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La povertà modifica il DNA?

Il collega Andrea Rossi che si qualifica come psichiatra, mi invia questo approfondimento sui temi da me trattati, che io volentieri pubblico

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Ridurre il riduzionismo (anche quello epigenetico)

(Testo a cura di Andrea Rossi, psichiatra)

 

«Le battaglie di retroguardia condotte dai riduzionisti continueranno sicuramente ad avere luogo, nonostante sia ormai chiaro che le ragioni a loro favore si sono ridotte talmente tanto negli ultimi anni da far pensare che sia preferibile optare per una resa».

Come previsto dal filosofo della scienza Gereon Wolters nel 2008 [1], negli ultimi anni i riduzionisti non si sono arresi, applicando le vecchie categorie del determinismo genetico all’epigenetica.

Il connubio tra neuroscienze e folk psychology attira in modo particolare le attenzioni dei media che, spesso con grande enfasi e non senza grossolane approssimazioni, ripropongono letture semplicistiche e scientificamente infondate.

Nel 2011, con l’uscita del libro “The Epigenetics Revolution” di Nessa Carey [2], sembrava avviato un cambiamento concettuale radicale che ribaltava in maniera definitiva il vecchio paradigma della biologia molecolare che vedeva il DNA come unico determinante del comportamento umano.Blocco_Epigenetica1.jpg

Tuttavia, a una lettura critica dello stesso testo e dei dati presenti nella letteratura scientifica sul tema dell’epigenetica, emerge drammaticamente il fallimento di questo filone di ricerca, che viene sistematicamente strumentalizzato per confermare l’ipotesi riduzionista e l’ereditarietà delle caratteristiche fenotipiche acquisite.

A questo proposito si potrebbero fare numerosi esempi.Nel maggio scorso la stampa ha riportato un lavoro apparso sulla rivista Molecular Psychiatry, dove Johanna Swartz e collaboratori propongono un meccanismo epigenetico per dare conto dell’associazione tra basso stato socio-economico e depressione [3]. Questi sono solo alcuni dei titoli con cui blog e testate online hanno rilanciato i risultati della ricerca: «Vivere in povertà: il rischio è la modifica del Dna»; «Ecco come la povertà “altera” il DNA»; «“La povertà altera il Dna”, ansia e depressione associate a privazioni». Secondo i ricercatori della Duke University queste modifiche causerebbero un aumentato rischio di depressione (e più in generale di altre patologie psichiatriche) e, essendo potenzialmente ereditabili, spiegherebbero la familiarità di questi disturbi.

In un lavoro di Natan Kellermann del 2013 [4], più volte citato anche dalla stampa non specialistica, si ipotizza la trasmissibilità su base epigenetica del disturbo post-traumatico da stress per le vittime dell’Olocausto, per cui una sorta di memoria epigenetica verrebbe trasmessa alla progenie dando vita a schemi neuronali generatori del medesimo fenotipo clinico.

Tralasciando in questa sede le basi teoriche e biologiche dell’epigenetica e le conseguenti implicazioni epistemologiche, occorre ribadire come il concetto di ereditarietà epigenetica non possa essere utilizzato così selvaggiamente, in quanto questa presenta delle caratteristiche peculiari che la differenziano nettamente da quella genetica. Per prima cosa una modificazione epigenetica, per quanto più o meno stabile, è comunque reversibile in risposta a specifici stimoli ambientali. Inoltre, quello che molti ignorano (o fingono di ignorare) è che secondo le acquisizioni più recenti quello dell’ereditarietà epigenetica è un concetto non fondato scientificamente, come ricorda George Davey Smith in una revisione critica della letteratura pubblicata nel 2012 dall’Oxford University Press:

«[…] il risultato [delle marcature epigenetiche, n.d.r.] non è in nessun caso deterministico […] la rimozione [nelle cellule somatiche, n.d.r.] di questi pattern è essenziale per la generazione delle cellule totitpotenti nello zigote […]. Le onde di cancellazione delle modificazioni epigenetiche durante questo processo sono ben descritte, il che rende chiaro il potenziale limitato di trasmissione dei makers epigenetici tra generazioni e perciò restringe le possibilità di una ereditarietà epigenetica transgenerazionale» [5].

Lo stesso autore mette giustamente in guardia circa le modalità con cui queste informazioni di dubbia validità scientifica, con la complicità dei mass media, vengono divulgate.

Recentemente, sulle pagine del Corriere Fiorentino, la professoressa Liliana Dell’Osso ha affrontato il tema del disturbo post-traumatico da stress e della sua (presunta) ereditarietà epigenetica [6]. Tutto il discorso della vicepresidente della Società Italiana di Psichiatria ha fondamenta teoriche quantomeno fragili e contraddittorie, riciclando (peraltro senza citarle) le vecchie e sorpassate concezioni positivistiche della psichiatria ottocentesca e della psicoanalisi, malcelate sotto l’abito sgargiante della popular-science.

La collega, parlando di «modificazioni permanenti del DNA» che verrebbero «tramandate (per via “epigenetica”) alle generazioni successive» fino all’«autodistruzione della specie», di fatto ripropone il concetto di “degenerazione” di Bénédict-Auguste Morel, che tanto ha influenzato le l’innatismo di Cesare Lombroso e le teorie eugenetiche di Francis Galton.

In un saggio del 1919 Eugene Bleuler a questo proposito scriveva:

«La degenerazione secondo Morel, che […] dovrebbe decorrere fino all’estinzione, non ha mai potuto in generale essere giustificata; ciononostante per decenni ha continuato a ricorrere negli scritti psichiatrici, mentre sulla base delle genealogie storiche qualunque liceale avrebbe potuto smentirla» [7].

Proprio a partire dall’undici settembre 2001 e in seguito ai più recenti tragici fatti di cronaca, a nostro avviso si impone una ridefinizione del concetto di disturbo post-traumatico da stress che tenga conto del contesto storico contemporaneo. Questo anche al fine di proporre nuove strategie terapeutiche, che come tristemente dimostra il caso di Dust Lady, non possono limitarsi al controllo farmacologico dei sintomi. Anche trattamenti come la EMDR, fondandosi sul concetto di engramma, non sono in grado, data la loro infondatezza neuroscientifica, di portare a uno stabile miglioramento clinico né tantomeno di fornire gli strumenti ideativi per far fronte a un fenomeno ormai collettivo. La psicoanalisi freudiana, a cui l’autrice sembra far riferimento quando parla di “oblio” e di rimozione, si è rivelata anch’essa fallimentare. La nostra memoria non è né ereditata filogeneticamente né tantomeno una pedissequa registrazione delle esperienze vissute. Con buona pace dei riduzionisti, quando parliamo di realtà umana, una volta che l’atto mentale è emerso questo non è più derivabile dalle sue “determinanti” (o supposte tali) neurologiche [8].

Riproporre all’opinione pubblica idee ampiamente superate dalle recenti acquisizioni neuroscientifiche corre il rischio di ostacolare una concettualizzazione psicodinamica  della difficile realtà attuale, in cui il timore di un disastro imminente può sembrare più che mai fondato. Già dai primi del novecento era chiaro per Bleuler che quella della degenerazione era una teoria pseudoscientifica insostenibile, una vera e propria ideologia sconfinante «nel delirio paranoico collettivo» [7]. Con tali impostazioni ideologiche si rischia di portare la coazione a ripetere ad una prassi quotidiana e favorire l’insorgenza di psicosi collettive azzerando ogni possibilità di cura di tali disturbi.

 

[1] Wolters G., Ridurre il riduzionismo genetico, Humana.Mente – numero 6 – Luglio 2008 (versione on line), http://www.humanamente.eu/PDF/Wolters%20-%20Sesto%20Numero.pdf.

[2] Carey N., The Epigenetics Revolution – How Modern Biology Is Rewriting Our Understanding of Genetics, Disease, and Inheritance, London: Icon Books Ltd., 2011.

[3] Swartz J.R., Hariri A.R., and Williamson D.E. An epigenetic mechanism links socioeconomic status to changes in depression-related brain function in high-risk adolescents, Molecular Psychiatry advance online publication, 24 May 2016.

[4] Kellermann, N.P.F., Epigenetic Transmission of Holocaust Trauma: Can Nightmares Be Inherited?, Israel Journal of Psychiatry and Related Sciences, 2013, 50(1): 33-39.

[5] Davey Smith G., Epigenetics for the masses: more than Audrey Hepburn and yellow mice?, International Journal of Epidemiology, 2012, 41:303–308.

[6] Dell’Osso L., Memoria, la nemica dei sopravvissuti, Corriere Fiorentino, 23 luglio 2016.

[7] Bleuler E., Il pensiero artisticamente indisciplinato in medicina e il suo superamento (1919, terza ed. 1927), Sacile (PN): Polimnia Digital Editions s.r.l., 2015, p. 93.

[8] Cfr Boncinelli E., Mi ritorno in mente, Milano: Longanesi, 2010.

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Nei giorni feriali è più facile dimenticare i bambini piccoli in macchina sotto il sole

1879729_livorno.jpgQuando le mamme nei giorni feriali hanno molto da fare e dormono poco e sono stressate , possono “dimenticare” la propria bambina di 18 mesi in macchina al sole  e quindi provocarne la morte. Se ne deduce che  i figli dei pescatori o dei fornai che lavorano nelle ore notturne  sono molto a rischio, per non dire  quelli dei medici che fanno le guardie di notte. In questo articolo l’esperta, Prof Liliana dell’Osso scrive alcuni profondi pensieri  per il Corriere fiorentino, che diligentemente pubblica. L’amnesia che  talora ma non sempre, comporta uno stato alterato di coscienza con caratteristiche dissociative  è cosa ben diversa dall’annullamento che ha un’origine non cosciente e che è rivolto contro le relazioni umane,  talora, per una patologia silente, contro  gli affetti più significativi. La coscienza nei soggetti colpiti può essere perfettamente integra mentre l’immagine e non il ricordo cosciente  della propria bambina è scomparsa dalla vita psichica come conseguenza di una grave reazione anaffettiva.

Non siamo di fronte nel caso di Livorno ad una disattenzione  ma ad una patologia psichiatrica che si manifesta, come la cronaca ci  ha insegnato in casi analoghi , in un modo molto caratteristico.

 

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I soldati di Allah

1468743734-soldati-allah-950.jpgSu SkyTg24 è andato in onda il documentaio «I soldati di Allah», del giornalista francese Saïd Ramzi e prodotta da Takia Prod in collaborazione con Canal+). Saïd Ramzi ( pseudonimo), si è infiltrato all’interno di una «cellula» di giovani francesi, di fede musulmana, reclutati dalle frange estremiste per combattere «dall’interno» la guerra all’Occidente.Con l’aiuto di telecamere nascoste  Ramzi ha percorso tutte lefasi del reclutamento dei «soldati» della Jihad. Prima la frequentazione di siti online che danno spazio all’ideologia della «guerra santa», poi lo sviluppo dei rapporti personali con Oussama, un ventenne che coltiva l’ideale del martirio ed è già stato in carcere per terrorismo.

Quelli che colpisce è l’importanza di Internet, come l’applicazione Telegram, per permettere il coordinamento dei terroristi. Il secondo è l’approfondimento psicologico delle motivazioni di questi «soldati», un coacervo di deliri uniti dalla volontà di riscatto sociale alla ricerca di un premio «superiore» da raggiungere dopo la morte attraverso l’omicidio di massa. Il paradiso islamico è popolato di donne stupende a totale disposizione dei martiri, di cavalli alati su cui galoppare in piena libertà.

Durante il documentario viene intervistato uno psichiatra di cui non viene fatto il nome ma che sicuramente è Fethi Benslama benslama.jpg
che ha nei suoi libri analizzato le problematiche storico psicologiche dell’Islam. Benslama parla a proposito degli aspiranti martiri di Sindrome di Cotard. Si tratterebbe di soggetti che aspirano alla morte eroica perché si sentono già morti. E’ chiaro che la psicopatologia è chiamata a fornire una interpretazione di quel complesso fenomeno che è “la radicaluzzazione” dei mussulmani: il termine rimanda ad uno dei concetti chiave per comprendere la mentalità dei terroristi. Lo scenario del terrorismo e dei mass murderers attuali che spesso si scambiano i ruoli strategie e motivazioni, ha un’importanza fondamentale per la psichiatria attuale. Però è inutile ricorrere all’armamentario ideologico della psicologia di massa freudiana o ai concetti classici della psicopatologia Jaspersiana. Per non parlare delle banalità organicistiche recentemente proposte, sul Corriere fiorentino, da una psichiatra come Liliana dell’Osso (vicepresidente della Società italiana di psichiatria) che utilizza termini come sociopatia senza il minimo sforzo di contestualizzarli ricopiandoli tali e quali dalla psicopatologia di Kurt Schneider arricchendoli (!?) con l’idea dell’innatismo: il criminale-nato di Lombroso. Nessuno si ribella alla riproposizione di tali anticaglie ideologiche
alle quali si vuole dare il crisma della scientificiità: la psichiatria organicistica è fuori dalla storia arroccata in un pseudoscientismo narcisistico, in un’ignoranza colpevole funzionale agli interessi, talvolta criminali delle case farmaceutiche che ricavano enormi profitti dalla vendita di psicofarmaci prescritti il più delle volte in modo selvaggio.
La vera sfida, per quello che ci riguarda, è utilizzare le categorie della teoria della nascita di Massimo Fagioli, le sue inedite ricostruzioni storiche, la sua critica del pensiero religioso e della razionalità illuministica, per comprendere fenomeni sociali e patologie psichiatriche che si manifestano in forme nuove con un’ intensità ed una frequenza inedite nel nostro panorama culurale.

La psicopatologia va ripensata dalle sue fondamenta: è quanto si è cercato di fare partendo dall’analisi del caso di Anders Breivik che sicuramente ha aperto un’era nel dibattito del rapporto che intercorre fra malattia mentale e terrorismo.

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La mente e il corpo nella schizofrenia

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Psichiatria e diritti umani video e radio radicale

 

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Radio radicale

http://www.radioradicale.it/scheda/473144/psichiatria-e-diritti-umani e r

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Psichiatria e nazismo 1996

Nazismo: von platen, “eliminò pure il ‘diverso’ al suo interno”

http://archivio.agi.it/  
Il nazismo non perseguitò solo gli ebrei ma fece anche ‘pulizia’ al suo interno della stessa razza ariana nei confronti dei malati di mente: i ‘diversi’ per antonomasia. Il mito dell’uomo perfetto in tutto- dal fisico, alla psiche- fu l’imperativo di Adolf Hitler il quale, in una brevissima lettera di tre righe, ordinava ai medici tedeschi di sterminare mediante l’eutanasia i malati di mente in quanto ‘inutili’. A raccontare questa orribile storia, è una psichiatria tedesca Alice Ricciardi von Platen- Hallermund che, assieme ad altri due medici oggi scomparsi, F. Mielke ed A. Mitscherlich, fece parte della ‘Commissione di Osservatori’ al Processo di Norimberga del 1946 contro i medici nazisti. Autrice di un libro edito soltanto in tedesco ‘L’assassinio di malati di mente’ la von Platen ad 86 anni svolge ancora l’attività di psichiatra e di psicanalista a Roma dove ha formato il Gruppo Analisi. Il 24 febbraio assieme a Nicola Gallerano (storico) Domenico Fargnoli (psichiatra) Mario Ascheri (studioso di Diritto), parteciperà a Siena al convegno “Psichiatria e Nazismo” organizzato in occasione dei 50 anni del Processo di Norimberga dal Rettore dell’Università Piero Tosi. L’eliminazione dei malati di mente avvenne in due tappe: nel 36 con la legge ‘impedimento di prole con tare ereditarie’ che poi si sarebbe tradotta nella ‘sterilizzazione’ forzata dei degenti psichiatrici e nel 40 con l’appunto di tre righe del Fuher che introdusse l’eutanasia. “L’ideologia nazista portò alla morte di circa 120 mila malati di mente- racconta von Platen- con l’eutanasia, vero assassinio burocratico praticato dal ’40 in poi. Si voleva l’uomo perfetto: il ‘diverso’ avrebbe rovinato la razza mentre si voleva arrivare alla razza ariana ideale pura e sana”.
aggiornamento delle 13:06 Per conseguire il mito della razza pura e sana “fu fatta una massiccia propaganda per convincere il popolo della necessità – continua von Platen- di eliminare i malati di mente in quanto persone che soffrono, che costano e che inoltre non producono: quindi inutili”. I libri scolastici dell’epoca poi propongono il calcolo di quanto costi la retta ospedaliera di un degente e quante cose ‘utili’ si potrebbero fare con quei soldi. Furono così create delle apposite strutture gli ‘Istituti per l’Igiene della Razza’ come il ‘Lebensborn’ dove “si producevano bambini nella speranza che fossero belli, biondi e sani- precisa la von Platen- selezionando ed accoppiando donne belle, bionde e sane con uomini delle SS”. Questi Istituti “si fondavano- spiega von Platen- su ideologie prive di umanità ed il nazismo stesso si basava sull’odio per il ‘diverso’: un’ideologia primitiva che si rintraccia ancora oggi in certi comportamenti fortunatamente minoritari”. Per l’eliminazione dei malati di mente fu fatta una struttura ad hoc: l’Ufficio per l’Eutanasia dove si praticavano diverse tecniche (docce che emettevano gas velenosi, iniezioni di ipnagogici). “Al Processo di Norimberga venne fuori- conclude von Platen- la brutalità e la pseudo- scienza dei certi medici nazisti accusati nel Processo i quali si difendevano sostenendo che quel che facevano era appunto in nome della scienza”. Quindi la maggior parte dei medici del Reich eseguì le direttive del Fuher e le stesse strutture universitarie non potevano non esser al corrente di quanto accadeva: solo alcuni giovani medici forse privilegiati come racconta la von Platen scelsero di andarsene dalla Germania anche per questo motivo.
aggiornamento delle 13:08 Il nazismo non fu soltanto ‘persecuzione razziale’ ma sterminio dei malati di mente e questa rivelazione storica sarà al centro del convegno senese. “L’ideologia nazista non è stata debellata e sconfitta: spesso emerge in certe forme comportamentali alle quali la cultura e il pensiero attuali non sanno dare risposte adeguate”, sostiene lo psichiatra Domenico Fargnoli che è docente di Psicoterapia alla Scuola di Specializzazione dell’Università di Siena. “È morto il nazismo del Terzo Reich- precisa Fargnoli- mentre l’ideologia nazista sopravvive ancora. Essa nasce dalla crisi della Ragione e della Razionalità assurta ad organico sistema di riferimento per stabilire un’etica morale o valori morali rivelatisi privi di contenuto”. Come dire non basta dire di non esser nazisti per non esserlo veramente. “L’ideologia nazista non concepisce- dice Fargnoli- l’essere umano, l’umanità ma singoli gruppi e nazioni che si reggono sul potere, la forza ed il controllo. L’individuo come realtà psichica non c’è non esiste. L’emergere ripetuto di certe forme comportamentali violente è un indizio, un segno che la psichiatria non deve sottovalutare perché l’ideologia nazista non è stata superata”. Per la psichiatria tradizionale (Freud, Jung) come per quella organicistica “che hanno fallito la conoscenza dell’essere umano si pone un imperativo- conclude Fargnoli- cercare oltre la Ragione e il manifesto per cominciare ad affrontare senza paura l’inconscio che non è malato come le ideologie vorrebbero farci credere”.

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Psichiatria e diritti umani- Siena 23 Aprile

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Diritti umani e psichiatria

Paris attacks

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domenico fargnoli

 

Introduzione

 

Leggendo i resoconti annuali di Amnesty International ci rendiamo conto di come milioni di esseri umani in fuga da situazioni di vita insostenibili a causa delle guerre, delle dittature delle persecuzioni etniche e religiose sono oltraggiati, perdono la vita o sono minacciati di perderla. Fra il 2014 e il 2015 diciotto sono i paesi nei quali sono stati commessi crimini di guerra, 35 gli stati nei quali gruppi armati hanno commesso abusi, quasi 4000 i migranti annegati nel mediterraneo, 6000000 sono i rifugiati siriani, 62 le nazioni in cui sono state messe in carcere persone che avevano esercitato i loro diritti e le loro libertà, 78 gli stati in cui sono criminalizzate le relazioni consensuali fra adulti dello stesso sesso. L’elenco potrebbe continuare. L’Italia ha il primato delle violazione dei diritti umani fondamentali nella UE: la violazione del diritto a un processo che si svolga in tempi ragionevoli, violazioni sistematiche ai danni dei detenuti, malati e migranti.

La psichiatria di fronte ad un quadro di questa gravità, inasprito dagli episodi terroristici che si verificano non solo in Francia ma in molte altre parti del mondo non può stare a guardare essendo implicata nel rispetto o nella violazione dei diritti umani in vario modo. Storicamente la psichiatria si è macchiata di crimini contro l’umanità promuovendo in Germania lo sterminio sistematico dei malati di mente, trasformando i manicomi in lager, usando metodi di cosiddetta cura come la sterilizzazione, la lobotomia, l’ESK, ricorrendo a metodi di contenzione che in molti casi hanno provocato la morte dei malati, usando gli psicofarmaci, come in Russia a scopo di repressione politica. Il più delle volte ci si limita a denunciare gli aspetti più eclatanti della violazione dei diritti umani mentre ci sfuggono gli aspetti più nascosti, ideologici. La sconfitta del Terzo Reich non ha segnato, nel dopoguerra la fine della mentalità nazista che nella psichiatria ha vantato figure egemoniche come Ludwig Binswanger e Blankeburg che s’ispiravano alla filosofia di Heidegger che è rimasto per tutta la vita antisemita e nazista. La psicoanalisi ha dominato fin dagli inizi del XX secolo nella cultura americana che ha legittimato, con l’azione congiunta di giudici e psichiatri, l’adozione forzata, a partire dagli anni 40, di centinaia di migliaia di bambini di ragazze madri che venivano considerate, per la loro stessa condizione, malate psichiche. Quale sia l’effetto a lungo termine sulla salute mentale della popolazione è facilmente immaginabile. Lo stesso è avvenuto in Spagna durante il franchismo, e più recentemente in Australia. Addirittura gli psichiatri franchisti ritenevano che le donne repubblicane erano portatrici del “gene rosso” e pertanto venivano considerate o schizofreniche o psicopatiche inadatte, in quanto non aderenti allo stereotipo della donna ispanica, a essere madri. Lo stigma psichiatrico legittimava la violenza alla quale esse venivano sistematicamente sottoposte, rapate a zero, costrette a bere olio di ricino e in queste condizioni a mostrarsi in pubblico, incarcerate, stuprate, torturate e uccise. L’opinione pubblica italiana ignora quasi completamente questi aspetti che la storiografia iberica solo in anni recenti ha rivelato.

La psicoanalisi nel corso della sua storia ha dimostrato una strana propensione a prosperare nei regimi totalitari quelli in cui appunto i diritti umani vengono cancellati. In accordo con molti autori si riteneva in passato che la psicoanalisi non potesse essere esercitata in contesti di autoritarismo politico. La principessa Marie Bonaparte espresse a suo tempo questo punto di vista come anche in tempi più vicini a noi Elisabeth Roudinesco. Noi sappiamo che i nazisti smantellarono il movimento psicoanalitico tedesco ma Enest Jones, Anna Freud e perfino Sigmund Freud stesso trovò tollerabile l’idea che analisti non ebrei praticassero la psicoanalisi in accordo con regole stabilite dai nazisti. Freud anche in esilio si mantenne in contatto con membri “Ariani” del gruppo psicoanalitico berlinese assorbiti dal Goering Institute credendo che la psicoanalisi potesse sopravvivere in un contesto fascista. Ernest Jones andò oltre e assicurò il nipote di Goering che la psicoanalisi non era necessariamente ostile alla Weltanschaunung nazista. Dopo la guerra uno dei membri dell’Istituto Goering, molto coinvolto con il regime di Hitler, diventò un leader del movimento psicoanalitico brasiliano. In America Latina la psicoanalisi non subì persecuzioni né sotto regimi populisti e autoritari degli anni 30 e 40 né durante le dittature molto più violente degli anni 60 e 70. E’ proprio sotto questi regimi che la psicoanalisi divenne popolare ed ebbe un’enorme diffusione. Se oggi l’Argentina è considerata la capitale mondiale della psicoanalisi ciò è il risultato di un processo iniziato sotto le dittature militari, che hanno prodotto il fenomeno dei desaparecidos, dei voli della morte, dei figli rubati.

Negli anni 90 del secolo scorso negli USA si assiste al divorzio fra psicoanalisi e psichiatria. Le assicurazioni non rimborsano più i trattamenti analitici lunghi e inefficaci. La famosa clinica di Chestnut Lodge fallisce clamorosamente. La critica epistemologica di Adolf Grumbaum contribuisce a dare un colpo mortale alla psicoanalisi: Freud è morto titola il Times nel 1993. Si apre in America l’epoca neokraepeliniana scandita dalle varie edizioni del DSM che di fatto sancisce il trionfo e gli enormi profitti della case farmacologiche al cui soldo sono i più eminenti psichiatri di quel periodo. Dopo l’epoca d’oro della psicofarmacologia cominciano a sorgere i primi problemi e appare una vasta letteratura che segnala i pericoli insiti nell’uso sconsiderato delle sostanze psicotrope. Viene meno l’idea semplicistica che si possa curare la schizofrenia come si cura il diabete. Autori come Peter Breggin sostengono che il supposto effetto terapeutico degli antipsicotici in realtà comporta inevitabilmente a lungo andare un danno cerebrale. Si scrivono libri sulla dipendenza indotta da psicofarmaci, sulle nuove patologie che il loro uso può far insorgere, sulle metodiche per dismettere i trattamenti ed evitare la cosiddetta “psicosi da ipersensitività” che insorge quando l’assunzione di sostanze cessa improvvisamente. Qui siamo di fronte ad una emergenza umanitaria della quale non tutti sembrano essere consapevoli: l’abuso massivo farmacologico e diagnostico, che coinvolge anche l’infanzia, avviene su scala planetaria nell’epoca della globalizzazione delle conoscenze e delle pratiche terapeutiche. Robert Whitaker ha scritto un libro molto discusso e controverso, “Anatomy of an epidemic” nel quale, sulla base di un revisione della letteratura mondiale più significativa, sostiene che gli antipsicotici inducono, a lungo termine, cambiamenti nel cervello che aumentano la vulnerabilità alla psicosi oltre a favorire la diminuzione del volume cerebrale che comporta un aumento dei sintomi negativi e deficit funzionali e cognitivi.

Per quanto estremistica possa apparire questa tesi essa ha un fondo di verità tant’è che Allen Frances, il padre del DSMIV, scrive recentissimamente nel suo blog che le prescrizioni farmacologiche sono effettuate in modo selvaggio: le dosi o sono troppo basse o troppo alte. E quando un farmaco non funziona se ne aggiunge un altro. Questa irrazionale e polimorfa farmacopea, utilizzata sulla base di criteri diagnostici aleatori anche in soggetti sani aumenta il rischio di effetti collaterali dovuti alle interazioni fra le varie sostanze ed è responsabile della cronicizzazione   e del decorso sfavorevole delle patologie psicotiche. Inoltre il fenomeno endemico dei mass murders, alcuni dei quali hanno agito sotto l’effetto di sostanze psicotrope, è una testimonianze dell’esistenza diffusa di patologie che non vengono intercettate dai servizi psichiatrici e che finiscono direttamente in carcere. Il carcere diventa negli Usa, come anche in Italia il maggior contenitore di malattia mentale.

I compito della psichiatria nei confronti dei diritti umani non si esaurisce nel tentativo di prendere le distanze da un passato fatto di complicità con quelle Weltaschaunung naziste, Unknowncomuniste, o genericamente eugenetiche che hanno annullato i diritti umani universali mettendo in discussione , sulla base dell’esistenzialismo, anche il concetto steso illuministico di umanità e di uguaglianza estesa a tutti gli uomini

La psichiatria deve oggi confrontarsi con fenomeni attuali come terrorismo in Francia cercando di comprendere a quale tipo di psicopatologia esso corrispondono, essa deve poi entrare nella mente dei pedofili così numerosi nell ‘istituzioni ecclesiastiche tanto da determinare scandaii di portata epocale .

Altro tema che non può essere eluso è quello relativo alla bioetica e al significato che viene ad assumere il concetto di vita umana e morte umana alla luce delle nuove conoscenze embriologiche e neonatologiche. Implicitamente con la teoria della nascita di Massimo Fagioli emerge una nuova concezione della corporeità: sarà necessario valutare quanto sia compatibile con la legislazione e la giurisprudenza vigente. IL fenomeno dell’emigrazione pone nuove sfide alla psichiatra in quanto la costringe a rivedere radicalmente le proprie categorie diagnostiche e ripensare di conseguenza le strategie terapeutiche.

Fondamentalismo e diritti umani

I laici nella loro difesa dell’autonomia della società nei confronti delle ingerenze dottrinarie ed egemoniche dei cattolici in nome del pluralismo delle fedi e delle confessioni, non sono esenti essi stessi dal riproporre se non una forma di religione perlomeno una forma di religiosità

E noto, negli ultimi decenni il linguaggio dei diritti, e in particolare dei diritti umani, è diventato sempre più diffuso Viene considerato da molti come l’unico codice normativo di carattere universale nell’epoca del pluralismo delle morali, delle culture, delle religioni e degli ordinamenti giuridici. Elie Wiesel, nel cinquantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani la ha definita la “religione secolare planetaria”, e Kofi Annan ha parlato a proposito di essa di “unità di misura del progresso umano”.

Nonostante l’ importanza che ad essa viene oggi attribuita la dichiarazione dei diritti ha un limite: è’ indubbio che i grandi testi che sanciscono la tutela universale dei diritti umani sono di matrice occidentale e giusnaturalistica cioè hanno un carattere razionale.

E’ chiaro però che la ragione nella misura in cui pretende di imporre una serie di norme morali di carattere universale va a finire nel dare sostegno all’ideologia della guerra.La storia recente lo dimostra: la guerra nel Kossovo ed in Iraq per non dire i bombardamenti dell ISIS, è stata fatta per scopi”umanitari” e legittimata in nome di un agire “razionale rispetto al valore” secondo una terminologia che risale a Max Weber.

La politica dei diritti umani, servendo ad imporre norme che sono parte di una morale naturale ed universale, conduce a guerre che – mascherandosi da “azioni di polizia” assumono una valenza morale; alla moralizzazione della guerra segue la demonizzazione dell’avversario, la politica d’intervento sui diritti umani assume il significato di una lotta del Bene contro il Male.

Sorgono spontanee una serie di domande ai quali certo non si può dare in questo ambito, una risposta esauriente,

Come si può superare nell’ambito del diritto il riferimento ad una morale universale che rischia di essere null’altro che la norma razionale astratta di una “religione secolare”?

Se la ragione non può proporre valori universali senza cadere in quello che è stato definito un fondamentalismo,su quali basi deve poggiare una nuova concezione della giustizia?

Lasciando in sospeso queste domande, alle quali non pretendo di rispondere da solo, vorrei riportare una frase di Norberto Bobbio <<(…) la razionalità non abita più qui(…)-scrive Bobbio- Che la storia contemporanea conduca al regno dei diritti umani piuttosto che al Grande Fratello può essere oggetto soltanto di un impegno,>>

E’ possibile mi chiedo che quello che viene considerato uno dei più importanti filosofi italiani del diritto faccia appello alla “grande esperienza ed alla “buona volontà” per continuare ad avere fiducia nel progresso “morale” dell’umanità?

Gli psichiatri di grande esperienza sanno che le dichiarazioni d’intenti e la buona volontà servono a poco per non dire a niente.

Ciò che ci serve è una teoria che ci introduca in quel mondo in cui la razionalità non solo non abita più ma forse non ha mai abitato. Intendo riferirmi a quella dimensione irrazionale che è tipicamente umana. Dimensione irrazionale del primo anno di vita antecedente al linguaggio, alla coscienza alla ragione.

E’ in quest’ambito che va cercata l’identità dell’uomo che sviluppandosi nel tempo e diventando consapevolezza piena di sé porta all’affermazione di diritti che potranno differire a seconda delle diverse condizioni storico-sociali.

Verso una nuova forma di socialità

L’affermazione del diritto, dei diritti di prima di seconda di terza o di quarta generazione, deve avere a monte una realtà umana il cui fondamento è la vitalità, il pensiero senza coscienza, l’immagine interna della nascita. Nascita che accomuna tutti gli uomini della terra. E’ la trasformazione della nascita che ci rende uguali perlomeno in partenza. E qui mi viene fatto di dire che se esiste un diritto “assoluto” cui attribuire una priorità rispetto agli altri, questo diritto non può essere altro che l’affermazione e la difesa della propria sanità mentale per essere capaci continuamente di ricreare una condizione originaria analoga a quella del primo anno di vita.

In base all ricerca psichiatrica e non ad astratte speculazioni sulla natura umana, possiamo sostenere che tutti hanno avuto l’esperienza della nascita a partire dalla quale si realizza la possibilità di “vita umana”. Vita umana come realtà psichica, identità individuale antecedente ad ogni legame sociale. Quello che per i giusnaturalisti era ipotesi di uno stato di natura astratto, presociale per la psichiatria diventa scoperta dell’origine della vita umana. Vita umana come capacità di immaginare che è presente antecedentemente ad ogni legame sociale. Vita umana, immagine interna che poi nello sviluppo successivo del bambino diventerà desiderio e ricerca del rapporto, matrice di una socialità che dapprima inconsapevole evolverà verso le forme del linguaggio e della coscienza.

La socialità che pretenda di avere un punto di partenza nuovo, deve essere capace comunque di abbandonare le formule contrattualistiche di ispirazione razionale   ed illuministica a favore di una “reciprocità” che prevede forme di scambio e di rapporto che non siano univocamente commisurate alla norma dell’utilità.

Si apre un terreno di fricerca legato ad una serie di interrogativi: può esistere una psicoterapia se noi non superiamo l’idea di un legame sociale come strumento di fini prettamente individualistici ?

Si può mettere in moto un processo di trasformazione personale e collettivo se non si mette in discussione l’assioma utilitaristico che riduce il comportamento a puro calcolo di interesse?

Forse è necessario riaffermare la radicale irriducibilità dei rapporti sociali ai rapporti economici o di potere?

Bisogna pensare a dei legami di reciprocità caratterizzati dal rifiuto dell’interesse utilitaristico di derivazione borghese senza cadere nell’altruismo astratto di stampo cristiano che si esaurisce in una pura ed unilaterale oblatività?

A questi interrogativi, di estrema complessità, noi dobbiamo cercare, nonostante la loro difficoltà, di cominciare a rispondere pur essendo consapevoli che lo psichiatra a questo punto è costretta ad uscire da un ambito strettamente specialistico; per aprirsi al dialogo con la politica, con la cultura, con l’arte o più in generale con la storia.

E’ chiaro che la psichiatria non vuole assolutamente porsi, in questo dialogo, in questo confronto con la cultura dominante, come scienza omnicomprensiva, portatrice di conoscenze “totali” ed aprioristiche: al contrario essa interroga e cerca una dialettica con tutti quei soggetti che essendosi posti il problema del significato dell”umano” si dimostrano ricettivi nei confronti dell’indagine sulla realtà psichica. . E’ solo dall’esperienza di una molteplicità di persone che è disposta a compiere   un faticoso sforzo di ricerca che noi possiamo cercare di orientarci e di progredire ulteriormente nella comprensione di quella realtà irrazionale pensata fino ad oggi come territorio inesplorabile e proibito.

 

 

 

 

 

 

 

 

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