I soldati di Allah

1468743734-soldati-allah-950.jpgSu SkyTg24 è andato in onda il documentaio «I soldati di Allah», del giornalista francese Saïd Ramzi e prodotta da Takia Prod in collaborazione con Canal+). Saïd Ramzi ( pseudonimo), si è infiltrato all’interno di una «cellula» di giovani francesi, di fede musulmana, reclutati dalle frange estremiste per combattere «dall’interno» la guerra all’Occidente.Con l’aiuto di telecamere nascoste  Ramzi ha percorso tutte lefasi del reclutamento dei «soldati» della Jihad. Prima la frequentazione di siti online che danno spazio all’ideologia della «guerra santa», poi lo sviluppo dei rapporti personali con Oussama, un ventenne che coltiva l’ideale del martirio ed è già stato in carcere per terrorismo.

Quelli che colpisce è l’importanza di Internet, come l’applicazione Telegram, per permettere il coordinamento dei terroristi. Il secondo è l’approfondimento psicologico delle motivazioni di questi «soldati», un coacervo di deliri uniti dalla volontà di riscatto sociale alla ricerca di un premio «superiore» da raggiungere dopo la morte attraverso l’omicidio di massa. Il paradiso islamico è popolato di donne stupende a totale disposizione dei martiri, di cavalli alati su cui galoppare in piena libertà.

Durante il documentario viene intervistato uno psichiatra di cui non viene fatto il nome ma che sicuramente è Fethi Benslama benslama.jpg
che ha nei suoi libri analizzato le problematiche storico psicologiche dell’Islam. Benslama parla a proposito degli aspiranti martiri di Sindrome di Cotard. Si tratterebbe di soggetti che aspirano alla morte eroica perché si sentono già morti. E’ chiaro che la psicopatologia è chiamata a fornire una interpretazione di quel complesso fenomeno che è “la radicaluzzazione” dei mussulmani: il termine rimanda ad uno dei concetti chiave per comprendere la mentalità dei terroristi. Lo scenario del terrorismo e dei mass murderers attuali che spesso si scambiano i ruoli strategie e motivazioni, ha un’importanza fondamentale per la psichiatria attuale. Però è inutile ricorrere all’armamentario ideologico della psicologia di massa freudiana o ai concetti classici della psicopatologia Jaspersiana. Per non parlare delle banalità organicistiche recentemente proposte, sul Corriere fiorentino, da una psichiatra come Liliana dell’Osso (vicepresidente della Società italiana di psichiatria) che utilizza termini come sociopatia senza il minimo sforzo di contestualizzarli ricopiandoli tali e quali dalla psicopatologia di Kurt Schneider arricchendoli (!?) con l’idea dell’innatismo: il criminale-nato di Lombroso. Nessuno si ribella alla riproposizione di tali anticaglie ideologiche
alle quali si vuole dare il crisma della scientificiità: la psichiatria organicistica è fuori dalla storia arroccata in un pseudoscientismo narcisistico, in un’ignoranza colpevole funzionale agli interessi, talvolta criminali delle case farmaceutiche che ricavano enormi profitti dalla vendita di psicofarmaci prescritti il più delle volte in modo selvaggio.
La vera sfida, per quello che ci riguarda, è utilizzare le categorie della teoria della nascita di Massimo Fagioli, le sue inedite ricostruzioni storiche, la sua critica del pensiero religioso e della razionalità illuministica, per comprendere fenomeni sociali e patologie psichiatriche che si manifestano in forme nuove con un’ intensità ed una frequenza inedite nel nostro panorama culurale.

La psicopatologia va ripensata dalle sue fondamenta: è quanto si è cercato di fare partendo dall’analisi del caso di Anders Breivik che sicuramente ha aperto un’era nel dibattito del rapporto che intercorre fra malattia mentale e terrorismo.

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