Lo specchio e l’identità femminile

  

 Nell’antica Grecia  lo specchio era un attributo femminile e non era associato alla conoscenza  di se stessi. Nella misura in cui l’identità riguardava solo l’individuo  razionale  ai maschi era interdetto l’uso dello specchio, riservato alle donne esseri irrazionali come i bambini e quindi non pienamente umani. Lo specchio era formalmente interdetto anche al giovane efebo, il pais oggetto dell’omosessualità maschile. Solo nell’amante il pais come in uno specchio troverà l’immagine del reciproco amore. Anche per Platone lo specchio maschile e’ quello dello sguardo di un altro uomo, quello del simile e dell’uguale come Socrate che si ammirava in Alcibiade e Alcibiade in Socrate. Il rimando, la riflessione speculare  per Platone e Socrate e’ quella della  razionalita’ e della coscienza mentre  per la donna la scoperta del proprio volto e’ un processo irrazionale,  non cosciente attraverso il quale essa definisce la propria diversità’ e irriducibilita’ al logos maschile.

La scoperta del proprio volto su di una superficie riflettente, la formazione mentale, non cosciente, delle linee definisce un’identità irrazionale mentre lo sguardo della coscienza, in circostanze analoghe, può evidenziare un vuoto, una figura 0 un doppio inquietante se non un “ombra”.

  

Il termine prosopon ( viso) significa alla lettera, davanti agli occhi altrui. La coscienza greca di se’ e’ questione di sguardo: l’uomo non esiste che attraverso la vista, quella degli altri e la sua, simultanee e reciproche.

  

  

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