Il Paradiso perduto : il dolore e la colpa nella reazione terapeutica negativa

 

 

l paradiso perduto: il dolore e la colpa nella reazione terapeutica negativa
di Domenico Fargnoli

<l<Il filo del ricordo è un binario che conduce ad una antica stazione. Essa si apre su paesaggi ancora incontaminati come se il passato davvero non lo conoscessimo ma lo creassimo con immagini che ce lo mostrano sempre diverso. Non è come sfogliare un album di sbiadite fotografie o mettere in colonna date per altrettanti fatti che rischiano di essere nomi senza senso.
Parlo del passato vivo che è l’oggetto d’un esercizio d’indagine della mente presente che pensando cambia la vita soprattutto il futuro.
Apparentemente immobilizzati su di una poltrona incessantemente il cilindro di vetri e pietre colorate attraverso cui guardiamo il mondo gira ed il profilo di noi stessi cambia come se fossimo tante persone riunite in una sola e l’unica fatica fosse di scoprirle tutte, di lasciarle libere di esprimersi e di muoversi dileguandosi nella moltitudine quieta di una folla che una fervida immaginazione ha animato ed ha lanciato come un fermento nella ruota della storia.
Nella solitudine talora estrema di ciascuno risuona l’eco di una socialità lontana. L’eco ci suggerisce che il distacco dagli altri potrebbe non essere mai totale ed irrevocabile.
C’è una radice nelle idee che non è individuale, personale così come siamo abituati a considerarla ma nasce da incontri, da rapporti che spesso coscientemente non ricordiamo ma che agiscono in modi che non sappiamo subito decifrare. Siamo immersi in una matrice fatta di relazioni, di rimandi non sempre dicibili od immediatamente afferrabili che ci forgia e determina reazioni inconsapevoli anche se fondamentali nella vita psichica>>.
Mentre queste parole erano uscite dalla mia bocca come un piccolo ruscello improvviso, di cui non vedevo la fonte la donna mi guardava e dai suoi occhi traspariva un manipolo di pensieri in contrasto fra loro.
<<…nel vuoto in cui mi sto aggirando mi sembra vero sia di non sentire niente salvo il dolore prigioniero dentro di me sia la forsennata invidia per chi può vivere ed imparare dall’esperienza sia anche il tocco della tua mano sulla mia spalla…come un saluto…
..nel vuoto in cui mi sto aggirando mi sembra di non sentire niente salvo il dolore prigioniero dentro di me..
L’invidia forsennata.
L’invidia forsennata è più diretta verso le donne se pure posso distinguere nella visione di un gigantesco big bang all’incontrario che ingoi i sei miliardi di umanità e quanti siamo su questo pianeta.>>
Pensiero sano e pensiero malato erano impegnati in un braccio di ferro e nessuno dei due sembrava guadagnasse neppure un centimetro cosicché l’immagine era quella di un confronto senza fine senza né vincitori né vinti.
Il terreno dello scontro si dilatava fino ai confini dell’universo conosciuto in un’arena lastricata con significati soprannaturali e disumani.
La paura della fine del mondo, il terrore religioso di un apocalisse senza “escaton”, oltre ogni riscatto riemergeva in un presente in cui la storia sembrava sul punto di fermarsi per sempre.
Un meteorite avrebbe distrutto del tutto la terra.
Sorgeva improvvisa l’idea che la natura avrebbe subito, di lì a poco, un turbamento disastroso: un enorme macigno inanimato provenendo a velocità folle dagli spazi siderali avrebbe in pochi attimi cancellato ogni traccia di vita.
L’oscurità degli uomini diviene così l’oscurità del mondo. Oscurità che corrisponde ad un governo del peccato, ad un’invasione del male.
La sofferenza insostenibile forse neppure pensabile che si consuma nella routine dei piccoli gesti quotidiani in un’esistenza in cui niente sembra accadere veramente cerca il proprio riscatto in un evento straordinario. Il terrore viene inserito in un contesto cosmico in un ordine globale orientato verso una conclusione: quella che potrebbe essere solo una catastrofe individuale viene nobilitata e quindi resa sopportabile assumendo il significato dell’attesa millenaristica e quindi collettiva della fine.
<<…non so quando è cominciata la masturbazione mentale che poi è continuata tutta la vita…>>
Ora di fronte a questa figura imponente che spesso inspirava rumorosamente attraverso le narici quasi a ricordarmi che per lei ero come l’aria avrei dovuto provare sgomento: mi ero tuffato nel vortice che rischiava di inghiottirla ed ora mi voleva trascinare in quel nulla da cui come per magia nascevano pensieri folli.
Per anni li aveva nascosti dietro un comportamento apparentemente normale.
E quando come lame acuminate tranciavano il velo della coscienza, o come uno sciame di calabroni impazzito uscivano da un’apertura stretta gettandosi su qualunque cosa avesse movimento ritornava la filastrocca diabolica della crisi.
<<…la ragione uccide tutto ciò che non è razionale>>
Questa frase era come una bussola mortifera di una navigazione in un mare morto, un imperativo categorico nel colpire la vitalità e la sua radice nel corpo divenuto quasi un peso da rinnegare od un animale che andava solo nutrito quel tanto che non morisse.
<<…l’ultima volta che mi sono sentita donna era una sera d’estate>>
Sentirsi donna e poi trasformarsi in un entità indefinita piena di peli, di odori, di bisogni non graditi.
Cos’era accaduto?
Che cosa aveva cancellato l’immagine della festa di compleanno e il ritmo incalzante del flamenco che lei amava?
Qualcosa la allontanava ora da ogni musica. L’armonia dei suoni era uno stimolo insopportabile.
La malattia determinava una sorta di implosione, lo sprofondamento in quello che avrebbe potuto essere un dolore sordo, quasi stesse precipitando in un pozzo silenzioso e senza fondo.
Era qualcosa di simile alla sensazione indescrivibile di trascorrere attimi infiniti in attesa del nulla mentre davanti scorreva l’immagine del muro che come un cilindro l’avvolgeva isolandola dal mondo. Lei fino da piccola lo aveva leccato quel muro in uno strano rituale.
Che cosa significava?
Forse avrei potuto cogliere l’ allusione ad un grave stato di deprivazione affettiva intervenuto nella primissima infanzia. Avevo letto da poco di un bambino rumeno orfano di guerra , vissuto in una camerata di sessanta letti in Transilvania, dove aveva conosciuto solo il freddo e le violenze costanti degli adulti: egli emergeva dal suo stato di prostrazione solo per mangiare l’intonaco delle pareti e leccarsi le scarpe..
…a sette mesi erano cominciate le assenze prolungate della madre della donna…cosa era accaduto veramente durante questi periodi durante i quali lei, come nel film “La balia” di Bellocchio, veniva affidata ad altri?
Le domande affollavano la mia mente. Dovevo entrare in un labirinto di idee, di sensazioni che solo in apparenza erano simili alle mie.
La sua era una sofferenza aliena, il “dolore” non assomigliava a niente di conosciuto quasi fosse una matassa amorfa di una materia non umana. Lei adoperava queste parole sofferenza dolore ma io non sapevo a che cosa esattamente corrispondessero. Forse questi termini alludevano all’eco di una sensibilità perduta, a ciò che si prova nell’istante in cui la vita sta per spegnersi come una candela ma noi abbiamo ancora l’impressione della luce e del calore. anche se già siamo nella condizione di chi non vede come Pinocchio nel ventre del pescecane o di chi non sente la fiammella che brucia le dita che la vogliono spengere.
Lei era immobilizzata in questa condizione di un passaggio che avrebbe potuto durare in eterno, di un’apocalisse annunciata alla fine del tempo ma che avrebbe potuto accadere anche domani, anche subito per il terrore che l’immobilizzava sul materasso di quel letto in giorni sempre uguali.
Muoversi agire era diventato quasi impossibile :ogni atto, ogni movimento sembrava separato dall’altro da un vuoto, da una cesura che si riproduceva all’infinito come nel paradosso di Zenone per cui la freccia non arriva mai al suo bersaglio.
In tutto ciò che vedeva pensava allora ci sarebbe stata solo l’allucinazione del movimento per quella frammentazione sempre più sottile che rendeva statico, come una serie velocissima di fotogrammi che non vengono fatti scorrere uno dopo l’altro, qualunque oggetto.
<<Ogni atto è isolato dall’altro e non so come riempire lo spazio vuoto che c’è nel mezzo; se poi coinvolge qualcun altro è anche peggio perché ci saranno delle conseguenze fuori dal mio controllo, oppure viceversa le posso prevedere ma non le posso fermare pur sapendo che saranno dannose.
O addirittura forse provoco degli atti negli altri, per es. mi sembra di aver indotto E(…..) a portarmi dall’esorcista anche se il discorso è cominciato da lei.
Ovviamente mi viene in mente l’argomento della delinquenza, ma ci vorrebbe uno scopo. Io non ho nessuna posizione o potere da salvare, a meno che gli scopi non siano quelli di cui parla Fagioli nell’ultimo libro, come fregare gli altri perché, si sa, a torto od a ragione che si è fregati per sempre.
Così non trovo nessuno scopo nello scorrere del tempo ed ogni giorno è una vita da Tantalo.
Capisco razionalmente che lo scopo potrebbe essere guarire ma non potendolo sentire emotivamente, mi rimane lì in mezzo al terrore il ricordo ossessivo che sono stata curata ed io non sono guarita. Ed in mezzo al terrore mi resta il pensiero lucido che il corpo purtroppo sopravvive alla morte interiore.
Tanti mi hanno rimproverato la lucidità della mia pazzia!
Mesi fa ho riletto una biografia di Hemingway e mi è sembrato che quando gli cominciarono i deliri essi avessero una perfetta logica al loro interno, la differenza è che io so di delirare, che di per sé non mi pare un vantaggio, anzi una curiosità dell’ultima parte della sua vita è che il pensiero dei vestiti lo preoccupava e questo è l’unico punto di contatto che ho con lui: dover trovare due cose da mettermi al cambio di stagione per me è un’impresa.>>
Io l’avevo curata ma lei non era guarita…anzi non sentiva emotivamente di poter guarire.
In quel momento avevo accettato apparentemente passivo l’accusa di impotenza terapeutica ma ricordavo che era tornata da me nel bel mezzo di una terribile crisi con un sogno
<<Una donna dopo i quarant’anni può portare a termine una gravidanza anche se essa comporta dei rischi>>
Nell’immagini successive mi poggiava la testa sulle ginocchia e mi prendeva il pene in bocca anche se , guarda caso, si presentava moscio!
L’impotenza quindi era la mia: perlomeno questo era quanto il sogno proponeva!
Ascoltavo con calma disposto a curare ma non ad assistere
Interessante come il verbo assistere indichi l’essere presente ad un atto ma senza prendervi parte direttamente, solo per guardare.
Colui che assiste quindi è testimone piuttosto che il responsabile dell’andamento di un evento.
Il pene senza erezione dell’immagine onirica… il pene senza erezione sarebbe stato quello dell’assistenza e della consolazione che certo da me non trovava.
Perché dopo i nostri incontri si agitava tantissimo, coinvolgeva i familiari convincendoli che era tutto inutile in un crescendo di lamentele e comportamenti percepiti da loro come sommamente disturbanti e bizzarri?
Ero io che la rendevo inquieta e la facevo stare così male.
I parenti, gli amici le consigliavano di lasciarmi.
Se le avessi carezzato la testa e fossi stato tenero e comprensivo, se le avessi somministrato qualche tranquillante forse avrebbe sofferto meno!
Sarebbe stata meglio.
Mentre invece io, con l’analisi sistematica del cosiddetto transfert, con le interpretazioni, con le ricostruzioni le scatenavo un “dolore” insopportabile tutte le volte che nella nostra relazione nasceva la possibilità di una gravidanza e con essa la speranza di una cura. La donna usciva dallo studio ed immediatamente abortiva chiudendosi poi in casa e cercando, per giustificare il suo atto, la complicità di persone apparentemente normali ma in realtà più malate di lei. Le quali magari ritenevano giusto accompagnarla dall’esorcista.
E lei c’era andata pur non condividendo fino in fondo la credenza delirante della possessione demoniaca ma forse solo per l’odio mortale che in quel momento nutriva nei miei confronti.
La sola percezione della mia dimensione vitale la faceva letteralmente impazzire.
Ma perché tutto questo era rimasto silente per lunghi anni?
Lunghi anni in cui una parte di lei era vissuta “come se “ stesse bene.
Poi doveva essere accaduto qualcosa per cui la relazione parassitaria, fusionale, accuratamente occultata dietro la stima professionale, il riconoscimento di un lungo periodo di benessere relativo , era entrata clamorosamente in crisi determinando una sorta di catastrofe.
<<Ho preso un numero della rivista in cui si parla di destrutturazione, questa parola descrive bene come mi sento perché non trovo dentro di me nessun appiglio per venire veramente fuori da questa catastrofe, come se non esistesse più alcuna struttura sulla quale cominciare a mettere i piedi, come se la parola o l’esprimersi razionalmente non potessero funzionare d’aiuto in alcun modo>>.
A volte di colpo tornava il terrore, il tremare impauriti di fronte ad un ignoto imprevedibile e lei si rifugiava di nuovo a letto di fronte al muro.
Mi impegnava, alla sola percezione del più piccolo movimento, in questo duello mortale fatto di fughe di ricatti, di distruzione sistematica di quanto faticosamente andavo cercando di ricostruire.
La sua storia veniva proposta come paradigma del fallimento.
<<…io sono fra i peggio messi…>>
Tutto il suo entourage sembrava avallasse tale convinzione con risposte ora violente, ora in modo latente, anche se a volte neppure tanto, deliranti e dissociate.
Io non accettavo di piegarmi di fronte a quella che mi veniva proposta come un’evidenza continuando a tessere nuovamente il filo della speranza senza cadere nella tentazione del giudizio.
Cercavo di sviluppare un pensiero, m’ impegnavo in una ricerca consapevole che niente é mai stabilito a priori..
Naturalmente la dialettica terapeutica mi costringeva ad una profonda analisi di me stesso, ad un’elaborazione quanto mai difficile del modo con cui rispondevo agli stimoli consapevoli ed inconsapevoli ai quali, spesso mio malgrado, l’andamento della sua malattia mi sottoponeva.
Al centro dell’attenzione era la reazione negativa che si manifestava in un modo improvviso all’interno di una cura che sembrava da tempo aver superato la fase dei ricoveri e della farmacologia.
La reazione terapeutica negativa.
La destrutturazione inaspettata, pressoché subitanea di un assetto apparentemente “normale”.
La bestia nera degli psicoterapeuti.
Dall’oggi al domani ci si trova di fronte ad una personalità “altra”.
Il cambiamento di contenuti, di atteggiamenti è drammatico e violento.
Tutto quanto di positivo era stato faticosamente costruito sembra svanire per effetto di una pulsione di annullamento che colpisce a ripetizione come un ariete ostinato, come un primordiale marchingegno che scaglia pesantissime pietre.
<<Devo- diceva la donna- fronteggiare lo sbriciolamento di ogni appiglio esistenziale eccettuato forse la psicoterapia con te.
Dire forse mi è terribilmente doloroso anche se già molte volte ti ho svelato il dubbio che la psicoterapia mi abbia nociuto…ossessivamente ritorna la frase:
“..la ragione uccide tutto ciò che non è razionale…”
Forse per questo mi sembrava meglio perderla nell’inverno scorso , perderla nel senso che affogasse nella follia completa>>
La psicoterapia le aveva “nociuto” poiché nel prolungarsi del suo rapporto con me era entrata in crisi quella falsa e fragile apparenza di normalità, quella corazza caratteriale che lei si spingeva a considerare come una fortuna che per es. i suoi familiari possedevano: essi non erano considerati malati.
Ma per quale motivo allora, se davvero le fosse bastata la “normalità”, non si era contentata di quel precario equilibrio che aveva raggiunto e aveva continuato ostinatamente a seguire tutti gli aspetti, compresi quelli pubblici, della ricerca sulla realtà psichica nella quale io ero da tempo impegnato?
Giungeva fino al paradosso di affermare che non sapere della propria malattia è meglio che sapere. Come se il non sapere proteggesse veramente dall’emergenza di un vuoto e dallo scatenarsi di un disastro interiore.
Non aveva imparato nulla dalla sua vicenda personale, dalle sue crisi seguite da ricoveri le quali stavano lì a dimostrare come eventi traumatici, lutti o malattie infrangono la barriera contro gli stimoli che il malato erige contro il mondo nel tentativo di mantenere un precario equilibrio.
E’ come se comunque la catastrofe annunciata nascondesse un pensiero, come se tutto si reggesse su di un artificio che una volta individuato avrebbe fatto crollare ogni falso giudizio.
Cercavo di definire la reazione negativa di fronte alla percezione inconscia della dimensione vitale. Reazione di fronte alla continua trasformazione interiore alla quale lo psichiatra nel corso del tempo va incontro.
Un oscuro lavoro irrazionale trasforma la vitalità in immagine e l’immagine in parola. La crisi si era scatenata per la percezione diretta di una “novità” che era emersa inaspettatamente e della quale lei cercava poi traccia nella lettura..
Dopo mesi di reclusione davanti al muro di pietra la donna forse non per caso aveva letto un mio commento ad una mostra di pittura. Di esso mi ricordava in particolare un passaggio:
<<Il nuovo mondo era solo un sogno, un sogno che poteva essere destinato a sparire dopo un sonno di morte.
Il sogno sarebbe stato l’illusione della vera vita oltre l’incubo della quotidianità nel momento in cui ogni gesto ogni idea si carica di dolore.
Un dolore strano che scaturisce dal nulla della mente quando le linee sembrano diventare incisioni sulla pelle che solo l’atto di un medico può trasformare in cicatrici dando ad esse il senso della cura.
Dolore strano, sensazione urente che segnala un principio di congelamento prima dell’anestesia e del freddo totale che intorpidisce le membra.
Il senso e l’immagine della cura lenisce quel terrore di scoprirsi senza un pensiero proprio che può all’inizio gettarci in balia di quello che crediamo essere un dolore ma che nasconde lo spavento estremo per il mistero di un linguaggio che non ci appartiene, di una parola che solo una volontà sacra e divina potrebbe aver trasformato in sofferenza della carne”
Questo testo l’aveva spinta a muoversi ed a cercarmi per ristabilire un rapporto che ella stessa aveva qualche mese prima repentinamente interrotto sopraffatta dal senso della propria impotenza.
Sembrava, dopo la lettura, di colpo essere uscita da uno stato stuporoso.Era tornata a vivere da sola nella sua casa abbandonando la volontaria reclusione in un angolo remoto di quella che era stata un tempo la casa del padre.
In questa circostanza aveva cominciato lei stessa a scrivere , come se in qualche modo tentasse in prima persona un lavoro di ricostruzione personale. Faceva appello alle sue residue capacità linguistiche.
La parola scritta assumeva in quel momento un significato particolare così come lo aveva avuto la lettura del mio testo che aveva avuto l’effetto momentaneo di impedire che la crisi evolvesse verso esiti ancor più distruttivi.
Nel racconto che la donna propose redigendo nell’arco di qualche mese pagine dattiloscritte non si riscontravano tracce palesi di dissociazione: il pensiero si manteneva lucido, apparentemente coerente anche quando palesava verità terribili.
<<Mi ritorna continuamente in mente che tu mi hai detto che io non riesco veramente a soffrire e che magari avessi un dolore acuto; ed è vero io lo preferirei a questa sofferenza torturante ma tutta chiusa dentro di me e che non mi aggancia agli altri. Il senso del vuoto è sconfinato e vanifica i pochissimi atti che faccio come se essi, buttati in questo vuoto si annullassero>>
Ecco che mi riproponeva il mistero del suo “dolore” che in verità si presentava spesso nella forma di un terrore senza oggetto, di uno smarrimento senza confini. Io mi avvicinavo a quest’enigma con molti interrogativi. Ciò che mi colpiva è che lei si comportava come i penitenti medioevali che mortificavano il corpo e creavano le condizioni esteriori della pena per espiare i loro presunti peccati. Le pratiche della mortificazione assumevano una valenza teatrale, per non dire manierata ed erano una rappresentazione portata all’eccesso e forse resa possibile in quella forma estrema da una insensibilità interiore.
La sofferenza del digiuno e dell’isolamento, dell’esistenza disagiata cui la mia paziente volontariamente si sottoponeva circoscrivevano e attenuavano forse l’impossibilità di sentire veramente. Il suo dolore non riusciva ad avere un volto ed ella ripercorreva allora i rituali penitenziali che ipertrofizzavano la coscienza e annullavano l’inconscio.
La malattia diventata una male metafisico senza riscatto inscritto nel destino dell’uomo come un peccato originale, come una condanna ad una pena che sarebbe rimasta sempre incommensurabile rispetto alla colpa.
Si creava questo cortocircuito fra la colpa e la pena per cui entrambe non erano in realtà che espressione del giudizio, della credenza religiosa sulla immutabilità della natura umana, marchiata da una perversione o da un peccato originario.
Cominciavo a rendermi conto che la donna trasformava continuamente quello che poteva essere l’inizio di un dolore (il dolore della vita?) in senso di colpa cadendo in un delirio di incurabilità.
Trasformava il dolore in senso di colpa ed in angoscia.
Dopo l’angoscia il vuoto, la sospensione fuori dal tempo d’ogni dimensione vitale.
Ma come avveniva ,mi chiedevo questa trasformazione?
Mi ricordai un passaggio del “Paradiso perduto” di Milton in cui la spada dell’arcangelo Michele colpisce quella di Satana dall’alto e successivamente,non paga, entra profondamente nel fianco destro .
<<Il nemico/
conobbe il dolore allora per la prima volta,
fremette e si contorse alla fitta bruciante…>> (Libro VI)
Quello di Satana non avrebbe potuto essere che un dolore mentale essendo egli un “puro spirito” come gli angeli contro cui combatteva, i quali, al contrario di lui, in virtù della loro innocenza erano invulnerabili ed insensibili.
Il dolore, come il sogno attraverso cui il demoniaco si pensava un tempo esercitasse la sua seduzione sulla donna, si identifica, nella credenza religiosa, con il peccato e la colpa, con la disobbedienza alla legge divina.
Esso anticipa quella caduta agli inferi che è impotenza, privazione del piacere dei sensi innocenti, dell’estasi dell’amore coniugale che si nutrirebbe di un’intima vicinanza con il divino e sarebbe “l’unica proprietà in questo Paradiso di ogni altra cosa comune” come afferma Milton.
Il dolore mentale preconizza la maledizione del peccato originale e porta con sé la condanna alla sofferenza fisica che segna l’umanità fin dalla nascita.
Satana attacca nell’uomo l’intima compenetrazione fra realtà materiale e non materiale che si esprime nella sensibilità per la bellezza e nella sensualità dei corpi:
l’esaltazione dei piaceri dell’amore ‘coniugale’ del puritano Milton erano comunque sempre meglio di quanto avevano affermato S. Agostino o S. Tommaso nel loro disprezzo verso le donne.
Affermare l’esistenza del dolore mentale significa però implicitamente ammettere che la realtà psichica può subire una ferita come un colpo di spada che penetri in un fianco.
Anche se dobbiamo far notare che Satana nel “Paradiso perduto” prima compie il peccato di superbia e poi in conseguenza di questo sperimenta la sofferenza che è impotenza, privazione del piacere per una bramosia condannata a rimanere eternamente inappagata.
Il dolore, all’interno di questa concezione, è la conseguenza del male, della colpa così come la follia che ne deriva.
Ma può veramente esistere, al di fuori di un’invenzione letteraria, un dolore psichico puro? La” purezza” potrebbe derivare da un’operazione della mente che scinde il pensiero da ciò che è materiale, il corpo.
L’uomo a differenza dell’angelo , che è solo una figurazione irreale della credenza religiosa, ha una realtà materiale.
“La realtà non materiale dell’uomo è, infatti, in quanto esiste ed è la realtà materiale, l’anima esiste in quanto esiste il corpo. L’impossibilità di essere della realtà non materiale ha la sua radice ed origine nella prima realizzazione di essere dell’uomo e di essere vivente” ( Massimo Fagioli)
Storicamente si è ritenuto che nella follia il disordine morale e l’alterazione fisica si potenziassero a vicenda.
Nel periodo medioevale i medici sostenevano l’interdipendenza delle cause naturale e dell’influenza diabolica nella melanconia. La bile nera sarebbe stata la vera sede della possessione nella quale il diavolo si trovava a proprio agio.
L’agevolazione del soprannaturale rispetto al naturale giustificava l’azione dell’ esorcista accanto a quella del medico.
La parentela fra follia e peccato, preparata dal Medioevo e dal Rinascimento si era saldamente stabilita in età classica: la follia, esclusa dalla ragione, avrebbe svelato un segreto di animalità presente nel corpo. Si riteneva allora che l’uomo diventando una bestia avrebbe annullato non solo l’essere razionale ma la propria umanità rendendo palese così la colpevolezza del singolo.
Anche nel periodo dei Lumi il carico morale che pesava sull’alienato non viene affatto alleggerito: il “trattamento morale” altro non era che una pedagogia della della colpa la quale utilizzava mezzi fisici violenti per produrre choc emotivi: Auguste Compte, che fu paziente di Esquirol, denunciò il fatto che i medici vedevano in lui null’altro che l’animale e non certo l’uomo.
La malattia mentale sarebbe stata la punizione subita dall’individuo che si è abbandonato agli stimoli innaturali del vivere sociale invece che del vivere secondo natura.
Anche nel ruolo patogeno attribuito al “segreto vergognoso” spesso sessuale, dalla psichiatria ottocentesca successiva l’origine del male è responsabilità del singolo come nella teoria delle degenerazione di Morel che risente delle convinzioni religiose dell’autore. La malattia mentale invertendo il rapporto gerarchico fra l’anima ed il corpo, alterando il dominio della spiritualità dei primitivi, avrebbe incatenato, secondo questo autore, lo spirito alle aberrazioni fisiche. La degenerazione non sarebbe stata altro allora che la discesa progressiva dovuta a tendenze trasmesse geneticamente a partire da una colpa iniziale, nella scala del male fisico e del male morale.
Inutile dire che la psicoanalisi freudiana non aggiunse nulla di nuovo ma rafforzò l’idea religiosa di un senso di colpa, primariamente legato al Superio, espressione della cultura “pura” dell’istinto di morte, ed al sado-masochismo la cui irriducibilità sarebbe stata spiegabile solo con fattori genetici.
Oggetto fisico ed oggetto psichico venivano, nella psicoanalisi, confusi continuamente . Questa confusione è evidente anche in quel poco che Freud dice sul dolore psichico che secondo lui insorgeva originariamente come bramosia e nostalgia della madre. Quest’ultima scomparendo dalla vista sarebbe stata percepita come assente perché incapace di soddisfare un bisogno insorto in quel momento. Se non ci fosse stato il bisogno non sarebbe sussistito neppure il dolore.
Il piacere è quindi sinonimo di bisogno appagato, cessazione di una sofferenza, alleviamento di un dolore.In generale per Freud tutto l’apparato psichico ha una funzione analgesica, di difesa da un eccesso di eccitazione: il suo scopo primario sarebbe stato quello di ridurre le tensioni scaricandole. La meta perseguita è la stessa della pulsione di morte cioè riportare il livello di tensione ad un grado zero, verso l’insensibilità del mondo inorganico.
Non entro ulteriormente nel merito del discorso freudiano ma me ne allontano soprattutto in base a considerazioni di carattere clinico.
La prassi terapeutica mi ha suggerito che il dolore psichico è una sensazione che può essere sperimentata, quasi fosse veramente la prima volta, nel corso della cura: non si tratterebbe tanto di una reazione alla perdita o all’assenza di un oggetto come la psicoanalisi ha sempre affermato , ma alla sua presenza .
Reazione alla presenza dello psichiatra in particolar modo quando essa assume il significato di fusione fra vitalità e pensiero fra realtà materiale e non materiale.
Mentre l’angoscia è paura di perdere la ragione e di impazzire, mentre il lutto è la conseguenza della perdita, della morte fisica di persone alle quali siamo stati legati, il dolore mentale, non determinato cioè da una malattia organica ma da una situazione di rapporto interumano, appare nella dialettica della cura quando il paziente realizza che la presenza dello psichiatra è fisica e psichica insieme.
Quando si passa cioè e spesso bruscamente da un investimento narcisistico, basato sull’anaffettività e sul rapporto parziale con la realtà materiale alla percezione di un oggetto totale. In questo passaggio il “sentire”, che è un vissuto di tutto l’essere, è reso possibile dall’attivazione di quel residuo di vitalità che, sia pure allo stato di mera potenzialità , anche il malato più grave deve possedere.
Facciamo nostra l’ipotesi secondo la quale l’alterazione della sensibilità sia sempre parziale anche di fronte all’”alienazione” più profonda.
L’effrazione improvvisa della corazza caratteriale, della barriera protettiva comporta un’ esperienza “nuova”.
Esperienza vivida particolarmente intensa che per alcune persone è quasi intollerabile tanto da venir percepita come dolore. Ciò che conferirebbe allo stimolo il carattere algico sarebbe “…l’alto livello delle situazioni di investimento…”(Freud) cioè la sua intensità come se il significato non esistesse o fosse irrilevante e potesse sussistere nella percezione un fattore quantitativo indipendente da un’attribuzione di senso.
Quest’ultima affermazione potrebbe tuttavia rivelarsi interessante perché indicherebbe che possa darsi una struttura di personalità, per noi patologica che cerchi di funzionare al minimo di tensione interna possibile cioè secondo il principio del piacere, come se tutto l’apparato mentale fosse finalizzato ad eliminare l’eccesso di stimolazione che provoca dispiacere cioè dolore, prescindendo dalle sue caratteristiche.
… l’effrazione della corazza comporta talora un’esperienza vivida non solo intollerabile ma anche non traducibile spesso in immagini o parole perché veniamo da una tradizione di pensiero che ha associato la ragione all’anaffettività e la santità all’insensibilità.
La reazione terapeutica negativa si instaura a questo punto proprio per un difetto di comprensione: la sensibilità che si risveglia come conseguenza dell’interpretazione e della cura diventa la colpa di aver sentito per quell’interdetto storico che ci ha sempre impedito di pensare la vitalità e la nascita, la trasformazione del biologico nello psichico che si accompagna alla creazione dell’immagine interiore.
L’ingresso della sensibilità nella relazione terapeutica, che dovrebbe corrispondere ad un progresso sostanziale, fa riemergere anche i movimenti pulsionali e gli affetti relativi a quelle situazioni traumatiche di vuoto, di assenza di stimolazioni vitali le quali al loro tempo determinarono la malattia.
E ciò avviene non per una semplice abreazione o scarica emozionale di eventi che sarebbero stati coscienti e poi dimenticati, rimossi: in realtà noi facciamo riferimento a pulsioni,affetti, movimenti senza parole che possono non essere mai affiorati alla coscienza.
Mai affiorati alla coscienza e quindi impossibili da rimuovere.
Mai affiorati ma rimasti celati, quasi in attesa di una situazione che li evocasse, dietro quella cortina di anaffettività che rende invisibile il nucleo psicotico.
Nucleo che può rimanere a lungo ai margini della relazione terapeutica.
Le due caratteristiche di quest’ultimo di non poter affiorare alla coscienza prima che venga evocato da uno stimolo specifico e di non visibilità legata alla natura pulsionale ha indotto più di uno psichiatra a considerazioni fuorvianti.
Molti hanno pensato che una potenzialità di malattia si troverebbe in tutte le persone “normali”: per cui, si conclude, ciascuno di noi potrebbe un giorno rientrare, come sostiene Vittorino Andreoli , in una storia di delitto o di follia. Ciò equivarrebbe a dire che il male, o l’animale direbbe Umberto Galimberti, è ubiquitariamente presente nelle profondità dell’inconscio ed attende solo l’occasione giusta per manifestarsi.
Potremmo improvvisamente trovarci coinvolti, nostro malgrado e senza nessun segno premonitore, nei fenomeni dell’acting out che si verificano qualora la sofferenza eccede la capacità mentale di contenerla sia pure nella forma ipoaffettiva della negazione e del delirio.
Bisogna aver ben chiaro però che sarebbe proprio l’abreazione, l’impellente bisogno di scarica . che assume l’affetto patologico a giocarci un brutto scherzo. L’impellente bisogno di scarica se produce una modificazione della coscienza compatibile con una alterazione del comportamento potrebbe portarci o al suicidio o alla prigione proprio per quell’idea delirante di purificazione e di riscatto da una colpa spesso attribuito al gesto masochistico, all’atto criminale o perverso.
La manovra terapeutica deve al contrario del metodo catartico o dei suoi successivi derivati psicoanalitici concentrarsi sulla interpretazione “diretta” delle pulsioni, impedendo di usare la seduta come confessionale o pretesto per la rievocazione del ricordo infantile. E’ risaputo che alla scarica catartica o masturbatoria che dir si voglia dell’affetto patologico fa seguito il suo annullamento ed il ripristino successivo non certo la risoluzione definitiva .
Il rapporto con la mia paziente, alla luce di tutte queste considerazioni, rivelava una particolare difficoltà.
Riuscivo comunque a portare avanti una ricerca che riguardava specificamente la sua malattia nella speranza di aprirmi una strada verso la cura.
<<L’impossibilità di vivere, unita all’impossibilità di morire-affermava la donna- mi sbarrano la strada verso la via alla speranza e la tortura continua.
Meglio, esiste in me l’idea della guarigione, ma solo rare volte l’idea si incarna in un sentire. Ricordo precisamente una di queste volte:non mi era stato possibile rimanere a letto al buio ed una forza interna mi aveva spinto in città a scrivere.
Spesso mi viene in mente il personaggio di Kafka che una mattina si era trovato insetto e non era un incubo era vero!
La mia metamorfosi é la mia quotidiana verità per quanto cerchi di camuffarla un po’. La chiamo metamorfosi perché nonostante tutto quello di cui mi posso accusare non posso fare a meno di ricordarmi il tempo in cui venivo al gruppo provando un senso di piacere e non solo al gruppo…oggi mi pare che non posso scrivere altro se non ripetere all’infinito del dolore>>
Certo lo sapeva, lo aveva sentito e letto: è la coscienza che abbandona nel nulla il pensiero inconscio del sonno a trasformarci in enormi insetti immondi.
Insetto immondo è la veglia che si vergogna del sonno: la comparsa della coscienza ci fa vedere un volto mostruoso, la comparsa del pensiero verbale ci fa pensare alla nostra realtà come mostruosa, la scoperta dell’inconscio rende la coscienza insetto immondo.
Anche il suo dolore aveva una radice irrazionale non legata cioè ad alterazioni fisiche di competenza della medicina organica. Lei voleva che questa radice la quale affondava sottili terminazioni in quel misterioso legame fra la mente corpo che certo non era la ghiandola pineale di Cartesio, si seccasse ed i resti fossero abbandonati nel nulla.
…il dolore…
Reazione vitale ad una manovra terapeutica che individua una lesione od una malattia.
Il dolore che, non sostenuto e non compreso impediva il rapporto con una immagine sana.
Così esso nella coscienza che tentava di anestetizzarsi, si trasformava in un angoscia se non in vissuto di vuoto e di estraneità ed i sentimenti di colpa per aver annullato la mia presenza, la relazione non consapevole che aveva stabilito con me, la facevano sentire un’entità deforme e perversa.
Scrivendo ora cercavo di dare un senso ed un significato al sua vicenda sviluppando una conoscenza che mi aiutasse a curare la malattia e lenisse le ferite.
Raccontando dovevo riuscire a trasformare in rappresentazione quanto lei nel delirio viveva come realtà mostruosa di una colpa e di un male che l’opprimeva e non le lasciava scampo.
La dialettica terapeutica toccava quel limite estremo dove è in gioco la vita e la morte ed al medico è richiesto il coraggio e la fermezza del pensiero.
Forse era importante che io elaborassi attraverso la parola scritta quella che purtroppo con terminologia freudiana viene ancor oggi chiamata risposta controtrasferenziale cioè la reazione del medico a quella reazione negativa del malato che cerca di distruggere la possibilità stessa della cura.
La parola scritta, l’elaborazione teorica nella misura in cui è legata alla prassi è il massimo di interesse che il terapeuta può esprimere nei confronti del paziente.
Lo scritto nell’impossibilità di essere materialmente annullato conferisce alla cura un carattere di irreversibilità quando la risposta alla situazione di malattia ci permette di giungere ad una conoscenza che superi la singolarità del caso e acquisisca un valore anche per altri.
Certo, nel tentativo di ottenere questo risultato, non mi ero sottratto al disagio, alle critiche, ai tentativi continui di ledere la mia immagine professionale che ogni psichiatra esperto conosce e deve essere in grado di sostenere.
Dentro di me nonostante il dispiegamento imponente dei sintomi, nonostante che tutto parlasse di sconfitta e di fallimento, seguivo il filo del ricordo, il filo della fantasia inconscia che stabilisce spontaneamente quei nessi, ti suggerisce quelle idee che nessuno troverebbe con l’esercizio della ragione e della coscienza.
Questo filo non si spezzava anzi mi appariva come una linea che in un continuo mutamento proponeva immagini ed idee sempre diverse.
Avevo attraversato una tempesta, un uragano sicuramente non per la benevolenza degli dei ma per una conoscenza intuitiva che ero stato costretto a sviluppare e che ora volevo comunicare anche ad altri.
Scrivendo avrei forse cancellato gli effetti di quella condanna che la donna aveva pronunciato verso se stessa alcuni decenni prima nella sua tesi di laurea un anno dopo aver incontrato uno psichiatra famoso ed aver letto la prima edizione di un libro in cui per la prima volta nella storia si parlava di cura della malattia mentale.
<<Fuori della famiglia –aveva sostenuto la donna- non c’è “normalità”, contro la famiglia spesso c’è la follia>>
Siccome lei certo non voleva essere “normale” era andata contro la famiglia rischiando appunto il suicidio e la follia. Andare “contro” la famiglia poteva aver avuto il senso di annullare la propria identificazione con il padre realizzando così un vissuto di vuoto e di dissociazione
Nella sua tesi in psicologia non c’era traccia di quel libro che pur aveva avuto fra le mani e le cui righe le erano scorse sotto gli occhi.
In esso veniva usato il termine “fantasia di sparizione”e si descriveva la dinamica dell’annullamento. La donna sembrava non essersi accorta che si parlava anche di vitalità e di immagine interiore alla nascita.
Si parlava di vitalità e di immagine e non di un vuoto e di una dissociazione originaria.
Subito dopo la laurea fece un viaggio euforico in America, nel nuovo mondo appunto e quando al ritorno tentò la strada della psicoterapia la sua possibilità di cura sembrava esser viziata dall’annullamento della teoria che lei stessa non si rendeva neppure conto di aver effettuato.
Finché un giorno, molti ma molti anni dopo, vide un film di Massimo Fagioli
“ Il cielo della luna” e comprese in virtù di una sorprendente risonanza che quel lontano passato ritornava, anche se lei non sapeva neppure bene come, nelle immagini cinematografiche. Tornava ma trasformato.
Quegli anni lontani, l’inizio dell’analisi collettiva sembrava avessero acquisito improvvisamente un senso che lei neppure pensava potessero possedere.
Anch’io di conseguenza le apparivo di colpo sotto una luce diversa e dal rapporto con me traspariva un’identità che lei prima non aveva mai visto.
Traspariva l’immagine e la possibilità della cura che nonostante tutte le intenzioni e le dichiarazioni coscienti, i sogni raccontati ed interpretati in buona fede, aveva molto tempo fa annullato.

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