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Come e perchè il prete diventa pedofilo di domenico fargnoli

 

 

 

Nel libro di Federico Tulli, “Chiesa e pedofilia.Il caso italiano (L’Asino d’oro 2014) troviamo chiaramente formulate due domande: qual è la specificità della pedofilia nella chiesa cattolica? come e perché il prete diventa pedofilo?

 

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padre Murphy violentatore seriale di bambino sordomuti

 

Il termine Pedofilia è stato introdotto nella “Psichopathia sexualis” di Kraft Ebing (1886). In questa opera c’è un primo tentativo medico di mettere in relazione la perversione e la malattia mentale con la vita religiosa. Più in generale si può dire che nel rapporto con la dimensione del sacro nel Cristianesimo c’è sempre stato il rischio di una deriva psicopatologica  complicata da condotte criminali, fra cui la pedofilia, ampiamente documentata nella storiografia.

 

I due libri “Chiesa e pedofilia”  costituiscono una diade inscindibile che potrebbe essere, idealmente, la continuazione della “Storia criminale del cristianesimo” opera in 10 volumi scritta da Deschner Karlheinz scomparso recentemente. I due autori hanno in comune lo scrivere la storia dal punto il punto di vista delle vittime: vengono riportati ed analizzati fatti occultati nella letteratura apologetica e agiografica..

 

Quanto alla seconda domanda bisogna considerare che tutta la formazione del prete è basata sulla sublimazione dell’istinto sessuale. Il concetto di istinto implica che esso sia innato: ma noi sappiamo che alla nascita nell’uomo non solo non ci sono istinti ma neppure sessualità. Quindi si sublima, si desessualizza un istinto che non esiste. Siamo rimasti al tempo degli eremiti nel deserto, i santi “talpa” e “pascolanti”
che aggredivano i bambini occasionalmente incontrati nelle oasi. Essi combattevano le tentazioni della carne, cioè gli istinti cercando di distruggere il corpo. In realtà erano in preda a deliri e allucinazioni a sfondo erotico.

Vorrei però raccontare come sono arrivato a queste considerazioni .

 

A Londra nel Marzo 2011 con Federico abbiamo incontrato un gruppo i Survivors Voice Europe, un’ associazione di sopravvissuti alla devastazioni degli abusi. Fuori nella piazza antistante la sala dell’incontro c’era una locandina con uno scritto che polemizzava con Ratzinger dicendo: Non tante belle parole ma fatti. Basta! (Non insisto sul fatto che per i papi chiedere perdono significa autoassolversi) ricordo però che

in quella circostanza, pur riconoscendo il sacrosanto diritto delle vittime di pretendere giustizia e risarcimento, ho pensato che si doveva andare oltre al confronto scontro con le gerarchie vaticane: il problema era affrontare la mentalità religiosa, scoprire ciò che che alimentava le violenza sui minori.

 

Tulli nei suoi libri mi sembra abbia condiviso questa impostazione. Egli non approda solo a un anticlericalismo fortemente motivato e documentato ma propone attraverso il contributo di vari esperti una ricerca sulla psicopatologia della vita religiosa. Molto opportunamente il nostro autore allarga il discorso ad una riflessione sulla natura più profonda, irrazionale del cristianesimo nel cui ambito si colloca la pedofilia clericale. Nel cuore dell’esperienza religiosa c’è appunto la dimensione del sacro, del quale il sacerdote dovrebbe essere il soggetto mediatore privilegiato. Perché egli realizza un minus piuttosto che un plus e si comporta come un criminale comune od un malato di mente?

Ci si potrebbe chiedere cos’è il sacro,. Mi limito ad alcune considerazioni seguendo la ricerca di Maria Gabriella Gatti nella prefazione del libro..

Il sacro, è stato detto da Mircea Eliade , una struttura fondamentale della coscienza umana e non solo un momento della sua storia. L’esperienza del sacro sarebbe indissolubilmente legata allo sforzo dell’uomo per costruire un mondo che abbia significato.. Che significato ha però un mondo in cui i preti, metà uomini e metà santi, violentano i bambini?

Il famoso teologo e antropologo Julien Ries, ha scritto che la comparsa dell’ homo sapiens sul nostro pianeta coinciderebbe con quella dell’ ‘homo religiosus

Il prendere coscienza di sé dell’uomo primitivo sarebbe stato subito il prendere coscienza di altro da sé, cioè della presenza di una potenza misteriosa ed invisibile nella realtà materiale. Questa sarebbe la struttura della coscienza. Essa avrebbe in sé stessa una vocazione religiosa per una qualità innata, antecedente ad ogni esperienza destinata a rimanere tale nel corso della storia.

L’Homo religiosus è fin dall’inizio alienato: non sa che la potenza che colloca nella natura altro non è che l’energia, la forza, (avrebbe detto Goethe nel Faust) della pulsione che si crea nei primi istanti della vita quando il pensiero emerge dalla realtà biologica.

Alla nascita il neonato non ha coscienza di sé ma è già in rapporto con il mondo ed è già una presenza umana.

La coscienza, quando diventa certezza di sé stessi è condannata a rimane religiosa solo se è scissa da ciò che non è cosciente ed annulla il fondamento irrazionale dell’identità tipica della nostra specie.

Rudof Otto, nel 1917 aveva definito il sacro come l’irrazionale nell’idea del divino. Sarebbe la presenza di Dio che suscita il terrore mistico, il sentimento del sublime , ineffabile ed irrazionale: non sarebbe l’irrazionale che crea Dio.

Non è Dio che crea l’uomo, ma l’uomo che crea l’idea di Dio aveva già affermato Feuerbach nell<<Essenza del Crisitianesimo>> nel 1841: con la precisazione che è l’irrazionale, la pulsione di annullamento che crea l’idea di Dio e non solo la coscienza dei filosofi.

Dai libri di Tulli traspare in filigrana una nuova concezione del sacro:

Esso è un prodotto umano storico, culturale e istituzionale il cui fine è far fronte ad una crisi della presenza, al rischio di non esserci nel mondo. Il sacro è l’alienazione dell’irrazionale che è dentro di noi nell’idea del divino fuori di noi. Il divino diventa, nel Cristianesimo, il trascendente, l’assolutamente altro, il Gans andere. Ernesto De Martino in alcuni scritti editi postumi nel libro “Storia e metastoria” sosteneva che l’origine del sacro sia rintracciabile nel vissuto di sentirsi gettati inermi nel mondo con il rischio di essere travolti che Martin Heidegger riteneva una condizione originaria e chiamava Geworfenheit. Massimo Fagioli ha tradotto il termine con “parto animale” legando il suo uso, nella filosofia di Heidegger, alla pulsione di annullamento. La Geworfenheit è il vissuto di chi non riesce più a ricreare la propria nascita e, avendola annullata, ha perso l’ identità umana irrazionale.

Il parto è ridotto allora ad una deiezione, ad un espulsione di materiale biologico come quella degli animali. La nascita umana è invece, per Fagioli, fantasia di sparizione che crea una realtà biologica e psichica nuova che gli animali non hanno.

La Geworfenheit in quanto annullamento di ciò che è specificamente umano, è il pericolo estremo che minaccia ed a cui si cerca di ovviare con la spiritualità astratta del sacro, una irrealtà fuori dal tempo e dalla storia

 

Dopo questa premessa torniamo all’interrogativo del come e perché il prete diventa pedofilo

Il concetto di sublimazione è stato utilizzato sia dalla psicoanalisi che dalla Chiesa cattolica. Esso si riferisce all’ipotesi psicoanalitica secondo la quale gli istinti sessuali, originariamente perversi verrebbero desessualizzati per scopi creativi e per obiettivi sociali. L’istinto sessuale, che essendo istinto sarebbe innato, andrebbe desessualizzato altrimenti saremmo del tutto uguali agli animali. Noi sappiamo invece che alla nascita non ci sono istinti ma neppure sessualità. <<La sessualità è identità sessuale. Compare dopo che l’essere umano ha realizzato la propria nascita, svezzamento, visione dell’essere umano diverso, pubertà>> (Fagioli).

Tutta la formazione del prete scorre sul binario privilegiato della sublimazione: si dovrebbe desessualizzare, delirantemente ciò che nell’uomo non esiste, l’istinto sessuale.

Questa idea, sconcertante, risulta chiaramente presente nell ’enciclica  Sacerdotalis caelibatus di Paolo VI. (1967)

-il celibato, diceva il Papa nel suo pronunciamento è una fulgida gemma, strumento indispensabile per l’elevazione spirituale oltre l’istinto sessuale ed i desideri della carne. (testuale)

Il sacedote deve affrontare una quotidiana morte a tutto se stesso per essere più vicino a Dio. Il suo è un olocausto cioè un sacrificio totale di sé.

La solitudine, o meglio l’isolamento sacerdotale, non è il vuoto perché esso è riempito dall’imitazione di Cristo Il celibato e la castità, per Paolo VI, non distorcerebbe la personalità anzi contribuirebbe alla sua maturità e stabilità.

E a proposito della sublimazione afferma testualmente il Pontefice

<<. La scelta del celibato esige lucida comprensione (…), attento dominio di sé e sapiente sublimazione della propria psiche su un piano superiore>>

 

Leggendo l’Enciclica ci si rende conto che

I sacerdoti sono vittime e complici di una concezione antiumana: devono annullare se stessi, devono realizzare, ad imitazione di Cristo “ un essere per la morte” ed affrontare il vuoto e lo smarrimento, il vissuto della Geworfenheit che così si determina. Essi devono cancellare. la loro nascita, cioè la propria dimensione affettiva ed irrazionale. Devono diventare anaffettivi in tutto simili ai nazisti come Heidegger, lo schizofrenico autore di Essere e tempo e dei Quaderni Neri. La vita del sacerdote, deposta sull’altare, deve recare i segni dell’Olocausto, il sacrificio levitico del maschio senza difetto. L’uso del termine “Olocausto”, evoca lo spettro del totale annientamento fisico. Come se la rinuncia alla sessualità comportasse una tendenza a procurare una lesione del corpo, un attacco alla vitalità propria e altrui: è quello che i pedofili fanno.

Il concetto Freudiano di sublimazione adottato da Paolo VI e applicato alla formazione dei chierici può avere effetti devastanti.

Nel tentativo di sublimare, che poi è annullare la sessualità come identità,, la personalità intera si altera, aumenta il narcisismo e si ipertrofizza la coscienza. Ciò spiegherebbe lo sviluppo del cosiddetto narcisismo clericale, favorito dalla cultura della Chiesa, cioè la grandiosità, un senso ingigantito della propria importanza, lo sfruttamento degli altri, la negazione che sfiora il delirio e che può giungere fino all’affermazione di una diversità ontologica fra chierici e laici. Un razzismo elevato all’ennesima potenza grazie al sacramento dell’ordine che si somma a quello battesimale anch’esso generatore, secondo Bergoglio, di una diversità ontologica dei credenti rispetto ai non credenti. La sublimazione non è altro che una formazione reattiva, come quella dei santi talpa, cioè una difesa patologica cronica rispetto ad un impulso perverso .

Dalla formazione reattiva, dal narcisismo patologico  al costituirsi di una falsa personalità , il passo è breve.. Il Sé pubblico si ipertrofizza mentre il sé privato cioè la sfera dell’intimità e della sessualità si atrofizza. Portato alle estreme conseguenze il processo sopra delineato determina una grave alterazione dell’equilibrio mentale.

Paolo VI nella sua enciclica si riferiva all’isolamento del prete e al suo vuoto affettivo: il sacerdote lo avrebbe dovuto riempire, con l’imitazione di Cristo cioè il sacro.. Il sacro ha un carattere ambivalente presentandosi come fascinans et tremendum, alter ed ater., cioè alterità radicale ed oscurità insieme.

. Il l sacerdote cerca Dio ma trova il male, la negazione ed il demonio. Trova la pulsione di annullamento al fondo del suo irrazionale alienato e corre il pericolo di impazzire. Nella sua vita compare lo spettro della catastrofe,.

Il prete pedofilo vi fa fronte creando un proprio rituale masturbatorio che si contrappone a quello eucaristico diventato privo di senso., In esso egli perfidamente attira e lucidamente coinvolge le vittime: si mantiene così in bilico fra sé pubblico e privato. Il sostegno e la complicità del clericalismo laico, altro grande imputato, e delle gerarchie ecclesiastiche lo confermano nel suo ruolo di pastore: egli rimane apparentemente asintomatico mentre circoscrive il suo delirio alla sfera dei comportamenti masturbatori. Nell’ambito di un’intimità malata e violenta che egli impone alle vittime ha modo di manifestarsi la sua volontà di ledere la vitalità altrui. La segretezza, le raffinate strategie di occultamento sono in funzione di un vissuto di onnipotenza che le permea. Il sacerdote, che non si rassegni ad una religiosità routinaria e razionale, burocratica e di facciata è schiacciato nella relazione che cerca di stabilire con il sacro, da un ideale che gli viene imposto e che si è paranoicamente imposto.

Egli i rivolge allora ai bambini: solo in un rapporto totalmente asimmetrico , dove lui si pone come l’assolutamente altro, cioè un Dio o un demone malvagio, egli recupera una illusoria e transitoria sensazione di potenza. L’abuso sui minori diventa una droga. Essa esaurisce presto il suo effetto fino alla nuova dose in una spirale che si ferma solo con l’arresto. La pedofilia clericale ha quindi una sua caratteristica particolare che la distingue da altre forme di pedofilia Essa è un sintomo di una malattia in cui è coinvolto non solo il prete, ma anche l’intero apparato della Chiesa, nei suoi aspetti istituzionali e dottrinari. La Chiesa non può che cercare di occultare la realtà inquietante degli abusi, dietro dichiarazioni ufficiali che lasciano il tempo che trovano. Essa sa bene che il problema non è costituito dalle deviazioni sessuali di singoli soggetti ma è in discussione il suo intero modo di concepire la realtà umana e la sessualità. . La Chiesa società perfetta aspira a rimanere sempre la stessa, semper eadem ergendosi al di fuori del tempo e della storia. Il progetto di una immobilità assoluta, viene realizzato al prezzo di vite umane, sofferenze e torture indicibili. Tale sacrificio, per le gerarchie clericali, sembra non essere poi così importante. Importante è che l’immagine di Gesù e di Dio legati da un matrimonio mistico con la Chiesa, rifulga imperitura nei secoli dei secoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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30 maggio 2014 -Feltrinelli Appia presentazione del libro Chiesa e pedofilia, il caso italiano” di Federico Tulli

30 maggio 2014 -Feltrinelli Appia presentazione del libro “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” di Federico Tulli.

http://www.radioradicale.it/node/6101633  (registrazione audio)

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Da l’Espresso

 

SCANDALI
Giovanni Paolo II, papa poco santo. Quanti silenzi sulla pedofilia
Wojtyla e l’allora cardinale Ratzinger conoscevano le denunce a carico del fondatore dei Legionari di Cristo Maciel Degollado, ma hanno taciuto per anni. In un libro, adesso anche in Italia, i documenti segreti
DI TOMMASO CERNO
16 maggio 2014

Giovanni Paolo II, papa poco santo. Quanti silenzi sulla pedofilia
L’amicizia tra Giovanni Paolo II e Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. E quell’ombra che s’allunga sul pontefice santo, accusato di avere ignorato per troppo tempo denunce, documentazioni, testimonianze che accusavano il sacerdote messicano di stupri su minorenni. Documenti segreti che sono stati pubblicati in Spagna, in un libro “La volontà di non sapere” stampato in poche migliaia di copie nel marzo 2012 e i cui diritti appartengono alla Grijalbo-Random House Mondadori. E tradotto in italiano dal professor Tommaso Dell’Era. Ne parla per la prima volta Federico Tulli nel suo nuovo libro “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (L’asino d’oro, pp. 273, euro 18).

Un capitolo è dedicato, infatti, alla santificazione di Karol Wojtyla, il 27 aprile scorso, e ai punti oscuri del suo pontificato. Uno su tutti, secondo Tulli, è racchiuso proprio in quelle pagine spagnole che Dell’Era ha tradotto e recensito. Ma di cui in Italia nessuno parla. Si dà conto per la prima volta dei “documenti segreti e inediti da cui emerge la consapevole complicità delle gerarchie vaticane a cominciare da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con il fondatore dei Legionari di Cristo, il sacerdote messicano”, scrive Tulli. Otto pagine sono dedicate, dunque, alle carte spagnole e alle riflessioni di Dell’Era, che analizza il comportamento dell’allora pontefice Giovanni Paolo II e del cardinale Joseph Ratzinger, prefetto per la Dottrina della fede, partendo da un dato di cronaca.
Tra il 1997 e il 1998, infatti, in Vaticano giunsero varie denunce ufficiali e dirette dei comportamenti di Maciel.

Due fra tutte: uno degli autori del testo spagnolo José Barba, legionario di Cristo dagli 11 ai 24 anni e in seguito docente universitario, si reca a Roma per presentare all’ex Santo Uffizio la denuncia contro il sacerdote messicano, dei cui comportamenti era stato testimone diretto. L’anno successivo un altro degli autori del testo spagnolo, Alberto Athie, scrive a Ratzinger e racconta della propria esperienza “che lo condusse ad abbandonare il sacerdozio di fronte al muro di omertà e silenzi eretto intorno alle sue denunce nei confronti del caso Maciel”, scrive ancora Tulli.

L’appello video consegnato a Papa Francesco da donne e uomini che quando erano minori hanno subito abusi da parte preti pedofili: “Chiediamo solo che Bergoglio ci dia delle risposte e faccia giustizia”

Eppure la risposta del cardinale non arriva. E quando finalmente giunge una lettera, i contenuti non sono di condanna. Omertà? Amicizia? Prudenza istituzionale? Fatto sta che la Chiesa nulla farà fino al 2005, poco prima dell’elezione a pontefice di Ratzinger, quando per la prima volta l’allora cardinale – pur con ritardo – apre la procedura degli interrogatori e avvia le verifiche sul caso denunciato da Barba e Athie. Pochi giorni prima di salire al soglio di Pietro.

Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, i due papi fatti santi

Quasi un atto dovuto visto che ormai lo scandalo pedofilia stava travolgendo la Chiesa. Eppure, secondo Tulli e Dell’Era, quel ritardo non è casuale. «Quello che per ora rimane, oltre a tutte le numerose testimonianze, sono le inaccettabili manifestazioni di lode e plauso che circondarono Maciel fino a pochi anni prima della sua scomparsa, avvenuta nel 2008: quelle di Giovanni Paolo II, che nel 1994 in occasione del cinquantenario della sua ordinazione, lo definì una guida efficace per coloro che lo seguirono», puntualizza il professore. Oppure di Tarcisio Bertone, il quale addirittura nel 2004, quando ormai le denunce erano pubbliche, “scrisse una prefazione a un libro-intervista al sacerdote, lodandolo per la sua dedizione alla Chiesa e il suo amore per Cristo (in cui, ad esempio, afferma che la chiave di questo successo è, senza dubbio, la forza di attrazione dell’amore di Cristo, che ha spinto sempre padre Maciel e la sua opera a non lasciarsi vincere dalle avversità, che non sono mancate nella loro storia). O ancora del papa polacco, che il 31 gennaio 2005 inviava un messaggio ai Legionari in cui esaltava l’opera di Maciel «contrassegnata dalla formazione della gioventù in solidi principi cristiani e umani».

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Presentazione libro Chiesa e Pedofilia. Il caso Italiano di Federico Tulli

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Preti cattolici ed il furto di neonati

THE GUARDIAN

 

Chile: Catholic priests investigated over stolen babies
Church leaders admit to knowing about scheme in which single mothers were pressured to give up their newborns for adoption

Matias Troncoso

Matias Troncoso

Jonathan Franklin in Santiago
theguardian.com, Thursday 15 May 2014 18.34 BST
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Matias Troncoso, a well-known Chilean photographer, is searching for his mother. He doesn´t even know what day he was born.
The Catholic church in Chile is under investigation over allegations that priests played a central role in a network that stole newborn babies from single mothers.

Police investigators are now probing dozens of cases in which unmarried women who became pregnant were pressured by priests to give up their child for adoption. Those who refused were anaesthetised during delivery and, upon awakening, told that the child had died. The healthy babies were hidden from their biological mothers and given away in order to be raised by married couples in “traditional” Catholic families.

Church leaders now admit they have known about the network for at least 10 years. Unlike in Spain and Argentina, where babies were stolen from families considered to be too poor or too subversive to raise the children well, the motivation in Chile was to shield the reputations of well-off families from the social stigma of unmarried motherhood.

Most of the cases now being investigated date from the 1970s and 1980s, but some were reported in 2005.

Chile’s child protection agency – Sername – has now opened an investigation and is working with detectives to determine how many children are involved.

Documents from the Sername investigation describe how parents were tricked into believing that their baby had died.

Matias Troncoso, 33, a well-known Chilean photographer, was one such baby. Troncoso always knew he was adopted, but when he began asking questions about his biological mother, the answers did not add up. His birth was not registered until he was six years old, and the clinic where he was born refused to release his records.

The doctor who delivered him was losing his memory, but enough details leaked out that Troncoso began to suspect a plot.

Last month his suspicions were confirmed when Chilean investigative news site Ciper reported the allegations. In a series of online articles, the collective’s reporters tracked down and documented an underground network of wealthy families, gynaecologists, social workers, lawyers and, at the heart of the scheme, Gerardo Joannon, a gregarious and popular priest.

Troncoso, who ended up as the single son of a loving, upper-class family, had nothing but praise for his adoptive parents and said they never hid the fact that he was adopted. But he was extremely critical of the role played by the church. “They had funerals with empty caskets,” he said.

Father Joannon has admitted working with 10 doctors who helped coordinate the adoptions. “A young single woman who had a baby was looked at very badly,” he said when confronted by Ciper reporters in March. “I wouldn’t say it scrubbed out their life, but it was something close to that. Nobody wanted to marry them.”

Joannon insists his role was limited. He told Ciper: “The only thing I did was put [the pregnant young women] in contact with a doctor who made the effort to find families that were desiring to have a child.”

Interviewed by a Chilean TV crew, Joannon declared, “I am not going to help [the investigation] with anything, I have nothing left to say.” Church officials then announced that Joannon has been ordered to refrain from speaking further about the cases, which investigators now believe involves six Santiago-area hospitals.

Father Joannon insists he only participated in underground adoptions in which the biological mother agreed to “donate” the baby to a second family. But at least one mother has said he pressured her to give up her child, and alleges that when she refused, he participated in the disappearance of her newborn daughter. A second mother described Joannon stalking the maternity ward, pressuring her to hand over her newborn.

Several other priests are alleged to have been involved in the scheme, but have not been named.

Catholic leaders in Chile have distanced themselves from Joannon. His weekly mass was suspended in April and Alex Vigueras, a spokesman for the church said it was clear that the babies were taken without consent. “What I find most troubling is to have said that the children died, knowing that it was not the case.”

Vigueras said that Joannon and the baby-snatching ring had “committed an injustice … various rights have been violated.” In a communiqué from the church, Vigueras promised to collaborate with investigations by Chilean law enforcement agencies.

A website set up by victims has logged dozens of alleged cases. Some of the inquiries come from parents looking for their children and others from children looking for their parents.

“Joannon made the contacts but he is just one lead on this problem,” said Arturo Fellay, whose wife is searching for her biological parents. “There are many other cases of boys and girls who were said to be dead and were taken away or given or sold to families under a secret that was kept for years.”

Asked about the ethics and honesty of holding funeral services for newborn children who in fact were alive, Joannon told reporters from Ciper, “I never held a funeral mass … these were masses where thanks were given to God for that day in which the young woman made such a tremendous sacrifice.”

Pressed with evidence by parents that funeral services were indeed held, Joannon then said he was “sure that [the baby] was dead. The doctor told me [the baby] was dead.”

Troncoso, the photographer who is now searching for his biological mother wants answers. “I don’t know my birthday. I don’t know my [biological] mother” he said. “These woman entered the clinic. They were put to sleep and when they woke up were told ‘Your baby has died.’ Basically it was kidnapping.”

Troncoso says he is not interested in filing criminal charges. “Justice is not just the whip of vengeance,” he said. “It’s essentially about truth. How can you take a baby from a mother and convince yourself that you are doing a good deed?”

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Pedofilia e Vaticano

Terribile atto di accusa delle vittime che rivela il volto nascosto delle Gerarchie Ecclesiastiche

 

 

 

Papa Francesco contro le scienze della mente: “Meglio la Madonna che psichiatri e psicologi E per i preti pedofili meglio la preghiera della galera
maggio 13, 2014 – Cronaca Notizie –
Risponde a seminaristi dei collegi romani

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Libro delirante

 

(ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO,12 MAG – “In questo tempo di tanta psichiatria e psicologia non sarebbe meglio andare dallo psichiatra?” è la domanda che ogni tanto il Papa si sente fare dai sacerdoti.”Non lo scarto ma prima di tutto bisogna andare dalla Madre,la Madonna, perché a un prete che si dimentica della madre nei momenti di turbolenze qualcosa manca”.Così il Papa nell’incontro con rettori e alunni dei convitti romani. Il Papa sottolinea che ‘il popolo non perdona al suo pastore l’amore per i soldi e la vanità”.foto

Roma, 26 dic. – (Ign) – “Berlusconi per me è un amico prima che il capo di governo, la sua non è retorica né opportunismo“. Don Pierino Gelmini ha apprezzato molto l’intervento telefonico del premier allaComunità Incontro riunita in occasione del Natale. Fra il premier e Don Gelmini c’è una lunga amicizia e ogni anno Berlusconi è solito intervenire agli incontri della comunità. “Quest’anno però, dopo l’aggressione subita a Milano, avevo paura che non sarebbe intervenuto” spiega don Gelmini. E invece il premier ha voluto dimostrare ancora una volta l’affetto che lo lega al fondatore della comunità Incontro. “Io sono amico di Berluscon i – spiega don Pierino – lui mi ha aiuitato davvero molto, grazie a lui abbiamo potuto portare molti aiuti alle popolazioni della Thailandia colpite dallo tsunami del 2004″.

A Don Gelmini è piaciuto molto il riferimento che Berlusconi ha fatto all’amore “che vince su tutto“. “La sua non è retorica né opportunismo e per me lui è un vero amico, prima che il capo di governo“. Ed aggiunge rivolto al suo amico Silvio : “Io ti voglio bene e vorrei dirti ti amo‘.

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A Don Pierino, peraltro, gli deve essere piaciuta ancor di più una valigia di denaro ricevuta da Berlusconi tempo fa con la benedizione del sindaco di Amelia ( centrosinistra) con circa 1 milione di euro con cui ha acquistato 25 etteri terreno.

Vediamo allora come si è sviluppato questo amore tra i due plurinquisiti in odore di beatitudine.

Quel che a molti non è chiaro è chi sia veramente questo prete accusato di violenza sessuale anche a minori , con decine di testi a sfavore.

Non è la prima volta che Don Pierino Gemini ha dimostrato un certo feeling con le valigie di denaro, come quando in Vietnam si appropriò di grosse somme appartenenti alla vedova del presidente Diem.

Tutto nacque dal fatto che ebbe dei guai con la Curia a Roma che lo diffidò perché amava farsi chiamare “monsignore» senza esserlo ( vedi delle volte cosa ti combina l’amore per se stessi? ), e per questo motivo sparì dalla circolazione.

Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

Tornando ai suoi inizi, nel 1965 , il sacerdote aveva comprato la splendida tenuta di Caviggiolo con tanto di maniero e riserva di caccia a Barberino del Mugello, sull’Appennino toscano. I giornali dell’epoca raccontano che gli assegni per 200 milioni di lire (del 1965) consegnati alla Società Idrocarburi per l’acquisto erano scoperti e il tribunale inflisse tre mesi di galera a don Pierino.

Tempo dopo fu invece l’amore per le belle macchine a fregarlo : quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta , era il 13 novembre 1969 , nella sua splendida villa all’Infernetto, alla periferia lussuosa di Roma, lo scovarono grazie ad una bella Jaguar che teneva in bella vista nel proprio giardino e per la quale nell’ambiente era ormai conosciuto come “Padre Jaguar“.

Cominciò intanto ad occuparsi di tossicodipendenza – dicono le biografie ufficiali – ma la maggior parte del tempo lo passava a trescare con truffe ed assegni a vuoto.

Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires raccontava a tutti della sua nuova vocazione per la strada ed i tossici, ma i resoconti di giustizia dicono un’altra verità , ovvero che in realtà si occupava d’altro ed infatti fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto e truffa.

Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che avrebbe dovuto costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura per riuscire ad interrogarlo.

In extremis accettò di farsi sentire dal giudice, poco prima di divenire un ricercato.

Non pare infatti ami molto i magistrati ed anche questo influisce nell’amore che nutre per il papi.

Insomma ha sempre avuto molti guai con la giustizia per fatti che risalgono al periodo 1969-1977, tutte cose che ha fatto eliminare dalla sua biografia ufficiale ; è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.

Piccola divagazione: anche voi a questo punto avete la strana ma netta sensazione che alla Chiesa si turino spesso il naso quando si tratta di perdonare gente capace di attrarre comunque denaro, vero?

Il pensiero va ad esempio ad Enrico De Pedis , banda della magliana, sepolto in SantApollinare, oppure a Marcinkus , ma ne riparleremo…

In quel periodo va detto che don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante fratello, padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.

Dopo la fuga dal Vietnam dovette poi tornare a rotta di collo in Italia e qui l’aspettavano al varco per regalargli 4 anni di carcere per le pendenze arretrate, era il luglio 1971 ( Sempre preferibile a quel che gli avrebbero fatto in Vietnam, comunque, deve aver penato Don Pierino ).

Si legge da un ritaglio del Messaggero: « Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi»

Malignità del giornalista bacchettone e moralista?

A questo proposito, ripeto, le biografia poi saranno tutte ripulite, non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte, lo arrestarono di nuovo.

Resta impigliato in una truffa, è additato insieme all’altrettanto celebre fratello, Frate Eligio, il cappellano del Milan considerato una sorta di Madre Teresa dei ricchi. Questa volta finì in carcere ad Alessandria insieme a “padre cachemire”, quindi, per le presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa.

Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.

Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa descrivevano la villa così come era all’inizio, ciò significando che un certo volume di entrate non si erano mai finterrotte e certi agi erano sttai mantenuti : «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore’ maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».

Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci ed Amelia ma questa è la storia conosciuta.

Anche lì , comunque, tra le pieghe delle ricostruzioni ufficiali si scopre che il vizietto per l’illecito e le manie di grandezza continuarono senza soluzione di continuità ed a parte un periodo in cui il sindaco di Amelia fu Luciano Lama, ebbe sempre il favore politico dei socialisti craxiani di allora e della destra successivamente , per far man bassa di piani edizi, divieti e vincoli.

Coloro che lo hanno incontrato od intervistato raccontano di culto della personalità , di body guard armati di pistola, di macchinoni di lusso (un vizio antico), di disparità nel trattamento degli ospiti, di violenze fisiche e morali, ma anche di cifre gonfiate a beneficio della sua immagine pubblica.

Si parla di 164 sedi residenziali in Italia e invece sono 64, di 180 gruppi d’appoggio che in realtà sono una ventina, di un turnover residenziale di 12 mila persone (turnover in cui sono comprese anche le semplici richieste di informazioni), di 126.624 ingressi in comunità tra il 1990 e il 2002, mentre attualmente si registrano non più di 20 o 30 colloqui al mese, il che significa al massimo 360 ingressi all’anno.

Sulle violenze fisiche e psicologiche ai reclusi credo invece che siano tutte conseguenti al metodo educativo repressivo alla Muccioli più che il sintomo di indole violenta del prete. Dico questo perchè mi è capitato per lavoro di dover conoscere il meccanismo interno alle comunità e pur essendo contrario a certi metodi, non per una personale visione buonistica ma per un ragionamento sulla loro inefficacia, conosco la buona fede e lo scrupolo con cui molti lavorano in queste realtà e non mi va di dare giudizi con l’accetta.

Negli anni ci sono state ancora altre circostanze ed episodi illeciti ( 1988, Abuso nell’uso dell’anello vescovile – 1991, Omicidio e prime indagini su abusi sessuali ) nella sua vita ma la vera doccia fredda arriva nel 2007 quando si apprende che Don Pierino è indagato dalla procura di Terni per presunti abusi sessuali avvenuti tra il 1999 ed il 2004, periodo in cui due delle vittime erano all’epoca minorenni.

La questione è delicata perchè vi sono decine e decine di testimoni che asseriscono che il prete avrebbe molestato ed usato violenza a diversi ex ospiti, compresi alcuni minori della sua comunità. Va detto che tali soggetti , specie nella fase acuta di dipendenza , possono essere in astratto considerati in possesso di scarse o comunque ridotte capacità di intendere e di dovere, talvolta addirittura nulle. Del resto gli stessi possono subire in maniera distorta e morbosa la medesima figura carismatica del “salvatore” della comunità. Tali aspetti peculiari hanno peraltro valenze neutre ed imprevedibili in un processo penale che voglia calarsi, per capire bene , dentro il meccanismo sociale della comunità.

Invece non mi stupisce affatto la reazione di Don Gelmini allorchè in una dichiarazione attaccò duramente tutti, giudici e presunte lobby sioniste e di sinistra.

Poi come il suo amichetto dell’amore, ha smentito e chiesto scusa ( perdendo il patrocinio di un arrabbiattissimo avvocato Coppi ) agli ebrei per alcune frasi che, chiarisce, gli sono “sfuggite” ed ha precisato, in un’intervista al Gr1, il senso delle sue dichiarazioni: “Se l’ho detto mi è sfuggito ma intendevo dire ‘ lobby massonica radical-chic ‘“.

Come si vede in conclusione – tralasciando di emettere giudizi sulla natura ed efficacia delle sue comunità – è certo che anche il prete abbia una storia giudiziaria nutrita ed interessante alla luce della quale non vedo proprio come stupirsi delle telefonate natalizie del premier, nel senso che non saprei chi dei due avrebbe dovuto sentirsi più imbarazzato per l’altro…

Questi due pregiudicati e plurinquisiti amici del partito dell’amore hanno in comune diverse cose che ne fotografano i rapporti in maniera sufficientemente precisa ed esaustiva.

Non serve aggiungere altro

Crazyhorse70

 

Il massone Alessandro Meluzzi si fa diacono cattolico
In un libretto appena stampato da Piemme, “I Vip parlano di Dio”, nel quale Paolo Gambi intervista una dozzina di personaggi, da Magdi Allam a Fiamma Nirenstein, da Giorgio Albertazzi ad Anna Falchi, da Pupi Avati a Ornella Vanoni, c’è una pagina che fa sobbalzare.

Alessandro Meluzzi, psicologo, autore televisivo, ex parlamentare, massone dichiarato ed iscritto alla loggia Ausonia di Torino, annuncia – questione di giorni – che “mi voterò negli anni che mi restano da vivere a fare il diacono permanente nell’ambito della Chiesa greco melchita cattolica”.

A scanso di equivoci, Meluzzi ribadisce che “sarò consacrato in una Chiesa di rito greco, ma di obbedienza romana”. E aggiunge:

“Secondo il diritto canonico, al quale non posso non adeguarmi come futuro ordinato, io dovrò entrare in sonno, con grande dolore, senza rinnegare nulla di quello che ho fatto. Ne ho parlato a una riunione di una loggia a Massa Marittima con molti fratelli che piangevano e si chiedevano perché”.

“In sonno” vuol dire che Meluzzi, una volta consacrato diacono, la smetterà con la massoneria attiva.

Il che non toglie che lui non s’è mai ritenuto in colpa, da massone attivissimo. All’intervistatore che gli legge la notifica del 1983 dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, secondo cui “i fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla santa comunione”, risponde:

“Questa definizione di associazioni massoniche però rimanda a una definizione dove venivano elencati gli elementi [contrastanti con la fede cristiana]. Io non ho mai empiricamente constatato alcuna di quelle cose, quindi ritengo di non aver fatto alcun peccato grave”.

 

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Schermata 05-2456779 alle 13.13.05Scheda del libro
Federico Tulli

Chiesa e pedofilia, il caso italiano
Sebbene siano circa 150 i casi di pedofilia clericale accertati dalla giustizia negli ultimi anni, l’Italia rimane l’unico tra i grandi paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno mai nemmeno ipotizzato di istituire una commissione nazionale che indaghi sulle dimensioni del fenomeno. Un atteggiamento che denota scarsa sensibilità di istituzioni, laiche e religiose, e dell’opinione pubblica verso un problema che non è più possibile ignorare. E invece accade anche che la Conferenza episcopale decida di non obbligare i vescovi a denunciare alla magistratura italiana i responsabili di abusi. Come mai?
Analizzando la matrice culturale e ‘politica’ dell’atteggiamento reticente dei vertici della Chiesa, e avvalendosi dell’aiuto di esperti che tracciano anche l’identikit del pedofilo, l’autore fa luce con una documentata ricerca sui crimini di matrice clericale commessi in Italia dal 1860 in poi. Un’inchiesta che si intreccia con le accuse rivolte dalla Commissione Onu sui diritti dell’infanzia alla Santa Sede per non aver mai organizzato politiche di contrasto alla pedofilia. Gli atti di questo storico ‘processo’, terminato a Ginevra all’inizio del 2014, sono tradotti in italiano per la prima volta in questo libro: chiamano in causa le responsabilità di Ratzinger, Wojtyła e Bergoglio, e contengono forti critiche che sono state rispedite al mittente con sdegno. Ma finché la Chiesa continuerà a ritenere l’abuso un’offesa a Dio e non un crimine contro gli esseri umani più indifesi, è impossibile credere a una vera svolta.

 

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“Chiesa e pedofilia: il caso italiano” di federico tulli

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Pensare è una solitudine

 

Nella solitudine si realizza l’identità ed il pensiero  come capacità di separazione dagli altri

Chi  non accetta la solitudine, una distanza  dagli altri che non è annullamento,  non riesce a pensare

“Il solipsismo” non è la solitudine  così come  non lo è  l'”autismo” nel senso di  Eugene Bleuler: quest’ultimo è un deragliamento del pensiero. Per il solipsista   solo la sua presenza nel mondo conta ed è reale. Scriveva Wittgenstein << Allo stesso modo che la mia rappresentazione è il mondo, così la mia volontà è la volontà del mondo>> Il soggetto “autistico” vive il distacco e l’isolamento dagli altri,

Pensare è realizzare l’esistenza del mondo umano dentro di sè che emerge nelle immagini e nelle parole.

 

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tutto ciò ch ein noi è umano

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tutto ciò che é in noi é umano

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Il delirio secondo Ludwig Binswanger ed Heidegger

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Non c’è nessun affaire Heidegger

Pubblicato il 2 marzo 2014 · in AlfaDomenica · 10 Commenti
heidegger
François RastierI
l carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri(Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli (cfr. GA, tomi 93 e 94, che vedranno la luce nel marzo 2014).Non c’è dubbio che Heidegger, dopo la guerra, avesse riscritto i suoi testi meno equivoci ammantandosi in un peculiare ermetismo. La sua famiglia e i suoi editori, per di più, hanno proibito sino ad oggi di accedere ai suoi archivi. Heidegger stesso, tuttavia, aveva pianificato già prima di morire la pubblicazione delle sue opere complete predisponendone l’uscita secondo un processo di radicalizzazione progressiva: così se nel 2001 fu pubblicato un testo nel quale si esortava a portare a compimento lo «sterminio totale» del nemico interno oggi si annuncia, per completare quel ciclo, la pubblicazione di nuovi volumi che riuniscono iQuaderni Neri. Gli estratti resi pubblici dal dicembre 2013, riprendono negli stessi termini le identiche tesi di Hitler e Rosenberg riguardo al «dominio mondiale giudaico».Stranamente il curatore dei Quaderni Neri – Peter Trawny, direttore dell’Istituto Martin Heidegger – sembra prender le distanze, scrivendo che questo dominio è «per metà immaginario» (Le Monde, 2o gennaio 2014): ma il suo è un modo sottile per affermare che è almeno per metà vero. Senza dubbio i brani citati sono antisemiti; scegliendoli, però, Trawny sembra fare inevitabili concessioni all’antisemitismo (che in apparenza considera come alcunché di banale e veniale) per evitare di affrontare la questione del nazismo. Chiediamoci allora: davvero l’albero antisemita può nascondere la foresta nazista?Paradossalmente Heidegger supera a destra l’hitlerismo, ricorrendo a una radicalizzazione metafisica dell’antisemitismo. L’immagine drammatizzata del mondo contemporaneo e della modernità scientifica e tecnica che ci presenta è infatti legata essenzialmente alla sua concezione degli ebrei e del loro dominio mondiale (Weltjudentum): se persino Trawny, nella sua curiosa apologia, ricorre al confronto fra l’intento heideggeriano e i Protocolli dei savi di Sion allora questo dominio cessa di esser nascosto nell’oscurità di un complotto, manifestandosi alla luce del sole proprio nello sviluppo tecnico-scientifico.Nelle sue denunce, allora – come quella nei confronti delle dighe che sfigurano il bacino tedesco del Reno – era possibile cogliere una banale continuazione del Kulturpessimismusdel periodo bismarkiano, ma l’innovazione di Heidegger consiste nel considerare lo stato del mondo moderno come il risultato del dominio ebraico. In questo modo generalizza la teoria dell’essere-assieme – teoria legata al mondo degli affari, al commercium (cfr. Sein und Zeit, § 13). Il mondo ebraicizzato resta nell’oblio dell’Essere non soltanto perché gli ebrei, privi di patria e cosmopoliti, sono anche privi di un Dasein (letteralmente di un Esserci) – gli ebrei, infatti, non risiedono in alcun luogo specifico dunque continuano ad essere privi di mondo (Weltlos) – ma perché la modernità è dominata dalla «facoltà di calcolo e dal mercanteggiare», dal «dono esasperato per la contabilità», dalla «tenace abilità a contare» e dal «calcolo vuoto».Così il tema medievale dell’usuraio calcolatore, tutto intento a fare il conto dei denari di Giuda, finisce addirittura per esser trasposto alle scienze e tecniche contemporanee nella misura in cui questo mondo fondato sul calcolo ha bisogno delle matematiche e si fonda sui loro modelli – al punto da concretizzarsi nell’orribile tecno-scienza della cibernetica. L’estensione senza precedenti di uno stereotipo odioso, così, è sufficiente a condannare il mondo moderno e a sostenere che «la scienza non pensa» (dato che è incarnata e resa tecnologica dagli ebrei).Nel 1949, nella conferenza dal titolo Die Gefahr, Heidegger sostenne, che estendendo il suo dominio sul mondo la tecno-scienza fu anche responsabile dello sterminio. Gli ebrei tuttavia non sono stati uccisi, e del resto la loro scomparsa non è degna di esser chiamata morte: da una parte, poiché rimangono confinati all’ambito degli enti, non hanno alcun rapporto con l’Essere e dunque non vivono – quasi fossero accidenti senza sostanza; dall’altra, soprattutto, è la tecnica l’unica vera responsabile della loro scomparsa e ciò giustifica la reiterata immagine dell’industrializzazione (motorisierteFabrikation, cfr. GA, 79, p. 27), destinata a esaudire la speranza heideggeriana che l’ebraismo «si escludesse da sé», come semplice effetto collaterale della Machenschaft (‘regno dell’efficienza’) di cui è il principale responsabile.La pregnante metafora industriale, più volte ripresa da Hannah Arendt ad Agamben, ha contribuito al ritardo che caratterizza la storiografia dello sterminio – sino al punto da indurre trascurare, per mezzo secolo, quella che sarebbe stata chiamata la “Shoah delle pallottole”. Anche se trasformata, insomma – posto che assassinare non significa produrrecadaveri – la metafora ha continuato ha sostenere il luogo comune secondo cui la modernità tecno-scientifica era responsabile dello sterminio.Non c’è dubbio che Heidegger continua ad essere celebrato come un profondo pensatore della tecnica, e le citazioni laudatorie a tal riguardo abbondano ovunque. Ma pensare vuol forse dire condannare tout court, rinunciando a qualunque presa di distanza critica? Formatosi in un periodo nel quale la filosofia accademica temeva che le scienze usurpassero i suoi oggetti di studio, Heidegger sceglie di far ritorno alle tradizioni scolastiche della storia dell’Essere e della differenza ontologica; il suo intento però è creare il vuoto attorno ad esse, perseguendo il progetto antiumanista di eliminazione dell’etica e dell’antropologia filosofica ma anche degli oggetti di studio rivendicati dalle scienze sociali – come la diversità delle culture e delle lingue, posto che il tedesco gli è sufficiente per dire e pensare ogni cosa – fino alle scienze della natura e della vita (fatta eccezione per la Rassenkunde [‘conoscenza delle razze’] tedesca) e senza trascurare, naturalmente, le discipline logico-formali.Se questa brutale chiusura ha favorito l’oscurantismo delle adesioni settarie, la cosiddetta filosofia heideggeriana dell’Identico si fonda su vuote tautologie ontologiche che tradiscono l’ossessione identitaria persino nelle loro stesse ripetizioni; tuttavia escludendo qualunque alterità e, dunque, privandosi di oggetto il solo obiettivo che le rimane consiste nel diffondere l’odio identitario, che oggi esplode tanto nell’opera del Maestro quanto nell’attualità che ci circonda.Trawny ritiene che in quegli anni le idee antisemite fossero diffuse (ma da chi? forse che si tratta solo di una patina vintage?), e tuttavia sostiene anche che con la volontà di pubblicare le proprie Heidegger dà prova di una «notevole libertà di pensiero». Così discolpato, Heidegger continua ovviamente a rimanere «uno dei più grandi pensatori del XX secolo». Gli heideggeriani francesi, i quali pure sono soliti ribadire il medesimo giudizio di Trawny, se la prendono con lui giudicandolo un carrierista che ripete sempre una stessa «fesseria» (François Fédier). In Francia, infatti, traduzioni “lenitive” ed eminenti commenti hanno fatto di Heidegger un inevitabile autore di riferimento.Eppure la divergenza fra le due posizioni, a ben vedere, è di natura esclusivamente tattica: mentre i francesi si sono ormai da molto tempo chiusi in un ostinato diniego, Trawny ha capito molto bene che Heidegger, ipotizzando a coronamento della sua opera completa la pubblicazione di nove volumi dal carattere scopertamente nazista, pensava – ahimé, non senza qualche ragione – che sarebbero stati accolti come una mareggiata in periodo di carestia, e scommetteva sul superamento di un hitlerismo invecchiato, finalmente vinto da un ultranazismo attualizzato e ormai privo di complessi. Ora che il negazionismo ha fatto il suo tempo, insomma, siamo giunti nell’epoca dell’affermazionismo.A giudicare della prime reazioni, le ripercussioni nel mondo accademico su scala internazionale saranno notevoli. L’antirazionalismo militante, il rifiuto dell’etica e la sopravvalutazione dell’estetica, il ripudio della tecnica e del pensiero scientifico: tutto questo ha sedotto radicalismi universitari di destra e di sinistra che da decenni si riconoscono nel programma heideggeriano dell’Abbau, la ‘distruzione’, nota con la denominazione eufemistica di “decostruzione”.Non appena Heidegger ha sviluppato uno stile oracolare, pomposo e accortamente ipnotico, ricodificando nel vocabolario dell’ontologia le categorie del nazismo, non si è più saputo o voluto individuarvi il doppio linguaggio da lui stesso rivendicato in privato. L’affaireHeidegger, in definitiva, finisce per ridursi all’accecamento (talora complice) di vari ambiti accademici e molti intellettuali di fama.

Ma una filosofia che fa appello al massacro è davvero diversa da un’ideologia pericolosa? Di fatto alcuni ultranazionalisti russi di rilievo, come Alexandr Dugin, o islamisti come Omar Ibrahim Vadillo si fondano già da tempo su Heidegger per proclamare la superiorità razziale e la guerra totale. Se questo è il panorama nero programmato da Heidegger, allora la radicalizzazione inscritta nel suo progetto editoriale può addirittura assumere un valore educativo, ergendosi a interprete di un antisemitismo rinnovato ma anche di un nazismo radicalizzato e filosoficamente legittimato.

 Traduzione italiana di Antonio Perri

 

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