Schermata 2015-06-03 a 09.27.44

Senza categoria

Mass media e psichiatria

Immagine
Psichiatria

Video La psicoterapia delle psicosi e le istituzioni psichiatriche

http://www.mawivideo.it/category/video//http://www.mawivideo.it/category/video/Schermata 2015-06-03 alle 09.00.40

 

Su Segnalazioni di Iannaco i video con le registrazioni del convegno

Standard
Psichiatria

Un convegno sul rapporto fra psicoterapia delle psicosi e istituzioni psichiatriche.

 

Firenze. Sala Vanni-Piazza del Carmine 19 30 Maggio 2015 ore 10

Pinel  libera i furiosi dalle catene

Pinel libera i furiosi dalle catene

 

 

Su cosa verte il convegno “La psicoterapia delle psicosi e le istituzioni psichiatriche” promosso dalla rivista “Il sogno della farfalla” (L’Asino d’oro)? Il tema si lega a quanto detto nell’intervista a Left n° 7 2015 rilasciata da Massimo Fagioli a Donatella Coccoli dal titolo “Il problema è la cura non le mura”. Parafrasando liberamente si potrebbe dire: qual’è il rapporto fra la cura cioè la psicoterapia e le istituzioni psichiatriche? Si può rispondere con un brevissimo excursus storico .

Fin dalla sua nascita, alla fine del settecento, la psichiatria è oscillata fra opposte polarità: da una parte il gesto liberatorio di Pinel che abolì l’uso gotico delle catene di ferro, dall’altro la segregazione, la reclusione del “trattamento morale”. Si liberava il malato da ceppi medioevali per richiuderlo nelle gabbie della ragione illuministica. Jean Etienne Dominique Esquirol allievo di Pinel considerava les maisons des aliénès   uno strumento di guarigione. L’istituzione manicomiale e la segregazione che comportava era considerata il più potente agente terapeutico. La segregazione basandosi su principi umanitari avrebbe avuto un valore terapeutico. Si credeva che l’isolamento, misura sia carceraria che manicomiale, avrebbe prodotto una tabula rasa su cui innestare nuovi principi morali. In contrasto con la prima rivoluzione degli alienisti la psichiatria dagli anni 60-70 del secolo scorso ha tentato di contrapporre la liberazione alla segregazione e all’esclusione attraverso la critica delle istituzioni totali. Non solo sociologi come Erving Goffman ma anche psicoanalisti come Elliot Jacques o P.C Racamier hanno mostrato come l’istituzione potesse essere contemporaneamente l’effetto e la causa della psicosi. La critica non era riuscita ad andare a fondo: per esempio Otto Kenberg negli anni 90 parla di paranoia delle istituzioni ma ritiene, per un pregiudizio freudiano, che i grandi gruppi delle comunità terapeutiche possano in quanto tali, favorire la regressione agendo contro la cura. In italia si era giunti, con la 180, a svuotare i manicomi diventati luoghi di pura carcerazione e disumanizzazione. L’intento segregativo   di Esquirol , fallito il trattamento morale, si era trasformato in una mostruosità mano a mano che si consumava la degenerazione progressiva   dei valori illuministici. La psichiatria incapace di progredire oltre la razionalità, accecata dalla psicoanalisi freudiana ed infettata dal pensiero di Heidegger ,di Sartre, di Foucault ha trovato allora la geniale soluzione di segare il ramo su cui era seduta. Si crea il mito della liberazione non solo come abbattimento delle mura manicomiali ma come abolizione del concetto stesso di malattia mentale. La liberazione rischia di diventare indiscriminata: la pericolosità del malato di mente è considerata solo un fenomeno reattivo alla violenza dell’istituzione, come per Milos Forman nel suo film del 1975 Qualcuno volò sul nido del cuculo; fenomeno reattivo, quindi comprensibile e non assurdo, “senza motivo” cioè intrinseco allo sviluppo di alcune forme di delirio.

Qualcuno volò sul nido del cuculo. Milos Forman  1975

Qualcuno volò sul nido del cuculo. Milos Forman 1975

A livello collettivo si diffonde una mancanza di consapevolezza: la malattia c’è ma si crede o si fa finta di credere che non ci sia. La storia passata e recente ci insegna che la liberazione del malato a cui non fa seguito la liberazione dalla malattia ripristina nuove forme di segregazione: negli USA lo svuotamento dei manicomi negli anni 70, grazie agli psicofarmaci ha fatto si che un milione e trecentomila persone con problemi psichici si trovi oggi in carcere. In Italia il carcere non solo è il principale contenitore di soggetti con le più svariate patologie psichiatriche ma un attivo produttore e amplificatore di quest’ultime. Schizofrenici, autori di efferati delitti sono sottoposti come unico trattamento morale alla carcerazione in un contesto in cui tutti assumono psicofarmaci. Carcere e manicomio si passano il testimone figli entrambi dell’Illuminismo.

La liberazione dalla malattia mentale va ottenuta attraverso un percorso di cura e di ricerca che parta da una teoria sulla realtà non cosciente dell’essere umano. Abbiamo imparato che la ragione da sola non può che controllare, segregare e punire non certo curare. La ragione poi, quando diventa coscienza lucida e anaffettiva è schizofrenica: uccide senza motivo.

La cura va intesa come ricreazione della nascita e del primo anno di vita quando si forma l’identità dell’essere umano : essa può svolgersi anche attraverso le istituzioni perché il loro ruolo nel trattamento è determinato dagli psichiatri e dalla loro formazione. L’istituzione, fatta da persone, non è naturalmente e originariamente violenta o perversa. Lo diventa se il malato è ritenuto incurabile o incomprensibile: in tal caso egli viene oggettivato nell’azione distruttiva della realtà istituzionale. L’istituzione, carcere, manicomio, OPG, REMS ma anche servizio territoriale che sia ,al di là degli scopi dichiarati, può essere l’espressione di un’ideologia razionale e religiosa, la quale annulla l’identità umana.

Curare la psicosi “fuori” dalle istituzioni psichiatriche, ha il senso, allora, di opporsi non certo all’istituzione in se stessa ma alle sue degenerazioni ideologiche, a una cultura e una mentalità che è quella della psichiatria del vari DSM che ha portato a un’inflazione diagnostica e a un incremento esplosivo nell’uso di psicofarmaci. Il discorso è ancora più complesso quando, si renda necessario smascherare il falso giudizio di Freud e di Bleuler, che ritengono le psicosi un’irruzione del sogno nella vita reale. Che dire del nazismo di Heidegger e della sua filosofia senza fondamento che ha ispirato tanta psicopatologia? Qual’e,dobbiamo chiederci, l’origine del “corpo vissuto” che il filosofo tedesco ha annullato con l’ idea di nascita come, deieizione cioè Geworfenheit? Per rispondere la Psichiatria, che fa riferimento alla teoria della nascita di Massimo Fagioli, ha   individuato un nuovo metodo   di ricerca che evita il riduzionismo biologico e ci consente di non scindere la mente dal corpo. Questi e altri temi connessi, come quelli dei problemi relativi alla gestione di servizi pubblici e comunità terapeutiche o quelli inerenti al trattamento integrato che utilizza anche gli psicofarmaci oltre la psicoterapia, quelli degli scenari che si aprono con la chiusura degli OPG verranno affrontati   dagli   psichiatri della rivista Il sogno della farfalla.

 

Domenico Fargnoli-Andrea Masini

 

 

 

Standard


Convegno-Firenze

IMG_0218.PNG02

Senza categoria

La psicoterapia delle psicosi e le istituzioni psichiatriche

Immagine
Senza categoria

I terroristi islamici e la Kriegideologie, l’ideologia della guerra e della morte


isis-morte-califfo-600x400Personalmente il fondamentalismo islamico e la mentalità di cui è espressione mi suscita orrore: esso si colloca agli antipodi della mia concezione dell’uomo, della civiltà e della storia. Massima condanna quindi nei confronti degli atti terroristici in Francia. Quest’ultima comunque ha qualche scheletro nell’armadio che sembra riemergere come un’eco lontana della battaglia di Algeri La-Bataille-D-Alger_332_4ea63aac34f8633bdc0060df_1320458343e delle atrocità del colonialismo compiute in un tempo non particolarmente remoto da una civilissima nazione che è stata la culla dei valori fondanti la democrazia. Per non dire dell’orgoglio guerresco, la grandeur de la France, suscitato dai recenti bombardamenti libici che hanno lasciato sul campo più probemi di quanti ne abbiano risolti. Non mi inoltro in considerazioni sulla natura dell’uomo, più o meno buona o malvagia o sulla retorica dei sentimenti  e dei valori del mondo occidentale e sulla necessità di far trionfare il mito illuministico del progresso sopra la barbarie. Il secolo scorso ha visto un’altra civilissima nazione la Germania, che oggi si indigna nella sfilata dei capi di stato a Parigi, regredire ad una mitologia medioevale di dominio del mondo. Risultato: i campi di concentramento, l’olocausto e qualche centinaio di milioni di morti oltre a sofferenze fisiche e psicologiche inenarrabili per i sopravvissuti. Chiediamoci quante altre sofferenze e morti oggi la crisi ha innescato in Europa in ossequio ai valori del profitto e allo strapotere dell’economia nell’epoca della globalizzazione. Una guerra senza cannoni combattuta dai caveax delle banche.

Abbiamo davvero le mani pulite per poter dare lezioni di civiltà e democrazia?2

Ho visto in questi giorni, per quella che potrebbe sembrare una coincidenza, American sniper un  film mediocre diretto da Clint Eastwood. Un cow boy texano entra a far parte delle truppe speciali, i Seals, e grazie alla sua infallibile mira diventa una leggenda durante la prima guerra dell’ Iraq. Come cecchino uccide più di centossessanta potenziali “ terroristi” fra cui donne e bambini. Rimane volontariamente in guerra per tre anni nonostante lo reclami la famiglia e la presenza di due figli: sente di dover assolvere al compito di difendere il suo paese, gli USA senza chiedersi se la guerra che combatte opponga i buoni ai cattivi o se al contrario essa sia intrinsecamente sbagliata . Senza la giustificazione della difesa dei valori della libertà e senza la divisa dei Seals il cow boy texano sarebbe solo un serial killer od un omicida di massa. In effetti alla fine egli soccombe agli esiti psicologici del suoi reiterati atti di morte e dei sensi di colpa più meno razionalizzati o deviati. Il cecchino, tornato alla vita civile viene ucciso, con un gesto apparentemente incomprensibile da un veterano che egli cercava di aiutare ma che , come lui, ha perso la stabilità mentale. Un omicidio innescato da una tendenza depressiva e suicida neanche tanto latente.Unknown

L’Isis nel nome del quale si compiono oggi gli attentati in Francia è il risultato tardivo delle guerre in Iraq che hanno avuto l’effetto paradossale di amplificare fenomeno del terrorismo conferendo ad esso la dignità dell’appartenenza ad una pseudonazione, un califfato in guerra. I terroristi islamici francesi sono martiri dell’antidemocrazia cosi come l’American sniper era stato una vittima, anche se inconsapevole dell’ipocrisia democratica dei Bush. L’industria cinematografica , americana, e non solo essa, non perde occasione per trarre enormi profitti da quella che un tempo, nel periodo nazista, si chiamava Kriegideologie : l’ideologia della guerra e della morte. In nome di questa ideologia, artisti come Boccioni e filosofi come Wittgenstein sono andati a combattere come volontari. Il memento mori , attivato dall’esperienza del fronte è stato l’imperativo di una generazione che non solo ha ispirato “l’essere per la morte” di Heidegger  ma  ha dato vita al fascismo ed al nazismo  ed innescato una nuova e sanguinosa guerra  mondiale.

Standard
Senza categoria

Omaggio a Charlie Hebdo

Immagine9Schermata 2015-01-10 alle 19.26.2101-1013.qxp✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏✏
In omaggio agli artisti di Charlie Hebdo assassinati a Parigi. Facciamo fare il giro al mondo a questo messaggio contro qualsiasi atto di violenza.

UNA MATITA PER LA PACE
✏✏

Standard
Senza categoria

Mens sana in corpore sano: la malattia mentale e gli psicofarmaci accorciano la vita di 20 anni

cartesio1

Descartes

La mente non può essere pensata un qualcosa di separato dal corpo come a suo tempo teorizzato da Cartesio che distingueva due sostanze diverse la res extensa e la res cogitans. L’anima, termine aristotelico, distinta dal corpo è anche uno  dei punti fermi del Cristianesimo.Unknown

Per Cartesio l’anima è un termine fuorviante ed andrebbe sostituito con altro. In francese però esiste solo l’aggettivo “mental” mentre  il sostantivo mente può essere tradotto solo con esprit o ame “: gli uomini hanno un esprit  che abita e dirige  un corpo. Dalla difficoltà che sorge da questa coabitazione nasce il problema mente corpo che ha afflitto tutta la filosofia moderna. L’unione fra anima e corpo sarebbe così stretta per il filosofo francese che l’intelletto non riesce ad afferrarla pienamente  perché per farlo dovrebbe  concepirli insieme come una cosa sola  e come  due cose il che risulterebbe contraddittorio.

Il post di Allen Frances chiarisce che le malattie mentale affliggono anche il corpo e determinano un più alto tasso di mortalità grazie anche agli effetti collaterali degli psicofarmaci.

Allen Frances
Professor Emeritus, Duke University

Having a Severe Mental Illness Means Dying Young
Posted: 12/30/2014 12:01 am EST Updated: 1 hour ago MENTAL ILLNESS

People diagnosed with serious mental illness — schizophrenia, bipolar disorder, or severe depression — die 20 years early, on average, because of a combination of lousy medical care, smoking, lack of exercise, complications of medication, suicide, and accidents. They are the most discriminated-against and neglected group in the U.S., which has become probably the worst place in the developed world to be mentally ill.

In many previous blog posts I have bemoaned the shameful state of psychiatric care and housing for people with severe mental illness. My conclusion was that the United States has become the worst place, and now the worst time ever, to have a severe mental illness. Hundreds of thousands of the severely ill languish inappropriately in prisons. Additional hundreds of thousands are homeless on the street.

But it gets worse. Having a severe mental illness also means that you will probably die very young. I have asked Dr. Peter Weiden to explain why, and to suggest what we should do about it. He is a professor of psychiatry at the University of Illinois College of Medicine and has spent his professional career working on improving outcomes and reducing side effects and complications for people with serious mental illness.

Dr. Weiden writes:

In the general population, our life expectancy in the United States is approximately 80 years (77.4 years for men, and 82.2 years for women). This is a stunning improvement in life expectancy since back in the 1970’s when life expectancies were a full decade shorter, around 70 years. The rapid and profound decrease in smoking is probably the single most important factor.
Certain groups do not share this good fortune. For example, black Americans live about 5 fewer years than whites. But one group suffers by far the most- with an average of 20 years of reduced life, in the ballpark of the life expectancy in Rwanda or Afghanistan.
Who is dying so young? You might think it would be people with HIV or severe asthma or some other serious medical condition. But it is not. As you have guessed by now, the group in question are those with a diagnosis of serious mental illness-schizophrenia, bipolar disorder or treatment resistant depression.
It has been known for many years that individuals with serious mental illness were more likely to have medical problems like diabetes, hypertension, or heart disease, but most of the mortality concern was on suicide prevention and other kinds of injuries that come from poorly controlled psychiatric symptoms.
The wake up call came in 2006 when a groundbreaking study of mortality statistics showed that individuals with severe mental illness were dying ranged between 13 and 31years early, averaging to over 20 years of life lost relative to age matched general populations. Their causes of death were actually very similar to the causes of death in the general population, only happening on average about 20 years earlier.
While suicide and accidental deaths are still much more likely to happen in the severely mentally ill relative to general population, these are still relatively uncommon, whereas there is a doubling or tripling of the mortality from heart disease, diabetes, respiratory ailments, and cancer. People mostly die in their 50s of the same problems that kill off the rest of us 20 years later.
Many reasons conspire to create this shameful statistic. People with severe mental illness are less likely to take good care of themselves, more likely to smoke heavily and have sedentary lifestyles, and have more difficulty than most negotiating the complicated medical care system to go for appointments and follow-up care. And primary care physicians are not well trained or compensated for the additional complexities involved in diagnosing or treating medical problems in the severely ill.
A word about medications for mental illness, and their role in mortality. It is a complicated question because medications can be very effective in controlling psychiatric symptoms so that patients are better able to reduce medical risks and actively participate in medical care. On the other hand, some medications cause significant weight gain and dyslipidemia (increase in triglycerides and cholesterol) which can make the already bad situation worse. This dilemma is better now that there are effective medications that do not often cause weight gain or elevated lipids. Though this remains a vexing challenge for mental health professionals, the major problem seems to be the greater number of medical risk factors among persons with mental illness and their lack of access to high quality medical care.
A growing research literature shows that bringing the medical doctor to the psychiatric patient works much better than trying to bring the patient to regular medical services. The merging of primary psychiatric care with primary medical care is urgently needed.
Is this too much to ask? When we get surgery we expect other doctors to be available. The surgeon will be surrounded by a team including radiologists, anesthetists, and if there are heart problems a cardiologist. Having an appropriate medical team working together is usually not available for those who have psychiatric conditions.
Which throws the basic inequality into stark relief. Society would not tolerate 20 years of lost life expectancy for other groups, even those that also suffer discrimination like Latino or blacks or gays. If this were HIV or breast cancer or multiple sclerosis, we would not tolerate the total fragmentation of healthcare as we do with mental illness.
We are complacent because the lives of those with severe mental illness do not matter to us. Unless the person dying young is your parent or your child, or your brother.
Thanks so much, Peter, for this glum but much-needed assessment. Until recently I assumed that the reduced life expectancy in the severely ill was attributable to the “big four” factors of lousy medical care, heavy smoking, sedentary lifestyle, and antipsychotic use. To my great surprise a large and well-conducted study recently found the lowest mortality in the severely ill who had received low to moderate doses as compared with those who had taken no medicine or high doses. This is just one study, and it can be interpreted in different ways, but it does suggest that antipsychotics are less the culprit in early death than I had imagined.

This possibility should focus our attention even more on lousy medical care and smoking. Clearly we mustn’t just improve the totally inadequate psychiatric care and housing currently provided for the severely ill. We must also follow Dr. Weiden’s suggestion that medical care be an essential part of the package, along with smoking cessation and exercise.

Will anything change? The (non)treatment of severe mental illness in the U.S. is our national shame. This is a voiceless constituency in the U.S. that very few people seem to care about. It is different in much of Europe, where enlightened policies and adequate funding for the severely ill lead to decent lives in the community and better health care.

There is always an outcry from the media and our politicians when there is poor health care for the military, children, women or ethnic minorities. Everyone went crazy when one person died of Ebola. We should be deeply ashamed of ourselves for neglecting the severely ill, creating a system that imprisons them, renders them homeless, and allows them to die so young. We need a Charles Dickens to illustrate their plight, and a new Pinel to free them of their chains. Two centuries ago the Age of Enlightenment banished the idea that mental illness was caused by witchcraft or possession. As Harry Stack Sullivan put it, people with schizophrenia were more simply human than otherwise. It’s long past time that we remembered this and acted accordingly.

Allen Frances is a professor emeritus at Duke University and was the chairman of the DSM-IV task force.

Standard
Politica, Senza categoria

L’uccisione di Loris, il sacco di Roma e la necrofilia mediatica

L’uccisione di Loris, il sacco di Roma e la necrofilia mediatica

 

di Domenico Fargnoli

 

Il sacco di Roma

Il sacco di Roma

 


Gli eventi delittuosi, in particolar modo gli omicidi ed il  presunto figlicidio di cui tanto sentiamo parlare in questi giorni a proposito del bambino Loris trovato tragicamente strangolato in una campagna del ragusano , oltre che fatti di cronaca sono importanti argomenti di indagine scientifica. E’ giusto pertanto che se ne parli e che l’opinione pubblica venga informata con l’aiuto di esperti. Però quando ci troviamo di fronte alla volontà di sfruttare una curiosità morbosa per particolari macabri speculando sul dolore e sulla malattia, il diritto-dovere di informazione rischia di divenire una vera e propria necrofilia mediatica. Il morto fa più notizia del vivo: è questo un tema su cui vale la pena di riflettere.. Nella trasmissione di Vespa “Porta a porta” che si occupava del caso di Ragusa abbiamo visto un cameramen di notte seguire la madre di Loris che insieme al marito andava a deporre un mazzo di fiori nel luogo del ritrovamento del cadavere. Ne è scaturita una violenta reazione di un familiare: la ripresa che cosa aggiungeva alla comprensione del caso a parte esibire la frantumazione psicologica della donna che mostrava un lutto che non sappiamo quanto possa essere vero? Fra gli esperti, che intervengono sugli eventi di cronaca nera per ore su tutte le reti, spiccano figure come l’ex massone dottor Meluzzi autore di un libro “Cristoterapia”cop.aspx

 

scritto insieme a Don Gelmini passato alla storia anche per la sua frequentazione delle patrie galere oltre che per essere gravato dal sospetto di abuso su minori mai fugato anche perché non si è riusciti, per il suo decesso, a portare a termine il processo in cui era imputato. Nel “caso Ragusa “ Meluzzi vorrebbe che fosse approfondita la pista dell’abuso sessuale (!) e parla di Veronica Panarello come una donna “fragile” e  un po’ pazza alla quale non si dovrebbe attribuire tutto l’onere della colpa. E’ chiaro che la donna in questione comunque si sia svolta la tragedia, non è solo fragile o un po’ pazza ma gravemente ammalata come testimoniano i due tentativi di suicidio in età adolescenziale o più in generale i dati biografici.

E’ interessante il fatto che l’uccisione di Loris occupi le pagine dei giornali ed i palinsesti delle televisioni insieme al cosiddetto “sacco di Roma”caratterizzato dalla speculazione sulla pelle degli emigrati, soggetti ideali, come i bambini, per subire abusi e violenze. Fa notizia la sofferenza della povera gente, dei soggetti marginali sia per estrazione sociale che per caratteristiche psicologiche. Su di essi vive e si arricchisce una pletora di giornalisti, di commentatori a tempo pieno in un contesto sociale e culturale in cui lo sfruttamento di masse di diseredati , la pedofilia e la violenza sulle donne che spesso ha come esito inevitabile la morte sembra avere il privilegio delle prime pagine per l’orrore e la curiosità morbosa che suscita. La curiosità fa vendere molte copie ed innalza gli indici di ascolto. La necrofilia mediatica e la sua irresistibile attrazione per “il negativo”, funziona da cinghia di trasmissione e di amplificazione della necrofagia politica di una classe dirigente che spreca e saccheggia le risorse pubbliche nel contesto di un’economia agonizzante. Su tutti sembra trionfare la Chiesa cattolica, come ha affermato in recenti interviste Fausto Bertinotti liquidando così tutta l’eredità storica della sinistra, con un’ antropologia al cui centro c’è “l’essere per la morte”. Dal fallimento della politica che si consuma nel suicidio di massa dell’astensionismo elettorale, dall’inasprimento delle condizioni di vita di milioni di persone dovuto alla responsabilità di tutta la classe dirigente che si genuflette come il sindaco Marino di fronte al papa, si avvantaggia l’apparato istituzionale ed ideologico del Cristianesimo che aumenta a dismisura i profitti (vedi gli ultimi bilanci dello Stato Vaticano) ed amplifica la propria presenza mediatica su scala planetaria.Udienza Generale del mercoledì di Papa Francesco La Chiesa prospera nel degrado, nella sofferenza e nella malattia di cui si è sempre nutrita e che ha usato come un deterrente psicologico contro ogni tentativo di trasformazione e di autonomia dell’uomo che prescindesse dalla trascendenza e dalla soggezione del sacro. La mentalità religiosa, il culto dei morti  è alla base della necrofilia mediatica di chi ci dà in pasto per giorni e giorni ben oltre il dovere dell’informazione, l’orrore di una madre che uccide il proprio figlioletto, e della necrofagia economica e politica del sacco di Roma che viene presentata come il tratto prevalente ed inevitabile di ogni prassi politica. I fatti di cronaca vengono riportati, selezionati ed amplificati quasi a suggerire che al di là di ogni modificazione possibile della storia e della società, ciò che riemerge sempre è la natura perversa e criminale dell’uomo.

Standard
Arte, Psichiatria, Senza categoria

La bellezza nella modernità

copy-of-second-empire-dandy

Dandy o flaneur. Disegno di Costantin Guys

Schermata 2014-09-14 alle 17.09.52

SID-241-Sass-S-228x228

 

 

foto

 

” Follia e modernità” è una traduzione erronea , in italiano,  di “Modernism and Madness”

La follia non è “madness” e la modernità non è modernismo. Quest’ultimo può essere considerato la forma manierata della modernità. Il modernismo è la volontà cosciente di produrre il nuovo senza una reale capacità di farlo: da qui la sua “schizofrenizzazione”.  La modernità è innovazione che trae la propria  forza dal rapporto con l’irrazionale ed il non cosciente. Nei percorsi dell’arte moderna, che secondo una periodizzazione che al Beaubourg di Parigi va fino al 1960, non sempre modernità e modernismo si incontrano. Non sempre il moderno è sinonimo di “nuovo”.

Le tesi di Sass riprendono  senza peraltro un riferimento esplicito  quelle di Ferdinando Barison  contenute in suo famoso articolo pubblicato ne “L’Evolution psychiatrique” (1961).  L’assurdo schizofrenico avrebbe dei tratti in comune con l’assurdo artistico dell’arte moderna. L’assurdo diventa, come “moderno” sinonimo di nuovo o originale, attributi usualmente riferiti  all’oggetto artistico   La tesi di Barison era già stata messa in discussione nel mio libro “Homo Novus” (2004) in particolare nel capitolo “Psichiatria ed arte” curato da Paola Bisconti  e Francesco Fargnoli ed anche nel mio articolo del 2013  “Il mutamento del mondo” reperibile su “Il sogno della farfalla” (L’asino d’oro).

Sass utilizza  il termine “image ” in vari passaggi della sua opera . Nella versione inglese del suo libro c’è un intero paragrafo intitolato “The realm of immaginary” in cui fa riferimento ai saggio di Sartre “L’Immaginario” in cui viene esposta la teoria fenomenologia dell’immagine. (pp.283-285)

Schermata 2014-09-14 alle 17.16.36

Qual’è l’origine della “modernità”?

Ne “Il pittore della vita moderna” di Baudelaire c’è un chiaro riferimento a “L’uomo della folla”  (1840) racconto di Edgar Allan Poe.

baudelaire

Charles Baudelaire

 

 

CHARLES BAUDELAIRE
La bellezza nella modernità
. : pagina iniziale . : antologia . : riflessioni . : sentenze . : biblioteca . : links . : filosofi

Perché ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità, occorre che ne sia stata tratta fuori la bellezza misteriosa che vi immette, inconsapevole, la vita umana.
A cura di Claudia Bianco
Pubblicata su Le Figaro nel 1863 , la raccolta di brevi saggi intitolata Il pittore della vita moderna (Le peintre de la vie moderne) testimonia dell’intensa attività di critico e saggista che Charles Baudelaire (1821-1867) affiancò , lungo tutto l’arco della sua vita, alla scrittura poetica. Nel 1845, in concomitanza con l’uscita della rivista L’artiste della prima poesia pubblicata Baudelaire con la sua firma – “A une dame créole”, che poi entrerà a far parte della celebre raccolta I fiori del male -, esce anche il primo articolo sui Salons di pittura , in cui si esalta la pittura di Eugène Delacroix (1798-1863) , definito “il pittore più originale dei tempi antichi e moderni”. I Salons erano ampie esposizioni d’arte che venivano organizzate ogni anno sin dal Settecento, inizialmente sotto gli auspici dell’Accademia e poi sotto il controllo dei professori dell’E’cole des Beaux Arts, che formavano la giuria delegata a decidere insindacabilmente quali artisti dovessero essere ammessi e quali no. Il controllo dei Salons da parte dell’ufficialità accademica fu in seguito contestato con episodi clamorosi da parte dei pittori rifiutati dalla giuria, come Gustave Courbet (1819-1877) , che nel 1855 creò un suo padiglione del “realismo”, o il gruppo degli impressionisti, che diedero vita nel 1863 al Salon des Refusés. Le mostre autonome degli impressionisti (1874-1886) e la fondazione, da parte di Georges Seurat (1859-1891) e Paul Signac (1863-1935) , del Salon des Indépendants, misero definitivamente in crisi la tradizionale istituzione, che perse gradualmente la sua importanza.

Nutrita da un costante interesse per la letteratura, la musica e la pittura a lui contemporanee, la produzione critica di Baudelaire comprende non solo gli articoli relativi ai Salons del 1845, 1846 e 1859 – con cui egli si inseriva in una tradizione avviata nel Settecento da Diderot – ma anche, tra gli altri, i saggi su Edgar Allan Poe (1809-1849) , Gustave Flaubert (1821-1880) , Victor Hugo (1802-1885), Théophile Gautier (1811-1872), Richard Wagner (1813-1883) e Delacroix. Nei brevi saggi che compongono Il pittore della vita moderna , l’attenzione si concentra sull’opera del pittore Costantin Guys (menzionato solo con le iniziali C.G. , per sua stessa volontà), che si rivela ben presto essere una sorta di alter ego dello stesso Baudelaire: con il pretesto di commentare l’opera e la personalità di Guys , Baudelaire finisce infatti per parlare di sé, esibendo i diversi punti di vista da cui si esercita il suo sguardo al tempo stesso affascinato e disincantato sulla modernità. L’io narrante che si rivela nei saggi è un critico che si presenta di volta in volta come osservatore distaccato, filosofo, moralista appassionato, dandy, girovago (flàneur). Già in un saggio appartenente alla raccolta dedicata al Salon del 1846 , intitolato “ A che serve la critica?”, Baudelaire sosteneva che la vera critica “deve essere parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti”. Ne Il pittore della vita moderna ritroviamo questo sguardo irriducibilmente soggettivo e parziale, e attraverso il commento all’opera di C.G. scaturiscono delle réveries morales aventi per oggetto, di volta in volta, la figura dell’artista, la bellezza, l’immaginazione, le donne, la moda, alla ricerca continua del significato che questi temi possono avere nel rivelarci l’essenza della modernità.

Parlando della figura dell’artista, Baudelaire descrive le diverse prospettive assunte nel suo ruolo di critico e poeta, capace di esercitare uno sguardo libero e spregiudicato, contraddittorio e paradossale nei confronti del mondo. L’artista descritto da Baudelaire è un “uomo del mondo intero, che comprende il mondo e le ragioni misteriose e legittime di tutte le sue usanze”, un “cittadino spirituale dell’universo” per il quale la curiosità costituisce “il punto di partenza del suo genio”. E’ un eterno convalescente , per il quale “la convalescenza è come un ritorno all’infanzia” e al continuo fascino della novità che la pervade: “ Il convalescente possiede in sommo grado, come il fanciullo, la facoltà di interessarsi vivamente alle cose, anche a quelle in apparenza più banali. Proviamo a risalire, se è possibile, con uno sforzo retrospettivo della fantasia, verso le nostre impressioni più giovani e più aurorali, e vedremo allora che esse avevano una singolare affinità con quelle impressioni, dai colori così vivi, che più tardi abbiamo ricevuto in seguito a una malattia fisica , purché la malattia abbia lasciato pure e intatte le nostre facoltà spirituali. Il fanciullo vede tutto in una forma di novità, è sempre ebbro. Nulla somiglia tanto a quella che chiamo ispirazione, quanto la gioia con cui il fanciullo assorbe la forma e il colore. Ma io vorrei andare ancora oltre: dico che l’ispirazione ha un qualche rapporto con la congestione, e che a ogni pensiero sublime si accompagna una scossa nervosa, più o meno intensa, che si ripercuote sin nel cervelletto”.

L’artista descritto da Baudelaire non è però solo convalescente e fanciullo, bensì anche un dandy , ossia colui che partecipa del mondo conoscendone i più intimi meccanismi ma al tempo stesso ostentando distacco e superiorità. Come un “animale depravato” che però ha saputo mantenere “il dono della facoltà di vedere”, insieme alla “potenza di esprimere”, il dandy vive in una dimensione di puro dispendio, di completa inutilità , ammirando “la bellezza eterna e la stupenda armonia della vita nelle capitali”. Il suo sguardo, al tempo stesso cinico e affascinato, “!gioisce della vita universale”, del variare delle mode e dell’anonimato di una folla sempre mutevole: “Sposarsi alla folla è la sua passione e la sua professione. Per il perfetto perdigiorno (flàneur) , per l’osservatore appassionato, è una gioia senza limiti prendere dimora nel numero, nell’ondeggiante, nel movimento, nel fuggitivo e nell’infinito. Essere fuori di casa, e ciò nondimeno sentirsi ovunque nel proprio domicilio; vedere il mondo, esserne al centro e restagli nascosto (…). Così l’innamorato della vita universale entra nella folla come in un’immensa centrale di elettricità. Lo si può magari paragonare a uno specchio immenso quanto la folla; a un caleidoscopio provvisto di coscienza, che, ad ogni suo movimento, raffigura la vita molteplice e la grazia mutevole di tutti gli elementi della vita, E’un io insaziabile del non-io , il quale, ad ogni istante, lo rende e lo esprime in immagini più vive della vita stessa, sempre instabile e fuggitiva”. Nella sua continua ricerca di “distinzione” , l’atteggiamento del dandy “confina con lo spiritualismo e con lo stoicismo”; come “un sole al tramonto”, emana un “ultimo bagliore di eroismo nei tempi della decadenza”.

Descrivendo lo sguardo del dandy, Baudelaire non fa altro che descrivere la natura del proprio sguardo critico e poetico nei confronti di una realtà che deve essere colta in ciò che ha di assolutamente unico e irriducibile, la propria modernità. Abbiamo già visto che il problema dell’individuazione di ciò che è moderno , e dunque il tentativo di un’autofondazione da parte della modernità stessa, si è spesso posto all’interno della riflessione estetica, per esempio negli scritti di Schlegel, nei quali attraverso l’opposizione tra “antico” e “moderno” viene in luce la vera natura di ciò che è “romantico” , ossia della poesia a venire e delle sue radici storiche.

In Baudelaire la comprensione dell’essenza della modernità non avviene all’interno di una filosofia della storia segnata dal primato della civiltà e dell’arte antica, bensì alla luce di uno sguardo che cerca ciò che di eterno e duratura si nasconde nel presente e nell’effimero: in un celebre passo del saggio intitolato, per l’appunto, “La modernità” , Baudelaire scrive che “ la modernità è al transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile (…) perché ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità, occorre che ne sia stata tratta fuori la bellezza misteriosa che vi immette, inconsapevole, la vita umana”. Il compito dello sguardo del critico viene quindi a confondersi con quello del poeta, nel tentativo di “cercare e illustrare la bellezza della modernità”. In questo modo il presente non acquisisce la consapevolezza di sé opponendosi a un’epoca ripudiata e oltrepassata, oppure a un passato mitizzato e idealizzato: l’attualità si costituisce invece come punto di incrocio fra istantaneità ed eternità, nel momento in cui il transitorio viene fissato poeticamente e trasfigurato nell’eterno. Di qui la “teoria razionale e storica del bello” che Baudelaire ci presenta nel saggio “Il bello, la moda e la felicità”: “Il bello è fatto di un elemento eterno, invariabile, la cui quantità è oltremodo difficile da determinare, e di un elemento relativo, occasionale, che sarà, se si preferisce, volta a volta o contemporaneamente, l’epoca, la moda, la morale, la passione. Senza questo secondo elemento, che è come l’involucro dilettoso, pruriginoso, stimolante del dolce divino, il primo elemento sarebbe indigeribile, non degustabile, inadatto e improprio alla natura umana. Sfido chiunque a scovarmi un esemplare qualsiasi di bellezza dove non siano contenuti i due elementi”.

Nella costante ricerca del bello all’interno della dimensione poliedrica e contraddittoria della vita moderna, lo sguardo del poeta deve orientarsi verso il sublime e il meraviglioso che si nasconde nella quotidianità : “ La vita parigina è fertile di soggetti poetici e meravigliosi. Il meraviglioso ci avvolge e ci bagna come l’atmosfera; ma non lo vediamo”. Fine del poeta e del critico non deve essere imitare passivamente la realtà, bensì liberare i poteri dell’immaginazione, facoltà dell’analisi e della sintesi, dell’analogia e della metafora, del verosimile e del possibile, “concretamente congiunta con l’infinito”. In questo modo diventa possibile cogliere quelle correspondances che danno il titolo a uno delle più celebri poesie de I fiori del male “foreste di simboli dagli occhi familiari” che rivelano come tutto l’universo visibile non sia altro che “un deposito di immagini e di segni ai quali l’immaginazione deve attribuire un posto e un valore relativo”.

La tendenza “realista” e “positivista” presente nell’arte a lui contemporanea, il dominante gusto per il Vero, sarebbe all’origine secondo Baudelaire del diffuso fascino per la recente invenzione della fotografia , un fascino costituito dalla sorpresa di fronte a un’immagine che si presenta come replica esatta e impassibile del vero. Nel successo della fotografia Baudelaire denuncia una forma di fanatismo e di attaccamento idolatrino al “vero” naturale dietro cui si nasconderebbe un “amore dell’osceno” e un irrimediabile “impoverimento del genio artistico”. La fotografia non deve proporsi come forma artistica alternativa, se non addirittura “superiore” , alla pittura, bensì come tecnica finalizzata alla documentazione e alla conservazione. Esaltare i poteri dell’immaginazione4 significa, secondo Baudelaire, difendere le prerogative della pittura di fronte alle insidie di un’arte, la fotografia, che curiosamente sembrerebbe proprio avere a che fare con quella ricerca dell’immutabile nell’istante in cui risiede l’essenza della bellezza,

In questa condanna dell’”amore osceno” che si nasconde dietro il successo della fotografia, la posizione di Baudelaire potrebbe sembrare senza dubbio contraddittoria, trattandosi di un autore che ha fatto della contraddizione, della paradossalità , della fusione di alto e basso, sublime e grottesco, il tratto distintivo della propria poetica. In Baudelaire prosegue infatti quella deriva anticlassicistica – annunciata dalle riflessioni romantiche sul “caratteristico” e l’”interessante” e testimoniata dal tentativo delle estetiche posthegeliane di fare i conti con il tema del brutto, per esempio nell’Estetica del brutto (1853) di Karl Rosenkranz (1805-1879) – che ha il suo massimo esponente in Victor Hugo nella sua tematizzazione del grottesco. Se in Rosenkranz la trattazione del brutto era ancora subordinata al primato della bellezza e dell’armonia, tanto che il disarmonico e il negativo erano considerati momenti destinati a essere superati e ricomposti nella potenza conciliante del bello, in Hugo il brutto e il grottesco si presentano come una dimensione esuberante e irriducibile: “Il bello non ha che un tipo: il brutto ne ha mille”. L’arte non si limita più ad accogliere nel proprio ambito la bellezza, bensì si apre alle innumerevoli forme della sua decadenza e della sua perversione, rivolgendosi ai nuovi territori della deformazione e dell’informe, della contraddizione e della disarmonia. Tutto l’accostamento di temi e stili “sublimi” con improvvise cadute nella depravazione e nel grottesco, in una tensione polare costantemente irrisolta.

Nei saggi de Il pittore della vita moderna, la ricerca della dimensione sublime ed eterna in ciò che è “basso” e ordinario assume però una veste inaspettata, e si concretizza nella celebre rivalutazione della moda e del trucco.

Riscattata dalla sua condanna ad opera della morale dominante, che vi vede l’ambigua esaltazione dell’artificio contro il legittimo primato della naturalità, la moda si presenta come emblema della modernità proprio in quanto congiunzione dell’eterno e dell’effimero. Obbedendo al continuo imperativo della novità , essa mostra la capacità del presente di assumere valore simbolico, facendosi rappresentazione e quindi proponendosi come eterno: la donna truccata perde infatti ogni “piatta” naturalezza e svela il suo volto quasi totemico, per farsi adorare come un idolo : “ essere terribile e incomunicabile al pari di Dio ( con la sola differenza che l’infinito non si comunica in quanto accecherebbe e schiaccerebbe il finito, mentre l’essere di cui si parla è forse incomprensibile solo perché non ha niente da comunicare), (la donna) è piuttosto una divinità, un astro (…) una luce, uno sguardo, un invito alla felicità , e talvolta il suono di una parola; ma soprattutto è un’armonia generale , non solo nel gesto e nel movimento delle membra, ma anche nelle mussole, nei veli, negli ampi e cangianti nembi di stoffe in cui si avvolge, che sono come gli attributi e il fondamento della sua divinità”. La moda, in altre parole, è “uno dei segni della nobiltà primitiva dell’anima umana”, “un sintomo del gusto dell’ideale”, un modo con cui la donna si eleva a una dimensione magica e soprannaturale, si pone come idolo e statua di fronte a uno sguardo adorante: “Il rosso e il nero rappresentano la vita, vita soprannaturale e smisurata; il bordo nero fa lo sguardo più profondo e singolare, dono all’occhio un’apparenza più risoluta di finestra aperta sull’infinito; il rosso che infiamma i pomelli, accresce vieppiù la luminosità della pupilla e insinua in un bel volto femminile la misteriosa passione della sacerdotessa”.

Standard