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  • Psichiatria e poesia. Ricerca del dialogo

    Nyx            

    Inviato il: 10 Jul 2004, 07:19 PM

    Il verso “pensando alla vita schiaccio uno scarafaggio”, era, nella manifestazione cui ho assistito giovedì sera circondato da tutta una serie di “opere”, definite artistiche che, mi hanno lasciato, diciamo pure, perplessa….mi domando se c’è un nesso fra questo tipo di arte figurativa e quel verso. Il fare artistico non è un gesto estemporaneo, una parentesi scollegata dal resto della nostra vita in cui possiamo fare qualsiasi cosa e definirla “artistica”…e allora una domanda:cosa nasce prima nella mente dell’artista l’immagine ho il pensiero?

    In quella stessa serata è intervenuto anche uno psichiatra con due poesie e con un breve ma incisivo discorso. Osservando le sue opere in particolare la scultura L’equilibrista ho pensato che forse quello che fa la differenza fra lui e gli “artisti” sta proprio in quelle linee nere

    che formano sia l’immagine che la parola… non so continuare, mi viene in mente solo un’altra domanda: come si lega tutto questo alla dinamica della nascita e al sogno?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 11 Jul 2004, 12:03 AM

    Fra ieri ed oggi è stata terminata una nuova scultura “Pensando alla vita” che è appunto una risposta alla serata a cui accennava Nix . Un rifiuto della poetica dell’anaffettività.

    Ancora non so perchè quelle forme e quelle linee disposte in quella particolare maniera.

    So però che per vita deve intendersi l’ immagine della nascita, il “sogno” che l’artista materializza quasi senza sforzo nello spazio tridimensionale degli assi cartesiani.

    Forse ciò che fa la differenza è il pensiero che è immagine linea parola per una trasformazione ed un’alternanza continua di questi elementi.

    copyright domenico fargnoli

     

    Alogon            

    Inviato il: 11 Jul 2004, 11:50 AM

    Pensare alla vita

     

    Un verso non può lasciarti stremato

    con la testa vuota,

    abbagliato da una luce,

    triste su di un palcoscenico,

    fra busti di donne private d’ogni umanità.

     

    Non sono poeta se il solo canto è quello della morte

    quando mi sento condannato alla lapidazione

    per lo sguardo di uno sciancato..

     

    Penso alla vita e mi ribello alla violenza sottile

    delle frasi senza senso,

    della cattiveria di far passare per poesia quanto è solo stupidità.

    Penso al risveglio in un abbraccio d’amore

    e già sono lontano

    mentre una scultura nuova prende forma

    ed io ritrovo il piacere del creare insieme

    come una sola mente

    con la speranza di una bellezza che mi fa sognare.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 11 Jul 2004, 04:30 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Nyx            

    Inviato il: 11 Jul 2004, 12:20 PM

    Grazie Alogon. Con questa poesia mi dai il senso della reazione, di come è possibile restare affettivi, svegliarsi in un abrraccio d’amore, creare qualcosa di nuovo per aver resistito, per non aver subito la violenza di chi, al contrario scrive e crea solo per terrorizzare.

     

     

    aissa            

    Inviato il: 12 Jul 2004, 02:30 PM

    Adesso trovare qualcosa da aggiungere diventa difficilissimo.. Dopo questa poesia che mi ha commosso, sinceramente… Dopo aver assistito giovedì sera a que3sto rituale di sedicenti artisti che spacciano la propria violenza interbna come un linguaggio poetico e, per di più, universalmente approvato e riconosciuto come tale… io che posso fare? Come Nyx ringrazio per questi versi che ridanno all’essere umano l’umanità, alla poesia l’affettività ed all’immagine un pensierpo sano.. Ragire è d’obbligo difronte alla violenza di chi tenta con le èparole di annullare proprio quell’immagine che è, ormai è certo, il fondamento di ogni sìespressione artistica. quell’immagoine della nascita che diventa fantasia, che si trasforma si cincretizza si svezza e si separa per poi ricominciare… Davvero non ne dovremmo mai avere abbastanza di ripeterlo che senza dimensione di nascita e di sanità l’arte non può esistere. E mi riallaccio al mio intervento di qualche giorno fa, quando sostenevo che spesso la poesia che ritenevo espressione di sensi bilità era solo vuoto dietro parole prive di ogni sgnificato. Questo nesso perchè mi riferivo proprio a quei poeti della beat generation citati anche giovedì scorsa nella… kermesse (?!) di Colle val d’Elsa, che evidentemente il tempo ha rivelato essere il fallimkento stesso della poesia. La poesia non può essere uno sfogo fine a se stesso, la pagina bianca non è una latrina dove riversare la propria violenza nella spoeranza cieca di alleggerirsi, scaraventandola addosso a chi legge o ascolta versi.. Ceerto è vero che come scrive Alogon un verso senza senso non basta per stremare la forza della ricerca che mira, al di là d ogni espressione artistica, ad essere un essere umano con quella che è la sua caratteristica migliore: l’umanità. Questo per dire che io non mi rassegno alla poestica della anaffettività, perchè scrivo poesie e leggo poesie e ne traggo piacere quando somigliano e parlano dell’essere umano. non mi rassegno, per questo mi curo e, potrei giurarlo, mi trasformo!

    عائشةAisha

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 12 Jul 2004, 04:08 PM

    i giorni che hanno preceduto l’incontro di giovedì sera sono stati per il sottoscritto difficili e pieni di aggressività, che ho diretto contro persone vicine ed incolpevoli.

    ed anche la sera mi ha messo a dura prova.

    ad un iniziale momento di incosciente ilarità, suscitatami dall’evidente mancanza di pensiero, di consapevolezza, di volontà di confonto aperto e di trasfromazione, che emergeva da alcune delle opere (o manufatti?) esposte, anche e soprattutto se paragonate alle opere che possiamo vedere in questo forum, ha fatto seguito presto una sensazione di disagio, che si è trasformata in rabbia quando, mentre sul palco uno psichiatra pacatamente e correttamente parlava, alcune persone accanto a me hanno iniziato a commentare a voce alta con frasi offensive e volgari, per essere udite, per disturbare, violentemente.

     

    è triste pratica attuale, mi pare, che l’arte portata dall’intellighenzia rifiuti il confronto, il contatto e lo scambio di idee con il prossimo.

    l’artista moderno, pieno della sua onnipotente creatività, non può certo abbassarsi al confronto, al dialogo, per non insozzare la purezza della sulla mente, l’incanto della sua genialità…

    o forse perchè è in malafede, e corre il rischio di essere sapientemente smascherato da un bambino che gridi a tutta forza “il re è nudo!!!”?

    l’artista allora, conscio della sua mancanza di reale poetica, fantasia, vitalità, si cita, è totalmente autoreferenziale, e sdegnosamente allontana la platea.

     

    giovedi sera, subito dopo uno stabat mater poetico (sic), nel quale ancora non si sapeva distinguere tra poetica e religione, affrontando temi importantissimi con la stessa indole di chi tali problemi ha contribuito a creare, cercando soluzioni religiose a conflitti originati dalla religione, dopo avere precedentemente udito una poesia nella quale si istigava al suicidio, consci del fatto che nascentes morimur, dopo tutto questo, appunto, si è assistito all’affronto imperdonabile: una persona, che invece che sbandierare la sua dimensione artistica, si è presentata invece come medico, ha osato contraddire, ha osato parlare fuori dal coro, ha osato pensare (colpa gravissima!!!) a ciò che realmente stava andando in scena in quella piazza di colle.

    il medico ha sviluppato resistenza, ma il giovane che ode versi malati, che lo spingono all’indifferenza, alla violenza, alla masturbazione autoreferente, si ammala, e non capisce perchè.

    chi fa questo uso sporco dell’arte deve assumersi nei confronti della società la responsabilità che la strumentalizzazione della malattia mentale comporta.

     

    sono stato felice quando il medico ha terminato di parlare, dichiarando apertamente la sua estraneità a quanto si era visto prima, perchè eclissandosi educatamente e senza fanfare, ha permesso anche a me di uscire, abbandonando quell’ambiete saturo di violenza ed incomprensione alle persone che nella violenza si crogiolano, sempre pronte a sostenersi acriticamente e senza aperture al dialogo corretto.

     

    ed alla fine mi chiedo: è possibile dialogare in buona fede con chi non vuole confrontarsi? è auspicabile che l’arte malata esca dal proprio isolamento?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 13 Jul 2004, 11:44 AM

    Quelle di Elleeffe sono domande legittime.

    A mio avviso nella situazione specifica citata ci sono dei margini sia pur minimi di dialettica. Diversamente come ho già fatto in altre occasioni ben più importanti non avrei accettato di partecipare. E’ difficile in ogni modo prevedere gli sviluppi di uno scontro come quello che si è verificato il 6 luglio.

    Personalemnte mi sono reso conto fino in fondo di quanto può essere violento “un artista”. L’ho verificato sulla mia pelle e non è la stessa cosa che leggere dei cataloghi o dei versi.

    L’”arte” però non è un territorio che può essere lasciato a se stesso , in balia di persone che gestiscono un potere, talora ingenti fondi pubblici, si vantano di possedere una creatività che come dici tu stesso è più che discutibile.

    In qualche modo questo aspetto della cultura dominante che rendendo l’estetica onnipervasiva in realtà l’ha annullata, va a ffrontato e possibilmente trasformato.

    Certo non è una passeggiata quella che ci attende….

     

    Messaggio modificato da Alogon il 13 Jul 2004, 09:31 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 13 Jul 2004, 09:10 PM

    Non so nulla degli episodi a cui fate riferimento però sento che è molto bello ciò che state facendo.

    Leggendovi mi è venuto in mente ancora, ma con una precisione, direi, maggiore, l’ assurdità dell’ ideale comune alle Avanguardie: quello dell’ arte per l’ arte, dell’ esperienza artistica totalizzante, dell’ arte aristocratica che si compiace di avere da dire delle cose solo ad altri artisti della stessa cerchia, con i loro codici segreti da cui tutti gli altri sono esclusi, oppure, o allo stesso tempo, con la pretesa di fare un’ arte di massa stabilendo astrattamente criteri di estetica “a priori” (oggi mi è capitato in mano un libro di estetica contemporanea agghiacciante fin dal titolo: “Il sex-appeal dell’inorganico”).

    L’ arte nuova, che si fa strada dalla teoria e dalla prassi psichiatrica che promuovete, è un arte in cui finalmente non si ha la paura di sporcarsi le mani e il vestito nel rapporto con gli altri.

    Arte in cui non si rimane sdegnosamente e falsamente isolati nella perfezione dell’ artista che si autodefinisce tale, ma in cui si cerca il confronto per costringere l’ altro ad essere più umano.

    Anzi proprio per questo mi sembra di capire solo adesso fino a che punto è vero che non esiste arte autentica senza confronto.

     

    Non mi viene in mente nient’ altro che dirvi grazie sinceramente per tutto quello che state facendo.

     

     

    Nyx            

    Inviato il: 13 Jul 2004, 09:30 PM

    Gli stimoli sono tanti. E forse oggi anch’io come qualche gorno fa Alogon “sono già lontana” dalla serata di giovedì e forse immersa, sprofondata in un’altra ricerca che non so bene come inserire in quella che stiamo svolgendo. La parola che gira nella mia mente senza trovare pace è donna, immagine femminile. Mi piace pensare alla corrispondenza tra la morbidezza del corpo e il pensiero , l’identità delle donne, come si possa realizzare una fusione….Penso, o forse so soltanto che la poesia debba avere, pure nei tratti lineari di una scrittura maschile l’immagine femminile per

    non essere violenta, per permettere di fare a chi la ascolta immagini vitali….oggi ho scoperto che la poetica dell’anaffettività è tale per l’annullamento del rapporto uomo donna. Di più non so dire…. se qualcuno volesse scolpire una “donna nuova”?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 13 Jul 2004, 09:35 PM

    L’idea di una “donna nuova” è di Massimo Fagioli

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Nyx (omonimia)            

    Inviato il: 14 Jul 2004, 07:30 PM

    Grazie Alogon per la risposta è stata importante.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 09:17 AM

    siamo in vena di complimenti: tutti mi ringraziano…..

    chi conosce il passaggio di “Istinto di morte e conoscenza” sulla gratitudine?

     

    A parte questo v isto che l’argomento è la poesia ne ho ritrovata una che ho scritto

    quest’inverno. Coincidenza singolare

     

    …Aura..

     

    Segno di un colore diverso,

    superficie morbida al tatto,

    tela infinita di immagini,

    io ti sento vibrante

    come in una corsa

    mentre ti abbraccio

    e ti tengo ferma come ambra incastonata su di una nudità avvolgente…

    …e’ allora che l’alba diviene più chiara

    e non sento più alcun richiamo se non la tua voce

    intensa come la vita:

    mi sussurra una melodia che non mi stanco mai di ascoltare,

    in quelle minime variazioni dalle quali traspaiono paesaggi e

    cieli trasparenti come dopo una lunga pioggia.

    Vedo ali di pensieri che si gettano in picchiata per ghermire il battito di un’idea,

    ancora prima che compaia del tutto,

    prima che si possa nascondere per sempre nella penombra delle speranze mai nate.

    Non sapevo della tua esistenza segreta,

    aura di poesia

    che tu mi consegni perché la possa decifrare,

    tavoletta d’oro sulla quale è inciso un codice d’amore.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 15 Jul 2004, 09:51 AM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 11:13 AM

    personalmente ho letto tre volte “istinto” …..

    ma mi sentivo ancora molto lontano dall’ aver capito molte cose.

    Poi nella prefazione all’ aula magna del 15 maggio, Massimo Fagioli ha spiegato senza tanti giri di parole che capire non significa comprendere e allora lì davvero ho provato una vertigine rispetto alla profondità dei temi della ricerca psichiatrica.

    Vertigine che comunque mi è stata di aiuto in seguito. Anzi, ho avuto la sensazione precisa che quelle sue parole segnassero un nuovo inizio per me.

    Questo preambolo serve a chiedere ad Alogon: me lo potresti ricordare tu che cosa dice della gratitudine ? :unsure:

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 02:51 PM

    Non so se ho “capito “ o “compreso”, che dir si voglia, bene: mi sembra però che il “nostro” affermasse che la gratitudine è legata in qualche modo alla depressione o ad un atteggiamento ambivalente. Se non vado errato ho l’impressione anche che in “Istinto” ci fosse la distinzione fra gratitudine e riconoscenza.

    Mi riservo di controllare…

    Ecco ho controllato: c’è un paragrafo in Istinto che si si intitola “ Gratitudine e riconoscenza. La dipendenza depressiva dall’oggetto idealizzato e la libertà”.

    Il mio comunque è solo un riferimento spontaneo ad un tema. Nulla di più che uno spunto od un suggerimento per un approfondimento od una riflessione personale derivato da uno stimolo estemporaneo. Se vogliamo la mia è una provocazione benevola dato che i ringraziamenti talvolta, non so perchè, mi mettono in imbarazzo. Forse perchè

    “La gratitudine non può essere separata dal rendere grazie, cioè ingraziarsi una persona temuta, perchè ad essa si è tolto o rubato qualcosa. Meglio conoscenza (riconoscenza) che vuol dire accettazione dell’altro, amore e d interesse per l’altro, identità psichica e distinzione” (Massimo Fagioli).

     

    Messaggio modificato da Alogon il 15 Jul 2004, 03:12 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 03:21 PM

    Può essere.

    Ma non mi viene in mente.

    Una delle tante cose che ho cancellato ……e che ad ogni rilettura sono quelle che più mi colpiscono ….

    Ringraziare è diverso da riconoscere ?

    Ora che mi ci fai pensare mi sembra di sì.

    Ancora deficit del linguaggio comune ……. o/e sospetto che dietro il ringraziamento ci sia un annullamento nascosto.

    Per essere più precisi allora mi viene da dire che riconoscere il lavoro che state facendo per quello che è, e direi con sempre meno ambivalenze da parte mia, mi è utile per portare avanti la mia ricerca personale.

    Forse non è solo utile, è anche vitale.

    E’ stata una mia ossessione pesante che tutto questo non fosse ………

    E invece è e si fa strada con difficoltà ma anche con forza.

    Avrei potuto meglio dire invece di dire grazie: “Sono molto contento perchè solo ora comincio a vedervi e a riconoscervi”.

     

     

    Nyx            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 03:23 PM

    La dialettica mi sembra sempre più intensa…ho appena finito di leggere quelle pagine, Sì Fagioli fa la differenza fra gratitudine e riconoscenza, intesa come, se ho capito bene, come conoscenza e accettazione della realtà psichica dell’altro.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 03:59 PM

    ..<<per essere più precisi allora mi viene da dire che riconoscere il lavoro che state facendo per quello che è, e direi con sempre meno ambivalenze da parte mia, mi è utile per portare avanti la mia ricerca personale.

    Forse non è solo utile, è anche vitale.

    E’ stata una mia ossessione pesante che tutto questo non fosse..>>

     

    Mi incuriosisci Acca. Perchè non avrebbe dovuto essere?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 04:41 PM

    Fagioli, i suoi libri, l’ Analisi Collettiva, la ricerca psichiatrica, gli psichiatri e gli artisti e le persone normali che si sono formati a quella scuola e quindi anche voi che a quella ricerca fate riferimento esplicito ……. per lungo tempo ho avuto paura che tutto non fosse …… oppure che fosse una cosa destinata a morire presto con il suo inventore ……. o tutto questo lo desideravo …… Invidia ? Idealizzazione ?Forse preferivo dirmi che c’ era stato qualcosa, ma che era stato un fallimento che ormai riguardava pochissimi, non sufficienti a creare un movimento di ampio respiro (?)…… e per essere più sicuro non mi muovevo da qui ……

    Poi mi sono mosso, ho chiesto. Anche a voi.

    E le vostre risposte, le risposte di quelli a cui ho chiesto, mi dicevano in fondo la stessa cosa: che non potevo continuare a fingere che tutto non esistesse. C’ erano centinaia, migliaia di pagine che tutti potevano leggere, c’ era un manuale di psichiatria, c’ erano degli incontri denominati Aula Magna all’ Università di Roma, che una volta che ho durato la fatica di andarci, non ho potuto più pensare che tutto questo riguardasse pochi intimi e che Roma fosse all’ altro capo dell’ Universo (come me la immaginavo io). E poi molto altro. I film, la musica, la poesia, l’ arte e …… l’ architettura.

    Non so se sono stato esauriente Alogon.

    Forse dietro a tutto questo mio delirio c’ era la volontà di far sparire la possibilità della cura stessa, il voler essere un cronico che non deve fare altro che aspettare che la vita passi in modo che finisca anche la malattia.

    Ora sento che non è più così.

    E di conseguenza riesco un pò meglio a riconoscere anche quello che state facendo voi. Che alla fine, forse, siete stati fra quelli che più ho odiato …… perchè avevate il torto di essere miei concittadini ……. e la vostra esistenza significa che certe cose si possono fare. Anche qui.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 04:54 PM

    Ritengo la tua risposta uno straordinario riconoscimento.

    Noi abbiamo continuato a lavorare nonostante le opposizioni, le incomprensioni, i tentativi di omicidio da parte degli psicotici. Nonostante il rischio di fallimento che è stato elevatissimo dato il contesto e la storia locale.

    Sembra però che qualcuno cominci ad accorgersi della nostra esistenza, forse di una nostra possibile riuscita e ciò è indubbiamente molto importante per tutti.

    Che dire?

    Noi siamo aperti ad ogni forma di collaborazione non solo verbale…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 05:23 PM

    Che dire ?

     

    Ho come la sensazione che in fondo ci diciamo questo da tempo.

    Che avrei voluto dirti quello che ti ho detto, ma non era ancora vero.

    Che il tuo invito lo hai già espresso altre volte.

    Che in fondo molto di quello che fai è un invito alla collaborazione.

     

    Ora non ti posso più ringraziare. Lo abbiamo appena detto. Ma forse per me è ancora presto per qualcosa che vada al di là delle parole “fredde” del computer (che poi iniziano a non essere più così fredde, diciamolo …….).

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 15 Jul 2004, 08:24 PM

    In fondo tu hai già collaborato alla costruzione di questo forum che sicuramente sta crescendo come intensità e partecipazione. Credo che il tuo contributo sia già un fatto indiscutibile ed importante.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 18 Jul 2004, 01:31 PM

    Psichiatria e poesia sarà il tema di un incontro che organizzeremo a Firenze a partire dal mese di settembre in collaboraziuone con Daniela Morozzi e Bruno Cortini.

     

    Dopo tutte queste discussioni sul fare poesia anche la ricerca figurativa ha preso un andamento diverso.

    Per es.ci siamo accorti che la scultura “Visione focale” aveva qualcosa che non funzionava. In un primo momento avevamo pensato ai colori del supporto bianco e nero che abbiamo sostituito con rosso e bianco.

    (IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/visione_focale_g.jpg) (IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/visione_focale_2_g.jpg)

    Ma anche così c’era qualcosa di indefinibile che non tornava ed abbiamo provato a togliere quelli che sembravano lati di un cubo..Alla fine mi sono reso conto che non era questione di togliere e mettere ;il progetto era stato modificato con l’intenzione di migliorarlo perchè originariamente il parallelepipedo entro cui si sviluppavano le linee e le superfici colorate doveva essere fatto con tubi innocenti, quelli usati per le costruzioni con tanto di giunti di raccordo e non con saldature. Così almeno lo avevo pensato.

    Una volta realizzata coi giunti snodabili la “cornice” tridimensionale tutto immediatamente è andato a posto e l’insieme risultatava armonico!

    Come se l’oggetto estetico interno dovesse essere sostenuto e delimitato da un qualcosa che per il suo uso e destinazione era agli antipodi della funzione estetica stessa. In un certo senso i tubi innocenti decontestualizzavano la scultura vera e propria creando però una dialettica fra struttura di sostegno ed interno che così entravano in relazione.

    La cornice non aveva più uno scopo solo passivo ma acquistava un senso. Non era solo un confine, una delimitazione spaziale od un punto di appoggio inevitabile ma con la sua fisionomia nota ed il suo uso ben conosciuto serviva ad indicare il contenuto ignoto e l’assoluta inutilità dell’oggetto artistico.

     

    Pressapoco nello stesso lasso di tempo, anzi leggermente prima avevo compreso il significvato del titolo dato ad uno dei mei primi disegni realtivi alla prossima mostra ai Magazzini del sale.

    Mi riferisco a “Fairy date”.

    (IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/fairy_date_g.jpg)

    Fairy date è l’appuntamento con la fata. Come ben sanno a Roma la “fata” è la donna fatale. E la donna fatale per antonomasia è la morte.

    L’appuntamento con la morte, in questo caso con la seduzione narcisistica che ha lo scopo di ucciderti psichicamente, va rimandato il più possibile!

    Forse sono in grado di fare la mostra, le mostre e di creare forme nuove per quest’intuizione che ho avuto dell’esistenza di un pericolo nascosto.

    Intuizione che mi consente di evitare sistematicamente l’insidia della negazione mortale.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 18 Jul 2004, 05:36 PM

    Anche un altro titolo dei miei disegni appare misterioso “the last rose” in realtà si riferisce alla ballata di Thomas Moore

    (IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/the_last_rose_g.jpg)

    <<E’ l’ultima rosa d’estate, lasciata a fiorire da sola, tutte le sue compagne sono ormai appassite, nessun fiore della sua specie, nessun bocciolo le si avvicina per riflettere I suoi rossori o per ricambiare i suoi sguardi. Non ti lascerò sola a languire sul tuo stelo, ora le belle stanno dormendo, vai a dormire con loro. Quindi gentilmente spargo le tue foglie sul letto dove le tue compagne di giardino giacciono senza profumo, morte. Velocemente possa io seguire quando le amicizie appassiranno e dal luccicante cerchio d’amore le gemme cadranno. Quando i cuori puri giacciono avvizziti e non ci saranno più cuori appassionati, allora chi vorrebbe mai abitare, solo, questo arido mondo?>>

     

    La mia rosa è esattamente l’opposto di quella di Moroe: Viva e carnale rimanda alla realtà del desiderio nel rapporto diretto con la donna. Rimanda ad una socialità nuova in continuo progrersso ed espansione.

    In questo caso, il contrasto, la dialettica è fra il titolo ed il contenuto del disegno che contraddice il primo.

    copyright domenico fargnoli

  • La trasformazione, il passato non ritorna

    alogon (omonimia)            

    Inviato il: 24 Jun 2004, 09:16 AM

    Tutti i discorsi che abbiamo fatto sui bei tempi andati non possono farci ignorare che la situazione attuale di Siena è profondamente cambiata . Il mio lavoro terapeutico, soprattutto di gruppo e quello di alcuni colleghi è in continua trasformazione grazie alla nostra partecipazione alla cura, formazione e ricerca dell’Analisi collettiva che guarda caso sembra sia nata proprio in questa città che ha ospitato anche per 6 anni la sede della rivista “Il sogno della farfalla” nata come ho letto in un numero della stessa, da un’idea di uno psichiatra senese..

    Nella situazione attuale si è creato localmente un gruppo di giovani psichiatri, molto brillanti nonostante l’ostracismo di una parte del mondo accademico e l’avversione quasi paranoica di alcuni cattedratici dopo un’apparente iniziale apertura..

    La tesi di specializzazione di Elena Pappagallo nel novembre 2003 è stata la punta emergente di questa realtà assolutamente diversa da quella passata che sta maturando in questo periodo

    La dissertazione tenutasi nell’aula magna del Policlinico “Le scotte” riempita per l’occasione dalla avvenente collega che poi ha partecipato ad altre cinque “Aule Magne” anche se molto diverse, alla Sapienza di Roma dal dicembre 2003 al giugno l 2004, non è rimasta lettera morta, non è caduta nel vuoto.

    Le istituzioni cittadine hanno fatto un atto di riconoscimento importante nella figura del sindaco di Siena che ha invitato l’Associazione senza ragione che ha nel suo statuto il riferimento esplicito alla teoria ed alla prassi di Massimo Fagioli, a tenere una mostra nei magazzini del sale del Palazzo Comunale dal titolo “Psichiatria ed arte”. La mostra si aprirà con un dibattito nella sala delle Lupe dove potremmo proporre non solo il metodo psichiatrico che caratterizza la nostra prassi ma anche la ricostruzione storica di un lungo percorso.

    Ciò è avvenuto a Siena ritenuta da esperti del settore uno dei centri espositivi più importanti a livello europeo

    Contemporaneamente a Firenze la provincia dopo aver attentamente valutato i nostri progetti e contenuti, ci accordava il suo patrocinio oltre a garantirci spazi espostivi in via Cavour e di dibattito nella sala Est-Ovest recentemente restaurata.

    Come si vede nella “riuscita” di queste iniziative, a partire dalla mostra nella prestigiosa sede di Villa Strozzi nell’ottobre 2003, non interviene un fattore campanilistico.

    Si deduce però che esiste un gruppo di artisti architetti psichiatri, esperti della comunicazione, di diritto amministrativo per il dialogo col mondo istituzionale, giornalisti che nel suo insieme è capace di una straordinaria penetrazione nel mondo culturale perché fa suoi strumenti teorici nuovi applicando a contesti inediti una complessa formazione psichiatrica e artistica.

    L’impressione è che questa “ riuscita” venga in parte ignorata e volutamente taciuta.

    Ma chi sono allora le quasi 8000 persone che in 280 giorni hanno visitato il nostro sito?

    Il sito costruito con grande dedizione e capacità professionale è stato un successo che ci ha garantito un’interazione con un gruppo di persone che rimane in gran parte sconosciuto.

    Costoro sembrano gradire il linguaggio difficile della ricerca psichiatrica ed artistica perchè certo noi non facciamo concessioni sulla teoria né teniamo consultazioni on line come fa qualche collega delirante…

    … comunque ribadiamo che siamo apertti alla collaborazione di tutti coloro che si riconoscono nella nostra impostazione…

    Messaggio modificato da Alogon il 24 Jun 2004, 10:13 PM

    Admin

    Inviato il: 24 Jun 2004, 06:51 PM

    QUOTE (alogon (omonimia) @ 24 Jun 2004, 10:16 AM)

    Il sito costruito con grande dedizione e capacità professionale…

    … si fa quel che si può…

    The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

    Alogon            

    Inviato il: 26 Jun 2004, 08:20 AM

    Accanto all’omonimo disegno andrebbero bene queste parole

    Homo novus

    La parola cerca il silenzio

    Come una donna nuda …

    ….il silenzio oltre la dichiarazione d’amore

    Essere

    Senza paura di diventare muto

    Per sentire la vita

    Dove il suono non è neppure percepibile.

    Si abbassa la testa

    Per varcare la porta di corno

    da cui emerge la verità dei sogni.

    Abbandonarsi alla veglia senza coscienza.

    Immagini indefinite.

    Gesti eloquenti.

    Colori che sono melodie.

    Dopo non c’è più il poeta perchè mentre la dice c’è il rifiuto di ogni parola,

    non c’è più il pittore che si è ripreso il sangue versato sulla tela da poco terminata

    e non c’è neppure il medico quando il paziente è già guarito.

    Allora ciascuno è libero di essere semplicemente se stesso.

    Un uomo nuovo in un mondo diverso.

    Messaggio modificato da Alogon il 26 Jun 2004, 08:50 AM

    copyright domenico fargnoli

    Alogon            

    Inviato il: 30 Jun 2004, 12:53 PM

    L’equilibrista

    “Qualcuno” mi ha gettato una corda

    che ha disegnato prima un’onda

    poi il dorso arcuato d’un cavallo con cinque gambe.

    Sono saltato sopra ed ho corso quanto non avevo fatto mai prima.

    Non so come non sia caduto

    in un quel galoppo senza sella

    a tratti volteggiando come un equilibrista

    quando mi sporgevo verso il sorriso verde di una donna.

    Il mio pensiero era un acrobata che camminando sul filo lanciava in alto una bambina

    che rideva contenta quando si sentiva , al culmine di un arco, senza peso.

    Così per pochi attimi

    non c’era la memoria certa del passato ed il mondo intero appariva diverso

    ..diverso come visto da occhi di bambina

    come se quella corda

    da cui l’avevo lanciata le avesse dato per un istante l’immobilità

    di una scultura sospesa.

    Idea senza coscienza,

    bellezza indefinita

    nascosta nei colori e nei contorni certi in movimento

    nelle linee colorate di una figura.

    Messaggio modificato da Alogon il 30 Jun 2004, 02:31 PM

    copyright domenico fargnoli

    Alogon            

    Inviato il: 1 Jul 2004, 04:56 PM

    “Homo novus”.

    Che nesso c’è fra “l’uomo nuovo” e tutta la discussione sul 68 e dintorni?

    Mi è venuto in mente che nel 68 era presente il tema della morte dell’uomo che derivava da una rielaborazione della filosofia di Nietzsche e di Heidegger. Con il crollo dell’illusione metafisica si era scoperta anche una rottura all’interno di quella che era stata considerato il “soggetto” per eccellenza. Il soggetto razionale. Non so chi ha detto che la ragione stessa potrebbe non essere altro che copia della follia. Quest’ultima si inscriverebbe nella logica stessa dello sviluppo della prima : fra ragione e follia non ci sarebbe differenza assoluta.

    L’”uomo” crollava di fronte all’irrazionale, il pensiero cosciente scompariva, si frantumava perdendo di senso nell’impatto con il non cosciente, l’irrazionale.

    L’Impensato.

    Però senza inoltrarsi in discussioni filosofiche io sono d’accordo con chi ha affermato che l’uomo non era morto per il sempice fatto che in realtà non era mai nato.

    Non era nato con la filosofia greca, con Cartesio, con Kant, con Hegel e con Marx.Della psicoanalisi non ne parliamo nemmeno….

    copyright domenico fargnoli

     

    Trumpet            

    Inviato il: 2 Jul 2004, 10:54 AM

    QUOTE (Alogon @ 1 Jul 2004, 05:56 PM)

    Non so chi ha detto che la ragione stessa potrebbe non essere altro che  copia della follia. Quest’ultima si inscriverebbe  nella logica stessa dello  sviluppo della prima : fra ragione e follia non ci sarebbe differenza assoluta.

    Forse è proprio così. È doveroso porsi il quesito se una razionalità scissa dalla realtà non cosciente possa interagire con l’umano. Posso avere un rapporto interumano con la stessa impostazione con cui scelgo un detersivo anziché un altro? Forse no.

    Quindi, se l’Homo Novus rappresenta una nuova identità che si separa da un essere umano come ragione e si limita ad usare la ragione ai solo fini pratici, si potrebbe dire, visto che è stata lanciata un’ipotesi di ricerca, che questo Homo Novus era in contrasto con il movimento del ’68? e che quindi il ’68 emerse ed era sorretto da una ferrea e rigida struttura razionale? mi verrebbe da dire un po’ come accade nei regimi o anche nella chiesa o più in generale nella religione nel suo senso più esteso.

    Quindi forse Homo Novus anche come uomo che ha avuto la capacità di opporsi e resistere sviluppando un pensiero coeso e appunto nuovo rispetto ad una realtà molto suadente per quei tempi in cui il ‘68 si poneva come unica alternativa valida, ma che in realtà, anche se a scoppio ritardato, celava ben altro.

    È interessante anche ciò che dici sulle morte, sulla presenza di tale tema nel ’68. Forse questo tentativo di elaborazione era destinato a fallire in quel tempo proprio perché errato nei presupposti in quanto, appunto, vi era un’assenza di una nascita, e mi verrebbe da dire che il concetto di morte potrebbe addirittura terrorizzare se non si ha una dimensione interna di nascita che dissolve come neve al sole la falsa credenza che la morte è un mistero inconcepibile, inconoscibile e che può gestire solo la religione. Non è forse vero che sono le religioni che gestiscono di imperio il tema della morte? Ma come mai? come fanno? forse colmando con polvere di piombo lacune come questa? sarebbe giusto pensare che le religioni basano il loro controllo proprio sul vuoto dell’uomo e sulla sua dimensione di non nascita?

    Ma, a questo punto, un pensiero si è insinuato nella mia mente: ma il concetto di nascita è sempre esistito in potenza nell’uomo oppure no? oppure non è mai esistito fin tanto che non è stato pensato, teorizzato e verbalizzato?

    Alogon            

    Inviato il: 2 Jul 2004, 12:49 PM

    Tu poni il problema del rapporto fra “scoperta” ed “invenzione”.

    La nascita è qualcosa che l’uomo ha sempre avuto e noi semplicemnte la scopriamo, ne consentiamo il “disvelamento” oppure è un’invenzione, un qualcosa che è stato creato “ex novo” in quanto prima in quella forma specifica non esisteva?

    Propenderei per la seconda risposta dicendo che senza la verbalizzazione della fantasia di sparizione e la definizione del concetto di vitalità non sarebbe stata possibile “la nascita dell’uomo”.

    Il creare termini, concetti che prima non erano stati formulati ma che non rimangono pura intenzione di significato, come avrebbe detto un fenomenologo, in quanto corrispondono ad una realtà universale umana ben precisa , è “un’invenzione” più che una scoperta.

    E’ un’invenzione all’interno di quella più generale invenzione che è il linguaggio umano.

    copyright domenico fargnoli

    aerre            

    Inviato il: 3 Jul 2004, 09:51 AM

    …..la potenza delle parole….. Mi ritrovo a pensare e a sorprendermi della enorme differenza di significato che il pensiero acquista quando si traduce in parole, dipinti, testi teatrali o poesie…..

    In fondo il contenuto del pensiero è lo stesso, non dovrebbero esserci differenze nella traduzione materiale su di un pezzo di carta o in un computer, invece qualcosa sembra cambiare, non tanto il concetto che si è voluto esprimere quanto il suo significato. Si arricchisce di qualcosa, c’è un valore aggiunto che credo di intuire ma non riesco ad esprimere.

    Sembra trattarsi di maggior forza, definizione rispetto alle parole non scritte o alle immagini non impresse su una tela, c’è una potenzialità della quale forse lo stesso autore è il primo a sorprendersi, di come cioè sia riuscito a far vedere qualcosa al di là dei colori bellissimi e variegati di una tela o delle parole dolci di una poesia, e chissà perchè penso alle immmagini morbide e fluttuanti della mente di un bambino prima che abbia imparato a parlare…..

    Aerre

    acca            

    Inviato il: 3 Jul 2004, 10:57 AM

    Ho pensato che è talmente nuovo il concetto di nascita umana che alla fine gli stessi termini “scoperta” e “invenzione” potrebbero celare un errore di fondo che li pone come sinonimi.

    Nell’ uso comune “scoperta” e “invenzione” significano due cose diverse per cui si dice che Colombo scoprì l’ America (che già esisteva) e che Marconi inventò la radio (che non esisteva). Eppure “invenio” verbo latino significa anch’ esso trovare, come se le cose si potessero solo scoprire.

    “Ciò che io trovo sono nuove figure” era la terribile, annullante, castrante sentenza di Wittgenstein che a un tempo sanciva l’ eternità delle idee, ovviamente “innate” – e ora colgo la condanna a morte implicita nel termine stesso “innate” (cioè “senza nascita” ?). Il filosofo, il matematico, l’architetto (tutte identità con le quali Wittgenstein si propose), non possono fare altro che trovare cose che esistono già e per giunta cogliendole solo per quello che è il loro aspetto esteriore (“la figura”). Al massimo rimane la “ars combinatoria”, non per niente associata anche alle neuroscienze (ricordate “La macchina per pensare” al Forte di Belvedere di Firenze negli anni ‘80 ?), che permette con utilizzi “sapienti” dell’ esistente, esercizi di memoria, di stile e di retorica.

    Con tutto questo volevo cercare di dire che la mia formazione è stata dominata completamente da cattivi maestri e da parole sbagliate che in se nascondono già l’ infinita tristezza di un mondo in cui il nuovo, la nascita non solo non esistevano ma non erano neanche possibili perchè mancavano anche le parole per esprimerli.

    Quindi penserei che “inventare” va inteso in un senso completamente nuovo, che la lingua parlata in parte già coglie e trasmette, di “far diventare esistente”, rifiutando completamente l’ ambiguità del senso etimologico. Altrimenti potrebbe essere necessario usare un’ altra parola oppure l’ intera locuzione “far diventare esistente”.

    Alogon            

    Inviato il: 3 Jul 2004, 02:58 PM

    la precisazione di acca ha un suo fondamento.

    L’invenzione va a sua volta reinventata nel senso che il termine necessariamente, applicato alla ricerca psichica, viene ad assumere un significato diverso da quello che troviamo in un catologo di brevetti.

    Però obietto: c’è qualcuno che “fa esistere” il bambino o il bambino esiste di per sè?

    Il medico cura ed il paziente guarisce.

    In altre parole…

    …l’interpretazione dell’annullamento non rende esistente la nascita dell’altro ma costituisce uno stimolo vitale d’immagine, di contenuto che consente all’altro di attivare, autonomamente , la propria nascita, di recuperare una potenzialità perduta.

    Come si vede i problemi terminologici sono molto complessi, come i problemi teorici che sottendono.

    Attraverso quale processo un’interpretazione verbale produce una trasformazione?

    Una nascita?

    Messaggio modificato da Alogon il 3 Jul 2004, 03:01 PM

    copyright domenico fargnoli

    acca            

    Inviato il: 4 Jul 2004, 11:04 AM

    La mia precisazione si riferiva all’ insistenza con cui in architettura si parla quasi solo di “composizione architettonica”.

    L’ idea sottesa a questa locuzione a me ha sempre fatto pensare a un caleidoscopio. Le forme si possono configurare in modi infiniti ma comunque all’ interno di uno schema prefissato. Allora non è mai una trasformazione ma semmai una variazione.

    C’ è una figura, che appartiene a un’ immutabile ordine superiore, che viene ritrovata e che da vita al progetto.

    Questa è un’ idea che a me appare triste.

    Tuttavia là si parla di oggetti, di cose prive di vita.

    Immagino che la creatività dello psichiatra sia diversa e che intervenendo sulla vita psichica si confronti con una realtà diversa.

    Eppure ho l’ impressione che alla fine l’ attività dell’ artista, che si confronta con un materiale inerte, possa comunicare idee che siano piene di speranza nella trasformazione e che quindi possa trasmettere alla società un messaggio nuovo che rimane irraggiungibile se invece continua a nutrirsi di pregiudizi.

    Alogon            

    Inviato il: 4 Jul 2004, 11:13 AM

    e’ chiaro che lo psichiatra aha che fare con soggetti vivi, gli esseri umani che possono diventare essi stesse”opere d’arte”.

    Noi possiamo utilizzare vari mezzi espressivi per esprimere questo processo di trasformazione.

    Ma insisto quest’ultimo come avviene?

    copyright domenico fargnoli

    Trumpet            

    Inviato il: 4 Jul 2004, 11:30 AM

    QUOTE (Alogon @ 4 Jul 2004, 12:13 PM)

    e’ chiaro che lo psichiatra aha che fare con soggetti vivi, gli esseri umani che possono diventare essi stesse”opere d’arte”.

    Noi possiamo utilizzare vari mezzi espressivi per esprimere questo processo di trasformazione.

    Ma insisto quest’ultimo come avviene?

    Essere parte di un processo come questo evidentemenete ne dà consapevolezza, anche completa e profonda, e parlo come colui che sta di fronte allo psichiatra psicoterapeuta, si avverte e si sente, ma nulla di tutto ciò è così definito da poterlo descrivere; eppure la ricerca su come avviene tale processo è affascinante e forse non eludibile. No, io non so rispondere, ma non so perché, non appena ho letto il tuo quesito nuovamente proposto, sono andato a rivedermi le due foto della scultura “L’Equilibrista”.

    Nyx            

    Inviato il: 4 Jul 2004, 02:16 PM

    “……a tratti volteggiando come un equilibrista

    quando mi sporgevo verso il sorriso verde di una donna.

    Il mio pensiero era un acrobata che camminando sul filo lanciava in alto una bambina

    che rideva contenta quando si sentiva , al culmine di un arco, senza peso…..”.

    Leggendo queste frasi, me ne sono venute in mente alcune lette nel libro “ La danza del drago giallo” di Domenico Fargnoli, le riporto qui di seguito:” Troviamo la vitalità senza forma anche se permane una traccia di fantasia quando non dico la figura ma anche l’immagine sembra scomparire. Il punto estremo, l’attimo della bellezza è il paradosso della sensazione pura che non è vuoto annullamento dissociazione. L’espressione vitalità senza forma è difficile da comprendere in quanto allude ad una esperienza che materialmente potrebbe risultare impossibile cioè un arresto improvviso del movimento nell’attimo della sua maggiore intensità.Ma questa condizione può essere vissuta soltanto nella concretezza materiale dell’atto d’amore al culmine dell’orgasmo o ricreata nel ricordo attraverso il linguaggio……Ne deriva il pensiero che chi ha la paura ossessiva di morire non riesce a realizzare appieno quella che solo ad uno sguardo superficiale è una sospensione momentanea della vita, non riesce a raggiungere il massimo tono vitale in un’apparenza di morte e si consegna pertanto inerme al terrore dell’eternità e della trascendenza.” Questi pensieri mi toccano personalmente e mi tendono la mano per raggiungere un pensiero nuovo che ancora non sono riuscita a pensare. Mi sembra che ci sia la composizione del rapporto uomo donna con un lavoro di ricerca personale…ma non so come legare a tutto questo il rapporto psichiatra paziente. Forse riesco a capire il desiderio per un uomo e come il rapporto con esso sia una ricerca e una realizzazione psichica importante. Volendo forse fare la finta tonta non riesco a realizzare l’idea del desiderio in un rapporto psicoterapico, lasciarsi andare all’immagine interna dello psichiatra senza il tatto solo con vista e udit o…sentendo il suono delle parole dell’interpretazione che mi cura, realizzare la mia nascita…..

    Alogon            

    Inviato il: 5 Jul 2004, 08:44 AM

    Lo psichiatra ad un certo punto del suo iter formativo, della sua ricerca, comincia ad utilizzare mezzi espressivi “artistici”.

    Potrebbe essere una sua paranoia ma nella misura in cui non lo fosse in quanto egli riesce a suscitare consenso, interesse, collaborazione, potrebbe essere invece l’aver raggiunto una definizione nuova della propria immagine.

    Definizione nuova e diversa che si lega all’evidenziarsi di un’identità anche sessuale.

    Non che prima non l’avesse solo che a partire da un determinato momento, essa non può più essere annullata.

    Il mezzo espressivo “artistico” diventa allora in modo inequivocabile mezzo espressivo di contenuti che sono quelli della sessualità umana.

    Dialettica uomo-donna.

    Immagine maschile e femminile mai pensata prima anche se esisteva ovviamente da sempre la differenziazione sessuale. Esisteva come realtà fisica in un contesto culturale come quello del Logos occidentale improntato apertamente ad una dimensione omosessuale cioè razionale….

    copyright domenico fargnoli

    Elleffe            

    Inviato il: 5 Jul 2004, 03:07 PM

    anche a me viene in mente una citazione:

    “…quando sembra di avermi raggiunto mi allontano, e come Proteo cambio di forma…non ho fissa dimora perchè il mio unico rifugio e giaciglio è il tempo…

    sì, mi nascondo negli istanti senza durata, nella vitalità senza forma che conserva soltanto una briciola di fantasia…

    così comabatto la morte, allungando l’esistenza come il soffietto di una fisarmonica.”

    queste parole parlano di trasformazione, ed anche di desiderio mi sembra, in un modo diverso ma sempre coerente, ad ulteriore testimonianza che l’espressione artistica inserita in questo contesto non è esercizio di stile, ma racconto di cura.

    Messaggio modificato da Elleffe il 6 Jul 2004, 11:05 AM

    Alogon            

    Inviato il: 6 Jul 2004, 12:47 AM

    Si può cogliere attraverso la parola scritta una reazione affettiva od anaffettiva?

    Se ciò avviene mi domando come sia possibile senza la presenza fisica del soggetto che formula il suo pensiero.

    Chi decifra la scrittura dell’altro ricostruisce tutto un mondo di sensazioni attraverso le sequenze lineari dei segni. Un’operazione mentale di tale complessità, ma anche precisione ha dell’incredibile.

    Nella parola scritta rimane una traccia d’esistenza in frammenti inanimati resi ancor più distanti nell’universo virtuale.

    Eppure, nonostante la freddezza del medium espressivo, è presente comunque un’eco lontana di sentimenti, come un lirismo inconsapevole, un atto poetico non voluto ma rivelatore. La corporeità assente si appropria delle metafore e del linguaggio per rivendicare un diritto alla vita, per suggerire ad un’osservatore sensibile, vibrazioni minime che ci consentono però di entrare in risonanza con l’altro.

    Note armoniche che apparentemente non vengono avvertite ma nelle quali si inscrive tutta la gamma cromatica delle reazioni affettive.

    Messaggio modificato da Alogon il 6 Jul 2004, 01:08 AM

    copyright domenico fargnoli

     

    aissa            

    Inviato il: 7 Jul 2004, 08:33 PM

    Mi vengono in mente cose diversissime mentre leggo queste discussioni… Citazioni… Mi viene in mente Montale, mi viene in mente Ungaretti… Mi viene in mente lo psichiatra, quando lo ritrovo seduto nel suo studio… il suo volto è familiare, ma ogni vo9lta lo devo osservare con attenzione per riconoscerlo… Nella veglia mi appare sempre diverso, nel sogno si traveste per pormi l’eternpo enigma… realizazione o negazione? E la poesia… negazione dell’immagine o realizzazione di essa attraverso la parola? E’ ovvio che penso sia la seconda ipotesi… Se hai una nascita forse allora puoi cogliere l’immagine che si svela attraverso la poesia… La reazione affettiva nasce mentre le parole suonano e l’immagine si forma… Potenza della parola? O meglio, forse, creatività sana del poeta che è capace di cogliere anche nel gesto minimo, nel pensiero fugace coìme un guizzo negli occhi quella proposizione o ipotesi o tentatIvo o possibilità di rapporto che lui sa trasformare in parola? Non lo so… mi vengono in mente centinania di poesie in cui credevo si disvelassero i mille segreti dellka sensibilità umana… ammetto e adesso capisco che spesso mi sono sbagliata. non c’era l’immagine dietro quelle parole, tutto era masturbazione… Forese in questo senso Arthur Rimbaud diceva che la poesia doveva essere reinventata? iO,come al solito non ho una risposta. Ma quando ho letto le èpoesie di questo sito le immagini sono nate spontanee… la reazione affettiva è possibile quando è il desiderio quella lingua non parlat6a ma vibrante…che costringe a vibrare!

    عائشةAisha

    Alogon            

    Inviato il: 8 Jul 2004, 02:06 PM

    In linea di massima sono d’accordo con aissa.

    Devo però fare una precisazione:le ricostruzioni storiche basate su nuove concezioni teoriche, su di un modo nuovo di vedere l’uomo, sono molto difficoltose.

    Non possiamo esprimere una valutazione sulla poesia di Dante o di Milton partendo dal fatto che erano religiosi. Così le generalizzazioni sono sempre sospette. Bisogna avere il coraggio di confrontarsi con ciascun singolo autore e vedere caso per caso quanta intuizione contenga una sua eventuale ricerca letteraria, poetica o figurativa.

    Fermo restando che la storia rimane l’unico oggetto del desiderio, mi pare abbia detto qualcuno, che non espone alla delusione. Nelle vicende dell’umanità troveremo qualcosa di valido per forza. Il problema è dove e come: e questo vale anche per la poesia.

    Le reinterpretazioni del passato d’altro canto non possono stravolgerlo totalmente come nel ricordo delirante o nella percezione delirante mnesica.

    Com’è allora che il passato cambia non potendo noi però alterare le date, annullare eventi catastrofici come i lager od i genocidi?

    Chiaramente non cambiano i fatti ma cambiano le interpretazioni dei fatti ed è probabile che in base a nuove interpretazioni noi possiamo giungere a conoscenza di circostanze inedite che potrebbero contribuire a modificare a loro volta il modo di pensare precedente.

    Messaggio modificato da Alogon il 8 Jul 2004, 04:01 PM

    copyright domenico fargnoli

    Julia            

    Inviato il: 8 Jul 2004, 04:17 PM

    Gli ultimi interventi di Aissa e Alongon mi suscitano non pochi interrogativi, in particolare sui legami tra la poesia e il tempo, la percezione, il vissuto interno del tempo… Probabilmente alcuni dei poeti che scrivevano poesie annullavano il tempo, provando invano a fissare in un eterno presente la lunga distesa delle giornate e della vita che non gli riusciva… l’isolamento, l’eternità.

    Ora se la poesia è rapporto e se il passato non è solo storia, ma anche passato molto prossimo, ieri… se il vero poeta è quello che può fare a meno di scrivere le poesie, che parla perché può anche stare in silenzio e qualche volta agisce pur potendo astenersi… allora quel poeta, dal momento in cui ha scritto la sua poesia, essa già non gli “appartiene” più, diventa immediatamente passato e trae una nuova esistenza nell’interpretazione degli altri… E, per assurdo, quando lui la rilegge, potrebbe sembrargli quasi come se l’avesse scritto qualcun altro, nel senso che si sarebbe già umanamente modificato e perché, altrimenti, indicherebbe un atteggiamento auto-referenziale?

    In modo molto vago mi si pongono una serie di paradossi, per ora insormontabili, sulla ricerca dell’identità e sul movimento. Si vorrebbe trovare un continuo movimento, che ieri sia già finito e senza anticipazioni sul domani… però si “reinterpreta”, dice Alogon, il passato, e in quanto c’è movimento, si tende verso qualcosa di futuro… Poi si vorrebbe cambiare pur essendo se stesso… E qualche volta si vorrebbe anche fermare, o rallentare, questa specie di vertigine per cui le cose sembrano complicarsi man mano che si va avanti…

    Mi viene in mente l’espressione “vivere nel momento”, ma non si tratterà neppure di un ingenuo “carpe diem”…

    Alogon            

    Inviato il: 9 Jul 2004, 10:31 AM

    Non credo si possa parlare di una volontà di rallentare il tempo. Ritengo piuttosto che l’intesità vitale del vissuto modifica, più che la percezione, il sentimento non consapevole del tempo per cui la durata cronologica, misurabile con l’orologio, diventa un parametro irrilevante.

    Intensità vitale che non appartiene alla poetica anaffettiva e schizofrenica sintetizzata nel verso

    << mentre penso alla vita schiaccio uno scarafaggio>>

    Essere se stesso potrebbe inoltre voler dire ritrovare sempre la popria conitnuità d’esistenza pur in atti disparati pur nella continua reinterpretazione della proprie esperienze che è il movimento incessante della conoscenza.

    Messaggio modificato da Alogon il 9 Jul 2004, 10:39 AM

    copyright domenico fargnoli

    Admin            

    Inviato il: 11 Jul 2004, 04:43 PM

    D’accordo con Alogon abbiamo spostato gli ultimi quattro interventi di questa discussione in una nuova. La nuova discussione risulta essere avviata dal membro il cui messaggio è stato mosso per primo, per quanto riguarda il titolo e la descrizione anch’essi sono stati concordati con Alogon.

  • Il Paradiso perduto : il dolore e la colpa nella reazione terapeutica negativa

     

     

    l paradiso perduto: il dolore e la colpa nella reazione terapeutica negativa
    di Domenico Fargnoli

    < < Il filo del ricordo è un binario che conduce ad una antica stazione. Essa si apre su paesaggi ancora incontaminati come se il passato davvero non lo conoscessimo ma lo creassimo con immagini che ce lo mostrano sempre diverso. Non è come sfogliare un album di sbiadite fotografie o mettere in colonna date per altrettanti fatti che rischiano di essere nomi senza senso.
    Parlo del passato vivo che è l’oggetto d’un esercizio d’indagine della mente presente che pensando cambia la vita soprattutto il futuro.
    Apparentemente immobilizzati su di una poltrona incessantemente il cilindro di vetri e pietre colorate attraverso cui guardiamo il mondo gira ed il profilo di noi stessi cambia come se fossimo tante persone riunite in una sola e l’unica fatica fosse di scoprirle tutte, di lasciarle libere di esprimersi e di muoversi dileguandosi nella moltitudine quieta di una folla che una fervida immaginazione ha animato ed ha lanciato come un fermento nella ruota della storia.
    Nella solitudine talora estrema di ciascuno risuona l’eco di una socialità lontana. L’eco ci suggerisce che il distacco dagli altri potrebbe non essere mai totale ed irrevocabile.
    C’è una radice nelle idee che non è individuale, personale così come siamo abituati a considerarla ma nasce da incontri, da rapporti che spesso coscientemente non ricordiamo ma che agiscono in modi che non sappiamo subito decifrare. Siamo immersi in una matrice fatta di relazioni, di rimandi non sempre dicibili od immediatamente afferrabili che ci forgia e determina reazioni inconsapevoli anche se fondamentali nella vita psichica>>.
    Mentre queste parole scorrevano nel linguaggio silenzioso della mente la donna mi guardava e dai suoi occhi traspariva un manipolo di pensieri in contrasto fra loro.
    <<…nel vuoto in cui mi sto aggirando mi sembra vero sia di non sentire niente salvo il dolore prigioniero dentro di me sia la forsennata invidia per chi può vivere ed imparare dall’esperienza sia anche il tocco della tua mano sulla mia spalla…come un saluto…
    ..nel vuoto in cui mi sto aggirando mi sembra di non sentire niente salvo il dolore prigioniero dentro di me..
    L’invidia forsennata.
    L’invidia forsennata è più diretta verso le donne se pure posso distinguere nella visione di un gigantesco big bang all’incontrario che ingoi i sei miliardi di umanità e quanti siamo su questo pianeta.>>
    Il pensiero del mio linguaggio silenzioso e il suo pensiero malato erano impegnati in un braccio di ferro e nessuno dei due sembrava guadagnasse neppure un centimetro cosicché l’immagine era quella di un confronto senza fine senza né vincitori né vinti.
    Il terreno dello scontro si dilatava fino ai confini dell’universo conosciuto in un’arena lastricata con significati soprannaturali e disumani.
    La paura della fine del mondo, il terrore religioso di un apocalisse senza “escaton”, oltre ogni riscatto riemergeva in un presente in cui la storia sembrava sul punto di fermarsi per sempre.
    Un meteorite avrebbe distrutto del tutto la terra.
    Sorgeva improvvisa l’idea che la natura avrebbe subito, di lì a poco, un turbamento disastroso: un enorme macigno inanimato provenendo a velocità folle dagli spazi siderali avrebbe in pochi attimi cancellato ogni traccia di vita.
    L’oscurità degli uomini diviene così l’oscurità del mondo. Oscurità che corrisponde ad un governo del peccato, ad un’invasione del male.
    La sofferenza insostenibile forse neppure pensabile che si consuma nella routine dei piccoli gesti quotidiani in un’esistenza in cui niente sembra accadere veramente cerca il proprio riscatto in un evento straordinario. Il terrore viene inserito in un contesto cosmico in un ordine globale orientato verso una conclusione: quella che potrebbe essere solo una catastrofe individuale viene nobilitata e quindi resa sopportabile assumendo il significato dell’attesa millenaristica e quindi collettiva della fine.
    <<…non so quando è cominciata la masturbazione mentale che poi è continuata tutta la vita…>>
    Ora di fronte a questa figura imponente che spesso inspirava rumorosamente attraverso le narici quasi a ricordarmi che per lei ero come l’aria avrei dovuto provare sgomento: mi ero tuffato nel vortice che rischiava di inghiottirla ed ora mi voleva trascinare in quel nulla da cui come per magia nascevano pensieri folli.
    Per anni li aveva nascosti dietro un comportamento apparentemente normale.
    E quando come lame acuminate tranciavano il velo della coscienza, o come uno sciame di calabroni impazzito uscivano da un’apertura stretta gettandosi su qualunque cosa avesse movimento ritornava la filastrocca diabolica della crisi.
    <<…la ragione uccide tutto ciò che non è razionale>>
    Questa frase era come una bussola mortifera di una navigazione in un mare morto, un imperativo categorico nel colpire la vitalità e la sua radice nel corpo divenuto quasi un peso da rinnegare od un animale che andava solo nutrito quel tanto che non morisse.
    <<…l’ultima volta che mi sono sentita donna era una sera d’estate>>
    Sentirsi donna e poi trasformarsi in un entità indefinita piena di peli, di odori, di bisogni non graditi.
    Cos’era accaduto?
    Che cosa aveva cancellato l’immagine della festa di compleanno e il ritmo incalzante del flamenco che lei amava?
    Qualcosa la allontanava ora da ogni musica. L’armonia dei suoni era uno stimolo insopportabile.
    La malattia determinava una sorta di implosione, lo sprofondamento in quello che avrebbe potuto essere un dolore sordo, quasi stesse precipitando in un pozzo silenzioso e senza fondo.
    Era qualcosa di simile alla sensazione indescrivibile di trascorrere attimi infiniti in attesa del nulla mentre davanti scorreva l’immagine del muro che come un cilindro l’avvolgeva isolandola dal mondo. Lei fino da piccola lo aveva leccato quel muro in uno strano rituale.
    Che cosa significava?
    Forse avrei potuto cogliere l’ allusione ad un grave stato di deprivazione affettiva intervenuto nella primissima infanzia. Avevo letto da poco di un bambino rumeno orfano di guerra , vissuto in una camerata di sessanta letti in Transilvania, dove aveva conosciuto solo il freddo e le violenze costanti degli adulti: egli emergeva dal suo stato di prostrazione solo per mangiare l’intonaco delle pareti e leccarsi le scarpe..
    …a sette mesi erano cominciate le assenze prolungate della madre della donna…cosa era accaduto veramente durante questi periodi durante i quali lei, come nel film “La balia” di Bellocchio, veniva affidata ad altri?
    Le domande affollavano la mia mente. Dovevo entrare in un labirinto di idee, di sensazioni che solo in apparenza erano simili alle mie.
    La sua era una sofferenza aliena, il “dolore” non assomigliava a niente di conosciuto quasi fosse una matassa amorfa di una materia non umana. Lei adoperava queste parole sofferenza dolore ma io non sapevo a che cosa esattamente corrispondessero. Forse questi termini alludevano all’eco di una sensibilità perduta, a ciò che si prova nell’istante in cui la vita sta per spegnersi come una candela ma noi abbiamo ancora l’impressione della luce e del calore. anche se già siamo nella condizione di chi non vede come Pinocchio nel ventre del pescecane o di chi non sente la fiammella che brucia le dita che la vogliono spengere.
    Lei era immobilizzata in questa condizione di un passaggio che avrebbe potuto durare in eterno, di un’apocalisse annunciata alla fine del tempo ma che avrebbe potuto accadere anche domani, anche subito per il terrore che l’immobilizzava sul materasso di quel letto in giorni sempre uguali.
    Muoversi agire era diventato quasi impossibile :ogni atto, ogni movimento sembrava separato dall’altro da un vuoto, da una cesura che si riproduceva all’infinito come nel paradosso di Zenone per cui la freccia non arriva mai al suo bersaglio.
    In tutto ciò che vedeva pensava allora ci sarebbe stata solo l’allucinazione del movimento per quella frammentazione sempre più sottile che rendeva statico, come una serie velocissima di fotogrammi che non vengono fatti scorrere uno dopo l’altro, qualunque oggetto.
    <<Ogni atto è isolato dall’altro e non so come riempire lo spazio vuoto che c’è nel mezzo; se poi coinvolge qualcun altro è anche peggio perché ci saranno delle conseguenze fuori dal mio controllo, oppure viceversa le posso prevedere ma non le posso fermare pur sapendo che saranno dannose.
    O addirittura forse provoco degli atti negli altri, per es. mi sembra di aver indotto E(…..) a portarmi dall’esorcista anche se il discorso è cominciato da lei.
    Ovviamente mi viene in mente l’argomento della delinquenza, ma ci vorrebbe uno scopo. Io non ho nessuna posizione o potere da salvare, a meno che gli scopi non siano quelli di cui parla Fagioli nell’ultimo libro, come fregare gli altri perché, si sa, a torto od a ragione che si è fregati per sempre.
    Così non trovo nessuno scopo nello scorrere del tempo ed ogni giorno è una vita da Tantalo.
    Capisco razionalmente che lo scopo potrebbe essere guarire ma non potendolo sentire emotivamente, mi rimane lì in mezzo al terrore il ricordo ossessivo che sono stata curata ed io non sono guarita. Ed in mezzo al terrore mi resta il pensiero lucido che il corpo purtroppo sopravvive alla morte interiore.
    Tanti mi hanno rimproverato la lucidità della mia pazzia!
    Mesi fa ho riletto una biografia di Hemingway e mi è sembrato che quando gli cominciarono i deliri essi avessero una perfetta logica al loro interno, la differenza è che io so di delirare, che di per sé non mi pare un vantaggio, anzi una curiosità dell’ultima parte della sua vita è che il pensiero dei vestiti lo preoccupava e questo è l’unico punto di contatto che ho con lui: dover trovare due cose da mettermi al cambio di stagione per me è un’impresa.>>
    Io l’avevo curata ma lei non era guarita…anzi non sentiva emotivamente di poter guarire.
    In quel momento avevo accettato apparentemente passivo l’accusa di impotenza terapeutica ma ricordavo che era tornata da me nel bel mezzo di una terribile crisi con un sogno
    <<Una donna dopo i quarant’anni può portare a termine una gravidanza anche se essa comporta dei rischi>>
    Nell’immagini successive mi poggiava la testa sulle ginocchia e mi prendeva il pene in bocca anche se , guarda caso, si presentava moscio!
    L’impotenza quindi era la mia: perlomeno questo era quanto il sogno proponeva!
    Ascoltavo con calma disposto a curare ma non ad assistere
    Interessante come il verbo assistere indichi l’essere presente ad un atto ma senza prendervi parte direttamente, solo per guardare.
    Colui che assiste quindi è testimone piuttosto che il responsabile dell’andamento di un evento.
    Il pene senza erezione dell’immagine onirica… il pene senza erezione sarebbe stato quello dell’assistenza e della consolazione che certo da me non trovava.
    Perché dopo i nostri incontri si agitava tantissimo, coinvolgeva i familiari convincendoli che era tutto inutile in un crescendo di lamentele e comportamenti percepiti da loro come sommamente disturbanti e bizzarri?
    Ero io che la rendevo inquieta e la facevo stare così male.
    I parenti, gli amici le consigliavano di lasciarmi.
    Se le avessi carezzato la testa e fossi stato tenero e comprensivo, se le avessi somministrato qualche tranquillante forse avrebbe sofferto meno!
    Sarebbe stata meglio.
    Mentre invece io, con l’analisi sistematica del cosiddetto transfert, con le interpretazioni, con le ricostruzioni le scatenavo un “dolore” insopportabile tutte le volte che nella nostra relazione nasceva la possibilità di una gravidanza e con essa la speranza di una cura. La donna usciva dallo studio ed immediatamente abortiva chiudendosi poi in casa e cercando, per giustificare il suo atto, la complicità di persone apparentemente normali ma in realtà più malate di lei. Le quali magari ritenevano giusto accompagnarla dall’esorcista.
    E lei c’era andata pur non condividendo fino in fondo la credenza delirante della possessione demoniaca ma forse solo per l’odio mortale che in quel momento nutriva nei miei confronti.
    La sola percezione della mia dimensione vitale la faceva letteralmente impazzire.
    Ma perché tutto questo era rimasto silente per lunghi anni?
    Lunghi anni in cui una parte di lei era vissuta “come se “ stesse bene.
    Poi doveva essere accaduto qualcosa per cui la relazione parassitaria, fusionale, accuratamente occultata dietro la stima professionale, il riconoscimento di un lungo periodo di benessere relativo , era entrata clamorosamente in crisi determinando una sorta di catastrofe.
    <<Ho preso un numero della rivista in cui si parla di destrutturazione, questa parola descrive bene come mi sento perché non trovo dentro di me nessun appiglio per venire veramente fuori da questa catastrofe, come se non esistesse più alcuna struttura sulla quale cominciare a mettere i piedi, come se la parola o l’esprimersi razionalmente non potessero funzionare d’aiuto in alcun modo>>.
    A volte di colpo tornava il terrore, il tremare impauriti di fronte ad un ignoto imprevedibile e lei si rifugiava di nuovo a letto di fronte al muro.
    Mi impegnava, alla sola percezione del più piccolo movimento, in questo duello mortale fatto di fughe di ricatti, di distruzione sistematica di quanto faticosamente andavo cercando di ricostruire.
    La sua storia veniva proposta come paradigma del fallimento.
    <<…io sono fra i peggio messi…>>
    Tutto il suo entourage sembrava avallasse tale convinzione con risposte ora violente, ora in modo latente, anche se a volte neppure tanto, deliranti e dissociate.
    Io non accettavo di piegarmi di fronte a quella che mi veniva proposta come un’evidenza continuando a tessere nuovamente il filo della speranza senza cadere nella tentazione del giudizio.
    Cercavo di sviluppare un pensiero, m’ impegnavo in una ricerca consapevole che niente é mai stabilito a priori..
    Naturalmente la dialettica terapeutica mi costringeva ad una profonda analisi di me stesso, ad un’elaborazione quanto mai difficile del modo con cui rispondevo agli stimoli consapevoli ed inconsapevoli ai quali, spesso mio malgrado, l’andamento della sua malattia mi sottoponeva.
    Al centro dell’attenzione era la reazione negativa che si manifestava in un modo improvviso all’interno di una cura che sembrava da tempo aver superato la fase dei ricoveri e della farmacologia.
    La reazione terapeutica negativa.
    La destrutturazione inaspettata, pressoché subitanea di un assetto apparentemente “normale”.
    La bestia nera degli psicoterapeuti.
    Dall’oggi al domani ci si trova di fronte ad una personalità “altra”.
    Il cambiamento di contenuti, di atteggiamenti è drammatico e violento.
    Tutto quanto di positivo era stato faticosamente costruito sembra svanire per effetto di una pulsione di annullamento che colpisce a ripetizione come un ariete ostinato, come un primordiale marchingegno che scaglia pesantissime pietre.
    <<Devo- diceva la donna- fronteggiare lo sbriciolamento di ogni appiglio esistenziale eccettuato forse la psicoterapia con te.
    Dire forse mi è terribilmente doloroso anche se già molte volte ti ho svelato il dubbio che la psicoterapia mi abbia nociuto…ossessivamente ritorna la frase:
    “..la ragione uccide tutto ciò che non è razionale…”
    Forse per questo mi sembrava meglio perderla nell’inverno scorso , perderla nel senso che affogasse nella follia completa>>
    La psicoterapia le aveva “nociuto” poiché nel prolungarsi del suo rapporto con me era entrata in crisi quella falsa e fragile apparenza di normalità, quella corazza caratteriale che lei si spingeva a considerare come una fortuna che per es. i suoi familiari possedevano: essi non erano considerati malati.
    Ma per quale motivo allora, se davvero le fosse bastata la “normalità”, non si era contentata di quel precario equilibrio che aveva raggiunto e aveva continuato ostinatamente a seguire tutti gli aspetti, compresi quelli pubblici, della ricerca sulla realtà psichica nella quale io ero da tempo impegnato?
    Giungeva fino al paradosso di affermare che non sapere della propria malattia è meglio che sapere. Come se il non sapere proteggesse veramente dall’emergenza di un vuoto e dallo scatenarsi di un disastro interiore.
    Non aveva imparato nulla dalla sua vicenda personale, dalle sue crisi seguite da ricoveri le quali stavano lì a dimostrare come eventi traumatici, lutti o malattie infrangono la barriera contro gli stimoli che il malato erige contro il mondo nel tentativo di mantenere un precario equilibrio.
    E’ come se comunque la catastrofe annunciata nascondesse un pensiero, come se tutto si reggesse su di un artificio che una volta individuato avrebbe fatto crollare ogni falso giudizio.
    Cercavo di definire la reazione negativa di fronte alla percezione inconscia della dimensione vitale. Reazione di fronte alla continua trasformazione interiore alla quale lo psichiatra nel corso del tempo va incontro.
    Un oscuro lavoro irrazionale trasforma la vitalità in immagine e l’immagine in parola. La crisi si era scatenata per la percezione diretta di una “novità” che era emersa inaspettatamente e della quale lei cercava poi traccia nella lettura..
    Dopo mesi di reclusione davanti al muro di pietra la donna forse non per caso aveva letto un mio commento ad una mostra di pittura. Di esso mi ricordava in particolare un passaggio:
    <<Il nuovo mondo era solo un sogno, un sogno che poteva essere destinato a sparire dopo un sonno di morte.
    Il sogno sarebbe stato l’illusione della vera vita oltre l’incubo della quotidianità nel momento in cui ogni gesto ogni idea si carica di dolore.
    Un dolore strano che scaturisce dal nulla della mente quando le linee sembrano diventare incisioni sulla pelle che solo l’atto di un medico può trasformare in cicatrici dando ad esse il senso della cura.
    Dolore strano, sensazione urente che segnala un principio di congelamento prima dell’anestesia e del freddo totale che intorpidisce le membra.
    Il senso e l’immagine della cura lenisce quel terrore di scoprirsi senza un pensiero proprio che può all’inizio gettarci in balia di quello che crediamo essere un dolore ma che nasconde lo spavento estremo per il mistero di un linguaggio che non ci appartiene, di una parola che solo una volontà sacra e divina potrebbe aver trasformato in sofferenza della carne”
    Questo testo l’aveva spinta a muoversi ed a cercarmi per ristabilire un rapporto che ella stessa aveva qualche mese prima repentinamente interrotto sopraffatta dal senso della propria impotenza.
    Sembrava, dopo la lettura, di colpo essere uscita da uno stato stuporoso.Era tornata a vivere da sola nella sua casa abbandonando la volontaria reclusione in un angolo remoto di quella che era stata un tempo la casa del padre.
    In questa circostanza aveva cominciato lei stessa a scrivere , come se in qualche modo tentasse in prima persona un lavoro di ricostruzione personale. Faceva appello alle sue residue capacità linguistiche.
    La parola scritta assumeva in quel momento un significato particolare così come lo aveva avuto la lettura del mio testo che aveva avuto l’effetto momentaneo di impedire che la crisi evolvesse verso esiti ancor più distruttivi.
    Nel racconto che la donna propose redigendo nell’arco di qualche mese pagine dattiloscritte non si riscontravano tracce palesi di dissociazione: il pensiero si manteneva lucido, apparentemente coerente anche quando palesava verità terribili.
    <<Mi ritorna continuamente in mente che tu mi hai detto che io non riesco veramente a soffrire e che magari avessi un dolore acuto; ed è vero io lo preferirei a questa sofferenza torturante ma tutta chiusa dentro di me e che non mi aggancia agli altri. Il senso del vuoto è sconfinato e vanifica i pochissimi atti che faccio come se essi, buttati in questo vuoto si annullassero>>
    Ecco che mi riproponeva il mistero del suo “dolore” che in verità si presentava spesso nella forma di un terrore senza oggetto, di uno smarrimento senza confini. Io mi avvicinavo a quest’enigma con molti interrogativi. Ciò che mi colpiva è che lei si comportava come i penitenti medioevali che mortificavano il corpo e creavano le condizioni esteriori della pena per espiare i loro presunti peccati. Le pratiche della mortificazione assumevano una valenza teatrale, per non dire manierata ed erano una rappresentazione portata all’eccesso e forse resa possibile in quella forma estrema da una insensibilità interiore.
    La sofferenza del digiuno e dell’isolamento, dell’esistenza disagiata cui la mia paziente volontariamente si sottoponeva circoscrivevano e attenuavano forse l’impossibilità di sentire veramente. Il suo dolore non riusciva ad avere un volto ed ella ripercorreva allora i rituali penitenziali che ipertrofizzavano la coscienza e annullavano l’inconscio.
    La malattia diventata una male metafisico senza riscatto inscritto nel destino dell’uomo come un peccato originale, come una condanna ad una pena che sarebbe rimasta sempre incommensurabile rispetto alla colpa.
    Si creava questo cortocircuito fra la colpa e la pena per cui entrambe non erano in realtà che espressione del giudizio, della credenza religiosa sulla immutabilità della natura umana, marchiata da una perversione o da un peccato originario.
    Cominciavo a rendermi conto che la donna trasformava continuamente quello che poteva essere l’inizio di un dolore (il dolore della vita?) in senso di colpa cadendo in un delirio di incurabilità.
    Trasformava il dolore in senso di colpa ed in angoscia.
    Dopo l’angoscia il vuoto, la sospensione fuori dal tempo d’ogni dimensione vitale.
    Ma come avveniva ,mi chiedevo questa trasformazione?
    Mi ricordai un passaggio del “Paradiso perduto” di Milton in cui la spada dell’arcangelo Michele colpisce quella di Satana dall’alto e successivamente,non paga, entra profondamente nel fianco destro .
    <<Il nemico/
    conobbe il dolore allora per la prima volta,
    fremette e si contorse alla fitta bruciante…>> (Libro VI)
    Quello di Satana non avrebbe potuto essere che un dolore mentale essendo egli un “puro spirito” come gli angeli contro cui combatteva, i quali, al contrario di lui, in virtù della loro innocenza erano invulnerabili ed insensibili.
    Il dolore, come il sogno attraverso cui il demoniaco si pensava un tempo esercitasse la sua seduzione sulla donna, si identifica, nella credenza religiosa, con il peccato e la colpa, con la disobbedienza alla legge divina.
    Esso anticipa quella caduta agli inferi che è impotenza, privazione del piacere dei sensi innocenti, dell’estasi dell’amore coniugale che si nutrirebbe di un’intima vicinanza con il divino e sarebbe “l’unica proprietà in questo Paradiso di ogni altra cosa comune” come afferma Milton.
    Il dolore mentale preconizza la maledizione del peccato originale e porta con sé la condanna alla sofferenza fisica che segna l’umanità fin dalla nascita.
    Satana attacca nell’uomo l’intima compenetrazione fra realtà materiale e non materiale che si esprime nella sensibilità per la bellezza e nella sensualità dei corpi:
    l’esaltazione dei piaceri dell’amore ‘coniugale’ del puritano Milton erano comunque sempre meglio di quanto avevano affermato S. Agostino o S. Tommaso nel loro disprezzo verso le donne.
    Affermare l’esistenza del dolore mentale significa però implicitamente ammettere che la realtà psichica può subire una ferita come un colpo di spada che penetri in un fianco.
    Anche se dobbiamo far notare che Satana nel “Paradiso perduto” prima compie il peccato di superbia e poi in conseguenza di questo sperimenta la sofferenza che è impotenza, privazione del piacere per una bramosia condannata a rimanere eternamente inappagata.
    Il dolore, all’interno di questa concezione, è la conseguenza del male, della colpa così come la follia che ne deriva.
    Ma può veramente esistere, al di fuori di un’invenzione letteraria, un dolore psichico puro? La” purezza” potrebbe derivare da un’operazione della mente che scinde il pensiero da ciò che è materiale, il corpo.
    L’uomo a differenza dell’angelo , che è solo una figurazione irreale della credenza religiosa, ha una realtà materiale.
    “La realtà non materiale dell’uomo è, infatti, in quanto esiste ed è la realtà materiale, l’anima esiste in quanto esiste il corpo. L’impossibilità di essere della realtà non materiale ha la sua radice ed origine nella prima realizzazione di essere dell’uomo e di essere vivente” ( Massimo Fagioli)
    Storicamente si è ritenuto che nella follia il disordine morale e l’alterazione fisica si potenziassero a vicenda.
    Nel periodo medioevale i medici sostenevano l’interdipendenza delle cause naturale e dell’influenza diabolica nella melanconia. La bile nera sarebbe stata la vera sede della possessione nella quale il diavolo si trovava a proprio agio.
    L’agevolazione del soprannaturale rispetto al naturale giustificava l’azione dell’ esorcista accanto a quella del medico.
    La parentela fra follia e peccato, preparata dal Medioevo e dal Rinascimento si era saldamente stabilita in età classica: la follia, esclusa dalla ragione, avrebbe svelato un segreto di animalità presente nel corpo. Si riteneva allora che l’uomo diventando una bestia avrebbe annullato non solo l’essere razionale ma la propria umanità rendendo palese così la colpevolezza del singolo.
    Anche nel periodo dei Lumi il carico morale che pesava sull’alienato non viene affatto alleggerito: il “trattamento morale” altro non era che una pedagogia della della colpa la quale utilizzava mezzi fisici violenti per produrre choc emotivi: Auguste Compte, che fu paziente di Esquirol, denunciò il fatto che i medici vedevano in lui null’altro che l’animale e non certo l’uomo.
    La malattia mentale sarebbe stata la punizione subita dall’individuo che si è abbandonato agli stimoli innaturali del vivere sociale invece che del vivere secondo natura.
    Anche nel ruolo patogeno attribuito al “segreto vergognoso” spesso sessuale, dalla psichiatria ottocentesca successiva l’origine del male è responsabilità del singolo come nella teoria delle degenerazione di Morel che risente delle convinzioni religiose dell’autore. La malattia mentale invertendo il rapporto gerarchico fra l’anima ed il corpo, alterando il dominio della spiritualità dei primitivi, avrebbe incatenato, secondo questo autore, lo spirito alle aberrazioni fisiche. La degenerazione non sarebbe stata altro allora che la discesa progressiva dovuta a tendenze trasmesse geneticamente a partire da una colpa iniziale, nella scala del male fisico e del male morale.
    Inutile dire che la psicoanalisi freudiana non aggiunse nulla di nuovo ma rafforzò l’idea religiosa di un senso di colpa, primariamente legato al Superio, espressione della cultura “pura” dell’istinto di morte, ed al sado-masochismo la cui irriducibilità sarebbe stata spiegabile solo con fattori genetici.
    Oggetto fisico ed oggetto psichico venivano, nella psicoanalisi, confusi continuamente . Questa confusione è evidente anche in quel poco che Freud dice sul dolore psichico che secondo lui insorgeva originariamente come bramosia e nostalgia della madre. Quest’ultima scomparendo dalla vista sarebbe stata percepita come assente perché incapace di soddisfare un bisogno insorto in quel momento. Se non ci fosse stato il bisogno non sarebbe sussistito neppure il dolore.
    Il piacere è quindi sinonimo di bisogno appagato, cessazione di una sofferenza, alleviamento di un dolore.In generale per Freud tutto l’apparato psichico ha una funzione analgesica, di difesa da un eccesso di eccitazione: il suo scopo primario sarebbe stato quello di ridurre le tensioni scaricandole. La meta perseguita è la stessa della pulsione di morte cioè riportare il livello di tensione ad un grado zero, verso l’insensibilità del mondo inorganico.
    Non entro ulteriormente nel merito del discorso freudiano ma me ne allontano soprattutto in base a considerazioni di carattere clinico.
    La prassi terapeutica mi ha suggerito che il dolore psichico è una sensazione che può essere sperimentata, quasi fosse veramente la prima volta, nel corso della cura: non si tratterebbe tanto di una reazione alla perdita o all’assenza di un oggetto come la psicoanalisi ha sempre affermato , ma alla sua presenza .
    Reazione alla presenza dello psichiatra in particolar modo quando essa assume il significato di fusione fra vitalità e pensiero fra realtà materiale e non materiale.
    Mentre l’angoscia è paura di perdere la ragione e di impazzire, mentre il lutto è la conseguenza della perdita, della morte fisica di persone alle quali siamo stati legati, il dolore mentale, non determinato cioè da una malattia organica ma da una situazione di rapporto interumano, appare nella dialettica della cura quando il paziente realizza che la presenza dello psichiatra è fisica e psichica insieme.
    Quando si passa cioè e spesso bruscamente da un investimento narcisistico, basato sull’anaffettività e sul rapporto parziale con la realtà materiale alla percezione di un oggetto totale. In questo passaggio il “sentire”, che è un vissuto di tutto l’essere, è reso possibile dall’attivazione di quel residuo di vitalità che, sia pure allo stato di mera potenzialità , anche il malato più grave deve possedere.
    Facciamo nostra l’ipotesi secondo la quale l’alterazione della sensibilità sia sempre parziale anche di fronte all’”alienazione” più profonda.
    L’effrazione improvvisa della corazza caratteriale, della barriera protettiva comporta un’ esperienza “nuova”.
    Esperienza vivida particolarmente intensa che per alcune persone è quasi intollerabile tanto da venir percepita come dolore. Ciò che conferirebbe allo stimolo il carattere algico sarebbe “…l’alto livello delle situazioni di investimento…”(Freud) cioè la sua intensità come se il significato non esistesse o fosse irrilevante e potesse sussistere nella percezione un fattore quantitativo indipendente da un’attribuzione di senso.
    Quest’ultima affermazione potrebbe tuttavia rivelarsi interessante perché indicherebbe che possa darsi una struttura di personalità, per noi patologica che cerchi di funzionare al minimo di tensione interna possibile cioè secondo il principio del piacere, come se tutto l’apparato mentale fosse finalizzato ad eliminare l’eccesso di stimolazione che provoca dispiacere cioè dolore, prescindendo dalle sue caratteristiche.
    … l’effrazione della corazza comporta talora un’esperienza vivida non solo intollerabile ma anche non traducibile spesso in immagini o parole perché veniamo da una tradizione di pensiero che ha associato la ragione all’anaffettività e la santità all’insensibilità.
    La reazione terapeutica negativa si instaura a questo punto proprio per un difetto di comprensione: la sensibilità che si risveglia come conseguenza dell’interpretazione e della cura diventa la colpa di aver sentito per quell’interdetto storico che ci ha sempre impedito di pensare la vitalità e la nascita, la trasformazione del biologico nello psichico che si accompagna alla creazione dell’immagine interiore.
    L’ingresso della sensibilità nella relazione terapeutica, che dovrebbe corrispondere ad un progresso sostanziale, fa riemergere anche i movimenti pulsionali e gli affetti relativi a quelle situazioni traumatiche di vuoto, di assenza di stimolazioni vitali le quali al loro tempo determinarono la malattia.
    E ciò avviene non per una semplice abreazione o scarica emozionale di eventi che sarebbero stati coscienti e poi dimenticati, rimossi: in realtà noi facciamo riferimento a pulsioni,affetti, movimenti senza parole che possono non essere mai affiorati alla coscienza.
    Mai affiorati alla coscienza e quindi impossibili da rimuovere.
    Mai affiorati ma rimasti celati, quasi in attesa di una situazione che li evocasse, dietro quella cortina di anaffettività che rende invisibile il nucleo psicotico.
    Nucleo che può rimanere a lungo ai margini della relazione terapeutica.
    Le due caratteristiche di quest’ultimo di non poter affiorare alla coscienza prima che venga evocato da uno stimolo specifico e di non visibilità legata alla natura pulsionale ha indotto più di uno psichiatra a considerazioni fuorvianti.
    Molti hanno pensato che una potenzialità di malattia si troverebbe in tutte le persone “normali”: per cui, si conclude, ciascuno di noi potrebbe un giorno rientrare, come sostiene Vittorino Andreoli , in una storia di delitto o di follia. Ciò equivarrebbe a dire che il male, o l’animale direbbe Umberto Galimberti, è ubiquitariamente presente nelle profondità dell’inconscio ed attende solo l’occasione giusta per manifestarsi.
    Potremmo improvvisamente trovarci coinvolti, nostro malgrado e senza nessun segno premonitore, nei fenomeni dell’acting out che si verificano qualora la sofferenza eccede la capacità mentale di contenerla sia pure nella forma ipoaffettiva della negazione e del delirio.
    Bisogna aver ben chiaro però che sarebbe proprio l’abreazione, l’impellente bisogno di scarica . che assume l’affetto patologico a giocarci un brutto scherzo. L’impellente bisogno di scarica se produce una modificazione della coscienza compatibile con una alterazione del comportamento potrebbe portarci o al suicidio o alla prigione proprio per quell’idea delirante di purificazione e di riscatto da una colpa spesso attribuito al gesto masochistico, all’atto criminale o perverso.
    La manovra terapeutica deve al contrario del metodo catartico o dei suoi successivi derivati psicoanalitici concentrarsi sulla interpretazione “diretta” delle pulsioni, impedendo di usare la seduta come confessionale o pretesto per la rievocazione del ricordo infantile. E’ risaputo che alla scarica catartica o masturbatoria che dir si voglia dell’affetto patologico fa seguito il suo annullamento ed il ripristino successivo non certo la risoluzione definitiva .
    Il rapporto con la mia paziente, alla luce di tutte queste considerazioni, rivelava una particolare difficoltà.
    Riuscivo comunque a portare avanti una ricerca che riguardava specificamente la sua malattia nella speranza di aprirmi una strada verso la cura.
    <<L’impossibilità di vivere, unita all’impossibilità di morire-affermava la donna- mi sbarrano la strada verso la via alla speranza e la tortura continua.
    Meglio, esiste in me l’idea della guarigione, ma solo rare volte l’idea si incarna in un sentire. Ricordo precisamente una di queste volte:non mi era stato possibile rimanere a letto al buio ed una forza interna mi aveva spinto in città a scrivere.
    Spesso mi viene in mente il personaggio di Kafka che una mattina si era trovato insetto e non era un incubo era vero!
    La mia metamorfosi é la mia quotidiana verità per quanto cerchi di camuffarla un po’. La chiamo metamorfosi perché nonostante tutto quello di cui mi posso accusare non posso fare a meno di ricordarmi il tempo in cui venivo al gruppo provando un senso di piacere e non solo al gruppo…oggi mi pare che non posso scrivere altro se non ripetere all’infinito del dolore>>
    Certo lo sapeva, lo aveva sentito e letto: è la coscienza che abbandona nel nulla il pensiero inconscio del sonno a trasformarci in enormi insetti immondi.
    Insetto immondo è la veglia che si vergogna del sonno: la comparsa della coscienza ci fa vedere un volto mostruoso, la comparsa del pensiero verbale ci fa pensare alla nostra realtà come mostruosa, la scoperta dell’inconscio rende la coscienza insetto immondo.
    Anche il suo dolore aveva una radice irrazionale non legata cioè ad alterazioni fisiche di competenza della medicina organica. Lei voleva che questa radice la quale affondava sottili terminazioni in quel misterioso legame fra la mente corpo che certo non era la ghiandola pineale di Cartesio, si seccasse ed i resti fossero abbandonati nel nulla.
    …il dolore…
    Reazione vitale ad una manovra terapeutica che individua una lesione od una malattia.
    Il dolore che, non sostenuto e non compreso impediva il rapporto con una immagine sana.
    Così esso nella coscienza che tentava di anestetizzarsi, si trasformava in un angoscia se non in vissuto di vuoto e di estraneità ed i sentimenti di colpa per aver annullato la mia presenza, la relazione non consapevole che aveva stabilito con me, la facevano sentire un’entità deforme e perversa.
    Scrivendo ora cercavo di dare un senso ed un significato al sua vicenda sviluppando una conoscenza che mi aiutasse a curare la malattia e lenisse le ferite.
    Raccontando dovevo riuscire a trasformare in rappresentazione quanto lei nel delirio viveva come realtà mostruosa di una colpa e di un male che l’opprimeva e non le lasciava scampo.
    La dialettica terapeutica toccava quel limite estremo dove è in gioco la vita e la morte ed al medico è richiesto il coraggio e la fermezza del pensiero.
    Forse era importante che io elaborassi attraverso la parola scritta quella che purtroppo con terminologia freudiana viene ancor oggi chiamata risposta controtrasferenziale cioè la reazione del medico a quella reazione negativa del malato che cerca di distruggere la possibilità stessa della cura.
    La parola scritta, l’elaborazione teorica nella misura in cui è legata alla prassi è il massimo di interesse che il terapeuta può esprimere nei confronti del paziente.
    Lo scritto nell’impossibilità di essere materialmente annullato conferisce alla cura un carattere di irreversibilità quando la risposta alla situazione di malattia ci permette di giungere ad una conoscenza che superi la singolarità del caso e acquisisca un valore anche per altri.
    Certo, nel tentativo di ottenere questo risultato, non mi ero sottratto al disagio, alle critiche, ai tentativi continui di ledere la mia immagine professionale che ogni psichiatra esperto conosce e deve essere in grado di sostenere.
    Dentro di me nonostante il dispiegamento imponente dei sintomi, nonostante che tutto parlasse di sconfitta e di fallimento, seguivo il filo del ricordo, il filo della fantasia inconscia che stabilisce spontaneamente quei nessi, ti suggerisce quelle idee che nessuno troverebbe con l’esercizio della ragione e della coscienza.
    Questo filo non si spezzava anzi mi appariva come una linea che in un continuo mutamento proponeva immagini ed idee sempre diverse.
    Avevo attraversato una tempesta, un uragano sicuramente non per la benevolenza degli dei ma per una conoscenza intuitiva che ero stato costretto a sviluppare e che ora volevo comunicare anche ad altri.
    Scrivendo avrei forse cancellato gli effetti di quella condanna che la donna aveva pronunciato verso se stessa alcuni decenni prima nella sua tesi di laurea un anno dopo aver incontrato uno psichiatra famoso ed aver letto la prima edizione di un libro in cui per la prima volta nella storia si parlava di cura della malattia mentale.
    <<Fuori della famiglia –aveva sostenuto la donna- non c’è “normalità”, contro la famiglia spesso c’è la follia>>
    Siccome lei certo non voleva essere “normale” era andata contro la famiglia rischiando appunto il suicidio e la follia. Andare “contro” la famiglia poteva aver avuto il senso di annullare la propria identificazione con il padre realizzando così un vissuto di vuoto e di dissociazione
    Nella sua tesi in psicologia non c’era traccia di quel libro che pur aveva avuto fra le mani e le cui righe le erano scorse sotto gli occhi.
    In esso veniva usato il termine “fantasia di sparizione”e si descriveva la dinamica dell’annullamento. La donna sembrava non essersi accorta che si parlava anche di vitalità e di immagine interiore alla nascita.
    Si parlava di vitalità e di immagine e non di un vuoto e di una dissociazione originaria.
    Subito dopo la laurea fece un viaggio euforico in America, nel nuovo mondo appunto e quando al ritorno tentò la strada della psicoterapia la sua possibilità di cura sembrava esser viziata dall’annullamento della teoria che lei stessa non si rendeva neppure conto di aver effettuato.
    Finché un giorno, molti ma molti anni dopo, vide un film di Massimo Fagioli
    “ Il cielo della luna” e comprese in virtù di una sorprendente risonanza che quel lontano passato ritornava, anche se lei non sapeva neppure bene come, nelle immagini cinematografiche. Tornava ma trasformato.
    Quegli anni lontani, l’inizio dell’analisi collettiva sembrava avessero acquisito improvvisamente un senso che lei neppure pensava potessero possedere.
    Anch’io di conseguenza le apparivo di colpo sotto una luce diversa e dal rapporto con me traspariva un’identità che lei prima non aveva mai visto.
    Traspariva l’immagine e la possibilità della cura che nonostante tutte le intenzioni e le dichiarazioni coscienti, i sogni raccontati ed interpretati in buona fede, aveva molto tempo fa annullato.

  • Dal ‘68 al ’77. Cosa succedeva a Siena?

    acca            

    Inviato il: 5 Jun 2004, 08:26 AM

    Anche io negli anni ‘ 70 ero interessato a tutt’ altro ……. stavo imparando a camminare, a parlare ……….

     

    Eppure da qualche tempo ho la sensazione che qualcosa di distruttivo sia accaduto a Siena in quel decennio.

     

    Il ‘68 e il ‘77; la violenza “politica” a scuola e poi, o contemporaneamente, la violenza politica che si confonde, o coincide, con la violenza legata al palio (cosa che anche pensarla è già, in un certo senso, bestemmiare ……); la città che si svuota; la nascita di nuovi quartieri senza immagine; la droga che c’ è ma non si può dire; la campagna che si spopola e arrivano transfughi dalle grandi città, passando dall’ oriente, che si riuniscono in comunità di tipo religioso o religiose e tante altre cose …………….

    Tutto questo accadeva, presumibilmente, in modo analogo a quello di qualsiasi altra città di queste dimensioni, ma si continuava (o si continua ?) a fare una specie di propaganda basata sugli slogans: Questa città è un esempio di civiltà; Questa città è divisa in tante piccole realtà democratiche, che si fanno una guerra “rituale” (perchè l’ uomo è naturalmente cattivo ?), e …. quindi il suo modello è esportabile.

    Forse non occorre neanche che stia ad enumerare i “luoghi comuni” che si sono sentiti dire su questa città. …….. Ai quali “luoghi comuni” si aggiunge oggi: “questi sono tutti matti. Non c’ è niente da fare”.

     

    Naturalmente queste sono solo ricostruzioni parziali di eventi fatti senza che esistano ricerche o testi scritti ma mettendo insieme racconti di “fratelli maggiori”.

     

    Per questo ho trovato basilare il riferimento alla analisi collettiva che è nata qui, le tue riflessioni sul comunismo e il freudismo legati a questa realtà. Nessi che non ero in grado di fare e sui quali rifletterò a lungo.

     

    Non importa rispondere a tutte le domande, cosa da studiosi di storia contemporanea o di sociologia, però mi sembra estremamente costruttivo non accettare o arrendersi all’ idea della città-manicomio oppure, anche meglio, nel manicomio starci …….. ma facendo lo psichiatra …… e (perchè no ?) l’ artista.

     

    Penso che lo strumento che hai fornito “appunti per una poetica dell’ interazione inconsapevole” possa essere davvero prezioso per tutto questo e, naturalmente, per molto altro.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 5 Jun 2004, 11:04 AM

    Negli “Angeli ribelli” io dicevo che il palio è una malattia di cui nessuno vuole guarire.La tua proposta di una ricerca sulla crisi degli anni 70 merita attenzione.

    Non bisogna dimenticare che in quegli anni maturava il fallimento del 68.

    Ed anche qui l’anomalia senese è evidente:non c’è stato un 68 eclatante in questa città solo una sporadica occupazione. E’ stato un bene od un male?

    Io mi interessavo già di psicoterapia di gruppo, mi confrontavo in svizzera con Pierre. B Schneider, avevo letto “l’analisi del carattere” e scoperto che il concetto di istinto di morte freudiano è intrinsecamente contraddittorio: ora masochismo ora sadismo primario. Mentre creavo con un collettivo di 50 persone una casa famiglia, ispirandomi ai network inglesi leggevo anche “Classi sociali e malattie mentali” Con uno psiconalista madrileno Mascarel facemmo uno studio che dimostrava che l’incidenza di malatie mentali è superiore negli emigrati rispetto ad operai svizzeri che ricevono lo stesso trattamento economico, Fu Mascarell che mi suggeri di studiare “the basic fault “ di Balint che, ispirandosi a Thalassa di Ferenczij teorizzava un rapporto del feto con il liquido amniotico senza peraltro andare oltre.

    Ero affascinato dai grandi gruppi che sperimentalmente si tenevano alla Tavistock di Londra sia pure con un setting e modalità più che discutibili.

    Apparentemente pensavo a tutt’altro che alla situazione senese….

    però mi piacerebbe andare a fondo nel capire ancora meglio le motivazioni profonde di quella crisi alla quale accenni…. mi sembra che tu abbia centrato un punto importante…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 7 Jun 2004, 12:52 PM

    Un contributo estemporaneo per cominciare.

    Non so che nesso ci potrebbe essere. E’ stato un “ritrovamento” del tutto casuale che propongo così come l’ ho trovato.

     

    La copertina del numero 866 di gennaio 2004 della rivista Domus (mensile di architettura, design, arte e informazione) è dedicata a un’ immagine della contestazione studentesca alla Triennale del 1968, così come il seguente editoriale.

     

    “Milano, 30 maggio 1968. Un gruppo di artisti e un centinaio di studenti di Architettura vogliono bloccare l’ inaugurazione della XIV Triennale, considerata una “istituzione borghese”. Davanti al Palazzo dell’ Arte il curatore della mostra, Giancarlo De Carlo cerca di farli desistere. Il tema dell’ esposizione – il “Grande Numero” – è di grande attualità.

    Si tratta di capire se nelle società opulente, dove i cittadini sono trattati come masse di acquirenti, si può salvare la libertà individuale. Se un grande numero di individui liberi può sostituirsi ad una massa di utenti omologati. Niente da fare. La XIV Triennale viene occupata e devastata. Delle installazioni di Saul Bass, George Kepes, Archigram, Peter Smithson, Aldo van Eyck, Arata Isozaki e delle opere di Marco Zanuso, Albe Steiner, Alberto Rosselli, restano solo alcune foto nel catalogo. Ma a distruggere la XIV Triennale, non è un equivoco e neppure un complotto. E’ piuttosto il fastidio con cui molti intellettuali e politici del tempo guardano agli eccessi dell’ architettura. Alla sua pretesa di sollevare idee e aspirazioni che non confluiscano unicamente nella pratica del progettare. Al suo tentativo di leggere lo spazio come un sensore di fenomeni altrimenti invisibili, come una straordinaria metafora delle nostre società. Ad andare in pezzi con la XIV Triennale è l’ idea, oggi ancora viva, di un’ architettura che non sia solo un magazzino di prototipi, ma anche un modo – uno dei più efficaci – per capire il mondo e per raccontarlo.”

     

    Da lì a poco tempo, forse pochissimo, il Comune di Siena affidò proprio a Giancarlo De Carlo la stesura del “piano di insieme” del nuovo quartiere di San Miniato che poi venne realizzato in gran parte da architetti senesi per la parte “architettonica”. Sulla genesi dell’ affidamento e dello sviluppo ulteriore del progetto mi occuperò in seguito.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 9 Jun 2004, 08:35 AM

    Personalmente ritengo che il progetto di S. miniato sia abortito: se l’architettura è un rivelatore di processi “invisibili” che cosa è fallito con esso?

    Contemporaneamente faccio rilevare che proprio a S: Miniato nell 83 io ho realizzato il mio studio professionale. L’opera progettata dalla ‘arch senese Mario Terrosi è un esempio unico di strutturazione di uno spazio adibito esclusivamente alla psicoterapia- Essa è stata pubblicata nel 92 mi pare in “Ville e giardini” e credo in qltre riviste dia architettura.

    Come dire che mi muovevo allora in controtendenza rispetto al circostante degrado e fallimento.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 9 Jun 2004, 10:06 AM

    Ecco, questa che hai appena postato è un’ altra notizia che mi stupisce.

     

    Non è per saltare di palo in frasca ma è difficile, mentre fai tutt’ altro nella vita, seguire fino in fondo linee di approfondimento così specialistiche.

    Quindi penso che si possano aprire altri “filoni” senza aver esaurito completamente gli argomenti, ritornando in seguito sui problemi aperti (per quanto mi riguarda con il rischio continuo dello spettro della chiacchiera da bar).

     

    La cosa che mi ha sconvolto nel brano de “Gli Angeli Ribelli” al quale tu facevi riferimento sono le due parole <<gigantesca ossessione, sapientemente orchestrata>> riferite al Palio.

    La “sapiente orchestrazione” è una cosa diversa dall’ “enchantement”, credo. E’ una cosa che viene fatta apposta e con maestria volta ad arrecare danno ?

    La tradizione storiografica senese segnala il Principe Mattias come inventore del Palio “alla tonda” e una interpretazione, plausibile, è quella che abbia inventato qualcosa “per far stare buoni i senesi”, facendo in modo che si ubriacassero di questo “giuoco” e non si dedicassero ad altro che ad essere divisi fra loro.

     

    L’ interpretazione si ferma lì. Non si è mai tentato di andare oltre la fine del cinquecento.

    Ma a me sembra che l’ “orchestrazione” sia continuata e che altri “direttori” abbiano diretto l’ orchestra anche nel “golfo mistico” di piazza del Campo (forse è pessima ma mi è venuta e non mi censuro)

     

    E poi: quanto anche le contrade sono state un effettivo ammortizzatore alla chiusura del manicomio dopo il 1978 ? E di che “qualità” ?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 9 Jun 2004, 07:00 PM

    …è difficile tenere un filo coerente e continuo…

    ..ti confesserò che a me del Palio è sempre importato poco….

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 9 Jun 2004, 10:35 PM

    Anche se te ne è sempre importato poco, la descrizione del Palio racchiusa in quelle due righe de “Gli Angeli Ribelli” a me dice molte cose e te ne sono grato.

     

    Ecco, per me, è diverso. Io sono stato veramente ossessionato da questa realtà in passato e tutt’ oggi mi scopro a parlarne più di quanto non vorrei.

    Ad esempio se parlo con qualche sconosciuto non senese mi viene spontaneo definirmi a partire dalla mia Contrada e dal Palio ……. anche se la mia vita attuale è impostata su tutt’ altro ed apparentemente oggi di tutto questo importa poco anche a me.

     

    Il Palio com’è oggi probabilmente piacerebbe ad uno come James Hillman.

    Ricordo che qualche anno fa all’ Aula Magna di Siena, il noto scrittore junghiano tenne una prolusione sul valore della maledizione (?) in inglese “curse”, legata alla famiglia, al luogo di nascita. In pratica sosteneva, candido, che gran parte del malessere dell’ uomo contemporaneo, fra cui la depressione (malessere e non malattia), deriva dalla non accettazione delle “maledizioni” legate alle proprie origini …… sempre se non ricordo male.

     

    Ma torniamo agli anni ‘70.

     

    Come si trova un oggetto lasciato sulla spiaggia dalla marea, qualche tempo fa mi capitò fra le mani un libriccino intitolato “I fascisti a Siena”, allegato al foglio ciclostilato locale “Lotta Continua”, mi pare che fosse del 1973. C’era un tentativo di analisi del fenomeno della destra giovanile nella città unito alla lista degli aderenti e simpatizzanti del MSI e di Ordine Nuovo con foto, professione, profilo personale, indirizzo, modello e numero di targa dell’ auto. In tutto si trattava di una cinquantina di persone. Senza mezzi termini si invitava a colpire con azioni violente questi “militanti”.

     

    Ho ricostruito da racconti di testimoni diretti, che all’ epoca, in occasione del Palio, gli aderenti ai gruppi politicizzati si sentivano “obbligati” a difendere e soccorrere i loro compagni (o camerati) che si fossero trovati coinvolti in risse fra contradaioli. Anche se appartenevano ad altre contrade. Non era raro che nel periodo 1970-1974 a picchiarsi dietro la copertura della rivalità contradaiola ci fossero alla fine rossi da una parte e neri dall’ altra. Soprattutto quando gli scontri avvenivano lontano dalla piazza, nei vicoli, magari con il favore dell’ oscurità.

     

    Ed effettivamente in quegli anni si assiste ad un’ escalation impressionante della violenza paliesca e dell’ ossessione collettiva per il Palio.

     

    Solo pochissimi anni prima, nel 1968, una contrada a cui era andato in sorte un cavallo scarso, una “brenna”, organizzò la sera precedente al Palio, prima della grande cena propiziatoria, una mascherata ispirata al nome del cavallo, che si svolse lungo le vie principali della città, fino in piazza del campo. Un’ autoironia del tutto impensabile dopo il 1970.

    Pensate ad oggi, a con quale spirito vanno in piazza i contradaioli. E che cosa sono in grado di fare persone dichiarate da tutti “normali”, quando c’ è “la terra in piazza” (titolo anche di un celebre libro di due professori di Berkeley, uno americano e uno senese, Dundess e Falassi).

     

    L’ università di Berkeley …….. quella di Marcuse ?????

     

    Circa trenta persone si riuniscono in una Contrada diversa ogni giorno alle 14,00 per giocare a tombola. Fra di loro, che sono sempre gli stessi, per lo più anziani, ci sono tante persone che non vedi mai per strada: vivono in funzione di questo evento giornaliero. Come una malattia. Molti di loro stanno nelle case di riposo ed escono solo per andare a giocare. Ora ho la sensazione che qualcuno di loro sia un ex degente del San Niccolò. E’ un gioco violento, di soldi. Si paga forte per giocare: ognuno lascia anche venti, trenta euro al giorno. In pratica tutta la pensione se ne va così. Si lanciano occhiate piene di rancore, maledicono chi vince. La tombola paga 300 euro. Le Contrade ci guadagnano altrettanto ogni volta, più le consumazioni (il resto va agli altri premi e alle tasse). Bevanda preferita brandy Stravecchio. Chi vince, i soldi “buoni” vinti al gioco li “reinveste” appena esce in altre scommesse: Lotto, cavalli, lotterie.

    Una situazione di miseria umana simile a quella descritta, e mitizzata, da Fabrizio De Andrè in tante celebri canzoni

     

    A Siena il Palio si corre tutto l’ anno. E’ una frase famosa, con cui molti si riempiono la bocca. Dopo aver visto il gioco della tombola sono sicuro che è vero. Non mi sembra una bella cosa.

    A fare “il servizio”, cioè a vendere le cartelle, bandire il gioco, portare le bevande ai soldi, spesso ci sono ragazzi e ragazze dai quattordici ai diciotto anni. Lo fanno per il “bene della Contrada”.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 10 Jun 2004, 08:46 AM

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 10 Jun 2004, 09:15 AM

    …pubblico integralmente l’intervento. Ti stupirà ma in un forum dove esiste un moderatore che decide l’immissione in rete non è mai stata praticata nessuna forma di censura. Semplicemente non è stato necessario.

     

    La mia idiosincrasia di lontana origine si estende oltre il Palio. Non sono mai stato ad una partita di calcio anche se ho visto qualche volta i mondiali alla televisione.

    Non seguo neppure il basket.

    In quegli anni della violenza fra rossi e neri, di cui conosco i protagonisti e gli episodi, per me Siena era un posto da cui partire e a cui ritornare per impegni di studio e di formazione.

    Avevo pochi amici con i quali ero impegnato in un confronto ideologico e politico che già includevai temi della psichiatria.

    Ci separammo sul problema del rapporto con la donna…..

    …sul problema uomo-donna….

    alcuni li ho rivisrti dopo decenni non messi proprio bene sotto questo profilo…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 10 Jun 2004, 10:57 AM

    QUOTE (acca @ 9 Jun 2004, 11:35 PM)

    mi viene spontaneo definirmi a partire dalla mia Contrada e dal Palio …….

     

    Ho letto il tuo intervento e mi pare evidente che stai conducendo una ricerca su questo tema specifico.

    Quanto tu dici, sia in relazione alle tue sensazioni e rielaborazioni sia per quanto riguarda il riportare gli eventi con annessa critica mi trova d’accordo.

    Premettendo cha anche io non ho alcun interesse al Palio e per quanto riguarda calcio e basket penso di aver assistito solo ad una partita per specialità quando ero nemmeno adolescente, dico che forse la ricerca sulla questione specifica andrebbe da un lato resa più generale nel senso che è da valutare l’ipotesi che il Palio o affini siano conseguenze e non cause e dall’altro invece indagata più approfonditamente in relazione a quella che è la realtà umana, dei rapporti interumani e, è possibile, del rapporto uomo-donna e, con particolare riferimento a quest’ultimo, credo sia interessante andare a vedere che tipo di rapporto, nelle persone che tu hai citato, sia in essere tra uomo e donna.

    Dico questo non basandomi solo su ciò che dici tu, ma questa realtà l’ho potuta constatare di persona, toccare con mano e se in un primissimo momento della mia vita (fino ai 10-14 anni) posso essermici avvicinato (e comunque sempre e solo marginalmente, in via indiretta e sporadica) per via del fatto che tutti miei amici erano completamente o quasi immersi in questa realtà, poi me ne sono distaccato, all’inizio con delusione, poi con serenità rivolgendo l’attenzione altrove, un altrove ben più interessante, con particolare orientamento a quel rapporto uomo-donna di cui sopra.

    Ritornando a noi: non si può dire che Siena sia un caso particolare di anomalie umane, adesso stiamo parlando di questo caso ma ti assicuro che scavando (e spesso senza nemmeno scavare) se ne trovano in tutte le città.

    Il Palio, hai focalizzato l’attenzione su questo aspetto: il Palio ha una strutturazione di tipo apparentemente comunista, ma che in realtà coniuga un comunismo di facciata con la religione cristianocattolica e il fascismo (basta vedere la figura della donna nelle contrade, trattamento a cui le donne si alleano). Chi non condivide questa tendenza ha due sole strade, anzi tre: la prima è perdere ogni sensibilità e divenire parte di quella realtà, la seconda non sapere di avere alternative e rimanere anche a costo di lancinanti mal di pancia e perdita di vitalità e la terza, rifiutare in toto prendendo le distante senza divenire un eremita. Qualcuno che è riuscito a fare ciò ci deve essere stato e ci deve essere per forza, altrimenti un qualcosa come l’Analisi Collettiva coma avrebbe potuto mai trovare la sua genesi a Siena?

    Quindi, concludendo, rimanere a Siena conducendo una ricerca di un certo tipo che richiede resistenza e vitalità in dosi massicce non è da biasimare, bensì tutto l’opposto; non ultimo aspetto: il detenere con costanza e una notevole tenacia nel seguire una ricerca come quella dell’Analisi Collettiva che ha la sua sede a 250 KM di distanza è un aspetto che non può essere ignorato.

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 10 Jun 2004, 11:54 AM

    quanta carne al fuoco:

    palio e società.

    eventi senesi a cavallo degli anni ‘70 e mancanza di consapevolezza.

    ricerca psichiatrica nel rapporto uomo-donna.

    ognuno di essi basterebbe a tenerci occupati per mesi…

    QUOTE

    Il tema dell’ esposizione – il “Grande Numero” – è di grande attualità.

    Si tratta di capire se nelle società opulente, dove i cittadini sono trattati come masse di acquirenti, si può salvare la libertà individuale. Se un grande numero di individui liberi può sostituirsi ad una massa di utenti omologati.

     

    questo riferimento mi ha molto incuriosito, vorrei approfondire l’argomento, eventualmente anche in una sezione a parte.

    come si proponeva il legame tra architettuta ed omologazione? come si voleva superare questa omologazione? e san miniato, allora?

    per motivi di studio ho parzialmente approfondito questa ricerca, e -guarda caso!!!- ieri ho riletto alcuni pezzi in cui si parla di bentham, dell’utilitarismo inglese finalizzato alla creazione dell’uomo-numero e dell’uomo-macchina, e del panoptismo.

    vorrei sapere di più su questa sfortunata edizione della triennale!

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 10 Jun 2004, 02:20 PM

    La vita è una continua esplorazione…

    …aprirsi verso l’ignoto..

    la sensazione ineffabile della ricerca, del rischio inevitabile che ti fa raggiungere una meta che ti cambia. Qualcosa si modifica impercettibilmente nell’apparente immobilità del corpo che si anima solo per rendere visibili in piccole linee i pensieri che attraversano la mente come oggetti ai quali non sapresti dare una fisionomia

    Io penso? Ma cosa vedo e cosa sento mentre penso e le immagini sono così sfuggenti e non assomigliano affatto alle percezioni che invece invadono nette il mio campo visivo dominando la .coscienza

    io penso ma non posso dire di avere neppure ricordi certi perchè il passato si ricompone continuamente come un puzzle sempre ricostruito con frammenti nuovi che io stesso creo

    rievoco una notte sull’oriente express verso una meta orientale…

    scene vaghe riaffiorano lentamente e si definiscono.

    la psichiatria come passione segreta,

    continuamente pensavo dovessero esistere risposte ai mille problemi non risolti e ciò che mi affascinava era capire come si sarebbe potuti entrare in quel mondo chiamato inconscio.

    Il cambiamento la trasformazione : dove era il loro “oriente”, il punto di partenza?

    Avevo già formulato il pensiero che lo psichiatra dovesse avere un rapporto speciale con la donna..

    …una figura femminile elegante e minuta dormiva al mio fianco…viaggio interminabile..

    Il treno correva nella notte Zagrabia, Belgrado,Skopie, Instabul..l’Anatolia ed Ankara con i suoi musei d’arte mesopotamica

    I minareti, il brulicare della vita nei bazar e nei mercati delle spezie…i giardini e la loro continua musica

    Dopo mesi ancora i mattoni rossi di Siena

    Ottobre 1974

    Lì trovai l’oriente che non avevo trovato altrove.

    Nell’aula magna dell’università di lettere

    Uno psichiatra con gli occhiali si interrogava sul capitale di Marx: perché dall’artigianato si era passati al capitalismo, allo sfruttamnento ed alla alienazione dell’uomo considerato solo forza lavoro. Il passaggio al capitalismo era necessario o si sarebbero potute sperimentare forme di collaborazione di lavoratori più paritetiche e democratiche?

    Mi sfuggiva come queste domande si legassero alla psichiatria, a quel libro “Istinto di morte e conoscenza” che già avevo letto ed usato, senza citarlo nella mia tesi di specializzazione….

    …in quella circostanza era nata una mia possibilità di pensiero?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 10 Jun 2004, 02:55 PM

    QUOTE (Elleffe @ 10 Jun 2004, 12:54 PM)

    ieri ho riletto alcuni pezzi in cui si parla di bentham, dell’utilitarismo inglese finalizzato alla creazione dell’uomo-numero e dell’uomo-macchina, e del panoptismo.

    vorrei sapere di più su questa sfortunata edizione della triennale!

     

    [QUOTE]

     

    Mi pare che un critico di architettura che si chiama Rayner Banham ha studiato il rapporto uomo-macchina aggiungendo alla diade anche la parola architettura.

     

    ARCHIGRAM fu il nome del gruppo di architetti che seguì più di ogni altro le sue idee.

    A quella Triennale esponevano anche loro o avrebbero esposto anche loro.

    Le cose che progettavano sembravano rivolte ad una popolazione di nomadi, di uomini senza radici. Architetture pop, smontabili e ricostruibili. Più rivolte ai partecipanti ai grandi raduni stile Woodstock che a creare organismi complessi come una città.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 10 Jun 2004, 04:16 PM

    interessante il discorso sull’architettura… io ho uno spazio architettonico da ristrutturare ed arredare in firenze in questo periodo..

    uno studio nuovo..

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 10 Jun 2004, 04:28 PM

    Guest ero io.

    Mi sono confuso con il quote 🙄

     

    Oppure una sola “identità fittizia” non mi basta più ? :blink:

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 10 Jun 2004, 04:54 PM

    architettura e personalità multipla… un tema inconsueto senza dubbio…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Admin            

    Inviato il: 11 Jun 2004, 08:17 AM

    QUOTE (acca @ 10 Jun 2004, 05:28 PM)

    Mi sono confuso con il quote 🙄

     

    Appunto…

    … Ti ho risposto nel forum SUPPORT…

    The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 12 Jun 2004, 02:01 PM

    caro acca vedo che ti sei fermato…non vorrei che fra noi si fosse formata della……. ruggine….

    copyright domenico fargnoli

     

     

    m m            

    Inviato il: 12 Jun 2004, 10:23 PM

    Troppo interessante questo forum per non intervenire.

    Arte, architettura, psichiatria, rapporto con la donna, Siena, Firenze, Roma, l’Analisi Collettiva. Ed ancora De Carlo, il Palio, il ’68, il ’77; tutte le coordinate di una vita, un gioco di Sovrapposizioni. Ma poi è necessario prendere il capo di uno di questi fili di ricerca ed annodarlo agli altri, per costruirne uno unico, una ricerca coerente, per vivere meglio.

     

    1977, una domanda;

    Allora giovane, e con problemi forse non solo propriamente esistenziali, mi presentai un giorno in una stanza del reparto di Psichiatria del Santa Maria della Scala di Siena per chiedere aiuto. C’era una donna che ricordo giovane e di una bellezza intensa e particolare “C’è uno psichiatra che tiene un gruppo una volta la settimana, non occorre niente, basta presentarsi li” mi rispose con naturalezza. Mi sono fidato, incosciente, non sapendo niente allora di ricerca psichica, di inconscio e coscienza. Il ricordo di un piccolo ambulatorio all’interno di quell’antico Ospedale nel cuore della città trasformato in luogo dell’analisi di gruppo, le persone sedute su un lettino, per terra, è ancora vivo; tutto sembrava facile, i rapporti fra le persone, le dinamiche umane.

    Ecco quell’incontro ha segnato la mia vita, e ne sono felice. Di li a poco sarebbe venuta Architettura, il rapporto con le donne, l’Analisi Collettiva e non tutto è stato facile, ma questa è storia personale…

     

    La domanda, per costruire la storia di tutti, per fare un po’ di ricerca; ma a Siena, almeno dal 1977, non esisteva già un’immagine di psichiatra, di cura? e aggiungo un’immagine alternativa ad una psichiatria organicista farmacologia da una parte, ed assistenziale, di matrice cattolico-comunista dall’altra parte?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 13 Jun 2004, 01:03 AM

    Penso che mm in parte abbia ragione. La verità è che l’impatto con la malattia mentale nel gruppo al quale egli allude fu durissimo.

    Ed anche la reazione dell’ambiente della neuro psichiatria che cercò di bloccare quell’esperienza fu estremamente pesante.

    Imparai a mie spese che lo scontro con la psicosi ti cimenta pure a livello fisico imponendoti uno stress elevatissimo.

    Ho pagato a caro prezzo la penetrazione della teoria di Fagioli in ambito medico, tutt’oggi presente a Siena.

    Ero pronto a quel tempo per affrontare una situazione così complessa?

    Però il riferimento di mm è pertinente: nella situazione attuale si tratta di riproporre in pubblico, con le future mostre sul tema “psichiatria ed arte” l’immagine di una psichiatria che ha la possibilità della cura.

    Forse è vero che ciò che viene messa in gioco è un’intera esistenza nel riannnodare i fili di esperienze il significato delle quali non può essere perduto.

    Non tanto per me credo ma per chi le ha vissute come momenti essenziali del proprio percorso terapeutico..Si può modificare il senso di ciò che è stato affermando una riuscita attuale che riscatta i tentativi passati della loro incompletezza e di quel carattere velleitario che potrebbe essere attribuito ad iniziative che nel tempo non raggiungano mai i loro obiettivi.

    Oggi l’esistenza di una psichiatria che non sia l’organicismo , il freudismo ed il basaglismo è incontestabile anche per il riconoscimento che ad essa viene tributato da importanti istituzioni publliche.

    E’ probabile che senza quel tentativo iniziale del gruppo del 77, anno in cui peraltro la disciplina psichiatrica raggiunse la sua completa autonomia dalla neurologia, nella circostanza odierna non si sarebbe mai giunti a questo risultato anche perchè probabilmente non si sarebbe compresa la difficoltà e la complessità di quella che può a buon diritto essere considerata una vera e propria impresa.Essa nei prossimi mesi potrà giungere a pieno compimento .Forse però per arrivare a questo punto era necessario che io definissi la mia attitudine artistica, intesa anche come capacità estemporanea di reazione creativa ad eventi imprevedili.

    Attitudine di cui l’espressività figurativa potrebbe essere solo un aspetto od una documentazione.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 13 Jun 2004, 01:07 AM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 13 Jun 2004, 10:15 AM

    A mm non è inoltre sfuggito il titolo del quadro “Sovrapposizione”.

    Formazione del sogno, memoria inconscia, sovrapposizione.

    Evidentemente la successione di queste parole non è casuale.

    Mentre la memoria cosciente fa capo ad una concezione di linearità temporale per cui un evento è trattato come fosse un punto in una sequenza di fatti orientati in un certo modo nella memoria inconscia noi abbiamo il sovrapporsi di più piani dell’esperienza.

    Quello che appare come “deformazione” della fantasia, dove l’uso del termine potrebbe ad un orecchio sensibile risultare problematico per la vaga sfumatura negativa in esso insita, in realtà è il punto di arrivo di una sovrapposizione di più piani e livelli del vissuto appartenenti a momenti storicamente diversi. La particella negativa “de” davanti a forma indica allontanamento o mancanza per cui l’aggettivo deforme significa “privo della debita forma”.

    Ora la fantasia conferisce la debita forma non la toglie.

    Se nella realtà noi sovrapponiamo più figure il risultato potrebbe essere un insieme caotico sprovvisto di senso. Nella vita mentale la sovrapposizione di diversi momenti ed aspetti dell’immagine non dà origine ad una semplice sommatoria ma ad una trasformazione dalla quale scaturiscono nuove forme che coesistono in una sintesi nuova ed originale.

    Il passato, con le sue differenti sfaccettature ricompare ma riattualizzato in un atto di fantasia che lo riassume conferendo ad esso una fisionomia diversa che è la risultante della composizione di tutti gli stimoli e le influenze alle quali siamo stati sottoposti.

    E’ interessante far notare come nella musica si ha sia lo sviluppo lineare dell’immagine, nello snodarsi della melodia sia il sovrapporsi, negli accordi di accompagnamento per es, di più suoni diversi.

    Anche nell’arte figurativa noi abbiamo accordi cromatici che taluno ha cercato di accostare ad accordi sonori.

    Nel linguaggio verbale o scritto la “sovrapposizione” che non è impastamento ovviamente, può esser solo suggerita indirettamente…Il linguaggio concettuale essendo più definitorio è anche più puntuale.Serve a circoscrivere ed ad individuare un’idea per volta piuttosto che a sottolineare nello stesso momento i suoi nessi e le sue analogie con altre idee. In un movimento lineare, com’è quello dell’occhio che legge ogni punto implica il superamento o la scomparsa del precedente. Solo attraverso il ricordo io ricostruisco la sequenza completa delle sensazioni e delle impressioni.La ricostruizione attraverso la memoria cosciente d’altronde non garantisce una trasformazione creativa.

    Se è vero che, con il linguaggio verbale , soltanto mentalmente e non visivamente posso sovrapporre le varie immagini è altresì vero che solamente attraverso un’elaborazione non cosciente posso giungere a sintesi di idee nuove.

    Va ricordato che le notazioni grafiche dell’uomo primitivo, per es gli psicogrammi aggiunti sopra le scene di caccia, procedevano talora per incisioni, su tavolette d’osso od altro materiale, nelle quali le più recenti si aggiungevano, si sovrapponevano a quelle più antiche senza cancellarne completamente la traccia anzi consentendone spesso una riconoscibilità.

    Nella creazione di un quadro noi ancor oggi seguiamo sovente questo procedimento utilizzando le possibilità che ci offre la compenetrazione e la correlazione analogica.

    Il titolo”Sovrapposizione” del mio ultimo lavoro allude a questa circostanza.

    Si può constatare come ricerca figurativa e ricerca teorica procedano quasi di pari passo.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 13 Jun 2004, 06:32 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Julia            

    Inviato il: 13 Jun 2004, 10:24 AM

    QUOTE (Alogon @ 10 Jun 2004, 03:20 PM)

    La vita è una continua esplorazione…

    …aprirsi verso l’ignoto..

    la sensazione ineffabile della ricerca, del rischio inevitabile che ti fa raggiungere una meta che ti cambia. Qualcosa si modifica impercettibilmente nell’apparente immobilità del corpo che si anima solo per rendere visibili in piccole linee i pensieri che attraversano la mente come oggetti ai quali non sapresti dare una fisionomia

    Io penso? Ma cosa vedo e cosa sento mentre penso e le immagini sono così sfuggenti e non assomigliano affatto alle percezioni che invece invadono nette il mio campo visivo dominando la .coscienza

    io penso ma non posso dire di avere neppure ricordi certi perchè il passato si ricompone continuamente come un puzzle sempre ricostruito con frammenti nuovi che io stesso creo

    rievoco una notte sull’oriente express verso una meta orientale…

    scene vaghe riaffiorano lentamente e si definiscono.

    la psichiatria come passione segreta,

    continuamente pensavo dovessero esistere risposte ai mille problemi non risolti e ciò che mi affascinava era capire come si sarebbe potuti entrare in quel mondo chiamato inconscio.

    Il cambiamento la trasformazione : dove era il loro “oriente”, il punto di partenza?

    Avevo già formulato il pensiero che lo psichiatra dovesse avere un rapporto speciale con la donna..

    …una figura femminile elegante e minuta dormiva al mio fianco…viaggio interminabile..

    Il treno correva nella notte Zagrabia, Belgrado,Skopie, Instabul..l’Anatolia ed Ankara con i suoi musei d’arte mesopotamica

    I minareti, il brulicare della vita nei bazar e nei mercati delle spezie…i giardini e la loro continua musica

    Dopo mesi ancora i mattoni rossi di Siena

    Ottobre 1974

    Lì trovai l’oriente che non avevo trovato altrove.

    Nell’aula magna dell’università di lettere

    Uno psichiatra con gli occhiali si interrogava sul capitale di Marx: perché dall’artigianato si era passati al capitalismo, allo sfruttamnento ed alla alienazione dell’uomo considerato solo forza lavoro. Il passaggio al capitalismo era necessario o si sarebbero potute sperimentare forme di collaborazione di lavoratori più paritetiche e democratiche?

    Mi sfuggiva come queste domande si legassero alla psichiatria, a quel libro “Istinto di morte e conoscenza” che già avevo letto ed usato, senza citarlo nella mia tesi di specializzazione….

    …in quella circostanza era nata una mia possibilità di pensiero?

     

    Questa immagine di Alogon mi pare molto bella. I poeti hanno spesso cercato nell’altrove, il viaggio, la scoperta di nuove culture, la risposta a uno sradicamento interiore e raramente l’hanno incontrato, anche se questo li avrà arricchiti, se non altro di nuove domande… Anche per me è enigmatico il rapporto tra questo scambio necessario tra sé e il mondo, persone o contrade che siano, per definirsi, e un altrettanto necessario atteggiamento quasi di distacco, o di distanza. Oppure come conciliare l’”aprirsi verso l’ignoto” e la necessità del rifiuto in un ambiente non particolarmente amichevole… Provare a prendere dagli altri, a dare qualcosa, e nello stesso tempo tentare di rendersene indipendenti… E come sentire in modo non mediato, senza che questo sentire venga alimentato da un “immaginario” precostituito, che chiaramente non sono le immagini alle quali allude Alogon? A me non vengono bene le immagini, neanche quelle verbali, forse perché sono troppo potenti, come può essere potente la metafora di un poeta o la comunicazione traslata delle idee da parte di uno psichiatra…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 13 Jun 2004, 11:31 AM

    A te, Julia, e chissà perchè poi questo nickname, non vengono bene le immagini?

    Non mi sembra. Il tuo è un linguaggio complesso, un pensiero sofisticato che si addentra nelle strettorie della ricerca.

    Le persone, tu come altri, che mi rispondono in un modo così articolato mi fanno un grande regalo e mi consentono di pensare che il forum è un momento importante di contatto e di rapporto…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Libellula            

    Inviato il: 13 Jun 2004, 07:54 PM

    Il livello di linguaggio,di ricerca,di contenuti degli interventi del forum sono molto elevati e…questo mi rende difficile ora dire quel che vorrei…mi sento molto stonata,sempliciotta..un po’ un brutto anatroccolo ma….

     

    In riferimento a quanto detto da Alogon e Trumpet sul rapporto uomo -donna.

    Ho visto un film diversi mesi fa sulla vita di Pollok (o Pollock?)

    “L’arte deve nascere dall’inconscio” dice la moglie a un gallersita …..ma puo’ essere arte questa di un conclamato “grande artista” quando il rapporto uomo-donna che ha segnato tutta la sua vita era sadomasochistico se non addirittura distruttivo?

    Il rapporto uomo-donna,la nascita,la trasformazione,la realizzazione reciproca…se tutto questo non avviene come fa un uomo a fare arte?

    Non basta che in una tela si rappresenti l’inconscio per fare di questo risultato Arte..nel libro “la danza del drago giallo” questo tema e’ stato toccato e olto bene ..

    ….ma allora quando a 8 anni circa vidi in un libro di arte moderna per la prima volta le opere di Pollok e mi prese uno stato di angoscia e malessere,tanto che riaprii quei libri solo molti anni dopo durante gli studi artistici,avevo percepito inconsciamente qualcosa?..una sensibilita’ che poi evidentemente persi….

    Fare arte e proporla e grazie ai critici farla diventare una grande opera alla gran massa nonostante non sia espressione di sanita’ ma sfogo di una malattia non e’ violenza?nasconde anaffettivita verso l’altro….non lo so..forse e’ violento solo per colui che non sa vedere..rifiutare…..

    Io stessa ho dipinto per lunghi anni,erano momenti di pura alienazione:non potevano che uscire enormi testimonianze del mio malessere,assenza di vita inconscia,di rapporto,di rielaborazione di immagini,grandi tele iperrealiste…che cos’e’ l’iperrealismo se non assenza di trasformazione?assenza assoluta di “sovrapposizioni”?

    Ora questi quadri mi parlano di una donna che non esiste piu’,di una donna portata dal malessere a toccare tutti i continenti alla ricerca del suo oriente e l’ha trovato a Siena quando ha attraversato quella porta di legno,ha iniziato a piangere e contemporaneamente ha smesso di dipingere,senza deciderlo…e’ impegnata da allora a ridipingere se stessa per ora ancora con colori tinta terra,della nutrizione,per arrivare chissa un giorno a riprendere in mano quegli stessi pennelli di un tempo e lasciarsi andare alla tela bianca come tra le braccia di un uomo sconosciuto.

     

     

    acca            

    Inviato il: 14 Jun 2004, 09:17 AM

    Al contrario Alogon, ti sono grato perchè mi sembra di aver trovato lo spazio adatto per porre una serie di questioni che da un po di tempo avevo in mente.

     

     

    acca            

    Inviato il: 23 Jun 2004, 07:50 AM

    Dopo un pò di tempo riscrivo su questo argomento.

    Gli anni settanta a Siena.

    Sono contento che ci sia la possibilità di confrontarsi su questo periodo.

    Eppure sento che le immagini che ho tirato fuori non sono immagini belle.

    Quelle di Alogon invece lo sono.

    Alogon ha parlato di Svizzera, di treni, di oriente, di donne e e di un professore con gli occhiali all’ università.

    Io ……….

    Che cosa è successo a Siena negli anni settanta ?

    Che cosa è successo a me a Siena negli anni settanta ?

     

    Fra i ricordi miei e le cose sentite raccontare dagli altri non riesce a prendere quota un’ immagine bella …….. ci sono vecchi invidiosi che aspettano il triste, eterno scherzo del caso …….. ci sono giovani che aspettano il variare della sorte …….. e intanto “la ruota” gira ……… dentro le stanze per estrarre i numeri della tombola ……. nella piazza colma di gente per assegnare un cavallo ad ogni Contrada ……… lavatrici, giostre, ruote ……. strumenti di torture sottili.

    Riflettevo in quei giorni disgraziati, perso dietro i capricci della fortuna, di come l’ immagine della “ruzzola” del gioco della tombola mi parlasse della vita e della morte …….. “mors tua, vita mea” …….. per me la nascita si risolveva nel meccanico gesto di un’ estrazione a sorte fra una moltitudine di soggetti che già erano? L’ essere precedeva la nascita ? Il caso determinava la sorte degli esseri ?

    Ma questa era l’ immagine anche della morte …….. I vecchi erano sempre di meno. Per loro la tombola era anche una specie di rito per esorcizzare un altro gioco in cui come i numeri cadevano nelle mani del banditore, anche loro uscivano a sorte e se ne andavano per sempre. Ma in una realtà parallela: condannati a ripetere i gesti di un vizio antico.

     

    Invece poi ho scoperto che sarebbe stato possibile prendere il treno ………. che laggiù, nascosta fra gli alberi, da qualche parte, ricacciata indietro da un campo magnetico negativo, c’ è una stazione da cui si può andare via e lasciare una realtà che non ci corrisponde più.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 23 Jun 2004, 02:51 PM

    Mi domando se esiste un altrove,

    una terra promessa, un paradiso

    che fino a qualche secolo fa si credeva nascosto in un angolo remoto della terra.

    Una meta ideale da raggiungere, la ricerca della felicità che si è creduto di avere e che poi si sarebbe perduta.

    Gli anni 70.. personalmente non ne ho nostalgia. Vivo un presente intenso, con accelerazioni vertiginose, con stimoli potenti che mi aiutano a trasformarmi continuamente.

    Pensando però solo un attimo al passato potrei dire che forse ci sono luoghi o città in cui c’è un sentire diverso, come in un vecchio film inglese che ho visto recentemente in cui le case, le atmosfere mi ricordavano Londra…una vecchia casa sul Tamigi. Thames banks. Poi la permanenza nel Galles. Cardiff, Swansee.

    Swansee .Una notte ero sveglio e vedevo dalle finestre di una camera al secondo piano i fari in lontananza. Capii che esisteva un mondo diverso, un modo d’essere che si affacciava timidamente e che avrei voluto durasse per sempre.

    Non so se era la magia di un luogo o di una donna nel mio stesso letto non se se ero io che ero cambiato ed avevo portato con me in quel posto lontano qualcosa di nuovo per tirarlo fuori là dove niente era familiare..

    Dopo proprio negli anni 70, sono andato in cerca sempre di quello stato d’animo finchè non ho trovato chi me la ha fatto sentire ancora ma dando ad esso una forma che non conoscevo ed un’intensità centuplicata. Ho trovato chi ha aveva uno spessore interno che non mi consentiva più di perderlo come purtroppo mi era accaduto.

    E’ per questo che non cambierei la mia esistenza attuale con ciò che ero?

    Non ho rimpianti e non attendo la morte.

    Non esiste la ruota della fortuna, l’eterno ritorno, l’apparente novità del caso che poi comunque si chiude nella figura del cerchio… L’eterno ritorno dell’identico potrebbe essere l’invenzione maligna di vecchi perversi come Nietszche e Freud che sentivanono la vita sfuggire di mano senza averla vissuta…loro non avevano capito, non avevano vissuto ed anche gli altri non dovevano vivere e capire…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Julia            

    Inviato il: 23 Jun 2004, 06:14 PM

    Ho letto di recente una recensione su uno scrittore americano, non ancora quarantenne, di cui ho dimenticato il nome, che ama definirsi come il “nuovo Nabokov” perché scrive dei suoi rapporti con ragazzine di quindici anni. Le donne poi “s’inacidiscono” e a lui piacciono quelle ragazze ingenue, “che non hanno ancora capito che non c’è niente da capire”. Questa ultima frase, l’ho trovata di una violenza inaudita… di complicità non si può parlare quando lo sbilanciamento è troppo grande, quando il potere, anche se fasullo, è tutto da una parte. Sono tante le violenze, e vanno ineluttabilmente a peggiorare con il tempo, da parte di chi appunto ha sentito che la vita gli sfuggiva di mano ma che non è riuscito a spezzare il cerchio. Pseudo-artisti, benefattori, intellettuali… genitori che fanno sempre pagare carissimo le proprie frustrazioni alle loro vittime… vittime in un primo tempo… E’ un’antichissima storia sì, quella della vittima che diventa carnefice, e anche questa storia va spezzata.

    E’ difficile però, se alla fin dei conti la storia, grande o piccola che sia, è fatta di rapporti umani, e se quella storia è spesso improntata alla ripetizione. E’ difficile provare a cambiare se stesso, ma anche se stesso nei rapporti, e trovarsi regolarmente di fronte a chi dice, come peraltro dicevo anch’io poco tempo fa e non senza amarezza, “io sono fatto cosi”…

    Si capita più o meno bene, si vivono momenti più o meno intensi, poi passano… Scrive Guillaume Apollinaire : “Passent les jours et passent les semaines / Ni temps passé / Ni les amours reviennent / Sous le pont Mirabeau coule la Seine”. Parla di speranza si, ma “l’espérance est violente”. Perché dovrebbe sempre essere violenta la speranza?…

    Dici, Alogon, di non avere ripianti. Questo per me, come intento, vuol dire tantissimo… Vuol dire riuscire, in quel movimento di ricreazione del passato di cui parli spesso, non solo fare piazza pulita delle esperienze brutte ma anche, forse, riuscire a far sfruttare finalmente dentro di sé quelle belle… belle ma passate, senza alcun cedimento nostalgico… non annullate ma superate… Una domanda mi viene in mente, che forse non ha il minimo senso. Non è che, come accadono talvolta quelle reazioni a catena di memoria inconscia, che vertono sulla patologia (anche come fonte di sofferenza), ci possa essere l’equivalente “positivo”, quello di richiamare alla mente quanto di bello si è fatto? o questo è negazione della malattia in quanto, appunto, essa ha sempre impedito il completo sfruttamento interno dei momenti vissuti?… Uno era, perciò non è più… ma se ci vuole un giorno per far crollare un muro vecchio di trent’anni, per elaborarlo gli esseri umani devono per forza riagganciare qualche filo…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 23 Jun 2004, 07:30 PM

    La vecchiaia più che un dato anagrafico è una condizione mentale… forse si rimane giovani, non perchè si è fatto un patto col diavolo, o si succhia il sangue fresco di una ragazzina ma perchè si ha vitalità..

    vitalità che non è vitalismo…

    ed è la vitalità legata al pensiero, in qualunque epoca della vita uno la manifesti, che suscita la reazione violenta ed omicida, la negazione spessa celata nelle parole colte…

    I sessantottini erano vecchi nel 68, nel 70 e nel 77. Oggi sono vecchi anche anagraficamente.

    Però evidentemente c’erano strade diverse, possibilità che nella seconda metà del secolo scorso sono emerse e che alcuni hanno colto ed altri invece hanno ignorato.

    La storia non è fatta solo di date ma anche di eventi mentali: esiste forse anche una vicenda non abbastanza conosciuta, che interessa tutta l’umanità. E’ la vicenda mai veramente compresa della trasformazione non cosciente.

    Nella storia dell’uomo ciò che è stato fatto e realizzato di bello rimane per sempre come un patrimonio inalienabile che sta a noi sfruttare e riconoscere.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 23 Jun 2004, 10:35 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 25 Jun 2004, 09:21 PM

    Non so come cambia la visione di se stessi: passato presente e futuro può darsi siano solo convenzioni linguistiche. Abitudini mentali nel considerare la propria vita secondo schemi che non ci appartengono. E’ l’insieme che si trasforma secondo leggi che ciascuno scrive ed adatta alla propria esperienza.

    Non conosco percorsi già fatti, io non condivido quanto gli altri raccontano di anni che anch’io ho vissuto. Forse eravamo su pianeti diversi, eppure abitavamo nella stessa strada e ci incontravamo ogni giorno nella piazzetta antistante alla chiesa che fu dei cavalieri di Malta.

    Io ero già diverso e non appartenevo a quel mondo semplicemente perchè pensavo

    ed ero lontano anche se fisicamente ero immerso in quella mediocrità che alcuni hanno vissuto come una maledizione.

    La quotidianità non mi ha ucciso con i suoi rituali, con la stupidità della violenza sulle piccole cose, io avevo come un segreto che mi liberava da quei vincoli che per gli altri potevano essere inganni suicidi.

    Ho seguito strade che apparivano semplicemente impossibili e che per taluni neppure esistevano: ho scoperto di avere un intuito infallibile anche se per paura della solitudine ero stato quasi costretto ad accecarmi ed a mendicare rapporti.

    Oggi mi sento vivo e vive anche il mio passato che si anima di immagini e di memorie che non hanno però la forza di trascinarmi nella nostalgia.

    Tutto ciò avviene senza che io sappia veramente perché anche se posseggo il dono della parola che chiarisce anche a me stesso il significato di quanto ho vissuto quando compare in quella magia dei segni che si chiama scrittura.

    Riannodare dei fili… chissà creare trame che non sono invenzioni bugiarde di mitomani, di “pseudologi” perversi ma avere idee che disegnano un modo nuovo di esistere dove tutto cambia ed i ricordi coscienti perdono la loro certezza di giudizi irrevocabili e di condanne senza possibilità di appello.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 16 Jul 2004, 06:36 PM

    QUOTE (Alogon @ 25 Jun 2004, 10:21 PM)

    Riannodare dei fili… chissà creare trame che non sono invenzioni bugiarde di mitomani, di “pseudologi” perversi ma  avere idee che disegnano un  modo nuovo di esistere dove tutto cambia ed i ricordi coscienti perdono la  loro certezza di giudizi irrevocabili e di condanne senza possibilità di appello.

     

    Ritorno su questo tema di discussione con l’ intenzione di riportare un pensiero che uno dei tanti blogger del web (…. che ad essere sinceri non è esattamente “uno dei tanti” …… ma non voglio togliervi la sorpresa) ha postato su un tema che è comparso in questa discussione.

    Si tratta della recensione di un libro di Elsa Morante del 1970, che all’ epoca non venne pubblicato.

    Ho quotato l’ intervento precedente di Alogon perchè mi è piaciuta l’ idea di riannodare fili ……

     

    Messaggio modificato da Admin il 17 Jul 2004, 06:28 PM

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 16 Jul 2004, 09:41 PM

    <<il Manifesto di Elsa Morante vale come se fosse stato scritto per ieri, per oggi e per domani…

    Già pubblicato in “Linea d’ombra” nel 1988, il Manifesto risale al 1970 o giù di lì, come precisa Goffredo Fofi in una nota conclusiva. Ed è Fofi stesso ad ammettere la svista sua e degli altri quando in quell’anno arrivavano le parole lungimiranti della Morante: che, inascoltate, avvertivano dei germi che avrebbero ammalato la cosiddetta rivoluzione comunista.

    Oggi potremmo aggiungere che la rivoluzione fallì per la totale assenza di una qualsiasi ricerca sull’inconscio, senza la quale la “libertà dello spirito” è destinata a soccombere; si può dire che, come la Storia ci ha insegnato, quasi tutte le rivoluzioni sono fallite per lo stesso motivo, per aver voluto cioè consacrare l’esito dello scontro sull’altare della dea Ragione.>>

    Da “Il ladro di emozioni”

    Interessante. Condivido. Però molti di noi la ricerca sul cosidetto inconscio la fanno da trent’anni.

    Riannodiamo i fili ma partendo dalla realtà attuale. Partiamo da una trasformazione già avvenuta. Non si tratta solo di confrontarsi con una critica, con una speranza, con intuizioni lungimiranti ma generiche in quanto non legate ad un metodo di ricerca e di pensiero. Oggi siamo di fronte a realtà umane concrete assolutamente diverse per gli stati d’animo, per le idee, per il modo di “amare” e di creare.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 16 Jul 2004, 09:44 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 17 Jul 2004, 10:57 AM

    Avevo ben recepito l’ invito a passare oltre, a non continuare a ruminare il passato.

    Mi era sembrato però che il discorso sul ricordo cosciente fosse terribilmente insidioso, specialmente nelle sue implicazioni legate alla comunicazione di massa.

    Mi pare, a volte, che i ricordi personali si intreccino con qualcosa che non è soltanto personale. Ci sono stati apparecchi televisivi sempre accesi, quotidiani sul tavolo di cucina e riviste in salotto che non erano neutrali.

    Mentre fingevano di raccontarti il mondo come era, le scelte editoriali in realtà condizionavano in modo pesante la gente.

    E’ questo il punto che mi ha colpito della recensione del libro della Morante.

    Non era importante nel 1970 qual’ era il percorso che portava una scrittrice a dire determinate cose, era che certe cose non si dovevano dire e se qualcuno le diceva, anche per sbaglio, bisognava fare come se non le avesse dette.

    Ed era Elsa Morante …….

    E, anche se va ripetuto in modo inequivocabile che il 2004 non è il 1970, avevo pensato che una cosa analoga a quella che Elleffe ha detto a proposito dell’ arte e della poesia (“il medico ha sviluppato resistenza, ma il giovane che ode versi malati, che lo spingono all’indifferenza, alla violenza, alla masturbazione autoreferente, si ammala, e non capisce perchè”) potrebbe essere detta a proposito di tutto un modo di condurre scelte editoriali e culturali.

     

    Sono un pò pentito che scrivendo su questo argomento il tread è risalito in testa alla lista ……

    Spero che qualcuno scriva qualcos’ altro altrove o magari apra una nuova discussione.

  • Riflessioni

    Libellula

    Inviato il: 10 May 2004, 09:00 AM

    RILEGGENDO DOPO TANTO TEMPO TUTTI GLI INTERVENTI DEL VECCHIO FORUM MI E’ SUCCESSA UNA COSA STRANA…MOLTE COSE MI E’ SEMBRATO DI LEGGERLE PER LA PRIMA VOLTA,MI SEMBRAVANO COMPLETAMENTE NUOVE COME CONTENUTI E QUESTO MI HA FATTO PENSARE A DUE COSE: O LE LESSI IO CON LEGGEREZZA E POCA CONCENTRAZIONE A SUO TEMPO, COSA DI CUI DUBITO PERCHE’ ENTRARE NEL FORUM ERA ED E’ PER ME UN MOMENTO DI GRANDE INTERESSE,O DEVO PENSARE CHE SONO IO CHE SONO CAMBIATA IN QUESTI MESI DA QUANDO IL FORUM E’ STATO SOSPESO E POI RIAPERTO.

    IO SONO CAMBIATA ED E’ COME AVESSI,NELLA MIA MODESTA E ANCORA NEONATA RICERCA,TROVATO LA CHIAVE DI ACCESSO A CERTI CONTENUTI CHE EVIDENTEMENTE PRIMA NON COGLIEVO.

    QUESTO MI HA FATTO PROVARE UN SENSO DI CONTENTEZZA,UNA PICCOLA MA IMPORTANTE CONQUISTA PER ME,..COME UN PICCOLO GIOIELLINO CHE PER ME E’ UN VERO TESORO….

    DA UN LATO QUESTO SENSO DI CONTENTEZZA..DALL’ALTRO UN PO’ DI SMARRIMENTO..UN PO’ COME ENTRARE IN UN POSTO SPECIALE E RICORDARE COME ERA BELLO QUANDO SI SENTIVA SEMPRE NUOVA MUSICA..MI MANCANO I QUADRI,GUARDO E RIGUARDO QUELLI CHE GIA’ CI SONO MA HO NOSTALGIA DI QUEL PRIMO CLIC NELLA ZONA ATTIVA DELLA SEZIONE NOVITA’ CHE MI PORTAVA A QUEL NUOVO QUADRO,A QUELLA NUOVA EMOZIONE…..MI MANCANO ANCHE NUOVI CONTENUTI E INTERVENTI NONOSTANTE,RIPETO, RILEGGERE I “VECCHI” E’ COME LEGGERE ROBA NUOVA E RIGUARDO A QUESTO MI COMPLIMENTO CON COLORO CHE HANNO LAVORATO A RICOMPORRE IL VECCHIO FORUM…

    ..FORSE E’ UN PROBLEMA MIO NON SAPER TRATTENERE LE SENSAZIONI E LE IMMAGINI DI UN PUR SEMPRE RECENTE PASSATO MA FORSE NON E’ NEANCHE COSI’ PERCHE’ ANCHE I VECCHI QUADRI MAN MANO CHE IO MI TRASFORMO ASSUMONO AI MIEI OCCHI SEMBIANZE E SIGNIFICATI DIVERSI..CI SONO IN ME E SI TRASFORMANO CON ME…NON LO SO..AVEVO VOGLIA DI SCRIVERE QUESTE COSE SENZA INTENTI PRECISI ,SPERO DI NON ESSERE STATA SUPERFICIALE O BANALE…SOLO MI SONO ACCORTA,ORA CHE IL SITO E’ IN UN ATTIMO DI SILENZIO,CHE TUTTO QUESTO E CIO’ CHE RAPPRESENTA MI SERVE,MI SERVE MOLTO.

    LIBELLULA

     

     

    acca

    Inviato il: 11 May 2004, 10:20 PM

    hai scritto una cosa molto bella.

     

    mi ero avvicinato a questo spazio con troppa ansia e come ebbi modo di dire poi mi pentii di cose che avevo scritto qua ……..

     

    ora sono contento che alcune delle cose che avevo scritto si siano perdute durante …. il trasloco.

     

    anche a me tornare sul forum faceva lo stesso effetto: mi sembrava aver capito tutto …… ma poi, la volta successiva, anche se le parole scritte erano senza alcun dubbio le stesse, mi sembravano sempre diverse. Mi sembrava di cogliere una sfumatura in più, qualcosa che prima sembrava non esserci poi emergeva.

     

    Ora sono più tranquillo eppure mi piacerebbe che altri tornassero a scrivere …….

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 22 May 2004, 01:18 PM

    ora sono contento che alcune delle cose che avevo scritto si siano perdute durante …. il trasloco.

     

    … ma no, perché dici questo? se non ricordo male già ti fu risposto da altri su questa cosa ed anch’io ero e sono d’accordo con qanto ti è è stato detto, anzi spero sempre che qualcuno si ritrovi da qualche parte gli interventi mancanti del vecchio forum.

     

     

    acca            

    Inviato il: 27 May 2004, 02:47 PM

    ma il mio discorso non riguarda tanto un giudizio degli altri lettori.

    Sono io che non mi riconosco più in certe cose scritte da me stesso. E onestamente non mi pare che quelle cose possano avere una qualche utilità per qualcuno.

    Se volete provo a fare una sintesi:

     

    ero angosciato dal fatto che troppo poche persone fossero partecipi della ricerca psichiatrica e che anzi la combattessero consciamente o inconsciamente.

    Anche con il vostro aiuto ho capito che invece tutto è molto consolidato e chi non capisce in realtà non vuole capire.

     

    Semmai era interessante il discorso di Alogon sul fatto che su questo forum si interviene con un’ identità diversa.

    Tuttavia io non ho gli strumenti per capire quanto questo possa essere utile e come.

    Ecco, questa cosa vorrei capirla meglio:

    Alogon= senza ragione ma forse anche senza parola; acca=lettera muta (non l’ avevo scelta per questo, mi è venuta così).

     

    Come è questa storia e come si può comunicando solo per scritto far emergere qualcosa che non sia solo ragione ?

     

    Il discorso diventa interessantissimo: SENZA RAGIONE si occupa eminentemente di arti figurative ma introducendo un forum di discussione subito denuncia l’ importanza della riflessione sul linguaggio cosciente.

     

    Mi aiutate ?

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 28 May 2004, 11:30 AM

    sono d’accordo con trumpet, anche se devo riconoscere che la concretezza della parola scritta, qui sul forum, un po’ spaventa anche me.

    si sa, scripta manent…e forse è più difficile prendere rapporto corretamente con delle cose che abbiamo scritto e che non ci piacciono più, se continuamente possiamo vederle bene in evidenza, scritte appunto, e palesi per tutti.

    tuttavia,

    ultimamente una frase importante mi ronza spesso in mente, e questa frase dice che il nostro passato non è fisso, non è immutabile, se non negli accadimenti meramente materiali, bensì può essere sempre reinterpretato alla luce dei nostri cambiamenti, che gli conferiscono significati nuovi e permettono di porci in una nuova dimensione rispetto ad esso.

    è bellissimo scoprire che non siamo più legati al nostro passato, alla nostra malattia anche, come ad una colpa incancellabile, ma che invece possiamo modificarlo e prenderci rapporto in maniera nuova e più pulita, più onesta.

    quello che vogliono farci credere, ovvero che il passato è immutabile ed incancellabile, è una menzogna portata alla luce da questo percorso di ricerca e di cura che vuole andare oltre le apparenze, e che ci libera dalle catene, come è stato scritto e detto in altra sede.

    quindi credo che sia normale, per chi affronta questa ricerca, scoprire nuovi significati non solo nel proprio passato, ma anche negli scritti di questo forum, e credo che il bello sia proprio qui.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 28 May 2004, 02:54 PM

    la ricerca sul linguaggio è molto complessa. Soprattutto è difficile stabilire quanto nel linguaggio sia coscienza e quanto invece non lo sia.

    Noi dobbiamo esprimere concetti nuovi con una terminologia spesso obsoleta e lo sforzo teorico è proprio quello di raffiungere la massima precisione nell’uso delle parole.

    Quando parlo sono cosciente? Certo non esiste una equivalenza semplice fra coscienza e linguaggio.

    C’è sicuramente d’altronde una coscienza anche senza linguaggio.Forse il versante cosciente del linguaggio però è solo una delle sue caratteristiche.

    Non ci rendiamo conto bene delle difficoltà definitorie alle quali siamo soggetti. Mi ha moplto colpito quanto ho lesto recentemente in un libro a proprosito della coscienza: nel più famoso dizionario inglese di psicologia veniva detto che sulla coscienza non è mai stato scritto niente che valga la pena di essere letto.

    Sembra che nessuno sappia veramente a che cosa essa corrisponda.

    Quindi noi parliamo di non cosciente ma sappiamo veramente cos’è la coscienza?

    Credo che chi fa una ricerca onesta non debba far finta di sapere cose che non sa.

    Non dobbiamo peraltro cadere nello scetticismo e ritenere che il linguaggio sia solo retorica, un insieme di convenzioni che non riflettono necessariamente qualcosa di reale e di vero.

    Nello stesso tempo credo bisogna avere il coraggio della critica e seguire le conseguenze di copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 28 May 2004, 06:57 PM

    Quello che elleffe scrive sulla possibilità di interpretazione nuova del nostro passato è molto bello.

     

    Mi è venuto in mente che quello che dice è molto diverso dall’ onnipotenza di cambiare il passato per cambiare il futuro in analogia, più o meno, al controllo onnipotente che il Grande Fratello di Orwell aveva sulla popolazione proprio in virtù del potere che aveva sulla continua ritrascrizione della storia: “Chi controlla il passato controlla il presente, chi controlla il presente controlla il futuro”.

    Nello stesso tempo in cui il passato pubblico era continuamente scritto da capo, ogni cittadino era invece tenuto costantemente sotto il ricatto del suo passato personale, quello sì, immutabile.

    Mi hai fatto venire in mente che i colloqui obbligatori con il Grande Fratello da parte di tutti i cittadini siano sì un’ immagine del potere dei media, come più o meno tutti hanno detto, ma ora io ci vedo anche la triste immagine della psicanalisi. Mi viene da trovarci molti punti in comune.

     

    E forse potremmo anche spingerci a ritenere il perdono dei peccati, naturalmente possibile solo da parte della autorità religiosa, come un altro modo di controllare il passato. In modo falso si propone una nuova nascita dando l’ assoluzione. Ma non è la nascita in quanto tale: sono le condizioni dell’ “anima” ricevute solo all’ atto del battesimo che vengono in questo modo rinnovate. Probabilmente rinnovando al contempo una negazione colossale.

     

    Un’ altra cosa a cui mi hai fatto pensare, come è stato fatto notare durante l’ ultima Aula Magna, è che un libro del 1974 ha oggi un titolo diverso. E’ cambiato solo il titolo ma è come se fosse un libro completamente nuovo.

     

    Ciò che dice Alogon credo che me lo rileggerò spesso perchè per ora come ora mi ha lasciato ….. senza parole !

     

    Sono contentissimo che ora il Forum abbia preso a funzionare a pieno regime.

     

    Vorrei ringraziare Libellula per aver rotto il ghiaccio.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 29 May 2004, 12:32 PM

    chiedo venia per gli errori di battitura. Lapsus calami…titivillus?

    Aggiungo che appare chiaro che la coscienza non può definire se stessa!

    Può darsi però che un passo in avanti fondamentale lo si faccia quando si comincia a comprendere ciò che non è coscienza….

    immagini,affetti movimenti senza parole del primo anno di vita…

    …sogni

    …il perdurare, il permanere del sogno che non è ricordo …ma ciò che ha una durata ha un inizio ed una fine.

    Oppure no, la permanenza è continua?

    Si tratta di due ipotesi diverse che prefigurano scenari quanto mai complicati.

    Nel frattempo preso nella morsa della ricerca e dei dilemmi ad essa relativi faccio quadri senza saperne neppure il senso.

    Così però le mie immagini permangono anche senza l’aiuto del ricordo cosciente!!!

    copyright domenico fargnoli

     

    Trumpet            

    Inviato il: 29 May 2004, 05:28 PM

    Nello stesso tempo credo bisogna avere il coraggio della critica e seguire le conseguenze di un’idea anche se non sono talora facili da accettare.

     

    Almeno a me accade che nel tentativo di seguire questa ricerca per il meglio che posso e non dimenticando mai quelle che sono le mie capacità personali e soprattutto i miei limiti, mi ritrovi talvolta a mettere in discussione l’acquisito e più la ricerca si spinge in profondità e più è come richiesto di mettere in gioco se stessi senza risparmiar nulla. Sembra quasi che non ci sia altra strada.

    E qui la difficoltà maggiore: mi sto riferendo in particolare al tuo pezzo di intervento riportato: “… coraggio della critica…”. Mi sembra di capire che tu ti riferisca ad un coraggio di chiunque, ma per chi, come me, ha il solo stimolo interno, personale, direi forse quasi privato ed intimo e non quello professionale e dell’identità ad esso associato a proseguire in questa ricerca, come si fa a mantenere quella solidità e coesione per avere il coraggio della critica e la capacità di confrontarsi con conseguenze dirette ed indirette che sì, talvolta, sono davvero molto complicate da gestire?

    Tutto questo, e parlo per me, non è facilissimo, in quanto la linea che separa una critica agita verso l’esterno da una dimensione di non sufficiente recettività tesa ad accettare dall’esterno talvolta diviene davvero sottile, traslucida non propriamente identificabile con certezza assoluta.

    Ci ho pensato, e già tempo fa raggiunsi la certezza che forse senza determinati rapporti, almeno per quello che mi riguarda, mi sarei potuto “perdere” in un ambito di una ricerca molto ampio e per nulla facile. Solo grazie a questi rapporti riesco forse a fare in microscopica parte quanto tu dici essere un modo corretto di muoversi.

    Sì, immancabilmente e non così raramente, si presenta il pensiero di non essere adatto a tutto questo, in quanto fondere comprensione a ciò che viene proposto e saper ricevere con capacità di distinguere è un qualcosa che talvolta mi sembra impossibile, per lo meno in determinati ambiti, eppure, ci si ritrova sempre a tentare di continuo e forse, quando ci si riesce, non ci se ne accorge nemmeno.

     

    Scusatemi tutti, non intendevo parlare di questioni personali e forse non lo sono nel termine stretto della parola e questo forse potrebbe essere uno spunto per una dialettica su questioni che esistono e confrontarsi con esse potrebbe poi non essere così male.

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 29 May 2004, 05:33 PM

    ma il mio discorso non riguarda tanto un giudizio degli altri lettori.

     

    … non mi riferivo a quello…

     

    Alogon            

    Inviato il: 30 May 2004, 12:41 PM

    ..scegliere l’acino d’uva buono è un gesto che compiamo quotidianamente…

    ma forse la nota analogia dell’acino è fuorviante perchè implica il buono ed il cattivo , il bene ed il male…

    …quando noi non accettiamo qualcosa, qualche situazione non ci piace sono convinto che l’atteggiamento migliore è sospendere il giudizio… aspettare e nello stesso tempo non paralizzarsi.

    Sospendere il giudizio, mettere fra parentesi è ad ogni buon conto un prendere distanza, un’attività di rapporto nella quale non si subisce.

    La rabbia spesso ci impedisce di comprendere che la perfezione non esiste e ciò che è umano può essere anche incerto, non voglio dire sbagliato senza per questo perdere di valore in toto ai nostri occhi..

    Sia chiaro che descrivo stati d’animo personali: non so come altri, fuori dai contesti in cui il non cosciente viene affrontato sistematicamente, possano giungere a questa mentalità che sicuramente presuppone lo sviluppo di un’identità forte che riesce ad andare oltre l’acquiescenza passiva o la ribellione violenta e come tale inutile…

    Per ciò che mi riguarda preferisco pormi come interlocutore attivo: non ho angosce di essere passivizzato mentalmente da chicchessia anche quando tutto ti suggerisce che stai subendo un qualcosa che potrebbe essere ingiusto…il delirio del plagio, dell’ influenzamento spesso ha però diramazioni sottili ed invisibili che ho imparato a riconoscere ed evitare perchè spingono a reazioni esagerate ed inconsulte.

    Spingono alla rottura del rapporto come insegna la storia delle scissioni del movimento psicoanalitico.

    Non a caso non sono mai stato freudiano ed oggi mi rendo conto che non si può comunque eludere l’aspirazione di essere solo e sempre se stessi.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 31 May 2004, 01:20 PM

    …quando noi non accettiamo qualcosa, qualche situazione non ci piace sono convinto  che l’atteggiamento migliore è sospendere il giudizio… aspettare e nello stesso tempo non paralizzarsi.

     

    Sì, credo che in questi casi saper attendere senza pietrificarsi sia l’unica strada che si possa intraprendere, anche se talvolta non è così facile…

     

    Saper distinguere… già, l’analogia dell’acino d’uva può non essere adatto come dici tu e, anche se forse in alcune situazioni tale modo di dire può essere usato più tranquillamente, senz’altro in altri sicuramente no, in quanto non solo sono inaccettabili i concetti di cattivo, di male, ecc, ma anche, almeno a mio avviso, quello di acino non buono.

     

    Saper prendere una distanza e rifiutare una rapporto dove si subisce è senz’altro indice di sanità e credo che questo possa e debba essere applicato sempre nei rapporti interumani ove necessario. Ciò implica però che questa identità e situazione interna non disordinata devono esistere a monte per poter agire quanto detto in realtà non solo quotidiane ma, e soprattutto particolari. Può accadere però che ciò divenga un paradosso, in quanto già si deve avere ciò che ancora non è formato.

    Dunque, il rischio che si corre se non ce la facciamo è, come hai descritto in maniera esatta, quello di incappare nel delirio del plagio o dell’influenzamento non riuscendo più a comprendere neanche minimamente appunto che ciò che è umano può anche essere incerto e questo, è vero, porta all’immediata perdita di rapporto.

    La cosa buffa, se si può dire buffa, è che talvolta proprio le persone che hanno tale tipo di problematica additano con giudizio freddo e completamente scisso da ogni forma di affettività chi invece sa pensare di giorno come di notte e viene ferocemente definito incapace o pazzo e che farebbe meglio a darsi all’ippica.

    Se non si cade nella Scilla dell’acquiescenza è necessario comunque non perdersi nella Cariddi della delusione (delusione che talvolta sarebbe meglio che non fosse ingenerata) che ineluttabilmente porta, usando le tue parole, alla rabbia con tutte le sue conseguenze distruttive.

     

    Tutto questo non è propriamente sempre semplicissimo… purtroppo.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 1 Jun 2004, 01:25 PM

    beh in fondo tutta la psicoterapia è un paradosso perchè anche nelle malattie più gravi dobbiamo suppore un minimo di attività, un minimo di capacità di scelta da parte del paziente. Senza un residuo anche infinitesimale di sanità non c’è possibilità di cura. Ma è probabile che questa “assenza” totale di sanità e di scelta non appartenga mai all’umano.

    Il che potrebbe significare che il disordine mentale assoluto non esiste e che l’uomo rimane sempre tale anche nelle nelle situazioni di alienazione più estrema.

    E’ un aspetto che non va dimenticato: anche quando si subisce un influenzamento negativo ciò dipende in misura più o meno grande da una nostra complicità.

    A noi interessa che questa complicità esista e possa essere, perlomeno in linea teorica modificata senza pretendere di quantificarla.

    L’incurabilità nel campo della malattia mentale è sempre un delirio del quale si può venire più o meno a capo a seconda che le circostanze siano più o meno favorevoli, a seconda dell’abilità dello psichiatra che spesso deve inventarsi di sana pianta la cura.

    Il difficile è non contrapporre al delirio di incurabilità un delirio di onnipotenza terapeutica. In certe fasi bisogna essere consapevoli che si può fare poco. Però al solito ciò che sembra “poco” da un certo punto di vista , proprio per il fatto che intervediamo su processi qualitativi e non quantitativi, potrebbe sig nificare tantissimo da un altro….di colpo il “poco” potrebbe diventare “tanto” in barba ad ogni principio razionale…

    ciò che conta è l’atteggiamento mentale di chi affronta queste problematiche.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 1 Jun 2004, 05:03 PM

    Dal delirio di incurabilità al delirio di onnipotenza terapeutica ?

     

    Mi inserisco consapevolmente in una discussione di cui non so molto e me ne scuso in partenza.

     

    A me pare che comunque sia l’ analizzando che fa un movimento verso la cura e poi un movimento verso la guarigione.

     

    L’ onnipotenza terapeutica, se è già un delirio in medicina, lo è ancora di più in psichiatria.

    Il malato mentale deve fare un movimento autonomo verso la terapia e mi verrebbe da dire verso la psicoterapia.

    Cosa è che lo spingerebbe se non già una sua personale capacità di orientarsi nell’ ambito delle proposte terapeutiche ? E non è già questo fatto un segno che è in grado di guarire ?

    E una volta trovato lo psichiatra in grado di fare una psicoterapia chi è se non lui che a un certo punto “decide” di muoversi verso una possibilità di guarigione ?

     

    Vista dall’ altra parte, dalla parte cioè del paziente, semmai si può ingenerare un delirio di guarigione, pensarsi guariti quando non lo si è ancora del tutto. Naturalmente questo solo dopo periodi, anche molto lunghi in cui tutto sembrava assolutamente fermo. In cui l’ unico a crederci, forse, era il terapeuta.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 2 Jun 2004, 09:36 AM

    Uno psicotico grave “decide” di guarire?

    A me pare difficile.

    Ritengo comunque siano più importanti le osservazioni cliniche delle credenze. E’ risaputo che la remissione dei sintomi, che pure soggettivamente viene vissuta in modo positivo , non vuol dire sempre guarigione: in queste circostanze è necessario la prudenza, la conoscenza della psicopatologia. Fondamentale poi è l’orientamento diagnostico precedente.

    Ciò a cui tengo in prima persona è evitare di salire in cattedra e fare affermazioni apodittiche o troppo generali che non vogliono dire nulla.

    Nelle mie risposte precedenti mi riferivo a domande ben precise a richieste di chiarimento alle quali ho cercato di attenermi.

    Eviterò, d’altra parte, in questa circostanza che è quella della discussione di un forum sul rapporto fra psichiatria ed arte, di entrare nel merito del tono del tuo intervento, caro Acca…può darsi che tu possa decidere meglio di me da cosa deriva…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    (Omonimia di utente registrato)_            

    Inviato il: 2 Jun 2004, 03:19 PM

    Vi seguo da profano, non sono psichiatra. Che dire invece di un ex-analizzando che non crede tuttora alla propria guarigione, perché si ritrova a ripetere vecchie dinamiche? delirio di malattia? … a presto…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 3 Jun 2004, 09:15 AM

    dico che è un problema degli “analizzandi” , o ex ,cioè di coloro che fanno “psicoanalisi”.Interessante che un analizzando quando non fa più analisi è un ex analizzando non una persona come tutte le altre.

    Come gli alcolisti che vengono sempre considerati ex alcolisti mi pare nei gruppi anonimi.

    Noi qui ci occupiamo di Psichiatria, ripeto psichiatria ed arte: solo tangenzialmente entriamo nel tema della cura.

    L’uso delle parole è comunque rivelatore di una totale assenza delll’idea di una trasformazione possibile oltre questi giochetti linguistici per cui si rimbalza da un delirio all’altro. Dietro ci sono delle persone coi loro affetti: una termine sbagliato può costare molto caro.

    La psicoanalisi freudiana è un delirio in toto, un coacervo dissociato di falsi giudizi che spesso sfocia nella tragedia del fallimento.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 3 Jun 2004, 10:38 AM

    beh in fondo tutta la psicoterapia è un paradosso perchè anche nelle malattie più gravi dobbiamo suppore un minimo di attività, un minimo di capacità di scelta da parte del paziente.

    … … …

    ciò che conta è l’atteggiamento mentale di chi affronta queste problematiche.

     

    Deve essere proprio così: un minimo di capacità di scelta e un residuo di attività è quasi impossibile che non vi sia anche in casi in cui la patologia sia molto grave…

     

    Quella della complicità nelle dimensioni non sane di rapporto che determina (mi trova d’accordo), quando più quando meno, il conferire all’altro il potere di agire la capacità di “influenzamento negativo” è un aspetto su cui forse talvolta si sorvola e invece, come hai sottolineato, è basilare.

    Posso parlare solo per esperienza diretta e personale e dire che fin quando non si realizza la capacità interna di “vedere”, saper distinguere e di realizzare il “no” interiore che garantisce il rifiuto del disumano, forse non si raggiunge la svolta; se non si realizza fino in fondo quale è stato il nostro ruolo nel rapporto non si comprende e la ripetizione del passato è sempre un rischio reale.

    Tutto questo ha una relazione diretta o indiretta con l’arte?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 3 Jun 2004, 11:26 AM

    recentemente ho realizzato da solo una serie di quadri alcuni di grandi dimensioni.

    Libera espressione?

    In questa circostanza io metto fra parentesi le situazioni relazionali . Non posso neppure dire che ci sia rifiuto.

    In queste ore, per es mi sono attivato per creare il nuovo catalogo, forse il testo per una documentazione video. Inevitabilmente si prospetta la collaborazione che segue una fase di libera espressione.

    La collaborazione presuppone una base di sanità come si è detto, però il rapporto per raggiungere livelli di significatività artistica deve possedere caretteristiche peculiari di definizione, forza, spessore dell’immagine. E’ determinante la reazione la risonanza non consapevole, il modo con il quale l’esperienza viene condivisa da altri, da un gruppo talora.

    E’ importante che si riesca a fare un bel rapporto riuscendo a neutralizzare, per quel tanto che è necessario la negatività latente di alcuni.

    Come amare una donna costringendola ad essere più bella di quello che lei stessa pensava.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 3 Jun 2004, 01:59 PM

    però il rapporto per  raggiungere livelli di significatività artistica deve possedere caretteristiche peculiari di definizione, forza, spessore dell’immagine.

    E’ importante che si riesca a fare un bel rapporto riuscendo a neutralizzare, per quel tanto che è necessario la negatività latente di alcuni.

    Come amare una donna costringendola ad essere  più bella di quello che lei stessa pensava.

     

    Quindi, correggimi se sbaglio, si potrebbe dedurre da ciò che dici che non può esistere l’artista là dove ci sia disordine mentale e rapporto uomo donna identificatorio se non addirittura sadomasochistico?

     

     

    acca            

    Inviato il: 3 Jun 2004, 03:23 PM

    è accaduto di nuovo.

     

    quando sto peggio mi viene da scrivere qui con il tono di cui diceva Alogon.

     

    mi dispiace.

    grazie di avermelo fatto notare.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 3 Jun 2004, 09:18 PM

    Ritengo che le generalizzazioni siano pericolose.

    Io per essere franco non solo non so esattamente cosa sia la coscienza ma non so neppure chi sia l’artista.

    Personalmente faccio fatica a considerarmi “artista”. Eppure gran parte della mia vita l’ho dedicata ad una ricerca sulla poesia , sulla pittura sulla musica.

    Ci sono dei momenti in cui le formule mi vanno strette.

    Rimetto in discussione tutto quaqnto ho acquisito, rinuncio alle certezze che poco prima avevo ritenvo tali e ricomincio dall’inizio.

    Un artista riesce ad essere tale se si fa condizionare da una donna?

    da un ambiente?

    Si può essere artisti in un “manicomio”?

    Oppure l’immagine della nascita prescinde per sua intrinseca natura dal contesto in cui insorge?

    Dovrebbe essere universale da ciò che si sente dire.

    Si può essere artisti a Siena ed a Firenze no? o viceversa?

    oppure gli artisti si sono trasferiti tutti a Roma?

    Sono domande che mi pongo .

    Chissà se qualcuno ha il coraggio di abbozzare delle risposte.

    Comunque se Siena è un manicomio io sono uno psichiatra e quindi mi trovo, in linea di principio nel posto giusto.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Acca            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 09:49 AM

    “l’immagine della nascita prescinde per sua intrinseca natura dal contesto in cui insorge?”

     

    “il rapporto per raggiungere livelli di significatività artistica deve possedere caretteristiche peculiari di definizione, forza, spessore dell’immagine.”

     

    “E’ importante che si riesca a fare un bel rapporto riuscendo a neutralizzare, per quel tanto che è necessario la negatività latente di alcuni.”

     

    Ho quotato queste tre frasi di Alogon (poi magari mi dite come fate a fare la finestrina <_< ) per provare a dire che forse il contesto “fisico”: Siena, Roma, Firenze ……. ; potrebbe non avere particolare importanza.

    Ma una cosa diversa si potrebbe dire del contesto umano. Allora potrei pensare che quello potrebbe essere fondamentale.

    Però a questo punto potremmo chiederci in che modo un contesto fisico possa modificare una contesto umano.

     

    Mi è venuto in mente che le cosiddette “città d’ arte” hanno spesso riunito numerosissimi artisti.

    Perchè è successo ?

    Però gli artisti del Rinascimento fiorentino erano tutti nati a Firenze o giù di lì e anche quelli del Trecento senese erano tutti senesi.

    Nel novecento, invece, Parigi è la città dell’ arte ma raccoglie artisti di tutto il mondo.

    Mi viene in mente che un pò la dimensione del viaggio, del lasciare la città dove si è nati e vissuti per andare a produrre arte lontano da casa, potrebbe essere stata vista come determinante. Nuovi incontri, nuovi paesaggi, la presenza dei “maestri” ?

    Non me lo spiego tanto bene, ne esce un pò una mappa di movimenti migratori di artisti. I luoghi dell’ arte rimangono quelli però: alla fine le città (o le regioni) sono sempre le stesse. Non si esce quasi mai da un circuito ben preciso: Parigi, Roma, Milano, Berlino, Toscana, Provenza. E’ dovuto alla presenza di “istituzioni” che promuovono l’ arte proprio in questi luoghi (come promuovono la cioccolata in Svizzera o il vino in Toscana) oppure da qualcos’ altro che non riesco a definire ?

    Continuando nelle riflessioni potremmo anche pensare che poi il sorgere di “scuole”, di -ismi che tendono a ripetere, a imitare le proposte dei vari maestri, potrebbe essere considerato anti artistico.

    Ma non è che anche l’ artista geniale, che ha avuto un’ intuizione geniale, se la ripropone all’ infinito potrebbe diventare una specie di “manierista di se stesso”, uno che continuamente si plagia ?

    Non potrebbe essere che l’ identità di artista è assolutamente diversa da una identità professionale che si raggiunge e si mantiene, mentre l’ artista è tale solo quando realizza ………

    Non riesco a finire la frase perchè non so più esattamente usare le parole appropriate.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 10:07 AM

    le ricerche storiche sono sicuramente importanti come non ricordare che già Lombroso studiava il genio con l’aiuto della cartina d’Italia?

    Però vorrei aggiungere che la geoografia e la storia ci aiutano solo fino ad un certo punto in quanto abbiamo a che fare con forme di pensiero e di creatività artistiche del tutto nuove.

    Sembra che l’analisi collettiva sia nata a Siena. Per quale motivo? E’ stato solo un caso, un evento fortuito?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 10:31 AM

    Io questa cosa non la sapevo ma mi verrebbe da dire che non è stato sicuramente un evento fortuito.

    Può darsi che a Siena si fossero create le condizioni opportune, il contesto umano adatto. Forse qualcuno fece delle domande che suscitarono delle risposte di un certo tipo.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 10:58 AM

    Perchè secondo taluni oggi Siena è diventata un “manicomio”?

    Quel contesto umano si è modificato in peggio?

    Sarebbe interessante una ricostruzione storica.

    Un tale diceva che un secolo di psicoanlisi freudiana ha contribuito a rendere gli uomini peggiori di prima.

    Certo noi non possiamo dire lo stesso della nostra teoria…anzi io sono convinto che sta avvennendo oggi esattamente il contrario.

    Quella del “manicomio” è una cortina fumogena dietro la quale si muove ben altro anche se molti non lo sanno e molti altri fanno finta di non saperlo.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 11:20 AM

    Ritengo che le generalizzazioni siano pericolose.

    … … …

    Chissà se qualcuno ha il coraggio di abbozzare delle risposte.

    Comunque se Siena è un manicomio io sono uno psichiatra e quindi mi trovo, in linea di principio  nel posto giusto.

     

    Non intendevo generalizzare, se così è sembrato allora mi sono espresso male.

     

    Se un artista può essere tale se condizionato da una donna o dall’ambiente circostante? Mah, forse no. Il “condizionamento” già implica qualcosa che non dà modo di esprimere il sé, che non rende possibile la realizzazione della propria identità, al più il condizionamento così inteso può portare ad una realtà di rapporto identificatorio.

    Forse però l’ambiente esterno e i rapporti interumani, sopratuttto quelli prossimi e in questo ambito il più pariticolare di tutti, cioè quello uomo-donna, possono (devono?) essere lo stimolo all’arrichimento e dinamizzazione della propria ed altrui immagine interna.

     

    Si può essere artisti in un “manicomio”? io rispondo: perché no! e quando questo succede, per ragionamento deduttivo, ciò implica senza timore di smentita che l’artista non è uno dei matti, è necessario quindi saperlo distinguere, anzi quell’artista è particolarmente “bravo” perché sa essere tale proprio in un manicomio.

    Il manicomio necessita di uno psichiatra psicoterapeuta oppure il manicomio rimmarrà tale, non ci vedo nulla di strano, ci si stupisce di vedere l’urologo nel reparto di urologia?

    Ma forse la tua, Alogon, sul “manicomio” voleva essere una provocazione………

     

     

    acca            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 11:23 AM

    Un enorme “manicomio” chiude e una città intera diventa, tutta intera, un manicomio ?

    Cosa è successo ?

    E poi, com’ è che l’ analisi collettiva nasce a Siena ma poi se ne va ?

    Chi la manda via ?

    Potere attrattivo generalizzato della metropoli che tende a togliere alla periferia le risorse (fenomeno tipico di quegli anni un pò in tutti i campi) ?

    O chiusura di una città piccola verso idee nuove e rivoluzionarie ?

    Troppo banale ?

    E’ stata la città o sono le istituzioni della città oppure questo collegamento fra istituzioni e città non è più vero e quindi la città (ogni città) e le istituzioni che la rappresentano sono due entità separate?

     

    Non so perchè ma tu parli di Siena e a me viene in mente la Dublino di James Joyce. La pazzia, la paralisi, le psicosi erano davvero nei dublinesi o erano negli occhi dello scrittore ?

     

     

    Admin            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 11:36 AM

    (poi magari mi dite come fate a fare la finestrina  <_< )

     

    Per fare questo devi cliccare sul tasto “Citaz.” dell’intervento a cui intendi rispondere riportando così tutto o in parte il testo. Fatto questo ti ritroverai nella solita schermata di editing, ma sotto lo spazio dove tu scrivi ci sarà anche un’altra area testuale contenente l’intero testo del messagigo a cui rispondi: se lo lasci così sarà “quotato per inteto” altirmenti potrai modificarlo magari per riproporre solo una parte di quando è stato scritto dall’altro utente o visitatore, ok?

     

    Per la prossima volta però ti chiederei di postare le richieste di informazioni di tipo tecnico nel forum apposito di SUPPORT, questo solo perché il mio intervento, come vedi, qui ci sta come il cavolo a merenda, ok?

     

    Ciao.

    The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 11:50 AM

    Ti risponderò in modo tangenziale. Uno psicoanalista francese pubblicò mi pare nell 83 un libro Gli schizofrenici”

    Nella parte iniziale un capitoletto “Firenze e Siena”

    Scriveva: << Avete capito dove voglio arrivare: mentre Firenze è ad immagine dell’Io funzionale Siena è ad immagine di un altro aspetto dell’Io, cioè del suo aspetto territoriale ed a immagine di altre funzioni quelle dell’appartenenza della delimitazione e dell’appropriazione, tutte in stretto rapporto con l’immagine materna.

    Orbene se l’immagine fiorentina dell’Io è più a misura delle nevrosi l’immagine senese è più a misura della psicosi>>

    Mi viene fatto subito di pensare: e Roma che è stata per secoli la sede del papato che immagine è?

    Chiaramente non bisogna fidarsi degli psicoanalisti perchè come è risaputo questa suddivisione fra psicosi e nevrosi è una balla completa.

    Però c’è un fatto: A Firenze la presenza del freudismo è stata forte e continua.

    A Siena no. Addirittura una famosa didatta freudiana di origine senese, a vederla una vera massaia, sosteneva che a Siena non si poteva esercitare la psicoanalisi in quanto si sarebbe creata una situazione incestuosa.

    Quindi a Siena negli anni 70 c’era il comunismo ma non il freudismo che anche in seguito ha avuto un ruolo culturalmente molto marginale.

    Forse con il comunismo uno scontro un dialogo era possibile anche se parziale….

    personalmente esercito sia a Siena che a Firenze:ho fatto e farò mostre importantiin in entrambe le città….dentro di me il momento senese e quello fiorentino ed aggiungo quello romano danno vita ad una sinergia…

    non vivo nella logica delle fratture e degli antagonismi..

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 04:25 PM

    mi chiedo quanto e se il freudismo fiorentismo e il comunismo senese potessero avere dei tratti comuni ……..

    e poi mi chiedo in campo artistico quali fossero i riferimenti.

    cosa piaceva a questa “intellighenzia” senese e fiorentina degli anni ‘70 ?

    cosa leggevano ? cosa ascoltavano ?

    non so perchè ma mi viene in mente una elite …… una elite di un partito di massa.

    E’ già questa una contraddizione ?

     

    ma la gente ? la città intera ? come c’ entrano ?

     

    cosa fonda una identità collettiva e quanto bisogna risalire lontano nel tempo ?

     

    Una città è fatta di oggetti, anche molto antichi, che continuano ad influenzare psichicamente gli abitanti nel corso dei secoli conferendo tratti psichici analoghi a chi ci vive ?

     

    E quanto c’ entra l’ interpretazione dei visitatori “stranieri” che riescono a vedere un’ immagine particolare e poi la propagano ?

    Non sono questi occhi che costringono le città ad essere, come le donne,

    “più belle di quanto loro stesse pensavano” ?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 4 Jun 2004, 07:43 PM

    Non pretendo certo di rispondere esaurientemente a tutte le tue domande peraltro molto stimolanti.

    Sono convinto che comunismo e freudismo insieme hanno fatto un danno doppio.

    Anche se ….anche se non è una scoperta che il freudismo è peggiore del comunismo. Su questo ha scritto Massimo Fagioli e quindi rimando a lui.

    Il discorso sulle elites è molto interessante: un piccolo gruppo che domina la massa. Le famose “mosche cocchiere”.

    Elites: avanguardie culturali ed artistiche .

    Anche su questo argomento la letteratura si spreca.

    Gruppuscoli di superuomini in periodi di trasformazioni profonde talora vissute come catastrofiche….

    Piccolo gruppo: discepoli intorno ad una personalità carismatica.

    Forse le elites sono sempre un ostacolo al processo di trasformazione.

     

    Cosa fonda un’identità collettiva?

    Credo il riferimento ad una storia comune, consciamente e non cosciamente condivisa, ad un insieme di valori riconosciuti come tali da una comunità.

    Storia non cosciamente condivisa: concetto estremamente complesso che io mi limito a proporre.

    Esiste una storia che non è quella della ragione e della coscienza.

    Storia che non è riducibile ad una cronologia, ad un elenco di fatti.

     

    Negli anni 70 io, consciamente ero molto poco interessato a quello che accadeva a Siena e Firenze…ma questo è un discorso molto personale…ero in altre faccende affaccendato…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Admin            

    Inviato il: 6 Jun 2004, 07:17 PM

    Con Alogon abbiamo pensato che la discussione “riflessioni” a cui ha dato inizio Libellula fosse estremamente eterogenea e anche per questo molto interessante, ma forse gli ultimi due interventi, quello di Acca e quello di Alogon in sua risposta, hanno dato inizio a tematiche importanti e forse da trattare per conto proprio. Da qui la generazione di un’altra discussione e lo spostamento all’interno di essa degli ultimi due interventi di cui sopra. In automatico il sistema ha designato come iniziatore della discussione l’autore del primo intervento (in ordine cronologico di scrittura) che è stato spostato.

    The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

     

     

    frank            

    Inviato il: 5 Jan 2005, 03:45 PM

    dico che è un problema degli “analizzandi” , o ex ,cioè di coloro che fanno “psicoanalisi”.Interessante che un analizzando quando non fa più analisi è un ex analizzando non una persona come tutte le altre.

    Come gli alcolisti che vengono sempre considerati ex alcolisti mi pare nei gruppi anonimi.

    Noi qui ci occupiamo di Psichiatria, ripeto psichiatria ed arte: solo tangenzialmente entriamo nel tema della cura.

    L’uso delle parole è comunque rivelatore di una totale assenza delll’idea di una trasformazione possibile oltre questi giochetti linguistici per cui si rimbalza da un delirio all’altro. Dietro ci sono delle persone coi loro affetti: una termine sbagliato può costare molto caro.

    La psicoanalisi freudiana è un delirio in toto, un coacervo dissociato di falsi giudizi che spesso sfocia nella tragedia del fallimento.

     

    Non intendevo usare un’ etichetta, tanto meno su me stesso… con “ex” mi riferivo, alcuni mesi fa, alla fine di un rapporto di psicoterapia individuale, giammai freudiano per fortuna, cui ha fatto seguito un percorso diverso, che dura tuttora, e collettivo. Cercavo di esprimere una frustrazione, che, pur se diversamente, vivo tuttora, e che si lega alla mia incapacità attuale di essere coerente con il processo di ricerca, formazione e cura. Un momento di sconforto cui ho cercato stupidamente un’opinione in un luogo dove, giustamente mi viene ricordato, non ci si occupa che tangenzialmente di cura. Sorry.

  • L’equilibrista

    “Qualcuno” mi ha gettato una corda

    che ha disegnato prima un’onda

    poi il dorso arcuato d’un cavallo con cinque gambe.

    Sono saltato sopra ed ho corso quanto non avevo fatto mai prima.

    Non so come non sia caduto

    in un quel galoppo senza sella

    a tratti volteggiando come un equilibrista

    quando mi sporgevo verso il sorriso verde di una donna.

    Il mio pensiero era un acrobata che camminando sul filo lanciava in alto una bambina

    che rideva contenta quando si sentiva , al culmine di un arco, senza peso.

    Così per pochi attimi

    non c’era la memoria certa del passato ed il mondo intero appariva diverso

    ..diverso come visto da occhi di bambina

    come se quella corda

    da cui l’avevo lanciata le avesse dato per un istante l’immobilità

    di una scultura sospesa.

    Idea senza coscienza,

    bellezza indefinita

    nascosta nei colori e nei contorni certi in movimento

    nelle linee colorate di una figura.

  • Una notte d’amore (1998) di Domenico Fargnoli

    INTRODUZIONE
    Il testo teatrale che stasera viene proposto ha un carattere di novità che merita di essere segnalato. Esso racconta come la fantasia possa nascere, in modo casuale, non premeditato nel cuore dei rapporti umani.Questa nascita, affidata soltanto alle parole apparentemente è fragile ma se noi la sappiamo difendere acquista una grande forza. Se qualcuno poi l’accoglie essa si propaga e si trasforma in suoni, in immagini che attraverso la recitazione ci giungono con l’eco di una risonanza che ci appare misteriosa.
    La bellezza non è consolazione, la poesia non è rifugio per anime inquiete e tormentate.
    L’arte sconvolge, contraddice il buon senso, il senso comune: essa germoglia nei luoghi più impensati sfidando facili credenze, la violenza, la normalità dei cantori di sventure.
    Forse, nella nostra vita per riuscire a creare qualcosa di bello bisogna saper scegliere, intuire quali persone, al di là di ciò che viene dichiarato, ci vogliono veramente bene.
    C’è una durezza nell’amore che è ricerca di autenticità: spesso ci costringe al rifiuto, alla solitudine, ad andare oltre ciò che è immediato per inseguire sogni che solo dopo molto tempo possono diventare fisionomia, colori e forme di vita concreta.
    Bisogna inoltre avere il coraggio di vedere la poesia là dove gli altri non la vedono, di farla nascere là dove gli altri di solito la uccidono.
    Spesso la cerchiamo in remote lontananze e questo ci dice della nostra difficoltà solo a pensare qualcosa che ci è stato proposto come il mito di un continente scomparso od un paradiso irrimediabilmente perduto.
    Potremmo, con grande sorpresa, scoprire che quanto siamo abituati a collocare in un tempo che è sempre domani ed in un luogo che è sempre altrove, ci appare all’improvviso davanti come una visione all’inizio nebulosa che da qualche parte pensavamo di avere nascosto ma che invece solo ora cominciamo a delineare: essa è di fronte a noi, si rivela ai nostri occhi con contorni sempre più definiti che sicuramente non parlano solo di una nascita, sfidandoci ad un gesto di coraggio, a tendere una mano per raggiungerla.
    Potrebbe accadere che questa figura di donna che consente ad un’immagine mai vista prima di vivere e rivelarsi, non ci sfugga come Euridice era svanita di fronte ad Orfeo quando egli si era voltato semplicemente per guardarla: l’arte, la musica non è solo malinconia, lamento straziante per un’assenza incolmabile.
    Cerchiamo allora il ritmo, l’accordo, la sonorità talora inebriante del desiderio che nasce da un rapporto vero , reale mentre le musiche, i gesti che accompagnano le parole degli attori evocano atmosfere di sogno, fantasie che sono state raccontate da quegli uomini, da quelle donne che non hanno voluto ancora smettere di avere fiducia e di sperare.

    (Il progetto “ Una notte d’amore” è stato realizzato coni fondi della Comunità Europea ed  il contributo della città di Colle val D’Elsa e di comuni di Casole d’Elsa e Radicondoli)
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