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  • “La Danza del Drago giallo”, film on line

    Myrmidon            

    Inviato il: 1 Mar 2005, 10:49 AM

    Ho visto che su http://www.senzaragione.it è stato reso disponibile e scaricabile il film “La Danza del Drago giallo” di Domenico Fargnoli.

    È stato detto tutto su questo film? può darsi… o forse no…

    È trascorso circa un anno e mezzo dalla pubblicazione del DVD e potrebbe valere la pena spendere qualche altra parola, in quanto non credo che ciò che è rappresentato nel film sia un contenuto ordinario.

    Apro questa nuova discussione ed invito a parteciparvi.

     

     

    Alogon

    Inviato il: 3 Mar 2005, 10:54 AM

    se si prefersice il silenzio, se le immagini del film-video non valgono un commento va bene così.

    E’ anche questa una forma di silenzio.

    Personalemnte riguardando “Il drago giallo” a distanza di tempo mi rendo conto della complessità e delle difficoltà del lavoro che abbiamo fatto e del grande affiatamento che c’è stato nel gruppo che il film lo ha costruito.

    Penso anche che alcuni temi del film come quello di”un gruppo di lupi travestiti da agnelli che pervertono gli adolescenti e ne distruggono le speranze per spingerli nel vuoto”, sia molto attuale nella nostra ricerca.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    alba            

    Inviato il: 3 Mar 2005, 02:32 PM

    …il rapporto uomo donna ,la trasformazione…questo sento uscire con gran forza dalle immagini della danza del drago giallo ..l’ho sentito molto questo film proprio fisicamente. ,come quando in un film ti immedesimi nei personaggi e senti ‘le emozione partirte da dentro.,senti il sangue scorrere.non so bene il perche’ ma questo film non accetta la depressione,ha una grande forza,mi da forza ogni volta che lo vedo e scopro sfumature di luce he prima non vedevo….io credo che ci sarebbero mille cos e da dire…..

    …c’e’ un momento che ti sembra davvero di cadere tra le braccia di uno sconosciuto …

    ….non lo so,sono impressioni cosi’ scritte a getto…..forse superficiali ….forse no….

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 3 Mar 2005, 03:08 PM

    perchè deprimersi…rassegnarsi. Preferisco lottare anche per realizzare qualcosa che a prima vista sembrava irrealizzabile.

    L’iniziativa del film non è morta, avrà un seguito molto probabilmente. E sembra un seguito importante.

    Molte più persone di quanto si possa credere hanno visto le immagini del drago giallo e non sono rimaste indifferenti come alcuni che esito a chiamare “compagni”

    Essendo partito praticamente senza mezzi ho avuto, abbiamo avuto un grande risultato.

    E’ per questo che il video-film è on line, per testimoniare questa capacità di tenuta di fronte agli increduli. Volevo aggiungere altro ma mi fermo perchè

     

    Fuori la neve cade silenziosa

    ma io cavalco un’onda

    possente come il dorso d’un destriero.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    m m            

    Inviato il: 3 Mar 2005, 08:46 PM

    Non credo che si giusto il silenzio davanti ad un lavoro come quello della “La danza del drago giallo” a meno che il silenzio sia quello della calma, dell’attesa che diventi realtà manifesta un’immagine interna ormai prefigurata.

    Ci sono grosse premesse in quel film, grosse proposizioni. C’è il compiersi di una storia, una speranza che diviene realtà, un rapporto o meglio più rapporti, c’è il non abbandonare nessuno. Ma soprattutto mi sembra che ci sia la fiducia nel futuro. Il potercela fare nel combattere gli inganni e la malattia.

    C’è anche il messaggio, mi sembra, dell’importanza di tenere un filo, di ricostruire sempre il filo degli avvenimenti della vita e mi sembra che ci sia anche l’indicazione a non farsi male, a non ammalarsi, per la paura di soccombere ma lottare invece per la libertà, che poi diviene la libertà di un po’ tutti.

    Ah dimenticavo! (e non è poco), c’è anche una proposizione artistica e poetica che è capacità di comunicare, comunicare emozioni, vissuto.

     

     

    ulrich            

    Inviato il: 4 Mar 2005, 01:10 AM

    sono riuscito solo stasera, dopo un anno e mezzo credo, a vedere il film per intero.

    Penso che molte cose sono cambiate e molte cose cambieranno.

    Forse solo ora guardo galleggiare i gusci di noce nella corrente prima che scompaiano ……..

    Sono contento che abbiate pensato a mettere su internet la vostra opera collettiva.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 4 Mar 2005, 11:21 AM

    Molte cose sono cambiate e molte cambieranno ….

    perchè la tasformazione giunge a compimento, attraverso modalità che talvolta ci sorprendono.

    Chi avrebbe pensato che questo video-film che era inspiegabilemnte così difficile da proiettare all’inizio, mentre i dvd ora girano perfettamente, avrebbe avuto una visibilità così forte ed un riconoscimento tanto che istituzioni pubbliche pensano lle possibilità di finanziamento di una nuova opera?

    Forse all’inizio a Villa Strozzi c’è stato un eccesso di proposta: libro mostra, video

    Quest’ultimo è stato penalizzato mentre in realtà era e rimane uno degli aspetti più significativi del nostro lavoro, della nostra capacità di creare insieme in tempi molto brevi e con risultati importanti Perlomeno a giudicare dalla risonanza sui media.

    Sui contenuti la discussione è aperta

    copyright domenico fargnoli

     

     

    ulrich            

    Inviato il: 4 Mar 2005, 11:46 AM

    insospettabile, ad esempio, la sensazione di penetrare meglio il senso degli stessi dipinti vedendoli nel film piuttosto che dal vivo …..

    forse è la cosa che mi ha sorpreso di più.

    non so come, ma regia, fotografia, montaggio, grafica, testo, recitazione, colonna sonora, opere d’ arte che si vedono nel film, sembrano avere la stessa collettiva ispirazione ……. è questo che mi ha colpito di più ……. forse.

    non so dire se c’ era un eccesso di proposta nelle varie manifestazioni o se proprio avervi preso parte ha costituito per me uno stimolo prezioso per approfondimenti successivi per i quali il sito internet nella sua complessità rappresenta uno strumento fondamentale.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 4 Mar 2005, 11:54 AM

    il sito nasce da una collaborazione continua e da una ricerca che sia avvale del contributo di persone molto competenti.

    Competenti ed addentro alle tematiche specifiche della nostra ricerca.

    Ritengo che internet sia un terreno di sperimentazione estremamente interessante

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 6 Mar 2005, 01:02 PM

    ripensandoci l’espressione di Ulrich “ispirazione collettiva” fa riflettere sul fatto che lo stimolo creativo deriva da un gruppo comunque lo si voglia concepire.Dico “comunque lo si voglia concepire” perchè la discussione su cosa si debba intendere per “gruppo” potrebbe essere, per quanto intressante, molto complessa.

    In effetti, senza entrare in merito del problema precedentemente accennaton devo convenire che quando si riesce ad entrare in una relazione non consapevole ma significativa con “altri” qualcosa di profondo cambia.

    Come se emergesse un’intelligenza ed una possibilità di fare più continua, con immagini più definite.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    ulrich            

    Inviato il: 6 Mar 2005, 09:55 PM

    Riguardo ai contenuti de “la danza del drago giallo” mi ha dato da pensare un fatto che non avevo ancora avuto modo di cogliere perchè avevo solo letto il testo. Mi riferisco alla circostanza che i personaggi “uomo” e “donna” sono interpretati, almeno mi pare, da attori diversi in momenti diversi del film. Questa cosa dalla lettura del testo non emerge.

    L’ espressione di Alogon: “Come se emergesse un’intelligenza ed una possibilità di fare più continua, con immagini più definite” mi ha fatto venire in mente questa circostanza. Infatti il film propone immagini diverse e più definite (per me) rispetto al testo. Ma allora le domande si fanno più serrate e rigurdano il rapporto fra immagine e identità.

     

     

    Phoenix            

    Inviato il: 7 Mar 2005, 03:35 PM

    QUOTE (ulrich @ 6 Mar 2005, 09:55 PM)

    Riguardo ai contenuti de “la danza del drago giallo” mi ha dato da pensare un fatto che non avevo ancora avuto modo di cogliere perchè avevo solo letto il testo. Mi riferisco alla circostanza che i personaggi “uomo” e “donna” sono interpretati, almeno mi pare, da attori diversi in momenti diversi del film. Questa cosa dalla lettura del testo non emerge.

    L’ espressione di Alogon: “Come se emergesse un’intelligenza ed una possibilità di fare più continua, con immagini più definite” mi ha fatto venire in mente questa circostanza. Infatti il film propone immagini diverse e più definite (per me) rispetto al testo. Ma allora le domande si fanno più serrate e rigurdano il rapporto fra immagine e identità.

     

    La differenza credo stia appunto fra il testo letto e il testo interpretato, non sono due cose opposte però diverse probabilmente sì e questo si riallaccia con quanto affermi alla fine del tuo intervento, in quanto credo si possa ipottizzare che gli attori abbiano recitato interpretando il testo attraverso la loro identità, ancora melgio, gli attori forse si sono messi in gioco per quello che sono, per la loro identità umana e l’immagine, anzi le immagini, ed i contenuti del testo si sono fusi all’immagine interna delle persone in carne ed ossa che hanno interpretato il testo. Nessun professionista e neppure nessun principiante, alcuni degli attori avevano recitato solo qualche poesia alle scuole elementari; forse questo è visibile, ma il risultato è stato oggettivamente sorprendente.

    Per quanto riguarda i ruoli nel testo si parla di “Uomo” e “Donna” e di “Attore” e “Attrice”, quindi personaggi diversi nel testo e nella rappresentazione, ma forse quanto dici tu vale la pena di essere approfondito.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 8 Mar 2005, 09:34 AM

    In effetti sceneggiatura e film sono due momenti diversi anche se in relazione fra loro.

    Sono d’accordo anche che esistano immagini succeassive in un rapporto dialettico come ci fosse un’evoluzione, lo svolgimento di un qualcosa all’interno della storia stessa.Evoluzione e precisazione dell’immagine? Messa a fuoco dei conenuti di una ricostruzione?

    Inoltre l’essere attore ouò prescindere dal professionismo a mio avviso, così come l’essere pittore o regista.

    Interndiamoci anche un professionista può ottenere un buon risultato sempre che nella mia ottica, si metta in un certo atteggiamento mentele.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    ulrich            

    Inviato il: 8 Mar 2005, 09:37 PM

    sorprendenti le cose che dicono Phoenix e Alogon e piene di implicazioni. All’ inizio non avevo voluto vedere al di là delle figure degli attori, infastidito stupidamente dal loro non essere attori professionisti, dai loro “errori”, dalle loro incertezze. In realtà mi sono accorto di come sono cambiati loro all’ interno del film probabilmente solo dopo che ho accettato il cambiamento come possibile. E mi viene in mente che questo approccio al testo da parte degli interpreti si può ritrovare solo nei classici del teatro: Shakespeare, Pirandello. In altre parole mi ricordo di aver avuto l’ impressione che il testo fosse rigido, che gli attori non fossero “naturali” ……. ora invece ritengo che il loro contributo è essenziale per comprendere il testo. E mi viene in mente un altro rapporto: quello fra la teoria e la cura.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 9 Mar 2005, 10:18 AM

    Beh non scomoderei nomi così illustri. Ma se entriamo in quest’ottica di un possibille confronto che ovviamente non è un giudizio di valore, bisogna ricordare l’Alfieri che recitava con attori non professionisti proprio in quell teatro all’aperto di Geggiano che compare nel film.

    Nel “Drago Giallo” gli interpreti sono quello che sono con le loro incertezze, con le letture volutamente estemporanee che non vengono mascherate ma anche con il loro progredire, con l’entrare progressivo nella parte.Il film è nuovo nella misura in cui rappresenta un inizio , dapprima incerto poi sempre meno.

    Gli attori sono tali nella misura in cui si rapportano alla nascita e riescono a condividerla insieme agli altri.

    Le iimagini parlano del processo di formazione di un gruppo, in questo caso gruppo con uno scopo specifico di lavoro, sulla base di una identità inconscia:teoria e prassi.

    Quand’è che…. e come è possibile che si evidenzi l’elemento di coesione che fa di una molteplicità, potenzialmente caotica e frammentata una unità coerente?

    Interrogativi di una ricerca a mio avviso vertiginosa ed entusiasmante.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    altea            

    Inviato il: 9 Mar 2005, 06:08 PM

    QUOTE (ulrich @ 6 Mar 2005, 09:55 PM)

    . Mi riferisco alla circostanza che i personaggi “uomo” e “donna” sono interpretati, almeno mi pare, da attori diversi in momenti diversi del film. Questa cosa dalla lettura del testo non emerge.

     

    Credo anche io, come è stato fatto notare prima di me, che la distinzione a cui fai riferimento si noti anche dal testo oltre che dall’interpretazione degli attori e questo credo per vari motivi ..anche i nomi stessi, anche se generici, dei personaggi e cioè appunto Uomo e Donna e Attore e Attrice. Cio che accomuna il primo duo al secondo è la rappresentazione, mi pare, del rapporto uomo donna, ma non solo.

     

     

    Vorrei poi dire un altra cosa …sul rapporto…. cioè si parla anche di rapporto uomo donna e ogni ruolo non è, come mi è capitato di sentire da conoscenti che l’hanno visto, un monologo (“… la parte della Donna o la parte dell’Attore…”), il testo come la rappresentazione degli attori è tale per il rapporto che l’uno ha con l’identità e l’immagine dell’altro, non credo proprio si possa isolare ad esempio l’Attrice dall’Attore (o vice versa) in quanto ciò significherebbe penso ,e non vorrei sbagliarmi, ignorare il rapporto e l’immagine di uno dei due personaggi e ciò che egli rappresenta.

     

     

    ulrich            

    Inviato il: 9 Mar 2005, 07:12 PM

    ecco, io citando Shakespeare e Pirandello, volevo parlare della sensazione che mi hanno dato gli attori. La sensazione che stessero interpretando un testo classico …… e va bene anche l’ accostamento all’ Alfieri ……. volevo parlare del coraggio di dire parole non consuete, difficili. Parole di cui già il suono mette di fronte a una impossibilità di dirle come se ne dicono tante altre, per altri motivi ……

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 9 Mar 2005, 08:07 PM

    Il monologo c’era nel mio primo lavoro teatrale “Una notte d’amore” Nella seconda parte di instaurava il dialogo fra i tre personaggi che scoprivano di aver fatto lo stesso sogno o aver vissuto esperienze analoghe l’uno all’insaputa dell’altro.

    Penso che nel “Drago giallo”più difficle da cogliere è il rapporto fra la parte introduttiva ed il resto.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trinity            

    Inviato il: 10 Mar 2005, 10:19 AM

    QUOTE (Alogon @ 9 Mar 2005, 08:07 PM)

    (…)

    Penso che  nel “Drago giallo”più difficle da cogliere è il rapporto fra la parte introduttiva ed il resto.

     

    Si potrebbe approfondire questo aspetto? credo sia importante.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 10 Mar 2005, 12:20 PM

    Certo. L’argomento può essere approfondito ma partendo da impressioni sensazioni che l’introduzione con la musica “il lamento di <orfeo” di Gluck può aver suscitato…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    saba            

    Inviato il: 11 Mar 2005, 01:45 PM

    QUOTE (Alogon @ 6 Mar 2005, 01:02 PM)

    ….. che  quando si riesce ad entrare in una relazione non consapevole ma significativa con “altri” qualcosa di profondo cambia.

    Come se emergesse un’intelligenza ed una possibilità di fare più continua, con immagini più definite.

     

    questo cambiamento si avverte dall’inizio alla fine del film…e’ come se ogni situazione si modificasse,si assestasse, tutto diventasse piu’ morbido…

    ….riguardo a questa “relazione non consapevole” che il regista ha instaurato con con gli attori mi chiedevo se e’ sempre un movimento inconsapevole che ha portato alla scelta degli attori e sopratutto l’ averli abbinati in questo modo…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 11 Mar 2005, 03:20 PM

    all’inizio nessuno sapeva esattamente cosa sarebbe venuto fuori dai primi incontri preliminari. Non si sapeva chi e come avrenne recitato anche se c’è stata una scelta di un numero limitato di persone.

    Poi alcuni hanno imparato parti della sceneggiatura a memoria e da lì è nata la ricerca sull’interpretazione.

    Però in primcipio c’era stato il montaggio di sequenze su vecchi spezzoni di precedenti video integrati con nuove inquadrature.

    Il testo è nato dalla comprensione del significato di immagini che si erano presentate come ideogrammi….

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    neo [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 13 Mar 2005, 11:11 AM

    Finalmente oggi ho visto il drago giallo perché, credo, fino ad ora ero riuscito a cogliere ben poco di questo video anche se mi aveva già indotto pensieri e spinto alla ricerca di qualcosa di diverso. Credo che la grande capacità dell’autore-regista sia stata quella di creare un video “non violento”, che non forza, cioè, lo spettatore verso un’unica chiave di lettura, ma gli lascia la possibilità di “prendere” , anche negando, ciò che vuole a seconda del momento personale che sta attraversando ed è proprio per questo motivo, forse, che guardandolo più volte nel tempo, la stessa persona può cogliere particolari differenti. Ovviamente, pur non essendo cura, il filo conduttore rimane la cura della malattia mentale e la trasformazione umana che, credo, non può prescindere da un rapporto uomo-donna fondato su basi, evidentemente, differenti. Più che un punto di vista sulla cura, penso che questo video esprima un contenuto, una verità ed è proprio questo che gli conferisce carattere di universalità. A me sembra che in questo video ci siano tre parti, una introduttiva, una centrale ed una conclusiva che guarda già avanti e lascia intendere che la realizzazione appena compiuta non è un punto di arrivo, ma semplicemente la base per una successiva.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 14 Mar 2005, 11:43 AM

    la verità del film penso consita nel fatto che rappresenta un processo di trasformazione reale.

    Trasformazione che di per sè, in campo psichico, è un evento eccezionale.Mi verrebbe fatto di dire che è eccezionale, ancora, anche nell’ambito della nostra ricerca in cui dovrebbe essere “normale”

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 14 Mar 2005, 11:35 PM

    In effetti questa trasformazione che dovrebbe essere la naturale conseguenza del processo terapeutico è , almeno per me, una meta molto faticosa da raggiungere. A volte, certo, sembra così vicina ed a portata di mano che sembra già di averla addosso, altre sembra veramente di sentirsela dentro anche se in realtà no0n è nemmeno poi tanto vero. C’è, direi, un momento preciso in cui si realizza un cambiamento psichico, anche solo fatto di reazioni diverse a stimoli usuali che danno la misura di quanto in modo nuovo si vivano i rapporti, che credo sia il massimo della trasformazione. C’è poi tutta una stagione per capire, e a volte non si capisce proprio niente, si cerca di estrapolare la logivca razionale da un processo inconscio che è vago, nebuloso, per niente chiaro..come dire, per me, cavare sangue dalle pietre! Tutto questio per arrivare a dire che nel “drago giallo” si percepisce qulla intuizione dell’autore-regista che qulacosa stava cambiando ed era quello il tempo di dirlo. E tutti coloroi che hanno partecipato a questo lavoro si sono abbandonati al rapporto percependo, io credo, quella intuizione come prossima alla realizzazione. Nella parte conclusiva del film c’è il nuovo personaggio che parlando, chiede quale sia il segreto dell apropria nascita. E la risposta che lui vuole è quella che ognuno, credo, attraverso il processo terapetico, cerca.La certrezza di una nascita originale, che non somiglia a nessun’altra. Sul fatto che il nuovo personaggio abbia una scritta sulla maglietta è stato già ampiamente discusso a suo tempo, ma io lo voglio ricordare. The challenger, una immagine nuova che, certa della propria esistenza e direi consistenza, sfida il nuovo che avanza ed il vecchio che ritenta. E questa è una speranza che rimane, dopo il film, e fa da prologo ad una nuova stagione, ad una nuova trasformazione….

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 15 Mar 2005, 01:20 PM

    Interessantissimo quello che emerge dalla ricerca attuale dell’ analisi collettiva.

    Il blocco della trasformazione,l’attacco alla vitalità ed alla nascita dipende da un insieme di complicità e connivenze molto latenti e ben mascherate.Nidi di vipere.

    Vi ricordate quanto dicdeva due anni fa il Challenger sui lupi travestiti da agnelli che spingono gli adolescenti a suicidarsi per aver perso ogni speranza e possibilità di cura?

    Interessante…molto interessante, davvero.

    La resistenza è nel coraggio della denuncia anche quand si va contro l’opinione, mi verrebbe fatto di dire, la credenza, dei più.

    E’ sxu queste prese di posizione c he viene cimentata l’identità.

    Identità dell’essere e della certezza d’essere.

    Potrei avere anch’io una storia da raccontare.

    Diciamo che in parte l’ho già raccontata.

    E’ stato solo un prologo di una nuova stagione?

    Me lo auguro però mi rende conto dell’importanza del contenuto del Drago giallo

    che da sempre ha messo in moto una reattività irrazionale che è l’onda sulla quale cavalco io ed il gruppo, molto motivato, che lavora insieme a me.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 18 Mar 2005, 11:29 AM

    è difficile per me parlare del video.

    è un tesoro che ci portiamo dentro.

     

    è la dimostrazione che non è vero che per forza un gruppo deve sviluppare distruttività.

    naturalmente ci vuole una persona che ne regga le fila.

     

    e secondo me è anche importantissimo fissare un processo di trasformazione in maniera indelebile, renderlo visibile a tutti, perchè nessuno possa dire “non è successo” oppure “era già così”.

     

    ecco questo non è vero, non era già così, il cambiamento c’è stato, ed è fissato nel video. è un punto di partenza, non un punto di arrivo. il difficile per me è tenerlo, non farsene spaventare, ma è anche un’arma da usare contro chi minaccia, chi ferisce, chi fa terrorismo psicologico.

     

     

    neo [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 19 Mar 2005, 01:27 PM

    Alogon parla di trasformazione… forse ora intesa come pulizia interiore? Dal drago giallo alle trasparenze… evoluzione di un pensiero? Mi piacerebbe comprendere come tutto ciò sia successo…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 20 Mar 2005, 10:26 PM

    Non ho risposte certe ma solo tentativi di ricostruzione.

    E’ chiaro che l’elaborazione inconscia è tutt’altra cosa: sono convinto che prima o poi capirò anche i dettagli di tutto un processo che lentamente sta prendendo forma ed indicando , in un modo od in altro, una direzione.

    Non sono angosciato dal bisogno di capire ma lascio che le situazioni si sviluppino senza bloccarle con giudizi che potrebbero essere preamaturi.

    Dal Drago giallo, che per me ha rappresentato un punto di non ritorno alla trasparenza che io intendo non tanto verso l’interno ma verso l’esterno.

    Trasparire cioè “apparire attraverso” dove l’”attraverso” indica il medium che contiene e rende visibille il messaggio.

    L’opacità è della ragione che tende all’occultamento del lato perverso. Mister Hide.

    mentre la trasparenza, che non è affatto confessione o ricostruzione di fatti, è la capacità di essere se stessi che inevitabilmente porta al “chiarimento”.

    Disvelamento? no disvelamento con il suo riferimento ad Heiddeger non mi suona.

    La trasparenza invece è una chiarezza che evidentgemente non è prerogativa della coscienza in quanto ha radici che non sono solo quelle del linguaggio verbale.

    Qual’è ilo percorso che porta all’attuarsi di questo modo di essere del tutto peculiare?

    Forse l’inevitabile cimento con il lato oscuro della psiche in quella terribile dialettica della cura, rende necessaria la definizione della propria immagine che può iniziare, ad un determinato momento, a trasparire all’esterno rendendo visibile l’invisibile.

    Immagine che non è solo linguaggio verbale.

    Non so se ho risposto. Di sicuro non ho raccontato fatti. Al massimo potrei accennare a qualche evento particolare ma non so se potrebbe essere utile a qualcuno. Passando dal positivo al negativo, per cercare di comprendere, potrenmmo dire che la confessione di un delitto, di un assassinio tanto per fare un esempio eclatante , non ci aiuta con la precisione delle circostanze materiali a penetrarne il significato che potrebbe rimanere comunque incomprensibile.Diventro sempre più consapevole della circostanza che la l’esternazione o il rendere pubblico non elimina la responsabilità od il danno.

    Purtroppo a volte la confessione pubblica, l’outing, rende sublime il delinquente.

    Sul versante opposto molti processi creativi rimangono difficili da penetrare, sono opachi alla metodo della ragione.

    Direi però che un atto creativo nasce dalla comprensione di un altro atto creativo che non è il nostro.

    La creatività evoca la creatività in un modo che nella sostanza non è nè spiegabile nè prevedibile a priori.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 21 Mar 2005, 11:56 AM

    è bellissimo pensare che la creatività evoca la creatività.

    è un messaggio nuovo, che la di fuori di qui non si sente mai. usualmente la creatività evoca invidia e violenza, e per parte mia penso che sia questo anche ciò che rende la cura davvero un terribile cimento.

     

    mi chiedo perchè mi rifiuto di lasciarmi andare senza paure al processo di cambiamento? perchè temiamo la trasparenza che ci viene proposta? perchè ci teniamo stretta la nostra (mia) opacità razionale, la nostra malattia? è uno scudo, un riparo da emozioni che ci turberebbero?

     

    certe volte davvero non riesco a capire: perchè uno va a curarsi e poi teme e rifiuta la cura? mi sembra una cosa tanto stupida da fare, eppure la faccio.

     

    comunque penso che queste piccole ma fondamentali certezze, cioè che la creatività stimola la creatività, che la trasformazione va cercata e fatta, siano come un’ancora di salvezza.

     

    mi piacerebbe sapermi abbandonare al cambiamento, davvero saper divenire trasparente nel senso detto sopra, e riuscire a guadagnare la certezza che ancora mi manca.

    poi penso che un piccolo passo lo abbiamo fatto, lasciandoci andare davanti alla macchina da presa, e questo per me è già tanto.

     

    tra tanti dubbi, una certezza cui aggrapparsi.

     

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 22 Mar 2005, 09:04 PM

    la creatività evoca la creatività…però forse ci vuole qualcosa di più che uno straccio di nascita….

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 24 Mar 2005, 09:35 PM

    …uno straccio di nascita…

    …qualcosa di più….

    veramente non so cosa sia.

    Ci sono momenti in cui le parole non bastano. Per questo ho creato immagini?

    Ho fatto un a lunga ricerca sul linguaggio figurativo. In vewrità anche sulla musica.

    Poi d’improvviso qualcosa è mutato.

    Sì mutato.

    Come una crisalide in una farfalla.

    Molti mi chiedono che cosa sia accaduto.

    Non so rispondere.

    Vado da tempo, (decenni?) in un luogo dove si riuniscono settimanalmente molte persone.

    Partecipo come posso.

    Spesso non capisco, critico, mi chiedo: ma che ci faccio?

    Non ho niente a che spartire con questa gente. Mi dico.

    Poi torno a casa.

    La matttina dopo non è la stessa.

    Perchè sono cambiato?

    E’ per quei discorsi che ho ascoltato con atteggiamento dubbioso?

    Però non mi va di negare che qualcosa si trasforma.

    Nonostante quel pensiero normale e cosciente che spesso esibisco come uno schermo.

    Mi piace l’imperfezione della ricerca , la sua umanità, la sofferenza fisica che spesso traspare ma non intacca la purezza dell’interpretazione.

    Ecco io mi sento legato ad una storia.

    Non mi va di liquidarla con una battuta.

    E non permetterò, nei miei limiti che nessuno lo faccia.

    Poi posso avere mille dubbi, mille incertezze..

    In fondo non ho ideologie da difendere: mi interrogo ma non giudico.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 25 Mar 2005, 09:33 PM

    Posso aggiungere che non è mai esistito un gruppo così grande di persone che abbia scandagliato talmente a fondo e per tanto tempo sulla propria salute e malattia. Gruppo che abbia fatto una ricerca a partire da una comprensione della nascita degli eventi mentali nella storia personale e collettiva.

    Così i parametri abituali della valutazione e del giudizio non sono applicabili a quest’insieme di individui in perenne trasmutazione.Trasmutazione delle idee, dei valori dei comportamenti a partire comunqiue da alcune basilari certezze.

    Spesso ci troviamo di fronte a situazioni sconcertanti per la mentalità comune.

    E’ incredibile però come quello che sembra il punto di arrivo di un processo distruttivo di colpo si ribalta ed una forza vitale, a prima vista misteriosa, cambia di segno al corso degli eventi per cui ciò che appariva assoluto si relativizza ed il pensiero prende un corso diverso portandoci lontano dagli abituali punti di approdo.

    Di questo vorrei parlare e trasmettere più che certezze già costituite uno stato d’animo fatto da scenari interni che si susseguono in appparente contraddizione mentre però l’esperienza, il vissuto più profondo è di intima coesione.

    Come si fosse superato quel punto in cui si ha paura di perdere la propria mente nel seguire linee che si intrecciano senza una logica apparente, figure che si sovrappongono o che si allontanano senza un evidente motivo.

    Ma è come se ad un certo momento scoprissimo il talento di costruire paradossi,

    antinomie che non ci fanno impazzire ma rendono la vita un’immensa ed imprevedibile concatenazione di attimi in cui ciò che appariva impossibile prende forma, si risolve e ci stupisce con l’emozione fortissima di esistere.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 4 Apr 2005, 12:03 PM

    Leggendo l’ultimo intervento di Alogon mi è venuta in mente la parola LIBERTA’.

    Forse il senso di una ricerca che ad ogni momento cambia forma e contenuto può essere fermato solo per un istante in una riflessione che non ci rende prigionieri del suo significato, che non istituisce dogmi o ortodossie: mentre pensiamo siamo già andati oltre la definizione del concetto che volevamo esprimere.

    Non un gioco di scatole cinesi ma un sentiero che nasce sotto le nostre impronte, passo dopo passo disegnando percorsi che solo ieri sembravano impossibili e che oggi percorriamo con leggerezza.

    Conoscere la propria storia e le proprie radici è importante ma non basta a dare all’uomo il senso pieno della sua identità: se il passato segna i confini del presente e del futuro esso diventa solo una sterile celebrazione, la consolazione degli impotenti.

    Tante volte mi chiedo perché, dopo anni, ho sempre voglia di seguire il filo di questo discorso: la certezza di una cura che mi costringe al movimento anche quando sento scorrere nel corpo un brivido di paura per le crisi che verranno, una sensazione di verità che dopo ogni incontro si rinnova.

    Così nel tempo ho scoperto con meraviglia che quel pensiero, all’inizio sospetto di aggressività, non ferisce ma guarisce. L’ho capito perché ciò che mi accompagna oggi è la sensazione di una libertà più grande: dalla malattia innanzitutto.

    Ma anche dal conformismo eretico, dai rischi del dogmatismo, dai giudizi senza appello.

    Una libertà più grande che è anche piacere di un pensiero personale che nasce dal vedere e dal sentire, da una dialettica che ti permette di non essere d’accordo ma di aspettare con “affetto” una risposta alle tue obiezioni. Una storia di tanti ma per ognuno diversa: la sua autenticità sta nel fatto che nessuno è condannato ad essere uguale ad un altro, ad imitarne la bellezza.

    Sentirsi liberi di essere, da soli o insieme agli altri: forse è il primo passo verso quello che chiamiamo creatività.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 5 Apr 2005, 12:21 AM

    Un’ altro giorno è cominciato ed io non sono più lo stesso.

    Farei fatica a raccontare tutto quello che è accaduto ieri. Forse per comprendere solo un’ora ci vorrebbe una vita.

    Ecco noi viviamo ma la comprensione è piccola cosa rispetto al quel movimento che ci orienta anche senza sapere, che ci fa trovare nel punto giusto al momento giusto.

    E’ proprio l’ esistenza di un orientamento che non è della coscienza il motivo per cui non condivido la paura della crisi.

    Io spero di averne molte e più profonde di crisi.

    Ciò che mi stupisce è la capacità che non so da dove venga di stabilire dei rapporti soddisfacenti, capaci di evolversi di trasformarsi pur presntandosi come problematici, improbabili,e da un certo punto di vista anche potenzialmente pericolosi.

    Invece alla resa dei conti, tali tapporti cambiano in meglio, raggiungono obiettivi insperati.

    Io rivendico questa natura irrazionaole dell’agire, della realizzazione anche se non mi arrendo all’ineffabile, alll’incomprensibile.

    Non condivido il misticismo in nessuna sua espressione nè diretta nè indirretta.

    e se una libertà esiste essa è libera anche da se stessa, dall’obbligo di definrsi in una maniera univoca.

    Ecco noi dovremmo usare il linguaggio per alludere a ciò che non facile esprimere solo con le parole.

    Per questo ho constantemente cercato forme espressive diverse, più complesse di quelle rappresentate dalla linguaggio vernbale co sì come esso è stato concepito finoa ad oggi.

    Ringrazio comunque chi è intervenuto per la profondità di ciò che ha detto

    E’ questa qualità della risposta che a mio avviso da un significato del tutto particolare a questo forum.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 8 Apr 2005, 09:45 AM

    questa parola “libertà” si è di nuovo affacciata nei miei pensieri da ieri, sotto una nuova luce, per me.

    perchè di nuovo, ma io forse lo avevo dimenticato od annullato, è stato detto che l’inconscio non porta cicatrici.

    che di una ferita rimane il ricordo cosciente, ma che esso è della ragione, non dell’inconscio.

     

    quindi forse da qui deriva questa libertà, che la trasformazione non porta la cicatrice del passato, e che esso non ci vincola e non scrive il nostro destino.

    e forse me ne rendo conto maggiormente ora, in cui faccio di tutto per ricercarlo, quel passato. evidentemente questo paradosso non può essere casuale.

     

    e mi viene in mente che forse questa trasformazione avviene in maniera a volte impercettibile razionalemente, me che essa ad un certo momento emerge prepotentemente e tutta insieme.

    nel senso che magari una persona, nei fatti e nella vita ci sembra più o meno sempre uguale, ma dopo un certo lasso di tempo ci accorgiamo che non si sa quando è completamente cambiata.

     

    insomma certe volte bastano davvero poche parole, e sono davvero felice di averle udite.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 9 Apr 2005, 02:02 PM

    certo la trasformazione è impercettibile però presuppone la trasparenza, un assetto mentale particolare che non consente anaffetività e violenza verso la donna…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 11 Apr 2005, 08:17 AM

    … ma forse neanche verso l’uomo, più in generale mi verrebbe da pensare verso nessuno…

     

     

    guest [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 13 Apr 2005, 05:42 PM

    …forse mi sono perso qualcosa…come fa la cura a rivolgersi all’inconscio se l’inconscio non porta cicatrici?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 14 Apr 2005, 04:54 PM

    Ti sei perso che la malattia mentale una volta guarita non lascia cicatrici

    copyright domenico fargnoli

     

     

    guest [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 28 Apr 2005, 02:55 PM

    si parlava, tempo fa, della difficoltà di cogliere il rapporto tra la parte introduttiva del Drago Giallo e il resto. Si disse che l’argomento avrebbe potuto essere approfondito partendo dalle impressioni suscitate dalla musica introduttiva del “lamento di Orfeo” di Gluck.

    Io non conosco la storia di Orfeo, se ce n’è una, ma riguardando La danza del drago giallo, e riascoltando quella musica avevo la sensazione che si trattasse di un inseguimento vano, sofferto, lamentoso, in contrapposizione a quello che, invece, sembra essere il tema del video, ovvero una realizzazione, il raggiungimento di un’immagine, la sua verbalizzazione, ancora prima un pensiero vitale che rende possibile questa realizzazione. La musica, ivece, sembra nascere da un pensiero stanco, languido.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 28 Apr 2005, 10:41 PM

    Per come la vedo io la musica di Gluck è la rappresentazione di uno stato doloroso, reso però con toni vibranti, sostenuti, con un tema che è sviluppato con coerenza sul piano formale .

    La musica si lega quindi alle immagini iniziali che raccontano con passagi rapidi, la storia di una malattia.

    A mio parere l’aggettivo “languido” non è appropriato in questo caso se ci riferiamo al pensiero:

    Credo si possa disitnguere fra pemsiero e stati affettivi:il pensiero della depressione e della malinconia non necessariamente è depresso e melanconico.

    Se l’intervento voleva essere un tentativo di critica, peraltro più che legittima, esso manca di mordente ed è piuttosto confuso. “Languido”?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 5 May 2005, 10:39 AM

    provo ad esprimermi:

     

    il fatto che la musica all’inizio abbia un tono sofferto, forse rappresenta anche il dolore o la difficoltà che proviamo quando veniamo frustrati nella ricerca di un rapporto bello, pulito e non violento.

     

    questa ricerca è difficilissima, ed a volte per cause complesse non va a buon fine, ma non sempre è così.

    ci sono infatti rapporti, anche tra sconosciuti, che non lasciano ferite, non fanno male, ed anzi danno grande energia.

    capita a volte che la vita imiti l’arte, per davvero: capita di fare davvero incontri come nel drago giallo, belli e puliti.

     

    vorrei anche aggiungere che questi incontri lasciano un senso di gratitudine, per lo meno in me, nei confronti di chi ti riconosce e non ti ferisce, anzi.

     

    so di non essere per niente chiaro…

     

     

    ulrich            

    Inviato il: 11 May 2005, 05:42 PM

    forse non sei chiaro elleffe, però mi sono riconosciuto perfettamente nella cosa che hai scritto:

    la ricerca di rapporti che non feriscono, che danno energia …..

     

    sono i rapporti in cui non riusciamo a ferire perchè non siamo bisognosi delll’energia dell’ altro ?

    e non è anche questo che fa di un rapporto fra persone, che magari si conoscono da tempo, un rapporto fra perfetti sconosciuti ?

     

     

    Guest            

    Inviato il: 12 May 2005, 08:19 AM

    Anche io pensavo alla bellezza in questi giorni. Pensavo al fatto che forse alcuni uomini si sono ammalati perchè gli altri non sono riusciti a rapportarsi alla loro bellezza senza aggredirli.

    Questo, mi è venuto in mente mentre in treno, di fronte a me , si è seduto un ragazzo, bellissimo, che parlava con un amico della sua vita in una comunità di recupero per tossicodipendenti.

    Mi è sembrato assurdo che un ragazzo così bello potesse essersi ammalato. Così, ho pensato che forse gli uomini belli si ammalano perchè la donne non sanno rapportarsi alla loro bellezza. E mi è sembrato bellissimo “La danza del drago giallo” dove uomini e donne si cercano, si guardano, si confrontano, senza ferirsi.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 12 May 2005, 11:04 AM

    QUOTE (Guest @ 12 May 2005, 08:19 AM)

    Anche io pensavo alla bellezza in questi giorni. Pensavo al fatto che forse alcuni uomini si sono ammalati perchè gli altri non sono riusciti a rapportarsi alla loro bellezza senza aggredirli.

    Questo, mi è venuto in mente mentre in treno, di fronte a me , si è seduto un ragazzo, bellissimo, che parlava con un amico della sua vita in una comunità di recupero per tossicodipendenti.

    Mi è sembrato assurdo che un ragazzo così bello potesse essersi ammalato. Così, ho pensato che forse gli uomini belli si ammalano perchè la donne non sanno rapportarsi alla loro bellezza. E mi è sembrato bellissimo “La danza del drago giallo” dove uomini e donne si cercano, si guardano, si confrontano, senza ferirsi.

     

    Sì, credo tu abbia centrato in pieno.

    Varrebbe comunque forse la pena precisare di quale “bellezza” si sta parlando…

     

     

    Guest            

    Inviato il: 12 May 2005, 11:13 AM

    Ritengo che oramai molti sappiano che ciò che ferisce è l’anaffettività.

    Anaffettività che c’è dietro ogni impotenza.

    Non mi dilungo su di un tema ampiamente trattato da altri prima e meglio di me.

    Però voglio sottolineare che la riuscita nei rapporti personali è un punto fondamentale dal quale non può prescindere in particolar modo chi si cimenta nell’arduo compito della psicoterapia.

    Mi si obietterà che anche la considerazione precedente è ovvia.

    Se io però la ripropongo nella situazione attuale della ricerca vuol dire che a me poi non sembra così ovvia e scontata.

    E ciò va inteso nel senso che la realizzazione che si richiede allo psichiatra, in questo momento storico è molto alta.

    Ciò che sembrava accettabile solo poco tempo fa oggi non lo è più proprio per l’evoluzione di una mentalità, di un modo di pensare. Mentalità collettiva?

    Bisogna tener presente inoltre che una volta stabilito un criterio e definito un gradiente di umanità questo vale per tutti.

    Non è accettabile la formula “Quod licet Iovi non licet bovi”.

    Come dire che non esiste un gruppo di furbi ai quali è consentito di essere stupidi od incapaci e di cercare di distruggere l’identità edi il lavoro degli altr.iIl pensiero geniale ha lanciato una sfida che a mio avviso è valsa la pena di raccogliere per il suo valore intrinseco di contenuti, per l’iinovazione dei temi, per la definizione inedita dell’mmagine e dell’identità.

    La sfida va raccolta però anche sul terreno dell””umanità” senza la quale anche l’intelligenza più elevata diventa vana.

    E’ su questo tema che va approfondita la dialettica ed il confronto.

    Perchè “il genio” ci è sempre stato storicamente servito con un contorno di stupidità?

    La stupidità è solo defit di comprensione od anche carenza di quella dimensione , apparentemente più elementare,dell’”umano” senza la quale non è possibile nessuna trasformazione?

     

     

    nyx [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 12 May 2005, 11:44 AM

    io non so bene come inserirmi in questa discussione dalla quale peraltro mi sento profondamente coinvolta.

    Mi viene da pensare che nei rapporti e forse in particolare in quelli fra sconosciuti vale tantissimo quell’umanità comune di cui parla guest.

    Si parla di riconoscersi l’uno la bellezza dell’altro ma questo penso possa avvenire solo nel rapporto in cui entrambi i soggetti sono agenti o può essere un atto unilaterale? E’ vero che ci si ammala quando l’altro non ci vede e non ci sente ma può anche non accadere può succedere che uno non ci creda alla fredda intelligenza dell’altro che concettualizza e parla sapientemente mentre neanche vede più chi gli sta di fronte. A me sembra che sia tutto molto complicato ed estremamente indefinibile al momento perciò mi fermo.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 12 May 2005, 02:49 PM

    Riconoscersi nell’altro, nella bellezza di una donna.

    Però è probabile che noi scorgiamo una caratteristica che prima ci era ignota e quindi non la riconosciamo ma la vediamo per la prima volta.

    E ciò che ci attrae è la bellezza che ci sembra appartenga ad un altro e che noi vogliamo fare nostra.

    Sguardo quindi non speculare ma rivolto ad una alterità la cui caratteristica è una lontananza che si desidera colmare.

    Come una sorgente cui ci avviciniamo lentamente ed a cui attingiamo perchè un qualcosa di fondamentale passi anche dentro di noi.

    Ed è indefinibile appunto quella complementarità che avvicina due poli apparentemente così distanti.

    Relazione d’amore in cui si vibra ll’unisono ,mente e corpo, per quella indefinibile risonanza e sintonia di due persone che avrebbero potuto vagare per sempre l’uno senza l’altra e che invece è come si conoscessero nello spazio senza tempo del rapporto pur non essendosi mai prima incontrati.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 12 May 2005, 04:34 PM

    [QUOTE]Bisogna tener presente inoltre che una volta stabilito un criterio e definito un gradiente di umanità questo vale per tutti.

     

    …proprio in questi giorni sto pensando a questo ..e cerco di aspettare, di lasciare il tempo ad ogni cosa di definirsi meglio…..di riscattarsi in un certo qual modo…..ho avuto l’impressione che non fosse cosi,che non ci sia un gradiente di umanita’ che vale per tutti….

    ……forse lo si inizia a “vedere” quando la sensibilita’ si affina..quando si acquisisce una capacita’ critica che esige risposte,chiarezze ….pena il rischio di impazzire…..sentirsi soli con un pensiero che va dominato per non restarne schiacciati e confusi..,per non distruggere..non lo so..a volte e’ dura tenere tutti i fili,stare calmi..attendere…….non fare giudizi……

    …..

     

     

    Guest            

    Inviato il: 12 May 2005, 04:59 PM

    prendo atto di quanto è stato detto nell’intervento precedente anche se non mi è chiato fino in fondo il senos del discorso.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 13 May 2005, 11:22 AM

    Riconoscersi nell’altro…mi chiedevo se e quanto sia in seguito possibile mantenere vivo un rapporto quando le due persone appartengono a mondi psichici differenti.

    Può sembrare facile essere attratti dalla bellezza e riconoscersi nell’altra persona, ma la grande difficoltà sta poi nell’evoluzione del rapporto, nel consolidarlo,nel gestirlo in modo “sano”. Chi ha una realtà psichica meno forte spesso fugge dal rapporto perchè inconsciamente percepisce nell’altro la vitalità e alla lunga non riesce a sostenerla…

     

     

    nyx [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 13 May 2005, 12:15 PM

    io non lo so se è facile essere attratti da una realtà diversa dalla nostra in cui vediamo una bellezza nuova so che per far questo occorre un lavoro personale enorme in cui il modo di pensare deve cambiare radicalmente forse proprio nel senso di cui parla alogon cioè di realizzare un pensiero umano non scisso dalla realtà del corpo, dalla sensibilità del corpo. Penso poi che la resistenza stia proprio in questo nel non perdersi questo modo di vivere non cadere in un pensiero masturbatorio che gira su stesso in maniera cervellotica e razionale. è certo che inserire tutto questo in una dialettica di rapporto renderebbe le cose più facili ma è altrettanto certo che bisogna resistere anche e soprattutto all’assenza dell’altro che sono convinta non è mai così totale e sorda.

    Aggiungerei che è un dovere dell’essere umano non perdersi l’affettività e il senso del rapporto in particolare per quello che diceva Alogon per il lavoro che stiamo facendo per le risposte che da questo continuamente riceviamo. “non regalerò il frutto del mio orgasmo ad un prete…”mi sembra di averlo letto appunto nella Danza del drago giallo.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 13 May 2005, 02:14 PM

    certo, lavoro enorme ma anche possibilità di far presa su di una realtà umana esterna a noi in modo continuo oltre ogni conflitto.

    Ecco il conflitto scompare ed allora è possibile la realizzazione di sè e dell’altro.

    Si può raggiungere un qualcosa di mai prima pensato.

    Un pensiero ceh ci fa vivere e sentire diversamente.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 14 May 2005, 12:55 PM

    QUOTE (nyx [omonimia di utente reg.] @ 13 May 2005, 12:15 PM)

    io non lo so se è facile essere attratti da una realtà diversa dalla nostra in cui vediamo una bellezza nuova so che per far questo occorre un lavoro personale enorme in cui il modo di pensare deve cambiare radicalmente forse proprio nel senso di cui parla alogon cioè di realizzare un pensiero umano non scisso dalla realtà del corpo, dalla sensibilità del corpo. Penso poi che la resistenza stia proprio in questo nel non perdersi questo modo di vivere non cadere in un pensiero masturbatorio che gira su stesso in maniera cervellotica e razionale. è certo che inserire tutto questo in una dialettica di rapporto renderebbe le cose più facili ma è altrettanto certo che bisogna resistere anche e soprattutto all’assenza dell’altro che sono convinta non è mai così totale e sorda.

    Aggiungerei che è un dovere dell’essere umano non perdersi l’affettività e il senso del rapporto in particolare per quello che diceva Alogon per il lavoro che stiamo facendo per le risposte che da questo continuamente riceviamo. “non regalerò il frutto del mio orgasmo ad un prete…”mi sembra di averlo letto appunto nella Danza del drago giallo.

     

    Penso anch’io che sia difficile.

    Vorrei però provare a proporre il problema all’”inverso”, cioè come si realizza e ci si accorge della propria assenza?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 14 May 2005, 01:37 PM

    con il riferimento ad una teoria ed una prassi ben note…non credo che l’assenza possa essere risolta senza far riferimento esplicito alla cura…

    copyright domenico fargnoli

     

     

     

    Guest            

    Inviato il: 14 May 2005, 01:57 PM

    QUOTE (Alogon @ 14 May 2005, 01:37 PM)

    con il riferimento ad una teoria ed una prassi ben note…non credo che l’assenza possa essere risolta senza far riferimento esplicito alla cura…

     

    … quindi per anche solo intravedere l’altrui assenza è necessario prima curasi e guarire?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 14 May 2005, 06:10 PM

    Potrebbe essere, pur con i dovuti “distinguo” ed eccezioni.

    Non è forse vero che l’assenza è in primo luogo asssenza dello psichiatra, che a sua volta a monte ha l’assenza di una cultura, il famoso e mai abbastanza vituperato”Logos” occidentale?

    Ovviamente attenzione alle formule, alle semplificazioni, alla “vulgata” in cui si riassume la stupidità farisaica di un gruppo di cretini…quindi io non voglio essere incastrato in queste banalità pur facendo miei contenuti ben precisi.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Eloise            

    Inviato il: 15 May 2005, 02:04 PM

    QUOTE (Alogon @ 14 May 2005, 06:10 PM)

    Potrebbe essere, pur con i dovuti “distinguo” ed eccezioni.

    Non è forse vero che l’assenza è in primo luogo asssenza dello psichiatra, che a sua volta a monte ha l’assenza di una cultura, il famoso  e mai abbastanza vituperato”Logos” occidentale?

    Ovviamente attenzione alle formule, alle semplificazioni, alla “vulgata” in cui si riassume la stupidità farisaica di un gruppo di cretini…quindi io non voglio essere incastrato in queste banalità pur facendo miei contenuti ben precisi.

     

    Sinceramente non capisco i riferimenti della tua risposta e mi dispiace che una mia semplice domanda sia stata oggetto di frantendimento.

    Stavo parlando di situazioni personali, nel senso che mi sono resa conto che, in un vissuto personale, ho imputato all’altro il “male” di tutto, quando invece, probabilmente, ero io la prima a non essere in grado di “sentire”.

    Stavo solo chiedendo.

    Ad ogni modo perché usare toni offensivi anche se indiretti? e soprattutto da parte del moderatore?

     

    Saluti.

     

     

    Alogon

    Inviato il: 15 May 2005, 04:52 PM

    ci siamo chiariti ed il moderatore modererà i toni….però potrebbe darsi che abbia qualche motivo serio per parlare così…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 15 May 2005, 06:16 PM

    I rapporti cambiano, improvvisamente.

    Ti ritrovi a scoprire la bellezza di chi ti sta accanto e a non volerlo opprimere con la stupidità. Bellezza fatta di contenuto e movimento.

    La diversità di chi ti sta intorno non diventa giudizio su se stessi.

    Ripensavo a quella frase, apparentemente incomprensibile:” Bisogna accettare la realizzazione dello psichiatra”..

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 15 May 2005, 07:12 PM

    Penso che le realizzazioni di tutti vadano accettate. Soprattutto quelle legate all’identità. Invece accade che qualcuno sia stato tentato di sacrtificare l’identità per essere accettato da un gruppo per poi scoprire che era stato un errore grave…

    per questo bisogna guardarsi da chi formula facili giudizi o da chi dispensa interpretaqzioni, che peraltro non è capace di fare a chi non le ha richieste.

    Non mi si dicva che questo non avviene perchè potrei citare casi ben circostanziati anche se incredibili per la stupidità che li caratterizza.

    A questo mi riferivo nel mio intervento precedente.

    Termini come cura, guarigione, interpretazione vaznno usati nei contesti giusti.

    Noi, lo ricordo, in questo contesto ci occupiamo del rapporto fra psichiatria ed arte

    e el vicende personali ci interessano nella misura in cui siano riconducibili ad un tema generale.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 17 May 2005, 08:29 PM

    E’ andato perso un intervento molto interessante che mi premeva di pubblicare. Se chi lo ha fatto fosse così gentile da ripeterlo….incovenienti tecnici. Conteneva due citazioni e sviluppava il tema della coerenza, dalla quale nessuno è esentato.

    La coerenza dello psichiatra.

    Qui si apre un capitolo molto difficile da svolgere.

    Solo un accenno.

    E’ coerente e credibile uno psichiatra che ti fa credere che uno schizofrenico possa guarire in pochi mesi?

    Purtroppo no.

    Mi fermo.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Loom            

    Inviato il: 18 May 2005, 09:16 AM

    QUOTE (Alogon @ 17 May 2005, 08:29 PM)

    E’ andato perso un intervento molto interessante che mi premeva di pubblicare. Se chi lo ha fatto fosse così gentile da ripeterlo….incovenienti tecnici. Conteneva due citazioni e sviluppava il tema della coerenza, dalla quale nessuno è esentato.

    La coerenza dello psichiatra.

    Qui si apre un capitolo molto difficile da svolgere.

    Solo un accenno.

    E’ coerente e credibile uno psichiatra che ti fa credere che uno schizofrenico possa guarire in pochi mesi?

    Purtroppo no.

    Mi fermo.

     

    l’intervento mi sembra non sia andato perso,pare che sia stato pubblicato dove e’ stato inserito( discussione sull’ l’identita’ sociale e umana).

     

    Il punto e’ proprio questo infatti: la coerenza non dovrebbe ammettere esclusioni,e nessuno dovrebbe sentirsene al di sopra

     

     

    Nyx [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 18 May 2005, 01:31 PM

    l’argomento è senz’altro molto difficile da svolgere perciò

    provo a fare una domanda: è possibile che la proposizione della riuscita di una persona sia cura per essa stessa e per gli altri benchè il proccesso terapeutico non sia giunto a termine?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 18 May 2005, 01:54 PM

    Il miglioramento è una riuscita anche se parziale. La cura è fatta anche di miglioramenti.

    Il problema è un altro se ci sono delle guarigioni perchè proporre solo dei miglioramenti?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 18 May 2005, 03:54 PM

    È stata detta una cosa importante e cioè che nel film “la danza del drago giallo” si è riuscito a rappresentare un rapporto uomo-donna valido.

    Forse è una mia mancanza o forse sono stata distratta ma mi sembra che solo adesso sia stata verbalizzata una cosa così o almeno in questi termini.

    Potrebbe essere giunto il momento di approfondire questo aspetto.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 18 May 2005, 05:07 PM

    A mio avviso il drago giallo è la rappresentazione di una guarigione: l’immagine femminile sfugge ad un destino di morte e si trasforma.

    Compare anche l’immagine dell’adolescente che si è sottratto ad una storia di estrema violenza.

    Come è stato possibile tutto questo?

    Che ruolo ha avuto l’arte in questo percorso che molti si ostinano a non voler vedere e considerare?

    Nel drago giallo c’è una apertura verso la speranza, la certezza di una possibilità della cura.

    Ciò credo spieghi il suo successo ed il fatto che la giunta comunale di Siena ha accettato di patrocinare un video, come iniziativa di particolare interesse culturale e scientifico, sul rapporto fra arte e psichiatria.

    Non è cosa che avviene tutti i giorni soprattutto in una città che è stata definita schizofrenica.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 18 May 2005, 05:11 PM

    La coerenza dello psichiatra e comunque in generale la coerenza è sinonimo di cura e quindi di rapporto sano tra inconscio e razionale? E la cura è finalizzata a sintonizzare queste due sfere?

    Il rapporto uomo-donna come si collega a tutto ciò?

     

     

    alogon [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 18 May 2005, 05:34 PM

    il rappoero uomo-donna è irrazionale. Quanfo riesce è rapporto con l’irrazionale sano

     

     

    Guest            

    Inviato il: 18 May 2005, 06:44 PM

    QUOTE (Alogon @ 18 May 2005, 01:54 PM)

    Il miglioramento è una riuscita anche se parziale. La cura è fatta anche di miglioramenti.

    Il problema è un altro se ci sono delle guarigioni perchè proporre solo dei miglioramenti?

     

    …in effetti anche io me lo stavo chiedendo da diverso tempo e mi domandavo anche non solo perche’ proporre solo dei milgioramenti al posto delle guarigioni ma anche perche’ far passare dei miglioramenti come guarigioni…

     

     

    Guest            

    Inviato il: 18 May 2005, 07:20 PM

    il medico cura ed il paziente guarisce. Sempre.

    E la guarigione, e non solo la malattia a volte sfugge al medico stesso.

    Questa è un’ipotesi per la quale la guarigione come processo creativo crea un ulteriore contraddizione perchè a volte si trasformano persone che tu non avresti mai pensato avrebbero potuto farlo.

     

     

     

    Admin            

    Inviato il: 19 May 2005, 08:24 AM

    QUOTE (Loom @ 18 May 2005, 09:16 AM)

    QUOTE (Alogon @ 17 May 2005, 08:29 PM)

    E’ andato perso un intervento molto interessante che mi premeva di pubblicare. Se chi lo ha fatto fosse così gentile da ripeterlo….incovenienti tecnici. Conteneva due citazioni e sviluppava il tema della coerenza, dalla quale nessuno è esentato.

    La coerenza dello psichiatra.

    Qui si apre un capitolo molto difficile da svolgere.

    Solo un accenno.

    E’ coerente e credibile uno psichiatra che ti fa credere che uno schizofrenico possa guarire in pochi mesi?

    Purtroppo no.

    Mi fermo.

     

    l’intervento mi sembra non sia andato perso,pare che sia stato pubblicato dove e’ stato inserito( discussione sull’ l’identita’ sociale e umana).

     

    Il punto e’ proprio questo infatti: la coerenza non dovrebbe ammettere esclusioni,e nessuno dovrebbe sentirsene al di sopra

     

    Scusate se intervengo solo adesso, ma da l’altro ieri pomeriggio non ero online e leggo solo adesso.

    Correggetemi se sbaglio, se non ho capito male Loom ha inserito il suo intervento nella discussione Identità sociale e umana – coerenza o conflittualità?, se è così allora no problem.

    Ad ogni modo, per scrupolo, ho eseguito controlli approfonditi sul sistema e posso confermare che non c’è stato alcun downtime, l’ultimo risale a giovedì 12 maggio 2005.

    Ciao a tutti.

    The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

     

     

    Guest            

    Inviato il: 19 May 2005, 11:33 AM

    QUOTE (Guest @ 18 May 2005, 07:20 PM)

    il medico cura ed il paziente guarisce. Sempre.

     

    Quindi, se non ho capito male, i pazienti guariscono sempre?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 19 May 2005, 11:41 AM

    Il medico cura e la guarigione, quando avvine è sempre una realizzazione del paziente.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    neo [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 20 May 2005, 11:49 AM

    A volte mi chiedo se l’immagine debba lasciar trasparire il contenuto o rispecchiarlo. Credo che nei rapporti ed in un modo particolare nel rapporto con la donna, il contenuto affettivo… umano, sia fondamentale, ma, a volte, questo contenuto che si sente presente non traspare, come se una membrana opaca non lo lasciasse uscire. Mi scuso se di tanto in tanto faccio riferimento alle trasparenze di cui abbiamo parlato in un altro forum, ma per me hanno rappresentato un passaggio importantissimo, senza di esse, forse, non avrei “visto” il Drago giallo.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 20 May 2005, 09:05 PM

    QUOTE (Guest @ 18 May 2005, 06:44 PM)

    QUOTE (Alogon @ 18 May 2005, 01:54 PM)

    Il miglioramento è una riuscita anche se parziale. La cura è fatta anche di miglioramenti.

    Il problema è un altro se ci sono delle guarigioni perchè proporre solo dei miglioramenti?

     

    …in effetti anche io me lo stavo chiedendo da diverso tempo e mi domandavo anche non solo perche’ proporre solo dei milgioramenti al posto delle guarigioni ma anche perche’ far passare dei miglioramenti come guarigioni…

     

    Dopo aver letto questi interventi che mi trovano daccordo vorrei aggiungere a quanto gia’ detto prima di me che non di rado mi e’ capitato di constatare che chi si e’ mosso e si muove nel modo che e’ stato esposto e giustamente contestato poi a sua volta e paradossalmente critica tale modo di agire rendendo la situazione ancor piu’ incoerente.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 20 May 2005, 10:25 PM

    In tutta sincerità mi pongo delle domande ma non sono arrivato a delle conclusioni.

    O meglio non ci voglio arrivare perchè temo i giudizi affrettati. So per esperienza che situazioni che appaiono molto contraddittorie possono chairirsi e rivelare un senso che a prima vista sfuggiva.

    Quindi mi limito di volta in volta ad esprimere ciò che penso senza pretendere di dire la parola definitiva.

    Senza perdere quanto di positivo e di valido ho acquisito e cercando di imparare anche da ciò che taluno ha definito con aggettivo certamente pesante, incoerente.

    Mi domando perchè tutto ciò avviene ed avviene ora. Mi domando se veramente riusciamo ad avere una visione corretta di ciò che avviene o se non siamo offuscati

    da un qualcosa che ci sfugge.

    Personalmente vivo un momento particolarmente fortunato e quindi mi sembra

    di potere essere obiettivo.

    Però sono aperto ad ogni critica e spero vivamente che in prossimo futuro accada qualcosa di nuovo che ci faccia valutare quanto vediamo oggi in un modo diverso.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Julia            

    Inviato il: 21 May 2005, 10:29 AM

    La questione della coerenza tra i molteplici aspetti della vita, persone e cose, è probabilmente quella che comporta più turbamenti e mette più in crisi. Ed è impossibile creare scomparti mentali quando le cose si impongono internamente e non sotto una prospettiva razionale. Per cui non credo si debba opporre coerenza e incoerenza senza mezzi termini, o piuttosto questo rischia di rimandare all’eterno dilemma tra impotenza e onnipotenza. La piena coerenza nei fatti sarà, se è mai raggiunta e se è auspicabile che lo sia, il risultato di una lungo percorso e nel frattempo uno non può che tentare di impostarla via via come atteggiamento interno, in preda a quello stesso paradosso che definisce l’esistenza, quello di un’identità in movimento.

    Penso che l’importante sia individuare il proprio filo e, per quanto s’intrecci con altri, non perderlo e non perdere la certezza che sia semplicemente quello vitale.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 21 May 2005, 12:16 PM

    Interessante…il paradosso di un’identità in movimento. Per cui la coerenza forse sta proprio nel movimento interno, nella vitalità legata all’immagine per cui ogni aspetto viene rimesso sempre in discussione.

    L’esistenza però, non può escludere il riferimento a volori e criteri universali…

     

    …sarebbe importante che l’ospite autore della doppia citazione chiarisse meglio il suo punto di vista…..non ho capito bene….

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 21 May 2005, 05:49 PM

    QUOTE (Alogon @ 20 May 2005, 10:25 PM)

    In tutta sincerità mi pongo delle domande ma non sono arrivato a delle conclusioni.

    O meglio non ci voglio arrivare perchè temo i giudizi affrettati. So  per esperienza che situazioni che appaiono molto contraddittorie possono chairirsi e rivelare un senso che a prima vista sfuggiva.

    Quindi mi limito di volta in volta ad esprimere ciò che penso senza pretendere di dire la parola definitiva.

    Senza perdere quanto di positivo e di valido ho acquisito e cercando di imparare anche da ciò che taluno ha definito con aggettivo certamente pesante, incoerente.

    Mi domando perchè tutto ciò avviene ed avviene ora. Mi domando se veramente riusciamo ad avere una visione corretta di ciò che avviene o se non siamo offuscati

    da un qualcosa che ci sfugge.

    Personalmente vivo un momento particolarmente fortunato e quindi mi sembra

    di potere essere obiettivo.

    Però sono aperto ad ogni critica  e spero vivamente che in prossimo futuro accada qualcosa di nuovo che ci faccia valutare quanto vediamo oggi in un modo diverso.

     

    E quando l’attendere dura gia da (molto)tempo senza che nulla e nessuno confermi cio’ che e’ sotto gli occhi di tutti?

    E anzi nel frattempo non fanno altro che accumularsi le “strane storie” da mettere tra parentesi?

    Non e’ facile proteggere il proprio pensiero, certezze ed identita’ da un piu’ che ben nutrito gruppo di persone furbastre prontissime a bruciarti su di un rogo al solo sospetto di un dissenso (“eretico”?).

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 21 May 2005, 07:41 PM

    Non sarà facile ma è indispensabile difendere il proprio punto di vista soprattutto quando è motivato.

    Pensare con la propria testa mette sicuramente alla prova.

    Sugli eretici e sull’inquisizione con tutta franchezza ci farei una risata sopra.

    Ciascuno porti avanti le proprie realizzazioni e poi stiamo a vedere.

    Non ho tempo da perdere e non mi interessa il parere di chi è palesemente in malafede.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 24 May 2005, 08:06 AM

    Se possibile quello che mi piacerebbe approfondire è come una discussione nata sul film/video “La Danza del Drago giallo” sia stata in grado di svilupparsi con tematiche estremamente eterogenee e comunque, a mio avviso, interessanti. Questa diversità degli argomenti proposti negli interventi è, per alcuni post, semplicemente una non attinenza al thread oppure no? Io ci sto ancora pensando su, qualcuno ha per caso già qualche idea in proposito?

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 24 May 2005, 10:30 AM

    …io però penso che non sia fortuna…

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 24 May 2005, 12:23 PM

    la domanda sollevata da trumpet è interessantissima.

     

    da parte mia penso che “la danza del drago giallo” affronti temi così importanti (uno per tutti: il rapporto uomo-donna) da sfuggire a qualunque definizione ed incasellamento.

     

    questo ha un potenziale vocativo enorme, capace di muovere le nostre riflessioni in tantissime direzioni, ed allora ecco che vengono i post con argomento apparentemente “off-topic”.

     

    forse dipende anche da una ricerca di quella coerenza e trasparenza tanto difficili da raggiungere e mantenere: esse abbracciano ogni aspetto della nostra vita, non credo possano essere racchiuse o circoscritte solo a certi momenti.

    così, volendo andare sempre più avanti, volendo approfondire sempre di più, non si può fare a meno di approfondire in tutte le direzioni, si vuole essere certi di non tralasciare nessuna potenzialità e nessun ambito della ricerca.

    questo magari stimola a scrivere su tanti argomenti diversi, che esulano dal preciso legame tra arte e psichiatria.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 24 May 2005, 08:44 PM

    non ho riletto tutta la discussione quindi non saprei dire se siamo andati fuori tema…anche se per me andare fuori tema significa fare discorsi dissociati….

    qualcuno li ha fatti?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 26 May 2005, 08:42 AM

    QUOTE (Alogon @ 24 May 2005, 08:44 PM)

    non ho riletto tutta la discussione quindi non saprei dire se siamo andati fuori tema…anche se per me andare fuori tema significa fare discorsi dissociati….

    qualcuno li ha fatti?

     

    Dissociazione? non saprei e poi non potrei dirlo, comunque non ci avevo nemmeno pensato. Ad essere sincero, però, il mio intervento precedente sottintendeva semmai, in chiave di domanda, l’esatto opposto.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 26 May 2005, 09:20 AM

    Certo avevo capito bene

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Arf            

    Inviato il: 7 Jun 2005, 12:39 PM

    Apparentemente tutto tace… forse qualcosa sta cambiando o è già cambiato… personalmente, dopo il tumulto dei giorni passati, mi trovo come in uno stato di attesa, come se qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro, come se gli eventi dei giorni passati avessero innescato un qualche processo…. rapporto uomo-donna, è lì che qualcosa dovrà succedere.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 7 Jun 2005, 12:54 PM

    Articolo sul “Il cittadino” intervista a gabriella gatti di rosa franca cigliano.

    Molto bello

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 15 Jul 2005, 09:37 AM

    … per riallacciare il filo di questa discussione, vorrei anch’io ribadire un aspetto trattato continuamente su questo forum e che sembra assente dalla cultura dominante. Il rapporto uomo donna, che “fuori” viene forse considerato importante, ma comunque crcoscritto. E che invece ha una valenza centrale, in quanto determina un atteggiamento generale verso la vita e contiene il germe di vari altri rapporti.

     

    E questa è per me una ricerca che vale la pena di essere vissuta…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 21 Jul 2005, 04:44 PM

    rispondo con lolto ritardo per dire che sono più che d’accordo.

    La difficoltà a d affrontare questo temo per me è evidente: dovessi personalmente ricostruire una mia trasformazione sarei un attimo titubante.

    Se il comportamento sessuale è riconoscibile, osservabile ecc il vissuto relativo al rapporto uomo donna è difficile da indagare.

    Ci sono fome di impotenza orgasmica (naturalmente mi riferisco non solo agli aspetti fisici) che sono molto difficili da individuare e da comunicare….ma che sono responsabili di molte “ tendenze all’inversione” che rinabgono subliminari inesplorate salvo poi dar segno di sè in modo eclatante dopo anni….

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 24 Jul 2005, 09:07 AM

    Non sapevamo

    dove andavamo

    ma ci andavamo insieme

    era l’unica certezza

    ed era bella

     

    sentivo sempre di più

    la sua pienezza

    e ciò mi bastava

    per vivere

     

    quella era la nostra poesia

    e ora non avevo più paura

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 24 Aug 2005, 02:07 PM

    scrivo dopo parecchio tempo, e spero di non scrivere a vanvera.

     

    si è detto che il rapporto uomo-donna tocca tasti talmente profondi, sensibili e fondamentali, da non essere circoscrivibile, ma anzi da abbracciare un po’ tutta la nostra vita, per la sua importanza.

     

    in certi casi, ho la sensazione che modifichi anche il modo in cui percepisco il tempo. certe volte ho l’impressione che un breve periodo di tempo, magari anche solo un finesettimana, dal quale uno ha ricevuto sensazioni belle e di felicità nel rapporto, una volta trascorso, si allunghi, produca un ricordo “più grande”, quando ci ripenso.

    come se uno fosse stato via per più tempo.

    sembra che il ritorno alla quotidianità sia più difficile, come dopo un lungo viaggio passato in un luogo bellissimo.

    è complicato, non so se riesco a farmi comprendere.

  • Andare oltre

    Alogon            

    Inviato il: 16 Feb 2005, 05:32 PM

    non è neppure mettere fra parentesi, è andare oltre.

    Oltre ciò che leggiamo e ci offende. Nelle prime pagine dei giornali, non venti anni fa, non dieci ma ieri ed oggi. Ma non mi va neppure di dire di cosa si tratta. Lascio che cali il silenzio che comunque sono sicuro parla da solo.

    Pudore di chi si sente tradito?

    La sensazione è di dover creare qualcosa di diverso senza aiuto,perchè chi ci poteva aiutare ci ha portato sull’orlo della palude.

    Chi ci poteva accompagnare vaneggia e dice cose folli.

    Ma non metterò il piede dentro per intrappolarmi da solo anche se ciò che accade mi sembra assurdo.

    Troppo scontata la rabbia, l’agitazione.

    C’è un tempo per l’attesa ,per il comprendere che richiede ulteriori movimenti.

    Intanto comtinuiamo a lavorare per noi stessi per chi ci è caro, per chi ha condiviso la stessa fatica e non vuole che sia vanioficata.

    Vado oltre una pesantezza che non è la mia e che non ho cercato.

    Spero che qualcuno cerchi di capire e non voglia giudicare perchè sarebbe molto facile ma anche molto stupido.

    Effetto deliberato di lacuna e di silenzio.

    Ciò di cui non si parla diviene trasparente, sembra che qualcosa sia stato soppresso.

    In realtà è un modo indiretto per indicare una trasformazione.

    Un essere oltre.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Julia            

    Inviato il: 16 Feb 2005, 09:41 PM

    Quando gli artisti dicevano del vuoto e dell’assenza non è – forse – che non individuassero qualche forma di verità… piuttosto la sottoponevano a un tentativo disperato di trasfigurazione per provare a convincere se stessi che anche ciò che era brutto aveva la sua bellezza. E hanno provato a convincerne anche gli altri, un po’ in mala fede, un po’ per alleviare il malessere che li attanagliava. E non ci sono riusciti perché ognuno parlava per sé, voci giustapposte che volevano ammazzare negli altri la speranza che loro avevano già smarrito. O quando invece ce l’hanno fatta a trascinarsi dietro qualcuno, sono morti suicidi lo stesso come due forze negative che, moltiplicate, mai ne hanno fatto una positiva.

     

    C’è chi invece non dà voce in capitolo a questa realtà perché l’arte maggiore è renderla inesistente superandola, in un movimento che cancella i parametri iniziali per proporne altri. Rendere inesistente una situazione tacendola. Oppure darle rilievo, tacendola.

     

    Io non voglio rinunciare alla speranza. Magari bisognerà imparare a calibrarla, ma non voglio rinunciare alla speranza che ci sia, qua e là, la possibilità di un po’ di poesia tra gli esseri umani.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 17 Feb 2005, 12:20 PM

    Al risveglio vedi tutto per la primavolta.

    Ti muovi lento per non incrinare l’armonia che senti intorno anche se sei immerso nel silenzio, nella bellezza di un ambiente che tu stesso hai creato.

    Di nuovo divieni trasparente per quella vitalità che ha cambiato di segno alla fatuità che ti opprimeva solo poche ore prima , cammini leggero e ti senti una piuma che un colpo di vento potrebbe improvvisamente far volare.

    I sogni hanno mostrato un altro mondo di personaggi di cui neppure sospettavi l’esistenza, hanno creato una complessità difficile da raccontare.

    Il loro vago permanere nella quiete della mattina, nella piacevolezza di aprire gli occhi su di una realtà che sembra creata per te in quel momento ti getta oltre.

    Non mi importa se qualcuno mi odia.

    Se qualcuno mi vuole raccontare che molti mi odiano per vedere se mi rende triste. Io corro lontano.

    Sono dentro l’involucro di un’immunità che mi suggerisce come reagire Un gesto improvviso, naturale ed un’immagine. un’idea assume un contorno definito.

    E’ la mia risposta a coloro che credono che la malattia possa rendere padroni della mente, che la bugia cosciente o l’impotenza sia capace di inibire un atto d’amore.

    Solo dopo comprendo che sono fatto così: ancora una volta sono andato oltre.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    yox            

    Inviato il: 17 Feb 2005, 09:22 PM

    ……andare oltre….è sufficiente l’immagine di un sogno per andare oltre? Forse è necessaria la certezza di non aver annullato, ma non solo. Andare oltre, forse, quando gli occhi sono totalmente aperti su quella realtà e non nascondono più odio nè rancore. Andare oltre quando una nuova immagine supera quella vecchia, perchè evidentemente qualcosa si è trasformato dentro di te, ed hai anche trovato lparole per raccontarlo. Trasformazione che non è avvenuta per un meccanismo intrapsichico ma per rapporti vissuti, fatti di stimoli che a volte possono essere anche negativi. E’ dopo tutto questo che senti quell’armonia che quasi si staglia a contrasto tra te e ciò che ti circonda?

     

     

    Alogon

    Inviato il: 17 Feb 2005, 10:40 PM

    …forse Yox è come dici tu…anche se spesso mi ci vuole del tempo a capire perchè non voglio interpretare subito.

    Mi astengo, procrastino la verbalizzazione, lascio che le situazioni evolvano.

    Ed effettivamente qualcosa di molto profondo si è trasformato.

    Atmosfere diverse: ma legate a che cosa?

    Certo al rifiuto, ma come ha agito esattamente?

    Ti confesso che molte cose mi sfuggono ancora.Attualmente mi interessa però esplorare il percorso del pensiero che diventa allusivo. Cerco di penetrare in questa dipendemza del detto dal non detto, dell’esplicito rispetto ad una dimensione implicita.

    Lasciar intendere non significa anche evitare di dire?

    Il visibile rimanda all’invisibile cui è correlato attraverso l’allusione o l’eufemismo

    …..l’allusione, l’eufemismo….

    …quand’è che un linguaggio poetico diviene l’espressione indiretta di un senso politico?

    Le immagini contengono, come in una crisalide una critica che viene solo insinuata….introdotta, in apparenza, incidentalmente..

    copyright domenico fargnoli

     

     

    yox            

    Inviato il: 18 Feb 2005, 04:07 PM

    Eufemismo ed allusione che, però, non sono la stessa cosa del silenzio, che infatti ha una derivazione latina completamente diversa dalle altre due. Interessante scoprire, però, che eufemia nella religione greca indicava un momento di silenzio spirituale. Sarei curioso di sapere che parola usavano i greci per indicare il silenzio, visto che eufemia sta per dire-bene.

    Il silenzio è un non dire, ma forse è anche un non sapere. La scelta del silenzio, cui a volte sei costretto, sembra che sorvoli il tempo che pure scorre, anche dentro di te. A momenti ho pensato che non basta una vita umana per avere tutte le risposte che cerchi, ma poi ti rendi conto che l’immortalità è un paradosso proprio perchè il tempo è interno e ti costringe costantemente a rivedere il passato, dandogli spesso un nuovo senso. Il silenzio, allora, rappresenta un momento di sospensione in cui sei costretto ad una nuova nascita?

    Se è così, l’eufemismo e l’allusione vengono dopo, molto dopo, quando hai realizzato molto più di una nascita.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 18 Feb 2005, 04:51 PM

    Ciò a cui si allude in realtà viene taciuto, passa sotto silenzio.

    Almeno in apparenza. Comunque conosco l’argomento reale di cui si parla.

    Così come il dir bene di un qualcosa non esclude un pensiero diverso rispetto ad un altra che volutamente taccio.

    Ad ogni modo a parte le ricerche etimologiche, le disquisizioni lessicali, peraltro interessanti, l’andare oltre può avvalersi di tutti questi mezzi: allusione analogia eufemismo ed aggiungerei deformazione creativa per non cadere in una critica frontale e magari in quel momento inopportuna.

    La comunicazione e l’elaborazione inconscia ha spesso caratteristiche “poetiche”…

     

     

    aissa [omonimia di utente reg.]            

    Inviato il: 18 Feb 2005, 10:45 PM

    Mi piace questa ricerca sul significato del silenzio, vorrei che qualcuno aggiungesse altro. Il silenzio che separa le parole… Dal silenzio delle parole non dette senza motivo apparente al silenzio delle parole taciute volutamente. Tutte quelle speranze ed immagini regalate gli uni agli altri come dire… telepaticamente? Mi piace poco… Quel silenzio carico di suoni che assomigliano alle parole ma sono forse qualcosa di più, sono legame affettivo che permette al silenzio di significare… Certo ci vuole, appunto, un rapporto affettivo perchè il silenzio si carichi di un significato che non sia morte, annullamento, distruzione o lesione. Mi piace l’idea del silenzio che rappresenta l’attesa di un momento migliore per liberare le parole, mi piace l’idea che il silenzio possa essere una voce ulteriore, passatemi il paradosso, se il rapporto tra chi questo silenzio lo condivide è reale e sincero e trasparente da poterselo permettere. Credo che dinuovo sia un discorso di trasparenza, scusate se questa era un’altra discussione. certo chi questa trasparenza nonb ce l’ha tenta, io credo, di celare col silenzio ben altro tipo doi pensiero, o non pensiero, o delirio. Lasciare intendere può significare non dire? Credo di sì, in quest’ottica credo di sì.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 19 Feb 2005, 10:23 AM

    <<..la poesia sia una pittura che si ascolta e la pittura sia una poesia che si contempla..>>

     

    vado oltre.

    Il serpente colpito dal bastone muore mentre bambini giocano lì vicino.

    In una striscia di sogno la via lattea.

     

    [C’è un tempo d’attesa che precede ogni trasformazione.

    Molti non sanno aspettare, ascoltare in silenzio,

    Credono di sapere e sono spinti ad agire.

    L’incertezza, il fluttuare apparentemente ripetitivo li spaventa.

    Non sanno raggiungere quella condizione in cui sembra che il pensiero non ci sia.

    Dico sembra perchè non si tratta di vuoto, ma quel ricreare una potenzialità che non è ancora forma, una vitalità muta colta nell’attimo prima che diventi immagine.

    Ecco tutto diviene diverso se si raggiunge la condizione giusta.

    Un lungo cammino per cogliere un singolo momento in cui il tempo sembra contrarsi e poi espandersi all’infinito come un onda che attraversa tutta la vita, procedendo anche a ritroso.

    Lo stesso può avvenire di fronte alla falsità che molti affrontano con lo sdegno ed il giudizio. C’è un muoversi, un opporsi senza parole, opporsi per il solo fatto di esistere ed essere presenti che fa si’ che , il delirio crolli da solo sotto il peso della sua inconsistenza.]

     

    Nel silenzio il grano cresce.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    neo            

    Inviato il: 23 Feb 2005, 01:35 PM

    Il silenzio… quante volte mi sono trovato a non poter parlare! Ci sono delle volte in cui, quando non riesci ad accettare un cambiamento, una riuscita o comunque una situazione positiva, cadi in un silenzio che sa di morte e vuoto e crea disagio, agitazione, altre volte stai in silenzio, ma non c’è malessere, è come se stessi cercando tutte le tessere per comporre un puzzle e poi capisci che quel silenzio non è assenza, ma, forse, preludio di un cambiamento. Altre volte vorresti parlare, ma non hai le parole giuste, o, forse, non è ancora il momento giusto e sei costretto ad un silenzio che ti crea rabbia. Ma c’è anche il silenzio bello, quello fatto di tante parole…. un parlare muto, come ha detto qualcun’ altro, parole che non hanno bisogno di essere pronunciate, anzi…. dirle sarebbe quasi un danno! Parole che scorrono liberamente fra te e l’altro dette da uno sguardo, un gesto o un movimento del corpo e ascoltandole in quel silenzio capisci, e questo è il bello, di avere accanto un essere completamente diverso da te.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 23 Feb 2005, 03:08 PM

    spesso non ho immagini coscienti

    che affollano la mente,

    non ho concetti nè ricordi,

    neppure quella lingua muta del nostro parlare interiore.

    Sono trasparente :non ho niente se non l’attesa.

    Aspetto che una musica cominci e vibrando trasformi il pensiero dentro al corpo

    La sua stessa vita.

    Tempo di un’esistenza piena

    senza un significato subito riconoscibile.

    Le parole vengono troppo presto.

    Ricerco un segno

    che finalmente mi dica che quello è l’inizio.

    …ascolto i sogni ma non ho immagini coscienti,

    non ho concetti né ricordi,

    neppure la lingua muta.

    Ascolto in silenzio.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 25 Feb 2005, 11:28 AM

    stavo pensando che forse l’andare oltre è proprio quella vitalità che evita di trasformare uno stimolo in dolore o ferita, di cui si parlava giorni fa.

     

    andare oltre nel senso che chi vuole ferire è destinato ad una rincorsa, perchè l’altro trasforma e si trasforma e non viene leso?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 25 Feb 2005, 04:44 PM

    Tutto credo dipende dalla capacità di dare un senso alle situazioni di rapporto che si vivono. E’ traumatico, quindi potenzialmente lesivo, ciò a cui non possiamo dare un significato e che quindi eccede le nostre capacità di comprensione e conseguentemente di reazione.

    L’attacco improvviso di uno schizofrenico appare di primo acchito incomprensibile

    per la sua gratuità. Per la futilità delle motivazioni.

    Chi lo ha sperimentato sulla propria pelle lo sa bene.

    Se andiamo oltre questa scorza superficiale e opponiamo una resistenza proporzionale, per forza ed immediatezza, alla violenza dell’altro qualcosa cambia.

    Costringiamo l’aggressore a rimanere dentro una relazione umana.

    …la psichiatria è fondata su questa reattività non consapevole, irrazionale che potrebbe sembrare anch’essa incomprensibile.

    Incomprensibile perchè non corrisponde a nessuna tecnica, a nessuna strategia precostituità.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 3 Mar 2005, 10:46 AM

    oggi ,domani non saoppiamo chi ci verrrà incontro.Ciò che vediamo non ci può bastare.Nei giorni in cui sembra che nulla accada la speranza trova vigore in fatti apparentemente insignificanti che qualcuno riesce a decifrare.Certo nella solitudine, nel silenzio i suoni, i colori diventano più potenti e le immagini sembrano esplodere dentro con una intensità che non è di nessuna percezione.

    Caleidoscopio continuo al quale non potrebbe stare dietro nessuna pittura,musica o scrittura.Ma è necessario comunicare questo mondo costruito d’impressioni non per fissare la memoria ma per aprire gli occhi su una realtà trasfigurata dai sogni, dalle idee, dalle azioni.

    Le azioni.

    Quando il tuo gesto va a compimento e dai figura a quanto corrisponde ad un pensiero inespresso, capisci che non c’è un fuori ed un dentro e che lo spazio mentale è quello del vedere e dell’udire. Il corpo è ben oltre il confine della pelle

    L’idea non sta nascosta nella scatola cranica per poi venire fuori come un folletto con la molla, ma è il movimento che che la materializza ed essa sembra apparire come dal nulla in un gioco di prestigio pressochè continuo.

    Bisogna comprendere che sovente ci anestetizzaimo perchè immagini, sensazioni appena intraviste lasciano un’eco potente, segnali che ci costringono a repentini cambiamenti, ad orientamenti che modificano il senso stesso della vita.

    Un sogno, una fantasia suona più forte di qualunque campana.

    copyright domenico fargnoli

  • Identità sociale e umana, coerenza o conflittualità?

    Franz (omonimia)            

    Inviato il: 6 Jan 2005, 07:46 PM

    L’identità sociale non può esistere in assenza di identità umana. Costruita l’identità umana con la cura e con la formazione, ci si può rendere conto che la propria identità sociale sia “spiacevole”, incoerente con la prima, da cambiare quindi anch’essa, in larga misura a volte. Anche qui, occorrerebbe molto coraggio. Davvero il coraggio di rischiare un forte disorientamento, povertà materiale, insomma, volendo essere esagerati, un cielo come tetto, sotto la luna. Mi piacerebbe sapere come la pensa il forum, mi piacerebbe conoscere esperienze di profonda trasformazione della propria vita sociale, professionale, “pubblica”.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 6 Jan 2005, 09:18 PM

    non credo che identità umana e sociale siano necessariamente in un rapporto di reciproca conflittualità.

    Se l’identità umana raggiunta è veramente valida essa trova la strada verso una nuova identità sociale.

    A volte in tempi rapidissimi.

     

     

    Franz (omonimia)            

    Inviato il: 10 Jan 2005, 12:53 PM

    Quindi, se ho ben capito, il processo sarebbe così automatico da non esigere affatto e in nessun modo l’intervento della sfera razionale?

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 11 Jan 2005, 12:31 PM

    penso che l’intervento della sfera razionale ci sia, ma per adeguare le circostanze materiali della vita da un sentire interiore.

    e comunque sono d’accordo sul fatto che a volte i tempi possano essere rapidissimi.

    Elleffe

     

     

    Franz            

    Inviato il: 18 Jan 2005, 04:15 PM

    Rischiare, è un coraggio che mi manca. Oggi. Forse, domani.

     

     

    Loom            

    Inviato il: 17 May 2005, 04:18 PM

    QUOTE (Guest @ 12 May 2005, 11:13 AM)

    Ritengo che oramai molti sappiano che ciò che ferisce è l’anaffettività.

    Anaffettività che c’è dietro ogni impotenza.

    Non mi dilungo su di un tema ampiamente trattato da altri prima e meglio di me.

    Però voglio sottolineare che la riuscita nei rapporti personali è un punto fondamentale dal quale non può prescindere  in particolar modo chi si cimenta nell’arduo compito della psicoterapia.

    Mi si obietterà che anche la considerazione  precedente è ovvia.

    Se io però la ripropongo nella situazione attuale della ricerca vuol dire che a me poi non sembra così ovvia e scontata.

    E ciò va inteso nel senso che la realizzazione che si richiede allo psichiatra, in questo momento storico è molto alta.

    Ciò che sembrava accettabile solo poco tempo fa oggi non lo è più proprio per l’evoluzione di una mentalità, di un modo di pensare. Mentalità collettiva?

    Bisogna tener presente inoltre che una volta stabilito un criterio e definito un gradiente  di umanità questo vale per tutti.

    Non è accettabile la formula “Quod licet Iovi non licet bovi”.

    Come dire che non esiste un gruppo di furbi ai quali è consentito di essere stupidi od incapaci e di  cercare di distruggere l’identità edi il lavoro degli altr.iIl pensiero geniale  ha lanciato  una sfida che a mio avviso è valsa la pena di raccogliere per il suo valore intrinseco di contenuti, per l’iinovazione dei temi, per la definizione inedita dell’mmagine  e dell’identità.

    La sfida va raccolta però anche sul terreno dell””umanità” senza la quale anche l’intelligenza più elevata diventa vana.

    E’ su questo tema che va approfondita la dialettica ed il confronto.

    Perchè “il genio” ci è sempre stato storicamente servito con un contorno di stupidità?

    La stupidità è solo defit di comprensione od anche carenza di quella dimensione , apparentemente più elementare,dell’”umano” senza la quale non è possibile nessuna trasformazione?

     

     

    QUOTE (Guest @ 12 May 2005, 04:34 PM)

    QUOTE (Guest @ 12 May 2005, 11:13 AM)

    Bisogna tener presente inoltre che una volta stabilito un criterio e definito un gradiente di umanità questo vale per tutti.

    …proprio in questi giorni sto pensando a questo ..e cerco di aspettare, di lasciare il tempo ad ogni cosa di definirsi meglio…..di riscattarsi in un certo qual modo…..ho avuto l’impressione che non fosse cosi,che non ci sia un gradiente di umanita’ che vale per tutti….

    ……forse lo si inizia a “vedere” quando la sensibilita’ si affina..quando si acquisisce una capacita’ critica che esige risposte,chiarezze ….pena il rischio di impazzire…..sentirsi soli con un pensiero che va dominato per non restarne schiacciati e confusi..,per non distruggere..non lo so..a volte e’ dura tenere tutti i fili,stare calmi..attendere…….non fare giudizi……

    …..

    Il primo intervento di Guest mi ha fatto riflettere molto, non è una problematica semplice e credo anche di comprendere quello che si intenda nel secondo intervento citato; certo la sensibilità ti permette di accorgerti di tali incongruenze, di accorgerti quando l’umanità della persona non corrisponde appieno alla sua identità sociale, e allora capita, a volte, che si rimane confusi, perché non è concesso, a chi segue un certo tipo di ricerca, di avere una brillante identità professionale senza riuscire nei rapporti personali. E invece sembra, a volte, che sia proprio e purtroppo l’umanità a passare in secondo piano, e a questo punto può divenire molto rischioso sostenere ciò, in particolare agli occhi di chi, forse, non ha ancora una identità ben definita … certo, è possibile mettere tra parentesi, attendere e aspettare che qualcuno chiarisca, ma intanto la possibilità di un conflitto interno è alto. A questo punto ci si chiede perché, la coerenza in certi casi sia facoltativa.

  • Trasparenza, elaborazione di un testo

    Alogon            

    Inviato il: 16 Dec 2004, 02:43 PM

    scrivere dopo molti eventi.

    Ritornare ad un dialogo con persone sconosciute.

    Acqua trasparente in un una notte di dicembre.

    Notte precoce in un cielo grigio.

    Ma non sono preso nella morsa del gelo:

    di nuovo una sensazione a prima vista incomprensibile

    che costringe a muoversi.

    Quale immagine si rivelerà nel breve orizzonte,

    nel tratto che mi separa da una reazione ancora da conoscere?

    Mi piace la ricerca di onde lontane che si propagano

    e ci raggiungono nei sogni ed in quei pensieri che non sai da quale luce possano provenire

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 23 Dec 2004, 03:45 PM

    “Mi sono svegliato forse in un sogno:

    ero trasparente..

    trasparente non invisibile.

    Non avevo la paura di non essere visto.

    Chiunque poteva leggere i miei pensieri.

    le emozioni che appartenevano ad un entità…ad un essere..

    entità di linee che muovendosi rivelavano lo spazio circostante.

    Interno senza organi o matasse di arterie e vene, muscoli e quanto altro

    forma il corpo dei mortali.

    Solo un profilo evanescente

    che si illuminava di immagini ed emanava suoni.

    Un’idea rivelava se stessa con un tratto essenziale, una sensazione nuova.

    Trasparenza,

    attrazione notturna che si accende

    mentre gli oggetti sembrano muoversi

    come toccati da una fiammella di desiderio.

    …non sono invisibile.

    non sono approdato ad un porto senza nome,

    lascio comunque un segno della mia presenza.”

     

    Qualcuno ha pronunciato queste parole

    ed io le ho colte e trascritte

    perchè questa persona mi sembrava non avesse più voglia di nascondersi

    in un’onnipotenza senza luce,

    o più celarsi dietro un’opacità priva di traccia.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 28 Dec 2004, 10:19 PM

    Oggi è un giorno diverso

    nato sotto la stella della separazione,

    come se un lungo processo fosse giunto a compimento.

    Strada misteriosa che il pensiero percorre

    e giunge ad un esito imprevisto.

    E’ così

    che la vita ha un senso

    perchè accade ciò che ci soprende

    e ci costringe a credere che nessuno conosce veramenre se stesso

    finchè

    non si mette alla prova

    e dimostra che il suo agire non ha alcuna ragione.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 30 Dec 2004, 12:36 AM

    un giorno diverso

    mentre la sopresa è un domani senza certezza.

    Abbandonare tutto

    e creare una nuova vita

    non solo di luoghi anche di sentimenti .

    Non legarsi a nulla

    che non possa essere abbandonato.

    Così le parole risuonano in un breve lasso di tempo

    come se dopo il loro dire si disperdesse

    in un un mare di suoni.

    Non temere la dissolvenza che per molti

    è sinonimo di morte.

    Così non mi aggrappo

    e mi sporgo su di un abisso che non mi dà vertigine

    ma solo la sensanzione dell’incommensurabile

    e dell’indicibile,

    come un abito trasparente che rivela ma non mostra veramente nulla di concreto.

    E’ il paradosso dell’immagine che tutti vedono

    senza percepirla,

    una presenza che taluno scambia per assenza.

    E’ il peregrinare casuale di un pensiero che puntualmente

    raggiunge la sua meta.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 30 Dec 2004, 02:13 PM

    Forse la ricerca di un rapporto vero è come camminare su un filo

    dove la ricchezza nel riuscire a seguirlo

    è proporzionata al rischio di cadere e di perderlo

    il filo tenue e fragile del desiderio, uno stato di lieve tensione

    il cui valore nasce proprio dal dover essere sempre rinnovato

    un filo che spesso viene intaccato

    per la spinta alla libertà che sottintende

    per il fatto che dare qualcosa è anche, curiosamente,

    rischiare di vedersi minare le proprie fondamenta

    invisibilmente da chi per qualche oscuro motivo in parte rifiuta di ricevere

    E’ difficile stare insieme in libertà, non adagiarsi nell’abitudinarietà

    è il paradosso della libertà

    quella che fa la maggiore seduzione di un uomo o una donna

    ma se viene intuita viene contemporaneamente intralciata, aggredita per ciò che essa comporta

    Ce ne sono di paradossi

    potenziale ricchezza

    nella ricerca costante di fonderne provvisoriamente i due termini

    E’ vero che pian piano cresce una certezza

    dai contorni all’inizio sfumati che diventano sempre più definiti

    nel semplice cogliere come uno davvero si sente

    è quello sì una realtà

    che pur essendo intangibile è anche la più vera

    Esiste una debolezza, forse malattia, a guardare a ciò che si perde

    perché ciò che si troverà ancora non si sa

    ma fosse soltanto per quella certezza di avere imparato qualcosa

    e di aver saputo prendere atto della realtà

    di sicuro a chiudere un cerchio e dire di no

    non potrà che seguire qualche bella novità

     

     

    Guest            

    Inviato il: 31 Dec 2004, 06:41 PM

    Tsunami

     

    Immane disastro.

    Quale può essere il significato dell’arte in tali circostanze?

    E quello della psichiatria di fronte ad una apocalisse che non è un delirio di uno schizofrenico?

    …la nostra fragilità…però nello stesso tempo la forza di fronteggiare un ambiente così imprevedibile.

    Un paradiso facilmente diventa un inferno.

    Ha un senso la parola umanità osservando popolazioni poverissime e per questo ancora più inermi?

    Diventa paradossale la gioia, l’amore, il desiderio.

    Però la gioia, l’amore, il desiderio ed aggiungerei il pensiero sopravvivono e superano anche il lutto più tremendo.

    E’ il nostro essere che è forgiato dalla reazione contro l’inanimato, essere che non si arrende alla morte e non la considera mai un destino da subire passivamente.

    Moltissimi decessi.

    Molti però potevano essere evitati e se l’evitamento non è avvenuto ( o peggio ancora non avverrà) ciò dipende da un errore umano.

    Anaffettività, indifferenza colpevole di coloro che credono nel paradiso “naturale” e magari ci speculano. e lo vendono come tale.

    Abbiamo scoperto che in questa terra non c’è un luogo che ci consenta la fuga o l’evasione da problemi che la nostra mentalità ed insensibilità amplifica e trasforma in tragedie che non sono imputabili solo al caso.

    …gli animali in alcune circostanze hanno più risorse di noi..

    Secondo alcuni esperti del comitato scientifico della riserva naturale di Yala nello Sri-Lanka, gli animali potrebbero aver percepito in anticipo l’arrivo del maremoto e si sarebbero quindi rifugiati nelle zone più alte.

    Non è statqa trovata una sola carcassa ma solo corpi di uomini deceduti (Repubblica 29 dic).

     

    alogon

    Messaggio modificato da Alogon il 31 Dec 2004, 08:47 PM

     

    Guest            

    tempo fa ho letto una frase, non ricordo di chi, che dice:” una nave in porto è al sicuro, ma non è ciò per cui è stata costruita.”

     

    in questi giorni, leggere di separazione, di ricerca, di coraggio, di rifiuto dell’abitudinarietà, mi ha fatto tornare alla mente quella frase.

    ho paura del mare aperto, ma so di dover prendere il largo.

    quanto tempo impiegherò?

    ed il fatto che questo mia replica, in cui si parla di mare, venga subito dopo il messaggio “tsunami”, che significa?

    vorrei, soprattutto, avere la chiarezza di visione che altri hanno, ed infine penso: sarei pronto ad assumermi le responsabilità che una visione chiara comporta?

     

    lo so che sono passato di palo in frasca…

    Elleffe

     

     

    yox            

    Inviato il: 4 Jan 2005, 01:56 PM

    Non credo che necessariamente lasciare il porto significhi affrontare un maremoto, delle dimensioni di uno tsunami, poi, che non lascia scampo.

    E’ vero che il rischio è la tempesta, ma fino a che non si affronta, non capiremo mai se le nostre braccia e lenostre gambe erano abbastanza forti o andavano allenate di più.

    Forse, a differenza di altri, possiamo aggrapparci a quell’immagine trasparente ma non invisibile che ci viene costantemente mostrata ma che, per poco coraggio, perdiamo. Coraggio non solo di seguire un’intuizione o un desiderio, ma anche di sentire il dolore.

    Forse questa è l’unica possibilità che abbiamo, quella che ci consente di recuperare una nuova reattività della pelle ma anche una nuova visione dei rapporti.

    La separazione non è una perdita, paradossalmente arricchisce il rapporto di nuovi elementi e costringe al rifiuto. E’ la possibilità di tutti gli esseri umani, il voler bene più vero, la libertà senza annullamento.

     

     

    Franz (omonimia)            

    Inviato il: 5 Jan 2005, 04:13 PM

    Il coraggio, è quello che a volte manca, il coraggio di sentire il dolore pur di essere coerenti con la ricerca, l’intuizione, il desiderio. Per separarsi. Tosto.

     

     

    Guest

    Inviato il: 6 Jan 2005, 12:40 PM

    Ho visto una risposta che parlava di coraggio. .

    La segnalo comunque perchè mi sembra interessante.

    Sono convinto che la conoscenza, l’intelligenza o come la vogliamo chiamare, abbia a che vedere moltissimo con il coraggio.

    A dipingere dopo Picasso ci vuole coraggio.

    Coraggio di essere se stessi in ogni modo facendo i dovuti riconoscimenti ma evitando le idealizzazioni.

    Bisogna essere capaci di creare uno spazio in cui la propria creatività possa esprimersi liberamente fuori dalla logica del confronto che può essere effettuato non per capire ma per paralizzare. Aprioristicamente.

    …il coraggio…

    il coraggio di non chiedere il consenso, di non aspettarselo forse per un artista è indispensabile…

    …quanto al dolore:è davvero un passaggio indispensabile oppure una risposta vitale può impedire ad uno stimolo di divenire un trauma?

     

    Messaggio modificato da Alogon il 6 Jan 2005, 12:52 PM

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 6 Jan 2005, 01:21 PM

    Mi pare che qualcuno abbia detto che solo chi è sano è capace di provare dolore.

    A questo punto mi interrogo sul sginificato di questa parola.

    Il lutto,la tristezza è dolore?

    C’è un dolore sano ed un dolore patologico?

    Non ho risposte.Però onestamente, riflettendoci dopo molto tempo. il concetto di un dolore sano non lo capisco molto…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 6 Jan 2005, 06:54 PM

    Forse il dolore sano è quello che fa scattare in noi una reazione…come quando, ipnotizzati dalla fiamma di una candela, vorremmo afferrare il fuoco con le dita.

    Forse il dolore, in sè stesso nè sano nè malato, acquista un suo significato a posteriori: se dopo, siamo cambiati o abbiamo capito qualcosa che prima ci sembrava oscura.

     

     

    Franz (omonimia)            

    Inviato il: 6 Jan 2005, 07:35 PM

    Io credo che il dolore sia lo stesso, è ciò che c’è dietro che è diverso. Il dolore in una persona più o meno “sana” diventa elemento costitutivo della realtà, idealmente “aiuta” a far sparire il malessere che ne è causa, a trasformarlo, mentre il dolore in chi è più o meno malato (ma sente ancora, evidentemente) può portare alla distruzione, in assenza di cura. Le sensazioni sono simili, le conseguenze sulla psiche sono diverse.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 6 Jan 2005, 09:11 PM

    trovo gli ultimi due interventi molto interessanti.

    A modo loro sono risposte coerenti ad un problema.

    Però mi chiedo quale sia il passaggio dalla sensazione al dolore.

    Ancora, e qui confesso la mia ignoranza, il dolore è solo della coscienza?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    yox            

    Inviato il: 7 Jan 2005, 12:37 AM

    Mi è capitato di confrontare le mie esperienze con quelle della gente e di sentire spesso parlare di dolore. Quando provi a capire i motivi che possono averlo indotto, a volte ti rendi conto di come questi possano risultare per te totalmente incomprensibili. Ho dedotto che in questi casi non si possa parlare di un reale sentire il dolore, ma fantasticare di sentirlo.

    Contemporaneamente mi viene da pensare, e non so perchè, che il dolore sia dell’odio e della rabbia. Allora il dolore, in questi termini, non può rappresentare una fase indispensabile nel passaggio dall’anaffettività agli affetti del corpo?

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 7 Jan 2005, 10:14 AM

    QUOTE (Guest @ 6 Jan 2005, 01:40 PM)

    A dipingere dopo Picasso ci vuole coraggio.

    Coraggio di essere se stessi in ogni modo facendo i dovuti riconoscimenti ma evitando le idealizzazioni.

    Bisogna essere capaci di creare uno spazio in cui la propria creatività possa esprimersi liberamente fuori dalla logica del confronto che può essere effettuato non per capire ma per paralizzare. Aprioristicamente.

     

    Certe volte ci vuole davvero coraggio e forse ce ne vuole molto per un artista dipingere dopo Picasso.

    Diviene doveroso esprimere riconoscimenti, anche perché forse senza di essi è complicato realizzare se stessi, e idealizzare è appunto una trappola che spesso è presente e talvolta riesce anche a cattura qualcuno, ma è anche più che eludibile. Questo forse anche perché idealizzare diviene un modo “poco costoso” di interagire e in una qualche certa maniera evita di confrontarsi, di “pensare” e questo potrebbe portare a non dare definizione alla propria identità e forse a non poter esprimere a pieno la propria creatività, in qualunque campo essa si manifesti.

    Come risolvere questo problema? non lo so. Talune situazioni possono essere anche elegantemente “driblate”, perché no, ma non è sempre possibile ed essere presenti diviene un qualcosa che non può essere evitato e forse in taluni casi anche “nonostante”; e questo è anche dovuto dal fatto che ciò diviene un’esigenza di quella identità che l’essere umano sempre ricerca e sempre modifica, rinnova ed arricchisce, divenire sordi a tale necessità potrebbe creare notevole disagio, anche perché è essa identità che credo garantisca la capacità di non richiedere o aspettarsi consensi.

    A questo punto si potrebbe affermare che il concetto di creatività connaturi in sé la libertà di espressione propria ed altrui ed escluda in maniera assoluta qualsiasi forma di paralisi e di a priori? e si potrebbe arrivare a formulare il pensiero che una dimensione creativa implichi che, nel momento in cui anche l’altro si realizzi, la propria realtà interna non possa che crescere?

     

     

    franz (omonimia)            

    Inviato il: 7 Jan 2005, 11:47 AM

    QUOTE (Alogon @ 6 Jan 2005, 10:11 PM)

     

    Ancora, e qui confesso la mia ignoranza, il dolore è solo della coscienza?

     

    Un’ignoranza simulata a scopo di provocare una discussione è l’unica ignoranza bella…

    direi che, sempre da “profano” il dolore nasce nell’inconscio, se c’è affettività, mentre forse ciò che arriva alla coscienza è la sua verbalizzazione?

     

     

    franz (omonimia)            

    Inviato il: 7 Jan 2005, 11:51 AM

    QUOTE (yox @ 7 Jan 2005, 01:37 AM)

    Allora il dolore, in questi termini, non può rappresentare una fase indispensabile nel passaggio dall’anaffettività agli affetti del corpo?

     

    Forse sì; ma se qualche volta invece fosse anche il contrario? ossia l’inevitabile passaggio, in assenza di cura, dagli affetti che permettono ancora di avvertirlo alla anaffettività, all’indifferenza gelida, posta come “rimedio” ultimo? il dolore insomma come passaggio tra le 2 condizioni, affetti vivi e anaffettività, tra sanità psichica e razionalità lucida e indifferente, nelle due direzioni a seconda che ci si stia curando o viceversa ammalando?

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 7 Jan 2005, 11:57 AM

    QUOTE (Alogon @ 6 Jan 2005, 02:21 PM)

    Mi pare che qualcuno abbia detto che solo chi è sano è capace di provare dolore.

    A questo punto mi interrogo sul sginificato di questa parola.

    Il lutto,la tristezza è dolore?

    C’è un dolore sano ed un dolore patologico?

    Non  ho risposte.Però onestamente, riflettendoci dopo molto tempo. il concetto di un dolore sano non lo capisco molto…

     

    Neanche io ho risposte, ma proverei lo stesso a tentare di comprendere.

    Una perdita inaspettata, accidentale porta dolore e credo questo forse possa essere innegabile, ma questo dolore è lo stesso di quello provato da chi non sta bene? da chi è affetto da forme di patologie del pensiero? forse no. Quel dolore è la risultante caotica di una commistione di dolore sì, in quanto il malessere c’è, ma anche di angoscia o atro che risultano essere connesse alla malattia.

    Quindi, forse, un punto di passaggio che comporta distinzione è come si affronta e si elabora il dolore.

    Dolore sano forse no, magari questa affermazione potrebbe però essere interpretata tutta in funzione di chi la prova e dalla sua provenienza, intendo cioè appunto una perdita accidentale che induce senz’altro dolore potrebbe essere definita dolore sano? o non sano? Sano o non sano può essere chi lo prova e credo che qui cambi profondamente la questione a seconda che si tenti di comprendere l’una o l’altra eventualità.

    Dolore sano forse anche nei termini in cui l’insensibilità è “immune” dal dolore… ma anche da qualsiasi altro stimolo, quindi la comparsa della sensibilità al dolore viene positivamente intesa… non so, ipotizzo…

    Sembrerebbe comunque che in ogni caso il dolore, di qualsiasi tipo esso sia, non nasca dal nulla ma abbia sempre una prima origine esterna, far si che poi esso non divenga trauma dipende, suppongo, da molti fattori.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 9 Jan 2005, 07:48 PM

    La mia non sarà bella ma purtroppo è ignoranza anche se ho letto molto sull’argomento dolore.

    Però ho scoperto che nell’etimologia della parola c’è il senso dell’effrazione della rottura, in alri termini della lesione. Il dolore sussiste quando si è verificata una ferita.

    Eco io partivo dall’dea che fra la sensazione ed il dolore ci sia un momento in cui il passaggio dall’uno all’altro può essere impedito.

    Impedito dal pensieroo, dalla conoscenza,da una reattività immediata di natura non cosciente?

    La sensbilità ci mette in allarme e forse si può intervenire in qualche modo che sarebbe comolicato descrivere in dettaglio,un attimo prima che di determini un danno

     

    Questqa ricerca è molto interessante ed importante.

    Mi rendo conto che gli interventi sono intelligenti e pertinenti. Però sono colpito al solito dai problemi terminologici di cui la maggior parte delle persone non si rende conto.

    Come si fa ad argomentare esuarientemente che il dolore nacce dall’inconscio?

    Di per sè l’affermazione dell’origine inconsciq del dolore ha una sua ragione d’essere all’interno di una concezione che assegna la priorità della vita psichica al non cosciente.

    Va da sè però che la sensazione potenzialmente dolorosa deve divenire subito cosciente per poter essere affrontata.

    Ed è altrettanto plausibile che se non è consapevole il dolore non è tale.

    E’ un certo tipo di coscienza ,di stato della coscienza ad essere doloroso.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 9 Jan 2005, 09:06 PM

    QUOTE (Alogon @ 9 Jan 2005, 08:48 PM)

    Eco io partivo dall’dea che fra la sensazione ed il dolore ci sia un momento in cui il passaggio dall’uno all’altro può essere impedito.

    Impedito dal pensieroo, dalla conoscenza,da una reattività immediata di natura non cosciente?

     

    Mi sembra di aver capito che “l’umano” può intervenire tra la sensazione derivante dalla lesione e il dolore, ma nel caso in cui il dolore provenga da una situazione esterna accidentale si potrebbe ipotizzare che forse il possibile impedimento posto dal soggetto possa essere agito tra il dolore e il possibile derivante trauma? trauma inteso come ulteriore nuova effrazione?

     

    Guest            

    Inviato il: 10 Jan 2005, 12:56 AM

    la sensazione avverte che uno stimolo “umano”, non accidentale, può provocare una lesione.

    Ma la lesione ancora non è intervenuta mentre avvertiamo una sensazione spiacevole che non è dolore.

    Formulo soltanto un’ipotesi: una reazione vitale, immediata può impedire il trauma.

    L’attività artistica che nasce dal tentativo di riparare una ferita, sarebbe allora diversa da quella che nasce dalla trasformazione di una sensazione spiacevole in qualcosa di sotanzialmente “altro”

    l’arte esprimerebbe la realtà personale di una resistenza contro la malattia….anche se non è in grado, da sola di fermarla ed interpretarla.

    …idee… pensieri…

    idee e pensieri che hanno un nesso preciso con quanto scritto e teorizzato precedentemente.

    …si comprenderebbe così perchè malattia e creatività siano così contigui non solo psicologicamente ma anche culturalemnte e storicamente.

    alogon

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 10 Jan 2005, 10:28 AM

    QUOTE (Guest @ 10 Jan 2005, 01:56 AM)

    la sensazione avverte che uno stimolo “umano”, non accidentale, può provocare una lesione.

    Ma la lesione ancora non è intervenuta mentre avvertiamo una sensazione spiacevole che non è dolore.

    Formulo soltanto un’ipotesi: una reazione vitale, immediata può impedire il trauma.

     

    Adesso comprendo a che tipo di lesione ti riferisci e seguo, per quelle che sono le mie possibilità, il tuo pensiero anche perché, a dire il vero, ogni qualvolta si è in grado di agire una reazione di tale tipo il risultato è tangibile.

     

     

    Franz (omonimia)            

    Inviato il: 10 Jan 2005, 12:50 PM

    QUOTE (Guest @ 10 Jan 2005, 01:56 AM)

    L’attività artistica che nasce dal tentativo di riparare una ferita, sarebbe allora diversa da quella che nasce dalla trasformazione di una sensazione spiacevole in qualcosa di sotanzialmente “altro”

    ….

    …si comprenderebbe così perchè malattia e creatività siano così contigui non solo psicologicamente ma anche culturalemnte e storicamente.

     

    e direi che le immagini di Van Gogh rappresentano un ottimo esempio di questo tentativo di riparazione di una ferita… di una lesione profonda anzi, non causata da “perdite accidentali” nel suo caso, ma probabilmente dai suoi rapporti con persone decisamente malate e “ammalanti”, come il fratello e la religiosissima famiglia. Per tornare al tema di base, io sono però piuttosto convinto che il dolore nasca nell’inconscio, come reazione inizialmente “sana” a un evento esterno, sia esso una perdita, sia un aggressione o altro. Aggiungo: a volte non è nemmeno necessario, peché il dolore esista, che arrivi ad essere cosciente. Si può soffrire senza aver dato un nome, una parola, un segno di linguaggio verbale al proprio dolore? credo di sì… senza necessariamente pensare che ci sia in atto una dissociazione; insomma, presto o tardi, si arriva a livello cosciente, ma penso che nella ragione non ci sia modo di avvertire il dolore, ma solo di riconoscerlo come tale.

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 10 Jan 2005, 02:13 PM

    QUOTE (Franz (omonimia) @ 10 Jan 2005, 01:50 PM)

    Per tornare al tema di base, io sono però piuttosto convinto che il dolore nasca nell’inconscio, come reazione inizialmente “sana” a un evento esterno, sia esso una perdita, sia un aggressione o altro.

     

    È tutto quanto estremamente interessante.

    Quanto tu dici come si pone rispetto a quanto ha scritto Alogon? e cioè che il dolore per essere compreso e fermato deve assurgere a livello consapevole? e che un dolore solo ed esclusivamente presente a livello non cosciente può essere uno stato di malessere più o meno soffusa o confusa, ma non propriamente dolore?

    Tu sostieni che il dolore a livello cosciente non può essere avvertito, ad essere sincero al momento non saprei replicare.

    Mi verrebbe da dire che però definire il dolore una reazione sana ad un evento lesivo esterno non mi troverebbe troppo d’accordo, in quanto, il dolore come stiamo intendendo noi adesso (escludendo quindi cause accidentali) e come ha ipotizzato Alogon, prevederebbe come reazione sana la sua comprensione e il suo blocco o se non blocco trasformazione in qualcosa di diverso e senz’altro di non patologico e con questo, ovviamente, non intendo anestetizzarsi.

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 11 Jan 2005, 12:23 PM

    in questo momento io non posso fare a meno di pensare che il dolore sia comunque parte di un processo terapeutico.

    penso, cioè, che forse possa essere considerato come il recupero della capacità di sentire.

     

    allora penso anche, forse per farmi coraggio, che è più malato colui che neppure sente il dolore, il suo e quello che provoca negli altri, di colui che invece ha ritrovato la sensibilità.

    sensibilità nel bene e nel male, ma sensibilità.

    Elleffe

     

    Guest            

    Inviato il: 11 Jan 2005, 09:42 PM

    Quanbto dice franz mi trova in parte concorde.

    Far riferimento a Von Gogh è facile ma si incappa un in un problema interpretativo estremamente delicato e complicato .Io lo salto a piè pari e giungo a ridosso dell’assioma “la ragione non ha sensibilità”.

    Concordo.

    Ma la coscienza non è percezione oltre che linguaggio?

    Quindi franz dovrebbe dicrci che differenza c’è fra coscienza e ragione.

     

     

    medea (omonimia)            

    Inviato il: 11 Jan 2005, 11:27 PM

    ……ragione….coscienza…..sensibilità…….dolore…..che significato hanno veramente questi termini, in che relazione stanno tra di loro……dolore … termine che in se racchiude tutto e niente , tutto per chi è capace di sentirlo… niente per chi invece non sente più… goccia d’acqua che può trasformarsi in un maremoto…oppure che dona la cosa più preziosa ad ogni essere umano….la vita in fondo al momento della nascita ( biologica? durante una psicoterapia? ) sia chi dona la vita, sia chi la riceve provano dolore….un dolore necessario affinchè ogniuno dei due riesca ha percorrere la strada intrapesa..in questi istanti non c’è solo la percezione o la sensibilità che qualcosa stia per accadere ….c’è la certezza e tuttavia nessuno dei due protagonisti può sottrarsi al proprio destino , cosi’ forse come avviene nella psicoterapia dove comunque la nascita costa sicuramente dolore ( in termini di impegno ) al paziente ma richiede tuttavia una dose di sano dolore anche allo psichiatra.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 12 Jan 2005, 03:14 PM

    …partorirai con dolore…la cacicaia dal paradiso terrestre…

    …il sano dolore dello psichiatra..

    ci fu anni fa un congresso sulla sofferenza dello psicoanalista…

    …freudiani…la sofferenza lasciamola a loro…

    …”La stanza del figlio”.. di Moretti

    copyright domenico fargnoli

     

     

    medea (omonimia di utente registrato)            

    Inviato il: 15 Jan 2005, 03:25 PM

    mi è capitato di leggere un’articolo di Fagioli sulla depressione……sono senza parole….è un articolo non recente , ma di tale bellezza ed intensità da spaventare… ha spaventato me che ha questa ricerca e cura mi sono avvicinata da poco tempo….mi ha talmente sconvolto che mi sento trascinare indietro verso un passato non troppo lontano in cui non ero…..Massimo dice che il depresso sente ma non vede….io stò sentendo soltanto un gran vuoto in questo momento…vuoto…..che cosa è questo vuoto? è tentativo di annullamento di una cura che in così poco tempo mi ha fatto “vedere” che esiste un’altra possibilità di vita, di felicità, di essere….oltre …..oltre i preconcetti di dolore e sofferenza così cari ad altri ma così lontani da questa cura…..oppure è negazione…..negazione che questa possibilità di vita così lontata da tutto ciò che per secoli ci hanno imposto , possa essere alla portata di chi ci si affida anima e cuore…..anima e cuore affidati a colui che ha gli strumenti per poterti donare la vita….colui che di volta in volta sa essere padre e madre,maito ed amante…amico , terapeuta…mi dispiace di questi pensieri “sconnessi” , non legati al tema di questo forum…ma ne avevo bisosgno…..

     

     

    Franz (omonimia di utente registrato)            

    Inviato il: 15 Jan 2005, 04:27 PM

    QUOTE (Guest @ 11 Jan 2005, 09:42 PM)

    Ma la coscienza non è percezione oltre che linguaggio?

    Quindi franz dovrebbe dicrci che differenza c’è fra coscienza e ragione.

     

    La coscienza è percezione. Ma la percezione e la sensibilità sono 2 cose profondamente diverse, sbaglio? Ergo, la coscienza mi pare di poter dire che percepisce e la ragione fa un riconoscimento della percezione, mentre l’inconscio “sente” e fa un’immagine…

    la differenza non è tanto, secondo me, tra coscienza e ragione (si potrebbe dire che la coscienza, come capacità di coordinazione dei 5 sensi, è parte della ragione, come lo sono la logica, la memoria cosciente) ma tra sensibilità inconscia e percezione cosciente e “razionalizzata” senza arrivare a farne un’immagine; ad esempio, percepisco la temperatura bassa dell’acqua sulla mia mano e faccio una definizione razionale di “freddo”. Atro se “sento” il freddo che mi avvolge quando sto male (ho dolore) e faccio un’immagine di depressione.A questo punto della discussione penso che non possiamo continuare a usare la parola “dolore” per definire cose diverse tra loro che sotto questa definizione comunque rientrano; come, per citare un intervento precedente, il dolore del parto, assolutamente fisico è diverso dal dolore, inconscio, di una depressione, di una perdita, di una separazione; e comunque, anche qui, forse, dovremmo distinguere, dare un nome alle cose, e parlare di depressione e non di dolore in un caso, di angoscia in un’altro , e così via. Scrivendo, mi viene il dubbio che da bravi cristiani (sigh…) usiamo il concetto di dolore a sproposito… ma non vorrei urtare sensibilità varie e ne chiedo subito scusa.

     

     

    Franz (omonimia di utente registrato)

    Inviato il: 15 Jan 2005, 04:38 PM

    QUOTE (Trumpet @ 10 Jan 2005, 02:13 PM)

     

    Quanto tu dici come si pone rispetto a quanto ha scritto Alogon? e cioè che il dolore per essere compreso e fermato deve assurgere a livello consapevole? e che un dolore solo ed esclusivamente presente a livello non cosciente può essere uno stato di malessere più o meno soffusa o confusa, ma non propriamente dolore?

     

    tendo a concordare, in quanto ora parliamo della elaborazione cosciente del dolore.. d’altra parte, come posso fermare il dolore solo con la “consapevolezza”? non basta… con essa lo riconosco, gli dò un nome, e poi però se non attivo qualcos’altro (nella relazione con lo psichiatra, magari?) a livello inconscio, quindi inconsapevolmente, non ce la farò a fermarlo; sennç andiamo dai “cognitivisti” che prendono appunti mentre l’analizzando parla e poi lo fanno “ragionare”; (chiedo scusa, voglio essere provocatorio intenzionalmente e quindi estremizzo); insomma, ancora dico, come in un altro mio intervento, che dobbiamo distinguere dolore e dolore… liberarci da un concetto religioso di dolore e trasformarlo: separazione, angoscia, malattia, depressione, non-dolore e quindi anaffettività. Poi, il dolore fisico, certo; su quello, nessun dubbio sulla coscienza, sulla fisicità, sulla razionalità, sulla necessità di intervento di meccanismi consapevoli e comunque forti.

    In merito a un dolore come “malessere” non cosciente che non sia propriamente dolore, infine, concordo di certo, ma mi pare di poter dire, che appunto, non essendo propriamente dolore esso sia già “fuori” dal campo della discussione. Insomma, una “depressioncina” (perdonate il termine volutamente banalizzante)reattiva a un’insoddisfazione contingente non è dolore, ma… non saprei , forse una piccola crisi utile e costruttiva?

     

     

    Franz (omonimia di utente registrato)

    Inviato il: 15 Jan 2005, 04:41 PM

    QUOTE (Alogon @ 12 Jan 2005, 03:14 PM)

    …partorirai con dolore…la cacicaia dal paradiso terrestre…

    …il sano dolore dello psichiatra..

    ci fu anni fa un congresso sulla sofferenza dello psicoanalista…

    …freudiani…la sofferenza lasciamola a loro…

    …”La stanza del figlio”.. di Moretti

     

    Eh sì! concetti molto cristiani, di più, cattolici, e certamente freudiani! la parola dolore non compare mai nella psichiatria “seria”… giusto? mi pare infatti la parola “dolore” esprima in sé un significato di irrisolvibilità, insuperabilità, incurabilità.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 16 Jan 2005, 07:48 PM

    Concordo sulla necessità di una terminologia molto più articolata….

    mi era venuto in mente di organizzare una serata di discussione su questo argomento, che io però sono portato ad affrontare sempre, in questo ambito sotto il profilo del rapporto fra psichiatria ed arte.

    Guernica è la rappresentazione della tragedia e del dolore derivante da ferite che potrebbero sembrare insanabili.

    Però mi viene in mente che nella rappresentazione l’elemento tragico e doloroso viene meno non per una catarsi, per una sublimazione, ma per una trasformazione interna di cui , penso sia capace l’artista..

    ma anche qui il tema è complicatissimo ed io mi limito a formulare brevi pensieri

    copyright domenico fargnoli

     

     

    gnomo            

    Inviato il: 17 Jan 2005, 12:04 PM

    Cosa sia il dolore non so dirlo, ed è difficile pensarlo senza rischiare di sbagliarsi con una crisi, una tristezza, un momento di depressione. Ma non riesco a pensarlo in termini di ‘qualcosa che può essere evitato’, e voglio pensare di non sbagliarmi con un pensiero cattolico. Mi sembra possa essere anche una sorta di allarme, una possibilità.

    Penso al dolore che a volte sentivo, istantaneo e acuto, quando le parole dell’analista interpretavano un sogno: allo stomaco, al petto, ad una gamba.. era dolore, ed era una risposta alle parole. mi diceva cosa e dove cercare.

    Penso al dolore che sento quando qualcuno mi attacca in modo invisibile. Devo chiedermi se sono io o è l’altro, ma non è malessere, è dolore, e anche fisico.

    Penso anche a quando ero protagonista e spettatrice di una lotta senza confine tra la me che non voleva più essere malata e la resistenza alla cura. Faceva male, mi lacerava, e diveniva fisico, se provavo a sfuggire …

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 17 Jan 2005, 12:57 PM

    QUOTE (medea (omonimia di utente regist @ 15 Jan 2005, 03:25 PM)

    mi è capitato di leggere un’articolo di Fagioli sulla depressione……

    … … …

    …..anima e cuore affidati a colui che ha gli strumenti per poterti donare la vita….colui che di volta in volta sa essere padre e madre,maito ed amante…amico , terapeuta…

    … … …

     

    … ci sarebbero anche altri scritti dello stesso autore, relativi all’immagine dello psicoterapeuta e al rapporto medico-paziente, alla separazione, al padre, alla madre… e al rapporto uomo donna (marito moglie?)…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 17 Jan 2005, 09:00 PM

    se la parola dolore contiene in sè l’idea dell’effrazione e della ferita allora esso può essere evitato-

    Oppure l’interpretazione ferisce e lo psichiatra si fa ferire?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 18 Jan 2005, 12:58 PM

    QUOTE (Alogon @ 16 Jan 2005, 07:48 PM)

    mi era venuto in mente di organizzare una serata di discussione su questo argomento, che io però sono portato ad affrontare  sempre, in questo ambito sotto il profilo del rapporto fra psichiatria ed arte.

     

    Perché no, mi sembra una buona idea.

     

     

    Franz            

    Inviato il: 18 Jan 2005, 03:03 PM

    A mio vedere, lo psichiatra non puà ferire. Se lo fa, è violento. Può colpire. Ma il colpo è non violento. La ferita implica violenza, necessariamente. E un colpo (terapeutico) non è meno forte di una ferita, ma, ripeto, è non-violento. Qualcuno ha detto che la “non violenza” non è debolezza. Ecco, credo sia la chiave di tutto: un colpo forte, non violento, cura, o comunque è rapporto sano. Un colpo forte, violento, ferisce e utenta di uccidere.

     

     

    Franz            

    Inviato il: 18 Jan 2005, 03:28 PM

    Pardon, scotomizzando parte della domanda ho omesso parte della risposta, quella sul caso inverso (“…lo psichiatra si fa ferire”); questo lo trovo più realistico… credo che lo psichiatra si esponga necessariamente alla malattia, per grave che sia, e debba, per opporvisi, e suo malgrado, subire in una certa misura la violenza che necessariamente la malattia ha in sè. Più bravo è la psichiatra, maggiore la sua sensibilità a sentire tale violenza, a volte silenziosa e sottile, non manifesta, a volte più evidentemente distruttiva. Ma mentre scrivo mi rendo conto che lo psichiatra, quello vero, coglie la violenza e opponendosi se ne separa, la individua e la rifiuta. Nella maggior parte dei casi quindi, (mi auguro per gli psichiatri…), non si arriverà alla ferita profonda, vera (?). Certo il rischio c’è ed è continuo, e qualche psichiatria si prenderà ogni tanto le conseguenze di questo rischio… e questo rende ancora più evidente i meriti della capacità di avere in cura non una, ma mille persone.

     

     

    Franz            

    Inviato il: 18 Jan 2005, 03:43 PM

    QUOTE (Alogon @ 16 Jan 2005, 07:48 PM)

    Guernica è la rappresentazione della tragedia e del dolore derivante da ferite che potrebbero sembrare insanabili.

    Però mi viene in mente che nella rappresentazione l’elemento tragico e doloroso viene meno non per una catarsi, per una sublimazione, ma per una trasformazione interna di cui , penso sia capace l’artista..

     

    Già. Sembra che gli Spagnoli abbiano una particolare predilezione per queste forme di rappresentazione…. mi viene in mente anche Goya che rappresenta gli orrori commessi dai napoleonici. Io non sono un artista, parlo da ignorante e profano, diciamo, da fruitore incostante e occasionale. Penso però, deduco, nel mio caso, che sia così… una trasformazione di una ferita, di una tragedia, nella immagine che si vuole comunicare. Insomma, da osservatore del quadro, da oggetto e non soggetto d’arte (oggetto come punto di arrivo della comunicazione), se io colgo quella tragedia e la sento come se per un attimo infinito accadesse a me, forse l’arte (questo tipo di arte, quella che vuol rappresentare queste immagini) ha svolto il suo inutile compito, fare un rapporto. Uso la parola “Inutile” dal punto di vista della ragione. Sottolineo, inutile, perché se fosse utile, sarebbe solo coronaca, cronistoria, film-documentario. L’inutilità fa assurgere quella forma di comunicazione a rapporto. La storia è freddamente utile, l’arte piacevolmente inutile? …altre brevi riflessioni… perché dipingere la Guernica? per dare una testimonianza storica? Non direi. Dico inoltre che se ciò avviene, non si trasforma internamente il solo artista, ma anche l’altro con cui egli è in rapporto, pur non avendo idea di chi egli sia. Ecco, torna la grandiosità del rapporto con lo sconosciuto.

     

     

    Franz            

    Inviato il: 18 Jan 2005, 03:45 PM

    QUOTE (Alogon @ 16 Jan 2005, 07:48 PM)

    Concordo sulla necessità di una terminologia molto più articolata….

    mi era venuto in mente di organizzare una serata di discussione su questo argomento,

     

    Mi rendo conto che da giorni non vedo l’ora di aver tempo da dedicare alla lettura e intervento sul Forum. Grazie. E’ bello.

     

     

    Franz            

    Inviato il: 18 Jan 2005, 04:13 PM

    QUOTE (gnomo @ 17 Jan 2005, 12:04 PM)

    quando le parole dell’analista interpretavano un sogno: allo stomaco, al petto, ad una gamba.. era dolore, ed era una risposta alle parole.  …Penso anche a quando ero protagonista e spettatrice di una lotta senza confine tra la me che non voleva più essere malata e la resistenza alla cura. Faceva male, mi lacerava, e diveniva fisico, se provavo a sfuggire …

     

    Erano passate tre ore e mezza, e la citazione, reiterata, di un articolo fondamentale su scoperte risalenti a qualche anno fa dell’effetto della luce sulla retina e sullo sviluppo della retina nel feto mi ha causato un’emicrania di mezz’ora, allucinante, che guarda caso coinvolge, per definizione, il nervo ottico. Ero e tuttora sono, a pensarci, stupefatto. Psichiatra, cura, parola, immagine, resistenza, frustrazione, dolore fisico. Ecco un esempio lampante: il dolore, in questo caso, forse un’angoscia di dover vedere chi ti sta curando, nasce dentro, in profondità. Poi si fisicizza. Diventa cosciente e lo chiamo “mal di testa”. E il mal di testa, l’emicrania, quello è finito, senza recidive (caso rarissimo!) alle dieci e un quarto! Non mi è mai capitato prima di avere (sono un emicranico) un attacco così forte e così breve… così chiaramente conseguente a qualcos’altro.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 19 Jan 2005, 01:09 AM

    Non ho commenti da fare. Pubblico gli interventi …non nascondendo una certa sorpresa….

    alogon

     

     

    gnomo            

    Inviato il: 19 Jan 2005, 06:33 PM

    QUOTE (Alogon @ 17 Jan 2005, 09:00 PM)

    se la parola dolore contiene in sè l’idea dell’effrazione e della ferita allora esso può essere evitato-

    Oppure l’interpretazione ferisce ………..

     

    mi sembra possa esserci ‘effrazione’ anche quando una struttura profonda venga intaccata. è una ferita anche questa, nella misura in cui si crea un’apertura su qualcosa che prima era intatto.. ma non necessariamente sano..

     

    No, me lo chiedo e non arrivo a pensare che l’interpretazione in sè, possa ferire. se fosse sbagliata, forse. E’ ciò che cominciamo a sentire, o a non poter più evitare, che può anche creare dolore. Profondo, prima. Poi cosciente se ..? ‘troviamo’ il coraggio?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 20 Jan 2005, 01:11 PM

    Non sono d’accordo con gnomo. O gnoma…comunque …

    il punto è questo: se io interpreto un annullamento od una negazione elimino un non essere. Mai il non essere non è una struttura come dice la parola stessa.

    E’ una questione della filosofia medioevale quella sulla natura del non essere.

    Il non essere è: ma che senso ha “è” cioè il non essere riferito all’essere?

    Non voglio, per carità, addentrarmi in problemi troppo complessi però, vorrei far notare, la malattia è un niente.

    La possiamo considerare una struttura? ci può essere un’effrazione del nulla?

    E se non ci può essere come dobbiamo pensare di conseguenza la personalità che si organizza per nascondere un vuoto?

    Però vi ricordo che io qui sono uno psichiatra- artista. Più artista?

    Vedo che alcuni sono molto interessati a me come psichiatra…

    …ora per i più distratti ricordo che la cura è impossibile rubarla…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Franz            

    Inviato il: 20 Jan 2005, 03:46 PM

    Già, come si può definire “ferita” un’interpretazione? mi pare che sia come un capovolgere le cose. Se la si sente come ferita, la si nega come cura. Se è sbagliata l’interpretazione (succede? non so, non credo che mi cura e chi mi ha curato in passato ne abbiano mai sbagliata una..) allora anche la interpretazione sarebbe un non essere e non potrebbe ferire. In tal caso lo psichiatra (di certo quelli freudiani) non cura, se ferisce è anche lui un “non essere psichiatra”, quindi “non è” psichiatra. Altro è riconoscere, sentire che l’interpretazione, proprio perché cura (magari l’effetto non si vede subito, ma pazienza, bisogna saper sospendere il giudizio e aspettare, credo), “colpisce”, va a segno e intacca una “non-struttura” trasformandola in qualcos’altro. Ma lo psichiatra, anche se richiama giustamente alla sua identità di artista, l’ha già detto, e molto meglio di me.

     

     

    Franz            

    Inviato il: 20 Jan 2005, 04:01 PM

    [QUOTE=gnomo,19 Jan 2005, 06:33 PM] Oppure l’interpretazione ferisce ………..[/QUOTE]

    mi sembra possa esserci ‘effrazione’ anche quando una struttura profonda venga intaccata. è una ferita anche questa, nella misura in cui si crea un’apertura su qualcosa che prima era intatto.. ma non necessariamente sano..

    [/QUOTE]

    Forse, dopo che se ne è discusso sulla parola “dolore” sarebbe il caso anche per la parola “ferita” di discutere sul significato (i limiti del linguaggio verbale!)? per me una ferita è una lesione, dove il termine lesione implica il passaggio da una condizione di sanità (fisica o psichica) a una di non-sanità. Paragone fisico: una ferita da arma, da incidente materiale… mentre l’apertura su qualcosa che era intatto è una incisione con il bisturi. Il bisturi cura. Apre l’organo e interviene per riparare. Penso che non definiremmo “ferita” una cicatrice post-chirurgica, anche se avviene nell’uso comune. La definiremmo cura o “esito di cura”. E per continuare nella mia stupidissima metafora, se il bisturi riesce a fare il suo lavoro, ad asportare, che so, un’appendice intestinale malata, quell’appendice malata era un essere o un non-essere? Mi pare che il suo essere negativo, il suo “non essere sanità”, “non essere vita”, in quanto è mortale, sia il nulla di cui lo psichiatra – artista parla. E chiedo scusa per aver divagato ancora… dall’arte.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 20 Jan 2005, 05:07 PM

    L’assenza dello psichiatra che dovrebbe essere presente ferisc e perchè deludeed aumenta il non esser dell’altro.

    Ferita è la lesione dell’Io inconscio che recepisce come sofferemza,anche se non giunge al dolore, il tentativo di ledere che non va a buon fine.

    E come un colpo inferto sulla pelle che non necessariamente si lacera o in qualche modo si ferisce se riusciamoi a sottrarci…

     

     

    Franz            

    Inviato il: 20 Jan 2005, 08:22 PM

    QUOTE (Guest @ 20 Jan 2005, 05:07 PM)

    L’assenza dello psichiatra che dovrebbe essere  presente ferisc e perchè deludeed aumenta il non esser dell’altro.

    Ferita è la lesione dell’Io inconscio che recepisce come sofferemza,anche se non giunge al dolore, il tentativo di ledere che non va a buon fine.

     

    Io credo che se il tentativo di ledere non va a buon fine, l’atto del tentare di ferire non arriva al suo obiettivo, la ferita non si forma. Se, invece, si forma, il tentativo di ledere è riuscito.

    In merito al complicatissimo discorso dell’assenza, penso anche che l’assenza dello psichiatra come “mancanza di capacità di rapporto” (quella dei freudiani che pensano ai propri affari mentre fingono di ascoltare), come “non-esserci” è un non essere che di certo lede e ferisce il paziente. L’assenza in quanto rifiuto del tentativo di rapporto malato è terapia. Mi sembra che alcuni passi di “Istinto di Morte e Conoscenza” di M. Fagioli siano illuminanti su questo secondo caso, nel quale l’assenza non ferisce, anzi cura.

    “Frustrazione-assenza è comprensione e interesse verso l’analizzando quando corrisponde ad una non partecipazione alla soddisfazione di un bisogno dell’analizzando stesso, cioè all’esplicazione di una pulsione isolata nei riguardi dell’analista”. (…) “L’analista, assentandosi, pretende dal paziente un comportamento e, ancor più, un atteggiamento inconscio maturo (adulto); vale a dire pretende che il paziente reagisca ad un avvenimento di realtà, che impone una frustrazione della libido (la sospensione della seduta), con una autoregolazione della stessa libido, ponendo un freno, una diga alla soddisfazione delle proprie pulsioni (ambivalenti), facendo leva sulla validità del proprio io”.

    In questo caso, l’assenza dell’analista non solo non ferisce, ma, al pari dell’interpretazione, cura…

     

     

    Franz            

    Inviato il: 20 Jan 2005, 08:33 PM

    mi piacerebbe riprendere l’oggetto della discussione, “Trasparenza”. Ho ascoltato la presentazione alla Feltrinelli di Firenze di febbraio 2004, molto interessante, disponibile nel sito web. A parte il fatto che ora mi spiego perché quel certo personaggio femminilissimo di una nota serie televisiva mi ispirava una profonda simpatia che mi è ora chiarissima (fantastica conferma!), vorrei riprendere un’affermazione che ho sentito perché vorrei capirla meglio: suonava “il linguaggio verbale consente una maggior regressione, è come un laser che è precisissimo”, o qualcosa del genere. Mi pareva che in questo ci fosse un’attribuzione di maggior “qualità” rispetto al linguaggio figurativo che ha invece bisogno “dell’intervento dei critico” per cogliere il significato dell’immagine fatta dall’artista. Vorrei chiedere ad Alogon di spiegarmi meglio, sono molto curioso di approfondire… sempre che questo quesito non sia giudicato tedioso dal moderatore…

     

     

    Franz            

    Inviato il: 20 Jan 2005, 08:35 PM

    QUOTE (Guest @ 19 Jan 2005, 01:09 AM)

    Non ho commenti da fare. Pubblico gli interventi …non nascondendo una certa sorpresa….

    alogon

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 21 Jan 2005, 01:15 PM

    QUOTE (Franz @ 20 Jan 2005, 03:46 PM)

    Se è sbagliata l’interpretazione (succede? non so, non credo che mi cura e chi mi ha curato in passato ne abbiano mai sbagliata una..) allora anche la interpretazione sarebbe un non essere e non potrebbe ferire.

     

    Un chiarimento: intendi dire che una interpretazione errata da parte dello psichiatra-psicoterapeuta non “ferirebbe” il paziente?

     

     

    Guest            

    Inviato il: 21 Jan 2005, 09:34 PM

    rispondo con una domanda agli interrogativi postimi da blade runner…

    già…blade runner…

    artisti si nasce o si diventa?

    alogon

     

     

    Franz            

    Inviato il: 22 Jan 2005, 07:48 PM

    QUOTE (Trumpet @ 21 Jan 2005, 01:15 PM)

    QUOTE (Franz @ 20 Jan 2005, 03:46 PM)

    Se è sbagliata l’interpretazione (succede? non so, non credo che mi cura e chi mi ha curato in passato ne abbiano mai sbagliata una..) allora anche la interpretazione sarebbe un non essere e non potrebbe ferire.

     

    Un chiarimento: intendi dire che una interpretazione errata da parte dello psichiatra-psicoterapeuta non “ferirebbe” il paziente?

     

    Penso proprio che un’interpretazione sbagliata possa ferire, sì. A quel punto mi chiedo se sia lo psichiatra che sa essere psichiatra, mi chiedo se lo sia davvero… tutti, credo, possono sbagliare, per carità. Anche i migliori… penso sia possibile (anche se non dobbiamo trascurare il caso in cui, ed è possibile, lo sbaglio non sia “indotto” da trappole dell’odio dell’analizzando). Ma ripeto, a me personalmente, non pare mi sia mai successo di ricevere un’interpretazione sbagliata. Intendevo quindi dire che invece lo psichiatra freudiano ferisce sistematicamente. Mentre quello “bravo” cura sistematicamente… o sbaglio?

     

     

    Franz            

    Inviato il: 22 Jan 2005, 07:54 PM

    QUOTE (Guest @ 21 Jan 2005, 09:34 PM)

    artisti si nasce o si diventa?

     

     

    wow, che domanda… credo che si diventi… alla nascita l’arte è “possibile”, ma poi bisgna farla diventare atto, come qualunque altra “possibilità”… mi pare. Quindi, se non erro, proseguendo nel ragionamento… il linguaggio verbale, che viene dopo, è fondamentale per diventare in grado di capire e fare immagini e quindi essere artista? è questo che intendi, forse?

    Blade Runner? non era mai nato, giusto? nel film non viene detto, ma anche lui era un replicante… senza nascita…

     

     

    Guest            

    Inviato il: 22 Jan 2005, 07:57 PM

    la fotografia che propone franz è quella di blade runner…

    il test di voigt kampff…

    il rilesso pupillare influenzato dalle emozioni..

    questo mi sembra veramente interessante…

     

     

    Franz            

    Inviato il: 22 Jan 2005, 08:01 PM

    e dicendo “psichiatra freudiano” sono caduto in una negante contraddizione. Il freudiano è il più lontano possibile dall’immagine di psichiatra-psicoterapeuta. E’ uno psicanalista. Come tale… fa solo danni (ferite). E’ il caso di insistere su ciò che nella psicoterapia valida (un possibile errore) può essere uno sbaglio occasionale? se questo avviene, il primo ad accorgersi di aver sbagliato è lo psichiatra stesso; mi piacerebbe sapere come la pensano gli psichiatri….

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 22 Jan 2005, 08:03 PM

    finche il feto non manifesta il rilesso pupillare non ha possibilità di vita autonoma..

    26,27,28 settimane di gestazione

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Guest            

    Inviato il: 22 Jan 2005, 08:09 PM

    La vitalità

    la reazione alla luce

     

    “La dilatazione della pupilla, determinata dalla contrazione del muscolo dilatatore dell’iride, è chiamata midriasi. L’attività del muscolo dilatatore è sotto il controllo del sistema nervoso simpatico. Il segnale origina da una zona del cervello, l’ipotalamo, che viene attivata sia da condizioni di bassa illuminazione che da stimoli emotivi; da qui l’impulso passa attraverso il midollo spinale ed ritorna alla pupilla per via dei nervi ciliari lunghi. ¹

     

    La midriasi legata a stimoli emotivi è particolarmente evidente in condizioni di pericolo quando tutto il nostro organismo, compreso l’occhio, viene messo in stato di massima allerta per migliorare le capacità di difesa. “

     

    Il replicante in Blade runner, viene scoperto per anomalie del riflesso pupillare..

     

     

    Julia            

    Inviato il: 22 Jan 2005, 09:42 PM

    Non ho esperienza di un’interpretazione che ferisce… se va a toccare un vuoto, un non essere, non credo possa ferire, piuttosto lo colma e costringe a trovare nuove risorse per colmarlo… E’ lì magari che s’inciampa , una volta cadute le molteplice facce di una stessa illusione, o bugia, sembra che rimanga molto poco… s’inciampa, sperando che l’assetto resti costruttivo, su questo “poco” che fa la differenza… Per me c’è nella ricerca di senso una pesantezza, ma anche una risorsa perché alla fine è una delle poche cose che nessuno può attaccare. Il senso, un sentire, una sensazione… anche una direzione? Qualcuno ha detto che l’arte non era riparazione di una ferita ma trasformazione del negativo in qualcos’altro. Il primo sarebbe un tornarci sopra, un tornare indietro sulla stessa linea, e il tentativo di trasformazione fallirebbe per il necessario elemento di partecipazione, di immedesimazione con la causa del dolore? E il secondo tenderebbe a imprimere una nuova direzione, un movimento, in un punto che consente una svolta, stravolgendo il senso togliendolo da qualcosa per investirlo in qualcos’altro?

    Come chiede Franz, non so dire nulla del linguaggio visivo rispetto al linguaggio verbale… ma guardo con ammirazione e incredulità chi pratica con talento il primo, che mi sembra abbia maggior respiro. Un’opera diventa un istantaneo, il risultato di una elaborazione che colpisce in uno dei suoi aspetti, mentre forse il linguaggio verbale permette di esprimere in modo più chiaro i risvolti dell’elaborazione… ma con le parole si corre sempre il rischio della linearità, di un appiattimento, immagini che si susseguono nel tempo, mentre forse l’opera figurativa forma una linea più vaga ma più ampia, provenendo direttamente dall’inconscio senza il filtro della coscienza?…

    Mi rendo conto però che tutto ciò è molto teorico…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 23 Jan 2005, 12:45 PM

    Mi piace la risposta di JUlia. In effetti si può rappresentare un evento tragico senza trasmettere il senso della tragedia e del dolore.

    La vitalità forse è nella potenza di trasformare il senso del vissuto, per cui si reagisce ad uno stimolo stressante, a situazioni potenzialmente lesive dell’immagine inventantosi soluzioni nuove…magari diventanto artisti.

    Non si dà modo allo stimolo alla situazione di divenire malattia per una reazione fiacca od inadeguata

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Julia            

    Inviato il: 23 Jan 2005, 04:19 PM

    … inventare è una bella parola, piacerebbe metterla in atto più spesso, inventare e forse non riciclare una tragedia vissuta come delirio, tentativo vano se non con un altro delirio… il senso della realtà dà forza, ma a certi livelli le cose sembrano giocarsi davvero sul filo del rasoio, non bisogna distrarsi perché facilmente le situazioni si ribaltano…

    Motivante e insieme un po’ inquietante…

     

     

    Guest            

    Inviato il: 23 Jan 2005, 05:30 PM

    QUOTE (Alogon @ 22 Jan 2005, 08:03 PM)

    finche il feto non manifesta il rilesso pupillare non ha possibilità di vita autonoma..

    26,27,28 settimane di gestazione

     

    Prendendo in esame le rare situazioni di bambini ciechi dalla nascita per cui magari può esistere l’eventualità di una stimolazione retinica ma non funzionale a una elaborazione del cervello, cosa succede? intendo dire, come possono questi bambini dare inizio, oltre che alla vita fisica con il respirare, a una vita psichica

    con la nascita del pensiero e della capacità di fare immagini mentali?

    Trumpet

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 23 Jan 2005, 07:38 PM

    Esiste comunque una stimolazione indiretta, per via reticolare credo, della corteccia occipitale e delle aree visive.

    Si sviluppa così, si può ipotizzare, nonostante il deficit, una vita psichica. Credo esistano ricerche sulla capacità di sognare dei ciechi dalla nascita. Capacità di sognare che porta a forme del tutto peculiari.

    E’ chiaro che il problema più grosso è quello della definizione dell’immagine che come realtà indefinita si può suppore sia in grado di formarsi al di là della menomazione dehgli apparati sensoriali visivi.

    Nella formazione dell’immagine alla nascita la stimolazione visiva gioca senz’altro un ruolo fondamentale ma sono presenti e concomitanti altre afferenze sensoriali che , in circostante particolari vengono potenziate al massimo e possono in parte sopperire all’assenza della vista.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 24 Jan 2005, 11:45 AM

    rimbalzando su un argomento a me caro…

     

    i replicanti di blade runner vengono scoperti dal riflesso pupillare perchè addirittura il loro “creatore” ha “innestato” in loro falsi ricordi, ad esempio di una loro falsa vita precedente, cercando di renderli indistinguibili dagli umani.

     

    e comunque nella versione allungata, originale del film, si lascia intuire che anche il cacciatore di replicanti, deckart, sia uno di loro, e per questo sia così capace.

    e lo si suggerisce perchè lui fa un sogno in cui c’è un unicorno.

    qualche scena dopo, verso la fine, il suo collega “cattivo”, quello coi baffetti ed il viso magro con la passione per gli origami, va a casa di deckart, e gli lascia sul tavolo un origami fatto ad unicorno, come se lui sapesse che il sogno è stato creato artificialmente, indotto, e quindi ne conoscesse il contenuto.

     

    tutto il film è il tentativo di creare un “inconscio” artificiale, nel tentativo di rendere i replicanti identici all’uomo. questa identità la si ricerca non nell’aspetto esperno, ma cercando di dotarli di un “inconscio” in quanto tratto essenziale all’uomo.

    quindi, finchè non c’è “altro” rispetto alla sfera razionale, all’aspetto esterno, non c’è umanità.

     

    non so se mi sono spiegato, è difficile non scrivere castronerie.

     

     

    Franz            

    Inviato il: 24 Jan 2005, 02:45 PM

    QUOTE (Julia @ 22 Jan 2005, 09:42 PM)

    Come chiede Franz, non so dire nulla del linguaggio visivo rispetto al linguaggio verbale… ….. Un’opera diventa un istantaneo, il risultato di una elaborazione che colpisce in uno dei suoi aspetti, mentre forse il linguaggio verbale permette di esprimere in modo più chiaro i risvolti dell’elaborazione… ma con le parole si corre sempre il rischio della linearità, di un appiattimento, immagini che si susseguono nel tempo, mentre forse l’opera figurativa forma una linea più vaga ma più ampia, provenendo direttamente dall’inconscio senza il filtro della coscienza?…

     

    Mi pare che nel linguaggio verbale ci sia una rielaborazione dell’immagine che porta con sé necessariamente un rischio di alterazione, mentre il linguaggio visivo sia appunto privo di filtri, per cui permetterebbe una rappresentazione molto più diretta delle immagini, senza nessun intervento della sfera razionale. Nel linguaggio verbale la scelta stessa della parola è, o rischia di essere, un atto razionale…

     

     

    Franz            

    Inviato il: 24 Jan 2005, 02:58 PM

    ti sei spiegato perfettamente… L’odio di deckart per i replicanti nasce quindi, forse, dalla consapevolezza di essere anch’egli come quelli cui dà la caccia… un “lavoro in pelle”….

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 24 Jan 2005, 03:35 PM

    i replicanti hanno emozioni affetti (?) e ricordi coscienti.

    Eppure manca ad essi qualcosa di specificamente umano ma che a mio avviso non è solo l’immagine.

    Ad esssi manca il tempo per capire e per comprendere .

    Per inventarsi una vita diversa?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Franz            

    Inviato il: 24 Jan 2005, 05:07 PM

    Intendi il tempo futuro o quello trascorso? Il tempo trascorso è indotto come falsi ricordi, quindi diamo per scontato che ne abbiano avuto comunque una (falsa) acquisizione e idea; quello futuro invece hanno illusione di averlo (nessuno di essi sa di essere limitato nel tempo finché deckart rivela la loro identità non umana)…. D’altra parte, la fuga finale di Deckart e Rachel (che Ridley Scott cancellò nella versione lunga, il Director’s Cut) è un tentativo di inventarsi una vita diversa… è necessario il tempo di una vita per inventare? o basta un attimo?

     

     

    Guest            

    Inviato il: 24 Jan 2005, 05:22 PM

    il tempo come trasformazione interna che non è movimento nello spazio…fuga…

     

     

    Franz            

    Inviato il: 25 Jan 2005, 09:43 AM

    La trasformazione interna di Deckart c’è e come… da poliziotto assassino (di replicanti) a uomo innamorato. La fuga viene dopo.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 25 Jan 2005, 10:10 AM

    …innamorato di una replicante…e forse lui stesso è un replicante….

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 25 Jan 2005, 12:55 PM

    QUOTE (Franz @ 25 Jan 2005, 09:43 AM)

    La trasformazione interna di Deckart c’è e come… da poliziotto assassino (di replicanti) a uomo innamorato. La fuga viene dopo.

     

    È possibile innamorarsi di un guscio vuoto o quasi tale? è quello amore inteso come rapporto uomo donna?

     

    Trasformazione, come è stato detto, intesa relativamente alla realtà interna per cui l’apparenza percepibile con gli occhi potrebbe trarre in inganno.

     

    Se di replicanti si tratta allora non c’è alcun assassinio, ma forse intendevi dire che ci può essere una trasformazione da una situazione interna disumana ad una umana? e se non bastasse per questo un rapporto uomo donna seppur non distruttivo?

     

    Sebbene forse sia valido il concetto per cui è meglio scappare che prenderle, qui, magari, visto l’ambito della discussione, un’eccezione potrebbe essere fatta per cui la fuga non è una soluzione anzi “fuga” può divenire un termine non applicabile.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 25 Jan 2005, 04:50 PM

    Certo… l’abbiamo detto che non c’è nascita… quindi non c’è vita…. è solo che non mi pare sia il tempo il fattore determinante che manca loro, ma qualcosa di più profondo… la nascita appunto, e quindi la capacità di realizzarla di nuovo. Ma mi rendo conto che sono solo parole diverse per dire la stessa cosa del movimento interno, che avviene nel tempo.

    Prescindendo dalla finzione fantascientifica, in fondo, il tentativo di dare un “falso inconscio”, come qualcuno ha detto, al replicante, viene rappresentato in modo convincente proprio perché, forse, l’immagine finale di ribellione che ne scaturisce è convincente (nella misura in cui possa esserlo un film di Hollywood…). Replicanti i personaggi, esseri umani gli attori…

     

    crazycow            

    Inviato il: 25 Jan 2005, 10:06 PM

    i replicanti chiedono più tempo per vivere.

    Sarebbe stato più giusto chiedere un tempo diverso.

     

    Franz            

    Inviato il: 26 Jan 2005, 02:06 PM

    QUOTE (Trumpet @ 25 Jan 2005, 12:55 PM)

    Se di replicanti si tratta allora non c’è alcun assassinio, ma forse intendevi dire che ci può essere una trasformazione da una situazione interna disumana ad una umana? e se non bastasse per questo un rapporto uomo donna seppur non distruttivo?

     

    Esattamente. Non sono umani, ma se hanno la capacità di sentire l’odio per la propria non-umanità, forse qualcosa sotto c’è. Non c’è nascita, non ci sono una vita inconscia e una memoria cosciente reali, ma indotte, non si possono definire “umani”. Siamo d’accordo.

     

    Ma se c’è, apparentemente, un movimento interno a quel guscio vuoto, forse lo possiamo considerare, con tutti i limiti del caso, una “nascita”, quando esso avvenga per la prima volta? Premesso che si tratta di speculazione pura, a questo punto, perché non ipotizzare che la capacità (cognitiva, razionale)di comprendere il proprio limite non faccia “nascere” una rozza vitalità (interna non razionale) che conduce, in questo caso, alla ribellione (più che “fuga”)? non è vera nascita, non c’è fantasia-ricordo di una condizione precedente fetale, chiaro. Ma in un organismo clonato la potenzialità biologica, forse (sottolineo forse) c’è?…

     

    Se c’è un movimento di ribellione a uno schema, non c’è forse qualcosa che ricorda vagamente l’essere umano, il muoversi umano? (gli animali non lo fanno… e non ho altri “viventi” a titolo comparativo), appunto una trasformazione “interna” da non-umano a qualcosa che dell’umano ha se non altro alcuni tratti tipici ed unici?

     

    Certo, il rapporto uomo-donna non basta a fare l’umano dal replicante. Ma fa qualcosa di più del non-umano o dell’animale? forse sì… e risottolineo il forse…

     

    In caso contrario, non solo non si potrebbe accettare l’idea di una vita psichica nel replicante, ma allora, nemmeno fisica, biologica, “animale” appunto. E allora ci dovremmo accontentare della definizione di “robot”. Ma a me non pare che fosse questa l’idea nel rappresentare il replicante…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 26 Jan 2005, 02:48 PM

    Mi sembra che il problemas non sia quello dei replicanti che diventano umani, ma degli uomini copyright domenico fargnoli

     

     

    Franz            

    Inviato il: 26 Jan 2005, 05:04 PM

    QUOTE (Alogon @ 26 Jan 2005, 02:48 PM)

    Mi sembra che il problemas non sia quello dei replicanti che diventano umani, ma degli uomini che diventano replicanti

     

    Passando dalla finzione alla realtà…concordo pienamente. Replicanti nel vero senso della parola; fra loro identici e vuoti.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 27 Jan 2005, 12:52 PM

    So che molte persone hanno temi e pensieri da proporre.

    li invito ad espimerli

     

     

    Nimue            

    Inviato il: 27 Jan 2005, 11:29 PM

    QUOTE (Franz @ 26 Jan 2005, 02:06 PM)

    ….Ma a me non pare che fosse questa l’idea nel rappresentare il replicante…

     

    Ci possono essere nel film idee che danno origine a spunti interessanti, come nel caso delle discussioni precedenti, ma mi sembra di ricordare anche che si facciano molti riferimenti a simboli religiosi.

     

    L’intuizione iniziale dell’autore quindi va presa con “le molle”, come punto di partenza per sviluppare una ricerca propria, (come ne caso di questo forum) … ma poi alla fine mi chiedo, quale sia la sua l’idea di nascita, di trasformazione e di rapporto uomo donna.

     

    e’ possibile seguire solo una intuizione iniziale di una persona o tutto deve corrispondere ?

     

     

    Guest            

    Inviato il: 28 Jan 2005, 11:07 AM

    credio che ciascuno in questo ambito possa seguire il filo di pensieri che vuole.

    Naturalemnte poi si sviluppa una dialettica un confronto.

    Nel caso Blade runner sicuramente il messaaggio è ambiguo.

    Cr4edo però che ciascu no di noi debba intervenire non con un giudizio ma cercando una comprensione più profonda di un fatto artistico come nel caso di questo film

     

     

    Franz            

    Inviato il: 28 Jan 2005, 04:36 PM

    Già, il fatto artistico, questo mi sembra molto interessante. L’abbiamo detto, l’arte è trasformazione e invenzione, anche in questo film. Come mai da spettatori cinematografici, fruitori d’arte, siamo così interessati e colpiti? cosa è nell’invenzione che colpisce tanto in profondità (se c’è, a me pare ci sia)? la costruzione dell’inconscio (nel film) a me sembra un proclama di un’esigenza di irrazionalità. Probabilmente ben al di là delle intenzioni degli autori.

     

     

    bab            

    Inviato il: 30 Jan 2005, 08:14 PM

    ciao a tutti, complimenti: bella discussione. mi interessa in particolare l’aspetto del rapporto uomo-donna, o meglio uomo-replicantedonna. mi chiedo se il rapporto possa avere inizio nel momento in cui lui intuisce un altro da sé che evidentemente sente oltre il guscio vuoto del replicante. forse intuisce una vitalità, un movimento, che gli altri lavori in pelle non avevano.

    non basta infatti la spinta alla vita del corpo, il desiderio di non esaurirsi, a fare quella vitalità e quell’immagine che deckart riconosce in lei. a volte succede di riconoscere una possibilità e di innamorarsi di quella. dove sta il limite con l’identificazione, o con l’io ti salverò? dove arriva la sanità? se è vero, come è vero, che non si può fare una ricerca al posto dell’altro, è anche vero che ci sono persone belle, ancora in bozzolo, che magari si trasformano proprio grazie all’interesse di chi vede e sente la farfalla che c’è dentro. insomma… vorrei fare un paragone -lo riconosco- azzardato tra la scena in cui lui la blccca al muro e le impone di dirgli, se non mi ricordo male “ti amo” o “ti voglio”, e la scena del film La Condanna, in cui il Colaianni attacca al muro la Sandra Celestini. provocazione: dove sta la differenza tra i due movimenti? si potrebbe dire che Sandra era un guscio semivuoto? c’èra l’intuizione di una possibilità di cura e dunque se vogliamo di ritrovamento di una nascita dimenticata?

     

     

    Guest            

    Inviato il: 30 Jan 2005, 10:37 PM

    Certo…vengono in mente molti pensieri.

    Ne scelgo uno.

    Anche la costruzione dell’inconscio può essere falsa, una replica di un originale.

    E qualcuno, potrebbe essere un uomo od una donna, non si rende conto di questa inautenticità che toglie senso all’eistenza e la riduce ad un meccanicità biologica pur nell’apprenza di una vita emotiva ed affettiva.

    Immagini piatte, poco più che fotografie…

    …potrebbe esser una tragedia…

    ma chi è in grado di cogliere questo livello così sofisticato di mistificazione?

    Ci vuole coraggio a vedere ciò che molti non vogliono o non possono vedere.

     

    block            

    Inviato il: 1 Feb 2005, 12:45 PM

    Voglio parlarti il più sinceramente possibile, ma il mio cuore è vuoto Il vuoto è uno specchio che mi guarda. Vi vedo riflessa la mia immagine e provo disgusto e paura. Per la mia indifferenza verso il prossimo mi sono isolato dalla compagnia umana. Ora vivo in un mondo di fantasmi, rinchiuso nei miei sogni e nelle mie fantasie.” (Il settimo sigillo)

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 1 Feb 2005, 03:57 PM

    QUOTE (bab @ 30 Jan 2005, 08:14 PM)

    ciao a tutti, complimenti: bella discussione. mi interessa in particolare l’aspetto del rapporto uomo-donna…

     

    L’approfondimento che tu hai proposto è molto interessante e, come è già stato detto nell’intervento immediatamente dopo il tuo, è estremamente complesso accorgersi di mistificazioni così sottili: bastano i cinque sensi? forse no, ma forse non basta nemmeno una dimensione di sanità mantenuta dalla nascita, certo condizione necessaria ma probabilmente non sufficiente. Diviene doveroso ipotizzare che l’accorgersi di tali false immagini così abilmente dissimulate richiede una sanità che necessita di divenire anche consapevolezza e conoscenza, ambito in cui il capire diviene comprendere e il percepire diviene sentire.

    Ma forse non è ancora abbastanza, come è già stato detto, il coraggio di accorgersi e rifiutare può divenire molto costoso e le reazioni, talvolta, non è escluso che si manifestino in modo davvero molto imprevedibile e scomposto. Dall’altro lato però, quando si è intrapreso una certa strada non è più concesso chiudere gli occhi.

     

    Ritornando al tuo intervento, tu parti prendendo in esame il rapporto uomo donna e concludi giungendo a parlare di cura, potresti per favore approfondire il nesso, se lo hai stabilito, che dall’uno porta all’altra?

     

     

    block            

    Inviato il: 2 Feb 2005, 10:29 AM

    Un commento a Solaris “Quando Kelvin approda alla stazione spaziale, scopre che un suo collega, lo scienziato Gibarian, è morto. E scopre che gli altri due luminari, Snaut e Sartorius, hanno perso lucidità e stanno per impazzire, perché qualcosa di strano cova e monta nel cuore dell’oceano di Solaris. La natura si ribella, l’acqua si ribella, l’oceano si ribella e risponde ai bombardamenti dei raggi x, irradiando i cervelli dei ricercatori. È in grado di leggere nella loro mente e di riprodurre materializzazioni, copie e doppioni dei loro ricordi, o anche di impressioni, pensieri, segreti da sempre appartenenti all’inconscio. E il tentativo umano, bieco, basso e superficiale, è quello di liberarsi da questi “ospiti” – cosi li chiamano – ma ogni rimedio è vano. Perché essi hanno capacità riproduttiva non umana, sembrano possedere il dono dell’immortalità, e anche se assumono ossigeno liquido, anche se vengono sdoganati a bordo di un razzo spaziale, anche se muoiono, vivono. E ancora l’antinomia tra vita e morte viene meno, viene sempre meno, come in Stalker.

     

    E così anche Kris Kelvin può dare corpo alle sue memorie e ritrovare ciò che ormai aveva smarrito e dimenticato: Chari, la fidanzata, che aveva perso dieci anni prima, che forse aveva rimosso perché morta suicida, rimosso perché ancora troppo innamorato di lei. E Kelvin, in un primo momento, rifiuta questa apparizione, convinto dai due ricercatori che queste personificazioni non sono conglomerati di atomi come gli esseri umani, ma conglomerati di neutrini. Sono matrici, cloni, repliche. Senza anima e senza ascolto. Ma Kelvin è un uomo, ama la scienza a modo suo e sa scindere corpo e anima, sa che l’uomo non è nato solo per conoscere spietatamente la natura, sa quali sono i doveri e i principi dell’umanità, perché crede in un senso mistico e religioso dell’esistenza. Sa che Chari non è solo una stupida copia, ma è la coscienza degli esseri umani, i loro recessi, e non possono essere neutrini, perché l’anima non è fatta di neutrini ma di materia ineffabile e insondabile. E riesce a stabilire con lei un rapporto empatico, ad amarla. E a guardare dentro di sé. E non troverà vergogna come quella che ha trovato Giberian e a causa di ciò si è ucciso, non troverà gli scarti malsani dell’inconscio e i rifiuti scabrosi della coscienza di Snaut e Sartorius, troverà l’unica donna che ha davvero amato nel corso della sua vita.

     

    L’unica donna che muove e agita la sua coscienza.

     

    E a differenza degli altri due stabilirà con essa, la sua Chari, un contatto empatico. Capace di provare emozioni e passioni e rivoluzioni animiche. Perché dentro di sé le ferite aperte, se mai c’erano, si sono rimarginate.

     

    E accetterà, non a malincuore, le resurrezioni di Chari, perché ha fiducia nell’anima e nella sua essenza e crede in qualcosa di poco terreno. E in qualcosa che non è da ascrivere agli atomi e ai neutrini.

     

    E nel sogno che pone fine alla sua presenza a bordo della stazione, la madre verrà a visitarlo, e lo curerà dalle ferite che reca marchiate sulle braccia. Segni identici a quelli degli “ospiti”. Perché forse, adesso, anche Kelvin è un ospite.

     

    E se nella scena finale abbraccerà il padre come un infante, e se nella scena finale la loro casa sarà immersa nell’acqua e nell’oceano di Solaris, allora Kelvin avrà compreso davvero il senso della sua esistenza, e l’oceano di Solaris sarà, per sempre, la sua coscienza. Di un uomo che ha capito il senso e il valore di essere. Di un uomo che ha capito il senso e il valore di esistere.

     

    Ian Degrassi.

     

     

    sartorius            

    Inviato il: 2 Feb 2005, 01:03 PM

    Il pianeta Solaris è un immenso, unico oceano che possiede strani poteri: entra nella mente, conosce e materializza i pensieri più reconditi. Questi fenomeni avvengono sulla stazione spaziale in orbita intorno al pianeta che ospita tre scienziati. Allo psicosociologo appena giunto sulla stazione appare la moglie morta; l’uomo cerca di liberarsi di questa immagine che lo perseguita. Egli tenta allora di mettersi in contatto con questa liquida entità senziente e l’oceano ricrea, solo per lui, un nuovo rifugio dove vivere per sempre

     

    ….un nuovo rifugio dove vivere per sempre….

     

     

    block            

    Inviato il: 2 Feb 2005, 01:12 PM

    Sartorius, volendo stabilire un “contatto” con Solaris, ha messo a punto due soluzioni: o creare anticampi sul pianeta con 1’azione di un “annichilatore” che distruggerebbe la struttura del magma e degli “ospiti”, oppure spedire sul pianeta un encefalogramma contenente i pensieri di un essere umano nel suo stato di veglia (poiché gli “ ospiti” appaiono sempre e solo al termine del sonno, proprio durante tale stato l’oceano si era occupato degli abitanti della stazione). Si decide di inviare un encefalogramma di Kelvin. Mentre Sartorius dispone le apparecchiature per inoltrare il “messaggio”, Kelvin è colpito da un inatteso esaurimento. Dopo alcuni giorni passati in agitato stato di incoscienza, si risveglia. Chari è sparita: si è fatta dissolvere dall’annichilatore. Snaut gli rivela che sulla superficie del pianeta si sono formate come delle isole e che gli ospiti sono d’un tratto spariti. Kelvin pensa alla lontananza della Terra e si vede presso la casa di campagna. Si avvicina e si getta in ginocchio davanti al padre apparso ad accoglierlo sulla soglia.

     

    Kelvin si gettq in ginocchio davanti al padre

     

     

    chari            

    Inviato il: 2 Feb 2005, 01:17 PM

    Di fronte ad una ricerca scientifica divenuta perciò autoreferenziale, in quanto proclama la propria autonomia rispetto alla natura e all’uomo, Tarkovskij rivendica il valore dell’arte come strumento di conoscenza della verità, o addirittura come archetipo stesso della verità: “Per mezzo dell’arte – scrive Tarkovskij – l’uomo si appropria della realtà attraverso un’esperienza soggettiva. Nella scienza la conoscenza umana del mondo procede lungo i gradini di una scala senza fine, venendo successivamente rimpiazzata da sempre nuove conoscenze su di esso che sovente si confutano a vicenda, in nome di verità oggettive particolari. La scoperta artistica, invece, nasce ogni volta come un’immagine nuova e irripetibile del mondo, come un geroglifico della verità assoluta. Essa si presenta come una rivelazione, come un desiderio appassionato e improvviso di afferrare intuitivamente tutte in una volta le leggi del mondo – la sua bellezza e il suo orrore, la sua umanità e la sua ferocia, la sua infinità e la sua limitatezza. L’artista le esprime creando l’immagine artistica che è uno strumento sui generis per cogliere l’assoluto. Per mezzo dell’immagine si mantiene la percezione dell’infinito dove esso viene espresso attraverso le limitazioni: lo spirituale attraverso il materiale, lo sconfinato grazie ai confini”

     

     

    bab            

    Inviato il: 2 Feb 2005, 08:39 PM

    QUOTE (Trumpet @ 1 Feb 2005, 03:57 PM)

     

    …il coraggio di accorgersi e rifiutare può divenire molto costoso e le reazioni, talvolta, non è escluso che si manifestino in modo davvero molto imprevedibile e scomposto. Dall’altro lato però, quando si è intrapreso una certa strada non è più concesso chiudere gli occhi.

     

    Ritornando al tuo intervento, tu parti prendendo in esame il rapporto uomo donna e concludi giungendo a parlare di cura, potresti per favore approfondire il nesso, se lo hai stabilito, che dall’uno porta all’altra?

     

    Non avevo pensato direttamente al nesso, è venuto fuori così. evidentemente ci sta, almeno nella mia testa.

    Vado a ruota libera e mi viene da dire che per arrivare alla cura non si può prescindere dal rapporto con un uomo (e viceversa). Lo risentivo, nel senso di riascoltavo, giusto ieri sera, che non si può restarsene chiusi in biblioteca e pensare che quella sia la ricerca. condivido. bisogna giocarsi la pelle, anche facendo rapporti con qualcuno che POI magari si scopre che tanto bene non sta. Ed è chiaro che ipotizzo di scoprirlo poi, perché se lo intuisco o addirittura lo sento già dal primo contatto, be’ allora non separarsi, non rifiutare subito, diventa un atto di masochismo e un’alleanza perlomeno sospetta.

    Chiudere gli occhi non si può, hai ragione Trumpet, se non a costo di giocarsi il proprio famigerato straccio di sanità, faticosamente riconquistato. Ma la questione che ha sollevato l’intervento subito dopo il mio primo post puntava il riflettore su una malattia atroce, sottilissima e totale, che addirittura porta a creare un fantoccio di psiche. un incoscio-comparsa, che non ha niente di vero, nemmeno la crisi. Non ero arrivata a tanto nella mia ipotesi interlocutoria. Volevo restare nei limiti di una malattia se vuoi… meno malata, passami il termine, di un uomo che ha gli strumenti ma che rifiuta di credere che si possano usare.

     

    Ero a questo punto io. Intuire, cogliere oltre la facciata, e lottare per suscitare un desiderio di movimento autonomo, pretendere una bellezza che non è ancora agita ma solo ammirata negli altri da lontano, come si ammira un tramonto, come non fosse cosa propria. Ma poi subito anche negata, data per fasulla, costruita, indotta, perché non si regge che possa essere autentica.

    Dov’è il confine tra sanità e amore (volere che l’altro sia bello, dico io quanto si sente che può essere bello) e invece identificazione, masochismo, depressione? Se poi ci si trova di fronte ad un dissociato grave, ad un uomo indifferente, allora sono guai e tocca scappare a gambe levate, poco importa la reazione scomposta del pazzo assassino. non si può, per gentilezza, porgere il collo solo perché pare brutto levare le tende. Ma, ripeto, non era questo il caso della questione. d’altro canto credo che, a livelli di malattia così profonda, se uno non se ne accorge perché l’altro è abilissimo e subdolo, immagino che prima ancora che il sentire e il comprendere della coscienza, parlino i sogni, e il corpo che si spegne. Grande fortuna poi avere chi li interpreta, i sogni, e vede (provoca?) chiaramente la trasformazione di un corpo che si alleggerisce e riacquista quella luce che può (e direi deve) avere una donna, per esempio mentre scende lentamente i gradini di una scala.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 3 Feb 2005, 09:56 AM

    Le considerazioni di Bab risuonano positivamente.

    Però vorrei far rilevare che questa malattia atrice e oittlissima alla qule lei allude, , anche fra noi, non è così rara come si pensa e soprattutto non è facilissimo individuarla. Pur facendo riferimento alla sensibilità, ai sogni, agli affetti,

    Oltre a tutto ciò oer resistere ci vuole un pensiero strutturato in un cerfto modo.

    Altrimenti s diventa vittime dell’eistenzialismo di Bergmann, dei replicanti di Blade runner, degli ospiti fatti di neutrini come in Solaris.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet

    Inviato il: 3 Feb 2005, 02:35 PM

    QUOTE (bab @ 2 Feb 2005, 08:39 PM)

    Non avevo pensato direttamente al nesso, è venuto fuori così. evidentemente ci sta, almeno nella mia testa.

     

    Comprendo cosa intendi e sei stata molto gentile ad approfondire, per di più in questo modo, quanto da te detto prima. Aggiungo che concordo con Alogon nell’avvertire un suono armonico in quanto hai scritto, ma concordo anche col fatto che, come ho accennato precedentemente, occorrono strumenti più evoluti per saper individuare (e quindi agire un comportamento adeguato), persone affette da questo tipo di patologie. Mi sto riferendo appunto ad una conoscenza (“pensiero strutturato in un certo modo”) forse solo in parte consapevole, che si fonde con una sanità di base, o magari anche più che tale, che consente di vedere, magari meglio intuire, oltre l’apparenza. A tale proposito ci terrei a puntualizzare che i termini che avevo usato prima, comprendere e sentire, non erano riferiti in verità a una capacità cosciente, bensì intesi come appannaggio di una realtà non cosciente a differenza del capire e del percepire.

     

    Relativamente al nesso tra rapporto uomo donna e cura concordo con te Bab, e aggiungo che addirittura forse in taluni casi la comprensione e quindi in questo caso l’aver risolto (non ho travato termine migliore) il rapporto uomo donna potrebbe rappresentare, per lo meno in parte, la guarigione che porta alla fine della cura, azzardo, senza cercare mai di trovare nel primo la seconda.

     

     

    Franz            

    Inviato il: 3 Feb 2005, 03:57 PM

    QUOTE (Alogon @ 3 Feb 2005, 09:56 AM)

    …..Oltre a tutto ciò oer resistere ci vuole un pensiero strutturato in un cerfto modo.

    Altrimenti s diventa vittime dell’eistenzialismo di Bergmann, dei replicanti di Blade runner, degli ospiti fatti di neutrini come in Solaris.

     

    Penso che questa “struttura” sia indiscutibilmente necessaria, mi pare che Bab ne evidenzi la importanza in modo forte…

     

    Inoltre, sono d’accordo… i replicanti di Blade Runner e tutto il resto sono prodotti cinematografici, artistici, e tali devono rimanere… solo spunti di discussione su ben altro…

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 3 Feb 2005, 05:54 PM

    quanto a solaris:

    un rifugio dove vivere per sempre…

    inginocchiarsi ai piedi del padre…

    mica mi suona bene.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 3 Feb 2005, 06:05 PM

    a me poi suona malissimo.

    Ma cosa voliamo pretendere?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Franz            

    Inviato il: 3 Feb 2005, 11:44 PM

    a me non suona proprio… mi rimbalza…

     

     

    bab            

    Inviato il: 6 Feb 2005, 11:22 AM

    QUOTE (Trumpet @ 3 Feb 2005, 02:35 PM)

    … occorrono strumenti più evoluti per saper individuare (e quindi agire un comportamento adeguato), persone affette da questo tipo di patologie. Mi sto riferendo appunto ad una conoscenza (“pensiero strutturato in un certo modo”) forse solo in parte consapevole, che si fonde con una sanità di base, o magari anche più che tale, che consente di vedere, magari meglio intuire, oltre l’apparenza. …

     

    Ho letto e riletto le risposte di Alogon e Trumpet. Non capivo bene il perché avessi la necessità di rileggerle. il concetto era chiaro eppure mi mancava un tassello, non mi tornava qualcosa. Poi ho capito: io penso che il “pensiero strutturato in un certo modo, fuso ad una sanità di base”, di cui si parla, è quello necessario per “agire un comportamento adeguato” e non semplicemente per intuire oltre l’apparenza. Le due cose, messe nella stessa frase da trumpet, vanno secondo me distinte.

    Perché, penso, per intuire oltre l’apparenza “basta” un sentire pulito e vorrei dire tutt’altro che strutturato, anzi spontaneo, che senza pensiero morale, senza pippe, ci fa arrivare immediatamente all’essenza dell’altro: questo sta bene, questo sta male.

    La struttura, o meglio direi sì la conoscenza (la ricerca), è necessaria a chi ha interesse alla finalità di cura per la guarigione. Mi serve questo passaggio per capire, e lo metto in forma di parola scritta per vedere se fila, se ci sta. L’intuizione della sostanza dell’altro ce l’ha anche un bambino (direi soprattutto un bambino), che coglie subito se c’è qualcosa che non va. Il fatto è che poi un bambino non ha la possibilità di agire un comportamento di rifiuto, di separazione, perché magari ancora non parla o non cammina e non può materialmente andarsene per i fatti suoi. Un adulto può farlo e se non si lascia fregare dalla struttura del pensiero razionale, morale, cattolico, il rifiuto lo fa e se ne va. Altra cosa è, dopo aver intuito la sostanza dell’altro (col sentire del bambino) agire un comportamento che mira alla cura.

    Qui allora è indispensabile la ricerca e la conoscenza, qui interviene il pensiero strutturato che serve a dire non soltanto “no, tu stai male e io me ne vado” ma “ tu stai male perché… e quindi…” qui sta la differenza sostanziale tra bambino e adulto, o meglio ancora tra comportamento dell’uomo della strada, delle voci del mercato, e comportamento di chi invece fa ricerca per la cura. Di chi ha interesse psichiatrico.

    Scusate, questo è forse il punto dove io mi impunto. Perché da sempre, da quando ho memoria cosciente e quindi anche da prima, so di essere stata capace di sentire la malattia, ai limiti anche una mallatia sottile e gravissima, sebbene come ho già detto magari a quei livelli lo sentivo col corpo e la rifiutavo senza capire perché, fidandomi di me e basta. Diverso è rifiutarla sapendo esattamente perché e in particolare cosa si sta rifiutando, dando un nome alla malattia, un confine, dunque riconoscendone le dinamiche e le possibilità di guarigione.

    Ma se poi uno non è uno psichiatra, come non lo sono io, questo capire e dare un nome alla malattia richiede una sempre maggiore sanità per essere gestito. Perché bisogna essere bravi a non cadere nella tentazione di fare lo psichiatra fatto in casa, e rilasciare diagnosi da bacio perugina, come mi è capitato di sentire più volte in ambienti che ci sono familiari. Perché quando si crede di poter parlare una certa lingua, la tentazione di esercitarsi e provare a vedere se funziona è fortissima e allora uno si ritrova circondato da aspiranti psichiatri che sparano diagnosi come le figure della morra cinese.

    Insomma, questo pensiero strutturato, così necessario per la cura, è anche molto difficile da tenere per se e da verbalizzare solo in rapporto medico-paziente . ma qui torniamo al gancio indispensabile con la sanità di base…

    e io mi rendo conto che ho scritto un post lunghissimo, ma spero adesso di aver capito meglio quello che volevate dire.

     

     

    bab            

    Inviato il: 6 Feb 2005, 11:47 AM

    E… (scusa moderatore ma se non aggiungo questa considerazione al mio lungo post forse si perde il nesso con la mia primissima domanda), mi pare evidente che ciò che muove lo psichiatra, e che spinge alla ricerca anche il non psichiatra che di suo non scappa di fronte alla malattia ma la rifiuta restando accanto al malato, è l’amore verso l’altro. Quello di cui parlavo nel mio primo intervento. Senza questo amore di base, senza interesse, la ricerca non c’è perché non c’è sanità. la mia ricerca ora gira attorno ai confini di questo amore. Il filo tra amore e ricerca.

     

     

    Guest            

    Inviato il: 6 Feb 2005, 01:19 PM

    c’è una durezza nelll’amore che e’ ricerca di autenticità e di conoscenza.

    Forse dobbiamo chiederci cosa sia l’autenticità e se l’ inautenticità non possa toccare anche ciò che in noi non è consapevole.

    Allora cogliere ciò che è falso diventa difficilissimo soprattutto quando l’altro apparentemente non si nasconde. Volontariamente non inganna.

    Ma la mancanza di una intenzionalità cosciente non non può essere un alibi per nessuno.

    …”io pensavo, io credevo…”

    si ma intanto hai cercato di fregarmi.

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 6 Feb 2005, 02:15 PM

    QUOTE (bab @ 6 Feb 2005, 11:22 AM)

    Perché, penso, per intuire oltre l’apparenza “basta” un sentire pulito e vorrei dire tutt’altro che strutturato, anzi spontaneo, che senza pensiero morale, senza pippe, ci fa arrivare immediatamente all’essenza dell’altro: questo sta bene, questo sta male.

    Qui allora è indispensabile la ricerca e la conoscenza, qui interviene il pensiero strutturato che serve a dire non soltanto “no, tu stai male e io me ne vado” ma “ tu stai male perché… e quindi…” qui sta la differenza sostanziale tra bambino e adulto, o meglio ancora tra comportamento dell’uomo della strada, delle voci del mercato, e comportamento di chi invece fa ricerca per la cura. Di chi ha interesse psichiatrico.

     

    Ad essere sincero non sapevo se dopo la risposta data a Bab era il caso di puntualizzare, ma poi, visto che i suoi interventi, erano in risposta a me, mi è sembrato opportuno replicare.

    Le tue risposte, Bab, mi hanno ancor più confermato che i miei interventi in tua risposta era più che adeguati.

    Ad ogni modo, come ho riportato nella citazione di quanto da te scritto, mi sembra di notare una qual certa contraddizione, in quanto prima sostieni che il pensiero strutturato appartiene alla realtà razionale, morale, non pulita, non spontanea e costituito da “pippe”, poi invece dici che, fra le alre cose, esso pensiero strutturato è di interesse psichiatrico finalizzato alla ricerca e alla cura.

    Io invece l’interpretazione che do in questo contesto a “pensiero strutturato” è lo stesso che gli dà Alogon, non a caso ho ripreso le sue parole.

    Aggiungo inoltre che un pensiero evoluto, sano, di conoscenza e che si basa su di una fusione (e no scissione) tra realtà non cosciente e cosciente, a meno che non sia una dimensione agita a fine di cura dal medico-psichiatra-psicoterapeuta, è un qualcosa a cui tutti posso aspirare.

    Per quanto riguarda l’amore, nel caso a cui tu ti riferisci, io preferisco solo la parola interesse, ma ovviamente, è solo un opinione personale.

     

     

    Franz            

    Inviato il: 6 Feb 2005, 03:12 PM

    QUOTE (Trumpet @ 6 Feb 2005, 02:15 PM)

    …………Per quanto riguarda l’amore, nel caso a cui tu ti reiferisci, io preferisco solo la parola interesse, ma ovviamente, è solo un opinione personale.

     

    Ho l’impressione che il punto sia proprio questo, la confusione o meglio la identificazione erronea tra interesse e amore… se l’altro cioè ha un problema serio, grosso, non si può, forse, finche lo/la si ama standole accanto sempre e comunque, interessarsi davvero a lui/lei. Voglio cioè dire provocatoriamente che non si può amare una persona con un problema grosso, proprio se si ha interesse per essa persona… o meglio, non in questo modo… in un caso del genere il rifiuto fa parte, deve far parte, dell’amare. Il vero interesse se ami chi sta male è il rifiuto. Altrimenti si entra in una “crociata” senza fine, nella quale non avendo i mezzi necessari, si rischia molto, troppo. E si finisce per star male e continuare a far star male. Si perde, tutti.

     

     

    bab            

    Inviato il: 6 Feb 2005, 04:12 PM

    trumpet hai ragione, avrei dovuto rileggermi meglio prima di inviare il post, perché da come ho scritto sembra appunto che io dia del razionale e della pippa a quello che tu e alogon avete definito pensiero strutturato. no, non è così. volevo dire altro ma non ci sono riuscita evidentemente.

    è un discorso complesso, parecchio, e probabilmente devo ancora elaborare strumenti adatti anche alla sola verbalizzazione delle mie idee in proposito, delle mie mille domande. ci arriverò, prima o poi, leggendo, ascoltando, cercando quella chiarezza di pensiero cui fai riferimento. poi magari evitando di scrivere il giorno dopo un’aula magna…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 6 Feb 2005, 04:39 PM

    Dopo l’aula magna chissà, forse è il momento migliore.

    E’ comunque una dialettica che se si svolge in termini corretti come sembra avvenga, non dà adito a giudizi nè tantomeno ad interpretazioni.

    Si espimono pensieri opinioni, così come vengono e forse in questo contesto può essere utile il confronto e la verbalizzazione.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 6 Feb 2005, 05:19 PM

    Quelli che ultimamente sono intervenuti a me pare abbiano una conoscenza non superficiale della realtà psichica ed una frequentazione certo non episodica della ricerca ad essa relativa.

    Mi provo quindi ad impostare un tema di una certa difficoltù

    A mio avviso il pronblema centrale rimane quello della trasparenza.

    Mi chiedo se iil fatto che esista una coerenza fra pubblico e privato sia una condizione necessaria della trasparenza.

    Mi viene il dubbio che sia una condizione necessaria ma non sufficiente nel senso che un errore anche se non occultato rimane tale.

    Freud nascondeva la sua perversione.

    Ma anche se lo avesse rivelato, quando per esempio l’amico Ferenczij glielo chiedeva nel viaggio in sicilia che mi sembra fececer insieme nel primo decennio del secolo scorso,, sarebbe cambiato qualcosa di sostanziale?

    Non si può dire che sarebbe stata la stessa situazione di prima ma la perversione, soprattuttp riferita alla teoria sarebbe riamasta la stessa.

    Un omicida anche se confessa rimane pur sempre un omicida.

    Affermo tutto ciò perchè mi chiedo se l’eliminazione della discrepans fra ciò che si

    appare e ciò che si è. in un clima “culturale” di “outing” generalizzato,elimina il problema della coerenza del comportamento, della necessità assoluta di proprorre un contenuto di sanità personale.

    Ed ancora:il proporre i propri punti deboli come presupposto per affrontarli e cercare di risolverli è un requisito essenziale della predetta sanità?

    E qual’è il limite oltre il quale si va verso l’esibizione di un sè incoerente anche se , di proposito non voglio usare la parola malato?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 6 Feb 2005, 10:19 PM

    QUOTE (bab @ 6 Feb 2005, 04:12 PM)

    … poi magari evitando di scrivere il giorno dopo un’aula magna…

     

    E perché no? Anche io sono dell’opinione che l’evento Aula Magna dovrebbe essere un qualcosa che stimola e non che seda il pensiero quindi perché non scrivere dopo di essa?

     

     

    bab            

    Inviato il: 7 Feb 2005, 09:42 AM

    QUOTE (Alogon @ 6 Feb 2005, 05:19 PM)

    …un errore anche se non occultato rimane tale.

    …Ed ancora:il proporre i propri punti deboli come presupposto per affrontarli e cercare di risolverli è un requisito essenziale della predetta sanità?

    E qual’è il limite oltre il quale si va verso l’esibizione di un sè incoerente anche se , di proposito non voglio usare la parola malato?

     

    Difficile. Certo, se uno ha commesso un omicidio l’ha commesso e anche se si cura non potrà ridare la vita a colui che ha ammazzato. Ma se uno è malato e si cura per guarire, si trasforma. E se uno si vuole curare in qualche modo deve esporsi, magari non coscientemente anche se poi dovrà materialmente chiedere la cura, andare dal terapeuta e raccontare i sogni per farseli interpretare. Non so se si possa definire questo come esporre i propri punti deboli ma certo è un esporsi e credo sì sia un presupposto necessario ma non sufficiente alla sanità. Poi serve il lavoro terapeutico e la trasformazione di chi si espone.

    Bisogna che ci sia un movimento, senza il quale non c’è intento di guarigione ma solo truffa, paralisi. Credo sia questo movimento, se c’è o non c’è, il limite oltre il quale si va verso l’esibizione di un sé incoerente, malato. A volte questo movimento richiede anni e anni, a volte basta un’immagine, interpretata.

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 7 Feb 2005, 01:46 PM

    QUOTE (Franz @ 6 Feb 2005, 03:12 PM)

    QUOTE (Trumpet @ 6 Feb 2005, 02:15 PM)

    …………Per quanto riguarda l’amore, nel caso a cui tu ti reiferisci, io preferisco solo la parola interesse, ma ovviamente, è solo un opinione personale.

     

    Ho l’impressione che il punto sia proprio questo, la confusione o meglio la identificazione erronea tra interesse e amore… se l’altro cioè ha un problema serio, grosso, non si può, forse, finche lo/la si ama standole accanto sempre e comunque, interessarsi davvero a lui/lei.

     

    Il discorso credo sia ancora quello di usare i termini corretti a secondo delle circostanze e cioè, nella fattispecie, se si sta trattando il rapporto uomo donna o psicoterapeuta-paziente.

     

     

    Admin            

    Inviato il: 16 Feb 2005, 10:38 AM

    Assieme al moderatore è stato deciso di archiviare gli intervneti da questo punto in poi e di chiudere questa discussione in quanto seppur valida ed interessante cominciava a discostarsi sensibilmente da quella che è la tematica che si intende affrontare e approfondire all’interno dell’Associazione SENZA RAGIONE e quindi anche di questo forum, e cioè il rapporto tra arte e psichiatria.

    The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

  • A proposito di questo forum. Libertà e anonimato

    Aislin            

    Inviato il: 11 Oct 2004, 02:09 PM

    Volevo parlare di questo forum che si è rivelato estremamente interessante e frequentato.

    Riporto qui di seguito un estratto della netiquette di base stabilita per il corretto uso si questo forum:

    “In questo forum, tutti posso scrivere e leggere in maniera del tutto anonima o meno, ci si può registrare oppure no: fate un po’ come vi pare.

    …”

    E in particolare volevo parlare proprio di questo aspetto.

    Ho visto che molti forum hanno operato una scelta diversa, e cioè di vincolare non solo la possibilità di intervento ma anche la semplice consultazione ad una iscrizione obbligatoria, che implica il rilasciare dati personali. Qui l’orientamento è del tutto diverso, chiunque può leggere e scrivere non è richiesto nulla, credo che questo sia un aspetto tutt’altro che marginale.

    Un’altra caratteristica peculiare di questo forum mi ha fatto pensare e cioè che tutti o quasi i visitatori o utenti registrati abbiano usato nomi di fantasia e questo, visto il tenore dello stesso forum, non per timore o vergogna, il che non mi dispiace per niente.

    A questo punto forse è obbligatorio chiedersi: leggere un intervento e magari rispondervi non avendo la minima idea di chi sia lo scrivente è diverso se invece si conosce l’identità dell’autore dello scritto che ci interessa?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 14 Oct 2004, 05:12 PM

    Per me è evidente che tutti noi interagiamo in base ad una identità che non è quella della coscienza per cui i nomi o le qualifiche sociali sono irrilevanti….

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 15 Oct 2004, 08:54 AM

    Per me è evidente che tutti noi interagiamo in base ad una identità che non è quella della coscienza per cui i nomi o le qualifiche sociali sono irrilevanti….

     

    Credo che forse Aislin volesse intendere proprio questo che tu dici Alogon.

    Poteva semmai essere interesante soffermarsi sul quesito posto da Aislin e inerentemente ai forum, in quanto mi sono accorto che comunque, una sorta di leggera diversità, che non implica un meglio e un peggio, almeno in me si verifica quando leggo in un forum un intervento di una perosna completamente sconosciuta rispetto ad una che consoco (ovviamente con “conoscere” non mi riferisco ad un’identità cosciente: nomi, qualifiche, ecc)

     

     

    Mentore            

    Inviato il: 15 Oct 2004, 09:18 AM

    Qui l’orientamento è del tutto diverso, chiunque può leggere e scrivere non è richiesto nulla, credo che questo sia un aspetto tutt’altro che marginale.

     

    Potrà sembrare strano che, parlando di anonimato, intervengo adesso con un profilo palese anziché utilizzare quello anonimo che di solito adopero per intervenrie in quesato forum. L’ho fatto perché volevo fare un riferimento particolare alla tematica proposta (in caso contrario avrei “bruciato” il profilo anonimo), in quanto, in prima istanza, era stato pensato di inserirla nell’articolo del libro di Domenico Fargnoli “Homo novus” che tratta l’argomento in questione ma che poi si è preferito di non includere per vari motivi.

    Ho proposto questo intervento al moderatore solo perché magari in questo forum fare un cenno a questo argomento non è fuori luogo e perché ritengo che valga la pena sottolineare che la libertà di registrarsi o meno in questo forum e il fatto che non venga richiesto di qualificarsi con nome e cognome sia un aspetto importante.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 15 Oct 2004, 07:39 PM

    “Mentore” mi sembra un bel nickname!!

     

    Messaggio modificato da Alogon il 15 Oct 2004, 07:42 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 16 Oct 2004, 01:17 PM

    Mah… un nickname “originale”? forse… Ad ogni modo può essere giusto un nickname!

    -grin-

  • I Magazzini del Sale, pittura “globale”

    Alogon            

    Inviato il: 18 Sep 2004, 09:30 AM

    Impressioni sulla mostra al Palazzo Pubblico di Siena?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Julia

    Inviato il: 18 Sep 2004, 05:22 PM

    Un invito così succinto alla partecipazione mette in imbarazzo… viene da rispondere “la mostra è bella”. Forse basta, anche se si suppone che dietro alla semplicità raggiunta nell’espressione artistica ci sia un mondo di elaborazioni.

    Direi che a me, la mostra dei Magazzini del Sale dà il coraggio di andare avanti.

     

     

    aissa            

    Inviato il: 20 Sep 2004, 11:27 PM

    Impressioni… Mi levo tanto di cappello difronte a chi ne esce più coraggioso di prima… Io no, canto fuori dal coro e purtroppo temo non sia qualcosa di cui andare fiera… Uscita dalla mostra ero come anestetizzata, mi rendo ora conto che di tutto quel colore mi resta lo stordimento, il difetto di comprensione… Troppa poca sessualità, vitalità… La sensazione di doversi mettere in disparte e tentare di capire, sì, ma un altro giorno. Il desiderio di avere ancora desiderio… Parole, parole… Sono certa di non trovarne di efficaci e di adeguate per verbalizzare la sensazione implacabile, tremenda, di essere sovrastata da un intero universo di colori, di immagini. la paura di aprire gli occhi su quelle tele, quelle trasparenze e quelle sculture e scoprire che in realtà raccontano una storia che conosco molto bene, che non ammette difetti di comprensione, cali di vitalità, assenza di desiderio.una storia raccontata per immagini e con parole adeguate, dal suono consueto ma dal significato del tutto nuovo.Originalità di uno spazio espositivo intriso di tradizione che sembra appena nato per l’allestimento che vi si lega in modo del tutto nuovo, originale. capire che le opera esposte forgiano lo spazio apparentemente consueto a chi lo guarda. Ed io che lo vedo per la prima volta forse qui avevo un vantaggio… Ho però un vantaggio ulteriore, che mi spaventa al solo menzionarlo. Quella storia raccontata io, in realtà, la conosco ed un poco ne faccio parte… No, ne faccio parte da tempo, con tutta la difficoltà.Difficoltà che si lega nel sentire quei dipinti, quelle sculture come immagini ormai rese esplicite, irreversibilmente, di quella stroia di cui faccio parte. Così dunque si può solo momentaneamente farsi da parte, tentare di calmarsi, perchè tornare indietro non si può. Le opere esposte che stanno ovunque, appese, sopspese, sui muri e sul pavimento, occupano lo spazio in tutte le sue dimensioni, avvolgono completamente chi le guarda e riescono ad inserirsi in ogni qualsivoglia punto di vista, ma senza violenza, senza offesa o giudizio, con armonia.. Sfogliare le pagine di un catalogo e scoprirlo poi un libro vero e proprio, psichiatrico, narrativo, suggestivo, esplicativo, seduttivo… E’ troppo per me! L’invidia di ieri non è ancora finita.. Tornare dinuovo a Siena, attraversare Piazza del Campo ed ancora l’ipocondrica reazione che mi tiene in ostaggio. E poi… riscoprirsi parte attiva, spettatore sensibile o tentato tale… Mi tornavano in mente, uscita dai Magazzini del Sale, frasi sentite mille volte “ Trasformazione… dare un nome alle cose” Con un sorriso da idiota devono avermi vista uscire, mentre la persona che mi accompagnava mi chiedeva com’era l’artista che aveva fatto tutto questo, chi era, cosa faceva e perchè. Se io lo capivo e se capivo quello che lui rappresentava, se conoscevo la sua ricerca, se la apprezzavo, se la dialettica era franca ed aperta. E mi tornava in mente quella frase scritta dal citato Massimo Fagioli”Ridemmo insieme per anni…” E’ certo che il coraggio mi ritorna poco a poco tra le mani.Ma e altrettanto certo che non è ancora arrivato il momento in cui riottenerlo mi costa ogni volta un po’ di meno! In ogni modo. eccomi qui…

    عائشةAisha

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 28 Sep 2004, 03:20 PM

    Impressioni sulla mostra al Palazzo Pubblico di Siena?

     

    La mostra di Domenico Fargnoli.

    Difficile dire qualcosa che non sia scontato o fare i consueti complimenti anche se all’artista fanno senz’altro piacere.

    Non sono un esperto d’arte, anzi sono piuttosto analfabeta da questo punto di vista, però la mostra “Homo Novus” ha qualcosa di particolare, non saprei ben dire, c’è una dinamicità che tocca tutto quanto, dalle opere d’arte stesse, allo studio degli spazi espositivi, dall’uso dei volumi , ma anche dall’esprimere un pensiero addirittura facendo uso di quelli che altro non erano che anonimi supporti fisicamente necessari per la collocazione delle opere d’arte.

    Le opere d’arte, prodotto di un pensiero valido, vitale e coeso non sono esposte come in magazzino (a dispetto del nome ove sono esposte) per una mera visione per i visitatori, hanno un filo concettuale che le lega e nonostante ognuna esprima qualcosa di peculiare non esiste casualità nella loro sistemazione.

    La mostra ha avuto un grande successo, tanto, ho saputo, da far sì che venga prorogata fino al 3 ottobre, e se non fosse per il fatto che gli spazi espositivi dopo quella data sono occupati si sarebbe andati ancora più in là. Questo solo per dire che evidentemente un riscontro così elevato non è stato causato dalla presenza da amici e parenti, ma soprattutto da intenditori d’arte, e persone qualsiasi che hanno avuto una sensibilità tale da apprezzare ciò che è esposto presso i Magazzini del Sale.

    Senz’altro mostra complessa, in quanto qui non si sta parlando di un artista e basta, ma di una persona che in prima istanza è uno psichiatra e psicoterapeuta e i contenuti di una scienza, conoscenza e ricerca trentennale in questo campo sono oggettivamente stati fusi ad ogni singola pennellata ad ogni movimento di torsione del metallo delle sculture.

    Ancora più complesso forse è verbalizzare le sensazioni proprie, intendo quelle intime in reazione allo stimolo mostra… non saprei ben dire, almeno nel mio caso è una sensazione di benessere e di incremento di vitalità e forse, resistenza.

    In questo contesto è comunque da non dimenticare il libro “Homo Novus” che è appunto uscito ed è stato presentato in concomitanza con la mostra. Anche il libro, come la mostra, elabora non solo contenuti specifici dell’ambito psichiatrico e di quello artistico, ma anche e soprattutto dell’interazione tra queste due realtà addentrandosi poi in maniera molto esaustiva sul concetto di tecnologia e sul suo uso nella diffusione e pubblicazione dei contenuti.

    Come era prevedibile e ovvio sia la mostra che il libro hanno suscitato un interesse enorme non solo nel mondo dell’arte e della psichiatria ma per chiunque si sia avvicinato a questa proposizione, compreso l’Amministrazione Comunale di Siena che prontamente e incisivamente ha reagito con sensibilità alla proposta di Domenico Fargnoli.

     

     

    alfeo            

    Inviato il: 10 Oct 2004, 07:44 PM

    …di tutto quel colore mi resta lo stordimento, il difetto di comprensione…

    …una storia che conosco molto bene…

     

    Condivido queste parole di aissa, perchè sono quasi analfabeta riguardo alle arti figurative, e mi ero tirato in disparte da questa storia solo un pò di tempo fa (anche se in parte l’ho dimenticata). Tuttavia ho l’impressione che la mostra al Palazzo Pubblico sia molto “elegante”… elegante come lo sono le “variazioni Goldberg” di Bach interpretate da Glenn Gould (un monumento della discografia del secolo scorso): c’è la gioia di fare arte, e il livello raggiunto è elevatissimo.

    Questo per quanto riguarda i complimenti all’autore.

    Ma, soprattutto, volevo dire un’altra cosa. La sera in cui ho visto la mostra, chiudendo gli occhi, con una facilità che non ricordavo più, si è formata l’immagine…: non i pensieri del dormiveglia che si modificano a poco a poco, ma un’ immagine autonoma, un sogno strano e “astratto”… .

     

    Messaggio modificato da Alogon il 13 Oct 2004, 02:14 PM

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 13 Oct 2004, 06:46 PM

    a proposito d’astrazione….sto analizzando la pittura di Pollock.

    C’è una analogia apparente fra alcuni dei suoi quadri ed alcuni dei miei, come fra la sua poetica e la mia soprattuto se consideriamo quanto è scritto nell Homo Novus a proposito della memoria inconscia e la sua relazione con la cinestesi.

    Il contenuto della pittura di Pollock è magico-religioso non esente da inclinazioni verso il primitivismo delle raffiguraziuoni indiane. Ha inoltre caratteristiche sottilmente manierate, ripetitive sotto le quali traspare il vuoto.

    Le analogie formali, i sensi fisici possono ingannare…

    copyright domenico fargnoli

  • Il mercato dell’arte. Le opere d’arte e il loro commercio

    Trumpet            

    Inviato il: 1 Aug 2004, 01:19 PM

    Vorrei riprendere il tema iniziale: molti ritengono che l’opera d’arte una volta creata acquisisca una sua autonomia indipendente dalle intenzioni di chi l’ha realizzata.

    Però anche l’artista che fa una libera espressione, non rivolgendosi a nessuno in particolare, opera in un contesto di relazioni, in un ambiente dal quale volutamente ritiene di dover prescindere.

    La comprensibilità dell’opera è possibile d’altronde solo se la collochiamo sullo sfondo della situazione nell’ambito della quale nonostante tutto viene generata.

    Anche se non conosciamo l’identità dell’autore e le sue vicende biografiche possiamo risalire allo stato mentale, alle condizioni di vita, all’insieme dei valori che per es. caratterizzavano le comunità di cacciatori del neolitico.

    La “libera espressione” ed insieme ad essa l’autonomia dell’oggetto artistico dal suo creatore è allora un’illusione?

    Potrebbe esserlo qualora noi intedessimo la libera espressione e l’autonomia riduttivamente come pretesa di creare un qualcosa che non sia storicizzabile, non sia collocabile su di uno sfondo che rende possibile l’attribuzione di un senso “artistico” ad un manufatto per quanto originale esso sia, per quanto incomprensibile di primo acchito ci appaia.

    Esiste un arte fuori dal tempo, immortale oppure tutto va considerato in base ad un criterio di relatività storica?

    Forse non esiste un Arte con al a maisucola ma tanti linguaggi artistici i quali talora sono intraducibili l’uno nell’altro.

    Sorgono a questo punto moltissime domande alle quali è veramente difficile rispondere in modo adeguato.

    In che misura l’artista è veramente libero di esprimersi in un modo piuttosto che in altro?

    Quando utilizziamo l’espressioni figurative facciamo riferimento a schemi precostituiti comprensibili da ogni uomo in ogni epoca oppure operiamo all’interno di forme che le varie civiltà, le varie culture umane hanno sedimentato nel tempo come un patrimonio di esperienze alle quali è inevitabile che attingiamo?

    In che modo operano i condizionamenti culturali oltre la volontà del singolo?

    Come eventualmente si può pensare di superarli?

    Il superamento, nella condizione concreta in cui noi operiamo, potrebbe essere espressione dell’attività di ricerca di un gruppo che lavora affinchè ciascuno trovi una libertà di espressione, che poi altro non è che una sanità di base che nasce da un modo d’essere non razionale.

    La domanda che mi pongo continuamente, senza mai essere capace di trovare una risposta esaustiva, è come la psichiatria, con le conoscenze che ha sviluppato sulla fisiologia della mente, possa aiutare a realizzare, attraverso la ricerca dell’analisi collettiva, quella creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e della provocazione ad ogni costo che è solo un atteggiamento della coscienza. Senza ricadere nell’iconoclastia e nella critica fine a se stessa che sembra essere diventata l’unica espressione dell’arte nell’era della globalizzazione.

     

    Faccio un passetto indietro e parto dall’intervento di Alogon di cui ho fatto una citazione al solo fine di referenziarla. Sto tentando, per quello che posso , di approfondire ulteriormente le motivazioni che mi hanno portato ad aprire questa discusisone, tenendo però presente tutte le nuove argomentazioni che da essa si sono sviluppate.

    Avevo letto la prima stesura del suo intervento e mi erano venute alcune idee da concretizzare in un risposta, ma tempo di trovare un PC da cui scrivere e ho visto con piacere che quello stesso intervento era stato modificato e arricchito notevolmente e in più ho avuto modo di leggere l’estremamente interessante interazione che ne è seguita.

    Dopo questa lettura mi sono ritrovato in maniera naturale a riorganizzare un po’ tutto quello che volevo scrivere e mi sono reso conto che molti degli spunti di cui volevo parlare, che per la maggior parte erano quesiti, hanno trovato in Alogon riposta. Talvolta una risposta ben definita, talvolta no, nel senso che forse alcune risposte non possono essere così scontate o ovvie, però, in questi casi, diviene comunque doveroso aprire nuove direzioni di ricerca o approfondire quelle già esistenti.

    Purtroppo non sono in grado di cimentarmi in una dialettica specifica con molti di coloro che hanno scritto, per lo meno non su un piano della conoscenza artistica come storia dell’arte.

    Questo, però, mi ha fatto pensare se io, e tutti quelli che come me, non hanno queste basi o quanto meno questo non è il loro campo, possano comunque rapportarsi ad un’opera d’arte. Non lo so davvero.

    Tutto quello che mi viene da dire è che, almeno io, quando mi trovo di fronte un opera d’arte, o anche qualcosa che non è stata ancora “ufficialmente” riconosciuta tale, ho un unico modo per rapportarmici ed è tramite quello che io sono internamente, ma e sufficiente?. Mi capita che ciò che vedo susciti qualcosa in me, credo siano immagini e non so mai se queste immagini siano frutto di una interazione con l’opera d’arte del tutto personale e privata e quasi forse indipendente oppure quelle immagini, quei pensieri, quelle vaghe rappresentazioni interne sono in qualche misura quelle che l’artista vuole comunicare.

    A questo punto mi trovo comunque in dovere di specificare che le opere d’arte di Domenico Fargnoli, almeno per quanto mi riguarda, hanno una valenza del tutto particolare rispetto a quanto sopra detto. In questo caso la ricerca sull’arte e sul pensiero creativo sono fuse alla ricerca psichiatrica e sul pensiero umano. Qui forse si potrebbe dire che una conoscenza e comprensione di certi contenuti, che di fatto poi divengono “situazione interna” della persona, si fanno necessarie e questo per i motivi di cui Alogon ha già ampiamente detto.

     

    C’è un altro punto di domanda con cui mi sono ritrovato (vanamente) a tentare di dare una risposta: se io acquisto un’opera d’arte da collocare in un luogo, uno studio, una casa, un laboratorio, cos’è che mi muove a farlo? il valore estetico? ciò che rappresenta per l’artista? ciò che rappresenta per me? l’acquisire un’opera d’arte forse è un atto dettato da un movimento in gran parte non cosciente? dopo tutto un’opera d’arte non è un oggetto “utile”, semplicemente “è” e forse in questo sta la sua caratteristica umana più profonda.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 2 Aug 2004, 05:32 PM

    La trasformazione dell’arte in un mercato di oggetti che hanno una valore d’uso, pur essendo apparentemente inutili, e di scambio appartiene alla logica dell’economia capitalistica. Tutto ha un prezzo ed è acquistabile.

    Sulle motivazioni del compratore si potrebbero avanzare diverse ipotesi…potrebbe essere il tema di una nuova discussione

     

    Messaggio modificato da Alogon il 2 Aug 2004, 05:35 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 3 Aug 2004, 08:23 AM

    Capisco.

    Tuttavia con “acquisto” di un’opera d’arte non intendevo ridurre il tema di discussione ad un discorso di compravendita, intendevo altro, per di più personalmente non ho ancora mai avuto modo di acquistare un’opera d’arte. Avevo scelto questo strada per tentare di esprimere un punto di domanda che non una volta mi ha fatto pensare e che, anche se diverso, si riallacciava al pensiero espesso poco prima nell’intervento. Ad ogni modo questo argomento sul mercato dell’arte è molto interessante e pertinente.

    La proposta di spostare questo tema di discussione in una nuova mi trova quindi d’accordo.

     

     

    Admin            

    Inviato il: 3 Aug 2004, 03:46 PM

    …potrebbe essere il tema di una nuova discussione.

     

    Questa discussione, d’accordo con il moderatore, è stata appena spostata, era precedemente nata all’interno della discussione “Arte”.

    The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

     

     

    Bice            

    Inviato il: 3 Aug 2004, 05:42 PM

    Vorrei provarmi a rispondere ad alcuni dei quesiti posti da Trumpet (che inizialmente aveva posto nella discussione precedente) anche se non tutti, pur contenendo un nesso, sono strettamente attinenti al tema della discussione appena iniziata.

    Credo che possiamo rapportarsi ad un’opera d’arte semplicemente tramite quello che noi siamo internamente, proprio come dici tu….quando altrimenti sono necessarie le “istruzioni d’uso” non siamo più di fronte ad un opera d’arte ma a qualche costruzione cerebrale di cui abbiamo gia accennato.

    È ovvio che la conoscenza o familiarità con un certo linguaggio è importante nel senso che può aiutare a comprenderne ed apprezzarne con maggiore profondità certi aspetti, ma penso che l’impatto emotivo che tutti potenzialmente possono vivere resti fondamentale per poter “apprezzare” un’opera d’arte. Reazione emotiva che credo assuma sfaccettature diverse in ognuno di noi per una nostra risposta attiva a quei contenuti che l’artista cerca di rappresentare.

    Credo che le opere di Domenico Fargnoli che nascono da una ricerca visiva che si sviluppa di pari passo ad una psichiatrica possano essere apprezzate anche da coloro che non sono a conoscenza di questa precisa ricerca …e non solo per il loro certo valore estetico ( ci si potrebbe collegare al concetto di immagine e contenuti universali?). Magari però la conoscenza della teoria a cui fanno riferimento e quindi la comprensione dei nessi che si determinano appunto tra sviluppo teorico ed elaborazione artistica può contribuire notevolmente ad una processo personale e collettivo di trasformazione.

    La capacità di rapportarsi ai contenuti di un’opera d’arte potrebbe essere ciò che spinge taluni ad acquisirla. L’argomento può essere sviluppato in maniera molto complessa ma al momento vorrei limitarmi ad alcune riflessioni. Mi viene da notare che la nascita del mercato dell’arte, cioè l’acquisizione di opere che abbiano solamente un carattere estetico e che non siano state create specificatamente per una committenza, si potrebbe in generale far risalire a poco dopo la metà dell’800 e coincidere appunto con la nascita del concetto di “libera” espressione.

    L’artista crea per esprimere un proprio stato interiore: l’opera d’arte si affranca da tematiche religiose, storiche e celebrative così come dal ruolo di registrazione del reale oramai assolto dalla fotografia.

    Ci sarebbe da capire perché la società borghese benpensante di fine secolo abbia da un lato emarginato quegli artisti che tramite un linguaggio tutt’altro che consueto facevano affiorare alla coscienza il non razionale che non poteva essere più coartato dalle maniere della “bella” pittura accademica ottocentesca e dall’altro abbiano voluto appropriarsi delle loro opere di cui non potevano fare a meno.

    Com’è che poi l’artista ed il suo lavoro, in particolare da dopo gli anni’50, sono diventati sempre più parte dell’ingranaggio di quel sistema economico che apparentemente si voleva contestare e denunciare?

    Tramite una nuova concettualizzazione dei processi creativi e dei significati della creazione artistica si potrebbe determinare anche un cambiamento del modo di fruire l’opera d’arte?

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 3 Aug 2004, 07:12 PM

    Di una circostanza sono particolarmente orgoglioso: nella mia attività di “artista”, ammesso che io possa essere considerato tale, non sono mai stato condizionato da fattori di ordine economico. Ho fatto quello che ho fatto per una ricerca di espressione convinto da un certo punto in poi che la mia opera potesse essere importante per altre persone. Utile?

    Qui si aprirebbe un interrogativo zul significato del termine utilità

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 4 Aug 2004, 03:45 PM

    Utile=ciò di cui può farsi uso oppure, recita il vocabolario, frutto che si ricava da un capitale.

    Quindi utile si riferisce al mondo dell’attività pratica, alla razionalità dell’economia.

    Il mercato dell’arte trasforma un oggetto “inutile” in oggetto utile nel senso della speculazione economica.

    Questa operazione è un annullamento del significato dell’attività artistica?

    Oppure no?

    copyright domenico fargnoli

     

    aissa            

    Inviato il: 5 Aug 2004, 09:05 PM

    Francamente io non riesco a legare questo idea di utile come redditizio in senso economico all’arte. Un libro, una canzone, una tela o una scultura sono per me utili perchè rappresentano un valore economico e di questo io godo? Direi che la loro utilità si lega più a quel mondo interno che me le fa percepire come belle, opere d’arte appunto. Ma la bellezza non è solo canone estetico, la bellezza si lega ad immagini più profonde, indefinite ma riconoscibili, come già dicevo, mi pare, in altro intervento. Dire utile di un’opera d’arte è molto più che dire remunerativo oppure esteticamente soddisfacente. Credo che la sua utilità si leghi senza scampo al rapporto interumano. La creatività è necessaria per sviluppare sempre rapporti nuovi o in nuovi termini e modalità.La vitalià è l’asse portante, io credo, della creatività. Vediamo se riesco a spiegarmi… Acquistare un fondo nel cuore del quartiere più storico di una città può essere preso per un investimento, nel termine più avvilente del termine: investimento immobiliare. Per altri invece può essere un atto creativo che si rende necessario nell’ambito di una complessa trama di rapporti interumani. Quel fondo andrà a rappresentare non l’acquisizione di un immobile ma l’acquisizione di una nuova immagine che si rende manifesta e si concretizza. Investire mi piace pensare che possa anche significare credere e sperare nell’essere umano, cimentarsi nel rapporto e giocarsi tutte le chances che esso ci offre. L’utilità mi piace legarla alla dimensione interna, alla ricezione conrtinua degli stimoli e alla vitalità che spinge a lanciarne. Utile nel senso di necessario per capire, per tracciare una linea tra l’inisistente e l’appena nato, per realizzaare che la fantasia esiste, che il rapporto d’amore ritenuto chimera appare invece possibile. In questo senso io ritengo l’opera d’arte utile e per lo stesso motivo io non credo che nessuna speculazione economica potrà andare a ledere l’attività artistica quando essa ha questo preciso tipo di valore. Superfluo ricordare che le tele di Van Gogh non ebbero all’inizio tutto questo successo. Limite dell’essere umano che le guardava? Probabile, perchè non mi convince tanto l’ipotesi che esse siano diventate “utili” quando cominciarono a costare una fortuna! Per quanto riguarda l’acquisto di un’opera d’arte, io, se si escludono libri e dischi, non ne ho mai effettuato alcuno.., Però questa è curiosa, ora che mi viene in mente la racconto. Comparai nel 1987 un disco a 33 giri di Vasco Rossi. Adesso i 33 giri non esistono quasi più e quella edizione che io acquistai fu poi seguita da una nuova, nella quale grafica di copertina ed anche il titolo furono cambiati. Un conoscente mi ha offerto 400 Euro per quel 33 giri, e mi ha suggerito di tenerlo caro perchè fra pochi anni “mi tornerà utile avere una simile fortuna a portata di mano” Potrei mai arrivare a fargli capire che quel disco rappresenta per me un particolare momento legato alla mia adolescenza e che

    questo è il valore che io gli attribuisco e l’utilità che ne ricavo ogni volta che lo suono?

    عائشةAisha

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 12 Aug 2004, 11:02 AM

    ho trovato alcune considerazini di >Massimo Donà

    <<(..)il fare artistico non è guidato dalla razionalità mezzi-fini (la capa-cità di calcolare e misurare i mezzi necessari a raggiungere un fine così efficacemente descritta da Max Weber), in quanto in esso “il fine non è in alcun modo ‘altro’ dal fare stesso” . L’opera finale dell’artista, oltre ad essere da questi sempre percepita secondo uno scarto rispetto al progetto originario, è “pura ‘attualizzazione’” di una inutilità che manifesta (questa è l’esperienza rivelativa dell’arte) la perfezione del “semplicissimo esistere” >>

    Inoltre

    <<(…)cosa può ‘sperare’ il fare dell’arte?” Se il fare tecnico, non potendo mai raggiungere compiutamente il proprio ‘fine’, deve ‘sperare’ di poterlo compiere, che ne è della speranza nel fare artistico? Dal momento che il fare è la “casa” dell’artista (non suo, ma dell’opera), non si dà speranza nell’arte, essendo essa “originariamente inutile – nel senso che l’utile non la riguarda” .Se nel fare tecnico le opere vengono prodotte in funzione della nostra sopravvivenza, nel fare artistico l’opera stessa coincide con il suo apparire ed in esso riposa.>>

     

    Quindi non si dà speranza nell’arte?

    copyright domenico fargnoli

     

     

    aerre            

    Inviato il: 13 Aug 2004, 05:42 PM

    La tua espressione artistica Alogon, non è mai stata condizionata da fatti di ordine economico e sono pienamente in accordo con te. Ma per questo allora è “inutile”?

    Secondo me tutt’altro.

    Nel tuo caso non c’è dissociazione tra utilità per le persone, ad esempio, nel processo di guarigione, e utilità economica. L’una non esclude l’altra.

    Un eventuale mercato dell’arte (ipotesi) non sarebbe per te un annullamento del significato della tua attività artistica, ma paradossalmente, un potenziamento.

    Ma vorrei riportare altre considerazioni di Donà:<<Il fare artistico mentre fa, nel farsi del suo atto produttivo l’artista è nel buio più assoluto, non sa. L’artista, davvero, sa di non sapere, per questo il suo abito esistenziale è simile a quello del filosofo.>> Nella pratica artistica si raggiunge la perfezione nel senso della fine, della compiutezza, che è poi il fine.<<Mentre il fare tecnico si fonda sulla speranza, mai appagata dal raggiungimento del fine, il fare artistico non spera niente, non ha secondi fini, è il fare del fare>>

    Aerre

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 13 Aug 2004, 07:02 PM

    Andiamo, come al solito e come è giusto, sul difficile.

    La tecnica, così come la conosciamo si fonda sulla soddisfazione dei bisogni più che delle speranze.

    L’arte forse può esistere anche nella forma della speranza, del desiderio in quanto anch’esso noi lo pensiamo come sanità.

    Ma forse esiste un’arte che nasce dall’appagamento del desiderio, da una pienezza raggiunta cioè da una trasformazione interiore.

    Penso poi che l’artista sia molto diverso dal filosofo che come Socrate nei dialoghi platonici faceva finta di non sapere: la sua maieutica era solo razionale non una vera ricerca.

    L’artista fa senza sapere ma questo suo fare non è buio ma comunque una forma di pensiero. Ed il pensiero non è fine a se stesso ma ha in sè il riferimento implicito ad un rapporto interumano.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    yox            

    Inviato il: 29 Aug 2004, 09:31 PM

    L’artista fa senza sapere ma questo suo fare non è buio ma comunque una forma di pensiero. Ed il pensiero non è fine a se stesso ma ha in sé il riferimento implicito ad un rapporto interumano.

     

    Mi sembra di capire che in questo caso l’artista opera in un contesto di relazioni interumane che, come è stato più sopra detto, si esprimono secondo una sanità di base che non può non essere che irrazionale.

    E’ stato altresì detto che la creatività e la sessualità scatenano affetto di odio ed invidia.

    Ancora l’artista ipotizza un nesso tra insorgenza dell’idea e trasformazione interna che avviene per il desiderio pienamente soddisfatto.

    A questo punto io ho bisogno di alcuni chiarimenti.

    Da dove origina l’idea che diventa fare in un gruppo che molto spesso, di fronte a certe realizzazioni umane, libera pulsioni non propriamente sane rischiando di travolgere chi, al contrario, si avvicina a certe situazioni con la curiosità di un bambino che ancora non conosce il mondo?

    L’artista parla dell’opera d’arte come una creazione che avviene per il desiderio pienamente soddisfatto. Ma io chiedo da dove prende questa soddisfazione se il contesto che lo circonda non è sempre “soddisfacente”. Devo dedurre che la soddisfazione del desiderio deriva da altri rapporti vissuti? E poi, rapporti uomo-donna, con tutto quello che questo tipo di rapporto comporta, o di altro tipo? Mi chiedo allora, l’artista ha un padre da ringraziare ? oppure no, ha sviluppato una capacità tutta sua di vedere le cose e al limite il gruppo serve come stimolo alla creazione. Creazione però cui solo l’artista che pensa può dare senso, forse perché la bellezza dell’opera sta nella vitalità che egli riesce ad esprimere di fronte ad un mondo che non lo comprende nella sua interezza ma che anzi, spesso, tenta di opprimerlo.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 31 Aug 2004, 07:45 PM

    propendo per l’ipotesi che l’artista abbia sviluppato un visione tutta sua ma anche una resistenza per cui il gruppo comunque gli serve come stimolo.

    Homo novus: senza padre nè madre.

    Anche nel rapporto uomo donna il punto chiave è la resistenza che non può che derivare da una cura che poi è diventata formazione e ricerca.

    Le ideepoi nascono da sole. Come nascono?

    E’ una domanda difficile. Vorrei avere anch’io una risposta…

     

    Messaggio modificato da Alogon il 31 Aug 2004, 07:52 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Elleffe            

    Inviato il: 13 Sep 2004, 11:01 AM

    E’ stato altresì detto che la creatività e la sessualità scatenano affetto di odio ed invidia.

    eh,

    sembra che yox mi abbia letto nel pensiero, o che da dietro un nascondiglio abbia osservato la mia vita nei giorni appena trascorsi, e le loro conseguenze su di me…

    creatività e sessualità…

    direi che ultimamente ne sono uscito piuttosto bastonato…

  • Creatività e malattia

    acca            

    Inviato il: 29 Jul 2004, 04:59 PM

    Più in generale comunque l’odio è l’affetto dell’invidia. L’invidia è una pulsione che si attiva in relazione alla creatività ed alla sessualità.

    Chiedo ancora: è sempre così ? Cioè in relazione alla creatività e alla sessualità si attiva sempre la pulsione di invidia ? Quale può essere allora la risposta appropriata all’ invidia e all’ odio ?

     

    Alogon            

    Inviato il: 29 Jul 2004, 08:08 PM

    Ovviamente la pulsione scatta solo se c’è un minus rispetto all’altro. Minus inteso come castrazione. Se c’è un minus ma non castrazione, cioè malattia, emerge la possibilità del desiderio.

    L’unica risposta appropriata rispetto alla malattia è l’interpretazione. Interpretazione come cura che si può realizzare esclusivamente nell’ambito di un setting psicoterapico.

    Fuori dal setting ci sono discussioni, pareri, opinioni ma non interpretazioni.

    Non c’è cura cioè risposta appropriata alla pulsione invidiosa, alla negazione che sia pur con gradazioni diverse, va considerata malattia.

    copyright domenico fargnoli

    Alogon            

    Inviato il: 30 Jul 2004, 09:37 AM

    Un intervento centrato sullo specifico della psichiatria, sulla malattia, che non tiene conto di quanto è stato detto precedentemente o che vi si aggancia solo in modo pretestuoso è decontestualizzato e quindi interrrompe il “Filo della discussione”.

    Mi sembrava che il tema fosse un altro: la sensibilità dell’artista, le sue origini, il nesso con la sessualità-

    copyright domenico fargnoli

    Admin            

    Inviato il: 3 Aug 2004, 03:50 PM

    Mi sembrava che il tema fosse un altro: la sensibilità dell’artista, le sue origini, il nesso con la sessualità.

    Questa discussione (che è anche chiusa), d’accordo con il moderatore, è stata spostata, era precedemente nata all’interno della discussione “Arte”.

  • Homo novus

    La parola cerca il silenzio

    Come una donna nuda …

    ….il silenzio oltre la dichiarazione d’amore

    Essere

    Senza paura di diventare muto

    Per sentire la vita

    Dove il suono non è neppure percepibile.

    Si abbassa la testa

    Per varcare la porta di corno

    da cui emerge la verità dei sogni.

    Abbandonarsi alla veglia senza coscienza.

    Immagini indefinite.

    Gesti eloquenti.

    Colori che sono melodie.

    Dopo non c’è più il poeta perchè mentre la dice c’è il rifiuto di ogni parola,

    non c’è più il pittore che si è ripreso il sangue versato sulla tela da poco terminata

    e non c’è neppure il medico quando il paziente è già guarito.

    Allora ciascuno è libero di essere semplicemente se stesso.

    Un uomo nuovo in un mondo diverso.

  • Arte. Sensibilità per la creatività

    Trumpet            

    Inviato il: 20 Jul 2004, 09:23 AM

    Ce la metto tutta per “rendermi conto” dell’arte anche se forse non in un modo pensato e volontario quando guardo le opere come quelle presenti in questo sito e forse ci riesco anche.

    Mi sono chiesto allora come io facessi a dire opera d’arte. La risposta non è arrivata subito e non so se quella che si è formulata nella mia mente sia valida, quindi la propongo qui per confrontarmi con chiunque risponda a questo stimolo.

    Ciò che ho pensato è che per percepire l’opera d’arte e definirla tale, almeno per me, è stato necessario conoscere l’artista, il suo pensiero, la sua storia anche personale, la ricerca artistica e non solo, quindi non è stato impossibile riconoscere la creatività artistica in quanto visto.

    Subito dopo però mi sono chiesto: e se io avessi modo di vedere un’opera d’arte di uno autore sconosciuto, se non sapessi nulla di lui o lei, ma avessi solo modo di vedere ad esempio un suo dipinto saprei avere la sensibilità necessaria per dire che ciò che vedo è un’opera d’arte o meno?

    Ciò su cui sto tentando fare ricerca è proprio questo, e cioè se l’opera d’arte è tale una volta che la creatività dell’artista l’ha creata potendo così “vivere” per proprio conto oppure no, oppure è solo un oggetto se non legata alla realtà umana dell’artista stesso?

     

     

    Nyx            

    Inviato il: 21 Jul 2004, 10:32 AM

    Vorrei provare a riprendere il discorso…poesia e psichiatria, immagine femminile, arte. Pensavo alla associazione che mi viene da fare fra l’arte e immagine femminile, come se avessero una matrice comune irrazionale sensibile in perenne movimento, imprevedibile. Nonostante che nella storia forse i più grandi artisti siano stati uomini non riesco a legare l’immagine dell’arte a quella maschile…e posso solo pensare all’arte fatta dagli uomini come ricerca della loro immagine femminile che magari non riuscivano a realizzare internamente e doveva essere creata all’esterno allontanata per essere un oggetto confortante di cui avere il controllo; mi viene in mente Marylin Monroe di Warhol… l’appiattimento di un volto, lo svuotamento di un corpo, l’immobilità di un canone puramente estetico.( ho letto su un libriccino dedicato a warhol che aveva a disposizione centinaia di immagini della diva ma che ha appositamente utilizzato sempre la stessa e il motivo era che era morta che le si addiceva un volto immobile senza vita un’immagine univoca che ripetesse all’infinito quanto di eterno e mostruoso ci fosse nel suo personaggio…una rivisitazione della madonna?)

    Ma poi mi viene in mente Picasso a come è andato contro all’estetica del ritratto per stravolgere il volto di una donna per renderla ancora più umana benchè la “cornice” dei suoi lineamenti la deformasse. In questo caso credo che non ci sia più il tentativo goffo e impacciato di mettere fuori quello che non si riesce a realizzare internamente ma la realizzazione vera e propria dell’immagine femminile; il peniero va poi al freudismo alla esaltazione che ha avuto nel novecento e la domanda è se tutto ciò è stato per distruggere quell’idea di donna che stava emergendo.

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 21 Jul 2004, 11:44 AM

    :blink:

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 21 Jul 2004, 12:15 PM

    A trumpet rispondo dicendo che l’arte primitiva non ha autori eppure è riconosciuta come avente un valore estetico…

    certo oggi l’artista ha messo in crisi l’autonomia dei linguaggi e cerca di parlare come si vede bene nel mio omonimo disegno il cui l’artista ha la bocca aperta ed una vocale disegnata sulla lingua.

    E’ vero quindi che il linguaggio pittorico, visivo ha un sua codice indiopendente ma altresì vero che l’atteggiamento dell’artista verso l’opera è cambiato. Quest’ultimo non si limita più a produrre oggetti d’arte , ma li commenta, ne chiarisce il senso, ne svela le operazioni mentali soggiacenti.

     

    Al bell’intervento di nyx rispondo chiedendomi se l’immagine femminile in realtà sia emersa in modo chiaro solo dopo Picasso, nell’ambito di un’altra ricerca…

     

    Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 03:08 PM

    copyright domenico fargnoli

     

    aissa            

    Inviato il: 22 Jul 2004, 11:46 PM

    A me viene in mente un quadro che non è di Picasso e che forse non è nemmeno il caso di citare.. ma io lo cito lo stesso! E’ quel “donna nuda che dorme” di Modigliani che già nel titolo racchiude quel non so che di irrazionale che sa di donna.. Donna nuda che dorme, e sicuramente sogna.

    Alla sensibilità dell’artista va aggiunta credo, Trumpet, quell’immagine femminile di cui Nyx ha così bene parlato. Quella sensibilità che riconosce la bellezza alle belle donne, e la speranza della bellezza alle donne brutte. Quella sensibilità che non cede alla bramosia, che non conosce la violenza e fa l’amore per amore e non per predare, strappare la vita. Qualunque opera, anche di ignoto, che esprima una sensibilità di questo tipo, credo sia un’opera d’arte. Qualunque donna che non crede che il suo lato irrazionale sia la parte peggiore di sè, ritengo sia una donna da ammirare. Qualsiasi uomo che riconosce ad una donna la potenzialità infinita dell’irrazionale, è un uomo con l’immagine femminile e la sensibilità necessarie per creare un’opera d’arte. Qualunque donna che sia disposta, nuda, a dormire e sognare, ritengo possa creare un’opera d’arte. lo so che queste non sono risposte nè tantomento grandi approfondimenti sulla ricerca lanciata da Trumpet. Però. parlando una notte con una amica proprio di questi temi, ci si chiedeva perchè l’idea della sensibilità si lega all’idea della sofferenza. Ci si chiedeva il perchè di quel pensiero religioso che associa il sentire al soffrire come conseguenza, a quell’idea mostruosa che qualunque forma di sensibilità si valorizza solo nello stare male, una sorta di espiazione dell’essersi lasciati andare a quel peccato della donna che, nuda, dorme e sogna. E mentre se ne parlava mi veniva in mente che numerosi artisti avevano sposato questa causa, pagando in termini umani prezzi altissimi, insomma quel clichè del genio e follia che tanto pare piaccia ancora e che invece noi scopriamo falso e anche tirannico contro ogni tentativo di realizzazione di una propria fantasia. Mi veniva in mente quella frase di Stefano Benni “non c’è felicità nel sacrificio, ma qualcosa che le somiglia”. Questa non è sensibilità. Mi viene in mente Marcel Proust ed il suo “cessando di essere pazzo diventò stupido “ Questa non è creatività. Forse mancava ancora quell’immagine femminile di quella ricerca…

     

    Messaggio modificato da aissa il 25 Jul 2004, 01:15 PM

    عائشةAisha

     

     

    Libellula            

    Inviato il: 23 Jul 2004, 02:00 PM

    Vorrei provare a rispondere al’intervento di Trumpet con dei miei pensieri sul tema da lui proposto…molte volte mi sono sentita inadeguata di fronte a un opera d’arte come incapace di leggerne dentro qualcosa…la formazione aiuta solo a conoscere un linguaggio che pero’ e’ del tutto tecnico ,razionale che destruttura centimetro per centimetro l’opera e la analizza con strumenti freddi.

    E’ questa l’impostazione con cui ci si dovrebbe approcciare a un opara “d’arte”?

    Ora sono certa di no come sono certa che per lopiu’ la gente che va alle mostre,come io stessa facevo in un recente passato,si trova perduta e incapace di “valutare” se non per luoghi comuni…andare a una mostra,guardare un quadro come se questo movimento stesso ti assicurasse di fronte a tutti di possedere sensibilita’….arte-sensibilita’ non e’ affatto un connubbio inscindibile,ne per chi la fa’,ne per chi la vede…

    ….Alogon appunto ci dice che in effetti anche nella preistoria venivano prodotte immagini di dichiarata valenza estetica…ma ci interessa in questi casi davvero conoscere colui che le ha fatte per poterle valutare?credo proprio di no,credo che bisogni considerare appunto che non sempre si utilizzava un supporto per esprimere un immagine interna frutto di un pensiero irrazionale..solo recentemente,appunto, l’artista esprime se stesso ..da quando forse non c’e’ piu’ la committenza ad ordinare un quadro con un tema specifico..forse Trumpet si riferisce all’arte contemporanea..all’ultimo secolo…

    Forse piu’ adesso si ha necessita’ di “conoscere” l’artista stesso che ci propone qualcosa..e per conoscere intendo non tanto una situazione personale ma anche solo come si muove nell’ambiente circostante,forse basta poco per non essere convinti di un tal artista senza bisogno a quel punto di approfondire oltre.

    Saper sentire se c’e’ della sanita’ in un opera d’arte non e’ facile ma neanche impossibile se si ha sviluppato una sensibilita’ interna che non ha niente a che fare con la sensibilita’ di cui accennavo prima che nasconde freddezza e religione…io non credo di avere ancora sviluppato quella sensibilita’ e mi trovo spesso in situazioni in cui devo sospendere il giudizio per mancanza di “dati” certi ma…..

    ….mi vien da sorridere pero’ ripensando alla prima volta che ho visto dal vero le opere di Domenico Fargnoli quando un pomeriggio di una domenica di agosto percorsi una lunga stradina in salita a Firenze che mi porto’ a una villa…non conoscevo l’artista tranne che per alcune cose che lessi,ed ero molto piu’ fredda e insensibile di adesso…. arrivai con una piccola dose di pregiudizio e una piccola (grande?) dose di distruttivita’..ma non potei arrampicarmi alla mia struttura razionale che mi offriva aiuto,mi avrebbe aiutata a scomporre tutti cio’ che vedevo per ridurlo al nulla…non mi fu possibile,non potei appellarmi a niente,fu un impatto forte e completamente disarmante,dovetti cedere a qualcosa di irrazionale che non mi permise di distruggere niente ma mi costrinse ad abbandonarmici…

    …una vocina dolce dentro di me disse speranzosa “ma allora e’!”….

    Forse non rispondo a Trumpet ma…..

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 24 Jul 2004, 12:26 PM

    Rispondo ad Aissa e siccome un uccellino, no, anzi, una tartarughina mi ha bisbigliato all’orecchio che Nyx si chiedeva il significato della faccina che ho inserito in sua risposta, ciò che mi accingo a scrivere risponderà anche lei.

    È comunque doveroso premettere che tale mia risposta non può e non deve essere letta come un giudizio e men che meno un giudizio scisso da una dimensione affettiva e questo per il semplice motivo che, in realtà, è esattamente l’opposto.

    Dunque, è oramai chiaro che internet, o meglio ancora un forum, ad esempio, è una forma di rapporto, estremamente diversa da un rapporto interumano diretto e reale che vede persone una di fronte all’altra e che implica il linguaggio articolato come mezzo di comunicazione, quindi, ribadito questo aspetto, diviene immediatamente conseguente che il rimanere in rapporto diviene elemento primario.

    Un intervento in un forum, per quanto bello, ricco, che parla di identità, di elaborazione e che regala nuovi spunti di ricerca ed approfondimento (come quello di Nyx ad esempio) necessita di essere inserito in una discussione esistente dove tali temi sono già affrontati, oppure, se le tematiche proposte nell’intervento non hanno precedenti e sono nuovi spunti si apre una nuova discussione, come ad esempio ho fatto io per questa in cui sto scrivendo.

    Mi riferisco in particolare all’intervfento di Nyx, in quanto il tuo, Aissa, in realtà si allaccia a quello di Nyx.

    Per spiegarmi meglio suggerisco di leggere, in questa discussione, il primo intervento di Alogon e Libellula.

    Spero, con questo, di aver portato chiarezza su tutto.

     

     

    aissa            

    Inviato il: 24 Jul 2004, 08:50 PM

    Anch’io mi sento in dovere di rispondere a trumpet, perchè in realtà quello che dici è molto interessante, ed anche importante. E’ interessantissimo quello che dici a proposito del restare in rapporto, così come mi sento di condividere pienamente l’assoluta mancanza di giudizio da parte, spero, di chiunque si introduca in questo forum. Io, con tutti i miei limiti, tento di farlo. Certo a volte la dialettica si fa più difficile, altre volte ognuno dalla sua tastiera si infiamma per molteplici motivi. certo il botta e risposta deve essere diverso perchè, appunto, non si è faccia a faccia col proprio interlocutore e la discussione è collettiva pur nel rispetto degli spazi di ognuno. questo per dire che a volte si prende la via più lunga e tortuosa per esprimere quello che si pensa, sopratutto quando i temi non sono propriamente banali. Così a volte ci tocca dire le cose in modo bizzarro per tentare di legarle a quanto detto in precedenza o fino ad allora. La ricerca che tu prorponi tra sensibilità ed arte è indubbiamente piena di possibili sviluppi, ma certo il rapporto tra un uomo e una donna è il cimento che più stimola alla creatività… direi.

    عائشةAisha

     

     

    Alogon

    Inviato il: 24 Jul 2004, 08:56 PM

    Non amo gli emoticon ma non è un giudizio!

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Nyx            

    Inviato il: 24 Jul 2004, 09:55 PM

    Eviterei di fare di questo forum così interessante una banale chat ed è proprio per questo che a trumpet avevo chiesto il significato della sua emoticon in un’altra sede cercando, appunto, di tenere il rapporto.

    Tornando invece al tema di fondo del forum, del mio intervento ed alle risposte che in tutti i sensi ho avuto, ritengo di dover approfondire quanto esprimevo. Alogon mi suggerisce che l’immagine femminile è stata scoperta per non dire inventata molto recentemente e senz’altro si riferiva alla ricerca dell’analisi collettiva. Andando a ritroso allora possiamo dire che prima nell’arte l’immagine femminile o non c’era oppure sottintendeva un pensiero completamente diverso. E, se non c’era l’immagine femminile come noi la intendiamo, allora che cosa ha espresso l’arte fino ad oggi? Prendo spunto proprio dalla ricerca dell’analisi collettiva che propone di pensare la cultura greca (forse tutt’oggi dominante) come fondamentalmente omosessuale in cui la donna è fatta completamente fuori, per pensare che forse l’arte vista fino ad oggi sia figlia di quella cultura e per chiedere se parlare di rapporto uomo donna in una discussione sull’arte sia così fuori tema.

     

     

    Bice            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 12:59 AM

    E’ diventato irresistibile non partecipare a questo forum che in verità seguo da tempo perchè offre la possibilità d’interagire e sviluppare “collettivamente” dei pensieri sul significato dell’arte in maniera assolutamente originale.

    Anch’io per anni mi sono chiesta cosa distinguesse un’opera d’arte da un’altra che non lo è affatto .

    Per anni ho cercato di capire….per poi scoprire che poche possono definirsi opere d’arte ed è quindi inutile cercare di “capire” dove c’è ben poco da scoprire.

    Per comprendere, “sentire” un’opera d’arte credo che allo spettatore sia richiesto di effettuare qualcosa di simile alla regressione che deve compiere l’artista per creare, cioè perdere un assetto razionale per entrare in rapporto con quel mondo irrazionale che l’artista, intendo quello autentico, riesce a rappresentare. Rapporto che credo si possa stabilire, per lo meno a livello emozionale, anche senza conoscere la vicenda umana dell’artista per la capacità dell’opera d’arte di esprimere contenuti che sono universali perchè si riferiscono al primo anno di vita, a quella esperienza di vita comune a tutti gli esseri umani. Forse non è esatto e sarei contenta se chi ne sà più di me volesse correggermi….ma stò cercando di capire perchè certe opere, quì mi collego alla risposta di Alogon a Trumpet, possano mantenere il loro valore e la loro potenza intatti per decine di migliaia di anni.

    L’altro quesito che m’interessa molto è quello che riguarda l’arte come rappresentazione dell’immagine femminile proposto da Nyx..cosa accade allora quando l’artista è una donna? Il fatto che storicamente i grandi artisti, mi riferisco in particolare alle arti visive, siano stati ed in parte continuino ad essere soprattutto uomini è amputabile solo a condizioni socio-culturali? Quì mi sento in difficoltà…mi è però venuto in mente un intervento di Alogon in una discussione precedente che vado a ricercare e che in parte cito “..il mezzo “artistico” diventa allora in modo inequivocabile mezzo espressivo di contenuti che sono quelli della sessualità umana. Dialettica uomo-donna”.

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 01:07 AM

    QUOTE (Alogon @ 24 Jul 2004, 09:56 PM)

    Non amo gli emoticon ma non è un giudizio!

     

    Non ho mai usato una emoticons fino ad adesso, non ne ho mai sentito l’esigenza, se stavolta l’ho fatto è perché, in questa situazione specifica e particolare, avevo, non so perché, voglia di esprimere un qualcosa senza però scrivere, ma in un forum la scrittura è il solo mezzo per comunicare… non sapevo come fare e guardando sulla sinistra dell’editor ho visto il frame con quelle emoticons e ne ho adoperata una, dopo tutto sono emotional icons.

    Ad ogni modo sono pronto in qualsiasi momento a sostituire la emoticon da me usata con parole scritte.

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 01:17 AM

    QUOTE (aissa @ 24 Jul 2004, 09:50 PM)

    … ma certo il rapporto tra un uomo e una donna è il cimento che più stimola alla creatività… direi.

     

    Argomento interessante, una ricerca del tutto nuova, anzi direi completamente sconosciuta ed inesplorata per me. Apprezzo davvero molto quello che mi hai fatto notare.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 10:03 AM

    Non pretendo minimamente di rispondere a tutte le domande.

    Però mi veniva in mente il tanto celebrato Picasso. Come non ricordare che “Les desmoiselles d’ Avignon” (1906) certo uno dei quadri più importanti di tutta la storia della pittura rappresenta delle prostitute in un bordello? che dire di Otto diX, Groz, Schiele e della loro rappresentazione della donna?

    Certo la figura femminile è sempre stata presente nella storia della pittura chiunque l’abbia rappresentata uomini o donne (che appunto dovevano superare pregiudizi socioculturali) ma mi viene il dubbio che l’”immagine” femminile sia ben altra cosa.

    Lo studio delle forme d’arte precedenti potrebbe aiutarci solo in parte a comprendere le forme d’arte attuali, l’Homo novus.

    La ricerca psichiatrica , l’unica possibile ed attuabile,ha modificato radicalmente i contenuti del fare artistico. E’ quanto in varie occasioni ho avuto modo di affermare:evidentemente non è molto facile accettare questo punto di vista.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 11:43 AM

    QUOTE (Nyx @ 24 Jul 2004, 10:55 PM)

    Eviterei di fare di questo forum così interessante una banale chat …

     

    Puoi stare tranquilla questo non succederà mai.

     

    QUOTE (Nyx @ 24 Jul 2004, 10:55 PM)

    … e per chiedere se parlare di rapporto uomo donna in una discussione sull’arte sia così fuori tema.

     

     

    È più che ovvio che non è fuori tema.

    Ad ogni modo il merito del mio intervento non era sul “cosa” bensì sul “come”.

    E con questo ho concluso.

     

     

    Bice            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 11:56 AM

    Quello che dice Alogon è vero, forse è difficile, accettare il fatto che assieme ad una nuova teoria sull’uomo sia emerso anche un modo completamente diverso d’intendere l’arte e con essa la rappresentazione dell’immagine femminile. Mi sembra però che sia inevitabile fare riferimento per rappresentare ad un linguaggio visivo che in qualche modo deriva dalla ricerca artistica sviluppata dagli inizi del secolo scorso. Dovrebbe la rappresentazione di nuovi contenuti portare anche alla creazione di un linguaggio completamente nuovo? Oppure questo non ci interessa poiché una trasformazione formale è già avvenuta nel momento in cui appunto, le forme rappresentano qualcosa di assolutamente nuovo? Forse tutto questo può “suonare” un po’ intrigato..

    Mi è sembrato di capire che nella creazione di un opera l’immagine femminile stia nella ricettività, capacità di accettare il rapporto per poi poterlo rappresentare attraverso linee e colori. L’immagine maschile potrebbe in qualche modo avere a che fare con quel “rapporto” concreto che inevitabilmente l’artista deve stabilire con gli strumenti materiali, capacità “tecnica” necessaria alla creazione ? Sono domande che mi pongo…

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 01:11 PM

    Al solito mi limito ad esprimere alcuni pensieri.

    Così come esiste un linguaggio verbale che è antecedente alla esistenza del soggetto, alla nascita di ciascuno, allo stesso modo sicuramente esiste un linguaggio visivo.

    Però come il poeta usa parole usuali per esprimere contenuti e stati d’animo “singolari” ed originali ugualmente il pittore può usare forme apparentemente note per esteriorizzare un modo d’essere e di creare nuovo nell’ambito di un gruppo in cui esiste “una connessione” non consapevole fra i vari membri.

    Immagine femminile e maschile penso siano due aspetti in continuo rapporto dialettico fra loro all’interno di ciascuno oltre che nel rapporto interumano . Difficile legarle a funzioni specifiche.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 25 Jul 2004, 01:13 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 01:50 PM

    QUOTE (Alogon @ 25 Jul 2004, 11:03 AM)

    … ma mi viene il dubbio che l’”immagine” femminile sia  ben altra cosa.

    La ricerca psichiatrica , l’unica possibile ed attuabile,ha modificato radicalmente i contenuti del fare artistico. E’ quanto in varie occasioni ho avuto modo di affermare:evidentemente non è molto facile accettare questo punto di vista.

     

     

    QUOTE (Alogon @ 25 Jul 2004, 02:11 PM)

    Immagine femminile e maschile penso siano due aspetti in continuo rapporto dialettico fra loro all’interno di ciascuno oltre che nel rapporto interumano . Difficile legarle a funzioni specifiche.

     

     

    Concordo con i pensieri e le valutazioni espressi nei due interventi di Alogon di cui ho riportato le citazioni.

     

     

    aerre            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 03:55 PM

    Curiosando qua e là tra gli eventi d’arte menzionati anche dai più autorevoli quotidiani nazionali, ho trovato particolarmente interessanti le opere di un artista cherokee che sta tenendo proprio in questo mese la prima mostra personale in Italia insieme ad un corso d’arte per 25 allievi aspiranti artisti.

    Tale “artista” presenterà anche un video ed un’installazione testimonianza di una performance realizzata durante il corso.

    Ogni giorno l’”artista”, seduto dietro una scrivania, distruggerà un oggetto portato da ciascun allievo, lasciando che i resti si accumulino nel corso dei giorni sul tavolo. Tutto ciò è stato così commentato:”L’opera d’arte finale, carica di pensiero, è composta dai detriti ottenuti dall’artistica distruzione artisticamente sparsi nello spoglio spazio museale”.

    Un’altra performance dell’artista è quella di lanciare delle pietre di diverse dimensioni in un catino contenente del colore acrilico realizzando un dripping. Ancora un’altra opera è costituita da un veicolo caricato con una grossa pietra allo scopo di arrestarne la corsa causandone il ribaltamento.

    La mostra di fine corso allestita dai 25 allievi, sarà intitolata “Certamente saremo confusi” (sic!).

    A questo punto mi viene in mente un’altra artista diventata famosa per un letto sfatto: un ammasso di lenzuola, tampax usati e schifezze di ogni genere, il tutto esposto nelle più importanti gallerie del mondo.

    A quanto pare tutto fa arte.

    Aerre

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 25 Jul 2004, 04:40 PM

    Appunto: se tutto è arte niente è arte.

    A parte questo però si può dire che l’artista cherokee opera in base ad un principio tipico dell’arte concettuale contemporanea: la performance, il gesto o il non gesto artistico mira ad evidenziare il pensiero, l’idea. Quindi procede paradossalmente al contrario in quanto cerca di dimostrare che non è la tecnica che fa il pittore.

    Io avevo detto che non è la penna che fa lo scrittore, come non è internet a determinare il processo mentale della connessione.

    Il problema degli artisti concettuali è che distrutta la tecnica arrivano al nulla e non all’idea perchè le loro trovate sono giochetti intellettualistici particolarmente stupidi e razionali. Sempre gli stessi.

    Però potrei essere d’accordo sul fatto che bisogna capire meglio in generale che cos’è “LA TECNICA” anche perchè in greco antico arte e tecnica venivano designate , credo, con una sola parola.

    Naturalmente quando si cerca di affrontare questo tema tutti tendono a metterti fra i piedi Heidegger il quale mi sembra dicesse che la tecnica è “disvelamento”.

    Disvelamento ma anche mistero. Qualcosa di insondabile e di irrazionale rispetto al quale l’atteggiamento dell’uomo non può che oscillare ambiguamente fra l’accettazione e l’abbandono.

    Leggo su internet le parole di un certo prof D’Alessandro

     

    <<(…) la tecnica non costituisce un problema dell’’uomo (come lo sono, invece, gli strumenti tecnologici), perché l’uomo non può dirsi soggetto del Gestell [ termine che designa appunto la tecnica], ma anzi a esso sembra essere assoggettato; come per die Sprache, difatti, “non siamo noi a parlare la lingua, ma è la lingua che parla noi”, così il particolare disvelamento della tecnica moderna non è certo dovuto alla volontà dell’uomo, non è una sua produzione, essendo il darsi proprio del suo stesso inessere. È questo il senso dell’aumanesimo heideggeriano.Come intendere, però, il fatto che l’essenza della tecnica possa essere definita mistero (Geheimnis), senza per ciò stesso correre il rischio di portare la riflessione filosofica nelle secche dell’irrazionale o dell’afasia estatica?>>

     

    Da sottolineare il pensiero schizofrenico: è la lingua che parla noi, è la penna che scrive le poesie. è internet che ci regala l’intelligenza collettiva e connettiva.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 25 Jul 2004, 10:20 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 26 Jul 2004, 08:34 AM

    QUOTE (Bice @ 25 Jul 2004, 12:56 PM)

    L’immagine maschile potrebbe in qualche modo avere a che fare con quel “rapporto” concreto che inevitabilmente l’artista deve stabilire con gli strumenti materiali, capacità “tecnica” necessaria alla creazione ? Sono  domande che mi pongo…

     

    Mi chiedevo se questa fosse una domanda retorica che sottintendesse, forse nemmeno poi tanto velatamente, che l’immagine maschile potrebbe rappresentare il rapporto con le cose, gli oggetti, l’inanimato, la tecnica produttiva appunto.

    Ho per caso frainteso?

     

     

    Bice            

    Inviato il: 27 Jul 2004, 03:13 AM

    E’ ovvio che ciò non debba essere preso alla lettera…come puoi pensare che possa ridurre l’immagine maschile al rapporto con l’inanimato?.

    Il fare materiale, ancor di più in questo caso perchè legato alla creazione artistica, non può essere pensato come scisso da una dimensione interna che orienta ed in ultima analisi credo proprio determini l’uso che l’artista fa degli strumenti necessari alla creazione dell’opera.

    Comunque la tua obiezione mi dà lo spunto di riallacciarmi al discorso sulla tecnica già affrontato da Alogon. È curioso che le parole arte e tecnica in greco siano la stessa… perché penso che esse in realtà siano in qualche modo in rapporto tra loro. Magari verrò clamorosamente smentita ma mi piacerebbe tentare d’esprimere qualche riflessione.

    Credo che la tecnica non sia qualcosa che può essere appresa passivamente o razionalmente ma ricerca anch’essa che contribuisce in maniera non irrilevante alla creazione dell’immagine dalla quale non può essere separata… è ovvio che con l’arricchirsi del proprio mondo interiore anche il rapporto con gli strumenti di lavoro diventa più facile, organico ed inventivo.

    Un quadro, ad esempio, può essere un’opera d’arte solo se è presente la soggettività (sana) dell’artista perché altrimenti….. si sente che c’è qualcosa che non và ed infatti la bella tecnica a ben vedere non è bella per niente ma soltanto tecnicismo.

    Forse dovrei tagliare qui per evitare che questo intervento diventi un po’ troppo lungo…ma non riesco a non riferirmi all’articolo di aerre non solo per il collegamento tra la tematica della tecnica ed il fare dell’arte concettuale, di cui parlava Alogon, ma perché l’ho trovato straordinario. È un condensato stupendo delle idiozie che imperversano da decenni nel mondo dell’arte purtroppo non più solo occidentale. È infatti interessante che inizi descrivendo le trovate di un’artista cherokee

    addirittura. Accelerato dal fenomeno della globalizzazione questo tipo di linguaggio (se si può chiamare tale) sta dilagando in tutto il pianeta cercando di soffocare ogni tipo di ricerca alternativa. Vorrei solamente accennare ad una mostra di Giovani Talenti dalla Cina che vidi qualche anno fa al PS1 di New York, branch del Museum of Modern Art e luogo deputato alla ricerca artistica. Naturalmente, guarda caso, tutti gli artisti invitati non facevano altro che confermare il dilagare di un’impostazione di tipo concettuale. Ricordo una recensione sulle pagine della cultura di Repubblica forse un paio di anni fa di Achille Bonito Oliva sulla biennale d’arte di Dakar…..un vuoto gioco di parole per giustificare l’utilizzo d’oggetti in disuso anche tra gli artisti africani. Il gioco perverso è quello d’esportare, o meglio imporre, altrove un preciso linguaggio per poi importare lo stesso per confermare la propria egemonia culturale che è poi anche economica. È interessante ricordare che l’arte concettuale, teorizzata in Gran Bretagna, ha avuto il suo primo sviluppo in territorio statunitense dove pure si era recato molti anni addietro Marchel Duchamp per esporre e realizzare i suoi memorabili ready-mades.

    Confesso che mentre scorrevo con gli occhi le parole di arre sullo schermo non mi sono potuta trattenere dal ridere, forse anche per il sollievo di non essere sola a denunciare e mascherare il vuoto totale della cultura in cui viviamo ed a costruire un’alternativa autentica e reale.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 27 Jul 2004, 09:00 AM

    Se andiamo in un vocabolario di greco antico cosa troviamo? Troviamo che “tecne” designa un’abilità generica che può riferirsi ad attività varie fra cui l’uso della parola, la retorica. Troviamo anche l’espressione “peìrata tecnes” che vuol dire strumenti dell’arte. In un dizionario etimologico troviamo invece che tecnico significa “conforme all’arte”.

    Nel tempo sembra sia accaduto che la tecne, la capacità di creare e di produrre si è identificata con gli strumenti della produzione.

    Il punto è questo :possiamo creare anche senza strumenti materiali. Per es lo psichiatra nella psicoterapia non usa strumenti materiali, a parte la sedia e la poltrona peraltro non essenziali, perchè ci si può sedere ovunque se non addirittura stare in piedi.

    L’arte della psicoterapia prevede un’invenzione ed una creatività continue che non possono in nessun modo riferirsi ad una “tecnica” sia pure sui generis, standardizzabile. Contrariamente a quanto pensava Freud che riteneva si potesse usare un’espressione come “tecnica psicoanalitica”. In questo caso la parola tecnica viene usata in un’accezione ancora diversa cioè nel senso traslato di “procedimento standardizzato”. Il procedere secondo uno schema prefissato naturalmente fa riferimento alla coazione a ripetere ,all”istinto di morte” e non vedo come possa essere terapeutico .

    Credo che neppure nel campo artistico si possa procedere secondo dei dettami fissi salvo che non possiamo fare a meno di usare strumenti materiali, pennello, scalpello, marmo colori ecc. Quindi tecnica in campo artistico serve ad indicare gli strumenti necessari per realizzare l’opera. Ma in quale accademia si insegna la tecnica di fare bassorilievi con la mola per tagliare i metalli?

    E’ chiaro che ciascun artista ha i suoi specifici strumenti suscettibili peraltro di cambiare nel tempo.

    Il fare artistico si avvale di strumenti ma si può affermare che lo strumento condiziona il risultato?

    Se non sono soddisfatto posso in qualunque momento cambiare pennello, colore,

    pastello. Possono operare liberamente una scelta in una gamma pressochè infinita di possibilità.

    Così come si può dire che internet condiziona le mie prestazioni mentali, le mie capacità percettive ecc?

    Quando vado al mare e passo qualche settimana a pescare me la vedo con la tecnologia dei palamiti ed il pc me lo scordo completamente.

    Mi condiziona anche al mare?

     

    Messaggio modificato da Alogon il 27 Jul 2004, 09:09 AM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Trumpet            

    Inviato il: 27 Jul 2004, 09:41 AM

    QUOTE (Bice @ 27 Jul 2004, 04:13 AM)

    E’ ovvio che ciò non debba essere preso alla lettera…come puoi pensare che possa ridurre l’immagine maschile al rapporto con l’inanimato?.

     

    Bè, in effetti è ovvio, infatti non pensavo nulla, ho chiesto solo delucidazioni sul tuo pensiero, in quanto, appunto, sembra proprio avessi non capito bene.

    Molto interessante il tuo intervento.

     

     

    aissa            

    Inviato il: 27 Jul 2004, 09:44 PM

    Solo per rilanciare la scommessa sul piatto, ulteriore citazione a tema…”Tra gennaio e marzo 1932 Picasso dipinse una serie di ritratti di donne dormienti.

    , per i quali fece posare Marie Thérèse: il sogno, la lettura, nudo su divano nero e lo specchio. Fu proprio l’influenza e la vicinanza di questa donna che, parallelamente alle nuove sperimentazioni formali, lo portò a scoprire una nuova, sensuale versione del femminile. (…) I seni, simbolo femminile, sono messi in evidenza nella loro rotondità e prosperità.”

    Ripeto che non mi sento di poter separare l’idea della creatività dall’immagine femminile. Se l’artista ritrova la propria immagine interna in una donna, la riconosce e si riconosce senza che questo lo porti ad annientarsi o ad annientare l’altro, credo che sia un artista. Sensibilità inclusa.

    عائشةAisha

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 28 Jul 2004, 12:26 AM

    Sembra che i rapporti di Picasso con le donne siano stati piuttosto tormentati.

    Forse nelle citazioni e nelle conclusioni bisogna procedere con molta cautela evitando di essere apodittici. Non sempre del resto il rapporto delle gentil sesso con la creatività è così lineare e sicuramente per un talento eccezionale come quello di Picasso non deve essere stato semplice “ritrovare la propria immagine interna in una donna”. Diciamo che ci ha provato anche se è andato incontro a non poche difficoltà, come del resto è accaduto a molti grandi artisti.

    Q!ueste difficoltà le ha anche rappresentate come in “donna allo specchio” del 1932.La modella volge le spalle allo specchio e questo “permette al pittore di rappresentare in modo dissociato due aspetti dello stesso soggetto in una specie di recto verso”

    Sogno ed incubo “ E’ difficile resistere ala tentazione di contrapporre la donna moglie all’amante adorata. Due figure una dolce l’altra dura aspra “stanno ad indicare i due sentimenti estremi suscitati in Picasso dalle donne:atttrazione e repulsione”

     

    Messaggio modificato da Alogon il 28 Jul 2004, 08:37 AM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Nyx            

    Inviato il: 28 Jul 2004, 01:09 PM

    Picasso rappresenta il sogno come una donna, usando la sua donna come modella; e poi aissa parli della donna nuda che dorme e a me viene in mente la “dormiente” di domenico fargnoli. Non credo che abbia usato una modella e forse questo di per sè potrebbe non voler dire niente ma io lo voglio prendere a pretesto per delle riflessioni. Rileggendo il vecchio forum mi hanno colpito alcune frasi di alogon che riporterei di seguito:”il bambino alla prima visione del volto della madre colloca in esso la propria immagine interiore….Inconscio, coscienza, comportamento: la sanità mentale è nell’armonia di questa triade che fa l’uomo adulto e creativo”.

    Quindi per essere creativi bisogna essere adulti? E che significa essere adulti? Avere un rapporto uomo donna diverso da quello del bambino al seno in cui ovviamente la differenziazione sessuale è solo fisica? Il bambino fa uno svezzamento, una separazione dalla madre diversa da quella di una bambina? Le donne cresciute, adulte cambiano l’oggetto del loro desiderio, orientano la loro attenzione verso immagini maschili…é già questa una trasformazione artistica?Quindi nell’atto della creazione l’artista fin dove regredisce? Al primo anno di vita? Un’altra citazione di alogon: “Il richiamare alla mente come atto cosciente ed intenzionale mi riporta indietro fino a quel limite, a quelle colonne d’ercole oltre le quali non è più possibile ricordare. Allora si può soltanto creare l’immagine di quanto non è mai stato visto. Immagine comunque adagiata in un letto di sensorialità in un mondo in formazione.” E’ su questo letto che dorme la dormiente? Quindi nel regredire al primo anno di vita non si ha la ripetizione di ciò che accadeva a quel tempo ma la propria immagine viene collocata nel volto più o meno definito di una donna che non è senz’altro la propria madre. Quindi se per essere artisti occorre saper regredire è, mi pare, indispensabile avere una dialettica uomo donna sana.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 28 Jul 2004, 01:36 PM

    Beh innanzitutto bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa si può intendere per “dialettica uomo donna sana” e già qui potrenmmo spenderci qualche centinaio di pagine.

    Cumunque compare la parola dialettica che significa arte del confronto a partire da posizioni differenziate. E questo è già molto in quanto si prevede anche la possibilità di prendere le distanze qualora la creatività di uno dei due provocasse reazioni non appropriate nell’altro.

    Evento, direi non raro.

    E’ chiaro che la creatività del bambino è diversa da quella dell’adulto perchè lo sviluppo mentale non è lo stesso. La potenza regressiva è maggiore nell’adulto che si presuppone abbia maggiore vitalità.

    Per la questione del volto bisogna tener conto che la visione di esso interviene intorno ai tre mesi. Credo che noi ricreiamo nell’atto creativo o d’amore, fasi anche antecedenti. Linee colori che ancora non portano ad una netta delimitazione…

    copyright domenico fargnoli

     

     

    aissa            

    Inviato il: 28 Jul 2004, 11:24 PM

    In effetti ammetto che il mio ultimo intervento non è stato affato cauto, anzi… E’ stato il repentino movimento, una reazione affatto controllata rispetto a quanto avevo letto su questa sorta di biografia artistica di picasso. mi era piaciuto quel quadro intitolato Il Sogno, mi era piaciuto perchè vi era dipinta una donna. Mi era piaciuto istintivamente, come allora mi piaque quello di Modigliani. La reazione, caricata da elaborazioni e sensazioni personali che cpomunque si riallacciano ad eventi che in questa sede non hanno senso di essere, o almeno non così tanto, è stata in effetti un tantinello… esagerata. mi piace però pensare a quel quadro che esprime l’idea del sogno,cioè il non cosciente, ad un volto di donna… anche se è noto che Picasso e le donne non significa propriamente rose e fiori. Era appunto un rilancio, forse mica tanto riuscito, un sasso tirato nello stagno… La dormiente di Fargnoli io la ricordo molto bene e ricordo anche molto bene la sensazione immediata che ebbi quando la vidi esposta la prima volta… era lo stupore! E tuttora mi stupisce quell’insieme di linee e colori che apparentemente indefinitoi fanno invece una foorma che, pur non essendio una figura, è a gli occhi di chi giuarda familiare. Forse perchè si lega proprio a quel primo anno di vita, alla fantasia che, tranne gravi eccezioni, non è perduta. Così come il poeta pur nell’usare parole a cui si attribuisce un significato universale, riesce ad evocare immagini nuove per il solo averle disposte ed usate in m odo originale. Dunque io vorrei chiedere qual’è il legame tra quelle linee e colori di un quadro che fanno una immagine indefinita ed una forma riconoscibile e quelle parole che, scritte per quello che sono, parlano di tutt’altro… C’entra fordse quell’immagine interna? Quella regressioni cui accennava nyx?E quella regressione si lega a quei primi mesi di vita di cui ha parlato Alogon?

    عائشةAisha

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 29 Jul 2004, 09:14 AM

    La dormiente che addirittura è del 2000, ha un suo antecedente nel video girato per “una notte d’amore” in cui c’era una scena con una donna che dormiva serena in un ambiente permeato da un’atmosfera particolare.

    (IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/dormiente_g.jpg)

    Sono lusingato dalla vostra attenzione per il mio bassorilievo a cui voi attribuite parentele illustri. Però nel mio ultimo disegno compare “il leone rosso” che mi sembra piuttosto sveglio. Niente affatto dormiente.

    E se fosse un’immagine maschile?

    (IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/il_leone_rosso_g.jpg)

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Nyx            

    Inviato il: 29 Jul 2004, 10:51 AM

    Touchée. Confrontarsi con l’immagine maschile del leone rosso è molto difficile costringe a non dormire a stare sveglia a non essere più depressa. Costringe ad accettare il rifiuto e come qualcuno mi ha detto, il rifiuto fatto da un leone rosso, genera odio….non ci sono più scuse……non so continuare….

     

     

    sideras            

    Inviato il: 29 Jul 2004, 01:45 PM

    Leggendo gli interventi fatti su questo forum,che trovo molto interessanti,e guardando il quadro del leone rosso mi viene in mente che oltre al rapporto con la donna,che ritengo essere comunque un asse portante,forse l’artista ha un in più al quale però non saprei dire…mi piacerebbe che “qualcuno” portasse avanti questa mia,solo ipotesi che non riesco a trasformare in un pensiero preciso,”qualcuno” che è un artista! Mi veniva anche in mente che un rapporto fra un uomo e una donna forse non basta,o comunque non senza una ricerca personale che sia in grado di trasformare sia l’uomo che la donna,permettendogli quella dialettica che vada oltre l’identificazione,ma oltre questo non so dire….

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 29 Jul 2004, 02:16 PM

    L’osservazione di “sideras” è molto pertinente anche se è difficile rispondere alla sua domanda. Non pretendo quindi di esaurire la questione. Propongo solo alcune ipotesi, da verificare , da vagliare.

    Se lo specifico dell’artista è il fare senza sapere è indiscutibile che la sua immagine è immediatamente prassi e movimento. Ideazione e realizzazione possono essere un’unico processo attraverso cui prende vita una forma che prima non esisteva. Temporalmente ciò può avvenire anche in modo rapidissimo: ciò che conta è la fusione fra pensiero e corporeità. E’ chiaro che il riferimento al vissuto della sessualità è immediato in quanto la fusione fra realta materiale e non materiale avviene nell’orgasmo. L’ho detto e me ne assumo la responsabilità : nell’orgasmo. “Il qualcosa in più” forse è individuabile nell’insorgere dell’idea come reazione estemporanea ad una situazione di rapporto. Esiste un nesso fra insorgenza dell’idea e la trasformazione interna che avviene per il desiderio pienamente soddisfatto?

    Nell’oggetto estetico realtà materiale e non materiale fanno un tutto inscindibile…

    Quindi sarebbe falso quanto diceva Freud ne “Il poeta e la fantasia” cioè che il godimento estetico sarebbe affine ad un piacere preliminare….

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 29 Jul 2004, 02:45 PM

    QUOTE (Nyx @ 29 Jul 2004, 11:51 AM)

    Confrontarsi con l’immagine maschile del leone rosso è molto difficile costringe a non dormire a stare sveglia a non essere più depressa. Costringe ad accettare il rifiuto e come qualcuno mi ha detto, il rifiuto fatto da un leone rosso, genera odio….non ci sono più scuse.

     

    [QUOTE]

     

    Mi sapete dire perchè “il rifiuto fatto da un leone rosso” genera odio ?

     

    Ho la sensazione che questo “filo” sia molto importante anche per me in questo momento ……

     

     

    sideras            

    Inviato il: 29 Jul 2004, 02:58 PM

    Ricercando un immagine,che non sia ne sui libri ne nel vissuto personale,la ricerca mi porta a pensare che forse il nesso stà nell’immagine psichiatrica,che quell’insorgenza dell’idea stia proprio all’interno di quell’atto creativo che può fare solo la forza dell’interpretazione,che è assolutamente estemporanea,da questo sicuramente si attua una trasformazione che va credo ben oltre un fare artistico e che ci porta però ad una nuova ricerca….

     

    Alogon            

    Inviato il: 29 Jul 2004, 04:08 PM

    Acca potrebbe avere ragione: bisogna esprimersi in linguaggio comprensibile o perlomeno coerente.

    Più in generale comunque l’odio è l’affetto dell’invidia. L’invidia è una pulsione che si attiva in relazione alla creatività ed alla sessualità.

     

    Rispetto a sideras rispondo che non sarò certo io a non voler sottolineare il legame stretto fra psichiatria ed a arte: perchè però dire che il nesso con l’immagine psichiatrica non è nè personale nè la troviamo nei libri?

    Un’affermazione del genere non mi trova concorde ed ancora una volta mi spinge a richiamare l’attenzione sul come articoliamo i nostri discorsi, su come argomentiamo. Non tutti hanno il dono della sintesi e talvolta la contrazione estrema ci porta ad esprimere un pensiero per aforismi i quali o sono verità profonde oppure esattamente il contrario.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 29 Jul 2004, 04:40 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 30 Jul 2004, 12:53 PM

    Vorrei riprendere il tema iniziale: molti ritengono che l’opera d’arte una volta creata acquisisca una sua autonomia indipendente dalle intenzioni di chi l’ha realizzata.

    Però anche l’artista che fa una libera espressione, non rivolgendosi a nessuno in particolare, opera in un contesto di relazioni, in un ambiente dal quale volutamente ritiene di dover prescindere.

    La comprensibilità dell’opera è possibile d’altronde solo se la collochiamo sullo sfondo della situazione nell’ambito della quale nonostante tutto viene generata.

    Anche se non conosciamo l’identità dell’autore e le sue vicende biografiche possiamo risalire allo stato mentale, alle condizioni di vita, all’insieme dei valori che per es. caratterizzavano le comunità di cacciatori del neolitico.

    La “libera espressione” ed insieme ad essa l’autonomia dell’oggetto artistico dal suo creatore è allora un’illusione?

    Potrebbe esserlo qualora noi intedessimo la libera espressione e l’autonomia riduttivamente come pretesa di creare un qualcosa che non sia storicizzabile, non sia collocabile su di uno sfondo che rende possibile l’attribuzione di un senso “artistico” ad un manufatto per quanto originale esso sia, per quanto incomprensibile di primo acchito ci appaia.

    Esiste un arte fuori dal tempo, immortale oppure tutto va considerato in base ad un criterio di relatività storica?

    Forse non esiste un Arte con al a maisucola ma tanti linguaggi artistici i quali talora sono intraducibili l’uno nell’altro.

    Sorgono a questo punto moltissime domande alle quali è veramente difficile rispondere in modo adeguato.

    In che misura l’artista è veramente libero di esprimersi in un modo piuttosto che in altro?

    Quando utilizziamo l’espressioni figurative facciamo riferimento a schemi precostituiti comprensibili da ogni uomo in ogni epoca oppure operiamo all’interno di forme che le varie civiltà, le varie culture umane hanno sedimentato nel tempo come un patrimonio di esperienze alle quali è inevitabile che attingiamo?

    In che modo operano i condizionamenti culturali oltre la volontà del singolo?

    Come eventualmente si può pensare di superarli?

    Il superamento, nella condizione concreta in cui noi operiamo, potrebbe essere espressione dell’attività di ricerca di un gruppo che lavora affinchè ciascuno trovi una libertà di espressione, che poi altro non è che una sanità di base che nasce da un modo d’essere non razionale.

    La domanda che mi pongo continuamente, senza mai essere capace di trovare una risposta esaustiva, è come la psichiatria, con le conoscenze che ha sviluppato sulla fisiologia della mente, possa aiutare a realizzare, attraverso la ricerca dell’analisi collettiva, quella creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e della provocazione ad ogni costo che è solo un atteggiamento della coscienza. Senza ricadere nell’iconoclastia e nella critica fine a se stessa che sembra essere diventata l’unica espressione dell’arte nell’era della globalizzazione.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 30 Jul 2004, 10:03 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    Julia            

    Inviato il: 31 Jul 2004, 10:15 AM

    Mi viene in mente qualche riflessione sparsa, che non so bene come organizzare ma che spero attinente al tema. Credo che ai tempi di Shakespeare o Molière il saccheggio di interi brani da parte degli autori fosse cosa ordinaria e non scandalosa. Ciò nonostante non tutti hanno avuto la loro fortuna a distanza di secoli. Interessante notare che ambedue lavoravano a stretto contatto con compagnie di attori (cosa che non mi risulta per tanti autori contemporanei), che talvolta erano gli attori stessi a incoraggiare la scritture di un testo e che loro stessi facevano gli attori. Come a dire che laddove la compartimentazione mentale è minore, maggiore è la creatività, oppure che la disposizione alla collaborazione – per niente scontata – sarebbe di per sé indice di creatività… forse questo si sapeva già?

    Sui rapporti tra immortalità dell’opera e linguaggio, la traduzione delle opere (scritte) illustra una singolarità, cioè il fatto che esse “invecchiano”. Ogni cinquanta, cento anni vanno rifatte, sono diventate obsolete, datate, forse perché non rendono più quella musicalità, quella polisemia inafferrabile che porta in sé l’opera originale, sfuggendo sempre agli schemi da qualche nuovo spiraglio… sarà allora che, pur avendo lavorato in un determinato contesto come quello elisabettiano, in una determinata lingua più o meno codificata, ogni grande artista crea ogni volta un nuovo linguaggio? in parte riconoscibile e in parte misterioso, forse per quello universale?

    E sui legami tra tutto ciò e la ricerca dell’analisi collettiva, non so se azzardare un appunto scontato… la vedo seguita da gente molto “diversa” tra di sé o, più precisamente, mi sembra che la gente ricavi da una stessa fonte spunti assai diversi. Diversi ma forse anche simili?

     

     

    Bice

    Inviato il: 31 Jul 2004, 10:17 AM

    Sono domande affascinanti e complesse…vorrei raccogliere almeno in parte la “sfida” per tentare di costruire un qualche pensiero.

    Forse sì, la libera espressione intesa come creazione che prescinde da un contesto di relazioni ed ogni parametro storico culturale è illusione poichè irrimediabilmente come dici tu rimanderebbe ad un arte immortale, fuori dal tempo.

    Non potrei apprezzare o capire la pittura medievale senese (magari è un esempio scontato…) se non la collocassi all’interno di un preciso contesto storico.Guardando le opere di Duccio, le piccole scene colorate affollate di persone, è come se sentissi che ciò che viene rappresentato è lo sforzo di tutta una società di dare immagine alla percezione dello spazio fuori di sé, percezione che si era ampliata ed aveva acquisito profondità, mi verrebbe solo da suggerire (perché mi sto addentrando in un territorio che non è il mio), per una modifica, un ‘evoluzione della percezione del proprio mondo interiore. Si potrebbe ipotizzare che i grandi artisti siano stati coloro che in qualche modo sono riusciti a rappresentare ciò che non era ancora storicamente definito facendosi interpreti inconsapevoli di un movimento, un pensiero che poteva anche precedere il suo affiorare alla coscienza collettiva e quindi la sua verbalizzazione ? E’ vero che ciò è quasi sempre stato accompagnata dalla creazione di un nuovo linguaggio che credo possiamo considerare tale per la presenza magari all’interno di un sistema di rappresentazione già costituito di un’”invenzione” ( non so bene quale altra parola usare), come ad esempio in El Greco in cui non è possibile non riconoscerci una sensibilità già moderna?

    Allora è forse impossibile ridurre la comprensione dell’arte tout court ad un relativismo storico e ciò che della creazione artistica potrebbe considerarsi “fuori dal tempo” è il suo valore che sembra non sbiadire con il trascorrere dei secoli, argomento questo che mi sembra in parte sia già stato affrontato in questo forum.

    Trovo di estremo interesse la domanda che poni riguardo a come una nuova ricerca psichiatrica che ha determinato la nascita di un modo completamente nuovo d’intendere la creazione artistica possa contribuire all’emergere di una “…creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e delle provocazioni (…)”. Ti vorrei chiedere se almeno in parte ciò che proponi possa avere un legame con quanto ti avevo già formulato (ed a cui mi avevi risposto) e cioè come la rappresentazione di nuovi contenuti potrebbe determinare anche la nascita di un linguaggio, possibilità espressiva che appunto diventi anch’essa “innovazione, rottura con una tradizione”. Forse invece intendi qualcos’altro ancora che non riesco al momento a cogliere appieno…..

     

     

    acca            

    Inviato il: 31 Jul 2004, 01:23 PM

    Anche io provo ad azzardare delle risposte ai difficili interrogativi di Alogon.

     

    “La “libera espressione” ed insieme ad essa l’autonomia dell’oggetto artistico dal suo creatore è allora un’illusione?”

    “Esiste un arte fuori dal tempo, immortale oppure tutto va considerato in base ad un criterio di relatività storica?”

     

    Può essere che che il concetto di “libera espressione” vada completamente riformulato inserendo l’ idea che l’ espressione deve essere libera dalla malattia mentale ? La quale cosa implica che se invece l’ arte intendesse essere libera dal rapporto con gli altri, con il proprio tempo e, come sta emergendo, dall’ immagine femminile per aspirare, ad esempio, all’ immortalità, sarebbe invece completamente dentro al concetto di “non rapporto”.

    Mi pare che questa sia una grande novità teorica. Viene a cadere quindi il concetto di “artista maledetto” che dovrebbe rubare a Dio o al Diavolo il genio che lo renderebbe immortale insieme alla sua opera.

    L’ opera d’ arte in un nuovo modo di pensare diviene libera da questa falsità, mi verrebbe da dire “faustiana”, per essere l’espressione di un’ immagine tanto più valida quanto più è in grado di spingere chi la guarda al desiderio e alla creatività e quindi anche ad essere molto velocemente “superata”.

     

    “In che modo operano i condizionamenti culturali oltre la volontà del singolo?

    Come eventualmente si può pensare di superarli?”

     

    Più o meno recenti analisi storiche e artistiche delle avanguardie del novecento ci fanno vedere come, malgrado la paranoia delle loro intenzioni programmatiche di fare “tabula rasa” del passato per proporre “una arte completamente nuova, pura e universale”, in realtà rimasero legati al loro tempo e alla storia. Magari, come nel caso degli olandesi di De Stijl, andarono a prendersi modelli culturali più o meno coscienti in Giappone o in America.

    Ma andare altrove a cercare modelli è in netta contraddizione con quelli che erano i loro intenti dichiarati.

    Ma questi sono i condizionamenti culturali o i condizionamenti formali ?

    Potrei pensare che la libertà dai condizionamenti culturali negativi (ad esempio il freudismo) potrebbe rendere liberi di usare condizionamenti formali (o linguaggi che dir si voglia) in un modo completamente diverso e quindi innovativo.

     

    “La domanda che mi pongo continuamente, senza mai essere capace di trovare una risposta esaustiva, è come la psichiatria, con le conoscenze che ha sviluppato sulla fisiologia della mente, possa aiutare a realizzare, attraverso la ricerca dell’analisi collettiva, quella creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e della provocazione ad ogni costo che è solo un atteggiamento della coscienza. Senza ricadere nell’iconoclastia e nella critica fine a se stessa che sembra essere diventata l’unica espressione dell’arte nell’era della globalizzazione”.

     

    Qui dico solo cose che mi sembrano evidenti senza conoscere a pieno tutto ciò che l’ Analisi Colettiva ha mosso e muove nel campo della creatività (e forse questa cosa alla fine non la sa nessuno).

    Mi sembra un fatto innegabile che, anche se non sappiamo come, ciò stia accadendo.

    Non sembra allo stato attuale che si possa dire che questa ricerca abbia creato nuovi linguaggi espressivi. Cioè la grafica, la pittura, la scultura, il cinema, l’ architettura prodotte da chi segue questa ricerca potrebbero essere ricondotte, a livello di opera singola, a precedenti formali e i critici d’ arte potrebbero facilmente essere in grado di assegnare ogni singolo pezzo a questa o quella corrente artistica degli ultimi due secoli. E’ il senso che appare con evidenza completamente nuovo. Forse la ricerca sul linguaggio espressivo è stata priva fin qui di quelle ansie iconoclaste che invece avevano contraddistinto il moderno. Forse non si è voluto ripetere l’ errore delle avanguardie di mettersi a pensare in maniera astratta prima di fare. Forse la riuscita è proprio legata a non aver voluto, più o meno consapevolmente, inventare coscientemente nuove parole. In altre parole e curiosamente direi che proprio non voler essere “moderni” o creativi a tutti i costi ha liberato la creatività e portato a fare cose del tutto nuove. Penso che non si possa nemmeno escludere che la ricerca sull’ inconscio possa portare anche a linguaggi espressivi completamente nuovi.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 31 Jul 2004, 02:46 PM

    Recentemente, qualche mese fa a Firenze , ho visitato una mostra di manufatti “artistici” del centro America, del Perù. In particolare mi ha colpito un tessuto con un disegno e colori che se non avessi visto la datazione e la provenienza , mi pare 500 dc popolo Maya, avrei potuto attribuire tranquillamente a Picasso .

    Se osservo opere degli uomini dell’età della pietra vedo figure di animali ma anche psicogrammi, segni geometrici. che denotano una inequivocabile tendenza all’astrazione.

    La pittura cosiddetta “moderna”è stata realmente innovativa od ha solo accentuato elementi preesistenti dando ad essi un senso nuovo all’interno di una diversa valutazione della funzione dell’arte sganciata per es. da presupposti di tipo religioso?

    Così rispondo a chi dice che il linguaggio che deriva dalla nostra ricerca psichiatrica non è innovativo come se potesse esistere una frattura fra forma e contenuto.

    Credo che stiamo costruendo una nuova sintassi formale in cui ciascun elemento non è valutabile preso isolatamente ma rapportato all’insieme dei significati che contribuiscono a dare ad esso un senso diverso.

    Certo non è mai esistito storicamente un rapporto così stretto fra arte e scienza, fra psichiatria ed arte. Ciò fa sì che noi possediamo possibilità di comprensione del linguaggio delle immagini oniriche e non oniriche prima assolutamente impensabili. Bisogna ricordare che i surrealisti parlavano di inconscio ma non si sa esattamente cosa intendessero.

    Non lo sapevano loro e non lo sapeva nemmeno Freud.

    Il metodo del pensiero che consente un accesso all’irrazionale regala alla possibilità di creare un’accelerazione vertiginosa, amplificata dal fenomeno della cooperazione artistica.

    I linguaggi precedenti vengono riassorbiti all’interno di una visione diversa ed essi compaiono come inevitabili a volte inconsapevoli citazioni all’interno però di una visione assolutamente nuova dell’uomo e della realtà. Chi può sviluppare un discorso sulla poesia senza riferirsi almeno una volta ad Omero?

    Personalmente non rifiuto quanto è stato fatto di valido in passato ma lo rielaboro all’interno di una prassi , di un fare che non ha assolutamente precedenti.

    Un gruppo di artisti riesce a collaborare ad un’unica attività creativa senza dissociazioni o contrasti.

    Un gruppo di persone scrive un forum in cui si segue un filo preciso di pensiero e che potrebbe diventare un libro.

    Quindi la creazione collettiva forse non è più un utopia ma una realtà concreta che non annulla le singole individualità ma al contrario le esalta all’interno di una esperienza del tutto sconosciuta precedentemente, della socialità e del fare.

    Fare insieme senza costrizioni o gerarchie precostituite.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 31 Jul 2004, 02:53 PM

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 31 Jul 2004, 06:33 PM

    “La pittura cosiddetta “moderna”è stata realmente innovativa od ha solo accentuato elementi preesistenti dando ad essi un senso nuovo all’interno di una diversa valutazione della funzione dell’arte sganciata per es. da presupposti di tipo religioso?”

     

    A me sembra che l’ arte moderna abbia fatto un’ operazione inversa, abbia cioè confuso la forma con il contenuto. I presuposti di tipo religioso dalle quali sganciava apparentemente la funzione dell’ arte, rientravano, per così dire, dalla finestra perchè si stabilivano di fatto dei dogmi formali: il famoso “culto della forma”. Operazione del tutto razionale.

    Anche le biografie stesse di molti esponenti del moderno, “pericolosamente” affascinati dalle religioni orientali (penso ad esempio ad Itten e alla sua “mistica” del colore), ci parlano di idee religiose.

     

    “Così rispondo a chi dice che il linguaggio che deriva dalla nostra ricerca psichiatrica non è innovativo come se potesse esistere una frattura fra forma e contenuto”

     

    Mi torna in mente di aver letto che il valore della ricerca artistica legata alla ricerca psichiatrica stia anche nel gettare una luce nuova sul linguaggio delle avanguardie. Un enorme patrimonio formale può così essere ri-creato riscoprendo un senso del fare artistico completamente nuovo.

    Si può dire: “Se non è ricerca sul linguaggio questa …..”. Lo è ma in un senso nuovo. Le vecchie categorie interpretative, non mi pare un caso la presenza di tanti linguisti nell’ ambito della stessa ricerca, devono essere trasformate di pari passo. Come sta avvenendo.

    La scissione fra forma e contenuto, che era subdolamente presente nell’ arte moderna malgrado tutte le dichiarazioni di intenti, e le varie “angoscie di stile” vengono superate proprio in virtù della ricerca sull’ inconscio.

    Non mi posso esimere però da continuare per ora a pensare che un Bergman o un Kieslowski o un Truffaut possano essere considerati ancora degli innovatori del linguaggio cinematografico più importanti di Marco Bellocchio malgrado che io preferisca quest’ ultimo, che i film del primo mi annoino da morire e che non escluda assolutamente che Bellocchio faccia una ricerca relativa allo specifico del linguaggio cinematografico estremamente importante e fruttuosa. La grandezza di Bellocchio però non sta tanto o non solo nella ricerca sul linguaggio cinematografico propriamente detto ma in qualcosa di altro e di più che comprende lo specifico cinematografico al suo interno. E’ evidente che anche all’ ultima mostra del cinema di Venezia tutto questo non sia stato minimamente compreso.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 31 Jul 2004, 11:32 PM

    Quello che volevo dire è che l’arte moderna comunque ha perseguito una ricerca formale che, salvo le debite eccezioni, era libera dal dovere imprescindibile di illustrare un testo sacro. E questo in ogni modo è stato un passo in avanti. Molti pensavano che Dio fosse morto anche se purtroppo non era vero. E’ noto il rapporto fra Nietzsche e avanguardie artistiche.

    E’ chiaro che il problema del superamento della mentalità religiosa è estremamente complesso e coinvolge il non cosciente. Senza la teoria della nascita, che comprende la scoperta della vitalità si ricade nel nichilismo e nel nazismo anche se non necessariamente dichiarato. Si rimane sotto l’egida della “cultura pura dell’istinto di morte” che di fatto è religiosa:il superuomo freudiano o peggio ancora Junghiano. Ed è irrilevante la circostanza per la quale Freud si dichiarava ateo.Su questo credo non ci possa essere discussione.

    Su Bellocchio non mi esprimo, anche se sono estremamente legato a molti suoi films, perchè non ne voglio fare un’icona od una bandiera.

    Credo che dobbiamo evitare atteggiamenti ideologici o ricostruzioni storiche truccate che inglobano già in partenza un giudizio di valore.

    Qualcuno è riuscito anche a sostenere che Dante non aveva padri e che forse non era neppure religioso.

    Ritengo che le nuove categorie interpretative che derivano dalla ricerca psichiatrica e che ci consentono anche una diversa comprensione del fenomeno artistico debbano essere usate con estrema cautela anche se su alcune valutazioni espresse potrei essere anche d’accordo.

    copyright domenico fargnoli

     

     

    acca            

    Inviato il: 1 Aug 2004, 10:51 AM

    Comunque penso che sia estremamente importante recuperare, anche a livello di vocabolario, una chiarezza maggiore sui termini che legano la ricerca psichiatrica ed artistica alla ricerca sul linguaggio (che poi pare che procedano di pari passo e che si influenzino reciprocamente).

    Non so infatti, e me ne scuso, se io mi stessi riferendo al linguaggio, allo stile o a qualcos’ altro che continuo a ignorare.

    Penso che tutto questo sia estremamente stimolante e che obblighi a una ricerca continua in campi lasciati quasi sempre agli “specialisti” mentre è forse il caso di comprenderli all’ interno della propria cultura. Non è vero che la teoria è arida o fredda, anzi forse questo è un pregiudizio che viene alimentato per mantenere privilegi all’ interno di cerchie ristrette. Poi magari teorie discutibili nel campo della linguistica influenzano le scelte nel campo dell’ arte ma anche in quelli della politica, dell’ informazione, dei rapporti di lavoro, dell’ ambiente in cui viviamo giungendo ad influenzare negativamente la vita di ognuno.

     

     

    Alogon            

    Inviato il: 1 Aug 2004, 12:44 PM

    Immagini che nascono dalle parole o parole che nascono dalle immagini?

    Non so in realtà quali siano le priorità in una mente in continuo movimento.

    Ho la certezza però che per fare ricerca ci vuole una sanità fondamentale.

    Altrimenti il linguaggio è vuoto e l’immagine è piatta.

    La cultura in questo caso non serve a niente: è solo accumulo di nozioni, di ricordi,

    di citazioni che non arrivano ad una elaborazione, ma che soprattutto non consentono una trasformazione.

     

    Messaggio modificato da Alogon il 1 Aug 2004, 12:45 PM

    copyright domenico fargnoli