Psichiatria

Jeffrey Masson e la violenza nell’uomo e negli animali: la parabola di un “gigolò” intellettuale

cropped-jeffs-photosRicordate  o comunque conoscete Jeffrey Masson autore di “Assalto alla verità” (1984) ed di “Analisi Finale”( 1993)? Dagli Archivi freudiani di cui avrebbe dovuto diventare direttore con il diritto di vivere nella casa che fu di Sigmund ed Anna Freud è approdato allo studio degli animali dopo aver tentato di dimostrare che Freud era un disonesto. Credo che negli anni 80 si sia incontrato anche con L’Analisi collettiva. Alla storia di Masson ha dedicato un saggio, molto documentato  Paolo Migone, condirettore di “Psicoterapia e Scienze umane”,  in Psychomediahttp://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt2002.htm

Sulla  controversa questione dell’espulsione dagli Archivi Freudiani ha scritto un libro, con informazioni estremamente dettagliate Janet Malcom “In the Freud Archives (1984). Masson la trascinò in giudizio perché contestò che lui avesse mai usato l’espressione ” gigolò intellettuale”.  Janet  Malcom vinse la causa in appello dopo dieci anni. Nel libro della giornalista  Jeffrey viene sottilmente ritratto come una personalità narcisistica incline alla manipolazione, a comportamenti autodistruttivi, che tendeva a svuotare di significato tutto ciò con cui veniva  a contatto. Noi potremmo dire che ha combattuto una causa giusta com mezzi ed atteggiamenti sbagliati finendo per allontanarsi dal “mondo umano” e dalla realtà dell’inconscio a cui sembrava voler dedicare la sua vita. Nel suo libro “Against therapy” (2012) against-therapy

Masson finisce in posizioni antipsichiatriche vicine pericolosamente a Thomas Sasz che sosteneva che la malattia mentale è un mito.  Non esisterebbe  la malattia  mentale e conseguentemente nemmeno la cura. Ogni psicoterapia sarebbe  un abuso. Meglio occuparsi di ciò che non è umano:  gli animali non possono contestare le tesi sulla violenza in quanto non dotati di linguaggio articolato.  L’estabilishement delle istituzioni psicoanalitiche  viene ritratto, nel libro della Malcom,  in tutta la sua ambivalenza ed interessata ipocrisia. L’incredibile “infatuazione” di Kurt Eissler, figura dominante della psicoanalisi americana ed eminente creatore  degli Archivi ,  per il giovane ed aitante professore di sanscrito, suo successore in pectore,  ha messo poi  a nudo la fragilità dell’ideologia freudiana e la sua vulnerabilità teorica: la storia del rapporto fra Freud e Fliess, che traspare in controluce dietro quello di Eissler e Masson,  non è mai stata in verità né  compresa , né di conseguenza elaborata e superata.

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Tutta la vicenda si presterebbe ad una ulteriore ed approfondita  elaborazione dato il suo grande interesse teorico  ed ia statura dei  personaggi  implicati.

Propongo una libera traduzione dall’inglese dell’ultimo post presente nel blog di Masson.masson

 

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Intervista con Jeffrey Moussaieff Masson a proposito del suo ultimo libro

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Oggi Jeffrey Moussaieff Masson parlerà del suo nuovo libro , “Bestie : Cosa gli animali possono insegnarci sulle origini del male umano” , pubblicato questo mese da Bloomsbury Press . Jeff ha scritto sulle emozioni degli animali per 20 anni . I suoi libri , Elephants Weep ( 1996) e Dogs Never Lie About Love (1998 ) hanno ciascuno venduto oltre 1.000.000 di copie . Jeff è una delle persone più brillanti che abbia mai avuto l’onore di conoscere e con cui ho lavorato. Il suo intelletto è tanto appassionato e di ampio respiro . L’anno scorso , quando lo ho visitato nella sua casa di Auckland , in Nuova Zelanda , ha passato 3 giorni ad inveire contro il concetto di male di Hannah Arendt. ( A quanto pare il popolo neozelandese non si occupa particolarmente di questo argomento)

Di tutti i libri di Jeff sugli animali , questo sembra arrivare al cuore del problema dei confini morali che separano gli umani dagli animali . Jeff inizia con un’osservazione che illustra il puzzle che questo libro cercherà di risolvere. Egli dice : “Ci sono due grandi predatori del pianeta con i più complessi cervelli esistenti in natura : esseri umani ed orche . Solo nel XX secolo , uno di questi animali ha ucciso 200 milioni di membri della propria specie , l’ altro nessuno . Perché? ”

ANDY : Jeff , abbiamo lottato con il titolo di questo libro per anni . E penso che siamo entrambi abbastanza contenti. Sembra che ci sia una certa ironia però. Puoi spiegare cosa intendi per “bestie”? Come le espressioni che usiamo riferendoci agli animali mostrano il nostro equivoco di fondo ?

JEFF : Troppo spesso , al fine di insultare qualcuno, diciamo che si è comportato come una bestia , o un animale . Stavo leggendo “Into the Whirlwin” di  Eugenia Ginzburg , sulle terribili prigioni dei gulag , e mi sono imbattuto in questa frase : ” Ho spesso pensato al dramma di coloro da cui è dipesa l’organizzazione l’epurazione del 1937. Passo dopo passo mentre seguivano le loro routine direttive, hanno compiuto tutto il percorso che porta dalla condizione umana a quella delle bestie . “Pensate a tutte le volte che descriviamo gli esseri umani come una sorta di animali al fine di sminuirli. Così chiamiamo qualcuno parassita , verme , serpente , lupo , bestia assetata di sangue (il mio preferito ) , scimmia , cagna  o  maiale .

ANDY : Come in molti dei tuoi libri , si tenta di mettere in evidenza il contrasto fra il regno di pace degli animali con gli orrori del comportamento umano che si manifestano nel corso della storia . Ma ci sono numerosi esempi di animali che fanno violenza agli esseri umani ed a loro stessi. Forse stai esagerando la differenza.

JEFF :Essi fanno violenza a noi e agli altri animali , di sicuro . Ma non fino al livello raggiunto da noi quando facciamo violenza a loro e l’uno all’altro . La disparità è sconvolgente. Non vedo gli animali come dei santi (i santi umani non sono santi ) , ma essi non sembrano spingersi, per esempio , a sterminare tutti i membri di un gruppo diverso sia che si tratti di tigri, di elefanti o di coccodrilli.

ANDY : Ogni volta che espongo la tua tesi , molti si rifanno sempre all’esempio degli scimpanzé come animali che sembrano impegnarsi nella violenza gratuita . Non è questo in contrasto con le tue idee ?

JEFF : Sì , in una certa misura . Nel libro analizzo questo in dettaglio . Jane Goodall è la prima persona che ha studiato la violenza degli scimpanzé e lei sarebbe anche la prima a riconoscere che non è semplicemente sulla scala della violenza umana . Credo che sia così scioccante perché così inaspettata . Ci aspettavamo che gli scimpanzé fossero più simili ai bonobo ! Questi ultimi sono una specie di scimpanzé ,  strettamente simili a noi come gli altri , ma completamente pacifica . Essi sono stati studiati, ma non ancora a fondo come i più violenti scimpanzé. Sono guidati da femmine, e questo può essere il motivo ( voglio dire, perché sono meno violenti e perché sono stati meno studiati ! ) .

ANDY : Uno dei temi di cui parli qui e nei libri precedenti è che gli animali , a differenza dell’uomo , non  non riconoscono l’alterità . Per un cane , un altro cane è solo un cane , non una specie differente . Ma per gli esseri umani , l’idea di ” altro” ha creato ogni sorta di orrore. Sono affascinato dal tuo aneddoto “l’ultimo kantiano in Germania ” . Lo puoi raccontare anche a noi?

JEFF : Sì, è uno dei miei aneddoti preferiti, ed è vero . Ed è profondo. Emmanuel Lévinas , il filosofo francese ebreo e sopravvissuto all’Olocausto , era in un campo di lavoro per ufficiali , alla periferia della città di Hannover . Quando il suo gruppo marciava fuori del campo  i suoi appartenenti sono stati trattati con disprezzo , visti  come ” parassiti “, cioè “non umani” . Con una sola eccezione: un cane randagio che aveva trovato la sua dimora nel campo. Ogni giorno , quando i prigionieri tornavano al loro accampamento nella foresta, il cane salutava la fila di uomini con grande entusiasmo e cordialità. Era sempre felice di vederli. Lui era lì la mattina al raduno , e li aspettava al ritorno, saltando su e giù e abbaiando di gioia . ” Per lui , ” Lévinas osserva , “non c’era alcun dubbio che eravamo degli uomini . ” Levinas ha immortalato il cane più tardi con l’appellativo dell’ultimo kantiano nella Germania nazista . Questo cane , come il grande filosofo Immanuel Kant , e tutti i cani , ha capito che gli esseri umani sono un fine in sé , e non un mezzo per un fine .

ANDY : Questo libro analizza audacemente la natura della malvagità umana contrapponendo il nostro comportamento a quello degli animali . Ma un’obiezione in po’ maligna è doverosa . Gli esseri umani hanno una sorta di compassione che non troviamo nel mondo animale. Perché è così?

JEFF : Non lo so , ma è vero . Nessun animale è diventato un medico specializzato in esseri umani, o costruito un ospedale per prendersi cura degli esseri umani. Siamo in grado di mobilitare centinaia di altri esseri umani per la ricerca di un cane smarrito. Singoli cani possono effettuare ricerche per noi  , ma non implorerebbero altri cani di unirsi a loro . Sono sicuro che ognuno può portare esempi di questa qualità umana, la compassione , tra cui, ovviamente , il movimento di migliaia di persone per i diritti degli animali . Alcuni di noi , da carnivori sono diventati vegani . Nessun’altra specie di predatori in natura ha mai rinunciato alla carne per ragioni morali !

ANDY : Jeff , un’ultima domanda . Alla fine del libro si riportano le idee esposte da Steven Pinker nel suo controverso lavoro, “I migliori angeli della nostra natura”. Egli sostiene che la violenza umana nel mondo moderno è diminuita . Sei d’accordo . Vuoi commentare ?

JEFF Nel mio libro c’è un’appendice dove cerco di rispsondere a questa domanda con una certa ampiezza . Oltre a fornire una versione distorta della preistoria, sicuramente è strano , nel libro di Pinker sostenere che la violenza sta diminuendo in tutto il mondo. Non si menziona Srebrenica , il genocidio ruandese , Pinochet in Cile , la giunta in Argentina ( o in Brasile o in Grecia ) ; nessuna voce troviamo riferita al colonialismo, all’ex Jugoslavia, ad Haiti ,alla Repubblica Dominicana  o a Robert Mugabe dello Zimbabwe; e  troviamo solo un accenno a Mussolini e due all’ apartheid  e si tace della violenza in luoghi come il Guatemala .

ANDY : Il 9 marzo alle 13:00 , Jeff presenterà il  libro con Daniel Ellsberg . Questo è un evento che non si deve perdere: si confronteranno due intelletti eminenti che hanno speso la loro vita cercando di capire come il male si manifesta nella storia dell’uomo . Bisogna davvero partecipare.

 

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Psichiatria

Suicidio e malattia mentale negli psichiatri

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Non ho trovato studi recenti sul rischio suicidario negli psichiatri in lingua italiana. In Inglese nel motore di ricerca dedicato alla medicina sono riportate analisi  che risalgono agli anni 70. Su questo problema, come sugli altri ad esso correlati, è stato steso un velo pietoso.

Cervello-macchina

Psychiatric illness in the medical profession: incidence in relation to sex and field of practice.

D. J. Watterson (abstract)

The overall incidence of psychiatric illness among the physicians of British Columbia during 1970-74 was 1.27% per year. The overall suicide rate was more than 36.5/100 000. Incidence was not dependent on sex or age. The two specialties with the highest incidence–ophthalmology and psychiatry–had previously been demonstrated to have significantly high rates of suicide. The highest incidence was among psychiatric residents; in other resident groups collectively the incidence was at the expected rate. Greater severity of illness and poorer prognosis was found in family physicians compared with specialists, although the incidence was the same in the two groups.

 

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1878673/?page=1

 

J Clin Psychiatry. 1980 Aug;41(8):261-3.
Suicide by psychiatrists: a study of medical specialists among 18,730 consecutive physician deaths during a five-year period, 1967-72.
Rich CL, Pitts FN Jr.
Abstract
This report is of suicide by psychiatrists from 953 suicides in 18,730 consecutive deaths of U.S. physicians during a five-year period 1967-72. It demonstrates that psychiatrists suicide regularly, year-by-year, at rates about twice those expected; and these differences are statistically significant.

Pietà or Revolution by Night 1923 by Max Ernst 1891-1976Why Shrinks Have Problems

Suicide, stress, divorce — psychologists and other mental health professionals may actually be more screwed up than the rest of us.
By Robert Epstein, Tim Bower, published on July 01, 1997 – last reviewed on June 14, 2012

 

In 1899 Sigmund Freud got a new telephone number: 14362. He was 43 at the time, and he was profoundly disturbed by the digits in the new number. He believed they signified that he would die at age 61 (note the one and six surrounding the 43) or, at best, at age 62 (the last two digits in the number). He clung, painfully, to this bizarre belief for many years. Presumably he was forced to revise his estimate on his 63rd birthday, but he was haunted by other superstitions until the day he died—by assisted suicide, no less—at the ripe old age of 83.

That’s just for starters. Freud also had frequent blackouts. He refused to quit smoking even after 30 operations to correct the extensive damage he suffered from cancer of the jaw. He was a self-proclaimed neurotic. He suffered from a mild form of agoraphobia. And, for a time, he had a serious cocaine problem
Neuroses? Superstitions? Substance abuse? Blackouts? And suicide? So much for the father of psychoanalysis. But are these problems typical for psychologists? How are Freud’s successors doing? Or, to put the question another way: Are shrinks really “crazy”?

I myself have been a psychologist for nearly two decades, primarily teaching and conducting research. So the truth is that I had some preconceptions about this topic before I began to investigate it. When, years ago, my mom told me that her one and only session with a psychotherapist had been disappointing because “the guy was obviously much crazier than I was,” I assumed, or at least hoped, that she was joking. Mental health professionals have access to special tools and techniques to help themselves through the perils of living, right?

Sure, Freud was peculiar, and, yes, I’d heard that Jung had had a nervous breakdown. But I’d always assumed that—rumors to the contrary notwithstanding;—mental health professionals were probably fairly healthy.

Turns out I was wrong.

Doctor, Are You Feeling Okay?

Mental health professionals are, in general, a fairly crazy lot—at least as troubled as the general population. This may sound depressing, but, as you’ll see, having crazy shrinks around is not in itself a serious problem. In fact, some experts believe that therapists who have suffered in certain ways may be the very best therapists we have.

The problem is that mental health professionals—particularly psychologists—do a poor job of monitoring their own mental health problems and those of their colleagues. In fact, the main responsibility for spotting an impaired therapist seems to fall on the patient, who presumably has his or her own problems to deal with. That’s just nuts.

Therapists struggling with marital problems, alcoholism, substance abuse, depression, and so on don’t function very well as therapists, so we can’t just ignore their distress. And ironically, with just a few exceptions, mental health professionals have access to relatively few resources when they most need assistance. The questions, then, are these: How can clients be protected—and how can troubled therapists be helped?

The Odd Treating the Id

Here’s a theory that’s not so crazy: Maybe people enter the mental health field because they have a history of psychological difficulties. Perhaps they’re trying to understand or overcome their own problems, which would give us a pool of therapists who are a hit unusual to begin with. That alone could account for the image of the Crazy Shrink.

Of the many prominent psychotherapists I’ve interviewed in recent months, only one admitted that he had entered the profession because of personal problems. But most felt this was a common occurrence. In fact, the idea that therapy is a haven for the psychologically wounded is as old as the profession itself. Freud himself asserted that childhood loss was the underlying cause of an adult’s desire to help others. And Freud’s daughter, Anna, herself a prominent psychoanalyst, once said, “The most sophisticated defense mechanism I ever encountered was becoming a psychotherapist.” So it’s only appropriate that John Fromson, M.D., director of a Massachusetts program for impaired physicians, describes the mental health field as one in which “the odd care for the id.” He chuckled as he said this, but, as Freud claimed, humor is often a mask for disturbing truths.

These impressions are confirmed by published research. An American Psychiatric Association study concluded that ‘”physicians with affective disorders tend to select psychiatry as a specialty.” (Curiously, the authors presented this as their belief, “for a variety of reasons,” without explanation.) In a 1993 study, James Guy, Ph.D., dean of the School of Psychology at Fuller Theological Seminary, compared the early childhood experiences of female psychotherapists to those of other professional women. The therapists reported higher rates of family dysfunction, parental alcoholism, sexual and physical abuse, and parental death or psychiatric hospitalization than did their professional counterparts. And a 1992 survey of male and female therapists found that more than two-thirds of the women and one-third of the men reported having experienced some form of sexual or physical abuse in early life. Freud seems to have been right about this one: The mental health professions attract people who have suffered.

Patients Can Really Ruin Your Daymaxernsticelandicmoss

So we’re starting out, it seems, with a pool of well-meaning but slightly damaged practitioners. Now the real fun begins.

Check out the numbers: According to studies published in 1990 and 1991, half of all therapists are at some point threatened with physical violence by their clients, and about 40 percent are actually attacked. Try to put this in context. A special, intimate relationship exists between therapist and client. So being attacked by a client is a serious emotional blow, perhaps comparable, in some cases, to being a parent attacked by one’s child. Needless to say, therapists who are assaulted get very upset. They feel more vulnerable and less competent, and sometimes the feelings of inadequacy trickle over into their personal relationships.

Let’s take this a step further. Imagine working with a depressed patient every week, without fail, for several years and then getting a call saying that your patient has killed herself. How would you feel? Alas, patient suicide is another hazard of the profession. Between 20 and 30 percent of all psychotherapists experience the suicide of at least one patient, again with often devastating psychological fallout. In a 1968 hospital study, psychiatrists reported reacting to patient suicides with feelings of “guilt and self-recrimination.” Others considered the suicide to be “a direct act of spite” or said it was like being “fired.” Whatever the reaction, the emotional toll is great.

Virtually all mental health professionals agree that the profession is inherently hazardous. It takes superhuman strength for most people just to listen to a neighbor moan about his lousy marriage for 15 minutes. Psychologists, of course, enter the profession by choice, but you can imagine the effects of listening to clients talk about a never-ending litany of serious problems — eight long hours a day, 50 weeks a year. “My parents hated me. Life isn’t worth living. I’m a failure. I’m impotent. On the way over here, I felt like driving my car into a telephone pole. I’ll never be happy. No one understands me. I don’t know who I am. I hate my job. I hate my life. I hate you.”

Just thinking about it makes you shudder.

It’s a Rough World Out There

Patients aren’t the only source of stress for psychotherapists. The world itself is pretty demanding. After all, that’s why there are patients.

A number of surveys, conducted by Guy and others, reveal some worri-some statistics about therapists’ lives and well-being. At least three out of four therapists have experienced major distress within the past three years, the principal cause being relationship problems. More than 60 percent may have suffered a clinically significant depression at some point in their lives, and nearly half admitted that in the weeks following a personal crisis they’re unable to deliver quality care. As for psychiatrists, a 1997 study by Michael Klag, M.D., found that the divorce rate for psychiatrists who graduated from Johns Hopkins University School of Medicine between 1948 and 1964 was 51 percent—higher than that of the general population of that era, and substantially higher than the rate in any other branch of medicine.

These days, therapists face a major new source of stress: HMOs. Richard Kilburg, Ph.D., senior director of human resources at Johns Hopkins University and one of the profession’s leading experts on distressed psychologists, says managed care is having a devastating effect: “Therapists are chronically anxious. It’s getting harder and harder to make a living, harder to provide quality care. The paperwork requirements are enormous. You can’t have a meeting of practicing psychologists today without having these issues being raised, and the pain level is rising. A number of my colleagues have been driven out of the profession altogether.”

No wonder Richard Thoreson, Ph.D., of the University of Missouri, estimates that at any particular moment about 10 percent of psychotherapists are in significant distress.

The Final Resolution

Bruno Bettelheim. Paul Federn. Wilhelm Stekel. Victor Tausk. Lawrence Kohlberg. Perhaps you recognize one or two of the names. They’re all prominent mental health professionals who, like Freud, committed suicide.

All too often the stresses of work and everyday life lead mental health professionals down this path. According to psychologist David Lester, Ph.D., director of the Center for the Study of Suicide, mental health professionals kill themselves at an abnormally high rate. Indeed, highly publicized reports about the suicide rate of psychiatrists led the American Psychiatric Association to create a Task Force on Suicide Prevention in the late 1970s. A study initiated by that task force, published in 1980, concluded that “psychiatrists commit suicide at rates about twice those expected [of physicians]” and that “the occurrence of suicides by psychiatrists is quite constant year-to-year, indicating a relatively stable over-supply of depressed psychiatrists.” No other medical specialty yielded such a high suicide rate.

One out of every four psychologists has suicidal feelings at times, according to one survey, and as many as one in 16 may have attempted suicide. The only published data—now nearly 25 years old—on actual suicides among psychologists showed a rate of suicide for female psychologists that’s three times that of the general population, although the rate among male psychologists was not higher than expected by chance.

Further studies of suicides by psychologists have been difficult to conduct, says Lester, largely because the main professional body for psychologists, the American Psychological Association APA), hasn’t released any relevant data since about 1970. Why? “The APA doesn’t want anyone to know that there are distressed psychologists,” insists University of Iowa psychologist Peter Nathan, Ph.D., a former member of an APA committee on “troubled” psychologists.

ALCOHOL AND ADDICTION

Wait, there’s more. “Mental health professionals are probably at heightened risk for not just alcoholism but [all types of] substance abuse,” reports Nathan. It’s not surprising: Substance abuse is one of the most common—albeit destructive—ways people deal with anxiety and depression, and, as we’ve seen, mental health professionals have more than their share.

Richard Thoreson’s decades of research on alcoholism, in fact, stemmed from his own problems with the bottle. “I began drinking at a fairly early age,” he says, “and I continued during my early academic career. My life was organized around drinking. It had a very negative impact on my family. At one point I resigned as president of an organization because I was too shaky to speak before a group. I stopped drinking in 1969, at which point I was drinking the equivalent of 16 ounces of whiskey a day.”

In the 1970s, with the help of several colleagues, Thoreson founded an informal group called Psychologists Helping Psychologists, which has held open Alcoholics Anonymous meetings at the annual APA convention ever since. This unofficial, all-volunteer group has helped hundreds of psychologists over the years — with no financial support from the APA.

ADDICTED TO THERAPY

“Some therapists,” says James Guy, “expect to continue practicing longer than the life expectancies in actuarial tables.” But with advancing age, impairment is almost inevitable. Explains Guy: “Lower back pain becomes a problem. Failing eyesight and hearing make it difficult to pick up on subtle nuances. Poor bladder control can make it difficult to sit, and fatigue becomes a big factor.”

Further complicating matters is that as therapists get older, more and more of their intimacy needs and social support actually comes from their patients. “Often, most of their waking hours are spent with clients, focusing on emotionally laden material,” notes Guy. “When that’s the situation, it’s difficult for them to think about retirement. It’s even difficult for them to know when to take time off.”

Many psychotherapists become, in effect, woefully addicted to their clients, with no one offering them guidance or alternatives. In general, private, independent practices—often conducted out of the therapist’s home—put the therapist at greatest risk, no matter what his or her age. Thoreson adds that such practices have special appeal for therapists who don’t want to be seen by colleagues; the isolated practice is the ideal one for the alcoholic or drug abuser.

DO THEY USE THEIR OWN TOOLS?

If therapists really have special tools for helping people, shouldn’t they be able to use their techniques on themselves? After all, the late behavioral psychologist, B. F. Skinner, systematically applied behavioral principles to modify his own behavior, and he ridiculed Freud and the psychoanalysts for their inability to apply their “science” to themselves. University of Scranton psychologist John Norcross, Ph.D., and his colleagues have studied this issue extensively, with two major findings. First: “Therapists admit to as much distress and as many life problems as laypersons, but they also claim to cope better. They rely less on psychotropic medications and employ a wider range of self-change processes than laypersons.”

This sounds encouraging, but Norcross’s second finding makes you stop and think: “When therapists treat patients, they follow the prescriptions of their theoretical orientation. But the amazing thing is that when therapists treat themselves, they become very pragmatic.” In other words, when battling their own problems, therapists dispense with the psychobabble and fall back on everyday, commonsense techniques—chats with friends, meditation, hot baths, and so on.

But aren’t psychotherapists required to be in therapy at various points in their careers, so that they get specialized help from their colleagues? Not so. “People are shocked when they learn this isn’t true,” says Gary Schoener, Ph.D., who directs The Walk-In Counseling Center in Minneapolis, perhaps the country’s first and last free psychology clinic. “Lawyers are subjected to more psychological screens than psychologists are.”

Surveys do indicate that most therapists—between 65 and 80 percent—have had therapy at some point. However, except for psychoanalysts—the pricey, traditional Freudians you see more in movies than in reality—psychotherapists are virtually never required to undergo therapy, even as a part of their training.

Freud himself would be appalled by this. “Every analyst should periodically—at intervals of five years or so—submit himself to analysis,” he said. Unfortunately—and ironically—many psychotherapists are reluctant to seek therapy. In a survey by Guy and James Liaboe, Ph.D., for example, therapists said they were hesitant to enter therapy “because of feelings of embarrassment or humiliation, doubts concerning the efficacy of therapy, previous negative experiences with personal therapy, and feelings of superiority that hinder their ability to identify their own need for treatment.” Others are hesitant to seek therapy because of professional `complications’ — that is, they cannot find a therapist nearby whom they do not already know in another context. Or they mistakenly believe, as many patients do, that seeking therapy is a sign of failure.

“I worry,” says psychologist Karen Saakvitne, Ph.D., “about the implication that the therapists who are in therapy are the ones who are impaired. They are the ones acting in their clients’ best interest. I’m more worried about the therapists who don’t seek help.”

WOUNDED THERAPISTS

Maybe there’s an upside to all these problems among psychologists — if, say, a therapist needs to have experienced pain and suffering in order to relate to his or her clients’ pain and suffering. This “wounded healer” concept is, I believe, woven into the fabric of the mental health profession. When I served as chair of a university psychology department, I helped evaluate candidates for our marriage and family counseling program. The admission process — interview questions, essays, and so on — was structured, albeit subtly, to screen out people who hadn’t suffered enough. What’s more, I’ve heard colleagues express concern about the occasional student or trainee who, through no fault of his or her own, came from an unbroken home.

Data supporting this idea, however, are hard to find. “There’s no evidence whatsoever that you need a history of psychological problems in order to be a good therapist,” insists John Norcross. “In some studies, in the first few sessions only, [patients see] the wounded therapist as a little more empathetic, but the effect doesn’t last. Experience with pain can enhance a therapist’s sensitivity, but that doesn’t necessarily translate into good outcomes.”

“I don’t think therapists need to have had the same experiences as their clients,” adds psychologist Laurie Pearlman, Ph.D. “As long as the therapist can feel those feelings, he or she can connect with clients.”

On the other hand, in 1989 psychologists Pilar Poal, Ph.D., and John R. Weisz, Ph.D., found that therapists who faced serious problems in their own childhood are more effective at helping child clients talk about their problems, perhaps because of greater empathy. That study, however, is practically the only one that supports the wounded-healer hypothesis.

THERAPEUTIC ADVICE

So you’ve gotten into therapy because your life is falling apart — and now you have to keep one eye on your therapist just in case his or her life is falling apart, too? Basically, yes. Like it or not, you, the client, are probably carrying the major responsibility for spotting the signs of distress or impairment in your therapist, especially if you’re seeing an independent practitioner. The current president of the California Psychological Association, Steven F. Bucky, Ph.D., puts it this way: “The truth of the matter is that unless someone complains about an impaired therapist, there is no protection for the client.”

Here are some tips for protecting yourself from impaired mental health professionals, and, perhaps, in so doing, for helping them overcome their own problems. Remember, therapists are people, too.

First, it’s probably safer to bring your problems to a practitioner who works in a group setting. Independent, isolated therapists are probably at greatest risk for having undetected and untreated problems of their own. On the other hand, therapists working for managed care organizations or working under the gun of insurance companies are exposed to special constraints and stressors that may limit their ability to help you.

Second, trust your gut. “If you get the feeling that there’s a problem, you shouldn’t deny what your instincts are telling you,” says Kilburg. If, during your session, a little voice in your head begins screaming, “This guy’s eyes remind me of my college roommate’s when he was tripping on acid,” don’t be afraid to ask questions.

Indeed, any time your therapist shows clear signs of personal distress or impairment, bring your concerns to his or her attention. (Ideally, do this on the therapist’s dime, after your session is over.) If you’re uneasy about raising the issue with your therapist, talk to one of his or her colleagues about it. Or, consider finding a new therapist. If you think your therapist’s problem is serious and has the potential to do harm, report it to the appropriate professional organization or licensing body (see below). You have legitimate cause for concern if your therapist:

shows signs of excessive fatigue, such as red eyes or sleepiness.

touches you inappropriately or tries to see you socially.

smells of alcohol, or you see liquor bottles or drug paraphernalia in the office.

has trouble seeing or hearing.

talks at length about his or her own current, unresolved problems. This is known as a “boundary violation,” and it’s especially worrisome, because it’s often a prelude to a sexual advance. In fact, therapists who talk about their own unresolved problems are more likely to make sexual advances than those who actually touch their clients.

has trouble remembering what you told him or her last week.

is repeatedly late for sessions, cancels them, or misses them.

seems distant or distracted.

For help locating the appropriate organization or board, call the relevant national organization. For psychologists, call the American Psychological Association at (202) 336-5000; for psychiatrists, call the American Psychiatric Association at (202) 682-6000. If your therapist is a marriage and family counselor, try the American Association for Marriage and Family Therapy at (202) 452-0109, and if your therapist is a social worker, try the National Association of Social Workers at (202) 408-8600.

Contributing editor Robert Epstein’s most recent books include Self-Help Without the Hype and Pure Fitness: Body Meets Mind.

Uh Oh, Now They Want Drugs

Here’s something that will rock you: The 150,00-member American Psychological Association is lobbying hard to get prescription privileges for psychologists. Pilot programs are already under way, and some think that many psychologists will be able to dispense drugs to their patients within five years. So much for the distinction between psychiatrists and psychologists. A more worrisome problem, though, is: Won’t prescription privileges put psychologists at greater risk for substance abuse?

The answer, unfortunately, may be yes. It’s well-known that the professions and specialties that have easy access to drugs also have the highest rates of addiction. “If psychologists get prescription privileges, I think there is going to be a dramatic increase in their abuse of drugs,” says University of Iowa psychologist Peter Nathan, Ph.D. “We don’t like to talk about this, but it’s inevitable.”

Harvard psychiatrist Malkah Notman, M.D., is also uneasy about the possibility of prescription privileges for psychologists. “Psychologists can do a lot of damage,” she says, “but not as much as a psychiatrist can do. With medication, you can get in a lot of trouble very fast. Prescribing drugs is really quite risky. Even with medical training, a lot of people get rusty.”

 

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Psichiatria

Il suicidio di uno psichiatra

domenico fargnoli copertina roazenUno psichiatra senese, che lavorava nei servizi territoriali, è stato ritrovato morto nei boschi di Castellina in Chianti. Scomparso nel nulla un lunedì mattina quando avrebbe dovuto recarsi al lavoro per alcune consultazioni è stato ritrovato una diecina di giorni dopo: ha lasciato un messaggio in cui spiegherebbe i motivi del suo gesto suicida, effettuato con un cocktail di alcool e psicofarmaci. E’ molto dibattuto dal punto di vista forense il tema della responsabilità dello psichiatra nel caso del suicidio di un paziente che evidenzia drammaticamente il fallimento della terapia.  Nel caso del suicidio di uno psichiatra o comunque di una persona impegnata nella cura della malattia mentale possiamo individuare  una responsabilità? Mi sono occupato di tale argomento in uno dei primi articoli che ho scritto per la rivista “ Il sogno della farfalla” nel 1992. In quella circostanza era partito dal rapporto fa Freud e Victor Tausk psichiatra e aspirante psicoanalista che si tolse  tragicamente la vita anche per le sue difficoltà di rapporto con il padre della psicoanalisi. La vicenda, ricca di triangolazioni “edipiche” in cui fu coinvolta anche Lou  Andreas-Salomé, è stata esaminata nel dettaglio da Paul Roazen nel suo libro “Fratello Animale” (1969) il cui sottotitolo recita emblematicamente così: maestro allievo un rapporto che si chiude con un suicidio. Tausk da una parte voleva sviluppare idee proprie dall’altra aspirava, contraddittoriamente e illusoriamente, a essere il “figlio prediletto”.  Freud lo temeva perché rappresentava una minaccia per la sua “originalità” creativa: avvenne così che egli rifiutò l’analisi a Tausk e lo propose a una collega, che allora era una principiante, Helene Deutsch.  Secondo Paul Roazen la decisione dell’invio a Helene rappresentava un insulto terribile perché come analista la donna era una nullità. Ci sarebbero stati modi molto efficaci e non distruttivi di reagire a tale violenza ma Tausk era un individuo fragile e profondamente malato: probabilmente era affetto da una forma di schizofrenia cosiddetta latente che si celava dietro la sua intelligenza brillante. Nel testamento scritto nell’ultimo giorno della sua esistenza  leggiamo << Vi ho ingannato tutti vivendo un ruolo di cui non ero all’altezza.>> (Paul Roazen-Fratello animale) E’ chiaro che Freud e la Deutsch hanno avuto  una responsabilità pesante nella morte del loro collega del quale non hanno intuito la gravità e la profondità della sofferenza mentale. Quand’anche avessero colto la psicosi latente sarebbero stati incapaci di affrontarla perché a quei tempi si riteneva  che la psicoanalisi potesse aggravare le forme di schizofrenia.  E a ragione poiché il trattamento analitico non aveva alcun valido fondamento teorico. In un’occasione in cui Freud scoprì un nucleo psicotico dietro un’agorafobia (paura dei luoghi aperti) egli dovette ripristinare di nuovo il sintomo attraverso l’ipnosi “ al fine di annullare il danno provocato dal trattamento”. Il passaggio è interessante perché si ammette che il trattamento analitico può provocare un danno anche se non si comprende come una cura che sarebbe efficace in una nevrosi dovrebbe essere nociva in una psicosi. A meno che non si sia voluto  dire che in realtà per Freud  non esiste nessuna cura dato che i nevrotici sono in grado di migliorare e guarire anche da soli. Noi sappiamo dalla psicopatologia   che nelle fasi di esordio di un episodio schizofrenico può essere presente la “whanstimmung” uno stato d’animo, un’atmosfera  delirante in cui ci può essere l’ assenza di un contenuto definito insieme con  un terrore  insostenibile: quest’ultimo da solo può indurre un omicidio-suicidio, anche se mascherato da motivazioni razionali, come forse è avvenuto nel caso dello psichiatra slovacco riferito da Paul Roazen. Quello di Tausk nel 1919 non fu un caso isolato nella psicoanalisi della prima generazione : seguirono la stessa sorte gli analisti Stekel, Kahane, Federn, Silberer, Honegger, Schotter, Ruth Brunswik che analizzò “L’uomo dei lupi” e successivamente, nel 1990, Bruno Bettheleim. Di famosi psichiatri coinvolti nel suicidio   i casi che conosco sono quelli del figlio maggiore  di Ludwig Binswanger nel 1928,  e quello di de Clérambault nel 1934. Sembra che quest’ultimo si sia ucciso perché gli era stato diagnosticato un glaucoma! E’ evidente che la morte per suicidio (come è avvenuto a Siena) di uno psichiatra che si toglie la vita con gli psicofarmaci che dovrebbero essere uno strumento “terapeutico” mette in discussione i criteri della sua formazione e pone quesiti  non eludibili a chi ne ha legittimato la prassi medica senza intuirne l’inadeguatezza dovuta alla malattia. Che impatto avrà, in questo caso la morte del “terapeuta” sui suoi pazienti”? Chi risponderà del danno subito? Contemporaneamente ci si dovrebbe interrogare anche sul fallimento di una psichiatria che ricorre prevalentemente al DSM5 e agli psicofarmaci il cui uso prolungato e massivo ha spesso il solo effetto di cronicizzare il malato  o renderlo in seguito difficilmente trattabile con la psicoterapia. Sono a conoscenza del fatto che alcuni psichiatri sostengono a spada tratta la psicofarmacologia perché essi stessi fanno uso continuativo di antipsicotici, mettendo in atto un vero e proprio suicidio  dal punto di vista mentale ed inducendo inevitabilmente e più o meno coscientemente nei loro pazienti comportamenti autodistruttivi .Senza andare sulla casistica personale  segnalo il caso di una collega9788878185104g considerata una delle più grandi esperte di depressione  (bisognerebbe discutere da chi) che è andata soggetta per decenni  ad episodi di depressione psicotica (solo depressione?) e che sostiene che si debba fare uso di psicofarmaci per tutta la vita, secondo una prassi che lei stessa ha seguito.  Si tratta di Kay Jamison che ha scritto  “Una mente inquieta” (Longanesi-1996) libro che in Italia è apparso, non casualmente in una collana diretta Giovanni B. Cassano.  Lo stesso Cassano nel 2000 profetizzava  che il futuro della psichiatria sarebbe stato affidato ad interventi in utero per correggere le anomalie genetiche responsabili, secondo una sua personale concezione della genetica,  dei “disturbi mentali”.  Racconta la psichiatra americana  :<< Le mie allucinazioni si focalizzavano sulla morte lenta e dolorosa delle piante verdi (…) Le loro grida erano  cacofoniche (…) Ad un certo punto decisi che la mia mente con la quale mi guadagnavo da vivere e della quale avevo per tanti anni data per scontata la stabilità, non avesse smesso di correre e ripreso a funzionare normalmente  mi sarei uccisa saltando dal dodicesimo piano di un edificio>>  La Jamison è andata  incontro, durante la sua malattia,  a svariati momenti di  furia  e violenza “maniacale” (?) oltre a non solo aver pensato ma   ad aver messo in atto tentativi di suicidio uno dei quali, quasi riuscito, con una dose esorbitante di Litio. Di questi problemi,relativi alle condizioni mentali degli operatori psichiatrici, certamente scomodi, sembra che nessuno abbia la voglia od il coraggio di parlare.

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Politica, Psichiatria, Senza categoria

Il delirio secondo Ludwig Binswanger ed Heidegger

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Non c’è nessun affaire Heidegger

Pubblicato il 2 marzo 2014 · in AlfaDomenica · 10 Commenti
heidegger
François RastierI
l carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri(Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli (cfr. GA, tomi 93 e 94, che vedranno la luce nel marzo 2014).Non c’è dubbio che Heidegger, dopo la guerra, avesse riscritto i suoi testi meno equivoci ammantandosi in un peculiare ermetismo. La sua famiglia e i suoi editori, per di più, hanno proibito sino ad oggi di accedere ai suoi archivi. Heidegger stesso, tuttavia, aveva pianificato già prima di morire la pubblicazione delle sue opere complete predisponendone l’uscita secondo un processo di radicalizzazione progressiva: così se nel 2001 fu pubblicato un testo nel quale si esortava a portare a compimento lo «sterminio totale» del nemico interno oggi si annuncia, per completare quel ciclo, la pubblicazione di nuovi volumi che riuniscono iQuaderni Neri. Gli estratti resi pubblici dal dicembre 2013, riprendono negli stessi termini le identiche tesi di Hitler e Rosenberg riguardo al «dominio mondiale giudaico».Stranamente il curatore dei Quaderni Neri – Peter Trawny, direttore dell’Istituto Martin Heidegger – sembra prender le distanze, scrivendo che questo dominio è «per metà immaginario» (Le Monde, 2o gennaio 2014): ma il suo è un modo sottile per affermare che è almeno per metà vero. Senza dubbio i brani citati sono antisemiti; scegliendoli, però, Trawny sembra fare inevitabili concessioni all’antisemitismo (che in apparenza considera come alcunché di banale e veniale) per evitare di affrontare la questione del nazismo. Chiediamoci allora: davvero l’albero antisemita può nascondere la foresta nazista?Paradossalmente Heidegger supera a destra l’hitlerismo, ricorrendo a una radicalizzazione metafisica dell’antisemitismo. L’immagine drammatizzata del mondo contemporaneo e della modernità scientifica e tecnica che ci presenta è infatti legata essenzialmente alla sua concezione degli ebrei e del loro dominio mondiale (Weltjudentum): se persino Trawny, nella sua curiosa apologia, ricorre al confronto fra l’intento heideggeriano e i Protocolli dei savi di Sion allora questo dominio cessa di esser nascosto nell’oscurità di un complotto, manifestandosi alla luce del sole proprio nello sviluppo tecnico-scientifico.Nelle sue denunce, allora – come quella nei confronti delle dighe che sfigurano il bacino tedesco del Reno – era possibile cogliere una banale continuazione del Kulturpessimismusdel periodo bismarkiano, ma l’innovazione di Heidegger consiste nel considerare lo stato del mondo moderno come il risultato del dominio ebraico. In questo modo generalizza la teoria dell’essere-assieme – teoria legata al mondo degli affari, al commercium (cfr. Sein und Zeit, § 13). Il mondo ebraicizzato resta nell’oblio dell’Essere non soltanto perché gli ebrei, privi di patria e cosmopoliti, sono anche privi di un Dasein (letteralmente di un Esserci) – gli ebrei, infatti, non risiedono in alcun luogo specifico dunque continuano ad essere privi di mondo (Weltlos) – ma perché la modernità è dominata dalla «facoltà di calcolo e dal mercanteggiare», dal «dono esasperato per la contabilità», dalla «tenace abilità a contare» e dal «calcolo vuoto».Così il tema medievale dell’usuraio calcolatore, tutto intento a fare il conto dei denari di Giuda, finisce addirittura per esser trasposto alle scienze e tecniche contemporanee nella misura in cui questo mondo fondato sul calcolo ha bisogno delle matematiche e si fonda sui loro modelli – al punto da concretizzarsi nell’orribile tecno-scienza della cibernetica. L’estensione senza precedenti di uno stereotipo odioso, così, è sufficiente a condannare il mondo moderno e a sostenere che «la scienza non pensa» (dato che è incarnata e resa tecnologica dagli ebrei).Nel 1949, nella conferenza dal titolo Die Gefahr, Heidegger sostenne, che estendendo il suo dominio sul mondo la tecno-scienza fu anche responsabile dello sterminio. Gli ebrei tuttavia non sono stati uccisi, e del resto la loro scomparsa non è degna di esser chiamata morte: da una parte, poiché rimangono confinati all’ambito degli enti, non hanno alcun rapporto con l’Essere e dunque non vivono – quasi fossero accidenti senza sostanza; dall’altra, soprattutto, è la tecnica l’unica vera responsabile della loro scomparsa e ciò giustifica la reiterata immagine dell’industrializzazione (motorisierteFabrikation, cfr. GA, 79, p. 27), destinata a esaudire la speranza heideggeriana che l’ebraismo «si escludesse da sé», come semplice effetto collaterale della Machenschaft (‘regno dell’efficienza’) di cui è il principale responsabile.La pregnante metafora industriale, più volte ripresa da Hannah Arendt ad Agamben, ha contribuito al ritardo che caratterizza la storiografia dello sterminio – sino al punto da indurre trascurare, per mezzo secolo, quella che sarebbe stata chiamata la “Shoah delle pallottole”. Anche se trasformata, insomma – posto che assassinare non significa produrrecadaveri – la metafora ha continuato ha sostenere il luogo comune secondo cui la modernità tecno-scientifica era responsabile dello sterminio.Non c’è dubbio che Heidegger continua ad essere celebrato come un profondo pensatore della tecnica, e le citazioni laudatorie a tal riguardo abbondano ovunque. Ma pensare vuol forse dire condannare tout court, rinunciando a qualunque presa di distanza critica? Formatosi in un periodo nel quale la filosofia accademica temeva che le scienze usurpassero i suoi oggetti di studio, Heidegger sceglie di far ritorno alle tradizioni scolastiche della storia dell’Essere e della differenza ontologica; il suo intento però è creare il vuoto attorno ad esse, perseguendo il progetto antiumanista di eliminazione dell’etica e dell’antropologia filosofica ma anche degli oggetti di studio rivendicati dalle scienze sociali – come la diversità delle culture e delle lingue, posto che il tedesco gli è sufficiente per dire e pensare ogni cosa – fino alle scienze della natura e della vita (fatta eccezione per la Rassenkunde [‘conoscenza delle razze’] tedesca) e senza trascurare, naturalmente, le discipline logico-formali.Se questa brutale chiusura ha favorito l’oscurantismo delle adesioni settarie, la cosiddetta filosofia heideggeriana dell’Identico si fonda su vuote tautologie ontologiche che tradiscono l’ossessione identitaria persino nelle loro stesse ripetizioni; tuttavia escludendo qualunque alterità e, dunque, privandosi di oggetto il solo obiettivo che le rimane consiste nel diffondere l’odio identitario, che oggi esplode tanto nell’opera del Maestro quanto nell’attualità che ci circonda.Trawny ritiene che in quegli anni le idee antisemite fossero diffuse (ma da chi? forse che si tratta solo di una patina vintage?), e tuttavia sostiene anche che con la volontà di pubblicare le proprie Heidegger dà prova di una «notevole libertà di pensiero». Così discolpato, Heidegger continua ovviamente a rimanere «uno dei più grandi pensatori del XX secolo». Gli heideggeriani francesi, i quali pure sono soliti ribadire il medesimo giudizio di Trawny, se la prendono con lui giudicandolo un carrierista che ripete sempre una stessa «fesseria» (François Fédier). In Francia, infatti, traduzioni “lenitive” ed eminenti commenti hanno fatto di Heidegger un inevitabile autore di riferimento.Eppure la divergenza fra le due posizioni, a ben vedere, è di natura esclusivamente tattica: mentre i francesi si sono ormai da molto tempo chiusi in un ostinato diniego, Trawny ha capito molto bene che Heidegger, ipotizzando a coronamento della sua opera completa la pubblicazione di nove volumi dal carattere scopertamente nazista, pensava – ahimé, non senza qualche ragione – che sarebbero stati accolti come una mareggiata in periodo di carestia, e scommetteva sul superamento di un hitlerismo invecchiato, finalmente vinto da un ultranazismo attualizzato e ormai privo di complessi. Ora che il negazionismo ha fatto il suo tempo, insomma, siamo giunti nell’epoca dell’affermazionismo.A giudicare della prime reazioni, le ripercussioni nel mondo accademico su scala internazionale saranno notevoli. L’antirazionalismo militante, il rifiuto dell’etica e la sopravvalutazione dell’estetica, il ripudio della tecnica e del pensiero scientifico: tutto questo ha sedotto radicalismi universitari di destra e di sinistra che da decenni si riconoscono nel programma heideggeriano dell’Abbau, la ‘distruzione’, nota con la denominazione eufemistica di “decostruzione”.Non appena Heidegger ha sviluppato uno stile oracolare, pomposo e accortamente ipnotico, ricodificando nel vocabolario dell’ontologia le categorie del nazismo, non si è più saputo o voluto individuarvi il doppio linguaggio da lui stesso rivendicato in privato. L’affaireHeidegger, in definitiva, finisce per ridursi all’accecamento (talora complice) di vari ambiti accademici e molti intellettuali di fama.

Ma una filosofia che fa appello al massacro è davvero diversa da un’ideologia pericolosa? Di fatto alcuni ultranazionalisti russi di rilievo, come Alexandr Dugin, o islamisti come Omar Ibrahim Vadillo si fondano già da tempo su Heidegger per proclamare la superiorità razziale e la guerra totale. Se questo è il panorama nero programmato da Heidegger, allora la radicalizzazione inscritta nel suo progetto editoriale può addirittura assumere un valore educativo, ergendosi a interprete di un antisemitismo rinnovato ma anche di un nazismo radicalizzato e filosoficamente legittimato.

 Traduzione italiana di Antonio Perri

 

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Psichiatria

Il modello tossico della malattia mentale

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Pubblicato su “Il Sogno della Farfalla” n. 3 del 1998

Il modello “tossico” della malattia mentale

di domenico fargnoliVASO-TOSSICO-BI_3470

 

La trasmissione sulla droga andata in onda su Telesimpaty il 2 gennaio 1998 appartiene a quella categoria di eventi che hanno il potere di suscitare non solo curiosità e interesse, ma anche desiderio di approfondimento. Nel contesto di tale trasmissione due sono le affermazioni che ci hanno colpito e che vorremmo commentare compiendo un rapidissimo excursus storico. La prima affermazione è quella del professor Pancheri il quale sostiene che il caffè, l’hascisc e forse anche, sia pure con qualche incertezza, il pecorino sardo veicolano sostanze in grado di scatenare una psicosi; la seconda affermazione, di Massimo Fagioli, si riferisce all’esistenza di una “cultura della droga” che accomunerebbe il tossicodipendente e gli epigoni attuali della psichiatria organicistica e farmacologica. Il professor Pancheri nel proporre la sua tesi aveva presenti gli studi di J. Moreau de Tours, di Magnan  e di L. Lewin risalenti al XIX secolo ed agli inizi del Novecento? Ci poniamo questa domanda non perché dubitiamo della cultura di un illustre accademico, ma perché nel suo insieme la psichiatria organicistica appare stranamente amnesica riguardo alle ricerche dei suoi pionieri. La psicofarmacologia ha il vizio di proporre come novità modelli della malattia mentale spesso datati di secoli. Bisogna ricordare come J. Moreau de Tours elaborò nel suo libro Du hachisch et dell’aliénation mentale (1845) una ricca riflessione fenomenologica sugli effetti dell’hascisc e dei tossici. Secondo l’autore francese, all’uomo è stata concessa la facoltà di seguire due vie: la via della realtà e del sogno che sono separate fra loro dal sonno. Nella normalità, il sogno appare nel sonno mentre quando esso predomina nello stato di veglia si realizzerebbero gli “stati di passaggio” fra le due vie o “stati misti” costituiti dalla follia e dall’intossicazione. L’onirismo, il delirio sarebbe legato a cause tossiche: tutti i tossici, in particolare l’hascisc, possono determinare deliri onirici spesso gravi. È singolare che l’idea di un parallelismo fra sonno-sogno ed intossicazione appartenga alla tradizione razionalistica: essa può essere fatta risalire ad Aristotele. Nei Piccoli trattati di storia naturale il filosofo afferma che il sonno è un’affezione prodotta dall’evaporazione dovuta al cibo. Quest’ultima determinerebbe una sorta di ebbrezza simile a quella causata dai narcotici (oppio, mandragora, loglio) e dal vino. I sogni i quali si produrrebbero nel contesto di una specie di narcosi alimentare sarebbero condizionati, nel loro apparire o meno e nella loro veridicità, dall’entità dell’evaporazione medesima e dal movimento interno all’organismo che ne deriverebbe. Il movimento violento distruggerebbe la linearità del sogno e la verisimiglianza della rappresentazione. Magnan nel suo libro Alcoolisme et dégénérescence (1912) individua la categoria di “follia tossica”. Secondo questo autore, la tossicomania e l’alcolismo mettono in gioco la disposizione delirante del soggetto e non sarebbero altro che dei casi particolari di follia tossica. Intorno al 1924 L. Lewin pubblica Phantastica, una delle prime opere che indaga sistematicamente l’azione delle sostanze tossiche sull’organismo. L’autore insiste sull’idea che i disturbi psichici non sono altro che la conseguenza di processi tossici. Egli può essere considerato uno dei precursori della concezione dell’origine biochimica delle psicosi. La malattia mentale sarebbe derivata, in accordo con la sopradetta concezione, dall’effetto di energie estranee all’organismo. Le aberrazioni dei sensi degli ammalati di mente, gli stati visionari avrebbero alla base un substrato materiale. L’organismo avrebbe la capacità, in condizioni peraltro ignote, di produrre delle sostanze che darebbero luogo a realtà soggettive: non solo stati intermediari fra la salute e la malattia, ma anche malattie vere, inclusi i disturbi mentali. Lewin chiama queste sostanze phantastica hallucinatoria. Secondo l’autore, è lecito, in base a quanto i phantastica ci rivelano sulle illusioni dei sensi, allargare il cerchio e ritenere che le allucinazioni e le visioni transitorie, allorché si presentino in un individuo apparentemente sano di mente, siano dovute sempre all’azione di una sostanza chimica. 41595_128209533855987_8791_nLa causa delle allucinazioni può essere ricercata nella stimolazione di questo o quel territorio cerebrale da parte di sostanze chimiche prodotte dall’organismo o introdotte dall’esterno. Non possiamo ignorare la presenza di una sorta di sillogismo: poiché alcune droghe producono alterazioni del pensiero o della percezione, allora tutti i disturbi mentali possono essere considerati come la conseguenza di una sorta di avvelenamento. Viene così avvalorata la tesi di una corrispondenza meccanica e lineare, di un rapporto univoco fra sostanza chimica e disturbo psichico. La tossicomania fornisce il modello di una concezione della follia secondo la quale quest’ultima viene ad assumere il significato di un’autointossicazione volontaria, dovuta alla secrezione di sostanze che agiscono come un veleno per l’organismo. Le “psicosi” tossiche, sindromi cerebrali organiche dovute a fattori esogeni, forniscono il quadro di riferimento per la comprensione delle psicosi endogene.SET-ETP04 Si ipotizza che anche in queste ultime sia attiva una sostanza tossica prodotta all’interno del corpo. La psicofarmacologia attuale, che pure è progredita enormemente nella conoscenza della biochimica dei processi cerebrali, non è andata molto avanti rispetto a quest’idea di tossicità, salvo ipotizzare una specie di sindrome d’astinenza endogena. A causare la malattia non sarebbero solo sostanze nocive, ma anche il determinarsi di una carenza, dovuta a fattori genetici, di alcuni neurotrasmettitori normalmente presenti nell’organismo. Lo psicofarmaco agisce comunque esso stesso attraverso una sorta di intossicazione, che si suppone debba essere benefica, da opporre o all’intossicazione patologica o alla carenza. Ciò che trasforma le droghe cosiddette psicotrope in farmaci è l’atto della prescrizione medica: abbiamo sostanze psicotrope che “guariscono” e sostanze come veleni che determinano la tossicomania e la malattia mentale. La tossicomania non è altro che il volto nascosto e mostruoso della psicofarmacologia. L’atto della prescrizione medica trasforma magicamente la droga in farmaco, traccia la linea di separazione fra la normalità del rimedio e la mostruosità del veleno. Anche Freud, che è contemporaneo degli autori ai quali abbiamo fatto precedentemente riferimento, rimase implicato nell’ideologia della droga che condizionò i suoi tentativi di comprensione scientifica. Egli considerò, per un periodo, la cocaina come un possibile rimedio per la neuroastenia e la prescrisse con effetti devastanti. Ma al di là di questo è rilevante che egli per trent’anni, fino al 1926, rimase fedele ad una teoria tossicologica dell’angoscia secondo la quale la rimozione provoca un contenimento forzato della libido somatica che agisce come un tossico od un veleno per l’organismo. In tali condizioni la libido somatica subisce una trasformazione e si scarica attraverso la forma di un attacco di angoscia. Da quest’ipotesi dell’angoscia come ingorgo libidico legata a pratiche sessuali nocive nasce il discusso concetto di “nevrosi attuale”. La sessualità stessa viene considerata un’intossicazione: all’interno dell’organismo si accumulerebbe una sostanza sessuale chimica, una tossina che quando supera un certo valore di soglia ecciterebbe le rappresentazioni sessuali coscienti. L’atto sessuale, l’orgasmo, avrebbe la funzione specifica di scaricare l’accumulo di sostanza e la relativa tensione tossica. L’intero edificio teorico della psicoanalisi non è in realtà altro che una sovrastruttura che Freud vorrebbe far poggiare su di una concezione organica e tossicologica. L’energia psichica viene pensata come direttamente dipendente dall’azione di sostanze chimiche: la sostanza sessuale tossica può essere considerata il versante organico della pulsione. L’allucinazione diviene così inevitabilmente, per Freud, il paradigma fondamentale ed originario della vita psichica. Egli teorizza che nello stato primitivo dell’apparato psichico il primo atto dovette essere quello del “desiderio” che sfocia nell’investimento allucinatorio della soddisfazione. Nel sogno, che altro non sarebbe che una riviviscenza della superata vita psichica infantile, tutti noi saremmo allora indotti ad una condizione simile a quella del drogato il quale attraverso la funzione protesica di determinate sostanze chimiche tende ad allucinare una condizione di onnipotenza e di narcisismo assoluto.Tornando alla trasmissione di Telesimpaty da cui eravamo partiti, la demistificazione che in essa viene operata da Fagioli rispetto alla “cultura della droga” tende ad opporsi ed a rivelare l’aspetto violento e falso di proposizioni pseudoscientifiche che ratificano la scissione fra mente e corpo, la confusione fra oggetto fisico ed oggetto psichico. Se non si comprende la natura del  salto epistemologico che segna il passaggio dal biologico allo psichico, se non si acquisisce la conoscenza del processo di formazione dell’immagine interiore alla nascita, la psichiatria è destinata al fallimento terapeutico. Nel rituale della prescrizione medica  il farmaco rischia allora di non essere altro che droga, feticcio, merce destinata ad alimentare gli interessi giganteschi dell’industria farmaceutica.

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Psichiatria

Abusi sessuali e satanici sui bambini. E’ sufficiente confessarsi?

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Il comitato Onu per la tutela  dei diritti sui  minori ha condannato il Vaticano per il suo atteggiamento nei confronti della pedofilia volto a proteggere i preti e minimizzare l’impatto sulle vittime.

Guardiamo un po’ cosa ha scritto  (vedi  traduzione ) di recente Allen Frances famoso psichiatra americano chairmann del DSM4. Ciò che viene alla luce  è un’immagine della psichiatria terrificante che di fatto ai suoi massimi livelli è stata complice dell’abuso sui bambini. Il polverone sui falsi abusi serve ovviamente a mascherare la realtà di quelli veri che si  perpetrano sotto gli occhi di tutti. Allen Frances “confessa” un suo errore e sfrutta l’interesse mediatico che l’ esternazione determina. Si rifà in un certo senso una verginità. Non so se lo psichiatra americano professi una qualche fede religiosa : di fatto la sua è una mentalità del tutto simile a quella dei cattolici. Prima si condanna Galileo per eresia e lo si instrada pericolosamente verso il rogo e poi magari 500 anni dopo si chiede scusa.

Gli psichiatri che adottano pedissequamente il DSM-4 o 5 pensino bene a quello che fanno perché volenti o nolenti diventano complici di una mistificazione ideologica di proporzioni gigantesche che può provocare danni enormi sui pazienti.

Naturalmente si confessa il peccato minore e si occultano così responsabilità più gravi

C’è da considerare infatti  :

<< Dieci anni fa il Dsm-4 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) ha declassato la pedofilia da “malattia” a “disordine”. Ma nel nuovo testo, il DSM5 pubblicato quest’anno, l’Apa fa un passo ulteriore come denuncia l’Afa (Associazione famiglie americane): «Come l’Apa dichiarò negli anni Settanta che l’omosessualità era un orientamento sotto la forte pressione degli attivisti omosessuali, così ora sotto la pressione degli attivisti pedofili ha dichiarato che il desiderio sessuale verso i bambini è un orientamento». L’Apa distingue tra pedofilia e atto pedofilo: se il desiderio sessuale nei confronti dei bambini è un orientamento come gli altri, l’atto sessuale viene considerato “disordinato” per le conseguenze che ha sui bambini.

«SOFFERENZE MODERATE». Già nel Dsm-4 si considerava “disordine mentale” quello di una persona che molestava un bambino, se la sua azione «causa sofferenze clinicamente significative o disagi nelle aree sociali, occupazionali o in altri importanti campi». E già nel 1998 sul Bollettino di Psicologia era stato pubblicato uno studio per dimostrare che gli abusi verso i bambini non causano danni così gravi. Gli autori (Bruce Rand della Temple University, Philip Tromovitch dell’Università della Pennsylvania e Robert Bauserman dell’Università del Michigan) avevano ridefinito l’«abuso sessuale sui bambini», affermando che «le esperienze sofferte da bambini, sia maschi sia femmine, che hanno subito abusi sessuali sembrano abbastanza moderate».

http://www.tempi.it/pedofilia-50-anni-fa-era-una-malattia-da-questo-anno-per-gli-psicologi-americani-e-un-orientamento-sessuale#.UvifCf1-Rc9 

Come viene corretto questo errore?

<<The phrase “sexual orientation” was used erroneously in the discussion section about pedophilia in the recently released fifth edition of the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5).

In a press release, the American Psychiatric Association (APA) notes that the correct terminology is “sexual interest” and that it will correct the error in the manual’s electronic version and in the next print edition>>

Non “orientamento” ma “interesse”. Il rimedio è peggiore del male.

Luigi Cancrini distingue poi fra il peccato ed il peccatore. Disturbo, orientamento, malattia o peccato? Altro pericoloso polverone. I pedofili soffrono di una forma di psicosi non dimentichiamolo.

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l’Unità 10.2.14
La pedofilia è una malattia. Non dimentichiamolo
risponde Luigi Cancrini

Psichiatra e psicoterapeuta
<< La Chiesa cattolica romana è un’istituzione gerarchica di tipo rigidamente piramidale e il Papa ne ha potestà piena, assoluta e universale. Allora, se davvero ha a cuore le sorti delle decine di migliaia bambini abusati dai preti, Francesco dovrebbe scomunicare i suoi chierici «latae sententiae» e consegnarli alle autorità civili perché subiscano le giuste pene. Davide Romano
Non credo che il Papa sia disponibile a una richiesta del genere che io stesso non condivo affatto. Checché se ne pensi, infatti, la pedofilia è un disturbo psichiatrico e dunque una malattia (o, se volete una sventura) caratterizzato, secondo il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) IV da «fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che comportano attività sessuale con uno o più bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli)» che vanno avanti per almeno 6 mesi e che compromettono in modo sempre significativo, e spesso drammatico, l’equilibrio personale di chi ne soffre. Legata in molti casi a traumi infantili non elaborati dal soggetto, questa psicopatologia viene «coperta» spesso, nella pubertà e negli anni subito successivi, da difese inconsce che tendono a tenere lontano dalla coscienza, con più o meno avvertita fatica, l’intera area della sessualità. Il celibato e la religione offrono spesso, a queste persone, una possibilità di sbocco ragionevole e socialmente accettata per il controllo di tendenze che possono riaffiorare, tuttavia, in momenti diversi della vita. Rispondere a tutto questo con una scomunica sarebbe contro il Vangelo e contro il buonsenso. Distinguere il peccato (che va condannato con decisione) dal peccatore (che va curato) è fondamentale, infatti, per chi nel Vangelo e nel buonsenso crede. Anche nella tristezza di situazioni come queste.>>

Cancrini interpreta la pedofilia come una situazione di conflitto intrapsichico  fra inconscio perverso e coscienza. Naturalmente la questione non è così semplice perché nelle parafilie è presente un disturbo delirante che rimane circoscritto alla sfera della “sessualità”: si attribuisce un significato “sessuale” a situazioni che di per sé non lo hanno. Come si fa a provare un eccitamento nei confronti di un bambino prepubere  senza ritenere  che la realtà di quest’ultimo venga percepita in un maniera assolutamente distorta per non dire  abnorme?  Siamo di fronte quindi ad un disturbo del pensiero, ad una profonda alterazione della coscienza di significato e non ad un semplice conflitto  intrapsichico fra l’inconscio rimosso e la coscienza.

 Cosa afferma l’APA? (American pscyhciatric Association?

<<Characteristics of Paraphilic Disorders

Most people with atypical sexual interests do not have a mental disorder. To be diagnosed with a para- philic disorder, DSM-5 requires that people with these interests:

  • feel personal distress about their interest, not merely distress resulting from society’s disapproval;or
  • have a sexual desire or behavior that involves another person’s psychological distress, injury, ordeath, or a desire for sexual behaviors involving unwilling persons or persons unable to give legal consent.To further define the line between an atypical sexual interest and disorder, the Work Group revised the names of these disorders to differentiate between the behavior itself and the disorder stemming from that behavior (i.e., Sexual Masochism in DSM-IV will be titled Sexual Masochism Disorder in DSM-5).It is a subtle but crucial difference that makes it possible for an individual to engage in consensual atypical sexual behavior without inappropriately being labeled with a mental disorder. With this revision, DSM-5 clearly distinguishes between atypical sexual interests and mental disorders involving these desires or behaviors. >>
  •  Per il DSM5 Si possono avere rapporti sessuali atipici consensuali senza essere etichettati come malati.
  • Lo sapeva Luigi  Cancrini? Come la mettiamo poi con il fatto che ci può essere un peccato senza l’azione peccaminosa?

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Sono stato così esplicito  nel mettere in guardia contro i  pericoli del DSM 5 in parte perché mi vergogno del mio silenzio di fronte a un errore  precedente, basato anch’esso sul dare credito ad  affermazioni inconsistenti. L’episodio è ricordato in un meraviglioso pezzo di Richard Noll che rievoca   con molta incisività  la storia . Il periodo è  20 e 25 anni fa . Retrospettivamente mi indigno quando viene riportata alla nostra attenzione   l’improvvisa epidemia di azioni penali  a carico di lavoratori diurni in centri per l’infanzia. Essi erano accusati  di  un presunto abuso rituale, satanico e sessuale, a carico dei bambini dei quali  si occupavano. Ciò avveniva in tutti  gli Stati Uniti – questa è stata una mania nazionale che ha concentrato i  sospetti su più di 100 asili nido . Le vittime erano lavoratori diurni completamente innocenti che sono stati incriminati e spesso condannati per accuse ridicole che non potevano  avere alcun fondamento nella realtà . Molti sono stati  messi sotto pressione , minacciati e / o torturati e costretti a false confessioni , e alcuni, sotto grande coercizione , sono stati indotti  a fare false accuse che hanno coivolto presunti  collaboratori. Decine sono stati sottoposti a pene detentive , e alcuni sono ancora in carcere – un’ingiustizia di proporzioni sconvolgenti .de

 Gli accusatori iniziali erano di solito i genitori mentalmente squilibrati in preda  a fantasticherie  strane o deliri  o entrambi. Coloro che in prima istanza  abboccavano erano detective della polizia creduloni che diffondevano il panico da famiglia a famiglia . Sono intervenuti  poi procuratori ambiziosi che hanno utilizzato i casi per  farsi un nome  ( uno è diventato procuratore generale degli Stati Uniti , un altro governatore della Carolina del Nord ) . Sono stati coinvolti un gran numero di  terapeuti “esperti” imperdonabili,  con le loro bambole anatomicamente corrette ed i loro suggerimenti di violenze subite . I bambini sono stati sedotti e picchiati per avere conferma  di storie selvagge  e di esperienze orribili , ma assolutamente non plausibili , sessuali e / o sataniche . I genitori , la polizia, i pubblici ministeri e terapisti che teoricamente erano lì per proteggere i bambini dagli abusi , invece divenivano loro aguzzini .

Le accuse erano una farsa, ma l’impatto sulle persone coinvolte era  una tragedia. Non c’era un solo straccio di prova concreta  che uno dei reati fosse mai accaduto E ‘stata una moderna caccia alle streghe, paragonabile  ai processi di Salem che si verificano 300 anni prima , o all’Inquisizione spagnola  di 400 anni fa . Nel frattempo , l’uomo moderno sembra che sia evoluto sul piano della conoscenza , ma è ancora capace di pensare in modo “ primitivo”  e di  concertare “azioni crudeli” .

Sono stato  in silenzio  ed in disparte , osservando tutte queste sciocchezze disgustato dalla vile polemica cui assistevo  . Come presidente della IV Task Force DSM , avrei  avuto un ‘opportunità pubblica per  sottolineare il caos totale che certe mode determinano. Invece , ho giustificato mia passività sulla base del fatto che non poteva essere   quello l’obiettivo di  una mia  lotta: farsi coinvolgere avrebbe potuto compromettere la mia neutralità  come chairman del DSM IV .

Queste ultime, da me addotte,   non erano scuse plausibili  visto che persone innocenti stavano andando in galera e bambini venivano  traumatizzati da terapisti falsi che professavano di essere esperti in traumi infantili . Le priorità che mi hanno indotto alla passività  hanno incentivato il caos generale.

Chi pensa  che sia improbabile che qualcosa di così stupido e distruttivo possa  mai accadere di nuovo deve solo fare una ricerca  google  su ” abuso rituale satanico “. Troverete una vasta gamma di suggerimenti  ad opera di persone  pronte ad attirare i creduloni in un nuovo round di  caccia alle streghe . E non c’è carenza di persone ingenue – un recente sondaggio indica che la maggioranza degli americani crede ancora nella possessione demoniaca . Le percentuali sarebbero ancora più elevate in molte parti del mondo che sono anche meno sviluppate di noi.

Se non ricordiamo questo disastro e impariamo  dai suoi insegnamenti , ci sono probabilità di ripeterlo – forse in un prossimo futuro .

(libera traduzione dallo slang americano di domenico fargnoli)

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Politica, Psichiatria

Un commento al film “Hannah Arendt” di Margarethe Von trotta

Un commento  al  film “Hannah Arendt” di Margarethe Von Trotta

Domenico Fargnoli

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Il film Hannah Arendt per la regia di Von Trotta è sicuramente ben fatto e basato su un’accurata documentazione storica che traspare dai dialoghi e le citazioni che fanno riferimento sia alle fonti cartacee che video.  Il tema centrale riguarda la natura del male: quest’ultimo è radicale e andrebbe  oltre la concezione kantiana ed  il “demoniaco” della tradizione  cristiana  o  è semplicemente “banale” legato ad un assenza di “pensiero”? Il processo ad Eichmann che si svolse a Gerusalemme diventa così  il pretesto per affrontare una questione filosofica riguardante la natura etica dell’uomo. In “Le origini del totalitarismo” si dice che è emersa con il nazismo una nuova forma di criminalità diversa da tutte quelle precedenti, una realtà mostruosa che non è spiegabile con motivi intelligibili: essa   demolisce tutti i criteri di giudizio precedentemente conosciuti. L’intento di Hannah nei suoi famosi reportages per il New York Time  agli inizi degli anni 60, era quello di evidenziare come in Eichmann non fosse presente nessuna volontà di potenza, nessuna  inclinazione ad impersonare lo stereotipo  faustiano del “superuomo”  . Egli appariva  un individuo insignificante, un burocrate tetro e ridicolo ( su Eichmann “buffone”  ma buffone= ebefrenico vedi i miei articoli precedenti)  nella sua goffaggine. I nazisti  e le SS che pensavano di appartenere ad una razza superiore destinata a fondare un Reich millenario,  in realtà erano uomini come tutti gli altri, anzi si distinguevano per la loro mostruosa  banalità.  Il termine “Banale” a partire da medioevo,  si riferisce ad un qualcosa che appartiene all’intera comunità, come una proprietà di tutti  e non individua una  appartenenza specifica od esclusiva  ad una persona. Banale significa comune ed in senso traslato, non originale. Ma davvero noi possiamo distinguere la banalità  e la malvagità dalla stupidità come sembra aver  sostenuto  la filosofa tedesca ? Stupido significa  stolto, insensato.  Nelle “Origini del totalitararismo”  si sostiene che nei campi di concentramento i nazisti tendevano a togliere il senso ad ogni azione umana. La loro malvagità si esplicava oltre che nello sterminio in una preliminare prassi attiva di istupidimento e disumanizzazione della vittima che derivava  da un loro modo di essere: si  distruggeva  la fantasia, la capacità di immaginare  degli internati ipertrofizzando la loro coscienza e razionalità.220px-TROTTA1

Le risposte di Eichmann alle domande del pubblico ministero come quella che ciò che era accaduto nei campi di sterminio «era da considerarsi una questione di ordine sanitario>> erano malvagie perchè tendevano a giustificare una prassi violenta e stupide perchè rimandavano ad  una motivazione banale oltre che palesemente falsa. Il male conclude la Arendt verso la fine del film della Von Trotta, non è mai radicale ma estremo mentre  solo il bene sarebbe radicale. Ora la studiosa tedesca , con l’affermazione sopra riportata,  attribuisce alla parola “radicale” un significato ulteriore  rispetto a  quello che aveva introdotto, come abbiamo visto, precedentemente con l’equazione radicale= mai visto = incomprensibile. Si allude al  fatto che il male pur estremo cioè grandissimo non è innato nell’uomo come lo sarebbe invece il bene.  Con l’aggettivo “estremo” però si rimane in un ambito descrittivo , cioè fenomenologico e non esplicativo: Il “male” non avrebbe una motivazione, una radice ma corrisponderebbe  ad un vuoto, ad un nulla.  Sarebbe più corretto dire che il “male” pur non potendo essere compreso come una tendenza innata , ha comunque  un nucleo generatore, una radice   non cosciente, non razionale che la “filosofa” non riesce ad individuare; l’”assenza di pensiero”  pertanto non  è una mancanza od un deficit,   ma l’esplicazione di una prassi attiva di annullamento.  La psichiatria, con Massimo Fagioli, predilige inoltre il termine “malattia”  a quello di “male” legato  alle  concezioni dell’ebraismo e del cristianesimo che  ritengono quest’ultimo  ineliminabile dalla natura umana. Come si vede il film della Von Trotta rimanda ad Hannah Arendt  la quale a sua volta  ci pone di fronte alla questione del bene e del male tratteggiata filosoficamente  come attraverso una cortina fumogena  per la presenza di   ambiguità terminologiche e concetti mal definiti,  senza l’indicazione di  una via di uscita. Di fronte ad Eichmann, la Arendt ha una reazione confusa, spesso contraddittoria della quale, come ho mostrato precedentemente  solo in parte appare cosciente. La formula “banalità del male” rimane fortemente ambigua  dato che il concetto di male è intrinsecamente religioso.

Personalmente insisterei su una chiave di lettura che evidenzi  la complementarità fra la figura di  Martin Heidegger e quella di Adolf Heichmann. entrambi presenti nel film.

La reazione di Hannah al criminale nazista ha come sfondo la reazione che ella ebbe di fronte  al nazismo del suo antico maestro, forse  il vero destinatario del processo:  per una sorta di identificazione,  anche lei andò incontro ad un “processo” impietoso  e condannata dall’opinione pubblica  che l’aveva messa sotto accusa  e che non condivideva le sue idee.  Il “maestro” colpevole  viene    fatto assurgere, dalla studiosa tedesca, alle altezze di una figura divina ed  assolto per le profondità sublimi raggiunte nei suoi scritti. Il comandante delle SS  invece ,dietro la sua apparente normalità   le appare nelle vesti di un demone malvagio, che è costretto  a recitare la parte dello stupido come Hanswurst od Arlecchino.

Il filosofo tedesco rimane il vero deus ex machina di tutto il film della Von Trotta: è il burattinaio nascosto  ed il suggeritore di   canovacci. Arendt sostiene , nel discorso  che pronunciò per gli ottant’anni di Heidegger  nel 1969, che la prassi politica di quest’ultimo,  la sua adesione al  nazionalsocialismo e ad Hitler  assomiglia al progetto politico di Platone che voleva insegnare la matematica al tiranno di Siracusa per farne un re filosofo. Entrambi, Heidegger e Platone avrebbero mosso  il riso di una  semplice contadinella dice Hannah, alla quale appariva  “risibile” anche  Heichmann.  Le risate della Arendt appaiono  comunque assurde in entrambi i casi. Quello di Heidegger infatti  era un “pensiero” fuori dalla realtà, “dereistico” avrebbe detto Eugen Bleuler: quando si traduceva in azione politica diventava giustificazione dell’antisemitismo e dello sterminio. La solitudine del pensare sfociava  nella teorizzazione che la autentica dimensione umana è “l’essere per la morte”. Il non essere della pulsione di annullamento veniva scambiata  pericolosamente per la vera identità dell’uomo.  DEFI DEFIScrive Massimo Fagioli su Left di questa settimana

<< Genialmente come un “filosofo pazzo” [ Martin] era andato oltre la stupidità di Freud(…) Aveva pensato che Todestrieb era la verità sull’uomo:l’autentico. Non era distruzione ma essere, verità umana ovvero identità. Come se l’dea strana del cristianesimo ovvero dell’esistenza di un’altra vita dopo la morte , avesse assunto la verità e la profondità del pensiero  che faceva la filosofia e la scienza. La mente di Heidegger aveva eliminato con il linguaggio verbale, la credenza nelle figure prese dalle favole  della religione politeistica del mondo greco romano>> Come facevano i nazisti nei campi di concentramento venivano eliminate la fantasia e le immagini.

Questo in sostanza  il contenuto del  “pensiero nuovo” che il filosofo tedesco avrebbe trasmesso alla sua allieva preferita: il nuovo metodo   diventava appannaggio di una elite ristretta di superpensatori. Di superuomini e di superdonne  arroganti perché consci della loro superiorità sui comuni e banali mortali? La ricchezza apparente del pensare  dell’autore di  “Essere e tempo” (1927) si  sarebbe però contrapposta  alla goffaggine dell’agire durante il rettorato a Friburgo.

Eichmann contrariamene al  filosofo dell’esistenzialismo , rappresentava l’azione pratica che si esplica in “assenza di pensiero” o meglio avrebbe detto lo psicopatologo Eugen Minkowsy  alla fine degli anni venti, di “povertà” di pensiero. L’agire diventa paradossale e fine a se stesso: importante è portarlo a termine come un dovere imposto od autoimposto nel totale disinteresse dei suoi effetti sugli altri esseri umani. Naturalmente la diversità o la contraddizione  della ricchezza del pensare dei filosofi  e della povertà di pensiero dei meri esecutori  materiali è solo apparente  in quanto fra i due  aspetti esiste una complicità profonda: entrambi sono strategie diverse che interagiscono in modo più o meno apparente e concorrono a produrre eventi mostruosi come i crimini contro l’umanità.

Articolo sulla natura della relazione fra Heidegger e Arendt

Martin Heidegger et Hannah Arendt

Richard Wolin / La République des Lettres, Paris, mercredi 01 mai 1996Martin Heidegger et Hannah Arendt

En 1945, Thomas Mann donna une allocution radiodiffusée intitulée Des Allemands et de l’Allemagne, dans laquelle il fit l’observation suivante: il n’y a pas deux Allemagne, une bonne et une mauvaise, mais seulement une qui, par une astuce du Malin, transforma le meilleur en pire. Pour l’auteur deMario et le magicien, cet aveu représenta un revirement. Dans cette célèbre histoire, il avait montré l’assistance d’un théâtre se laissant, contre tout discernement, captiver et séduire par un charlatan, exactement comme les Allemands dans les années ’30 avaient été hypnotisés par un petit caporal autrichien apparaissant comme le Messie. A la fin de la guerre, cependant, Mann se rendit compte que les horreurs du nazisme ne pouvaient être comprises comme une simple hypnose collective. Le problème n’était pas seulement Hitler ou l’hitlérisme, mais aussi qu’une vaste majorité d’Allemands avaient consciemment et volontairement fait plus de la moitié du chemin vers le Führer. La prise du pouvoir par Hitler n’a pas été un Betriebsunfall, comme les Allemands d’après-guerre aimaient à le dire, une sorte “d’accident industriel” imprévisible qui arriva à la nation de l’extérieur et laissa indemnes les traditions allemandes. Bien plutôt l’impérialisme génocidaire qu’il déchaîna sur l’Europe représentait l’apogée des tendances profondes de l’histoire allemande elle-même. Mann implorait ses compatriotes de ne pas être trop tolérants envers eux-mêmes. Leur tâche, insistait-il, était d’épurer les comptes, de faire le bilan de leur patrimoine national, de Herder à Heidegger, afin d’identifier et de confronter les illusions spécifiquement allemandes qui causèrent la catastrophe.

Martin Heidegger se risqua à son propre récit des fortunes de l’Allemagne. Il était inflexible sur le fait que ce qui s’était passé était essentiellement un phénomène européen et non typiquement allemand. (Son étudiante Hannah Arendt partageait cette approche). Bien sûr, il n’avait pas complètement tort. L’Allemagne est loin d’avoir été la seule à choisir une solution fasciste ou autoritaire aux maladies politiques de l’entre-deux guerres. Mais Heidegger n’était pas un analyste ordinaire du désastre. Son récit était tronqué pour une raison simple: il avait lui-même soutenu le régime nazi. Il dessinait une prophylaxie rétrospective contre ses propres paroles et actes. Dans la vision de Heidegger, les horreurs du nazisme étaient seulement un monumental exemple de “l’oubli de l’être” pour lequel les Allemands ne portaient pas de responsabilité spéciale. Toute la civilisation occidentale, croyait-il, s’était de même écarté de la vérité philosophique première. Dans l’Introduction à la métaphysique, qui sortit en 1953, Heidegger soulignait même que le fascisme allemand était le seul parmi les mouvements politiques occidentaux qui, pour un moment, avait maîtrisé la relation entre la technologie et l’homme moderne. “En cela réside la vérité intérieure et la grandeur du National Socialisme”. La tragédie devait être recherchée dans les limitations intellectuelles des nazis: “Ces gens étaient de loin trop limités dans leur pensée”. Pathétiquement, Heidegger en resta à répéter dans son propre esprit ce qui aurait pu être si Hitler avait tenu compte non de l’appel des guerriers imbéciles du parti mais de celui de l’être, tel qu’il était relayé par le sage de Fribourg. Avec un brin d’attention à l’ontologie, le nazisme aurait pu réaliser son véritable potentiel.

Hannah Arendt développa son récit du cataclysme dans Les origines du totalitarisme qui parut en 1951. C’est ce travail qui lui conféra une réputation internationale de penseur politique. C’est un travail brillant mais son enseignement est souvent prétentieux et son argumentation pesante. C’est, en bref, Arendt dans sa quintessence. Les lecteurs furent éblouis par son intelligence, mais cet éblouissement laissa une considérable perplexité dans son sillage. Un ouvrage aussi magistral peut-il être erroné dans ses concepts ou dans ses détails ? Et, si les détails sont inexacts, l’ensemble est-il plausible ? Dans la troisième partie du livre appelée L’antisémitisme, les récits faits par Arendt de la vie de(s) Juifs de cour, des maux des banquiers juifs parvenus, du salon proustien, du chauvinisme du juif Disraëli, sont tous hauts en relief, mais qu’ont à faire ces détails avec le phénomène à expliquer, c’est-à-dire avec l’avènement du totalitarisme ? Hannah Arendt avait mis le doigt sur l’innovation la plus importante de la vie politique du XXe siècle. Elle avait été parmi les premiers à reconnaître que le totalitarisme comme forme de régulation était un novum, une authentique nouveauté dans l’histoire politique. Les régimes de Staline et de Hitler étaient différentes du genre des tyrannies traditionnelles qui laissaient généralement les populations civiles dans la paix domestique. Contrairement à ces dictatures modernes qui, en accord avec un esprit de mobilisation générale, demandaient la complicité active de leurs sujets. Arendt avait saisi ces aspects de l’expérience totalitaire comme personne ne l’avait fait avant elle. Mais il y avait des faiblesses manifestes dans son analyse, et elles laissèrent perplexes les spécialistes. Son travail était divisé en trois grands chapitres: l’antisémitisme, l’impérialisme, et le totalitarisme. Elle méprisait la notion traditionnelle de causalité en histoire – l’idée simple que certaines circonstances historiques ont été produites par des facteurs antécédents identifiables – la considérant comme excessivement déterministe. Dans la tradition des Geistwissenshaften, elle soutenait que dans les sciences de la nature nous cherchons à “expliquer”, mais qu’en histoire nous cherchons à “comprendre”… Elle caractérisait l’antisémitisme et l’impérialisme comme des “éléments” qui venaient ensemble ou se “cristallisaient” dans la forme de la pratique totalitaire moderne. Mais qu’est-ce qui exactement donnait un essor à ce mystérieux processus de cristallisation ? Son récit demeurait là obscur.La problématique d’Arendt souffrait d’un désiquilibre massif. La partie sur le totalitarisme traitait presque exclusivement de la théorie et de la pratique du National Socialisme. La discussion sur le Stalinisme était ajoutée comme une réflexion après coup. De plus, alors que le National Socialisme et ses crimes horribles seraient inconcevables sans l’antisémitisme qui était la pierre angulaire de l’idéologie nazie, dans la vision du monde stalinien il a joué un rôle négligeable. Si, dans un des deux exemples historiques majeurs de gouvernement totalitaire, un des deux est en grande mesure absent, quel pouvoir explicatif positif conserve le modèle de l’auteur ? Dans son analyse, les lignes de partage entre les oppresseurs et les opprimés sont subitement estompées. Les Juifs sont accusés d’être un peuple apolitique, comme si c’était là un destin qu’ils avaient librement choisi. Arendt conclut qu’en de nombreuses circonstances les Juifs avaient bêtement appelé à la persécution historique sur eux-mêmes. L’arrogance des Juifs – sous la forme du mythe du peuple élu – joue un rôle prééminent dans son récit. Disait-elle que les Juifs méritaient leur destin ? certes non, sauf dans le sens où le héros d’une tragédie grecque dit avoir mérité son sort.

L’arrière-plan théorique pour quelques-uns des traits les plus sinistres de Eichmann à Jérusalem avait d’ores et déjà été établi. Le problème juif d’Arendt fit surface à la fin des années ’20, comme ce fut aussi le cas pour de nombreux juifs intégrés. Beaucoup découvrirent leur propre judaïté pour la première fois dans le bain d’acide de l’antisémitisme de ces années là. Ils ont soudainement été forcés d’affronter le fait que les vies qu’ils menaient étaient fondées sur l’illusion; et cette désillusion fut spécialement amère pour les Juifs de bonne éducation, qui avaient cru que la Bildung était le grand égalisateur, leur ticket d’admission aux privilèges de la société allemande. Hannah Arendt aussi avait cru que si elle assimilait une quantité suffisante du Geist, les portes de la société allemande s’ouvriraient magiquement.

Mais elle n’avait pas seulement un problème juif, elle avait aussi un problème Heidegger. Et ils furent, à certains égards, étroitements liés. L’affaire de coeur entre Martin Heidegger et Hannah Arendt, qui commença dans les années ’20, quand il était son professeur, est de notoriété publique. Il y a eu beaucoup de spéculation sur les conséquences personnelles et intellectuelles de cette liaison. Dans son livre, Elzbieta Ettinger met toutes les spéculations à plat. Voici donc l’essentiel de l’histoire de ce dernier tango à Weimar. Par une lecture précautionneuse de la correspondance entre Heidegger et Arendt, qui fut pendant longtemps indisponible pour les spécialistes (par respect notamment pour la veuve de Heidegger, morte récemment), Ettinger a fidèlement reconstitué les hauts et les bas de leur imbroglio sentimental. Elle cite abondamment les lettres d’Arendt à heidegger qui sont composées dans le style expansif du haut romantisme allemand. Les phrases de Heidegger, elles, sont paraphrasées, en accord présume-t-on avec les dispositions contraignantes de son testament.

Cette passion complexe débuta en 1925. Heidegger avait 35 ans, était père de deux enfants, et avait déjà la réputation d’être un philosophe prodige, l’héritier du mouvement phénoménologique initié par son mentor Edmund Husserl. Il avait rejoint la philosophie et l’Université après avoir rejeté la théologie et l’Eglise, mais il avait gardé une conception sacerdotale de lui-même. On venait nombreux à ses cours, et pour éviter la foule il fixait l’horaire de ses conférences au point du jour. Arendt, en 1925, était une frêle jeune fille de 18 ans venant de Koenigsberg en Prusse orientale, la ville de Kant. Elle était issue des couches supérieures d’une famille juive assimilée. Son père mourrut de la syphilis en 1913 et sa mère s’était remariée quelques années plus tard. Du jour au lendemain, Hannah eût deux demi-soeurs avec qui elle avait peu en commun. Son sentiment d’exil était aigü. Dans un récit de jeunesse enflammé et peu assuré, intitulé Les ombres, elle se lamentait sur “sa jeunesse trahie”. Heidegger la rencontra à l’Université de Marburg à la fin de 1924. Quelques mois plus tard, leur histoire d’amour commença. Heidegger aurait pu être congédié de son poste si les amoureux avaient été découverts et sa femme était notoirement jalouse, spécialement des étudiantes qui étaient hypnotisées par son mari. Elle était aussi antisémite.

Arendt et Heidegger formaient un couple plutôt invraisemblable. Elle était la séduisante jeune juive cosmopolite; il était catholique, provincial et fier de l’être. Selon le témoignage de l’ami de Heidegger, Henrich Petzet, le magicien de Messkich se sentait mal à l’aise avec la vie des grandes villes, “et c’était spécialement vrai de l’esprit mondain des cercles juifs des grands centres urbains de l’ouest”. En 1933, dans sa tristement célèbre allocution rectorale à l’Université de Fribourg, il se donnait du mal pour faire l’éloge des “forces qui sont enracinées dans le sol et le sang du peuple allemand”. Une lettre récemment retrouvée, datée de 1929, le montre se lamentant sur la judification rampante de l’esprit allemand. Et ceci quatre ans avant que Hitler n’arrive au pouvoir. Le nazisme de Heidegger n’était pas une question d’opportunisme. Certains ont pointé la liaison avec Arendt comme une preuve de “l’oecuménisme” de Heidegger, et même d’une tendance philosémitique cachée. Peut-être bien, mais c’est un homme qui n’avait pas grand scrupule à être membre conseiller de l’Académie pour le Droit allemand, avec comme collègues des gens tels que Julius Streicher, principal fournisseur de la pornographie antisémite nazie et éditeur du Stürmer, ou Hans Frank, futur gouverneur allemand de la Pologne. Le credo de cette organisation était d’établir les bases de la loi allemande sur le respect des principes de “la race, de l’état, du Führer, du sang, de l’autorité”. Et Heidegger travailla en compagnie de tels hommes jusqu’en 1936.

Il apparait que la relation de Heidegger avec Arendt, bien que non exempte de tendresse, était profondément asservissante. Les deux se rencontraient clandestinement, généralement dans la mansarde d’étudiante d’Arendt, selon les horaires et l’envie de Heidegger. L’impératif du secret devint pesant. Environ un an après le début de leur relation, Arendt décida de rejoindre une autre Université. Elle voyait ce déplacement comme un sacrifice en faveur de Heidegger. Comme elle lui expliqua dans une lettre, elle consentit à cette décision “par amour pour vous, pour ne pas causer plus de difficultés qu’il n’y en a déjà”. Heidegger prit des dispositions pour qu’Arendt étudie avec son ami Karl Jaspers, à Heidelberg. Arendt était profondément blessée par Heidegger. C’était comme s’il avait payé en retour son intimité et sa confiance en la bannissant. à Heidelberg, elle refusa obstinément de lui fournir sa nouvelle adresse. Puis leurs rendez-vous amoureux continuèrent pendant deux années au rythme des haltes le long de la ligne ferrovière Marburg-Heidelberg. Peu après sa nomination à Freiburg en 1928, Heidegger rompit brutalement leur relation. Un an après, elle épousait Gunther Anders, anciennement Gunther Stern, journaliste de Berlin et associé à Brecht. Jusqu’au bout, pourtant, Arendt est demeurée sous l’emprise du magicien. En 1974, un an avant sa mort, elle lui écrivit dans un langage révérent et quelque peu sublimé: “personne ne peut faire un cours à votre façon, et personne ne l’avait fait avant vous”.

En 1928, Arendt rédigea une thèse sous la direction de Karl Jaspers concernant le concept d’amour chez Saint Augustin. L’essai est une reconsidération phénoménologique orthodoxe des doctrines d’Augustin. Arendt y affrontait la difficulté de savoir comment on pouvait concilier la théorie de l’amour du prochain avec la conviction augustinienne qu’une authentique relation au monde doit être médiatisée par une relation à Dieu. Elle essaya de travailler le problème de “l’être-avec-les-autres” (un point central d’être et Temps de Heidegger, publié en 1927) tel qu’il pouvait s’appliquer aux théories de Saint Augustin. Arendt publia sa thèse en 1929 dans diverses revues. Les théologiens furent repoussés par sa mauvaise volonté à prendre en compte la littérature existente. En vérité, l’ouvrage est le travail d’une disciple strictement fidèle. Il a été écrit à une époque où une intellectuelle juive en Allemagne pouvait encore entretenir l’espoir d’une carrière universitaire dans le milieu conservateur et réactionnaire de l’Académie allemande. Plus intéressant, La notion de “Communauté” qu’Arendt découvre chez Augustin est plutôt morbide et oblique, trempée par un voile de larmes théologiques. C’est la communauté lugubre des déchus, les coupables qui peuvent retracer leur lignée à partir du premier pêcheur dans l’Eden: “La descendance commune de l’humanité est sa part commune dans le péché originel. Ce caractère scandaleux (cet état de péché), conféré par la naissance, concerne nécessairement tout le monde. Il n’y a pas d’échappatoire. Il en est ainsi pour chaque personne. Tous sont coupables”. Il est singulier de voir une juive laïque éclairée et assimilée, élevée dans la phénoménologie existentielle, accepter ainsi le péché originel. Mais c’est Arendt elle-même, en fait, qui a plus tard articulé les défauts intellectuels de cette lugubre notion théologique de communauté.

Dans le livre suivant d’Arendt, une étude concernant une juive du XVIIIe siècle, Rahel Varnhagen, elle devait produire de cinglantes critiques des phantasmes de l’introspection et des désillusions de l’assimilationnisme. Et sa répudiation de la charpente thématique de l’étude sur Augustin fut très explicite. Dans ce livre, elle en vint à associer l’introspection avec un type de refus du monde factice et illusoire. A ses yeux, elle devenait non un instrument spirituel mais une forme de déni psychique, garantissant une sensation d’autonomie intérieure qu’au prix d’une indifférence fatale envers la réalité. Elle représente la forme ultime de l’aveuglement narcissique: “Le mensonge peut faire oublier l’environnement extérieur que l’introspection a déjà converti en facteur purement psychique”.

Suite à la fin traumatique de sa liaison avec Heidegger, Arendt s’offrit un adieu peu sentimental à la philosophie allemande. Alors que la République allemande était au bord de l’effondrement, une grande confusion devait régner dans son esprit. La philosophie allemande à l’appel de laquelle elle avait une fois trouvé sa vocation, semblait maintenant complètement impliquée dans la montée du fascisme. Sur un plan plus personnel, elle était scandalisée par la vitesse à laquelle les haut-représentants de la culture allemande s’étaient soudain transformés en nazis convaincus et en antisémites passionnés. En 1933, après que Heidegger fut devenu recteur de l’Université de Freiburg et qu’il eût assumé la responsabilité des décrets anti-juifs dans cette institution; qu’au même moment, Husserl devait se plaindre de sa déception pour “l’antisémitisme de plus en plus fort de Heidegger”, Arendt lui envoya une lettre particulièrement significative. Et dans un entretien de 1964, elle décrivit sans équivoque sa désillusion avec les intellectuels allemands: “Le problème n’était pas ce que faisaient nos ennemis, mais ce que faisaient nos amis… Parmi les intellectuels, le Gleichshaltung (enrégimentement total de la société dans l’hitlérisme) était de rigueur… J’ai quitté l’Allemagne dominée par l’idée – bien sûr quelque peu exagérée – du jamais plus ! Je ne voulais plus jamais être impliquée dans quelque relation intellectuelle que ce soit afin de ne plus me retrouver dans une telle situation”. Après les révélations d’Ettinger, il est difficile de ne pas croire que ces mots aient été prononcés avec Heidegger en tête.

L’amère désillusion d’Arendt à propos de son identité juive la conduisit à un revirement dramatique dans ses centres d’intérêts intellectuels. Presqu’aussitôt qu’elle eut fini sa thèse sur Augustin, elle commença les recherches pour son étude sur Rahel Varnhagen, femme de salon du Berlin des Lumières. Elle sous-titra explicitement son livre: “La vie d’une Juive”. à la lumière de ce que nous savons maintenant sur sa romance maudite avec Heidegger, la nature profondément biographique du livre devient claire. Varnhagen était une femme juive qui a longtemps lutté pour garder son identité juive à distance mais, à la fin, elle apprit à se réconcilier avec ses origines, avec sa marginalité de Juive au milieu de Gentils hostiles. Ses derniers mots, comme l’a raconté Arendt, furent: “la chose qui toute ma vie me sembla la plus grande honte, qui était la misère et l’infortune de ma vie – être née juive – je ne voudrais pour rien au monde l’avoir manquée”.

Dans une réaction comparable devant l’expérience de l’antisémitisme et la montée du nazisme, Arendt commença à affirmer sa propre judaïté. En exil en France durant les années ’30, elle travailla avec le mouvement de jeunesse Aliyah pour faciliter la réimplantation de jeunes juifs en Palestine. En 1935 elle y emmena elle-même un groupe d’enfants. Un principe des Lumières universellement accepté voulait que les Juifs, peuple attardé et inculte, pourraient être acceptés seulement quand ils se dépouilleraient de leur judaïté, ce facheux atavisme. Selon Arendt, les Juifs de la Prusse de l’époque de son héroïne souffraient d’une fausse conscience collective: “Les Juifs ne voulaient même pas être émancipés comme un Tout; ce qu’ils voulaient, c’était échapper à leur judaïté, comme individus si possible”. Combien profondément Arendt a-t-elle dû s’identifier avec sa protagoniste ! Rahel était un archétype du “pariah” juif. Les parralèles avec sa propre histoire d’amour avec l’Autre ont dû la frapper.

Mais il y a un autre aspect du livre sur Varnhagen qui mérite un examen à la lumière de ce que nous savons à propos des relations affligées d’Arendt et de Heidegger. Il s’ouvre avec une polémique soutenue contre les illusions du romantisme allemand, et spécialement contre les dangers d’une sensibilité dans laquelle les valeurs de “l’intériorité” ont été élevées au statut de fin suprême de l’existence humaine. Cette attaque contre le Geist contient quelques-uns des écrits les plus sincères et les plus puissants de l’oeuvre d’Arendt: “Le souvenir sentimental est la meilleure méthode pour oublier sa destinée. Cela présuppose que le présent soit converti en un passé “sentimental”… Le présent s’élève toujours le premier hors de la mémoire, et il est immédiatement conduit dans les profondeurs intérieures, où tout est éternellement présent, puis converti en virtualité. Ainsi le pouvoir et l’autonomie de l’âme sont assurés. Assurés au prix de la vérité, il faut le reconnaître, car sans réalité partagée avec d’autres êtres humains, la vérité perd toute signification. L’introspection engendre un penchant au mensonge”. Ainsi, l’étude sur Varnhagen représente un réquisitoire ferme et sans compromission contre les espoirs de sa propre jeunesse. La fin de sa relation avec Heidegger et la montée du nazisme ont dû se mêler de façon torturante dans son esprit. Et ces dilemnes s’avivèrent en 1933, lorsqu’elle apprit la retentissante adhésion de Heidegger au parti nazi. Il n’est guère étonnant que, trente ans plus tard, dans ses premières paroles publiques sur l’engagement nazi de Heidegger, il était devenu “Le dernier (nous l’espérons) romantique”.

En 1950, en Allemagne, Arendt et Heidegger se réconcilièrent joyeusement. La rencontre transforma la critique inébranlable en fidèle défenseur. La réputation de Heidegger avait été ternie par sa notoriété de collaborateur nazi et il avait été mis au ban de la vie universitaire. Il avait besoin d’un publiciste et d’un ambassadeur. Hannah faisait l’affaire. Plus important, elle était juive reconnue, et son soutien pouvait aider à neutraliser les accusations persistantes concernant son antisémitisme. Arendt décrivit leur premier contact depuis deux décennies de façon dithyrambique: “Ce soir et le matin suivant sont une confirmation d’une vie entière. En fait, une confirmation à jamais espérée”. Elle devint l’agent américain de Heidegger, surveillant avec diligences les contrats et les traductions de ses livres. Un des épisodes les plus drôles du récit bien troussé de Ettinger révèle un Heidegger, vieux et près de ses sous, surveillant la vente du manuscrit de Sein und Zeit. Et Arendt obéissait avec soumission, consultant experts et offrant conseils minutieux. Avant cette réconciliation, dans sa correspondance avec Jaspers, les dénonciations du vieux maître par Arendt étaient redoutables. En 1950, son ton changea complètement. Par la suite, selon Ettinger, “à tous égards, elle fit ce qu’elle pouvait pour blanchir son passé nazi”. Ainsi, dans sa contribution à une festchrift commémorant le 80ème anniversaire de Heidegger, Arendt sortit de son propos dans une longue note de bas de page pour contester une quelconque relation essentielle entre la pensée de Heidegger et son soutien à Hitler. Elle prétendait que “Heidegger corrigea lui-même son ‘erreur’ plus rapidement et plus radicalement que beaucoup de ceux qui se dressèrent en juges au-dessus de lui. Il prit plus de risques qu’il n’était usuel de le faire dans la vie littéraire et universitaire allemande pendant cette période”. Mortes étaient les condamnations passionnées de l’intériorité romantique et de ces illusions allemandes selon lesquelles le monde pouvait être un taudis aussi longtemps que le palais aux idées du penseur demeurait intact. Morte aussi toute trace de sa précédente description critique de Heidegger comme “dernier (nous l’espérons) romantique”. Par un revirement abrupt, elle affirmait désormais que le nazisme était un phénomène né dans le ruisseau, de telle sorte qu’il n’avait rien à faire avec la vie de l’esprit.

Comment Heidegger récompensait-il une telle dévotion aveugle ? égoïstement bien sûr. Il restait incapable de reconnaître que son ancienne étudiante et maîtresse était devenue une intellectuelle de stature mondiale. Quand la traduction allemande de Origines du totalitarisme sortit, il répondit avec des mois de silence glacé. Et lorsque, quelques années plus tard, Arendt lui envoya fièrement l’édition allemande de La Condition humaine, qu’elle avait voulu lui dédier (“Il vous doit tout jusqu’au moindre regard”), elle commenta, désabusée, dans une lettre à Jaspers: “Je sais qu’il trouve insupportable que mon nom apparaisse en public, que j’écrive des livres, etc… Depuis toujours, je lui mens à mon sujet, prétendant que les livres, mon nom n’existent pas et que je ne sais même pas compter jusqu’à trois, à moins que cela ne concerne l’interprétation de ses travaux”.

En 1963, Arendt publia Eichmann à Jérusalem. Elle ne se remit jamais vraiment du scandale résultant du passage dans lequel elle donnait à entendre que le comportement des officiels du Conseil Juif était comparable à celui des bourreaux nazis. éludant la complexité de ces heures noires, Arendt soutenait que “le rôle des dirigeants juifs dans la destruction de leur propre peuple est sans aucun doute le chapitre le plus sombre de toute cette sombre histoire”. Elle parlait même de l’extraordinaire penseur et dirigeant juif-allemand Leo Baeck comme du “Führer juif” (une remarque qu’elle a eu le bon sens d’effacer dans la seconde édition du livre), décrivait le procureur juif d’Eichmann comme “un juif galicien qui parle sans ponctuation, comme un élève zélé qui vient montrer tout ce qu’il sait” et – ultime affront venant d’une juive de haute extraction – l’accusait d’avoir une mentalité de ghetto. à ce renversant manque de sympathie pour les victimes, Arendt ajouta sa fameuse déclaration selon laquelle le mal que les nazis infligèrent aux Juifs était, pour l’homme à la barre qui n’avait eu d’égaux qu’ Himmler et Heydrich dans la responsabilité de la solution finale, “banal”. Admettant les dénégations d’Eichmann sur leur bonne mine, elle affirmait qu’il avait une faible conscience de sa culpabilité. Elle insinuait qu’il n’y avait pas eu “d’intentionnalité” dans ses crimes: Eichmann était simplement un rouage dans une machine bureaucratique de masse dans laquelle l’infraction était devenue la règle. La plus puissante accusation qu’elle put prononcer contre lui et les autres nazis était celle de “manque de réflexion”. Son jugement était moralement insensible et historiquement faux; son argumentation présentait une horrible assimilation des victimes et des bourreaux. Elle semblait ignorer que ses affirmations équivalaient à une répudiation de Origines du totalitarisme: dans ce livre elle avait insisté sur la radicalité, et non pas sur la banalité, de cette variété de mal et elle avait montré que le nazisme, loin d’être un système fondé sur “le manque de réflexion”, était une création de l’idéologie. Elle ne comprit pas pourquoi il y eut tant de bruit autour de ses propos. Elle ne tarissait plus sur la conspiration instruite contre elle par “l’establishment juif”. Elle attribuait sa mauvaise presse en Israël au fait que ceux-ci, faisant jouer leurs relations dans la patrie juive, étaient des Ashkenazes de la même famille que ceux qui avaient participé aux Conseils juifs et collaboré avec les nazis.

En montrant qu’Arendt était occupé à disculper Heidegger en même temps qu’elle inculpait les victimes du nazisme, le livre d’Ettinger jette une ombre noire sur Eichmann à Jérusalem. Arendt y apparaît avoir voulu s’ élever au-dessus de ces Juifs est-européens habitants des ghettos qui, selon elle, ont délibérément coopéré pour être collectivement conduits au massacre. Les passages offensants de son livre signifient-ils que, d’une façon ou d’une autre, elle ait voulu absoudre le magicien de Messkirch de ses crimes en montrant que ses victimes aussi étaient coupables ? En 1933, en réponse à une question de Jaspers voulant savoir comment il pouvait considérer quelqu’un d’aussi inculte qu’Hitler capable d’unifier l’Allemagne, Heidegger s’exclama: “Ce n’est pas une question de culture. Regardez la beauté de ses mains !”. cela relevait d’un existentialisme politique. Heidegger proclamait que la place de la raison en ce qui concerne le pouvoir est limitée, ou qu’elle n’y a pas de place du tout, l’action et l’authenticité étant ce qui importait. Dans ses cours suivant la prise du pouvoir par Hitler, Heidegger défendit ardemment le Führerprinzip, le principe du Chef. Comme il l’enseignait dans ses cours sur Hölderlin, “le vrai et l’unique Führer indique en vertu de son Etre le royaume des demi-dieux”. il croyait que la démocratie était responsable de la chute de la polis antique. Et cela allait presque sans dire que “le vrai n’est pas pour tout homme mais seulement pour le fort”. L’esprit de sa pensée politique est un nietzschéisme vulgaire: dans une opposition prononcée contre le nivellement social caractéristique de la Modernité, il invoquait les Grecs anciens, pour qui les principes “de hiérarchie et de domination” occupaient la place d’honneur. Sa justification de l’activisme révolutionnaire est plus clairement à chercher dans son panygérique des “grands créateurs” du milieu des années ’30, les “leaders” authentiques qui sont en relation privilégiée avec l’être. Par leurs travaux, ils sont chargés de dégager la masse de l’humanité du nihilisme absolu du présent historique. Avant-garde existentielle, ils sont les troupes de choc de l’être.Arendt aurait dû être révoltée. Malgré tout elle trouva une utilité à ce type de vitalisme révolutionnaire. Dans sa propre pensée sur la politique, elle conservait l’emphase de Heidegger sur l’authenticité et l’élitisme . Comme son mentor, elle souffrait de l’envie de polis, de la tendance à voir la vie politique moderne comme une décadence vertigineuse par rapport aux splendeurs d’un mythique apogée péricléen.

Dans la conception d’Arendt, “la manière de vivre politique n’a jamais été et ne sera jamais celle de la majorité”. L’erreur de “la neutralité démocratique d’une société égalitaire est qu’elle tend à ne pas voir l’incapacité et le manque d’intérêt de larges parts de la population pour les questions politiques en tant que telles”. Elle semble remarquablement sereine devant le fait que des structures aristocratiques confineraient la majorité des citoyens dans une existence politique totalement marginale. Elle réintroduit, sur des bases vitalistes et existentialistes, l’odieuse distinction entre citoyens actifs et citoyens passifs. Ses élites politiques préférées manifestent des aptitudes performantes de rang supérieur; et dans son esprit, ces aptitudes sont constitutives de l’action politique authentique. Dans La Condition humaine, le travail philosophique le plus important d’Arendt, elle propose une politique entièrement esthétisée. Elle fait remarquer que “l’action peut seulement être jugée sur le critère de la grandeur, parce que c’est dans la nature de renverser ce qui est communément admis pour atteindre à l’extraordinaire, où ce qui est vrai dans la vie ordinaire et quotidienne ne s’applique plus parce que tout ce qui existe est unique et sui generis”. L’insistance constante d’Arendt sur les qualités agonistiques de la vie publique, sur la politique comme une sphère dans laquelle des élus recherchant l’action peuvent se distinguer, est très clairement antidémocratique. C’est un idéal politique singulièrement dépourvu d’altruisme et de fraternité. Pour ces raisons, il reste inconciliable avec les valeurs de solidarité politique qui sont essentielles à la notion d’une citoyenneté démocratique. Après tout, malgré tout, l’esprit de Marburg demeure.

Copyright © Richard Wolin / La République des Lettres, Paris, mercredi 01 mai 1996. Droits réservés pour tous pays.

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Politica, Psichiatria

Emmanuel Faye e Hannah Arendt. Heidegger come Platone? Si può ridere del “re filosofo”?

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Hannah Arendt, in una intervista rilasciata poco dopo l’ uscita del suo  libro su Adolf  Eichmann a proposito di quest’ultimo usa il termine “Hanswurst” (Giovanni-salamino) che nei sottotitoli è stato tradotto con “fool” che io a mia volta ho tradotto con “pazzo”, perchè giullare non mi suonava in quel contesto e  non riuscivo ad individuare la parola tedesca pronunciata nel video.

[minuto 49.27]

Il termine tedesco usato nel passaggio in questione,  per quanto mi consta vuol dire più esattamente “buffone”: persona che suscita l’ilarità. Nel dizionario Italiano tedesco Hanswurst viene tradotto anche come Arlecchino

<<Come figura popolare contadina l’Hanswurst viene introdotta in pezzi del teatro di fiera e itinerante. Il nome compare per la prima volta in una versione in mediobasso tedesco  della “La nave dei folli” di Sebastian Brandt  /1519) (mentre nella versione originale veniva utilizzato il nome Hans Myst).

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Hanswurst

Hanswurst era in uso anche come parola ridicola di scherno.Martin Lutero  la utilizzò nel 1530 nel “Vermahnung an die Geistlichen, versammelt auf dem Reichstag zu Augsburg” e scrisse nel 1541 il documento polemico “Wider Hans Worst“. Nel sedicesimo  e neldicassettesimo secolo  si incontrano occasionalmente questi nomi figurativi negli spettacoli carnevaleschi e nelle commedie.Il medico itinerante e reggente del Teatrp Kartentor  a Vienna  dal 1712 .Joseph Anton Stranitxky , fece concorrenza alla compagnia  della Commedia dell’Arte   e sviluppò l’Hanswurst come figura comica tedesca, facendo così nascere il genere del Teatro Popolare tardo-viennese. L’Hans Wurst di Stranitzky portava il costume di un contadino salisburghese  , aveva un cappello con tesa larga ed un bastone di Arlecchino: parlava inoltre uno spiccato accento viennese.>> [wikipedia]

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Con questa precisazione il senso della mia analisi svolta nel post “Le risate di Hannah Arendt” non cambia. Anche solo guardandolo in foto, per non dire nei filmati del processo Eichmann tutto sembra fuorchè un istrione od un giullare (da “iocularis”) od un Arlecchino (al quale  veniva a sovrapporsi talora come un doppio   l’ Hanswurst). Hannah Arendt che voleva ridicolizzare Heichmann togliendogli ogni carattere demoniaco gli attribuisce, inconsapevolmente   quello   di un personaggio farsesco diabolico .  L’arlecchino ( da Holle Konig-re dell’inferno. od Herlechino demone gigante ) era originariamente legato  per la maschera nera seicentesa al ghigno del diavolo. Strani scherzi della lingua! Vedere nel criminale nazista il cui aspetto era quello di un tetro burocrate, una maschera della commedia dell’arte voleva  comunque dire fargli un grosso regalo. La reazione della Arendt alla lettura degli interrogatori di Adolf Eichmann apparentemente era stata  quella di una serie di  risate isteriche : però bisogna cogliere qualcosa di più profondo e di più inquietante. La risata come esorcizzazione del demoniaco?

 Dico questo perché mi sono imbattuto in un  documento video del 2009 che conferma sul piano storico le conclusioni a cui sono arrivato, nel mio post precedente,  attraverso un’impostazione psichiatrica.

Emmanuel Faye autore de ” Heidegger, L’introduzione del nazismo nella filosofia” (L’asino d’oro 2012 ) comincia dicendo che la Arendt non ha mai fatto riferimento in pubblico al nazismo di Heidegger ma anzi ha cercato sistematicamente di nasconderlo. E’ suo inoltre, secondo il francese,   il massimo contributo storico  alla propaganda  planetaria del” pensiero” del maestro.   Hannah  pronunciò nel 1969  un discorso apologetico  ( segue traduzione inglese ) paragonando il filosofo dell’esistenzialismo,  per importanza, a Platone. Quindi siamo di fronte ad una attività di occultamento e di mistificazione cosciente,e di camuffamento di idee dal contenuto assolutamente antiumano  che hanno ispirato il genocidio e l’assassinio di milioni di persone. E’ difficile relegare nel campo dell'”isteria” così confinante con la normalità, una condotta che implica una connivenza sia pure indiretta con una prassi criminale di inaudite proporzioni.

Non ho potuto vedere il film della Von Trotta: mi dicono però che la studiosa, non voglio dire filosofa, vien descritta come persona di grande umanità e affettività.  Se ciò è vero mi domando come sia stato possibile e su quali documenti ci si è basati per fare una ricostruzione storica. Altri hanno precisato che

<<(…) il film illustra bene la glaciale affettuosità della Arendt, l’astrattezza del suo pensiero e  la sua dipendenza da Heidegger. >>

Martin Heidegger at Eighty (1969)

 Hannah Arendt translated from the German by Albert Hofstader .
I have said that people followed the rumor about Heidegger in order to learn thinking. What was experienced was that thinking as pure activity—and this means impelled neither by the thirst for knowledge nor by the drive for cognition—can become a passion which not so much rules and oppresses all other capacities and gifts, as it orders them and prevails through them. We are so accustomed to the old opposition of reason versus passion, spirit versus life, that the idea of a passionatethinking, in which thinking and aliveness become one, takes us somewhat aback. Heidegger himself once expressed this unification—on the strength of a proven anecdote—in a single sentence, when at the beginning of a course on Aristotle he said, in place of the usual biographical introduction, “Aristotle was born, worked, and died.”That something like Heidegger’s passionate thinking exists is indeed, as we can recognize afterward, a condition of the possibility of there being any philosophy at all. But it is more than questionable, especially in our century, that we would ever have discovered this without the existence of Heidegger’s thinking. This passionate thinking, which rises out of the simple fact of being-born-in-the-world and now “thinks recallingly and responsively the meaning that reigns in everything that is” (Gelassenheit, 1959, p. 15),2 can no more have a final goal—cognition or knowledge—than can life itself. The end of life is death, but man does not live for death’s sake, but because he is a living being; and he does not think for the sake of any result whatever, but because he is a “thinking, that is, a musing being” (ibid.).A consequence of this is that thinking acts in a peculiarly destructive or critical way toward its own results. To be sure, since the philosophical schools of antiquity, philosophers have exhibited an annoying inclination toward system building, and we often have trouble disassembling the constructions they have built, when trying to uncover what they really thought. This inclination does not stem from thinking itself, but from quite other needs, themselves thoroughly legitimate. If one wished to measure thinking, in its immediate, passionate liveliness, by its results, then one would fare as with Penelope’s veil—what was spun during the day would inexorably undo itself again at night, so that the next day it could be begun anew. Each of Heidegger’s writings, despite occasional references to what was already published, reads as though he were starting from the beginning and only from time to time taking over the language already coined by him—a language, however, in which the concepts are merely “trail marks,” by which a new course of thought orients itself.

Heidegger refers to this peculiarity of thinking when he emphasizes that “thecritical question, what the matter of thought is, belongs necessarily and constantly to thinking”; when, on the occasion of a reference to Nietzsche, he speaks of “thinking’s recklessness, beginning ever anew”; when he says that thinking “has the character of a retrogression.” And he practices the retrogression when he subjectsBeing and Time to an “immanent criticism,” or establishes that his own earlier interpretation of Platonic truth “is not tenable,” or speaks generally of the thinker’s “backward glance” at his own work, “which always becomes a retractatio,” not actually a recanting, but rather a fresh rethinking of what was already thought (inZur Sache des Denkens, pp. 61, 30, 78).

Every thinker, if only he grows old enough, must strive to unravel what have actually emerged as the results of his thought, and he does this simply by rethinking them. (He will say with Jaspers, “And now, when you just wanted really to start, you must die.”) The thinking “I” is ageless, and it is the curse and the blessing of thinkers, so far as they exist only in thinking, that they become old without aging. Also, the passion of thinking, like the other passions, seizes the person—seizes those qualities of the individual of which the sum, when ordered by the will, amounts to what we commonly call “character”—takes possession of him and, as it were, annihilates his “character” which cannot hold its own against this onslaught. The thinking “I” which “stands within” the raging storm, as Heidegger says, and for which time literally stands still, is not just ageless; it is also, although always specifically other, without qualities. The thinking “I” is everything but the self of consciousness.

Moreover, thinking, as Hegel, in a letter to Zillmann in 1807, remarked about philosophy, is “something solitary,” and this not only because I am alone in what Plato speaks of as the “soundless dialogue with myself” (Sophist 263e), but because in this dialogue there always reverberates something “unutterable” which cannot be brought fully to sound through language and articulated in speech, and which, therefore, is not communicable, not to others and not to the thinker himself. It is presumably this “unsayable,” of which Plato speaks in the Seventh Letter, that makes thinking such a lonely business and yet forms the ever varied fertile soil from which it rises up and constantly renews itself. One could well imagine that—though this is hardly the case with Heidegger—the passion of thinking might suddenly beset the most gregarious man and, in consequence of the solitude it requires, ruin him.

The first and, so far as I know, the only one who has ever spoken of thinking as apathos, as something to be borne by enduring it, was Plato, who, in theTheaetetus (155d), calls wonder the beginning of philosophy; he certainly does not mean by this the mere surprise or astonishment that arises in us when we encounter something strange. For the wonder that is the beginning of thinking—as surprise and astonishment may well be the beginning of the sciences—applies to the everyday, the matter-of-course, what we are thoroughly acquainted and familiar with; this is also the reason why it cannot be quieted by any knowledge whatever. Heidegger speaks once, wholly in Plato’s sense, of the “faculty of wondering at the simple,” but, differently from Plato, he adds, “and of taking up and accepting this wondering as one’s abode” (Vorträge und Aufsätze, 1954, Part III, p. 259).

This addition seems to me decisive for reflecting on who Martin Heidegger is. For many—so we hope—are acquainted with thinking and the solitude bound up with it; but clearly, they do not have their residence there. When wonder at the simple overtakes them and, yielding to the wonder, they engage in thinking, they know they have been torn out of their habitual place in the continuum of occupations in which human affairs take place, and will return to it again in a little while. The abode of which Heidegger speaks lies therefore, in a metaphorical sense, outside the habitations of men; and although “the winds of thought,” which Socrates (according to Xenophon) was perhaps the first to mention, can be strong indeed, still these storms are even a degree more metaphorical than the metaphor of “storms of the age.”

Compared with other places in the world, the habitations of human affairs, the residence of the thinker is a “place of stillness” (Zur Sache des Denkens, p. 75). Originally it is wonder itself which begets and spreads the stillness; and it is because of this stillness that being shielded against all sounds, even the sound of one’s own voice, becomes an indispensable condition for thinking to evolve out of wonder. Enclosed in this stillness there happens a peculiar metamorphosis which affects everything falling within the dimension of thinking in Heidegger’s sense. In its essential seclusion from the world, thinking always has to do only with things absent, with matters, facts, or events which are withdrawn from direct perception. If you stand face to face with a man, you perceive him, to be sure, in his bodily presence, but you are not thinking of him. And if you think about him while he is present, you are secretly withdrawing from the direct encounter. In order to come close, in thinking, to a thing or to a human being, it or he must lie for direct perception in the distance. Thinking, says Heidegger, is “coming-into-nearness to the distant” (Gelassenheit p. 45; cf. Discourse on Thinking, p. 68).

One can easily bring this point home by a familiar experience. We go on journeys in order to see things in faraway places; in the course of this it often happens that the things we have seen come close to us only in retrospect or recollection, when we no longer are in the power of the immediate impression—it is as if they disclose their meaning only when they are no longer present. This inversion of relationship—that thinking removes what is close by, withdrawing from the near and drawing the distant into nearness—is decisive if we wish to find an answer to the question of where we are when we think. Recollection, which in thinking becomes remembrance, has played so prominent a role as a mental faculty in the history of thinking about thinking, because it guarantees us that nearness and remoteness, as they are given in sense perception, are actually susceptible of such an inversion.

Heidegger has expressed himself only occasionally, by suggestion, and for the most part negatively, about the “abode” where he feels at home, the residence of thinking—as when he says that thinking’s questioning is not “part of everyday life…it gratifies no urgent or prevailing need. The questioning itself is ‘out of order.’ ” (An Introduction to Metaphysics, Anchor Books, 1961, pp. 10-11). But this nearness-remoteness relation and its inversion in thinking pervades Heidegger’s whole work, like a key to which everything is attuned. Presence and absence, concealing and revealing, nearness and remoteness—their interlinkage and the connections prevailing among them—have next to nothing to do with the truism that there could not be presence unless absence were experienced, nearness without remoteness, discovery without concealment.

Seen from the perspective of thinking’s abode, “withdrawal of Being” or “oblivion of Being” reigns in the ordinary world which surrounds the thinker’s residence, the “familiar realms…of everyday life,” i.e., the loss of that with which thinking—which by nature clings to the absent—is concerned. Annulment of this “withdrawal,” on the other side, is always paid for by a withdrawal from the world of human affairs, and this remoteness is never more manifest than when thinking ponders exactly these affairs, training them into its own sequestered stillness. Thus, Aristotle, with the great example of Plato still vividly in view, has already strongly advised philosophers against dreaming of the philosopher-king who would rule ta ton anthropon pragmata, the realm of human affairs.

“The faculty of wondering,” at least occasionally, “at the simple” is presumably inherent in all humans, and the thinkers well-known to us from the past and in the present should then be distinguished by having developed out of this wonder the capacity to think and to unfold the trains of thought that were in each case suitable to them. However, the faculty of “taking up this wondering as one’s permanent abode” is a different matter. This is extraordinarily rare, and we find it documented with some degree of certainty only in Plato, who expressed himself more than once and most drastically in the Theaetetus (173d to 176) on the dangers of such a residence.

There too, he tells, apparently for the first time, the story of Thales and the Thracian peasant girl, who, watching the “wise man” glance upward in order to observe the stars only to fall into the well, laughed that someone who wants to know the sky should be so ignorant of what lies at his feet. Thales, if we are to trust Aristotle, was very much offended—the more so as his fellow citizens used to scoff at his poverty—and he proved by a large speculation in oil presses that it was an easy matter for “wise men” to get rich if they were to set their hearts on it (Politics, 1259a ff.). And since books, as everyone knows, are not written by peasant girls, the laughing Thracian child had still to submit to Hegel’s saying about her that she had no sense at all for higher things.

Plato who, in the Republic, wanted not only to put an end to poetry but also to forbid laughter, at least to the class of guardians, feared the laughter of his fellow citizens more than the hostility of those holding opinions opposed to the philosopher’s claim to absolute truth. Perhaps it was Plato himself who knew how likely it is that the thinker’s residence, seen from the outside, will look like the Aristophanic Cloud-cuckoo-land. At any rate, he was aware of the philosopher’s predicament: if he wants to carry his thoughts to market, he is likely to become the public laughingstock; and this, among other things, may have induced him, at an advanced age, to set out for Sicily three times in order to set the tyrant of Syracuse right by teaching him mathematics as the indispensable introduction to philosophy and hence to the art of ruling as a philosopher king.

He didn’t notice that this fantastic undertaking, if seen from the peasant girl’s perspective, looks considerably more comical than Thales’s mishap. And to a certain extent he was right in not noticing; for, so far as I know, no student of philosophy has ever dared to laugh, and no writer who has described this episode has even smiled. Men have obviously not yet discovered what laughter is good for—perhaps because their thinkers, who have always been ill-disposed toward laughter, have let them down in this respect, even though a few of them have racked their brains over the question of what makes us laugh.

Now we all know that Heidegger, too, once succumbed to the temptation to change his “residence” and to get involved in the world of human affairs. As to the world, he was served somewhat worse than Plato, because the tyrant and his victims were not located beyond the sea, but in his own country.3 As to Heidegger himself, I believe that the matter stands differently. He was still young enough to learn from the shock of the collision, which after ten short hectic months thirty-seven years ago drove him back to his residence, and to settle in his thinking what he had experienced.

What emerged from this was his discovery of the will as “the will to will” and hence as the “will to power.” In modern times and above all in the modern age, much has been written about the will, but despite Kant, despite even Nietzsche, not very much has been found out about its nature. However that may be, no one before Heidegger saw how much this nature stands opposed to thinking and affects it destructively. To thinking there belongs “Gelassenheit“—serenity, composure, release, a state of relaxation, in brief, a disposition that “lets be.” Seen from the standpoint of the will the thinker must say, only apparently in paradox, “I will non-willing”; for only “by way of this,” only when we “wean ourselves from will,” can we “release ourselves into the sought-for nature of the thinking that is not a willing” (Gelassenheit, p. 32f.; cf. Discourse on Thinking, pp. 59-60).

We who wish to honor the thinkers, even if our own residence lies in the midst of the world, can hardly help finding it striking and perhaps exasperating that Plato and Heidegger, when they entered into human affairs, turned to tyrants and Führers. This should be imputed not just to the circumstances of the times and even less to preformed character, but rather to what the French call a déformation professionelle. For the attraction to the tyrannical can be demonstrated theoretically in many of the great thinkers (Kant is the great exception). And if this tendency is not demonstrable in what they did, that is only because very few of them were prepared to go beyond “the faculty of wondering at the simple” and to “accept this wondering as their abode.”

With these few it does not finally matter where the storms of their century may have driven them. For the wind that blows through Heidegger’s thinking—like that which still sweeps toward us after thousands of years from the work of Plato—does not spring from the century he happens to live in. It comes from the primeval, and what it leaves behind is something perfect, something which, like everything perfect (in Rilke’s words), falls back to where it came from.

Il vento che soffia attraverso il pensiero di Heidegger è il nazismo secondo Emmanuel Faye e la sua derivazione storica è la filosofia  di Platone come chiarisce molto bene  Hannah Arendt.   La celebrazione degli ottantanni  del filosofo nel 1969 si colloca all’apice dell’ evoluzione  di un rapporto che era ripreso nel 1950 quando Hannah e Martin si sono reincontrati  a Friburgo dopo più di ventanni dalla loro separazione nel 1928. In quell’occasione Heidegger dichiara che la donna è stata l’unico amore della sua vita: tanto bastò perchè ella intraprendesse l’opera di restauro dell’immagine del vecchio amante e maestro  che culminò con la dichiarazione che egli era il re  segreto della filosofia avendo detronizzato nel  suo cuore nientemeno che Kant. Naturalmente nei confronti del re filosofo, come nella Repubblica di Platone, è proibito la risata,  o meglio  di lui non si riesce a ridere  <<  Gli uomini-scrive Hannah-non hanno ovviamente scoperto il vero significato ed obiettivo della risata forse perché i pensatori -che sono sempre stati mal disposti verso il ridere-non li hanno aiutati sotto questo profilo, anche se alcuni   fra loro si sono spremute le meningi sulla questione di cos’è che ci fa ridere>>

A questo punto per me è diventato  molto difficile trattenere un sorriso  pensando a tutta la storia, quasi incredibile, di Adolf Heichmann,  del “Hanswurst” e dell'”Arlecchino e del re filosofo.

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Politica, Psichiatria

Le risate di Hannah Arendt


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domenico fargnoli

L’articolo di  Reinhard Dinkelmeyer  sul film di Margarethe Von Trotta  che racconta Hannah Arendt come anche quello di Livia Profeti “L’enigma di Hannah”  su Left di questa settimana suggeriscono un’ulteriore ricerca. Paul e Peter  MatusseK  in un loro saggio la cui traduzione è comparsa nella rivista “Il sogno della farfalla” avevano avanzato l’ipotesi che Martin Heidegger fosse affetto da una forma di schizofrenia. Gli studiosi hanno analizzato la personalità del filosofo  sulla scorta delle  tre categorie binswangeriane : manierismo, esaltazione fissata, stramberia trovando nella biografia del tedesco tracce di ciascuna di esse.

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Adolf Eichmann

E’ noto il ricovero nella clinica di Von  Gebsattel cui fu sottoposto  Heidegger dopo il tracollo psicologico cui andò incontro quando fu sottoposto a giudizio dopo la fine della guerra. La Arendt sicuramente giocò un ruolo fondamentale nel minimizzare le responsabilità politiche ed ideologiche del suo amante,  come anche Sartre  con il suo “L’essere ed il nulla” (1943) e la “gauche” francese, compreso  Jacques Lacan. Se esiste un profilo psicopatologico di Martin sarebbe possibile tracciarlo anche per Hannah data la complicità esistente fra i due? Si potrebbe mettere l’illustre studiosa “sul lettino” come acutamente suggerisce Reinhard Dinkelmeyer? Minimizzando la responsabilità di Eichmann di fatto la Arendt, con la sua “banalità del male”  giustificava se stessa e la sua relazione con il “Maestro”  che si è protratta lungo tutto l’arco della sua vita. L’accusa di passività  rivolto verso le vittime dell’olocausto potrebbe essere considerata pertanto un’autoaccusa. Va precisato che la  sua  è stata una complicità con una forma di malattia mentale la quale  data l’ apparente asintomaticità o paucisintomaticità,   fino a poco tempo fa , fino alle scoperte di Massimo Fagioli  sull'”assenza di pensiero” e la pulsione di annullamento, non era possibile diagnosticare. La psichiatria con Ludwig Binswanger e  Wolfang Blankenburg ( cui oggi fanno riferimento gli psicopatologi italiani come Arnaldo Ballerini) )  ma anche con Ferdinando Barison, per non dire Cargnello e Callieri, Franco Basaglia ( per l’intermediazione  di Sartre), indagava la psicosi aiutandosi con gli strumenti ermeneutici dell’esistenzialismo  elaborati da un soggetto schizofrenico. Come dire mettere un cieco a studiare  la luce  e la rifrazione ottica e poi fare proprie le sue tesi: sia la destra e la sinistra sono rimaste  mortalmente contaminate, sia pure con una fenomenologia diversa, dalla pulsione di annullamento non avendo risolto l’enigma della malattia mentale, non avendo  individuato il suo nucleo generatore.

In un’intervista rilasciata dalla Arendt poco dopo la pubblicazione  del suo libro su Heichmann  c’è un passaggio estremamente interessante ( minuto 49.27)

La filosofa dice di essersi  convinta che  Eichmann era “fool” (  parola che io tradurrei con pazzo). La sua   reazione, di fronte alla pazzia del tedesco è stata   caratterizzata da un riso irrefrenabile e rumoroso , ad alta voce, ripetutosi un numero incalcolabile di volte di fronte alla 3600 pagine delle testimonianze del criminale nazista. Tali  risate potrebbero apparire  anch’esse, però,  strane  e paradossali non riconducibili nell’ambito di un’ironia che vorrebbe essere una presa di distanza come sembra suggerire la filosofa, un tentativo di ridicolizzare quelli che l’opinione pubblica considera “grandi criminali” ma che in realtà sono uomini insignificanti che hanno commesso grandi crimini. Il riso di Hannah potrebbero contenere anch’esso, nella sua assurdità, un  germe di pazzia per il terrore e l’impotenza, l’incapacità di comprendere  da cui potrebbe derivare . Personalmente  non riesco a ridere di fronte alla morte, le stragi, figuriamoci di fronte all’olocausto. Concordo però sul fatto che i criminali, autori di delitti efferati, sono insignificanti, gusci vuoti che cercano di dare, senza riuscirci, un senso all’esistenza  perpetrando  le peggiori atrocità. Ciò non ci deve far dimenticare però che esistono pazzi-criminali intelligenti apparentemente “geniali” come Martin Heidegger.  L’intelligenza qui va intesa come capacità di sviluppare ragionamenti complessi e di mettere in atto raffinate strategie di mistificazione ed occultamento. E’ della  filosofia  del suo maestro, del suo linguaggio manierato adatto a nascondere le vere intenzioni, che Hannah Arendt avrebbe dovuto essere capace di ridere e  ironizzare  invece di prendere entrambi, come ha fatto, tremendamente sul serio fino al punto , più o meno consapevolmente, di diventarne complice. Personaggi assolutamente banali come Heichmann hanno agito e messo in pratica con zelo burocratico, le idee di “grandi filosofi” come  Heidegger che hanno  forgiato la mentalità nazista di una miriade di esecutori materiali delle persecuzioni razziali. I nazisti “intelligenti ”  sono però sopravvissuti ingannando tutti, come ha fatto non solo Heidegger ma  anche l’architetto  Albert Speer, del quale recentemente è stata scoperta l’incredibile capacità mimetica e criminale,  ed hanno evitato la pena di morte e guadagnato sulla pelle di centinaia di migliaia di morti per non dire milioni, redigendo memorie false del loro passato nazista. L’architetto amico di Hitler

albert speer

albert speer

si era creato intorno , come il filosofo dell’esistenzialismo, una cortina di fascino ed ambiguità diventando una sorta di tedesco ideale nascondendo la sua pesante complicità con l’antisemitismo e lo sterminio degli ebrei. Banalizzando Eichmann e proteggendo ed esaltando Heidegger, senza coglierne “l’assenza di pensiero”,  Hannah Arendt era in buona fede o la sua è stata  un’abilissima operazione di occultamento e mistificazione ?

 

Il Nazismo ed i crimini contro l’umanità-domenico fargnoli -1996.

Intervento al convegno Nazismo e psichiatria organizzato dal rettorato dell’università di Siena in occasione dei 50 anni del processo di Norimberga. Interviene anche Alice  Ricciardi Von Platen, collega maestra ed amica che aveva partecipato al processo di Norimberga come consulente di parte americana insieme al famoso psicoanalista  Alexander Mitscherlisch autore  di “Verso una società senza padri” (1963). Alice scrisse nel 1948 ” Die Totung Geisteskranker in Deutschland” sullo sterminio dei malati di mente, considerato un classico nel suo genere

alice ricciardi von platen

alice ricciardi von platen

processo di norimberga 1946

processo di norimberga 1946

il nazismo ed i crimini contro l’umanità (4)

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Psichiatria

Il colore del gatto e la depressione

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gatti-neri-gatti-bianchi Il colore del  gatto e la depressione

domenico fargnoli

Deng Xiaoping riassumeva l’idea del Socialismo cinese  nel famoso detto “Non importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi i topi” Ciò che contano sono I risultati.

La psichiatria contemporanea tenta anch’essa  di seguire la strada del pragmatismo . Non importano le costruzioni teoriche, le diagnosi, il rispetto della metodologia medica: ciò che contano sono i risultati. Per cui ben venga se uno sta meglio con la meditazione trascendentale se un’atro si cura la depressione con le tisane e se un’altro ancora fa affidamento sugli psicofarmaci e ritiene che a lui facciano bene. Quello descritto è l’atteggiameno cosidetto post psichiatrico o post moderno. Non esistono verità assolute o concetti universali dal momento che di fronte all “disturbo mentale” ( secondo l’ambigua formula dei vari DSM) ciascuno si arrangia come può. Il giornale “Il fatto quotidiano” in data Lunedì 13 Gennaio 2014 sembra aver sposato, come fanno alcuni psichiatri, la  filosofia politico-economica  dei cinesi . In ben quattro pagine di servizio è stata  intervistata, sul tema della depressione,  una psicoanaiista junghiana un monaco benedettino , il solito Vittorino Andreoli ed è stata riportata l’esperienza di una scrittrice che sarebbe guarita spontaneamente. Tutto ed il contrario di tutto.  Ma gli psicoanalisti junghiani non erano quelli che facevano I tarocchi ai pazienti od in alternativa l'”I-ChIng”? Non erano quelli che si ispiravano ad un profeta-maestro che andò incontro ad un vera e propria psicosi con tanto di allucinazioni fra una seduta e l’altra, con tanto di pistola sotto il cuscino pronta in caso di improvviso impulso suicida? Jung camicia bruna, Jung poligamico convinto , Jung maestro della new-age…Jung psicoguru.

Quanto a Vittorino  Andreoli egli è insuperabile suggeritore di banalità assolute.Domanda: come si cura la depressione? Risposta : integrando la psicoterapia con l’uso degli psicofarmaci e della sociologia. Grazie tante: la psicoterapia agirebbe sul cervello plastico esattamente come lo psicofarmaco. Naturamente non è assolutamente vero perchè le sostanze psicotropre sono solo palliativi dall’effetto spesso imprevedibile data la diversità delle risposte individuali. Ancora più difficile mi rimane comprendere in cosa possa consistere l’integrazione di psicofarmaci con la sociologia per non dire che il termine psicoterapia è talmente generico che non significa praticamente nulla. Tant’è che il benedettino intervistato dalla giornalista  è legittimato a   dichiarare << Alla chiesa non interessa valutare la depressione>>  Ma subito  dopo << Tra le cause della depressione (…) la mancanza di radici e di fede che invece sono importanti>>  Viva la coerenza. Come dire  che tutti gli atei sarebbero depressi. La scrittrice Caterina Bonvicini poi suggerisce che l’uscita dalla depressione è un mistero, una sorta di miracolo che non si sa come avvenga anche se poi  la donna dice di essere andata incontro ad “un gioia furiosa” quando sarebbe guarita innamorandosi  in  modo maniacale, di un uomo. Auguri.images2

Ciò che è tragico è che si utilizzano quattro pagine di un giornale  per suggerire, più o meno apertamente  che non esiste la cura della malattia mentale: si va ben oltre la questione del gatto bianco o nero perchè, dichiarazioni e discorsi a parte, nessuno degli intervistati  sembra riuscire a prenderre topi: i gatti dormono mentre i topi ballano.abballata i  rimedi suggeriti, in assenza di una metodologia e di una teoria che rispondano ad un minimo di criterio di scientificità, sembrano davvero peggio del “male”. O come come è più corretto dire della “malattia”.

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