Udire le voci: “La sindrome di Giovanna d’Arco” di domenico fargnoli

Eleonor Longden
Eleanor Longden

Eleanor Longden è una psicologa inglese che fa parte del Comitato  internazionale per la revisione critica del DSMV. Ha una storia personale  molto singolare  in quanto ha subito, all’età di quattro anni un abuso  sessuale da parte di un gruppo di pedofili sadici. Come racconta nella sua biografia  ha sviluppato in conseguenza di ciò, un falso sè che le è servito a mascherare  un evento dissociativo.

A  vent’anni  ha cominciato a sentire delle voci: è stata ricoverata e le è stata fatta una diagnosi di schizofrenia e trattata con antipsicotici. http://on.ted.com/Longden

Aderisce al HVM (Hearing voices movement) un’organizzazione internazionale di coloro che , come lei, pur sentendo le voci,  ne sono orgogliosi e non si ritengono malati. Segue un percorso di recovery, di riabilitazione  che non è una therapy una cura in senso medico, nell’ambito di un orientamento detto post psichiatrico o post moderno ispirato alla filosofia di Heidegger. Nonostante la diagnosi ed il trattamento medico,si laurea e specializza in psicologia clinica, mentre le voci divenute amiche,  le suggerisoono le risposte agli esami.. Nel 2013 partecipa al  TED ( una prestigiosa sessione di conferenze californiane)  e il suo video  on line viene cliccato un milione di volte. Nel suo libro “ Learnig from the voices in my head “. si legge che il concetto di schizofrenia, identificata con una  malattia neurodegenerativa  non ha alcuna validità ed è privo di senso.  Il DSMV sembra darle ragione: non c’è accordo fra gli psichiatri che cambiano continuamente impostazione. I deliri bizzarri, e  l’udire e conversare con le voci, ( i noti sintomi di primo rango secondo Kurt Schneider) sono stati declassati e non sono più gli indicatori principali  di malattia. I sottotipi ( simplex, ebefrenico, paranoide e catatonico) che risalgono alla famosa monografia del 1911 di Eugen Bleuler “Dementia praecox od il gruppo delle schizofrenie”, sono stati aboliti perchè  ritenuti inutili ai fini di quello che sovente è solo un  trattamento farmacologico . Eleonor Longden  aderisce alla tipica antinosografia del pensiero debole che non riconosce concetti  universali come quella di “schizofrenia”  , alla  cosidetta postpsichiatria che ha il suo principala esponente in Pat Bracken psichiatra e filosofo inglese.  Quest’ultimo ritiene che sia  possibile una buona pratica della medicina nel campo della salute mentale senza considerare il problema della diagnosi come fondamentale.

Mentre l’antipsichiatria, con Laing e Cooper, metteva in discussione la psicopatologia classica opponendo ad essa una visione alternativa, la psichiatria postmoderna rappresenta un elemento di corrosione “liquido” della pratica e della teoria della psichiatria attuale  in tutte le sue declinazioni. Apparentemente si riconosce l’esistenza e l’importanza di quest’ultima ma sostanzialmente si svuotano di significato le categorie che le  appartengono: il trattamento della malattia mentale potrebbe infatti avvenire anche al di fuori di un impostazione medica essendo effettuato da persone senza nessun altro requisito che la propria personale esperienza.

Quello delle “voci” è un esempio paradigmatico: sentire le voci non solo non sarebbe malattia ma addirittura potrebbe  costituire un punto di svolta  per sviluppare nuove attitudini e competenze.

Cristina-Contini

Cristina Contini

In italia Cristina Contini testimonia un’esperienza analoga a quella di Eleanor Longden.

La donna  originaria di Modena ha avuto una vita caratterizzata da quelle che lei ritiene percezioni extrasensoriali. All’età di 19 anni, a seguito di una forte emorragia che la riduce in coma per l’emofilia dopo un intervento chirurgico, , si amplificano in lei la “chiaroudienza” e la “chiaropercezione”.

Frequenta seminar! in Galles per prendere consapevolezza dei suoi pieni doni spirituali attraverso l’insegnamento dei medium inglesi.

Partecipa a convegni per aiutare persone colpite da lutti e tiene seminar! di meditazione guidata come crescita interiore.

Presta la sua opera nella ricerca di persone disperse e si reca negli ospedali per comunicare con ragazzi in coma. E’ presidentessa dell’Associazione “udire le voci” che propone un iter formativo per psicologi e psichiatri, assitenti sociali”) in virtù di una professionalità acquisita sul campo.  Afferma la donna

<< Sento le voci da oltre 25 anni e dapprima le ho anche subite, benchè per breve tempo. [ ventiquattr’ore al giorno per tre anni] Poi ne ho cercato il senso, la provenienza. Mi sono posta mille domande cui, purtroppo, a suo tempo, non sono riuscita a trovare nè sui libri nè su internet il materiale che desse una risposta circa un orientamento o un ridimensionamento del fenomeno.](…) Da sola ho compiuto un silenzioso percorso in totale autonomia in cui il chiedermi “PERCHE’ SENTO LE VOCI” è stato sostituito con “CHE SENSO HA LA MIA VITA CON LE VOCI”>>

Il caso Contini è analizzato nel libro “ Punti di svolta . Analisi del mutamento biografico>> (Il mulino ) di Laura Bonica  e Mario Cardano: Il mutamento biografico di Cristina segna  un passaggio dallo “stigma” costituito dalla allucinazioni auditive al “carisma”, alla vocazione  ed al servizio in quanto <<ambasciatrice che Dio ha scelto sulla terra>>.

Anche la Longden si presenta come una persona speciale dotata di un carisma comunicativo  che però parla un linguaggio altamente professionale sotto il profilo psicologico e psichiatrico, mentre Cristina Contini ha dei riferimenti culturali generici  e ispirati al buon senso comune.  Entrambe  testimoniano che gli assunti della psichiatria organicistica sono erronei:  fenomeni come i deliri e le allucinazioni anche se di primo acchito sembrano incomprensibili, come sostenenva Jaspers, in realtà possono, attraverso un lavoro di elaborazione, acquisire un senso. Essi comunque non avrebbero  significato se fossero considerati come il risultato di un “processo organico”  di una rottura nella “continuità biologica della vita” indipendente dai fattori sociali e culturali . Il minus, il vulnus che dà luogo ad un processo psicopatologico, che non necessariamente va considerato organico, innesca una reazione di difesa e di autoriparazione : la persona cerca di inglobare nel proprio vissuto esistenziale ciò che appare come un vero e proprio corpo estraneo. Gli esiti di questo confronto sono molteplici e non necessariamente infauti  a seconda dei contesti ideologici e religiosi e della capacità del singolo di mettere in moto un iter “terapeutico”, più o meno solitario,  che è alla base di un  mutamento biografico.

Sia Eleanor Longden che Cristina Contini sviluppano, anche se con tagli diversi,  quella che potremmo definire “la sindrome di Giovanna d’Arco” . Le voci arrivano a  comunicare  una verità che alla base di un impegno sociale e motivano una missione che ha un significato di riscatto e di redenzione.

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Giovanna DìArco

Ero nel tredicesimo anno della mia vita, quando Dio mandò una voce per guidarmi. Dapprima rimasi spaventata: ‘Sono una povera ragazza che non sa né guerreggiare né filare’ risposi. Ma l’angelo mi raccontò che pietà fosse il regno di Francia e mi disse: ‘Verranno a te Santa Caterina e Santa Margherita. Opera come ti consigliano, perché loro sono mandate per consigliarti e guidarti e tu crederai a quanto esse ti diranno’.”Così racconta Govanna d’Arco.

Eleanor  Longden, nella sua missione di rivelare nuove verità sulla realtà umana, Schermata 10-2456590 alle 11.00.40Schermata 10-2456590 alle 11.01.22fallisce là dove vuole sostenere che la schizofrenia non esiste: un’affermazione del genere per avere un minimo di credibilità dovrebbe essere sostenuta da una accurata ricostruzione storica ed analisi psicopatologica  e non basata solo sulla critica dei presupposti organicistici e su un’ esperienza personale per quanto pregnante possa essere.

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Anche Laing e Cooper sostennero una tesi simile ma nelle loro biografie riappare proprio quel monstrum della malattia mentale che essi avevano voluto estromettere dalla loro pratica clinica come si evince da quanto racconta Adrian Laing nella sua ricostruzione della figura del padre Ronald (R.D. Laing . A life- 1996-2006).  Quest’ultimo andò incontro ad un vero e proprio episodio psicotico (un anno passato in meditazione con un guru in India), qualcosa di diverso da una depressione, dopo il quale egli assistette al  fallimento  drammatico della propia vita professionale  e familiare. Cancellare cento anni di ricerche psicopatologiche basate su di una casistica enorme non può essere fatto a cuor leggero e non è esente da gravi conseguenze. Abolire le categorie classiche della psichiatria per cadere nelle braccia dello spiritualismo, della parapsicologia,  della new age, per non dire della filosofia di Heidegger, nazista e psicotico lui stesso, non so se si possa ritenere un passo in avanti. Certo bisogna delineare una nuova concezione della schizofrenia che a quanto pare, è una malattia che è affrontabile con la psicoterpia soprattutto in quelle forme che non siano rese croniche da trattamenti farmacologici erronei o da preconcetti di incurabilità che la trasformino in uno stigma. Questo è quanto il sottoscritto con un gruppo di psichiatri della rivista “Il sogno della farfalla “ Schermata 10-2456587 alle 16.20.55cerchiamo di fare sulla base della teoria della nascita di Massimo Fagioli, portando avanti un Progetto di ricerca che ha già prodotto contributi significativi che sono già stati e che verranno prossimamente pubblicati

AFDSMIV

Allen Frances

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Pat Bracken

Sul piano della prassi terapeutica molti principi di quella strategia razionale che gli aderenti al’HVM (movimento degli uditori di voci) suggeriscono come strumento per affrontare le “voci” per noi sono da decenni delle ovvietà: è chiaro che la psicoterapia deve mirare  a dare un senso a qualunque manifestazione sintomatologica o comportamentale di colui che noi continuiamo a considerare un paziente. Però è necessario un quadro di riferimento concettuale, una conoscenza dei processi non coscienti,  che ci consenta di distinguere le allucinazioni dalle immagini, dalle visioni, dalle audizioni in cui sia presente un contenuto di fantasia. Si tratta di esperienze apparentemente simili ma sostanzialmente diverse che possono coesistere od addirittura alternarsi ma che si deve essere in grado di separare: confondere le allucinazioni coi sogni o con l’immaginazione creativa, “l’immagine inconscia non onirica”,  sarebbe un errore grave che più che farci progredire ci riporterebbe  a due secoli fa , alle affermazioni di Esquirol riprese pedissequamente da Freud. Ora la mentalità postmoderna, il pensiero debole  che aspira a diventare postpsichiatrico non fa altro che riciclare vecchie  concezioni contaminandole , ibridandole e spacciandole per novità che sono dei “fakes”: questi ultimi proliferano sul terreno in decomposizione della psichiatria del DSMIV e V. Non a caso Allen Frances, chairman della task force del DSMIV,  dialoga  con  Eleanor Longden  e ne subisce il fascino mediatico. Afferma che loro due  sono likeminded la pensano allo stesso modo . Nel libro Saving normal (2013) , contro il furor diagnosticandi del DSMV lo psichiatra americano sostiene che la schizofrenia non è una entità patologica  “ discreta” cioè definita. La schizofrenia sarebbe  un  solo un costrutto che ha un’utilità pratica, una   pura convenzione.  La distanza da Pat Bracken è solo nominale.

Quest’ultimo poi rilascia delle dichiarazioni che alludono ad idee che a noi sembrano note da sempre .

<< La mente-scrive- non è semplicemente un altro organo del corpo. E’ impossibile comprendere la malattia mentale senza comprendere le esperienze , i contenuti le relazioni ed i valori della persona e del suo contesto sociale. Un approccio puramente medico  che funziona bene  in cardiologia o nel campo della pneumologia è incompleto per la psichiatria. E’ nostro compito  sviluppare un discorso medico  che prenda una strada più larga>>

Quasi a  dire che si scopre l’acqua calda come se la prassi di Massimo Fagioli e del gruppo di psichiatri che si riconosce nella sua teoria non fosse esistito  negli ultimi quarant’anni e la strada più larga non fosse proprio quella dell’ Analisi collettiva. Ora nel campo della scienza l’ignoranza ed il non sapere, od il far finta di non sapere , è sempre colpevole.Altre affermazioni poi sollevano questioni controverse:

<<Come professionisti-sostiene Bracken-i abbiamo bisogno di aiutare le persone che sono depresse o dominate da voci a trovare un percorso che porti  fuori da quello stato.  Che potrebbe essere attraverso i farmaci, la terapia, la religione o la creatività. E ‘completamente sbagliato cercare di utilizzare un modello per tutti”.

La religione viene messa sullo stesso piano dei farmaci e della creatività. Se il paziente avesse la creatività non  sarebbe malato: l’equazione genio-follia è solo un gigantesco fraintendimento, a partire da Karl Jaspers. Il rapporto poi fra religione  e psicosi è quanto mai controverso La credenza religiosa confina spesso con il delirio e giustifica vissuti che sono solo  fenomeni allucinatori come anche la Chiesa cattolica ben sa. . Come i farmaci possano stare  insieme inoltre  con la creatività e la religione è davvero poi  un mistero. Non è un mistero che alcuni percorsi “terapeutici” perseguono obiettivi importanti nonostante e ben oltre  le idee confuse degli psichiatri. In questo senso le esperienze dei singoli che hanno attraversato in qualche modo  la psicosi vanno attentamente valutate ed interpretate.

Eleanor Longden, a mio avviso, ha ottenuto un risultato che solo in parte può essere messo in relazione all’impostazione psichiatrica di Pat Bracken: forse lei stessa dovrebbe reinterpretare in modo diverso il proprio “recovering” per usare una sua terminologia .Schermata 10-2456590 alle 10.26.37

La psichiatria postmoderna, che mette insieme tutto ed il contrario di tutto,  non solo è pertanto fuori dalla modernità ma anche dalla storia: essa   è  una delle tante schegge di quella deflagrazione catastrofica in cui sembra essere precipitata, secondo Allen Frances la psichiatria “moderna” asservita alla tecnologia farmaceutica ed al miraggio delle  neuroscienze ed alla loro pretesa , che dovrà ancora molto attendere, di soppiantare la psicopatologia . Come afferma Frances proprio nel suo ultimo post pubblicato in queste ore

<<Passeranno probabilmente molte decadi prima che  le neuroscienze possano avere un significativo impatto sulla pratica della psichiatria. La stupefacente complessità del funzionamento cerebrale continuerà a mettere in scacco qualunque facile e frettolosa  risposta>> (huffpost science 10/21/2013 ore 9 pm ora italiana)

Psichiatri che vivono in un altro mondo : violenza, “rimozione” e patologia mentale

arancia-meccanica A proposito di psichiatri che vivono in un altro mondo: un adolescente che dà venti coltellate e brucia viva una sua coetanea non è malato di mente in quanto sarebbe in grado di” intendere e di volere”.“Solo il 5% delle persone imputate di omicidio sono dichiarate inferme di mente, il restante 95% sono capaci di intendere e volere ed esprimono in maniera prevaricante e prepotente la loro sopraffazione o intolleranza nel non riuscire a possedere il proprio ‘oggetto’ di amore, aggravate da aspetti di insensibilità nei confronti dell’altro, di ipocrisia e di menzogna”
Claudio Mencacci, presidente della società italiana di psichiatria che sostiene questa tesi dovrebbe spiegarci cosa significa “capacità di intendere e di volere”. Si può essere gravemente ammalati pur mantenendo un rapporto razionale e lucido con la realtà: esistono numerosi studi di psicopatologia che avvalorano questo punto di vista. Di tutta la ricerca attuale nel campo della psicopatologia della schizofrenia ( Matussek, Sass o Parnas per fare alcuni nomi) non c’è traccia in questa esternazione del presidente della SIP il quale sembra essere rimasto a Kurt Schneider ed alla differenziazione fra psicopatie ( varianti abnormi della normalità da non considerare malattie), e le psicosi o infermità mentali su base organica. La” violenza” non sarebbe legata alla malattia mentale ma alla psicopatia da cui sarebbero affetti individui “sani di mente” << Va dunque sfatata la convinzione – sostiene il presidente della Società Italiana di Psichiatria – che vi sia necessariamente una connessione tra malattia mentale e violenza. Attribuire automaticamente gli atti di violenza a persone con disturbi mentali porta ancor più a stigmatizzare queste patologie e coloro che realmente ne soffrono e che si curano>>
Le personalità cosiddette antisociali nulla avrebbero a che fare con i disturbi mentali (!?)mentre nella maggior parte dei casi sarebbero responsabili di comportamenti aggressivi nella fattispecie contro le donne: questi ultimi sarebbero di competenza esclusiva dei giudici ai quali spetterebbe di applicare in modo inflessibile la legge.
Viene il dubbio, leggendo l’articolo sull’Unità del 1 giugno, che effettivamente il presidente possa aver fatto affermazioni del genere.
E’ chiaro che la psicopatia comunque la si voglia concettualizzare è una patologia mentale: essa spesso è solo l’aspetto esteriore di una condizione psicotica che in molti casi sfugge ad un’indagine superficiale.
Inoltre se sosteniamo che la violenza è preponderante fra le cosiddette persone normali ciò conduce alla conclusione che essa sarebbe costitutiva dell’essere umano come affermano i cattolici, gli psicoanalisti freudiani e lacaniani ( vedi le recenti affermazioni di Recalcati su Repubblica).
Quindi, con la tesi che l’uomo è un legno storto, originariamente cattivo e violento, come diceva Kant, l’unico approccio al problema dei comportamenti aggressivi, incluso il cosiddetto “femminicidio”, diventerebbe di tipo moralistico- punitivo: la psichiatria, se dessimo retta a Mencacci , ritornerebbe ad essere una pedagogia razionale come ai tempi del trattamento morale di Esquirol. Condanne esemplari e docce fredde, magari anche “confessioni” per ottenere il dovuto pentimento dopo un adeguata permanenza in un carcere sarebbero l’unica “terapia” possibile. Bisogna ricordare però che Esquirol insieme a Georget, creò il termine “monomania omicida” : gli assassini venivano considerati dei malati e come tali non imputabili. La loro malattia sarebbe consistita proprio in una momentanea paralisi di quella volontà che molti psichiatri forensi ritengono oggi , contro ogni logica, integra anche in personaggi come Anders Breivik. Altro personaggio:
 Massimo Di Giannantonio, psichiatra all’Università di Chieti e membro del Consiglio direttivo della Società italiana di psichiatria, analizza le possibili cause alla base della tragedia di un padre che a Piacenza ha ‘dimenticato’ il figlio di due anni in auto, per otto ore,  causando la morte per asfissia del piccolo.
<< Pur non trattandosi di “patologia”, tuttavia tutto questo “accade per delle motivazioni di grande rilevanza nel mondo psichico del soggetto coinvolto: un’ipotesi – sottolinea lo specialista – è che l’attribuzione del compito di portare il bimbo a scuola sia per il soggetto, ovvero il padre, un’attribuzione vissuta come ‘forzata’ o innaturale, poiché la sua routine non prevede tale atto; quindi, l’attribuzione di un compito non pertinente rende possibile in qualche modo che si pongano le basi per tale meccanismo di rimozione”. Altra ipotesi possibile, argomenta lo psichiatra, “é che il padre abbia nei confronti del figlio elementi irrisolti nella relazione affettiva, o viva una situazione di ritardato sviluppo maturativo”.
Ma l’affermazione più incredibile  è quella secondo la quale il bambino può diventare un elemento di aggressione nei confronti della relazione coniugale per colpire la coniuge. Come dire che si provoca la morte del bambino ma in realtà si vuole uccidere la moglie  Ad ogni modo, conclude Di Giannantonio, “non si tratta di un atto riconducibile ad una psicopatologia, ma di un meccanismo psicologico inequivocabilmente collegato ad una condizione di aggressività o conflitto irrisolto rispetto al bambino, al coniuge o alle responsabilità insite nella relazione di coppia”.
Naturalmente Di Giannantonio ci dovrebbe spiegare cos’è per lui la psicopatologia. Per es Freud che ha introdotto il termine rimozione ha scritto un saggio sulla “Psicopatologia della vita quotidiana” (1901) in cui parla oltre che di lapsus  verbali, di atti mancati e di paraprassie, cioè di azioni dissociate. Quando  una “distrazione” (in realtà un annullamento che non è né dissociazione nè rimozione) provoca una morte , o decine di morti come nel caso del comandante Schettino e della nave  Concordia, non lo possiamo considerare un normale evento della vita come dimenticarsi le chiavi o di pagare la bolletta della luce.  I processi psichici implicati sono profondamente diversi perchè diverso è il senso ed il significato dell’atto. Un chirurgo che non si lava le mani prima di entrare in sala operatoria non commette una semplice “sbadataggine” ma un atto criminale  suscettibile di sanzione penale. Un padre che vive una condizione di “aggressività” verso un bambino fino a volerlo morto e per ucciderlo se lo “dimentica” ( come dire che è completamente anaffettivo nei suoi confronti avendo realizzato un totale annullamento della sua presenza  ed immagine ) potrebbe nascondere una grave patologia mentale: questo problema non sfiora neppure  lo psichiatra Di Giannantonio.
Come si vede l’azione combinata dell’organicismo   e del freudismo porta gli psichiatri a fare discorsi completamente dissociati, avulsi dal contesto storico sociale , oltre che rendere impossibile la comprensione della realtà umana: essi sembrano appartenere ad un mondo alieno e parlano una lingua piena di contraddizioni  che forse neppure loro capiscono fino in fondo .In un altra occasione per es. Di Giannantonio aveva fatto affermazioni diverse a proposito di un caso analogo: avvenuto  a Teramo nel Maggio 2011.: “”Se mi dimentico le chiavi di casa o il cellulare – spiegava allora  l’esperto all’Adnkronos Salute – non è importante. Ma se questo ‘black out’ avviene in momenti delicati possono accadere anche tragedie. Ad esempio, se colpisce chi ha responsabilità verso terzi: i piloti d’aereo, i macchinisti dei treni, gli autisti di pullman. Per loro una distrazione banale o una dimenticanza possono trasformarsi in tragedia”. Per lo psichiatra dunque, questo può aiutare a spiegare quello che è accaduto a Lucio Petrizzi, padre della piccola Elena, la bambina di Teramo morta nell’ospedale di Ancona dopo essere stata dimenticata per ore in auto. Il caso è “la declinazione tragica” di questa tipologia di ‘black out’ mentali. “In questo caso particolare, il meccanismo psichico – spiega Di Giannantonio – diventa psicopatologico, ovvero accade una dissociazione. Nella mente avviene una frattura di parti estremante importanti, che per un certo periodo di tempo smettono di dialogare fra loro. La causa spesso è una condizione di ‘super’ stress”. La terapia consisterebbe in un distacco dal lavoro ed in una psicoterapia psicoanalitica”Nei casi medio-lievi basterà una settimana [di riposo], nei casi gravi anche tre”. Nella dinamica dell’annullamento che è quella che interviene in questi casi di “dimenticanza” si ha una realizzazione psichica dell’inesistenza dell’oggetto per cui non c’è più neppure il dialogo fra parti diverse della psiche Non c’è rimozione  inoltre perchè si ha la scomparsa dell’immagine e della rappresentazione che pertanto non è semplicemente spostata in altro luogo ma non esiste da nessuna parte. . Per il padre di Elena Di Giannantonio sottolinea la necessità di una psicoterapia psicoanalitica. “Perché il trauma – afferma – è enorme, e il genitore deve essere aiutato a separare il dolore drammatico della perdita dal dolore della colpa. Che in questo caso – dice – non c’è”. La  senso di colpa non è solo un vissuto cosciente ma anche inconscio: e quest’ultimo senz’altro c’è. Quindi ci si dovrebbe curare per il trauma ed il dolore  della morte e non per l’anaffettività e l’annullamento che questa morte ha procurato. Strano modo di pensare.

[Psichiatria. Mencacci (Sip): “Solo un omicidio su venti è causato da malattie mentali

Crescono gli omicidi e le violenze femminili con un rapporto 9:1. Ma solo il 5% è causato da persone con disturbi psichici il restante 95% sono capaci di intendere e volere. Il presidente della Società italiana di Psichiatria lancia un appello ai magistrati: “Più prevenzione e meno tolleranza”.

01 GIU – “Solo il 5% delle persone imputate di omicidio sono dichiarate inferme di mente, il restante 95% sono capaci di intendere e volere ed esprimono in maniera prevaricante e prepotente la loro sopraffazione o intolleranza nel non riuscire a possedere il proprio ‘oggetto’ di amore, aggravate da aspetti di insensibilità nei confronti dell’altro, di ipocrisia e di menzogna”. Non solo, Fabiana, Angelica, Silvana, Erika e Micaela, ultimi nomi di ragazze, mogli, madri, donne innocenti, vittime della ferocia maschile ormai quasi quotidiana, dimostrano che sono gli uomini ad essere sempre più assassini (e poi eventualmente suicidi), in un rapporto di 9:1. A puntare i riflettori su quella che è ormai diventata una strage “rosa” è Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Psichiatria che – in occasione del convegno “Disturbi affettivi tra ospedale e territorio” organizzato oggi a Milano – invita i giudici ad essere severissimi e ad applicare con maggiore attenzione i sistemi preventivi, abolendo le giustificazioni, anche di natura psicologica. Anche perché nella maggior parte dei casi si tratta di un vero e proprio gesto aggressivo. Alla base dei fenomeni di violenza, i più recenti studi scientifici hanno individuato centotrenta possibili variabili, ma di fatto i detonatori sono prevalentemente i fattori socio economici, ambientali e culturali acuiti dalla crisi economica e dall’uso di alcol e stupefacenti. “Si tratta, il più delle volte, di individui con personalità antisociale – aggiunge Mencacci, che è anche direttore del dipartimento di neuroscienze dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano – e con una storia personale di comportamenti violenti che nulla hanno a che fare con problematiche o disturbi mentali”. Per questo gli apparati giudiziari e le forze dell’ordine non possono più permettersi superficialità, non è più possibile trovarsi di fronte ad un omicidio magari dopo anni di segnalazioni senza che vi sia stato alcun intervento serio dell’autorità giudiziaria. Occorre intervenire prima, subito, e con decisione, per evitare morti insensate. Nonostante un segnale positivo sia arrivato dalla Camera dei Deputati che ieri ha ratificato la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, le leggi da sole non bastano. Servono più decisione e meno tolleranza di fronte a questi reati. Inoltre non si deve giustificare la spettacolarizzazione o legittimare gli atti violenti che provocano emulazione. Anche di questo si è parlato in occasione del convegno ‘Disturbi affettivi tra Ospedale e territorio’ in corso oggi a Milano, che vede presenti i maggiori specialisti nazionali in psichiatria. “Sempre più donne sono preda della furia maschile – continua Mencacci – perché la spettacolarizzazione e il compiacimento che oggi ruota attorno al gesto violento e aggressivo porta all’emulazione crescente e all’acquisizione di comportamenti negativi, intesi come legittimati dalla collettività. Questo modello va stroncato, perché enfatizzare l’aspetto eroico o esibito significa invitare al compimento di atti lesivi gravi in maniera sempre maggiore”. Alla base, però, vi è anche un problema educativo, di ordine sociologico, di una intera generazione: soprattutto giovani non più abituati a tollerare alcun tipo di frustrazione, specie se viene disattesa la soddisfazione immediata dei propri bisogni. “Va dunque sfatata la convinzione – aggiunge il presidente della Società Italiana di Psichiatria – che vi sia necessariamente una connessione tra malattia mentale e violenza. Attribuire automaticamente gli atti di violenza a persone con disturbi mentali porta ancor più a stigmatizzare queste patologie e coloro che realmente ne soffrono e che si curano. Aumentare la vergogna porta ad un allontanamento dalle cure di tutti quei soggetti che potrebbero invece trarne grande beneficio. La ragione risiede in un atteggiamento comportamentale e culturale, sempre più diffuso, rivolto all’intolleranza, alla prevaricazione e alla possessività tale per cui le persone hanno perso la loro identità e sono diventate “oggetti” che appartengono ad altri e di cui non si accetta l’idea che possano essere perduti” e che si è pronti a distruggere”. Per frenare questi atti occorre prendere misure precauzionali forti. Anche da parte della Legge. “L’appello è non solo alle forze dell’ordine che devono essere messe in grado di intervenire, quando e laddove necessario, in termini protettivi, ma soprattutto ai Giudici quando si trovano a decidere se convalidare o meno un arresto per questi motivi. A loro – conclude Mencacci – chiediamo di essere severissimi e di applicare con maggiore attenzione i sistemi preventivi, abolendo le giustificazioni, anche di natura psicologica: si tratta nella maggior parte dei casi di un vero e proprio gesto aggressivo”. 01 giugno 2013 © Riproduzione riservata]

 Bimbo morto a Piacenza: i precedenti in Italia

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[LA TRAGEDIA

Bimbo morto a Piacenza: i precedenti in Italia

Lo psichiatra: «Dimenticare un piccolo in auto non è patologia, ma sintomo di malessere».

A Piacenza un bimbo di due anni è morto asfissiato in macchina.(© Ansa) A Piacenza un bimbo di due anni è morto asfissiato in macchina.

Un «meccanismo psicologico di rimozione», che non rappresenta una patologia psichiatrica ma vede alla base dei «profondi e seri conflitti irrisolti del soggetto». Così Massimo Di Giannantonio, psichiatra all’Università di Chieti e membro del Consiglio direttivo della Società italiana di psichiatria, analizza le possibili cause alla base della tragedia di un padre che a Piacenza ha dimenticato il figlio di due anni in auto, causando la morte per asfissia del piccolo.
LA DISSOCIAZIONE DELLA COSCIENZA. Non si tratta del primo caso di cronaca di questo genere. Il fenomeno tipico alla base di queste manifestazioni, continua l’esperto, è la cosiddettaSpaltung, un termine tedesco che indica «una frattura o dissociazione nella coscienza». In questa situazione, chiarisce Di Giannantonio, la persona svolge normalmente dei compiti cui è abituata, come guidare l’auto, ma al tempo stesso separa e toglie dalla sfera della coscienza un elemento importante, come il compito di accompagnare all’asilo il proprio bambino in auto.
COMPITI VISSUTI COME UN’ATTRIBUZIONE FORZATA. Pur non trattandosi di «patologia», tuttavia tutto questo «accade per delle motivazioni di grande rilevanza nel mondo psichico del soggetto coinvolto». Un’ipotesi, spiega lo psichiatra, è che «l’attribuzione del compito di portare il bimbo a scuola sia per il soggetto, cioè il padre, un’attribuzione vissuta come forzata o innaturale, poiché la sua routine non prevede tale atto; quindi, l’attribuzione di un compito non pertinente rende possibile in qualche modo che si pongano le basi per tale meccanismo di rimozione».
ALLA BASE UN MALESSERE DI COPPIA. Altra ipotesi possibile «è che il padre abbia nei confronti del figlio elementi irrisolti nella relazione affettiva, o viva una situazione di ritardato sviluppo maturativo». Ovviamente, precisa Di Giannantonio, «va però chiarito che tale meccanismo di rimozione non è un processo conscio, ma viene realizzato sulla base di un atto inconsapevole e involontario». Sempre a livello inconscio, prosegue, «il bambino può diventare un elemento di aggressione nei confronti della relazione coniugale per colpire la coniuge» o legato alle resposabilità di coppia.]

Anche questo punto di vista di Michela Marzano (lacaniana) è emblematico: sarebbe potuto succedere a ciascuno di noi !!!! La tragedia, la catastrofe è dietro l’angolo: se non accade è solo per motivi legati alla fortuna. Sta bene una persona che vive in tale stato d’animo?Mah.

Repubblica 5.6.13
Ma nessuno giudichi quell’uomo
di Michela Marzano

NON è giusto che se ne vada via così, per una malattia o una sciagura, senza aver avuto la possibilità di scoprire la vita e diventare adulto. Non è giusto, ma talvolta accade. E non serve a nulla recriminare su quello che si sarebbe dovuto o potuto fare. Soprattutto quando la morte di un figlio dipende in parte da sé, da quell’attimo o quelle ore di disattenzione, quando si è presi dai ritmi frenetici di una vita sempre più piena, e magari si pensa di aver già fatto il proprio dovere di genitore.
Il dramma di Luca, il bimbo di due anni morto asfissiato nella periferia di Piacenza perché il papà, invece di portarlo all’asilo, lo aveva dimenticato in macchina prima di andare a lavorare, non è il primo e non sarà l’ultimo. È un dramma molto contemporaneo che non ha niente a che vedere né con la presunta irresponsabilità di alcuni padri di oggi, né con il disinteresse nei confronti dei bambini. È semmai il tragico sintomo di una società sempre più frenetica e sempre meno umana, in cui siamo tutti prigionieri di un fare irrequieto e convulso. A chi non è mai successo di dimenticarsi delle persone più care, persino dei propri genitori o dei propri figli, perché tanto si era sicuri di ritrovarli a casa alla fine della giornata? Chi può dire di esserci sempre quando gli altri – cui pure vogliamo tanto bene – hanno bisogno di noi?
Certo, i bambini, a differenza degli adulti, dipendono completamente dai genitori. Hanno bisogno di tutto e ne hanno il diritto, visto che non hanno domandato nulla e spetta ai genitori proteggerli, amarli, custodirli. Soprattutto quando i bimbi sono talmente piccoli da non potersi nemmeno esprimere. Come proteggere, amare e custodire qualcuno però quando, a forza di agire in automatico, correre dietro alle cose da fare, uscire presto di casa e tornare tardi la sera, non si è nemmeno più capaci di occuparsi di se stessi?
Ci sono casi in cui giudicare non serve a nulla, anzi. Perché sarebbe potuto capitare a chiunque di credere di aver portato all’asilo il figlio prima di andare a lavorare, anche a chi si permette di giudicare severamente questo padre considerandolo un irresponsabile o, ancora peggio, un mostro. C’è qualcosa di estremamente banale in questa tragedia, banale come il male di cui ci parlava Hannah Arendt quando spiegava che ognuno di noi può commetterlo, soprattutto se si smette di riflettere e ci si lascia andare alla routine. È forse per questo che si resta attoniti e che si preferisce immaginare che a noi non sarebbe mai potuto accadere. Invece di compatire quest’uomo che forse non si riprenderà mai dai sensi di colpa che lo assalgono, e riflettere sul modo in cui cambiare le nostre abitudini quotidiane, perché a forza di correre sempre rischiamo poi di perdere di vista il senso stesso della vita.