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Liberazione- Franca Marini-

LIBERAZIONE opera site-specific di Franca Marini
Stanze della Memoria, Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea. VIa Malavolti 9, Siena. 25 APRILE APERTURA 9,30-18,30
“Liberazione” è un’opera site-specific realizzata appositamente per la Stanza della Liberazione. Creata per e dentro questo spazio, fuori da esso perderebbe il suo senso e cesserebbe di esistere.
Franca Marini ha iniziato la costruzione di Liberazione con l’intento di interagire con il filmato storico proiettato sul pavimento della Stanza che rievoca l’entrata delle truppe degli alleati francesi in Siena il 3 Luglio 1944.
Le immagini del filmato scorrono veloci sui piani bianchi, panni tesi dall’artista che come schermi catturano, assorbono, dandogli intensa luce, i bellissimi sorrisi di chi ha vissuto la gioia di quel momento indimenticabile. Uomini, donne, vecchi e bambini, che accorrono nelle strade della città per festeggiare entusiasti la fine della dittatura e dell’occupazione, vengono così consegnati al presente e a nuova vita diventando immagini universali di una rinascita.
Il tema della Liberazione viene interpretato dall’artista su due fronti, quello storico e quello della realtà presente ed inteso come processo attivo di autodeterminazione che implica la dimensione della lotta. Il dolore ed i traumi subiti vengono riscattati dalla realizzazione e affermazione di una nuova identità sia collettiva che personale. Il rosso del sangue, memoria di un’immensa lacerazione e sofferenza si trasforma in immagine della vitalità che esplode nelle forme sospese che si librano nell’ambiente.
Fa da loro contrappunto la figura in ombra nell’angolo opposto, presenza muta inerte, rappresentazione di un non essere ormai privo di ogni consistenza.
http://www.francamarini.com/it/gallery/opere-2005-2017/opere-site-specific/373-liberazione
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Trump e la psichiatria
Trump e la psichiatria
Domenico Fargnoli

A scuola Donald Trump era un disadattato. Nel libro “L’arte degli affari” egli si vantò di aver schiaffeggiato all’elementari una maestra di musica perché non sufficientemente preparata.
I vicini di casa raccontano che il tycoon in giovanissima età lanciava pietre ai bambini più piccoli nelle culle oppure seminava zizzania fra i ragazzini del circondario. Donald finì in un mare di guai tant’è che fu deciso di fargli frequentare un’accademia militare. Fra le sue affermazioni degna di nota è la seguente << Io amo i perdenti-disse – perché mi fanno sentire così contento di me stesso>> o l’altra << Se qualcuno vi fotte, fottetelo dieci volte. Vedrete che vi farà stare bene. Cazzo se mi sento bene io>> La sua vita, come dimostra David Cay Johnston nel libro“Donald Trump”, è un miscuglio di arroganza, ignoranza, misoginia e violenza gratuita. Quando il neo Presidente stanzia 54 miliardi in più al Pentagono, quando sostiene che Guantanamo e la tortura sono strumenti legittimi di lotta al terrorismo, quando impedisce l’ingresso ai mussulmani non legati ai suoi interessi, quando consente ai disabili mentali di acquistare liberamente armi, ci rendiamo conto di essere in pericolo. Una guerra nucleare è possibile di fronte a una personalità del genere?
Ha un qualche fondamento l’ipotesi che Trump soffra di un patologia psichiatrica?
A suo tempo Elias Canetti sostenne che spesso il potere si associa alla paranoia. La parola potere deriva da una forma latina antiquata potere che a sua volta si collega all’aggettivo potis (che può, che domina). La radice pa presente anche in pater e patronus (padrone) indica sovranità e dominazione. Nella psicopatologia del potere è presente la nietzschiana “volontà di potenza” la pulsione di annullamento teorizzata da Massimo Fagioli. Il tema del dominare e dell’essere dominati, con relativi vissuti di persecuzione, è stato presente, nel corso del 900, nella mente di Stalin, Mussolini, Hitler, Franco e Mao Tzetung ,solo per fare alcuni nomi: quest’ultimi hanno messo in pratica le fantasticherie deliranti dei malati di mente come per es. il famosissimo caso Schreber di Sigmund Freud. Secondo Canetti tutto il sistema delirante di Schreber non sarebbe dovuto a tendenze omosessuali come per la psicoanalisi ma alla rappresentazione di una lotta per il potere. Da quando il mondo esiste ci sarebbe stato un solo uomo che avrebbe avuto rapporti con la globalità delle anime e con l’onnipotenza di Dio: Schreber stesso. Quest’ultimo pensava di raccogliere intorno a sé l’enorme massa delle anime dei trapassati.
<< La sua follia, -scrive Canetti-sotto il travestimento di un’antichissima visione del mondo che presupponeva l’esistenza di spiriti, è in realtà un preciso modello del potere politico che si nutre della massa e da essa è costituito>> Chi era più malato? Schreber che si limitò a scrivere un libro di memorie o i dittatori che uccisero milioni di persone?
Nel delirio l’elemento religioso è compenetrato da quello politico: testimone di una catastrofe e salvatore o sovrano del mondo sono spesso una stessa persona. La paranoia implica la relazione mostruosa fra un individuo, che si sente l’unico vivo in un mondo di morti o di futuri morti, l’unico forte in mezzo a una miriade di deboli, e la massa.
Nei vaneggiamenti di Trump compare l’ideologia della guerra e della morte, la pulsione di annullamento: egli si sente potentissimo perché, con un solo gesto potrebbe togliere la vita a miliardi di persone.
Dietro Trump però vacilla la fede nell’America, nei suoi valori, nella sua forza benefica e salvifica, redentrice degli individui e dei popoli. Gli USA si sono impegnati, dopo l’11 settembre, in una crociata per salvare la nazione da una decadenza morale che alcuni identificavano con l’umanesimo secolare, il progressismo, il postmodernismo, il femminismo, l’omosessualità e la legalizzazione dell’aborto; ma soprattutto con il multiculturalismo e un’eccessiva tolleranza nei confronti dell’emigrazione. Gli Stati Uniti, protetti da due oceani e dal più potente apparato militare mai esistito, hanno scoperto il terrore dilagante come un’epidemia nei mass media e nei film apocalittici. Trump è il figlio della paura, di un’onnipotenza infranta infiltratasi nelle mura domestiche della provincia americana: la religione secolare con l’idea della missione civilizzatrice universale degli U.S.A ha partorito la figura caricaturale di un politico che ostenta un manierismo trionfante e provocatorio e propone soluzioni rozze e ridicole. La psichiatria, soprattutto quella americana non è capace di riconoscere la malattia che si nasconde nel patto che il tycoon è riuscito stabilire con il suo elettorato: siamo di fronte ad un delirio generalizzato, un miscuglio di kriegideologie e mentalità religiosa spalmato su un’intera nazione. Alla psicopatologia che si rivolgesse solo al singolo per penetrare le anomalie della coscienza e la logica perversa del potere, che cercasse i sintomi per la diagnosi individuale, mancherebbero elementi essenziali che potrebbero emergere dalla psicologia delle masse e delle folle.
Trump giunto al successo utilizzando la propaganda e le strategie di marketing si specchia oggi nell’arretratezza dell’America profonda che dietro lo scintillio delle armi e della tecnologia si scopre razzista, xenofoba, incapace di pensare la civiltà senza il culto della violenza. La patologia individuale del leader politico, “narcisismo maligno” o psicopatia o “psicosi latente”, interagisce con la disponibilità collettiva a sostenerla e a mascherarla. La psichiatria in tutto questo è latitante aggrappata ai profitti del “Big Farma” o al DSMV. La complessa interazione fra l’individuo e la moltitudine ha una base irrazionale che non solo la psichiatria ma spesso la politica classica fondata sulla ragione e sugli interessi, sugli ideali illuministici della democrazia non è in grado di indirizzare. L’altra faccia di Trump è il suo elettorato. Come sostenne Louis Bernays nipote e seguace di Freud e uno dei più grandi esperti di propaganda bellica e elettorale nella storia americana, <<(…) il ragionamento non trova spazio, nel senso stretto del termine, nella mentalità collettiva, guidata dall’impulso, dall’abitudine e dall’emozione (1928)>>
Da cento anni a questa parte la manipolazione della moltitudine dei consumatori e degli elettori segue gli stessi principi: la massa è considerata solo una sorta di malattia di cui la propaganda, economica e politica sfrutta i sintomi. Non stupisce che Trump, come in un cartellone pubblicitario, sia nudo ma nessuno fino ad oggi è stato in grado di vederlo fino in fondo e contrastarne il potere e la paranoia.
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Il potenziale creativo dell’Analisi collettiva
La morte di Massimo ha avuto una risonanza mediatica incredibile nei giornali e nella televisione avvalorando l’ idea, spesso da lui ripetuta, della grandissima notorietà di cui godeva la sua teoria e la sua prassi terapeutica al di là delle cortine fumogene della cultura dominante. Il saluto in piazza S. Cosimato sabato 18 febbraio, da parte di una moltitudine enorme di persone pur essendo riportato da alcuni mezzi stampa non ha avuto il medesimo rilievo giornalistico. Massimo aveva un’identità straordinaria come uomo, come artista, come psichiatra mentre la grande folla che pure era stata protagonista attiva dei quaranta e passa anni dell’Analisi collettiva, ha un’identità che senza un riferimento certo costituito dai seminari settimanali, rischia di non essere riconosciuta o sottovalutata. In fondo il setting dei seminari fu suggerito tanti anni fa, nella sua forma che rimarrà pressoché invariata per decenni, proprio da un gruppo di noi che pur nella “psicosi” tentava in qualche modo di curarsi e di fare ricerca. Penso che il futuro sarà dedicato allo studio della teoria e della biografia di Fagioli che certamente porterà a riconoscere il suo incalcolabile merito scientifico e umano ma gli studi storici non dovranno trascurare di approfondire il rapporto con la folla, la massa, la moltitudine che fu il vero motore propulsivo della sua ricerca il terreno fertile su cui le sue idee cadevano e davano dei frutti. L’analisi collettiva aveva raggiunto un’immagine ben diversa dalle aggregazioni di cannibali, dei morti viventi che dominavano nelle fantasticherie deliranti della cultura americana a partire dagli anni 70 e nei films di George Romero. Il cinema “antropofago” aveva ripercorso in un breve lasso di tempo quelli stessi motivi che erano stati della psicologia collettiva della fine ottocento e dei primi decenni del XX secolo. Era emersa l’idea di feroci cannibali affioranti dalle profondità della terra capaci di divorare la civiltà occidentale in un estremo rituale antropofago. Immagini simili vengono oggi attribuite ai migranti o alle immense folle dei mussulmani rappresentate come in preda all’epidemia del terrorismo “il male radicale” del nostro tempo. Viene riproposta l’iconografia letteraria dei barbari e dei selvaggi, “ I demoni” di Dostojevsky,in una connessione inestricabile con la possessione demoniaca e la percezione delirante.L’analisi collettiva proveniva dalle assemblee “rivoluzionarie “ del sessantotto, che a loro volta ricordavano le folle della Rivoluzione francese e della Comune di Parigi. Il 68 fu una gravidanza e un parto isterico e rappresentò la follia culturale di una generazione che si ribellava, obbedendo all’imperativo di una tumultuosa trasformazione sociale e economica, annullando la storia pretendendo di ricominciare da zero. La felicità venne ricercata nella trasgressione , negli itinerari perversi dell’antiedipo, nella valorizzazione paradossale di un universo schizofrenico, come denunciato in “Deserto rosso” di Antonioni, che altro non era che la realtà alienante della produzione. Le masse di giovani si inquadrarono di nuovo in quei ranghi che avevano tentato di distruggere: la diffusione capillare di modelli e contenuti culturali attraverso i mass media divenne strumento di integrazione e di manipolazione. Accadde però che gli anni della rivoluzione culturale avessero funzionato da stimolo per portare a compimento una ricerca sulla realtà umana che ci avrebbe fatto uscire dalla preistoria per entrare nella storia.
Dall’incontro fra un medico che aveva elaborato una teoria geniale sull’irrazionale umano e le centinaia, migliaia di persone che affollavano la saletta di villa Massimo prima e Via di Roma libera dopo il 1980, era nata una realtà nuova, ’”analisi collettiva”.
Nel tempo quella che all’inizio appariva come una folla, sotto l’urto della teoria e della cura di Fagioli subisce una mutazione progressiva e diventa un “pubblico” se intendiamo con questo termine un insieme molto numeroso di persone che sono in contatto psichico fra loro oltre la circostanza della riunione fisica. Nella storia dell’analisi collettiva il presentarsi dell’occasione terapeutica ha coinciso con il trasformarsi di una folla in un pubblico che legge e inizia a fare ricerca, di una collettività che acquisisce attraverso l’esercizio della lettura dei legami psichici da considerare soprattutto nel loro aspetto non cosciente , indipendenti dal contatto e dalla prossimità fisica. Viene però sempre mantenuta la dialettica folla-pubblico che si risolve in un’entità nuova , senza che nessuno dei due termini venga annullato. Questa è una delle più originali innovazioni di Fagioli che utilizza non solo la comunicazione e la relazione terapeutica diretta ma anche il riferimento alla sua produzione teorica per dare unità psichica, cosciente e non cosciente, alla molteplicità dei pazienti.
Il potenziale creativo dell’immaginario collettivo si rivelava a partire dalla infinita varietà delle forme e dei contenuti della vita onirica che produceva innumerevoli variazioni sullo stesso tema ,amplificava come un sensibilissimo strumento musicale ogni variazione che si produceva nell’intreccio complicatissimo e continuamente mutevole delle relazioni terapeutiche che solo un’irrazionalità geniale poteva istantaneamente elaborare senza vuoti e dissociazione.
L’interpretazione che ha il suo fondamento nella vitalità e nella resistenza all’annullamento metodicamente riproponeva e aggiornava la storia collettiva che era il vero punto di riferimento per l’ elaborazione del sogno.











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