempre un momento di effervescenza culturale, di sperimentazione artistica?

E perché poi si spenge?

….arte e rivoluzione….

o meglio l’arte è rivoluzione?

E’ una rottura totale con il passato?

Forse l’arte consente una separazione “creativa” da quanto era in precedenza nella mentalità e nella cultura , senza violenza….

copyright domenico fargnoli

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 13 Apr 2006, 08:29 AM

Piazza Amendola,ex Piazza d’armi, il Provveditorato agli Studi….quindi lo spazio in cui è posta un’opera d’arte ,il tempo della sua collocazione,la cultura che sta dietro la sua realizzazione,sono un momento importante!.”Nascita con colore “.

Alogon            

Inviato il: 13 Apr 2006, 09:06 AM

Arte come rifiuto della violenza.

Discorso complesso. Non so se addentrarmici…alcuni danno segnali di insofferenza nei confronti di queso forum…torniamo ai discorsi psichiatrici, dicono.

Perchè fino ad ora di cosa abbiamo parlato?

Dobbiamo finirla qui questa discussione?

Ai partecipanti la decisione….

copyright domenico fargnoli

fiore [omonimia di utente reg.]            

Inviato il: 13 Apr 2006, 12:09 PM

Se gli stimoli continuano ad esserci perchè finire una discussione che altrimenti si sarebbe esaurita da sè?

Phoenix            

Inviato il: 13 Apr 2006, 12:24 PM

Credo che la valenza del forum tutto ed in particolare della discussione che attualmente viene vista centinaia di volte al giorno sia oggettiva.

Tra l’altro, questa discussione non mi sembrerebbe scritta in cinese, mi pare invece che sia chiara e scorra in maniera estremamente fluida. Aggiungo che i contenuti in essa presenti non sono obiettivamente soltanto citazioni storiche, tutt’altro, le rielaborazioni su esse svolte credo si possa dire che siano di elevato interesse e soprattutto non si svincolano mai da un denominatore comune che è la ricerca sulla realtà umana e le risposte che si tentano di dare al corso di alcuni eventi storici (tra l’altro di portata epocale) si basano, mi viene da dire ovviamente e inevitabilmente, appunto su tale forma di ricerca.

Forse è verò, il forum si è trasformato, ma appunto trasformato in qualcosa di nuovo e diverso, senz’altro meglio. Il forum aveva il presupposto scritto di occuparsi solo del rapporto tra psichiatria ed arte, invece si è evoluto e ampliato.

Alogon            

Inviato il: 13 Apr 2006, 12:49 PM

…La vera arte, cioè quella che non si accontenta di variazioni su modelli prestabiliti, ma si sforza di esprimere le esigenze più profonde dell’uomo e dell’umanità, non può non essere rivoluzionaria, cioè non aspirare a una ricostruzione completa e radicale della società…l’opposizione artistica è oggi una delle forze che possono utilmente contribuire alla rovina dei regimi in cui si annulla la dignità umana. …

copyright domenico fargnoli

 

Guest            

Inviato il: 13 Apr 2006, 01:54 PM

QUOTE (Alogon @ 13 Apr 2006, 09:06 AM)

Arte come rifiuto della violenza.

Discorso complesso. Non so se addentrarmici…alcuni danno segnali di insofferenza nei confronti di queso forum…torniamo ai discorsi psichiatrici, dicono.

Perchè fino ad ora di cosa abbiamo parlato?

Dobbiamo finirla qui questa discussione?

Ai partecipanti la decisione….

Personalmente credo che gli argomenti trattati siano di grande importanza e che vengano qui elaborati in maniera tutt’altro che superficiale e forse, addirittura, in un modo tutto nuovo, mi sembra che la partecipazione eterogenea e massiva a questa discussione lo dimostri.

Guest            

Inviato il: 13 Apr 2006, 02:01 PM

Mi trovo per la prima volta a scrivere su questo forum…mi viene da chiedermi perché proprio adesso?

Voglio semplicemente aggiungere la mia voce agli interventi di fiore e Phoenix, con i quali sono perfettamente d’accordo; del resto mi pare che le altre discussioni abbiano avuto una loro conclusione “naturale” più che per assenza di stimoli direi per avere raggiunto una elaborazione compiuta.

Trovo dunque che interrompere adesso la discussione sui diritti umani sarebbe una forzatura grave…c’è piuttosto da chiedersi perché questa richiesta. E’ così insostenibile l’immagine della realizzazione collettiva che sta dietro quest’ultimo tema di elaborazione ed in definitiva all’intero forum?

Personalmente ho trovato molte volte difficile seguire il filo della ricostruzione storica, ma ciò non mi ha tolto il piacere e l’interesse di leggere le elaborazioni che altri erano in grado di fare e trarre spunti di riflessione per la mia personale ricerca….alcuni interventi “stonati” non possono fermare il movimento non cosciente che ha portato il forum a trasformarsi in ciò che oggi leggiamo.

Per quanto riguarda il rapporto tra arte e rivoluzione sicuramente è un argomento complesso e non credo di avere basi sufficienti per svilupparlo appieno…mi viene però da pensare che il nesso forte tra le due stia nella parola trasformazione…. Qualcuno può aiutarmi a capire?

Emma            

Inviato il: 13 Apr 2006, 03:57 PM

Quando la società si trasforma, si trasforma anche l’arte che la rappresenta. Così fu l’arte romantica, d’ispirazione, del genio e sregolatezza fiorita nell’ottocento, nata quasi a rispondere a quel momento di forte razionalismo che era stato il secolo dei lumi, e poi, ancora, in risposta a questo momento di libertà del linguaggio artistico, il ritorno dei canoni, del neoclassicismo e in filosofia dei pensieri ‘forti’, basati su un estremo rigore logico, come quello hegeliano.

Ma sono movimenti, che seguono un percorso lento, una crescita da-a.

Quando questi ‘rivolgimenti’ sono improvvisi, ‘violenti’, come può accadere in una rivoluzione politica, muoiono, o sono destinati al parossismo, come è accaduto alle bellicose dichiarazioni d’intenti del futurismo dell’italietta fascista e pre-fascista.

D’altronde è vero anche che sono sempre esistiti artisti, che hanno visto oltre, creando linguaggi nuovi, e che sono stati scoperti solo nel tempo, probabilmete nel momento in cui il loro messaggio era diventato comprensibile, e divulgabile ai più.

E’ come se politica e umanità non si fossero mosse mai ad un unico tempo.

E quando anche, come è accaduto in Russia durante la rivoluzione e in misura minore anche in Italia alla fine della seconda guerra mondiale, alcuni artisti si sono volontariamente assoggettati ad un’arte ‘politica’, ad uso e consumo delle idee di ugualianza e libertà, i risultati non sono stat