Forum salute mentale : un commento a Mal-trattamenti psicoanalitici

  • Schermata 06-2456454 alle 10.55.35L’Unità di oggi. un bizzarro mix di uscite in varie direzioni
9 giugno 2013

di Giorgio Bignami.

Ogni tanto leggiamo su l’Unità articoli di alto profilo per chiarezza di informazione e per taglio politico, culturale, scientifico ….Per esempio, il 26 maggio (p. 16), Elena Granaglia ha chiaramente spiegato quali siano i principali nodi nell’attuale crisi della sanità italiana, soffermandosi in particolare sul rischio creato dalla robusta spinta europea alla privatizzazione. E sul supplemento Left del sabato (25 maggio, p..37), Paola Mirenda ha fornito un quadro chiaro e drammatico delle condizioni di oltre 50 milioni di badanti sradicate dai loro paesi d’origine per andare ad accudire anziani e disabili in paesi come il nostro: abbandonando anziani genitori, coniugi e compagni (”vedovi bianchi”), figlioli magari in tenera età, per mandar loro, rimasti a casa, il minimo per sopravvivere (tanto che in alcuni villaggi e cittadine ucraine quasi non si vedono più donne, salvo anziane e bambine). L’Italia è il paese che ha il maggior numero di badanti rispetto alla popolazione; quindi non occorre dilungarsi sulle conseguenze negative di questo massiccio sradicamento selettivo per il genere femminile (almeno in parte dei paesi d’origine), nel campo della salute in generale e in quello della salute mentale in particolare.: E questo, a fronte di una inadeguatezza qualitativa e quantitativa della maggioranza dei nostri servizi ad affrontare i problemi che ne derivano.

Ma sia su L’Unità che su Left le uscite di diversa impostazione sono diventate piuttosto frequenti, Già si è detto, in un recente intervento su questo sito, del sostegno a piena pagina dato dal quotidiano alla proposta di legge di iniziativa popolare “181″, mirata a legificare minuziosamente le pratiche in campo psichiatrico, proposta che desta non poche perplessità ( http://www.news-forumsalutementale.it/limbroglio-della-181/#more-11227 ).

Il caso forse più clamoroso per le sistematiche recidive riguarda Left, che pare de facto l’organo ufficioso dei c.d. fagiolini, cioè degli allievi e sostenitori dello psichiatra e psicoterapeuta Massimo Fagioli. Al guru maximo sono riservate ogni settimana due intere pagine (per carità, ognuno è libero di esternare ciò che vuole; ma pare strano che tali esternazioni, dato il giumellaggio obbligatorio, siano imposte con un supplemento di costo ai lettori dell’Unità, che ancora reca in testa la dizione “quoitidiano fondato da Antonio Gramsci”). Non di rado, poi, ulteriori pagine recano gli interventi di seguaci del capofila. Per esempio, nel numero del 18 maggio, subito dopo il pezzo del Maestro sulle immagini oniriche (p. 54-55), troviamo un lungo articolo di Domenico Fargnoli (p. 54-56), il quale sferra un violento attacco contro la Società psicanalitica italiana (Spi): L’autore coglie l’occasione del commento curato dalla Spi per la serie Sky In treatment; e a parte il sacrosanto diritto di critica, lascia perplessi sia il fatto che un tale attacco di parte nella “guerra tra scuole” sia ospitato in questa sede, sia l’uso di espressioni apodittiche, come “il totale fallimento del freudismo”, e simili. Ora, senza voler entrare nel merito, è noto che buona parte dell’odierna psicanalisi di ispirazione freudiana si serve di schemi sostanzialmente modificati rispetto a quelli del fondatore. Insomma, non occorre una specifica competenza in materia per rendersi conto che una sparata a salve cone quella di cui si parla scende sotto al livello di certe critiche mirate ad azzerare i crediti di un Darwin o di un Marx: imputando loro la mancata “lettura nella sfera di cristallo” di informazioni all’epoca di là da venire, .

Infine non si possono condivideri interventi che si danno la zappa sui piedi, come quello masochisticamente intitolato “Welfare Fai da Te” (Left, 18 maggio, p. 22-26). Questo articolo dà per scontata la progressiva insufficienza delle risorse pubbliche rispetto ai bisogni della gente, e quindi sostiene soluzioni come le ottocentesche Società di mutuo soccorso. Il che pare in piena sinergia con la spinta alla privatizzazione di cui si è detto all’inizio:con i suoi squali delle assicurazion, che aspirano ai profitti dei loro cugini anericani; con i suoi welfare aziendali, drammaticamente discriminanti tra un lavoratore e l’altro (v. i privilegi dei dipendenti di Del Vecchio-Luxottica e di Monzemolo-Ferrari, a fronte delle miserie dei dipendenti di Marchionne); con il fiorire di iniziative come San. Arti.(per gli artigiani) e Sanimpresa (assistenza sanitaria del terziario privato), ampiamente pubblicizzate soprattutto sui media della sinistra; con il decollo del fundraising benedetto da L’Espresso (23 maggio, ma in edicola dal 17, p. 118); e chi più ne ha più ne metta.

L’antica saggezza popolare insegnava che “Ai tempi che il grasso dimagra, il magro mòre”; ed è ovvio che i magri di oggi sono proprio servizi come quelli per la salute mentale, che oltre al loro progressivo strangolamento vedono oggi aggiungersi lo storno delle risorse dedicate alla chiusura degli OPG, destinate alla creazione di una fitta rete di miniOPGegionali; o come quelli per le tossicodipendenze, che ogni giorno riducono i loro orari di apertura, chiudono parte dei loro presidi, né possono rispondere a una folla di nuovi problemi e di nuovi bisogni che esigerebbero un cambio qualitativo, oltre che quantitativo, del loro modus operandi.

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  1. Egregio Bignami, il suo nome che ricorda certi manualetti del liceo, parla di sintesi un po’ frettolose. L’epiteto di cui Lei fregia Massimo Fagioli non merita un commento: è solo una caduta di stile ed una mancanza di argomenti da parte sua. Per ciò che concerne il mio articolo la tesi che io sostengo è che in realtà nel freudismo non c’è mai stato nessun sostanziale rinnovamento. Conosco a fondo la letteratura psicoanalitica passata e presente e la sfido a dimostrare il contrario. Il freudismo è tale perchè fa riferimento a Freud così come il cristianesimo fa riferimento a Cristo. Ora un cristianesimo senza Cristo sarebbe bizzarro (per usare un aggettivo che a lei piace ) così come un freudismo senza Freud. Ernesto de Martino che certo non era uno sprovveduto sosteneva che la psicoanalisi era una forma di religione sotto le mentite spoglie dello scientismo. Anche il grande Karl Jaspers a suo tempo ha espresso opinioni analoghe scrivendo che la storia dell’omicidio del padre primordiale era una stupidaggine razionale.
    Ora le religioni non evolvono perchè si basano su dei dogmi: questi ultimi rimangono tali,e come i deliri, non si correggono. Questo è il dramma del freudismo.
    Per ciò che riguarda la guerra fra scuole non vorrei deluderLa ma io non faccio parte di nessuna scuola dai tempi dell’Università. Mi ritengo una persona libera che esercita autonomamente la propria professione e capacità di giudizio al di fuori da ogni vincolo istituzionale. Nel mio articolo ( che è di due e non di tre pagine e quindi grazie per averlo letto più di una volta) non faccio dichiarazioni di appartenenza ma esprimo un mio personale punto di vista.
    Forse è proprio questo che a Lei risulta incomprensibile.
    La ringrazio per l’attenzione Domenico Fargnoli

    1. francesco s calabresi 11 giugno 2013 alle 12:50 pm

      Caro Giorgio ,mi permetto di raccontarti qui un pezzo della mia vita ,in ricordo di alcuni brevi,occasionali ma intensi momenti di incontro. Rappresenti per me un ideale di scienza e impegno civile da quando lessi la tua denuncia dell’operato di alti dirigenti dell’Istituto Superiore di Sanità per ritardare l’introduzione del vaccino antipolio Sabin e favorire altra azienda (ottomila poliomelitici in più ,se ben ricordo) , ora sono rimasto spiacevolmente sorpreso per questo tuo intervento grossolanamente polemico su uno studioso ineccepibile come scienziato ed essere umano come M.Fagioli .Ho conosciuto M.Fagioli quando io, specializzando in neuropsichiatria, ero in training nella Spi all’istituto di via salaria e lui era analista qualificato ma con una formazione psichiatrica psicoterapeutica di primo ordine avendo lavorato per anni nell’osp.psichiatrico di Padova diretto da Barison e nella clinica di Binswanger a Kreutzlingen ,gestito comunità terapeutiche, scritto articoli psichiatrici significativi. Aveva pubblicato da poco “Istinto di morte e conoscenza”. Nella SPI si andava preparando la reazione che avrebbe portato alla espulsione-”scomunica”di Fagioli e alla cacciata degli allievi che avevano “fornicato”con lui.Io abbandonai il training profondamente deluso dalle due lunghe esperienze analitiche cui mi ero sottoposto ,dall’ambiente umano dominante all’istituto e dagli insegnamenti impartiti,e anche dalla mia pratica terapeutica .Gradualmente mi resi conto di quanto i comportamenti e gli insegnamenti che mi avevano ferito e deluso fossero legati alle incongruenze teoriche ,alla ottusità reazionaria ,e in fin dei conti alla disonestà intellettuale di Freud . La sua disonestà come scienziato , come terapeuta e come uomo è stata poi ampiamente dimostrata da tutti gli storici che hanno potuto accedere ai documenti dell’epoca (Ellemberger, Masson, Borch-Jacobsen etc.).La sua inconsistenza teorica ,approfonditamente e ineccepibilmente, da Fagioli .Io poi ho partecipato alla cosiddetta “analisi collettiva”portata avanti da Fagioli insieme alla maggior parte di quelli che erano prima miei pazienti e che sono ora miei amici e compagni ,nella quale abbiamo potuto decostruire lo psicoanalista freudiano che mi atteggiavo essere e i suoi analizzandi e lasciar venir fuori l’identità umana di ciascuno con le proprie qualità e specifiche competenze . A questa straordinaria esperienza formativa , ormai andata avanti in 38 anni di duro lavoro ben oltre la critica al freudismo e alle altre ideologie di quegli anni , son ancora molto felice di poter partecipare .Con affetto .

      A questo indirizzo è stato pubblicato l’articolo Mal-trattamenti psicoanalitici

    http://rassegnaflp.wordpress.com/2013/05/23/mal-trattamenti-psicoanalitici/#comments
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“La follia a due” degli attentatori di Boston

Esplosione alla maratona di Boston

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Schermata 04-2456406 alle 13.02.56I due attentatori alla Maratona ed al Mit di Boston sembra fossero “lupi solitari” non collegati a cellule terroristiche .

E’ stupefacente il contrasto fra le affermazioni del padre secondo le quali i due figli, ed in particolare l’ultimo, erano due “angeli” e quelle dello zio, naturalizzato in USA, che sostiene che essi erano dei “losers” incapaci di integrarsi nella società americana. “Angeli” con cinture al plastico e dotati un vero arsenale di esplosivi ed armi automatiche? Le dichiarazioni della famiglia in Cecenia testimoniano la distanza e l’ignoranza dei genitori nei confronti della reale situazione psicologica e di vita dei due giovani. Quest’ultimi avevano difficoltà a inseririsi in un contesto culturale con cui si confrontavano oramai da dieci anni. Un problema psicologico aggiuntivo sarà stata per loro, e soprattutto per il più giovane, la malattia del padre ammalatosi di cancro cerebrale ed operato in Germania. L’uomo tornato a vivere in Cecenia appare, anche dalle sue dichiarazioni, come una figura lontana e non in contatto con la realtà dei figli.

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Parenti di vittime

Guardando le immagini delle esplosioni e delle loro conseguenze (dolore , lutto, disperazione, panico ) al traguardo della maratona ciò che risalta è l’enormità e l’assurdità del gesto assolutamente non inquadrabile in una strategia politica od in una credenza religiosa. boston2Il terrorismo sembra solo una maschera dietro cui agiscono motivazioni psicopatologiche. Gli americani hanno subito cavalcato istericamente l’onda dell’attacco, opera di una vasta organizzazione , memori delle ferite precedenti alle torri Gemelle nel 2001 ma in realtà i due ceceni ricalcano il copione noto dei mass murderers , cosiddetti “pseudocommando”.

I due fratelli si sono mossi come una “coppia criminale” condividendo deliri ed in base a ques’ultimi progettando crimini del tutto sprovvisti di un senso umano: fra loro, come di solito avviene nei casi di “folie à deux”, ci sarà stato sicuramente un incube ed un succube. La Folie à deux , descritta per la prima volta da Legrand De Saulle nel 1873. è una sindrome clinica caratterizzata da sintomi psicotici, principalmente da deliri condivisi da due

L'incube ed il succube

L’incube ed il succube

o più persone che hanno una relazione intima. Nella maggioranza dei casi riportati dalla letteratura clinica, i soggetti coinvolti nella Folie à deux sono membri della stessa famiglia o della stessa coppia (marito e moglie) e c’è generalmente una relazione dominante-sottomesso, carnefice-vittima, Secondo Scipio Sighele autore nel 1892 de “La coppia criminale”

<<(..) la follia a due non rappresenta soltanto la coesistenza parallela di due deliri simili, ma cosituisce una vera e propria società con uno scopo chiaro e determinato>>

La coppia criminale

La coppia criminale

Il delirio quindi ,come riteneva Eugene Blueler, non è autistico cioè esclusivo di una sola persona ripiegata su se stessa e fuori da vincoli sociali , ma può essere il frutto di una interazione fra due o addirittura fra più persone. Specularità, imitazione, suggestione intervengono nella formazione del delirio e ne condizionano la strutturazione e l’eventuale messa in atto come sostenuto già a partire dalla fine dell’Ottocento da esponenti della Scuola positivistica italiana.

Sulla differenziazione fra patologia mentale e terrorismo mi permetto di segnalare l’articolo “Anders Breivik e la diagnosi di schizofrenia paranoide” di Domenico Fargnoli ed altri nella rivista Il sogno della farfalla n°2(L’asino d’oro 2013)

http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4371452,00.html

Boston terrorist: My brother wanted to defend Islam

CNN reveals initial details on interrogation of marathon attacker Dzhokhar Tsarnaev, 19; ‘My brother was the mastermind behind the attack,’ says from his hospital bed

Ynet

Published: 04.23.13, 17:18 / Israel News

A questo indirizzo le dichiarazioni  più recenti dell’attentatore superstite

http://www.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=43252&typeb=0

http://www.washingtonpost.com/world/national-security/no-links-seen-between-boston-suspects-and-foreign-terrorist-groups-officials-say/2013/04/23/f08c9b7e-ac4b-11e2-b6fd-ba6f5f26d70e_story_1.html

http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2013/04/23/attentato_boston_19enne_zhokhar_tsarnaev_collabora_polizia.html

I media, con il sensazionalismo, favoriscono l’imitazione di gesti criminali.The media, with sensationalism, promote the imitation of criminal acts

Aristotele riteneva, come afferma nella “Poetica” che la tendenza imitativa fosse non solo connaturata nell’essere umano ma che potesse spiegare anche l’attitudine artistica e poetica. Questa idea è stata variamente ripresa nel corso della storia: verso la fine dell’ottocento si pensò che alla base del contagio emotivo che caratterizzava le folle ci fosse proprio il fenomeno dell’imitazione che la psichiatria veniva scoprendo essere fondamentale nelle manifestazioni dell’isteria. Eugen Breuler che nel 1913 coniò il termine schizofrenia sostenne che in quest’ultima si possono ritrovare tutti i i sintomi, e quindi tutte le caratteristiche dell’isteria.  << Nessun sintomo isterico o nevrastenico è estraneo alla schizofrenia-scriveva->>E’ chiaro comunque che schizofrenia ed isteria sono due malattie diverse sia per gravità sia per la natura del nucleo generatore sul piano della psicopatologia. Nello schizofrenico c’è una grave perdita del senso di identità e dell’immagine personale dovuta alla pulsione di annullamento che determina una mutazione terrifica nel rapporto con l’intero mondo. Le tematiche dell’isteria classicamente sono state per lo più circoscritte all’ambito della sessualità e quindi limitate a dinamiche di negazione ed a fenomeni di conversione. Anche se rimane vexata questio se i primi casi di isteria descritti a cavallo fra otto e novecento non fossero in realtà delle forme di schizofrenia.
Quando parliamo di induzione da parte dei media , in cerca di reportage sensazionali, di comportamenti criminali come quello del mass shooting alludiamo ad una forma di contagio che quindi potrebbe avere caratteristiche isteriche essendo basato sul’imitazione.
Ciò non contraddice il fatto che molti shooters sono soggetti schizofrenici in cui tematiche più prettamente schizofreniche possono convivere o sottostare ad una sintomatologia di tipi isterico. In ossequio ad uno dei criteri diagnostici fondamentali di Jaspers possiamo dire comunque che quando isteria e schizofrenia coesistono la diagnosi sarà legata al livello psicopatologico più grave.
Non bisogna commettere l’errore di scambiare il manierismo schizofrenico con l’imitazione.
Nel manierismo c’è una totale anaffettività ed una teatralità assurda e vuota che non ha una finalità comunicativa e di rapporto che è invece presente, anche se a livelli più o meno superficiali nell’imitazione.

Recentemente nel libro “So quello che fai” (2006) Giacomo Rizzolati e Corrado Sinigaglia hanno proposto una nuova teoria dell’imitazione : essi sostengono che alla base dei processi imitativi ci sarebbe il sistema dei neuroni specchio. A parte la discussione nel mondo delle neuroscienze relativa al fatto se tale sistema sia presente o meno nell’uomo, è tutto da discutere se l’apprendimento di patterns motori e comunicativi nuovi si possa intendere come “imitazione”.
La formazione delle immagine interiori , oniriche e non oniriche ha una grande importanza nella comunicazione preverbale nel primo anno di vita, e difficilmente può essere considerata semplicemente come imitazione, in quanto in essa è presente la fantasia vale a dire un elemento di elaborazione e di ricreazione personale .
Molto speculative sono anche le tesi che cercano di spiegare un fenomeno complesso come l’autismo con un funzionamento deficitario dei neuroni- specchio che dovrebbero consentire l’empatia e la condivisione di emozioni.

Aristotle believed, as stated in the “Poetics” that the imitative tendency was not only inherent in the human being, but that could also explain the attitude of artistic and poetic. This idea has been variously taken up in the story: towards the end of the nineteenth century it was thought that the basis of emotional contagion that characterized the crowds was just the phenomenon of imitation that psychiatry was discovered to be fundamental in the manifestations of hysteria. Eugen Breuler who in 1913 coined the term schizophrenia argued that the latter can be found in all  symptoms, and then all the features of hysteria.<<No  neurasthenic or hysterical symptom is unrelated to schizophrenia-wrote->It is clear, however, that schizophrenia and hysteria are two different diseases both by gravity and the nature of the core generator on the plane of psychopathology. In schizophrenia there is a severe loss of the sense of personal identity and image due to the drive of cancellation, resulting in a terrifying mutation in relationship to the whole world. The themes of hysteria are classically been mostly confined to the field of sexuality and therefore limited to the dynamics of denial and conversion phenomena. Although it remains “vexata questio” if the first cases of hysteria described somewhere between eighteenth and nineteenth century  were  not in fact forms of schizophrenia.When we speak of induction by the media in search of sensational reports of criminal behavior such as the mass shootings  we allude to a form of infection, which might have characteristics based on imitation  being hysterical.This does not contradict the fact that many shooters are schizophrenics in which issues more typically schizophrenic can live or undergo a kind of hysterical symptoms. In accordance with one of the basic diagnostic criteria of Jaspers we can say, however, that when hysteria and schizophrenia coexist diagnosis will be linked to more severe psychopathological level.We must not make the mistake of mannerism schizophrenic with imitation.In Mannerism there is a total loss of affection  and a theatricality absurd and empty that does not have a purpose or intention of communication  or relationship that  is instead present, although at levels more or less superficial in imitating.

Recently in the book “I know what you are doing” (2006)  Corrado Sinigaglia  and Giacomo Rizzolati have proposed a new theory of imitation: they argue that the basis of imitative processes there would be a mirror neuron system. Apart from the discussion in the world of neuroscience as to whether such a system is present or not in humans, is a different story if the learning of new motor patterns and communication can be understood as “imitation.”
The formation of the inner image, dream and not dream of great importance in the preverbal communication in the first year of life,  can hardly be regarded simply as an imitation, since it is present in the fantasy that is a processing and recreation staff.
Are also highly speculative thesis that attempt to explain a complex phenomenon such as autism with a functioning mirror neuron deficit, which should allow empathy and sharing emotions.

Tom Chivers is the Telegraph’s assistant comment editor. He writes mainly on science. Not a poet – that’s the other Tom Chivers. Read older posts by Tom here.

Norway killings: does media coverage inspire copycats?

By Society Last updated: July 28th, 2011

I’ve been liveblogging the horrifying events in Norway for the last few days. It’s been harrowing and deeply, deeply sad. A man – whether amadman or a coldly sane fanatic is not yet clear – has murdered 76 people, mostly teenagers, for the crime of living in a country that allows immigration. These events have presented something of a moral dilemma for me.Of course, we have to cover the news. And it would be remiss of us not to report the actions of the killer (I’m going to follow Charlie Brooker’s excellent example and not name him) who has perpetrated the worst act of terrorism on European soil since 2004. But the evidence seems to suggest that the more you cover these actions, the more likely it is that people will emulate them.A study in 2004 looked into the coverage of the suicide by gun of an Austrian celebrity. The largest Austrian newspaper, the Kronen Zeitung, sells widely in the eastern states of the country, but sells little in the west. It reported the suicide closely, while other newspapers gave it little attention. The study, by researchers at Furtbach Hospital for Psychiatry and Psychotherapy, found that the number of firearm suicides went up in the areas where the Kronen Zeitung sells well, but not in the areas where it does not.A more wide-ranging study in 2009, also in Austria, found again that wide reporting of suicides was linked to an increase in similar types of suicide. Another study in Germany found similar results, “consistent with the assumption of imitative effects”.That’s suicides, of course. Is there any evidence to suggest that the reporting of mass killings increases the likelihood of imitation attacks? Dr Park Deitz, a leading US criminal psychiatrist, says so – he famously lectured Newsnight on the need to reduce the sensationalism of coverage if they wanted to prevent copycat killings after the Winnenden, Germany secondary school massacre in 2009, in which 15 people were killed by a 17-year-old gunman.He told The Independent: “Here’s my hypothesis. Saturation-level news coverage of mass murder causes, on average, one more mass murder in the next two weeks. It’s not that the news coverage made the person paranoid, or armed, or suicidally depressed, but you’ve got to imagine this small number of people sitting at home, with guns on their lap and a hit list in their mind. They feel willing to die.”When they watch the coverage of a school shooting or a workplace mass murder, it only takes one or two of them to say – ‘that guy is just like me, that’s the solution to my problem, that’s what I’ll do tomorrow’. The point is that the media coverage moves them a little closer to the action. Is that causation? Legally, maybe not. Epidemiologically, yes.” But I’ve been unable to find research that backs his claim.That said, it seems reasonable to assume that there is a link between media coverage of a killing and the likelihood of copycats. Certainly in every other walk of life, that seems to be the case: people play more sport when that sport is televised, they buy more cigarettes when cigarettes are advertised.So what should news outlets do? I honestly don’t know. Should we simply not report major events? Obviously not. Should we assume a tone of constant denigration, calling the killer a loser and a failure, in the hope that it puts others off? Fine for opinion writers, not really okay in reporting.As I say, it’s a dilemma. We need to cover the news, but it is a horrible thought that we might be encouraging other deranged or evil individuals to kill. All, I think, that we can do is avoid sensationalism, as hard as that is to do in a story as – frankly – sensational as the Norwegian horrors. I hope I – we – have managed to do so.Schermata 03-2456357 alle 10.31.41Schermata 03-2456357 alle 10.45.50

Dsm, la rivolta dei medici

NEWS_91336Articolo interessante, come documentazione storica del problema del DSM.

Interessante è la cricostanza per la quale il DSMIV fu pubblicato nel 1994. L’anno prima c’era stata in America una campagna stampa, mi ricordo una copertina del “Times” dal titolo Freud è morto, che decretava la fine della psicoanalisi freudiana naufragata sotto il peso della sua inconsistenza terapeutica, delle critiche epistemologiche di Grunbaum,Assalto_alla_Verit_pagina_1_di_69_grunbaum
documente della pubblicazione dei carteggi del padre della psicoanalisi. Tutti questi elementi concorrevano a dare della psicanalisi un’immagine molto lontana dalla agiografie edulcorate fra le quali spiccava quella di Ernst Jones e più vicina a quella di un gigantesco imbroglio sostenuto da un’intero apparato istituzionale  e ideologico.images Il DSM si inseriva tempestivamente nel vuoto lasciato dalla” morte di Freud” (morte ovviamente simbolica) che Fritz Lang fin dal 1933 aveva rappresentato come un ipnotizzatore criminale che cercava di imporre ad una intera civiltà il diktat “si prega di chiudere gli occhi”. Già Freud nel 1938 nel suo “Compendio di Psicoanalisi” aveva auspicato l’avvento dell’era farmacologica: la psichiatria organistica nel suo sviluppo a partire dagli anni 80-90 si situa in una linea di continuità con il freudismo con cui condivide l’idea di una incurabilità della malattia mentale. Le corporazioni degli psichiatri cercavano, in quegli anni,  un consenso ed una amalgama  facendo quadrato sul DSM come fosse un manifesto politico piuttosto che un un testo che derivava da approfondite e motivate riflessioni teoriche.

Attualmente il disastro del DSMV coincide con la planetaria crisi economica innescata dalle banche e dalla bolla  del  mercato immobiliare americano: come se la crisi del modello liberista si ripercuotesse sugli aspetti sovrastrutturali della società americana, in particolar modo della psichiatria, incapace  di offrire strumenti di contenimento dell’enorme  malessere sociale ed economico delle fasce di popolazione più deboli negli Usa. Le guerre ingiuste ed inique combattute dagli  States su scala planetaria, in difesa dei loro interessi legati al controllo delle fonti energetiche, hanno indebolito sul piano non solo dell’economia  ma anche dell’immagine il paese. Gli psicofarmaci, come si è scoperto negli ultimi decenni, non solo non possono essere un ‘intervento a lungo termine sulla malattia mentale senza provocare danni iatrogeni rilevanti ma  neppure possono essere somministrati  in modo irresponsabile  ai bambini piccolissimi  senza alterare i processi di sviluppo ed incidere pesantemente sulla realtà psichica di questi ultimi costituendo il punto di innesco di veri e propri episodi psicotici.

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Allen Frances, classe 1942, è un pezzo di storia della psichiatria. Ha presieduto i lavori del comitato scientifico di quel l’American Psychiatric Association (Apa) che, nel 1994, partorì la quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm-IV): 886 pagine, 297 disturbi. Oggi, capelli bianchi e abbronzatura alla Robert Redford, Frances è un professore emerito che vorrebbe godersi la pensione in California. Invece, è reduce da un giro di conferenze, anche in Italia, dal titolo «Usi e abusi della diagnosi in psichiatria». Oggetto della sua preoccupazione, e delle sue critiche severe, sono i criteri proposti (li trovate su http://www.dsm5.org) per la quinta edizione del Dsm, la cui uscita è prevista nel maggio 2013. Del Dsm-5 (da romana la numerazione è diventata araba, quindi Dsm-5), ha parlato su queste pagine Gilberto Corbellini più di un anno fa («Disturbi mentali, il catalogo è questo», 22 marzo 2010), raccontandone costi e ricavi ed elencando le principali novità: maggior attenzione agli aspetti dimensionali della diagnosi (cioè non solo la presenza/assenza di un sintomo o di un disturbo, ma anche la sua intensità), semplificazione di diagnosi “complesse” quali schizofrenia e autismo, riduzione del numero dei disturbi di personalità, revisione del quadro nosografico delle “dipendenze”, con introduzione di nuove dipendenze comportamentali, per esempio da internet.
Ma cosa preoccupa Frances, al punto da invitare l’intera comunità dei professionisti della salute mentale a firmare una petizione (www.ipetitions.com/petition/Dsm5) e perorare una users’revolt, una ribellione degli utenti del Dsm? Petizione a cui l’Apa, proprio in questi giorni, ha fornito risposte tese più ad appiattire i contrasti che ad affrontare le critiche, attraverso quelle che lo stesso Frances ha definito «formule bizantine» che sostanzialmente ignorano il problema.
Un punto di partenza per descrivere questa rivolta fantapsichiatrica potrebbe essere il mancato coinvolgimento degli psicologi come comunità professionale nella stesura del Dsm-5. La marginalizzazione degli psicologi è un problema delicato dato che questi non solo applicano il Dsm nella pratica clinica, ma conducono anche ricerche sulla base delle sue categorie diagnostiche. Le critiche contenute nella petizione anti Dsm-5 sono infatti sottoscritte da un lungo elenco di divisions dell’American Psychological Association. Poco prima si era mossa in modo simile la British Psychological Society. L’anno scorso, un autorevole cartello di esperti (Shedler, Beck, Fonagy, Gabbard, Gunderson, Kernberg, Michels e Westen) aveva lanciato un allarme sul futuro diagnostico dei disturbi di personalità, una delle diagnosi più importanti nel campo della salute mentale (basti pensare al loro ruolo in ambito forense). In particolare suscitò scalpore, tra noi addetti ai lavori, l’esclusione dal Manuale di alcuni importanti disturbi di personalità, quali il paranoide, lo schizoide, l’istrionico, il dipendente e soprattutto il narcisistico. Tanto che, nel giugno 2011, l’American Psychiatric Association si sentì costretta a reinserire tra le diagnosi almeno quest’ultimo, accogliendo così in parte le osservazioni dei molti clinici che vedevano nella sua eliminazione l’affacciarsi di una pericolosa scollatura tra la realtà clinica e le categorie diagnostiche, oltre che la preoccupante eliminazione di tutte le manifestazioni psicopatologiche non immediatamente riducibili a meccanismi di tipo biologico. Ma il dissenso era ormai diffuso e, proprio dalle pagine dell’American Journal of Psychiatry, questi clinici internazionalmente noti definivano la diagnostica di personalità targata Dsm-5 «un agglomerato poco maneggevole di modelli disparati e male assortiti, che rischia di trovare pochi clinici disposti ad avere la pazienza e la costanza di farne effettivamente uso nella loro pratica». Anche in Italia si è mosso qualcosa: un gruppo di clinici e ricercatori di diversa formazione (Lingiardi, Ammaniti, Dazzi, Del Corno, Liotti, Maffei, Mancini, Migone, Rossi Monti, Semerari, Zennaro) ha voluto inviare all’Apa una lettera con le proprie perplessità sul tema. E anche l’ultima Newsletter dell’Ordine degli psicologi del Lazio presenta un analogo documento critico.
Ricordo che il Dsm è probabilmente il sistema diagnostico in psichiatria più usato al mondo. Se i suoi meriti sono noti, primo tra tutti il tentativo di creare una lingua comune e principi condivisi per descrivere i disturbi mentali, i punti di debolezza dell’imminente Dsm-5 sono sotto i riflettori. Proviamo a riassumerli: 1. «abbassamento delle soglie diagnostiche» col conseguente accresciuto rischio di falsi positivi (viene diagnosticato un disturbo mentale che non c’è) e relativa medicalizzazione (psicofarmaci compresi) di soggetti non clinici; 2. «inserimento di nuove categorie diagnostiche» dubbie, come la «sindrome psicotica attenuata», che sembra peraltro avere un basso potere predittivo rispetto allo sviluppo successivo di una sindrome psicotica vera e propria, e il «disturbo neurocognitivo lieve», diagnosticabile nella maggior parte degli anziani; oppure l’eliminazione del precedente criterio che impedisce di far diagnosi di «depressione maggiore» in presenza di un lutto (per cui sarà più facile diagnosticare come sindromi depressive, e quindi medicalizzare, alcune reazioni di lutto normali); 3. «minore attenzione al peso dei fattori psicologici, sociali e culturali» nella genesi e nell’espressione dei disturbi mentali; 4. «eccessiva polarizzazione medico-organicista», dal punto di vista sia teorico sia clinico

Unknown

Secondo Gilberto Corbellini nel DSMV verrà abolita la dizione “schizofrenia paranoide”. Con il gruppo di psichiatri “Progetto psichiatria” abbiamo ultimato in questi giorni un articolo “Breivik e la diagnosi di schizofrenia paranoide” che secondo noi non solo esiste ma ha caratteristiche peculiari che la distinguono dalle altre forme della classica quadripartizione di Eugene Bleuler.

DSM-5

Da Il Sole 24 Ore del 22-03-2010, di Gilberto Corbellini

Articolo: Disturbi mentali, il catalogo è questo

Verso il nuovo manuale. L’associazione psichiatrica americana ha investito 25 milioni di dollari coinvolgendo 600 specialisti per ridisegnare la mappa delle patologie. Siamo vicini al varo finale. L’uscita prevista nel 2013

USA. Dopo undici anni di discussioni e un certo numero di falsi annunci dell’imminente pubblicazione, finalmente la fumata bianca.
Habemus DSM-V. o, quantomeno, si sa verso quali modifiche sono orientati i componenti della task force e dei 13 gruppi che lavorano, coordinati da David Kupfer e finanziati dalla American Association of Psychiatry (Apa), sulle categorie fondamentali delle diagnosi psichiatriche. Il 10 febbraio l’Apa ha pubblicato un draft del DSM-V richiedendo commenti e critiche da parte di tutti gli interessati entro il 20 aprile prossimo. Quindi nei prossimi tre anni, saranno organizzate tre fasi cliniche per testare la validità delle revisioni proposte e l’edizione definitiva sarà acquistabile nel maggio del 2013.
Il DSM o Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, è il più diffuso e influente testo di psichiatria nel mondo occidentale. Sulla base di questo strumento, edito dall’Apa, si battezzano e si classificano le malattie mentali, ma soprattutto gli psichiatri e i neurologi diagnosticano e trattano i loro pazienti. Inoltre, le case farmaceutiche progettano e finanziano le sperimentazioni cliniche dei farmaci, e gli enti di ricerca pubblici decidono quali ricerche finanziare.

Ultimo, ma non per importanza, i sistemi sanitari o le compagnie di assicurazione pagano le cure che sono indicate come appropriate. Rappresentando la larghissima diffusione del DSM una fonte di incalcolabile guadagno economico per l’Apa, si comprende l’ingente investimento di 25 milioni di dollari per effettuare la revisione, a cui hanno concorso 600 psichiatri, e anche la decisione di pubblicare un’edizione che probabilmente lascerà insoddisfatti molti, ma che lancia nondimeno una serie di segnali inequivocabili sul cammino che sta percorrendo la psichiatria.
La storia del DSM, dall’I al V, è uno dei capitoli più affascinanti della storia della psichiatria, anzi della storia della medicina del Novecento in generale. Non solo perché è intellettualmente intrigante analizzare i ragionamenti che hanno portato dalle 106 malattie mentali descritte nelle 106 pagine del DSM-1 del 1952 ai 293 disturbi descritti in 886 pagine del DSM-IV del 1994. Ma per il fatto che si tratta di una finestra storica unica sulle difficoltà e i problemi, sia teorici sia pratici, che hanno incontrato i tentativi di fornire alla psichiatria una base scientifica. Cioè una metodologia diagnostica basata sull’eziologia del disturbo clinicamente rilevante, come è nel caso delle definizioni di malattia sviluppate dopo l’avvento della medicina sperimentale o scientifica. […]

L’unico trattamento efficace per superare una condizione di precarietà di natura epistemologica di cui soffre la psichiatria forse sarebbe un salutare pluralismo epistemologico, ispirato però da una rigorosa concezione naturalistica della malattia mentale. Gli avanzamenti delle neuroscienze stanno muovendo in questa direzione, consentendo di tornare a sfruttare euristicamente le teorie per ricondurre i disturbi del comportamento a quello che sono. Cioè alterazioni del funzionamento del cervello.
Dal DSM-IV al DSM-V
– Eliminazione di una serie di sottotipi di schizofrenia (paranoide, disorganizzata, catatonica, eccetera) e maggiore attenzione ai sintomi comuni come allucinazioni e disturbi del pensiero, nonché alla durata e gravità di tali sintomi, nella diagnosi dei disturbi psicotici.
– Introduzione di una diagnosi di depressione ansiosa mista.
– Riduzione da 12 a 5 dei disturbi della personalità. Sono rimasti: borderline, schizotipica, evitante, ossessivo-compulsiva e psicopatica/antisociale.
– Introduzione della categoria di sindromi di rischio, in modo da consentire agli psichiatri di identificare gli stadi precoci di gravi disturbi mentali, come le demenze o le psicosi. […]
– Introduzione della singola categoria diagnostica dei “disturbi autistici” in sostituzione delle attuali diagnosi alquanto indefinite di malattia autistica, malattia di Asperger, disturbo disintegrativo dell’infanzia, e disturbo pervasivo dello sviluppo.
– Introduzione della nuova categoria dei disturbi da dipendenza e simili, in sostituzione della categoria di dipendenza e abuso di sostante.
Questa opzione consente di differenziare il comportamento compulsivo di ricerca della droga dovuto alla dipendenza dalle risposte normali di tolleranzae astinenza.
– Introduzione della categoria delle dipendenze comportamentali, che al momento include solo il gioco d’azzardo, ma dove alcuni vorrebbero includere la dipendenza da internet.
– Aggiunta di una valutazione dimensionale della diagnosi, rispetto al criterio basato solo sulla presenza o assenza di un sintomo, per consentire agli psichiatri di valutare la gravità dei sintomi.