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Una speranza che non muore

Grandissima folla sabato 18 Febbraio a S.Cosimato, tantissimi a stretto contatto l’uno con l’altro e ore di fila per entrare nei locali che furono dell’Analisi collettiva. Dolore intenso ma che rendeva ancora presente Massimo e il suo straordinario rapporto con una moltitudine di persone: quest’ultimo era il segreto della sua vita che mi ha affascinato, turbato e agli inizi spaventato. Ieri, pur nella tragicità della perdita, mi sentivo a casa mia fra tanti amici che mi salutavano, mi abbracciavano. Alcuni mi hanno chiesto di non disperdere le nostre forze: personalmente continuerò a lavorare e a perseguire “la conoscenza” come si legge nell’ultimo articolo di Left. Continuerò a perseguire un ideale di ricerca e di cura come sempre ho fatto nella mia vita. La perdita di Massimo mi colpisce duramente, al di là di quanto sia in grado di ammettere, perchè era unico e  insostituibile ma non mi abbatte del tutto.

Stanotte ho dormito profondamente e ho fatto un sogno con due bambini piccoli, uno nudo e una grande stanza, con tante finestre, che scoprivo al di là di una porta doppia.

Il non cosciente ci rivela aspetti di noi stessi che non sospettavamo di possedere, attiva energie latenti nei momenti cruciali e critici dell’esistenza come se il mondo della coscienza non fosse  talora che una parvenza oltre il quale c’è una verità che sta a noi comprendere e  alla quale attingere.

Oggi mi sento così: non ho perso la speranza che qualcosa di bello e meraviglioso possa ancora accadere.

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Un sogno di conoscenza 

Hai chiuso gli occhi ma tutti continueranno a sognare la tua vita di conoscenza

Domenico

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La morte e il silenzio

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Pinel libera i malati di mente alla Salpétriere

Penso che al dolore convenga in certi momenti il silenzio e la riservatezza: non amo chi parla troppo, dove troppo sta a significare pronunciare parole sbagliate nel momento sbagliato. Alcuni non si smentiscono neppure nel momento della morte di Massimo Fagioli: quando anni fa, dovevano parlare, come Marco Bellocchio, non hanno parlato e lo hanno fatto in questi giorni quando avrebbero dovuto tacere: come per inserirsi nella scia di notorietà presente, anche nella morte, di un uomo veramente grande. Sono parole, quelle che sono apparse nei Medias, che sono veri e propri atti di sciacallaggio. 

 

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Stasera, 13 febbraio 2017 Mannoni ha ricordato Massimo Fagioli a Linea notte 3

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Mi piacerebbe sapere chi ha scritto questo bell’articolo e ha scelto questa foto di cui io non ero a conoscenza

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Roma – La vita degli esseri umani ha un inizio e una fine, diceva. Alla ricerca sulla nascita e sulle origini del pensiero dell’uomo ha dedicato la vita intera Massimo Fagioli, lo psichiatra dell’Analisi collettiva, scomparso questa mattina all’età di 85 anni a Roma. Fagioli era nato a Monte Giberto nel 1931, in provincia di Ascoli Piceno.

Autore di 23 libri, e notissimo, in particolare, per «Istinto di morte e conoscenza», il suo capolavoro teorico, scritto nel 1970, diffuso in decine di migliaia di copie, tradotto in molte lingue, racchiude le scoperte fondamentali della Teoria della nascita, con la quale lo psichiatra ha rivoluzionato dalle fondamenta la conoscenza sulla mente umana, a partire dalla scoperta dell’origine biologica del non cosciente.

Sabato 18 febbraio, dalle ore 10, un saluto a Massimo Fagioli è previsto in via Roma Libera 23 a Trastevere, dove per quarantuno anni ha tenuto i seminari di Analisi collettiva, originalissime sedute di psicoterapia di gruppo, uniche nel loro genere, rivolte in modo gratuito e senza distinzioni a migliaia e migliaia di persone. A Fagioli dedica un lungo ricordo anche il sito di Left, la rivista per la quale dal 2006 lo psichiatra curava la rubrica Trasformazione.
Medico specializzato a Modena in neuropsichiatra, Fagioli si è laureato all’Università di Roma in Medicina e Chirurgia, studi intrapresi per l’esigenza di comprendere la realtà psichica umana, oggetto di una ricerca iniziata fin dagli anni dell’adolescenza, dopo essere stato, ragazzino, nelle Marche al fianco dei partigiani nella guerra di Resistenza e del padre medico di campo.

Giunge a Venezia, nell’antico manicomio dell’isola di San Clemente, dove ha il primo contatto con i malati cronici, le corsie bianche, l’elettroshock. Nelle vecchie cartelle cliniche della biblioteca scopre che due parole prevalgono nelle descrizioni del malato di mente: «stolido, anaffettivo».

Dalle pratiche angosciose della psichiatria ottocentesca, che cercava risposte nei vetrini di sezioni del cervello, Fagioli passa poi all’ospedale psichiatrico di Padova. Qui la prassi di una clinica raffinata e l’approccio di patologie gravi con metodi per l’epoca, all’avanguardia, oltre che con l’insulinoterapia, sono l’occasione per realizzare le prime esperienze di psichiatria attiva con gruppi di malati, che il giovane medico riesce a portare fuori a passeggio in città, «abbattendo» i muri del manicomio.

La ricerca di Fagioli sulle cause della malattia mentale, agli inizi degli anni ‘60, si sposta sul non cosciente e lo porta in Svizzera, nella clinica Bellevue di Binswanger a Kreuzlingen, dove dirige la comunità terapeutica di lingua italiana, convivendo notte e giorno con i pazienti senza mediazioni.

Soltanto dopo una lunga analisi personale e dieci anni circa da analista con studio medico di terapia individuale, propone nel 1971 agli ambienti scientifici il risultato delle sue esperienze e della sua formazione nel libro Istinto di morte e conoscenza, scritto nel 1970, pubblicato in una nuova edizione da L’asino d’oro nel 2010 e successivamente anche in lingua tedesca, a distanza di quaranta anni, nel 2011, dall’editore Stroemfeld (Todestrieb und Erkenntnis).

Il libro contiene i fondamenti della Teoria della nascita, secondo la quale il pensiero umano inizia alla nascita con la reazione alla luce, attraverso la retina, del corpo del neonato: scoperte sviluppate poi con La marionetta e il burattino e Teoria della nascita e castrazione umana, del 1974, editi tra la fine dello stesso anno e il 1975. Dal 1975 Fagioli ha risposto alla domanda di psicoterapia da parte di centinaia di persone e si sono formati, prima all’Istituto di Psichiatria dell’Università di Roma La Sapienza e poi in un molto ampio studio privato a Trastevere (1980), i seminari di Analisi collettiva, una prassi di cura per la guarigione della malattia mentale, basata sull’interpretazione dei sogni, che prosegue come ricerca sulla realtà umana e la sua evoluzione.

Il suo quarto volume intervista, Bambino donna e trasformazione dell’uomo, è del 1979. Fagioli ha continuato nel tempo a svolgere e approfondire i fondamenti teorici del 1970-74 in una serie di altri scritti di psichiatria e attraverso libere espressioni in ambito artistico. Nel 1997 è regista de Il cielo della luna e poi di Mèlange (1999) e di La psichiatria, esiste? (2002). Alla sua opera teorica e alla sua prassi si riferisce la rivista di psichiatria e psicoterapia Il sogno della farfalla che nel 2012 ha celebrato venti anni dalla fondazione. Oltre ai volumi fondamentali della Teoria della nascita (Istinto di morte e conoscenza, La marionetta e il burattino, Teoria della nascita e castrazione umana, Bambino donna e trasformazione dell’uomo), gli altri titoli sono: Storia di una ricerca (Lezioni 2002), Una vita irrazionale (Lezioni 2006), Das Unbewusste. L’inconoscibile (Lezioni 2003), Fantasia di sparizione (Lezioni 2007), Left 2006, Left 2007, Il pensiero nuovo (Lezioni 2004), Left 2008, L’uomo nel cortile (Lezioni 2005), Left 2009, Settimo anno (Lezioni 2008), Left 2010, Religione, Ragione e Libertà (Lezioni 2009), Left 2011, L’idea della nascita umana (Lezioni 2010) e Left 2012.

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Morto Massimo Fagioli

Tristezza profondissima….

morto massimo fagioli

 left saluta la sua T. Massimo Fagioli ci ha lasciati, dateci tempo e vi racconteremo

LEFT REDAZIONE13 FEBBRAIO  

Left saluta la sua T, Left oggi perde il suo più grande interlocutore. Oggi Massimo Fagioli è morto. E noi dovremo fare i conti con quello che vorrà dire per noi. Per noi giornale, per noi comunità, per noi mondo di idee. Tante tantissime le sue, idee rivoluzionarie con cui abbiamo riempito anni di vita, di politica, di sinistra, di affetti, di figli… Indimenticabile per noi, che abbiamo fondato questo giornale, il giorno in cui andammo a chiedergli di scrivere per Left, ogni settimana. Tutte le settimane, senza sosta. Una scelta di campo netta. Chiara come il sole.
Impossible anche in questo momento dirvi quanto e quale sia stato il suo contributo, possiamo solo dirvi che non abbiamo mai conosciuto un altro essere umano come lui. Mai. Un’umanità immensa che non conosceva limiti. Limiti di generosità, di intelligenza, di originalità. Di affetto. Quello che ci ha sempre colpito di Massimo Fagioli era la presenza, non mancava mai, ogni volta che gli chiedevamo di capire, dai fatti di cronaca più efferati ai buchi di questa sinistra infelice che lui cercava e ricercava… lui era lì. Rispondeva pronto, pronto alla ricerca, alla lettura, alla scrittura. E ci ribaltava il pensiero. Lo ossigenava, lo ricreava o lo creava del tutto.
Left perde il suo più grande interlocutore. Lo rivendichiamo, con grande dolore. Oggi la perdita sovrasta ogni altra sensazione, ma nel tempo vi diremo e vi racconteremo perché e quando un giorno un uomo solo decise che tutto quello che studiava non funzionava. Non curava. Semmai “ammalava” le persone. E vi racconteremo perché se ne andò da ogni posto dove si faceva o non si faceva neanche finta di curare. Vi racconteremo perché si scontrò con la Società italiana di Psicoanalisi. E vi racconteremo perché non smise mai di fare ricerca.
Solo, per oggi… ciao Massimo.

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La povertà modifica il DNA?

Il collega Andrea Rossi che si qualifica come psichiatra, mi invia questo approfondimento sui temi da me trattati, che io volentieri pubblico

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Ridurre il riduzionismo (anche quello epigenetico)

(Testo a cura di Andrea Rossi, psichiatra)

 

«Le battaglie di retroguardia condotte dai riduzionisti continueranno sicuramente ad avere luogo, nonostante sia ormai chiaro che le ragioni a loro favore si sono ridotte talmente tanto negli ultimi anni da far pensare che sia preferibile optare per una resa».

Come previsto dal filosofo della scienza Gereon Wolters nel 2008 [1], negli ultimi anni i riduzionisti non si sono arresi, applicando le vecchie categorie del determinismo genetico all’epigenetica.

Il connubio tra neuroscienze e folk psychology attira in modo particolare le attenzioni dei media che, spesso con grande enfasi e non senza grossolane approssimazioni, ripropongono letture semplicistiche e scientificamente infondate.

Nel 2011, con l’uscita del libro “The Epigenetics Revolution” di Nessa Carey [2], sembrava avviato un cambiamento concettuale radicale che ribaltava in maniera definitiva il vecchio paradigma della biologia molecolare che vedeva il DNA come unico determinante del comportamento umano.Blocco_Epigenetica1.jpg

Tuttavia, a una lettura critica dello stesso testo e dei dati presenti nella letteratura scientifica sul tema dell’epigenetica, emerge drammaticamente il fallimento di questo filone di ricerca, che viene sistematicamente strumentalizzato per confermare l’ipotesi riduzionista e l’ereditarietà delle caratteristiche fenotipiche acquisite.

A questo proposito si potrebbero fare numerosi esempi.Nel maggio scorso la stampa ha riportato un lavoro apparso sulla rivista Molecular Psychiatry, dove Johanna Swartz e collaboratori propongono un meccanismo epigenetico per dare conto dell’associazione tra basso stato socio-economico e depressione [3]. Questi sono solo alcuni dei titoli con cui blog e testate online hanno rilanciato i risultati della ricerca: «Vivere in povertà: il rischio è la modifica del Dna»; «Ecco come la povertà “altera” il DNA»; «“La povertà altera il Dna”, ansia e depressione associate a privazioni». Secondo i ricercatori della Duke University queste modifiche causerebbero un aumentato rischio di depressione (e più in generale di altre patologie psichiatriche) e, essendo potenzialmente ereditabili, spiegherebbero la familiarità di questi disturbi.

In un lavoro di Natan Kellermann del 2013 [4], più volte citato anche dalla stampa non specialistica, si ipotizza la trasmissibilità su base epigenetica del disturbo post-traumatico da stress per le vittime dell’Olocausto, per cui una sorta di memoria epigenetica verrebbe trasmessa alla progenie dando vita a schemi neuronali generatori del medesimo fenotipo clinico.

Tralasciando in questa sede le basi teoriche e biologiche dell’epigenetica e le conseguenti implicazioni epistemologiche, occorre ribadire come il concetto di ereditarietà epigenetica non possa essere utilizzato così selvaggiamente, in quanto questa presenta delle caratteristiche peculiari che la differenziano nettamente da quella genetica. Per prima cosa una modificazione epigenetica, per quanto più o meno stabile, è comunque reversibile in risposta a specifici stimoli ambientali. Inoltre, quello che molti ignorano (o fingono di ignorare) è che secondo le acquisizioni più recenti quello dell’ereditarietà epigenetica è un concetto non fondato scientificamente, come ricorda George Davey Smith in una revisione critica della letteratura pubblicata nel 2012 dall’Oxford University Press:

«[…] il risultato [delle marcature epigenetiche, n.d.r.] non è in nessun caso deterministico […] la rimozione [nelle cellule somatiche, n.d.r.] di questi pattern è essenziale per la generazione delle cellule totitpotenti nello zigote […]. Le onde di cancellazione delle modificazioni epigenetiche durante questo processo sono ben descritte, il che rende chiaro il potenziale limitato di trasmissione dei makers epigenetici tra generazioni e perciò restringe le possibilità di una ereditarietà epigenetica transgenerazionale» [5].

Lo stesso autore mette giustamente in guardia circa le modalità con cui queste informazioni di dubbia validità scientifica, con la complicità dei mass media, vengono divulgate.

Recentemente, sulle pagine del Corriere Fiorentino, la professoressa Liliana Dell’Osso ha affrontato il tema del disturbo post-traumatico da stress e della sua (presunta) ereditarietà epigenetica [6]. Tutto il discorso della vicepresidente della Società Italiana di Psichiatria ha fondamenta teoriche quantomeno fragili e contraddittorie, riciclando (peraltro senza citarle) le vecchie e sorpassate concezioni positivistiche della psichiatria ottocentesca e della psicoanalisi, malcelate sotto l’abito sgargiante della popular-science.

La collega, parlando di «modificazioni permanenti del DNA» che verrebbero «tramandate (per via “epigenetica”) alle generazioni successive» fino all’«autodistruzione della specie», di fatto ripropone il concetto di “degenerazione” di Bénédict-Auguste Morel, che tanto ha influenzato le l’innatismo di Cesare Lombroso e le teorie eugenetiche di Francis Galton.

In un saggio del 1919 Eugene Bleuler a questo proposito scriveva:

«La degenerazione secondo Morel, che […] dovrebbe decorrere fino all’estinzione, non ha mai potuto in generale essere giustificata; ciononostante per decenni ha continuato a ricorrere negli scritti psichiatrici, mentre sulla base delle genealogie storiche qualunque liceale avrebbe potuto smentirla» [7].

Proprio a partire dall’undici settembre 2001 e in seguito ai più recenti tragici fatti di cronaca, a nostro avviso si impone una ridefinizione del concetto di disturbo post-traumatico da stress che tenga conto del contesto storico contemporaneo. Questo anche al fine di proporre nuove strategie terapeutiche, che come tristemente dimostra il caso di Dust Lady, non possono limitarsi al controllo farmacologico dei sintomi. Anche trattamenti come la EMDR, fondandosi sul concetto di engramma, non sono in grado, data la loro infondatezza neuroscientifica, di portare a uno stabile miglioramento clinico né tantomeno di fornire gli strumenti ideativi per far fronte a un fenomeno ormai collettivo. La psicoanalisi freudiana, a cui l’autrice sembra far riferimento quando parla di “oblio” e di rimozione, si è rivelata anch’essa fallimentare. La nostra memoria non è né ereditata filogeneticamente né tantomeno una pedissequa registrazione delle esperienze vissute. Con buona pace dei riduzionisti, quando parliamo di realtà umana, una volta che l’atto mentale è emerso questo non è più derivabile dalle sue “determinanti” (o supposte tali) neurologiche [8].

Riproporre all’opinione pubblica idee ampiamente superate dalle recenti acquisizioni neuroscientifiche corre il rischio di ostacolare una concettualizzazione psicodinamica  della difficile realtà attuale, in cui il timore di un disastro imminente può sembrare più che mai fondato. Già dai primi del novecento era chiaro per Bleuler che quella della degenerazione era una teoria pseudoscientifica insostenibile, una vera e propria ideologia sconfinante «nel delirio paranoico collettivo» [7]. Con tali impostazioni ideologiche si rischia di portare la coazione a ripetere ad una prassi quotidiana e favorire l’insorgenza di psicosi collettive azzerando ogni possibilità di cura di tali disturbi.

 

[1] Wolters G., Ridurre il riduzionismo genetico, Humana.Mente – numero 6 – Luglio 2008 (versione on line), http://www.humanamente.eu/PDF/Wolters%20-%20Sesto%20Numero.pdf.

[2] Carey N., The Epigenetics Revolution – How Modern Biology Is Rewriting Our Understanding of Genetics, Disease, and Inheritance, London: Icon Books Ltd., 2011.

[3] Swartz J.R., Hariri A.R., and Williamson D.E. An epigenetic mechanism links socioeconomic status to changes in depression-related brain function in high-risk adolescents, Molecular Psychiatry advance online publication, 24 May 2016.

[4] Kellermann, N.P.F., Epigenetic Transmission of Holocaust Trauma: Can Nightmares Be Inherited?, Israel Journal of Psychiatry and Related Sciences, 2013, 50(1): 33-39.

[5] Davey Smith G., Epigenetics for the masses: more than Audrey Hepburn and yellow mice?, International Journal of Epidemiology, 2012, 41:303–308.

[6] Dell’Osso L., Memoria, la nemica dei sopravvissuti, Corriere Fiorentino, 23 luglio 2016.

[7] Bleuler E., Il pensiero artisticamente indisciplinato in medicina e il suo superamento (1919, terza ed. 1927), Sacile (PN): Polimnia Digital Editions s.r.l., 2015, p. 93.

[8] Cfr Boncinelli E., Mi ritorno in mente, Milano: Longanesi, 2010.

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