Incontro
“Immagine e movimento”
con la Video Installazione “Dal dipinto all’immagine” di Domenico Fargnoli dall’opera di Franca Marini, coreografia di Keith Ferrone per la Florence Dance Company
musica originale di Stefano Maurizi, Maurizio Fasolo e Enzo Regi.

Dibattito
con Simona Maggiorelli (critico di teatro de La Nazione e Left),
Luca Bonaccorsi, direttore editoriale di Left
Daniela Morozzi, Domenico Fargnoli, Bruno Cortini, Marga Nativo.

          

Arte, Psichiatria

Domenica 28 ottobre 2007 Festival della creatività

Immagine
Arte, Psichiatria

Domenica 28 ottobre 2007 Festival della creatività

<h2>Incontro</h2>
“Immagine e movimento”
con la Video Installazione “Dal dipinto all’immagine” di Domenico Fargnoli dall’opera di Franca Marini, coreografia di Keith Ferrone per la Florence Dance Company
musica originale di Stefano Maurizi, Maurizio Fasolo e Enzo Regi.

<h2>Dibattito</h2>
con Simona Maggiorelli (critico di teatro de La Nazione e Left),
Luca Bonaccorsi, direttore editoriale di Left
Daniela Morozzi, Domenico Fargnoli, Bruno Cortini, Marga Nativo.

   

Standard
Psichiatria

La schizofrenia latente

892792532Schermata 11-2456257 alle 12.04.47Resoconto della riunione del gruppo “Progetto Psichiatria” del 13 novembre 2011

 

 

 

 

Gregory Zilboorg, uomo di mondo e psichiatra da viaggio

Nell’analizzare gli articoli di Gregory Zilboorg sulla schizofrenia ambulatoriale, che pure sono molto ben scritti e offrono spunti di ricerca interessanti, non bisogna dimenticare che, leggendo le cronache e i resoconti dell’epoca, qualche dubbio circa l’attendibilità come medico e terapeuta dello psichiatra russo viene fuori. Zilboorg ha studiato medicina a San Pietroburgo e, dopo la Rivoluzione di Febbraio e la caduta dello Zar del 1917 ha partecipato prima al governo di Georgy L’vov poi a quello del socialista rivoluzionario Alexander Kerenskij. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre e la presa del potere da parte dei bolscevichi è riparato in Olanda e poi si è trasferito  a New York dove, mentre traduceva in inglese opere di letteratura russa, ha studiato medicina alla Columbia University. Ha lavorato un anno all’Istituto di Psicoanalisi di Berlino e poi è tornato di nuovo in America dove negli anni 30 si è affermato come lo psicoanalista dello star-system. Parlava otto lingue, si intendeva di arte e letteratura, era un ottimo scrittore e oratore. Una sua seduta costava 100 dollari del tempo, l’equivalente di 700 attuali circa, ed è noto che facesse pagare anche le telefonate. In quel periodo iniziò a curare George Gershwin (lo vedeva 5 volte a settimana). Il famoso compositore, peraltro conosciuto per essere un noto ipocondriaco, lamentava sintomi gastrointestinali cronici (il suo “composer’s stomach”) e cefalee con aura olfattiva (sentiva odore di gomma bruciata). Nel 1935 Gershwin organizza a sue spese un viaggio di un mese in Messico accompagnato da Zilboorg, e altri due pazienti. Zilboorg temeva (non ci è dato di sapere quanto paranoicamente) di essere raggiunto da sicari bolscevichi e durante il viaggio pare girasse tutto il tempo con una pistola carica a portata di mano. Ognuno faceva una seduta al giorno, di mattina presto, poi i quattro si riunivano a colazione e Zilboorg ridiscuteva le sedute in gruppo. Nonostante questa vicinanza Zilboorg pare non abbia preso seriamente in considerazione il fatto che Gershwin potesse avere una malattia organica. Gershwin morì nel 1937 di tumore cerebrale (pare un astrocitoma maligno del lobo temporale destro, da cui le crisi uncinate con le allucinazioni olfattive). I sintomi di cui era affetto erano già noti al tempo come tipici di una neoplasia cerebrale a sede temporale, e in quegli anni un discreto numero di persone affette dalla sua stessa patologia erano operate con successo. Ciò nonostante né Zilboorg né altri medici che erano stati consultati dal compositore si accorsero in tempo del tumore. I dubbi sulla correttezza e l’attendibilità dello psichiatra russo vanno oltre alla vicenda della malattia di Gershwin, basti pensare ad esempio ai problemi che ha avuto in seguito con un altro paziente estremamente facoltoso: Zilboorg voleva essere assunto come consulente  personale per un corrispettivo di 5000 dollari al mese e per questo motivo venne denunciato dal paziente.

Freud, Bleuler e Jung, ovvero l’universalità della schizofrenia latente

Tralasciando gli aspetti personali, che come abbiamo visto certo non sono secondari, Zilboorg nell’affrontare il problema della schizofrenia tese a riprendere la concezione di Eugen Bleuler sebbene fosse chiaro come ci fosse una debolezza intrinseca nel concetto di schizofrenia dello psichiatra svizzero: utilizzando i suoi criteri la diagnosi era potenzialmente estesa a tutti diventando dunque inutilizzabile (non è un caso se in tempi più recenti è stata impiegata in Russia come diagnosi “politica” – vedi la schizofrenia torbida o “slugghish schizophrenia”).  Zilboorg inoltre considerava lo psichiatra svizzero un esistenzialista. In realtà, se ci si attiene anche a quanto dice Eugène Minkowswki, Bleuler non ha avuto molto a che vedere con l’approccio della fenomenologia e dell’esistenzialismo. Bleuler  era più vicino a Sigmund Freud e al suo concetto di processo primario (da cui l’autismo inteso come ripiegamento sul mondo interiore) ed a Carl Gustav Jung che nella Psicologia della Demenza Praecox  del 1907  fece un’equazione fra schizofrenico e sognatore, per cui lo schizofrenico sarebbe affine ad un sognatore sveglio. L’autismo deriverebbe quindi dal totale riassorbimento del soggetto nel complesso primario, con conseguente limitazione o alterazione del rapporto con la realtà in quanto verrebbe dato un significato di realtà al processo primario che dovrebbe rimanere inconscio. Jung inoltre criticava il concetto di schizofrenia latente perché, dal momento che in ognuno sono presenti gli archetipi, siamo tutti potenzialmente schizofrenici. Nei deliri, così come nei miti, sarebbero presenti gli archetipi, per cui il contenuto del delirio sarebbe semplicemente un contenuto inconscio universale a cui lo schizofrenico da semplicemente voce. E’ chiaro che seguendo questo filo di pensiero per la psicanalisi freudiana o junghiana non ha senso parlare di schizofrenia latente con riferimento all’inconscio in quanto questo è naturalmente malato e saremmo tutti dei potenziali schizofrenici. Questo concetto è ripreso da Freud nel Complemento psicologico della teoria del sogno del 1914/15. Non è un caso se la prima generazione di psicanalisti freudiani temeva tantissimo quella che poi Michael Balint ha chiamato la regressione maligna. Il rischio sarebbe quello, durante il trattamento psicanalitico, di intaccare le difese dell’Io e di far emergere un inconscio che è potenzialmente schizofrenico. Il concetto di schizofrenia latente nasce viziato dalla teoria freudiana e junghiana.  Questo, ricollegandosi anche a quanto detto da Zilboorg sulle schizofrenie ambulatoriali, solleva dei seri dubbi circa l’applicabilità del metodo psicanalitico alla terapia degli psicotici; dubbi che non possono essere chiariti visto anche che lo psichiatra russo non dice quale modificazione della tecnica abbia apportato nel trattamento degli psicotici per superare questo problema.

Schizofrenia latente: storia di un oblio

A questo punto diventa interessante capire come si sia perso il concetto di schizofrenia latente nell’evoluzione del pensiero psichiatrico (vedi anche l’articolo di F. Riggio sulla schizofrenia latente sul Sogno della Farfalla). Per un periodo nella psichiatria, specie quella americana del dopoguerra (vedi Zilboorg), si è imposto l’orientamento psicanalitico e le diagnosi si sono spostate da un piano puramente descrittivo a uno psicodinamico, considerando non solo il comportamento ma anche i contenuti inconsci. Con questo spostamento però è emersa una contraddizione insanabile perché, se ci si attiene alla teoria freudiana o junghiana, parlare di schizofrenia latente diventa un non-senso in quanto, come abbiamo appena visto, tutti saremmo schizofrenici latenti. Da questo deriva anche la sostanziale non applicabilità del metodo psicanalitico alla psicoterapia degli psicotici.

Quando poi è stata ripristinata la diagnostica di tipo kraepeliniano la schizofrenia latente, che pure era presente nel DSM I e II sparisce negli anni ’80 con l’avvento della III edizione del manuale.

Le psicosi di confine: processo o sviluppo? 

Uno degli aspetti che occorre chiarire nella nostra ricerca diventa a questo punto quello delle psicosi di confine (da cui anche l’evoluzione del concetto di personalità borderline, che verrà affrontato a parte).

Legata a questo tema è la contrapposizione tra i modelli di processo e sviluppo psicotico. Il concetto di processo implica che in una linea di sviluppo di un’esistenza ad un certo punto vi sia una frattura, un evento catastrofico che dà origine alla psicosi, mentre secondo le concezioni di Adolf Meyer e Ernst Kretschmer ci sarebbe una continuità, uno sviluppo. Mancherebbe quindi la distinzione fra nevrotico e psicotico, per cui tra i due concetti non esiterebbe una differenza qualitativa ma solo una progressione nel senso di una maggiore gravità della malattia.

Meyer, psichiatra svizzero trasferitosi in America nel 1892, era convinto che la concezione kraepeliniana per cui la malattia mentale avesse un origine organica era sbagliata e si concentrò sullo studio delle cause psicologiche e sociali in particolar modo della schizofrenia. Secondo Mayer lo studio del malato doveva essere longitudinale in quanto la dementia praecox derivava da una serie di meccanismi patologici acquisiti nel corso della vita come difesa a traumi e difficoltà. Questi meccanismi, all’inizio non pericolosi, potevano evolvere portando prima alla nevrosi e poi alla psicosi. Mayer utilizzava il concetto di schizofrenia latente solo nel contesto di studi longitudinali, in quanto solo con  tempo e l’evoluzione della malattia si poteva fare tale diagnosi. Nella concezione di Meyer il passaggio alla schizofrenia era concepito come un evoluzione nella storia dell’individuo senza frattura: vi era una continuità fra nevrosi e psicosi. Secondo la concezione dello sviluppo si perde la specificità della schizofrenia.

In realtà nel passaggio alla schizofrenia è come se il malato uscisse dalla logica della causa-effetto. Il nesso di causa infatti, sebbene sia presente, è strano, è fine a se stesso fino al punto di arrivare a dire che perde il rapporto con la storia.  E’ lo psichiatra che cerca di ristabilire questo nesso, fino quasi ad arrivare a crearlo lui stesso.

Schizofrenia come malattia dell’individuo o come malattia sociale?

Bleuler aveva derivato da Jung il concetto dell’introversione. Di conseguenza aveva definito l’autismo come forma di ripiegamento del soggetto sulla propria realtà interiore a scapito del rapporto con la realtà. Paul e Peter Matussek criticano questa impostazione affermando invece che gli schizofrenici sono estroversi nella misura in cui riescono a condividere i propri deliri con gli altri, come dimostrerebbero i casi di Adolf Hitler e Martin Heidegger. Riuscendo ad ottenere un successo sociale in qualche modo si tengono in equilibrio, non approdando ad una  malattia conclamata. La psicosi non emergerebbe fintanto che il loro delirio è confermato. In realtà, dunque, il problema della psicopatologia non è quello dello studio del singolo soggetto, ma del soggetto in rapporto alla cultura e alla società in cui vive. Si può arrivare a parlare (come peraltro  anticipavamo nella prima riunione del gruppo “Progetto Psichiatria” dell’aprile scorso) di una ricerca sulla psicopatologia collettiva. Se Hitler era schizofrenico chi gli stava intorno com’era? Dobbiamo a questo punto chiederci come fa uno schizofrenico ad avere presa sugli altri e ad imporgli il proprio delirio. Heidegger, a ben vedere, è più subdolo e pericoloso di Hitler in quanto culturalmente il suo pensiero ancora si impone ed è utilizzato. Su questo tema ha fornito un contributo interessante Hannah Arendt, che ha individuato nel totalitarismo un nuovo aspetto della politica che si basa su un elemento psicologico: l’atomizzazione e lo svuotamento della personalità individuale. Come se avesse colto il versante sociale dell’alienazione schizofrenica. Esistono perciò forme politiche come il totalitarismo che si potrebbero definire intrinsecamente schizofreniche, in quanto la loro ideologia è basata sullo svuotamento di significato di ciò che è specificatamente umano. Da un punto di vista storico si potrebbero percorrere queste due strade della psicopatologia individuale e di quella collettiva, con da una parte il caso esemplare di Heidegger come schizofrenico “estroverso” che influenza la cultura e dall’altra una società che sviluppa queste forme di totalitarismo.

Critica alla diagnosi di schizofrenia della psichiatria fenomenologica

Ludwig Binswanger e Wolfgang Blankenburg hanno proposto una psicopatologia basata sul pensiero di Heidegger. Ma è possibile utilizzare il pensiero di uno schizofrenico per comprendere la schizofrenia?

Binswanger utilizzava il metodo heideggeriano per superare il naturalismo organicistico da una parte e quello freudiano dall’altra, dicendo che solo con la sua filosofia si poteva capire il rapporto fra l’oggetto e il soggetto senza cadere né nell’oggettivazione naturalistica né nel soggettivismo. Klaus Conrad nel ‘58 lo criticava in quanto il suo processo diagnostico non portava ad alcuna terapia. Nei Seminari di Zollikon,  Heidegger sconfessa sia Binswanger che Blankenburg. Secondo il filosofo tedesco non si può utilizzare l’esistenzialismo all’interno della psichiatria in quanto questo non costituisce un metodo scientifico. L’esistenzialismo infatti affronta un piano ontologico mentre la psichiatria si limita ad analizzare dei casi concreti. La sconfessione di Binswanger dunque viene da più fronti: sul piano della clinica per gli svariati errori commessi (col caso di Ellen West come paradigmatico), sul metodo e l’efficacia terapeutica viene contestato da Conrad, sul piano filosofico dallo stesso Heidegger da cui fa derivare la sua impostazione.

Rischio e vulnerabilità psicotica: il modello dei Sintomi di Base

Il concetto di schizofrenia latente (che come abbiamo visto nasceva viziato dall’idea freudiana e junghiana di inconscio naturalmente malato), uscito dalla porta con la riproposizione dell’impostazione kraepeliniana, è in qualche modo rientrato dalla finestra con il modello dei Sintomi di Base, elaborato a partire dagli anni ’50 da Gerd Huber e Gisela Gross. I due psichiatri tedeschi, allievi di Kurt Schneider, si riferiscono a quelle che chiamano “pure sindromi difettuali e stadi di base delle psicosi endogene”, con evidente e dichiarato riferimento e una vulnerabilità alla psicosi su base organica. Questi sintomi si configurano come alterazioni soggettive (disturbi cognitivi e della cenestesi, ridotta tolleranza agli stress, adinamia, aumentata sensitività interpersonale) che rappresenterebbero non tanto una destrutturazione dinamica della personalità, quanto piuttosto la spia di una personalità che nasce limitata nelle sue potenzialità. Su questa personalità difettuale si innesterebbero spine irritative che portano ad uno sviluppo psicotico.

Risulta pertanto chiaro come il modello dei Sintomi di Base, riferendosi a un difetto organico originario, sia inutilizzabile così com’è stato proposto. Ancora una volta si nota come l’impostazione organicista e quella freudiana siano meno lontane di quanto potrebbe apparire ad un’analisi superficiale (difetto organico da una parte, inconscio naturalmente malato dall’altra). D’altra parte è pur vero come siano documentate alte percentuali di rischio nell’evoluzione verso la schizofrenia in coloro che manifestano i Sintomi di Base, e che per contro l’assenza di questi sintomi sembrerebbe escludere una successiva schizofrenia. Per poterli utilizzare quindi andrebbero separati dall’idea della loro origine organica, tuttavia facendo questa operazione ci domandiamo cosa rimanga. Un’ipotesi potrebbe essere quella, riallacciandosi anche alla teoria disconnetteva (che abbiamo discusso nel recente articolo sulla genetica della schizofrenia) della determinazione, su base ambientale e dinamica, di anomalie nello sviluppo che spiegano la vulnerabilità alla psicosi non come un fatto congenito.

Un’altra critica che viene fatta al modello dei Sintomi di Base è che questi possono essere presenti indistintamente sia in forme nevrotiche (ad esempio depressive) che psicotiche. Si tratta quindi di sintomi acaratteristici e aspecifici la cui effettiva utilità clinica nella diagnosi differenziale tra nevrosi e psicosi rimane tutta da dimostrare, con il rischio allargare troppo la diagnosi di schizofrenia anche verso quadri non psicotici.

Diagnosi psicodinamica e annullamenti: lo schizofrenico sogna?

Spostando lo sguardo sulla psicodinamica i criteri diagnostici cambiano. Ma la diagnosi si può basare solo su criteri psicodinamici? La diagnosi, per avere senso, deve essere condivisibile, vale a dire tutti i medici, seguendo una data teoria interpretativa devono arrivare a porre la stessa diagnosi. Il problema della diagnosi psicodinamica è che può essere condivisa solo fino ad un certo punto.

Riguardo alla genesi dinamica della schizofrenia, secondo la nostra impostazione è sufficiente un annullamento per dire che siamo di fronte a una schizofrenia? In teoria potrebbe essere corretto ma dobbiamo chiederci perché mentre un certo tipo di annullamento dà una psicosi schizofrenica, un altro mi fa, ad esempio, solamente perdere le chiavi.

Legato a questo problema è quello della diagnosi di schizofrenia attraverso i sogni. Si può fare diagnosi di schizofrenia da un sogno? Definire un sogno schizofrenico è una contraddizione in termini. Con il sogno si fa al massimo una diagnosi dinamica, di rapporto. Diagnosi dinamica che permette di individuare quella che potrebbe essere definita una psicosi da transfert: il paziente svilupperebbe una dinamica psicotica solo all’interno della relazione terapeutica. Sarebbe quindi questo un caso di schizofrenia latente, col paziente che riesce a circoscrivere la psicosi alla psicoterapia mentre al di fuori rimane funzionale. Quando noi interagiamo con uno schizofrenico, e riusciamo a stabilirci un rapporto, il suo assetto patologico si modifica perché nel rapporto si inserisce un elemento di affettività. Una problematica particolare è data dal fatto che, sebbene il paziente inizi a sognare, rimane una parte psicotica che non riesce ad essere rappresentata. Un esempio può essere il caso clinico del paziente che sognò di essere sulle spalle dell’analista. L’interpretazione del sogno data da Massimo Fagioli è stata quella che fino a quel momento non aveva fatto alcun rapporto perché lo aveva annullato. Solo a partire dal sogno era iniziato un rapporto di psicoterapia. Nei sogni dunque, accanto alla negazione, ci può essere l’annullamento del terapeuta che magari non si vede, non viene rappresentato. All’interno del transfert ci può essere un “clivage”, una parte che apparentemente si lega alla terapia mentre l’altra non interagisce: solo se gli viene interpretata il paziente può riuscire a rappresentarla. In tale modo infatti vengono introdotti all’interno della relazione terapeutica elementi che altrimenti verrebbero scotomizzati.

Elaborazione del questionario/intervista

Una possibile traccia da seguire a questo punto potrebbe essere quella di enucleare i criteri diagnostici che sono venuti fuori storicamente  (fenomenologici , psicodinamici, basati sul concetto di processo, basati sui meccanismi di difesa) e di stabilire quali sono quelli che riteniamo più vicini al nostro modo di fare diagnosi (tramite l’elaborazione di un questionario da sottoporre ai colleghi). Se nessuno di questi criteri risulta utilizzabile ne andrebbero proposti di nuovi, condivisi.

Standard

Un esperimento sonoro tra il lirismo melodico del compositore e pianista Stefano Maurizi e l’elettronica del gruppo Pankow, Maurizio Fasolo e Enzo Regi. La danza proposta da Keith Ferrone si presenta come un “streaming coreografico” che corrisponde alla musica e alle video immagini di Domenico Fargnoli, elaborate dalla pittura di Franca Marini, in modo particolarmente plastico attraverso una serie di costruzioni continuative di architettura corporea.
:
Teatro Goldoni – Firenze
Florence Dance Festival
5 Dicembre 2007

Psichiatria

Il Paradiso perduto : il dolore e la colpa nella reazione terapeutica negativa

 

 

l paradiso perduto: il dolore e la colpa nella reazione terapeutica negativa
di Domenico Fargnoli

<l<Il filo del ricordo è un binario che conduce ad una antica stazione. Essa si apre su paesaggi ancora incontaminati come se il passato davvero non lo conoscessimo ma lo creassimo con immagini che ce lo mostrano sempre diverso. Non è come sfogliare un album di sbiadite fotografie o mettere in colonna date per altrettanti fatti che rischiano di essere nomi senza senso.
Parlo del passato vivo che è l’oggetto d’un esercizio d’indagine della mente presente che pensando cambia la vita soprattutto il futuro.
Apparentemente immobilizzati su di una poltrona incessantemente il cilindro di vetri e pietre colorate attraverso cui guardiamo il mondo gira ed il profilo di noi stessi cambia come se fossimo tante persone riunite in una sola e l’unica fatica fosse di scoprirle tutte, di lasciarle libere di esprimersi e di muoversi dileguandosi nella moltitudine quieta di una folla che una fervida immaginazione ha animato ed ha lanciato come un fermento nella ruota della storia.
Nella solitudine talora estrema di ciascuno risuona l’eco di una socialità lontana. L’eco ci suggerisce che il distacco dagli altri potrebbe non essere mai totale ed irrevocabile.
C’è una radice nelle idee che non è individuale, personale così come siamo abituati a considerarla ma nasce da incontri, da rapporti che spesso coscientemente non ricordiamo ma che agiscono in modi che non sappiamo subito decifrare. Siamo immersi in una matrice fatta di relazioni, di rimandi non sempre dicibili od immediatamente afferrabili che ci forgia e determina reazioni inconsapevoli anche se fondamentali nella vita psichica>>.
Mentre queste parole erano uscite dalla mia bocca come un piccolo ruscello improvviso, di cui non vedevo la fonte la donna mi guardava e dai suoi occhi traspariva un manipolo di pensieri in contrasto fra loro.
<<…nel vuoto in cui mi sto aggirando mi sembra vero sia di non sentire niente salvo il dolore prigioniero dentro di me sia la forsennata invidia per chi può vivere ed imparare dall’esperienza sia anche il tocco della tua mano sulla mia spalla…come un saluto…
..nel vuoto in cui mi sto aggirando mi sembra di non sentire niente salvo il dolore prigioniero dentro di me..
L’invidia forsennata.
L’invidia forsennata è più diretta verso le donne se pure posso distinguere nella visione di un gigantesco big bang all’incontrario che ingoi i sei miliardi di umanità e quanti siamo su questo pianeta.>>
Pensiero sano e pensiero malato erano impegnati in un braccio di ferro e nessuno dei due sembrava guadagnasse neppure un centimetro cosicché l’immagine era quella di un confronto senza fine senza né vincitori né vinti.
Il terreno dello scontro si dilatava fino ai confini dell’universo conosciuto in un’arena lastricata con significati soprannaturali e disumani.
La paura della fine del mondo, il terrore religioso di un apocalisse senza “escaton”, oltre ogni riscatto riemergeva in un presente in cui la storia sembrava sul punto di fermarsi per sempre.
Un meteorite avrebbe distrutto del tutto la terra.
Sorgeva improvvisa l’idea che la natura avrebbe subito, di lì a poco, un turbamento disastroso: un enorme macigno inanimato provenendo a velocità folle dagli spazi siderali avrebbe in pochi attimi cancellato ogni traccia di vita.
L’oscurità degli uomini diviene così l’oscurità del mondo. Oscurità che corrisponde ad un governo del peccato, ad un’invasione del male.
La sofferenza insostenibile forse neppure pensabile che si consuma nella routine dei piccoli gesti quotidiani in un’esistenza in cui niente sembra accadere veramente cerca il proprio riscatto in un evento straordinario. Il terrore viene inserito in un contesto cosmico in un ordine globale orientato verso una conclusione: quella che potrebbe essere solo una catastrofe individuale viene nobilitata e quindi resa sopportabile assumendo il significato dell’attesa millenaristica e quindi collettiva della fine.
<<…non so quando è cominciata la masturbazione mentale che poi è continuata tutta la vita…>>
Ora di fronte a questa figura imponente che spesso inspirava rumorosamente attraverso le narici quasi a ricordarmi che per lei ero come l’aria avrei dovuto provare sgomento: mi ero tuffato nel vortice che rischiava di inghiottirla ed ora mi voleva trascinare in quel nulla da cui come per magia nascevano pensieri folli.
Per anni li aveva nascosti dietro un comportamento apparentemente normale.
E quando come lame acuminate tranciavano il velo della coscienza, o come uno sciame di calabroni impazzito uscivano da un’apertura stretta gettandosi su qualunque cosa avesse movimento ritornava la filastrocca diabolica della crisi.
<<…la ragione uccide tutto ciò che non è razionale>>
Questa frase era come una bussola mortifera di una navigazione in un mare morto, un imperativo categorico nel colpire la vitalità e la sua radice nel corpo divenuto quasi un peso da rinnegare od un animale che andava solo nutrito quel tanto che non morisse.
<<…l’ultima volta che mi sono sentita donna era una sera d’estate>>
Sentirsi donna e poi trasformarsi in un entità indefinita piena di peli, di odori, di bisogni non graditi.
Cos’era accaduto?
Che cosa aveva cancellato l’immagine della festa di compleanno e il ritmo incalzante del flamenco che lei amava?
Qualcosa la allontanava ora da ogni musica. L’armonia dei suoni era uno stimolo insopportabile.
La malattia determinava una sorta di implosione, lo sprofondamento in quello che avrebbe potuto essere un dolore sordo, quasi stesse precipitando in un pozzo silenzioso e senza fondo.
Era qualcosa di simile alla sensazione indescrivibile di trascorrere attimi infiniti in attesa del nulla mentre davanti scorreva l’immagine del muro che come un cilindro l’avvolgeva isolandola dal mondo. Lei fino da piccola lo aveva leccato quel muro in uno strano rituale.
Che cosa significava?
Forse avrei potuto cogliere l’ allusione ad un grave stato di deprivazione affettiva intervenuto nella primissima infanzia. Avevo letto da poco di un bambino rumeno orfano di guerra , vissuto in una camerata di sessanta letti in Transilvania, dove aveva conosciuto solo il freddo e le violenze costanti degli adulti: egli emergeva dal suo stato di prostrazione solo per mangiare l’intonaco delle pareti e leccarsi le scarpe..
…a sette mesi erano cominciate le assenze prolungate della madre della donna…cosa era accaduto veramente durante questi periodi durante i quali lei, come nel film “La balia” di Bellocchio, veniva affidata ad altri?
Le domande affollavano la mia mente. Dovevo entrare in un labirinto di idee, di sensazioni che solo in apparenza erano simili alle mie.
La sua era una sofferenza aliena, il “dolore” non assomigliava a niente di conosciuto quasi fosse una matassa amorfa di una materia non umana. Lei adoperava queste parole sofferenza dolore ma io non sapevo a che cosa esattamente corrispondessero. Forse questi termini alludevano all’eco di una sensibilità perduta, a ciò che si prova nell’istante in cui la vita sta per spegnersi come una candela ma noi abbiamo ancora l’impressione della luce e del calore. anche se già siamo nella condizione di chi non vede come Pinocchio nel ventre del pescecane o di chi non sente la fiammella che brucia le dita che la vogliono spengere.
Lei era immobilizzata in questa condizione di un passaggio che avrebbe potuto durare in eterno, di un’apocalisse annunciata alla fine del tempo ma che avrebbe potuto accadere anche domani, anche subito per il terrore che l’immobilizzava sul materasso di quel letto in giorni sempre uguali.
Muoversi agire era diventato quasi impossibile :ogni atto, ogni movimento sembrava separato dall’altro da un vuoto, da una cesura che si riproduceva all’infinito come nel paradosso di Zenone per cui la freccia non arriva mai al suo bersaglio.
In tutto ciò che vedeva pensava allora ci sarebbe stata solo l’allucinazione del movimento per quella frammentazione sempre più sottile che rendeva statico, come una serie velocissima di fotogrammi che non vengono fatti scorrere uno dopo l’altro, qualunque oggetto.
<<Ogni atto è isolato dall’altro e non so come riempire lo spazio vuoto che c’è nel mezzo; se poi coinvolge qualcun altro è anche peggio perché ci saranno delle conseguenze fuori dal mio controllo, oppure viceversa le posso prevedere ma non le posso fermare pur sapendo che saranno dannose.
O addirittura forse provoco degli atti negli altri, per es. mi sembra di aver indotto E(…..) a portarmi dall’esorcista anche se il discorso è cominciato da lei.
Ovviamente mi viene in mente l’argomento della delinquenza, ma ci vorrebbe uno scopo. Io non ho nessuna posizione o potere da salvare, a meno che gli scopi non siano quelli di cui parla Fagioli nell’ultimo libro, come fregare gli altri perché, si sa, a torto od a ragione che si è fregati per sempre.
Così non trovo nessuno scopo nello scorrere del tempo ed ogni giorno è una vita da Tantalo.
Capisco razionalmente che lo scopo potrebbe essere guarire ma non potendolo sentire emotivamente, mi rimane lì in mezzo al terrore il ricordo ossessivo che sono stata curata ed io non sono guarita. Ed in mezzo al terrore mi resta il pensiero lucido che il corpo purtroppo sopravvive alla morte interiore.
Tanti mi hanno rimproverato la lucidità della mia pazzia!
Mesi fa ho riletto una biografia di Hemingway e mi è sembrato che quando gli cominciarono i deliri essi avessero una perfetta logica al loro interno, la differenza è che io so di delirare, che di per sé non mi pare un vantaggio, anzi una curiosità dell’ultima parte della sua vita è che il pensiero dei vestiti lo preoccupava e questo è l’unico punto di contatto che ho con lui: dover trovare due cose da mettermi al cambio di stagione per me è un’impresa.>>
Io l’avevo curata ma lei non era guarita…anzi non sentiva emotivamente di poter guarire.
In quel momento avevo accettato apparentemente passivo l’accusa di impotenza terapeutica ma ricordavo che era tornata da me nel bel mezzo di una terribile crisi con un sogno
<<Una donna dopo i quarant’anni può portare a termine una gravidanza anche se essa comporta dei rischi>>
Nell’immagini successive mi poggiava la testa sulle ginocchia e mi prendeva il pene in bocca anche se , guarda caso, si presentava moscio!
L’impotenza quindi era la mia: perlomeno questo era quanto il sogno proponeva!
Ascoltavo con calma disposto a curare ma non ad assistere
Interessante come il verbo assistere indichi l’essere presente ad un atto ma senza prendervi parte direttamente, solo per guardare.
Colui che assiste quindi è testimone piuttosto che il responsabile dell’andamento di un evento.
Il pene senza erezione dell’immagine onirica… il pene senza erezione sarebbe stato quello dell’assistenza e della consolazione che certo da me non trovava.
Perché dopo i nostri incontri si agitava tantissimo, coinvolgeva i familiari convincendoli che era tutto inutile in un crescendo di lamentele e comportamenti percepiti da loro come sommamente disturbanti e bizzarri?
Ero io che la rendevo inquieta e la facevo stare così male.
I parenti, gli amici le consigliavano di lasciarmi.
Se le avessi carezzato la testa e fossi stato tenero e comprensivo, se le avessi somministrato qualche tranquillante forse avrebbe sofferto meno!
Sarebbe stata meglio.
Mentre invece io, con l’analisi sistematica del cosiddetto transfert, con le interpretazioni, con le ricostruzioni le scatenavo un “dolore” insopportabile tutte le volte che nella nostra relazione nasceva la possibilità di una gravidanza e con essa la speranza di una cura. La donna usciva dallo studio ed immediatamente abortiva chiudendosi poi in casa e cercando, per giustificare il suo atto, la complicità di persone apparentemente normali ma in realtà più malate di lei. Le quali magari ritenevano giusto accompagnarla dall’esorcista.
E lei c’era andata pur non condividendo fino in fondo la credenza delirante della possessione demoniaca ma forse solo per l’odio mortale che in quel momento nutriva nei miei confronti.
La sola percezione della mia dimensione vitale la faceva letteralmente impazzire.
Ma perché tutto questo era rimasto silente per lunghi anni?
Lunghi anni in cui una parte di lei era vissuta “come se “ stesse bene.
Poi doveva essere accaduto qualcosa per cui la relazione parassitaria, fusionale, accuratamente occultata dietro la stima professionale, il riconoscimento di un lungo periodo di benessere relativo , era entrata clamorosamente in crisi determinando una sorta di catastrofe.
<<Ho preso un numero della rivista in cui si parla di destrutturazione, questa parola descrive bene come mi sento perché non trovo dentro di me nessun appiglio per venire veramente fuori da questa catastrofe, come se non esistesse più alcuna struttura sulla quale cominciare a mettere i piedi, come se la parola o l’esprimersi razionalmente non potessero funzionare d’aiuto in alcun modo>>.
A volte di colpo tornava il terrore, il tremare impauriti di fronte ad un ignoto imprevedibile e lei si rifugiava di nuovo a letto di fronte al muro.
Mi impegnava, alla sola percezione del più piccolo movimento, in questo duello mortale fatto di fughe di ricatti, di distruzione sistematica di quanto faticosamente andavo cercando di ricostruire.
La sua storia veniva proposta come paradigma del fallimento.
<<…io sono fra i peggio messi…>>
Tutto il suo entourage sembrava avallasse tale convinzione con risposte ora violente, ora in modo latente, anche se a volte neppure tanto, deliranti e dissociate.
Io non accettavo di piegarmi di fronte a quella che mi veniva proposta come un’evidenza continuando a tessere nuovamente il filo della speranza senza cadere nella tentazione del giudizio.
Cercavo di sviluppare un pensiero, m’ impegnavo in una ricerca consapevole che niente é mai stabilito a priori..
Naturalmente la dialettica terapeutica mi costringeva ad una profonda analisi di me stesso, ad un’elaborazione quanto mai difficile del modo con cui rispondevo agli stimoli consapevoli ed inconsapevoli ai quali, spesso mio malgrado, l’andamento della sua malattia mi sottoponeva.
Al centro dell’attenzione era la reazione negativa che si manifestava in un modo improvviso all’interno di una cura che sembrava da tempo aver superato la fase dei ricoveri e della farmacologia.
La reazione terapeutica negativa.
La destrutturazione inaspettata, pressoché subitanea di un assetto apparentemente “normale”.
La bestia nera degli psicoterapeuti.
Dall’oggi al domani ci si trova di fronte ad una personalità “altra”.
Il cambiamento di contenuti, di atteggiamenti è drammatico e violento.
Tutto quanto di positivo era stato faticosamente costruito sembra svanire per effetto di una pulsione di annullamento che colpisce a ripetizione come un ariete ostinato, come un primordiale marchingegno che scaglia pesantissime pietre.
<<Devo- diceva la donna- fronteggiare lo sbriciolamento di ogni appiglio esistenziale eccettuato forse la psicoterapia con te.
Dire forse mi è terribilmente doloroso anche se già molte volte ti ho svelato il dubbio che la psicoterapia mi abbia nociuto…ossessivamente ritorna la frase:
“..la ragione uccide tutto ciò che non è razionale…”
Forse per questo mi sembrava meglio perderla nell’inverno scorso , perderla nel senso che affogasse nella follia completa>>
La psicoterapia le aveva “nociuto” poiché nel prolungarsi del suo rapporto con me era entrata in crisi quella falsa e fragile apparenza di normalità, quella corazza caratteriale che lei si spingeva a considerare come una fortuna che per es. i suoi familiari possedevano: essi non erano considerati malati.
Ma per quale motivo allora, se davvero le fosse bastata la “normalità”, non si era contentata di quel precario equilibrio che aveva raggiunto e aveva continuato ostinatamente a seguire tutti gli aspetti, compresi quelli pubblici, della ricerca sulla realtà psichica nella quale io ero da tempo impegnato?
Giungeva fino al paradosso di affermare che non sapere della propria malattia è meglio che sapere. Come se il non sapere proteggesse veramente dall’emergenza di un vuoto e dallo scatenarsi di un disastro interiore.
Non aveva imparato nulla dalla sua vicenda personale, dalle sue crisi seguite da ricoveri le quali stavano lì a dimostrare come eventi traumatici, lutti o malattie infrangono la barriera contro gli stimoli che il malato erige contro il mondo nel tentativo di mantenere un precario equilibrio.
E’ come se comunque la catastrofe annunciata nascondesse un pensiero, come se tutto si reggesse su di un artificio che una volta individuato avrebbe fatto crollare ogni falso giudizio.
Cercavo di definire la reazione negativa di fronte alla percezione inconscia della dimensione vitale. Reazione di fronte alla continua trasformazione interiore alla quale lo psichiatra nel corso del tempo va incontro.
Un oscuro lavoro irrazionale trasforma la vitalità in immagine e l’immagine in parola. La crisi si era scatenata per la percezione diretta di una “novità” che era emersa inaspettatamente e della quale lei cercava poi traccia nella lettura..
Dopo mesi di reclusione davanti al muro di pietra la donna forse non per caso aveva letto un mio commento ad una mostra di pittura. Di esso mi ricordava in particolare un passaggio:
<<Il nuovo mondo era solo un sogno, un sogno che poteva essere destinato a sparire dopo un sonno di morte.
Il sogno sarebbe stato l’illusione della vera vita oltre l’incubo della quotidianità nel momento in cui ogni gesto ogni idea si carica di dolore.
Un dolore strano che scaturisce dal nulla della mente quando le linee sembrano diventare incisioni sulla pelle che solo l’atto di un medico può trasformare in cicatrici dando ad esse il senso della cura.
Dolore strano, sensazione urente che segnala un principio di congelamento prima dell’anestesia e del freddo totale che intorpidisce le membra.
Il senso e l’immagine della cura lenisce quel terrore di scoprirsi senza un pensiero proprio che può all’inizio gettarci in balia di quello che crediamo essere un dolore ma che nasconde lo spavento estremo per il mistero di un linguaggio che non ci appartiene, di una parola che solo una volontà sacra e divina potrebbe aver trasformato in sofferenza della carne”
Questo testo l’aveva spinta a muoversi ed a cercarmi per ristabilire un rapporto che ella stessa aveva qualche mese prima repentinamente interrotto sopraffatta dal senso della propria impotenza.
Sembrava, dopo la lettura, di colpo essere uscita da uno stato stuporoso.Era tornata a vivere da sola nella sua casa abbandonando la volontaria reclusione in un angolo remoto di quella che era stata un tempo la casa del padre.
In questa circostanza aveva cominciato lei stessa a scrivere , come se in qualche modo tentasse in prima persona un lavoro di ricostruzione personale. Faceva appello alle sue residue capacità linguistiche.
La parola scritta assumeva in quel momento un significato particolare così come lo aveva avuto la lettura del mio testo che aveva avuto l’effetto momentaneo di impedire che la crisi evolvesse verso esiti ancor più distruttivi.
Nel racconto che la donna propose redigendo nell’arco di qualche mese pagine dattiloscritte non si riscontravano tracce palesi di dissociazione: il pensiero si manteneva lucido, apparentemente coerente anche quando palesava verità terribili.
<<Mi ritorna continuamente in mente che tu mi hai detto che io non riesco veramente a soffrire e che magari avessi un dolore acuto; ed è vero io lo preferirei a questa sofferenza torturante ma tutta chiusa dentro di me e che non mi aggancia agli altri. Il senso del vuoto è sconfinato e vanifica i pochissimi atti che faccio come se essi, buttati in questo vuoto si annullassero>>
Ecco che mi riproponeva il mistero del suo “dolore” che in verità si presentava spesso nella forma di un terrore senza oggetto, di uno smarrimento senza confini. Io mi avvicinavo a quest’enigma con molti interrogativi. Ciò che mi colpiva è che lei si comportava come i penitenti medioevali che mortificavano il corpo e creavano le condizioni esteriori della pena per espiare i loro presunti peccati. Le pratiche della mortificazione assumevano una valenza teatrale, per non dire manierata ed erano una rappresentazione portata all’eccesso e forse resa possibile in quella forma estrema da una insensibilità interiore.
La sofferenza del digiuno e dell’isolamento, dell’esistenza disagiata cui la mia paziente volontariamente si sottoponeva circoscrivevano e attenuavano forse l’impossibilità di sentire veramente. Il suo dolore non riusciva ad avere un volto ed ella ripercorreva allora i rituali penitenziali che ipertrofizzavano la coscienza e annullavano l’inconscio.
La malattia diventata una male metafisico senza riscatto inscritto nel destino dell’uomo come un peccato originale, come una condanna ad una pena che sarebbe rimasta sempre incommensurabile rispetto alla colpa.
Si creava questo cortocircuito fra la colpa e la pena per cui entrambe non erano in realtà che espressione del giudizio, della credenza religiosa sulla immutabilità della natura umana, marchiata da una perversione o da un peccato originario.
Cominciavo a rendermi conto che la donna trasformava continuamente quello che poteva essere l’inizio di un dolore (il dolore della vita?) in senso di colpa cadendo in un delirio di incurabilità.
Trasformava il dolore in senso di colpa ed in angoscia.
Dopo l’angoscia il vuoto, la sospensione fuori dal tempo d’ogni dimensione vitale.
Ma come avveniva ,mi chiedevo questa trasformazione?
Mi ricordai un passaggio del “Paradiso perduto” di Milton in cui la spada dell’arcangelo Michele colpisce quella di Satana dall’alto e successivamente,non paga, entra profondamente nel fianco destro .
<<Il nemico/
conobbe il dolore allora per la prima volta,
fremette e si contorse alla fitta bruciante…>> (Libro VI)
Quello di Satana non avrebbe potuto essere che un dolore mentale essendo egli un “puro spirito” come gli angeli contro cui combatteva, i quali, al contrario di lui, in virtù della loro innocenza erano invulnerabili ed insensibili.
Il dolore, come il sogno attraverso cui il demoniaco si pensava un tempo esercitasse la sua seduzione sulla donna, si identifica, nella credenza religiosa, con il peccato e la colpa, con la disobbedienza alla legge divina.
Esso anticipa quella caduta agli inferi che è impotenza, privazione del piacere dei sensi innocenti, dell’estasi dell’amore coniugale che si nutrirebbe di un’intima vicinanza con il divino e sarebbe “l’unica proprietà in questo Paradiso di ogni altra cosa comune” come afferma Milton.
Il dolore mentale preconizza la maledizione del peccato originale e porta con sé la condanna alla sofferenza fisica che segna l’umanità fin dalla nascita.
Satana attacca nell’uomo l’intima compenetrazione fra realtà materiale e non materiale che si esprime nella sensibilità per la bellezza e nella sensualità dei corpi:
l’esaltazione dei piaceri dell’amore ‘coniugale’ del puritano Milton erano comunque sempre meglio di quanto avevano affermato S. Agostino o S. Tommaso nel loro disprezzo verso le donne.
Affermare l’esistenza del dolore mentale significa però implicitamente ammettere che la realtà psichica può subire una ferita come un colpo di spada che penetri in un fianco.
Anche se dobbiamo far notare che Satana nel “Paradiso perduto” prima compie il peccato di superbia e poi in conseguenza di questo sperimenta la sofferenza che è impotenza, privazione del piacere per una bramosia condannata a rimanere eternamente inappagata.
Il dolore, all’interno di questa concezione, è la conseguenza del male, della colpa così come la follia che ne deriva.
Ma può veramente esistere, al di fuori di un’invenzione letteraria, un dolore psichico puro? La” purezza” potrebbe derivare da un’operazione della mente che scinde il pensiero da ciò che è materiale, il corpo.
L’uomo a differenza dell’angelo , che è solo una figurazione irreale della credenza religiosa, ha una realtà materiale.
“La realtà non materiale dell’uomo è, infatti, in quanto esiste ed è la realtà materiale, l’anima esiste in quanto esiste il corpo. L’impossibilità di essere della realtà non materiale ha la sua radice ed origine nella prima realizzazione di essere dell’uomo e di essere vivente” ( Massimo Fagioli)
Storicamente si è ritenuto che nella follia il disordine morale e l’alterazione fisica si potenziassero a vicenda.
Nel periodo medioevale i medici sostenevano l’interdipendenza delle cause naturale e dell’influenza diabolica nella melanconia. La bile nera sarebbe stata la vera sede della possessione nella quale il diavolo si trovava a proprio agio.
L’agevolazione del soprannaturale rispetto al naturale giustificava l’azione dell’ esorcista accanto a quella del medico.
La parentela fra follia e peccato, preparata dal Medioevo e dal Rinascimento si era saldamente stabilita in età classica: la follia, esclusa dalla ragione, avrebbe svelato un segreto di animalità presente nel corpo. Si riteneva allora che l’uomo diventando una bestia avrebbe annullato non solo l’essere razionale ma la propria umanità rendendo palese così la colpevolezza del singolo.
Anche nel periodo dei Lumi il carico morale che pesava sull’alienato non viene affatto alleggerito: il “trattamento morale” altro non era che una pedagogia della della colpa la quale utilizzava mezzi fisici violenti per produrre choc emotivi: Auguste Compte, che fu paziente di Esquirol, denunciò il fatto che i medici vedevano in lui null’altro che l’animale e non certo l’uomo.
La malattia mentale sarebbe stata la punizione subita dall’individuo che si è abbandonato agli stimoli innaturali del vivere sociale invece che del vivere secondo natura.
Anche nel ruolo patogeno attribuito al “segreto vergognoso” spesso sessuale, dalla psichiatria ottocentesca successiva l’origine del male è responsabilità del singolo come nella teoria delle degenerazione di Morel che risente delle convinzioni religiose dell’autore. La malattia mentale invertendo il rapporto gerarchico fra l’anima ed il corpo, alterando il dominio della spiritualità dei primitivi, avrebbe incatenato, secondo questo autore, lo spirito alle aberrazioni fisiche. La degenerazione non sarebbe stata altro allora che la discesa progressiva dovuta a tendenze trasmesse geneticamente a partire da una colpa iniziale, nella scala del male fisico e del male morale.
Inutile dire che la psicoanalisi freudiana non aggiunse nulla di nuovo ma rafforzò l’idea religiosa di un senso di colpa, primariamente legato al Superio, espressione della cultura “pura” dell’istinto di morte, ed al sado-masochismo la cui irriducibilità sarebbe stata spiegabile solo con fattori genetici.
Oggetto fisico ed oggetto psichico venivano, nella psicoanalisi, confusi continuamente . Questa confusione è evidente anche in quel poco che Freud dice sul dolore psichico che secondo lui insorgeva originariamente come bramosia e nostalgia della madre. Quest’ultima scomparendo dalla vista sarebbe stata percepita come assente perché incapace di soddisfare un bisogno insorto in quel momento. Se non ci fosse stato il bisogno non sarebbe sussistito neppure il dolore.
Il piacere è quindi sinonimo di bisogno appagato, cessazione di una sofferenza, alleviamento di un dolore.In generale per Freud tutto l’apparato psichico ha una funzione analgesica, di difesa da un eccesso di eccitazione: il suo scopo primario sarebbe stato quello di ridurre le tensioni scaricandole. La meta perseguita è la stessa della pulsione di morte cioè riportare il livello di tensione ad un grado zero, verso l’insensibilità del mondo inorganico.
Non entro ulteriormente nel merito del discorso freudiano ma me ne allontano soprattutto in base a considerazioni di carattere clinico.
La prassi terapeutica mi ha suggerito che il dolore psichico è una sensazione che può essere sperimentata, quasi fosse veramente la prima volta, nel corso della cura: non si tratterebbe tanto di una reazione alla perdita o all’assenza di un oggetto come la psicoanalisi ha sempre affermato , ma alla sua presenza .
Reazione alla presenza dello psichiatra in particolar modo quando essa assume il significato di fusione fra vitalità e pensiero fra realtà materiale e non materiale.
Mentre l’angoscia è paura di perdere la ragione e di impazzire, mentre il lutto è la conseguenza della perdita, della morte fisica di persone alle quali siamo stati legati, il dolore mentale, non determinato cioè da una malattia organica ma da una situazione di rapporto interumano, appare nella dialettica della cura quando il paziente realizza che la presenza dello psichiatra è fisica e psichica insieme.
Quando si passa cioè e spesso bruscamente da un investimento narcisistico, basato sull’anaffettività e sul rapporto parziale con la realtà materiale alla percezione di un oggetto totale. In questo passaggio il “sentire”, che è un vissuto di tutto l’essere, è reso possibile dall’attivazione di quel residuo di vitalità che, sia pure allo stato di mera potenzialità , anche il malato più grave deve possedere.
Facciamo nostra l’ipotesi secondo la quale l’alterazione della sensibilità sia sempre parziale anche di fronte all’”alienazione” più profonda.
L’effrazione improvvisa della corazza caratteriale, della barriera protettiva comporta un’ esperienza “nuova”.
Esperienza vivida particolarmente intensa che per alcune persone è quasi intollerabile tanto da venir percepita come dolore. Ciò che conferirebbe allo stimolo il carattere algico sarebbe “…l’alto livello delle situazioni di investimento…”(Freud) cioè la sua intensità come se il significato non esistesse o fosse irrilevante e potesse sussistere nella percezione un fattore quantitativo indipendente da un’attribuzione di senso.
Quest’ultima affermazione potrebbe tuttavia rivelarsi interessante perché indicherebbe che possa darsi una struttura di personalità, per noi patologica che cerchi di funzionare al minimo di tensione interna possibile cioè secondo il principio del piacere, come se tutto l’apparato mentale fosse finalizzato ad eliminare l’eccesso di stimolazione che provoca dispiacere cioè dolore, prescindendo dalle sue caratteristiche.
… l’effrazione della corazza comporta talora un’esperienza vivida non solo intollerabile ma anche non traducibile spesso in immagini o parole perché veniamo da una tradizione di pensiero che ha associato la ragione all’anaffettività e la santità all’insensibilità.
La reazione terapeutica negativa si instaura a questo punto proprio per un difetto di comprensione: la sensibilità che si risveglia come conseguenza dell’interpretazione e della cura diventa la colpa di aver sentito per quell’interdetto storico che ci ha sempre impedito di pensare la vitalità e la nascita, la trasformazione del biologico nello psichico che si accompagna alla creazione dell’immagine interiore.
L’ingresso della sensibilità nella relazione terapeutica, che dovrebbe corrispondere ad un progresso sostanziale, fa riemergere anche i movimenti pulsionali e gli affetti relativi a quelle situazioni traumatiche di vuoto, di assenza di stimolazioni vitali le quali al loro tempo determinarono la malattia.
E ciò avviene non per una semplice abreazione o scarica emozionale di eventi che sarebbero stati coscienti e poi dimenticati, rimossi: in realtà noi facciamo riferimento a pulsioni,affetti, movimenti senza parole che possono non essere mai affiorati alla coscienza.
Mai affiorati alla coscienza e quindi impossibili da rimuovere.
Mai affiorati ma rimasti celati, quasi in attesa di una situazione che li evocasse, dietro quella cortina di anaffettività che rende invisibile il nucleo psicotico.
Nucleo che può rimanere a lungo ai margini della relazione terapeutica.
Le due caratteristiche di quest’ultimo di non poter affiorare alla coscienza prima che venga evocato da uno stimolo specifico e di non visibilità legata alla natura pulsionale ha indotto più di uno psichiatra a considerazioni fuorvianti.
Molti hanno pensato che una potenzialità di malattia si troverebbe in tutte le persone “normali”: per cui, si conclude, ciascuno di noi potrebbe un giorno rientrare, come sostiene Vittorino Andreoli , in una storia di delitto o di follia. Ciò equivarrebbe a dire che il male, o l’animale direbbe Umberto Galimberti, è ubiquitariamente presente nelle profondità dell’inconscio ed attende solo l’occasione giusta per manifestarsi.
Potremmo improvvisamente trovarci coinvolti, nostro malgrado e senza nessun segno premonitore, nei fenomeni dell’acting out che si verificano qualora la sofferenza eccede la capacità mentale di contenerla sia pure nella forma ipoaffettiva della negazione e del delirio.
Bisogna aver ben chiaro però che sarebbe proprio l’abreazione, l’impellente bisogno di scarica . che assume l’affetto patologico a giocarci un brutto scherzo. L’impellente bisogno di scarica se produce una modificazione della coscienza compatibile con una alterazione del comportamento potrebbe portarci o al suicidio o alla prigione proprio per quell’idea delirante di purificazione e di riscatto da una colpa spesso attribuito al gesto masochistico, all’atto criminale o perverso.
La manovra terapeutica deve al contrario del metodo catartico o dei suoi successivi derivati psicoanalitici concentrarsi sulla interpretazione “diretta” delle pulsioni, impedendo di usare la seduta come confessionale o pretesto per la rievocazione del ricordo infantile. E’ risaputo che alla scarica catartica o masturbatoria che dir si voglia dell’affetto patologico fa seguito il suo annullamento ed il ripristino successivo non certo la risoluzione definitiva .
Il rapporto con la mia paziente, alla luce di tutte queste considerazioni, rivelava una particolare difficoltà.
Riuscivo comunque a portare avanti una ricerca che riguardava specificamente la sua malattia nella speranza di aprirmi una strada verso la cura.
<<L’impossibilità di vivere, unita all’impossibilità di morire-affermava la donna- mi sbarrano la strada verso la via alla speranza e la tortura continua.
Meglio, esiste in me l’idea della guarigione, ma solo rare volte l’idea si incarna in un sentire. Ricordo precisamente una di queste volte:non mi era stato possibile rimanere a letto al buio ed una forza interna mi aveva spinto in città a scrivere.
Spesso mi viene in mente il personaggio di Kafka che una mattina si era trovato insetto e non era un incubo era vero!
La mia metamorfosi é la mia quotidiana verità per quanto cerchi di camuffarla un po’. La chiamo metamorfosi perché nonostante tutto quello di cui mi posso accusare non posso fare a meno di ricordarmi il tempo in cui venivo al gruppo provando un senso di piacere e non solo al gruppo…oggi mi pare che non posso scrivere altro se non ripetere all’infinito del dolore>>
Certo lo sapeva, lo aveva sentito e letto: è la coscienza che abbandona nel nulla il pensiero inconscio del sonno a trasformarci in enormi insetti immondi.
Insetto immondo è la veglia che si vergogna del sonno: la comparsa della coscienza ci fa vedere un volto mostruoso, la comparsa del pensiero verbale ci fa pensare alla nostra realtà come mostruosa, la scoperta dell’inconscio rende la coscienza insetto immondo.
Anche il suo dolore aveva una radice irrazionale non legata cioè ad alterazioni fisiche di competenza della medicina organica. Lei voleva che questa radice la quale affondava sottili terminazioni in quel misterioso legame fra la mente corpo che certo non era la ghiandola pineale di Cartesio, si seccasse ed i resti fossero abbandonati nel nulla.
…il dolore…
Reazione vitale ad una manovra terapeutica che individua una lesione od una malattia.
Il dolore che, non sostenuto e non compreso impediva il rapporto con una immagine sana.
Così esso nella coscienza che tentava di anestetizzarsi, si trasformava in un angoscia se non in vissuto di vuoto e di estraneità ed i sentimenti di colpa per aver annullato la mia presenza, la relazione non consapevole che aveva stabilito con me, la facevano sentire un’entità deforme e perversa.
Scrivendo ora cercavo di dare un senso ed un significato al sua vicenda sviluppando una conoscenza che mi aiutasse a curare la malattia e lenisse le ferite.
Raccontando dovevo riuscire a trasformare in rappresentazione quanto lei nel delirio viveva come realtà mostruosa di una colpa e di un male che l’opprimeva e non le lasciava scampo.
La dialettica terapeutica toccava quel limite estremo dove è in gioco la vita e la morte ed al medico è richiesto il coraggio e la fermezza del pensiero.
Forse era importante che io elaborassi attraverso la parola scritta quella che purtroppo con terminologia freudiana viene ancor oggi chiamata risposta controtrasferenziale cioè la reazione del medico a quella reazione negativa del malato che cerca di distruggere la possibilità stessa della cura.
La parola scritta, l’elaborazione teorica nella misura in cui è legata alla prassi è il massimo di interesse che il terapeuta può esprimere nei confronti del paziente.
Lo scritto nell’impossibilità di essere materialmente annullato conferisce alla cura un carattere di irreversibilità quando la risposta alla situazione di malattia ci permette di giungere ad una conoscenza che superi la singolarità del caso e acquisisca un valore anche per altri.
Certo, nel tentativo di ottenere questo risultato, non mi ero sottratto al disagio, alle critiche, ai tentativi continui di ledere la mia immagine professionale che ogni psichiatra esperto conosce e deve essere in grado di sostenere.
Dentro di me nonostante il dispiegamento imponente dei sintomi, nonostante che tutto parlasse di sconfitta e di fallimento, seguivo il filo del ricordo, il filo della fantasia inconscia che stabilisce spontaneamente quei nessi, ti suggerisce quelle idee che nessuno troverebbe con l’esercizio della ragione e della coscienza.
Questo filo non si spezzava anzi mi appariva come una linea che in un continuo mutamento proponeva immagini ed idee sempre diverse.
Avevo attraversato una tempesta, un uragano sicuramente non per la benevolenza degli dei ma per una conoscenza intuitiva che ero stato costretto a sviluppare e che ora volevo comunicare anche ad altri.
Scrivendo avrei forse cancellato gli effetti di quella condanna che la donna aveva pronunciato verso se stessa alcuni decenni prima nella sua tesi di laurea un anno dopo aver incontrato uno psichiatra famoso ed aver letto la prima edizione di un libro in cui per la prima volta nella storia si parlava di cura della malattia mentale.
<<Fuori della famiglia –aveva sostenuto la donna- non c’è “normalità”, contro la famiglia spesso c’è la follia>>
Siccome lei certo non voleva essere “normale” era andata contro la famiglia rischiando appunto il suicidio e la follia. Andare “contro” la famiglia poteva aver avuto il senso di annullare la propria identificazione con il padre realizzando così un vissuto di vuoto e di dissociazione
Nella sua tesi in psicologia non c’era traccia di quel libro che pur aveva avuto fra le mani e le cui righe le erano scorse sotto gli occhi.
In esso veniva usato il termine “fantasia di sparizione”e si descriveva la dinamica dell’annullamento. La donna sembrava non essersi accorta che si parlava anche di vitalità e di immagine interiore alla nascita.
Si parlava di vitalità e di immagine e non di un vuoto e di una dissociazione originaria.
Subito dopo la laurea fece un viaggio euforico in America, nel nuovo mondo appunto e quando al ritorno tentò la strada della psicoterapia la sua possibilità di cura sembrava esser viziata dall’annullamento della teoria che lei stessa non si rendeva neppure conto di aver effettuato.
Finché un giorno, molti ma molti anni dopo, vide un film di Massimo Fagioli
“ Il cielo della luna” e comprese in virtù di una sorprendente risonanza che quel lontano passato ritornava, anche se lei non sapeva neppure bene come, nelle immagini cinematografiche. Tornava ma trasformato.
Quegli anni lontani, l’inizio dell’analisi collettiva sembrava avessero acquisito improvvisamente un senso che lei neppure pensava potessero possedere.
Anch’io di conseguenza le apparivo di colpo sotto una luce diversa e dal rapporto con me traspariva un’identità che lei prima non aveva mai visto.
Traspariva l’immagine e la possibilità della cura che nonostante tutte le intenzioni e le dichiarazioni coscienti, i sogni raccontati ed interpretati in buona fede, aveva molto tempo fa annullato.

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