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  • Le risate di Hannah Arendt


    Hannah_Arendt_Martin_Heidegger

    domenico fargnoli

    L’articolo di  Reinhard Dinkelmeyer  sul film di Margarethe Von Trotta  che racconta Hannah Arendt come anche quello di Livia Profeti “L’enigma di Hannah”  su Left di questa settimana suggeriscono un’ulteriore ricerca. Paul e Peter  MatusseK  in un loro saggio la cui traduzione è comparsa nella rivista “Il sogno della farfalla” avevano avanzato l’ipotesi che Martin Heidegger fosse affetto da una forma di schizofrenia. Gli studiosi hanno analizzato la personalità del filosofo  sulla scorta delle  tre categorie binswangeriane : manierismo, esaltazione fissata, stramberia trovando nella biografia del tedesco tracce di ciascuna di esse.

    eich
    Adolf Eichmann

    E’ noto il ricovero nella clinica di Von  Gebsattel cui fu sottoposto  Heidegger dopo il tracollo psicologico cui andò incontro quando fu sottoposto a giudizio dopo la fine della guerra. La Arendt sicuramente giocò un ruolo fondamentale nel minimizzare le responsabilità politiche ed ideologiche del suo amante,  come anche Sartre  con il suo “L’essere ed il nulla” (1943) e la “gauche” francese, compreso  Jacques Lacan. Se esiste un profilo psicopatologico di Martin sarebbe possibile tracciarlo anche per Hannah data la complicità esistente fra i due? Si potrebbe mettere l’illustre studiosa “sul lettino” come acutamente suggerisce Reinhard Dinkelmeyer? Minimizzando la responsabilità di Eichmann di fatto la Arendt, con la sua “banalità del male”  giustificava se stessa e la sua relazione con il “Maestro”  che si è protratta lungo tutto l’arco della sua vita. L’accusa di passività  rivolto verso le vittime dell’olocausto potrebbe essere considerata pertanto un’autoaccusa. Va precisato che la  sua  è stata una complicità con una forma di malattia mentale la quale  data l’ apparente asintomaticità o paucisintomaticità,   fino a poco tempo fa , fino alle scoperte di Massimo Fagioli  sull’”assenza di pensiero” e la pulsione di annullamento, non era possibile diagnosticare. La psichiatria con Ludwig Binswanger e  Wolfang Blankenburg ( cui oggi fanno riferimento gli psicopatologi italiani come Arnaldo Ballerini) )  ma anche con Ferdinando Barison, per non dire Cargnello e Callieri, Franco Basaglia ( per l’intermediazione  di Sartre), indagava la psicosi aiutandosi con gli strumenti ermeneutici dell’esistenzialismo  elaborati da un soggetto schizofrenico. Come dire mettere un cieco a studiare  la luce  e la rifrazione ottica e poi fare proprie le sue tesi: sia la destra e la sinistra sono rimaste  mortalmente contaminate, sia pure con una fenomenologia diversa, dalla pulsione di annullamento non avendo risolto l’enigma della malattia mentale, non avendo  individuato il suo nucleo generatore.

    In un’intervista rilasciata dalla Arendt poco dopo la pubblicazione  del suo libro su Heichmann  c’è un passaggio estremamente interessante ( minuto 49.27)

    La filosofa dice di essersi  convinta che  Eichmann era “fool” (  parola che io tradurrei con pazzo). La sua   reazione, di fronte alla pazzia del tedesco è stata   caratterizzata da un riso irrefrenabile e rumoroso , ad alta voce, ripetutosi un numero incalcolabile di volte di fronte alla 3600 pagine delle testimonianze del criminale nazista. Tali  risate potrebbero apparire  anch’esse, però,  strane  e paradossali non riconducibili nell’ambito di un’ironia che vorrebbe essere una presa di distanza come sembra suggerire la filosofa, un tentativo di ridicolizzare quelli che l’opinione pubblica considera “grandi criminali” ma che in realtà sono uomini insignificanti che hanno commesso grandi crimini. Il riso di Hannah potrebbero contenere anch’esso, nella sua assurdità, un  germe di pazzia per il terrore e l’impotenza, l’incapacità di comprendere  da cui potrebbe derivare . Personalmente  non riesco a ridere di fronte alla morte, le stragi, figuriamoci di fronte all’olocausto. Concordo però sul fatto che i criminali, autori di delitti efferati, sono insignificanti, gusci vuoti che cercano di dare, senza riuscirci, un senso all’esistenza  perpetrando  le peggiori atrocità. Ciò non ci deve far dimenticare però che esistono pazzi-criminali intelligenti apparentemente “geniali” come Martin Heidegger.  L’intelligenza qui va intesa come capacità di sviluppare ragionamenti complessi e di mettere in atto raffinate strategie di mistificazione ed occultamento. E’ della  filosofia  del suo maestro, del suo linguaggio manierato adatto a nascondere le vere intenzioni, che Hannah Arendt avrebbe dovuto essere capace di ridere e  ironizzare  invece di prendere entrambi, come ha fatto, tremendamente sul serio fino al punto , più o meno consapevolmente, di diventarne complice. Personaggi assolutamente banali come Heichmann hanno agito e messo in pratica con zelo burocratico, le idee di “grandi filosofi” come  Heidegger che hanno  forgiato la mentalità nazista di una miriade di esecutori materiali delle persecuzioni razziali. I nazisti “intelligenti ”  sono però sopravvissuti ingannando tutti, come ha fatto non solo Heidegger ma  anche l’architetto  Albert Speer, del quale recentemente è stata scoperta l’incredibile capacità mimetica e criminale,  ed hanno evitato la pena di morte e guadagnato sulla pelle di centinaia di migliaia di morti per non dire milioni, redigendo memorie false del loro passato nazista. L’architetto amico di Hitler

    albert speer
    albert speer

    si era creato intorno , come il filosofo dell’esistenzialismo, una cortina di fascino ed ambiguità diventando una sorta di tedesco ideale nascondendo la sua pesante complicità con l’antisemitismo e lo sterminio degli ebrei. Banalizzando Eichmann e proteggendo ed esaltando Heidegger, senza coglierne “l’assenza di pensiero”,  Hannah Arendt era in buona fede o la sua è stata  un’abilissima operazione di occultamento e mistificazione ?

     

    Il Nazismo ed i crimini contro l’umanità-domenico fargnoli -1996.

    Intervento al convegno Nazismo e psichiatria organizzato dal rettorato dell’università di Siena in occasione dei 50 anni del processo di Norimberga. Interviene anche Alice  Ricciardi Von Platen, collega maestra ed amica che aveva partecipato al processo di Norimberga come consulente di parte americana insieme al famoso psicoanalista  Alexander Mitscherlisch autore  di “Verso una società senza padri” (1963). Alice scrisse nel 1948 ” Die Totung Geisteskranker in Deutschland” sullo sterminio dei malati di mente, considerato un classico nel suo genere

    alice ricciardi von platen
    alice ricciardi von platen
    processo di norimberga 1946
    processo di norimberga 1946

    il nazismo ed i crimini contro l’umanità (4)

  • Il colore del gatto e la depressione

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    gatti-neri-gatti-bianchi Il colore del  gatto e la depressione

    domenico fargnoli

    Deng Xiaoping riassumeva l’idea del Socialismo cinese  nel famoso detto “Non importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi i topi” Ciò che contano sono I risultati.

    La psichiatria contemporanea tenta anch’essa  di seguire la strada del pragmatismo . Non importano le costruzioni teoriche, le diagnosi, il rispetto della metodologia medica: ciò che contano sono i risultati. Per cui ben venga se uno sta meglio con la meditazione trascendentale se un’atro si cura la depressione con le tisane e se un’altro ancora fa affidamento sugli psicofarmaci e ritiene che a lui facciano bene. Quello descritto è l’atteggiameno cosidetto post psichiatrico o post moderno. Non esistono verità assolute o concetti universali dal momento che di fronte all “disturbo mentale” ( secondo l’ambigua formula dei vari DSM) ciascuno si arrangia come può. Il giornale “Il fatto quotidiano” in data Lunedì 13 Gennaio 2014 sembra aver sposato, come fanno alcuni psichiatri, la  filosofia politico-economica  dei cinesi . In ben quattro pagine di servizio è stata  intervistata, sul tema della depressione,  una psicoanaiista junghiana un monaco benedettino , il solito Vittorino Andreoli ed è stata riportata l’esperienza di una scrittrice che sarebbe guarita spontaneamente. Tutto ed il contrario di tutto.  Ma gli psicoanalisti junghiani non erano quelli che facevano I tarocchi ai pazienti od in alternativa l’”I-ChIng”? Non erano quelli che si ispiravano ad un profeta-maestro che andò incontro ad un vera e propria psicosi con tanto di allucinazioni fra una seduta e l’altra, con tanto di pistola sotto il cuscino pronta in caso di improvviso impulso suicida? Jung camicia bruna, Jung poligamico convinto , Jung maestro della new-age…Jung psicoguru.

    Quanto a Vittorino  Andreoli egli è insuperabile suggeritore di banalità assolute.Domanda: come si cura la depressione? Risposta : integrando la psicoterapia con l’uso degli psicofarmaci e della sociologia. Grazie tante: la psicoterapia agirebbe sul cervello plastico esattamente come lo psicofarmaco. Naturamente non è assolutamente vero perchè le sostanze psicotropre sono solo palliativi dall’effetto spesso imprevedibile data la diversità delle risposte individuali. Ancora più difficile mi rimane comprendere in cosa possa consistere l’integrazione di psicofarmaci con la sociologia per non dire che il termine psicoterapia è talmente generico che non significa praticamente nulla. Tant’è che il benedettino intervistato dalla giornalista  è legittimato a   dichiarare << Alla chiesa non interessa valutare la depressione>>  Ma subito  dopo << Tra le cause della depressione (…) la mancanza di radici e di fede che invece sono importanti>>  Viva la coerenza. Come dire  che tutti gli atei sarebbero depressi. La scrittrice Caterina Bonvicini poi suggerisce che l’uscita dalla depressione è un mistero, una sorta di miracolo che non si sa come avvenga anche se poi  la donna dice di essere andata incontro ad “un gioia furiosa” quando sarebbe guarita innamorandosi  in  modo maniacale, di un uomo. Auguri.images2

    Ciò che è tragico è che si utilizzano quattro pagine di un giornale  per suggerire, più o meno apertamente  che non esiste la cura della malattia mentale: si va ben oltre la questione del gatto bianco o nero perchè, dichiarazioni e discorsi a parte, nessuno degli intervistati  sembra riuscire a prenderre topi: i gatti dormono mentre i topi ballano.abballata i  rimedi suggeriti, in assenza di una metodologia e di una teoria che rispondano ad un minimo di criterio di scientificità, sembrano davvero peggio del “male”. O come come è più corretto dire della “malattia”.

  • Il sogno della farfalla n.1.2014

    Ultimo numero

    copertina

    anno XXIII, n. 1, gennaio 2014

    Considerazioni sui sensi di colpa in seguito a un’interruzione volontaria di gravidanza
    Annelore Homberg, Anna Pompili

    Schizofrenia, imputabilità e infermità mentale
    Domenico Fargnoli

    Un caso di 118
    Eva Gebhardt, Paolo Fiori Nastro

    Un’elaborazione storica difficile: la psichiatria tedesca nel nazionalsocialismo. Introduzione all’intervento di F. Schneider
    Annelore Homberg

    La psichiatria nel nazionalsocialismo: memoria e responsabilità
    Frank Schneider

    Memoria, fantasia e creazione artistica in Diderot
    Clara Pistolesi

    Recensioni, note e commenti

    Morris N. Eagle, Da Freud alla psicoanalisi contemporanea. Critica e integrazione
    (Francesco S. Calabresi)

    Paul Sérieux, Joseph Capgras, Le follie lucide. Il delirio di interpretazione
    (Alessio Giampà)

    Due convegni
    (Luca Giorgini, Annelore Homberg, Dori Montanaro, Francesca Padrevecchi, Roberta Pompei, Sandra Santomauro)

    Uno sguardo alla letteratura internazionale
    (Claudia Dario, Alice Masillo, Elena Monducci, Eva Gebhardt, Luca Giorgini, Valentino Righetti, Paolo Fiori Nastro)

  • Punti di vista diversi sulla pericolosità del malato di mente

    • Schermata 04-2456406 alle 13.02.56Franco-Basaglia-storia-manicomiI basagliani sono negazionisti:sostengono che la pericolosità del malato di mente non esiste o perlomeno che non ci sia  una correlazione certa fra violenza e pazzia.  Vittorino Andreoli pensa  il contrario perlomeno limitatamente a determinate patologie: ma in base a quale concezione della malattia mentale ed a quali criteri diagnostici? E’ vero che ciascuno di noi, come mi sembra abbia sostenuto lo psichiatra veronese , può trasformarsi in un assassino in  circostanze favorevoli ? Andreoli afferma  che la libertà di scegliere non esiste seguendo Freud . Ma il padre della psicoanalisi scrisse  anche che siamo tutti  potenzialmente criminali e che si delinque per un senso di colpa inconscio (l’Edipo) presente in tutti gli esseri umani. Inoltre nell’inconscio di ciascuno per la psicoanalisi come per il cristianesimo, sarebbe attivo l’istinto di morte, inteso come sadismo ed aggressività originaria. Siamo tutti figli di Caino. Esiste pertanto una sostanziale convergenza fra l’antropologia freudiana, cui aderisce Andreoli, e l’antropologia criminale di Cesare  Lombroso che prevedeva il “delinquente nato” da confinare nei manicomi giudiziari. Per Lombroso la delinquenza e’un fenomeno regressivo che riattiva una aggressività atavica presente in tutti. Nella folla per es. il normale regredisce e diventa un potenziale assassino, come scrisse Scipio Sighele ne “La folla delinquente” (1891).  Il “delinquente nato” sarebbe tale , per gli esponenti della scuola positivistica italiana,  per un difetto di sviluppo o per anomalie anatomo funzionali   che impediscono alla morale ed alla ragione di porre un freno ad una violenza che affonda le sue radici nella filogenesi, come diceva anche Freud, cioè nel passato remoto dell’umanità. E’ chiaro che la pericolosità del malato di mente non può essere legata a fattori costituzionali  e ad alterazioni neuroanatomiche. Essa è un fenomeno reattivo a determinate situazioni di rapporto interumano.  Pertanto può essere prevenuta e risolta nella stragrande maggioranza dei casi con opportune strategie terapeutiche  e con interventi adeguati.  Storicamente i cosiddetti “sani” hanno esercitato forme di violenza efferata nei confronti dei malati mentali. La violenza fisica unita al contenimento ed alla segregazione  era ritenuta l’unica possibilità di  “terapia” della pazzia: il trattamento morale come risultato di una mentalità razionale  e  religiosa.  E’ altresì vero che i malati non sono stati e non sono tuttora  solo vittime: in certe patologie  come la schizofrenia paranoide (Anders Breivik era uno schizofrenico e non un terrorista come ha sostenuto Peppe Dell’Acqua ), l’impatto con l’ambiente può innescare condotte che sfociano molto frequentemente  nell’omicidio o nella strage. Indipendentemente dalla  rilevanza numerica di tali episodi ,  la valutazione della quale dipende dai criteri diagnostici adottati, le sopraddette  patologie non possono essere ignorate. In un mio prossimo articolo dal titolo “Schizofrenia,imputabilità ed infermità mentale  che uscirà nel prossimo numero di gennaio de “Il sogno della farfalla” (l’Asino d’oro) propongo una riflessione sul nesso fra malattia mentale ed acting out criminale oltre ad un approfondimento dei criteri diagnostici della schizofrenia. La teoria, l’indagine psicopatologica è importante.<<(…)la pericolosità sociale.scrive Peppe  Dell’Acqua ne “Forum di salute mentale “- non merita neanche di essere criticata. È una chimera, un qualcosa che si presume, ma che di fatto  manca. E la presenza della malattia mentale o di un suo disturbo surrogato non può affiancare quella persona alla pericolosità pubblica più di quanto non ne potrebbe essere affiancato ognuno di noi>>
    • .Esiste i la pericolosità sociale degli psichiatri che  negano la malattia mentale, negano che  di essa si possano  indagare i processi ed i  meccanismi. Non si potrebbe  andare oltre la fenomenologia. Oltre l’apparenza dei sintomi  rimane l’idea di una noxa sconosciuta come sostenevano i grandi psicopatologi del passato.”Non so cosa sia la follia. Tutto forse niente” diceva Basaglia”  Si ritiene pertanto che si possano liberare i malati dal manicomio (anche criminale) ma non dalla pazzia  che viene confusa con la follia. . Ciò che si crede di sapere  è che  la malattia mentale sia  parte ineliminabile dell’essere umano.

    domenico fargnoli

    • Istantanea schermo-1
      La pericolosità delle psichiatrie di ritorno: risposta ad Andreoli

      29 dicembre 2013

      magrittedi Silvia D’Autilia e Peppe Dell’Acqua.

      “È la politica. È l’Italia”. Con queste affermazioni si chiude l’intervista rilasciata da Vittorino Andreoli a La Stampa del 21 Dicembre scorso, a proposito dei permessi d’uscita dal carcere a detenuti come Bartolomeo Gagliano.

      Dopo il bombordamento mediatico immediatamente seguito, questa intervista è arrivata come a suggello dell’allarmismo sociale generato verso “pazzi pericolosi” che vengono fatti uscire dal carcere.

      “Quella parola lì, ‘pericolosità’, è stata cancellata dal nostro vocabolario sociale”, dichiara Andreoli a premessa delle sue opinioni. Le cose, insomma, non vanno più come nel glorioso 1904, quando la legge del Regno d’Italia sui manicomi, “ispirata da Cesare Lombroso”, equiparava il malato di mente a colui che è pericoloso per sé e per gli altri e oggetto di pubblico scandalo.

      Come a dire, gli anni d’oro sono finiti se nella Legge 180, “la parola pericolosità non è mai nominata”. E ancora: “la legge Basaglia dimentica che in alcune patologie psichiatriche uno dei sintomi principali è proprio la pericolosità”.

      Cosa bisogna leggere in queste parole? L’auspicio di un ritorno alle origini, agli insegnamenti di Cesare Lombroso che sapeva guardare le persone, come oggi ancora molti psichiatri continuano a fare, per scovare cosa c’è dentro il cervello, per registrare e catalogare gli indizi del soggetto pericoloso?

      Ma non si erano superati quei pregiudiziali e infondati saperi che facevano della semplice osservazione del “matto”, ictu ocoli, lo strumento di condanna a immutabili destini? Forse dobbiamo concludere che no, non si erano superati. Non si sono superati. Ma continuano. Ritornano con apparizioni più o meno durature. Con un oblio più o meno importante della filosofia che la 180 ha promulgato e non perché Basaglia fosse il detrattore numero uno della ‘pericolosità sociale’, ma perché semplicemente la pericolosità sociale non merita neanche di essere criticata. È una chimera, un qualcosa che si presume, ma che di fatto  manca. E la presenza della malattia mentale o di un suo disturbo surrogato non può affiancare quella persona alla pericolosità pubblica più di quanto non ne potrebbe essere affiancato ognuno di noi.

      Dice Piero Cipriano nel suo libro “La fabbrica della cura mentale”, a sostegno di tempi e pratiche che invece non possono essere dimenticate: rispetto alla malattia mentale “l’unico dato certo è la sua fenomenologia”. Non c’è altro. Si sa che c’è. Punto. Non si conosce né la causa scatenante, né il decorso.

      E non basta dire che il problema, il nocciolo duro della questione è il fatto che le carceri italiane sono “ambienti osceni”, che “non rieducano nessuno”. La rieducazione, tanto desiderata e auspicata, come potrebbe mai trovare avvio in un sistema che innanzi tutto non metta tra parentesi la cartella clinica di questi soggetti e non sospenda il giudizio sulla presupposizione della loro pericolosità?

      La finalità dell’istituzione carceraria, da Beccaria a noi, è la reintegrazione che la rieducazione dovrebbe produrre in modo consequenziale. Eppure quale miraggio di reintegrazione possiamo figurarci per queste persone, in un Paese che s’indigna se gli addetti ai lavori non riconoscono per tempo la potenziale pericolosità sociale, ma non considerano minimamente che la prima mossa rieducativa è proprio quella di mettere da parte quest’inferenza vuota e illogica per cui malato di mente o autore di reato siano archetipi rigidamente connessi al concetto di pericolosità sociale?

      Il vero problema allora è sempre uno: la barriera. Sociale e culturale. Tra chi è sano e chi non lo è. Tra chi è buono e chi è pericoloso. Come se per questi fratelli scomodi la massima forma di presa-in-cura sia una perizia che decida del loro ruolo nel mondo. Del loro destino. Della loro condanna.

      Proprio come si sta scongiurando accada anche a proposito degli OPG: non serve cambiare nome a queste strutture o ridimensionarle, come lo stesso Andreoli riferisce di aver proposto al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, se non ci si prefigge come banale atto di giustizia la restituzione di responsabilità e la pienezza del diritto prima di ogni altra cosa.

      Ma è la politica. È l’Italia.

    • Forum di salute mentale 

    Trilogia

    29 dicembre 2013

    di Giorgio Bignami.

    Dopo Cancrini e Fagioli mancava all’appello soltanto Vittorino Andreoli. Nell’intervista su La Stampa del 21/12/2013 (vedi l’articolo), di Michele Brambilla, Andreoli lamenta il fatto che i direttori di carcere propongono permessi a go go per sfoltire le celle; i periti non approfondiscono anche perché pagati troppo poco; secondo lui sulla pericolosità il perito dopo approfondita indagine “deve dare il parere positivo solo quando è assolutamente certo” [il che, mi pare, tradotto in italiano significa mai, o quasi]; quindi i magistrati di sorveglianza procedono alla cieca; e per chiudere, la ciliegina sulla torta degli OPG: il Dap non ha voluto ascoltare la mia proposta di istituire OPG regionali da 50 posti.

    Non mi meravigliano affatto queste esternazioni di Andreoli, ma è un bel danno che senza alcun commento negativo appaiano su La Stampa nella doppia pagina dedicata all’arresto degli evasi e alla punizione del direttore del carcere di Genova.

    Di nuovo auguri malgré tout.


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    • La libertà è un’ illusione Ecco come Freud lo scoprì

    • Corriere della Sera
    • BIBLIOTECA DELLA MENTE

    La libertà è un’ illusione Ecco come Freud lo scoprì

    I meccanismi con cui l’ inconscio guasta i nostri progetti La responsabilità Il codice penale lega la responsabilità alla «capacità di intendere e/o di volere» Ha ancora senso?

    Psicopatologia della vita quotidiana di Freud viene pubblicato nel 1901, un anno dopo L’ interpretazione dei sogni con cui si fa nascere la psicoanalisi. Pur avendo avuto aggiunte fino al 1924, è dunque una delle opere di base nella costruzione del pensiero e della tecnica psicoanalitica. Nonostante l’ «età» sono molti i punti utili alla modernità, e ciò che mi pare ancora rivoluzionario è quanto Freud ci dice sulla libertà. Come si pone il legame tra questa aspirazione e l’ inconscio? Rimane, nonostante le diverse modulazioni, la certezza di una parte inconscia dentro l’ Io, una componente della struttura di personalità di cui non abbiamo consapevolezza e che tuttavia agisce e condiziona il nostro comportamento. Se dunque è possibile scegliere un’ azione e fortemente volerla, ciò non impedisce all’ inconscio di entrare nei nostri progetti e desideri fino a renderne impossibile la realizzazione oppure a compierli in un modo diverso da come avremmo voluto: il divario tra essere e voler essere. Pertanto la libertà come possibilità di scelte qualsiasi è illusoria. E sul piano pratico si scontra sempre con limiti e blocchi che noi stessi inconsciamente poniamo alla realizzazione di quelle scelte. Verrebbe da dire che la libertà rimane un’ idealizzazione rispetto a condizioni esistenziali che invece ci tengono dentro un percorso che non è mai scelto, ma almeno in parte imposto. E la libertà rimane un’ illusione. Freud non elabora queste considerazioni sulla base di una teoria, di un sapere dunque astratto, ma le svela attraverso le piccole cose, quei fatti che riempiono la quotidianità: gli atti mancati, gli automatismi comportamentali, i lapsus, le amnesie. Sono certo di aver chiuso la porta, ma la controllo ancora tre volte. L’ inconscio insomma si intromette silenziosamente e misteriosamente per impedire di compiere gesti o azioni che potrebbero riportare ad esperienze traumatiche e dunque dolorose, oppure al contrario inserisce la propria forza e conduce ad azioni che sostituiscono quelle programmate. Forze che si legano ad una memoria inconsapevole che dunque agisce senza giungere alla coscienza. Il tema della libertà non ha ancora tenuto in debito conto questa dimensione del nostro Io e noi fingiamo di pensare ad un uomo libero che capisce e vuole e dunque sceglie razionalmente un comportamento (intelligere) e vi applica la volontà per realizzarlo. Un assunto assurdo alla luce della Psicopatologia della vita quotidiana che è però ancora stampato nel codice penale: si afferma che la responsabilità si lega alla «capacità di intendere e/o di volere». Ed è questo il quesito che il giudice chiede al perito psichiatra per poter decidere e stabilire la pena. Insomma dominano il capire e il volere. E l’ inconscio? Come si fa a parlare di libertà e di responsabilità, ignorandolo? Non è certo mia intenzione togliere la responsabilità nell’ agire, ma soltanto sostenere (come Freud 110 anni fa) che non si può capire e giudicare un’ azione e dunque un uomo senza considerare questa dimensione dell’ Io che alberga in ciascuno di noi. RIPRODUZIONE RISERVATA

    Andreoli Vittorino

    Pagina 35
    (13 maggio 2011) – Corriere della Sera

  • “L’Unità” di Matteo Fago non piace ai basagliani, continuatori del “pensiero” di Foucault

    UnknownL’articolo di Cipriano “Povero Gramsci”  non vale un commento essendo l’espressione di un “deficit di intelligenza o di comprensione” che dir si  voglia. Ovviamente ciascuno ha il diritto di difendere le proprie idee ma forse sarebbe necessario informarsi  e leggere. Chiaramente Cipriano non ha letto  nè Lombroso nè tantomeno Fagioli. Giorgio Bignami  gioca la carta della “chimera” e della battuta ad effetto: ovviamente la vera chimera è il” basaglismo” dei” basagliati” ( marxismo e filosofia di Heidegger tramite Sartre e Foucault ). Marco Cavallo ( simbolo della liberazione dal manicomio) era alla testa del Mad Pride a Torino, alla testa di coloro che sono orgogliosi di essere pazzi e non vogliono  essere curati. La pazzia sarebbe dentro ciascuno di noi e sarebbe una violenza volerla “curare”. I “matti” devono essere lasciati liberi di essere come sono.  Sono i “curati” a dover insegnare qualcosa ai “curanti”. Auguri ma soprattutto “Povero Basaglia”….e poveri malati.

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    basaglia

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    Il suicidio di un malato di mente potrebbe essere  un atto di libertà.  Anders Breivik non sarebbe uno schizofrenico paranoide per Peppe dell’Acqua  ma solo una persona che ha idee politiche destrorse.

    L’Unità di Cancrini e Fagioli

    29 dicembre 2013

    di Giorgio Bignami.

    Peppe, riferendomi alla tua condivisibilissima indignazione dell’altro giorno, a proposito dell’attacco fagiolino a Basaglia su L’Unità del 17 dicembre 2013 (leggi l’articolo), e la puntuale riflessione di Rovatti, di certo ti avrà “consolato” il successivo articolo di Cancrini del 19 (vedi a fianco) “Basaglia oltre lo stesso Basaglia”: incipit in toni da marcia trionfale a favore di Basaglia;  ma poi si scopre che è una marcia funebre, per il 110 e lode ai precetti per modifiche e aggiornamenti secondo i dogmi fagiolini, come da articolo di De Simone.

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    Chimera :mostro con due teste

    Devo confessarti che non sono riuscito a indignarmi, tanto la cosa mi è parsa incredibile. Dall’origine dell’uomo in poi sono stati inventati tanti tipi di chimere, sino a quelle non più fantastiche ma reali che oggi si producono con l’ingegneria genetica: ma una chimera con i piedi di  Basaglia e la testa di Fagioli non sarei mai stato capace di immaginarmela. Insomma, come al solito, la réalitédépasse la fiction.

    Il problema di Bignami è lo stesso che ha  Cancrini: entrambi non hanno la “testa” di Fagioli.

  • Povero Gramsci in Forum della salute mentale 28/12/2013 ovvero quando la polemica fa straparlare Piero Cipriano

    Una nuova geniale  interpretazione della teoria

    della

    nascita!!!

    Massimo Fagioli sarebbe un neolombrosiano

     

    Franco Basaglia nel 1979, l’anno successivo all’approvazione della legge 180, la legge più libertaria al mondo in tema di assistenza al malato mentale, nelle conferenze che tenne in Brasile, tra le molte cose (ancora di straordinaria attualità), disse, citando Antonio Gramsci: “La nostra scienza parte da un dato fondamentale, che è la sconfitta del tecnico tradizionale, cioè di quel tecnico che pensa che non si può fare altro che questo, perché ha come ideologia il pessimismo della ragione. Il nuovo tecnico, invece, deve portare avanti il suo lavoro con l’ottimismo della pratica”. E anche: “Noi, psichiatri democratici, pur avendo stimolato la nuova legge, siamo una minoranza, ma, come direbbe Antonio Gramsci, siamo una minoranza egemonica … ma naturalmente dobbiamo essere molto vigili perché questa minoranza, una volta catturata, può diventare la nuova maggioranza riciclata”. Basterebbe ciò per eleggere Franco Basaglia a psichiatra gramsciano. Tuttavia, sul quotidiano fondato proprio da Gramsci, lo stesso quotidiano che Francesco Guccini, in Eskimo, celebrava con queste parole: “…alcuni audaci in tasca L’Unità…”, trovo uno strano articolo, davvero strano, che vuol essere una risposta al libro di Pier Aldo RovattiRestituire la soggettività, ma che soprattutto si propone di demolire la figura di Franco Basaglia.

    Lo strano articolo sostiene che Rovatti, nel suo libro, si lagna del fatto che “nella stessa Trieste la maggior parte degli studenti non sa nulla” di Basaglia. Il tono denigratorio è evidente. Come dire, vedete, nessuno sa più niente. Questa storia è bella e dimenticata. Rovatti, invece, sta proprio denunciando la colpevole dimenticanza delle accademie che non si curano di restituire  conoscenze minime su un passaggio cruciale della nostra storia. E proprio per questo nei suoi corsi cerca di stimolare un pensiero critico tra studenti che mai sono esposti a queste evidenze storiche, e per questo parla di Basaglia, di Foucault, di Sartre, di soggettività, delle parole della psichiatria. Sempre lo strano articolo sostiene, ancora, che Basaglia “viene ricordato nella storia per ciò che non ha fatto, cioè la legge 180, a cui non ha dato alcun contributo personale”. Ma questa non è certo una novità, dico io, perché lo sanno tutti, tutto il mondo è a conoscenza che il vero riformatore della psichiatria italiana non è stato l’ormai obliato Franco Basaglia, ma è invece questo psichiatra in straordinaria ascesa che risponde al nome di Massimo Fagioli. Lui sì psichiatra vero. Non Basaglia. Perché, sostiene lo strano articolo, “non è psichiatria il nesso tra libertà e malattia mentale, non è psichiatria dire che la follia è una condizione esistenziale”. Ai tempi di Basaglia, aggiunge ancora, non c’era alcuna “teoria della mente sana e patologica”, per fortuna, invece, “oggi si è cominciato a costruire una nuova psichiatria, che ha preso le mosse” (ma tu guarda un po’ che combinazione, meno male che con questo articolo ne siamo venuti a conoscenza, se no capace che non se ne accorgeva nessuno) “da un percorso iniziato da Massimo Fagioli nell’ospedale psichiatrico di Padova, accanto a Basaglia” (accanto a Basaglia!?), “con il rifiuto del manicomio lager e la ribellione alla psichiatria ufficiale”. Invece, prosegue lo strano articolo nella sua spericolata impresa, al limite della fantastoria, di fare di Fagioli un Basaglia e di Basaglia un Fagioli (ovvero del nano un gigante e del gigante un nano), “la prassi di Basaglia non ha prodotto nessuna teoria né ricerca”. Questo il succo dello strano articolo, e io ne volevo fare un commento pedissequo ma sono stufo e irritato da tanta insulsaggine, e interrompo qui il virgolettato. E’ giusto per darvi un’idea. Più che dell’ignoranza che dall’articolo trasuda, sono irritato del fatto che questo scritto abbia trovato spazio sul quotidiano che ancora ci ricorda di essere stato fondato da Antonio Gramsci. Ma poi, mi faccio due conti. Chi è che scrive questo strano articolo? Sarà di certo un seguace del più reazionario (ma per fortuna anche il più irrilevante) psichiatra italiano, colui che ritiene l’omosessualità una malattia, colui che ritiene (lombrosianamente) il folle intrinsecamente pericoloso, colui che ritiene il manicomio criminale un’esigenza imprescindibile. In questo in compagnia di Vittorino Andreoli, un altro grande, sotto questo profilo. Insomma, uno dei tanti tecnici tradizionali animati dal pessimismo della loro ragione, un neolombrosiano travestito da psicanalista sinistrorso, e ciò è coerente, perché pure il Lombroso era un socialista, reazionario ma socialista. E allora è tutto chiaro, tutto ovvio, tutto torna. Follow the money, mi dico. Il Fagioli è irrilevante. La sua sconclusionata graforrea si può permettere di pubblicarla solo la sua personale casa editrice (L’asino d’oro), il suo diario trova ospitalità solo nel suo settimanale (Left), e adesso perfino sul quotidiano che era gramsciano ma ha cambiato padrone (e indovinate chi è il nuovo padrone?) trovano spazio, in nome del pluralismo, strani articoli che trasudano reazione e nostalgia del manicomio.

    A questo punto ripenso all’ingiustizia di una morte precoce, a soli cinquantasei anni, di un gigante come Franco Basaglia, e penso che sono passati trentatre anni dalla sua morte, e che se fosse vissuto qualche decennio in più avrebbe potuto o saputo cambiarla ancora questa psichiatria, lui che è stato il primo psichiatra al mondo, due secoli dopo la sua invenzione, a mettere fuori legge l’istituzione manicomiale. La legge 180 non è merito di Basaglia? Bah! Quest’affermazione è così originale che non credo meriti neppure una risposta. Io penso invece che Basagliaè biologicamente morto e Fagioli biologicamente vivo, e su questo almeno siamo tutti d’accordo, però se guardate bene vi accorgerete che Basaglia, in realtà, non è mai morto, e Fagioli non è mai stato vivo, perché è irrilevante, chiedete in Italia o nel resto del mondo chi è l’uno e chi è l’altro. Provate voi a mettere uno di fianco all’altro il pensiero, la prassi, e la ricaduta di questi due psichiatri sulla cultura e sull’assistenza del malato mentale, in Italia e nel mondo, e ditemi chi dei due è il gigante e chi il nano, chi dei due è Gulliver e chi un lillipuziano. Oppure provate a leggere un testo a caso dell’uno e dell’altro, e dopo averlo fatto giudicate voi a chi appartiene un pensiero lungo e a chi un pensiero miope e astruso. Ma poi, da psichiatra, ecco che arrivo a interpretare e comprendere il patetico tentativo che ogni tanto lo psicanalista neolombrosiano cerca di attuare: è il malinconico tentativo di un pianeta morto, lontano dal Sole, Plutone, per dire, o meglio, di un satellite di Plutone, freddo e sterile e arido, ai confini del sistema solare, che cerca di avvicinarsi al Sole per scaldarsi, per illuminarsi di un raggio di luce riflessa. E allora, dopo aver compreso ciò, divento più magnanimo e indulgente con Fagioli e i suoi sostenitori, per cui auguro loro buone feste e di continuare a giocare all’interpretazione dei sogni nella loro mesmerica assemblea collettiva, ma consiglio loro di lasciar perdere il tema della salute mentale, che quello è un argomento serio, troppo serio per affrontarlo con lo strumentario del pensiero lombrosiano.

  • Secondo “Repubblica” siamo tutti schizofrenici

    Articolo da leggere attentamente per comprendere quanto dissociazione e malafede ci possa essere in persone cosiddette normali od in scienziati che inventano esperimenti schizofrenici.Schermata 2013-12-30 a 12.49.57

     

    Repubblica 30.12.13
    Siamo tutti dualisti
    La scissione tra mente e corpo che ispira l’arte
    Studi recenti hanno dimostrato alcune caratteristiche innate della percezione umana e come queste influenzano la sensibilità estetica
    di Paolo Legrenzi

    Come va? – chiedo a un amico che soffre di mal di schiena. Beh – mi dice – la schiena è a posto, ma il mio stato d’animo… La risposta presuppone una sorta di dualismo. Ci sono due cose: lo stato dell’animo e quello del corpo. Possono influenzarsi a vicenda: quando soffro di mal di denti, il mio umore non è alle stelle. Altre volte sembrano andare ciascuna per conto proprio, come nel caso dell’amico. I filosofi hanno dibattuto a lungo la questione. Ora sono scesi in campo anche gli scienziati utilizzando la loro metodologia preferita, e cioè l’esperimento.
    Due psicologi di Bristol, Hood e Gjersoe, e uno di Yale, Bloom, hanno inventato un metodo ingegnoso per capire se i bambini – prima d’aver fatto propri, da adulti, un credo religioso o filosofico – siano o non siano dualisti. Si sono serviti di un’apparecchiatura composta di due scatole identiche, appaiate. Chiamiamole la scatola 1 e la scatola 2. All’inizio i bambini vedono che le due scatole sono vuote. In seguito si mette nella scatola 1 un blocco di legno verde, la si chiude, e si preme il pulsante di avvio di una presunta procedura di duplicazione. Segue un intervallo fatto di luci intermittenti e di suoni pseudo-tecnologici e, dopo una decina di secondi, nella scatola 2 appare un blocco di legno identico a quello messo nella scatola 1. La macchina non è ovviamente capace di duplicare gli oggetti. Si tratta di un trucco ben costruito, basato – come tutti gli inganni di questo tipo – sui modi in cui funziona l’attenzione delle persone. Gli adulti non cadono nell’inganno. I bambini, invece, sì. E se si chiede loro che cosa è successo, rispondono che la macchina ha costruito un secondo blocco di legno identico al primo (in futuro, quando saranno diffuse le nuove stampatrici in 3D, ciò sarà meno stupefacente).
    La stessa procedura si ripete più volte, con giocattoli e animali di pezza, in modo da rendere credibile la capacità della macchina di duplicare gli oggetti. Infine, nella scatola 1 si mette un criceto vivo e si spiega ai bambini che l’animaletto ha un cuore blu, ha ingoiato una biglia e si è rotto un dentino. Poi i bambini giocano con il criceto, gli mostrano un disegno appena fatto, dicono il loro nome, e raccontano alcune storie. A questo punto si procede con le consuete operazioni di duplicazione.Ecco apparire, nella scatola 2, un criceto identico al primo! Si interrogano i bambini circa le proprietà del corpo del nuovo criceto: «Ha anche lui una biglia in pancia? il cuore blu? il dentino rotto? », e della sua mente: «Si ricorda anche lui i giochi e le storie? Sa il tuo nome? ». Quasi tutti i bambini ritengono che la macchina abbia duplicato le proprietà del corpo del criceto. Meno della metà ritiene che abbia duplicato anche i suoi ricordi e le sue conoscenze.
    Questi risultati, pubblicati da pocosulla rivista Cognition, confermano per la prima volta in modo diretto, quel che si poteva supporre sulla base della tendenza dei bambini, anche molto piccoli, ad attribuire emozioni e capacità mentali non solo alle persone, ma anche a figure geometriche, per esempio quadrati e triangoli in movimento: “il quadrato insegue il triangolo che cerca di fuggire”. E non si tratta di qualcosa che è stato appreso guardando cartoni animati o fumetti: lo fanno anche i bambini allevati in culture in cui non ci sono queste forme di rappresentazione grafica, come nelle isole Figi.
    Noi siamo dualisti nati. E continuiamo, anche da grandi, a essere dualisti. Non solo nel corso della vita quotidiana, quando parliamo con gli altri, ma anche nei film di fantascienza. Forse la più famosa storia basata su duplicazioni èBlade Runner(1982) di Ridley Scott, dove si narra di un mondo popolato da robot. Il protagonista è un poliziotto, Rick, che ha il compito d’eliminare quattro replicanti ribelli, perfetti duplicati di corpi umani. E tuttavia, con il test della memoria, proprio come nel caso dei criceti, i poliziotti riescono a identificare i ribelli. Rick scopre così che Rachael è una replicante, ma questo non gli impedisce di innamorarsi perdutamente di lei.
    La trama di Blade Runner si basa sul presupposto che i contenuti mentali non siano perfettamente duplicabili quando costruiamo dei robot. D’altra parte, se i replicanti fossero veramente indistinguibili dagli umani, la storia perderebbe ogni senso. Dello stesso meccanismo si è servita l’arte contemporanea nel trasformare oggetti quotidiani in opere d’arte. Marcel Duchamp prende un orinatoio di porcellana e lo firma, trasformandolo così in un’opera d’arte oggi famosa. Dopo che Duchamp ha inventato la sua replica, non se ne possono fare altre. Se chiunque copiasse il suo orinatoio, quello sarebbe un fac-simile. Gli orinatoi sono tutti uguali come oggetti fisici, ma solo quello di Duchamp incorpora l’intenzione mentale di chi ha avuto per primo l’idea di farne un’opera unica. L’intenzione può anche produrre multipli, come fece Piero Manzoni il 21 maggio 1961, sigillando le proprie feci in 50 barattoli di conserva. Ma tutti i 50 barattoli erano il prodotto di un’idea originale (l’esemplare 18 è stato venduto a Milano sei anni fa per 124 mila euro).
    L’arte si avvale del nostro vivere, fin da bambini, in un mondo caratterizzato da un dualismo tra mente e corpo che non è solo la pasta di cui siamo fatti, ma che proiettiamo anche negli altri, persino negli oggetti, dando loro un’anima.