Categoria: Psichiatria

  • lo psichiatra e l’imputabilità penale

    monomaniaca
    monomaniaca

    Qual è il punto di vista dello psichiatra sull’imputabilità penale ?

     

    L’art. 85 del Codice Penale stabilisce che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile”. Al secondo comma poi precisa che “E’ imputabile chi ha la capacità di intendere e volere”.

    Art 42 nessuno può essere punito se il fatto non viene commesso con coscienza o volontà. Reato doloso quando ci è rappresentazione dell’evento e volontà che questo venga posto in essere

    Art. 90 Stati emotivi o passionali.Gli stati emotivi o passionali non escludono ne’ diminuiscono l’imputabilita’

     

    Collocare la concezione dell’imputabilità nel codice di procedura penale italiano nel suo contesto storico nel quale è stato redatto :1929-30alfredo_rocco

    La psiche umana veniva concepita, dai legislatori fascisti, come l’insieme di tre facoltà Intelletto,volontà, sentimento. I sentimenti e gli affetti erano considerati ininfluente ai fini della determinazione dell’imputabilità.

    L’intelletto e volontà erano per il guardiasigilli Alfredo Rocco completamente determinati dalla coscienza e dalla ragione. Una memoria storica :

    Esquirol, protagonista con Pinel della prima rivoluzione psichiatrica nei primi dell’ottocento,  nel suo libto “Le passioni” (1805) affermava << le passioni sono in costante rapporto con l’alienazione>>. Esse avrebbero causao lo sconvolgimento delle facoltà intelletuali, offuscando la ragione e costituendo ,nella monomania omicida l’impulso irresistibile ad uccidere. I monomaniaci omicidi non venivano comunque considerati imputabili. L’eccesso di passionalità infatti avrebbe provocato l’alienazione   della volontà. Un concetto analogo a quello di Equirol, lo troviamo in Freud quando sosteneva che negli schizofrenici è presente un eccesso di libido.

    La volontà come facoltà psichica distinta dall’intelletto veniva messa al centro dell’attenzione dai giuristi fascisti. Il Guardiasigilli Rocco nel 1929 affermava, << non si può concepire una volontà senza causa, una volontà senza motivi, una volontà come un «fiat» che nasca dal nulla, una volontà come mero arbitrium indifferentiae. La volontà umana non si sottrae […] alla legge di causalità che governa tutti i fenomeni. Ma c’è differenza tra causalità e causalità, tra determinazione e determinazione. C’è un determinismo fisico o meccanico, che governa i movimenti fisiologici del corpo, agendo come stimolo; e poi c’è il determinismo psicologico che è determinazione secondo cause psicologiche, cioè motivi coscienti, che determinano la volontà umana. >>

     

    In questo passaggio si fa riferimento al famoso apologo dell’asino del filosofo francese medioevale   Buridano che a sua volta riprendeva un tema del “De coelo” di Aristotele : la libertà di scelta, il cosidetto liberum arbitrium indifferentiae, non può avere un fondamento razionale perché la situazione ipotizzata nell’esperimento mentale di Buridano, l’asino che di fronte a due sacchi di biada uguali non sa scegliere e muore di fame dimostra   che la libertà concepita come realtà della coscienza, va incontro ad un blocco, ad un’impasse paradossale.

    Bisogna capire invece se esista ciò che il guardiasigilli Rocco negava: una volontà senza causa apparente, senza motivi, una volontà come un fiat che nasca dal nulla. Il nulla è un concetto filosofico astratto, vedi per esempio Heiddeger e Sartre.

    Gli psichiatri, nella loro ricerca sulla realtà umana hanno scoperto che ci può essere una volontà che nasce più che dal nulla dalla pulsione di annullamento, un’attività psichica che cancella gli affetti legati al mondo umano. E’ la volontà di potenza di Nietszche , dei nazisti e degli schizofrenici. La volontà, la spinta all’azione legata alla pulsione di annullamento che non è cosciente , cancella la possibilità di essere liberi, cioè umani nella relazione con altri esseri umani. La pulsione di annullamento rivolta verso la realtà umana determina nel sosggetto agente un’ anaffettività per cui si può uccidere cento uomini come si schiacciano delle formiche. La volontà, la spinta all’azione si collega, nel caso dell’annullamento,  ad un delirio più o meno nascosto cioè alla percezione delirante. Kant aveva sostenuto che la libertà è l’adeguamento razionale alla norma morale: solo chi segue quest’ultima è libero mentre il delinquente sarebbe stato schiavo del suo vizio.

    Come afferma Massimo Fagioli, la libertà è l’obbligo di essere esseri umani cioè di ricreare la propria nascita ed il primo anno di vita. Così come non esiste “il male radicale”, l’uomo concepito da Kant come un “legno storto”, così non esiste la libertà di uccidere. Non si può considerare “sano di mente” chi ha l’onnipotenza di pensare di poter disporre a proprio piacimento della vita altrui.

  • Un convegno sul rapporto fra psicoterapia delle psicosi e istituzioni psichiatriche.

     

    Firenze. Sala Vanni-Piazza del Carmine 19 30 Maggio 2015 ore 10

    Pinel  libera i furiosi dalle catene
    Pinel libera i furiosi dalle catene

     

     

    Su cosa verte il convegno “La psicoterapia delle psicosi e le istituzioni psichiatriche” promosso dalla rivista “Il sogno della farfalla” (L’Asino d’oro)? Il tema si lega a quanto detto nell’intervista a Left n° 7 2015 rilasciata da Massimo Fagioli a Donatella Coccoli dal titolo “Il problema è la cura non le mura”. Parafrasando liberamente si potrebbe dire: qual’è il rapporto fra la cura cioè la psicoterapia e le istituzioni psichiatriche? Si può rispondere con un brevissimo excursus storico .

    Fin dalla sua nascita, alla fine del settecento, la psichiatria è oscillata fra opposte polarità: da una parte il gesto liberatorio di Pinel che abolì l’uso gotico delle catene di ferro, dall’altro la segregazione, la reclusione del “trattamento morale”. Si liberava il malato da ceppi medioevali per richiuderlo nelle gabbie della ragione illuministica. Jean Etienne Dominique Esquirol allievo di Pinel considerava les maisons des aliénès   uno strumento di guarigione. L’istituzione manicomiale e la segregazione che comportava era considerata il più potente agente terapeutico. La segregazione basandosi su principi umanitari avrebbe avuto un valore terapeutico. Si credeva che l’isolamento, misura sia carceraria che manicomiale, avrebbe prodotto una tabula rasa su cui innestare nuovi principi morali. In contrasto con la prima rivoluzione degli alienisti la psichiatria dagli anni 60-70 del secolo scorso ha tentato di contrapporre la liberazione alla segregazione e all’esclusione attraverso la critica delle istituzioni totali. Non solo sociologi come Erving Goffman ma anche psicoanalisti come Elliot Jacques o P.C Racamier hanno mostrato come l’istituzione potesse essere contemporaneamente l’effetto e la causa della psicosi. La critica non era riuscita ad andare a fondo: per esempio Otto Kenberg negli anni 90 parla di paranoia delle istituzioni ma ritiene, per un pregiudizio freudiano, che i grandi gruppi delle comunità terapeutiche possano in quanto tali, favorire la regressione agendo contro la cura. In italia si era giunti, con la 180, a svuotare i manicomi diventati luoghi di pura carcerazione e disumanizzazione. L’intento segregativo   di Esquirol , fallito il trattamento morale, si era trasformato in una mostruosità mano a mano che si consumava la degenerazione progressiva   dei valori illuministici. La psichiatria incapace di progredire oltre la razionalità, accecata dalla psicoanalisi freudiana ed infettata dal pensiero di Heidegger ,di Sartre, di Foucault ha trovato allora la geniale soluzione di segare il ramo su cui era seduta. Si crea il mito della liberazione non solo come abbattimento delle mura manicomiali ma come abolizione del concetto stesso di malattia mentale. La liberazione rischia di diventare indiscriminata: la pericolosità del malato di mente è considerata solo un fenomeno reattivo alla violenza dell’istituzione, come per Milos Forman nel suo film del 1975 Qualcuno volò sul nido del cuculo; fenomeno reattivo, quindi comprensibile e non assurdo, “senza motivo” cioè intrinseco allo sviluppo di alcune forme di delirio.

    Qualcuno volò sul nido del cuculo. Milos Forman  1975
    Qualcuno volò sul nido del cuculo. Milos Forman 1975

    A livello collettivo si diffonde una mancanza di consapevolezza: la malattia c’è ma si crede o si fa finta di credere che non ci sia. La storia passata e recente ci insegna che la liberazione del malato a cui non fa seguito la liberazione dalla malattia ripristina nuove forme di segregazione: negli USA lo svuotamento dei manicomi negli anni 70, grazie agli psicofarmaci ha fatto si che un milione e trecentomila persone con problemi psichici si trovi oggi in carcere. In Italia il carcere non solo è il principale contenitore di soggetti con le più svariate patologie psichiatriche ma un attivo produttore e amplificatore di quest’ultime. Schizofrenici, autori di efferati delitti sono sottoposti come unico trattamento morale alla carcerazione in un contesto in cui tutti assumono psicofarmaci. Carcere e manicomio si passano il testimone figli entrambi dell’Illuminismo.

    La liberazione dalla malattia mentale va ottenuta attraverso un percorso di cura e di ricerca che parta da una teoria sulla realtà non cosciente dell’essere umano. Abbiamo imparato che la ragione da sola non può che controllare, segregare e punire non certo curare. La ragione poi, quando diventa coscienza lucida e anaffettiva è schizofrenica: uccide senza motivo.

    La cura va intesa come ricreazione della nascita e del primo anno di vita quando si forma l’identità dell’essere umano : essa può svolgersi anche attraverso le istituzioni perché il loro ruolo nel trattamento è determinato dagli psichiatri e dalla loro formazione. L’istituzione, fatta da persone, non è naturalmente e originariamente violenta o perversa. Lo diventa se il malato è ritenuto incurabile o incomprensibile: in tal caso egli viene oggettivato nell’azione distruttiva della realtà istituzionale. L’istituzione, carcere, manicomio, OPG, REMS ma anche servizio territoriale che sia ,al di là degli scopi dichiarati, può essere l’espressione di un’ideologia razionale e religiosa, la quale annulla l’identità umana.

    Curare la psicosi “fuori” dalle istituzioni psichiatriche, ha il senso, allora, di opporsi non certo all’istituzione in se stessa ma alle sue degenerazioni ideologiche, a una cultura e una mentalità che è quella della psichiatria del vari DSM che ha portato a un’inflazione diagnostica e a un incremento esplosivo nell’uso di psicofarmaci. Il discorso è ancora più complesso quando, si renda necessario smascherare il falso giudizio di Freud e di Bleuler, che ritengono le psicosi un’irruzione del sogno nella vita reale. Che dire del nazismo di Heidegger e della sua filosofia senza fondamento che ha ispirato tanta psicopatologia? Qual’e,dobbiamo chiederci, l’origine del “corpo vissuto” che il filosofo tedesco ha annullato con l’ idea di nascita come, deieizione cioè Geworfenheit? Per rispondere la Psichiatria, che fa riferimento alla teoria della nascita di Massimo Fagioli, ha   individuato un nuovo metodo   di ricerca che evita il riduzionismo biologico e ci consente di non scindere la mente dal corpo. Questi e altri temi connessi, come quelli dei problemi relativi alla gestione di servizi pubblici e comunità terapeutiche o quelli inerenti al trattamento integrato che utilizza anche gli psicofarmaci oltre la psicoterapia, quelli degli scenari che si aprono con la chiusura degli OPG verranno affrontati   dagli   psichiatri della rivista Il sogno della farfalla.

     

    Domenico Fargnoli-Andrea Masini

     

     

     

  • La bellezza nella modernità

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    Dandy o flaneur. Disegno di Costantin Guys

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    ” Follia e modernità” è una traduzione erronea , in italiano,  di “Modernism and Madness”

    La follia non è “madness” e la modernità non è modernismo. Quest’ultimo può essere considerato la forma manierata della modernità. Il modernismo è la volontà cosciente di produrre il nuovo senza una reale capacità di farlo: da qui la sua “schizofrenizzazione”.  La modernità è innovazione che trae la propria  forza dal rapporto con l’irrazionale ed il non cosciente. Nei percorsi dell’arte moderna, che secondo una periodizzazione che al Beaubourg di Parigi va fino al 1960, non sempre modernità e modernismo si incontrano. Non sempre il moderno è sinonimo di “nuovo”.

    Le tesi di Sass riprendono  senza peraltro un riferimento esplicito  quelle di Ferdinando Barison  contenute in suo famoso articolo pubblicato ne “L’Evolution psychiatrique” (1961).  L’assurdo schizofrenico avrebbe dei tratti in comune con l’assurdo artistico dell’arte moderna. L’assurdo diventa, come “moderno” sinonimo di nuovo o originale, attributi usualmente riferiti  all’oggetto artistico   La tesi di Barison era già stata messa in discussione nel mio libro “Homo Novus” (2004) in particolare nel capitolo “Psichiatria ed arte” curato da Paola Bisconti  e Francesco Fargnoli ed anche nel mio articolo del 2013  “Il mutamento del mondo” reperibile su “Il sogno della farfalla” (L’asino d’oro).

    Sass utilizza  il termine “image ” in vari passaggi della sua opera . Nella versione inglese del suo libro c’è un intero paragrafo intitolato “The realm of immaginary” in cui fa riferimento ai saggio di Sartre “L’Immaginario” in cui viene esposta la teoria fenomenologia dell’immagine. (pp.283-285)

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    Qual’è l’origine della “modernità”?

    Ne “Il pittore della vita moderna” di Baudelaire c’è un chiaro riferimento a “L’uomo della folla”  (1840) racconto di Edgar Allan Poe.

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    Charles Baudelaire

     

     

    CHARLES BAUDELAIRE
    La bellezza nella modernità
    . : pagina iniziale . : antologia . : riflessioni . : sentenze . : biblioteca . : links . : filosofi

    Perché ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità, occorre che ne sia stata tratta fuori la bellezza misteriosa che vi immette, inconsapevole, la vita umana.
    A cura di Claudia Bianco
    Pubblicata su Le Figaro nel 1863 , la raccolta di brevi saggi intitolata Il pittore della vita moderna (Le peintre de la vie moderne) testimonia dell’intensa attività di critico e saggista che Charles Baudelaire (1821-1867) affiancò , lungo tutto l’arco della sua vita, alla scrittura poetica. Nel 1845, in concomitanza con l’uscita della rivista L’artiste della prima poesia pubblicata Baudelaire con la sua firma – “A une dame créole”, che poi entrerà a far parte della celebre raccolta I fiori del male -, esce anche il primo articolo sui Salons di pittura , in cui si esalta la pittura di Eugène Delacroix (1798-1863) , definito “il pittore più originale dei tempi antichi e moderni”. I Salons erano ampie esposizioni d’arte che venivano organizzate ogni anno sin dal Settecento, inizialmente sotto gli auspici dell’Accademia e poi sotto il controllo dei professori dell’E’cole des Beaux Arts, che formavano la giuria delegata a decidere insindacabilmente quali artisti dovessero essere ammessi e quali no. Il controllo dei Salons da parte dell’ufficialità accademica fu in seguito contestato con episodi clamorosi da parte dei pittori rifiutati dalla giuria, come Gustave Courbet (1819-1877) , che nel 1855 creò un suo padiglione del “realismo”, o il gruppo degli impressionisti, che diedero vita nel 1863 al Salon des Refusés. Le mostre autonome degli impressionisti (1874-1886) e la fondazione, da parte di Georges Seurat (1859-1891) e Paul Signac (1863-1935) , del Salon des Indépendants, misero definitivamente in crisi la tradizionale istituzione, che perse gradualmente la sua importanza.

    Nutrita da un costante interesse per la letteratura, la musica e la pittura a lui contemporanee, la produzione critica di Baudelaire comprende non solo gli articoli relativi ai Salons del 1845, 1846 e 1859 – con cui egli si inseriva in una tradizione avviata nel Settecento da Diderot – ma anche, tra gli altri, i saggi su Edgar Allan Poe (1809-1849) , Gustave Flaubert (1821-1880) , Victor Hugo (1802-1885), Théophile Gautier (1811-1872), Richard Wagner (1813-1883) e Delacroix. Nei brevi saggi che compongono Il pittore della vita moderna , l’attenzione si concentra sull’opera del pittore Costantin Guys (menzionato solo con le iniziali C.G. , per sua stessa volontà), che si rivela ben presto essere una sorta di alter ego dello stesso Baudelaire: con il pretesto di commentare l’opera e la personalità di Guys , Baudelaire finisce infatti per parlare di sé, esibendo i diversi punti di vista da cui si esercita il suo sguardo al tempo stesso affascinato e disincantato sulla modernità. L’io narrante che si rivela nei saggi è un critico che si presenta di volta in volta come osservatore distaccato, filosofo, moralista appassionato, dandy, girovago (flàneur). Già in un saggio appartenente alla raccolta dedicata al Salon del 1846 , intitolato “ A che serve la critica?”, Baudelaire sosteneva che la vera critica “deve essere parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti”. Ne Il pittore della vita moderna ritroviamo questo sguardo irriducibilmente soggettivo e parziale, e attraverso il commento all’opera di C.G. scaturiscono delle réveries morales aventi per oggetto, di volta in volta, la figura dell’artista, la bellezza, l’immaginazione, le donne, la moda, alla ricerca continua del significato che questi temi possono avere nel rivelarci l’essenza della modernità.

    Parlando della figura dell’artista, Baudelaire descrive le diverse prospettive assunte nel suo ruolo di critico e poeta, capace di esercitare uno sguardo libero e spregiudicato, contraddittorio e paradossale nei confronti del mondo. L’artista descritto da Baudelaire è un “uomo del mondo intero, che comprende il mondo e le ragioni misteriose e legittime di tutte le sue usanze”, un “cittadino spirituale dell’universo” per il quale la curiosità costituisce “il punto di partenza del suo genio”. E’ un eterno convalescente , per il quale “la convalescenza è come un ritorno all’infanzia” e al continuo fascino della novità che la pervade: “ Il convalescente possiede in sommo grado, come il fanciullo, la facoltà di interessarsi vivamente alle cose, anche a quelle in apparenza più banali. Proviamo a risalire, se è possibile, con uno sforzo retrospettivo della fantasia, verso le nostre impressioni più giovani e più aurorali, e vedremo allora che esse avevano una singolare affinità con quelle impressioni, dai colori così vivi, che più tardi abbiamo ricevuto in seguito a una malattia fisica , purché la malattia abbia lasciato pure e intatte le nostre facoltà spirituali. Il fanciullo vede tutto in una forma di novità, è sempre ebbro. Nulla somiglia tanto a quella che chiamo ispirazione, quanto la gioia con cui il fanciullo assorbe la forma e il colore. Ma io vorrei andare ancora oltre: dico che l’ispirazione ha un qualche rapporto con la congestione, e che a ogni pensiero sublime si accompagna una scossa nervosa, più o meno intensa, che si ripercuote sin nel cervelletto”.

    L’artista descritto da Baudelaire non è però solo convalescente e fanciullo, bensì anche un dandy , ossia colui che partecipa del mondo conoscendone i più intimi meccanismi ma al tempo stesso ostentando distacco e superiorità. Come un “animale depravato” che però ha saputo mantenere “il dono della facoltà di vedere”, insieme alla “potenza di esprimere”, il dandy vive in una dimensione di puro dispendio, di completa inutilità , ammirando “la bellezza eterna e la stupenda armonia della vita nelle capitali”. Il suo sguardo, al tempo stesso cinico e affascinato, “!gioisce della vita universale”, del variare delle mode e dell’anonimato di una folla sempre mutevole: “Sposarsi alla folla è la sua passione e la sua professione. Per il perfetto perdigiorno (flàneur) , per l’osservatore appassionato, è una gioia senza limiti prendere dimora nel numero, nell’ondeggiante, nel movimento, nel fuggitivo e nell’infinito. Essere fuori di casa, e ciò nondimeno sentirsi ovunque nel proprio domicilio; vedere il mondo, esserne al centro e restagli nascosto (…). Così l’innamorato della vita universale entra nella folla come in un’immensa centrale di elettricità. Lo si può magari paragonare a uno specchio immenso quanto la folla; a un caleidoscopio provvisto di coscienza, che, ad ogni suo movimento, raffigura la vita molteplice e la grazia mutevole di tutti gli elementi della vita, E’un io insaziabile del non-io , il quale, ad ogni istante, lo rende e lo esprime in immagini più vive della vita stessa, sempre instabile e fuggitiva”. Nella sua continua ricerca di “distinzione” , l’atteggiamento del dandy “confina con lo spiritualismo e con lo stoicismo”; come “un sole al tramonto”, emana un “ultimo bagliore di eroismo nei tempi della decadenza”.

    Descrivendo lo sguardo del dandy, Baudelaire non fa altro che descrivere la natura del proprio sguardo critico e poetico nei confronti di una realtà che deve essere colta in ciò che ha di assolutamente unico e irriducibile, la propria modernità. Abbiamo già visto che il problema dell’individuazione di ciò che è moderno , e dunque il tentativo di un’autofondazione da parte della modernità stessa, si è spesso posto all’interno della riflessione estetica, per esempio negli scritti di Schlegel, nei quali attraverso l’opposizione tra “antico” e “moderno” viene in luce la vera natura di ciò che è “romantico” , ossia della poesia a venire e delle sue radici storiche.

    In Baudelaire la comprensione dell’essenza della modernità non avviene all’interno di una filosofia della storia segnata dal primato della civiltà e dell’arte antica, bensì alla luce di uno sguardo che cerca ciò che di eterno e duratura si nasconde nel presente e nell’effimero: in un celebre passo del saggio intitolato, per l’appunto, “La modernità” , Baudelaire scrive che “ la modernità è al transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile (…) perché ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità, occorre che ne sia stata tratta fuori la bellezza misteriosa che vi immette, inconsapevole, la vita umana”. Il compito dello sguardo del critico viene quindi a confondersi con quello del poeta, nel tentativo di “cercare e illustrare la bellezza della modernità”. In questo modo il presente non acquisisce la consapevolezza di sé opponendosi a un’epoca ripudiata e oltrepassata, oppure a un passato mitizzato e idealizzato: l’attualità si costituisce invece come punto di incrocio fra istantaneità ed eternità, nel momento in cui il transitorio viene fissato poeticamente e trasfigurato nell’eterno. Di qui la “teoria razionale e storica del bello” che Baudelaire ci presenta nel saggio “Il bello, la moda e la felicità”: “Il bello è fatto di un elemento eterno, invariabile, la cui quantità è oltremodo difficile da determinare, e di un elemento relativo, occasionale, che sarà, se si preferisce, volta a volta o contemporaneamente, l’epoca, la moda, la morale, la passione. Senza questo secondo elemento, che è come l’involucro dilettoso, pruriginoso, stimolante del dolce divino, il primo elemento sarebbe indigeribile, non degustabile, inadatto e improprio alla natura umana. Sfido chiunque a scovarmi un esemplare qualsiasi di bellezza dove non siano contenuti i due elementi”.

    Nella costante ricerca del bello all’interno della dimensione poliedrica e contraddittoria della vita moderna, lo sguardo del poeta deve orientarsi verso il sublime e il meraviglioso che si nasconde nella quotidianità : “ La vita parigina è fertile di soggetti poetici e meravigliosi. Il meraviglioso ci avvolge e ci bagna come l’atmosfera; ma non lo vediamo”. Fine del poeta e del critico non deve essere imitare passivamente la realtà, bensì liberare i poteri dell’immaginazione, facoltà dell’analisi e della sintesi, dell’analogia e della metafora, del verosimile e del possibile, “concretamente congiunta con l’infinito”. In questo modo diventa possibile cogliere quelle correspondances che danno il titolo a uno delle più celebri poesie de I fiori del male “foreste di simboli dagli occhi familiari” che rivelano come tutto l’universo visibile non sia altro che “un deposito di immagini e di segni ai quali l’immaginazione deve attribuire un posto e un valore relativo”.

    La tendenza “realista” e “positivista” presente nell’arte a lui contemporanea, il dominante gusto per il Vero, sarebbe all’origine secondo Baudelaire del diffuso fascino per la recente invenzione della fotografia , un fascino costituito dalla sorpresa di fronte a un’immagine che si presenta come replica esatta e impassibile del vero. Nel successo della fotografia Baudelaire denuncia una forma di fanatismo e di attaccamento idolatrino al “vero” naturale dietro cui si nasconderebbe un “amore dell’osceno” e un irrimediabile “impoverimento del genio artistico”. La fotografia non deve proporsi come forma artistica alternativa, se non addirittura “superiore” , alla pittura, bensì come tecnica finalizzata alla documentazione e alla conservazione. Esaltare i poteri dell’immaginazione4 significa, secondo Baudelaire, difendere le prerogative della pittura di fronte alle insidie di un’arte, la fotografia, che curiosamente sembrerebbe proprio avere a che fare con quella ricerca dell’immutabile nell’istante in cui risiede l’essenza della bellezza,

    In questa condanna dell’”amore osceno” che si nasconde dietro il successo della fotografia, la posizione di Baudelaire potrebbe sembrare senza dubbio contraddittoria, trattandosi di un autore che ha fatto della contraddizione, della paradossalità , della fusione di alto e basso, sublime e grottesco, il tratto distintivo della propria poetica. In Baudelaire prosegue infatti quella deriva anticlassicistica – annunciata dalle riflessioni romantiche sul “caratteristico” e l’”interessante” e testimoniata dal tentativo delle estetiche posthegeliane di fare i conti con il tema del brutto, per esempio nell’Estetica del brutto (1853) di Karl Rosenkranz (1805-1879) – che ha il suo massimo esponente in Victor Hugo nella sua tematizzazione del grottesco. Se in Rosenkranz la trattazione del brutto era ancora subordinata al primato della bellezza e dell’armonia, tanto che il disarmonico e il negativo erano considerati momenti destinati a essere superati e ricomposti nella potenza conciliante del bello, in Hugo il brutto e il grottesco si presentano come una dimensione esuberante e irriducibile: “Il bello non ha che un tipo: il brutto ne ha mille”. L’arte non si limita più ad accogliere nel proprio ambito la bellezza, bensì si apre alle innumerevoli forme della sua decadenza e della sua perversione, rivolgendosi ai nuovi territori della deformazione e dell’informe, della contraddizione e della disarmonia. Tutto l’accostamento di temi e stili “sublimi” con improvvise cadute nella depravazione e nel grottesco, in una tensione polare costantemente irrisolta.

    Nei saggi de Il pittore della vita moderna, la ricerca della dimensione sublime ed eterna in ciò che è “basso” e ordinario assume però una veste inaspettata, e si concretizza nella celebre rivalutazione della moda e del trucco.

    Riscattata dalla sua condanna ad opera della morale dominante, che vi vede l’ambigua esaltazione dell’artificio contro il legittimo primato della naturalità, la moda si presenta come emblema della modernità proprio in quanto congiunzione dell’eterno e dell’effimero. Obbedendo al continuo imperativo della novità , essa mostra la capacità del presente di assumere valore simbolico, facendosi rappresentazione e quindi proponendosi come eterno: la donna truccata perde infatti ogni “piatta” naturalezza e svela il suo volto quasi totemico, per farsi adorare come un idolo : “ essere terribile e incomunicabile al pari di Dio ( con la sola differenza che l’infinito non si comunica in quanto accecherebbe e schiaccerebbe il finito, mentre l’essere di cui si parla è forse incomprensibile solo perché non ha niente da comunicare), (la donna) è piuttosto una divinità, un astro (…) una luce, uno sguardo, un invito alla felicità , e talvolta il suono di una parola; ma soprattutto è un’armonia generale , non solo nel gesto e nel movimento delle membra, ma anche nelle mussole, nei veli, negli ampi e cangianti nembi di stoffe in cui si avvolge, che sono come gli attributi e il fondamento della sua divinità”. La moda, in altre parole, è “uno dei segni della nobiltà primitiva dell’anima umana”, “un sintomo del gusto dell’ideale”, un modo con cui la donna si eleva a una dimensione magica e soprannaturale, si pone come idolo e statua di fronte a uno sguardo adorante: “Il rosso e il nero rappresentano la vita, vita soprannaturale e smisurata; il bordo nero fa lo sguardo più profondo e singolare, dono all’occhio un’apparenza più risoluta di finestra aperta sull’infinito; il rosso che infiamma i pomelli, accresce vieppiù la luminosità della pupilla e insinua in un bel volto femminile la misteriosa passione della sacerdotessa”.

  • Psicoterapia e psicofarmaci

    psicofarmaci

    Per la cura nell’ambito della psichiatria, rimane centrale il rapporto transfert controtransfert.

    La cosiddetta terapia integrata, che prevede la psicoterapia e gli psicofarmaci, in realtà comporta comunque una dissociazione nella mente del paziente. Quest’ultima rimane silente fintantoché non si affrontano situazioni di cambiamento radicale, di trasformazione se non di creazione di qualcosa di assolutamente nuovo. E’ in queste circostanze che subentra la crisi e quella che appare una gestione pratica e razionale della malattia rivela il suo limite e la sua incongruenza. Spesso sono i pazienti stessi che scelgono di sottoporsi al trattamento farmacologico o sono consigliati da familiari “premurosi”. Personalmente non mi oppongo a queste scelte in modo autoritario ma cerco di interpretarle per quelle che sono: resistenze al trattamento psicoterapico.

    In questo contesto vanno annoverati i tentativi maldestri di dismissione degli psicofarmaci una volta che lo psichiatra organicista li abbia prescritti: il tutto si risolve in un tentativo di coinvolgere lo psicoterapeuta in uno scontro “ideologico” con un collega che agisce in base a concezioni diverse dalla sua ma perfettamente legittime sul piano medico-legale . Esiste infatti il consenso del paziente che volontariamente ha accettato la somministrazione di psicofarmaci e la diagnosi buona per tutte le stagioni, magari di “disturbo bipolare”. E’ chiaro che quella che va affrontata è la scissione fra mente e corpo, che è tipica di una mentalità religiosa più o meno mascherata. Il paziente deve comprendere che la coerenza comportamentale è un requisito essenziale per la riuscita della cura: essa non deve risultare da  un “obbedienza” ad una concezione teorica ma da una comprensione della propria realtà in cui lo psichico ed il biologico dovrebbero  armonizzarsi ed “integrarsi”.

     

    Interessante pur in un quadro di riferimento teorico molto lontano dal mio un intervento di Paolo Migone redattore della rivista “Psicoterpia e scienze umane”

    http://www.psychomedia.it/pm-lists/debates/farm+psi.htm

    27 Marzo 1999, Paolo Migone:

    Il 25/03/99 Gennaro Esposito ha scritto:
>premetto che non sono analista, ma gli analisti che ho conosciuto hanno
>sempre affermato che dare i farmaci equivaleva a rompere il setting, o qualcosa del genere…
>Personalmente sono d’accordo con te [Piero Porcelli], tutto dipende
>dalla relazione e non dall’orientamento… giusto!

    A mio parere la questione dei farmaci + psicoterapia è interessante solo
 perché rivela la cultura, la teoria psicoterapeutica, a monte di chi solleva 
il problema (per una trattazione più dettagliata
di questo argomento, vedi il lavoro, che è anche su Internet,
”L’associazione tra psicoterapia e farmaci: perché discuterne ancora?”).
Chi si chiede se e come è possibile combinare farmaci e
 psicoterapia già tradisce il fatto che, sempre a mio parere, utilizza una
 teoria che io definirei “antipsicoanalitica”. Il farmaco è un input 
nell’organismo che, come ogni altro input, ha ogni tipo di effetti, sia
”biologici” che “psicologici” (placebo, non placebo, ecc.). Dovremmo forse
 rifiutare di prendere in analisi un paziente che ha il brutto vizio di
prendere un caffè al mattino? Il caffè è un farmaco con effetti specifici.
Dovremmo interpretare quella stimolazione psichica da lui ricevuta dal caffè
 come dovuta al transfert? Solo al transfert? In parte al transfert e in
 parte al farmaco-caffè? Solo al caffè? Ma non sono questi i problemi
 quotidiani dello psicoanalista? E che dire della donna in tensione
 premestruale e quindi depressa e tesa? E’ influenzata (solo) dal transfert?
 Essendo affetta da una condizione “organica”, dovremmo allora interrompere 
subito l’analisi e inviarla ad un medico? E così via.. 
Subito si obietterà che certi input li fornisce l’analista e che quindi
 sono diversi da quelli forniti da altri (vedi la questione della “divisione
 del lavoro” tra analista e farmacologo: inviare il proprio paziente a uno
 psicofarmacologo per fare un lavoro “pulito”). Anche questo ragionamento a 
mio parere rivela la concezione “antipsicoanalitica” sottostante, che è
 sempre la stessa: non usare l’interpretazione, ritenere che l’interpretazione 
sia già data, già implicita nei dati da interpretare, sia cioè iscritta nel 
dato comportamentale, come appunto nella psicologia “comportamentistica”.
E’ una psicologia di tutto rispetto, ma non è psiconanalitica, rientra in una 
sorta di “teoria delle etichette”. Perché mai l’effetto di un farmaco dato 
da un altro sarebbe, o non sarebbe, interpretabile (avrebbe un
 significato dato a priori?), o sarebbe necessariamente diverso dall’effetto 
dello stesso farmaco dato da me, senza contare che sono stato io a
 consigliare al paziente di rivolgersi a quello psicofarmacologo? Sicuramente 
sarà diverso, perché l’effetto placebo può essere diverso, a seconda di come
 viene somministrato (ma anche a seconda di chi invia al somministratore, del
 modo con cui avviene l’invio, e delle giustificazioni date per l’invio,
ecc.). Perché uno o più di questi aspetti deve essere eliminato dal campo
 interpretativo? Perché non potrebbe essere arricchente anche analizzare gli
 effetti (placebo e non placebo, transferali e non, ecc.) di un farmaco dato
da me? (così pure come analizzare la reazione ai farmaci dati da altri). E così via.
Inviare il proprio paziente a uno psicofarmacologo per i farmaci secondo me 
sarebbe giustificato solo dal fatto che il terapeuta non può dare farmaci o 
si ritiene non abbastanza aggiornato. Vi è chi argomenta che fare tutte e
 due le cose insieme è “più difficile”: questo a prima vista sembrerebbe un
ragionamento convincente, ma rivela solo la illusione che la “analisi
 normale” sia “facile”, “pulita”, tratta dati “psicologici puri” (vedi
l’antico mito della “analisi classica”, dove si rispetterebbe il setting).
Anche dietro a questa posizione vi è una concezione antipsicoanalitica: il
 dato psicologico (o somatico) non viene così scoperto o interpretato, ma è
 conosciuto a priori, tramite un pregiudizio, e l’analisi è solo una 
razionalizzazione delle idee preconcette dell’analista o della sua malcelata 
cultura behavioristica di appartenenza (o forse anche di una cultura
 filosofica basata sul dualismo corpo-mente). (perdonate le mie 
estremizzazioni, lo faccio per trasmettere meglio l’idea di quello che voglio dire).
Per riassumere: non si capisce come mai il farmaco in quanto tale dovrebbe
 appartenere ad una categoria logica diversa da quella di qualunque altro
 intervento o evento sia dentro che fuori al setting (stringere la mano al
 paziente, tossire, ridere, essere depressi o felici, NON DARE UN FARMACO invece
 di darlo, avere una poltrona comoda o scomoda, avere il mal di testa per il fumo del sigaro
 dell’analista, o invece amare quel fumo, ecc.). Il fatto che una certa tradizione psicoanalitica
abbia teorizzato nel modo sopra citato da Esposito non sorprende affatto, esistono molte
”tradizioni psicoanalitiche”, alcune opposte alle altre, ed è sempre meglio non seguire 
pedissequamente quello che dicono altri (magari ricorrendo all’uso della 
citazione), ma usare la propria testa, la propria logica, motivando fino in
 fondo i ragionamenti che stanno dietro alla teoria della tecnica

     

    magritte-the-explanation

     

     

     

     

    Il trattamento antipsicotico con neurolettici classici: l’esperienza del paziente. di David Titelman

     

    http://www.psychiatryonline.it/node/2170

     

    Ricerche future e considerazioni conclusive

    Il ruolo dell’autodistruttività e dell’aggressività nelle psicosi, non ultima l’incapacità del paziente di trattare la propria rabbia, e le reazioni transferali che tali tendenze inducono nel curante, meritano continua attenzione nella situazione clinica e anche nella ricerca futura. Un’estensione del presente studio potrebbe essere uno sguardo su ciò che il trattamento con neurolettici significa per lo psichiatra.

    Un’altro aspetto da considerare in futuro riguarda l’esperienza soggettiva del paziente dei nuovi neurolettici atipici. Ogni promessa di una cura della psicosi e della schizofrenia è accolta con grandi aspettative nella comunità psichiatrica come nella società intera. Come già accadde nel caso dei neurolettici classici c’è ora un continuo flusso di rapporti sui benefici effetti dei neurolettici atipici, compresa una diminuita incidenza del suicidio tra i pazienti schizofrenici (Meltzer e Ghadeer, 1995). Eppure rimane il rischio che i fattori emotivi forviino la pratica psichiatrica. Transfert e controtransfert difficili da contenere sono fattori potenti che influenzano chiunque interagisca con pazienti psichiatrici gravi. C’è anche il rischio di esagerazioni motivate da interessi commerciali, relative all’efficacia di nuovi tipi di terapie antipsicotiche, farmacologiche e non.

    La distruttività della psicosi è una tale forma di inferno sulla terra che chiama la necessità di una mente aperta verso nuovi trattamenti antipsicotici. D’altronde un solido scetticismo a riguardo delle innovazioni deve ricordare quanto è clinicamente noto, e anche quanto emerge da questo studio. Alla persona psicotica, che è “niente”, o che è come in pezzi, e che tenta invano di restaurare il suo Sè cercando di essere qualcosa di fantastico, per esempio Dio o Gesù, l’identità di paziente o lo “stato neurolettico della mente” possono esercitare un richiamo irresistibile per ragioni intrinseche, ma sono anche distruttivi e indegni.

  • Pedofilia e Vaticano

    Terribile atto di accusa delle vittime che rivela il volto nascosto delle Gerarchie Ecclesiastiche

     

     

     

    Papa Francesco contro le scienze della mente: “Meglio la Madonna che psichiatri e psicologi E per i preti pedofili meglio la preghiera della galera
    maggio 13, 2014 – Cronaca Notizie –
    Risponde a seminaristi dei collegi romani

    foto
    Libro delirante

     

    (ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO,12 MAG – “In questo tempo di tanta psichiatria e psicologia non sarebbe meglio andare dallo psichiatra?” è la domanda che ogni tanto il Papa si sente fare dai sacerdoti.”Non lo scarto ma prima di tutto bisogna andare dalla Madre,la Madonna, perché a un prete che si dimentica della madre nei momenti di turbolenze qualcosa manca”.Così il Papa nell’incontro con rettori e alunni dei convitti romani. Il Papa sottolinea che ‘il popolo non perdona al suo pastore l’amore per i soldi e la vanità”.foto

    Roma, 26 dic. – (Ign) – “Berlusconi per me è un amico prima che il capo di governo, la sua non è retorica né opportunismo“. Don Pierino Gelmini ha apprezzato molto l’intervento telefonico del premier allaComunità Incontro riunita in occasione del Natale. Fra il premier e Don Gelmini c’è una lunga amicizia e ogni anno Berlusconi è solito intervenire agli incontri della comunità. “Quest’anno però, dopo l’aggressione subita a Milano, avevo paura che non sarebbe intervenuto” spiega don Gelmini. E invece il premier ha voluto dimostrare ancora una volta l’affetto che lo lega al fondatore della comunità Incontro. “Io sono amico di Berluscon i – spiega don Pierino – lui mi ha aiuitato davvero molto, grazie a lui abbiamo potuto portare molti aiuti alle popolazioni della Thailandia colpite dallo tsunami del 2004″.

    A Don Gelmini è piaciuto molto il riferimento che Berlusconi ha fatto all’amore “che vince su tutto“. “La sua non è retorica né opportunismo e per me lui è un vero amico, prima che il capo di governo“. Ed aggiunge rivolto al suo amico Silvio : “Io ti voglio bene e vorrei dirti ti amo‘.

    _______________________

    A Don Pierino, peraltro, gli deve essere piaciuta ancor di più una valigia di denaro ricevuta da Berlusconi tempo fa con la benedizione del sindaco di Amelia ( centrosinistra) con circa 1 milione di euro con cui ha acquistato 25 etteri terreno.

    Vediamo allora come si è sviluppato questo amore tra i due plurinquisiti in odore di beatitudine.

    Quel che a molti non è chiaro è chi sia veramente questo prete accusato di violenza sessuale anche a minori , con decine di testi a sfavore.

    Non è la prima volta che Don Pierino Gemini ha dimostrato un certo feeling con le valigie di denaro, come quando in Vietnam si appropriò di grosse somme appartenenti alla vedova del presidente Diem.

    Tutto nacque dal fatto che ebbe dei guai con la Curia a Roma che lo diffidò perché amava farsi chiamare “monsignore» senza esserlo ( vedi delle volte cosa ti combina l’amore per se stessi? ), e per questo motivo sparì dalla circolazione.

    Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

    Tornando ai suoi inizi, nel 1965 , il sacerdote aveva comprato la splendida tenuta di Caviggiolo con tanto di maniero e riserva di caccia a Barberino del Mugello, sull’Appennino toscano. I giornali dell’epoca raccontano che gli assegni per 200 milioni di lire (del 1965) consegnati alla Società Idrocarburi per l’acquisto erano scoperti e il tribunale inflisse tre mesi di galera a don Pierino.

    Tempo dopo fu invece l’amore per le belle macchine a fregarlo : quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta , era il 13 novembre 1969 , nella sua splendida villa all’Infernetto, alla periferia lussuosa di Roma, lo scovarono grazie ad una bella Jaguar che teneva in bella vista nel proprio giardino e per la quale nell’ambiente era ormai conosciuto come “Padre Jaguar“.

    Cominciò intanto ad occuparsi di tossicodipendenza – dicono le biografie ufficiali – ma la maggior parte del tempo lo passava a trescare con truffe ed assegni a vuoto.

    Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires raccontava a tutti della sua nuova vocazione per la strada ed i tossici, ma i resoconti di giustizia dicono un’altra verità , ovvero che in realtà si occupava d’altro ed infatti fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto e truffa.

    Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che avrebbe dovuto costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura per riuscire ad interrogarlo.

    In extremis accettò di farsi sentire dal giudice, poco prima di divenire un ricercato.

    Non pare infatti ami molto i magistrati ed anche questo influisce nell’amore che nutre per il papi.

    Insomma ha sempre avuto molti guai con la giustizia per fatti che risalgono al periodo 1969-1977, tutte cose che ha fatto eliminare dalla sua biografia ufficiale ; è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.

    Piccola divagazione: anche voi a questo punto avete la strana ma netta sensazione che alla Chiesa si turino spesso il naso quando si tratta di perdonare gente capace di attrarre comunque denaro, vero?

    Il pensiero va ad esempio ad Enrico De Pedis , banda della magliana, sepolto in SantApollinare, oppure a Marcinkus , ma ne riparleremo…

    In quel periodo va detto che don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante fratello, padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.

    Dopo la fuga dal Vietnam dovette poi tornare a rotta di collo in Italia e qui l’aspettavano al varco per regalargli 4 anni di carcere per le pendenze arretrate, era il luglio 1971 ( Sempre preferibile a quel che gli avrebbero fatto in Vietnam, comunque, deve aver penato Don Pierino ).

    Si legge da un ritaglio del Messaggero: « Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi»

    Malignità del giornalista bacchettone e moralista?

    A questo proposito, ripeto, le biografia poi saranno tutte ripulite, non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte, lo arrestarono di nuovo.

    Resta impigliato in una truffa, è additato insieme all’altrettanto celebre fratello, Frate Eligio, il cappellano del Milan considerato una sorta di Madre Teresa dei ricchi. Questa volta finì in carcere ad Alessandria insieme a “padre cachemire”, quindi, per le presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa.

    Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.

    Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa descrivevano la villa così come era all’inizio, ciò significando che un certo volume di entrate non si erano mai finterrotte e certi agi erano sttai mantenuti : «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore’ maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».

    Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci ed Amelia ma questa è la storia conosciuta.

    Anche lì , comunque, tra le pieghe delle ricostruzioni ufficiali si scopre che il vizietto per l’illecito e le manie di grandezza continuarono senza soluzione di continuità ed a parte un periodo in cui il sindaco di Amelia fu Luciano Lama, ebbe sempre il favore politico dei socialisti craxiani di allora e della destra successivamente , per far man bassa di piani edizi, divieti e vincoli.

    Coloro che lo hanno incontrato od intervistato raccontano di culto della personalità , di body guard armati di pistola, di macchinoni di lusso (un vizio antico), di disparità nel trattamento degli ospiti, di violenze fisiche e morali, ma anche di cifre gonfiate a beneficio della sua immagine pubblica.

    Si parla di 164 sedi residenziali in Italia e invece sono 64, di 180 gruppi d’appoggio che in realtà sono una ventina, di un turnover residenziale di 12 mila persone (turnover in cui sono comprese anche le semplici richieste di informazioni), di 126.624 ingressi in comunità tra il 1990 e il 2002, mentre attualmente si registrano non più di 20 o 30 colloqui al mese, il che significa al massimo 360 ingressi all’anno.

    Sulle violenze fisiche e psicologiche ai reclusi credo invece che siano tutte conseguenti al metodo educativo repressivo alla Muccioli più che il sintomo di indole violenta del prete. Dico questo perchè mi è capitato per lavoro di dover conoscere il meccanismo interno alle comunità e pur essendo contrario a certi metodi, non per una personale visione buonistica ma per un ragionamento sulla loro inefficacia, conosco la buona fede e lo scrupolo con cui molti lavorano in queste realtà e non mi va di dare giudizi con l’accetta.

    Negli anni ci sono state ancora altre circostanze ed episodi illeciti ( 1988, Abuso nell’uso dell’anello vescovile – 1991, Omicidio e prime indagini su abusi sessuali ) nella sua vita ma la vera doccia fredda arriva nel 2007 quando si apprende che Don Pierino è indagato dalla procura di Terni per presunti abusi sessuali avvenuti tra il 1999 ed il 2004, periodo in cui due delle vittime erano all’epoca minorenni.

    La questione è delicata perchè vi sono decine e decine di testimoni che asseriscono che il prete avrebbe molestato ed usato violenza a diversi ex ospiti, compresi alcuni minori della sua comunità. Va detto che tali soggetti , specie nella fase acuta di dipendenza , possono essere in astratto considerati in possesso di scarse o comunque ridotte capacità di intendere e di dovere, talvolta addirittura nulle. Del resto gli stessi possono subire in maniera distorta e morbosa la medesima figura carismatica del “salvatore” della comunità. Tali aspetti peculiari hanno peraltro valenze neutre ed imprevedibili in un processo penale che voglia calarsi, per capire bene , dentro il meccanismo sociale della comunità.

    Invece non mi stupisce affatto la reazione di Don Gelmini allorchè in una dichiarazione attaccò duramente tutti, giudici e presunte lobby sioniste e di sinistra.

    Poi come il suo amichetto dell’amore, ha smentito e chiesto scusa ( perdendo il patrocinio di un arrabbiattissimo avvocato Coppi ) agli ebrei per alcune frasi che, chiarisce, gli sono “sfuggite” ed ha precisato, in un’intervista al Gr1, il senso delle sue dichiarazioni: “Se l’ho detto mi è sfuggito ma intendevo dire ‘ lobby massonica radical-chic ‘“.

    Come si vede in conclusione – tralasciando di emettere giudizi sulla natura ed efficacia delle sue comunità – è certo che anche il prete abbia una storia giudiziaria nutrita ed interessante alla luce della quale non vedo proprio come stupirsi delle telefonate natalizie del premier, nel senso che non saprei chi dei due avrebbe dovuto sentirsi più imbarazzato per l’altro…

    Questi due pregiudicati e plurinquisiti amici del partito dell’amore hanno in comune diverse cose che ne fotografano i rapporti in maniera sufficientemente precisa ed esaustiva.

    Non serve aggiungere altro

    Crazyhorse70

     

    Il massone Alessandro Meluzzi si fa diacono cattolico
    In un libretto appena stampato da Piemme, “I Vip parlano di Dio”, nel quale Paolo Gambi intervista una dozzina di personaggi, da Magdi Allam a Fiamma Nirenstein, da Giorgio Albertazzi ad Anna Falchi, da Pupi Avati a Ornella Vanoni, c’è una pagina che fa sobbalzare.

    Alessandro Meluzzi, psicologo, autore televisivo, ex parlamentare, massone dichiarato ed iscritto alla loggia Ausonia di Torino, annuncia – questione di giorni – che “mi voterò negli anni che mi restano da vivere a fare il diacono permanente nell’ambito della Chiesa greco melchita cattolica”.

    A scanso di equivoci, Meluzzi ribadisce che “sarò consacrato in una Chiesa di rito greco, ma di obbedienza romana”. E aggiunge:

    “Secondo il diritto canonico, al quale non posso non adeguarmi come futuro ordinato, io dovrò entrare in sonno, con grande dolore, senza rinnegare nulla di quello che ho fatto. Ne ho parlato a una riunione di una loggia a Massa Marittima con molti fratelli che piangevano e si chiedevano perché”.

    “In sonno” vuol dire che Meluzzi, una volta consacrato diacono, la smetterà con la massoneria attiva.

    Il che non toglie che lui non s’è mai ritenuto in colpa, da massone attivissimo. All’intervistatore che gli legge la notifica del 1983 dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, secondo cui “i fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla santa comunione”, risponde:

    “Questa definizione di associazioni massoniche però rimanda a una definizione dove venivano elencati gli elementi [contrastanti con la fede cristiana]. Io non ho mai empiricamente constatato alcuna di quelle cose, quindi ritengo di non aver fatto alcun peccato grave”.

     

  • “Chiesa e pedofilia: il caso italiano” di federico tulli

     

    Schermata 05-2456779 alle 13.13.05Scheda del libro
    Federico Tulli

    Chiesa e pedofilia, il caso italiano
    Sebbene siano circa 150 i casi di pedofilia clericale accertati dalla giustizia negli ultimi anni, l’Italia rimane l’unico tra i grandi paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno mai nemmeno ipotizzato di istituire una commissione nazionale che indaghi sulle dimensioni del fenomeno. Un atteggiamento che denota scarsa sensibilità di istituzioni, laiche e religiose, e dell’opinione pubblica verso un problema che non è più possibile ignorare. E invece accade anche che la Conferenza episcopale decida di non obbligare i vescovi a denunciare alla magistratura italiana i responsabili di abusi. Come mai?
    Analizzando la matrice culturale e ‘politica’ dell’atteggiamento reticente dei vertici della Chiesa, e avvalendosi dell’aiuto di esperti che tracciano anche l’identikit del pedofilo, l’autore fa luce con una documentata ricerca sui crimini di matrice clericale commessi in Italia dal 1860 in poi. Un’inchiesta che si intreccia con le accuse rivolte dalla Commissione Onu sui diritti dell’infanzia alla Santa Sede per non aver mai organizzato politiche di contrasto alla pedofilia. Gli atti di questo storico ‘processo’, terminato a Ginevra all’inizio del 2014, sono tradotti in italiano per la prima volta in questo libro: chiamano in causa le responsabilità di Ratzinger, Wojtyła e Bergoglio, e contengono forti critiche che sono state rispedite al mittente con sdegno. Ma finché la Chiesa continuerà a ritenere l’abuso un’offesa a Dio e non un crimine contro gli esseri umani più indifesi, è impossibile credere a una vera svolta.

     

  • Gli animali e l’origine del bene e del male

    Recensione del libro “Beasts; what animals can teach us about the origin of good and evil” di Jeffrey Moussaief Masson Bloomsbury (London, New Delhi, New York ,Sidney) Marzo 2014

    domenico fargnoli

     

    masson b

     

    L’ultimo libro di Jeffrey Masson “Beasts” è come il suo autore seduttivo: ben scritto si lascia leggere facilmente ricco anche di aneddoti e di una serie di riferimenti bibliografici interessanti. Esso però tradisce il problema di fondo dell’ex professore di sanscrito e ex psicoanalista : quello della definizione di una propria identità. Non si capisce da quale angolatura sia studiato il problema della “aggressività” umana. Siamo di fronte ad un naturalista che analizza il comportamento animale, ad un antropologo che fa incursioni nella preistoria, o ad un filosofo morale che si pone il problema del bene e del male in polemica con Hanna Arendt ? E’ chiaro che una volta stabilito in partenza che non esiste la malattia mentale e che tutte le psicoterapie sono una fregatura se non addirittura un abuso, l’autore , rimanendo alla superficie dei fenomeni osservati non riesce ad andare oltre il concetto di aggressività come sadismo e crudeltà: egli, sotto questo aspetto rimane nell’alveo della tradizione freudiana tanto contestata. Non esiste dice Masson l’istinto di morte, tutto il “male “ ha origine dalla cultura e non dalla natura istintuale come sostenuto da Freud in “Al di là del principio del piacere” (1921) : l’invenzione dell’agricoltura nel neolitico   in particolare avrebbe introdotto nella civiltà una serie di eventi traumatici legati alla difesa della proprietà privata, alla base delle condotte violente degli uomini e persino degli animali. Ecco quindi rispolverata la tesi illuministica di Rousseau della natura buona degli esseri umani corrotti, nel corso della loro storia, dal processo di civilizzazione. La soluzione, della guerra, degli omicidi di massa, della crudeltà e del sadismo consisterebbe per Masson in una sorta di ritorno allo stato di natura, al giardino dell’Eden nel quale uomini e animali, secondo la Bibbia, coesistevano pacificamente senza conflitti di sorta. Bisognerebbe inoltre proibire l’uccisione di qualsiasi animale e instaurare una dieta rigorosamente vegana. Sembra però che il consumo di carne non possa essere considerato all’origine del “male” poichè in tempi preistorici i nostri cervelli sono diventati quello che sono grazie ad una dieta proteica e ricca di grassi! Approcci metodologici e temi completamente diversi vengono fatti coesistere in “Beasts” all’interno di una trattazione che maschera la discordanza eludendo comunque la questione di fondo: la specificità della realtà psichica umana legata alla dimensione non cosciente. L’aggressività umana, insegna la ricerca psichiatrica dalla quale il nostro ex psicoanalista rifugge come se fosse la peste, diversamente da quella animale deriva da una specifica alterazione del pensiero inconscio, la pulsione di annullamento. L’uomo differisce dagli esseri viventi per il vissuto della nascita che dà al suo pensiero la capacità di immaginare e approda dopo un peculiare percorso ontogenetico al linguaggio articolato e simbolico che costituisce una caratteristica unica della nostra specie. Come paragonare mondo umano e animale per cercare di comprendere “ il bene ed il male” eludendo il tema dell’origine  del  pensiero verbale che costituisce  un vero e proprio spartiacque? Masson racconta di aver speso otto anni della sua vita per completare il suo training psicoanalitico: in questo suo ultimo libro come in altri, ne vediamo gli effetti negativi. L’autore è totalmente privo di metodo, incapace di una trattazione teorica coerente che riesca a dare un senso unitario ai numerosi riferimenti ad altri autori: femminismo, paleoantropologia, psicoanalisi, scienze naturali sono messe insieme in un amalgama strana he rende quanto mai opinabili le conclusioni.

    Sempre su Masson vedi il mio post precedente

     

     

  • Jeffrey Masson e la violenza nell’uomo e negli animali: la parabola di un “gigolò” intellettuale

    cropped-jeffs-photosRicordate  o comunque conoscete Jeffrey Masson autore di “Assalto alla verità” (1984) ed di “Analisi Finale”( 1993)? Dagli Archivi freudiani di cui avrebbe dovuto diventare direttore con il diritto di vivere nella casa che fu di Sigmund ed Anna Freud è approdato allo studio degli animali dopo aver tentato di dimostrare che Freud era un disonesto. Credo che negli anni 80 si sia incontrato anche con L’Analisi collettiva. Alla storia di Masson ha dedicato un saggio, molto documentato  Paolo Migone, condirettore di “Psicoterapia e Scienze umane”,  in Psychomediahttp://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt2002.htm

    Sulla  controversa questione dell’espulsione dagli Archivi Freudiani ha scritto un libro, con informazioni estremamente dettagliate Janet Malcom “In the Freud Archives (1984). Masson la trascinò in giudizio perché contestò che lui avesse mai usato l’espressione ” gigolò intellettuale”.  Janet  Malcom vinse la causa in appello dopo dieci anni. Nel libro della giornalista  Jeffrey viene sottilmente ritratto come una personalità narcisistica incline alla manipolazione, a comportamenti autodistruttivi, che tendeva a svuotare di significato tutto ciò con cui veniva  a contatto. Noi potremmo dire che ha combattuto una causa giusta com mezzi ed atteggiamenti sbagliati finendo per allontanarsi dal “mondo umano” e dalla realtà dell’inconscio a cui sembrava voler dedicare la sua vita. Nel suo libro “Against therapy” (2012) against-therapy

    Masson finisce in posizioni antipsichiatriche vicine pericolosamente a Thomas Sasz che sosteneva che la malattia mentale è un mito.  Non esisterebbe  la malattia  mentale e conseguentemente nemmeno la cura. Ogni psicoterapia sarebbe  un abuso. Meglio occuparsi di ciò che non è umano:  gli animali non possono contestare le tesi sulla violenza in quanto non dotati di linguaggio articolato.  L’estabilishement delle istituzioni psicoanalitiche  viene ritratto, nel libro della Malcom,  in tutta la sua ambivalenza ed interessata ipocrisia. L’incredibile “infatuazione” di Kurt Eissler, figura dominante della psicoanalisi americana ed eminente creatore  degli Archivi ,  per il giovane ed aitante professore di sanscrito, suo successore in pectore,  ha messo poi  a nudo la fragilità dell’ideologia freudiana e la sua vulnerabilità teorica: la storia del rapporto fra Freud e Fliess, che traspare in controluce dietro quello di Eissler e Masson,  non è mai stata in verità né  compresa , né di conseguenza elaborata e superata.

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    Tutta la vicenda si presterebbe ad una ulteriore ed approfondita  elaborazione dato il suo grande interesse teorico  ed ia statura dei  personaggi  implicati.

    Propongo una libera traduzione dall’inglese dell’ultimo post presente nel blog di Masson.masson

     

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    Intervista con Jeffrey Moussaieff Masson a proposito del suo ultimo libro

    Beasts –

    Oggi Jeffrey Moussaieff Masson parlerà del suo nuovo libro , “Bestie : Cosa gli animali possono insegnarci sulle origini del male umano” , pubblicato questo mese da Bloomsbury Press . Jeff ha scritto sulle emozioni degli animali per 20 anni . I suoi libri , Elephants Weep ( 1996) e Dogs Never Lie About Love (1998 ) hanno ciascuno venduto oltre 1.000.000 di copie . Jeff è una delle persone più brillanti che abbia mai avuto l’onore di conoscere e con cui ho lavorato. Il suo intelletto è tanto appassionato e di ampio respiro . L’anno scorso , quando lo ho visitato nella sua casa di Auckland , in Nuova Zelanda , ha passato 3 giorni ad inveire contro il concetto di male di Hannah Arendt. ( A quanto pare il popolo neozelandese non si occupa particolarmente di questo argomento)

    Di tutti i libri di Jeff sugli animali , questo sembra arrivare al cuore del problema dei confini morali che separano gli umani dagli animali . Jeff inizia con un’osservazione che illustra il puzzle che questo libro cercherà di risolvere. Egli dice : “Ci sono due grandi predatori del pianeta con i più complessi cervelli esistenti in natura : esseri umani ed orche . Solo nel XX secolo , uno di questi animali ha ucciso 200 milioni di membri della propria specie , l’ altro nessuno . Perché? ”

    ANDY : Jeff , abbiamo lottato con il titolo di questo libro per anni . E penso che siamo entrambi abbastanza contenti. Sembra che ci sia una certa ironia però. Puoi spiegare cosa intendi per “bestie”? Come le espressioni che usiamo riferendoci agli animali mostrano il nostro equivoco di fondo ?

    JEFF : Troppo spesso , al fine di insultare qualcuno, diciamo che si è comportato come una bestia , o un animale . Stavo leggendo “Into the Whirlwin” di  Eugenia Ginzburg , sulle terribili prigioni dei gulag , e mi sono imbattuto in questa frase : ” Ho spesso pensato al dramma di coloro da cui è dipesa l’organizzazione l’epurazione del 1937. Passo dopo passo mentre seguivano le loro routine direttive, hanno compiuto tutto il percorso che porta dalla condizione umana a quella delle bestie . “Pensate a tutte le volte che descriviamo gli esseri umani come una sorta di animali al fine di sminuirli. Così chiamiamo qualcuno parassita , verme , serpente , lupo , bestia assetata di sangue (il mio preferito ) , scimmia , cagna  o  maiale .

    ANDY : Come in molti dei tuoi libri , si tenta di mettere in evidenza il contrasto fra il regno di pace degli animali con gli orrori del comportamento umano che si manifestano nel corso della storia . Ma ci sono numerosi esempi di animali che fanno violenza agli esseri umani ed a loro stessi. Forse stai esagerando la differenza.

    JEFF :Essi fanno violenza a noi e agli altri animali , di sicuro . Ma non fino al livello raggiunto da noi quando facciamo violenza a loro e l’uno all’altro . La disparità è sconvolgente. Non vedo gli animali come dei santi (i santi umani non sono santi ) , ma essi non sembrano spingersi, per esempio , a sterminare tutti i membri di un gruppo diverso sia che si tratti di tigri, di elefanti o di coccodrilli.

    ANDY : Ogni volta che espongo la tua tesi , molti si rifanno sempre all’esempio degli scimpanzé come animali che sembrano impegnarsi nella violenza gratuita . Non è questo in contrasto con le tue idee ?

    JEFF : Sì , in una certa misura . Nel libro analizzo questo in dettaglio . Jane Goodall è la prima persona che ha studiato la violenza degli scimpanzé e lei sarebbe anche la prima a riconoscere che non è semplicemente sulla scala della violenza umana . Credo che sia così scioccante perché così inaspettata . Ci aspettavamo che gli scimpanzé fossero più simili ai bonobo ! Questi ultimi sono una specie di scimpanzé ,  strettamente simili a noi come gli altri , ma completamente pacifica . Essi sono stati studiati, ma non ancora a fondo come i più violenti scimpanzé. Sono guidati da femmine, e questo può essere il motivo ( voglio dire, perché sono meno violenti e perché sono stati meno studiati ! ) .

    ANDY : Uno dei temi di cui parli qui e nei libri precedenti è che gli animali , a differenza dell’uomo , non  non riconoscono l’alterità . Per un cane , un altro cane è solo un cane , non una specie differente . Ma per gli esseri umani , l’idea di ” altro” ha creato ogni sorta di orrore. Sono affascinato dal tuo aneddoto “l’ultimo kantiano in Germania ” . Lo puoi raccontare anche a noi?

    JEFF : Sì, è uno dei miei aneddoti preferiti, ed è vero . Ed è profondo. Emmanuel Lévinas , il filosofo francese ebreo e sopravvissuto all’Olocausto , era in un campo di lavoro per ufficiali , alla periferia della città di Hannover . Quando il suo gruppo marciava fuori del campo  i suoi appartenenti sono stati trattati con disprezzo , visti  come ” parassiti “, cioè “non umani” . Con una sola eccezione: un cane randagio che aveva trovato la sua dimora nel campo. Ogni giorno , quando i prigionieri tornavano al loro accampamento nella foresta, il cane salutava la fila di uomini con grande entusiasmo e cordialità. Era sempre felice di vederli. Lui era lì la mattina al raduno , e li aspettava al ritorno, saltando su e giù e abbaiando di gioia . ” Per lui , ” Lévinas osserva , “non c’era alcun dubbio che eravamo degli uomini . ” Levinas ha immortalato il cane più tardi con l’appellativo dell’ultimo kantiano nella Germania nazista . Questo cane , come il grande filosofo Immanuel Kant , e tutti i cani , ha capito che gli esseri umani sono un fine in sé , e non un mezzo per un fine .

    ANDY : Questo libro analizza audacemente la natura della malvagità umana contrapponendo il nostro comportamento a quello degli animali . Ma un’obiezione in po’ maligna è doverosa . Gli esseri umani hanno una sorta di compassione che non troviamo nel mondo animale. Perché è così?

    JEFF : Non lo so , ma è vero . Nessun animale è diventato un medico specializzato in esseri umani, o costruito un ospedale per prendersi cura degli esseri umani. Siamo in grado di mobilitare centinaia di altri esseri umani per la ricerca di un cane smarrito. Singoli cani possono effettuare ricerche per noi  , ma non implorerebbero altri cani di unirsi a loro . Sono sicuro che ognuno può portare esempi di questa qualità umana, la compassione , tra cui, ovviamente , il movimento di migliaia di persone per i diritti degli animali . Alcuni di noi , da carnivori sono diventati vegani . Nessun’altra specie di predatori in natura ha mai rinunciato alla carne per ragioni morali !

    ANDY : Jeff , un’ultima domanda . Alla fine del libro si riportano le idee esposte da Steven Pinker nel suo controverso lavoro, “I migliori angeli della nostra natura”. Egli sostiene che la violenza umana nel mondo moderno è diminuita . Sei d’accordo . Vuoi commentare ?

    JEFF Nel mio libro c’è un’appendice dove cerco di rispsondere a questa domanda con una certa ampiezza . Oltre a fornire una versione distorta della preistoria, sicuramente è strano , nel libro di Pinker sostenere che la violenza sta diminuendo in tutto il mondo. Non si menziona Srebrenica , il genocidio ruandese , Pinochet in Cile , la giunta in Argentina ( o in Brasile o in Grecia ) ; nessuna voce troviamo riferita al colonialismo, all’ex Jugoslavia, ad Haiti ,alla Repubblica Dominicana  o a Robert Mugabe dello Zimbabwe; e  troviamo solo un accenno a Mussolini e due all’ apartheid  e si tace della violenza in luoghi come il Guatemala .

    ANDY : Il 9 marzo alle 13:00 , Jeff presenterà il  libro con Daniel Ellsberg . Questo è un evento che non si deve perdere: si confronteranno due intelletti eminenti che hanno speso la loro vita cercando di capire come il male si manifesta nella storia dell’uomo . Bisogna davvero partecipare.

     

  • Suicidio e malattia mentale negli psichiatri

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    Non ho trovato studi recenti sul rischio suicidario negli psichiatri in lingua italiana. In Inglese nel motore di ricerca dedicato alla medicina sono riportate analisi  che risalgono agli anni 70. Su questo problema, come sugli altri ad esso correlati, è stato steso un velo pietoso.

    Cervello-macchina

    Psychiatric illness in the medical profession: incidence in relation to sex and field of practice.

    D. J. Watterson (abstract)

    The overall incidence of psychiatric illness among the physicians of British Columbia during 1970-74 was 1.27% per year. The overall suicide rate was more than 36.5/100 000. Incidence was not dependent on sex or age. The two specialties with the highest incidence–ophthalmology and psychiatry–had previously been demonstrated to have significantly high rates of suicide. The highest incidence was among psychiatric residents; in other resident groups collectively the incidence was at the expected rate. Greater severity of illness and poorer prognosis was found in family physicians compared with specialists, although the incidence was the same in the two groups.

     

    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1878673/?page=1

     

    J Clin Psychiatry. 1980 Aug;41(8):261-3.
    Suicide by psychiatrists: a study of medical specialists among 18,730 consecutive physician deaths during a five-year period, 1967-72.
    Rich CL, Pitts FN Jr.
    Abstract
    This report is of suicide by psychiatrists from 953 suicides in 18,730 consecutive deaths of U.S. physicians during a five-year period 1967-72. It demonstrates that psychiatrists suicide regularly, year-by-year, at rates about twice those expected; and these differences are statistically significant.

    Pietà or Revolution by Night 1923 by Max Ernst 1891-1976Why Shrinks Have Problems

    Suicide, stress, divorce — psychologists and other mental health professionals may actually be more screwed up than the rest of us.
    By Robert Epstein, Tim Bower, published on July 01, 1997 – last reviewed on June 14, 2012

     

    In 1899 Sigmund Freud got a new telephone number: 14362. He was 43 at the time, and he was profoundly disturbed by the digits in the new number. He believed they signified that he would die at age 61 (note the one and six surrounding the 43) or, at best, at age 62 (the last two digits in the number). He clung, painfully, to this bizarre belief for many years. Presumably he was forced to revise his estimate on his 63rd birthday, but he was haunted by other superstitions until the day he died—by assisted suicide, no less—at the ripe old age of 83.

    That’s just for starters. Freud also had frequent blackouts. He refused to quit smoking even after 30 operations to correct the extensive damage he suffered from cancer of the jaw. He was a self-proclaimed neurotic. He suffered from a mild form of agoraphobia. And, for a time, he had a serious cocaine problem
    Neuroses? Superstitions? Substance abuse? Blackouts? And suicide? So much for the father of psychoanalysis. But are these problems typical for psychologists? How are Freud’s successors doing? Or, to put the question another way: Are shrinks really “crazy”?

    I myself have been a psychologist for nearly two decades, primarily teaching and conducting research. So the truth is that I had some preconceptions about this topic before I began to investigate it. When, years ago, my mom told me that her one and only session with a psychotherapist had been disappointing because “the guy was obviously much crazier than I was,” I assumed, or at least hoped, that she was joking. Mental health professionals have access to special tools and techniques to help themselves through the perils of living, right?

    Sure, Freud was peculiar, and, yes, I’d heard that Jung had had a nervous breakdown. But I’d always assumed that—rumors to the contrary notwithstanding;—mental health professionals were probably fairly healthy.

    Turns out I was wrong.

    Doctor, Are You Feeling Okay?

    Mental health professionals are, in general, a fairly crazy lot—at least as troubled as the general population. This may sound depressing, but, as you’ll see, having crazy shrinks around is not in itself a serious problem. In fact, some experts believe that therapists who have suffered in certain ways may be the very best therapists we have.

    The problem is that mental health professionals—particularly psychologists—do a poor job of monitoring their own mental health problems and those of their colleagues. In fact, the main responsibility for spotting an impaired therapist seems to fall on the patient, who presumably has his or her own problems to deal with. That’s just nuts.

    Therapists struggling with marital problems, alcoholism, substance abuse, depression, and so on don’t function very well as therapists, so we can’t just ignore their distress. And ironically, with just a few exceptions, mental health professionals have access to relatively few resources when they most need assistance. The questions, then, are these: How can clients be protected—and how can troubled therapists be helped?

    The Odd Treating the Id

    Here’s a theory that’s not so crazy: Maybe people enter the mental health field because they have a history of psychological difficulties. Perhaps they’re trying to understand or overcome their own problems, which would give us a pool of therapists who are a hit unusual to begin with. That alone could account for the image of the Crazy Shrink.

    Of the many prominent psychotherapists I’ve interviewed in recent months, only one admitted that he had entered the profession because of personal problems. But most felt this was a common occurrence. In fact, the idea that therapy is a haven for the psychologically wounded is as old as the profession itself. Freud himself asserted that childhood loss was the underlying cause of an adult’s desire to help others. And Freud’s daughter, Anna, herself a prominent psychoanalyst, once said, “The most sophisticated defense mechanism I ever encountered was becoming a psychotherapist.” So it’s only appropriate that John Fromson, M.D., director of a Massachusetts program for impaired physicians, describes the mental health field as one in which “the odd care for the id.” He chuckled as he said this, but, as Freud claimed, humor is often a mask for disturbing truths.

    These impressions are confirmed by published research. An American Psychiatric Association study concluded that ‘”physicians with affective disorders tend to select psychiatry as a specialty.” (Curiously, the authors presented this as their belief, “for a variety of reasons,” without explanation.) In a 1993 study, James Guy, Ph.D., dean of the School of Psychology at Fuller Theological Seminary, compared the early childhood experiences of female psychotherapists to those of other professional women. The therapists reported higher rates of family dysfunction, parental alcoholism, sexual and physical abuse, and parental death or psychiatric hospitalization than did their professional counterparts. And a 1992 survey of male and female therapists found that more than two-thirds of the women and one-third of the men reported having experienced some form of sexual or physical abuse in early life. Freud seems to have been right about this one: The mental health professions attract people who have suffered.

    Patients Can Really Ruin Your Daymaxernsticelandicmoss

    So we’re starting out, it seems, with a pool of well-meaning but slightly damaged practitioners. Now the real fun begins.

    Check out the numbers: According to studies published in 1990 and 1991, half of all therapists are at some point threatened with physical violence by their clients, and about 40 percent are actually attacked. Try to put this in context. A special, intimate relationship exists between therapist and client. So being attacked by a client is a serious emotional blow, perhaps comparable, in some cases, to being a parent attacked by one’s child. Needless to say, therapists who are assaulted get very upset. They feel more vulnerable and less competent, and sometimes the feelings of inadequacy trickle over into their personal relationships.

    Let’s take this a step further. Imagine working with a depressed patient every week, without fail, for several years and then getting a call saying that your patient has killed herself. How would you feel? Alas, patient suicide is another hazard of the profession. Between 20 and 30 percent of all psychotherapists experience the suicide of at least one patient, again with often devastating psychological fallout. In a 1968 hospital study, psychiatrists reported reacting to patient suicides with feelings of “guilt and self-recrimination.” Others considered the suicide to be “a direct act of spite” or said it was like being “fired.” Whatever the reaction, the emotional toll is great.

    Virtually all mental health professionals agree that the profession is inherently hazardous. It takes superhuman strength for most people just to listen to a neighbor moan about his lousy marriage for 15 minutes. Psychologists, of course, enter the profession by choice, but you can imagine the effects of listening to clients talk about a never-ending litany of serious problems — eight long hours a day, 50 weeks a year. “My parents hated me. Life isn’t worth living. I’m a failure. I’m impotent. On the way over here, I felt like driving my car into a telephone pole. I’ll never be happy. No one understands me. I don’t know who I am. I hate my job. I hate my life. I hate you.”

    Just thinking about it makes you shudder.

    It’s a Rough World Out There

    Patients aren’t the only source of stress for psychotherapists. The world itself is pretty demanding. After all, that’s why there are patients.

    A number of surveys, conducted by Guy and others, reveal some worri-some statistics about therapists’ lives and well-being. At least three out of four therapists have experienced major distress within the past three years, the principal cause being relationship problems. More than 60 percent may have suffered a clinically significant depression at some point in their lives, and nearly half admitted that in the weeks following a personal crisis they’re unable to deliver quality care. As for psychiatrists, a 1997 study by Michael Klag, M.D., found that the divorce rate for psychiatrists who graduated from Johns Hopkins University School of Medicine between 1948 and 1964 was 51 percent—higher than that of the general population of that era, and substantially higher than the rate in any other branch of medicine.

    These days, therapists face a major new source of stress: HMOs. Richard Kilburg, Ph.D., senior director of human resources at Johns Hopkins University and one of the profession’s leading experts on distressed psychologists, says managed care is having a devastating effect: “Therapists are chronically anxious. It’s getting harder and harder to make a living, harder to provide quality care. The paperwork requirements are enormous. You can’t have a meeting of practicing psychologists today without having these issues being raised, and the pain level is rising. A number of my colleagues have been driven out of the profession altogether.”

    No wonder Richard Thoreson, Ph.D., of the University of Missouri, estimates that at any particular moment about 10 percent of psychotherapists are in significant distress.

    The Final Resolution

    Bruno Bettelheim. Paul Federn. Wilhelm Stekel. Victor Tausk. Lawrence Kohlberg. Perhaps you recognize one or two of the names. They’re all prominent mental health professionals who, like Freud, committed suicide.

    All too often the stresses of work and everyday life lead mental health professionals down this path. According to psychologist David Lester, Ph.D., director of the Center for the Study of Suicide, mental health professionals kill themselves at an abnormally high rate. Indeed, highly publicized reports about the suicide rate of psychiatrists led the American Psychiatric Association to create a Task Force on Suicide Prevention in the late 1970s. A study initiated by that task force, published in 1980, concluded that “psychiatrists commit suicide at rates about twice those expected [of physicians]” and that “the occurrence of suicides by psychiatrists is quite constant year-to-year, indicating a relatively stable over-supply of depressed psychiatrists.” No other medical specialty yielded such a high suicide rate.

    One out of every four psychologists has suicidal feelings at times, according to one survey, and as many as one in 16 may have attempted suicide. The only published data—now nearly 25 years old—on actual suicides among psychologists showed a rate of suicide for female psychologists that’s three times that of the general population, although the rate among male psychologists was not higher than expected by chance.

    Further studies of suicides by psychologists have been difficult to conduct, says Lester, largely because the main professional body for psychologists, the American Psychological Association APA), hasn’t released any relevant data since about 1970. Why? “The APA doesn’t want anyone to know that there are distressed psychologists,” insists University of Iowa psychologist Peter Nathan, Ph.D., a former member of an APA committee on “troubled” psychologists.

    ALCOHOL AND ADDICTION

    Wait, there’s more. “Mental health professionals are probably at heightened risk for not just alcoholism but [all types of] substance abuse,” reports Nathan. It’s not surprising: Substance abuse is one of the most common—albeit destructive—ways people deal with anxiety and depression, and, as we’ve seen, mental health professionals have more than their share.

    Richard Thoreson’s decades of research on alcoholism, in fact, stemmed from his own problems with the bottle. “I began drinking at a fairly early age,” he says, “and I continued during my early academic career. My life was organized around drinking. It had a very negative impact on my family. At one point I resigned as president of an organization because I was too shaky to speak before a group. I stopped drinking in 1969, at which point I was drinking the equivalent of 16 ounces of whiskey a day.”

    In the 1970s, with the help of several colleagues, Thoreson founded an informal group called Psychologists Helping Psychologists, which has held open Alcoholics Anonymous meetings at the annual APA convention ever since. This unofficial, all-volunteer group has helped hundreds of psychologists over the years — with no financial support from the APA.

    ADDICTED TO THERAPY

    “Some therapists,” says James Guy, “expect to continue practicing longer than the life expectancies in actuarial tables.” But with advancing age, impairment is almost inevitable. Explains Guy: “Lower back pain becomes a problem. Failing eyesight and hearing make it difficult to pick up on subtle nuances. Poor bladder control can make it difficult to sit, and fatigue becomes a big factor.”

    Further complicating matters is that as therapists get older, more and more of their intimacy needs and social support actually comes from their patients. “Often, most of their waking hours are spent with clients, focusing on emotionally laden material,” notes Guy. “When that’s the situation, it’s difficult for them to think about retirement. It’s even difficult for them to know when to take time off.”

    Many psychotherapists become, in effect, woefully addicted to their clients, with no one offering them guidance or alternatives. In general, private, independent practices—often conducted out of the therapist’s home—put the therapist at greatest risk, no matter what his or her age. Thoreson adds that such practices have special appeal for therapists who don’t want to be seen by colleagues; the isolated practice is the ideal one for the alcoholic or drug abuser.

    DO THEY USE THEIR OWN TOOLS?

    If therapists really have special tools for helping people, shouldn’t they be able to use their techniques on themselves? After all, the late behavioral psychologist, B. F. Skinner, systematically applied behavioral principles to modify his own behavior, and he ridiculed Freud and the psychoanalysts for their inability to apply their “science” to themselves. University of Scranton psychologist John Norcross, Ph.D., and his colleagues have studied this issue extensively, with two major findings. First: “Therapists admit to as much distress and as many life problems as laypersons, but they also claim to cope better. They rely less on psychotropic medications and employ a wider range of self-change processes than laypersons.”

    This sounds encouraging, but Norcross’s second finding makes you stop and think: “When therapists treat patients, they follow the prescriptions of their theoretical orientation. But the amazing thing is that when therapists treat themselves, they become very pragmatic.” In other words, when battling their own problems, therapists dispense with the psychobabble and fall back on everyday, commonsense techniques—chats with friends, meditation, hot baths, and so on.

    But aren’t psychotherapists required to be in therapy at various points in their careers, so that they get specialized help from their colleagues? Not so. “People are shocked when they learn this isn’t true,” says Gary Schoener, Ph.D., who directs The Walk-In Counseling Center in Minneapolis, perhaps the country’s first and last free psychology clinic. “Lawyers are subjected to more psychological screens than psychologists are.”

    Surveys do indicate that most therapists—between 65 and 80 percent—have had therapy at some point. However, except for psychoanalysts—the pricey, traditional Freudians you see more in movies than in reality—psychotherapists are virtually never required to undergo therapy, even as a part of their training.

    Freud himself would be appalled by this. “Every analyst should periodically—at intervals of five years or so—submit himself to analysis,” he said. Unfortunately—and ironically—many psychotherapists are reluctant to seek therapy. In a survey by Guy and James Liaboe, Ph.D., for example, therapists said they were hesitant to enter therapy “because of feelings of embarrassment or humiliation, doubts concerning the efficacy of therapy, previous negative experiences with personal therapy, and feelings of superiority that hinder their ability to identify their own need for treatment.” Others are hesitant to seek therapy because of professional `complications’ — that is, they cannot find a therapist nearby whom they do not already know in another context. Or they mistakenly believe, as many patients do, that seeking therapy is a sign of failure.

    “I worry,” says psychologist Karen Saakvitne, Ph.D., “about the implication that the therapists who are in therapy are the ones who are impaired. They are the ones acting in their clients’ best interest. I’m more worried about the therapists who don’t seek help.”

    WOUNDED THERAPISTS

    Maybe there’s an upside to all these problems among psychologists — if, say, a therapist needs to have experienced pain and suffering in order to relate to his or her clients’ pain and suffering. This “wounded healer” concept is, I believe, woven into the fabric of the mental health profession. When I served as chair of a university psychology department, I helped evaluate candidates for our marriage and family counseling program. The admission process — interview questions, essays, and so on — was structured, albeit subtly, to screen out people who hadn’t suffered enough. What’s more, I’ve heard colleagues express concern about the occasional student or trainee who, through no fault of his or her own, came from an unbroken home.

    Data supporting this idea, however, are hard to find. “There’s no evidence whatsoever that you need a history of psychological problems in order to be a good therapist,” insists John Norcross. “In some studies, in the first few sessions only, [patients see] the wounded therapist as a little more empathetic, but the effect doesn’t last. Experience with pain can enhance a therapist’s sensitivity, but that doesn’t necessarily translate into good outcomes.”

    “I don’t think therapists need to have had the same experiences as their clients,” adds psychologist Laurie Pearlman, Ph.D. “As long as the therapist can feel those feelings, he or she can connect with clients.”

    On the other hand, in 1989 psychologists Pilar Poal, Ph.D., and John R. Weisz, Ph.D., found that therapists who faced serious problems in their own childhood are more effective at helping child clients talk about their problems, perhaps because of greater empathy. That study, however, is practically the only one that supports the wounded-healer hypothesis.

    THERAPEUTIC ADVICE

    So you’ve gotten into therapy because your life is falling apart — and now you have to keep one eye on your therapist just in case his or her life is falling apart, too? Basically, yes. Like it or not, you, the client, are probably carrying the major responsibility for spotting the signs of distress or impairment in your therapist, especially if you’re seeing an independent practitioner. The current president of the California Psychological Association, Steven F. Bucky, Ph.D., puts it this way: “The truth of the matter is that unless someone complains about an impaired therapist, there is no protection for the client.”

    Here are some tips for protecting yourself from impaired mental health professionals, and, perhaps, in so doing, for helping them overcome their own problems. Remember, therapists are people, too.

    First, it’s probably safer to bring your problems to a practitioner who works in a group setting. Independent, isolated therapists are probably at greatest risk for having undetected and untreated problems of their own. On the other hand, therapists working for managed care organizations or working under the gun of insurance companies are exposed to special constraints and stressors that may limit their ability to help you.

    Second, trust your gut. “If you get the feeling that there’s a problem, you shouldn’t deny what your instincts are telling you,” says Kilburg. If, during your session, a little voice in your head begins screaming, “This guy’s eyes remind me of my college roommate’s when he was tripping on acid,” don’t be afraid to ask questions.

    Indeed, any time your therapist shows clear signs of personal distress or impairment, bring your concerns to his or her attention. (Ideally, do this on the therapist’s dime, after your session is over.) If you’re uneasy about raising the issue with your therapist, talk to one of his or her colleagues about it. Or, consider finding a new therapist. If you think your therapist’s problem is serious and has the potential to do harm, report it to the appropriate professional organization or licensing body (see below). You have legitimate cause for concern if your therapist:

    shows signs of excessive fatigue, such as red eyes or sleepiness.

    touches you inappropriately or tries to see you socially.

    smells of alcohol, or you see liquor bottles or drug paraphernalia in the office.

    has trouble seeing or hearing.

    talks at length about his or her own current, unresolved problems. This is known as a “boundary violation,” and it’s especially worrisome, because it’s often a prelude to a sexual advance. In fact, therapists who talk about their own unresolved problems are more likely to make sexual advances than those who actually touch their clients.

    has trouble remembering what you told him or her last week.

    is repeatedly late for sessions, cancels them, or misses them.

    seems distant or distracted.

    For help locating the appropriate organization or board, call the relevant national organization. For psychologists, call the American Psychological Association at (202) 336-5000; for psychiatrists, call the American Psychiatric Association at (202) 682-6000. If your therapist is a marriage and family counselor, try the American Association for Marriage and Family Therapy at (202) 452-0109, and if your therapist is a social worker, try the National Association of Social Workers at (202) 408-8600.

    Contributing editor Robert Epstein’s most recent books include Self-Help Without the Hype and Pure Fitness: Body Meets Mind.

    Uh Oh, Now They Want Drugs

    Here’s something that will rock you: The 150,00-member American Psychological Association is lobbying hard to get prescription privileges for psychologists. Pilot programs are already under way, and some think that many psychologists will be able to dispense drugs to their patients within five years. So much for the distinction between psychiatrists and psychologists. A more worrisome problem, though, is: Won’t prescription privileges put psychologists at greater risk for substance abuse?

    The answer, unfortunately, may be yes. It’s well-known that the professions and specialties that have easy access to drugs also have the highest rates of addiction. “If psychologists get prescription privileges, I think there is going to be a dramatic increase in their abuse of drugs,” says University of Iowa psychologist Peter Nathan, Ph.D. “We don’t like to talk about this, but it’s inevitable.”

    Harvard psychiatrist Malkah Notman, M.D., is also uneasy about the possibility of prescription privileges for psychologists. “Psychologists can do a lot of damage,” she says, “but not as much as a psychiatrist can do. With medication, you can get in a lot of trouble very fast. Prescribing drugs is really quite risky. Even with medical training, a lot of people get rusty.”