Psichiatria

Il Mutamento del mondo

Il mutamento del mondo.

Considerazioni su alcuni aspetti storici del problema della diagnosi di schizofrenia*

Domenico Fargnoli

 

 

Introduzione

Quando nel 1963 Manfred Bleuler pubblicò l’articolo Conception of Schizophrenia whitin the last fifty years and today[1] lasciò agli psichiatri in formazione in quel periodo un’eredità pesantissima. Guardando indietro al grande lavoro svolto da due o tre generazioni di colleghi, lo psichiatra svizzero concludeva che nessuno aveva individuato la causa della schizofrenia. Questo fallimento fu chiamato lo scandalo della psichiatria, o meglio la tragedia della psichiatria della prima metà del Novecento. Né gli organicisti né coloro che si erano cimentati nell’approccio psicologico e psicodinamico avevano individuato specifici fattori eziopatogenetici: Bleuler concludeva draconianamente che questi ultimi semplicemente non esistono. Allora perché si diventa schizofrenici? Perché ciascuno di noi, durante il sonno avrebbe una modalità di pensiero (il sogno) che sarebbe del tutto analogo a quello del paziente psicotico.

Bleuler riprende così un tema, un falso giudizio razionalistico, che era stato caro a suo padre, il quale l’aveva derivato, insieme a Freud e a Jung, direttamente dall’alienistica dell’Ottocento: la presenza antropologicamente costitutiva nell’uomo dell’irrazionale[2] avrebbe esposto ciascuno al rischio della psicosi quando la barriera fra il sonno e la veglia si fosse infranta e le immagini dei sogni, non riconosciute, avessero invaso la mente durante la veglia.

E’ questo falso giudizio che ha affossato ogni possibilità di ricerca sulla realtà umana trasformando il fallimento in una tragedia.

Per venire a capo del problema dell’eziopatogenesi della schizofrenia, e conseguentemente della sua diagnosi che era basata su criteri quanto mai arbitrari, data la natura sconosciuta del processo morboso, era necessario un cambiamento radicale di paradigma che storicamente si è concretizzato nella teoria della nascita di Massimo Fagioli che ha rifiutato fin dall’inizio l’idea che l’“inconscio” umano sia inevitabilmente psicotico.

Quello che è importante mettere a fuoco è come una concezione assolutamente nuova dell’irrazionale si sia delineata all’interno di un contesto storico, culturale e scientifico dominato da ideologie che stroncavano a priori ogni possibilità di ricerca sulla cura della malattia mentale.

Cercare di storicizzare una scoperta non significa, comunque, limitarne in alcun modo la portata innovativa quanto, evidenziandone i nessi con le problematiche irrisolte del passato, renderla maggiormente comprensibile .

Gli anni Sessanta

La teoria della nascita si struttura in base a un percorso storico che ha consentito di definire e individuare il nucleo generatore del processo schizofrenico aprendo la strada ad una capacità non solo di comprensione, ma anche di cura della malattia mentale.

Le prime intuizioni che porteranno poi allo sviluppo successivo della teoria della nascita si collocano intorno agli anni Sessanta del secolo scorso.

Sono gli anni in cui gli effetti del processo di destalinizzazione, iniziato con la morte del dittatore sovietico nel 1953, cominciano a farsi sentire a livello culturale e politico. A Stalin era succeduto Nikita Kruscev che, tre anni dopo, presentò durante i lavori del XX congresso del PCUS il rapporto segreto che portò ad una condanna dello stalinismo. Ciò fu all’origine della rivolta ungherese e della successiva, violentissima repressione: qualcosa si era messo in movimento.

Agli inizi degli anni Sessanta l’Italia è un paese che sta rapidamente cambiando. Cinque milioni di lavoratori emigrano dal Sud al Nord dando vita al miracolo economico e a un processo di industrializzazione e urbanizzazione senza precedenti. Il Pil nel 1961 cresce dell’8,5 per cento mentre nel panorama politico il peso delle scelte dei sindacati, che tenderanno a unificare le loro rivendicazioni, diventa sempre più forte: il 7 luglio 1961 lo sciopero generale di due giorni a Torino assume proporzioni gigantesche, con scene di guerriglia urbana in piazza Statuto. E’ il periodo del lancio di Yuri Gagarin nello spazio, della crisi della Baia dei porci a Cuba, della costruzione del muro di Berlino.

Il corso di aggiornamento a Milano

Nel 1962 Pier Francesco Galli organizza il primo corso di aggiornamento sui problemi della psicoterapia a Milano[3]. Galli, che a quel tempo collaborava con  Gaetano Benedetti a una ricerca sulla psicoterapia delle psicosi che si sarebbe dovuta svolgere fra Basilea e Francoforte, si poneva come anello di congiunzione fra psichiatria, psicoanalisi e psicoterapia internazionali e la situazione italiana che, anche per la spinta dei cambiamenti politici e sociali, stava acquisendo nuovi metodi e contenuti. Nell’intervento introduttivo al corso si sottolinea come la prima base della formazione dello psicoterapeuta sia il conoscere profondamente se stessi, la propria personalità.

Le esperienze che ci vengono dalla psicoterapia delle psicosi confermano la validità di questo strumento, della formazione della personalità dello psicoterpeuta; infatti corre un rischio personale grave il terapeuta che affronta una psicosi su di un piano analitico senza una situazione di controllo psicoanalitico[4].

Galli ricorda come Jung avesse parlato di una vera e propria infezione psichica che deriva dal contatto continuo con il conflitto psicologico dei malati: l’unico rimedio, per non esse inglobati nella situazione di “malattia” sarebbe stata l’analisi didattica e la formazione del terapeuta intesa come esperienza di rapporto.

Galli, forte anche del riferimento a Jaspers, che in suo scritto del 1950 aveva sostenuto che la cosiddetta analisi di prova altro non fosse che «qualcosa di indegno per la ragione», da considerare alla stessa stregua delle tecniche di meditazione buddista[5], non lesina critiche al carattere fideistico della psicoanalisi freudiana: la formazione non può consistere nell’accettazione acritica di una teoria, né l’analisi può essere considerata un processo attraverso cui con la semplice accettazione del verbo freudiano si guarisce. Il processo di formazione dovrebbe tendere invece a promuovere la spontaneità e l’autonomia del terapeuta senza la necessità di un rigido controllo esterno.

Nel corso della discussione Leonardo Ancona avvalora l’ipotesi secondo la quale  l’uso dello strumento psicoterapico possa produrre gravi danni nella psiche dei pazienti, che possono essere rovinati se cadono in mano di persone impreparate e inesperte[6].

Nel suo intervento alla discussione Massimo Fagioli condivide  dunque  la necessità di una formazione psicoterapeutica e, al limite, anche analitica, anche se essa non si dovrebbe orientare solo verso la cura delle nevrosi:

(…) perché esistono centinaia e migliaia di malati mentali che vanno curati e non bastano, effettivamente né farmaci né le cure di shock; esperienze personali, sia pur grossolane ce lo dimostrano. Esistono pericoli, lo sappiamo – il prof. Ancona ha insistito molto sui pericoli – ma io stesso mi sono trovato davanti alla situazione di pericolo di un catatonico che mangia le proprie feci e che non risponde alle cure psicoplegiche, mentre con un rapporto psicoterapico si ottiene qualcosa, se non altro che si vesta, che parli che si curi, che riesca ad andare a casa; in coscienza mi sono detto :è bene instaurare un rapporto psicoterapico[7].

Fagioli, replicando a Galli, dichiara inoltre di essere esente da tutte e tre le forme di paura che possono intervenire nel trattamento della psicosi: paura di subire una violenza, paura dell’ansia psicotica, ma soprattutto paura di produrre lui stesso, come suggeriva Ancona, una lesione nella psiche del paziente[8].

 

 

Ferdinando Barison, l’astrazione formale del pensiero ed  il manierismo schizofrenico

 

In quegli anni Fagioli, dopo un breve periodo di lavoro all’Ospedale psichiatrico di Venezia, definito da lui in seguito un manicomio-lager, svolgeva la sua attività di psichiatra a Padova sotto la direzione di Ferdinando Barison. Quest’ultimo era un eminente e stimato studioso[9]; si deve a lui la prima e più importante descrizione, che risale al 1934[10], della caratteristica tendenza schizofrenica verso le forme di pensiero e di linguaggio formalmente astratte e indebitamente generalizzate, ossia la tendenza : a usare sostantivi e frasi astratte per esprimere idee concrete:

L’astrazione formale del pensiero schizofrenico consiste proprio nel fatto che, a causa di essa, il soggetto opera a livello formale anche quando sarebbe richiesto operare a livello concreto. In ciò l’astrazionismo formale si differenzia dal “razionalismo morboso” che è relativo invece alle caratteristiche contenutistiche e che indica una preferenza autistica per temi lontani dalla concretezza delle situazioni.

Barison interpretava l’astrazione formale del pensiero come un tentativo di difesa, come una sorta di riparazione istintiva del pensiero schizofrenico  rispetto alla dissociazione intervenute fra le idee»[11].

A Padova dunque non ci si occupava di anatomia patologica del cervello schizofrenico come a Venezia: l’approccio prevalente era quello psicopatologico con riferimento alla tradizione tedesca, senza trascurare le più importanti acquisizioni della scuola francese.

A partire dalla fine degli anni Quaranta Barison aveva inoltre elaborato una propria concezione del manierismo schizofrenico che riteneva  uno dei concetti cardine per comprendere il modo di essere al mondo dello schizofrenico.

In Tre forme di esistenza mancata, Binswanger aveva negato ogni originalità creativa alla schizofasia e al manierismo concependol quest’ultimo come una forma di inautenticità, di imitazione e recitazione[12]. Il manierismo per  Barison sarebbe stato un attività volta a modificare l’espressione di un atto[13].

Questa modificazione però non si sarebbe potuta intendere in senso quantitativo, né come espressione di una semplice “atimia” cioè mancanza o minus di affettività. Ci sarebbe stato nel manierismo qualcosa in più oltre al carattere meccanico e devitalizzato, cioè un elemento di intenzionalità capace di tradursi in un’esasperazione vertiginosa del comportamento tendente ad un’assoluta evanescenza e ironia[14].

La schizofrenia per Barison sarebbe stata una forma d’esistenza manierata in cui il malato ci appare come un “assolutamente altro”. L’Anders inteso come alterità ma anche come stranezza e assurdità viene a costituire quindi l’essenza del modo di esistere schizofrenico, della vera schizofrenicità, se volessimo esprimerci con la terminologia di Rumke.

Suggestiva, anche se fondamentalmente erronea, è l’ipotesi dello psichiatra padovano secondo la quale l’Anders sarebbe stato un qualcosa di analogo all’attività artistica come deformazione della realtà: una forma quindi di creativitàdel tutto peculiare, una tendenza a un plus espressivo piuttosto che a un minus. Con riferimento alla nozione di écart organo-psychique di Henry Ey[15], Barison rifiuta ogni tentativo di spiegazione che faccia riferimento alla presunta presenza di “minorazioni” delle facoltà psicologiche, cioè a deficit cognitivi, perché solo nel considerare la totalità della forma dell’esistenza altrui tende a venire alla luce il mondo dell’Anders schizofrenico cioè di un plus sui generis.

Barison confonde pericolosamente la produttività schizofrenica con la creatività artistica quando dice che l’assurdo schizofrenico è il prodotto del movimento di un’attività creativa che si identifica con quella artistica. Il meccanismo delirante impiegherebbe la capacità di deformazione propria dell’attività artistica con lo scopo di negare e di deformare la propria vita.

Con quest’ultima formulazione viene rielaborata, con un riferimento all’estetica crociana[16], l’idea  di una analogia fra schizofrenico ed artista  moderno che era stata proposta negli anni 20 da Karl Jaspers e Hans Prinzhorn e negli anni 40, anche da Henry Ey il quale,  riprendendo un luogo comune della teoria freudiana, sosteneva che  la fonte della creatività artistica e della follia fosse la stessa, cioè l’inconscio.

Per il francese, che pure si sforzava di differenziare l’estetica e le opere surrealiste dalle produzioni psicopatologiche, appariva evidente che la follia, intesa come sinonimo di pazzia, è identica al sogno in quanto regressione forzata verso una forma di automatismo mentale.

L’automatismo mentale era appunto il metodo “creativo” dei surrealisti che tramite esso cercavano di sfuggire al predominio della coscienza e della ragione[17].

Louis A. Sass ha mostrato, in tempi recenti, come il quadro della schizofrenia come “malattia dionisiaca”, caratterizzata da un predominio del processo primario, sia fondamentalmente  erronea , riproponendo  l’ipotesi di Barison, senza peraltro citarlo: sia nella modernità che nella schizofrenia ci troveremmo di fronte a modalità di pensiero in cui sono presenti  nessi assurdi e bizzarri che determinano un plus piuttosto che un minus[18].

La schizofrenicità oltre la nosografia:

Fenomenologia e Daseinanalyse

 

La concezione di Barison del manierismo e dell’Anders ha un riflesso immediato rispetto alla diagnosi:

Di fronte allo strano, all’incomprensibile schizofrenico ci si può porre in due atteggiamenti: di chi ha soltanto un’esperienza di qualcosa di negativo, di semplicemente incoerente e caotico: e di chi invece apprezza un qualcosa di ineffabile, di indefinibile di positivo, caratteristico, nelle infinite possibilità di manifestazioni. E’ il “plus” l’”Anders”, la produttività schizofrenica[19].

Il sentimento di schizofrenicità è qualcosa che travalica gli schemi nosografici e non corrisponde alla valutazione di un sintomo valido sul piano clinico nosologico ma consiste in un’intuitiva visione d’un modo d’essere patologico sul piano dell’intenzionalità husserliana. Vale ovviamente anche per Barison la critica di Conrad: secondo quest’ultimo l’antropologia fenomenologica, alla quale lo psichiatra padovano sembra aderire quando afferma che la schizofrenicità travalica l’ambito nosografico, si colloca al di fuori del campo medico, con il rischio di abbandonare il terreno della scienza nel suo senso critico-empirico per penetrare in quello non meno seduttivo dell’artista intuitivo[20].

Barison viene afferrato, come i suoi pazienti, dalla vertigine dell’assoluto e si allontana sempre più dalla ricerca sulla cura che viene intesa come pura apertura esistenziale, calore umano che toglie il malato dalla solitudine[21].

A livello del concetto di “intenzionalità”, termine derivato da Brentano ma tipico della fenomenologia, la ricerca sulla schizofrenia di Barison, che parla di un’intenzionalità manierata, si incrocia, mantenendo però una propria originalità, con quella di Blankenburg ma anche di Mundt[22]. La psicopatologia fenomenologica sosteneva che il disturbo principale della psicosi schizofrenica fosse un’incapacità di costituire la realtà intersoggettiva cioè un mondo condiviso: quella che Blankenburg, sulla scorta del caso di Anna Rau, chiamerà la perdita dell’ evidenza naturale.

Per il fenomenologo andare oltre l’evidenza dell’evidente significa sempre mettere fra parentesi (…). Per lo schizofrenico al contrario non si tratta di un metter fra parentesi volontario ma di una vera e propria sottrazione basale. Il malato non può mettere fra parentesi l’evidenza naturale [la realtà così come si presenta immediatamente ai nostri sensi] perché già prima egli non era coinvolto in questa evidenza[23].

Il dubbio fondamentale nei confronti di tutto quanto riguardi il linguaggio le azioni le esperienze di ogni giorno che a noi appaiono perfettamente naturali può essere compresa con il termine inglese common sense, che mancherebbe nella schizofrenia[24]. Sia a livello dell’elaborazione sensoriale, che dovrebbe portare a una Gestalt percettiva, sia a livello della rappresentazione della realtà nei simboli nel pensiero schizofrenico, si paleserebbe per Blakenburg un disturbo dell’intenzionalità, cioè della capacità di concettualizzare la realtà, a livello periflessivo, come presupposto del potersi inserire in un mondo intersoggettivo.

Anche in Blankenburg, come in Barison, la perdita dell’evidenza non si configura come una malattia quanto come una delle variabili antropologiche, una condizione estrema in cui si può trovare l’essere umano. Lo schizofrenico non realizza, a dispetto della terminologia usata, una vera e propria perdita quanto una negazione intesa dialetticamente:

(…) ogni evidenza soppressa deve far posto a un’evidenza nuova, perché possa così conservarsi l’unità nel realizzarsi del Dasein[25].

E’ la sproporzione fra evidenza e non evidenza che altera lo svolgimento non problematico della vita in un senso che potrebbe essere affine al concetto di plus di Barison che anche nelle forme più estreme di apatia vedeva una sorta di maschera dietro cui traspariva una produttività fatta di una ricca varietà di vissuti nascosti[26].

Anche in Mundt noi troviamo la concezione secondo la quale la cosiddetta apatia schizofrenica non corrisponde a difettualità, cioè a un minus,ma a un disturbo specifico dell’intenzionalità[27]. I sintomi deliranti come la percezione delirante nel loro sorgere apparterrebbero alla cosiddetta intenzionalità “scivolante”, per la quale il malato non è in grado di concettualizzare correttamente la realtà e quindi di accedere ad una dimensione intersoggettiva condivisa: concretismo e, al suo opposto, simbolismo inadeguato sono tipici disturbi del pensiero schizofrenico[28].

Inoltre ciò che accomuna Barison e Blankenburg è il riferimento, oltre che alla fenomenologia, ad Heidegger; il quale, peraltro, sconfessò sia Blankenburg che Binswanger – e indirettamente quindi Barison – in quanto secondo lui nell’ambito della psichiatria che faceva riferimento alla sua filosofia si sarebbe scambiato sistematicamente l’elemento ontologico con il piano ontico in cui l’ente possibile appare dischiuso nel progetto di un mondo[29].

 

 

Interpretazioni e percezioni deliranti.Il normale ed il patologico

Nell’ambito di un’impostazione aperta alle influenze della fenomenologia e dell’esistenzialismo heideggeriano, oltre che all’organodinamismo di Hey, il contributo più rilevante sul piano teorico di Barison è il tentativo di comprendere la genesi di un fenomeno psicopatologico elementare come la percezione delirante andando oltre le impostazioni di coloro che, pur condividendo il metodo di analisi fenomenologico, riproponevano l’ipotesi di una mancanza, di un nucleo deficitario come primum movens della patogenesi. Barison si addentra in un ‘analisi dettagliata delle Wahnwahrnehmungen che lui traduce in italiano con il termine “interpretazioni deliranti”: interpretazione delirante diventa tout court per lui sinonimo di percezione delirante.

Di fronte al giudizio delirante tratto da una percezione esatta gli autori tedeschi parlavano appunto di Wahnwahrnehmung, di Bedeuetungwhan (significato delirante) o di Beziehungswahn (delirio di riferimento o sensitivo): l’interpretazione delirante sembrava comprenderli tutti in quanto espressione di uno stesso fondamentale disturbo di origine processuale. Bisogna ricordare che per Jaspers il processo si ha quando nel corso di un’esistenza che si è sviluppata naturalmente interviene un’alterazione permanente della vita psichica in un breve lasso di tempo e senza una causa scatenante. Dietro il “processo” si ipotizzava ci fosse una noxa organica sconosciuta[30]. In un suo lavoro del 1946, L’interpetazione delirante e le alterazioni della coscienza di signficato nella percezione[31], Barison sostiene la tesi che la differenza fra percezioni deliranti schizofreniche e paranoicali consisterebbe nel fatto che queste ultime hanno un’origine psicologica e non processuale:

Questo tipo di alterazioni della coscienza di significato sono opposte a quelle processuali appunto perché in queste ultime manca ogni fondamento psicologico, ogni comprensibilità[32].

Invece in un lavoro del 1958, La coscienza di significato delirante nella percezione, Barison esprime una posizione di diversa, ribadendo che a tutte le interpretazioni deliranti, anche quelle paranoicali, va estesa la qualifica di Wahnwahrehmungen, cioè di percezioni in cui la “coscienza di significato delirante” è immediata, sincretica alla percezione[33].

Caratteristica della interpretazione delirante sarebbe l’esperienza immediata di significato nuovo incorporato nella percezione. Anche nel normale si possono avere “interpretazioni” in cui il significato “nuovo” emerge con immediatezza percettiva. Scrive Barison:

Tutti abbiamo provato queste illuminazioni improvvise, in cui per es. una parola, un gesto di un interlocutore si animano improvvisamente di un significato che appartiene alla percezione, come un quadro in bianco e nero che improvvisamente diventasse a colori: come l’organizzarsi anche qui di una Gestalt  più pregnante (…).

Successivamente nel normale la “scoperta” viene sottoposta al vaglio della critica(…). Del resto un fenomeno del tutto analogo avviene nell’illusione che in sé è uguale nel normale come nel malato di mente e che viene nel normale sottoposta a critica in un secondo tempo.

Anche per l’Einfall K. Schneider non nota differenze di struttura tra edizione normale ed edizione patologica. Kolle ricordando come, secondo Matussek, non vi siano addirittura differenze formali fra Wahnwahrnehmungen e percezioni normali, esplicitamente afferma l’esistenza di coscienza immediata di significato nel normale[34].

Nel normale la realtà vissuta acquisterebbe per lo più valore di ipotesi mentre nel malato l’immediatezza dell’ impressione di significato si accompagnerebbe alla certezza delirante che non può essere sottoposta al vaglio della critica.

Nell’equiparazione della percezione immediata di un nuovo significato nel normale con quella schizofrenica si evidenzia la negazione della specificità patologica della Wahnwahrnehmung.

Il normale si differenzierebbe solo per la capacità di ricorrere a una critica che inevitabilmente non potrebbe che essere cosciente e razionale. Non si ipotizza che il pensiero non cosciente, che lo stesso Barison ritiene essere implicato nella «fenomenologica immediata illuminazione»[35], possa differire sostanzialmente rispetto al contenuto e quindi al significato nel cosiddetto normale e nello schizofrenico, per non dire nell’artista. Nella percezione del normale l’attribuzione di significato può essere vera o erronea, nella percezione delirante schizofrenica essa è sempre falsa ma contemporaneamente sempre strana e assurda, mentre quella dell’artista o dello scienziato che fa una scoperta rende possibile l’emergere di un significato nuovo ma non assurdo. Solo un “deficit di comprensione” può aver fatto, storicamente, considerare assurda per esempio la teoria copernicana o Les demoiselles di Picasso. La problematica dell’origine non cosciente della psicosi e, sul versante opposto, della creatività non viene minimamente compresa e approfondita.

Nel normale, inoltre, secondo lo psichiatra padovano, la percezione immediata sarebbe possibile solo se la potenza di emozioni e passioni consente di attuare una “regressione” a modalità di reazione più primitive. In questo accenno al concetto di regressione è difficile non cogliere il riferimento ad Ey: la regressione implicherebbe allora anche nel normale l’“abbassamento del livello mentale”, una perdita – analogamente a quanto avviene nei processi patologici – delle funzioni integrative cosiddette “superiori”,  che venivano ricondotte alla razionalità ed alla coscienza.

Nonostante i suoi limiti, per noi oggi facilmente evidenziabili, l’analisi di Barison suggerisce alcune riflessioni. Innanzitutto viene rifiutata la natura “processuale”, in senso jaspersiano, dell’interpretazione delirante. Storicamente  l’“interpretazione” schizofrenica era stata distinta da altre interpretazioni come quelle paranoicali per essere il rapporto fra percezione e significato, come affermava Gruhle, ohne Anlass, senza motivo[36]. Il “senza motivo” rimandava all’incomprensibilità del delirio di Jaspers: potrebbe essere considerato incomprensibile ciò che avvertiamo come strano nel senso però di una particolare stranezza.

Scriveva Barison:

(…) come già a proposito del manierismo schizofrenico l’esame di un tipico comportamento schizofrenico si urta contro la difficoltà di definirlo negativamente e prova la fecondità del concetto di plus ed anders.

Lo schizofrenico in quanto il nesso che unisce i termini della sua interpretazione è strano, tende a vivere una realtà che è attiva negazione della realtà, una realtà irreale (…).

L’elemento caratteristico della “interpretazione” schizofrenica è dunque la stranezza del nesso che crea il particolare colore della irrealtà schizofrenica[37].

L’altro tema di fondamentale importanza affrontato da Barison è quello della modificazione dei nessi di causalità che interviene nella cosiddetta interpretazione delirante: il significato “nuovo” è anche contemporaneamente un nesso causale “nuovo” che, per effetto della percezione, si stabilisce immediatamente, strutturando elementi formali ed empirici:

Si potrebbe così pensare [nella percezione delirante] ad una esasperazione, ad una liberazione, quasi di una tendenza a creare rapporti di causalità vissuti come dato immediato[38].

Bisogna sottolineare che i nessi di casualità che si vengono in tal modo a creare hanno anch’essi un carattere di stranezza e rispetto al pensiero comune, di illogicità.

La virgolettatura precedente apposta sull’aggettivo “nuovo” sta indicare che è fuorviante considerare come fa Barison, tout court l’equivalenza e la sinonimia fra i termini “nuovo” e “assurdo”; e anche il termine “erroneo” non è sinonimo di assurdo.

Nell’articolo del 1962 Alcune note sulla percezione delirante e paranoicale[39] Massimo Fagioli si confronta con la concezione di Barison relativa alla percezione delirante, al plus, all’Anders, allo “strano”.

Egli ribadisce come il significato vada considerato come parte integrante della percezione facendo riferimento ad autori come Musatti, Gemelli, Michotte, Masucco Costa, Koffka[40]. Inoltre esisterebbe un’identità di struttura fra percezioni deliranti e percezioni normali, come affermato da Matussek. A questo proposito Fagioli riprende e approfondisce l’analisi di Barison il quale riteneva che l’immediatezza dell’impressione di significato fosse un caratteristica generale della percezione. Barison si era appoggiato all’autorità di Schneider e alla sua concezione dell'”intuizione delirante” per avvalorare la sua tesi di una sostanziale analogia fra normale e patologico. Schneider però sosteneva che l’intuizione delirante non ha affatto una struttura specifica e perciò la psicosi schizofrenica non può venire ammessa basandosi esclusivamente su di essa. Ogni altra psicosi può produrre intuizioni deliranti e talvolta è impossibile la diagnosi differenziale con le intuizioni dei non psicotici, con le idee prevalenti o con il pensiero ossessivo[41].

E’ più difficile afferrare l’intuizione delirante rispetto alla percezione delirante.

La percezione delirante è scomponibile in due elementi. Il primo va dal soggetto che percepisce all’oggetto percepito, il secondo dall’oggetto percepito al significato abnorme (…). L’intuizione delirante [invece] ha dal punto di vista logico un solo elemento. Se a qualcuno viene in mente di essere Cristo si tratta di un processo ad un solo elemento che parte da colui che pensa ed arriva all’intuizione. Manca un secondo elemento che, come accade nella percezione delirante, dovrebbe corrispondere al tratto che parte dall’oggetto percepito (inclusi la normale capacità di capire e comprenderne il significato) ed arriva fino al significato abnorme[42].

Il senso delirante, il Wahn Sinn, è l’ultimo tratto, il secondo elemento strutturale che sarebbe incomprensibile sia razionalmente che emotivamente in quanto “senza motivo”, per riferirsi ad un’espressione di Gruhle che riassumeva con essa quella che si riteneva fosse l’essenza del delirio.

Fagioli sottolinea che per Schneider la percezione delirante è un fenomeno unico, irripetibile al di fuori di una data condizione psicopatologica mentre altri autori non solo consideravano strutturalmente analoghe tutte le percezioni deliranti ma ravvicinavano tali percezioni a quelle normali. Scriveva Fagioli

Considerate pertanto analoghe dal punto di vista di struttura, in cosa differiscono le percezioni normali e le percezioni con coscienza di significato delirante ? Per il significato[43].

Quest’ultima affermazione sembra più in linea con il pensiero di Schneider, che riteneva il significato abnorme della percezione esclusivamente psicopatologico (accompagnato da una reazione di sorpresa del tutto peculiare come se il soggetto fosse venuto a contatto con la dimensione del “numinoso”), che con quello di Barison il quale riteneva che il significato “nuovo” (dove “nuovo” potrebbe stare anche per “assurdo”) fosse presente sia nel normale che nello schizofrenico. La differenza fra normale e schizofrenico per il padovano sarebbe stata riconducibile solo alla Uberstieg, alla capacità di vaglio critico e di modificazione del giudizio possibile nel normale ma impossibile nella situazione di assoluta certezza delirante.

La differenziazione netta fra fisiologia e patologia della mente è un tema teorico di cruciale importanza che sarà il grande leitmotiv di tutta la ricerca successiva di Fagioli: noi possiamo cogliere la presenza in filigrana di questo tema già nell’articolo del 1962.

 

 

 Il Praecoxgefühl  e l’incontro terapeutico

 

Le ambiguità di Barison sono riconducibili al suo orientamento ermeneutico- esistenziale di derivazione heideggeriana che aveva in Binswanger un precedente illustre. E’ noto come in Binswanger, e in tutto l’orientamento daseinalitico, non esista una differenziazione fra normale (leggi “sano”) e patologico, in quanto appunto lo sforzo dello psichiatra era quello di individuare delle forme di esistenza oltre ogni intento nosografico e terapeutico. Nonostante la diversa concezione del manierismo nell’autore italiano e in quello svizzero il loro tratto comune è la non distinzione fra patologia e normalità, che in Barison assume un aspetto caratteristico anche per l’equiparazione fra assurdo schizofrenico e assurdo artistico, fra malato e opera d’arte.

Il comportamento dello schizofrenico avrebbe costituito dunque nella sua stranezza una creazione di forme nuove: l’alterità avrebbe posseduto un carattere produttivo che poteva venire intuitivamente sentito dall’osservatore[44].

La ricaduta pratica di tale concezione la ritroviamo proprio a livello della Praecoxgfühl: il gusto artistico per Barison, che peraltro fa riferimento alle concezioni estetiche di Croce, consentirebbe allo psichiatra di individuare la “schizofrenicità”. Quest’ultimo concetto però diventa qualcosa di inafferrabile e oscuro, completamente astratto, perché non solo come abbiamo visto si riferisce a qualcosa che travalica ogni schema nosografico, ma si basa su di un assunto tutto da dimostrare: quello dell’analogia se non dell’equivalenza fra la novità dell’opera d’arte e lo strano schizofrenico.

La caratteristica di Massimo Fagioli, nei suoi primi anni di attività scientifica e clinica, è l’affermazione, che abbiamo già visto in occasione del suo intervento al corso di aggiornamento di Milano, della centralità dell’intento terapeutico. Nel 2011, commentando il suo articolo del 1962, fa notare come esso ancor prima di Istinto di morte e conoscenza facesse saltare tutto il metodo freudiano basato sulle libere associazioni in quanto propone  una possibilità di rapporto immediato con il malato di mente, basato sull’individuazione di significati e intenzionalità che emergono direttamente dal vissuto percettivo, dalla sensibilità del corpo ben oltre la parola e la coscienza.

La possibilità che un metodo psichiatrico affronti la malattia della mente è basata su questo atteggiamento, su questo movimento che è rischiare nel rapporto con il paziente la percezione delirante e la percezione delirante significa fare diagnosi[45].

Nel 1963 Fagioli teorizza il “sentire” lo schizofrenico sulla base del Praecoxgefühl. Quest’ultimo, strappato alla pura ed episodica contemplazione “estetica”, o a un uso diagnostico che si limitava a decretare l’incurabilità del malato come nella “vera schizofrenia” di Rumke[46], acquisisce significato psicoterapeutico proprio perché consente l’incontro . Esiste una differenza fra incontro e dialogo:

Il dialogo si svolge (…) nel tempo mentre l’incontro, là dove si realizza pienamente, rivela ben di più, cioè l’istantaneità[47].

Sappiamo, comunque, che la cura non si esaurisce nell’incontro, in quanto presuppone l’interpretazione dei sogni e ha quindi una struttura dialogica  per l‘alternarsi di chi racconta e  di chi interpreta il sogno. E’ nell’incontro però che lo psichiatra entra in rapporto con la dimensione profonda e non cosciente dell’altro. Il dialogo presuppone l’incontro, senza il quale rimarrebbe dialettica socratica, maieutica cosciente e razionale. D’altra parte un incontro senza interpretazione verbale, senza teoria, rimarrebbe un’apertura verso l’ineffabile e verso la fascinazione mistica della malattia e dell’incomprensibile.

Tramite il Praecoxgefühl il terapeuta si rapporta al “fatto umano” che è tale in quanto ha significato: nel significato, dice Fagioli nel 1963, è la realtà umana con la quale il terapeuta stabilisce istantaneamente l’ incontro. E’ chiaro il riferimento alla percezione delirante con la quale lo psichiatra entra immediatamente in risonanza attraverso un atto psichico che è di segno diametralmente opposto a quello dello schizofrenico.

Qui  è prefigurato lo spostamento dell’interesse alla dinamica non cosciente e irrazionale, che non può essere colta solo attraverso l’osservazione e lo studio dei fatti psichici in posizione psicologica e clinica, cioè sostanzialmente cosciente e descrittiva. Per Fagioli lo psichiatra non è chiamato in prima istanza a descrivere in base a osservazioni coscienti ma neppure, come vedremo, a interpretare.

La percezione delirante non è interpretazione delirante

Nel corso della sua lunga ricerca l’autore di Istinto di morte e conoscenza preciserà a più riprese la sua concezione della percezione delirante, partendo dalle iniziali intuizioni contenute negli articoli del 1962-63 per risolvere le ambiguità terminologiche e teoriche in cui erano incorsi gli autori a lui precedenti nel trattare lo stesso tema.

Una delle precisazioni più importanti è relativa al fatto che la percezione delirante non può essere confusa con l’interpretazione delirante che, oltre a non essere immediatamente conseguente all’atto percettivo, si svolge nell’ambito del linguaggio verbale.

La percezione delirante si determina nel rapporto interumano. Dare un movimento, uno spirito, una realtà non materiale alle cose inanimate è sempre interpretazione delirante, mai percezione. Esse, infatti, non hanno realtà mentale. La percezione delirante non si ha nel rapporto con gli animali perché essi hanno soltanto il ricordo cosciente. Si ha negli esseri umani perché è un rapporto con la realtà interiore dell’uno e dell’altro. “Vedere” una realtà non umana in un essere umano … “è Satana”, è malattia della percezione. è un’idea astratta che non ha rapporto con la verità dell’essere umano. Perché il malato ha perduto l’identità della memoria-fantasia dell’esperienza biologica avuta. È mente cosciente che percepisce soltanto la realtà materiale[48].

Dire invece che “è Satana”, che “Satana è in lui”, sarebbe interpretazione delirante, ovvero un pensiero che emerge un tempo infinitesimale dopo[49].

Aiace che entra in un branco di pecore, credendo di essere di fronte a nemici e ne fa strage, dice Fagioli, è in preda alla percezione delirante: crede all’esistenza di una realtà invisibile che non esiste. La percezione stessa aveva un senso strano: «L’idea non era legata né conseguente a ciò che veniva percepito, ovvero non era interpretazione delirante»[50].

Qui Fagioli marca la sua distanza da Barison che usava interpretazione delirante come sinonimo di Wahnwahrnehmung presupponendo che nella prima sia presente un elemento fondamentale di intuitività:

(…) delirio intuizione (…) nell’interpretazione delirante ma incorporato strettamente nella percezione, vissuto cioè in una totalità organicamente strutturata, dalla quale non è pensabile avulso, il che ne spiega la essenziale fenomenologica immediatezza[51].

Nella Wahnwahrnehmung per Fagioli il pensiero è nella percezione stessa che diventa diversa: si percepisce, si “vede”soltanto la realtà materiale dell’altro e non sarebbe possibile un atto intuitivo (“C’è Satana in lui”) attraverso cui ci si rapporti a una dimensione psichica latente e si effettui “un’interpretazione”.

Questa impostazione segna una differenza anche rispetto a Schneider il quale, pur in un quadro di riferimento diverso, giunge a conclusioni analoghe  a quelle di Barison rispetto alla natura interpretativa della percezione delirante quando scrive:

Poiché non si tratta di un’alterazione implicita nel percepito ma di un’interpretazione abnorme le percezioni deliranti non appartengono ai disturbi della percezione ma a quelli del pensiero (…).

Percezioni del tutto innocenti sono interpretate senza alcun evidente motivo, nel senso dell’autoriferimento. Non è necessario che le percezioni siano visive: anche una parola, una frase un odore una percezione di qualunque altro tipo può assumere un significato abnorme[52].

Anche per  K.Conrad l”apofania”  cioè la rivelazione di un significato  delirante che si impone immediatamente  alla coscienza  di colui che percepisce , rientrerebbe in un una modalità abnorme di “interpretazione”.[53]

Per Fagioli nella Wahnwahrnehmung la percezione visiva è fisiologicamente integra ma ciò nonostante non è esatta, non è la verità. In altre parole è la percezione stessa che è falsa, come se percezione e pensiero non potessero essere distinti, a questo livello, l’una dall’altro.

Si comprende meglio allora l’affermazione secondo la quale il Praecoxgefühl non può essere ridotto a una semplice osservazione o descrizione clinica ma neppure – aggiungiamo – a un’interpretazione che interviene “dopo” l’atto percettivo.

 

 

La pulsione di annullamento e l’apocalisse psicopatologica

 

Il sentimento di schizofrenicità è una reazione specifica attraverso cui si palesa istantaneamente la presenza della pulsione di annullamento che Fagioli scoprirà essere alla base della percezione delirante.

Il delirio appare nel suo status nascendi incapsulato nella percezione: la Wahnwahrnehmung non deve rimanere semplicemente un sintomo che il malato comunque avrebbe molte difficoltà a riferire in modo adeguato come affermava Schneider[54], ma può trasformarsi in una modalità di entrare in rapporto. Nel momento in cui si riesce a incanalarla nel transfert, essa suscita una reazione specifica che lo psichiatra è tenuto a riconoscere sulla base alla propria abilità, esperienza clinica e del proprio iter formativo. Il blocco subitaneo della modulazione affettiva e il crollo dell’adattamento dell’affetto al contenuto ideativo a volte approda a veri e propri acting out comportamentali, altre volte decorre in modo appena percettibile: ciò che lo psichiatra avverte in questo ultimo caso sono modificazioni cenestesiche[55] di varia natura e intensità che si accompagnano ad una diminuzione del tono vitale e talora dell’umore, a mutamenti del ritmo interno del pensiero. Il nucleo generatore dei temi e dei significati deliranti con cui si viene a contatto risiede in una dimensione non cosciente e pulsionale che si intreccia con quella cosciente: lo schizofrenico ha perso il senso dell’umano avendo creato un intero mondo strano e astratto in cui il linguaggio acquisisce una peculiare evanescenza ed elusività. Quando il paziente è in grado di verbalizzarli compaiono temi universali dietro i quali sembra svanire la soggettività del singolo malato: quest’ultimo effettua il tentativo paradossale di realizzare se stesso come assente di fronte alla presenza dello psichiatra. La relazione acquista in tal caso una specifica coloritura affettiva o, per essere più precisi, anaffettiva . L’anaffettività traspare non tanto e non solo come una tonalità costante dietro lo sfondo di un atteggiamento strano e manierato, quanto come un’ improvvisa e istantanea rottura nella sintonia, nel contatto affettivo (l’affektiver Rapport di Bleuler[56]) della relazione terapeutica al quale lo psichiatra deve essere in grado di reagire altrettanto istantaneamente. E’ in questa immediatezza della reazione che il terapeuta, come dice Fagioli, rischia egli stesso la. percezione delirante, cioè di essere indotto a credere e sentire ciò che è inesistente. Lo spezzarsi. del filo della continuità interviene senza preavviso e senza la possibilità di derivarlo dai temi e dai contenuti precedenti[57]: il rapporto subisce un improvviso mutamento come se tutto, da un determinato momento, avesse un senso assolutamente diverso da prima. Nella dinamica del transfert si attualizza un vissuto catastrofico accompagnato da sentimenti di paura.

Bisogna andare oltre il comportamento manifesto, dice Fagioli già nel suo articolo del 1963, e rispondere di conseguenza non per ciò che il malato, autistico e manierato, dice e fa, ma per quanto vuole significare a un livello ovviamente non consapevole:

Lo psichiatra interpreta ed è percezione delirante del poeta. Egli infatti non è malato perché ascolta la voce altrui. Furono parole che diventarono suono il 17 aprile 1993, in un convegno all’aula magna dell’Università di Roma[58].

Lo schizofrenico nella Wahnwahrnehmung non ascolta la parola altrui, ma si rapporta solo visivamente alla realtà materiale della figura. Lo psichiatra invece è capace di interpretare trasformando la propria mente che ascolta suoni in un pensiero verbale e dando vita, analogamente al poeta, a un linguaggio nuovo: egli è capace di ricreare i primi momenti dell’esistenza umana quando la realtà psichica emerge istantaneamente in risposta allo stimolo luminoso. La pulsione-fantasia che insorge per la prima volta alla nascita, antecedentemente alla formazione dell’immagine e della memoria, è esattamente l’opposto della percezione delirante.

«Con l’interpretazione la realtà psichica non percepibile diventava conoscenza trasmissibile ad altri esseri umani»[59]. E’ la pulsione-fantasia il nucleo generatore dell’attività interpretativa nella quale dall’immediatezza della reazione di fronte a uno stimolo sensoriale-percettivo si passa al pensiero verbale e/o alla formazione delle immagini.

Nel 1963 Fagioli ha già lasciato Padova e lavora a Kreutzlingen, la clinica di Binswanger. Ha iniziato, come prevedeva il contratto, un’analisi personale: affronta in prima persona il tema della formazione della psicoterapeuta che era stato centrale nell’incontro di Milano del 1962.

In Istinto di morte e conoscenza veniamo a sapere che già nel 1964 egli curava un paziente, cui era stata diagnosticata da altri psichiatri una schizofrenia, interpretando la pulsione di annullamento[60]. Su Istinto di morte e conoscenza esiste un’enorme letteratura che ne ha analizzato gli aspetti più rilevanti[61]: in questo contesto affronteremo solo alcuni temi della teoria della nascita.

Innanzitutto si apprende che al centro della patologia del paziente cui precedentemente accennavamo c’ è una tendenza regressiva che assume note marcatamente deliranti. Ciò che mette in moto il ritorno delirante addirittura dentro l’utero materno è la pulsione di annullamento, la tendenza cioè a rendere inesistente ciò che è esistente.

Con questa formulazione Fagioli si distacca da tutta la precedente letteratura psichiatrica e psicoanalitica in tema di regressione. Infatti, mentre Jackson, Freud, Bleuler e vedevano la regressione come il risultato della dissoluzione dell’Io cosciente e razionale, Fagioli sostiene che il processo regressivo è determinato da una dinamica inconscia e irrazionale, quella della pulsione di annullamento. Quest’ultima ha un’intensità variabile e può determinare una frattura nell’ambito del rapporto che può arrivare ad assumere l’aspetto di una vera e propria catastrofe interiore[62].

Il vissuto catastrofico può essere così intenso e totalizzante  da assumere la forma di  un’apocalisse psicopatologica come l’avrebbe chiamata Ernesto De Martino.

Però è interessante notare che il concetto di annullamento di Fagioli non è affatto quello di annientamento che sarebbe, secondo De Martino, alla base del vissuto di fine del mondo.

Scriveva l’antropologo, riferendosi alle idee espresse da A. Wetzel[63]:

Nelle fasi acute di schizofrenia iniziali il vissuto di fine del mondo appare in due tipi principali opposti:

1. fine (crollo) del mondo come passaggio al nuovo al più grande

2. fine (crollo) del mondo come annientamento raccapricciante[64].

I due aspetti ovviamente possono essere in relazione fra loro senza escludersi reciprocamente: a un primo momento di speranza messianica immotivata può far seguito l’“annientamento raccapricciante”.

Il Weltuntergangerlebnis, affermava Wetzel, è immerso «nella concrezione di una Stimmung di Unheimlichkeit cioè di una disposizione umorale di non domesticità sinistra nella quale si muove in modo occulto ed inesprimibile una minaccia decisiva, totale[65].

Fagioli nel suo articolo del 1962 rileva che nell’immediatezza della coscienza di significato di fine del mondo – che quindi rientrerebbe nella percezione delirante[66] – risalta l’assurdità degli accostamenti dei fatti e delle sensazioni, l’incomprensibilità dei nessi che appaiono strani e bizzarri[67].

Recentemente nelle pagine della sua rubrica “Trasformazione” sul settimanale “Left” egli ha chiarito come il concetto di annientamento, che ritroviamo in De Martino riferito alla Weltuntergangerlebnis, sia di derivazione heideggeriana. Il riferimento più importante in tal senso è al saggio di Heidegger del 1929 Che cos’è la metafisica?[68], in cui il filosofo usa i termini Nicthung e Vernichtung che sono stati tradotti in italiano come “nientificazione” e, appunto, “annientamento”. Fagioli interpreta il pensiero di Heidegger facendo propria la tesi di Paul e Peter Matussek secondo la quale il filosofo sarebbe stato affetto da una forma di schizofrenia[69]. L’annientamento rimane a livello della distruzione della realtà fisica, sia pur programmata con criteri di anaffettività e utilitarismo razionali assoluti. L’annullamento è invece un processo che va oltre la materialità dell’oggetto per cancellare l’esistenza storica e la presenza psichica di quest’ultimo: esso si colloca al di là delle possibilità di concettualizzazione di uno psicotico come si ritiene sia stato Heidegger.

Scrive Fagioli:

Heidegger, malato di schizofrenia, cercò di superare il termine Verdrängunge giunse a Vernichtung. Ma l’annientamento, se distruggeva i singoli individui, non faceva sparire il fantasma che perseguitava i razzisti (…). I nazisti potevano pensare al termine Vernichtung, ovvero annientare con una prassi razionale. Non avevano il pensiero della pulsione che, soltanto nella mente, alla nascita, sa che il mondo non umano non esiste, e che esiste soltanto la certezza di un altro essere umano simile a se stesso[70].

Come abbiamo visto, nella percezione delirante lo schizofrenico si limita al rapporto con la realtà materiale ed è incapace, per esempio, di un atto intuitivo che implicherebbe il rimando a un latente, cioè a una realtà interna, non materiale.

Il terrore per l’annientamento del mondo nella schizofrenia incipiente potrebbe non essere pertanto che il riflesso, un epifenomeno derivato da una modificazione assoluta, da una perdita radicale di senso cui vanno incontro i valori intersoggettivi. Il vissuto catastrofico segnala una frattura improvvisa nella continuità dei rapporti psichici esistenzialmente significativi dell’individuo, il quale però la sperimenta come una minaccia di scomparsa dell’intero mondo materiale, l’unico al quale è grado di rapportarsi.

Le considerazioni svolte ci confermano nell’idea che la psicopatologia ad orientamento fenomenologico ed esistenziale non abbia avuto storicamente nessuna possibilità, dati i suoi referenti filosofici, di individuare il nucleo patogenetico della schizofrenia in particolare, e più in generale delle altre forme di malattia mentale.

All’annullamento non corrisponde nessun affetto e nessuna immagine: esso ricorda il concetto di autismo povero di Minkowsky. Quest’ultimo parlava di un “vuoto” al centro dell’esperienza schizofrenica, rimanendo però a un livello descrittivo:

A volte – scriveva nel 1923 – lo slancio personale, stancato dal divenire ambiente, si ferma e si spezza del tutto. Lo schizofrenico affonda nel vuoto. (…) Davanti a noi vediamo solo il vuoto. Egli non fa nulla assolutamente nulla e veramente finisco a credere che egli non pensi a nulla[71].

Fagioli chiarisce che il vuoto può essere il risultato di un’attività pulsionale che si svolge all’interno di rapporti umani che vengono così privati di ogni senso. Nel vissuto del vuoto il pensiero, per la perdita della vitalità, si stacca dal suo fondamento biologico e materiale. Si perde non solo lo slancio personale dell’azione, come lo chiamava Minkowsky, ma anche la capacità di immaginare.

L’autismo povero dell’annullamento, che è del tutto asintomatico, non è in contrasto con l’autismo ricco del delirio nelle forme produttive in quanto ne costituisce l’inevitabile sfondo e premessa. E’ dalla dissoluzione dell’Io interno non cosciente dovuta all’annullamento che nascono la regressione e il delirio.

Regressione e ricreazione. Il minus ed il plus

Nel libro del 1972 dello psichiatra marchigiano ci sono già le premesse per distinguere nettamente regressione e ricreazione. La regressione è un processo patologico, mentre la ricreazione un processo creativo che affonda le sue radici nel non cosciente .

Alla nascita emerge non solo la pulsione fantasia, ma anche la capacità di immaginare: l’immagine creata è espressione della presenza originaria di un pensiero tramite il quale il bambino si mette in relazione con un altro essere umano. Le immagini e i sogni, che sono fatti di immagini inconsce, sono tutt’altro che il manifestarsi di un “pensiero dereistico”, come ipotizzava Bleuler equiparando sogno, delirio ed autismo[72]. Nello stato di veglia gli artisti sono in grado di far emergere le immagini inconsce non oniriche, secondo una dizione inaugurata a Napoli nel 1995[73]: partendo da esse si possono creare forme originali e linguaggi espressivi nuovi. Non c’è però nessuna Spaltung che separi la rêverie dell’artista o dello scienziato dal mondo reale: al contrario, tramite le immagini noi siamo in grado di individuare contenuti e idee che la mente cosciente e razionale non sarebbe capace da sola di pensare.

Mentre tramite la ricreazione si realizza un plus creativo, la regressione psicotica messa in moto dall’annullamento corrisponderebbe a un minus. Però il minus non può essere inteso come una lesione organica o un disturbo neurotrasmettitoriale da cui derivano meccanicamente i sintomi ed i deficit cognitivi, come continua a sostenere gran parte della psichiatria organicistica attuale. Il minus va inteso come un deficit di vitalità che dà origine alla pulsione di annullamento.

La vitalità è un concetto che si riferisce piuttosto che a singole funzioni cerebrali all’attività psichica nel suo complesso, in quanto quest’ultima deriva , per un processo di trasformazione alla nascita, dalla realtà biologica con la quale  essa è continuamente in relazione in ogni momento della vita. L’annullamento è un’attività pulsionale specifica che si riscontra nel malato ma non nell’individuo sano.

La teoria della nascita è fondamentalmente psicogenetica: il deficit di vitalità è sempre tale in relazione alle richieste e agli stimoli ambientali. Esso non provoca mai uno stato di malattia per un determinismo genetico che agisca indipendentemente dal contenuto dei rapporti umani. Questi ultimi rimangono il più importante fattore eziopatogenetico: la potenzialità vitale di ciascuno è suscettibile di essere accresciuta o diminuita a seconda della qualità dei rapporti che vengono vissuti.

Quanto detto a proposito di psicogenesi non esclude che la diversa resistenza degli individui agli eventi stressogeni e potenzialmente patogeni, in quanto psichicamente violenti, dipenda anche da fattori legati alla costituzione che possono influire sulla forza o su di una originaria debolezza dell’Io alla nascita.

 

 

Conclusioni

Nella teoria della nascita si fa riferimento alla schizofrenia come a un’entità nosografica distinta od alle “schizofrenie” secondo la classica quadripartizione di Bleuler. Non si ritiene che “schizofrenia” sia un puro nominalismo, come sembrava suggerire Kurt Schneider[74]. Ciò è il risultato di una ricerca negli anni Sessanta che riguardava la possibilità di cura della malattia mentale a partire dall’individuazione del suo nucleo generatore. In questo percorso l’esatta definizione della percezione delirante da parte di Fagioli, che rompe con tutta la tradizione del pensiero psicopatologico (e psicoanalitico) ha avuto un ruolo di primo piano in quanto ha chiarito il procedimento metodico che sta alla base della diagnosi di schizofrenia. La diagnosi di schizofrenia non è un semplice atto di osservazione psicologica e clinica, né la raccolta di un insieme di dati biografici[75] su cui effettuare a posteriori una interpretazione, ma una particolare e immediata modalità di rapporto con il paziente all’interno della quale il medico è in grado di “sentire” il vissuto catastrofico della percezione delirante. Quando questo vissuto emerge determina una caratteristica frattura, più o meno grave o profonda e più o meno facile da rilevare, nella continuità del setting, accompagnata da un senso di stranezza e assurdità.

Storicamente con Ernesto De Martino si è cercato di comprendere il Weltuntergangerlebnis, cioè l’esperienza in atto di un mutamento improvviso e terrifico del mondo minacciato da una fine imminente, (tipico della schizophrenia incipien)s utilizzando il concetto di annientamento di derivazione heideggeriana. L’annientamento in quanto “distruzione totale”, però, è tale in relazione alla sola realtà materiale. La pulsione di annullamento scoperta da Fagioli interviene nel determinare l’inesistenza dell’oggetto psichico senza che quello fisico venga in alcun modo leso o distrutto.

Alla base della schizofrenia c’è l’annullamento cioè la cancellazione del mondo umano, fatto di pulsioni, affetti, immagini, e parole senza il quale l’intero mondo appare nel delirio minacciato nella sua continuità e sopravvivenza.

 

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*Si ringraziano per la collaborazione alla ricerca bibliografica ed alla elaborazione dei temi presenti nell’articolo ( in ordine alfabetico): Maria Pia Albrizio,  Simone Belli, Paola Bisconti, Francesco Calabresi, Irene Calesini, , Andrea Cantini, Florio Coletta, Elvira Di Gianfrancesco, Francesco Fargnoli, Cinzia Fazio, Maria Gabriella Gatti, Matteo Madrucci, Rita Marrama, , Elena Scacco. Silvia Sillari, Valentina Zanobini

[1] M. Bleuler, Conception of Schizophrenia within the last fifty years and today, in “Proceedings of the Royal Society of Medicine”, 56, 10, 1963, pp. 945-952.

[2] Commentando la concezione di Manfred Bleuler, Henry Ey rilevava come per il tedesco «(…) le trouble [della schizofrenia] siège dans la sphère de l’esprit et de la vie psychique (Geist und Gemut) au niveau de ce qui fait la spécificité de l’homme». H. Ey. Schizophrénie. Etudes cliniques et psychopathologiques, Synthelabo, Le Plessis-Robinson 1996, pp. 422-423.

[3] P. F. Galli, ( a cura di) La formazione degli psicoterapeuti, in “Psicoterapia e scienze umane”, 4, 2011, pp. 533-547.

[4] P.F. Galli,(a cura di) La formazione degli psicoterapeuti cit., pp. 526-527.

[5] K. Jaspers, Zur Kritik der Psychoanalyse, in “ Der Nervenarzt”, 21, 1950, pp. 465-468, trad. it.: Contributo alla critica della psicoanalisi, in “Archivio di filosofia”,20, 2, 1952, p. 37-46.

[6] P.F. Galli, ( a cura di) La formazione degli psicoterapeuti ci t., p.534

[7] P. F. Galli,( a cura di) La formazione degli psicoterapeuti cit., p. 546.

[8] Ivi, p. 546

[9] Per un apptondimento su Ferdinando Barison cfr. G. Vendrame, F. Quaranta, Ferdinando Barison e la creatività schizofrenica, in “Il sogno della farfalla”, 2, 1999

[10] F. Barison, L’astrazione formale del pensiero quale sintomo di schizofrenia, in “Schizofrenie”, 3, 1, 1934. Per Arieti l’astrazione formale è in realtà una pseudoastrazione, un” parlare sui trampoli”  S..Arieti. L’Interpretazione della schizofrenia Vol I Feltrinelli Milano 1978 . p .334 e  pp.408-409

[11] S. Piro, Il linguaggio schizofrenico, Feltrinelli, Milano 1971, p. 252.

[12] L. Binswanger, Tre forme di esistenza mancata, Bompiani, Milano 2001.

[13] All’approfondimento del concetto di manierismo è dedicato quasi l’intero fascicolo 3, 1997 de “Il sogno della farfalla”.

[14] Cfr. F. Barison, Il manierismo schizofrenico, in “Rivista di neurologia”. 17, 1948,

[15] Vale la pena esaminare nel dettaglio la concezione Henry Ey con il quale Barison intrattenne importanti scambi scientifici. Ey si rifà al pensiero di John Hughlings Jackson: «Dans la conception jacksonienne des états psychopathologiques on distingue le signes négatives de destruction ou d’altération des fonctions, et les signes positives qui témoignent de la parte fonctionnelle subsistante. On sait comment une telle distinction se superpose à celle établie par Bleuler entre les signes primaires et les signes secondaires. C’est aussi un des aspects fondamentaux d’une conception dynamique, qui envisage les symptômes d’une maladie comme conditionnés par des facteurs étiologiques organiques, mai qui refuse admettre que la lésion crée mécaniquement tous le symptômes. Nous avons souvent indiqué à cette égard que nous ne pouvions comprendre les relations qui unissent le symptôme à la lésion qu’en supposant un écart organo-clinique, rempli par le forces psychique subsistantes. H. Ey, Etudes psychiatriques, tome I, Desclée de Brouwer, Paris 1952, pp. 184-185. Ey ritorna su questo concetto di scarto organoclinico nel suo libro La teoria organodinamica della malattia mentale, Astrolabio, Roma 1977, p. 196.

[16] Vedi P.Bisconti e F.Fargnoli Psichiatria ed arte “Il sogno della farfalla” 2/2007 pp.68-70

[17] << Que la folie soit identique au reve , cela me parait evidente>> in

H Ey (1947), La psychiatrie devant le surréalisme, in “L’évolution psychiatrique”, 13, 4, p.46.

Ey propone una distinzione fra automatismo libero dell’artista e automatismo forzato del folle senza considerare che l’automatismo è sempre patologico in quanto implica una regressione

[18] L.A Sass. Madness and Modernism. Basicbook New York 1992  pp.28-38 ed anche L.A Sass Le paradoxe du delire Les Editions d’Ithaque Paris 2010  p.46

[19] F. Barison, Considerazioni sul Praecoxgefuhl, in “Rivista di Neurologia”, 31, 5, 1961, p. 505.

[20] Cfr. K. Conrad, Die beginnende Schizophrenie, Thieme, Stuttgart 1958.

[21] G. F. Vendrane, F. Quaranta, Ferdinando Barison cit., p. 35.

[22] Cfr. Ch. Mundt, Il costituirsi della realtà , il suo declino ed il suo ristabilimento nel decorso a lungo termine delle psicosi schizofreniche,in G. Merlin, G. Borgherini (a cura di), La sindrome di apatia schizofrenica tra concezioni fenomenologiche e mondo delle scale, Cleub, Padova 1990.

[23] W. Blankenburg, La perdita dell’evidenza naturale, Raffaello Cortina, Milano 1998, p. 90.

[24] Ch. Mundt, Il costituirsi della realtà cit., pp. 28-29.

[25] W. Blankenburg, La perdita dell’evidenza naturale cit., p. 77.

[26] Cfr. F. Barison, Schizofrenia, Anders ed apatia, in “Psichiatria generale dell’età evolutiva”, 31, 1993, pp. 211-216.

[27] Cfr. S. Genova, La concezione mundtiana della sindrome di apatia, in G.Merlin, G. Borgherini (a cura di), La sindrome di apatia schizofrenica cit., p. 65.

[28] Ch. Mundt, Il costituirsi della realtà cit., pp. 31-32.

[29] M. Heidegger, Seminari di Zollikon, Guida, Napoli 1991, pp. 287 e 282.

[30] Cfr K. Jaspers (1913), Psicopatologia generale, Il Pensiero scientifico, Roma 1988.

[31] F.Barison, L’interpretazione delirante e le alterazioni della coscienza di significato nella percezione, in “Giornale di psichiatria e neuropatologia”, 102, 1946, pp. 102-112.

[32] Ivi, p. 106.

[33] F. Barison, La coscienza di significato delirante nella percezione. Lo smarrimento cosidetto schizofrenico, in “Archivio di psicolologia, neurologia e psichiatria”, 19, 1958, pp. 347-356.

[34] Ivi, p. 350.

[35] Ivi, p. 351.

[36] Scriveva Gruhle: «Nell’esistenza di manifestazioni insolite il sano troverebbe quindi il motivo del suo sospetto, mentre il malato delirante giudicherebbe senza motivo (ohne Anlass).>> H.W. Gruhle (1952), Sul delirio, in “Il sogno della farfalla”, 3, 1995, p. 76.

[37] F. Barison, La coscienza di significato delirante cit., p. 357.

[38] Ivi, pp. 353-354.

[39] M. Fagioli, Alcune note sulla percezione delirante e paranoicale, in “Archivio di psicologia, neurologia e psichiatria”, 23, 4, 1962, pp. 377-392, ora in “Il Sogno della farfalla, 3, 2009, pp. 10-22.

[40] Ivi, pp. 9-10.

[41] K. Schneider, Psicopatologia clinica, Giovanni Fioriti, Roma 2005, p. 84.

[42] Ivi, pp. 86-87.

[43] M. Fagioli, Alcune note cit., p. 11.

[44] F. Barison, Arte e schizofrenia, in “Il sogno della farfalla”, 2, 2004, pp. 60-61.

[45] Ancora sulle psicoterapie di gruppo. Un dibattito con Massimo Fagioli, in “Il sogno della farfalla”, 1, 2010, p. 24.

[46] Scriveva il tedesco: «Nella prassi mi lascio condurre da un sentimento della schizofrenicità (Praecoxgefhül) (…).

Un altro elemento che mi sembra decisivo per individuare la schizofrenia: il segreto della schizofrenia è un segreto della forma (…) i malati della nostra clinica che abbiamo diagnosticato come “schizofrenici veri” non guariscono mai». H.C. Rumke (1958), La differenziazione clinica all’interno del gruppo delle schizofrenie, in “Il sogno della farfalla”, 2, 1996, pp. 71-72.

[47] M. Fagioli, Insulinoterapia e psicoterapia di gruppo, in “Archivio di psicologia, neurologia e psichiatria”, XXIV, 1, 1963, ora in “Il sogno della farfalla, 1, 2010, p. 14.

[48] M. Fagioli, Delirio ed interpretazione, in “Left”, 9.9.2011.

[49] Ibidem.

[50] M. Fagioli, Il male radicale e sconosciuto, in “Left”, 9.6.2012.

[51] F. Barison, L’interpretazione delirante cit., p. 112.

[52] K. Schneider, Psicopatologia clinica, Giovanni Fioriti, Roma 2005, pp. 81-82.

[53] K.Conrad  La percezione delirante in Il sogno della farfalla  3 2002 p 28

[54] Ivi, p. 102.

[55] Il fatto che il vissuto schizofrenico induca nel terapeuta modificazioni del sentire corporeo si accorda con l’osservazione clinica di Huber e Gross i quali nei disturbi cenestesici individuano i sintomi di base della schizofrenia incipiens ( o latente): «The BSC [basic symptoms concept] originated with two observation which I made in the early 50s as a pupil of Kurt Schneider in Heidelberg. The one concerned the so called “pure defect syndrome”, the other the cenesthetic type of schizophrenia with its long lasting prodromes, preceding the first psychotic episode». G. Gross, G. Huber, The history of basic symptom concept, in “Acta Clinica Croatica”, 48 2, 2010, p. 48. Cfr. anche G. Gross, The “basic” symptoms of schizophrenia, in “British Journal of Psychiatry”, 7, suppl., 1989, pp. 21-25.

[56] Cfr. E. Minkowsky, La schizofrenia, Bertani, Verona 1980, p. 63. Minkowsky rimanda al lavoro di E. Bleuler, Die Probleme der Schizoidie und der Syntonie, in “Zeitschrift für die gesamte Neurologie und Psychiatrie”, 77, 1922, pp. 373-388.

[57] Più correttamente si potrebbe dire che la derivazione, il nesso c’è ma è strano.

[58] M. Fagioli, Delirio e interpretazione Left n35 2011

[59] M. Fagioli, ibidem

[60] Cfr. M. Fagioli (1972), Istinto di morte e conoscenza, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2010.

[61] In particolare nella ventennale attività della rivista “Il sogno della farfalla”, di cui cfr. gli indici generali nei fascicoli 1, 1998 e 4, 2009.

[62] Nel primo caso clinico riportato in Istinto di morte e conoscenza il paziente era andato incontro a una catastrofe interiore quando aveva annullato l’identificazione fondamentale con il padre ed era regredito nel buio intrauterino del ventre materno. Nel transfert aveva ripetuto la dinamica infantile annullando l’analista e realizzando un vuoto ed un buio interiore, un non essere nato.

[63] Cfr. A. Wetzel, Das Weltuntergangerlebnis in der Schizophrenie, in “Zeitschrift für die gesamte Neurologie und Psychiatrie“, 78,1922

[64] E. De Martino, La fine del mondo, Einaudi, Torino 2002, p. 32.

[65] Ivi, p. 49.

[66] Scriveva De Martino: «Nelle depressioni l’annientamento presenta una tonalità diversa da quella della fine nelle schizofrenie. Non si tratta di angoscia per quanto sopravviene, di esperire una catastrofe cosmica che si sta producendo; si tratta piuttosto del raccapriccio di fronte a ciò che già è, il terrore davanti al vuoto, alla consumazione, l’annientamento». Ivi, p. 34.

[67] M. Fagioli, Alcune note cit., p. 19.

[68] M. Heidegger, Che cos’è la metafisica, Adelphi, Milano 2002, p. 54. Se il Vernichtung, l’annientamento a cui fa riferimento De Martino è un concetto comprensibile, das Nichtung è invece assolutamente incomprensibile per non dire strano.

Scrive il tedesco rispondendo alla domanda di cosa sia il nientificare (das Nichtung): «E’ il niente stesso che nientifica». La frase, che dovrebbe essere chiarificatrice, è una sorta di tautologia del tutto sprovvista di senso. E’ evidente che qualunque attività presuppone un ente e non un niente, cioè un non-ente, che la svolga.

[69] Cfr P. Matussek, P. Matussek, Martin Heidegger, in“Il sogno della farfalla”, 3, 2009,p 75

[70] M. Fagioli, L’umano disastro fu grande, in “Left”, 23.5.2012.

[71] E. Minkowsky, La schizofrenia cit., p. 154.

[72] Scriveva Bleuler: «Anche l’autismo è l’esagerazione di un fenomeno fisiologico. Esiste un pensiero autistico normale che non tiene in nessun conto la realtà ed è governato dagli affetti (…). Gran parte della letteratura delle favole e delle saghe deriva da questo tipo di pensiero». E. Bleuler, Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie, La Nuova Italia scientifica, Roma 1985, p. 277.

[73]  << Ed ora rivedo il dibattito, a Napoli, del 12 maggio 1995. Si discuteva del film Il sogno della farfalla ed io suggerii ad una giovane psichiatra le parole: immagine inconscia non onirica.>> M.Fagioli La libera espressione in Left n.24. 16/6/2012

[74]  <<(…) io non posso dire questa è una schizofrenia ma solo questa io la chiamo schizofrenia,, oppure questa oggi abitualmente si chiama schizofrenia>>K. Schneider, Psicopatologia clinica cit., p. 101.Quindi non ci sarebbero diagnosi giuste o sbagliate, Commentando questo punto di vista G.Huber e  G. Gross   scivevano <<I tentativi di identificare entità nosografiche  nell’ambito dei quadri puramente psicopatologici delle psicosi endogene rimangono, in assenza di dati somatici specifici o caratteristici, una “caccia al fantasma>>  G.Huber, G.Gross La psicopatologia di Kurt Schmeider Edizioni Ets Pisa 2002 p. 64

[75] Questo fu il procedimento usato da  Ludwig Binswanger, Eugen Bleuler e  Alfred Hoche nel famoso caso di Ellen West . La diagnosi di schizofrenia fu fatta, all’unanimità, sulla base di dati  anamnestico-biografici che avvaloravano la presenza di un “processo” così come era stato definito da Jaspers. La presenza di un processo schizofrenico, non suscettibile di consentire un miglioramento nè tantomeno una guarigione, sarebbe stata addirittura dimostrabile in base agli strumenti dell’antropoanalisi.La prova: affermava lo psichiatra svizzero <<(…) si appunta nella constatazione, se non di una frattura certo però di una netta incrinazione della linea della sua vita>>[75].Da ciò ne sarebbe derivato  necessariamente la diagnosi di schizofrenia o ancor meglio della forma polimorfa della schizofrenia simplex. Cfr L. Binswanger, Il caso Ellen West ed altri saggi, Bompiani, Milano 1973,p 215; Per un approfondimento del caso  vedi N. Akavia, Writing “The case of Ellen West”: Clinical knowledge and historical representation, in “Science in Context”, 21, 1, 2008, pp. 119-144. ; A Hirschmuller. Ellen West. Tre tentativi di cura ed il loro fallimento Il sogno della farfalla 1,2005 ;C Iannaco. Recensione a Ellen West. Eine Patientin Ludwig Binswangers zwischen Kreativität und destruktiven Leiden. a cura di Albrecht Hirschmüller, Asanger, Heidelberg, 2003. Il sogno della farfalla 2/2006. Annelore Homberg e Cecilia Iannaco hanno sostenuto che la diagnosi di Binswanger mirava all’elimizaione fisica del malato piuttosto che della malattia in accordo con il progetto nazista di “annientamento delle vite non degne di essere vissute” di Hoche .vedi A Homberg. C Iannaco.. Il caso Ellen West, l’Anna Frank della psicoanalisi? In “Il riformista”11/ 04/2007 e  E De Cristofaro,  C. Saletti  ( a cura di )Precursori dello sterminio, Binding e Hoche all’origine dell’eutanasia dei malati di mente in Germania, Verona, Ombre Corte, 2012, Il nome di  Alfred Hoche  non compare nel saggio di Binswanger  a testimonianza della malafede di quest’ultimo.

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Psichiatria

Etienne Jean Georget

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La “Discussion mèdico-legale sur la folie” (1826) è scritta dall’alienista Étienne-Jean Georget (1795 -1828), allievo di Esquirol e suo collaboratore al manicomio parigino della Salpetrière. La pratica della perizia psichiatrica diventa parte costitutiva del procedimento giudiziario già nel primo Ottocento. Secondo gli psichiatri alienisti, il “reo” giudicato folle dalle perizie non è imputabile. Non è colpevole. E perciò solo un malato da assolvere, da segregare in manicomio, da curare. Molti magistrati non accettano questo genere di assoluzione. Di qui un aspro conflitto tra magistrati e alienisti, efficacemente rappresentato da questo pamphlet del 1826. La discussione è aspra, priva di mediazioni, soprattutto nei casi in cui l’autore del crimine viene definito attraverso la categoria della monomania omicida. Molti crimini atroci e mostruosi, che avevano dominato le cronache giudiziarie francesi a partire dagli anni venti del secolo XIX, popolano lo scenario di tale querelle. Emerge già qui la figura del doppio, assieme ai suoi antecedenti teologici, religiosi, metafisici. La freudiana Ichspaltung – la scissione dell’io, così presente nella letteratura e nella psichiatria dell’800 – trova in questi testi le sue radici teoriche, troppo spesso ignorate o dimenticate.

I famosi ritratti di alienati di Gericault rappresentano ancora oggi un mistero.
Innanzi tutto, sembra che Gericault ne abbia dipinti dieci, ma se ne conoscono soltanto cinque. Gli altri sono dispersi. Inoltre, manca una datazione precisa, perchè è molto difficile stabilire con certezza se Gericault ha concepito i suoi ritratti di alienati prima o dopo la sua partenza per Londra. Quando l’alienista Georget lo presenta al celebre medico e scienziato Esquirol, Gericault, dopo l’insuccesso della Medusa, si trova tra i pionieri della psichiatria moderna. Si ignora cosa abbia spinto l’artista a dipingere questi esempi di umanità sofferente. Forse Georget, che stava conducendo importanti ricerche, gli ha proposto di illustrare i suoi libri? I quadri servivano allo psichiatra per le sue lezioni di patologia? Doveva decorare lo studio del dottore? O è un metodo terapeutico sperimentato su di lui?

Psichiatria

Gericault e Georget

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Psichiatria

Il rifiuto neonatale

 27

[ 27 maggio 2011]

Come si vede, da questa poco chiara, tipograficamente, citazione. rifiutare vuol dire rigettare, non volere, rinunciare.

Il rifiuto è espressione dell’investimento sessuale e si contrappone all’annullamento dell’investimento di morte nei confronti della realtà.


Cito da “Istinto di morte e conoscenza”

<< Noi dicevamo che la fantasia di sparizione, alla nascita e pertanto anche successivamente non è mai assoluta cioè mirante al ritorno allo stato inorganico, ma parziale , mirante al ritorno nel buio e nell’omeostasi della situazione inrtauterina. Con ciò mettevamo in evidenza come l’istinto di morte fosse essenzialmente fantasia di sparizione in quanto si caratterizza non tanto per una tendenza alla disgregazione fisica, quanto piuttosto per l’annullamento di quel legame con il canale del parto e l’atmosfera diventati improvvisamente frustranti “.

Attualmente, a partire dall’articolo di Left di Fagioli della settimana scorsa, si afferma che la fantasia di sparizione nasce dalla vitalità e si traduce in un rifiuto della realtà materiale non umana avvertita come “violenta”. Alla nascita non c’è annullamento, negazione ed anaffettività.

Parallelamente si sottolinea ed a mio avviso giustamente,  la distanza da Heidegger ( ed implicitamente da Sartre) nonchè esplicitamente da  Freud ma implicitamente da Ferenczy e Balint come più volte ho avuto modo di sostenere.

Questa operazione di approfondimento  apre tutta una serie di interrogativi rispetto ai quali personalmente non so come rispondere al momento attuale.

La luce e l’aria sono stimoli fondamentali per il bambino che consentono l’emergere dell’attività psichica anche se in momenti diversi e con modalità che ancora vanno chiarite nei dettagli. Tali stimoli per ammissione stessa di Fagioli hanno un significato vitale ed è pertanto difficile connotarli come “violenti”. Anche il freddo per es. ha la funzione di accelerare  bruscamente il metabolismo del neonato e quindi  aumentare  il suo potenziale vitale :non necessariamente la  variazione della temperatura   esterna  è un fattore negativo. Tutto dipende da quale angolatura esaminiamo la questione : se il bambino appena nato  viene abbandonato al rapporto con la natura non umana è chiaro che quest’ultima diventerà “violenta” ma se necessariamente supportato, in condizioni fisiologiche, egli è perfettamente attrezzato per affrontarla.

Rimane difficile pensare che alla nascita il bambino possa rifiutare l’atmosfera senza associare tale “rifiuto” ad una fantasticheria regressiva nell’utero materno.

Rispetto alla visione è conosciuto il fenomeno per cui se il neonato aggancia un oggetto che si muove nel suo campo visivo  egli lo segue finchè esso permane entro i suoi confini visivi  essendo incapace di distaccare  lo sguardo.

Quindi a mio avviso il significato da attribuire al rifiuto neonatale va assolutamente chiarito e precisato.

Inoltre il concetto di rifiuto per come è stato fin qui storicamente utilizzato comporta  una allontanamento psichico dall’oggetto mantenendo un rapporto fisico con esso come avviene per es. nella dinamica dell’interpretazione in psicoterapia.

Ora se l’oggetto rifiutato ” scompare” è problematico pensare che permanga un rapporto fisico con esso.

D’accordo comunque sulla fantasia di sparizione,concetto fondamentale, ma come rispondere a tutti questi problemi?

Ripropongo le parole di Massimo Fagioli nel suo articolo Nel fondo del mare  Left 18 -6 Maggio 2011

<<Concettualizzando dissi: il primo pensiero è il rifiuto e la realizzazione dell’indifferenza per il mondo violento della natura non umana. Ed ora, pentito delle parole “inconscio mare calmo”, vergognandomi dell’impotenza del pensiero che ebbe bisogno dell’aiuto del ricordo cosciente penso che, alla nascita, la pulsione di annullamento non c’è perché è fantasia di sparizione, rifiuto e indifferenza.  è la realtà biologica che reagisce alla luce perché ha in sé, invisibile, la vitalità. Alla nascita l’essere umano non fa pulsione di annullamento non fa negazione, non è anaffettivo>>.

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Incontro
“Immagine e movimento”
con la Video Installazione “Dal dipinto all’immagine” di Domenico Fargnoli dall’opera di Franca Marini, coreografia di Keith Ferrone per la Florence Dance Company
musica originale di Stefano Maurizi, Maurizio Fasolo e Enzo Regi.

Dibattito
con Simona Maggiorelli (critico di teatro de La Nazione e Left),
Luca Bonaccorsi, direttore editoriale di Left
Daniela Morozzi, Domenico Fargnoli, Bruno Cortini, Marga Nativo.

          

Arte, Psichiatria

Domenica 28 ottobre 2007 Festival della creatività

Immagine
Arte, Psichiatria

Domenica 28 ottobre 2007 Festival della creatività

<h2>Incontro</h2>
“Immagine e movimento”
con la Video Installazione “Dal dipinto all’immagine” di Domenico Fargnoli dall’opera di Franca Marini, coreografia di Keith Ferrone per la Florence Dance Company
musica originale di Stefano Maurizi, Maurizio Fasolo e Enzo Regi.

<h2>Dibattito</h2>
con Simona Maggiorelli (critico di teatro de La Nazione e Left),
Luca Bonaccorsi, direttore editoriale di Left
Daniela Morozzi, Domenico Fargnoli, Bruno Cortini, Marga Nativo.

   

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Psichiatria

La schizofrenia latente

892792532Schermata 11-2456257 alle 12.04.47Resoconto della riunione del gruppo “Progetto Psichiatria” del 13 novembre 2011

 

 

 

 

Gregory Zilboorg, uomo di mondo e psichiatra da viaggio

Nell’analizzare gli articoli di Gregory Zilboorg sulla schizofrenia ambulatoriale, che pure sono molto ben scritti e offrono spunti di ricerca interessanti, non bisogna dimenticare che, leggendo le cronache e i resoconti dell’epoca, qualche dubbio circa l’attendibilità come medico e terapeuta dello psichiatra russo viene fuori. Zilboorg ha studiato medicina a San Pietroburgo e, dopo la Rivoluzione di Febbraio e la caduta dello Zar del 1917 ha partecipato prima al governo di Georgy L’vov poi a quello del socialista rivoluzionario Alexander Kerenskij. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre e la presa del potere da parte dei bolscevichi è riparato in Olanda e poi si è trasferito  a New York dove, mentre traduceva in inglese opere di letteratura russa, ha studiato medicina alla Columbia University. Ha lavorato un anno all’Istituto di Psicoanalisi di Berlino e poi è tornato di nuovo in America dove negli anni 30 si è affermato come lo psicoanalista dello star-system. Parlava otto lingue, si intendeva di arte e letteratura, era un ottimo scrittore e oratore. Una sua seduta costava 100 dollari del tempo, l’equivalente di 700 attuali circa, ed è noto che facesse pagare anche le telefonate. In quel periodo iniziò a curare George Gershwin (lo vedeva 5 volte a settimana). Il famoso compositore, peraltro conosciuto per essere un noto ipocondriaco, lamentava sintomi gastrointestinali cronici (il suo “composer’s stomach”) e cefalee con aura olfattiva (sentiva odore di gomma bruciata). Nel 1935 Gershwin organizza a sue spese un viaggio di un mese in Messico accompagnato da Zilboorg, e altri due pazienti. Zilboorg temeva (non ci è dato di sapere quanto paranoicamente) di essere raggiunto da sicari bolscevichi e durante il viaggio pare girasse tutto il tempo con una pistola carica a portata di mano. Ognuno faceva una seduta al giorno, di mattina presto, poi i quattro si riunivano a colazione e Zilboorg ridiscuteva le sedute in gruppo. Nonostante questa vicinanza Zilboorg pare non abbia preso seriamente in considerazione il fatto che Gershwin potesse avere una malattia organica. Gershwin morì nel 1937 di tumore cerebrale (pare un astrocitoma maligno del lobo temporale destro, da cui le crisi uncinate con le allucinazioni olfattive). I sintomi di cui era affetto erano già noti al tempo come tipici di una neoplasia cerebrale a sede temporale, e in quegli anni un discreto numero di persone affette dalla sua stessa patologia erano operate con successo. Ciò nonostante né Zilboorg né altri medici che erano stati consultati dal compositore si accorsero in tempo del tumore. I dubbi sulla correttezza e l’attendibilità dello psichiatra russo vanno oltre alla vicenda della malattia di Gershwin, basti pensare ad esempio ai problemi che ha avuto in seguito con un altro paziente estremamente facoltoso: Zilboorg voleva essere assunto come consulente  personale per un corrispettivo di 5000 dollari al mese e per questo motivo venne denunciato dal paziente.

Freud, Bleuler e Jung, ovvero l’universalità della schizofrenia latente

Tralasciando gli aspetti personali, che come abbiamo visto certo non sono secondari, Zilboorg nell’affrontare il problema della schizofrenia tese a riprendere la concezione di Eugen Bleuler sebbene fosse chiaro come ci fosse una debolezza intrinseca nel concetto di schizofrenia dello psichiatra svizzero: utilizzando i suoi criteri la diagnosi era potenzialmente estesa a tutti diventando dunque inutilizzabile (non è un caso se in tempi più recenti è stata impiegata in Russia come diagnosi “politica” – vedi la schizofrenia torbida o “slugghish schizophrenia”).  Zilboorg inoltre considerava lo psichiatra svizzero un esistenzialista. In realtà, se ci si attiene anche a quanto dice Eugène Minkowswki, Bleuler non ha avuto molto a che vedere con l’approccio della fenomenologia e dell’esistenzialismo. Bleuler  era più vicino a Sigmund Freud e al suo concetto di processo primario (da cui l’autismo inteso come ripiegamento sul mondo interiore) ed a Carl Gustav Jung che nella Psicologia della Demenza Praecox  del 1907  fece un’equazione fra schizofrenico e sognatore, per cui lo schizofrenico sarebbe affine ad un sognatore sveglio. L’autismo deriverebbe quindi dal totale riassorbimento del soggetto nel complesso primario, con conseguente limitazione o alterazione del rapporto con la realtà in quanto verrebbe dato un significato di realtà al processo primario che dovrebbe rimanere inconscio. Jung inoltre criticava il concetto di schizofrenia latente perché, dal momento che in ognuno sono presenti gli archetipi, siamo tutti potenzialmente schizofrenici. Nei deliri, così come nei miti, sarebbero presenti gli archetipi, per cui il contenuto del delirio sarebbe semplicemente un contenuto inconscio universale a cui lo schizofrenico da semplicemente voce. E’ chiaro che seguendo questo filo di pensiero per la psicanalisi freudiana o junghiana non ha senso parlare di schizofrenia latente con riferimento all’inconscio in quanto questo è naturalmente malato e saremmo tutti dei potenziali schizofrenici. Questo concetto è ripreso da Freud nel Complemento psicologico della teoria del sogno del 1914/15. Non è un caso se la prima generazione di psicanalisti freudiani temeva tantissimo quella che poi Michael Balint ha chiamato la regressione maligna. Il rischio sarebbe quello, durante il trattamento psicanalitico, di intaccare le difese dell’Io e di far emergere un inconscio che è potenzialmente schizofrenico. Il concetto di schizofrenia latente nasce viziato dalla teoria freudiana e junghiana.  Questo, ricollegandosi anche a quanto detto da Zilboorg sulle schizofrenie ambulatoriali, solleva dei seri dubbi circa l’applicabilità del metodo psicanalitico alla terapia degli psicotici; dubbi che non possono essere chiariti visto anche che lo psichiatra russo non dice quale modificazione della tecnica abbia apportato nel trattamento degli psicotici per superare questo problema.

Schizofrenia latente: storia di un oblio

A questo punto diventa interessante capire come si sia perso il concetto di schizofrenia latente nell’evoluzione del pensiero psichiatrico (vedi anche l’articolo di F. Riggio sulla schizofrenia latente sul Sogno della Farfalla). Per un periodo nella psichiatria, specie quella americana del dopoguerra (vedi Zilboorg), si è imposto l’orientamento psicanalitico e le diagnosi si sono spostate da un piano puramente descrittivo a uno psicodinamico, considerando non solo il comportamento ma anche i contenuti inconsci. Con questo spostamento però è emersa una contraddizione insanabile perché, se ci si attiene alla teoria freudiana o junghiana, parlare di schizofrenia latente diventa un non-senso in quanto, come abbiamo appena visto, tutti saremmo schizofrenici latenti. Da questo deriva anche la sostanziale non applicabilità del metodo psicanalitico alla psicoterapia degli psicotici.

Quando poi è stata ripristinata la diagnostica di tipo kraepeliniano la schizofrenia latente, che pure era presente nel DSM I e II sparisce negli anni ’80 con l’avvento della III edizione del manuale.

Le psicosi di confine: processo o sviluppo? 

Uno degli aspetti che occorre chiarire nella nostra ricerca diventa a questo punto quello delle psicosi di confine (da cui anche l’evoluzione del concetto di personalità borderline, che verrà affrontato a parte).

Legata a questo tema è la contrapposizione tra i modelli di processo e sviluppo psicotico. Il concetto di processo implica che in una linea di sviluppo di un’esistenza ad un certo punto vi sia una frattura, un evento catastrofico che dà origine alla psicosi, mentre secondo le concezioni di Adolf Meyer e Ernst Kretschmer ci sarebbe una continuità, uno sviluppo. Mancherebbe quindi la distinzione fra nevrotico e psicotico, per cui tra i due concetti non esiterebbe una differenza qualitativa ma solo una progressione nel senso di una maggiore gravità della malattia.

Meyer, psichiatra svizzero trasferitosi in America nel 1892, era convinto che la concezione kraepeliniana per cui la malattia mentale avesse un origine organica era sbagliata e si concentrò sullo studio delle cause psicologiche e sociali in particolar modo della schizofrenia. Secondo Mayer lo studio del malato doveva essere longitudinale in quanto la dementia praecox derivava da una serie di meccanismi patologici acquisiti nel corso della vita come difesa a traumi e difficoltà. Questi meccanismi, all’inizio non pericolosi, potevano evolvere portando prima alla nevrosi e poi alla psicosi. Mayer utilizzava il concetto di schizofrenia latente solo nel contesto di studi longitudinali, in quanto solo con  tempo e l’evoluzione della malattia si poteva fare tale diagnosi. Nella concezione di Meyer il passaggio alla schizofrenia era concepito come un evoluzione nella storia dell’individuo senza frattura: vi era una continuità fra nevrosi e psicosi. Secondo la concezione dello sviluppo si perde la specificità della schizofrenia.

In realtà nel passaggio alla schizofrenia è come se il malato uscisse dalla logica della causa-effetto. Il nesso di causa infatti, sebbene sia presente, è strano, è fine a se stesso fino al punto di arrivare a dire che perde il rapporto con la storia.  E’ lo psichiatra che cerca di ristabilire questo nesso, fino quasi ad arrivare a crearlo lui stesso.

Schizofrenia come malattia dell’individuo o come malattia sociale?

Bleuler aveva derivato da Jung il concetto dell’introversione. Di conseguenza aveva definito l’autismo come forma di ripiegamento del soggetto sulla propria realtà interiore a scapito del rapporto con la realtà. Paul e Peter Matussek criticano questa impostazione affermando invece che gli schizofrenici sono estroversi nella misura in cui riescono a condividere i propri deliri con gli altri, come dimostrerebbero i casi di Adolf Hitler e Martin Heidegger. Riuscendo ad ottenere un successo sociale in qualche modo si tengono in equilibrio, non approdando ad una  malattia conclamata. La psicosi non emergerebbe fintanto che il loro delirio è confermato. In realtà, dunque, il problema della psicopatologia non è quello dello studio del singolo soggetto, ma del soggetto in rapporto alla cultura e alla società in cui vive. Si può arrivare a parlare (come peraltro  anticipavamo nella prima riunione del gruppo “Progetto Psichiatria” dell’aprile scorso) di una ricerca sulla psicopatologia collettiva. Se Hitler era schizofrenico chi gli stava intorno com’era? Dobbiamo a questo punto chiederci come fa uno schizofrenico ad avere presa sugli altri e ad imporgli il proprio delirio. Heidegger, a ben vedere, è più subdolo e pericoloso di Hitler in quanto culturalmente il suo pensiero ancora si impone ed è utilizzato. Su questo tema ha fornito un contributo interessante Hannah Arendt, che ha individuato nel totalitarismo un nuovo aspetto della politica che si basa su un elemento psicologico: l’atomizzazione e lo svuotamento della personalità individuale. Come se avesse colto il versante sociale dell’alienazione schizofrenica. Esistono perciò forme politiche come il totalitarismo che si potrebbero definire intrinsecamente schizofreniche, in quanto la loro ideologia è basata sullo svuotamento di significato di ciò che è specificatamente umano. Da un punto di vista storico si potrebbero percorrere queste due strade della psicopatologia individuale e di quella collettiva, con da una parte il caso esemplare di Heidegger come schizofrenico “estroverso” che influenza la cultura e dall’altra una società che sviluppa queste forme di totalitarismo.

Critica alla diagnosi di schizofrenia della psichiatria fenomenologica

Ludwig Binswanger e Wolfgang Blankenburg hanno proposto una psicopatologia basata sul pensiero di Heidegger. Ma è possibile utilizzare il pensiero di uno schizofrenico per comprendere la schizofrenia?

Binswanger utilizzava il metodo heideggeriano per superare il naturalismo organicistico da una parte e quello freudiano dall’altra, dicendo che solo con la sua filosofia si poteva capire il rapporto fra l’oggetto e il soggetto senza cadere né nell’oggettivazione naturalistica né nel soggettivismo. Klaus Conrad nel ‘58 lo criticava in quanto il suo processo diagnostico non portava ad alcuna terapia. Nei Seminari di Zollikon,  Heidegger sconfessa sia Binswanger che Blankenburg. Secondo il filosofo tedesco non si può utilizzare l’esistenzialismo all’interno della psichiatria in quanto questo non costituisce un metodo scientifico. L’esistenzialismo infatti affronta un piano ontologico mentre la psichiatria si limita ad analizzare dei casi concreti. La sconfessione di Binswanger dunque viene da più fronti: sul piano della clinica per gli svariati errori commessi (col caso di Ellen West come paradigmatico), sul metodo e l’efficacia terapeutica viene contestato da Conrad, sul piano filosofico dallo stesso Heidegger da cui fa derivare la sua impostazione.

Rischio e vulnerabilità psicotica: il modello dei Sintomi di Base

Il concetto di schizofrenia latente (che come abbiamo visto nasceva viziato dall’idea freudiana e junghiana di inconscio naturalmente malato), uscito dalla porta con la riproposizione dell’impostazione kraepeliniana, è in qualche modo rientrato dalla finestra con il modello dei Sintomi di Base, elaborato a partire dagli anni ’50 da Gerd Huber e Gisela Gross. I due psichiatri tedeschi, allievi di Kurt Schneider, si riferiscono a quelle che chiamano “pure sindromi difettuali e stadi di base delle psicosi endogene”, con evidente e dichiarato riferimento e una vulnerabilità alla psicosi su base organica. Questi sintomi si configurano come alterazioni soggettive (disturbi cognitivi e della cenestesi, ridotta tolleranza agli stress, adinamia, aumentata sensitività interpersonale) che rappresenterebbero non tanto una destrutturazione dinamica della personalità, quanto piuttosto la spia di una personalità che nasce limitata nelle sue potenzialità. Su questa personalità difettuale si innesterebbero spine irritative che portano ad uno sviluppo psicotico.

Risulta pertanto chiaro come il modello dei Sintomi di Base, riferendosi a un difetto organico originario, sia inutilizzabile così com’è stato proposto. Ancora una volta si nota come l’impostazione organicista e quella freudiana siano meno lontane di quanto potrebbe apparire ad un’analisi superficiale (difetto organico da una parte, inconscio naturalmente malato dall’altra). D’altra parte è pur vero come siano documentate alte percentuali di rischio nell’evoluzione verso la schizofrenia in coloro che manifestano i Sintomi di Base, e che per contro l’assenza di questi sintomi sembrerebbe escludere una successiva schizofrenia. Per poterli utilizzare quindi andrebbero separati dall’idea della loro origine organica, tuttavia facendo questa operazione ci domandiamo cosa rimanga. Un’ipotesi potrebbe essere quella, riallacciandosi anche alla teoria disconnetteva (che abbiamo discusso nel recente articolo sulla genetica della schizofrenia) della determinazione, su base ambientale e dinamica, di anomalie nello sviluppo che spiegano la vulnerabilità alla psicosi non come un fatto congenito.

Un’altra critica che viene fatta al modello dei Sintomi di Base è che questi possono essere presenti indistintamente sia in forme nevrotiche (ad esempio depressive) che psicotiche. Si tratta quindi di sintomi acaratteristici e aspecifici la cui effettiva utilità clinica nella diagnosi differenziale tra nevrosi e psicosi rimane tutta da dimostrare, con il rischio allargare troppo la diagnosi di schizofrenia anche verso quadri non psicotici.

Diagnosi psicodinamica e annullamenti: lo schizofrenico sogna?

Spostando lo sguardo sulla psicodinamica i criteri diagnostici cambiano. Ma la diagnosi si può basare solo su criteri psicodinamici? La diagnosi, per avere senso, deve essere condivisibile, vale a dire tutti i medici, seguendo una data teoria interpretativa devono arrivare a porre la stessa diagnosi. Il problema della diagnosi psicodinamica è che può essere condivisa solo fino ad un certo punto.

Riguardo alla genesi dinamica della schizofrenia, secondo la nostra impostazione è sufficiente un annullamento per dire che siamo di fronte a una schizofrenia? In teoria potrebbe essere corretto ma dobbiamo chiederci perché mentre un certo tipo di annullamento dà una psicosi schizofrenica, un altro mi fa, ad esempio, solamente perdere le chiavi.

Legato a questo problema è quello della diagnosi di schizofrenia attraverso i sogni. Si può fare diagnosi di schizofrenia da un sogno? Definire un sogno schizofrenico è una contraddizione in termini. Con il sogno si fa al massimo una diagnosi dinamica, di rapporto. Diagnosi dinamica che permette di individuare quella che potrebbe essere definita una psicosi da transfert: il paziente svilupperebbe una dinamica psicotica solo all’interno della relazione terapeutica. Sarebbe quindi questo un caso di schizofrenia latente, col paziente che riesce a circoscrivere la psicosi alla psicoterapia mentre al di fuori rimane funzionale. Quando noi interagiamo con uno schizofrenico, e riusciamo a stabilirci un rapporto, il suo assetto patologico si modifica perché nel rapporto si inserisce un elemento di affettività. Una problematica particolare è data dal fatto che, sebbene il paziente inizi a sognare, rimane una parte psicotica che non riesce ad essere rappresentata. Un esempio può essere il caso clinico del paziente che sognò di essere sulle spalle dell’analista. L’interpretazione del sogno data da Massimo Fagioli è stata quella che fino a quel momento non aveva fatto alcun rapporto perché lo aveva annullato. Solo a partire dal sogno era iniziato un rapporto di psicoterapia. Nei sogni dunque, accanto alla negazione, ci può essere l’annullamento del terapeuta che magari non si vede, non viene rappresentato. All’interno del transfert ci può essere un “clivage”, una parte che apparentemente si lega alla terapia mentre l’altra non interagisce: solo se gli viene interpretata il paziente può riuscire a rappresentarla. In tale modo infatti vengono introdotti all’interno della relazione terapeutica elementi che altrimenti verrebbero scotomizzati.

Elaborazione del questionario/intervista

Una possibile traccia da seguire a questo punto potrebbe essere quella di enucleare i criteri diagnostici che sono venuti fuori storicamente  (fenomenologici , psicodinamici, basati sul concetto di processo, basati sui meccanismi di difesa) e di stabilire quali sono quelli che riteniamo più vicini al nostro modo di fare diagnosi (tramite l’elaborazione di un questionario da sottoporre ai colleghi). Se nessuno di questi criteri risulta utilizzabile ne andrebbero proposti di nuovi, condivisi.

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La psicoterapia della psicosi

La psicoterapia delle psicosi è un tema fondamentale su cui si confrontano diverse impostazioni: gli organicisti pensano che in realtà la malattia mentale grave sia incurabile con mezzi puramente psicologici che pertanto possono servire solo di supporto. Se facciamo una revisione della letteratura vediamo che i i casi di psicosi schizorfrenica trattati con successo sono relativamente pochi:  libri come “Le mani del dio vivente” di Marion Milner, o “Diario di una schizofrenica”  di Margherite A. Secheaye sono diventati dei classici come anche “Un viaggio attraverso la follia di Mary Barney a cura dello psichiatra americano Berke che lavorava a Londra insieme ad Estherson  nei networks creati da Ronald Laing pubblicato nei Penguins a suo tempo (anni 70)  e del quale non so se esiste una versione italiana. Personalmente mi sono dedicato alla psichiatria per l’interesse che in me suscitava la psicoterapia della psicosi : Massimo Fagioli mi ha attratto, quando lo ho conosciuto alle metà degli anni 70,  soprattutto perchè intuivo che  aveva una grande esperienza in questo settore di studi avendo effettuato esperienze cliniche di prim’ordine con Ferdinando Barison e Ludwig Binswanger.

A tutt’oggi nella diagnosi della schizofrenia Fagioli rimane imbattibile. Credo che il secolo che è passato all’incirca da quando Bleuer ha coniato il termine Schizofrenia ci ha fatto comprendere come la cura della psicosi sia una vera e propria impresa in quanto coinvolge aspetti politici e sociali nei quali è facile perdersi. Qui faccio un passo indietro: per me la psicoterapia è sempre stata sinonimo di psicoterapia di gruppo. Perchè mi sono chiesto spesso? Non ho una risposta precisa però quella che ritengo più plausibile prende in considerazione il fatto che  il novecento ha visto non solo l’emergere di forme politiche storicamente nuove come i totalitarismi, ma anche parallelamente di  forme psicopatologiche nuove. Nuove non solo perchè fenomenologicamente tali ma perchè si sono diffuse come epidemie all’interno di vasti collettivi umani, le folle e le masse.

Il passaggio dalle folle ottocentesche, teorizzate dalla scuola positivistica italiana (Lombroso, Sighele , Ferri) e da Tarde e Le bon  alle masse dei primi decenni del 900 si accompagna ad un vero sconvolgimento psicologico, Emerge latente quella che potremmo definire una psicosi diffusa in vastissimi assembramenti umani, sconvolti dalla brutalità del tutto inedita della guerra moderna e da cambiamenti sociali , politici , ambientali rapidissimi in rapporto alle epoche precedenti.  Comunismo, nazismo e fascismo sono movimenti politici storicamente delineatisi in un clima di crollo catastrofico degli imperi ottocenteschi nei quali oggi tutti sarebbero d’accordo nel riscontrare elementi di pazzia, cioè di ideologia per il numero delle vittime che hanno fatto, per la disumanità che li ha accompagnati sia pur con motivazioni ed angolature non completamente sovrapponibili.

Oggi questa accelerazione del cambiamento è vertiginosa e tumultuosa e mette a dura prova schemi mentali consolidati e favorisce forme di conservatorismo deliranti di fronte ad un mondo che cambia da un giorno all’altro. Però ciò che amplifica i processi di trasformazione personale è l’appartenenza ad un gruppo. E’il gruppo, se non vogliamo dire come un tempo, la classe  sociale il motore del cambiamento che mette le ali a qualunque idea nuova che si propaga spesso con una velocità prima di oggi inimmaginabile.

Certo anche internet intensifica gli scambi e consente per es . di pubblicare senza le attese delle case editrici, i loro interessi economici, la faziosità ideologica. Internet crea un grande pubblico di lettori, che poi diventano masse e folle che si muovono in modo imprevedibile nella storia. E’ la folla e la massa, innescata dal pubblico della rete  la figura dell’irrazionale  che irrompe oggi negli avvenimenti politici spazzando via come uno tzunami tutto ciò che è irrigidito, abbattendo come un terremoto le forme orgogliose della tradizione che però non avevano un sufficiente radicamento nella realtà degli uomini. C’è in questa ribellione alla violenza ed alla tirannia un contenuto di sanità? O  una violenza si sostituirà ad un’ altra violenza e sorgerà una nuova forma di tirannia?

 

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