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  • rembrandt-frenhofer-: un precursore della modernità


    Picasso (Frenhofer)  che si autorappresenta come Rembrandt

    Illustrazioni per Il Capolavoro sconosciuto (edizione Vollard 1931) di Pablo Picasso che si rappresenta con la testa leonina di Rembrandt
    Illustrazioni per Il Capolavoro sconosciuto (edizione Vollard 1931) di Pablo Picasso che si rappresenta con la testa leonina di Rembrandt
    autoritratto di Rembrandt
    autoritratto di Rembrandt

    Lucien Freud commenta Rembrandt

    Lucien Freud-autoritratto
    Lucien Freud-autoritratto

     

     

     

    autoritratto di Rembrandt
    autoritratto di Rembrandt
    La pennellata di Rembrandt che non ricorre al disegno
    La pennellata di Rembrandt che non ricorre al disegno
  • Cezanne , Picasso e Il capolavoro sconosciuto

    L'artista e la modella

     

     

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    Il capolavoro sconosciuto di Balzac 
    ha per soggetto l’insoddisfazione perpetua dell’artista di fronte alla sua stessa creazione, che modifica costantemente per perfezionarla, ma così facendo solo riesce solo a renderla illegibile. L’illustrazione magistrale di Picasso si riferisce al contenuto profondo della storia: il rapporto dell’artista con la modella, un tema caro all’artista.

    Dopo la commissione effettuata nel 1926, Picasso consegna a Vollard ha una grande quantità di illustrazioni disparate: disegni composti da punti e linee, realizzati nel 1924, presentati all’inizio del volume “come introduzione,” poi riproduzioni di disegni in stile “classico” realizzati nel 1926 e xilografie da suoi disegni e, infine, acqueforti i, incise nel 1927 ,precedute da un sommario anch’esso inciso. In netto contrasto con la linea pura delle Metamorfosi pubblicate lo stesso anno , le acqueforti del Il capolavoro sconosciuto mostrano disegni con linee molto elaborate. Se tutti questi disegni sono stati fatti tra il 1924 e il 1927, il lavoro non è stato immediatamente pubblicato. Ma quando Skira ha pubblicato le Metamorfosi, Vollard dette un’accelerazione alla sua impresa ; il libro è stato pubblicato nel mese di novembre 1931, in tempo per commemorare il centenario della prima edizione del romanzo, ma dopo la pubblicazione del volume di Skira.

    Da notare che nel 1937, Picasso si trasferì il suo studio in rue des Grands Augustins,-luogo stesso in cui Balzac aveva collocato la dimora del suo artista. Brassaï ha  raccontato come Picasso fu “emozionato e stimolato all’idea di prendere il posto dell’ illustre ombra di Frenhofer”.

     

    “Di tutti i libri che ho curato, quello che affascinava la maggior parte dei bibliofili quando è stato annunciato, è stato Il capolavoro sconosciuto di Balzac con incisioni originali e xilografie di Picasso e realizzazioni cubiste con disegni che ricordano Ingres. Ma ogni nuova opera di Picasso scandalizza, fino a quando l’ammirazione non prende il posto dello stupore stupore »(Vollard,).

     


     

    Pablo Picasso  — Honoré de Balzac
    LE CHEF D’OEUVRE INCONNU. PARIS, AMBROISE VOLLARD, 1931.
    In-4 (320 x 243 mm). Maroquin vert mousse, plats ornés d’un grand motif sculpté aux lignes courbes, mosaïqué de veau en relief de différents tons verts ou rouges, délimitant des surfaces mosaïquées de maroquin noir et havane, dos lisse portant les noms de l’auteur et de l’artiste ainsi que le titre de l’ouvrage poussés or, doublure bord à bord et gardes de veau vieux rose, tranches dorées sur brochure, couverture imprimée et dos, chemise et étui (Paul Bonet, 1944).
    13 eaux fortes originales hors texte (dont un frontispice et une table des gravures) et 67 dessins gravés sur bois de Pablo Picasso.

    Exemplaire de tête. Un des 65 exemplaires sur Japon impérial (n° 33), avec une suite des eaux-fortes sur vélin de Rives, monogrammés par Vollard et signés en bistre par Pablo Picasso.

    Exceptionnelle reliure de Paul Bonet, répertoriée dans ses Carnets (n° 695, reproduite planche 175), ainsi commentée : “la plus picassienne peut-être de cette série de reliures”.

    Profession de foi esthétique de Balzac, Le Chef-d’oeuvre inconnu a pour sujet l’insatisfaction perpétuelle de l’artiste devant sa propre création, qu’il retouche sans cesse pour la perfectionner, mais que, ce faisant, il ne fait que rendre illisible. L’illustration magistrale de Picasso s’attache au contenu profond du conte : la relation de l’artiste au modèle, thème cher à l’artiste.
    Après la commande passée en 1926, Picasso livra à Vollard une grande quantité d’illustrations disparates : des dessins composés de points et traits, réalisés en 1924, présentés au début du volume “en manière d’introduction”, puis des reproductions de dessins de style “classique” (4) réalisés en 1926 et des bois gravés d’après ses dessins (63) et enfin des eaux-fortes hors texte, gravés en 1927 (12), précédées d’une table des matières également gravée (1). Contrastant fortement avec la ligne pure des Métamorphoses publiées la même année (voir le lot 159), le trait des eaux-fortes du Chef-d’oeuvre inconnu montre le dessin qui se cherche, beaucoup plus fouillé. Si tous ces dessins furent réalisés entre 1924 et 1927, l’ouvrage ne fut pas aussitôt publié. Mais quand Skira publia les Métamorphoses, Vollard accéléra l’entreprise pour rattraper le temps perdu ; l’ouvrage sort en novembre 1931, à temps pour commémorer le centenaire de la première édition du roman, mais après la publication du volume par Skira.
    Notons qu’en 1937, Picasso déménagea son atelier rue des Grands-Augustins, là-même où Balzac avait situé celui de son artiste. Brassaï raconta comment Picasso fut “ému et stimulé à l’idée de prendre la place de l’illustre ombre de Frenhofer”.

    “De tous les ouvrages que j’ai édités, celui qui intrigua le plus les bibliophiles quand il fut annoncé, ce fut Le Chef-d’oeuvre inconnu de Balzac avec des eaux-fortes originales et des bois de Picasso, où des réalisations cubistes voisinent avec des dessins qui font penser à Ingres. Mais chaque nouvelle oeuvre de Picasso scandalise, jusqu’au jour où l’admiration succède à l’étonnement” (Vollard, p. 294-295).

    Exposition : Galerie Renou et Colle, 1945 (exposition privée, cf. Carnets). — Masterpieces of French Modern Bindings. New York, Services culturels français, 1947, n° 61, reproduit pl. XXVII.

    Provenance : Bibliothèque Paul Bonet (selon les Carnets). — Auguste Blaizot (idem). — Alexandre Loewy (ex-libris ; vente 1996, lot 15).

    Références : Chapon, Le Peintre et le Livre, p. 281. — Cramer, n° 20. — A. Vollard, Souvenirs d’un marchand de tableaux. Albin Michel, 1937

    Dichiarazione di Picasso

    Picasso speaks Intervista a Picasso di Marius de Zayas <<The arts >>, III, 1923,5 pp.325,326

    <<(…) Per dare un’interpretazione più facile del cubismo sono state chiamate in causa la matematica, la trigonometria,la chimica, la psicoanalisi ,la musica e cose del genere, ma si tratta di pure speculazioni per non dire assurdità, che hanno portato a pessimi risultati, accecando le persone con le teorie (…)>>

     

     

     

     

    Cezanne. Frenhofer mostra la sua opera-schizzo
    Cezanne. Frenhofer mostra la sua opera-schizzo
    Cezanne -nudo femminile su divano
    Cezanne -nudo femminile su divano

     

     

    Cezanne- Bagnamte sulla roccia
    Cezanne- Bagnamte sulla roccia

     

    Storia di un racconto meraviglioso ( Da gli Archivi de La repubblica)

    Il Capolavoro sconosciuto di Balzac è probabilmente l’ opera più celebre che sia stata mai scritta su un ritratto, salvo forse Il ritratto di Dorian Gray. E’ una storia che ha attirato l’ attenzione di pittori, storici dell’ arte e critici letterari, ed è stata variamente interpretata. Racconta le relazioni tra due pittori reali del XVII secolo, Nicolas Poussin e Franz Porbus, e il vecchio maestro Frenhofer, demoniaca creazione di Balzac. Frenhofer ha trascorso gli ultimi dieci anni dipingendo in segreto il ritratto di una donna; ne parla come della sua amante e si considera un Pigmalione, che a poco a poco le dà vita. Pur di essere ammesso a vedere quel capolavoro nascosto, Poussin convince la sua amante vera, Gillette, a posare per il vecchio Frenhofer. Gillette, che è imparentata con innumerevoli mogli, amanti e modelle della letteratura, sente che il suo innamorato preferisce donne dipinte, opere d’ arte, al calore degli abbracci, a un corpo amoroso. Frenhofer è assai più geloso dell’ intimità e solitudine della sua amante dipinta di quanto Poussin lo sia di Gillette. Ma quando infine Porbus e Poussin vengono ammessi in presenza del ritratto, tutto ciò che riescono a vedere è una caotica confusione di colori e colpi di pennello, in mezzo a cui è riconoscibile un piede dipinto alla perfezione. Si è molto discusso se Frenhofer/Balzac sia stato un precursore che anticipa l’ Impressionismo e l’ arte astratta. E’ risaputo che Balzac studiò gli scritti di Diderot sulla pittura e che rivide il suo testo dopo avere discusso con Théophile Gautier. E’ dunque legittimo domandarsi se quello di Frenhofer sia un ritratto fallimentare, o se invece siano i giovani pittori che non sanno come guardarlo. Personalmente, credo che un’ attenta lettura suggerisca che il ritratto era un disastro, un passo troppo in là nell’ arduo e sensualmente ossessivo processo di costruzione della donna in pittura. Ma subito aggiungo che Balzac capiva, e sapeva tradurre in parole il rapporto tra colpi di pennello, luce e corpi, i problemi tecnici, la differenza tra ciò che è automatico e ciò che è immaginato. Balzac era solito ambientare le scene storiche attraverso ricostruzioni verbali di dipinti del passato. Descrive il primo fuggevole incontro di Poussin e Frenhofer nella luce drammatica di una rampa di scale. Descrive meticolosamente la fronte calva e bombata del vecchio, il piccolo naso schiacciato, gli occhi «verde mare, appannati forse dall’ età», ma ravvivati dal «bianco madreperlaceo sul quale galleggiava la pupilla», senza ciglia e con sopracciglia quasi invisibili. Poi si rivolge ai lettori: «L’ avreste detta una tela di Rembrandt, che camminava silenziosamente e senza cornice nella buia atmosfera tipica di quel grande pittore». Balzac descrive proprio quei dettagli sui quali indugiamo, davanti a un quadro di Rembrandt, poi rende spettrale l’ intera scena facendola vivere, camminava silenziosamente e senza cornice. Frenhofer deriva da qualche sinistro e grottesco personaggi di E. T. A. Hoffmann. Le sue azioni con il pennello sono un’ aggressione sensuale al corpo dipinto, e lo scrittore a sua volta trasforma la faccia del pittore in un pennello animato dal desiderio, «la sua barba a punta si agitò in modo minaccioso, indizio dell’ insorgere d’ una fantasia erotica». Frenhofer fa delle critiche puntuali alla Maria Egiziaca di Porbus, individuando dove il lavoro pittorico ha saputo o non ha saputo dar vita al corpo dipinto, e la sua disquisizione, seguita dai febbrili ritocchi ch’ egli stesso apporta sulla tela, costituisce un’ interessante, enigmatica immagine del ritratto come vita, morte, statua immobile, senza vita. «No, amico mio, non scorre il sangue sotto questa pelle d’ avorio, e la vita non gonfia con la sua purpurea rugiada le vene e le fibrille che s’ intrecciano a reticolo sotto la trasparenza ambrata delle tempie e del petto; questa parte palpita, ma quest’ altra è immobile, la vita e la morte lottano in ogni particolare: qui, è una donna; là, una statua; più in là, un cadavere». Vita e morte, donna, statua, cadavere. I ritratti in parole muovono continuamente tra questi stati. Frenhofer sostiene di aver scoperto una tecnica che riproduce il lavoro della luce sulla materia senza l’ artificio di linee e contorni. A Balzac interessa qui la pelle stessa della pittura, il lavoro materiale dell’ artista. Lo spesso impasto di Frenhofer, ci dice, ha catturato la luce fermandola sulla superficie. (~) è interessante che il titolo originale di questa favola, tuttora occasionalmente utilizzato, fosse il nome dell’ amante/modella, Gillette. Quando da questa storia è stato tratto un film, La bella scontrosa, il linguaggio cinematografico ha reso più centrale il ruolo della donna. Ma Il capolavoro sconosciuto è ciò che dice di essere: una favola sulla raffigurazione, sulle sue arcane glorie e sui suoi pericoli. Gli storici dell’ arte e della letteratura sono cauti nel valutare l’ effettiva consapevolezza di Balzac sia rispetto al passato (Tiepolo), sia rispetto al suo essere profeta del futuro dell’ arte. Sono cauti anche rispetto all’ eventualità che avesse discusso di tecniche pittoriche con Delacroix, cosa possibile, dal momento che nel 1843 Balzac gli dedicò un libro. Quel che è certo è che i pittori reagiscono al Capolavoro sconosciuto con una passione e un entusiasmo che generalmente non riservano agli scritti sulla pittura. Picasso addirittura dipinse Guernica nella casa in Rue des Grands Augustins dove ha inizio la favola di Balzac. Sono studi sul rapporto tra il pittore, o lo scultore, e i loro modelli o modelle, studi molto intensi e originali, con una carica più o meno forte di sensuale realismo e tracce di caos. Sono sempre erotici, e sempre analitici sia nel rapporto tra l’ artista e chi posa per lui, sia dello stile, il fine, la tessitura compositiva. La più accesa reazione al Capolavoro sconosciuto fu probabilmente quella di Cézanne. Nel resoconto delle sue conversazioni con il pittore, Emile Bernard racconta come egli si fosse totalmente identificato con Frenhofer. “Una sera, mentre gli parlavo del Capolavoro sconosciuto e di Frenhofer, si alzò da tavola, rimase in piedi di fronte a me e, battendosi il petto col pollice senza una parola, solo ripetendo quel gesto, indicò se stesso quale personificazione di quel personaggio di romanzo”. In seguito, scrivendo di Cézanne, Bernard cita una frase di Balzac e ci fa notare come nell’ eroe balzachiano sia riconoscibile il pittore: «Frenhofer est un homme passionné pour notre art qui voit plus haut et plus loin que les autres peintres» (Frenhofer è un uomo appassionato della nostra arte, che vede più in alto e più lontano degli altri pittori). Si dice che Cézanne parlasse di Frenhofer come di una persona reale, e in uno dei sondaggi popolari dell’ epoca, quando gli venne chiesto a quale personaggio letterario o teatrale si sentisse più vicino, rispose «Frenhoffer» (sic). In effetti alcuni nudi femminili di Cézanne sembrano direttamente imparentati con la belle noiseuse. L’ autoidentificazione di Cézanne con il pittore di ritratti creato da Balzac è meravigliosamente, e tragicamente, complicata dai suoi rapporti con Emile Zola. Amici d’ infanzia, il pittore e il romanziere erano cresciuti ad Aix-en-Provence dove entrambi avevano studiato, e amici restarono per gran parte della loro vita, anche se Zola andò a Parigi ed ebbe successo, prima come giornalista e più tardi come autore dell’ ambiziosissimo ciclo di romanzi dei Rougon-Macquart, mentre Cézanne progressivamente si isolò nel Sud. Nel 1886 Zola pubblicò L’ opera, quattordicesimo romanzo del ciclo. Il titolo originale è L’ Euvre. Ci racconta la storia di un giovane pittore, Claude Lantier, un genio febbrile, figlio di Gervaise de l’ Assmmoir, assorbito in modo ossessivo dalla creazione di una grande opera d’ arte, e dal lavoro artistico in sé. Ha un amico, giornalista e scrittore, Sandoz, e sposa una giovane donna, Christine. E’ una passione travolgente, lei gli dà un figlio, lo sposa e infine gli fa da modella. Il rapporto tra pittore e moglie-modella spinge la rivalità tra donna e lavoro d’ arte ben oltre il punto cui era arrivato Balzac. Quando la incontra per la prima volta, Claude «ruba» a Christine dormiente un’ immagine del viso e del seno per un nudo di donna all’ aria aperta cui sta lavorando. In seguito lei acconsente a posare nuda per il quadro, che viene esposto al Salon des Refusés e suscita l’ ilarità del pubblico. Qualche anno dopo, quando vivono in miseria in un magazzino, lei posa per un enorme ambiziosissimo quadro di Parigi e dell’ Ile de la Cité: una donna gigantesca, una bagnante che, novella Venere, emerge dalla Senna. Zola si dilunga senza rimorsi in una narrazione prolissa. La donna reale è vittima del fanatismo artistico.

    ANTONIA S. BYATT

    25 ottobre 2004 sez.

  • I motivi di una giusta indignazione

    Giustissima l’indignazione per l’uccisione, da parte di un dentista americano, di un leone simbolo della  Namibia. n_bb5fb11911447efda0f1159896825c09

     

    Ma che dire di questo film, “Angeli del sole” sulla prostituzione minorile , che non è mai stato proiettato in italia? “La libertà è il diritto-dovere di essere esseri umani”. Ma chi compie  brutalità gratuite,  senza motivo, su bambini ed esseri indifesi (anche un leone paradossalmente può essere  indifeso) non sembra neppure  umano e del concetto di libertà, di rispetto dei diritti umani o non umani ( anche gli animali hanno il diritto di vivere) non ha il minimo sentore.  I serial killers, molto frequenti nella società nordamericana,  spesso cominciano le loro carriere criminali, infierendo e tormentando  animali che non si possono difendere.  E’ doloroso dirlo: questo è il mondo in cui viviamo e che condividiamo con individui per i quali la violenza, la fatuità, l’ anaffettività fa parte della vita di tutti i giorni.  Tutto ciò non è “naturale” ma è il prodotto di un modello di sviluppo sociale ed economico basato sul profitto e lo sfruttamento a spese dei più deboli, persone o società o addirittura intere nazioni come insegna l’attualità europea.  Ciò che colpisce sono i numeri di questa pseudo”normalità” planetaria: centomila bambini sfruttati solo in Brasile ( per non dire della Thailandia) grazie ad una povertà delle “favelas” voluta dalle classi politiche che sono state al potere per decenni in un paese ricchissimo di risorse,  grazie a complicità internazionali. Forse in Italia abbiamo uno stile diverso, come ha dimostrato la storia delle baby squillo di Roma: la sostanza  però non cambia come testimonia  anche l’onnipresenza della pedopornografia  e della pedofilia che è una piaga  soprattutto dentro la Chiesa Cattolica per la quale sarebbe immorale pagare le tasse sulle proprie attività economiche. “Pecunia non olet”: questo detto è particolarmente vero  proprio per i moralisti cattolici come insegna la storia. Mussolini che riempì le casse vuote del Vaticano negli anni 20 fu definito da Pio XI “uomo della Provvidenza”.

  • Secondo Allen Frances, che ha ideato il DSM, la psicoterapia non richede nessuna formazione, ma solo un’abilità naturale che le teorie potrebbero rovinare

    The Magical Healing Power Of Caring and Hope in Psychotherapy
    Posted: 07/06/2015 2:10 pm EDT Updated: 07/06/2015 2:59 pm EDTIn-stanza-danalisi-300x225

    There are three consistent research findings that should make a world of difference to therapists and to the people they treat.

    First, psychotherapy works at least as well as drugs for most mild to moderate problems and, all things being equal, should be used first.

    Second, a good relationship is much more important in promoting good outcome than the specific psychotherapy techniques that are used.

    Third, there is a very high placebo response rate for all sorts of milder psychiatric and medical problems.

    This is partly a time effect — people come for help at particularly bad times in there lives and are likely to improve with time even if nothing is done. But placebo response also reflects the magical power of hope and expectation. And the effect is not just psychological — the body often actually responds to placebo just as it would responded to active medication.

    These three findings add up to one crucial conclusion — the major focus of effective therapy should be to establish a powerfully healing relationship and to inspire hope. Specific techniques help when they enhance the primary focus on the relationship, they hurt when they distract from it.

    The paradox is that therapists are increasingly schooled in specific techniques to the detriment of learning how to heal. The reason is clear — it is easy to manualize technique, hard to teach great healing.

    I have, therefore, asked a great healer, Fanny Marell a Swedish social worker and licensed psychotherapist, to share some of her secrets.

    Ms Marell writes: “Many therapists worry so much about assessing symptoms, performing techniques, and filling out forms that they miss the wonderful vibrancy of a strong therapeutic relationship.

    Thinking I can help someone just by asking about concerns, troubles, and symptoms is like thinking that I can drive a car solely by looking in the rear view mirror. Dreams, hopes, and abilities are seen out of the front window of the car and help us together to navigate the road ahead. Where are we going? Which roads will you choose and why? It surely will not be the same roads I would take — we are different — we have to find your own best direction.

    If we focus only on troubles and diagnosis, we lose the advantage of capitalizing on the person’s strengths and resources. If I am to help someone overcome symptoms, change behaviors, and climb out of difficult situations, I need to emphasize also all the positives he brings to the situation. Therapy without conversations about strengths and hopes is not real therapy.

    And often most important: Does the patient have a sense of humor? Laugh together! Be human. No one wants a perfect therapist. It is neither credible nor human.

    Symptom checklists and diagnoses play a role but don’t give me no understanding of how this person/patient understands his world and her troubles.
    And don’t drown in manuals, missing the person while applying the technique.

    People come to me discouraged and overwhelmed — their hopes and dreams abandoned. Early in our time together, I ask many detailed questions about how they would like life to change. What would you do during the day? Where would you live? What would your relationship to your family be like? What would you do in your spare time? How kind of social circle wood you have? By getting detailed descriptions I get concrete goals (eg I want to go to school, I want to argue less with my parents, spend more time with friends).

    Almost always, working with the family is useful; sometimes it is absolutely necessary. What would be a good life for your child? How would it affect you?

    Sometimes are dreams are big, perhaps even too extravagant; sometimes they are small and and perhaps too cautious. But dreams always become more realistic and realizable when they are expressed. Sharing a dream and making it a treatment goal helps the person make a bigger investment in the treatment, and to take more responsibility for it. He becomes the driver and the therapist may sit in the back seat.”

    Because my first conversation is not just about symptoms and troubles, we start off on a basis of realistic hope and avoid a negative spiral dominate only by troubles. Problems have to be faced, but from a position of strength, not despair and helplessness.

    Having a rounded view of the person’s problems and strengths enriches the therapeutic contact and creates a strong alliance.

    Thanks, Ms. Marell, for terrific advice. Some of the best natural therapists I have known have been ruined by psychotherapy training — becoming so preoccupied learning and implementing technique that they lost the healing warmth of their personalities.

    Therapy should always be an exciting adventure — an intense meeting of hearts and minds. You can’t learn to be an effective therapist by reading a manual and applying it mechanically.

    I would tell therapists I supervised never to apply what we discussed to their next session with the patient, lest they would always be a week behind. Therapy should be informed by technique, but not stultified by it.

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  • Arte partecipata o partecipativa?

    Che cosa non è arte partecipativa?
    Fa piacere vedere quanto il termine ‘arte partecipativa’ si sia diffuso anche in Italia, ma spesso viene usato a sproposito. Appena c’è più di una persona a intraprendere una faccenda, la cosa viene subito chiamata ‘partecipativa’, o addirittura ‘partecipata’. È venuto il momento di distinguere una serie di attività artistiche che si sono appropriate di una nozione molto di moda, ma poco considerata in termini di una vera riflessione teorica.
    Scritto da Julia Draganovic | domenica, 22 aprile 2012 · 26
    Pablo Helguera - Ælia Media Pablo Helguera – Ælia Media

    Vorrei prima fare due distinzioni: la prima riguarda la differenza fra oggetti e processi. Mi sembra che ‘arte partecipata’, visto che utilizza una forma grammaticale che sembra riferirsi a un dato di fatto definitivo e concluso, si dovrebbe applicare a oggetti prodotti insieme a un gruppo.

    Pablo Helguera Pablo Helguera

    L’aggettivo ‘partecipativo’, applicabile anche ad azioni in corso, invece, mi sembra più adeguato a descrivere i processi. Una grande scultura di Pinocchio in una piazza fiorentina – creata da un gruppo di persone, ognuna delle quali ha portato una confezione di cubetti di zucchero per posizionarla dove indicava l’artista e per creare tutti insieme questo dolce pupazzo – la chiamerei in un primo istante ‘arte partecipata’.
    ‘Partecipativo’, invece, è un aggettivo che si applica al lavoro in corso. Se il cantiere però prevede sia un architetto che un geometra che fanno di tutto per eseguire un piano di produzione, le persone coinvolte, secondo me, si chiamano operai, non partecipanti. Istituendo il collegamento con il mondo dell’arte, potremmo utilizzare una terminologia coniata da Claire Bishop [1]. Bishop direbbe che si tratta di ‘agents’, cioè persone che l’artista ha convinto a lavorare per lui, ma che non hanno nessun diritto di decidere che forma prenderà il lavoro. Bishop, per altro, sostiene anche che ci sia una differenza fra ‘arte interattiva’ e ‘arte partecipativa’, cioè fra i casi in cui il visitatore o partecipante ha la decisione fra poche alternative impostate precedentemente dall’artista, in modo tale da far interagire il visitatore (interattivo), e il processo in cui il partecipante può anche negoziare con tutti gli altri partecipanti (e non solo con l’artista-autore). Negoziare, per esempio, che invece del Pinocchio si crei un Pierino o un Silvio fatto di zucchero, magari con lo stesso naso lungo del Pinocchio e messo non in piazza, ma sotto il buco della grondaia, in modo tale che si sciolga più velocemente.

    Aelia media a Bologna 2011 Aelia media a Bologna 2011

     

    I dollari di Mel Chin
    Se tutti vogliono costruire un Pinocchio, va bene anche questo: l’arte partecipativa è comunque l’espressione non solo di un lavoro ma anche di una volontà artistica negoziata che sostituisce l’autore unico di un’opera con un gruppo. Ælia Media, il progetto vincitore del Premio Internazionale d’Arte Partecipativa Pablo Helguera, è senz’altro partecipativo in questo senso, in quanto i venti partecipanti del progetto decidono su forma, durata e contenuti della loro stazione-radio mobile a Bologna.
    Ovviamente esistono una serie di sfumature fra le forme di partecipazione: se Mel Chin prepara uno schema di una banconota di 100 dollari da scaricare da internet e da completare a mano con i propri ritratti e fantasie di paesaggi, da raccogliere in mille scuole in tutti gli Stati Uniti per portarli a Washington e chiedere ai deputati americani di cambiarli in dollari veri per finanziare il recupero del suolo contaminato di New Orleans, e l’artista ha già concordato con i curatori il fatto che i tre milioni di disegni (nessuno dei quali è di Mel Chin) faranno parte della collezione del Hirshhorn Museum di Washington in modo tale che lo Stato americano riceva un equivalente di quanto spende per New Orleans – in questo caso siamo di fronte a un lavoro interattivo, partecipato o partecipativo?
    Tre milioni di disegni che nasceranno dallo schema messo a disposizione dell’artista sicuramente eccedono la quantità di varianti che uno immagina parlando di un’opera interattiva… Ma nonostante ciò, forma e obiettivo del progetto Fundred sono ben definiti e poco negoziabili da chi partecipa. Forse il progetto si merita lo stesso l’aggettivo ‘partecipativo’ in quanto il promotore del progetto, l’artista Mel Chin, rinuncia completamente alla sua visibilità di autore e rimane praticamente invisibile dietro l’organizzazione che ha fondato e alla quale dedica tempo ed energia da oramai quattro anni (www.fundred.org).
    [1] Cfr. Claire Bishop (ed.), Participation, Whitechapel-MIT Press, London-Cambridge (Mass.) 2006.
    Julia Draganovic
    Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3

  • lo psichiatra e l’imputabilità penale

    monomaniaca
    monomaniaca

    Qual è il punto di vista dello psichiatra sull’imputabilità penale ?

     

    L’art. 85 del Codice Penale stabilisce che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile”. Al secondo comma poi precisa che “E’ imputabile chi ha la capacità di intendere e volere”.

    Art 42 nessuno può essere punito se il fatto non viene commesso con coscienza o volontà. Reato doloso quando ci è rappresentazione dell’evento e volontà che questo venga posto in essere

    Art. 90 Stati emotivi o passionali.Gli stati emotivi o passionali non escludono ne’ diminuiscono l’imputabilita’

     

    Collocare la concezione dell’imputabilità nel codice di procedura penale italiano nel suo contesto storico nel quale è stato redatto :1929-30alfredo_rocco

    La psiche umana veniva concepita, dai legislatori fascisti, come l’insieme di tre facoltà Intelletto,volontà, sentimento. I sentimenti e gli affetti erano considerati ininfluente ai fini della determinazione dell’imputabilità.

    L’intelletto e volontà erano per il guardiasigilli Alfredo Rocco completamente determinati dalla coscienza e dalla ragione. Una memoria storica :

    Esquirol, protagonista con Pinel della prima rivoluzione psichiatrica nei primi dell’ottocento,  nel suo libto “Le passioni” (1805) affermava << le passioni sono in costante rapporto con l’alienazione>>. Esse avrebbero causao lo sconvolgimento delle facoltà intelletuali, offuscando la ragione e costituendo ,nella monomania omicida l’impulso irresistibile ad uccidere. I monomaniaci omicidi non venivano comunque considerati imputabili. L’eccesso di passionalità infatti avrebbe provocato l’alienazione   della volontà. Un concetto analogo a quello di Equirol, lo troviamo in Freud quando sosteneva che negli schizofrenici è presente un eccesso di libido.

    La volontà come facoltà psichica distinta dall’intelletto veniva messa al centro dell’attenzione dai giuristi fascisti. Il Guardiasigilli Rocco nel 1929 affermava, << non si può concepire una volontà senza causa, una volontà senza motivi, una volontà come un «fiat» che nasca dal nulla, una volontà come mero arbitrium indifferentiae. La volontà umana non si sottrae […] alla legge di causalità che governa tutti i fenomeni. Ma c’è differenza tra causalità e causalità, tra determinazione e determinazione. C’è un determinismo fisico o meccanico, che governa i movimenti fisiologici del corpo, agendo come stimolo; e poi c’è il determinismo psicologico che è determinazione secondo cause psicologiche, cioè motivi coscienti, che determinano la volontà umana. >>

     

    In questo passaggio si fa riferimento al famoso apologo dell’asino del filosofo francese medioevale   Buridano che a sua volta riprendeva un tema del “De coelo” di Aristotele : la libertà di scelta, il cosidetto liberum arbitrium indifferentiae, non può avere un fondamento razionale perché la situazione ipotizzata nell’esperimento mentale di Buridano, l’asino che di fronte a due sacchi di biada uguali non sa scegliere e muore di fame dimostra   che la libertà concepita come realtà della coscienza, va incontro ad un blocco, ad un’impasse paradossale.

    Bisogna capire invece se esista ciò che il guardiasigilli Rocco negava: una volontà senza causa apparente, senza motivi, una volontà come un fiat che nasca dal nulla. Il nulla è un concetto filosofico astratto, vedi per esempio Heiddeger e Sartre.

    Gli psichiatri, nella loro ricerca sulla realtà umana hanno scoperto che ci può essere una volontà che nasce più che dal nulla dalla pulsione di annullamento, un’attività psichica che cancella gli affetti legati al mondo umano. E’ la volontà di potenza di Nietszche , dei nazisti e degli schizofrenici. La volontà, la spinta all’azione legata alla pulsione di annullamento che non è cosciente , cancella la possibilità di essere liberi, cioè umani nella relazione con altri esseri umani. La pulsione di annullamento rivolta verso la realtà umana determina nel sosggetto agente un’ anaffettività per cui si può uccidere cento uomini come si schiacciano delle formiche. La volontà, la spinta all’azione si collega, nel caso dell’annullamento,  ad un delirio più o meno nascosto cioè alla percezione delirante. Kant aveva sostenuto che la libertà è l’adeguamento razionale alla norma morale: solo chi segue quest’ultima è libero mentre il delinquente sarebbe stato schiavo del suo vizio.

    Come afferma Massimo Fagioli, la libertà è l’obbligo di essere esseri umani cioè di ricreare la propria nascita ed il primo anno di vita. Così come non esiste “il male radicale”, l’uomo concepito da Kant come un “legno storto”, così non esiste la libertà di uccidere. Non si può considerare “sano di mente” chi ha l’onnipotenza di pensare di poter disporre a proprio piacimento della vita altrui.