Psichiatria

Gli animali e l’origine del bene e del male

Recensione del libro “Beasts; what animals can teach us about the origin of good and evil” di Jeffrey Moussaief Masson Bloomsbury (London, New Delhi, New York ,Sidney) Marzo 2014

domenico fargnoli

 

masson b

 

L’ultimo libro di Jeffrey Masson “Beasts” è come il suo autore seduttivo: ben scritto si lascia leggere facilmente ricco anche di aneddoti e di una serie di riferimenti bibliografici interessanti. Esso però tradisce il problema di fondo dell’ex professore di sanscrito e ex psicoanalista : quello della definizione di una propria identità. Non si capisce da quale angolatura sia studiato il problema della “aggressività” umana. Siamo di fronte ad un naturalista che analizza il comportamento animale, ad un antropologo che fa incursioni nella preistoria, o ad un filosofo morale che si pone il problema del bene e del male in polemica con Hanna Arendt ? E’ chiaro che una volta stabilito in partenza che non esiste la malattia mentale e che tutte le psicoterapie sono una fregatura se non addirittura un abuso, l’autore , rimanendo alla superficie dei fenomeni osservati non riesce ad andare oltre il concetto di aggressività come sadismo e crudeltà: egli, sotto questo aspetto rimane nell’alveo della tradizione freudiana tanto contestata. Non esiste dice Masson l’istinto di morte, tutto il “male “ ha origine dalla cultura e non dalla natura istintuale come sostenuto da Freud in “Al di là del principio del piacere” (1921) : l’invenzione dell’agricoltura nel neolitico   in particolare avrebbe introdotto nella civiltà una serie di eventi traumatici legati alla difesa della proprietà privata, alla base delle condotte violente degli uomini e persino degli animali. Ecco quindi rispolverata la tesi illuministica di Rousseau della natura buona degli esseri umani corrotti, nel corso della loro storia, dal processo di civilizzazione. La soluzione, della guerra, degli omicidi di massa, della crudeltà e del sadismo consisterebbe per Masson in una sorta di ritorno allo stato di natura, al giardino dell’Eden nel quale uomini e animali, secondo la Bibbia, coesistevano pacificamente senza conflitti di sorta. Bisognerebbe inoltre proibire l’uccisione di qualsiasi animale e instaurare una dieta rigorosamente vegana. Sembra però che il consumo di carne non possa essere considerato all’origine del “male” poichè in tempi preistorici i nostri cervelli sono diventati quello che sono grazie ad una dieta proteica e ricca di grassi! Approcci metodologici e temi completamente diversi vengono fatti coesistere in “Beasts” all’interno di una trattazione che maschera la discordanza eludendo comunque la questione di fondo: la specificità della realtà psichica umana legata alla dimensione non cosciente. L’aggressività umana, insegna la ricerca psichiatrica dalla quale il nostro ex psicoanalista rifugge come se fosse la peste, diversamente da quella animale deriva da una specifica alterazione del pensiero inconscio, la pulsione di annullamento. L’uomo differisce dagli esseri viventi per il vissuto della nascita che dà al suo pensiero la capacità di immaginare e approda dopo un peculiare percorso ontogenetico al linguaggio articolato e simbolico che costituisce una caratteristica unica della nostra specie. Come paragonare mondo umano e animale per cercare di comprendere “ il bene ed il male” eludendo il tema dell’origine  del  pensiero verbale che costituisce  un vero e proprio spartiacque? Masson racconta di aver speso otto anni della sua vita per completare il suo training psicoanalitico: in questo suo ultimo libro come in altri, ne vediamo gli effetti negativi. L’autore è totalmente privo di metodo, incapace di una trattazione teorica coerente che riesca a dare un senso unitario ai numerosi riferimenti ad altri autori: femminismo, paleoantropologia, psicoanalisi, scienze naturali sono messe insieme in un amalgama strana he rende quanto mai opinabili le conclusioni.

Sempre su Masson vedi il mio post precedente

 

 

Standard
Psichiatria

Jeffrey Masson e la violenza nell’uomo e negli animali: la parabola di un “gigolò” intellettuale

cropped-jeffs-photosRicordate  o comunque conoscete Jeffrey Masson autore di “Assalto alla verità” (1984) ed di “Analisi Finale”( 1993)? Dagli Archivi freudiani di cui avrebbe dovuto diventare direttore con il diritto di vivere nella casa che fu di Sigmund ed Anna Freud è approdato allo studio degli animali dopo aver tentato di dimostrare che Freud era un disonesto. Credo che negli anni 80 si sia incontrato anche con L’Analisi collettiva. Alla storia di Masson ha dedicato un saggio, molto documentato  Paolo Migone, condirettore di “Psicoterapia e Scienze umane”,  in Psychomediahttp://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt2002.htm

Sulla  controversa questione dell’espulsione dagli Archivi Freudiani ha scritto un libro, con informazioni estremamente dettagliate Janet Malcom “In the Freud Archives (1984). Masson la trascinò in giudizio perché contestò che lui avesse mai usato l’espressione ” gigolò intellettuale”.  Janet  Malcom vinse la causa in appello dopo dieci anni. Nel libro della giornalista  Jeffrey viene sottilmente ritratto come una personalità narcisistica incline alla manipolazione, a comportamenti autodistruttivi, che tendeva a svuotare di significato tutto ciò con cui veniva  a contatto. Noi potremmo dire che ha combattuto una causa giusta com mezzi ed atteggiamenti sbagliati finendo per allontanarsi dal “mondo umano” e dalla realtà dell’inconscio a cui sembrava voler dedicare la sua vita. Nel suo libro “Against therapy” (2012) against-therapy

Masson finisce in posizioni antipsichiatriche vicine pericolosamente a Thomas Sasz che sosteneva che la malattia mentale è un mito.  Non esisterebbe  la malattia  mentale e conseguentemente nemmeno la cura. Ogni psicoterapia sarebbe  un abuso. Meglio occuparsi di ciò che non è umano:  gli animali non possono contestare le tesi sulla violenza in quanto non dotati di linguaggio articolato.  L’estabilishement delle istituzioni psicoanalitiche  viene ritratto, nel libro della Malcom,  in tutta la sua ambivalenza ed interessata ipocrisia. L’incredibile “infatuazione” di Kurt Eissler, figura dominante della psicoanalisi americana ed eminente creatore  degli Archivi ,  per il giovane ed aitante professore di sanscrito, suo successore in pectore,  ha messo poi  a nudo la fragilità dell’ideologia freudiana e la sua vulnerabilità teorica: la storia del rapporto fra Freud e Fliess, che traspare in controluce dietro quello di Eissler e Masson,  non è mai stata in verità né  compresa , né di conseguenza elaborata e superata.

janet

 

th

Tutta la vicenda si presterebbe ad una ulteriore ed approfondita  elaborazione dato il suo grande interesse teorico  ed ia statura dei  personaggi  implicati.

Propongo una libera traduzione dall’inglese dell’ultimo post presente nel blog di Masson.masson

 

masson b

Intervista con Jeffrey Moussaieff Masson a proposito del suo ultimo libro

Beasts –

Oggi Jeffrey Moussaieff Masson parlerà del suo nuovo libro , “Bestie : Cosa gli animali possono insegnarci sulle origini del male umano” , pubblicato questo mese da Bloomsbury Press . Jeff ha scritto sulle emozioni degli animali per 20 anni . I suoi libri , Elephants Weep ( 1996) e Dogs Never Lie About Love (1998 ) hanno ciascuno venduto oltre 1.000.000 di copie . Jeff è una delle persone più brillanti che abbia mai avuto l’onore di conoscere e con cui ho lavorato. Il suo intelletto è tanto appassionato e di ampio respiro . L’anno scorso , quando lo ho visitato nella sua casa di Auckland , in Nuova Zelanda , ha passato 3 giorni ad inveire contro il concetto di male di Hannah Arendt. ( A quanto pare il popolo neozelandese non si occupa particolarmente di questo argomento)

Di tutti i libri di Jeff sugli animali , questo sembra arrivare al cuore del problema dei confini morali che separano gli umani dagli animali . Jeff inizia con un’osservazione che illustra il puzzle che questo libro cercherà di risolvere. Egli dice : “Ci sono due grandi predatori del pianeta con i più complessi cervelli esistenti in natura : esseri umani ed orche . Solo nel XX secolo , uno di questi animali ha ucciso 200 milioni di membri della propria specie , l’ altro nessuno . Perché? ”

ANDY : Jeff , abbiamo lottato con il titolo di questo libro per anni . E penso che siamo entrambi abbastanza contenti. Sembra che ci sia una certa ironia però. Puoi spiegare cosa intendi per “bestie”? Come le espressioni che usiamo riferendoci agli animali mostrano il nostro equivoco di fondo ?

JEFF : Troppo spesso , al fine di insultare qualcuno, diciamo che si è comportato come una bestia , o un animale . Stavo leggendo “Into the Whirlwin” di  Eugenia Ginzburg , sulle terribili prigioni dei gulag , e mi sono imbattuto in questa frase : ” Ho spesso pensato al dramma di coloro da cui è dipesa l’organizzazione l’epurazione del 1937. Passo dopo passo mentre seguivano le loro routine direttive, hanno compiuto tutto il percorso che porta dalla condizione umana a quella delle bestie . “Pensate a tutte le volte che descriviamo gli esseri umani come una sorta di animali al fine di sminuirli. Così chiamiamo qualcuno parassita , verme , serpente , lupo , bestia assetata di sangue (il mio preferito ) , scimmia , cagna  o  maiale .

ANDY : Come in molti dei tuoi libri , si tenta di mettere in evidenza il contrasto fra il regno di pace degli animali con gli orrori del comportamento umano che si manifestano nel corso della storia . Ma ci sono numerosi esempi di animali che fanno violenza agli esseri umani ed a loro stessi. Forse stai esagerando la differenza.

JEFF :Essi fanno violenza a noi e agli altri animali , di sicuro . Ma non fino al livello raggiunto da noi quando facciamo violenza a loro e l’uno all’altro . La disparità è sconvolgente. Non vedo gli animali come dei santi (i santi umani non sono santi ) , ma essi non sembrano spingersi, per esempio , a sterminare tutti i membri di un gruppo diverso sia che si tratti di tigri, di elefanti o di coccodrilli.

ANDY : Ogni volta che espongo la tua tesi , molti si rifanno sempre all’esempio degli scimpanzé come animali che sembrano impegnarsi nella violenza gratuita . Non è questo in contrasto con le tue idee ?

JEFF : Sì , in una certa misura . Nel libro analizzo questo in dettaglio . Jane Goodall è la prima persona che ha studiato la violenza degli scimpanzé e lei sarebbe anche la prima a riconoscere che non è semplicemente sulla scala della violenza umana . Credo che sia così scioccante perché così inaspettata . Ci aspettavamo che gli scimpanzé fossero più simili ai bonobo ! Questi ultimi sono una specie di scimpanzé ,  strettamente simili a noi come gli altri , ma completamente pacifica . Essi sono stati studiati, ma non ancora a fondo come i più violenti scimpanzé. Sono guidati da femmine, e questo può essere il motivo ( voglio dire, perché sono meno violenti e perché sono stati meno studiati ! ) .

ANDY : Uno dei temi di cui parli qui e nei libri precedenti è che gli animali , a differenza dell’uomo , non  non riconoscono l’alterità . Per un cane , un altro cane è solo un cane , non una specie differente . Ma per gli esseri umani , l’idea di ” altro” ha creato ogni sorta di orrore. Sono affascinato dal tuo aneddoto “l’ultimo kantiano in Germania ” . Lo puoi raccontare anche a noi?

JEFF : Sì, è uno dei miei aneddoti preferiti, ed è vero . Ed è profondo. Emmanuel Lévinas , il filosofo francese ebreo e sopravvissuto all’Olocausto , era in un campo di lavoro per ufficiali , alla periferia della città di Hannover . Quando il suo gruppo marciava fuori del campo  i suoi appartenenti sono stati trattati con disprezzo , visti  come ” parassiti “, cioè “non umani” . Con una sola eccezione: un cane randagio che aveva trovato la sua dimora nel campo. Ogni giorno , quando i prigionieri tornavano al loro accampamento nella foresta, il cane salutava la fila di uomini con grande entusiasmo e cordialità. Era sempre felice di vederli. Lui era lì la mattina al raduno , e li aspettava al ritorno, saltando su e giù e abbaiando di gioia . ” Per lui , ” Lévinas osserva , “non c’era alcun dubbio che eravamo degli uomini . ” Levinas ha immortalato il cane più tardi con l’appellativo dell’ultimo kantiano nella Germania nazista . Questo cane , come il grande filosofo Immanuel Kant , e tutti i cani , ha capito che gli esseri umani sono un fine in sé , e non un mezzo per un fine .

ANDY : Questo libro analizza audacemente la natura della malvagità umana contrapponendo il nostro comportamento a quello degli animali . Ma un’obiezione in po’ maligna è doverosa . Gli esseri umani hanno una sorta di compassione che non troviamo nel mondo animale. Perché è così?

JEFF : Non lo so , ma è vero . Nessun animale è diventato un medico specializzato in esseri umani, o costruito un ospedale per prendersi cura degli esseri umani. Siamo in grado di mobilitare centinaia di altri esseri umani per la ricerca di un cane smarrito. Singoli cani possono effettuare ricerche per noi  , ma non implorerebbero altri cani di unirsi a loro . Sono sicuro che ognuno può portare esempi di questa qualità umana, la compassione , tra cui, ovviamente , il movimento di migliaia di persone per i diritti degli animali . Alcuni di noi , da carnivori sono diventati vegani . Nessun’altra specie di predatori in natura ha mai rinunciato alla carne per ragioni morali !

ANDY : Jeff , un’ultima domanda . Alla fine del libro si riportano le idee esposte da Steven Pinker nel suo controverso lavoro, “I migliori angeli della nostra natura”. Egli sostiene che la violenza umana nel mondo moderno è diminuita . Sei d’accordo . Vuoi commentare ?

JEFF Nel mio libro c’è un’appendice dove cerco di rispsondere a questa domanda con una certa ampiezza . Oltre a fornire una versione distorta della preistoria, sicuramente è strano , nel libro di Pinker sostenere che la violenza sta diminuendo in tutto il mondo. Non si menziona Srebrenica , il genocidio ruandese , Pinochet in Cile , la giunta in Argentina ( o in Brasile o in Grecia ) ; nessuna voce troviamo riferita al colonialismo, all’ex Jugoslavia, ad Haiti ,alla Repubblica Dominicana  o a Robert Mugabe dello Zimbabwe; e  troviamo solo un accenno a Mussolini e due all’ apartheid  e si tace della violenza in luoghi come il Guatemala .

ANDY : Il 9 marzo alle 13:00 , Jeff presenterà il  libro con Daniel Ellsberg . Questo è un evento che non si deve perdere: si confronteranno due intelletti eminenti che hanno speso la loro vita cercando di capire come il male si manifesta nella storia dell’uomo . Bisogna davvero partecipare.

 

Standard
Psichiatria

Suicidio e malattia mentale negli psichiatri

suicidio-bosch-visioni-aldila-beati-dannati-diavolo_jpg

Non ho trovato studi recenti sul rischio suicidario negli psichiatri in lingua italiana. In Inglese nel motore di ricerca dedicato alla medicina sono riportate analisi  che risalgono agli anni 70. Su questo problema, come sugli altri ad esso correlati, è stato steso un velo pietoso.

Cervello-macchina

Psychiatric illness in the medical profession: incidence in relation to sex and field of practice.

D. J. Watterson (abstract)

The overall incidence of psychiatric illness among the physicians of British Columbia during 1970-74 was 1.27% per year. The overall suicide rate was more than 36.5/100 000. Incidence was not dependent on sex or age. The two specialties with the highest incidence–ophthalmology and psychiatry–had previously been demonstrated to have significantly high rates of suicide. The highest incidence was among psychiatric residents; in other resident groups collectively the incidence was at the expected rate. Greater severity of illness and poorer prognosis was found in family physicians compared with specialists, although the incidence was the same in the two groups.

 

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC1878673/?page=1

 

J Clin Psychiatry. 1980 Aug;41(8):261-3.
Suicide by psychiatrists: a study of medical specialists among 18,730 consecutive physician deaths during a five-year period, 1967-72.
Rich CL, Pitts FN Jr.
Abstract
This report is of suicide by psychiatrists from 953 suicides in 18,730 consecutive deaths of U.S. physicians during a five-year period 1967-72. It demonstrates that psychiatrists suicide regularly, year-by-year, at rates about twice those expected; and these differences are statistically significant.

Pietà or Revolution by Night 1923 by Max Ernst 1891-1976Why Shrinks Have Problems

Suicide, stress, divorce — psychologists and other mental health professionals may actually be more screwed up than the rest of us.
By Robert Epstein, Tim Bower, published on July 01, 1997 – last reviewed on June 14, 2012

 

In 1899 Sigmund Freud got a new telephone number: 14362. He was 43 at the time, and he was profoundly disturbed by the digits in the new number. He believed they signified that he would die at age 61 (note the one and six surrounding the 43) or, at best, at age 62 (the last two digits in the number). He clung, painfully, to this bizarre belief for many years. Presumably he was forced to revise his estimate on his 63rd birthday, but he was haunted by other superstitions until the day he died—by assisted suicide, no less—at the ripe old age of 83.

That’s just for starters. Freud also had frequent blackouts. He refused to quit smoking even after 30 operations to correct the extensive damage he suffered from cancer of the jaw. He was a self-proclaimed neurotic. He suffered from a mild form of agoraphobia. And, for a time, he had a serious cocaine problem
Neuroses? Superstitions? Substance abuse? Blackouts? And suicide? So much for the father of psychoanalysis. But are these problems typical for psychologists? How are Freud’s successors doing? Or, to put the question another way: Are shrinks really “crazy”?

I myself have been a psychologist for nearly two decades, primarily teaching and conducting research. So the truth is that I had some preconceptions about this topic before I began to investigate it. When, years ago, my mom told me that her one and only session with a psychotherapist had been disappointing because “the guy was obviously much crazier than I was,” I assumed, or at least hoped, that she was joking. Mental health professionals have access to special tools and techniques to help themselves through the perils of living, right?

Sure, Freud was peculiar, and, yes, I’d heard that Jung had had a nervous breakdown. But I’d always assumed that—rumors to the contrary notwithstanding;—mental health professionals were probably fairly healthy.

Turns out I was wrong.

Doctor, Are You Feeling Okay?

Mental health professionals are, in general, a fairly crazy lot—at least as troubled as the general population. This may sound depressing, but, as you’ll see, having crazy shrinks around is not in itself a serious problem. In fact, some experts believe that therapists who have suffered in certain ways may be the very best therapists we have.

The problem is that mental health professionals—particularly psychologists—do a poor job of monitoring their own mental health problems and those of their colleagues. In fact, the main responsibility for spotting an impaired therapist seems to fall on the patient, who presumably has his or her own problems to deal with. That’s just nuts.

Therapists struggling with marital problems, alcoholism, substance abuse, depression, and so on don’t function very well as therapists, so we can’t just ignore their distress. And ironically, with just a few exceptions, mental health professionals have access to relatively few resources when they most need assistance. The questions, then, are these: How can clients be protected—and how can troubled therapists be helped?

The Odd Treating the Id

Here’s a theory that’s not so crazy: Maybe people enter the mental health field because they have a history of psychological difficulties. Perhaps they’re trying to understand or overcome their own problems, which would give us a pool of therapists who are a hit unusual to begin with. That alone could account for the image of the Crazy Shrink.

Of the many prominent psychotherapists I’ve interviewed in recent months, only one admitted that he had entered the profession because of personal problems. But most felt this was a common occurrence. In fact, the idea that therapy is a haven for the psychologically wounded is as old as the profession itself. Freud himself asserted that childhood loss was the underlying cause of an adult’s desire to help others. And Freud’s daughter, Anna, herself a prominent psychoanalyst, once said, “The most sophisticated defense mechanism I ever encountered was becoming a psychotherapist.” So it’s only appropriate that John Fromson, M.D., director of a Massachusetts program for impaired physicians, describes the mental health field as one in which “the odd care for the id.” He chuckled as he said this, but, as Freud claimed, humor is often a mask for disturbing truths.

These impressions are confirmed by published research. An American Psychiatric Association study concluded that ‘”physicians with affective disorders tend to select psychiatry as a specialty.” (Curiously, the authors presented this as their belief, “for a variety of reasons,” without explanation.) In a 1993 study, James Guy, Ph.D., dean of the School of Psychology at Fuller Theological Seminary, compared the early childhood experiences of female psychotherapists to those of other professional women. The therapists reported higher rates of family dysfunction, parental alcoholism, sexual and physical abuse, and parental death or psychiatric hospitalization than did their professional counterparts. And a 1992 survey of male and female therapists found that more than two-thirds of the women and one-third of the men reported having experienced some form of sexual or physical abuse in early life. Freud seems to have been right about this one: The mental health professions attract people who have suffered.

Patients Can Really Ruin Your Daymaxernsticelandicmoss

So we’re starting out, it seems, with a pool of well-meaning but slightly damaged practitioners. Now the real fun begins.

Check out the numbers: According to studies published in 1990 and 1991, half of all therapists are at some point threatened with physical violence by their clients, and about 40 percent are actually attacked. Try to put this in context. A special, intimate relationship exists between therapist and client. So being attacked by a client is a serious emotional blow, perhaps comparable, in some cases, to being a parent attacked by one’s child. Needless to say, therapists who are assaulted get very upset. They feel more vulnerable and less competent, and sometimes the feelings of inadequacy trickle over into their personal relationships.

Let’s take this a step further. Imagine working with a depressed patient every week, without fail, for several years and then getting a call saying that your patient has killed herself. How would you feel? Alas, patient suicide is another hazard of the profession. Between 20 and 30 percent of all psychotherapists experience the suicide of at least one patient, again with often devastating psychological fallout. In a 1968 hospital study, psychiatrists reported reacting to patient suicides with feelings of “guilt and self-recrimination.” Others considered the suicide to be “a direct act of spite” or said it was like being “fired.” Whatever the reaction, the emotional toll is great.

Virtually all mental health professionals agree that the profession is inherently hazardous. It takes superhuman strength for most people just to listen to a neighbor moan about his lousy marriage for 15 minutes. Psychologists, of course, enter the profession by choice, but you can imagine the effects of listening to clients talk about a never-ending litany of serious problems — eight long hours a day, 50 weeks a year. “My parents hated me. Life isn’t worth living. I’m a failure. I’m impotent. On the way over here, I felt like driving my car into a telephone pole. I’ll never be happy. No one understands me. I don’t know who I am. I hate my job. I hate my life. I hate you.”

Just thinking about it makes you shudder.

It’s a Rough World Out There

Patients aren’t the only source of stress for psychotherapists. The world itself is pretty demanding. After all, that’s why there are patients.

A number of surveys, conducted by Guy and others, reveal some worri-some statistics about therapists’ lives and well-being. At least three out of four therapists have experienced major distress within the past three years, the principal cause being relationship problems. More than 60 percent may have suffered a clinically significant depression at some point in their lives, and nearly half admitted that in the weeks following a personal crisis they’re unable to deliver quality care. As for psychiatrists, a 1997 study by Michael Klag, M.D., found that the divorce rate for psychiatrists who graduated from Johns Hopkins University School of Medicine between 1948 and 1964 was 51 percent—higher than that of the general population of that era, and substantially higher than the rate in any other branch of medicine.

These days, therapists face a major new source of stress: HMOs. Richard Kilburg, Ph.D., senior director of human resources at Johns Hopkins University and one of the profession’s leading experts on distressed psychologists, says managed care is having a devastating effect: “Therapists are chronically anxious. It’s getting harder and harder to make a living, harder to provide quality care. The paperwork requirements are enormous. You can’t have a meeting of practicing psychologists today without having these issues being raised, and the pain level is rising. A number of my colleagues have been driven out of the profession altogether.”

No wonder Richard Thoreson, Ph.D., of the University of Missouri, estimates that at any particular moment about 10 percent of psychotherapists are in significant distress.

The Final Resolution

Bruno Bettelheim. Paul Federn. Wilhelm Stekel. Victor Tausk. Lawrence Kohlberg. Perhaps you recognize one or two of the names. They’re all prominent mental health professionals who, like Freud, committed suicide.

All too often the stresses of work and everyday life lead mental health professionals down this path. According to psychologist David Lester, Ph.D., director of the Center for the Study of Suicide, mental health professionals kill themselves at an abnormally high rate. Indeed, highly publicized reports about the suicide rate of psychiatrists led the American Psychiatric Association to create a Task Force on Suicide Prevention in the late 1970s. A study initiated by that task force, published in 1980, concluded that “psychiatrists commit suicide at rates about twice those expected [of physicians]” and that “the occurrence of suicides by psychiatrists is quite constant year-to-year, indicating a relatively stable over-supply of depressed psychiatrists.” No other medical specialty yielded such a high suicide rate.

One out of every four psychologists has suicidal feelings at times, according to one survey, and as many as one in 16 may have attempted suicide. The only published data—now nearly 25 years old—on actual suicides among psychologists showed a rate of suicide for female psychologists that’s three times that of the general population, although the rate among male psychologists was not higher than expected by chance.

Further studies of suicides by psychologists have been difficult to conduct, says Lester, largely because the main professional body for psychologists, the American Psychological Association APA), hasn’t released any relevant data since about 1970. Why? “The APA doesn’t want anyone to know that there are distressed psychologists,” insists University of Iowa psychologist Peter Nathan, Ph.D., a former member of an APA committee on “troubled” psychologists.

ALCOHOL AND ADDICTION

Wait, there’s more. “Mental health professionals are probably at heightened risk for not just alcoholism but [all types of] substance abuse,” reports Nathan. It’s not surprising: Substance abuse is one of the most common—albeit destructive—ways people deal with anxiety and depression, and, as we’ve seen, mental health professionals have more than their share.

Richard Thoreson’s decades of research on alcoholism, in fact, stemmed from his own problems with the bottle. “I began drinking at a fairly early age,” he says, “and I continued during my early academic career. My life was organized around drinking. It had a very negative impact on my family. At one point I resigned as president of an organization because I was too shaky to speak before a group. I stopped drinking in 1969, at which point I was drinking the equivalent of 16 ounces of whiskey a day.”

In the 1970s, with the help of several colleagues, Thoreson founded an informal group called Psychologists Helping Psychologists, which has held open Alcoholics Anonymous meetings at the annual APA convention ever since. This unofficial, all-volunteer group has helped hundreds of psychologists over the years — with no financial support from the APA.

ADDICTED TO THERAPY

“Some therapists,” says James Guy, “expect to continue practicing longer than the life expectancies in actuarial tables.” But with advancing age, impairment is almost inevitable. Explains Guy: “Lower back pain becomes a problem. Failing eyesight and hearing make it difficult to pick up on subtle nuances. Poor bladder control can make it difficult to sit, and fatigue becomes a big factor.”

Further complicating matters is that as therapists get older, more and more of their intimacy needs and social support actually comes from their patients. “Often, most of their waking hours are spent with clients, focusing on emotionally laden material,” notes Guy. “When that’s the situation, it’s difficult for them to think about retirement. It’s even difficult for them to know when to take time off.”

Many psychotherapists become, in effect, woefully addicted to their clients, with no one offering them guidance or alternatives. In general, private, independent practices—often conducted out of the therapist’s home—put the therapist at greatest risk, no matter what his or her age. Thoreson adds that such practices have special appeal for therapists who don’t want to be seen by colleagues; the isolated practice is the ideal one for the alcoholic or drug abuser.

DO THEY USE THEIR OWN TOOLS?

If therapists really have special tools for helping people, shouldn’t they be able to use their techniques on themselves? After all, the late behavioral psychologist, B. F. Skinner, systematically applied behavioral principles to modify his own behavior, and he ridiculed Freud and the psychoanalysts for their inability to apply their “science” to themselves. University of Scranton psychologist John Norcross, Ph.D., and his colleagues have studied this issue extensively, with two major findings. First: “Therapists admit to as much distress and as many life problems as laypersons, but they also claim to cope better. They rely less on psychotropic medications and employ a wider range of self-change processes than laypersons.”

This sounds encouraging, but Norcross’s second finding makes you stop and think: “When therapists treat patients, they follow the prescriptions of their theoretical orientation. But the amazing thing is that when therapists treat themselves, they become very pragmatic.” In other words, when battling their own problems, therapists dispense with the psychobabble and fall back on everyday, commonsense techniques—chats with friends, meditation, hot baths, and so on.

But aren’t psychotherapists required to be in therapy at various points in their careers, so that they get specialized help from their colleagues? Not so. “People are shocked when they learn this isn’t true,” says Gary Schoener, Ph.D., who directs The Walk-In Counseling Center in Minneapolis, perhaps the country’s first and last free psychology clinic. “Lawyers are subjected to more psychological screens than psychologists are.”

Surveys do indicate that most therapists—between 65 and 80 percent—have had therapy at some point. However, except for psychoanalysts—the pricey, traditional Freudians you see more in movies than in reality—psychotherapists are virtually never required to undergo therapy, even as a part of their training.

Freud himself would be appalled by this. “Every analyst should periodically—at intervals of five years or so—submit himself to analysis,” he said. Unfortunately—and ironically—many psychotherapists are reluctant to seek therapy. In a survey by Guy and James Liaboe, Ph.D., for example, therapists said they were hesitant to enter therapy “because of feelings of embarrassment or humiliation, doubts concerning the efficacy of therapy, previous negative experiences with personal therapy, and feelings of superiority that hinder their ability to identify their own need for treatment.” Others are hesitant to seek therapy because of professional `complications’ — that is, they cannot find a therapist nearby whom they do not already know in another context. Or they mistakenly believe, as many patients do, that seeking therapy is a sign of failure.

“I worry,” says psychologist Karen Saakvitne, Ph.D., “about the implication that the therapists who are in therapy are the ones who are impaired. They are the ones acting in their clients’ best interest. I’m more worried about the therapists who don’t seek help.”

WOUNDED THERAPISTS

Maybe there’s an upside to all these problems among psychologists — if, say, a therapist needs to have experienced pain and suffering in order to relate to his or her clients’ pain and suffering. This “wounded healer” concept is, I believe, woven into the fabric of the mental health profession. When I served as chair of a university psychology department, I helped evaluate candidates for our marriage and family counseling program. The admission process — interview questions, essays, and so on — was structured, albeit subtly, to screen out people who hadn’t suffered enough. What’s more, I’ve heard colleagues express concern about the occasional student or trainee who, through no fault of his or her own, came from an unbroken home.

Data supporting this idea, however, are hard to find. “There’s no evidence whatsoever that you need a history of psychological problems in order to be a good therapist,” insists John Norcross. “In some studies, in the first few sessions only, [patients see] the wounded therapist as a little more empathetic, but the effect doesn’t last. Experience with pain can enhance a therapist’s sensitivity, but that doesn’t necessarily translate into good outcomes.”

“I don’t think therapists need to have had the same experiences as their clients,” adds psychologist Laurie Pearlman, Ph.D. “As long as the therapist can feel those feelings, he or she can connect with clients.”

On the other hand, in 1989 psychologists Pilar Poal, Ph.D., and John R. Weisz, Ph.D., found that therapists who faced serious problems in their own childhood are more effective at helping child clients talk about their problems, perhaps because of greater empathy. That study, however, is practically the only one that supports the wounded-healer hypothesis.

THERAPEUTIC ADVICE

So you’ve gotten into therapy because your life is falling apart — and now you have to keep one eye on your therapist just in case his or her life is falling apart, too? Basically, yes. Like it or not, you, the client, are probably carrying the major responsibility for spotting the signs of distress or impairment in your therapist, especially if you’re seeing an independent practitioner. The current president of the California Psychological Association, Steven F. Bucky, Ph.D., puts it this way: “The truth of the matter is that unless someone complains about an impaired therapist, there is no protection for the client.”

Here are some tips for protecting yourself from impaired mental health professionals, and, perhaps, in so doing, for helping them overcome their own problems. Remember, therapists are people, too.

First, it’s probably safer to bring your problems to a practitioner who works in a group setting. Independent, isolated therapists are probably at greatest risk for having undetected and untreated problems of their own. On the other hand, therapists working for managed care organizations or working under the gun of insurance companies are exposed to special constraints and stressors that may limit their ability to help you.

Second, trust your gut. “If you get the feeling that there’s a problem, you shouldn’t deny what your instincts are telling you,” says Kilburg. If, during your session, a little voice in your head begins screaming, “This guy’s eyes remind me of my college roommate’s when he was tripping on acid,” don’t be afraid to ask questions.

Indeed, any time your therapist shows clear signs of personal distress or impairment, bring your concerns to his or her attention. (Ideally, do this on the therapist’s dime, after your session is over.) If you’re uneasy about raising the issue with your therapist, talk to one of his or her colleagues about it. Or, consider finding a new therapist. If you think your therapist’s problem is serious and has the potential to do harm, report it to the appropriate professional organization or licensing body (see below). You have legitimate cause for concern if your therapist:

shows signs of excessive fatigue, such as red eyes or sleepiness.

touches you inappropriately or tries to see you socially.

smells of alcohol, or you see liquor bottles or drug paraphernalia in the office.

has trouble seeing or hearing.

talks at length about his or her own current, unresolved problems. This is known as a “boundary violation,” and it’s especially worrisome, because it’s often a prelude to a sexual advance. In fact, therapists who talk about their own unresolved problems are more likely to make sexual advances than those who actually touch their clients.

has trouble remembering what you told him or her last week.

is repeatedly late for sessions, cancels them, or misses them.

seems distant or distracted.

For help locating the appropriate organization or board, call the relevant national organization. For psychologists, call the American Psychological Association at (202) 336-5000; for psychiatrists, call the American Psychiatric Association at (202) 682-6000. If your therapist is a marriage and family counselor, try the American Association for Marriage and Family Therapy at (202) 452-0109, and if your therapist is a social worker, try the National Association of Social Workers at (202) 408-8600.

Contributing editor Robert Epstein’s most recent books include Self-Help Without the Hype and Pure Fitness: Body Meets Mind.

Uh Oh, Now They Want Drugs

Here’s something that will rock you: The 150,00-member American Psychological Association is lobbying hard to get prescription privileges for psychologists. Pilot programs are already under way, and some think that many psychologists will be able to dispense drugs to their patients within five years. So much for the distinction between psychiatrists and psychologists. A more worrisome problem, though, is: Won’t prescription privileges put psychologists at greater risk for substance abuse?

The answer, unfortunately, may be yes. It’s well-known that the professions and specialties that have easy access to drugs also have the highest rates of addiction. “If psychologists get prescription privileges, I think there is going to be a dramatic increase in their abuse of drugs,” says University of Iowa psychologist Peter Nathan, Ph.D. “We don’t like to talk about this, but it’s inevitable.”

Harvard psychiatrist Malkah Notman, M.D., is also uneasy about the possibility of prescription privileges for psychologists. “Psychologists can do a lot of damage,” she says, “but not as much as a psychiatrist can do. With medication, you can get in a lot of trouble very fast. Prescribing drugs is really quite risky. Even with medical training, a lot of people get rusty.”

 

Standard
Psichiatria

Il suicidio di uno psichiatra

domenico fargnoli copertina roazenUno psichiatra senese, che lavorava nei servizi territoriali, è stato ritrovato morto nei boschi di Castellina in Chianti. Scomparso nel nulla un lunedì mattina quando avrebbe dovuto recarsi al lavoro per alcune consultazioni è stato ritrovato una diecina di giorni dopo: ha lasciato un messaggio in cui spiegherebbe i motivi del suo gesto suicida, effettuato con un cocktail di alcool e psicofarmaci. E’ molto dibattuto dal punto di vista forense il tema della responsabilità dello psichiatra nel caso del suicidio di un paziente che evidenzia drammaticamente il fallimento della terapia.  Nel caso del suicidio di uno psichiatra o comunque di una persona impegnata nella cura della malattia mentale possiamo individuare  una responsabilità? Mi sono occupato di tale argomento in uno dei primi articoli che ho scritto per la rivista “ Il sogno della farfalla” nel 1992. In quella circostanza era partito dal rapporto fa Freud e Victor Tausk psichiatra e aspirante psicoanalista che si tolse  tragicamente la vita anche per le sue difficoltà di rapporto con il padre della psicoanalisi. La vicenda, ricca di triangolazioni “edipiche” in cui fu coinvolta anche Lou  Andreas-Salomé, è stata esaminata nel dettaglio da Paul Roazen nel suo libro “Fratello Animale” (1969) il cui sottotitolo recita emblematicamente così: maestro allievo un rapporto che si chiude con un suicidio. Tausk da una parte voleva sviluppare idee proprie dall’altra aspirava, contraddittoriamente e illusoriamente, a essere il “figlio prediletto”.  Freud lo temeva perché rappresentava una minaccia per la sua “originalità” creativa: avvenne così che egli rifiutò l’analisi a Tausk e lo propose a una collega, che allora era una principiante, Helene Deutsch.  Secondo Paul Roazen la decisione dell’invio a Helene rappresentava un insulto terribile perché come analista la donna era una nullità. Ci sarebbero stati modi molto efficaci e non distruttivi di reagire a tale violenza ma Tausk era un individuo fragile e profondamente malato: probabilmente era affetto da una forma di schizofrenia cosiddetta latente che si celava dietro la sua intelligenza brillante. Nel testamento scritto nell’ultimo giorno della sua esistenza  leggiamo << Vi ho ingannato tutti vivendo un ruolo di cui non ero all’altezza.>> (Paul Roazen-Fratello animale) E’ chiaro che Freud e la Deutsch hanno avuto  una responsabilità pesante nella morte del loro collega del quale non hanno intuito la gravità e la profondità della sofferenza mentale. Quand’anche avessero colto la psicosi latente sarebbero stati incapaci di affrontarla perché a quei tempi si riteneva  che la psicoanalisi potesse aggravare le forme di schizofrenia.  E a ragione poiché il trattamento analitico non aveva alcun valido fondamento teorico. In un’occasione in cui Freud scoprì un nucleo psicotico dietro un’agorafobia (paura dei luoghi aperti) egli dovette ripristinare di nuovo il sintomo attraverso l’ipnosi “ al fine di annullare il danno provocato dal trattamento”. Il passaggio è interessante perché si ammette che il trattamento analitico può provocare un danno anche se non si comprende come una cura che sarebbe efficace in una nevrosi dovrebbe essere nociva in una psicosi. A meno che non si sia voluto  dire che in realtà per Freud  non esiste nessuna cura dato che i nevrotici sono in grado di migliorare e guarire anche da soli. Noi sappiamo dalla psicopatologia   che nelle fasi di esordio di un episodio schizofrenico può essere presente la “whanstimmung” uno stato d’animo, un’atmosfera  delirante in cui ci può essere l’ assenza di un contenuto definito insieme con  un terrore  insostenibile: quest’ultimo da solo può indurre un omicidio-suicidio, anche se mascherato da motivazioni razionali, come forse è avvenuto nel caso dello psichiatra slovacco riferito da Paul Roazen. Quello di Tausk nel 1919 non fu un caso isolato nella psicoanalisi della prima generazione : seguirono la stessa sorte gli analisti Stekel, Kahane, Federn, Silberer, Honegger, Schotter, Ruth Brunswik che analizzò “L’uomo dei lupi” e successivamente, nel 1990, Bruno Bettheleim. Di famosi psichiatri coinvolti nel suicidio   i casi che conosco sono quelli del figlio maggiore  di Ludwig Binswanger nel 1928,  e quello di de Clérambault nel 1934. Sembra che quest’ultimo si sia ucciso perché gli era stato diagnosticato un glaucoma! E’ evidente che la morte per suicidio (come è avvenuto a Siena) di uno psichiatra che si toglie la vita con gli psicofarmaci che dovrebbero essere uno strumento “terapeutico” mette in discussione i criteri della sua formazione e pone quesiti  non eludibili a chi ne ha legittimato la prassi medica senza intuirne l’inadeguatezza dovuta alla malattia. Che impatto avrà, in questo caso la morte del “terapeuta” sui suoi pazienti”? Chi risponderà del danno subito? Contemporaneamente ci si dovrebbe interrogare anche sul fallimento di una psichiatria che ricorre prevalentemente al DSM5 e agli psicofarmaci il cui uso prolungato e massivo ha spesso il solo effetto di cronicizzare il malato  o renderlo in seguito difficilmente trattabile con la psicoterapia. Sono a conoscenza del fatto che alcuni psichiatri sostengono a spada tratta la psicofarmacologia perché essi stessi fanno uso continuativo di antipsicotici, mettendo in atto un vero e proprio suicidio  dal punto di vista mentale ed inducendo inevitabilmente e più o meno coscientemente nei loro pazienti comportamenti autodistruttivi .Senza andare sulla casistica personale  segnalo il caso di una collega9788878185104g considerata una delle più grandi esperte di depressione  (bisognerebbe discutere da chi) che è andata soggetta per decenni  ad episodi di depressione psicotica (solo depressione?) e che sostiene che si debba fare uso di psicofarmaci per tutta la vita, secondo una prassi che lei stessa ha seguito.  Si tratta di Kay Jamison che ha scritto  “Una mente inquieta” (Longanesi-1996) libro che in Italia è apparso, non casualmente in una collana diretta Giovanni B. Cassano.  Lo stesso Cassano nel 2000 profetizzava  che il futuro della psichiatria sarebbe stato affidato ad interventi in utero per correggere le anomalie genetiche responsabili, secondo una sua personale concezione della genetica,  dei “disturbi mentali”.  Racconta la psichiatra americana  :<< Le mie allucinazioni si focalizzavano sulla morte lenta e dolorosa delle piante verdi (…) Le loro grida erano  cacofoniche (…) Ad un certo punto decisi che la mia mente con la quale mi guadagnavo da vivere e della quale avevo per tanti anni data per scontata la stabilità, non avesse smesso di correre e ripreso a funzionare normalmente  mi sarei uccisa saltando dal dodicesimo piano di un edificio>>  La Jamison è andata  incontro, durante la sua malattia,  a svariati momenti di  furia  e violenza “maniacale” (?) oltre a non solo aver pensato ma   ad aver messo in atto tentativi di suicidio uno dei quali, quasi riuscito, con una dose esorbitante di Litio. Di questi problemi,relativi alle condizioni mentali degli operatori psichiatrici, certamente scomodi, sembra che nessuno abbia la voglia od il coraggio di parlare.

Standard

tutto ciò ch ein noi è umano

Senza categoria

tutto ciò che é in noi é umano

Immagine
Politica, Psichiatria, Senza categoria

Il delirio secondo Ludwig Binswanger ed Heidegger

 logo-ab2-2012-70

Non c’è nessun affaire Heidegger

Pubblicato il 2 marzo 2014 · in AlfaDomenica · 10 Commenti
heidegger
François RastierI
l carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri(Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli (cfr. GA, tomi 93 e 94, che vedranno la luce nel marzo 2014).Non c’è dubbio che Heidegger, dopo la guerra, avesse riscritto i suoi testi meno equivoci ammantandosi in un peculiare ermetismo. La sua famiglia e i suoi editori, per di più, hanno proibito sino ad oggi di accedere ai suoi archivi. Heidegger stesso, tuttavia, aveva pianificato già prima di morire la pubblicazione delle sue opere complete predisponendone l’uscita secondo un processo di radicalizzazione progressiva: così se nel 2001 fu pubblicato un testo nel quale si esortava a portare a compimento lo «sterminio totale» del nemico interno oggi si annuncia, per completare quel ciclo, la pubblicazione di nuovi volumi che riuniscono iQuaderni Neri. Gli estratti resi pubblici dal dicembre 2013, riprendono negli stessi termini le identiche tesi di Hitler e Rosenberg riguardo al «dominio mondiale giudaico».Stranamente il curatore dei Quaderni Neri – Peter Trawny, direttore dell’Istituto Martin Heidegger – sembra prender le distanze, scrivendo che questo dominio è «per metà immaginario» (Le Monde, 2o gennaio 2014): ma il suo è un modo sottile per affermare che è almeno per metà vero. Senza dubbio i brani citati sono antisemiti; scegliendoli, però, Trawny sembra fare inevitabili concessioni all’antisemitismo (che in apparenza considera come alcunché di banale e veniale) per evitare di affrontare la questione del nazismo. Chiediamoci allora: davvero l’albero antisemita può nascondere la foresta nazista?Paradossalmente Heidegger supera a destra l’hitlerismo, ricorrendo a una radicalizzazione metafisica dell’antisemitismo. L’immagine drammatizzata del mondo contemporaneo e della modernità scientifica e tecnica che ci presenta è infatti legata essenzialmente alla sua concezione degli ebrei e del loro dominio mondiale (Weltjudentum): se persino Trawny, nella sua curiosa apologia, ricorre al confronto fra l’intento heideggeriano e i Protocolli dei savi di Sion allora questo dominio cessa di esser nascosto nell’oscurità di un complotto, manifestandosi alla luce del sole proprio nello sviluppo tecnico-scientifico.Nelle sue denunce, allora – come quella nei confronti delle dighe che sfigurano il bacino tedesco del Reno – era possibile cogliere una banale continuazione del Kulturpessimismusdel periodo bismarkiano, ma l’innovazione di Heidegger consiste nel considerare lo stato del mondo moderno come il risultato del dominio ebraico. In questo modo generalizza la teoria dell’essere-assieme – teoria legata al mondo degli affari, al commercium (cfr. Sein und Zeit, § 13). Il mondo ebraicizzato resta nell’oblio dell’Essere non soltanto perché gli ebrei, privi di patria e cosmopoliti, sono anche privi di un Dasein (letteralmente di un Esserci) – gli ebrei, infatti, non risiedono in alcun luogo specifico dunque continuano ad essere privi di mondo (Weltlos) – ma perché la modernità è dominata dalla «facoltà di calcolo e dal mercanteggiare», dal «dono esasperato per la contabilità», dalla «tenace abilità a contare» e dal «calcolo vuoto».Così il tema medievale dell’usuraio calcolatore, tutto intento a fare il conto dei denari di Giuda, finisce addirittura per esser trasposto alle scienze e tecniche contemporanee nella misura in cui questo mondo fondato sul calcolo ha bisogno delle matematiche e si fonda sui loro modelli – al punto da concretizzarsi nell’orribile tecno-scienza della cibernetica. L’estensione senza precedenti di uno stereotipo odioso, così, è sufficiente a condannare il mondo moderno e a sostenere che «la scienza non pensa» (dato che è incarnata e resa tecnologica dagli ebrei).Nel 1949, nella conferenza dal titolo Die Gefahr, Heidegger sostenne, che estendendo il suo dominio sul mondo la tecno-scienza fu anche responsabile dello sterminio. Gli ebrei tuttavia non sono stati uccisi, e del resto la loro scomparsa non è degna di esser chiamata morte: da una parte, poiché rimangono confinati all’ambito degli enti, non hanno alcun rapporto con l’Essere e dunque non vivono – quasi fossero accidenti senza sostanza; dall’altra, soprattutto, è la tecnica l’unica vera responsabile della loro scomparsa e ciò giustifica la reiterata immagine dell’industrializzazione (motorisierteFabrikation, cfr. GA, 79, p. 27), destinata a esaudire la speranza heideggeriana che l’ebraismo «si escludesse da sé», come semplice effetto collaterale della Machenschaft (‘regno dell’efficienza’) di cui è il principale responsabile.La pregnante metafora industriale, più volte ripresa da Hannah Arendt ad Agamben, ha contribuito al ritardo che caratterizza la storiografia dello sterminio – sino al punto da indurre trascurare, per mezzo secolo, quella che sarebbe stata chiamata la “Shoah delle pallottole”. Anche se trasformata, insomma – posto che assassinare non significa produrrecadaveri – la metafora ha continuato ha sostenere il luogo comune secondo cui la modernità tecno-scientifica era responsabile dello sterminio.Non c’è dubbio che Heidegger continua ad essere celebrato come un profondo pensatore della tecnica, e le citazioni laudatorie a tal riguardo abbondano ovunque. Ma pensare vuol forse dire condannare tout court, rinunciando a qualunque presa di distanza critica? Formatosi in un periodo nel quale la filosofia accademica temeva che le scienze usurpassero i suoi oggetti di studio, Heidegger sceglie di far ritorno alle tradizioni scolastiche della storia dell’Essere e della differenza ontologica; il suo intento però è creare il vuoto attorno ad esse, perseguendo il progetto antiumanista di eliminazione dell’etica e dell’antropologia filosofica ma anche degli oggetti di studio rivendicati dalle scienze sociali – come la diversità delle culture e delle lingue, posto che il tedesco gli è sufficiente per dire e pensare ogni cosa – fino alle scienze della natura e della vita (fatta eccezione per la Rassenkunde [‘conoscenza delle razze’] tedesca) e senza trascurare, naturalmente, le discipline logico-formali.Se questa brutale chiusura ha favorito l’oscurantismo delle adesioni settarie, la cosiddetta filosofia heideggeriana dell’Identico si fonda su vuote tautologie ontologiche che tradiscono l’ossessione identitaria persino nelle loro stesse ripetizioni; tuttavia escludendo qualunque alterità e, dunque, privandosi di oggetto il solo obiettivo che le rimane consiste nel diffondere l’odio identitario, che oggi esplode tanto nell’opera del Maestro quanto nell’attualità che ci circonda.Trawny ritiene che in quegli anni le idee antisemite fossero diffuse (ma da chi? forse che si tratta solo di una patina vintage?), e tuttavia sostiene anche che con la volontà di pubblicare le proprie Heidegger dà prova di una «notevole libertà di pensiero». Così discolpato, Heidegger continua ovviamente a rimanere «uno dei più grandi pensatori del XX secolo». Gli heideggeriani francesi, i quali pure sono soliti ribadire il medesimo giudizio di Trawny, se la prendono con lui giudicandolo un carrierista che ripete sempre una stessa «fesseria» (François Fédier). In Francia, infatti, traduzioni “lenitive” ed eminenti commenti hanno fatto di Heidegger un inevitabile autore di riferimento.Eppure la divergenza fra le due posizioni, a ben vedere, è di natura esclusivamente tattica: mentre i francesi si sono ormai da molto tempo chiusi in un ostinato diniego, Trawny ha capito molto bene che Heidegger, ipotizzando a coronamento della sua opera completa la pubblicazione di nove volumi dal carattere scopertamente nazista, pensava – ahimé, non senza qualche ragione – che sarebbero stati accolti come una mareggiata in periodo di carestia, e scommetteva sul superamento di un hitlerismo invecchiato, finalmente vinto da un ultranazismo attualizzato e ormai privo di complessi. Ora che il negazionismo ha fatto il suo tempo, insomma, siamo giunti nell’epoca dell’affermazionismo.A giudicare della prime reazioni, le ripercussioni nel mondo accademico su scala internazionale saranno notevoli. L’antirazionalismo militante, il rifiuto dell’etica e la sopravvalutazione dell’estetica, il ripudio della tecnica e del pensiero scientifico: tutto questo ha sedotto radicalismi universitari di destra e di sinistra che da decenni si riconoscono nel programma heideggeriano dell’Abbau, la ‘distruzione’, nota con la denominazione eufemistica di “decostruzione”.Non appena Heidegger ha sviluppato uno stile oracolare, pomposo e accortamente ipnotico, ricodificando nel vocabolario dell’ontologia le categorie del nazismo, non si è più saputo o voluto individuarvi il doppio linguaggio da lui stesso rivendicato in privato. L’affaireHeidegger, in definitiva, finisce per ridursi all’accecamento (talora complice) di vari ambiti accademici e molti intellettuali di fama.

Ma una filosofia che fa appello al massacro è davvero diversa da un’ideologia pericolosa? Di fatto alcuni ultranazionalisti russi di rilievo, come Alexandr Dugin, o islamisti come Omar Ibrahim Vadillo si fondano già da tempo su Heidegger per proclamare la superiorità razziale e la guerra totale. Se questo è il panorama nero programmato da Heidegger, allora la radicalizzazione inscritta nel suo progetto editoriale può addirittura assumere un valore educativo, ergendosi a interprete di un antisemitismo rinnovato ma anche di un nazismo radicalizzato e filosoficamente legittimato.

 Traduzione italiana di Antonio Perri

 

Standard
Psichiatria

Il modello tossico della malattia mentale

il-sogno-della-farfalla-3-2010

 

Pubblicato su “Il Sogno della Farfalla” n. 3 del 1998

Il modello “tossico” della malattia mentale

di domenico fargnoliVASO-TOSSICO-BI_3470

 

La trasmissione sulla droga andata in onda su Telesimpaty il 2 gennaio 1998 appartiene a quella categoria di eventi che hanno il potere di suscitare non solo curiosità e interesse, ma anche desiderio di approfondimento. Nel contesto di tale trasmissione due sono le affermazioni che ci hanno colpito e che vorremmo commentare compiendo un rapidissimo excursus storico. La prima affermazione è quella del professor Pancheri il quale sostiene che il caffè, l’hascisc e forse anche, sia pure con qualche incertezza, il pecorino sardo veicolano sostanze in grado di scatenare una psicosi; la seconda affermazione, di Massimo Fagioli, si riferisce all’esistenza di una “cultura della droga” che accomunerebbe il tossicodipendente e gli epigoni attuali della psichiatria organicistica e farmacologica. Il professor Pancheri nel proporre la sua tesi aveva presenti gli studi di J. Moreau de Tours, di Magnan  e di L. Lewin risalenti al XIX secolo ed agli inizi del Novecento? Ci poniamo questa domanda non perché dubitiamo della cultura di un illustre accademico, ma perché nel suo insieme la psichiatria organicistica appare stranamente amnesica riguardo alle ricerche dei suoi pionieri. La psicofarmacologia ha il vizio di proporre come novità modelli della malattia mentale spesso datati di secoli. Bisogna ricordare come J. Moreau de Tours elaborò nel suo libro Du hachisch et dell’aliénation mentale (1845) una ricca riflessione fenomenologica sugli effetti dell’hascisc e dei tossici. Secondo l’autore francese, all’uomo è stata concessa la facoltà di seguire due vie: la via della realtà e del sogno che sono separate fra loro dal sonno. Nella normalità, il sogno appare nel sonno mentre quando esso predomina nello stato di veglia si realizzerebbero gli “stati di passaggio” fra le due vie o “stati misti” costituiti dalla follia e dall’intossicazione. L’onirismo, il delirio sarebbe legato a cause tossiche: tutti i tossici, in particolare l’hascisc, possono determinare deliri onirici spesso gravi. È singolare che l’idea di un parallelismo fra sonno-sogno ed intossicazione appartenga alla tradizione razionalistica: essa può essere fatta risalire ad Aristotele. Nei Piccoli trattati di storia naturale il filosofo afferma che il sonno è un’affezione prodotta dall’evaporazione dovuta al cibo. Quest’ultima determinerebbe una sorta di ebbrezza simile a quella causata dai narcotici (oppio, mandragora, loglio) e dal vino. I sogni i quali si produrrebbero nel contesto di una specie di narcosi alimentare sarebbero condizionati, nel loro apparire o meno e nella loro veridicità, dall’entità dell’evaporazione medesima e dal movimento interno all’organismo che ne deriverebbe. Il movimento violento distruggerebbe la linearità del sogno e la verisimiglianza della rappresentazione. Magnan nel suo libro Alcoolisme et dégénérescence (1912) individua la categoria di “follia tossica”. Secondo questo autore, la tossicomania e l’alcolismo mettono in gioco la disposizione delirante del soggetto e non sarebbero altro che dei casi particolari di follia tossica. Intorno al 1924 L. Lewin pubblica Phantastica, una delle prime opere che indaga sistematicamente l’azione delle sostanze tossiche sull’organismo. L’autore insiste sull’idea che i disturbi psichici non sono altro che la conseguenza di processi tossici. Egli può essere considerato uno dei precursori della concezione dell’origine biochimica delle psicosi. La malattia mentale sarebbe derivata, in accordo con la sopradetta concezione, dall’effetto di energie estranee all’organismo. Le aberrazioni dei sensi degli ammalati di mente, gli stati visionari avrebbero alla base un substrato materiale. L’organismo avrebbe la capacità, in condizioni peraltro ignote, di produrre delle sostanze che darebbero luogo a realtà soggettive: non solo stati intermediari fra la salute e la malattia, ma anche malattie vere, inclusi i disturbi mentali. Lewin chiama queste sostanze phantastica hallucinatoria. Secondo l’autore, è lecito, in base a quanto i phantastica ci rivelano sulle illusioni dei sensi, allargare il cerchio e ritenere che le allucinazioni e le visioni transitorie, allorché si presentino in un individuo apparentemente sano di mente, siano dovute sempre all’azione di una sostanza chimica. 41595_128209533855987_8791_nLa causa delle allucinazioni può essere ricercata nella stimolazione di questo o quel territorio cerebrale da parte di sostanze chimiche prodotte dall’organismo o introdotte dall’esterno. Non possiamo ignorare la presenza di una sorta di sillogismo: poiché alcune droghe producono alterazioni del pensiero o della percezione, allora tutti i disturbi mentali possono essere considerati come la conseguenza di una sorta di avvelenamento. Viene così avvalorata la tesi di una corrispondenza meccanica e lineare, di un rapporto univoco fra sostanza chimica e disturbo psichico. La tossicomania fornisce il modello di una concezione della follia secondo la quale quest’ultima viene ad assumere il significato di un’autointossicazione volontaria, dovuta alla secrezione di sostanze che agiscono come un veleno per l’organismo. Le “psicosi” tossiche, sindromi cerebrali organiche dovute a fattori esogeni, forniscono il quadro di riferimento per la comprensione delle psicosi endogene.SET-ETP04 Si ipotizza che anche in queste ultime sia attiva una sostanza tossica prodotta all’interno del corpo. La psicofarmacologia attuale, che pure è progredita enormemente nella conoscenza della biochimica dei processi cerebrali, non è andata molto avanti rispetto a quest’idea di tossicità, salvo ipotizzare una specie di sindrome d’astinenza endogena. A causare la malattia non sarebbero solo sostanze nocive, ma anche il determinarsi di una carenza, dovuta a fattori genetici, di alcuni neurotrasmettitori normalmente presenti nell’organismo. Lo psicofarmaco agisce comunque esso stesso attraverso una sorta di intossicazione, che si suppone debba essere benefica, da opporre o all’intossicazione patologica o alla carenza. Ciò che trasforma le droghe cosiddette psicotrope in farmaci è l’atto della prescrizione medica: abbiamo sostanze psicotrope che “guariscono” e sostanze come veleni che determinano la tossicomania e la malattia mentale. La tossicomania non è altro che il volto nascosto e mostruoso della psicofarmacologia. L’atto della prescrizione medica trasforma magicamente la droga in farmaco, traccia la linea di separazione fra la normalità del rimedio e la mostruosità del veleno. Anche Freud, che è contemporaneo degli autori ai quali abbiamo fatto precedentemente riferimento, rimase implicato nell’ideologia della droga che condizionò i suoi tentativi di comprensione scientifica. Egli considerò, per un periodo, la cocaina come un possibile rimedio per la neuroastenia e la prescrisse con effetti devastanti. Ma al di là di questo è rilevante che egli per trent’anni, fino al 1926, rimase fedele ad una teoria tossicologica dell’angoscia secondo la quale la rimozione provoca un contenimento forzato della libido somatica che agisce come un tossico od un veleno per l’organismo. In tali condizioni la libido somatica subisce una trasformazione e si scarica attraverso la forma di un attacco di angoscia. Da quest’ipotesi dell’angoscia come ingorgo libidico legata a pratiche sessuali nocive nasce il discusso concetto di “nevrosi attuale”. La sessualità stessa viene considerata un’intossicazione: all’interno dell’organismo si accumulerebbe una sostanza sessuale chimica, una tossina che quando supera un certo valore di soglia ecciterebbe le rappresentazioni sessuali coscienti. L’atto sessuale, l’orgasmo, avrebbe la funzione specifica di scaricare l’accumulo di sostanza e la relativa tensione tossica. L’intero edificio teorico della psicoanalisi non è in realtà altro che una sovrastruttura che Freud vorrebbe far poggiare su di una concezione organica e tossicologica. L’energia psichica viene pensata come direttamente dipendente dall’azione di sostanze chimiche: la sostanza sessuale tossica può essere considerata il versante organico della pulsione. L’allucinazione diviene così inevitabilmente, per Freud, il paradigma fondamentale ed originario della vita psichica. Egli teorizza che nello stato primitivo dell’apparato psichico il primo atto dovette essere quello del “desiderio” che sfocia nell’investimento allucinatorio della soddisfazione. Nel sogno, che altro non sarebbe che una riviviscenza della superata vita psichica infantile, tutti noi saremmo allora indotti ad una condizione simile a quella del drogato il quale attraverso la funzione protesica di determinate sostanze chimiche tende ad allucinare una condizione di onnipotenza e di narcisismo assoluto.Tornando alla trasmissione di Telesimpaty da cui eravamo partiti, la demistificazione che in essa viene operata da Fagioli rispetto alla “cultura della droga” tende ad opporsi ed a rivelare l’aspetto violento e falso di proposizioni pseudoscientifiche che ratificano la scissione fra mente e corpo, la confusione fra oggetto fisico ed oggetto psichico. Se non si comprende la natura del  salto epistemologico che segna il passaggio dal biologico allo psichico, se non si acquisisce la conoscenza del processo di formazione dell’immagine interiore alla nascita, la psichiatria è destinata al fallimento terapeutico. Nel rituale della prescrizione medica  il farmaco rischia allora di non essere altro che droga, feticcio, merce destinata ad alimentare gli interessi giganteschi dell’industria farmaceutica.

Standard
Psichiatria

Abusi sessuali e satanici sui bambini. E’ sufficiente confessarsi?

satanic

Il comitato Onu per la tutela  dei diritti sui  minori ha condannato il Vaticano per il suo atteggiamento nei confronti della pedofilia volto a proteggere i preti e minimizzare l’impatto sulle vittime.

Guardiamo un po’ cosa ha scritto  (vedi  traduzione ) di recente Allen Frances famoso psichiatra americano chairmann del DSM4. Ciò che viene alla luce  è un’immagine della psichiatria terrificante che di fatto ai suoi massimi livelli è stata complice dell’abuso sui bambini. Il polverone sui falsi abusi serve ovviamente a mascherare la realtà di quelli veri che si  perpetrano sotto gli occhi di tutti. Allen Frances “confessa” un suo errore e sfrutta l’interesse mediatico che l’ esternazione determina. Si rifà in un certo senso una verginità. Non so se lo psichiatra americano professi una qualche fede religiosa : di fatto la sua è una mentalità del tutto simile a quella dei cattolici. Prima si condanna Galileo per eresia e lo si instrada pericolosamente verso il rogo e poi magari 500 anni dopo si chiede scusa.

Gli psichiatri che adottano pedissequamente il DSM-4 o 5 pensino bene a quello che fanno perché volenti o nolenti diventano complici di una mistificazione ideologica di proporzioni gigantesche che può provocare danni enormi sui pazienti.

Naturalmente si confessa il peccato minore e si occultano così responsabilità più gravi

C’è da considerare infatti  :

<< Dieci anni fa il Dsm-4 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) ha declassato la pedofilia da “malattia” a “disordine”. Ma nel nuovo testo, il DSM5 pubblicato quest’anno, l’Apa fa un passo ulteriore come denuncia l’Afa (Associazione famiglie americane): «Come l’Apa dichiarò negli anni Settanta che l’omosessualità era un orientamento sotto la forte pressione degli attivisti omosessuali, così ora sotto la pressione degli attivisti pedofili ha dichiarato che il desiderio sessuale verso i bambini è un orientamento». L’Apa distingue tra pedofilia e atto pedofilo: se il desiderio sessuale nei confronti dei bambini è un orientamento come gli altri, l’atto sessuale viene considerato “disordinato” per le conseguenze che ha sui bambini.

«SOFFERENZE MODERATE». Già nel Dsm-4 si considerava “disordine mentale” quello di una persona che molestava un bambino, se la sua azione «causa sofferenze clinicamente significative o disagi nelle aree sociali, occupazionali o in altri importanti campi». E già nel 1998 sul Bollettino di Psicologia era stato pubblicato uno studio per dimostrare che gli abusi verso i bambini non causano danni così gravi. Gli autori (Bruce Rand della Temple University, Philip Tromovitch dell’Università della Pennsylvania e Robert Bauserman dell’Università del Michigan) avevano ridefinito l’«abuso sessuale sui bambini», affermando che «le esperienze sofferte da bambini, sia maschi sia femmine, che hanno subito abusi sessuali sembrano abbastanza moderate».

http://www.tempi.it/pedofilia-50-anni-fa-era-una-malattia-da-questo-anno-per-gli-psicologi-americani-e-un-orientamento-sessuale#.UvifCf1-Rc9 

Come viene corretto questo errore?

<<The phrase “sexual orientation” was used erroneously in the discussion section about pedophilia in the recently released fifth edition of the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5).

In a press release, the American Psychiatric Association (APA) notes that the correct terminology is “sexual interest” and that it will correct the error in the manual’s electronic version and in the next print edition>>

Non “orientamento” ma “interesse”. Il rimedio è peggiore del male.

Luigi Cancrini distingue poi fra il peccato ed il peccatore. Disturbo, orientamento, malattia o peccato? Altro pericoloso polverone. I pedofili soffrono di una forma di psicosi non dimentichiamolo.

1743473_10203108141215520_533860369_n

l’Unità 10.2.14
La pedofilia è una malattia. Non dimentichiamolo
risponde Luigi Cancrini

Psichiatra e psicoterapeuta
<< La Chiesa cattolica romana è un’istituzione gerarchica di tipo rigidamente piramidale e il Papa ne ha potestà piena, assoluta e universale. Allora, se davvero ha a cuore le sorti delle decine di migliaia bambini abusati dai preti, Francesco dovrebbe scomunicare i suoi chierici «latae sententiae» e consegnarli alle autorità civili perché subiscano le giuste pene. Davide Romano
Non credo che il Papa sia disponibile a una richiesta del genere che io stesso non condivo affatto. Checché se ne pensi, infatti, la pedofilia è un disturbo psichiatrico e dunque una malattia (o, se volete una sventura) caratterizzato, secondo il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) IV da «fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che comportano attività sessuale con uno o più bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli)» che vanno avanti per almeno 6 mesi e che compromettono in modo sempre significativo, e spesso drammatico, l’equilibrio personale di chi ne soffre. Legata in molti casi a traumi infantili non elaborati dal soggetto, questa psicopatologia viene «coperta» spesso, nella pubertà e negli anni subito successivi, da difese inconsce che tendono a tenere lontano dalla coscienza, con più o meno avvertita fatica, l’intera area della sessualità. Il celibato e la religione offrono spesso, a queste persone, una possibilità di sbocco ragionevole e socialmente accettata per il controllo di tendenze che possono riaffiorare, tuttavia, in momenti diversi della vita. Rispondere a tutto questo con una scomunica sarebbe contro il Vangelo e contro il buonsenso. Distinguere il peccato (che va condannato con decisione) dal peccatore (che va curato) è fondamentale, infatti, per chi nel Vangelo e nel buonsenso crede. Anche nella tristezza di situazioni come queste.>>

Cancrini interpreta la pedofilia come una situazione di conflitto intrapsichico  fra inconscio perverso e coscienza. Naturalmente la questione non è così semplice perché nelle parafilie è presente un disturbo delirante che rimane circoscritto alla sfera della “sessualità”: si attribuisce un significato “sessuale” a situazioni che di per sé non lo hanno. Come si fa a provare un eccitamento nei confronti di un bambino prepubere  senza ritenere  che la realtà di quest’ultimo venga percepita in un maniera assolutamente distorta per non dire  abnorme?  Siamo di fronte quindi ad un disturbo del pensiero, ad una profonda alterazione della coscienza di significato e non ad un semplice conflitto  intrapsichico fra l’inconscio rimosso e la coscienza.

 Cosa afferma l’APA? (American pscyhciatric Association?

<<Characteristics of Paraphilic Disorders

Most people with atypical sexual interests do not have a mental disorder. To be diagnosed with a para- philic disorder, DSM-5 requires that people with these interests:

  • feel personal distress about their interest, not merely distress resulting from society’s disapproval;or
  • have a sexual desire or behavior that involves another person’s psychological distress, injury, ordeath, or a desire for sexual behaviors involving unwilling persons or persons unable to give legal consent.To further define the line between an atypical sexual interest and disorder, the Work Group revised the names of these disorders to differentiate between the behavior itself and the disorder stemming from that behavior (i.e., Sexual Masochism in DSM-IV will be titled Sexual Masochism Disorder in DSM-5).It is a subtle but crucial difference that makes it possible for an individual to engage in consensual atypical sexual behavior without inappropriately being labeled with a mental disorder. With this revision, DSM-5 clearly distinguishes between atypical sexual interests and mental disorders involving these desires or behaviors. >>
  •  Per il DSM5 Si possono avere rapporti sessuali atipici consensuali senza essere etichettati come malati.
  • Lo sapeva Luigi  Cancrini? Come la mettiamo poi con il fatto che ci può essere un peccato senza l’azione peccaminosa?

Schermata 02-2456698 alle 14.24.30

Sono stato così esplicito  nel mettere in guardia contro i  pericoli del DSM 5 in parte perché mi vergogno del mio silenzio di fronte a un errore  precedente, basato anch’esso sul dare credito ad  affermazioni inconsistenti. L’episodio è ricordato in un meraviglioso pezzo di Richard Noll che rievoca   con molta incisività  la storia . Il periodo è  20 e 25 anni fa . Retrospettivamente mi indigno quando viene riportata alla nostra attenzione   l’improvvisa epidemia di azioni penali  a carico di lavoratori diurni in centri per l’infanzia. Essi erano accusati  di  un presunto abuso rituale, satanico e sessuale, a carico dei bambini dei quali  si occupavano. Ciò avveniva in tutti  gli Stati Uniti – questa è stata una mania nazionale che ha concentrato i  sospetti su più di 100 asili nido . Le vittime erano lavoratori diurni completamente innocenti che sono stati incriminati e spesso condannati per accuse ridicole che non potevano  avere alcun fondamento nella realtà . Molti sono stati  messi sotto pressione , minacciati e / o torturati e costretti a false confessioni , e alcuni, sotto grande coercizione , sono stati indotti  a fare false accuse che hanno coivolto presunti  collaboratori. Decine sono stati sottoposti a pene detentive , e alcuni sono ancora in carcere – un’ingiustizia di proporzioni sconvolgenti .de

 Gli accusatori iniziali erano di solito i genitori mentalmente squilibrati in preda  a fantasticherie  strane o deliri  o entrambi. Coloro che in prima istanza  abboccavano erano detective della polizia creduloni che diffondevano il panico da famiglia a famiglia . Sono intervenuti  poi procuratori ambiziosi che hanno utilizzato i casi per  farsi un nome  ( uno è diventato procuratore generale degli Stati Uniti , un altro governatore della Carolina del Nord ) . Sono stati coinvolti un gran numero di  terapeuti “esperti” imperdonabili,  con le loro bambole anatomicamente corrette ed i loro suggerimenti di violenze subite . I bambini sono stati sedotti e picchiati per avere conferma  di storie selvagge  e di esperienze orribili , ma assolutamente non plausibili , sessuali e / o sataniche . I genitori , la polizia, i pubblici ministeri e terapisti che teoricamente erano lì per proteggere i bambini dagli abusi , invece divenivano loro aguzzini .

Le accuse erano una farsa, ma l’impatto sulle persone coinvolte era  una tragedia. Non c’era un solo straccio di prova concreta  che uno dei reati fosse mai accaduto E ‘stata una moderna caccia alle streghe, paragonabile  ai processi di Salem che si verificano 300 anni prima , o all’Inquisizione spagnola  di 400 anni fa . Nel frattempo , l’uomo moderno sembra che sia evoluto sul piano della conoscenza , ma è ancora capace di pensare in modo “ primitivo”  e di  concertare “azioni crudeli” .

Sono stato  in silenzio  ed in disparte , osservando tutte queste sciocchezze disgustato dalla vile polemica cui assistevo  . Come presidente della IV Task Force DSM , avrei  avuto un ‘opportunità pubblica per  sottolineare il caos totale che certe mode determinano. Invece , ho giustificato mia passività sulla base del fatto che non poteva essere   quello l’obiettivo di  una mia  lotta: farsi coinvolgere avrebbe potuto compromettere la mia neutralità  come chairman del DSM IV .

Queste ultime, da me addotte,   non erano scuse plausibili  visto che persone innocenti stavano andando in galera e bambini venivano  traumatizzati da terapisti falsi che professavano di essere esperti in traumi infantili . Le priorità che mi hanno indotto alla passività  hanno incentivato il caos generale.

Chi pensa  che sia improbabile che qualcosa di così stupido e distruttivo possa  mai accadere di nuovo deve solo fare una ricerca  google  su ” abuso rituale satanico “. Troverete una vasta gamma di suggerimenti  ad opera di persone  pronte ad attirare i creduloni in un nuovo round di  caccia alle streghe . E non c’è carenza di persone ingenue – un recente sondaggio indica che la maggioranza degli americani crede ancora nella possessione demoniaca . Le percentuali sarebbero ancora più elevate in molte parti del mondo che sono anche meno sviluppate di noi.

Se non ricordiamo questo disastro e impariamo  dai suoi insegnamenti , ci sono probabilità di ripeterlo – forse in un prossimo futuro .

(libera traduzione dallo slang americano di domenico fargnoli)

Standard
Senza categoria

Federico Tulli alla Televisione svizzera parla di Chiesa e pedofilia

chiesa_e_pedofilia08a4b152-51f0-4029-a78c-9f2a4214da0chttp://la1.rsi.ch/home/networks/la1/telegiornale?po=82c0329d-3bf5-4cba-805c-680765379c38&date=05.02.2014#tabEdition

FEDERICO TULLI

Standard