La trasformazione, il passato non ritorna

alogon (omonimia)            

Inviato il: 24 Jun 2004, 09:16 AM

Tutti i discorsi che abbiamo fatto sui bei tempi andati non possono farci ignorare che la situazione attuale di Siena è profondamente cambiata . Il mio lavoro terapeutico, soprattutto di gruppo e quello di alcuni colleghi è in continua trasformazione grazie alla nostra partecipazione alla cura, formazione e ricerca dell’Analisi collettiva che guarda caso sembra sia nata proprio in questa città che ha ospitato anche per 6 anni la sede della rivista “Il sogno della farfalla” nata come ho letto in un numero della stessa, da un’idea di uno psichiatra senese..

Nella situazione attuale si è creato localmente un gruppo di giovani psichiatri, molto brillanti nonostante l’ostracismo di una parte del mondo accademico e l’avversione quasi paranoica di alcuni cattedratici dopo un’apparente iniziale apertura..

La tesi di specializzazione di Elena Pappagallo nel novembre 2003 è stata la punta emergente di questa realtà assolutamente diversa da quella passata che sta maturando in questo periodo

La dissertazione tenutasi nell’aula magna del Policlinico “Le scotte” riempita per l’occasione dalla avvenente collega che poi ha partecipato ad altre cinque “Aule Magne” anche se molto diverse, alla Sapienza di Roma dal dicembre 2003 al giugno l 2004, non è rimasta lettera morta, non è caduta nel vuoto.

Le istituzioni cittadine hanno fatto un atto di riconoscimento importante nella figura del sindaco di Siena che ha invitato l’Associazione senza ragione che ha nel suo statuto il riferimento esplicito alla teoria ed alla prassi di Massimo Fagioli, a tenere una mostra nei magazzini del sale del Palazzo Comunale dal titolo “Psichiatria ed arte”. La mostra si aprirà con un dibattito nella sala delle Lupe dove potremmo proporre non solo il metodo psichiatrico che caratterizza la nostra prassi ma anche la ricostruzione storica di un lungo percorso.

Ciò è avvenuto a Siena ritenuta da esperti del settore uno dei centri espositivi più importanti a livello europeo

Contemporaneamente a Firenze la provincia dopo aver attentamente valutato i nostri progetti e contenuti, ci accordava il suo patrocinio oltre a garantirci spazi espostivi in via Cavour e di dibattito nella sala Est-Ovest recentemente restaurata.

Come si vede nella “riuscita” di queste iniziative, a partire dalla mostra nella prestigiosa sede di Villa Strozzi nell’ottobre 2003, non interviene un fattore campanilistico.

Si deduce però che esiste un gruppo di artisti architetti psichiatri, esperti della comunicazione, di diritto amministrativo per il dialogo col mondo istituzionale, giornalisti che nel suo insieme è capace di una straordinaria penetrazione nel mondo culturale perché fa suoi strumenti teorici nuovi applicando a contesti inediti una complessa formazione psichiatrica e artistica.

L’impressione è che questa “ riuscita” venga in parte ignorata e volutamente taciuta.

Ma chi sono allora le quasi 8000 persone che in 280 giorni hanno visitato il nostro sito?

Il sito costruito con grande dedizione e capacità professionale è stato un successo che ci ha garantito un’interazione con un gruppo di persone che rimane in gran parte sconosciuto.

Costoro sembrano gradire il linguaggio difficile della ricerca psichiatrica ed artistica perchè certo noi non facciamo concessioni sulla teoria né teniamo consultazioni on line come fa qualche collega delirante…

… comunque ribadiamo che siamo apertti alla collaborazione di tutti coloro che si riconoscono nella nostra impostazione…

Messaggio modificato da Alogon il 24 Jun 2004, 10:13 PM

Admin

Inviato il: 24 Jun 2004, 06:51 PM

QUOTE (alogon (omonimia) @ 24 Jun 2004, 10:16 AM)

Il sito costruito con grande dedizione e capacità professionale…

… si fa quel che si può…

The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

Alogon            

Inviato il: 26 Jun 2004, 08:20 AM

Accanto all’omonimo disegno andrebbero bene queste parole

Homo novus

La parola cerca il silenzio

Come una donna nuda …

….il silenzio oltre la dichiarazione d’amore

Essere

Senza paura di diventare muto

Per sentire la vita

Dove il suono non è neppure percepibile.

Si abbassa la testa

Per varcare la porta di corno

da cui emerge la verità dei sogni.

Abbandonarsi alla veglia senza coscienza.

Immagini indefinite.

Gesti eloquenti.

Colori che sono melodie.

Dopo non c’è più il poeta perchè mentre la dice c’è il rifiuto di ogni parola,

non c’è più il pittore che si è ripreso il sangue versato sulla tela da poco terminata

e non c’è neppure il medico quando il paziente è già guarito.

Allora ciascuno è libero di essere semplicemente se stesso.

Un uomo nuovo in un mondo diverso.

Messaggio modificato da Alogon il 26 Jun 2004, 08:50 AM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 30 Jun 2004, 12:53 PM

L’equilibrista

“Qualcuno” mi ha gettato una corda

che ha disegnato prima un’onda

poi il dorso arcuato d’un cavallo con cinque gambe.

Sono saltato sopra ed ho corso quanto non avevo fatto mai prima.

Non so come non sia caduto

in un quel galoppo senza sella

a tratti volteggiando come un equilibrista

quando mi sporgevo verso il sorriso verde di una donna.

Il mio pensiero era un acrobata che camminando sul filo lanciava in alto una bambina

che rideva contenta quando si sentiva , al culmine di un arco, senza peso.

Così per pochi attimi

non c’era la memoria certa del passato ed il mondo intero appariva diverso

..diverso come visto da occhi di bambina

come se quella corda

da cui l’avevo lanciata le avesse dato per un istante l’immobilità

di una scultura sospesa.

Idea senza coscienza,

bellezza indefinita

nascosta nei colori e nei contorni certi in movimento

nelle linee colorate di una figura.

Messaggio modificato da Alogon il 30 Jun 2004, 02:31 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 1 Jul 2004, 04:56 PM

“Homo novus”.

Che nesso c’è fra “l’uomo nuovo” e tutta la discussione sul 68 e dintorni?

Mi è venuto in mente che nel 68 era presente il tema della morte dell’uomo che derivava da una rielaborazione della filosofia di Nietzsche e di Heidegger. Con il crollo dell’illusione metafisica si era scoperta anche una rottura all’interno di quella che era stata considerato il “soggetto” per eccellenza. Il soggetto razionale. Non so chi ha detto che la ragione stessa potrebbe non essere altro che copia della follia. Quest’ultima si inscriverebbe nella logica stessa dello sviluppo della prima : fra ragione e follia non ci sarebbe differenza assoluta.

L’”uomo” crollava di fronte all’irrazionale, il pensiero cosciente scompariva, si frantumava perdendo di senso nell’impatto con il non cosciente, l’irrazionale.

L’Impensato.

Però senza inoltrarsi in discussioni filosofiche io sono d’accordo con chi ha affermato che l’uomo non era morto per il sempice fatto che in realtà non era mai nato.

Non era nato con la filosofia greca, con Cartesio, con Kant, con Hegel e con Marx.Della psicoanalisi non ne parliamo nemmeno….

copyright domenico fargnoli

 

Trumpet            

Inviato il: 2 Jul 2004, 10:54 AM

QUOTE (Alogon @ 1 Jul 2004, 05:56 PM)

Non so chi ha detto che la ragione stessa potrebbe non essere altro che  copia della follia. Quest’ultima si inscriverebbe  nella logica stessa dello  sviluppo della prima : fra ragione e follia non ci sarebbe differenza assoluta.

Forse è proprio così. È doveroso porsi il quesito se una razionalità scissa dalla realtà non cosciente possa interagire con l’umano. Posso avere un rapporto interumano con la stessa impostazione con cui scelgo un detersivo anziché un altro? Forse no.

Quindi, se l’Homo Novus rappresenta una nuova identità che si separa da un essere umano come ragione e si limita ad usare la ragione ai solo fini pratici, si potrebbe dire, visto che è stata lanciata un’ipotesi di ricerca, che questo Homo Novus era in contrasto con il movimento del ’68? e che quindi il ’68 emerse ed era sorretto da una ferrea e rigida struttura razionale? mi verrebbe da dire un po’ come accade nei regimi o anche nella chiesa o più in generale nella religione nel suo senso più esteso.

Quindi forse Homo Novus anche come uomo che ha avuto la capacità di opporsi e resistere sviluppando un pensiero coeso e appunto nuovo rispetto ad una realtà molto suadente per quei tempi in cui il ‘68 si poneva come unica alternativa valida, ma che in realtà, anche se a scoppio ritardato, celava ben altro.

È interessante anche ciò che dici sulle morte, sulla presenza di tale tema nel ’68. Forse questo tentativo di elaborazione era destinato a fallire in quel tempo proprio perché errato nei presupposti in quanto, appunto, vi era un’assenza di una nascita, e mi verrebbe da dire che il concetto di morte potrebbe addirittura terrorizzare se non si ha una dimensione interna di nascita che dissolve come neve al sole la falsa credenza che la morte è un mistero inconcepibile, inconoscibile e che può gestire solo la religione. Non è forse vero che sono le religioni che gestiscono di imperio il tema della morte? Ma come mai? come fanno? forse colmando con polvere di piombo lacune come questa? sarebbe giusto pensare che le religioni basano il loro controllo proprio sul vuoto dell’uomo e sulla sua dimensione di non nascita?

Ma, a questo punto, un pensiero si è insinuato nella mia mente: ma il concetto di nascita è sempre esistito in potenza nell’uomo oppure no? oppure non è mai esistito fin tanto che non è stato pensato, teorizzato e verbalizzato?

Alogon            

Inviato il: 2 Jul 2004, 12:49 PM

Tu poni il problema del rapporto fra “scoperta” ed “invenzione”.

La nascita è qualcosa che l’uomo ha sempre avuto e noi semplicemnte la scopriamo, ne consentiamo il “disvelamento” oppure è un’invenzione, un qualcosa che è stato creato “ex novo” in quanto prima in quella forma specifica non esisteva?

Propenderei per la seconda risposta dicendo che senza la verbalizzazione della fantasia di sparizione e la definizione del concetto di vitalità non sarebbe stata possibile “la nascita dell’uomo”.

Il creare termini, concetti che prima non erano stati formulati ma che non rimangono pura intenzione di significato, come avrebbe detto un fenomenologo, in quanto corrispondono ad una realtà universale umana ben precisa , è “un’invenzione” più che una scoperta.

E’ un’invenzione all’interno di quella più generale invenzione che è il linguaggio umano.

copyright domenico fargnoli

aerre            

Inviato il: 3 Jul 2004, 09:51 AM

…..la potenza delle parole….. Mi ritrovo a pensare e a sorprendermi della enorme differenza di significato che il pensiero acquista quando si traduce in parole, dipinti, testi teatrali o poesie…..

In fondo il contenuto del pensiero è lo stesso, non dovrebbero esserci differenze nella traduzione materiale su di un pezzo di carta o in un computer, invece qualcosa sembra cambiare, non tanto il concetto che si è voluto esprimere quanto il suo significato. Si arricchisce di qualcosa, c’è un valore aggiunto che credo di intuire ma non riesco ad esprimere.

Sembra trattarsi di maggior forza, definizione rispetto alle parole non scritte o alle immagini non impresse su una tela, c’è una potenzialità della quale forse lo stesso autore è il primo a sorprendersi, di come cioè sia riuscito a far vedere qualcosa al di là dei colori bellissimi e variegati di una tela o delle parole dolci di una poesia, e chissà perchè penso alle immmagini morbide e fluttuanti della mente di un bambino prima che abbia imparato a parlare…..

Aerre

acca            

Inviato il: 3 Jul 2004, 10:57 AM

Ho pensato che è talmente nuovo il concetto di nascita umana che alla fine gli stessi termini “scoperta” e “invenzione” potrebbero celare un errore di fondo che li pone come sinonimi.

Nell’ uso comune “scoperta” e “invenzione” significano due cose diverse per cui si dice che Colombo scoprì l’ America (che già esisteva) e che Marconi inventò la radio (che non esisteva). Eppure “invenio” verbo latino significa anch’ esso trovare, come se le cose si potessero solo scoprire.

“Ciò che io trovo sono nuove figure” era la terribile, annullante, castrante sentenza di Wittgenstein che a un tempo sanciva l’ eternità delle idee, ovviamente “innate” – e ora colgo la condanna a morte implicita nel termine stesso “innate” (cioè “senza nascita” ?). Il filosofo, il matematico, l’architetto (tutte identità con le quali Wittgenstein si propose), non possono fare altro che trovare cose che esistono già e per giunta cogliendole solo per quello che è il loro aspetto esteriore (“la figura”). Al massimo rimane la “ars combinatoria”, non per niente associata anche alle neuroscienze (ricordate “La macchina per pensare” al Forte di Belvedere di Firenze negli anni ‘80 ?), che permette con utilizzi “sapienti” dell’ esistente, esercizi di memoria, di stile e di retorica.

Con tutto questo volevo cercare di dire che la mia formazione è stata dominata completamente da cattivi maestri e da parole sbagliate che in se nascondono già l’ infinita tristezza di un mondo in cui il nuovo, la nascita non solo non esistevano ma non erano neanche possibili perchè mancavano anche le parole per esprimerli.

Quindi penserei che “inventare” va inteso in un senso completamente nuovo, che la lingua parlata in parte già coglie e trasmette, di “far diventare esistente”, rifiutando completamente l’ ambiguità del senso etimologico. Altrimenti potrebbe essere necessario usare un’ altra parola oppure l’ intera locuzione “far diventare esistente”.

Alogon            

Inviato il: 3 Jul 2004, 02:58 PM

la precisazione di acca ha un suo fondamento.

L’invenzione va a sua volta reinventata nel senso che il termine necessariamente, applicato alla ricerca psichica, viene ad assumere un significato diverso da quello che troviamo in un catologo di brevetti.

Però obietto: c’è qualcuno che “fa esistere” il bambino o il bambino esiste di per sè?

Il medico cura ed il paziente guarisce.

In altre parole…

…l’interpretazione dell’annullamento non rende esistente la nascita dell’altro ma costituisce uno stimolo vitale d’immagine, di contenuto che consente all’altro di attivare, autonomamente , la propria nascita, di recuperare una potenzialità perduta.

Come si vede i problemi terminologici sono molto complessi, come i problemi teorici che sottendono.

Attraverso quale processo un’interpretazione verbale produce una trasformazione?

Una nascita?

Messaggio modificato da Alogon il 3 Jul 2004, 03:01 PM

copyright domenico fargnoli

acca            

Inviato il: 4 Jul 2004, 11:04 AM

La mia precisazione si riferiva all’ insistenza con cui in architettura si parla quasi solo di “composizione architettonica”.

L’ idea sottesa a questa locuzione a me ha sempre fatto pensare a un caleidoscopio. Le forme si possono configurare in modi infiniti ma comunque all’ interno di uno schema prefissato. Allora non è mai una trasformazione ma semmai una variazione.

C’ è una figura, che appartiene a un’ immutabile ordine superiore, che viene ritrovata e che da vita al progetto.

Questa è un’ idea che a me appare triste.

Tuttavia là si parla di oggetti, di cose prive di vita.

Immagino che la creatività dello psichiatra sia diversa e che intervenendo sulla vita psichica si confronti con una realtà diversa.

Eppure ho l’ impressione che alla fine l’ attività dell’ artista, che si confronta con un materiale inerte, possa comunicare idee che siano piene di speranza nella trasformazione e che quindi possa trasmettere alla società un messaggio nuovo che rimane irraggiungibile se invece continua a nutrirsi di pregiudizi.

Alogon            

Inviato il: 4 Jul 2004, 11:13 AM

e’ chiaro che lo psichiatra aha che fare con soggetti vivi, gli esseri umani che possono diventare essi stesse”opere d’arte”.

Noi possiamo utilizzare vari mezzi espressivi per esprimere questo processo di trasformazione.

Ma insisto quest’ultimo come avviene?

copyright domenico fargnoli

Trumpet            

Inviato il: 4 Jul 2004, 11:30 AM

QUOTE (Alogon @ 4 Jul 2004, 12:13 PM)

e’ chiaro che lo psichiatra aha che fare con soggetti vivi, gli esseri umani che possono diventare essi stesse”opere d’arte”.

Noi possiamo utilizzare vari mezzi espressivi per esprimere questo processo di trasformazione.

Ma insisto quest’ultimo come avviene?

Essere parte di un processo come questo evidentemenete ne dà consapevolezza, anche completa e profonda, e parlo come colui che sta di fronte allo psichiatra psicoterapeuta, si avverte e si sente, ma nulla di tutto ciò è così definito da poterlo descrivere; eppure la ricerca su come avviene tale processo è affascinante e forse non eludibile. No, io non so rispondere, ma non so perché, non appena ho letto il tuo quesito nuovamente proposto, sono andato a rivedermi le due foto della scultura “L’Equilibrista”.

Nyx            

Inviato il: 4 Jul 2004, 02:16 PM

“……a tratti volteggiando come un equilibrista

quando mi sporgevo verso il sorriso verde di una donna.

Il mio pensiero era un acrobata che camminando sul filo lanciava in alto una bambina

che rideva contenta quando si sentiva , al culmine di un arco, senza peso…..”.

Leggendo queste frasi, me ne sono venute in mente alcune lette nel libro “ La danza del drago giallo” di Domenico Fargnoli, le riporto qui di seguito:” Troviamo la vitalità senza forma anche se permane una traccia di fantasia quando non dico la figura ma anche l’immagine sembra scomparire. Il punto estremo, l’attimo della bellezza è il paradosso della sensazione pura che non è vuoto annullamento dissociazione. L’espressione vitalità senza forma è difficile da comprendere in quanto allude ad una esperienza che materialmente potrebbe risultare impossibile cioè un arresto improvviso del movimento nell’attimo della sua maggiore intensità.Ma questa condizione può essere vissuta soltanto nella concretezza materiale dell’atto d’amore al culmine dell’orgasmo o ricreata nel ricordo attraverso il linguaggio……Ne deriva il pensiero che chi ha la paura ossessiva di morire non riesce a realizzare appieno quella che solo ad uno sguardo superficiale è una sospensione momentanea della vita, non riesce a raggiungere il massimo tono vitale in un’apparenza di morte e si consegna pertanto inerme al terrore dell’eternità e della trascendenza.” Questi pensieri mi toccano personalmente e mi tendono la mano per raggiungere un pensiero nuovo che ancora non sono riuscita a pensare. Mi sembra che ci sia la composizione del rapporto uomo donna con un lavoro di ricerca personale…ma non so come legare a tutto questo il rapporto psichiatra paziente. Forse riesco a capire il desiderio per un uomo e come il rapporto con esso sia una ricerca e una realizzazione psichica importante. Volendo forse fare la finta tonta non riesco a realizzare l’idea del desiderio in un rapporto psicoterapico, lasciarsi andare all’immagine interna dello psichiatra senza il tatto solo con vista e udit o…sentendo il suono delle parole dell’interpretazione che mi cura, realizzare la mia nascita…..

Alogon            

Inviato il: 5 Jul 2004, 08:44 AM

Lo psichiatra ad un certo punto del suo iter formativo, della sua ricerca, comincia ad utilizzare mezzi espressivi “artistici”.

Potrebbe essere una sua paranoia ma nella misura in cui non lo fosse in quanto egli riesce a suscitare consenso, interesse, collaborazione, potrebbe essere invece l’aver raggiunto una definizione nuova della propria immagine.

Definizione nuova e diversa che si lega all’evidenziarsi di un’identità anche sessuale.

Non che prima non l’avesse solo che a partire da un determinato momento, essa non può più essere annullata.

Il mezzo espressivo “artistico” diventa allora in modo inequivocabile mezzo espressivo di contenuti che sono quelli della sessualità umana.

Dialettica uomo-donna.

Immagine maschile e femminile mai pensata prima anche se esisteva ovviamente da sempre la differenziazione sessuale. Esisteva come realtà fisica in un contesto culturale come quello del Logos occidentale improntato apertamente ad una dimensione omosessuale cioè razionale….

copyright domenico fargnoli

Elleffe            

Inviato il: 5 Jul 2004, 03:07 PM

anche a me viene in mente una citazione:

“…quando sembra di avermi raggiunto mi allontano, e come Proteo cambio di forma…non ho fissa dimora perchè il mio unico rifugio e giaciglio è il tempo…

sì, mi nascondo negli istanti senza durata, nella vitalità senza forma che conserva soltanto una briciola di fantasia…

così comabatto la morte, allungando l’esistenza come il soffietto di una fisarmonica.”

queste parole parlano di trasformazione, ed anche di desiderio mi sembra, in un modo diverso ma sempre coerente, ad ulteriore testimonianza che l’espressione artistica inserita in questo contesto non è esercizio di stile, ma racconto di cura.

Messaggio modificato da Elleffe il 6 Jul 2004, 11:05 AM

Alogon            

Inviato il: 6 Jul 2004, 12:47 AM

Si può cogliere attraverso la parola scritta una reazione affettiva od anaffettiva?

Se ciò avviene mi domando come sia possibile senza la presenza fisica del soggetto che formula il suo pensiero.

Chi decifra la scrittura dell’altro ricostruisce tutto un mondo di sensazioni attraverso le sequenze lineari dei segni. Un’operazione mentale di tale complessità, ma anche precisione ha dell’incredibile.

Nella parola scritta rimane una traccia d’esistenza in frammenti inanimati resi ancor più distanti nell’universo virtuale.

Eppure, nonostante la freddezza del medium espressivo, è presente comunque un’eco lontana di sentimenti, come un lirismo inconsapevole, un atto poetico non voluto ma rivelatore. La corporeità assente si appropria delle metafore e del linguaggio per rivendicare un diritto alla vita, per suggerire ad un’osservatore sensibile, vibrazioni minime che ci consentono però di entrare in risonanza con l’altro.

Note armoniche che apparentemente non vengono avvertite ma nelle quali si inscrive tutta la gamma cromatica delle reazioni affettive.

Messaggio modificato da Alogon il 6 Jul 2004, 01:08 AM

copyright domenico fargnoli

 

aissa            

Inviato il: 7 Jul 2004, 08:33 PM

Mi vengono in mente cose diversissime mentre leggo queste discussioni… Citazioni… Mi viene in mente Montale, mi viene in mente Ungaretti… Mi viene in mente lo psichiatra, quando lo ritrovo seduto nel suo studio… il suo volto è familiare, ma ogni vo9lta lo devo osservare con attenzione per riconoscerlo… Nella veglia mi appare sempre diverso, nel sogno si traveste per pormi l’eternpo enigma… realizazione o negazione? E la poesia… negazione dell’immagine o realizzazione di essa attraverso la parola? E’ ovvio che penso sia la seconda ipotesi… Se hai una nascita forse allora puoi cogliere l’immagine che si svela attraverso la poesia… La reazione affettiva nasce mentre le parole suonano e l’immagine si forma… Potenza della parola? O meglio, forse, creatività sana del poeta che è capace di cogliere anche nel gesto minimo, nel pensiero fugace coìme un guizzo negli occhi quella proposizione o ipotesi o tentatIvo o possibilità di rapporto che lui sa trasformare in parola? Non lo so… mi vengono in mente centinania di poesie in cui credevo si disvelassero i mille segreti dellka sensibilità umana… ammetto e adesso capisco che spesso mi sono sbagliata. non c’era l’immagine dietro quelle parole, tutto era masturbazione… Forese in questo senso Arthur Rimbaud diceva che la poesia doveva essere reinventata? iO,come al solito non ho una risposta. Ma quando ho letto le èpoesie di questo sito le immagini sono nate spontanee… la reazione affettiva è possibile quando è il desiderio quella lingua non parlat6a ma vibrante…che costringe a vibrare!

عائشةAisha

Alogon            

Inviato il: 8 Jul 2004, 02:06 PM

In linea di massima sono d’accordo con aissa.

Devo però fare una precisazione:le ricostruzioni storiche basate su nuove concezioni teoriche, su di un modo nuovo di vedere l’uomo, sono molto difficoltose.

Non possiamo esprimere una valutazione sulla poesia di Dante o di Milton partendo dal fatto che erano religiosi. Così le generalizzazioni sono sempre sospette. Bisogna avere il coraggio di confrontarsi con ciascun singolo autore e vedere caso per caso quanta intuizione contenga una sua eventuale ricerca letteraria, poetica o figurativa.

Fermo restando che la storia rimane l’unico oggetto del desiderio, mi pare abbia detto qualcuno, che non espone alla delusione. Nelle vicende dell’umanità troveremo qualcosa di valido per forza. Il problema è dove e come: e questo vale anche per la poesia.

Le reinterpretazioni del passato d’altro canto non possono stravolgerlo totalmente come nel ricordo delirante o nella percezione delirante mnesica.

Com’è allora che il passato cambia non potendo noi però alterare le date, annullare eventi catastrofici come i lager od i genocidi?

Chiaramente non cambiano i fatti ma cambiano le interpretazioni dei fatti ed è probabile che in base a nuove interpretazioni noi possiamo giungere a conoscenza di circostanze inedite che potrebbero contribuire a modificare a loro volta il modo di pensare precedente.

Messaggio modificato da Alogon il 8 Jul 2004, 04:01 PM

copyright domenico fargnoli

Julia            

Inviato il: 8 Jul 2004, 04:17 PM

Gli ultimi interventi di Aissa e Alongon mi suscitano non pochi interrogativi, in particolare sui legami tra la poesia e il tempo, la percezione, il vissuto interno del tempo… Probabilmente alcuni dei poeti che scrivevano poesie annullavano il tempo, provando invano a fissare in un eterno presente la lunga distesa delle giornate e della vita che non gli riusciva… l’isolamento, l’eternità.

Ora se la poesia è rapporto e se il passato non è solo storia, ma anche passato molto prossimo, ieri… se il vero poeta è quello che può fare a meno di scrivere le poesie, che parla perché può anche stare in silenzio e qualche volta agisce pur potendo astenersi… allora quel poeta, dal momento in cui ha scritto la sua poesia, essa già non gli “appartiene” più, diventa immediatamente passato e trae una nuova esistenza nell’interpretazione degli altri… E, per assurdo, quando lui la rilegge, potrebbe sembrargli quasi come se l’avesse scritto qualcun altro, nel senso che si sarebbe già umanamente modificato e perché, altrimenti, indicherebbe un atteggiamento auto-referenziale?

In modo molto vago mi si pongono una serie di paradossi, per ora insormontabili, sulla ricerca dell’identità e sul movimento. Si vorrebbe trovare un continuo movimento, che ieri sia già finito e senza anticipazioni sul domani… però si “reinterpreta”, dice Alogon, il passato, e in quanto c’è movimento, si tende verso qualcosa di futuro… Poi si vorrebbe cambiare pur essendo se stesso… E qualche volta si vorrebbe anche fermare, o rallentare, questa specie di vertigine per cui le cose sembrano complicarsi man mano che si va avanti…

Mi viene in mente l’espressione “vivere nel momento”, ma non si tratterà neppure di un ingenuo “carpe diem”…

Alogon            

Inviato il: 9 Jul 2004, 10:31 AM

Non credo si possa parlare di una volontà di rallentare il tempo. Ritengo piuttosto che l’intesità vitale del vissuto modifica, più che la percezione, il sentimento non consapevole del tempo per cui la durata cronologica, misurabile con l’orologio, diventa un parametro irrilevante.

Intensità vitale che non appartiene alla poetica anaffettiva e schizofrenica sintetizzata nel verso

<< mentre penso alla vita schiaccio uno scarafaggio>>

Essere se stesso potrebbe inoltre voler dire ritrovare sempre la popria conitnuità d’esistenza pur in atti disparati pur nella continua reinterpretazione della proprie esperienze che è il movimento incessante della conoscenza.

Messaggio modificato da Alogon il 9 Jul 2004, 10:39 AM

copyright domenico fargnoli

Admin            

Inviato il: 11 Jul 2004, 04:43 PM

D’accordo con Alogon abbiamo spostato gli ultimi quattro interventi di questa discussione in una nuova. La nuova discussione risulta essere avviata dal membro il cui messaggio è stato mosso per primo, per quanto riguarda il titolo e la descrizione anch’essi sono stati concordati con Alogon.

Il Paradiso perduto : il dolore e la colpa nella reazione terapeutica negativa

 

 

l paradiso perduto: il dolore e la colpa nella reazione terapeutica negativa
di Domenico Fargnoli

<l<Il filo del ricordo è un binario che conduce ad una antica stazione. Essa si apre su paesaggi ancora incontaminati come se il passato davvero non lo conoscessimo ma lo creassimo con immagini che ce lo mostrano sempre diverso. Non è come sfogliare un album di sbiadite fotografie o mettere in colonna date per altrettanti fatti che rischiano di essere nomi senza senso.
Parlo del passato vivo che è l’oggetto d’un esercizio d’indagine della mente presente che pensando cambia la vita soprattutto il futuro.
Apparentemente immobilizzati su di una poltrona incessantemente il cilindro di vetri e pietre colorate attraverso cui guardiamo il mondo gira ed il profilo di noi stessi cambia come se fossimo tante persone riunite in una sola e l’unica fatica fosse di scoprirle tutte, di lasciarle libere di esprimersi e di muoversi dileguandosi nella moltitudine quieta di una folla che una fervida immaginazione ha animato ed ha lanciato come un fermento nella ruota della storia.
Nella solitudine talora estrema di ciascuno risuona l’eco di una socialità lontana. L’eco ci suggerisce che il distacco dagli altri potrebbe non essere mai totale ed irrevocabile.
C’è una radice nelle idee che non è individuale, personale così come siamo abituati a considerarla ma nasce da incontri, da rapporti che spesso coscientemente non ricordiamo ma che agiscono in modi che non sappiamo subito decifrare. Siamo immersi in una matrice fatta di relazioni, di rimandi non sempre dicibili od immediatamente afferrabili che ci forgia e determina reazioni inconsapevoli anche se fondamentali nella vita psichica>>.
Mentre queste parole erano uscite dalla mia bocca come un piccolo ruscello improvviso, di cui non vedevo la fonte la donna mi guardava e dai suoi occhi traspariva un manipolo di pensieri in contrasto fra loro.
<<…nel vuoto in cui mi sto aggirando mi sembra vero sia di non sentire niente salvo il dolore prigioniero dentro di me sia la forsennata invidia per chi può vivere ed imparare dall’esperienza sia anche il tocco della tua mano sulla mia spalla…come un saluto…
..nel vuoto in cui mi sto aggirando mi sembra di non sentire niente salvo il dolore prigioniero dentro di me..
L’invidia forsennata.
L’invidia forsennata è più diretta verso le donne se pure posso distinguere nella visione di un gigantesco big bang all’incontrario che ingoi i sei miliardi di umanità e quanti siamo su questo pianeta.>>
Pensiero sano e pensiero malato erano impegnati in un braccio di ferro e nessuno dei due sembrava guadagnasse neppure un centimetro cosicché l’immagine era quella di un confronto senza fine senza né vincitori né vinti.
Il terreno dello scontro si dilatava fino ai confini dell’universo conosciuto in un’arena lastricata con significati soprannaturali e disumani.
La paura della fine del mondo, il terrore religioso di un apocalisse senza “escaton”, oltre ogni riscatto riemergeva in un presente in cui la storia sembrava sul punto di fermarsi per sempre.
Un meteorite avrebbe distrutto del tutto la terra.
Sorgeva improvvisa l’idea che la natura avrebbe subito, di lì a poco, un turbamento disastroso: un enorme macigno inanimato provenendo a velocità folle dagli spazi siderali avrebbe in pochi attimi cancellato ogni traccia di vita.
L’oscurità degli uomini diviene così l’oscurità del mondo. Oscurità che corrisponde ad un governo del peccato, ad un’invasione del male.
La sofferenza insostenibile forse neppure pensabile che si consuma nella routine dei piccoli gesti quotidiani in un’esistenza in cui niente sembra accadere veramente cerca il proprio riscatto in un evento straordinario. Il terrore viene inserito in un contesto cosmico in un ordine globale orientato verso una conclusione: quella che potrebbe essere solo una catastrofe individuale viene nobilitata e quindi resa sopportabile assumendo il significato dell’attesa millenaristica e quindi collettiva della fine.
<<…non so quando è cominciata la masturbazione mentale che poi è continuata tutta la vita…>>
Ora di fronte a questa figura imponente che spesso inspirava rumorosamente attraverso le narici quasi a ricordarmi che per lei ero come l’aria avrei dovuto provare sgomento: mi ero tuffato nel vortice che rischiava di inghiottirla ed ora mi voleva trascinare in quel nulla da cui come per magia nascevano pensieri folli.
Per anni li aveva nascosti dietro un comportamento apparentemente normale.
E quando come lame acuminate tranciavano il velo della coscienza, o come uno sciame di calabroni impazzito uscivano da un’apertura stretta gettandosi su qualunque cosa avesse movimento ritornava la filastrocca diabolica della crisi.
<<…la ragione uccide tutto ciò che non è razionale>>
Questa frase era come una bussola mortifera di una navigazione in un mare morto, un imperativo categorico nel colpire la vitalità e la sua radice nel corpo divenuto quasi un peso da rinnegare od un animale che andava solo nutrito quel tanto che non morisse.
<<…l’ultima volta che mi sono sentita donna era una sera d’estate>>
Sentirsi donna e poi trasformarsi in un entità indefinita piena di peli, di odori, di bisogni non graditi.
Cos’era accaduto?
Che cosa aveva cancellato l’immagine della festa di compleanno e il ritmo incalzante del flamenco che lei amava?
Qualcosa la allontanava ora da ogni musica. L’armonia dei suoni era uno stimolo insopportabile.
La malattia determinava una sorta di implosione, lo sprofondamento in quello che avrebbe potuto essere un dolore sordo, quasi stesse precipitando in un pozzo silenzioso e senza fondo.
Era qualcosa di simile alla sensazione indescrivibile di trascorrere attimi infiniti in attesa del nulla mentre davanti scorreva l’immagine del muro che come un cilindro l’avvolgeva isolandola dal mondo. Lei fino da piccola lo aveva leccato quel muro in uno strano rituale.
Che cosa significava?
Forse avrei potuto cogliere l’ allusione ad un grave stato di deprivazione affettiva intervenuto nella primissima infanzia. Avevo letto da poco di un bambino rumeno orfano di guerra , vissuto in una camerata di sessanta letti in Transilvania, dove aveva conosciuto solo il freddo e le violenze costanti degli adulti: egli emergeva dal suo stato di prostrazione solo per mangiare l’intonaco delle pareti e leccarsi le scarpe..
…a sette mesi erano cominciate le assenze prolungate della madre della donna…cosa era accaduto veramente durante questi periodi durante i quali lei, come nel film “La balia” di Bellocchio, veniva affidata ad altri?
Le domande affollavano la mia mente. Dovevo entrare in un labirinto di idee, di sensazioni che solo in apparenza erano simili alle mie.
La sua era una sofferenza aliena, il “dolore” non assomigliava a niente di conosciuto quasi fosse una matassa amorfa di una materia non umana. Lei adoperava queste parole sofferenza dolore ma io non sapevo a che cosa esattamente corrispondessero. Forse questi termini alludevano all’eco di una sensibilità perduta, a ciò che si prova nell’istante in cui la vita sta per spegnersi come una candela ma noi abbiamo ancora l’impressione della luce e del calore. anche se già siamo nella condizione di chi non vede come Pinocchio nel ventre del pescecane o di chi non sente la fiammella che brucia le dita che la vogliono spengere.
Lei era immobilizzata in questa condizione di un passaggio che avrebbe potuto durare in eterno, di un’apocalisse annunciata alla fine del tempo ma che avrebbe potuto accadere anche domani, anche subito per il terrore che l’immobilizzava sul materasso di quel letto in giorni sempre uguali.
Muoversi agire era diventato quasi impossibile :ogni atto, ogni movimento sembrava separato dall’altro da un vuoto, da una cesura che si riproduceva all’infinito come nel paradosso di Zenone per cui la freccia non arriva mai al suo bersaglio.
In tutto ciò che vedeva pensava allora ci sarebbe stata solo l’allucinazione del movimento per quella frammentazione sempre più sottile che rendeva statico, come una serie velocissima di fotogrammi che non vengono fatti scorrere uno dopo l’altro, qualunque oggetto.
<<Ogni atto è isolato dall’altro e non so come riempire lo spazio vuoto che c’è nel mezzo; se poi coinvolge qualcun altro è anche peggio perché ci saranno delle conseguenze fuori dal mio controllo, oppure viceversa le posso prevedere ma non le posso fermare pur sapendo che saranno dannose.
O addirittura forse provoco degli atti negli altri, per es. mi sembra di aver indotto E(…..) a portarmi dall’esorcista anche se il discorso è cominciato da lei.
Ovviamente mi viene in mente l’argomento della delinquenza, ma ci vorrebbe uno scopo. Io non ho nessuna posizione o potere da salvare, a meno che gli scopi non siano quelli di cui parla Fagioli nell’ultimo libro, come fregare gli altri perché, si sa, a torto od a ragione che si è fregati per sempre.
Così non trovo nessuno scopo nello scorrere del tempo ed ogni giorno è una vita da Tantalo.
Capisco razionalmente che lo scopo potrebbe essere guarire ma non potendolo sentire emotivamente, mi rimane lì in mezzo al terrore il ricordo ossessivo che sono stata curata ed io non sono guarita. Ed in mezzo al terrore mi resta il pensiero lucido che il corpo purtroppo sopravvive alla morte interiore.
Tanti mi hanno rimproverato la lucidità della mia pazzia!
Mesi fa ho riletto una biografia di Hemingway e mi è sembrato che quando gli cominciarono i deliri essi avessero una perfetta logica al loro interno, la differenza è che io so di delirare, che di per sé non mi pare un vantaggio, anzi una curiosità dell’ultima parte della sua vita è che il pensiero dei vestiti lo preoccupava e questo è l’unico punto di contatto che ho con lui: dover trovare due cose da mettermi al cambio di stagione per me è un’impresa.>>
Io l’avevo curata ma lei non era guarita…anzi non sentiva emotivamente di poter guarire.
In quel momento avevo accettato apparentemente passivo l’accusa di impotenza terapeutica ma ricordavo che era tornata da me nel bel mezzo di una terribile crisi con un sogno
<<Una donna dopo i quarant’anni può portare a termine una gravidanza anche se essa comporta dei rischi>>
Nell’immagini successive mi poggiava la testa sulle ginocchia e mi prendeva il pene in bocca anche se , guarda caso, si presentava moscio!
L’impotenza quindi era la mia: perlomeno questo era quanto il sogno proponeva!
Ascoltavo con calma disposto a curare ma non ad assistere
Interessante come il verbo assistere indichi l’essere presente ad un atto ma senza prendervi parte direttamente, solo per guardare.
Colui che assiste quindi è testimone piuttosto che il responsabile dell’andamento di un evento.
Il pene senza erezione dell’immagine onirica… il pene senza erezione sarebbe stato quello dell’assistenza e della consolazione che certo da me non trovava.
Perché dopo i nostri incontri si agitava tantissimo, coinvolgeva i familiari convincendoli che era tutto inutile in un crescendo di lamentele e comportamenti percepiti da loro come sommamente disturbanti e bizzarri?
Ero io che la rendevo inquieta e la facevo stare così male.
I parenti, gli amici le consigliavano di lasciarmi.
Se le avessi carezzato la testa e fossi stato tenero e comprensivo, se le avessi somministrato qualche tranquillante forse avrebbe sofferto meno!
Sarebbe stata meglio.
Mentre invece io, con l’analisi sistematica del cosiddetto transfert, con le interpretazioni, con le ricostruzioni le scatenavo un “dolore” insopportabile tutte le volte che nella nostra relazione nasceva la possibilità di una gravidanza e con essa la speranza di una cura. La donna usciva dallo studio ed immediatamente abortiva chiudendosi poi in casa e cercando, per giustificare il suo atto, la complicità di persone apparentemente normali ma in realtà più malate di lei. Le quali magari ritenevano giusto accompagnarla dall’esorcista.
E lei c’era andata pur non condividendo fino in fondo la credenza delirante della possessione demoniaca ma forse solo per l’odio mortale che in quel momento nutriva nei miei confronti.
La sola percezione della mia dimensione vitale la faceva letteralmente impazzire.
Ma perché tutto questo era rimasto silente per lunghi anni?
Lunghi anni in cui una parte di lei era vissuta “come se “ stesse bene.
Poi doveva essere accaduto qualcosa per cui la relazione parassitaria, fusionale, accuratamente occultata dietro la stima professionale, il riconoscimento di un lungo periodo di benessere relativo , era entrata clamorosamente in crisi determinando una sorta di catastrofe.
<<Ho preso un numero della rivista in cui si parla di destrutturazione, questa parola descrive bene come mi sento perché non trovo dentro di me nessun appiglio per venire veramente fuori da questa catastrofe, come se non esistesse più alcuna struttura sulla quale cominciare a mettere i piedi, come se la parola o l’esprimersi razionalmente non potessero funzionare d’aiuto in alcun modo>>.
A volte di colpo tornava il terrore, il tremare impauriti di fronte ad un ignoto imprevedibile e lei si rifugiava di nuovo a letto di fronte al muro.
Mi impegnava, alla sola percezione del più piccolo movimento, in questo duello mortale fatto di fughe di ricatti, di distruzione sistematica di quanto faticosamente andavo cercando di ricostruire.
La sua storia veniva proposta come paradigma del fallimento.
<<…io sono fra i peggio messi…>>
Tutto il suo entourage sembrava avallasse tale convinzione con risposte ora violente, ora in modo latente, anche se a volte neppure tanto, deliranti e dissociate.
Io non accettavo di piegarmi di fronte a quella che mi veniva proposta come un’evidenza continuando a tessere nuovamente il filo della speranza senza cadere nella tentazione del giudizio.
Cercavo di sviluppare un pensiero, m’ impegnavo in una ricerca consapevole che niente é mai stabilito a priori..
Naturalmente la dialettica terapeutica mi costringeva ad una profonda analisi di me stesso, ad un’elaborazione quanto mai difficile del modo con cui rispondevo agli stimoli consapevoli ed inconsapevoli ai quali, spesso mio malgrado, l’andamento della sua malattia mi sottoponeva.
Al centro dell’attenzione era la reazione negativa che si manifestava in un modo improvviso all’interno di una cura che sembrava da tempo aver superato la fase dei ricoveri e della farmacologia.
La reazione terapeutica negativa.
La destrutturazione inaspettata, pressoché subitanea di un assetto apparentemente “normale”.
La bestia nera degli psicoterapeuti.
Dall’oggi al domani ci si trova di fronte ad una personalità “altra”.
Il cambiamento di contenuti, di atteggiamenti è drammatico e violento.
Tutto quanto di positivo era stato faticosamente costruito sembra svanire per effetto di una pulsione di annullamento che colpisce a ripetizione come un ariete ostinato, come un primordiale marchingegno che scaglia pesantissime pietre.
<<Devo- diceva la donna- fronteggiare lo sbriciolamento di ogni appiglio esistenziale eccettuato forse la psicoterapia con te.
Dire forse mi è terribilmente doloroso anche se già molte volte ti ho svelato il dubbio che la psicoterapia mi abbia nociuto…ossessivamente ritorna la frase:
“..la ragione uccide tutto ciò che non è razionale…”
Forse per questo mi sembrava meglio perderla nell’inverno scorso , perderla nel senso che affogasse nella follia completa>>
La psicoterapia le aveva “nociuto” poiché nel prolungarsi del suo rapporto con me era entrata in crisi quella falsa e fragile apparenza di normalità, quella corazza caratteriale che lei si spingeva a considerare come una fortuna che per es. i suoi familiari possedevano: essi non erano considerati malati.
Ma per quale motivo allora, se davvero le fosse bastata la “normalità”, non si era contentata di quel precario equilibrio che aveva raggiunto e aveva continuato ostinatamente a seguire tutti gli aspetti, compresi quelli pubblici, della ricerca sulla realtà psichica nella quale io ero da tempo impegnato?
Giungeva fino al paradosso di affermare che non sapere della propria malattia è meglio che sapere. Come se il non sapere proteggesse veramente dall’emergenza di un vuoto e dallo scatenarsi di un disastro interiore.
Non aveva imparato nulla dalla sua vicenda personale, dalle sue crisi seguite da ricoveri le quali stavano lì a dimostrare come eventi traumatici, lutti o malattie infrangono la barriera contro gli stimoli che il malato erige contro il mondo nel tentativo di mantenere un precario equilibrio.
E’ come se comunque la catastrofe annunciata nascondesse un pensiero, come se tutto si reggesse su di un artificio che una volta individuato avrebbe fatto crollare ogni falso giudizio.
Cercavo di definire la reazione negativa di fronte alla percezione inconscia della dimensione vitale. Reazione di fronte alla continua trasformazione interiore alla quale lo psichiatra nel corso del tempo va incontro.
Un oscuro lavoro irrazionale trasforma la vitalità in immagine e l’immagine in parola. La crisi si era scatenata per la percezione diretta di una “novità” che era emersa inaspettatamente e della quale lei cercava poi traccia nella lettura..
Dopo mesi di reclusione davanti al muro di pietra la donna forse non per caso aveva letto un mio commento ad una mostra di pittura. Di esso mi ricordava in particolare un passaggio:
<<Il nuovo mondo era solo un sogno, un sogno che poteva essere destinato a sparire dopo un sonno di morte.
Il sogno sarebbe stato l’illusione della vera vita oltre l’incubo della quotidianità nel momento in cui ogni gesto ogni idea si carica di dolore.
Un dolore strano che scaturisce dal nulla della mente quando le linee sembrano diventare incisioni sulla pelle che solo l’atto di un medico può trasformare in cicatrici dando ad esse il senso della cura.
Dolore strano, sensazione urente che segnala un principio di congelamento prima dell’anestesia e del freddo totale che intorpidisce le membra.
Il senso e l’immagine della cura lenisce quel terrore di scoprirsi senza un pensiero proprio che può all’inizio gettarci in balia di quello che crediamo essere un dolore ma che nasconde lo spavento estremo per il mistero di un linguaggio che non ci appartiene, di una parola che solo una volontà sacra e divina potrebbe aver trasformato in sofferenza della carne”
Questo testo l’aveva spinta a muoversi ed a cercarmi per ristabilire un rapporto che ella stessa aveva qualche mese prima repentinamente interrotto sopraffatta dal senso della propria impotenza.
Sembrava, dopo la lettura, di colpo essere uscita da uno stato stuporoso.Era tornata a vivere da sola nella sua casa abbandonando la volontaria reclusione in un angolo remoto di quella che era stata un tempo la casa del padre.
In questa circostanza aveva cominciato lei stessa a scrivere , come se in qualche modo tentasse in prima persona un lavoro di ricostruzione personale. Faceva appello alle sue residue capacità linguistiche.
La parola scritta assumeva in quel momento un significato particolare così come lo aveva avuto la lettura del mio testo che aveva avuto l’effetto momentaneo di impedire che la crisi evolvesse verso esiti ancor più distruttivi.
Nel racconto che la donna propose redigendo nell’arco di qualche mese pagine dattiloscritte non si riscontravano tracce palesi di dissociazione: il pensiero si manteneva lucido, apparentemente coerente anche quando palesava verità terribili.
<<Mi ritorna continuamente in mente che tu mi hai detto che io non riesco veramente a soffrire e che magari avessi un dolore acuto; ed è vero io lo preferirei a questa sofferenza torturante ma tutta chiusa dentro di me e che non mi aggancia agli altri. Il senso del vuoto è sconfinato e vanifica i pochissimi atti che faccio come se essi, buttati in questo vuoto si annullassero>>
Ecco che mi riproponeva il mistero del suo “dolore” che in verità si presentava spesso nella forma di un terrore senza oggetto, di uno smarrimento senza confini. Io mi avvicinavo a quest’enigma con molti interrogativi. Ciò che mi colpiva è che lei si comportava come i penitenti medioevali che mortificavano il corpo e creavano le condizioni esteriori della pena per espiare i loro presunti peccati. Le pratiche della mortificazione assumevano una valenza teatrale, per non dire manierata ed erano una rappresentazione portata all’eccesso e forse resa possibile in quella forma estrema da una insensibilità interiore.
La sofferenza del digiuno e dell’isolamento, dell’esistenza disagiata cui la mia paziente volontariamente si sottoponeva circoscrivevano e attenuavano forse l’impossibilità di sentire veramente. Il suo dolore non riusciva ad avere un volto ed ella ripercorreva allora i rituali penitenziali che ipertrofizzavano la coscienza e annullavano l’inconscio.
La malattia diventata una male metafisico senza riscatto inscritto nel destino dell’uomo come un peccato originale, come una condanna ad una pena che sarebbe rimasta sempre incommensurabile rispetto alla colpa.
Si creava questo cortocircuito fra la colpa e la pena per cui entrambe non erano in realtà che espressione del giudizio, della credenza religiosa sulla immutabilità della natura umana, marchiata da una perversione o da un peccato originario.
Cominciavo a rendermi conto che la donna trasformava continuamente quello che poteva essere l’inizio di un dolore (il dolore della vita?) in senso di colpa cadendo in un delirio di incurabilità.
Trasformava il dolore in senso di colpa ed in angoscia.
Dopo l’angoscia il vuoto, la sospensione fuori dal tempo d’ogni dimensione vitale.
Ma come avveniva ,mi chiedevo questa trasformazione?
Mi ricordai un passaggio del “Paradiso perduto” di Milton in cui la spada dell’arcangelo Michele colpisce quella di Satana dall’alto e successivamente,non paga, entra profondamente nel fianco destro .
<<Il nemico/
conobbe il dolore allora per la prima volta,
fremette e si contorse alla fitta bruciante…>> (Libro VI)
Quello di Satana non avrebbe potuto essere che un dolore mentale essendo egli un “puro spirito” come gli angeli contro cui combatteva, i quali, al contrario di lui, in virtù della loro innocenza erano invulnerabili ed insensibili.
Il dolore, come il sogno attraverso cui il demoniaco si pensava un tempo esercitasse la sua seduzione sulla donna, si identifica, nella credenza religiosa, con il peccato e la colpa, con la disobbedienza alla legge divina.
Esso anticipa quella caduta agli inferi che è impotenza, privazione del piacere dei sensi innocenti, dell’estasi dell’amore coniugale che si nutrirebbe di un’intima vicinanza con il divino e sarebbe “l’unica proprietà in questo Paradiso di ogni altra cosa comune” come afferma Milton.
Il dolore mentale preconizza la maledizione del peccato originale e porta con sé la condanna alla sofferenza fisica che segna l’umanità fin dalla nascita.
Satana attacca nell’uomo l’intima compenetrazione fra realtà materiale e non materiale che si esprime nella sensibilità per la bellezza e nella sensualità dei corpi:
l’esaltazione dei piaceri dell’amore ‘coniugale’ del puritano Milton erano comunque sempre meglio di quanto avevano affermato S. Agostino o S. Tommaso nel loro disprezzo verso le donne.
Affermare l’esistenza del dolore mentale significa però implicitamente ammettere che la realtà psichica può subire una ferita come un colpo di spada che penetri in un fianco.
Anche se dobbiamo far notare che Satana nel “Paradiso perduto” prima compie il peccato di superbia e poi in conseguenza di questo sperimenta la sofferenza che è impotenza, privazione del piacere per una bramosia condannata a rimanere eternamente inappagata.
Il dolore, all’interno di questa concezione, è la conseguenza del male, della colpa così come la follia che ne deriva.
Ma può veramente esistere, al di fuori di un’invenzione letteraria, un dolore psichico puro? La” purezza” potrebbe derivare da un’operazione della mente che scinde il pensiero da ciò che è materiale, il corpo.
L’uomo a differenza dell’angelo , che è solo una figurazione irreale della credenza religiosa, ha una realtà materiale.
“La realtà non materiale dell’uomo è, infatti, in quanto esiste ed è la realtà materiale, l’anima esiste in quanto esiste il corpo. L’impossibilità di essere della realtà non materiale ha la sua radice ed origine nella prima realizzazione di essere dell’uomo e di essere vivente” ( Massimo Fagioli)
Storicamente si è ritenuto che nella follia il disordine morale e l’alterazione fisica si potenziassero a vicenda.
Nel periodo medioevale i medici sostenevano l’interdipendenza delle cause naturale e dell’influenza diabolica nella melanconia. La bile nera sarebbe stata la vera sede della possessione nella quale il diavolo si trovava a proprio agio.
L’agevolazione del soprannaturale rispetto al naturale giustificava l’azione dell’ esorcista accanto a quella del medico.
La parentela fra follia e peccato, preparata dal Medioevo e dal Rinascimento si era saldamente stabilita in età classica: la follia, esclusa dalla ragione, avrebbe svelato un segreto di animalità presente nel corpo. Si riteneva allora che l’uomo diventando una bestia avrebbe annullato non solo l’essere razionale ma la propria umanità rendendo palese così la colpevolezza del singolo.
Anche nel periodo dei Lumi il carico morale che pesava sull’alienato non viene affatto alleggerito: il “trattamento morale” altro non era che una pedagogia della della colpa la quale utilizzava mezzi fisici violenti per produrre choc emotivi: Auguste Compte, che fu paziente di Esquirol, denunciò il fatto che i medici vedevano in lui null’altro che l’animale e non certo l’uomo.
La malattia mentale sarebbe stata la punizione subita dall’individuo che si è abbandonato agli stimoli innaturali del vivere sociale invece che del vivere secondo natura.
Anche nel ruolo patogeno attribuito al “segreto vergognoso” spesso sessuale, dalla psichiatria ottocentesca successiva l’origine del male è responsabilità del singolo come nella teoria delle degenerazione di Morel che risente delle convinzioni religiose dell’autore. La malattia mentale invertendo il rapporto gerarchico fra l’anima ed il corpo, alterando il dominio della spiritualità dei primitivi, avrebbe incatenato, secondo questo autore, lo spirito alle aberrazioni fisiche. La degenerazione non sarebbe stata altro allora che la discesa progressiva dovuta a tendenze trasmesse geneticamente a partire da una colpa iniziale, nella scala del male fisico e del male morale.
Inutile dire che la psicoanalisi freudiana non aggiunse nulla di nuovo ma rafforzò l’idea religiosa di un senso di colpa, primariamente legato al Superio, espressione della cultura “pura” dell’istinto di morte, ed al sado-masochismo la cui irriducibilità sarebbe stata spiegabile solo con fattori genetici.
Oggetto fisico ed oggetto psichico venivano, nella psicoanalisi, confusi continuamente . Questa confusione è evidente anche in quel poco che Freud dice sul dolore psichico che secondo lui insorgeva originariamente come bramosia e nostalgia della madre. Quest’ultima scomparendo dalla vista sarebbe stata percepita come assente perché incapace di soddisfare un bisogno insorto in quel momento. Se non ci fosse stato il bisogno non sarebbe sussistito neppure il dolore.
Il piacere è quindi sinonimo di bisogno appagato, cessazione di una sofferenza, alleviamento di un dolore.In generale per Freud tutto l’apparato psichico ha una funzione analgesica, di difesa da un eccesso di eccitazione: il suo scopo primario sarebbe stato quello di ridurre le tensioni scaricandole. La meta perseguita è la stessa della pulsione di morte cioè riportare il livello di tensione ad un grado zero, verso l’insensibilità del mondo inorganico.
Non entro ulteriormente nel merito del discorso freudiano ma me ne allontano soprattutto in base a considerazioni di carattere clinico.
La prassi terapeutica mi ha suggerito che il dolore psichico è una sensazione che può essere sperimentata, quasi fosse veramente la prima volta, nel corso della cura: non si tratterebbe tanto di una reazione alla perdita o all’assenza di un oggetto come la psicoanalisi ha sempre affermato , ma alla sua presenza .
Reazione alla presenza dello psichiatra in particolar modo quando essa assume il significato di fusione fra vitalità e pensiero fra realtà materiale e non materiale.
Mentre l’angoscia è paura di perdere la ragione e di impazzire, mentre il lutto è la conseguenza della perdita, della morte fisica di persone alle quali siamo stati legati, il dolore mentale, non determinato cioè da una malattia organica ma da una situazione di rapporto interumano, appare nella dialettica della cura quando il paziente realizza che la presenza dello psichiatra è fisica e psichica insieme.
Quando si passa cioè e spesso bruscamente da un investimento narcisistico, basato sull’anaffettività e sul rapporto parziale con la realtà materiale alla percezione di un oggetto totale. In questo passaggio il “sentire”, che è un vissuto di tutto l’essere, è reso possibile dall’attivazione di quel residuo di vitalità che, sia pure allo stato di mera potenzialità , anche il malato più grave deve possedere.
Facciamo nostra l’ipotesi secondo la quale l’alterazione della sensibilità sia sempre parziale anche di fronte all’”alienazione” più profonda.
L’effrazione improvvisa della corazza caratteriale, della barriera protettiva comporta un’ esperienza “nuova”.
Esperienza vivida particolarmente intensa che per alcune persone è quasi intollerabile tanto da venir percepita come dolore. Ciò che conferirebbe allo stimolo il carattere algico sarebbe “…l’alto livello delle situazioni di investimento…”(Freud) cioè la sua intensità come se il significato non esistesse o fosse irrilevante e potesse sussistere nella percezione un fattore quantitativo indipendente da un’attribuzione di senso.
Quest’ultima affermazione potrebbe tuttavia rivelarsi interessante perché indicherebbe che possa darsi una struttura di personalità, per noi patologica che cerchi di funzionare al minimo di tensione interna possibile cioè secondo il principio del piacere, come se tutto l’apparato mentale fosse finalizzato ad eliminare l’eccesso di stimolazione che provoca dispiacere cioè dolore, prescindendo dalle sue caratteristiche.
… l’effrazione della corazza comporta talora un’esperienza vivida non solo intollerabile ma anche non traducibile spesso in immagini o parole perché veniamo da una tradizione di pensiero che ha associato la ragione all’anaffettività e la santità all’insensibilità.
La reazione terapeutica negativa si instaura a questo punto proprio per un difetto di comprensione: la sensibilità che si risveglia come conseguenza dell’interpretazione e della cura diventa la colpa di aver sentito per quell’interdetto storico che ci ha sempre impedito di pensare la vitalità e la nascita, la trasformazione del biologico nello psichico che si accompagna alla creazione dell’immagine interiore.
L’ingresso della sensibilità nella relazione terapeutica, che dovrebbe corrispondere ad un progresso sostanziale, fa riemergere anche i movimenti pulsionali e gli affetti relativi a quelle situazioni traumatiche di vuoto, di assenza di stimolazioni vitali le quali al loro tempo determinarono la malattia.
E ciò avviene non per una semplice abreazione o scarica emozionale di eventi che sarebbero stati coscienti e poi dimenticati, rimossi: in realtà noi facciamo riferimento a pulsioni,affetti, movimenti senza parole che possono non essere mai affiorati alla coscienza.
Mai affiorati alla coscienza e quindi impossibili da rimuovere.
Mai affiorati ma rimasti celati, quasi in attesa di una situazione che li evocasse, dietro quella cortina di anaffettività che rende invisibile il nucleo psicotico.
Nucleo che può rimanere a lungo ai margini della relazione terapeutica.
Le due caratteristiche di quest’ultimo di non poter affiorare alla coscienza prima che venga evocato da uno stimolo specifico e di non visibilità legata alla natura pulsionale ha indotto più di uno psichiatra a considerazioni fuorvianti.
Molti hanno pensato che una potenzialità di malattia si troverebbe in tutte le persone “normali”: per cui, si conclude, ciascuno di noi potrebbe un giorno rientrare, come sostiene Vittorino Andreoli , in una storia di delitto o di follia. Ciò equivarrebbe a dire che il male, o l’animale direbbe Umberto Galimberti, è ubiquitariamente presente nelle profondità dell’inconscio ed attende solo l’occasione giusta per manifestarsi.
Potremmo improvvisamente trovarci coinvolti, nostro malgrado e senza nessun segno premonitore, nei fenomeni dell’acting out che si verificano qualora la sofferenza eccede la capacità mentale di contenerla sia pure nella forma ipoaffettiva della negazione e del delirio.
Bisogna aver ben chiaro però che sarebbe proprio l’abreazione, l’impellente bisogno di scarica . che assume l’affetto patologico a giocarci un brutto scherzo. L’impellente bisogno di scarica se produce una modificazione della coscienza compatibile con una alterazione del comportamento potrebbe portarci o al suicidio o alla prigione proprio per quell’idea delirante di purificazione e di riscatto da una colpa spesso attribuito al gesto masochistico, all’atto criminale o perverso.
La manovra terapeutica deve al contrario del metodo catartico o dei suoi successivi derivati psicoanalitici concentrarsi sulla interpretazione “diretta” delle pulsioni, impedendo di usare la seduta come confessionale o pretesto per la rievocazione del ricordo infantile. E’ risaputo che alla scarica catartica o masturbatoria che dir si voglia dell’affetto patologico fa seguito il suo annullamento ed il ripristino successivo non certo la risoluzione definitiva .
Il rapporto con la mia paziente, alla luce di tutte queste considerazioni, rivelava una particolare difficoltà.
Riuscivo comunque a portare avanti una ricerca che riguardava specificamente la sua malattia nella speranza di aprirmi una strada verso la cura.
<<L’impossibilità di vivere, unita all’impossibilità di morire-affermava la donna- mi sbarrano la strada verso la via alla speranza e la tortura continua.
Meglio, esiste in me l’idea della guarigione, ma solo rare volte l’idea si incarna in un sentire. Ricordo precisamente una di queste volte:non mi era stato possibile rimanere a letto al buio ed una forza interna mi aveva spinto in città a scrivere.
Spesso mi viene in mente il personaggio di Kafka che una mattina si era trovato insetto e non era un incubo era vero!
La mia metamorfosi é la mia quotidiana verità per quanto cerchi di camuffarla un po’. La chiamo metamorfosi perché nonostante tutto quello di cui mi posso accusare non posso fare a meno di ricordarmi il tempo in cui venivo al gruppo provando un senso di piacere e non solo al gruppo…oggi mi pare che non posso scrivere altro se non ripetere all’infinito del dolore>>
Certo lo sapeva, lo aveva sentito e letto: è la coscienza che abbandona nel nulla il pensiero inconscio del sonno a trasformarci in enormi insetti immondi.
Insetto immondo è la veglia che si vergogna del sonno: la comparsa della coscienza ci fa vedere un volto mostruoso, la comparsa del pensiero verbale ci fa pensare alla nostra realtà come mostruosa, la scoperta dell’inconscio rende la coscienza insetto immondo.
Anche il suo dolore aveva una radice irrazionale non legata cioè ad alterazioni fisiche di competenza della medicina organica. Lei voleva che questa radice la quale affondava sottili terminazioni in quel misterioso legame fra la mente corpo che certo non era la ghiandola pineale di Cartesio, si seccasse ed i resti fossero abbandonati nel nulla.
…il dolore…
Reazione vitale ad una manovra terapeutica che individua una lesione od una malattia.
Il dolore che, non sostenuto e non compreso impediva il rapporto con una immagine sana.
Così esso nella coscienza che tentava di anestetizzarsi, si trasformava in un angoscia se non in vissuto di vuoto e di estraneità ed i sentimenti di colpa per aver annullato la mia presenza, la relazione non consapevole che aveva stabilito con me, la facevano sentire un’entità deforme e perversa.
Scrivendo ora cercavo di dare un senso ed un significato al sua vicenda sviluppando una conoscenza che mi aiutasse a curare la malattia e lenisse le ferite.
Raccontando dovevo riuscire a trasformare in rappresentazione quanto lei nel delirio viveva come realtà mostruosa di una colpa e di un male che l’opprimeva e non le lasciava scampo.
La dialettica terapeutica toccava quel limite estremo dove è in gioco la vita e la morte ed al medico è richiesto il coraggio e la fermezza del pensiero.
Forse era importante che io elaborassi attraverso la parola scritta quella che purtroppo con terminologia freudiana viene ancor oggi chiamata risposta controtrasferenziale cioè la reazione del medico a quella reazione negativa del malato che cerca di distruggere la possibilità stessa della cura.
La parola scritta, l’elaborazione teorica nella misura in cui è legata alla prassi è il massimo di interesse che il terapeuta può esprimere nei confronti del paziente.
Lo scritto nell’impossibilità di essere materialmente annullato conferisce alla cura un carattere di irreversibilità quando la risposta alla situazione di malattia ci permette di giungere ad una conoscenza che superi la singolarità del caso e acquisisca un valore anche per altri.
Certo, nel tentativo di ottenere questo risultato, non mi ero sottratto al disagio, alle critiche, ai tentativi continui di ledere la mia immagine professionale che ogni psichiatra esperto conosce e deve essere in grado di sostenere.
Dentro di me nonostante il dispiegamento imponente dei sintomi, nonostante che tutto parlasse di sconfitta e di fallimento, seguivo il filo del ricordo, il filo della fantasia inconscia che stabilisce spontaneamente quei nessi, ti suggerisce quelle idee che nessuno troverebbe con l’esercizio della ragione e della coscienza.
Questo filo non si spezzava anzi mi appariva come una linea che in un continuo mutamento proponeva immagini ed idee sempre diverse.
Avevo attraversato una tempesta, un uragano sicuramente non per la benevolenza degli dei ma per una conoscenza intuitiva che ero stato costretto a sviluppare e che ora volevo comunicare anche ad altri.
Scrivendo avrei forse cancellato gli effetti di quella condanna che la donna aveva pronunciato verso se stessa alcuni decenni prima nella sua tesi di laurea un anno dopo aver incontrato uno psichiatra famoso ed aver letto la prima edizione di un libro in cui per la prima volta nella storia si parlava di cura della malattia mentale.
<<Fuori della famiglia –aveva sostenuto la donna- non c’è “normalità”, contro la famiglia spesso c’è la follia>>
Siccome lei certo non voleva essere “normale” era andata contro la famiglia rischiando appunto il suicidio e la follia. Andare “contro” la famiglia poteva aver avuto il senso di annullare la propria identificazione con il padre realizzando così un vissuto di vuoto e di dissociazione
Nella sua tesi in psicologia non c’era traccia di quel libro che pur aveva avuto fra le mani e le cui righe le erano scorse sotto gli occhi.
In esso veniva usato il termine “fantasia di sparizione”e si descriveva la dinamica dell’annullamento. La donna sembrava non essersi accorta che si parlava anche di vitalità e di immagine interiore alla nascita.
Si parlava di vitalità e di immagine e non di un vuoto e di una dissociazione originaria.
Subito dopo la laurea fece un viaggio euforico in America, nel nuovo mondo appunto e quando al ritorno tentò la strada della psicoterapia la sua possibilità di cura sembrava esser viziata dall’annullamento della teoria che lei stessa non si rendeva neppure conto di aver effettuato.
Finché un giorno, molti ma molti anni dopo, vide un film di Massimo Fagioli
“ Il cielo della luna” e comprese in virtù di una sorprendente risonanza che quel lontano passato ritornava, anche se lei non sapeva neppure bene come, nelle immagini cinematografiche. Tornava ma trasformato.
Quegli anni lontani, l’inizio dell’analisi collettiva sembrava avessero acquisito improvvisamente un senso che lei neppure pensava potessero possedere.
Anch’io di conseguenza le apparivo di colpo sotto una luce diversa e dal rapporto con me traspariva un’identità che lei prima non aveva mai visto.
Traspariva l’immagine e la possibilità della cura che nonostante tutte le intenzioni e le dichiarazioni coscienti, i sogni raccontati ed interpretati in buona fede, aveva molto tempo fa annullato.

Dal ‘68 al ’77. Cosa succedeva a Siena?

acca            

Inviato il: 5 Jun 2004, 08:26 AM

Anche io negli anni ‘ 70 ero interessato a tutt’ altro ……. stavo imparando a camminare, a parlare ……….

 

Eppure da qualche tempo ho la sensazione che qualcosa di distruttivo sia accaduto a Siena in quel decennio.

 

Il ‘68 e il ‘77; la violenza “politica” a scuola e poi, o contemporaneamente, la violenza politica che si confonde, o coincide, con la violenza legata al palio (cosa che anche pensarla è già, in un certo senso, bestemmiare ……); la città che si svuota; la nascita di nuovi quartieri senza immagine; la droga che c’ è ma non si può dire; la campagna che si spopola e arrivano transfughi dalle grandi città, passando dall’ oriente, che si riuniscono in comunità di tipo religioso o religiose e tante altre cose …………….

Tutto questo accadeva, presumibilmente, in modo analogo a quello di qualsiasi altra città di queste dimensioni, ma si continuava (o si continua ?) a fare una specie di propaganda basata sugli slogans: Questa città è un esempio di civiltà; Questa città è divisa in tante piccole realtà democratiche, che si fanno una guerra “rituale” (perchè l’ uomo è naturalmente cattivo ?), e …. quindi il suo modello è esportabile.

Forse non occorre neanche che stia ad enumerare i “luoghi comuni” che si sono sentiti dire su questa città. …….. Ai quali “luoghi comuni” si aggiunge oggi: “questi sono tutti matti. Non c’ è niente da fare”.

 

Naturalmente queste sono solo ricostruzioni parziali di eventi fatti senza che esistano ricerche o testi scritti ma mettendo insieme racconti di “fratelli maggiori”.

 

Per questo ho trovato basilare il riferimento alla analisi collettiva che è nata qui, le tue riflessioni sul comunismo e il freudismo legati a questa realtà. Nessi che non ero in grado di fare e sui quali rifletterò a lungo.

 

Non importa rispondere a tutte le domande, cosa da studiosi di storia contemporanea o di sociologia, però mi sembra estremamente costruttivo non accettare o arrendersi all’ idea della città-manicomio oppure, anche meglio, nel manicomio starci …….. ma facendo lo psichiatra …… e (perchè no ?) l’ artista.

 

Penso che lo strumento che hai fornito “appunti per una poetica dell’ interazione inconsapevole” possa essere davvero prezioso per tutto questo e, naturalmente, per molto altro.

 

 

Alogon            

Inviato il: 5 Jun 2004, 11:04 AM

Negli “Angeli ribelli” io dicevo che il palio è una malattia di cui nessuno vuole guarire.La tua proposta di una ricerca sulla crisi degli anni 70 merita attenzione.

Non bisogna dimenticare che in quegli anni maturava il fallimento del 68.

Ed anche qui l’anomalia senese è evidente:non c’è stato un 68 eclatante in questa città solo una sporadica occupazione. E’ stato un bene od un male?

Io mi interessavo già di psicoterapia di gruppo, mi confrontavo in svizzera con Pierre. B Schneider, avevo letto “l’analisi del carattere” e scoperto che il concetto di istinto di morte freudiano è intrinsecamente contraddittorio: ora masochismo ora sadismo primario. Mentre creavo con un collettivo di 50 persone una casa famiglia, ispirandomi ai network inglesi leggevo anche “Classi sociali e malattie mentali” Con uno psiconalista madrileno Mascarel facemmo uno studio che dimostrava che l’incidenza di malatie mentali è superiore negli emigrati rispetto ad operai svizzeri che ricevono lo stesso trattamento economico, Fu Mascarell che mi suggeri di studiare “the basic fault “ di Balint che, ispirandosi a Thalassa di Ferenczij teorizzava un rapporto del feto con il liquido amniotico senza peraltro andare oltre.

Ero affascinato dai grandi gruppi che sperimentalmente si tenevano alla Tavistock di Londra sia pure con un setting e modalità più che discutibili.

Apparentemente pensavo a tutt’altro che alla situazione senese….

però mi piacerebbe andare a fondo nel capire ancora meglio le motivazioni profonde di quella crisi alla quale accenni…. mi sembra che tu abbia centrato un punto importante…

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 7 Jun 2004, 12:52 PM

Un contributo estemporaneo per cominciare.

Non so che nesso ci potrebbe essere. E’ stato un “ritrovamento” del tutto casuale che propongo così come l’ ho trovato.

 

La copertina del numero 866 di gennaio 2004 della rivista Domus (mensile di architettura, design, arte e informazione) è dedicata a un’ immagine della contestazione studentesca alla Triennale del 1968, così come il seguente editoriale.

 

“Milano, 30 maggio 1968. Un gruppo di artisti e un centinaio di studenti di Architettura vogliono bloccare l’ inaugurazione della XIV Triennale, considerata una “istituzione borghese”. Davanti al Palazzo dell’ Arte il curatore della mostra, Giancarlo De Carlo cerca di farli desistere. Il tema dell’ esposizione – il “Grande Numero” – è di grande attualità.

Si tratta di capire se nelle società opulente, dove i cittadini sono trattati come masse di acquirenti, si può salvare la libertà individuale. Se un grande numero di individui liberi può sostituirsi ad una massa di utenti omologati. Niente da fare. La XIV Triennale viene occupata e devastata. Delle installazioni di Saul Bass, George Kepes, Archigram, Peter Smithson, Aldo van Eyck, Arata Isozaki e delle opere di Marco Zanuso, Albe Steiner, Alberto Rosselli, restano solo alcune foto nel catalogo. Ma a distruggere la XIV Triennale, non è un equivoco e neppure un complotto. E’ piuttosto il fastidio con cui molti intellettuali e politici del tempo guardano agli eccessi dell’ architettura. Alla sua pretesa di sollevare idee e aspirazioni che non confluiscano unicamente nella pratica del progettare. Al suo tentativo di leggere lo spazio come un sensore di fenomeni altrimenti invisibili, come una straordinaria metafora delle nostre società. Ad andare in pezzi con la XIV Triennale è l’ idea, oggi ancora viva, di un’ architettura che non sia solo un magazzino di prototipi, ma anche un modo – uno dei più efficaci – per capire il mondo e per raccontarlo.”

 

Da lì a poco tempo, forse pochissimo, il Comune di Siena affidò proprio a Giancarlo De Carlo la stesura del “piano di insieme” del nuovo quartiere di San Miniato che poi venne realizzato in gran parte da architetti senesi per la parte “architettonica”. Sulla genesi dell’ affidamento e dello sviluppo ulteriore del progetto mi occuperò in seguito.

 

 

Alogon            

Inviato il: 9 Jun 2004, 08:35 AM

Personalmente ritengo che il progetto di S. miniato sia abortito: se l’architettura è un rivelatore di processi “invisibili” che cosa è fallito con esso?

Contemporaneamente faccio rilevare che proprio a S: Miniato nell 83 io ho realizzato il mio studio professionale. L’opera progettata dalla ‘arch senese Mario Terrosi è un esempio unico di strutturazione di uno spazio adibito esclusivamente alla psicoterapia- Essa è stata pubblicata nel 92 mi pare in “Ville e giardini” e credo in qltre riviste dia architettura.

Come dire che mi muovevo allora in controtendenza rispetto al circostante degrado e fallimento.

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 9 Jun 2004, 10:06 AM

Ecco, questa che hai appena postato è un’ altra notizia che mi stupisce.

 

Non è per saltare di palo in frasca ma è difficile, mentre fai tutt’ altro nella vita, seguire fino in fondo linee di approfondimento così specialistiche.

Quindi penso che si possano aprire altri “filoni” senza aver esaurito completamente gli argomenti, ritornando in seguito sui problemi aperti (per quanto mi riguarda con il rischio continuo dello spettro della chiacchiera da bar).

 

La cosa che mi ha sconvolto nel brano de “Gli Angeli Ribelli” al quale tu facevi riferimento sono le due parole <<gigantesca ossessione, sapientemente orchestrata>> riferite al Palio.

La “sapiente orchestrazione” è una cosa diversa dall’ “enchantement”, credo. E’ una cosa che viene fatta apposta e con maestria volta ad arrecare danno ?

La tradizione storiografica senese segnala il Principe Mattias come inventore del Palio “alla tonda” e una interpretazione, plausibile, è quella che abbia inventato qualcosa “per far stare buoni i senesi”, facendo in modo che si ubriacassero di questo “giuoco” e non si dedicassero ad altro che ad essere divisi fra loro.

 

L’ interpretazione si ferma lì. Non si è mai tentato di andare oltre la fine del cinquecento.

Ma a me sembra che l’ “orchestrazione” sia continuata e che altri “direttori” abbiano diretto l’ orchestra anche nel “golfo mistico” di piazza del Campo (forse è pessima ma mi è venuta e non mi censuro)

 

E poi: quanto anche le contrade sono state un effettivo ammortizzatore alla chiusura del manicomio dopo il 1978 ? E di che “qualità” ?

 

 

Alogon            

Inviato il: 9 Jun 2004, 07:00 PM

…è difficile tenere un filo coerente e continuo…

..ti confesserò che a me del Palio è sempre importato poco….

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 9 Jun 2004, 10:35 PM

Anche se te ne è sempre importato poco, la descrizione del Palio racchiusa in quelle due righe de “Gli Angeli Ribelli” a me dice molte cose e te ne sono grato.

 

Ecco, per me, è diverso. Io sono stato veramente ossessionato da questa realtà in passato e tutt’ oggi mi scopro a parlarne più di quanto non vorrei.

Ad esempio se parlo con qualche sconosciuto non senese mi viene spontaneo definirmi a partire dalla mia Contrada e dal Palio ……. anche se la mia vita attuale è impostata su tutt’ altro ed apparentemente oggi di tutto questo importa poco anche a me.

 

Il Palio com’è oggi probabilmente piacerebbe ad uno come James Hillman.

Ricordo che qualche anno fa all’ Aula Magna di Siena, il noto scrittore junghiano tenne una prolusione sul valore della maledizione (?) in inglese “curse”, legata alla famiglia, al luogo di nascita. In pratica sosteneva, candido, che gran parte del malessere dell’ uomo contemporaneo, fra cui la depressione (malessere e non malattia), deriva dalla non accettazione delle “maledizioni” legate alle proprie origini …… sempre se non ricordo male.

 

Ma torniamo agli anni ‘70.

 

Come si trova un oggetto lasciato sulla spiaggia dalla marea, qualche tempo fa mi capitò fra le mani un libriccino intitolato “I fascisti a Siena”, allegato al foglio ciclostilato locale “Lotta Continua”, mi pare che fosse del 1973. C’era un tentativo di analisi del fenomeno della destra giovanile nella città unito alla lista degli aderenti e simpatizzanti del MSI e di Ordine Nuovo con foto, professione, profilo personale, indirizzo, modello e numero di targa dell’ auto. In tutto si trattava di una cinquantina di persone. Senza mezzi termini si invitava a colpire con azioni violente questi “militanti”.

 

Ho ricostruito da racconti di testimoni diretti, che all’ epoca, in occasione del Palio, gli aderenti ai gruppi politicizzati si sentivano “obbligati” a difendere e soccorrere i loro compagni (o camerati) che si fossero trovati coinvolti in risse fra contradaioli. Anche se appartenevano ad altre contrade. Non era raro che nel periodo 1970-1974 a picchiarsi dietro la copertura della rivalità contradaiola ci fossero alla fine rossi da una parte e neri dall’ altra. Soprattutto quando gli scontri avvenivano lontano dalla piazza, nei vicoli, magari con il favore dell’ oscurità.

 

Ed effettivamente in quegli anni si assiste ad un’ escalation impressionante della violenza paliesca e dell’ ossessione collettiva per il Palio.

 

Solo pochissimi anni prima, nel 1968, una contrada a cui era andato in sorte un cavallo scarso, una “brenna”, organizzò la sera precedente al Palio, prima della grande cena propiziatoria, una mascherata ispirata al nome del cavallo, che si svolse lungo le vie principali della città, fino in piazza del campo. Un’ autoironia del tutto impensabile dopo il 1970.

Pensate ad oggi, a con quale spirito vanno in piazza i contradaioli. E che cosa sono in grado di fare persone dichiarate da tutti “normali”, quando c’ è “la terra in piazza” (titolo anche di un celebre libro di due professori di Berkeley, uno americano e uno senese, Dundess e Falassi).

 

L’ università di Berkeley …….. quella di Marcuse ?????

 

Circa trenta persone si riuniscono in una Contrada diversa ogni giorno alle 14,00 per giocare a tombola. Fra di loro, che sono sempre gli stessi, per lo più anziani, ci sono tante persone che non vedi mai per strada: vivono in funzione di questo evento giornaliero. Come una malattia. Molti di loro stanno nelle case di riposo ed escono solo per andare a giocare. Ora ho la sensazione che qualcuno di loro sia un ex degente del San Niccolò. E’ un gioco violento, di soldi. Si paga forte per giocare: ognuno lascia anche venti, trenta euro al giorno. In pratica tutta la pensione se ne va così. Si lanciano occhiate piene di rancore, maledicono chi vince. La tombola paga 300 euro. Le Contrade ci guadagnano altrettanto ogni volta, più le consumazioni (il resto va agli altri premi e alle tasse). Bevanda preferita brandy Stravecchio. Chi vince, i soldi “buoni” vinti al gioco li “reinveste” appena esce in altre scommesse: Lotto, cavalli, lotterie.

Una situazione di miseria umana simile a quella descritta, e mitizzata, da Fabrizio De Andrè in tante celebri canzoni

 

A Siena il Palio si corre tutto l’ anno. E’ una frase famosa, con cui molti si riempiono la bocca. Dopo aver visto il gioco della tombola sono sicuro che è vero. Non mi sembra una bella cosa.

A fare “il servizio”, cioè a vendere le cartelle, bandire il gioco, portare le bevande ai soldi, spesso ci sono ragazzi e ragazze dai quattordici ai diciotto anni. Lo fanno per il “bene della Contrada”.

 

Messaggio modificato da Alogon il 10 Jun 2004, 08:46 AM

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jun 2004, 09:15 AM

…pubblico integralmente l’intervento. Ti stupirà ma in un forum dove esiste un moderatore che decide l’immissione in rete non è mai stata praticata nessuna forma di censura. Semplicemente non è stato necessario.

 

La mia idiosincrasia di lontana origine si estende oltre il Palio. Non sono mai stato ad una partita di calcio anche se ho visto qualche volta i mondiali alla televisione.

Non seguo neppure il basket.

In quegli anni della violenza fra rossi e neri, di cui conosco i protagonisti e gli episodi, per me Siena era un posto da cui partire e a cui ritornare per impegni di studio e di formazione.

Avevo pochi amici con i quali ero impegnato in un confronto ideologico e politico che già includevai temi della psichiatria.

Ci separammo sul problema del rapporto con la donna…..

…sul problema uomo-donna….

alcuni li ho rivisrti dopo decenni non messi proprio bene sotto questo profilo…

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 10 Jun 2004, 10:57 AM

QUOTE (acca @ 9 Jun 2004, 11:35 PM)

mi viene spontaneo definirmi a partire dalla mia Contrada e dal Palio …….

 

Ho letto il tuo intervento e mi pare evidente che stai conducendo una ricerca su questo tema specifico.

Quanto tu dici, sia in relazione alle tue sensazioni e rielaborazioni sia per quanto riguarda il riportare gli eventi con annessa critica mi trova d’accordo.

Premettendo cha anche io non ho alcun interesse al Palio e per quanto riguarda calcio e basket penso di aver assistito solo ad una partita per specialità quando ero nemmeno adolescente, dico che forse la ricerca sulla questione specifica andrebbe da un lato resa più generale nel senso che è da valutare l’ipotesi che il Palio o affini siano conseguenze e non cause e dall’altro invece indagata più approfonditamente in relazione a quella che è la realtà umana, dei rapporti interumani e, è possibile, del rapporto uomo-donna e, con particolare riferimento a quest’ultimo, credo sia interessante andare a vedere che tipo di rapporto, nelle persone che tu hai citato, sia in essere tra uomo e donna.

Dico questo non basandomi solo su ciò che dici tu, ma questa realtà l’ho potuta constatare di persona, toccare con mano e se in un primissimo momento della mia vita (fino ai 10-14 anni) posso essermici avvicinato (e comunque sempre e solo marginalmente, in via indiretta e sporadica) per via del fatto che tutti miei amici erano completamente o quasi immersi in questa realtà, poi me ne sono distaccato, all’inizio con delusione, poi con serenità rivolgendo l’attenzione altrove, un altrove ben più interessante, con particolare orientamento a quel rapporto uomo-donna di cui sopra.

Ritornando a noi: non si può dire che Siena sia un caso particolare di anomalie umane, adesso stiamo parlando di questo caso ma ti assicuro che scavando (e spesso senza nemmeno scavare) se ne trovano in tutte le città.

Il Palio, hai focalizzato l’attenzione su questo aspetto: il Palio ha una strutturazione di tipo apparentemente comunista, ma che in realtà coniuga un comunismo di facciata con la religione cristianocattolica e il fascismo (basta vedere la figura della donna nelle contrade, trattamento a cui le donne si alleano). Chi non condivide questa tendenza ha due sole strade, anzi tre: la prima è perdere ogni sensibilità e divenire parte di quella realtà, la seconda non sapere di avere alternative e rimanere anche a costo di lancinanti mal di pancia e perdita di vitalità e la terza, rifiutare in toto prendendo le distante senza divenire un eremita. Qualcuno che è riuscito a fare ciò ci deve essere stato e ci deve essere per forza, altrimenti un qualcosa come l’Analisi Collettiva coma avrebbe potuto mai trovare la sua genesi a Siena?

Quindi, concludendo, rimanere a Siena conducendo una ricerca di un certo tipo che richiede resistenza e vitalità in dosi massicce non è da biasimare, bensì tutto l’opposto; non ultimo aspetto: il detenere con costanza e una notevole tenacia nel seguire una ricerca come quella dell’Analisi Collettiva che ha la sua sede a 250 KM di distanza è un aspetto che non può essere ignorato.

 

 

Elleffe            

Inviato il: 10 Jun 2004, 11:54 AM

quanta carne al fuoco:

palio e società.

eventi senesi a cavallo degli anni ‘70 e mancanza di consapevolezza.

ricerca psichiatrica nel rapporto uomo-donna.

ognuno di essi basterebbe a tenerci occupati per mesi…

QUOTE

Il tema dell’ esposizione – il “Grande Numero” – è di grande attualità.

Si tratta di capire se nelle società opulente, dove i cittadini sono trattati come masse di acquirenti, si può salvare la libertà individuale. Se un grande numero di individui liberi può sostituirsi ad una massa di utenti omologati.

 

questo riferimento mi ha molto incuriosito, vorrei approfondire l’argomento, eventualmente anche in una sezione a parte.

come si proponeva il legame tra architettuta ed omologazione? come si voleva superare questa omologazione? e san miniato, allora?

per motivi di studio ho parzialmente approfondito questa ricerca, e -guarda caso!!!- ieri ho riletto alcuni pezzi in cui si parla di bentham, dell’utilitarismo inglese finalizzato alla creazione dell’uomo-numero e dell’uomo-macchina, e del panoptismo.

vorrei sapere di più su questa sfortunata edizione della triennale!

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jun 2004, 02:20 PM

La vita è una continua esplorazione…

…aprirsi verso l’ignoto..

la sensazione ineffabile della ricerca, del rischio inevitabile che ti fa raggiungere una meta che ti cambia. Qualcosa si modifica impercettibilmente nell’apparente immobilità del corpo che si anima solo per rendere visibili in piccole linee i pensieri che attraversano la mente come oggetti ai quali non sapresti dare una fisionomia

Io penso? Ma cosa vedo e cosa sento mentre penso e le immagini sono così sfuggenti e non assomigliano affatto alle percezioni che invece invadono nette il mio campo visivo dominando la .coscienza

io penso ma non posso dire di avere neppure ricordi certi perchè il passato si ricompone continuamente come un puzzle sempre ricostruito con frammenti nuovi che io stesso creo

rievoco una notte sull’oriente express verso una meta orientale…

scene vaghe riaffiorano lentamente e si definiscono.

la psichiatria come passione segreta,

continuamente pensavo dovessero esistere risposte ai mille problemi non risolti e ciò che mi affascinava era capire come si sarebbe potuti entrare in quel mondo chiamato inconscio.

Il cambiamento la trasformazione : dove era il loro “oriente”, il punto di partenza?

Avevo già formulato il pensiero che lo psichiatra dovesse avere un rapporto speciale con la donna..

…una figura femminile elegante e minuta dormiva al mio fianco…viaggio interminabile..

Il treno correva nella notte Zagrabia, Belgrado,Skopie, Instabul..l’Anatolia ed Ankara con i suoi musei d’arte mesopotamica

I minareti, il brulicare della vita nei bazar e nei mercati delle spezie…i giardini e la loro continua musica

Dopo mesi ancora i mattoni rossi di Siena

Ottobre 1974

Lì trovai l’oriente che non avevo trovato altrove.

Nell’aula magna dell’università di lettere

Uno psichiatra con gli occhiali si interrogava sul capitale di Marx: perché dall’artigianato si era passati al capitalismo, allo sfruttamnento ed alla alienazione dell’uomo considerato solo forza lavoro. Il passaggio al capitalismo era necessario o si sarebbero potute sperimentare forme di collaborazione di lavoratori più paritetiche e democratiche?

Mi sfuggiva come queste domande si legassero alla psichiatria, a quel libro “Istinto di morte e conoscenza” che già avevo letto ed usato, senza citarlo nella mia tesi di specializzazione….

…in quella circostanza era nata una mia possibilità di pensiero?

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 10 Jun 2004, 02:55 PM

QUOTE (Elleffe @ 10 Jun 2004, 12:54 PM)

ieri ho riletto alcuni pezzi in cui si parla di bentham, dell’utilitarismo inglese finalizzato alla creazione dell’uomo-numero e dell’uomo-macchina, e del panoptismo.

vorrei sapere di più su questa sfortunata edizione della triennale!

 

[QUOTE]

 

Mi pare che un critico di architettura che si chiama Rayner Banham ha studiato il rapporto uomo-macchina aggiungendo alla diade anche la parola architettura.

 

ARCHIGRAM fu il nome del gruppo di architetti che seguì più di ogni altro le sue idee.

A quella Triennale esponevano anche loro o avrebbero esposto anche loro.

Le cose che progettavano sembravano rivolte ad una popolazione di nomadi, di uomini senza radici. Architetture pop, smontabili e ricostruibili. Più rivolte ai partecipanti ai grandi raduni stile Woodstock che a creare organismi complessi come una città.

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jun 2004, 04:16 PM

interessante il discorso sull’architettura… io ho uno spazio architettonico da ristrutturare ed arredare in firenze in questo periodo..

uno studio nuovo..

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 10 Jun 2004, 04:28 PM

Guest ero io.

Mi sono confuso con il quote 🙄

 

Oppure una sola “identità fittizia” non mi basta più ? :blink:

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jun 2004, 04:54 PM

architettura e personalità multipla… un tema inconsueto senza dubbio…

copyright domenico fargnoli

 

 

Admin            

Inviato il: 11 Jun 2004, 08:17 AM

QUOTE (acca @ 10 Jun 2004, 05:28 PM)

Mi sono confuso con il quote 🙄

 

Appunto…

… Ti ho risposto nel forum SUPPORT…

The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

 

 

Alogon            

Inviato il: 12 Jun 2004, 02:01 PM

caro acca vedo che ti sei fermato…non vorrei che fra noi si fosse formata della……. ruggine….

copyright domenico fargnoli

 

 

m m            

Inviato il: 12 Jun 2004, 10:23 PM

Troppo interessante questo forum per non intervenire.

Arte, architettura, psichiatria, rapporto con la donna, Siena, Firenze, Roma, l’Analisi Collettiva. Ed ancora De Carlo, il Palio, il ’68, il ’77; tutte le coordinate di una vita, un gioco di Sovrapposizioni. Ma poi è necessario prendere il capo di uno di questi fili di ricerca ed annodarlo agli altri, per costruirne uno unico, una ricerca coerente, per vivere meglio.

 

1977, una domanda;

Allora giovane, e con problemi forse non solo propriamente esistenziali, mi presentai un giorno in una stanza del reparto di Psichiatria del Santa Maria della Scala di Siena per chiedere aiuto. C’era una donna che ricordo giovane e di una bellezza intensa e particolare “C’è uno psichiatra che tiene un gruppo una volta la settimana, non occorre niente, basta presentarsi li” mi rispose con naturalezza. Mi sono fidato, incosciente, non sapendo niente allora di ricerca psichica, di inconscio e coscienza. Il ricordo di un piccolo ambulatorio all’interno di quell’antico Ospedale nel cuore della città trasformato in luogo dell’analisi di gruppo, le persone sedute su un lettino, per terra, è ancora vivo; tutto sembrava facile, i rapporti fra le persone, le dinamiche umane.

Ecco quell’incontro ha segnato la mia vita, e ne sono felice. Di li a poco sarebbe venuta Architettura, il rapporto con le donne, l’Analisi Collettiva e non tutto è stato facile, ma questa è storia personale…

 

La domanda, per costruire la storia di tutti, per fare un po’ di ricerca; ma a Siena, almeno dal 1977, non esisteva già un’immagine di psichiatra, di cura? e aggiungo un’immagine alternativa ad una psichiatria organicista farmacologia da una parte, ed assistenziale, di matrice cattolico-comunista dall’altra parte?

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jun 2004, 01:03 AM

Penso che mm in parte abbia ragione. La verità è che l’impatto con la malattia mentale nel gruppo al quale egli allude fu durissimo.

Ed anche la reazione dell’ambiente della neuro psichiatria che cercò di bloccare quell’esperienza fu estremamente pesante.

Imparai a mie spese che lo scontro con la psicosi ti cimenta pure a livello fisico imponendoti uno stress elevatissimo.

Ho pagato a caro prezzo la penetrazione della teoria di Fagioli in ambito medico, tutt’oggi presente a Siena.

Ero pronto a quel tempo per affrontare una situazione così complessa?

Però il riferimento di mm è pertinente: nella situazione attuale si tratta di riproporre in pubblico, con le future mostre sul tema “psichiatria ed arte” l’immagine di una psichiatria che ha la possibilità della cura.

Forse è vero che ciò che viene messa in gioco è un’intera esistenza nel riannnodare i fili di esperienze il significato delle quali non può essere perduto.

Non tanto per me credo ma per chi le ha vissute come momenti essenziali del proprio percorso terapeutico..Si può modificare il senso di ciò che è stato affermando una riuscita attuale che riscatta i tentativi passati della loro incompletezza e di quel carattere velleitario che potrebbe essere attribuito ad iniziative che nel tempo non raggiungano mai i loro obiettivi.

Oggi l’esistenza di una psichiatria che non sia l’organicismo , il freudismo ed il basaglismo è incontestabile anche per il riconoscimento che ad essa viene tributato da importanti istituzioni publliche.

E’ probabile che senza quel tentativo iniziale del gruppo del 77, anno in cui peraltro la disciplina psichiatrica raggiunse la sua completa autonomia dalla neurologia, nella circostanza odierna non si sarebbe mai giunti a questo risultato anche perchè probabilmente non si sarebbe compresa la difficoltà e la complessità di quella che può a buon diritto essere considerata una vera e propria impresa.Essa nei prossimi mesi potrà giungere a pieno compimento .Forse però per arrivare a questo punto era necessario che io definissi la mia attitudine artistica, intesa anche come capacità estemporanea di reazione creativa ad eventi imprevedili.

Attitudine di cui l’espressività figurativa potrebbe essere solo un aspetto od una documentazione.

 

Messaggio modificato da Alogon il 13 Jun 2004, 01:07 AM

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jun 2004, 10:15 AM

A mm non è inoltre sfuggito il titolo del quadro “Sovrapposizione”.

Formazione del sogno, memoria inconscia, sovrapposizione.

Evidentemente la successione di queste parole non è casuale.

Mentre la memoria cosciente fa capo ad una concezione di linearità temporale per cui un evento è trattato come fosse un punto in una sequenza di fatti orientati in un certo modo nella memoria inconscia noi abbiamo il sovrapporsi di più piani dell’esperienza.

Quello che appare come “deformazione” della fantasia, dove l’uso del termine potrebbe ad un orecchio sensibile risultare problematico per la vaga sfumatura negativa in esso insita, in realtà è il punto di arrivo di una sovrapposizione di più piani e livelli del vissuto appartenenti a momenti storicamente diversi. La particella negativa “de” davanti a forma indica allontanamento o mancanza per cui l’aggettivo deforme significa “privo della debita forma”.

Ora la fantasia conferisce la debita forma non la toglie.

Se nella realtà noi sovrapponiamo più figure il risultato potrebbe essere un insieme caotico sprovvisto di senso. Nella vita mentale la sovrapposizione di diversi momenti ed aspetti dell’immagine non dà origine ad una semplice sommatoria ma ad una trasformazione dalla quale scaturiscono nuove forme che coesistono in una sintesi nuova ed originale.

Il passato, con le sue differenti sfaccettature ricompare ma riattualizzato in un atto di fantasia che lo riassume conferendo ad esso una fisionomia diversa che è la risultante della composizione di tutti gli stimoli e le influenze alle quali siamo stati sottoposti.

E’ interessante far notare come nella musica si ha sia lo sviluppo lineare dell’immagine, nello snodarsi della melodia sia il sovrapporsi, negli accordi di accompagnamento per es, di più suoni diversi.

Anche nell’arte figurativa noi abbiamo accordi cromatici che taluno ha cercato di accostare ad accordi sonori.

Nel linguaggio verbale o scritto la “sovrapposizione” che non è impastamento ovviamente, può esser solo suggerita indirettamente…Il linguaggio concettuale essendo più definitorio è anche più puntuale.Serve a circoscrivere ed ad individuare un’idea per volta piuttosto che a sottolineare nello stesso momento i suoi nessi e le sue analogie con altre idee. In un movimento lineare, com’è quello dell’occhio che legge ogni punto implica il superamento o la scomparsa del precedente. Solo attraverso il ricordo io ricostruisco la sequenza completa delle sensazioni e delle impressioni.La ricostruizione attraverso la memoria cosciente d’altronde non garantisce una trasformazione creativa.

Se è vero che, con il linguaggio verbale , soltanto mentalmente e non visivamente posso sovrapporre le varie immagini è altresì vero che solamente attraverso un’elaborazione non cosciente posso giungere a sintesi di idee nuove.

Va ricordato che le notazioni grafiche dell’uomo primitivo, per es gli psicogrammi aggiunti sopra le scene di caccia, procedevano talora per incisioni, su tavolette d’osso od altro materiale, nelle quali le più recenti si aggiungevano, si sovrapponevano a quelle più antiche senza cancellarne completamente la traccia anzi consentendone spesso una riconoscibilità.

Nella creazione di un quadro noi ancor oggi seguiamo sovente questo procedimento utilizzando le possibilità che ci offre la compenetrazione e la correlazione analogica.

Il titolo”Sovrapposizione” del mio ultimo lavoro allude a questa circostanza.

Si può constatare come ricerca figurativa e ricerca teorica procedano quasi di pari passo.

 

Messaggio modificato da Alogon il 13 Jun 2004, 06:32 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Julia            

Inviato il: 13 Jun 2004, 10:24 AM

QUOTE (Alogon @ 10 Jun 2004, 03:20 PM)

La vita è una continua esplorazione…

…aprirsi verso l’ignoto..

la sensazione ineffabile della ricerca, del rischio inevitabile che ti fa raggiungere una meta che ti cambia. Qualcosa si modifica impercettibilmente nell’apparente immobilità del corpo che si anima solo per rendere visibili in piccole linee i pensieri che attraversano la mente come oggetti ai quali non sapresti dare una fisionomia

Io penso? Ma cosa vedo e cosa sento mentre penso e le immagini sono così sfuggenti e non assomigliano affatto alle percezioni che invece invadono nette il mio campo visivo dominando la .coscienza

io penso ma non posso dire di avere neppure ricordi certi perchè il passato si ricompone continuamente come un puzzle sempre ricostruito con frammenti nuovi che io stesso creo

rievoco una notte sull’oriente express verso una meta orientale…

scene vaghe riaffiorano lentamente e si definiscono.

la psichiatria come passione segreta,

continuamente pensavo dovessero esistere risposte ai mille problemi non risolti e ciò che mi affascinava era capire come si sarebbe potuti entrare in quel mondo chiamato inconscio.

Il cambiamento la trasformazione : dove era il loro “oriente”, il punto di partenza?

Avevo già formulato il pensiero che lo psichiatra dovesse avere un rapporto speciale con la donna..

…una figura femminile elegante e minuta dormiva al mio fianco…viaggio interminabile..

Il treno correva nella notte Zagrabia, Belgrado,Skopie, Instabul..l’Anatolia ed Ankara con i suoi musei d’arte mesopotamica

I minareti, il brulicare della vita nei bazar e nei mercati delle spezie…i giardini e la loro continua musica

Dopo mesi ancora i mattoni rossi di Siena

Ottobre 1974

Lì trovai l’oriente che non avevo trovato altrove.

Nell’aula magna dell’università di lettere

Uno psichiatra con gli occhiali si interrogava sul capitale di Marx: perché dall’artigianato si era passati al capitalismo, allo sfruttamnento ed alla alienazione dell’uomo considerato solo forza lavoro. Il passaggio al capitalismo era necessario o si sarebbero potute sperimentare forme di collaborazione di lavoratori più paritetiche e democratiche?

Mi sfuggiva come queste domande si legassero alla psichiatria, a quel libro “Istinto di morte e conoscenza” che già avevo letto ed usato, senza citarlo nella mia tesi di specializzazione….

…in quella circostanza era nata una mia possibilità di pensiero?

 

Questa immagine di Alogon mi pare molto bella. I poeti hanno spesso cercato nell’altrove, il viaggio, la scoperta di nuove culture, la risposta a uno sradicamento interiore e raramente l’hanno incontrato, anche se questo li avrà arricchiti, se non altro di nuove domande… Anche per me è enigmatico il rapporto tra questo scambio necessario tra sé e il mondo, persone o contrade che siano, per definirsi, e un altrettanto necessario atteggiamento quasi di distacco, o di distanza. Oppure come conciliare l’”aprirsi verso l’ignoto” e la necessità del rifiuto in un ambiente non particolarmente amichevole… Provare a prendere dagli altri, a dare qualcosa, e nello stesso tempo tentare di rendersene indipendenti… E come sentire in modo non mediato, senza che questo sentire venga alimentato da un “immaginario” precostituito, che chiaramente non sono le immagini alle quali allude Alogon? A me non vengono bene le immagini, neanche quelle verbali, forse perché sono troppo potenti, come può essere potente la metafora di un poeta o la comunicazione traslata delle idee da parte di uno psichiatra…

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jun 2004, 11:31 AM

A te, Julia, e chissà perchè poi questo nickname, non vengono bene le immagini?

Non mi sembra. Il tuo è un linguaggio complesso, un pensiero sofisticato che si addentra nelle strettorie della ricerca.

Le persone, tu come altri, che mi rispondono in un modo così articolato mi fanno un grande regalo e mi consentono di pensare che il forum è un momento importante di contatto e di rapporto…

copyright domenico fargnoli

 

 

Libellula            

Inviato il: 13 Jun 2004, 07:54 PM

Il livello di linguaggio,di ricerca,di contenuti degli interventi del forum sono molto elevati e…questo mi rende difficile ora dire quel che vorrei…mi sento molto stonata,sempliciotta..un po’ un brutto anatroccolo ma….

 

In riferimento a quanto detto da Alogon e Trumpet sul rapporto uomo -donna.

Ho visto un film diversi mesi fa sulla vita di Pollok (o Pollock?)

“L’arte deve nascere dall’inconscio” dice la moglie a un gallersita …..ma puo’ essere arte questa di un conclamato “grande artista” quando il rapporto uomo-donna che ha segnato tutta la sua vita era sadomasochistico se non addirittura distruttivo?

Il rapporto uomo-donna,la nascita,la trasformazione,la realizzazione reciproca…se tutto questo non avviene come fa un uomo a fare arte?

Non basta che in una tela si rappresenti l’inconscio per fare di questo risultato Arte..nel libro “la danza del drago giallo” questo tema e’ stato toccato e olto bene ..

….ma allora quando a 8 anni circa vidi in un libro di arte moderna per la prima volta le opere di Pollok e mi prese uno stato di angoscia e malessere,tanto che riaprii quei libri solo molti anni dopo durante gli studi artistici,avevo percepito inconsciamente qualcosa?..una sensibilita’ che poi evidentemente persi….

Fare arte e proporla e grazie ai critici farla diventare una grande opera alla gran massa nonostante non sia espressione di sanita’ ma sfogo di una malattia non e’ violenza?nasconde anaffettivita verso l’altro….non lo so..forse e’ violento solo per colui che non sa vedere..rifiutare…..

Io stessa ho dipinto per lunghi anni,erano momenti di pura alienazione:non potevano che uscire enormi testimonianze del mio malessere,assenza di vita inconscia,di rapporto,di rielaborazione di immagini,grandi tele iperrealiste…che cos’e’ l’iperrealismo se non assenza di trasformazione?assenza assoluta di “sovrapposizioni”?

Ora questi quadri mi parlano di una donna che non esiste piu’,di una donna portata dal malessere a toccare tutti i continenti alla ricerca del suo oriente e l’ha trovato a Siena quando ha attraversato quella porta di legno,ha iniziato a piangere e contemporaneamente ha smesso di dipingere,senza deciderlo…e’ impegnata da allora a ridipingere se stessa per ora ancora con colori tinta terra,della nutrizione,per arrivare chissa un giorno a riprendere in mano quegli stessi pennelli di un tempo e lasciarsi andare alla tela bianca come tra le braccia di un uomo sconosciuto.

 

 

acca            

Inviato il: 14 Jun 2004, 09:17 AM

Al contrario Alogon, ti sono grato perchè mi sembra di aver trovato lo spazio adatto per porre una serie di questioni che da un po di tempo avevo in mente.

 

 

acca            

Inviato il: 23 Jun 2004, 07:50 AM

Dopo un pò di tempo riscrivo su questo argomento.

Gli anni settanta a Siena.

Sono contento che ci sia la possibilità di confrontarsi su questo periodo.

Eppure sento che le immagini che ho tirato fuori non sono immagini belle.

Quelle di Alogon invece lo sono.

Alogon ha parlato di Svizzera, di treni, di oriente, di donne e e di un professore con gli occhiali all’ università.

Io ……….

Che cosa è successo a Siena negli anni settanta ?

Che cosa è successo a me a Siena negli anni settanta ?

 

Fra i ricordi miei e le cose sentite raccontare dagli altri non riesce a prendere quota un’ immagine bella …….. ci sono vecchi invidiosi che aspettano il triste, eterno scherzo del caso …….. ci sono giovani che aspettano il variare della sorte …….. e intanto “la ruota” gira ……… dentro le stanze per estrarre i numeri della tombola ……. nella piazza colma di gente per assegnare un cavallo ad ogni Contrada ……… lavatrici, giostre, ruote ……. strumenti di torture sottili.

Riflettevo in quei giorni disgraziati, perso dietro i capricci della fortuna, di come l’ immagine della “ruzzola” del gioco della tombola mi parlasse della vita e della morte …….. “mors tua, vita mea” …….. per me la nascita si risolveva nel meccanico gesto di un’ estrazione a sorte fra una moltitudine di soggetti che già erano? L’ essere precedeva la nascita ? Il caso determinava la sorte degli esseri ?

Ma questa era l’ immagine anche della morte …….. I vecchi erano sempre di meno. Per loro la tombola era anche una specie di rito per esorcizzare un altro gioco in cui come i numeri cadevano nelle mani del banditore, anche loro uscivano a sorte e se ne andavano per sempre. Ma in una realtà parallela: condannati a ripetere i gesti di un vizio antico.

 

Invece poi ho scoperto che sarebbe stato possibile prendere il treno ………. che laggiù, nascosta fra gli alberi, da qualche parte, ricacciata indietro da un campo magnetico negativo, c’ è una stazione da cui si può andare via e lasciare una realtà che non ci corrisponde più.

 

 

Alogon            

Inviato il: 23 Jun 2004, 02:51 PM

Mi domando se esiste un altrove,

una terra promessa, un paradiso

che fino a qualche secolo fa si credeva nascosto in un angolo remoto della terra.

Una meta ideale da raggiungere, la ricerca della felicità che si è creduto di avere e che poi si sarebbe perduta.

Gli anni 70.. personalmente non ne ho nostalgia. Vivo un presente intenso, con accelerazioni vertiginose, con stimoli potenti che mi aiutano a trasformarmi continuamente.

Pensando però solo un attimo al passato potrei dire che forse ci sono luoghi o città in cui c’è un sentire diverso, come in un vecchio film inglese che ho visto recentemente in cui le case, le atmosfere mi ricordavano Londra…una vecchia casa sul Tamigi. Thames banks. Poi la permanenza nel Galles. Cardiff, Swansee.

Swansee .Una notte ero sveglio e vedevo dalle finestre di una camera al secondo piano i fari in lontananza. Capii che esisteva un mondo diverso, un modo d’essere che si affacciava timidamente e che avrei voluto durasse per sempre.

Non so se era la magia di un luogo o di una donna nel mio stesso letto non se se ero io che ero cambiato ed avevo portato con me in quel posto lontano qualcosa di nuovo per tirarlo fuori là dove niente era familiare..

Dopo proprio negli anni 70, sono andato in cerca sempre di quello stato d’animo finchè non ho trovato chi me la ha fatto sentire ancora ma dando ad esso una forma che non conoscevo ed un’intensità centuplicata. Ho trovato chi ha aveva uno spessore interno che non mi consentiva più di perderlo come purtroppo mi era accaduto.

E’ per questo che non cambierei la mia esistenza attuale con ciò che ero?

Non ho rimpianti e non attendo la morte.

Non esiste la ruota della fortuna, l’eterno ritorno, l’apparente novità del caso che poi comunque si chiude nella figura del cerchio… L’eterno ritorno dell’identico potrebbe essere l’invenzione maligna di vecchi perversi come Nietszche e Freud che sentivanono la vita sfuggire di mano senza averla vissuta…loro non avevano capito, non avevano vissuto ed anche gli altri non dovevano vivere e capire…

copyright domenico fargnoli

 

 

Julia            

Inviato il: 23 Jun 2004, 06:14 PM

Ho letto di recente una recensione su uno scrittore americano, non ancora quarantenne, di cui ho dimenticato il nome, che ama definirsi come il “nuovo Nabokov” perché scrive dei suoi rapporti con ragazzine di quindici anni. Le donne poi “s’inacidiscono” e a lui piacciono quelle ragazze ingenue, “che non hanno ancora capito che non c’è niente da capire”. Questa ultima frase, l’ho trovata di una violenza inaudita… di complicità non si può parlare quando lo sbilanciamento è troppo grande, quando il potere, anche se fasullo, è tutto da una parte. Sono tante le violenze, e vanno ineluttabilmente a peggiorare con il tempo, da parte di chi appunto ha sentito che la vita gli sfuggiva di mano ma che non è riuscito a spezzare il cerchio. Pseudo-artisti, benefattori, intellettuali… genitori che fanno sempre pagare carissimo le proprie frustrazioni alle loro vittime… vittime in un primo tempo… E’ un’antichissima storia sì, quella della vittima che diventa carnefice, e anche questa storia va spezzata.

E’ difficile però, se alla fin dei conti la storia, grande o piccola che sia, è fatta di rapporti umani, e se quella storia è spesso improntata alla ripetizione. E’ difficile provare a cambiare se stesso, ma anche se stesso nei rapporti, e trovarsi regolarmente di fronte a chi dice, come peraltro dicevo anch’io poco tempo fa e non senza amarezza, “io sono fatto cosi”…

Si capita più o meno bene, si vivono momenti più o meno intensi, poi passano… Scrive Guillaume Apollinaire : “Passent les jours et passent les semaines / Ni temps passé / Ni les amours reviennent / Sous le pont Mirabeau coule la Seine”. Parla di speranza si, ma “l’espérance est violente”. Perché dovrebbe sempre essere violenta la speranza?…

Dici, Alogon, di non avere ripianti. Questo per me, come intento, vuol dire tantissimo… Vuol dire riuscire, in quel movimento di ricreazione del passato di cui parli spesso, non solo fare piazza pulita delle esperienze brutte ma anche, forse, riuscire a far sfruttare finalmente dentro di sé quelle belle… belle ma passate, senza alcun cedimento nostalgico… non annullate ma superate… Una domanda mi viene in mente, che forse non ha il minimo senso. Non è che, come accadono talvolta quelle reazioni a catena di memoria inconscia, che vertono sulla patologia (anche come fonte di sofferenza), ci possa essere l’equivalente “positivo”, quello di richiamare alla mente quanto di bello si è fatto? o questo è negazione della malattia in quanto, appunto, essa ha sempre impedito il completo sfruttamento interno dei momenti vissuti?… Uno era, perciò non è più… ma se ci vuole un giorno per far crollare un muro vecchio di trent’anni, per elaborarlo gli esseri umani devono per forza riagganciare qualche filo…

 

 

Alogon            

Inviato il: 23 Jun 2004, 07:30 PM

La vecchiaia più che un dato anagrafico è una condizione mentale… forse si rimane giovani, non perchè si è fatto un patto col diavolo, o si succhia il sangue fresco di una ragazzina ma perchè si ha vitalità..

vitalità che non è vitalismo…

ed è la vitalità legata al pensiero, in qualunque epoca della vita uno la manifesti, che suscita la reazione violenta ed omicida, la negazione spessa celata nelle parole colte…

I sessantottini erano vecchi nel 68, nel 70 e nel 77. Oggi sono vecchi anche anagraficamente.

Però evidentemente c’erano strade diverse, possibilità che nella seconda metà del secolo scorso sono emerse e che alcuni hanno colto ed altri invece hanno ignorato.

La storia non è fatta solo di date ma anche di eventi mentali: esiste forse anche una vicenda non abbastanza conosciuta, che interessa tutta l’umanità. E’ la vicenda mai veramente compresa della trasformazione non cosciente.

Nella storia dell’uomo ciò che è stato fatto e realizzato di bello rimane per sempre come un patrimonio inalienabile che sta a noi sfruttare e riconoscere.

 

Messaggio modificato da Alogon il 23 Jun 2004, 10:35 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 25 Jun 2004, 09:21 PM

Non so come cambia la visione di se stessi: passato presente e futuro può darsi siano solo convenzioni linguistiche. Abitudini mentali nel considerare la propria vita secondo schemi che non ci appartengono. E’ l’insieme che si trasforma secondo leggi che ciascuno scrive ed adatta alla propria esperienza.

Non conosco percorsi già fatti, io non condivido quanto gli altri raccontano di anni che anch’io ho vissuto. Forse eravamo su pianeti diversi, eppure abitavamo nella stessa strada e ci incontravamo ogni giorno nella piazzetta antistante alla chiesa che fu dei cavalieri di Malta.

Io ero già diverso e non appartenevo a quel mondo semplicemente perchè pensavo

ed ero lontano anche se fisicamente ero immerso in quella mediocrità che alcuni hanno vissuto come una maledizione.

La quotidianità non mi ha ucciso con i suoi rituali, con la stupidità della violenza sulle piccole cose, io avevo come un segreto che mi liberava da quei vincoli che per gli altri potevano essere inganni suicidi.

Ho seguito strade che apparivano semplicemente impossibili e che per taluni neppure esistevano: ho scoperto di avere un intuito infallibile anche se per paura della solitudine ero stato quasi costretto ad accecarmi ed a mendicare rapporti.

Oggi mi sento vivo e vive anche il mio passato che si anima di immagini e di memorie che non hanno però la forza di trascinarmi nella nostalgia.

Tutto ciò avviene senza che io sappia veramente perché anche se posseggo il dono della parola che chiarisce anche a me stesso il significato di quanto ho vissuto quando compare in quella magia dei segni che si chiama scrittura.

Riannodare dei fili… chissà creare trame che non sono invenzioni bugiarde di mitomani, di “pseudologi” perversi ma avere idee che disegnano un modo nuovo di esistere dove tutto cambia ed i ricordi coscienti perdono la loro certezza di giudizi irrevocabili e di condanne senza possibilità di appello.

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 16 Jul 2004, 06:36 PM

QUOTE (Alogon @ 25 Jun 2004, 10:21 PM)

Riannodare dei fili… chissà creare trame che non sono invenzioni bugiarde di mitomani, di “pseudologi” perversi ma  avere idee che disegnano un  modo nuovo di esistere dove tutto cambia ed i ricordi coscienti perdono la  loro certezza di giudizi irrevocabili e di condanne senza possibilità di appello.

 

Ritorno su questo tema di discussione con l’ intenzione di riportare un pensiero che uno dei tanti blogger del web (…. che ad essere sinceri non è esattamente “uno dei tanti” …… ma non voglio togliervi la sorpresa) ha postato su un tema che è comparso in questa discussione.

Si tratta della recensione di un libro di Elsa Morante del 1970, che all’ epoca non venne pubblicato.

Ho quotato l’ intervento precedente di Alogon perchè mi è piaciuta l’ idea di riannodare fili ……

 

Messaggio modificato da Admin il 17 Jul 2004, 06:28 PM

 

 

Alogon            

Inviato il: 16 Jul 2004, 09:41 PM

<<il Manifesto di Elsa Morante vale come se fosse stato scritto per ieri, per oggi e per domani…

Già pubblicato in “Linea d’ombra” nel 1988, il Manifesto risale al 1970 o giù di lì, come precisa Goffredo Fofi in una nota conclusiva. Ed è Fofi stesso ad ammettere la svista sua e degli altri quando in quell’anno arrivavano le parole lungimiranti della Morante: che, inascoltate, avvertivano dei germi che avrebbero ammalato la cosiddetta rivoluzione comunista.

Oggi potremmo aggiungere che la rivoluzione fallì per la totale assenza di una qualsiasi ricerca sull’inconscio, senza la quale la “libertà dello spirito” è destinata a soccombere; si può dire che, come la Storia ci ha insegnato, quasi tutte le rivoluzioni sono fallite per lo stesso motivo, per aver voluto cioè consacrare l’esito dello scontro sull’altare della dea Ragione.>>

Da “Il ladro di emozioni”

Interessante. Condivido. Però molti di noi la ricerca sul cosidetto inconscio la fanno da trent’anni.

Riannodiamo i fili ma partendo dalla realtà attuale. Partiamo da una trasformazione già avvenuta. Non si tratta solo di confrontarsi con una critica, con una speranza, con intuizioni lungimiranti ma generiche in quanto non legate ad un metodo di ricerca e di pensiero. Oggi siamo di fronte a realtà umane concrete assolutamente diverse per gli stati d’animo, per le idee, per il modo di “amare” e di creare.

 

Messaggio modificato da Alogon il 16 Jul 2004, 09:44 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 17 Jul 2004, 10:57 AM

Avevo ben recepito l’ invito a passare oltre, a non continuare a ruminare il passato.

Mi era sembrato però che il discorso sul ricordo cosciente fosse terribilmente insidioso, specialmente nelle sue implicazioni legate alla comunicazione di massa.

Mi pare, a volte, che i ricordi personali si intreccino con qualcosa che non è soltanto personale. Ci sono stati apparecchi televisivi sempre accesi, quotidiani sul tavolo di cucina e riviste in salotto che non erano neutrali.

Mentre fingevano di raccontarti il mondo come era, le scelte editoriali in realtà condizionavano in modo pesante la gente.

E’ questo il punto che mi ha colpito della recensione del libro della Morante.

Non era importante nel 1970 qual’ era il percorso che portava una scrittrice a dire determinate cose, era che certe cose non si dovevano dire e se qualcuno le diceva, anche per sbaglio, bisognava fare come se non le avesse dette.

Ed era Elsa Morante …….

E, anche se va ripetuto in modo inequivocabile che il 2004 non è il 1970, avevo pensato che una cosa analoga a quella che Elleffe ha detto a proposito dell’ arte e della poesia (“il medico ha sviluppato resistenza, ma il giovane che ode versi malati, che lo spingono all’indifferenza, alla violenza, alla masturbazione autoreferente, si ammala, e non capisce perchè”) potrebbe essere detta a proposito di tutto un modo di condurre scelte editoriali e culturali.

 

Sono un pò pentito che scrivendo su questo argomento il tread è risalito in testa alla lista ……

Spero che qualcuno scriva qualcos’ altro altrove o magari apra una nuova discussione.