Intervento all’ Università di Firenze del 23/11/2017-

Apolidia, psichiatria e ius soli
Domenico Fargnoli 

Il dibattito sulle modifiche da apportare alla legge 91 del 1992 sulla cittadinanza italiana si è protratto per ben 13 anni senza che ancora si sia arrivati ad un conclusione. Riconoscere la piena titolarità dei loro diritti a più di 800.000 giovani nati in Italia da genitori extracomunitari con permessi di soggiorno da lunga data sarebbe un atto di civiltà e di fiducia nelle future generazioni. In un articolo sul Corriere della sera del 27giugno 2017 Nando Pagnoncelli riporta i dati di un sondaggio: il 54% per cento degli italiani è contraria al riconoscimento della cittadinanza italiana a figli di immigrati stranieri nati nel nostro paese mentre il 44% si dichiara favorevole. Un analogo sondaggio di sei anni prima che vedeva i favorevoli al 71% e i contrari al 27% è stato ribaltato. Quest’ultimo dato ci sorprende: la presenza degli stranieri contrasta la denatalità e l’invecchiamento della popolazione, aumenta in modo considerevole il gettito fiscale e contributivo soprattutto a favore delle pensioni, fa aumentare il Pil e i consumi. In sei anni sono aumentate le emozioni e le paure che alimentano la diffidenza verso gli stranieri che prevalgono su considerazioni dettate dal rapporto con la realtà. Tutto questo dipende da una molteplicità di fattori fra i quali le gravissime inadempienze della politica: i mass media hanno una loro responsabilità poiché hanno sovente indotto una falsa rappresentazione del fenomeno migratorio. Lo stereotipo del migrante criminale e terrorista, l’ambiguità terminologica che non distingue fra le varie tipologie di emigrazione e spara nel mucchio, ha contribuito a diffondere una retorica: gli stranieri che vengono nel nostro paese costituirebbero una minaccia per la sicurezza e l’ordine dello stato. Vengono così legittimate e messe in atto politiche esclusivamente securitarie e poliziesche, vedi gli interventi recenti di Minniti, per far fronte a un’emergenza che richiederebbe una strategia complessa e differenziata a vari livelli per consentire l’integrazione sociale. Scorrendo la stampa e i contenuti dei mass media ci imbattiamo in argomentazioni sconcertanti. A parte il tatticismo di alcuni parlamentari che in nome della realpolitik in questa fase della legislatura vogliono dilazionare ancora l’approvazione delle modifiche alla legge 91 si sostiene che:

-sarebbe in atto un processo di sostituzione etnica. Gli italiani emigrano mentre gli extracomunitari subentrerebbero al loro posto. ( la tesi è stata formulata e ripresa dal filosofo francese Renaud Camus)

– con lo jus soli l’Italia diventerebbe la sala parto dell’Africa mentre i bambini verrebbero usati come scudi umani.

– la cittadinanza non si regala.

– “gli immigrati sono matti “ come ha titolato Libero il giorno 27 Ottobre 2017. Un emigrato su tre soffrirebbe di turbe psichiche mentre il 17% della popolazione degli ospedali psichiatrici giudiziari è composto da extracomunitari come si legge in un rapporto diffuso dalla Società italiana di Psichiatria << (…)con buona pace- sostiene l’articolo di Ilaria Pedrali- di chi si ostina a considerarli delle risorse.>> L’articolo elegge Kobobo, l’africano con problemi psichici, che nel 2013 prese a picconate dei passanti a Milano, a prototipo della pazzia violenta degli extracomunitari, ma giunge ad una conclusione paradossale: se fosse attendibile il dato riportato , cioè che uno su tre dei migranti ha problemi psichici , ne conseguirebbe che la percentuale di malattia sarebbe simile a quella degli italiani che sempre secondo la Società italiana di Psichiatria sono 18 milioni a soffrire di patologie psichiatriche.

E’ chiara la malafede del tatticismo di coloro che vogliono dilazionare l’approvazione delle modifiche alla legge 91 come se il rispetto e il godimento dei diritti umani potesse essere procrastinato a piacimento; è chiara la paranoia di coloro che temono di essere sostituiti e la perversione mentale di chi paventa che i bambini nati in Italia da genitori stranieri siano tanti piccoli cavalli di Troia. Fare figli per insinuarsi in territorio nemico. Di stampo più dichiaratamente razzista è l’idea della cittadinanza regalata che ricorda l’istituto giuridico della manumissio attraverso cui il padrone in epoca romana concedeva la libertà allo schiavo. Comunque il fenomeno migratorio evoca l’immagine della sala parto cioè della nascita, vale a dire l’emergenza di una opportunità di trasformazione sul piano storico-sociale che coloro che sono contrari allo ius soli si affrettano a negare e bloccare: nel dibattito politico entrano così aspetti e contenuti che possono essere valutati anche sotto il profilo psicopatologico. La psicopatologia da considerare non è solo degli extracomunitari ma anche di coloro che avvalorano miti come quello secondo il quale gli immigrati sarebbero matti sottintendo tutti matti. E’ il modello patologico dell’immigrazione che ha una lunga storia: si riteneva in passato che determinate etnie sarebbero state più soggette a malattie psichiche per una vulnerabilità biologica-costituzionale. [Gli studi effettuati sull’emigrazione degli italiani in America dalla fine dell’Ottocento a oggi ha dimostrato esattamente il contrario: l’incidenza dei problemi mentali fra i migranti dipende dal modo con cui essi vengono trattati ed accolti dalle leggi e dalle istituzioni che ne regolano l’afflusso]. In realtà la diffusione di problemi psicopatologici fra gli extracomunitari, è un fenomeno reattivo ad una cultura e ad una mentalità che cerca di annullare la loro identità e li disumanizza: la causa della malattia è in larga misura, più che la costituzione biologica, l’ambiente postmigratorio che sarebbe deputato ad accoglierli e aiutarli a superare le loro difficoltà. Sarebbero non tanto ragioni etniche o solo i traumi dovuti ai drammatici passaggi di confine a incidere sulla salute mentale di chi migra, quanto le condizioni che contraddistinguono le nuove vite, fatte di svantaggio socio-economico, disoccupazione, discrepanza tra obiettivi raggiunti e aspirazioni. Ci sarebbe un vero e proprio shock culturale alla base di episodi psicotici come quelli di Kobobo. Questa è l’opinione di Dinesh Bhagra uno dei maggiori esperti mondiali di etnopsichiatria.

 Ma qual’è allora, potremmo chiederci, il significato da attribuire al diritto di “cittadinanza” ? Quali sono i criteri in base ai quali optare per lo ius sanguinis piuttosto che lo ius soli? Ha un senso la cittadinanza come ius culturae inteso come diritto derivante dall’assimilazione della lingua, della storia e della tradizione e dall’assoggettamento ai valori di una etnia dominane? Dal punto di vista storico, per orientarsi nei diversi significati della cittadinanza il riferimento inevitabile è alla polis greca e alla Civitas romana: la città, con la sua forma specifica di convivenza sarebbe all’origine del discorso politico occidentale come sosteneva Carlo Cattaneo. Il termine civiltà deriva da civis-cittadino. Un punto di svolta nella storia dell’idea di cittadinanza è la Rivoluzione Francese e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Il cittadino era l’espressione di un nuovo ordine sociale fondato sui valori dei tre termini libertà, uguaglianza, fraternità. In seguito come dirà Marx ne La questione ebraica (1844) divenne evidente che l’emancipazione politica del citoyen non era stata quella dell’uomo rimasto prigioniero dell’alienazione religiosa. Con l’emergere nella seconda metà dell’Ottocento della teoria della superiorità della razza ariana di Joseph Arthur de Gobineau(1855) e il suo corrispettivo psichiatrico, quella della degenerazione ereditaria di Benedict Auguste Morel ( 1857), la cittadinanza come legame con una nazione veniva subordinata a quella di razza. Lo ius sanguinis, la derivazione da un ceppo familiare definiva l’appartenenza allo stato e alla razza, a ciò che i romantici chiamavano volkgeist cioè allo spirito, alla cultura particolare di un popolo, mentre il concetto universalistico di uguaglianza e di diritti umani era completamente cancellato. Dopo la prima guerra mondiale e durante gli anni 30 si sviluppa un fenomeno nuovo: l’apolidia di massa.

Heimatlosigkeit in tedesco, apatridie in francese, apolidia in italiano sono termini usati per indicare la condizione dei soggetti privi di appartenenza a una nazione.

L’apolidia ha colpito non solo gli armeni scampati allo sterminio dei giovani turchi, i milioni di profughi russi dopo la rivoluzione di Ottobre ai quali veniva, con un decreto del 1921, tolta la cittadinanza dai Soviet ma anche coloro che successivamente sono incappati nelle politiche di revoca della naturalizzazione attuata da molti Stati europei negli anni 30 con in testa la Germania nazista. Il fenomeno dell’apolidia cioè la cancellazione della capacità giuridica di un soggetto da parte dello stato è tutt’ora attuale: [ vedi la proposta di Hollande di privare i terroristi dello stato giuridico] esso rientra in una strategia politica di annullamento dell’identità umana rivolta verso minoranze etniche o avversari politici. Prima di essere deportati nei lager agli ebrei tedeschi e non tedeschi veniva tolta la cittadinanza: lo stesso avviene oggi per i terroristi a Guantanamo. Si potrebbe misurare il grado d’infezione totalitaria di un governo dall’uso fatto della privazione della cittadinanza, scrisse Hannah Arendt. L’apolide è reso invisibile, inesistente e non può godere dei suoi diritti fondamentali. L’articolo 3 della costituzione italiana sancisce che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Chi non è riconosciuto come cittadino non è considerato però uguale agli altri. È la nascita ad essere uguale per tutti: è quanto affermava nella sua teoria lo psichiatra Massimo nFagioli. Il bambino che nasce da genitori magrebini nello stesso ospedale in cui nasce un bambino da genitori Italiani ha gli stessi diritti di quest’ultimo. Come stabilisce il codice civile la capacità giuridica, cioè la titolarità di tutti i diritti si acquisisce alla nascita: ciò equivale a sostenere che i diritti , anche quello di cittadinanza ( garantito dall’art.15 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948) hanno un fondamento che non può essere concesso o revocato da chicchessia, avendo le sue radici nel primo anno di vita, nei primi istanti della nostra esistenza. Lo stato italiano che ancora non riconosce lo ius soli condanna un milione di giovani ad una condizione simile a quella dell’apolidia de facto: essi vengono privati del diritto “naturale” di cittadinanza italiana in ossequio ad una forma di razzismo che si cela dietro l’adozione dello ius sanguinis o dello ius culturae: non si riconosce che l’identità di ciascuno di noi si lega alla nascita cioè ad un atto creativo autonomo del neonato che fa emergere la realtà mentale da quella biologica. La creatività e l’identità del bambino non dipende dal padre o dalla madre( cioè dallo ius sanguinis) o dall’appartenenza ad una cultura (cioè dallo ius culturae) ma è una caratteristica originaria e universale di tutta la specie umana. (Questa impostazione va oltre le rivendicazioni dell’indipendentismo di stampo romantico e oltre le politiche multiculturaliste che ghettizzano le differenze etniche.)

Il razzismo di stato tende a mantenere gli extracomunitari in una situazione di precarietà permanente e di incertezza che si traduce in una sofferenza psichica se non in vere e proprie patologie. Si tratta di una strategia che facilita il controllo sociale di una moltitudine di persone che viene sfruttata e ridotta in una condizione di semi-schiavitu’. L’emergenza migrazione, con la brutalità e tragicità di una vera e propria tratta degli esseri umani, crea una fortissima pressione psicologica anche sulla popolazione autoctona che grazie alla distorsione della realtà dei mass media cade facilmente in preda alla paura e all’odio razziale. Anche gli italiani subiscono uno shock culturale che altera il loro pensiero: si è portati così a giustificare il fatto che la difesa dei propri diritti di cittadinanza, possa comportare la violazione sistematica dei diritti umani degli extracomunitari. Cittadino e uomo non sono più termini in reciproca relazione. Il tessuto connettivo della democrazia si sfalda, il rispetto del valore universale dell’uguaglianza sociale viene meno: si ha allora il ritorno di forme più o meno mascherate di fascismo che è ancora infiltrato nel nostro ordinamento giuridico.

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