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Povero Gramsci in Forum della salute mentale 28/12/2013 ovvero quando la polemica fa straparlare Piero Cipriano

Una nuova geniale  interpretazione della teoria

della

nascita!!!

Massimo Fagioli sarebbe un neolombrosiano

 

Franco Basaglia nel 1979, l’anno successivo all’approvazione della legge 180, la legge più libertaria al mondo in tema di assistenza al malato mentale, nelle conferenze che tenne in Brasile, tra le molte cose (ancora di straordinaria attualità), disse, citando Antonio Gramsci: “La nostra scienza parte da un dato fondamentale, che è la sconfitta del tecnico tradizionale, cioè di quel tecnico che pensa che non si può fare altro che questo, perché ha come ideologia il pessimismo della ragione. Il nuovo tecnico, invece, deve portare avanti il suo lavoro con l’ottimismo della pratica”. E anche: “Noi, psichiatri democratici, pur avendo stimolato la nuova legge, siamo una minoranza, ma, come direbbe Antonio Gramsci, siamo una minoranza egemonica … ma naturalmente dobbiamo essere molto vigili perché questa minoranza, una volta catturata, può diventare la nuova maggioranza riciclata”. Basterebbe ciò per eleggere Franco Basaglia a psichiatra gramsciano. Tuttavia, sul quotidiano fondato proprio da Gramsci, lo stesso quotidiano che Francesco Guccini, in Eskimo, celebrava con queste parole: “…alcuni audaci in tasca L’Unità…”, trovo uno strano articolo, davvero strano, che vuol essere una risposta al libro di Pier Aldo RovattiRestituire la soggettività, ma che soprattutto si propone di demolire la figura di Franco Basaglia.

Lo strano articolo sostiene che Rovatti, nel suo libro, si lagna del fatto che “nella stessa Trieste la maggior parte degli studenti non sa nulla” di Basaglia. Il tono denigratorio è evidente. Come dire, vedete, nessuno sa più niente. Questa storia è bella e dimenticata. Rovatti, invece, sta proprio denunciando la colpevole dimenticanza delle accademie che non si curano di restituire  conoscenze minime su un passaggio cruciale della nostra storia. E proprio per questo nei suoi corsi cerca di stimolare un pensiero critico tra studenti che mai sono esposti a queste evidenze storiche, e per questo parla di Basaglia, di Foucault, di Sartre, di soggettività, delle parole della psichiatria. Sempre lo strano articolo sostiene, ancora, che Basaglia “viene ricordato nella storia per ciò che non ha fatto, cioè la legge 180, a cui non ha dato alcun contributo personale”. Ma questa non è certo una novità, dico io, perché lo sanno tutti, tutto il mondo è a conoscenza che il vero riformatore della psichiatria italiana non è stato l’ormai obliato Franco Basaglia, ma è invece questo psichiatra in straordinaria ascesa che risponde al nome di Massimo Fagioli. Lui sì psichiatra vero. Non Basaglia. Perché, sostiene lo strano articolo, “non è psichiatria il nesso tra libertà e malattia mentale, non è psichiatria dire che la follia è una condizione esistenziale”. Ai tempi di Basaglia, aggiunge ancora, non c’era alcuna “teoria della mente sana e patologica”, per fortuna, invece, “oggi si è cominciato a costruire una nuova psichiatria, che ha preso le mosse” (ma tu guarda un po’ che combinazione, meno male che con questo articolo ne siamo venuti a conoscenza, se no capace che non se ne accorgeva nessuno) “da un percorso iniziato da Massimo Fagioli nell’ospedale psichiatrico di Padova, accanto a Basaglia” (accanto a Basaglia!?), “con il rifiuto del manicomio lager e la ribellione alla psichiatria ufficiale”. Invece, prosegue lo strano articolo nella sua spericolata impresa, al limite della fantastoria, di fare di Fagioli un Basaglia e di Basaglia un Fagioli (ovvero del nano un gigante e del gigante un nano), “la prassi di Basaglia non ha prodotto nessuna teoria né ricerca”. Questo il succo dello strano articolo, e io ne volevo fare un commento pedissequo ma sono stufo e irritato da tanta insulsaggine, e interrompo qui il virgolettato. E’ giusto per darvi un’idea. Più che dell’ignoranza che dall’articolo trasuda, sono irritato del fatto che questo scritto abbia trovato spazio sul quotidiano che ancora ci ricorda di essere stato fondato da Antonio Gramsci. Ma poi, mi faccio due conti. Chi è che scrive questo strano articolo? Sarà di certo un seguace del più reazionario (ma per fortuna anche il più irrilevante) psichiatra italiano, colui che ritiene l’omosessualità una malattia, colui che ritiene (lombrosianamente) il folle intrinsecamente pericoloso, colui che ritiene il manicomio criminale un’esigenza imprescindibile. In questo in compagnia di Vittorino Andreoli, un altro grande, sotto questo profilo. Insomma, uno dei tanti tecnici tradizionali animati dal pessimismo della loro ragione, un neolombrosiano travestito da psicanalista sinistrorso, e ciò è coerente, perché pure il Lombroso era un socialista, reazionario ma socialista. E allora è tutto chiaro, tutto ovvio, tutto torna. Follow the money, mi dico. Il Fagioli è irrilevante. La sua sconclusionata graforrea si può permettere di pubblicarla solo la sua personale casa editrice (L’asino d’oro), il suo diario trova ospitalità solo nel suo settimanale (Left), e adesso perfino sul quotidiano che era gramsciano ma ha cambiato padrone (e indovinate chi è il nuovo padrone?) trovano spazio, in nome del pluralismo, strani articoli che trasudano reazione e nostalgia del manicomio.

A questo punto ripenso all’ingiustizia di una morte precoce, a soli cinquantasei anni, di un gigante come Franco Basaglia, e penso che sono passati trentatre anni dalla sua morte, e che se fosse vissuto qualche decennio in più avrebbe potuto o saputo cambiarla ancora questa psichiatria, lui che è stato il primo psichiatra al mondo, due secoli dopo la sua invenzione, a mettere fuori legge l’istituzione manicomiale. La legge 180 non è merito di Basaglia? Bah! Quest’affermazione è così originale che non credo meriti neppure una risposta. Io penso invece che Basagliaè biologicamente morto e Fagioli biologicamente vivo, e su questo almeno siamo tutti d’accordo, però se guardate bene vi accorgerete che Basaglia, in realtà, non è mai morto, e Fagioli non è mai stato vivo, perché è irrilevante, chiedete in Italia o nel resto del mondo chi è l’uno e chi è l’altro. Provate voi a mettere uno di fianco all’altro il pensiero, la prassi, e la ricaduta di questi due psichiatri sulla cultura e sull’assistenza del malato mentale, in Italia e nel mondo, e ditemi chi dei due è il gigante e chi il nano, chi dei due è Gulliver e chi un lillipuziano. Oppure provate a leggere un testo a caso dell’uno e dell’altro, e dopo averlo fatto giudicate voi a chi appartiene un pensiero lungo e a chi un pensiero miope e astruso. Ma poi, da psichiatra, ecco che arrivo a interpretare e comprendere il patetico tentativo che ogni tanto lo psicanalista neolombrosiano cerca di attuare: è il malinconico tentativo di un pianeta morto, lontano dal Sole, Plutone, per dire, o meglio, di un satellite di Plutone, freddo e sterile e arido, ai confini del sistema solare, che cerca di avvicinarsi al Sole per scaldarsi, per illuminarsi di un raggio di luce riflessa. E allora, dopo aver compreso ciò, divento più magnanimo e indulgente con Fagioli e i suoi sostenitori, per cui auguro loro buone feste e di continuare a giocare all’interpretazione dei sogni nella loro mesmerica assemblea collettiva, ma consiglio loro di lasciar perdere il tema della salute mentale, che quello è un argomento serio, troppo serio per affrontarlo con lo strumentario del pensiero lombrosiano.

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Schizofrenia, infermità mentale e imputabilità. Cura o condanna?

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Psichiatria e giustizia alla luce degli sviluppi della dottrina giurisprudenziale in tema di capacità d’intendere e di volere. Se ne discute a Roma l’11 e il 25 ottobre.

 


Federico Tulli
giovedì 10 ottobre 2013 21:17

Fare diagnosi in ambito psichiatrico-forense è un processo estremamente complesso perché spesso è assai complicato distinguere un comportamento criminale da un’azione correlata a una malattia mentale. Il primo deve essere sottoposto a processo, giudicato ed eventualmente punito o riabilitato, mentre la patologia, ovviamente, necessita di diagnosi e cura, non certo di punizione. Valutare unicamente la capacità di intendere e di volere della persona al momento dell’atto è sicuramente insufficiente alla comprensione e valutazione dello stato mentale di chi ha commesso il reato.

Hanno riaperto questo annoso dibattito i più noti casi di cronaca degli ultimi anni: dal delitto di Cogne a quello di Novi Ligure, a quello più recente del pluriomicida di Milano, l’uomo originario del Ghana che a maggio 2013 ha ucciso quattro persone incontrate casualmente per strada, a colpi di piccone. Oppure il caso di Anders Breivik in Norvegia, solo per citarne alcuni. A ciò si aggiunge la dialettica che si è sviluppata da qualche anno a questa parte, in Italia, intorno alla legge che dispone la chiusura entro febbraio 2014 degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Strutture nelle quali è detenuto chi ha violato la legge ed è stato ritenuto incapace di intendere e volere al momento del reato. Persone affette da patologie di diversa gravità, che pertanto non vengono spedite in carcere ma in strutture di contenzione deputate alla cura. Ma dove di fatto la contenzione prevale sulla terapia.

Riflettere su concetti quali la responsabilità, l’imputabilità e gli aspetti diagnostici è un punto cardine per addentrarsi in questo campo. Al fine di studiare e approfondire queste tematiche, a partire da una prospettiva multidisciplinare, la Cooperativa sociale di psicoterapia medica ha organizzato con la Scuola medica ospedaliera della Regione Lazio, a Roma, una due giorni dal titolo “Cura o condanna? Possibilità diagnostiche e limiti nella psichiatria forense” (11 e 25 ottobre). Un incontro per addetti ai lavori che mette a confronto esperti in varie discipline, psichiatri, psicoerapeuti, criminologi e magistrati, ma con notevoli implicazioni dal punto di vista sociale e quindi di interesse pubblico.

A partire dalla centralità del proprio scopo associativo, che consiste nella formazione in psicoterapia (peraltro soggetta all’obbligo di aggiornamento periodico tramite eventi come questo) e nella prevenzione della malattia mentale, la Cooperativa sociale di psicoterapia medica, come spiegano gli organizzatori a Babylon Post, intende in questo modo «trasformare l’obbligo in un’occasione vera di incontro di formazione, di dibattito, di dialettica su alcuni tematiche fondamentali».

La giurisprudenza si fonda sull’idea del giudizio e della punizione. La psichiatria, su diagnosi e cura. Due impostazioni totalmente diverse costrette a intersecarsi quando un giudice nomina un perito che gli spieghi se il presunto reo era capace di intendere e volere al momento del crimine. Il tema di fondo su cui si muove l’incontro promosso dalla Cooperativa sociale di psicoterapia medica è questo: «Se si perde l’idea della diagnosi e della cura, si finisce per distinguere le persone in buoni e cattivi. Oppure ancora peggio in Bene e Male. Il giudizio si connota quindi di una deriva religiosa». Nel concreto questo accade spesso.
«I periti, in virtù del fatto che la psichiatria ha perso la capacità di fare vere diagnosi, oggi arrivano alla conclusione – pur descrivendo benissimo i sintomi – non di malattia ma di un generico disturbo di personalità. Che è una cosa diversa dalla malattia. Nel senso che non è malattia perché c’è l’idea che quella persona è fatta così. Al contrario, è certo che quando ci sono crimini efferati, i responsabili sono malati. Perché tra l’altro in azioni del genere non c’è mai il movente oppure c’è un movente che sotto riconosce un’idea delirante». Appunto Cogne, Novi Ligure, Milano, Utoya.

«Come medici e anche come psicologi clinici la diagnosi è estremamente importante. Ecco perché nel corso dell’incontro ripercorriamo la storia della psichiatria che è nata nel 18esimo secolo con Philippe Pinel che per primo evidenziò la distinzione tra malati e delinquenti, quindi tra malattia e sanità mentale». Prima di allora i luoghi di reclusione in cui finivano i reietti della società erano molto simili alle carceri italiane di oggi: un ricettacolo di sociopatici, malati, delinquenti, tossicodipendenti.
Questa diversificazione abbastanza semplice di Pinel ha permesso successivamente a Emil Kraepelin di redigere una efficace distinzione nosografica fino ad arrivare a Eugene Bleuler che nel 1913 ha coniato il termine schizofrenia. A un certo punto però è come se fosse diminuita la capacità di cogliere l’importanza della diagnosi, di distinguere sempre meglio ciò che è sano da ciò che è malato. « Gran parte della colpa va al basaglismo e all’antipsichitria, parte alla psicoanalisi, parte alla psichiatria organicista che non avendo mai trovato la lesione organica arriva a dire che siamo tutti un po’ malati». “Che siamo fatti così”.

Federico Tulli

***

Qui di seguito l’abstract della relazione dello psichiatra Domenico Fargnoli che venerdì 11 ottobre parlerà della diagnosi di schizofrenia riannodando i fili dei capisaldi della psichiatria. 

Schizofrenia, imputabilità ed infermità mentale
Psichiatria e giustizia alla luce degli sviluppi della dottrina giurisprudenziale in tema di capacità d’intendere e di volere

Domenico Fargnoli

Abstract L’autore ripercorre anche dal punto di vista storico la contrapposizione fra due modelli alternativi di approccio alla malattia mentale: quello moralistico punitivo tipico della magistratura e quello comprensivo terapeutico che dovrebbe essere proprio della psichiatria. Di fatto il modello moralistico punitivo, nonostante gli sviluppi della psichiatria moderna, è di gran lunga quello prevalente sia come pratica sociale dell’internamento dei malati di mente nelle carceri sia come ideologia (che risente della filosofia di Kant e della psicoanalisi), la quale subordina il criterio dell’imputabilità penale alla capacità di intendere e di volere.
La categoria giuridica dell’infermità è diventata inoltre funzionale alla negazione della malattia mentale e di ogni criterio nosografico quale si riscontra in pronunciamenti della Corte di Cassazione. Dal canto suo la psichiatria adottando i criteri diagnostici del DSMIV e V con il termine disturbo o disorder rinuncia ad ogni pretesa di chiarimento eziopatogenetico trasformando il processo diagnostico in un esercizio camaleontico in subordine alle aspettative della magistratura.
L’autore reinterpreta alle luce delle più recenti ricerche sulla psicopatologia della schizofrenia e sulla percezione delirante rese possibili dalla teoria di Massimo Fagioli, il famoso delitto di Cogne.
Nuove interpretazioni possono fornire una chiave di accesso alla comprensione della criminogenesi dell’omicidio in questione.

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Uomini che uccidono le donne

Schermata 05-2456443 alle 01.10.15Schermata 05-2456442 alle 18.42.1120130527_c4_fabianaPer “Femminicidio”si intende la violenza degli uomini nei confronti delle donne a qualunque livello essa agisca , fisico, psicologico, istituzionale. Le storie si assomigliano : dietro quello che inizialmente sembrava un rapporto d”amore” si fa strada un'”attrazione” intrisa di odio e confusione, che spesso sconfina, nonostante le denunce, nell’assassinio. La colpa della donna è, quasi sempre , la rivendicazione di autonomia. Cifre alla mano, sappiamo che è in atto una “femminilizzazione “ dell’omicidio: è donna un terzo delle vittime come si evince da uno studio dell’ EURES in collaborazione con l’Ansa che riguarda il periodo 2000-2011. L’iter attraverso cui si arriva al delitto è una spirale ingravescente di minacce, percosse , umiliazioni fino all’esito finale spesso annunciato ma rispetto a quale raramente vengono poste in atto efficaci misure preventive dalle forze dell’ordine.

Gli uomini che odiano le donne fino ad ucciderle obbediscono a motivazioni che vanno indagate sia nei loro aspetti psicopatologici, sempre presenti che sociali e culturali. Questi ultimi giocano un ruolo fondamentale in quanto hanno la funzione di copertura e di giustificazione non solo sul piano psicologico ma anche giuridico istituzionale dei crimini. L’aggressione fisica nel rapporto uomo donna è un evento a cui deve reagire non solo il singolo ma la società nel suo complesso. La capacità di reazione delle donne ma anche di coloro che dovrebbero proteggerle è anestetizzata invece da fattori religiosi ed ideologici. Nella Chiesa cattolica la tradizione paolina ha condannato il genere femminile.

<<Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione>> affermava S.Paolo.

Per l’Occidente cristiano la sessualità è stata storicamente un’ossessione, un peccato per la colpa di Eva sedotta dal serpente. Oggi la situazione è cambiata? Le donne siano le prime testimoni della Resurrezione, ha detto il papa Francesco: il loro ruolo particolare è quello di aprire le porte al Signore.

In una Chiesa dominata da un’elite di uomini che esaltano l’astinenza ed hanno colluso con l’inquietante fenomeno della pedofilia clericale, le donne sono relegate a un ruolo di testimonianza passiva dovendo “aprire le porte” al Dio Padre” ed al suo figlio maschio nonchè ai Concistori Cardinalizi.. Quest’anno però alla 57a CSW (Commission on the Status of Women) dell’Onu che si è conclusa a New York a metà marzo, il Vaticano, alleandosi con islamici e ortodossi, ha cercato di bloccare l’importante “Carta” sulla violenza contro le donne e le ragazze. In Italia la lotta dei cattolici all’applicazione della legge sull’aborto e l’appoggio all’assurdità della legge 40 sulla procreazione assistita, il divieto dell’uso di contraccettivi, sono strategie che mirano a colpire il corpo della donna, limitandone l’autodeterminazione procreativa e la libertà sessuale. Quando la politica e la scienza si inchinano alla Chiesa esse contribuiscono alla campagna di demonizzazione del genere femminile: le donne non vengono bruciate nei roghi come streghe dopo una parvenza di processo ma uccise da “inquisitori” domestici”, mariti, conviventi che condannano ed eseguono un mandato implicito in una mentalità religiosa. Assassini su commissione che neppure sanno di esserlo e pertanto imprevedibili e pericolosi perchè possono colpire ovunque ed in ogni momento.

Nell’ambito del razionalismo ateo la concezione della donna non è stata molto migliore che nel cristianesimo. Karl Marx con la sua idea che è uomo colui che attraverso il lavoro produce i mezzi per la propria sussistenza e si distingue dagli animali , di fatto annullava le donne (ed i bambini) che tali mezzi non producono per ragioni materiali e storiche . Il grande Marx uccide il bambino e la donna sosteneva Massimo Fagioli in “Donna , bambino e trasformazione dell’uomo” (L’asino D’oro Editore 2013 ). L’uomo che annulla il bambino e la donna e li considera alla stessa stregua di animali è un violentatore che conosce solo la dialettica fisicamente violenta.

Freud ateo e razionalista condivideva con S.Paolo (e con Platone ed Aristotele) l’idea della superiorità maschile . Le rappresentanti del gentil sesso, sosteneva il viennese, sono chiuse ed insincere,meno autosufficienti, più dipendenti ed arrendevoli. più inclini alla bisessualità, meno intelligenti perchè create per il compito della maternità più invidiose e gelose avendo interessi sociali più labili, meno capaci di sublimazione di senso della giustizia. In un passaggio dei “Tre saggi sulla teoria della sessualità “(1905) si dice che il sadismo è una componente ineliminabile della sessualità maschile che ha lo scopo di assoggettare la donna. Questa tesi fu confermata nel 1920 in “Al di là del principio del piacere “ con l’idea di un sadismo che farebbe parte del corredo istintuale dell’uomo: pulsioni di vita e di morte sono destinate ad “impastarsi “ le une con le altre . Quando gli uomini picchiano le donne esprimerebbero, secondo Freud, una componente aggressiva della sessualità che sarebbe presente in ciascuno di noi.

Se i maschi sono tendenzialmente sadici ovvamente le donne sono per lo più inclini al masochismo: un pizzico di perversione non si nega a nessuno.

Cristianesimo, marxismo e psicoanalisi hanno contribuito storicamente a creare una mentalità diffusa in tutta la società su cui si innesta il fenomeno del femminicidio . Il contesto socio culturale attraverso un modelllo di “mascolinità” violenta e possessiva interagisce con vissuti patologici amplificandoli e rendendoli esplosivi. Concezioni aberranti della sessualità sono entrate a far parte del nostro mondo senza che la maggioranza delle persone se ne accorga : esse forniscono il materiale di base su cui si sviluppano le “percezioni deliranti” a carattere persecutorio che sfociano nell’omicidio. La società non ha gli anticorpi “mentali” necessari per individuare precocemente le condotte psicotiche e potenzialemnte pericolose che si possono facilmente mimetizzare nel rapporto uomo donna.

La psichiatria ha una responsabilità enorme in tutta questa situazione in quanto ha colluso con ideologie che non solo hanno sostenuto l’inferiorità e la non-umanità della donna ma hanno ridotto la malattia mentale ad un problema organico negando che le “ idee” o le credenze possano avere un ruolo determinante nello sviluppo di processi psicopatologici.

In questi giorni nella Gazzetta ufficiale è stato sancito che i medici generici possono prescrivere antipsicotici senza il parere di uno specialista ed un piano terapeutico. Ciò significa che la psichiatria organicistica, che è dominante, è stata deligittimata ed è assente nella scena sociale nella quale emerge una fenomenologia della psicosi di cui il femminicidio fa spesso parte . Venti coltellate di un adolescente alla fidanzatina ed una tanica di benzina per bruciarla viva a Corigliano Calabro, leggiamo nella stampa di questi giorni. Solo uno schizofrenico può compiere un gesto così disumano . Le famiglie, gli psichiatri, i servizi territoriali, non intercettano queste patologie , che richiedono del tempo per svilupparsi, fondamentalmente perché sono incapaci di comprenderle vivendo tutti noi in una normalità che è intrisa di false credenze, di pregiudizi ideologici e religiosi che sono veri e propri paraocchi. Adottando inoltre il modello americano del DSMV e della psicofarmacologia la psichiatria ha completamente perso il contatto con la realtà umana e con la società in cui si sviluppano forme di patologia mentale con aspetti nuovi che sempre più frequentemente sfociano nel delitto e nella violenza.

Ciò è dovuto ad una involuzione del contesto socio-culturale in cui la maggior parte delle persone vede abbassarsi il livello di mentalizzazione a favore di un agire funzionale alla sopraffazione ed all’utile : la crisi economica, creando un’emergenza per la possibilità di soddisfare i bisogni primari , costringe una massa enorme di individui a condotte sempre più improntate alla ipertrofia della razionalità e della coscienza, alla logica del mors tua vita mea a scapito dell’empatia e della condivisione sociale.

MAJ30

MÄN SOM DÖDAR KVINNOR

E' colpa delle donne che provocanoDen Pauline tradition i den katolska kyrkan har fördömt det kvinnliga könet. Orsaker alltid psykopatologiska och ofta bakom kulturella kvinnomord.
Domenico Fargnoli –

Uttrycket “kvinnomord” är män våld mot kvinnor, oavsett på vilken nivå det fungerar, fysiska, psykiska, institutionella. Berättelserna är liknande, bakom vad som ursprungligen verkade vara ett förhållande av “” love “gör sin väg en ‘” dragningskraft “full av hat och förvirring, vilket ofta gränser, trots klagomålen, i mordet.

Fel av kvinnan är nästan alltid kravet på självständighet. Siffror, vet vi att det tillämpar en “feminisering” av mordet: en tredjedel av offren är kvinnor, vilket framgår av en studie i samarbete med Eures Bend som omfattar perioden-2000 2011. Den process genom vilken vi kommer fram till brottet är en försämring spiral av hot, <

misshandel, förödmjukelser tills det slutliga resultatet tillkännagavs ofta men med avseende på vilka de är sällan effektiva förebyggande åtgärder som vidtagits av polisen.
Män som hatar kvinnor upp för att döda dem lyda skäl som bör undersökas både i sina psykiska aspekter, alltid närvarande, och sociala och kulturella aktiviteter. Den senare spelar en viktig roll eftersom de har funktionen av täckning och motivering inte bara på en psykologisk nivå utan också rättsliga och institutionella brott.

Fysisk aggressivitet i relationen mellan man och kvinna är en händelse som måste reagera inte bara den enskilde utan hela samhället. Reaktionen kapacitet kvinnor utan också för dem som ska skydda dem är sövd istället av religiösa och ideologiska faktorer. Den Pauline tradition i den katolska kyrkan har fördömt det kvinnliga könet. “Jag tillåter inte en kvinna att undervisa, inte heller för att tillskansa sig makt över människan, men om det är i tystnad. Eftersom Adam skapades först och sedan Eva och Adam var inte bedragen, men kvinnan blev bedragen och blev en överträdare, “säger Paulus.
För den kristna västvärlden sexualitet har historiskt varit en besatthet, en synd om skuld Eva förförd av ormen.

Idag har situationen förändrats? Kvinnorna är de första vittnena till uppståndelsen, sade påven Francesco: deras särskilda roll är att öppna dörrarna till Herren. I en kyrka som domineras av en elit grupp av män som förbättrar abstinens och maskopi med den störande fenomenet kontorsarbete pedofili är kvinnorna förvisas till rollen som passiva vittnen behöva “öppna dörrarna till Gud Fadern” och hans son liksom konsistorier av Cardinals. Men i år 57a CSW (kommissionen för kvinnors ställning) FN som avslutades i New York i mitten av mars, Vatikanen, i allians med muslimska och ortodoxa, försökte han att blockera viktiga “papper” på våld mot kvinnor och flickor.

I Italien kampen för katoliker att tillämpningen av lagen om abort och support 40 det absurda i lagen om assisterad befruktning, förbud mot användning av preventivmedel, är strategier som syftar till att träffa kvinnans kropp, begränsar ” procreative sexuellt självbestämmande och frihet. När politik och vetenskap buga till kyrkan de bidrar till kampanjen för demonisering av kvinnligt kön: kvinnor inte bränns i bränderna som häxor efter ett sken av processen, men dödas av “inhemska inkvisitorer”, makar, sambor som fördömer och genomföra en implicit mandat i ett religiöst tänkesätt. Assassins of provision ens vet att de har det, och därför oförutsägbar och farlig eftersom de kan slå till var som helst och när som helst.
Som en del av ateistiska rationalism idén om kvinnor inte har varit mycket bättre än i kristendomen. Karl Marx med hans idé om att människan är den som genom arbete producerar medel för sin försörjning och skiljer sig från djuren, i själva verket upphävde de kvinnor (och barn) att sådana medel inte producerar för materiella skäl och historia. Den stora Marx dödar barnet och kvinnan säger Massimo Fagioli i “Kvinna, barn och omvandling av människan” (The Golden Ass förlaget).

Mannen som avbryter barnet och kvinnan och anser dem på samma sätt som djur är en våldtäktsman som bara känner dialektiken fysiskt våldsam. Freud, en ateist och rationalistiska, delade med St Paul (och Platon och Aristoteles) idén om manlig överordning. Företrädarna för det kvinnliga könet, hävdade den wienska är stängda och lurpassar, mindre självförsörjande, mer beroende och undergiven, mer benägna att bisexualitet, mindre intelligenta eftersom de skapades för uppgiften av moderskapet mer avundsjuka och svartsjuka med samhällsintressen mer övergående, mindre möjlighet att Sublimering rättskänsla. I en passage av de “Tre essäer på Theory of Sexuality” (1905) säger att sadism är en oundgänglig del av manlig sexualitet som har som syfte att utsätta kvinnan. Denna tes bekräftades i 1920 i “Bortom lustprincipen” med idén om en sadism som skulle vara en del av satsen instinktiva mannen: livet instinkter och död är tänkta att “täppa” med varandra . När män slår kvinnor, enligt Freud, skulle ha uppnått en aggressiv komponent av sexualitet som skulle vara närvarande i oss.

Om män tenderar att vara sadistiska uppenbarligen kvinnor är oftast benägna att masochism: en antydan av perversion inte nekas någon. Kristendomen, marxismen och psykoanalysen har bidragit historiskt att skapa en utbredd mentalitet i hela samhället på vilken fenomenet kvinnomord. Den socio-kulturella kontext genom en modell av “manlighet” våldsam och possessiva interagerar med patologisk levde förstärka och göra sprängämnen. Avvikande uppfattningar om sexualitet har blivit en del av vår värld utan att de flesta människor ens märker: de ger den materiella grunden för att utveckla de “vanföreställningar uppfattningar” förföljelse i naturen som resulterar i dödandet. Bolaget har inga antikroppar “mentala” nödvändiga för tidig upptäckt av psykotisk och potentiellt farligt beteende som lätt kan kamouflerade i relationen mellan man och kvinna.

Psykiatrin har ett stort ansvar i hela den här situationen som den har maskopi med ideologier som inte bara stödde icke-underlägsenhet är mänskligheten av kvinnan men minskad psykisk sjukdom till en organisk problem genom att förneka att “idéer” eller trosuppfattningar kan ha en roll i utvecklingen av psykiska processer. Dessa dagar i Europeiska unionens officiella tidning har fastställts att allmänläkare kan förskriva antipsykotika utan yttrande från en specialist och en behandlingsplan. Detta innebär att psykiatrin organism, som är dominant, har delegitimized och är frånvarande i den sociala scenen där det framträder en fenomenologi psykos som kvinnomord är ofta en del. Tjugo stickande av en tonåring flickvän och en dunk bensin för att bränna henne levande i Corigliano Calabro, läser vi i pressen dessa dagar.

Endast en schizofren kan göra en gest så omänskliga familjer, psykiatriker, samhällstjänster, inte avlyssna dessa sjukdomar, som kräver tid för att utvecklas, i grunden eftersom de inte kan förstå lever i en normalitet som genomsyras av falska föreställningar, fördomar ideologiska och religiösa som är riktiga skygglappar. Också anta den modell för amerikanska psykiatri och psychopharmacology av DSMV psykiatrin har helt tappat kontakten med verkligheten och med humant samhälle där de utvecklar former av psykisk patologi med nya aspekter som allt flyter in i kriminalitet och våld.

Detta beror på att en involution av den socio-kulturella sammanhang som de flesta människor ser lägre mentalisera till förmån för en funktionell handling av förtryck och personlig vinning: den ekonomiska krisen, skapa en nödsituation för möjligheten att tillgodose grundläggande behov, vilket tvingar en enorm massa av genomförda individer allt mer hypertrofi av rationalitet och medvetande, logik mors tua vita mea på bekostnad av empati och social delning.

Original artikel publicerad av psykiatern Domenico Fargnoli på sin webbplatsdomenicofargnoli.com

– See more at: http://sv.apocalisselaica.net/focus/diritti-umani-eutanasia-omofobia-e-sessismo/uomini-che-uccidono-le-donne#sthash.dXn0laWy.dpuf

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L’elogio della pazzia, la crisi economica ed il fallimento della politica

Schermata 05-2456418 alle 10.03.21Schermata 04-2456406 alle 13.02.561971790998In occasione del 1° maggio è stato affermato che <<Luigi Preiti ha semplicemente fatto quel che tutti dicono in ogni buon bar d’Italia, lui ha solo accorciato la distanza tra il dire e il fare. Non è un gesto sorprendente. Quel che è davvero sorprendente è che sia un gesto isolato>>

Laura Boldrini, neopresidente della camera dei deputati dal canto suo ha dichiarato:

“L’emergenza lavoro fa sì che la vittima diventi carnefice, come purtroppo è successo nei giorni scorsi davanti a Palazzo Chigi”. ”

Il muratore calabrese è divenuto, per taluni, un’eroe , interprete del sentimento popolare di rivolta contro la classe politica inetta: il suo tentativo di assassinio è stato giustificato e paragonato all’azione di coloro che dettero l’assalto alla Bastiglia durante la Rivoluzione Francese.

Inoltre in uno striscione del corteo degli autonomi a Torino sempre il 1° maggio, è stata messa insieme la foto di Preiti con quella della coppia di Macerata suicida per i debiti seguita dalla scritta << La crisi uccide!!>>

Che la crisi, come conseguenza di una gestione criminale della politica, uccida è un dato di fatto: uccide la malasanità, uccide ( ed i numeri sono spaventosi ) l’inquinamento ambientale non solo a Taranto ma per la diossina delle discariche , uccide la mancata tutela del territorio, l’edilizia selvaggia in zone a rischio alluvionale e sismico, uccide l’uso di additivi alimentari e di tecniche di conservazione con materiali plastici inappropriati, uccide il fumo, la droga, l’uso di farmaci non approvati secondo adeguati controlli, uccide la mafia infiltrata negli apparati istituzionali e finanziari non solo al Sud ma anche nel Nord. L’elenco potrebbe continuare: tutte queste morti, nelle quali c’è un rapporto di causa ed effetto manifesto in quanto è chiaro ciò che le provoca, non rischiano però di scatenare una sollevazione popolare, un’indignazione che diventi un’azione di massa: come emblema del sentimento popolare viene scelto invece il gesto di una persona con gravi problemi mentali che assurge al ruolo di eroe. 163154884-662d83dc-1714-4216-93f7-b4d644fe5af9Certo può sussistere una relazione fra violenza omicida-suicida e condizioni economico-sociali ma il rapporto fra causa ed effetto non è scontato . Il figlio di Gianni Agnelli, che soffriva di gravi problemi psichici, si suicidò a suo tempo. Per debiti, per mancanza di risorse materiali ? La depressione che affligge molto frequentemente manager industriali e finanziari che in virtù del loro lavoro ipertrofizzano la razionalità e la coscienza è legata ad uno stato di indigenza? Anche in quest’ultimo caso si giunge talora, come suggerisce la cronaca degli ultimi decenni, al suicidio. Gli studi epidemiologici dicono che il problema delle condotte suicidarie non è riconducibile prevalentemente all’emergenza economica : la più alta percentuale di suicidi si ha nei ricchi paesi scandinavi ed a Bolzano e non nel sud povero del mondo e dell’Italia. Secondo l’ultima indagine dell’ ISTAT nel 2012 si sono registrati in Italia 3048 suicidi (6,6 per 100000 abitanti) di cui 1412 per malattia , 324 per cause affettive e 187 per motivi economici: cifre inferiori rispetto all’anno precedente quando i suicidi per motivi economici erano stati 198. Una situazione simile a quella italiana si trova in Grecia : Italia e Grecia ( 3,5 per cento) sono i paesi in cui ci si suicida di meno . Attenti quindi, secondo quanto ha affermato il sociologo Marzio Barbagli su Repubblica nel 2012 , all’effetto Werther , dal nome del protagonista suicida del libro di Goethe, cioè all’effetto emulazione che dipende dal modo con cui vengono diffuse ed amplificate dai media le notizie . Inoltre dal rapporto sulla criminalità in Italia diramato dal ministero dell’Interno il tasso degli omicidi volontari risulta diminuita a partire dal 1991, di una quota superiore al 30 % attestandosi sull’1,02 per 100000 abitanti nel 2009. Negli ultimi anni, dai dati resi noti dalle forze dell’ordine, non sembra ci siano state significative modificazioni di questa tendenza. Si segnala solo un aumento esponenziale dei delitti contro le donne, legati ovviamente più a motivi ideologici che economici.

Le conclusioni affrettate che sovente caratterizzano le discussioni dei bar, possono essere molto fuorvianti. Luigi Preiti viene scelto come un simbolo della rivolta alla situazione attuale : ciò è dovuto al fatto che oggigiorno, la crisi economica e politica ha una matrice ideologica con precise ripercussioni psicologiche sui singoli. La povertà in cui versano milioni di italiani non è dovuta solo alla mancanza oggettiva di risorse materiali ed umane, ma ad una strategia politica, in particolare quella dell’ultimo ventennio di berlusconismo, che annullando e mortificando la cultura, la ricerca, l’innovazione scientifica, l’iniziativa imprenditoriale, togliendo ogni speranza di futuro ai giovani, mira a trasformare l’elettorato in una massa amorfa e manipolabile la cui capacità di rivolta si riduce ad una violenza cieca ed isolata che lascia il tempo che trova oltre ad essere facilmente repressa. L’attentatore calabrese di cui si sono occupate le cronache di questi giorni, è una vittima non perchè meridionale ed indigente ma anche perchè ha depauperato le sue risorse economiche ed ha perso la sua famiglia per motivi psichiatrici : la compulsione al gioco e lo sviluppo di tematiche deliranti rese esplosive dalle difficoltà esterne. Le sue sono responsabilità soprattutto individuali e solo parzialmente attribuibili alla realtà sociale ed economica .Ma a cosa potrebbe essere legato il passaggio dell’attentatore al ruolo di carnefice come suggerito da Laura Boldrini? Può darsi che l’”emergenza lavoro” abbia giocato un quache ruolo in questo passaggio però è necessario sviluppare un’analisi aderente al caso concreto.Noi sappiamo dalla psichiatria che nelle fasi prodromiche l’insorgenza di un delirio, come quello che ha armato la mano di Preiti, il soggetto fa l’esperienza di una frattura radicale che si instaura fra lui e gli altri, un vero e proprio abisso scavato da un insostenibile senso di inadeguatezza e di colpa ,che si alterna a momenti di lucidità fredda, simile a quello di chi commetta un assassinio. Questo abisso non è una semplice barriera, ha una caratteristica molto più incondizionata: si tratta di una cesura che nessuna strada può attraversare.

Chi cade in questo stato d’animo si rimprovera, senza possibilità di assoluzione, e reagisce, più o meno consapevolmente alla cecità di non aver “visto” e capito, ma soprattutto di essersi alienato, per effetto della pulsione di annullamento, dal mondo umano. Fuori dagli affetti e dalle relazioni fondamentali la vita propria e degli altri non ha più alcun senso. L’imperativo predominante diventa l’affermazione di un “Io” che minacciato di disgregazione si pone delirantemente al centro del mondo: per un attimo di notorietà, che riscatti, anche solo per poco , il vissuto di una catastrofe personale, si è disposti ad annientare vite umane. Per fare propaganda ad un libro da lui scritto Anders Breivik ha ucciso 77 persone rammaricandosi di non aver fatto meglio: egli paragonava la strage di giovani ignari ed innocenti a fuochi artificiali che avrebbero dovuto celebrare ed illuminare la sua grandezza. Il terrorismo del norvegese altro non era che una giustificazione del delirio di onnipotenza di chi pensa di poter disporre a proprio piacimento della vita altrui e del bisogno di un riconoscimento narcisistico sia pure come eroe negativo: analogamente la ribellione armata alla crisi della politica di Preiti è solo una copertura di un nucleo psicotico, che non riconosciuto e curato, è andato incontro ad una inesorabile evoluzione. Come Breivik però Preiti non si è ucciso, pur avendone la possibilità, perché il suo vero obiettivo era la notorietà della vetrina e della esposizione mediatica che gli avrebbe evitato l’onta di una morte anonima in una stanza squallida di albergo.images

A suo tempo l’europarlamentare Borghezio ha tessuto l’elogio farneticante della pazzia di Anders Breivik, così come gli autonomi hanno trasformato il calabrese in un eroe della lotta armata, una specie di surrealista post litteram, che come preconizzato da images2Andrè Breton , pistola in pugno avrebbe sparato a caso sulla folla ( in questo caso anche sui carabinieri) nel nome della rivoluzione. I giornali e le televisioni hanno tutto l’interesse a creare un personaggio che attiri la curiosità morbosa, indagando nella sua vita , senza alcun rispetto per esempio della privacy del figlio undicenne e del dolore dei familiari. Si crea così un’intreccio perverso fra l’azione delittuosa ed il linguaggio , scritto, parlato e per immagini dei media che amplificano in modo devastante il significato di un episodio tragico che non ha nulla di eroico. L’equivoco in cui potrebbe cadere l’opinione pubblica potrebbe essere quello di considerare come paradigmatica di una reazione al degrado della politica un’azione criminale che scaturisce da un vissuto di malattia, da una grave crisi di identità di un uomo che tutto appare fuorchè sano di mente.

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Psichiatria

LA PAZZIA DIETRO LE SBARRE: il carcere come manicomio

 

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La legge Basaglia non ha risolto il  problema della segregazione manicomiale ma , togliendo credibilità alla psichiatria, ha favorito il ritorno alla concezione moralistico-punitiva della malattia  mentale.

Domenico Fargnoli

L’opinione pubblica non ha la percezione esatta dell’emergenza psichiatrica in atto in Italia che ha legami  con  una situazione più generale.

Scrive Amanda Pustilnik ( University of Maryland)

” Oggi i nostri ospedali psichiatrici più grandi sono le prigioni.(…) Le prigioni di Stato spendono circa 5 miliardi di dollari per incarcerare detenuti affetti da patologie mentali che non sono violenti. Stando a quanto afferma il Dipartimento di Giustizia 1,3 milioni di individui con malattie mentali sono incarcerati nelle prigioni di stato e  federali  a fronte di soli 70.000 individui  assistiti negli ospedali psichiatrici”

Si viene messi in carcere solo per essere afflitti da malattie mentali  e per aver disturbato l’ordine pubblico e non perché si siano commessi reati penalmente rilevanti. Nel luglio del 2004 The House Comitte on Governement Reform ha pubblicato uno studio dal  quale  risulta che negli USA  vengono incarcerati bambini  (anche di sette anni) con gravi patologie mentali senza che essi siano responsabili di condotte criminali .

Rispetto agli ideali illumunistici che hanno ispirato   la Costituzione americana la situazione sopra descritta è paradossale per il venire meno della fondamentale distinzione operata da Pinel durante la Rivoluzione francese:i malati di mente  furono separati, dalla fine del 700, dai criminali e liberati dalle catene. Nasceva così una nuova branca della medicina : la psichiatria .

A distanza di di più di due secoli notiamo una inversione di tendenza,: si ritorna alla confusione fra criminalità e pazzia, al prevalere della logica della segregazione  e della punizione .Il ritorno  ad orientamenti preilluministici   è dovuto  al significato sociale che ha assunto la malattia concepita come un  cedimento colpevole, una  mancanza di cntrolloe  e del senso di responsabilità personale.  E’ la vecchia idea cristiana della pazzia  come influenza  demoniaca, come complicità con il male, la quale  riappare in una forma secolarizzata.goya

Dalla mentalità religiosa deriva l’approccio punitivo,  che ha prevalso negli USA, alla  malattia mentale. La punizione dovrebbere rinforzare l’adesione all’ etica su cui è fondata la società e garantire , tramite la severità della pena, il rispetto delle norme.  Per la   concezione moralistico-punitiva le persone con  malattie mentali avrebbero  difetti della volontà o del carattere che li rendono incapaci  di controllarsi: imporre loro criteri restrittivi aiuterebbe  ad ottenere comportamenti accettabili ed aumentare  il senso di responsabilità. Il giudice si sostituisce allo psichiatra poiché  quest’ultimo considerando le malattie semplici “disturbi” od opinabili convenzioni diagnostiche , non è in grado di fornire criteri certi e non manipolabili di non imputabilità. Pertanto l’essere psichicamente malati anche gravemente  non garantisce di solito negli USA, l’impunità rispetto ai crimini violenti.

In Europa Anders  Breivik  è stato dichiarato sano di mente con  criteri diagnostici del  DSMIV  in un  processo  nel quale si è affermata la  tendenza alla punizione piuttosto che alla cura.

Ed in Italia? Il caso di Erika ed Omar  a Novi Ligure ,   quello di  Franzoni  a  Cogne  o dei coniugi  pluriassassini di Erba hanno visto prevalere una logica punitiva estranea alla psichiatria.

Perché ci troviamo di fronte a  questa tendenza?

La Prof. Amanda C. Pustilink non chiarisce il punto essenziale cioè  il ruolo avuto dalle istituzioni psichiatriche nel permettere che il modello moralistico- punitivo della malattia mentale si affermasse: cento anni di freudismo hanno lasciato il segno . Proprio in USA , comunque,  i media  a partire daglii  anni 90 hanno denunciato   il fallimento della psicoanalisi mentre la psichiatria organicistica, subentrata al freudismo, si prepara ad un clamoroso “disastro “, dovuto alla mancanza di scientificità,   con l’edizione del nuovo DSMV nel Maggio 2013.

I medici  americani sono  impegnati a distribuire psicofarmaci ad una popolazione di soggetti “normali” sempre più vasta , utilizzando  diagnosi che sembrano create ad hoc per favorire gli interessi delle case farmaceutiche. I casi più gravi  sono sottoposti a terapie,come l’iloperidone assunto da Adam Lanza ( l’autore della strage nella scuola di Newport), che possono amplificare la tendenza alla violenza.

Le carceri funzionano da contenitori per ogni sorta di patologie mentali   che, in un  regime di inaudita violenza e perversione, subiscono un aggravamento. Gli effetti sono devastanti sui singoli e sulla società. In Italia, patria di Cesare Beccaria che voleva la pena commisurata razionalmente al delitto  e che era contro la tortura,  si sta verificando qualcosa di analogo a quanto avviene in USA: l’adesione acritica ai modelli  diagnostici americani, l’abuso  degli psicofarmaci, il ricorso alla TEC (Terapia elettroconvulsivante), toglie credibilità alla psichiatria e favorisce l’affermazione del modello moralistico-punitivo della malattia mentale. Dato che i medici appaiono  incapaci di prevenire e curare le patologie psichiche la gestione di queste ultime è demandata, ai giudici ed ai tribunali. La legge Orsini -Basaglia  ha vuotato i manicomi di  circa centomila degenti negli ultimi decenni  ma , nello stesso lasso di tempo, si sono riempite in un modo inverosimile le carceri.

C’è  un’emergenza psichiatrica nelle prigioni : secondo un’indagine epidemiologica dell’Agenzia Regionale di Sanità i detenuti con “disturbi psichiatrici” sono 1137 ,il 33.4% ,nella  sola Toscana. Il carcere funziona come contenitore di patologie psichiche, che  non entrano nel circuito dei servizi psichiatrici . Con la chiusura dei manicomi non sempre sono state create strutture alternative  cosicchè molti soggetti sono rimasti senza controllo o rete di protezione  e sono finiti nelle maglie della giustizia. Le prigioni sono gironi infernali. Prendono il sopravvento l’idea di rovina, il vuoto affettivo, l’umiliazione e l’ emarginazione:  le varie patologie  diventano manifeste e si aggravano. I quadri  psicopatologici  si  strutturano  in forme  croniche, difficilmente curabili. L’identità sessuale, in un contesto di violenza e  promiscuità forzata,  subisce spesso una destrutturazione irreversibile. Il suicidio è un’esito drammatico la cui frequenza , anche più di venti volte la norma, è in diretta relazione al sovraffollamento ed agli abusi.

Come far fronte a tale situazione ? Il 31 Marzo in seguito alla legge Marino è prevista la chiusura degli OPG : l’ evento  ha un forte significato simbolico anche se interessa 1400 persone, su un totale di 66.721 detenuti italiani.  Gli OPG sono stati l’emblema della schizofrenia istituzionale : individui affetti da vizio totale o parziale di mente e quindi non imputabili sono stati sottoposti ad un regime carcerario in condizioni di degrado inimmaginabili. Per non dire delle torture fisiche e psicologiche .E’ necessario che questa chiusura sia occasione non solo per proporre strutture di intervento alternative  ma  per un ripensamento della psichiatria nel suo insieme . Andrea Zampi, il pluriomicida-suicida  di Perugia è stato sottoposto l’anno scorso  a Pisa a due cicli di  8 TEC: un intervento “terapeutico” od un a prassi senza alcuna base scientifica che ha aggravato le condizioni del paziente? Oggi gli psichiatri non hanno competenze adeguate ad affrontare la psicosi con il metodo della psicoterapia: lo psicofarmaco o la TEC sono inefficaci e  alla lunga pericolosi.

La psichiatria deve allora  fare un salto culturale  e metodologico dotandosi di nuovi criteri scientifici e formativi. L’esperienza dell’ Analisi collettiva che fa capo alla teoria della nascita di Massimo Fagioli, costituisce un’esperienza pilota : quasi quarant’anni   di cura, formazione e ricerca unica nel suo genere a cui hanno partecipato migliaia di persone e centinaia di psichiatri, impegnati ad approfondire la conoscenza della realtà psichica  oltre il riduzionismo organicista ed il moralismo della ragione e della religione. Come scrive Adriana Pannitteri  in “La pazzia dimenticata” (L’Asino d’oro 2013)”

<<(…) la malattia mentale non si risolve semplicemente buttando giù i muri dei manicomi, ma in maniera più solida cercando di sapere cosa c’è dentro la psiche di chi è ammalato>>


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Arte, Politica, Psichiatria

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Scienza

Il lungo viaggio di Rita Levi Montalcini, a vele spiegate “Verso Bisanzio”

Parafrasando Yeats, poeta che amava, la grande scienziata ha perseguito un’ideale meta di conoscenza in grado di sfidare il tempo attraversando i secoli senza strappi


Domenico Fargnoli*
mercoledì 2 gennaio 2013 19:05

 

Rita Levi Montalcini nacque a Torino nell’aprile del 1909. In quello stesso anno Filippo Tommaso Marinetti aveva pubblicato su Le figaro il Manifesto del Futurismo in cui sosteneva che nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro: si glorificava la guerra – sola igiene del mondo – ed il gesto distruttore. Sempre nel 1909 volò il primo aereo italiano, fu fatta la trasvolata della Manica e fu assegnato il premio Nobel a Marconi per la telegrafia senza fili. La grande scienziata torinese appartenente a una famiglia presente nel 1400 nel territorio di Siena, è vissuta più di un secolo e ci appare provenire da un mondo profondamente diverso dal nostro immerso ancora pressoché totalmente nella mentalità vittoriana che negava alle donne accesso all’istruzione universitaria. Nei suoi numerosi libri che contengono riferimenti autobiografici la scienziata chiarisce la natura della sua ribellione all’autorità paterna e maschile e la nascita della vocazione per la medicina maturata in una cultura familiare laica fatta di “liberi pensatori” lontani dalle credenze e dalle ritualità della religione ebraica. La neurobiologia sperimentale nella prima metà del Novecento, negli anni in cui la Montalcini si cimentava durante i corsi universitari coi primi corteggiatori, era immersa nella disputa fra “reticolaristi” i quali sostenevano con Golgi che il cervello fosse costituito da una rete continua e i sostenitori della “teoria neuronale” di Santiago Ramon Y Cajal, (confermata molti decenni dopo dall’avvento della microscopia elettronica), secondo la quale il sistema nervoso era fatto di elementi cellulari fra loro separati. L’embriologia degli anni trenta ai tempi in cui Rita Levi Montalcini cominciò le prime ricerche istologiche con la tecnica innovativa delle culture tissutali, era dominata da un rigido determinismo genetico o da concezioni vitalistiche di stampo ottocentesco. Le ricerche della scienziata torinese avranno il merito di rivoluzionare completamente le conoscenze dello sviluppo embriologico ed indirettamente influiranno sul modo di concepire la nascita umana dando importanza non solo ai fattori genetici ma a quelli ambientali.

Un giorno d’estate del 1940, poco dopo che l’Italia era entrata in guerra a fianco della Germania ed erano già da alcuni anni in vigore le leggi razziali, Rita Levi Montalcini viaggiava in un treno fatto di vagoni senza sedili. Leggeva, in atmosfera pervasa dall’odore di fieno, un articolo che le era stato dato due anni prima dal suo grande maestro Giuseppe Levi. Si trattava di una ricerca del 1934 pubblicata da un allievo di Spermann che nel 1935 era stato insignito del prenio Nobel per aver individuato un fattore denominato “organizzatore” che aveva la proprietà di indurre la differenziazione di organi e di interi embrioni. Victor Hamburger l’autore dell’articolo con il quale in seguito la Montalcini collaborerà durante il suo soggiorno in America durato trent’anni da 47 al 77, studiava l’effetto dell’ablazione di un arto di embrione sui sistemi motori e sensitivi destinati alla sua innervazione: a distanza di una settimana dall’intervento si notava una forte riduzione delle colonne motorie del midollo spinale e dei gangli sensitivi. La scoperta della scienziata torinese del fattore noto come NGF, (Nerve Growth Factor) nasce molti anni prima dall’intuizione che il fenomeno di degenerazione e morte cellulare, e da lei replicato innumerevoli volte nel suo laboratorio domestico, non fosse dovuto alla mancanza di un fattore induttivo cioè da un “organizzatore” necessario alla loro differenziazione come pensava Hamburger ma all’assenza di un fattore trofico, rilasciato di tessuti periferici e convogliato verso i corpi cellulari tramite le fibre nervose che innervano questi tessuti. «A distanza di tanti anni – scrive la Montalcini – mi sono domandata come potessimo dedicarci con tanto entusiasmo all’analisi di questo piccolo problema di neuroembriologia, mentre le armate tedesche dilagavano in quasi tutta Europa disseminando la distruzione e la morte e minacciando la sopravvivenza stessa della civiltà occidentale. La risposta è nella disperata ed in parte inconscia volontà di ignorare ciò che accade, quando la piena consapevolezza ci priverebbe della possibilità di continuare a vivere».

In realtà la ricerca sul piccolo problema embriologico avrebbe demolito le concezioni eugenetiche dei nazisti, dimostrando il carattere delirante dei pregiudizi e delle discriminazioni razziali. Nelle neuroscienze della seconda metà del novecento lo studio dell’interazione fra i fattori genetici ed ambientali avrebbe messo in luce l’importanza predominante di questi ultimi nel processo di differenziazione del sistema nervoso nelle prime fasi dello sviluppo. Oggi noi sappiamo, proprio in virtù di un nuovo settore della conoscenza detto epigenetica, che gemelli omozigoti quasi identici nell’aspetto esteriore hanno cervelli completamente diversi l’uno dall’altro: se siamo arrivati a questo tipo di conoscenza, grazie anche a scienziati del calibro di Gerard Edelmann in tempi recenti, lo dobbiamo agli studi pionieristici di un manipolo di ricercatori degli anni trenta-quaranta di cui faceva parte Rita Levi Montalcini. La grandezza di quest’ultima si lega sicuramente a un fattore irrazionale cioè a un’eccezionale potenza intuitiva e alla capacità di seguire un unico filo conduttore, che non si è mai spezzato, nelle alternanti vicissitudini dell’indagine scientifica: la sua scoperta pur seguendo i rigorosi protocolli della sperimentazione biologica ha avuto però fin dall’inizio un’intrinseca motivazione politica nell’opposizione più o meno consapevole alla mentalità nazista che sopravvive ancor oggi nelle varie forme di xenofobia da cui è afflitto tragicamente l’occidente. Bisogna ricordare che i nazisti pur perseguitando Freud e la sua famiglia in quanto ebrei, furono capaci di assimilare e utilizzare la psicoanalisi, “scienza” ebraica per eccellenza, così come avevano utilizzato la reazione di Wassermann, anch’esso ebreo per la diagnosi della sifilide. La psicoanalisi, anche nella figura di Jung che com’è noto indossò la camicia nera, non si oppose ma colluse con il nazismo con cui condivideva la concezione hobbesiana dell’Homo homini lupus e della massa che deve essere dominata da un capo forte senza il quale si frammenterebbe come una goccia di cristallo “la lacrima di Batavia”. La Montalcini, come scienziata e come donna, è riuscita la dove non solo la psicoanalisi ma anche la psichiatria del Novecento ha clamorosamente fallito. Infatti Binswanger, riconosciuto unanimemente maestro incontrastato della psicopatologia ha cercato un’improbabile e pericolosissima legittimazione della psichiatria nella filosofia di Heidegger, anch’egli nazista, più nazista se possibile di Hitler.

L’eccezionalità della figura di Rita Levi Montalcini e l’importanza fondamentale del suo contributo scientifico non ci esime dal cogliere i limiti della sua concezione dell’uomo là dove, dismessi i panni della ricercatrice abilissima e straordinariamente rigorosa, approda a riflessioni di carattere antropologico. Pur rifiutando l’idea di una naturale aggressività dell’uomo, legata a uno specifico gene, la scienziata individua nella tendenza gregaria e imitativa presente in un ancestrale cervello limbico, l’origine dei comportamenti emotivamente non controllati e violenti della specie umana quali si sono estrinsecati per esempio nei regimi totalitari. La Montalcini, come si evince molto chiaramente dalla intervista televisiva rilasciata a Fabio Fazio in occasione dell’uscita del suo libro La clessidra della vita (Dalai Editore, 2008), ripropone una concezione derivata dal famoso neurologo Hugley Jakson nei primi del Novecento: l’attività nervosa e psichica sarebbe la risultante dell’integrazione di livelli funzionali diversi, gerarchicamente subordinati gli uni agli altri. Ai livelli inferiori ci sarebbero state le funzioni più arcaiche di tipo automatico, mentre a quelli superiori ci sarebbero le funzioni cognitive legate alla neocorteccia e sottoposte al controllo della volontà e della coscienza. È chiaro che questa impostazione limita fortemente la possibilità di avvicinare il pensiero della Montalcini alla Teoria della nascita di Massimo Fagioli. Per quest’ultimo il processo regressivo, la patologia mentale che può estrinsecarsi anche in comportamenti violenti, nasce da uno specifico fattore inconscio la pulsione di annullamento e non dalla dissoluzione dei processi coscienti e razionali che anzi in malattie come la schizofrenia possono apparire ipertrofizzati. Se vogliamo trovare un punto di contatto fra la Teoria della nascita e la ricerca della Montalcini bisogna considerare che in entrambe c’è il rifiuto del determinismo genetico dei processi embrionali e la tendenza a legare l’attività mentale alla funzione della corteccia cerebrale.

L’approccio riduzionistico, però, tipico della prima generazione di neuroscienziati non consente una chiara definizione da parte della ricercatrice torinese del concetto di “mente”. Pertanto la domanda: in quale angolo dell’universo cerebrale si nasconde la galassia chiamata mente?, come anche l’altra da dove nasce il pensiero, da quali cellule? è destinata a rimanere senza risposta. L’approccio riduzionistico che cerca di spiegare il tutto partendo da singoli componenti non permette di ipotizzare – come invece accade con la Teoria della nascita – l’inizio dell’attività psichica come emergenza di quest’ultima dalla realtà biologica alla nascita in risposta allo stimolazione luminosa, come espressione di una complessità non riconducibile alla sommatoria di un molteplicità pressoché infinita di componenti elementari. Rita Levi Montalcini amava la poesia del poeta irlandese Yeats di cui aveva nel suo libro Elogio dell’imperfezione parafrasato due versi che si riferivano al dilemma dell’intelletto umano di fronte alla scelta della perfezione della vita o del lavoro. La scienziata aveva risolto il dilemma optando per l’imperfezione della vita e del lavoro nella ricerca di una perfezione che non avrebbe mai potuto essere completamente raggiunta. Il titolo di un altro libro L’asso nella manica a brandelli sembra ricordare Yeats. Il libro parla del fatto che l’interesse e l’impegno nella la ricerca scientifica è un valido antidoto contro le lacerazioni della vecchiaia. Scriveva Yeats nella sua famosa poesia Verso Bisanzio: «…un uomo anziano non è che una cosa miserabile, un giacca stracciata su di un bastone, a meno che l’anima non batta le mani e canti e canti più forte per ogni strappo del suo abito mortale e altra non c’è scuola di canto che studiare i monumenti della propria magnificenza e quindi io ho navigato i mari e venni alla città sacra di Bisanzio». La scuola di canto per il poeta irlandese è l’arte e lo studio dei “monumenti dell’intelletto” che non invecchia, mentre per Rita Levi Montalcini è la scienza e la ricerca di una verità che va oltre la contingenza degli accadimenti storici. Entrambi si potrebbe dire hanno veleggiato verso Bisanzio, meta e testimonianza ideale di una conoscenza che attraversando senza strappi i secoli, riesca a sfidare il tempo.

Domenico Fargnoli, psichiatra e psicoterapeuta

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Psichiatria

L’analisi collettiva è originale e geniale. Recensione di “Left 2009″di Massimo Fagioli

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Orchestra Mozart

 

Recensione di Left 2009 di Massimo Fagioli

 

Domenico Fargnoli

 

Left 2009, (L’asino d’oro ,Roma, 2012) di Massimo Fagioli parla di un pensiero  e di un  modo  nuovo di  concepire i rapporti sociali , la cultura e la politica. Nel libro  si racconta di una conoscenza che  è percepire le pulsioni e gli affetti invisibili,  “vedere” il senso dei movimenti senza parola , è intuire le immagini interiori di un proprio simile  al di là  del metodo della scienza sperimentale  che si ferma all’apparenza  del corpo e  all’analisi  del suo funzionamento. La psichiatria non è neurologia, che si occupa del solo organo cervello nè psicoanalisi  che con Freud  avrebbe scoperto l’inconscio dopo aver sostenuto che esso è inconoscibile. L’incontro storico nel 1975  fra il pensiero nuovo della teoria della nascita, già presente  nei primi tre libri di Fagioli ed una folla di giovani  per lo più reduci della rivolta delle seconda metà degli anni sessanta, ha dato origine    ad una psicoterapia di gruppo detta analisi collettiva.

<<Sette anni dopo il 68 una, sotto i morsi della depressione  e dissociazione mentale  i credenti in Foucault [ma anche, senza conoscerli, in Freud, Binswanger, Sartre ed Heidegger] vennero a Villa Massimo. Diligentemente in fila indiana aspettavano lo psichiatra che sapeva parlare ai sogni>>

Uno dei cardini dell’analisi collettiva è  stato fin dall’ inizio l’interpretazione dei sogni che nel lungo cammino  della  civiltà non c’era mai stata .

<<Nella storia c’era stato il nulla.>>

Nessuno aveva pensato che la realtà biologica potesse creare immagini senza coscienza che non fossero nè messaggi divini nè allucinazioni. Eppure proveniente da   questa folla che si accalcava nel locale al primo piano dell’Unità esterna di Psichiatria  dell’Università , nel Gennaio del 1976,   inaspettato si udì  il racconto di un sogno in cui compariva una donna-automa : Olimpia del “Mago sabbiolino”. Nel racconto di  di E.T.A Hoffmann si parla di  una giovane  il cui viso era bello come quello di un angelo ma i cui occhi erano stranamente fissi  e morti : sembrava che non ci vedesse o meglio ancora che dormisse ad occhi aperti.

Erano stati I  tre i libri pubblicati dal gennaio 1972 al gennaio 1975 a richiamare  migliaia di   curiosi e sconosciuti alcuni dei quali ora chiedevano l’interpretazione dei sogni ed, in verità, volevano la cura della malattia mentale in   quelle  strane e libere sedute di psicoterapia collettiva. La sinistra, reduce del 68, era sprofondata nella depressione,nella frammentazione e nel caos per aver fallito  la ricerca di un’identità femminile,  per non aver  rifiutato la razionalità degli uomini che non avevano un rapporto con la donna, essere umano uguale ma in realtà diverso. Freud ed Heidegger ma anche Sartre Lacan e Foucault non avevano compreso che  l’identità femminile esiste soltanto in relazione ad un’identità maschile, oltre la scissione fra razionale ed irrazionale. Il gruppo dei primi frequentatori di Villa Massimo che veniva visto e definito psicotico e senza identità aveva iniziato  nel 1975,  una cura  che avrebbe portato in tempi recenti  a ricreare l’immagine interiore e l’Io della nascita.  Nel 2007 compare sulle copertine dei libri di Fagioli un’immagine di Amore e Psiche diversa da quelle precedenti. Non c’era più la fanciulla caduta in  un sonno simile alla morte,  che ricordava  Olimpia , ma una bella donna adulta che offriva una farfalla ad un adolescente. La ricerca sulla realtà mentale umana e la prassi terapeutica dell’Analisi collettiva era sfociata nella realizzazione di una sinistra “radicale”in cui l’essere è l’identità umana senza ragione. Nelle sedute di psicoterapia di gruppo è emersa l’originalità della realtà senza coscienza che ora è una caratteristica di un gruppo nelle cinque ore degli incontri settimanali  in cui migliaia di giovani ed anziani

<<(..) vivono una realtà di esseri originali e geniali>>

Dall’incontro fra un medico che ha  elaborato una teoria geniale sull’irrazionale umano e la moltitudine  di persone che hanno frequentato I Seminari  di via di Roma Libera è nata una identità  umana collettiva , sociale e culturale nuova, anch’essa originale e geniale

Bisogna ricordare che Il  grande gruppo si era proposto in via di Villa Massimo con tutto il retaggio di rappresentazioni negative che nel corso della storia erano state ad esso attribuite.

<< Senatores boni  viri, senatus  autem mala bestia>> aveva sentenziato Cicerone  e con lui  i primi studiosi di psicologia collettiva negli ultimi decenni dell’Ottocento. L’indistinto  agglomerato di persone che si accalcava a stretto contatto fisico nell’aula universitaria  a partire dal 1975 riproponeva l’immagine delle assemblee del Maggio francese  dietro le quali  traspariva la memoria delle folle  rivoluzionarie ottocentesche percorse da vere e proprie psicosi epidemiche che fermentavano e si propagavano per via imitativa. Freud nel 1920 non  aveva parlato  più di folla ma di  psicologia della massa usando un termine che sottolineava  l’isolamento e l’atomizzazione degli individui  nella moltidunine amorfa che non aveva più nemmeno l’identità della lotta di  classe. . La folla, definita da Scipio Sighele delinquente,  era ancora una manifestazione dell’irrazionale malato alla fine dell’ottocento mentre le  masse furono  irreggimentate nella struttura iperrazionale dei regimi totatalitari a partire dai primi decenni del novecento. Entrambe erano sotto l’egida della coazione a ripetere e dell’”istinto di morte” come si diceva allora , quanto di più lontano c’è dalla genialità.

Fagioli con la sua pratica terapeutica ha dimostrato  che non esiste una “naturale” inclinazione  del collettivo all’acting out violento o all’incapacità per chi ne faccia  parte,  di   elaborare un pensiero personale ed originale.  In Left 2009 come anche nelle  precedenti raccolte di articoli c’è traccia del cambiamento cui è andata incontro l’Analisi collettiva  che  è  sempre più  capace di essere un pubblico di lettori partecipe ed intelligente. Fagioli ha creato un genere nuovo di scrittura e di comunicazione della teoria  che è divenuto  uno degli elementi  indispensabili per ciascuno nell’ elaborare   uno straordinario transfert collettivo. Il racconto  autobiografico negli articoli   serve a ripercorrere il movimento non cosciente  della scoperta e della cura :  le fasi iniziali e finali vengono continuamente ridefinite in una ininterrotta e reciproca  tensione dialettica, mentre il confronto con l’attualità e la cultura fa emergere nuove intuizioni e proposizioni teoriche. Il linguaggio nella scelta delle parole che esprimono i contenuti più profondi dell’inconscio ha il rigore  e l’esattezza della scienza mentre nell’espressione estemporanea  di stati d’animo si tocca sovente il registro della evocazione poetica. La pratica della psichiatria nell’Analisi collettiva si articola così nella interpretazione diretta del transfert  e dei sogni ai singoli partecipanti, ciascuno portatore nel setting  di una propria storia e problematica , mentre tutti sono partecipi di contenuti comuni nel riferimento alla teoria della nascita  riproposta settimanalmente sotto le angolature sempre diverse di una  originale visione dell’uomo e del  mondo.   

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