domenico fargnoli
L’articolo di Reinhard Dinkelmeyer sul film di Margarethe Von Trotta che racconta Hannah Arendt come anche quello di Livia Profeti “L’enigma di Hannah” su Left di questa settimana suggeriscono un’ulteriore ricerca. Paul e Peter MatusseK in un loro saggio la cui traduzione è comparsa nella rivista “Il sogno della farfalla” avevano avanzato l’ipotesi che Martin Heidegger fosse affetto da una forma di schizofrenia. Gli studiosi hanno analizzato la personalità del filosofo sulla scorta delle tre categorie binswangeriane : manierismo, esaltazione fissata, stramberia trovando nella biografia del tedesco tracce di ciascuna di esse.

E’ noto il ricovero nella clinica di Von Gebsattel cui fu sottoposto Heidegger dopo il tracollo psicologico cui andò incontro quando fu sottoposto a giudizio dopo la fine della guerra. La Arendt sicuramente giocò un ruolo fondamentale nel minimizzare le responsabilità politiche ed ideologiche del suo amante, come anche Sartre con il suo “L’essere ed il nulla” (1943) e la “gauche” francese, compreso Jacques Lacan. Se esiste un profilo psicopatologico di Martin sarebbe possibile tracciarlo anche per Hannah data la complicità esistente fra i due? Si potrebbe mettere l’illustre studiosa “sul lettino” come acutamente suggerisce Reinhard Dinkelmeyer? Minimizzando la responsabilità di Eichmann di fatto la Arendt, con la sua “banalità del male” giustificava se stessa e la sua relazione con il “Maestro” che si è protratta lungo tutto l’arco della sua vita. L’accusa di passività rivolto verso le vittime dell’olocausto potrebbe essere considerata pertanto un’autoaccusa. Va precisato che la sua è stata una complicità con una forma di malattia mentale la quale data l’ apparente asintomaticità o paucisintomaticità, fino a poco tempo fa , fino alle scoperte di Massimo Fagioli sull’”assenza di pensiero” e la pulsione di annullamento, non era possibile diagnosticare. La psichiatria con Ludwig Binswanger e Wolfang Blankenburg ( cui oggi fanno riferimento gli psicopatologi italiani come Arnaldo Ballerini) ) ma anche con Ferdinando Barison, per non dire Cargnello e Callieri, Franco Basaglia ( per l’intermediazione di Sartre), indagava la psicosi aiutandosi con gli strumenti ermeneutici dell’esistenzialismo elaborati da un soggetto schizofrenico. Come dire mettere un cieco a studiare la luce e la rifrazione ottica e poi fare proprie le sue tesi: sia la destra e la sinistra sono rimaste mortalmente contaminate, sia pure con una fenomenologia diversa, dalla pulsione di annullamento non avendo risolto l’enigma della malattia mentale, non avendo individuato il suo nucleo generatore.
In un’intervista rilasciata dalla Arendt poco dopo la pubblicazione del suo libro su Heichmann c’è un passaggio estremamente interessante ( minuto 49.27)
La filosofa dice di essersi convinta che Eichmann era “fool” ( parola che io tradurrei con pazzo). La sua reazione, di fronte alla pazzia del tedesco è stata caratterizzata da un riso irrefrenabile e rumoroso , ad alta voce, ripetutosi un numero incalcolabile di volte di fronte alla 3600 pagine delle testimonianze del criminale nazista. Tali risate potrebbero apparire anch’esse, però, strane e paradossali non riconducibili nell’ambito di un’ironia che vorrebbe essere una presa di distanza come sembra suggerire la filosofa, un tentativo di ridicolizzare quelli che l’opinione pubblica considera “grandi criminali” ma che in realtà sono uomini insignificanti che hanno commesso grandi crimini. Il riso di Hannah potrebbero contenere anch’esso, nella sua assurdità, un germe di pazzia per il terrore e l’impotenza, l’incapacità di comprendere da cui potrebbe derivare . Personalmente non riesco a ridere di fronte alla morte, le stragi, figuriamoci di fronte all’olocausto. Concordo però sul fatto che i criminali, autori di delitti efferati, sono insignificanti, gusci vuoti che cercano di dare, senza riuscirci, un senso all’esistenza perpetrando le peggiori atrocità. Ciò non ci deve far dimenticare però che esistono pazzi-criminali intelligenti apparentemente “geniali” come Martin Heidegger. L’intelligenza qui va intesa come capacità di sviluppare ragionamenti complessi e di mettere in atto raffinate strategie di mistificazione ed occultamento. E’ della filosofia del suo maestro, del suo linguaggio manierato adatto a nascondere le vere intenzioni, che Hannah Arendt avrebbe dovuto essere capace di ridere e ironizzare invece di prendere entrambi, come ha fatto, tremendamente sul serio fino al punto , più o meno consapevolmente, di diventarne complice. Personaggi assolutamente banali come Heichmann hanno agito e messo in pratica con zelo burocratico, le idee di “grandi filosofi” come Heidegger che hanno forgiato la mentalità nazista di una miriade di esecutori materiali delle persecuzioni razziali. I nazisti “intelligenti ” sono però sopravvissuti ingannando tutti, come ha fatto non solo Heidegger ma anche l’architetto Albert Speer, del quale recentemente è stata scoperta l’incredibile capacità mimetica e criminale, ed hanno evitato la pena di morte e guadagnato sulla pelle di centinaia di migliaia di morti per non dire milioni, redigendo memorie false del loro passato nazista. L’architetto amico di Hitler

si era creato intorno , come il filosofo dell’esistenzialismo, una cortina di fascino ed ambiguità diventando una sorta di tedesco ideale nascondendo la sua pesante complicità con l’antisemitismo e lo sterminio degli ebrei. Banalizzando Eichmann e proteggendo ed esaltando Heidegger, senza coglierne “l’assenza di pensiero”, Hannah Arendt era in buona fede o la sua è stata un’abilissima operazione di occultamento e mistificazione ?
Il Nazismo ed i crimini contro l’umanità-domenico fargnoli -1996.
Intervento al convegno Nazismo e psichiatria organizzato dal rettorato dell’università di Siena in occasione dei 50 anni del processo di Norimberga. Interviene anche Alice Ricciardi Von Platen, collega maestra ed amica che aveva partecipato al processo di Norimberga come consulente di parte americana insieme al famoso psicoanalista Alexander Mitscherlisch autore di “Verso una società senza padri” (1963). Alice scrisse nel 1948 ” Die Totung Geisteskranker in Deutschland” sullo sterminio dei malati di mente, considerato un classico nel suo genere









I basagliani sono negazionisti:sostengono che la pericolosità del malato di mente non esiste o perlomeno che non ci sia una correlazione certa fra violenza e pazzia. Vittorino Andreoli pensa il contrario perlomeno limitatamente a determinate patologie: ma in base a quale concezione della malattia mentale ed a quali criteri diagnostici? E’ vero che ciascuno di noi, come mi sembra abbia sostenuto lo psichiatra veronese , può trasformarsi in un assassino in circostanze favorevoli ? Andreoli afferma che la libertà di scegliere non esiste seguendo Freud . Ma il padre della psicoanalisi scrisse anche che siamo tutti potenzialmente criminali e che si delinque per un senso di colpa inconscio (l’Edipo) presente in tutti gli esseri umani. Inoltre nell’inconscio di ciascuno per la psicoanalisi come per il cristianesimo, sarebbe attivo l’istinto di morte, inteso come sadismo ed aggressività originaria. Siamo tutti figli di Caino. Esiste pertanto una sostanziale convergenza fra l’antropologia freudiana, cui aderisce Andreoli, e l’antropologia criminale di Cesare Lombroso che prevedeva il “delinquente nato” da confinare nei manicomi giudiziari. Per Lombroso la delinquenza e’un fenomeno regressivo che riattiva una aggressività atavica presente in tutti. Nella folla per es. il normale regredisce e diventa un potenziale assassino, come scrisse Scipio Sighele ne “La folla delinquente” (1891). Il “delinquente nato” sarebbe tale , per gli esponenti della scuola positivistica italiana, per un difetto di sviluppo o per anomalie anatomo funzionali che impediscono alla morale ed alla ragione di porre un freno ad una violenza che affonda le sue radici nella filogenesi, come diceva anche Freud, cioè nel passato remoto dell’umanità. E’ chiaro che la pericolosità del malato di mente non può essere legata a fattori costituzionali e ad alterazioni neuroanatomiche. Essa è un fenomeno reattivo a determinate situazioni di rapporto interumano. Pertanto può essere prevenuta e risolta nella stragrande maggioranza dei casi con opportune strategie terapeutiche e con interventi adeguati. Storicamente i cosiddetti “sani” hanno esercitato forme di violenza efferata nei confronti dei malati mentali. La violenza fisica unita al contenimento ed alla segregazione era ritenuta l’unica possibilità di “terapia” della pazzia: il trattamento morale come risultato di una mentalità razionale e religiosa. E’ altresì vero che i malati non sono stati e non sono tuttora solo vittime: in certe patologie come la schizofrenia paranoide (Anders Breivik era uno schizofrenico e non un terrorista come ha sostenuto Peppe Dell’Acqua ), l’impatto con l’ambiente può innescare condotte che sfociano molto frequentemente nell’omicidio o nella strage. Indipendentemente dalla rilevanza numerica di tali episodi , la valutazione della quale dipende dai criteri diagnostici adottati, le sopraddette patologie non possono essere ignorate. In un mio prossimo articolo dal titolo “Schizofrenia,imputabilità ed infermità mentale che uscirà nel prossimo numero di gennaio de “Il sogno della farfalla” (l’Asino d’oro) propongo una riflessione sul nesso fra malattia mentale ed acting out criminale oltre ad un approfondimento dei criteri diagnostici della schizofrenia. La teoria, l’indagine psicopatologica è importante.<<(…)la pericolosità sociale.scrive Peppe Dell’Acqua ne “Forum di salute mentale “- non merita neanche di essere criticata. È una chimera, un qualcosa che si presume, ma che di fatto manca. E la presenza della malattia mentale o di un suo disturbo surrogato non può affiancare quella persona alla pericolosità pubblica più di quanto non ne potrebbe essere affiancato ognuno di noi>>




L’articolo di Cipriano “Povero Gramsci” non vale un commento essendo l’espressione di un “deficit di intelligenza o di comprensione” che dir si voglia. Ovviamente ciascuno ha il diritto di difendere le proprie idee ma forse sarebbe necessario informarsi e leggere. Chiaramente Cipriano non ha letto nè Lombroso nè tantomeno Fagioli. Giorgio Bignami gioca la carta della “chimera” e della battuta ad effetto: ovviamente la vera chimera è il” basaglismo” dei” basagliati” ( marxismo e filosofia di Heidegger tramite Sartre e Foucault ). Marco Cavallo ( simbolo della liberazione dal manicomio) era alla testa del Mad Pride a Torino, alla testa di coloro che sono orgogliosi di essere pazzi e non vogliono essere curati. La pazzia sarebbe dentro ciascuno di noi e sarebbe una violenza volerla “curare”. I “matti” devono essere lasciati liberi di essere come sono. Sono i “curati” a dover insegnare qualcosa ai “curanti”. Auguri ma soprattutto “Povero Basaglia”….e poveri malati.







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