Psichiatria

Uso e misuso del termine raptus (Firenze Oblate 2019)

Uso e misuso del termine raptus ( Firenze-Oblate-2019)

Immagine: Caino ed Abele -tiziano

Scorriamo I titoli di alcuni giornali relativi a fatti di cronaca” Yara è stata uccisa per un raptus sessuale“ Ha colpito in preda a un raptus” “ Accoltellata per un raptus di follia “ “14enne ha un raptus mentre gioca e uccide il padre a coltellate”. Si potrebbero citare tanti altri esempi relativi per es. a casi di infanticidio o  femminicidio che testimoniano l’uso da parte della stampa  del termine raptus come sinonimo di atto violento impulsivo non controllabile  compiuto in una condizione di incapacità di intendere e di volere. Così 

 la parola raptus utilizzata  in contesti e in relazione a  dinamiche e motivazioni molto diverse assume un significatogenerico all’interno di analisi  spesso superficiali e non documentate.  L’etimologia suggerisce che raptus deriva dal latino rapio-rapere che vuol dire “togliere con violenza” oppure dall’avverbio raptim “precipitosamente oppure, per contrazione, da rapidus “ veloce. Il verbo rapere indica un azione esterna: si perde il controllo e  la padronanza di se stessi per un influenza di una forza che interviene da fuori sottraendoci il ben dell’intelletto. Ci sono esempi classici che possono illustrare questa idea. Omero racconta come Aiace Telamonio, non avendo ottenuto le armi d’Achille, impazzisce avendo subito un ‘incantesimo da parte della dea Atena: al suo risveglio  si lancia contro un gregge di pecore e le massacra, credendo di uccidere gli Atridi, ovvero Agamennone e Menelao. 

Rientrato in sé, si vede coperto di sangue e capisce che cosa abbia in realtà fatto: perduto in questo modo l’onore, preferisce suicidarsi piuttosto che continuare a vivere nella vergogna. Si lancia sulla spada che Ettore gli aveva donato alla conclusione del loro duello. Nella tragedia di Lucio Anneo Seneca “Ercole furente” quest’ultimo viene fatto impazzire da Giunone:  l’eroe perde la ragione, e, scambiando i figli per dei mostri e scambiando la moglie  con Giunone li uccide senza pietà (raccapricciante è la descrizione della morte del figlio, col cranio fracassato e il cervello spappolato sulle pareti). Quando rinsavisce si rende conto con orrore di ciò che ha fatto, e vorrebbe uccidersi. Nei due esempi riportati siamo di fronte alla concezione classica della pazzia come provocata da una divinità o da demoni maligni che ritroviamo in moltissime culture dell’antichità. Nell l’Occidente Cristiano i due monaci Sprenger e Kramer pubblicarono alla fine del XV sec. Il Malleus maleficarum, il testo dell’inquisizione. Si realizzava in quest’ultimo  la fusione fra pazzia, magia ed eresia sotto il minimo comun denominatore della possessione demoniaca. E’ il diavolo che provoca il raptus delle indemoniate e le spinge all’infanticidio e le crisi di possessione che lo psichiatra francese Martin Charcot in una sua celebre opera  Les demoniaques dans l’art (1887)  paragonò alle convulsioni istero epilettiche. L’uso indiscriminato del termine raptus nella stampa dei nostri giorni potrebbe risultare ambiguo proprio perché in esso ci potrebbe essere nascosta l’eco di una concezione religiosa: la stessa che faceva dire a Zacchia, il medico personale di papà Innocenzo X << Gaudet humore melancholico daemon> Il diavolo promosso a cagionatore della Melanconia, gioisce della depressione. Nel linguaggio comune si dice “essere in preda ad un raptus” e non “compiere un raptus”  come dire che si tratta di un qualcosa che accade dentro, nella mente di un soggetto, qualcosa che si subisce mentre si agisce.

L’uso specialistico, storicamente  molto circoscritto, del termine  differisce da quello giornalistico: troviamo per esempio la dizione, rara, di raptus melancholicus riferita ad una condizione conosciuta come stupor depressivo nella quale si ha un ottundimento della coscienza accompagnato da un blocco quasi totale del movimento. Si osserva come all’improvviso il soggetto  fortemente inibito vada incontro ad una crisi di agitazione accompagnata o meno da gesti auto o etero distruttivi. Il raptus, secondo una concezione classica sostenuta da Eugen Blueler può intervenire anche  in una patologia completamente diversa cioè la schizofrenia catatonica nella quale  la persona   è immobilizzata dal terrore nell’attesa  di un evento apocalittico ritenuto imminente: di colpo può sopraggiungere una crisi psicomotoria.  In certi schizofrenici poi si danno anche tipi di raptus che costituiscono estrinsecazioni di ideazioni improvvise ( einfhall)  non precedute da una tensione emotiva riconoscibile. Nell’ambito del  giornalismo che abusa del termine raptus e ne generalizza il misuso,   conferisce sensazionalita’ alla notizia il fatto che il gesto efferato e improvviso viene riferito come avvenuto  in un contesto apparentemente “normale” nel quale  spesso non ci sono condizioni psicotiche conclamate che avrebbero potuto far  presagire la tragedia. Ma esiste davvero l’episodio psicotico puntiforme, uno scompenso imprevedibile senza tracce ne prima ne dopo? O non ci sono sempre dei prodromi riconoscibili ad un occhio esperto che fanno presagire uno stato morboso latente e la possibilità di un acting out cioè di una reazione abnorme? Gli psichiatri come Charles Chrétien Marc ( 1840) e Richard von Krafft Ebing (1883) 

 Nella seconda metà dell’ottocento si occuparono a lungo della “follia transitoria” detta anche “mania effimera” nella quale la coscienza veniva descritta come obnubilata. Agli inizi del sec XIX i primi  alienisti avevano creato la categoria della “monomania omicida o delirio parziale” che sarebbe consistita in un impulso più o meno violento a ledere o ad uccidere. Quest’ultimo non avrebbe comportato disordini dell’intelletto e della morale: l’omicida sarebbe stato preda di un impulso irresistibile, di una forza cieca senza interesse, senza motivo, senza turbamento alcuno della mente. Sarebbe stata la volontà considerata come completamento dell’essere intelligente e morale ad essere esclusivamente colpita e annientata. Étienne Jean Georget , un allievo di Jean Dominique Esquirol,  esplorò le implicazioni medico legali della monomania omicida  e in accordo con l’articolo 64 del codice napoleonico  affermò che la follia parziale :<<(…) esclude l’idea di azione criminale e toglie a colui che ne è colpito la responsabilità della sua condotta (…)>>. L’accesso dibattito che intorno ai temi psichiatrico forensi sollevati da Georget si sviluppò in Francia culminò con la messa in discussione della monomania come entità nosografica: si obbiettò giustamente che non sarebbero esistiti casi di mania in cui la funzione intellettiva rimanesse intatta. Nulla sarebbe stato di più falso della frammentazione della psiche umana in tante facoltà separate suscettibili di essere lese separatamente. Anche nell’ambito della teoria della “degenerazione” che a partire da Morel soppiantò la prima alienistica francese si rifiutò l’idea della “monomania istintiva” e si affermò l‘esistenza sempre e comunque di un delirio generalizzato e di una responsabilità del reo di fronte a fatti criminosi compiuti con discernimento e consapevolezza.  La  scuola positivistica italiana il cui caposcuola fu Cesare Lombroso dette una particolare interpretazione del raptus e del cosiddetto “reato d’impeto” compiuto senza premeditazione per un irresistibile impulso. Lombroso affiancò alla concezione giuridica classica di Cesare Beccaria l’indagine naturalistica del reo condotta secondo il metodo sperimentale. I criminali, secondo lo studioso torinese, sarebbero appartenuti ad un tipologia antropologicante distinta in base a criteri morfologici e variabili antropometriche come la circonferenza cranica: quella dei “delinquenti nati”. Il delinquente sarebbe stato tale per stigmate degenerative ed eredità atavica: esso avrebbe condiviso con gli individui geniali o genialoidi e i folli morali, sprovvisti di senso etico, una costituzione epilettoide. L’irritazione improvvisa di determinate aree cerebrali, in una variante speciale del morbo sacro di ippocratica memoria, avrebbe conferito all’ideazione del genio il suo tratto  subitaneo e inconscio mentre il carattere esplosivo e  distruttivo dell’azione del criminale cioè il raptus sarebbe dipeso da una “epilessia larvata”. Quest’ultima,  diceva il medico torinese << (…) coi suoi accessi equivalenti puramente psicopatici passa nell’opinione comune sotto il nome di violenza, di brutalità, malvagità degli istinti, di irascibilità  morbosa(…)>> Le teorie della scuola positiva ebbero un peso determinante nella nascita dei manicomi giudiziari nei quali sarebbero stati confinati, fino alla loro  abolizione  in anni recenti, soggetti ritenuti pericolosi  per se stessi e per gli altri.  Secondo la legge del 1904 che porta il nome del ministro degli interni  Giovanni Giolitti e che riguardava gli alienati bastava una diagnosi per recludere a vita un soggetto in una struttura carcerario-manicomiale in base alla semplice presunzione che sarebbe potuto andare incontro ad un raptus. Il confronto fra la scuola positiva e la scuola classica di diritto penale   traspare dal Codice Rocco  del 1930 che con l’adozione della “misura di sicurezza”  e l’internamento al posto della detenzione in carcere, legittimò  la coercizione  del “reo folle” ai fini della difesa sociale. Per la Scuola positiva il reato interessava come fatto  che trova spiegazione nella struttura biopsicologica  del delinquente  alla base della sua  pericolosità: la pena avrebbe avuto una funzione   di prevenzione rispetto al rischio di un acting out sempre incombente. Nella legislazione psichiatrica l’idea lombrosiana della prevenzione  d’una  “pericolosità sociale presunta” è stata completamente superata dalla legge n 180 del 1978 fino al punto di non essere più menzionata. La psichiatria che fa riferimento a Basaglia  considera la pericolosità una chimera, un qualcosa che semplicemente non sussiste: il malato di mente qualora commetta un reato deve essere giudicato e condannato come tutti gli altri. Quindi non si ammette l’esistenza della “follia transitoria” che possa momentaneamente e improvvisamente alterare la capacità di giudizio motivando un crimine: la violenza contro le persone sarebbe espressione di una generica  malvagità umana. “I raptus omicidi non esistono. Bisogna iniziare a parlare di cattiveria, aggressività e consapevolezza>> ha sostenuto anche il prof Claudio Mencacci ex presidente della Società Italiana di Psichiatria.  Si  può  essere d’accordo che il “raptus” nel significato giornalistico e ottocentesco di monomania omicida che si supponeva interessasse  persone “normali” sia un anacronismo ma non si può negare l’esistenza di patologie psichiatriche  sia pure latenti  suscettibili di sfociare in gesti violenti e subitanei, non sempre prevedibili. Il ricorso poi all’idea di cattiveria è  tipico di un approccio moralistico e religioso:  esso presuppone che  nella  normalità sia presente  il male come dimensione sovrannaturale e radicale. Siamo tutti figli di Caino? Aveva ragione l’esorcista padre Gabriele Amorth quando parlava della presenza nel mondo e nella storia della possessione demoniaca  cioè il “male malefico”? L’omicidio  è un atto di onnipotenza e di anaffettività, una alterazione  patologica della capacità di giudizio anche se mascherata da motivazioni razionali e da una coscienza lucida. La guerra è un inconcepibile pazzia anche quando si camuffa dietro istanze civilizzatrici e umanitarie. L’uomo però per realizzare se stesso non è necessario uccida il padre o il fratello: non si può indulgere   all’errore di considerare l’aggressività, l’omicidio, la guerra un patrimonio istintivo dell’umanità,  espressione di un’irrazionale originariamente perverso. Il termine raptus, nelle pagine dei giornali, sembra suggerire che “il male”  possa irrompere sempre in modo imprevedibile e catastrofico nella sfera della coscienza.

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