Forum di Senza Ragione

Arte. Sensibilità per la creatività

Trumpet            

Inviato il: 20 Jul 2004, 09:23 AM

Ce la metto tutta per “rendermi conto” dell’arte anche se forse non in un modo pensato e volontario quando guardo le opere come quelle presenti in questo sito e forse ci riesco anche.

Mi sono chiesto allora come io facessi a dire opera d’arte. La risposta non è arrivata subito e non so se quella che si è formulata nella mia mente sia valida, quindi la propongo qui per confrontarmi con chiunque risponda a questo stimolo.

Ciò che ho pensato è che per percepire l’opera d’arte e definirla tale, almeno per me, è stato necessario conoscere l’artista, il suo pensiero, la sua storia anche personale, la ricerca artistica e non solo, quindi non è stato impossibile riconoscere la creatività artistica in quanto visto.

Subito dopo però mi sono chiesto: e se io avessi modo di vedere un’opera d’arte di uno autore sconosciuto, se non sapessi nulla di lui o lei, ma avessi solo modo di vedere ad esempio un suo dipinto saprei avere la sensibilità necessaria per dire che ciò che vedo è un’opera d’arte o meno?

Ciò su cui sto tentando fare ricerca è proprio questo, e cioè se l’opera d’arte è tale una volta che la creatività dell’artista l’ha creata potendo così “vivere” per proprio conto oppure no, oppure è solo un oggetto se non legata alla realtà umana dell’artista stesso?

 

 

Nyx            

Inviato il: 21 Jul 2004, 10:32 AM

Vorrei provare a riprendere il discorso…poesia e psichiatria, immagine femminile, arte. Pensavo alla associazione che mi viene da fare fra l’arte e immagine femminile, come se avessero una matrice comune irrazionale sensibile in perenne movimento, imprevedibile. Nonostante che nella storia forse i più grandi artisti siano stati uomini non riesco a legare l’immagine dell’arte a quella maschile…e posso solo pensare all’arte fatta dagli uomini come ricerca della loro immagine femminile che magari non riuscivano a realizzare internamente e doveva essere creata all’esterno allontanata per essere un oggetto confortante di cui avere il controllo; mi viene in mente Marylin Monroe di Warhol… l’appiattimento di un volto, lo svuotamento di un corpo, l’immobilità di un canone puramente estetico.( ho letto su un libriccino dedicato a warhol che aveva a disposizione centinaia di immagini della diva ma che ha appositamente utilizzato sempre la stessa e il motivo era che era morta che le si addiceva un volto immobile senza vita un’immagine univoca che ripetesse all’infinito quanto di eterno e mostruoso ci fosse nel suo personaggio…una rivisitazione della madonna?)

Ma poi mi viene in mente Picasso a come è andato contro all’estetica del ritratto per stravolgere il volto di una donna per renderla ancora più umana benchè la “cornice” dei suoi lineamenti la deformasse. In questo caso credo che non ci sia più il tentativo goffo e impacciato di mettere fuori quello che non si riesce a realizzare internamente ma la realizzazione vera e propria dell’immagine femminile; il peniero va poi al freudismo alla esaltazione che ha avuto nel novecento e la domanda è se tutto ciò è stato per distruggere quell’idea di donna che stava emergendo.

 

 

Trumpet            

Inviato il: 21 Jul 2004, 11:44 AM

:blink:

 

 

Alogon            

Inviato il: 21 Jul 2004, 12:15 PM

A trumpet rispondo dicendo che l’arte primitiva non ha autori eppure è riconosciuta come avente un valore estetico…

certo oggi l’artista ha messo in crisi l’autonomia dei linguaggi e cerca di parlare come si vede bene nel mio omonimo disegno il cui l’artista ha la bocca aperta ed una vocale disegnata sulla lingua.

E’ vero quindi che il linguaggio pittorico, visivo ha un sua codice indiopendente ma altresì vero che l’atteggiamento dell’artista verso l’opera è cambiato. Quest’ultimo non si limita più a produrre oggetti d’arte , ma li commenta, ne chiarisce il senso, ne svela le operazioni mentali soggiacenti.

 

Al bell’intervento di nyx rispondo chiedendomi se l’immagine femminile in realtà sia emersa in modo chiaro solo dopo Picasso, nell’ambito di un’altra ricerca…

 

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 03:08 PM

copyright domenico fargnoli

 

aissa            

Inviato il: 22 Jul 2004, 11:46 PM

A me viene in mente un quadro che non è di Picasso e che forse non è nemmeno il caso di citare.. ma io lo cito lo stesso! E’ quel “donna nuda che dorme” di Modigliani che già nel titolo racchiude quel non so che di irrazionale che sa di donna.. Donna nuda che dorme, e sicuramente sogna.

Alla sensibilità dell’artista va aggiunta credo, Trumpet, quell’immagine femminile di cui Nyx ha così bene parlato. Quella sensibilità che riconosce la bellezza alle belle donne, e la speranza della bellezza alle donne brutte. Quella sensibilità che non cede alla bramosia, che non conosce la violenza e fa l’amore per amore e non per predare, strappare la vita. Qualunque opera, anche di ignoto, che esprima una sensibilità di questo tipo, credo sia un’opera d’arte. Qualunque donna che non crede che il suo lato irrazionale sia la parte peggiore di sè, ritengo sia una donna da ammirare. Qualsiasi uomo che riconosce ad una donna la potenzialità infinita dell’irrazionale, è un uomo con l’immagine femminile e la sensibilità necessarie per creare un’opera d’arte. Qualunque donna che sia disposta, nuda, a dormire e sognare, ritengo possa creare un’opera d’arte. lo so che queste non sono risposte nè tantomento grandi approfondimenti sulla ricerca lanciata da Trumpet. Però. parlando una notte con una amica proprio di questi temi, ci si chiedeva perchè l’idea della sensibilità si lega all’idea della sofferenza. Ci si chiedeva il perchè di quel pensiero religioso che associa il sentire al soffrire come conseguenza, a quell’idea mostruosa che qualunque forma di sensibilità si valorizza solo nello stare male, una sorta di espiazione dell’essersi lasciati andare a quel peccato della donna che, nuda, dorme e sogna. E mentre se ne parlava mi veniva in mente che numerosi artisti avevano sposato questa causa, pagando in termini umani prezzi altissimi, insomma quel clichè del genio e follia che tanto pare piaccia ancora e che invece noi scopriamo falso e anche tirannico contro ogni tentativo di realizzazione di una propria fantasia. Mi veniva in mente quella frase di Stefano Benni “non c’è felicità nel sacrificio, ma qualcosa che le somiglia”. Questa non è sensibilità. Mi viene in mente Marcel Proust ed il suo “cessando di essere pazzo diventò stupido “ Questa non è creatività. Forse mancava ancora quell’immagine femminile di quella ricerca…

 

Messaggio modificato da aissa il 25 Jul 2004, 01:15 PM

عائشةAisha

 

 

Libellula            

Inviato il: 23 Jul 2004, 02:00 PM

Vorrei provare a rispondere al’intervento di Trumpet con dei miei pensieri sul tema da lui proposto…molte volte mi sono sentita inadeguata di fronte a un opera d’arte come incapace di leggerne dentro qualcosa…la formazione aiuta solo a conoscere un linguaggio che pero’ e’ del tutto tecnico ,razionale che destruttura centimetro per centimetro l’opera e la analizza con strumenti freddi.

E’ questa l’impostazione con cui ci si dovrebbe approcciare a un opara “d’arte”?

Ora sono certa di no come sono certa che per lopiu’ la gente che va alle mostre,come io stessa facevo in un recente passato,si trova perduta e incapace di “valutare” se non per luoghi comuni…andare a una mostra,guardare un quadro come se questo movimento stesso ti assicurasse di fronte a tutti di possedere sensibilita’….arte-sensibilita’ non e’ affatto un connubbio inscindibile,ne per chi la fa’,ne per chi la vede…

….Alogon appunto ci dice che in effetti anche nella preistoria venivano prodotte immagini di dichiarata valenza estetica…ma ci interessa in questi casi davvero conoscere colui che le ha fatte per poterle valutare?credo proprio di no,credo che bisogni considerare appunto che non sempre si utilizzava un supporto per esprimere un immagine interna frutto di un pensiero irrazionale..solo recentemente,appunto, l’artista esprime se stesso ..da quando forse non c’e’ piu’ la committenza ad ordinare un quadro con un tema specifico..forse Trumpet si riferisce all’arte contemporanea..all’ultimo secolo…

Forse piu’ adesso si ha necessita’ di “conoscere” l’artista stesso che ci propone qualcosa..e per conoscere intendo non tanto una situazione personale ma anche solo come si muove nell’ambiente circostante,forse basta poco per non essere convinti di un tal artista senza bisogno a quel punto di approfondire oltre.

Saper sentire se c’e’ della sanita’ in un opera d’arte non e’ facile ma neanche impossibile se si ha sviluppato una sensibilita’ interna che non ha niente a che fare con la sensibilita’ di cui accennavo prima che nasconde freddezza e religione…io non credo di avere ancora sviluppato quella sensibilita’ e mi trovo spesso in situazioni in cui devo sospendere il giudizio per mancanza di “dati” certi ma…..

….mi vien da sorridere pero’ ripensando alla prima volta che ho visto dal vero le opere di Domenico Fargnoli quando un pomeriggio di una domenica di agosto percorsi una lunga stradina in salita a Firenze che mi porto’ a una villa…non conoscevo l’artista tranne che per alcune cose che lessi,ed ero molto piu’ fredda e insensibile di adesso…. arrivai con una piccola dose di pregiudizio e una piccola (grande?) dose di distruttivita’..ma non potei arrampicarmi alla mia struttura razionale che mi offriva aiuto,mi avrebbe aiutata a scomporre tutti cio’ che vedevo per ridurlo al nulla…non mi fu possibile,non potei appellarmi a niente,fu un impatto forte e completamente disarmante,dovetti cedere a qualcosa di irrazionale che non mi permise di distruggere niente ma mi costrinse ad abbandonarmici…

…una vocina dolce dentro di me disse speranzosa “ma allora e’!”….

Forse non rispondo a Trumpet ma…..

 

 

Trumpet            

Inviato il: 24 Jul 2004, 12:26 PM

Rispondo ad Aissa e siccome un uccellino, no, anzi, una tartarughina mi ha bisbigliato all’orecchio che Nyx si chiedeva il significato della faccina che ho inserito in sua risposta, ciò che mi accingo a scrivere risponderà anche lei.

È comunque doveroso premettere che tale mia risposta non può e non deve essere letta come un giudizio e men che meno un giudizio scisso da una dimensione affettiva e questo per il semplice motivo che, in realtà, è esattamente l’opposto.

Dunque, è oramai chiaro che internet, o meglio ancora un forum, ad esempio, è una forma di rapporto, estremamente diversa da un rapporto interumano diretto e reale che vede persone una di fronte all’altra e che implica il linguaggio articolato come mezzo di comunicazione, quindi, ribadito questo aspetto, diviene immediatamente conseguente che il rimanere in rapporto diviene elemento primario.

Un intervento in un forum, per quanto bello, ricco, che parla di identità, di elaborazione e che regala nuovi spunti di ricerca ed approfondimento (come quello di Nyx ad esempio) necessita di essere inserito in una discussione esistente dove tali temi sono già affrontati, oppure, se le tematiche proposte nell’intervento non hanno precedenti e sono nuovi spunti si apre una nuova discussione, come ad esempio ho fatto io per questa in cui sto scrivendo.

Mi riferisco in particolare all’intervfento di Nyx, in quanto il tuo, Aissa, in realtà si allaccia a quello di Nyx.

Per spiegarmi meglio suggerisco di leggere, in questa discussione, il primo intervento di Alogon e Libellula.

Spero, con questo, di aver portato chiarezza su tutto.

 

 

aissa            

Inviato il: 24 Jul 2004, 08:50 PM

Anch’io mi sento in dovere di rispondere a trumpet, perchè in realtà quello che dici è molto interessante, ed anche importante. E’ interessantissimo quello che dici a proposito del restare in rapporto, così come mi sento di condividere pienamente l’assoluta mancanza di giudizio da parte, spero, di chiunque si introduca in questo forum. Io, con tutti i miei limiti, tento di farlo. Certo a volte la dialettica si fa più difficile, altre volte ognuno dalla sua tastiera si infiamma per molteplici motivi. certo il botta e risposta deve essere diverso perchè, appunto, non si è faccia a faccia col proprio interlocutore e la discussione è collettiva pur nel rispetto degli spazi di ognuno. questo per dire che a volte si prende la via più lunga e tortuosa per esprimere quello che si pensa, sopratutto quando i temi non sono propriamente banali. Così a volte ci tocca dire le cose in modo bizzarro per tentare di legarle a quanto detto in precedenza o fino ad allora. La ricerca che tu prorponi tra sensibilità ed arte è indubbiamente piena di possibili sviluppi, ma certo il rapporto tra un uomo e una donna è il cimento che più stimola alla creatività… direi.

عائشةAisha

 

 

Alogon

Inviato il: 24 Jul 2004, 08:56 PM

Non amo gli emoticon ma non è un giudizio!

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx            

Inviato il: 24 Jul 2004, 09:55 PM

Eviterei di fare di questo forum così interessante una banale chat ed è proprio per questo che a trumpet avevo chiesto il significato della sua emoticon in un’altra sede cercando, appunto, di tenere il rapporto.

Tornando invece al tema di fondo del forum, del mio intervento ed alle risposte che in tutti i sensi ho avuto, ritengo di dover approfondire quanto esprimevo. Alogon mi suggerisce che l’immagine femminile è stata scoperta per non dire inventata molto recentemente e senz’altro si riferiva alla ricerca dell’analisi collettiva. Andando a ritroso allora possiamo dire che prima nell’arte l’immagine femminile o non c’era oppure sottintendeva un pensiero completamente diverso. E, se non c’era l’immagine femminile come noi la intendiamo, allora che cosa ha espresso l’arte fino ad oggi? Prendo spunto proprio dalla ricerca dell’analisi collettiva che propone di pensare la cultura greca (forse tutt’oggi dominante) come fondamentalmente omosessuale in cui la donna è fatta completamente fuori, per pensare che forse l’arte vista fino ad oggi sia figlia di quella cultura e per chiedere se parlare di rapporto uomo donna in una discussione sull’arte sia così fuori tema.

 

 

Bice            

Inviato il: 25 Jul 2004, 12:59 AM

E’ diventato irresistibile non partecipare a questo forum che in verità seguo da tempo perchè offre la possibilità d’interagire e sviluppare “collettivamente” dei pensieri sul significato dell’arte in maniera assolutamente originale.

Anch’io per anni mi sono chiesta cosa distinguesse un’opera d’arte da un’altra che non lo è affatto .

Per anni ho cercato di capire….per poi scoprire che poche possono definirsi opere d’arte ed è quindi inutile cercare di “capire” dove c’è ben poco da scoprire.

Per comprendere, “sentire” un’opera d’arte credo che allo spettatore sia richiesto di effettuare qualcosa di simile alla regressione che deve compiere l’artista per creare, cioè perdere un assetto razionale per entrare in rapporto con quel mondo irrazionale che l’artista, intendo quello autentico, riesce a rappresentare. Rapporto che credo si possa stabilire, per lo meno a livello emozionale, anche senza conoscere la vicenda umana dell’artista per la capacità dell’opera d’arte di esprimere contenuti che sono universali perchè si riferiscono al primo anno di vita, a quella esperienza di vita comune a tutti gli esseri umani. Forse non è esatto e sarei contenta se chi ne sà più di me volesse correggermi….ma stò cercando di capire perchè certe opere, quì mi collego alla risposta di Alogon a Trumpet, possano mantenere il loro valore e la loro potenza intatti per decine di migliaia di anni.

L’altro quesito che m’interessa molto è quello che riguarda l’arte come rappresentazione dell’immagine femminile proposto da Nyx..cosa accade allora quando l’artista è una donna? Il fatto che storicamente i grandi artisti, mi riferisco in particolare alle arti visive, siano stati ed in parte continuino ad essere soprattutto uomini è amputabile solo a condizioni socio-culturali? Quì mi sento in difficoltà…mi è però venuto in mente un intervento di Alogon in una discussione precedente che vado a ricercare e che in parte cito “..il mezzo “artistico” diventa allora in modo inequivocabile mezzo espressivo di contenuti che sono quelli della sessualità umana. Dialettica uomo-donna”.

 

 

Trumpet            

Inviato il: 25 Jul 2004, 01:07 AM

QUOTE (Alogon @ 24 Jul 2004, 09:56 PM)

Non amo gli emoticon ma non è un giudizio!

 

Non ho mai usato una emoticons fino ad adesso, non ne ho mai sentito l’esigenza, se stavolta l’ho fatto è perché, in questa situazione specifica e particolare, avevo, non so perché, voglia di esprimere un qualcosa senza però scrivere, ma in un forum la scrittura è il solo mezzo per comunicare… non sapevo come fare e guardando sulla sinistra dell’editor ho visto il frame con quelle emoticons e ne ho adoperata una, dopo tutto sono emotional icons.

Ad ogni modo sono pronto in qualsiasi momento a sostituire la emoticon da me usata con parole scritte.

 

 

Trumpet            

Inviato il: 25 Jul 2004, 01:17 AM

QUOTE (aissa @ 24 Jul 2004, 09:50 PM)

… ma certo il rapporto tra un uomo e una donna è il cimento che più stimola alla creatività… direi.

 

Argomento interessante, una ricerca del tutto nuova, anzi direi completamente sconosciuta ed inesplorata per me. Apprezzo davvero molto quello che mi hai fatto notare.

 

 

Alogon            

Inviato il: 25 Jul 2004, 10:03 AM

Non pretendo minimamente di rispondere a tutte le domande.

Però mi veniva in mente il tanto celebrato Picasso. Come non ricordare che “Les desmoiselles d’ Avignon” (1906) certo uno dei quadri più importanti di tutta la storia della pittura rappresenta delle prostitute in un bordello? che dire di Otto diX, Groz, Schiele e della loro rappresentazione della donna?

Certo la figura femminile è sempre stata presente nella storia della pittura chiunque l’abbia rappresentata uomini o donne (che appunto dovevano superare pregiudizi socioculturali) ma mi viene il dubbio che l’”immagine” femminile sia ben altra cosa.

Lo studio delle forme d’arte precedenti potrebbe aiutarci solo in parte a comprendere le forme d’arte attuali, l’Homo novus.

La ricerca psichiatrica , l’unica possibile ed attuabile,ha modificato radicalmente i contenuti del fare artistico. E’ quanto in varie occasioni ho avuto modo di affermare:evidentemente non è molto facile accettare questo punto di vista.

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 25 Jul 2004, 11:43 AM

QUOTE (Nyx @ 24 Jul 2004, 10:55 PM)

Eviterei di fare di questo forum così interessante una banale chat …

 

Puoi stare tranquilla questo non succederà mai.

 

QUOTE (Nyx @ 24 Jul 2004, 10:55 PM)

… e per chiedere se parlare di rapporto uomo donna in una discussione sull’arte sia così fuori tema.

 

 

È più che ovvio che non è fuori tema.

Ad ogni modo il merito del mio intervento non era sul “cosa” bensì sul “come”.

E con questo ho concluso.

 

 

Bice            

Inviato il: 25 Jul 2004, 11:56 AM

Quello che dice Alogon è vero, forse è difficile, accettare il fatto che assieme ad una nuova teoria sull’uomo sia emerso anche un modo completamente diverso d’intendere l’arte e con essa la rappresentazione dell’immagine femminile. Mi sembra però che sia inevitabile fare riferimento per rappresentare ad un linguaggio visivo che in qualche modo deriva dalla ricerca artistica sviluppata dagli inizi del secolo scorso. Dovrebbe la rappresentazione di nuovi contenuti portare anche alla creazione di un linguaggio completamente nuovo? Oppure questo non ci interessa poiché una trasformazione formale è già avvenuta nel momento in cui appunto, le forme rappresentano qualcosa di assolutamente nuovo? Forse tutto questo può “suonare” un po’ intrigato..

Mi è sembrato di capire che nella creazione di un opera l’immagine femminile stia nella ricettività, capacità di accettare il rapporto per poi poterlo rappresentare attraverso linee e colori. L’immagine maschile potrebbe in qualche modo avere a che fare con quel “rapporto” concreto che inevitabilmente l’artista deve stabilire con gli strumenti materiali, capacità “tecnica” necessaria alla creazione ? Sono domande che mi pongo…

 

 

Alogon            

Inviato il: 25 Jul 2004, 01:11 PM

Al solito mi limito ad esprimere alcuni pensieri.

Così come esiste un linguaggio verbale che è antecedente alla esistenza del soggetto, alla nascita di ciascuno, allo stesso modo sicuramente esiste un linguaggio visivo.

Però come il poeta usa parole usuali per esprimere contenuti e stati d’animo “singolari” ed originali ugualmente il pittore può usare forme apparentemente note per esteriorizzare un modo d’essere e di creare nuovo nell’ambito di un gruppo in cui esiste “una connessione” non consapevole fra i vari membri.

Immagine femminile e maschile penso siano due aspetti in continuo rapporto dialettico fra loro all’interno di ciascuno oltre che nel rapporto interumano . Difficile legarle a funzioni specifiche.

 

Messaggio modificato da Alogon il 25 Jul 2004, 01:13 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 25 Jul 2004, 01:50 PM

QUOTE (Alogon @ 25 Jul 2004, 11:03 AM)

… ma mi viene il dubbio che l’”immagine” femminile sia  ben altra cosa.

La ricerca psichiatrica , l’unica possibile ed attuabile,ha modificato radicalmente i contenuti del fare artistico. E’ quanto in varie occasioni ho avuto modo di affermare:evidentemente non è molto facile accettare questo punto di vista.

 

 

QUOTE (Alogon @ 25 Jul 2004, 02:11 PM)

Immagine femminile e maschile penso siano due aspetti in continuo rapporto dialettico fra loro all’interno di ciascuno oltre che nel rapporto interumano . Difficile legarle a funzioni specifiche.

 

 

Concordo con i pensieri e le valutazioni espressi nei due interventi di Alogon di cui ho riportato le citazioni.

 

 

aerre            

Inviato il: 25 Jul 2004, 03:55 PM

Curiosando qua e là tra gli eventi d’arte menzionati anche dai più autorevoli quotidiani nazionali, ho trovato particolarmente interessanti le opere di un artista cherokee che sta tenendo proprio in questo mese la prima mostra personale in Italia insieme ad un corso d’arte per 25 allievi aspiranti artisti.

Tale “artista” presenterà anche un video ed un’installazione testimonianza di una performance realizzata durante il corso.

Ogni giorno l’”artista”, seduto dietro una scrivania, distruggerà un oggetto portato da ciascun allievo, lasciando che i resti si accumulino nel corso dei giorni sul tavolo. Tutto ciò è stato così commentato:”L’opera d’arte finale, carica di pensiero, è composta dai detriti ottenuti dall’artistica distruzione artisticamente sparsi nello spoglio spazio museale”.

Un’altra performance dell’artista è quella di lanciare delle pietre di diverse dimensioni in un catino contenente del colore acrilico realizzando un dripping. Ancora un’altra opera è costituita da un veicolo caricato con una grossa pietra allo scopo di arrestarne la corsa causandone il ribaltamento.

La mostra di fine corso allestita dai 25 allievi, sarà intitolata “Certamente saremo confusi” (sic!).

A questo punto mi viene in mente un’altra artista diventata famosa per un letto sfatto: un ammasso di lenzuola, tampax usati e schifezze di ogni genere, il tutto esposto nelle più importanti gallerie del mondo.

A quanto pare tutto fa arte.

Aerre

 

 

Alogon            

Inviato il: 25 Jul 2004, 04:40 PM

Appunto: se tutto è arte niente è arte.

A parte questo però si può dire che l’artista cherokee opera in base ad un principio tipico dell’arte concettuale contemporanea: la performance, il gesto o il non gesto artistico mira ad evidenziare il pensiero, l’idea. Quindi procede paradossalmente al contrario in quanto cerca di dimostrare che non è la tecnica che fa il pittore.

Io avevo detto che non è la penna che fa lo scrittore, come non è internet a determinare il processo mentale della connessione.

Il problema degli artisti concettuali è che distrutta la tecnica arrivano al nulla e non all’idea perchè le loro trovate sono giochetti intellettualistici particolarmente stupidi e razionali. Sempre gli stessi.

Però potrei essere d’accordo sul fatto che bisogna capire meglio in generale che cos’è “LA TECNICA” anche perchè in greco antico arte e tecnica venivano designate , credo, con una sola parola.

Naturalmente quando si cerca di affrontare questo tema tutti tendono a metterti fra i piedi Heidegger il quale mi sembra dicesse che la tecnica è “disvelamento”.

Disvelamento ma anche mistero. Qualcosa di insondabile e di irrazionale rispetto al quale l’atteggiamento dell’uomo non può che oscillare ambiguamente fra l’accettazione e l’abbandono.

Leggo su internet le parole di un certo prof D’Alessandro

 

<<(…) la tecnica non costituisce un problema dell’’uomo (come lo sono, invece, gli strumenti tecnologici), perché l’uomo non può dirsi soggetto del Gestell [ termine che designa appunto la tecnica], ma anzi a esso sembra essere assoggettato; come per die Sprache, difatti, “non siamo noi a parlare la lingua, ma è la lingua che parla noi”, così il particolare disvelamento della tecnica moderna non è certo dovuto alla volontà dell’uomo, non è una sua produzione, essendo il darsi proprio del suo stesso inessere. È questo il senso dell’aumanesimo heideggeriano.Come intendere, però, il fatto che l’essenza della tecnica possa essere definita mistero (Geheimnis), senza per ciò stesso correre il rischio di portare la riflessione filosofica nelle secche dell’irrazionale o dell’afasia estatica?>>

 

Da sottolineare il pensiero schizofrenico: è la lingua che parla noi, è la penna che scrive le poesie. è internet che ci regala l’intelligenza collettiva e connettiva.

 

Messaggio modificato da Alogon il 25 Jul 2004, 10:20 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 26 Jul 2004, 08:34 AM

QUOTE (Bice @ 25 Jul 2004, 12:56 PM)

L’immagine maschile potrebbe in qualche modo avere a che fare con quel “rapporto” concreto che inevitabilmente l’artista deve stabilire con gli strumenti materiali, capacità “tecnica” necessaria alla creazione ? Sono  domande che mi pongo…

 

Mi chiedevo se questa fosse una domanda retorica che sottintendesse, forse nemmeno poi tanto velatamente, che l’immagine maschile potrebbe rappresentare il rapporto con le cose, gli oggetti, l’inanimato, la tecnica produttiva appunto.

Ho per caso frainteso?

 

 

Bice            

Inviato il: 27 Jul 2004, 03:13 AM

E’ ovvio che ciò non debba essere preso alla lettera…come puoi pensare che possa ridurre l’immagine maschile al rapporto con l’inanimato?.

Il fare materiale, ancor di più in questo caso perchè legato alla creazione artistica, non può essere pensato come scisso da una dimensione interna che orienta ed in ultima analisi credo proprio determini l’uso che l’artista fa degli strumenti necessari alla creazione dell’opera.

Comunque la tua obiezione mi dà lo spunto di riallacciarmi al discorso sulla tecnica già affrontato da Alogon. È curioso che le parole arte e tecnica in greco siano la stessa… perché penso che esse in realtà siano in qualche modo in rapporto tra loro. Magari verrò clamorosamente smentita ma mi piacerebbe tentare d’esprimere qualche riflessione.

Credo che la tecnica non sia qualcosa che può essere appresa passivamente o razionalmente ma ricerca anch’essa che contribuisce in maniera non irrilevante alla creazione dell’immagine dalla quale non può essere separata… è ovvio che con l’arricchirsi del proprio mondo interiore anche il rapporto con gli strumenti di lavoro diventa più facile, organico ed inventivo.

Un quadro, ad esempio, può essere un’opera d’arte solo se è presente la soggettività (sana) dell’artista perché altrimenti….. si sente che c’è qualcosa che non và ed infatti la bella tecnica a ben vedere non è bella per niente ma soltanto tecnicismo.

Forse dovrei tagliare qui per evitare che questo intervento diventi un po’ troppo lungo…ma non riesco a non riferirmi all’articolo di aerre non solo per il collegamento tra la tematica della tecnica ed il fare dell’arte concettuale, di cui parlava Alogon, ma perché l’ho trovato straordinario. È un condensato stupendo delle idiozie che imperversano da decenni nel mondo dell’arte purtroppo non più solo occidentale. È infatti interessante che inizi descrivendo le trovate di un’artista cherokee

addirittura. Accelerato dal fenomeno della globalizzazione questo tipo di linguaggio (se si può chiamare tale) sta dilagando in tutto il pianeta cercando di soffocare ogni tipo di ricerca alternativa. Vorrei solamente accennare ad una mostra di Giovani Talenti dalla Cina che vidi qualche anno fa al PS1 di New York, branch del Museum of Modern Art e luogo deputato alla ricerca artistica. Naturalmente, guarda caso, tutti gli artisti invitati non facevano altro che confermare il dilagare di un’impostazione di tipo concettuale. Ricordo una recensione sulle pagine della cultura di Repubblica forse un paio di anni fa di Achille Bonito Oliva sulla biennale d’arte di Dakar…..un vuoto gioco di parole per giustificare l’utilizzo d’oggetti in disuso anche tra gli artisti africani. Il gioco perverso è quello d’esportare, o meglio imporre, altrove un preciso linguaggio per poi importare lo stesso per confermare la propria egemonia culturale che è poi anche economica. È interessante ricordare che l’arte concettuale, teorizzata in Gran Bretagna, ha avuto il suo primo sviluppo in territorio statunitense dove pure si era recato molti anni addietro Marchel Duchamp per esporre e realizzare i suoi memorabili ready-mades.

Confesso che mentre scorrevo con gli occhi le parole di arre sullo schermo non mi sono potuta trattenere dal ridere, forse anche per il sollievo di non essere sola a denunciare e mascherare il vuoto totale della cultura in cui viviamo ed a costruire un’alternativa autentica e reale.

 

 

Alogon            

Inviato il: 27 Jul 2004, 09:00 AM

Se andiamo in un vocabolario di greco antico cosa troviamo? Troviamo che “tecne” designa un’abilità generica che può riferirsi ad attività varie fra cui l’uso della parola, la retorica. Troviamo anche l’espressione “peìrata tecnes” che vuol dire strumenti dell’arte. In un dizionario etimologico troviamo invece che tecnico significa “conforme all’arte”.

Nel tempo sembra sia accaduto che la tecne, la capacità di creare e di produrre si è identificata con gli strumenti della produzione.

Il punto è questo :possiamo creare anche senza strumenti materiali. Per es lo psichiatra nella psicoterapia non usa strumenti materiali, a parte la sedia e la poltrona peraltro non essenziali, perchè ci si può sedere ovunque se non addirittura stare in piedi.

L’arte della psicoterapia prevede un’invenzione ed una creatività continue che non possono in nessun modo riferirsi ad una “tecnica” sia pure sui generis, standardizzabile. Contrariamente a quanto pensava Freud che riteneva si potesse usare un’espressione come “tecnica psicoanalitica”. In questo caso la parola tecnica viene usata in un’accezione ancora diversa cioè nel senso traslato di “procedimento standardizzato”. Il procedere secondo uno schema prefissato naturalmente fa riferimento alla coazione a ripetere ,all”istinto di morte” e non vedo come possa essere terapeutico .

Credo che neppure nel campo artistico si possa procedere secondo dei dettami fissi salvo che non possiamo fare a meno di usare strumenti materiali, pennello, scalpello, marmo colori ecc. Quindi tecnica in campo artistico serve ad indicare gli strumenti necessari per realizzare l’opera. Ma in quale accademia si insegna la tecnica di fare bassorilievi con la mola per tagliare i metalli?

E’ chiaro che ciascun artista ha i suoi specifici strumenti suscettibili peraltro di cambiare nel tempo.

Il fare artistico si avvale di strumenti ma si può affermare che lo strumento condiziona il risultato?

Se non sono soddisfatto posso in qualunque momento cambiare pennello, colore,

pastello. Possono operare liberamente una scelta in una gamma pressochè infinita di possibilità.

Così come si può dire che internet condiziona le mie prestazioni mentali, le mie capacità percettive ecc?

Quando vado al mare e passo qualche settimana a pescare me la vedo con la tecnologia dei palamiti ed il pc me lo scordo completamente.

Mi condiziona anche al mare?

 

Messaggio modificato da Alogon il 27 Jul 2004, 09:09 AM

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 27 Jul 2004, 09:41 AM

QUOTE (Bice @ 27 Jul 2004, 04:13 AM)

E’ ovvio che ciò non debba essere preso alla lettera…come puoi pensare che possa ridurre l’immagine maschile al rapporto con l’inanimato?.

 

Bè, in effetti è ovvio, infatti non pensavo nulla, ho chiesto solo delucidazioni sul tuo pensiero, in quanto, appunto, sembra proprio avessi non capito bene.

Molto interessante il tuo intervento.

 

 

aissa            

Inviato il: 27 Jul 2004, 09:44 PM

Solo per rilanciare la scommessa sul piatto, ulteriore citazione a tema…”Tra gennaio e marzo 1932 Picasso dipinse una serie di ritratti di donne dormienti.

, per i quali fece posare Marie Thérèse: il sogno, la lettura, nudo su divano nero e lo specchio. Fu proprio l’influenza e la vicinanza di questa donna che, parallelamente alle nuove sperimentazioni formali, lo portò a scoprire una nuova, sensuale versione del femminile. (…) I seni, simbolo femminile, sono messi in evidenza nella loro rotondità e prosperità.”

Ripeto che non mi sento di poter separare l’idea della creatività dall’immagine femminile. Se l’artista ritrova la propria immagine interna in una donna, la riconosce e si riconosce senza che questo lo porti ad annientarsi o ad annientare l’altro, credo che sia un artista. Sensibilità inclusa.

عائشةAisha

 

 

Alogon            

Inviato il: 28 Jul 2004, 12:26 AM

Sembra che i rapporti di Picasso con le donne siano stati piuttosto tormentati.

Forse nelle citazioni e nelle conclusioni bisogna procedere con molta cautela evitando di essere apodittici. Non sempre del resto il rapporto delle gentil sesso con la creatività è così lineare e sicuramente per un talento eccezionale come quello di Picasso non deve essere stato semplice “ritrovare la propria immagine interna in una donna”. Diciamo che ci ha provato anche se è andato incontro a non poche difficoltà, come del resto è accaduto a molti grandi artisti.

Q!ueste difficoltà le ha anche rappresentate come in “donna allo specchio” del 1932.La modella volge le spalle allo specchio e questo “permette al pittore di rappresentare in modo dissociato due aspetti dello stesso soggetto in una specie di recto verso”

Sogno ed incubo “ E’ difficile resistere ala tentazione di contrapporre la donna moglie all’amante adorata. Due figure una dolce l’altra dura aspra “stanno ad indicare i due sentimenti estremi suscitati in Picasso dalle donne:atttrazione e repulsione”

 

Messaggio modificato da Alogon il 28 Jul 2004, 08:37 AM

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx            

Inviato il: 28 Jul 2004, 01:09 PM

Picasso rappresenta il sogno come una donna, usando la sua donna come modella; e poi aissa parli della donna nuda che dorme e a me viene in mente la “dormiente” di domenico fargnoli. Non credo che abbia usato una modella e forse questo di per sè potrebbe non voler dire niente ma io lo voglio prendere a pretesto per delle riflessioni. Rileggendo il vecchio forum mi hanno colpito alcune frasi di alogon che riporterei di seguito:”il bambino alla prima visione del volto della madre colloca in esso la propria immagine interiore….Inconscio, coscienza, comportamento: la sanità mentale è nell’armonia di questa triade che fa l’uomo adulto e creativo”.

Quindi per essere creativi bisogna essere adulti? E che significa essere adulti? Avere un rapporto uomo donna diverso da quello del bambino al seno in cui ovviamente la differenziazione sessuale è solo fisica? Il bambino fa uno svezzamento, una separazione dalla madre diversa da quella di una bambina? Le donne cresciute, adulte cambiano l’oggetto del loro desiderio, orientano la loro attenzione verso immagini maschili…é già questa una trasformazione artistica?Quindi nell’atto della creazione l’artista fin dove regredisce? Al primo anno di vita? Un’altra citazione di alogon: “Il richiamare alla mente come atto cosciente ed intenzionale mi riporta indietro fino a quel limite, a quelle colonne d’ercole oltre le quali non è più possibile ricordare. Allora si può soltanto creare l’immagine di quanto non è mai stato visto. Immagine comunque adagiata in un letto di sensorialità in un mondo in formazione.” E’ su questo letto che dorme la dormiente? Quindi nel regredire al primo anno di vita non si ha la ripetizione di ciò che accadeva a quel tempo ma la propria immagine viene collocata nel volto più o meno definito di una donna che non è senz’altro la propria madre. Quindi se per essere artisti occorre saper regredire è, mi pare, indispensabile avere una dialettica uomo donna sana.

 

 

Alogon            

Inviato il: 28 Jul 2004, 01:36 PM

Beh innanzitutto bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa si può intendere per “dialettica uomo donna sana” e già qui potrenmmo spenderci qualche centinaio di pagine.

Cumunque compare la parola dialettica che significa arte del confronto a partire da posizioni differenziate. E questo è già molto in quanto si prevede anche la possibilità di prendere le distanze qualora la creatività di uno dei due provocasse reazioni non appropriate nell’altro.

Evento, direi non raro.

E’ chiaro che la creatività del bambino è diversa da quella dell’adulto perchè lo sviluppo mentale non è lo stesso. La potenza regressiva è maggiore nell’adulto che si presuppone abbia maggiore vitalità.

Per la questione del volto bisogna tener conto che la visione di esso interviene intorno ai tre mesi. Credo che noi ricreiamo nell’atto creativo o d’amore, fasi anche antecedenti. Linee colori che ancora non portano ad una netta delimitazione…

copyright domenico fargnoli

 

 

aissa            

Inviato il: 28 Jul 2004, 11:24 PM

In effetti ammetto che il mio ultimo intervento non è stato affato cauto, anzi… E’ stato il repentino movimento, una reazione affatto controllata rispetto a quanto avevo letto su questa sorta di biografia artistica di picasso. mi era piaciuto quel quadro intitolato Il Sogno, mi era piaciuto perchè vi era dipinta una donna. Mi era piaciuto istintivamente, come allora mi piaque quello di Modigliani. La reazione, caricata da elaborazioni e sensazioni personali che cpomunque si riallacciano ad eventi che in questa sede non hanno senso di essere, o almeno non così tanto, è stata in effetti un tantinello… esagerata. mi piace però pensare a quel quadro che esprime l’idea del sogno,cioè il non cosciente, ad un volto di donna… anche se è noto che Picasso e le donne non significa propriamente rose e fiori. Era appunto un rilancio, forse mica tanto riuscito, un sasso tirato nello stagno… La dormiente di Fargnoli io la ricordo molto bene e ricordo anche molto bene la sensazione immediata che ebbi quando la vidi esposta la prima volta… era lo stupore! E tuttora mi stupisce quell’insieme di linee e colori che apparentemente indefinitoi fanno invece una foorma che, pur non essendio una figura, è a gli occhi di chi giuarda familiare. Forse perchè si lega proprio a quel primo anno di vita, alla fantasia che, tranne gravi eccezioni, non è perduta. Così come il poeta pur nell’usare parole a cui si attribuisce un significato universale, riesce ad evocare immagini nuove per il solo averle disposte ed usate in m odo originale. Dunque io vorrei chiedere qual’è il legame tra quelle linee e colori di un quadro che fanno una immagine indefinita ed una forma riconoscibile e quelle parole che, scritte per quello che sono, parlano di tutt’altro… C’entra fordse quell’immagine interna? Quella regressioni cui accennava nyx?E quella regressione si lega a quei primi mesi di vita di cui ha parlato Alogon?

عائشةAisha

 

 

Alogon            

Inviato il: 29 Jul 2004, 09:14 AM

La dormiente che addirittura è del 2000, ha un suo antecedente nel video girato per “una notte d’amore” in cui c’era una scena con una donna che dormiva serena in un ambiente permeato da un’atmosfera particolare.

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/dormiente_g.jpg)

Sono lusingato dalla vostra attenzione per il mio bassorilievo a cui voi attribuite parentele illustri. Però nel mio ultimo disegno compare “il leone rosso” che mi sembra piuttosto sveglio. Niente affatto dormiente.

E se fosse un’immagine maschile?

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/il_leone_rosso_g.jpg)

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx            

Inviato il: 29 Jul 2004, 10:51 AM

Touchée. Confrontarsi con l’immagine maschile del leone rosso è molto difficile costringe a non dormire a stare sveglia a non essere più depressa. Costringe ad accettare il rifiuto e come qualcuno mi ha detto, il rifiuto fatto da un leone rosso, genera odio….non ci sono più scuse……non so continuare….

 

 

sideras            

Inviato il: 29 Jul 2004, 01:45 PM

Leggendo gli interventi fatti su questo forum,che trovo molto interessanti,e guardando il quadro del leone rosso mi viene in mente che oltre al rapporto con la donna,che ritengo essere comunque un asse portante,forse l’artista ha un in più al quale però non saprei dire…mi piacerebbe che “qualcuno” portasse avanti questa mia,solo ipotesi che non riesco a trasformare in un pensiero preciso,”qualcuno” che è un artista! Mi veniva anche in mente che un rapporto fra un uomo e una donna forse non basta,o comunque non senza una ricerca personale che sia in grado di trasformare sia l’uomo che la donna,permettendogli quella dialettica che vada oltre l’identificazione,ma oltre questo non so dire….

 

 

Alogon            

Inviato il: 29 Jul 2004, 02:16 PM

L’osservazione di “sideras” è molto pertinente anche se è difficile rispondere alla sua domanda. Non pretendo quindi di esaurire la questione. Propongo solo alcune ipotesi, da verificare , da vagliare.

Se lo specifico dell’artista è il fare senza sapere è indiscutibile che la sua immagine è immediatamente prassi e movimento. Ideazione e realizzazione possono essere un’unico processo attraverso cui prende vita una forma che prima non esisteva. Temporalmente ciò può avvenire anche in modo rapidissimo: ciò che conta è la fusione fra pensiero e corporeità. E’ chiaro che il riferimento al vissuto della sessualità è immediato in quanto la fusione fra realta materiale e non materiale avviene nell’orgasmo. L’ho detto e me ne assumo la responsabilità : nell’orgasmo. “Il qualcosa in più” forse è individuabile nell’insorgere dell’idea come reazione estemporanea ad una situazione di rapporto. Esiste un nesso fra insorgenza dell’idea e la trasformazione interna che avviene per il desiderio pienamente soddisfatto?

Nell’oggetto estetico realtà materiale e non materiale fanno un tutto inscindibile…

Quindi sarebbe falso quanto diceva Freud ne “Il poeta e la fantasia” cioè che il godimento estetico sarebbe affine ad un piacere preliminare….

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 29 Jul 2004, 02:45 PM

QUOTE (Nyx @ 29 Jul 2004, 11:51 AM)

Confrontarsi con l’immagine maschile del leone rosso è molto difficile costringe a non dormire a stare sveglia a non essere più depressa. Costringe ad accettare il rifiuto e come qualcuno mi ha detto, il rifiuto fatto da un leone rosso, genera odio….non ci sono più scuse.

 

[QUOTE]

 

Mi sapete dire perchè “il rifiuto fatto da un leone rosso” genera odio ?

 

Ho la sensazione che questo “filo” sia molto importante anche per me in questo momento ……

 

 

sideras            

Inviato il: 29 Jul 2004, 02:58 PM

Ricercando un immagine,che non sia ne sui libri ne nel vissuto personale,la ricerca mi porta a pensare che forse il nesso stà nell’immagine psichiatrica,che quell’insorgenza dell’idea stia proprio all’interno di quell’atto creativo che può fare solo la forza dell’interpretazione,che è assolutamente estemporanea,da questo sicuramente si attua una trasformazione che va credo ben oltre un fare artistico e che ci porta però ad una nuova ricerca….

 

Alogon            

Inviato il: 29 Jul 2004, 04:08 PM

Acca potrebbe avere ragione: bisogna esprimersi in linguaggio comprensibile o perlomeno coerente.

Più in generale comunque l’odio è l’affetto dell’invidia. L’invidia è una pulsione che si attiva in relazione alla creatività ed alla sessualità.

 

Rispetto a sideras rispondo che non sarò certo io a non voler sottolineare il legame stretto fra psichiatria ed a arte: perchè però dire che il nesso con l’immagine psichiatrica non è nè personale nè la troviamo nei libri?

Un’affermazione del genere non mi trova concorde ed ancora una volta mi spinge a richiamare l’attenzione sul come articoliamo i nostri discorsi, su come argomentiamo. Non tutti hanno il dono della sintesi e talvolta la contrazione estrema ci porta ad esprimere un pensiero per aforismi i quali o sono verità profonde oppure esattamente il contrario.

 

Messaggio modificato da Alogon il 29 Jul 2004, 04:40 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 30 Jul 2004, 12:53 PM

Vorrei riprendere il tema iniziale: molti ritengono che l’opera d’arte una volta creata acquisisca una sua autonomia indipendente dalle intenzioni di chi l’ha realizzata.

Però anche l’artista che fa una libera espressione, non rivolgendosi a nessuno in particolare, opera in un contesto di relazioni, in un ambiente dal quale volutamente ritiene di dover prescindere.

La comprensibilità dell’opera è possibile d’altronde solo se la collochiamo sullo sfondo della situazione nell’ambito della quale nonostante tutto viene generata.

Anche se non conosciamo l’identità dell’autore e le sue vicende biografiche possiamo risalire allo stato mentale, alle condizioni di vita, all’insieme dei valori che per es. caratterizzavano le comunità di cacciatori del neolitico.

La “libera espressione” ed insieme ad essa l’autonomia dell’oggetto artistico dal suo creatore è allora un’illusione?

Potrebbe esserlo qualora noi intedessimo la libera espressione e l’autonomia riduttivamente come pretesa di creare un qualcosa che non sia storicizzabile, non sia collocabile su di uno sfondo che rende possibile l’attribuzione di un senso “artistico” ad un manufatto per quanto originale esso sia, per quanto incomprensibile di primo acchito ci appaia.

Esiste un arte fuori dal tempo, immortale oppure tutto va considerato in base ad un criterio di relatività storica?

Forse non esiste un Arte con al a maisucola ma tanti linguaggi artistici i quali talora sono intraducibili l’uno nell’altro.

Sorgono a questo punto moltissime domande alle quali è veramente difficile rispondere in modo adeguato.

In che misura l’artista è veramente libero di esprimersi in un modo piuttosto che in altro?

Quando utilizziamo l’espressioni figurative facciamo riferimento a schemi precostituiti comprensibili da ogni uomo in ogni epoca oppure operiamo all’interno di forme che le varie civiltà, le varie culture umane hanno sedimentato nel tempo come un patrimonio di esperienze alle quali è inevitabile che attingiamo?

In che modo operano i condizionamenti culturali oltre la volontà del singolo?

Come eventualmente si può pensare di superarli?

Il superamento, nella condizione concreta in cui noi operiamo, potrebbe essere espressione dell’attività di ricerca di un gruppo che lavora affinchè ciascuno trovi una libertà di espressione, che poi altro non è che una sanità di base che nasce da un modo d’essere non razionale.

La domanda che mi pongo continuamente, senza mai essere capace di trovare una risposta esaustiva, è come la psichiatria, con le conoscenze che ha sviluppato sulla fisiologia della mente, possa aiutare a realizzare, attraverso la ricerca dell’analisi collettiva, quella creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e della provocazione ad ogni costo che è solo un atteggiamento della coscienza. Senza ricadere nell’iconoclastia e nella critica fine a se stessa che sembra essere diventata l’unica espressione dell’arte nell’era della globalizzazione.

 

Messaggio modificato da Alogon il 30 Jul 2004, 10:03 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Julia            

Inviato il: 31 Jul 2004, 10:15 AM

Mi viene in mente qualche riflessione sparsa, che non so bene come organizzare ma che spero attinente al tema. Credo che ai tempi di Shakespeare o Molière il saccheggio di interi brani da parte degli autori fosse cosa ordinaria e non scandalosa. Ciò nonostante non tutti hanno avuto la loro fortuna a distanza di secoli. Interessante notare che ambedue lavoravano a stretto contatto con compagnie di attori (cosa che non mi risulta per tanti autori contemporanei), che talvolta erano gli attori stessi a incoraggiare la scritture di un testo e che loro stessi facevano gli attori. Come a dire che laddove la compartimentazione mentale è minore, maggiore è la creatività, oppure che la disposizione alla collaborazione – per niente scontata – sarebbe di per sé indice di creatività… forse questo si sapeva già?

Sui rapporti tra immortalità dell’opera e linguaggio, la traduzione delle opere (scritte) illustra una singolarità, cioè il fatto che esse “invecchiano”. Ogni cinquanta, cento anni vanno rifatte, sono diventate obsolete, datate, forse perché non rendono più quella musicalità, quella polisemia inafferrabile che porta in sé l’opera originale, sfuggendo sempre agli schemi da qualche nuovo spiraglio… sarà allora che, pur avendo lavorato in un determinato contesto come quello elisabettiano, in una determinata lingua più o meno codificata, ogni grande artista crea ogni volta un nuovo linguaggio? in parte riconoscibile e in parte misterioso, forse per quello universale?

E sui legami tra tutto ciò e la ricerca dell’analisi collettiva, non so se azzardare un appunto scontato… la vedo seguita da gente molto “diversa” tra di sé o, più precisamente, mi sembra che la gente ricavi da una stessa fonte spunti assai diversi. Diversi ma forse anche simili?

 

 

Bice

Inviato il: 31 Jul 2004, 10:17 AM

Sono domande affascinanti e complesse…vorrei raccogliere almeno in parte la “sfida” per tentare di costruire un qualche pensiero.

Forse sì, la libera espressione intesa come creazione che prescinde da un contesto di relazioni ed ogni parametro storico culturale è illusione poichè irrimediabilmente come dici tu rimanderebbe ad un arte immortale, fuori dal tempo.

Non potrei apprezzare o capire la pittura medievale senese (magari è un esempio scontato…) se non la collocassi all’interno di un preciso contesto storico.Guardando le opere di Duccio, le piccole scene colorate affollate di persone, è come se sentissi che ciò che viene rappresentato è lo sforzo di tutta una società di dare immagine alla percezione dello spazio fuori di sé, percezione che si era ampliata ed aveva acquisito profondità, mi verrebbe solo da suggerire (perché mi sto addentrando in un territorio che non è il mio), per una modifica, un ‘evoluzione della percezione del proprio mondo interiore. Si potrebbe ipotizzare che i grandi artisti siano stati coloro che in qualche modo sono riusciti a rappresentare ciò che non era ancora storicamente definito facendosi interpreti inconsapevoli di un movimento, un pensiero che poteva anche precedere il suo affiorare alla coscienza collettiva e quindi la sua verbalizzazione ? E’ vero che ciò è quasi sempre stato accompagnata dalla creazione di un nuovo linguaggio che credo possiamo considerare tale per la presenza magari all’interno di un sistema di rappresentazione già costituito di un’”invenzione” ( non so bene quale altra parola usare), come ad esempio in El Greco in cui non è possibile non riconoscerci una sensibilità già moderna?

Allora è forse impossibile ridurre la comprensione dell’arte tout court ad un relativismo storico e ciò che della creazione artistica potrebbe considerarsi “fuori dal tempo” è il suo valore che sembra non sbiadire con il trascorrere dei secoli, argomento questo che mi sembra in parte sia già stato affrontato in questo forum.

Trovo di estremo interesse la domanda che poni riguardo a come una nuova ricerca psichiatrica che ha determinato la nascita di un modo completamente nuovo d’intendere la creazione artistica possa contribuire all’emergere di una “…creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e delle provocazioni (…)”. Ti vorrei chiedere se almeno in parte ciò che proponi possa avere un legame con quanto ti avevo già formulato (ed a cui mi avevi risposto) e cioè come la rappresentazione di nuovi contenuti potrebbe determinare anche la nascita di un linguaggio, possibilità espressiva che appunto diventi anch’essa “innovazione, rottura con una tradizione”. Forse invece intendi qualcos’altro ancora che non riesco al momento a cogliere appieno…..

 

 

acca            

Inviato il: 31 Jul 2004, 01:23 PM

Anche io provo ad azzardare delle risposte ai difficili interrogativi di Alogon.

 

“La “libera espressione” ed insieme ad essa l’autonomia dell’oggetto artistico dal suo creatore è allora un’illusione?”

“Esiste un arte fuori dal tempo, immortale oppure tutto va considerato in base ad un criterio di relatività storica?”

 

Può essere che che il concetto di “libera espressione” vada completamente riformulato inserendo l’ idea che l’ espressione deve essere libera dalla malattia mentale ? La quale cosa implica che se invece l’ arte intendesse essere libera dal rapporto con gli altri, con il proprio tempo e, come sta emergendo, dall’ immagine femminile per aspirare, ad esempio, all’ immortalità, sarebbe invece completamente dentro al concetto di “non rapporto”.

Mi pare che questa sia una grande novità teorica. Viene a cadere quindi il concetto di “artista maledetto” che dovrebbe rubare a Dio o al Diavolo il genio che lo renderebbe immortale insieme alla sua opera.

L’ opera d’ arte in un nuovo modo di pensare diviene libera da questa falsità, mi verrebbe da dire “faustiana”, per essere l’espressione di un’ immagine tanto più valida quanto più è in grado di spingere chi la guarda al desiderio e alla creatività e quindi anche ad essere molto velocemente “superata”.

 

“In che modo operano i condizionamenti culturali oltre la volontà del singolo?

Come eventualmente si può pensare di superarli?”

 

Più o meno recenti analisi storiche e artistiche delle avanguardie del novecento ci fanno vedere come, malgrado la paranoia delle loro intenzioni programmatiche di fare “tabula rasa” del passato per proporre “una arte completamente nuova, pura e universale”, in realtà rimasero legati al loro tempo e alla storia. Magari, come nel caso degli olandesi di De Stijl, andarono a prendersi modelli culturali più o meno coscienti in Giappone o in America.

Ma andare altrove a cercare modelli è in netta contraddizione con quelli che erano i loro intenti dichiarati.

Ma questi sono i condizionamenti culturali o i condizionamenti formali ?

Potrei pensare che la libertà dai condizionamenti culturali negativi (ad esempio il freudismo) potrebbe rendere liberi di usare condizionamenti formali (o linguaggi che dir si voglia) in un modo completamente diverso e quindi innovativo.

 

“La domanda che mi pongo continuamente, senza mai essere capace di trovare una risposta esaustiva, è come la psichiatria, con le conoscenze che ha sviluppato sulla fisiologia della mente, possa aiutare a realizzare, attraverso la ricerca dell’analisi collettiva, quella creatività che è innovazione, rottura con una tradizione senza ricadere negli schemi delle avanguardie e della provocazione ad ogni costo che è solo un atteggiamento della coscienza. Senza ricadere nell’iconoclastia e nella critica fine a se stessa che sembra essere diventata l’unica espressione dell’arte nell’era della globalizzazione”.

 

Qui dico solo cose che mi sembrano evidenti senza conoscere a pieno tutto ciò che l’ Analisi Colettiva ha mosso e muove nel campo della creatività (e forse questa cosa alla fine non la sa nessuno).

Mi sembra un fatto innegabile che, anche se non sappiamo come, ciò stia accadendo.

Non sembra allo stato attuale che si possa dire che questa ricerca abbia creato nuovi linguaggi espressivi. Cioè la grafica, la pittura, la scultura, il cinema, l’ architettura prodotte da chi segue questa ricerca potrebbero essere ricondotte, a livello di opera singola, a precedenti formali e i critici d’ arte potrebbero facilmente essere in grado di assegnare ogni singolo pezzo a questa o quella corrente artistica degli ultimi due secoli. E’ il senso che appare con evidenza completamente nuovo. Forse la ricerca sul linguaggio espressivo è stata priva fin qui di quelle ansie iconoclaste che invece avevano contraddistinto il moderno. Forse non si è voluto ripetere l’ errore delle avanguardie di mettersi a pensare in maniera astratta prima di fare. Forse la riuscita è proprio legata a non aver voluto, più o meno consapevolmente, inventare coscientemente nuove parole. In altre parole e curiosamente direi che proprio non voler essere “moderni” o creativi a tutti i costi ha liberato la creatività e portato a fare cose del tutto nuove. Penso che non si possa nemmeno escludere che la ricerca sull’ inconscio possa portare anche a linguaggi espressivi completamente nuovi.

 

 

Alogon            

Inviato il: 31 Jul 2004, 02:46 PM

Recentemente, qualche mese fa a Firenze , ho visitato una mostra di manufatti “artistici” del centro America, del Perù. In particolare mi ha colpito un tessuto con un disegno e colori che se non avessi visto la datazione e la provenienza , mi pare 500 dc popolo Maya, avrei potuto attribuire tranquillamente a Picasso .

Se osservo opere degli uomini dell’età della pietra vedo figure di animali ma anche psicogrammi, segni geometrici. che denotano una inequivocabile tendenza all’astrazione.

La pittura cosiddetta “moderna”è stata realmente innovativa od ha solo accentuato elementi preesistenti dando ad essi un senso nuovo all’interno di una diversa valutazione della funzione dell’arte sganciata per es. da presupposti di tipo religioso?

Così rispondo a chi dice che il linguaggio che deriva dalla nostra ricerca psichiatrica non è innovativo come se potesse esistere una frattura fra forma e contenuto.

Credo che stiamo costruendo una nuova sintassi formale in cui ciascun elemento non è valutabile preso isolatamente ma rapportato all’insieme dei significati che contribuiscono a dare ad esso un senso diverso.

Certo non è mai esistito storicamente un rapporto così stretto fra arte e scienza, fra psichiatria ed arte. Ciò fa sì che noi possediamo possibilità di comprensione del linguaggio delle immagini oniriche e non oniriche prima assolutamente impensabili. Bisogna ricordare che i surrealisti parlavano di inconscio ma non si sa esattamente cosa intendessero.

Non lo sapevano loro e non lo sapeva nemmeno Freud.

Il metodo del pensiero che consente un accesso all’irrazionale regala alla possibilità di creare un’accelerazione vertiginosa, amplificata dal fenomeno della cooperazione artistica.

I linguaggi precedenti vengono riassorbiti all’interno di una visione diversa ed essi compaiono come inevitabili a volte inconsapevoli citazioni all’interno però di una visione assolutamente nuova dell’uomo e della realtà. Chi può sviluppare un discorso sulla poesia senza riferirsi almeno una volta ad Omero?

Personalmente non rifiuto quanto è stato fatto di valido in passato ma lo rielaboro all’interno di una prassi , di un fare che non ha assolutamente precedenti.

Un gruppo di artisti riesce a collaborare ad un’unica attività creativa senza dissociazioni o contrasti.

Un gruppo di persone scrive un forum in cui si segue un filo preciso di pensiero e che potrebbe diventare un libro.

Quindi la creazione collettiva forse non è più un utopia ma una realtà concreta che non annulla le singole individualità ma al contrario le esalta all’interno di una esperienza del tutto sconosciuta precedentemente, della socialità e del fare.

Fare insieme senza costrizioni o gerarchie precostituite.

 

Messaggio modificato da Alogon il 31 Jul 2004, 02:53 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 31 Jul 2004, 06:33 PM

“La pittura cosiddetta “moderna”è stata realmente innovativa od ha solo accentuato elementi preesistenti dando ad essi un senso nuovo all’interno di una diversa valutazione della funzione dell’arte sganciata per es. da presupposti di tipo religioso?”

 

A me sembra che l’ arte moderna abbia fatto un’ operazione inversa, abbia cioè confuso la forma con il contenuto. I presuposti di tipo religioso dalle quali sganciava apparentemente la funzione dell’ arte, rientravano, per così dire, dalla finestra perchè si stabilivano di fatto dei dogmi formali: il famoso “culto della forma”. Operazione del tutto razionale.

Anche le biografie stesse di molti esponenti del moderno, “pericolosamente” affascinati dalle religioni orientali (penso ad esempio ad Itten e alla sua “mistica” del colore), ci parlano di idee religiose.

 

“Così rispondo a chi dice che il linguaggio che deriva dalla nostra ricerca psichiatrica non è innovativo come se potesse esistere una frattura fra forma e contenuto”

 

Mi torna in mente di aver letto che il valore della ricerca artistica legata alla ricerca psichiatrica stia anche nel gettare una luce nuova sul linguaggio delle avanguardie. Un enorme patrimonio formale può così essere ri-creato riscoprendo un senso del fare artistico completamente nuovo.

Si può dire: “Se non è ricerca sul linguaggio questa …..”. Lo è ma in un senso nuovo. Le vecchie categorie interpretative, non mi pare un caso la presenza di tanti linguisti nell’ ambito della stessa ricerca, devono essere trasformate di pari passo. Come sta avvenendo.

La scissione fra forma e contenuto, che era subdolamente presente nell’ arte moderna malgrado tutte le dichiarazioni di intenti, e le varie “angoscie di stile” vengono superate proprio in virtù della ricerca sull’ inconscio.

Non mi posso esimere però da continuare per ora a pensare che un Bergman o un Kieslowski o un Truffaut possano essere considerati ancora degli innovatori del linguaggio cinematografico più importanti di Marco Bellocchio malgrado che io preferisca quest’ ultimo, che i film del primo mi annoino da morire e che non escluda assolutamente che Bellocchio faccia una ricerca relativa allo specifico del linguaggio cinematografico estremamente importante e fruttuosa. La grandezza di Bellocchio però non sta tanto o non solo nella ricerca sul linguaggio cinematografico propriamente detto ma in qualcosa di altro e di più che comprende lo specifico cinematografico al suo interno. E’ evidente che anche all’ ultima mostra del cinema di Venezia tutto questo non sia stato minimamente compreso.

 

 

Alogon            

Inviato il: 31 Jul 2004, 11:32 PM

Quello che volevo dire è che l’arte moderna comunque ha perseguito una ricerca formale che, salvo le debite eccezioni, era libera dal dovere imprescindibile di illustrare un testo sacro. E questo in ogni modo è stato un passo in avanti. Molti pensavano che Dio fosse morto anche se purtroppo non era vero. E’ noto il rapporto fra Nietzsche e avanguardie artistiche.

E’ chiaro che il problema del superamento della mentalità religiosa è estremamente complesso e coinvolge il non cosciente. Senza la teoria della nascita, che comprende la scoperta della vitalità si ricade nel nichilismo e nel nazismo anche se non necessariamente dichiarato. Si rimane sotto l’egida della “cultura pura dell’istinto di morte” che di fatto è religiosa:il superuomo freudiano o peggio ancora Junghiano. Ed è irrilevante la circostanza per la quale Freud si dichiarava ateo.Su questo credo non ci possa essere discussione.

Su Bellocchio non mi esprimo, anche se sono estremamente legato a molti suoi films, perchè non ne voglio fare un’icona od una bandiera.

Credo che dobbiamo evitare atteggiamenti ideologici o ricostruzioni storiche truccate che inglobano già in partenza un giudizio di valore.

Qualcuno è riuscito anche a sostenere che Dante non aveva padri e che forse non era neppure religioso.

Ritengo che le nuove categorie interpretative che derivano dalla ricerca psichiatrica e che ci consentono anche una diversa comprensione del fenomeno artistico debbano essere usate con estrema cautela anche se su alcune valutazioni espresse potrei essere anche d’accordo.

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 1 Aug 2004, 10:51 AM

Comunque penso che sia estremamente importante recuperare, anche a livello di vocabolario, una chiarezza maggiore sui termini che legano la ricerca psichiatrica ed artistica alla ricerca sul linguaggio (che poi pare che procedano di pari passo e che si influenzino reciprocamente).

Non so infatti, e me ne scuso, se io mi stessi riferendo al linguaggio, allo stile o a qualcos’ altro che continuo a ignorare.

Penso che tutto questo sia estremamente stimolante e che obblighi a una ricerca continua in campi lasciati quasi sempre agli “specialisti” mentre è forse il caso di comprenderli all’ interno della propria cultura. Non è vero che la teoria è arida o fredda, anzi forse questo è un pregiudizio che viene alimentato per mantenere privilegi all’ interno di cerchie ristrette. Poi magari teorie discutibili nel campo della linguistica influenzano le scelte nel campo dell’ arte ma anche in quelli della politica, dell’ informazione, dei rapporti di lavoro, dell’ ambiente in cui viviamo giungendo ad influenzare negativamente la vita di ognuno.

 

 

Alogon            

Inviato il: 1 Aug 2004, 12:44 PM

Immagini che nascono dalle parole o parole che nascono dalle immagini?

Non so in realtà quali siano le priorità in una mente in continuo movimento.

Ho la certezza però che per fare ricerca ci vuole una sanità fondamentale.

Altrimenti il linguaggio è vuoto e l’immagine è piatta.

La cultura in questo caso non serve a niente: è solo accumulo di nozioni, di ricordi,

di citazioni che non arrivano ad una elaborazione, ma che soprattutto non consentono una trasformazione.

 

Messaggio modificato da Alogon il 1 Aug 2004, 12:45 PM

copyright domenico fargnoli

Standard
Forum di Senza Ragione

La sindrome di Eloisa, internet e comunicazione

Alogon            

Inviato il: 17 Jul 2004, 05:53 PM

Recentemente molti avranno letto “La sindrome di Eloisa” di Gianna Sarra libro che ripercorre le forme della paranoia epistolare.

Internet mette a disposizione di tutti la possibilità di comunicare, di esternare il proprio pensiero per scritto attraverso i posts i blogs ecc .

E’chiaro che il rapporto virtuale non può sostituire il rapporto reale. Altrimenti facciamo come Tommasi di Lampedusa che invece di avere rapporti con la moglie psiconalista freudiana le scriveva lettere.

L’anonimato, l’autoreferenzialità di certi siti possono iinoltre costituire un problema in quanto si prestano ad alimentare l’onnipotenza ed il controllo che si vuole esercitare sugli altri, alimentano forme più o meno larvate di voyerismo.

D’altra parte non possiamno sottovalutare la grande iimportanza dell’interazione, in tempi molto stretti, che consente la rete, lo scambio che può superare anche enormi distanze.

Non so se un nuovo pensiero filosofico, come ha pensato taluno, possa nascere da internet. Personalmente quando scrivo con una penna non mi chiedo se è buona o cattiva: uso questa tecnologia (penna inchiostro, carta) così come credo vada usato il pc per scopi di comunicazione.

Il “medium” virtuale interagisce con i contenuti e con l’idee? le mostre virtuali modificano la fruibilità dell’oggetto estetico? ed in che modo?

Sono domande che mi pongo e alle quali non so dare una risposta esauriente

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 12:19 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 18 Jul 2004, 10:57 AM

A questo punto una ulteriore considerazione riguardante internet è doverosa.

Questo forum è stato creato, in modo casuale da un numero ristretto di persone anonime, che hanno tenuto alto il livello della discussione dimostrando, nella stragrande maggioranza dei casi di possedere competenza, capacità espressica, immagine.

E’ una circostanza da non sottovalutare perchè invece normalmente in internet si dà sfogo al bisogno di comunicare che nasce dal vuoto di idee e di affetti.

La comunicazione come scarica appartiene all’ambito dell’ideologia freudiana per cui per es. la cura sarebbe esternazione senza alcun controllo ed in fin dei conti confessione.

Molti degli ambiti interattivi di internet funzionano in ossequio ad una ideologia analoga, alimentando un atteggiamento che non saprei se definire patologico

I partecipanti a questo forum invece hanno interreagito con me, a vari livelli, sullo sfondo di un pubblico assai vasto dando vita ad un dibattito coerente e nuovo per l’ambito e la forma in cui si è svolto,toccando temi di grande interesse.

Forse anche in questo caso ci siamo trovati di fronte ad una concretizzazione di quella poetica dell’interazione inconsapevole che consente di creare insieme mantennedo ciascuno la propria identità ed immagine.

Il risultato tutti lo possono verificare ed eventualemnte discutere.

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 12:04 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 21 Jul 2004, 12:05 PM

ho modificato il primo intervento e l’ho riscritto in base al mio stato d’animo attuale…..non si è sempre detto che non si deve essere schiavi del proprio passato remoto o prossimo che sia?

Messaggio modificato da Alogon il 21 Jul 2004, 12:07 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 22 Jul 2004, 10:06 PM

ho scoperto che i bloggers sono soggetti anonimi che tengono diari in rete, esternano pubblicamente pensieri privati. Ne ho trovato uno che ha espresso un’idea interessante. Si chiama Falso idillio

<<Le parole che rimangono visibili, le parole stampate, danno l’illusione di esistere indipendentemente da noi e questa in certo modo è un’illusione sensata, che produce effetti, intendo. Non sempre gli effetti che crediamo, purtroppo. Noi affidiamo loro la nostra reputazione, il nostro desiderio di libertà e di sapere, cioè la nostra capacità di “vedere il vero”, e a volte la speranza dell’anima di durare, di sopravvivere; esse a volte ci ricambiano con un disperante e beffardo gioco di specchi e una forma sottile di morte del corpo.

La scrittura in rete risponde invece, credo, a leggi sue proprie, ed è un errore farci sviare da modelli acquisiti. Ad esempio, un articolo di giornale ha il dovere di informare, o di esprimere una posizione. Un romanzo, una storia, ha il dovere di costruire paradigmi, exempla. Ma questo può accadere anche qui. Cosa cambia?

Chi “parla” per iscritto parla in absentia, dicono per definizione. La scrittura è il morto che parla al vivo, da che mondo è mondo. La pagina non risponde, come diceva qualcuno (che poi sarebbe Platone, Lettera VII). Nell’atto di scrittura, si parla a tutti e a nessuno, e ciò che scrivi va da un tu generico a un me generico. E’ anche uno dei segreti del suo successo, tra l’altro.

Qui invece, proprio qui dove leggi, e ti appresti a prendere parola per rispondere, la permanenza nel dominio del visibile, carattere primario della parola scritta, e la sua incapacità di rispondere alle domande, suo carattere secondario, sono sotto pressione, minacciate, assediate. Le parole, pur scritte, cedono, svaniscono, tremolano sullo schermo, sepolte negli archivi. Oppure, inaspettatamente, alle parole seguono – possono seguire – risposte, vicine o disseminate, e comunque in qualche modo collegate, in praesentia. Mentre scrivi qui dentro, l’altro c’è già, è dietro le tue spalle che legge. Questo, forse, è anche il fondamento della somiglianza tra questa scrittura e il teatro, nell’intreccio indistricabile tra autore, attore e personaggio che è all’opera.>>

Inoltre

<<Da una parte la presenza parlante dell’altro quasi impone di singolarizzare l’approccio e spinge verso la dimensione autoriale: non c’è uno scrivente in generale ma questo scrivente e non si rivolge in astratto a qualcuno, ma a te. Ma dall’altra, il rimando e la dipendenza reciproca e continua delle scritture e delle voci tra di loro, l’essere in un ambiente di echi e rimandi viventi, rende quasi impossibile la figura stessa dell’autore, e fa apparire il fantasma di una scrittura disseminata, anonima. Da una parte c’è meno autore, io, individuo; dall’altra c’è più scrivente, me, singolarità. Questo equilibrio impossibile, instabile, è il segno forse della provvisorietà di questa scena, del suo essere un passaggio?

Il funzionamento riflessivo del mezzo su chi lo utilizza impone poi una sorta di complicato “apprendimento comune”. Esso spinge al riconoscimento della propria singolarità (cioè del proprio mostro: monstrum, letteralmente cosa singolare, diversa, strana), ossia alla caduta “per mezzo d’altri” del velo idealistico sulla propria immagine di sé, grazie a un contesto efficace (perché portato alla velocità infinita che trascende lo spazio fisico) di riconoscimento reciproco.>>

A parte l’ovvia considerazione che la singolarità si lega all’immagine della nascita e che potrebbe essere quest’ultima ad apparire come un monstrum,

Falso idillio propone una analisi, che al momento attuale delle mie conoscenze, sembra tutt’altro che scontata e banale.

Varrebbe la pena di approfondire questo tema anche se non capisco l’espressione “caduta per mezzo d’altri del velo idealistico sulla propria immagine di sè”.

Se questo velo idealistico è la coscienza non si comprende comunque come avvenga la sua caduta cioè, con altra terminologia, la sua destrutturazione.

Basta la “praesentia” generica degli altri?

E coome va inteso poi “Il riconoscimento reciproco”?

Messaggio modificato da Alogon il 22 Jul 2004, 10:51 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 24 Jul 2004, 07:39 PM

sempre in questa ricerca sul mondo blog ho trovato:

<<L’ipertestualità è il processo informatico che ha realizzato, al di fuori della nostra mente, le funzioni mentali più naturali: quelle associative. Quando vedi, senti, pensi qualcosa tendi ad associare quei pensieri a qualcosa di simile. Procedi per combinazioni analogiche, in un gioco sinaptico (lo scambio chimico ed elettrico dei neuroni della nostra mente) che apre a ventaglio l’immaginario, l’intelligenza.

L’ipertesto ci ha dimostrato come una nuova tecnologia possa contribuire ad espandere una nuova psicologia della comunicazione.

La connettività, l’attitudine propria del libero scambio di comunicazione telematica e della partecipazione collaborativa o human networking può infatti aprire ad un nuovo approccio con l’espressione creativa.

Il dato più forte da rilevare è nella capacità di mettere in relazione le diverse specificità dei linguaggi grazie a una tecnologia di comunicazione, qual è Internet, che si sta rivelando come un medium vettore di nuova cultura e nuovi comportamenti.

Si parla infatti di intelligenza connettiva ovvero di un’evoluzione psicologica e cognitiva che attraverso la telematica crea condizioni inedite di scambio sociale che vanno anche oltre lo stesso principio “collettivo” sul quale anni fa si erano fondate molte buone utopie di nuova socialità creativa>>

Non sono riuscito a capire chi l’ha scritto. Per il momento mi astengo dal commentare in modo dettagliato.

Però ho letto che un filosofo famoso che analizza il web ha parlato di intelligenza connettiva ed addirittura, ho letto, di “inconscio connettivo”.Non posso non far notare che “Inconscio connettivo” è una tautologia. Come dire “acqua bagnata”. La connettività sarebbe un valore aggiunto che internet regala all’intelligenza umana?

Sono invece propenso a credere che l’inconscio, od il non consapevole secondo l’escamotage fagioliano, sia intrinsecamente rapporto cioè connessione. Presenza di nessi là dove l’assenza, anche se apparente, di nessi, fa il pensiero schizofrenico.

E’ nata prima la tecnica od il pensiero che su questa tecnica si fonda?

A voi la risposta .

Messaggio modificato da Alogon il 24 Jul 2004, 08:36 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 25 Jul 2004, 02:42 PM

A proposito di intelligenza connettiva ho trovato un altro testo rigorosamente anonimo:

<<Gli esseri umani funzionano come un’intelligenza distribuita, nella quale gran parte del comportamento intelligente ha luogo attraverso un processo di cooperazione con gli altri e deriva dall’interazione fra processi mentali da una parte, e oggetti e vincoli del mondo fisico dall’altra(…)

Il felice matrimonio fra il personal computer e la tecnologia di rete alla base di Internet arriva a definire una sorta di ambiente intermedio fra i sistemi cognitivi interni al singolo essere umano e i sistemi di elaborazione esterni, siano essi artificiali o di altri esseri umani: una sorta di seconda mente, ausiliaria, come la definisce De Kerckhove [1991:178], frutto di quelle che egli definisce “psico-tecnologie”, ovvero tecnologie che influenzano anche il rapporto dell’uomo con l’ambiente sociale e naturale e con se stesso.

Ecco che dunque, grazie alla Rete, si accostano quell’intellettuale collettivo “senza totalità” di cui parla Levy [1997], e la visione altamente connettiva di Bush prima e di De Kerckhove stesso poi: la rete crea un ambiente neuronale in cui la produzione di conoscenza e di cultura è socializzata, e amplifica oltremisura l’importanza dell’aspetto qualitativo delle connessioni fra elementi di pensiero distribuiti localmente e globalmente su spazi e piani temporali ben distinti.>>

Per quanto mi riguarda continuo a lavorare sull’idea che sia il pensiero a creare la tecnologia….e non viceversa.

La penna è necessaria ma non fa lo scrittore.

Lo stesso dicasi delo blog.

Si può affermare che la creatività, essendo legata al primo annno di vita, è antecedente ad ogni tecnologia?

Messaggio modificato da Alogon il 25 Jul 2004, 02:56 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 26 Jul 2004, 08:52 PM

ho trovato, nel web, questa citazione che contraddice il mio punto di vista. La propongo

<<Per non restare spettatori in balia della nostra stessa realtà si fa necessaria una riflessione sulla tecnica e sulla sua influenza sulla nostra vita. Diversi teorici, filosofi e non, si sono interrogati su queste tematiche, in particolare in relazione alle nuove tecnologie e alla Rete di Internet. Ne diamo qui solo alcuni esempi.

Marshall McLuhan

Derrick De Kerckhove

Umberto Galimberti [sic]

Martin Heidegger

Marshall McLuhan, nel fondamentale testo “Gli strumenti del comunicare”, sostiene la non intuitiva coincidenza di medium e messaggio, portando alla luce l’equivoco di fondo che è causa di tanti errori valutativi intorno alle nuove tecnologie. E’ comune, infatti, pensare e sostenere che il valore di uno strumento, in particolare degli strumenti comunicativi, dipenda dall’uso che di questi fa l’uomo. Ciò sembrerebbe comportare una responsabilizzazione dell’uomo come artefice del buono o del cattivo uso delle tecnologie, in se stesse neutre.

Al contrario McLuhan afferma che il vero senso della comunicazione sta nel medium, nello strumento del comunicare: oltre le semplicistiche e relativistiche valutazioni morali, è il medium, non il suo utilizzo, a dare significato peculiare alla comunicazione imprimendo in essa le sue caratteristiche e influenzandone tanto l’aspetto formale quanto quello contenutistico. In questo modo la responsabilità dell’uomo non sarà quella relativa e soggettiva del singolo di fronte al singolo caso, ma quella più organica dell’uomo che ha il dovere di riflettere sul vero significato degli strumenti e della comunicazione>>

Attenzione quindi se scrivete a penna: se usate inchiostro di china ciò potrebbe dare un significato diverso alle vostre parole!

Non voglio pensare cosa succederebbe se voi tracciaste delle linee con un pennarello!

Galimberti, noto per la sua sagacia, come si vede è in buona compagnia.

Non vorrei privarvi di una sua geniale riflessione

<<Umberto Galimberti, in “Psiche e Techne”, sottolinea un aspetto importante della non-neutralità della tecnica. Essa non solo incide e condiziona la comunicazione e la mentalità stessa degli individui che entrano in relazione con essa mediante l’uso, ma influenza e permea tutta la realtà dell’uomo, di ogni uomo, anche di colui il quale si rifiuta di avere a che fare con essa.

La tecnica, pertanto, non rappresenta lo strumento nelle mani dell’uomo che può scegliere se usarla o no, ma è l’ambiente che lo circonda e ne determina le capacità percettive e cognitive. In questo senso è responsabilità di ogni uomo riflettere intorno alla tecnica e alle sue conseguenze.>>

Quindi io non sono padrone di comprare o meno un automobile, un pc , un frigorifero. Devo farlo e basta. Però poi devo riflettere sul significato

di questo acquisto e le conseguenze che me ne derivano.

Conto in banca a parte.

Messaggio modificato da Alogon il 26 Jul 2004, 09:02 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 26 Jul 2004, 09:47 PM

mi piace molto il titolo di un articolo di Tomas Maldonado

<<Web: se c’è una ragnatela, dev’esserci un ragno>>

L’autore afferma fra l’altro

<< Io credo che la metafora della “ragnatela” abbia un limite, una debolezza, per così dire: non c’è ragnatela senza ragno; in altri termini c’è sempre un elemento che produce e gestisce la rete. In realtà l’idea stessa di controllo da parte di un osservatore – la più classica che sempre si utilizza è quella del Panopticum, di un occhio, quasi come l’occhio di Dio che ci guarda e controlla tutto quello che noi facciamo- è un’idea che non coincide con la realtà di Internet; adesso esistono una miriade di… “occhi di Dio”, per creare una metafora un po’ dissacrante>>

Sempre nello stesso articolo intervista si legge

<<Domanda 9

Chi comunica attraverso la rete lo fa spesso scrivendo, dunque comunicando attraverso un testo. Lei crede che questo possa cambiare la comunicazione? Il fatto che la comunicazione attraverso Internet sia sempre scritta è un processo di allontanamento da quella quotidiana.

Risposta

Questo è uno degli aspetti più inquietanti. Il fatto che si continui a comunicare attraverso una scrittura fortemente stereotipata, compattata, ridotta al minimo costituisce un elemento di impoverimento del linguaggio. Oggi nel ‘chat’, nella “chiacchiera on-line” si apre una strada, un gergo ‘cyber’ , un gergo che si basa su espressioni tecniche dove si annullano gli aggettivi; un linguaggio predefinito con frasi fatte e tutto questo naturalmente non solo può contribuire nel futuro ad un degrado del patrimonio linguistico e di tutte le sue articolazioni ma anche può avere un’influenza negativa su i nostri modi di pensare. Noi continuiamo a pensare compattato, ridotto e questo evidentemente è anche un aspetto da non sottovalutare.>>

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 27 Jul 2004, 09:34 AM

Da “Tecnica ed antropologia” di Francesco Botturi (citato dal web)

“La tecnica nasce per rispondere a dei bisogni; questa è l’origine evidente ed elementare del fare tecnico umano; ma appunto il suo sviluppo tende alla creazione di sistemi autofinalizzanti. Così che ultimamente i suoi obiettivi sono costituiti più dalle sue possibilità interne che dal bisogno esterno; non sono i bisogni a dirigere lo sviluppo della tecnologia, ma è questa che comanda il sistema dei bisogni. Questa autofinalizzazione dei sistemi tecnologici porta a una certa ingovernabilità degli stessi, a un loro riprodursi e accrescersi per logica interna più che per risposta a bisogni esterni. Di qui l’impressione psicologica di impotenza, ma più probabilmente l’effettiva irrilevanza della decisione etica soggettiva nei confronti della tecnostruttura: che cosa può la decisione etica soggettiva nei confronti di un sistema tecnologico che sempre più si rende sistema e si autofinalizza?”

“ (…)Che cos’è un fenomeno artistico? Esso è una certa manipolazione della materia in cui traspare un significato. Il proprio dell’arte è che quella materia sia l’evidente simbolo, anche emozionalmente coinvolgente, della capacità umana di vedere l’infinito nella realtà finita. In questo senso l’arte è una tipica forma di conciliazione tra la capacità illimitata dell’uomo di vedere e la finitezza dei suoi oggetti. Una cosa è tanto più artistica quanto meno si ferma a sé stessa e quanto più apre lo sguardo oltre di sé, pur restando sé medesima. La grandezza artistica di un oggetto d’arte sta nella sua capacità di spalancare il senso della realtà. Quanto meno una cosa è artistica, tanto più è un oggetto che resta chiuso in sé stesso, cioè non è carico di quella tensione di vedere nel particolare il tutto.

Questo processo si ripresenta dappertutto; anche a livello etico. L’ideale dell’etica non è quello di sovraccaricarsi di norme, ma quello di essere giusti con spontaneità. “Con spontaneità” significa non sentire la norma come un vincolo esteriore e come una minaccia, ma come ciò a cui la totalità dell’uomo aderisce in modo benefico: la spontaneità è il segno della conciliazione. L’uomo virtuoso è colui che concilia la concretezza della situazione con il valore. La tecnica esprime anch’essa a suo modo questa struttura profonda, dinamica e utopica dell’uomo. La tecnica – che non nasce per rispondere a dei bisogni umani – non si ferma all’equilibrio tra bisogni e natura, ma è un fare spalancato sulla realtà materiale, alla ricerca di equilibri artificiali sempre più avanzati.

Esiste questo luogo della ideale riconciliazione di finito e infinito? È chiaro che nell’arte, nella tecnica, nelle forme della conoscenza l’uomo deposita segni di questa sua capacità, di questa sua natura profonda; ma in nessuno di questi luoghi l’uomo ha il suo compimento, nessuno è il luogo paradisiaco. Il paradiso non esiste come opera dell’uomo.”

copyright domenico fargnoli

 

Alogon            

Inviato il: 27 Jul 2004, 10:54 AM

Continuo a proporre una miscellanea di punti di vista apparentemente casuale

Il “testo ideale” di Barthes

Nelle pagine di Barthes troviamo, a proposito del testo a stampa, delle straordinarie pagine che anticipano in qualche modo ciò che l’ipertesto elettronico renderà (ha reso oggi) possibile. Eccone uno stralcio:

“ …..In questo testo ideale, le reti sono multiple, e giocano fra loro senza che nessuna possa ricoprire le altre; questo testo é una galassia di significanti, non una struttura di significati; non ha inizio, é reversibile; vi si accede da più entrate di cui nessuna può essere decretata con certezza la principale; i codici che mobilita si profilano a perdita d’occhio, sono indecidibili (il senso non si trova mai sottoposto ad un principio di decisione, che non sia quello di un colpo di dadi); di questo testo assolutamente plurale i sistemi di senso possono si’ impadronirsi, ma il loro numero non é mai chiuso, misurandosi sull’infinità del linguaggio.”

Roland Barthes, “S/Z – Una lettura di Sarrasine di Balzac”, Einaudi, 1970

Messaggio modificato da Alogon il 27 Jul 2004, 10:57 AM

copyright domenico fargnoli

Guest            

Inviato il: 28 Jul 2004, 12:54 PM

suIl copyright ho trovato quanto segue in un intervista a Derrick de Kerckhove da parte di Roberto Vecchi sul Manifesto

<< Il copyright è l’altro fattore che in rete non gode di molti consensi. Open source, Linux o metodologia “peer to peer” sono comunque uniti da un rifiuto del copyright. Lei come giudica il diritto d’autore?

L’invenzione del copyright è di Michelangelo, che dopo aver scolpito il suo Mosè, vi impresse hoc fecit Michelangelo. È stata la prima testimonianza di un artista che abbia firmato la propria opera per affermare il proprio “diritto” d’autore. Il copyright arriva quindi molto tardi nella storia occidentale: non era presente per esempio nella cultura latina (quando Virgilio diceva Exegi monumentum aere perennius non si trattava di una firma ma solo di una forma di orgoglio per aver creato con la parola una testimonianza più duratura del bronzo).

Oggi le cose secondo me funzionano perché convivono entrambe le possibilità: il copyleft (lasciare il libero accesso a tutti) e il copyright (per difendere la proprietà intellettuale). Il problema nasce quando il copyright, così come tutte le forme di controllo statale e imprenditoriale, è troppo rigido. Io sono d’accordo con coloro che non condannano né il copyright, né il copyleft e lascia convivere entrambi.

internet e copyright >>

Alogon            

Inviato il: 31 Jul 2004, 09:21 AM

cito da internet (anonimo)

<<Il concetto di intelligenza collettiva di Levy non è altro che una concettualizzazione del concetto di cultura, e nasce da una base comune: la memoria collettiva e l’immaginario collettivo. Gli esseri umani risultano essere quel che sono proprio grazie a questa base comune, grazie all’esistenza delle istituzioni, delle tecniche, dei linguaggi, dei sistemi di simboli, dei mezzi di comunicazione.

Secondo De Kerkhove dal libro è nata l’intelligenza privata, dalla TV e dalla radio una forma di intelligenza collettiva, da Internet è invece nata una forma di intelligenza compresa tra le due: Internet, in quanto scaffolding (impalcatura che favorisce l’accesso alla conoscenza) ricco di risorse distribuite, rappresenta “una forma di estensione dell’intelligenza e della memoria privata, ma fatta collettiva; collettiva in quanto la gente lavora con le stesse modalità del lavoro di gruppo, insieme, ma senza perdere la propria identità. La rete, Internet, è simile ad un cervello che continuamente apprende e si ristruttura, è la coscienza del mondo, è lo spazio pubblico comune che abbatte confini e limiti geografici. Ciascuno può connettersi e disconnettersi a questa “intelligenza condivisa” a questa “mente sempre in funzione” con il vantaggio di lasciare invariata l’integrità della struttura. Per De Kerkhove Internet rappresenta l’esempio tipico di quelle che lui chiama “psicotecnologie”: si tratta di tecnologie normalmente associate alla lingua e che sono considerate una forma di estensione del pensiero umano. Le psicotecnologie sono tecnologie che estendono la mente così come altre tecnologie “fisiche” estendono il corpo (la bicicletta, la macchina).

Le tecnologie permettono di mettere in luce quella che è la maggior ricchezza umana: la sua intelligenza, la sua memoria, la sua immaginazione. L’intelligenza connettiva risulta essere perciò un accezione di quella collettiva, o meglio la sua concretizzazione nel reale. De Kerkhove ritiene che la presa di coscienza di questa intelligenza darà l’occasione di creare nuovi modi e nuove partecipazioni del processo di decisione, nuovo modo di agire democratico che l’Autore definisce “Politica/democrazia/governo just in time”.

Il concetto di intelligenza connettiva porterà al delinearsi di una nuova figura che l’Autore chiama “cyborg”, vale a dire esseri per metà umani e per metà macchine. Questo concetto si ricollega con le teorie di McLuhan il quale riteneva che i mezzi di comunicazione di massa fossero delle protesi degli esseri umani, il telefono un’estensione della voce, la televisione degli occhi e la radio dell’udito. Con DeKerkhove siamo di fronte a qualcosa di diverso e più potente: Con la Realtà Virtuale l’intero uomo viene proiettato nella rete dove può muoversi senza limiti, assumere qualsiasi forma e identità. Per avere il pieno sviluppo dell’intelligenza connettiva è necessario che l’uomo interiorizzi la multimedialità e non abbia paura delle macchine che vanno considerate come estensioni del nostro sistema nervoso>>

copyright domenico fargnoli

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Forum di Senza Ragione

Psichiatria e poesia. Ricerca del dialogo

Nyx            

Inviato il: 10 Jul 2004, 07:19 PM

Il verso “pensando alla vita schiaccio uno scarafaggio”, era, nella manifestazione cui ho assistito giovedì sera circondato da tutta una serie di “opere”, definite artistiche che, mi hanno lasciato, diciamo pure, perplessa….mi domando se c’è un nesso fra questo tipo di arte figurativa e quel verso. Il fare artistico non è un gesto estemporaneo, una parentesi scollegata dal resto della nostra vita in cui possiamo fare qualsiasi cosa e definirla “artistica”…e allora una domanda:cosa nasce prima nella mente dell’artista l’immagine ho il pensiero?

In quella stessa serata è intervenuto anche uno psichiatra con due poesie e con un breve ma incisivo discorso. Osservando le sue opere in particolare la scultura L’equilibrista ho pensato che forse quello che fa la differenza fra lui e gli “artisti” sta proprio in quelle linee nere

che formano sia l’immagine che la parola… non so continuare, mi viene in mente solo un’altra domanda: come si lega tutto questo alla dinamica della nascita e al sogno?

 

 

Alogon            

Inviato il: 11 Jul 2004, 12:03 AM

Fra ieri ed oggi è stata terminata una nuova scultura “Pensando alla vita” che è appunto una risposta alla serata a cui accennava Nix . Un rifiuto della poetica dell’anaffettività.

Ancora non so perchè quelle forme e quelle linee disposte in quella particolare maniera.

So però che per vita deve intendersi l’ immagine della nascita, il “sogno” che l’artista materializza quasi senza sforzo nello spazio tridimensionale degli assi cartesiani.

Forse ciò che fa la differenza è il pensiero che è immagine linea parola per una trasformazione ed un’alternanza continua di questi elementi.

copyright domenico fargnoli

 

Alogon            

Inviato il: 11 Jul 2004, 11:50 AM

Pensare alla vita

 

Un verso non può lasciarti stremato

con la testa vuota,

abbagliato da una luce,

triste su di un palcoscenico,

fra busti di donne private d’ogni umanità.

 

Non sono poeta se il solo canto è quello della morte

quando mi sento condannato alla lapidazione

per lo sguardo di uno sciancato..

 

Penso alla vita e mi ribello alla violenza sottile

delle frasi senza senso,

della cattiveria di far passare per poesia quanto è solo stupidità.

Penso al risveglio in un abbraccio d’amore

e già sono lontano

mentre una scultura nuova prende forma

ed io ritrovo il piacere del creare insieme

come una sola mente

con la speranza di una bellezza che mi fa sognare.

 

Messaggio modificato da Alogon il 11 Jul 2004, 04:30 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx            

Inviato il: 11 Jul 2004, 12:20 PM

Grazie Alogon. Con questa poesia mi dai il senso della reazione, di come è possibile restare affettivi, svegliarsi in un abrraccio d’amore, creare qualcosa di nuovo per aver resistito, per non aver subito la violenza di chi, al contrario scrive e crea solo per terrorizzare.

 

 

aissa            

Inviato il: 12 Jul 2004, 02:30 PM

Adesso trovare qualcosa da aggiungere diventa difficilissimo.. Dopo questa poesia che mi ha commosso, sinceramente… Dopo aver assistito giovedì sera a que3sto rituale di sedicenti artisti che spacciano la propria violenza interbna come un linguaggio poetico e, per di più, universalmente approvato e riconosciuto come tale… io che posso fare? Come Nyx ringrazio per questi versi che ridanno all’essere umano l’umanità, alla poesia l’affettività ed all’immagine un pensierpo sano.. Ragire è d’obbligo difronte alla violenza di chi tenta con le èparole di annullare proprio quell’immagine che è, ormai è certo, il fondamento di ogni sìespressione artistica. quell’immagoine della nascita che diventa fantasia, che si trasforma si cincretizza si svezza e si separa per poi ricominciare… Davvero non ne dovremmo mai avere abbastanza di ripeterlo che senza dimensione di nascita e di sanità l’arte non può esistere. E mi riallaccio al mio intervento di qualche giorno fa, quando sostenevo che spesso la poesia che ritenevo espressione di sensi bilità era solo vuoto dietro parole prive di ogni sgnificato. Questo nesso perchè mi riferivo proprio a quei poeti della beat generation citati anche giovedì scorsa nella… kermesse (?!) di Colle val d’Elsa, che evidentemente il tempo ha rivelato essere il fallimkento stesso della poesia. La poesia non può essere uno sfogo fine a se stesso, la pagina bianca non è una latrina dove riversare la propria violenza nella spoeranza cieca di alleggerirsi, scaraventandola addosso a chi legge o ascolta versi.. Ceerto è vero che come scrive Alogon un verso senza senso non basta per stremare la forza della ricerca che mira, al di là d ogni espressione artistica, ad essere un essere umano con quella che è la sua caratteristica migliore: l’umanità. Questo per dire che io non mi rassegno alla poestica della anaffettività, perchè scrivo poesie e leggo poesie e ne traggo piacere quando somigliano e parlano dell’essere umano. non mi rassegno, per questo mi curo e, potrei giurarlo, mi trasformo!

عائشةAisha

 

 

Elleffe            

Inviato il: 12 Jul 2004, 04:08 PM

i giorni che hanno preceduto l’incontro di giovedì sera sono stati per il sottoscritto difficili e pieni di aggressività, che ho diretto contro persone vicine ed incolpevoli.

ed anche la sera mi ha messo a dura prova.

ad un iniziale momento di incosciente ilarità, suscitatami dall’evidente mancanza di pensiero, di consapevolezza, di volontà di confonto aperto e di trasfromazione, che emergeva da alcune delle opere (o manufatti?) esposte, anche e soprattutto se paragonate alle opere che possiamo vedere in questo forum, ha fatto seguito presto una sensazione di disagio, che si è trasformata in rabbia quando, mentre sul palco uno psichiatra pacatamente e correttamente parlava, alcune persone accanto a me hanno iniziato a commentare a voce alta con frasi offensive e volgari, per essere udite, per disturbare, violentemente.

 

è triste pratica attuale, mi pare, che l’arte portata dall’intellighenzia rifiuti il confronto, il contatto e lo scambio di idee con il prossimo.

l’artista moderno, pieno della sua onnipotente creatività, non può certo abbassarsi al confronto, al dialogo, per non insozzare la purezza della sulla mente, l’incanto della sua genialità…

o forse perchè è in malafede, e corre il rischio di essere sapientemente smascherato da un bambino che gridi a tutta forza “il re è nudo!!!”?

l’artista allora, conscio della sua mancanza di reale poetica, fantasia, vitalità, si cita, è totalmente autoreferenziale, e sdegnosamente allontana la platea.

 

giovedi sera, subito dopo uno stabat mater poetico (sic), nel quale ancora non si sapeva distinguere tra poetica e religione, affrontando temi importantissimi con la stessa indole di chi tali problemi ha contribuito a creare, cercando soluzioni religiose a conflitti originati dalla religione, dopo avere precedentemente udito una poesia nella quale si istigava al suicidio, consci del fatto che nascentes morimur, dopo tutto questo, appunto, si è assistito all’affronto imperdonabile: una persona, che invece che sbandierare la sua dimensione artistica, si è presentata invece come medico, ha osato contraddire, ha osato parlare fuori dal coro, ha osato pensare (colpa gravissima!!!) a ciò che realmente stava andando in scena in quella piazza di colle.

il medico ha sviluppato resistenza, ma il giovane che ode versi malati, che lo spingono all’indifferenza, alla violenza, alla masturbazione autoreferente, si ammala, e non capisce perchè.

chi fa questo uso sporco dell’arte deve assumersi nei confronti della società la responsabilità che la strumentalizzazione della malattia mentale comporta.

 

sono stato felice quando il medico ha terminato di parlare, dichiarando apertamente la sua estraneità a quanto si era visto prima, perchè eclissandosi educatamente e senza fanfare, ha permesso anche a me di uscire, abbandonando quell’ambiete saturo di violenza ed incomprensione alle persone che nella violenza si crogiolano, sempre pronte a sostenersi acriticamente e senza aperture al dialogo corretto.

 

ed alla fine mi chiedo: è possibile dialogare in buona fede con chi non vuole confrontarsi? è auspicabile che l’arte malata esca dal proprio isolamento?

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jul 2004, 11:44 AM

Quelle di Elleeffe sono domande legittime.

A mio avviso nella situazione specifica citata ci sono dei margini sia pur minimi di dialettica. Diversamente come ho già fatto in altre occasioni ben più importanti non avrei accettato di partecipare. E’ difficile in ogni modo prevedere gli sviluppi di uno scontro come quello che si è verificato il 6 luglio.

Personalemnte mi sono reso conto fino in fondo di quanto può essere violento “un artista”. L’ho verificato sulla mia pelle e non è la stessa cosa che leggere dei cataloghi o dei versi.

L’”arte” però non è un territorio che può essere lasciato a se stesso , in balia di persone che gestiscono un potere, talora ingenti fondi pubblici, si vantano di possedere una creatività che come dici tu stesso è più che discutibile.

In qualche modo questo aspetto della cultura dominante che rendendo l’estetica onnipervasiva in realtà l’ha annullata, va a ffrontato e possibilmente trasformato.

Certo non è una passeggiata quella che ci attende….

 

Messaggio modificato da Alogon il 13 Jul 2004, 09:31 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 13 Jul 2004, 09:10 PM

Non so nulla degli episodi a cui fate riferimento però sento che è molto bello ciò che state facendo.

Leggendovi mi è venuto in mente ancora, ma con una precisione, direi, maggiore, l’ assurdità dell’ ideale comune alle Avanguardie: quello dell’ arte per l’ arte, dell’ esperienza artistica totalizzante, dell’ arte aristocratica che si compiace di avere da dire delle cose solo ad altri artisti della stessa cerchia, con i loro codici segreti da cui tutti gli altri sono esclusi, oppure, o allo stesso tempo, con la pretesa di fare un’ arte di massa stabilendo astrattamente criteri di estetica “a priori” (oggi mi è capitato in mano un libro di estetica contemporanea agghiacciante fin dal titolo: “Il sex-appeal dell’inorganico”).

L’ arte nuova, che si fa strada dalla teoria e dalla prassi psichiatrica che promuovete, è un arte in cui finalmente non si ha la paura di sporcarsi le mani e il vestito nel rapporto con gli altri.

Arte in cui non si rimane sdegnosamente e falsamente isolati nella perfezione dell’ artista che si autodefinisce tale, ma in cui si cerca il confronto per costringere l’ altro ad essere più umano.

Anzi proprio per questo mi sembra di capire solo adesso fino a che punto è vero che non esiste arte autentica senza confronto.

 

Non mi viene in mente nient’ altro che dirvi grazie sinceramente per tutto quello che state facendo.

 

 

Nyx            

Inviato il: 13 Jul 2004, 09:30 PM

Gli stimoli sono tanti. E forse oggi anch’io come qualche gorno fa Alogon “sono già lontana” dalla serata di giovedì e forse immersa, sprofondata in un’altra ricerca che non so bene come inserire in quella che stiamo svolgendo. La parola che gira nella mia mente senza trovare pace è donna, immagine femminile. Mi piace pensare alla corrispondenza tra la morbidezza del corpo e il pensiero , l’identità delle donne, come si possa realizzare una fusione….Penso, o forse so soltanto che la poesia debba avere, pure nei tratti lineari di una scrittura maschile l’immagine femminile per

non essere violenta, per permettere di fare a chi la ascolta immagini vitali….oggi ho scoperto che la poetica dell’anaffettività è tale per l’annullamento del rapporto uomo donna. Di più non so dire…. se qualcuno volesse scolpire una “donna nuova”?

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jul 2004, 09:35 PM

L’idea di una “donna nuova” è di Massimo Fagioli

copyright domenico fargnoli

 

 

Nyx (omonimia)            

Inviato il: 14 Jul 2004, 07:30 PM

Grazie Alogon per la risposta è stata importante.

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 09:17 AM

siamo in vena di complimenti: tutti mi ringraziano…..

chi conosce il passaggio di “Istinto di morte e conoscenza” sulla gratitudine?

 

A parte questo v isto che l’argomento è la poesia ne ho ritrovata una che ho scritto

quest’inverno. Coincidenza singolare

 

…Aura..

 

Segno di un colore diverso,

superficie morbida al tatto,

tela infinita di immagini,

io ti sento vibrante

come in una corsa

mentre ti abbraccio

e ti tengo ferma come ambra incastonata su di una nudità avvolgente…

…e’ allora che l’alba diviene più chiara

e non sento più alcun richiamo se non la tua voce

intensa come la vita:

mi sussurra una melodia che non mi stanco mai di ascoltare,

in quelle minime variazioni dalle quali traspaiono paesaggi e

cieli trasparenti come dopo una lunga pioggia.

Vedo ali di pensieri che si gettano in picchiata per ghermire il battito di un’idea,

ancora prima che compaia del tutto,

prima che si possa nascondere per sempre nella penombra delle speranze mai nate.

Non sapevo della tua esistenza segreta,

aura di poesia

che tu mi consegni perché la possa decifrare,

tavoletta d’oro sulla quale è inciso un codice d’amore.

 

Messaggio modificato da Alogon il 15 Jul 2004, 09:51 AM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 15 Jul 2004, 11:13 AM

personalmente ho letto tre volte “istinto” …..

ma mi sentivo ancora molto lontano dall’ aver capito molte cose.

Poi nella prefazione all’ aula magna del 15 maggio, Massimo Fagioli ha spiegato senza tanti giri di parole che capire non significa comprendere e allora lì davvero ho provato una vertigine rispetto alla profondità dei temi della ricerca psichiatrica.

Vertigine che comunque mi è stata di aiuto in seguito. Anzi, ho avuto la sensazione precisa che quelle sue parole segnassero un nuovo inizio per me.

Questo preambolo serve a chiedere ad Alogon: me lo potresti ricordare tu che cosa dice della gratitudine ? :unsure:

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 02:51 PM

Non so se ho “capito “ o “compreso”, che dir si voglia, bene: mi sembra però che il “nostro” affermasse che la gratitudine è legata in qualche modo alla depressione o ad un atteggiamento ambivalente. Se non vado errato ho l’impressione anche che in “Istinto” ci fosse la distinzione fra gratitudine e riconoscenza.

Mi riservo di controllare…

Ecco ho controllato: c’è un paragrafo in Istinto che si si intitola “ Gratitudine e riconoscenza. La dipendenza depressiva dall’oggetto idealizzato e la libertà”.

Il mio comunque è solo un riferimento spontaneo ad un tema. Nulla di più che uno spunto od un suggerimento per un approfondimento od una riflessione personale derivato da uno stimolo estemporaneo. Se vogliamo la mia è una provocazione benevola dato che i ringraziamenti talvolta, non so perchè, mi mettono in imbarazzo. Forse perchè

“La gratitudine non può essere separata dal rendere grazie, cioè ingraziarsi una persona temuta, perchè ad essa si è tolto o rubato qualcosa. Meglio conoscenza (riconoscenza) che vuol dire accettazione dell’altro, amore e d interesse per l’altro, identità psichica e distinzione” (Massimo Fagioli).

 

Messaggio modificato da Alogon il 15 Jul 2004, 03:12 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 15 Jul 2004, 03:21 PM

Può essere.

Ma non mi viene in mente.

Una delle tante cose che ho cancellato ……e che ad ogni rilettura sono quelle che più mi colpiscono ….

Ringraziare è diverso da riconoscere ?

Ora che mi ci fai pensare mi sembra di sì.

Ancora deficit del linguaggio comune ……. o/e sospetto che dietro il ringraziamento ci sia un annullamento nascosto.

Per essere più precisi allora mi viene da dire che riconoscere il lavoro che state facendo per quello che è, e direi con sempre meno ambivalenze da parte mia, mi è utile per portare avanti la mia ricerca personale.

Forse non è solo utile, è anche vitale.

E’ stata una mia ossessione pesante che tutto questo non fosse ………

E invece è e si fa strada con difficoltà ma anche con forza.

Avrei potuto meglio dire invece di dire grazie: “Sono molto contento perchè solo ora comincio a vedervi e a riconoscervi”.

 

 

Nyx            

Inviato il: 15 Jul 2004, 03:23 PM

La dialettica mi sembra sempre più intensa…ho appena finito di leggere quelle pagine, Sì Fagioli fa la differenza fra gratitudine e riconoscenza, intesa come, se ho capito bene, come conoscenza e accettazione della realtà psichica dell’altro.

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 03:59 PM

..<<per essere più precisi allora mi viene da dire che riconoscere il lavoro che state facendo per quello che è, e direi con sempre meno ambivalenze da parte mia, mi è utile per portare avanti la mia ricerca personale.

Forse non è solo utile, è anche vitale.

E’ stata una mia ossessione pesante che tutto questo non fosse..>>

 

Mi incuriosisci Acca. Perchè non avrebbe dovuto essere?

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 15 Jul 2004, 04:41 PM

Fagioli, i suoi libri, l’ Analisi Collettiva, la ricerca psichiatrica, gli psichiatri e gli artisti e le persone normali che si sono formati a quella scuola e quindi anche voi che a quella ricerca fate riferimento esplicito ……. per lungo tempo ho avuto paura che tutto non fosse …… oppure che fosse una cosa destinata a morire presto con il suo inventore ……. o tutto questo lo desideravo …… Invidia ? Idealizzazione ?Forse preferivo dirmi che c’ era stato qualcosa, ma che era stato un fallimento che ormai riguardava pochissimi, non sufficienti a creare un movimento di ampio respiro (?)…… e per essere più sicuro non mi muovevo da qui ……

Poi mi sono mosso, ho chiesto. Anche a voi.

E le vostre risposte, le risposte di quelli a cui ho chiesto, mi dicevano in fondo la stessa cosa: che non potevo continuare a fingere che tutto non esistesse. C’ erano centinaia, migliaia di pagine che tutti potevano leggere, c’ era un manuale di psichiatria, c’ erano degli incontri denominati Aula Magna all’ Università di Roma, che una volta che ho durato la fatica di andarci, non ho potuto più pensare che tutto questo riguardasse pochi intimi e che Roma fosse all’ altro capo dell’ Universo (come me la immaginavo io). E poi molto altro. I film, la musica, la poesia, l’ arte e …… l’ architettura.

Non so se sono stato esauriente Alogon.

Forse dietro a tutto questo mio delirio c’ era la volontà di far sparire la possibilità della cura stessa, il voler essere un cronico che non deve fare altro che aspettare che la vita passi in modo che finisca anche la malattia.

Ora sento che non è più così.

E di conseguenza riesco un pò meglio a riconoscere anche quello che state facendo voi. Che alla fine, forse, siete stati fra quelli che più ho odiato …… perchè avevate il torto di essere miei concittadini ……. e la vostra esistenza significa che certe cose si possono fare. Anche qui.

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 04:54 PM

Ritengo la tua risposta uno straordinario riconoscimento.

Noi abbiamo continuato a lavorare nonostante le opposizioni, le incomprensioni, i tentativi di omicidio da parte degli psicotici. Nonostante il rischio di fallimento che è stato elevatissimo dato il contesto e la storia locale.

Sembra però che qualcuno cominci ad accorgersi della nostra esistenza, forse di una nostra possibile riuscita e ciò è indubbiamente molto importante per tutti.

Che dire?

Noi siamo aperti ad ogni forma di collaborazione non solo verbale…

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 15 Jul 2004, 05:23 PM

Che dire ?

 

Ho come la sensazione che in fondo ci diciamo questo da tempo.

Che avrei voluto dirti quello che ti ho detto, ma non era ancora vero.

Che il tuo invito lo hai già espresso altre volte.

Che in fondo molto di quello che fai è un invito alla collaborazione.

 

Ora non ti posso più ringraziare. Lo abbiamo appena detto. Ma forse per me è ancora presto per qualcosa che vada al di là delle parole “fredde” del computer (che poi iniziano a non essere più così fredde, diciamolo …….).

 

 

Alogon            

Inviato il: 15 Jul 2004, 08:24 PM

In fondo tu hai già collaborato alla costruzione di questo forum che sicuramente sta crescendo come intensità e partecipazione. Credo che il tuo contributo sia già un fatto indiscutibile ed importante.

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 18 Jul 2004, 01:31 PM

Psichiatria e poesia sarà il tema di un incontro che organizzeremo a Firenze a partire dal mese di settembre in collaboraziuone con Daniela Morozzi e Bruno Cortini.

 

Dopo tutte queste discussioni sul fare poesia anche la ricerca figurativa ha preso un andamento diverso.

Per es.ci siamo accorti che la scultura “Visione focale” aveva qualcosa che non funzionava. In un primo momento avevamo pensato ai colori del supporto bianco e nero che abbiamo sostituito con rosso e bianco.

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/visione_focale_g.jpg) (IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/visione_focale_2_g.jpg)

Ma anche così c’era qualcosa di indefinibile che non tornava ed abbiamo provato a togliere quelli che sembravano lati di un cubo..Alla fine mi sono reso conto che non era questione di togliere e mettere ;il progetto era stato modificato con l’intenzione di migliorarlo perchè originariamente il parallelepipedo entro cui si sviluppavano le linee e le superfici colorate doveva essere fatto con tubi innocenti, quelli usati per le costruzioni con tanto di giunti di raccordo e non con saldature. Così almeno lo avevo pensato.

Una volta realizzata coi giunti snodabili la “cornice” tridimensionale tutto immediatamente è andato a posto e l’insieme risultatava armonico!

Come se l’oggetto estetico interno dovesse essere sostenuto e delimitato da un qualcosa che per il suo uso e destinazione era agli antipodi della funzione estetica stessa. In un certo senso i tubi innocenti decontestualizzavano la scultura vera e propria creando però una dialettica fra struttura di sostegno ed interno che così entravano in relazione.

La cornice non aveva più uno scopo solo passivo ma acquistava un senso. Non era solo un confine, una delimitazione spaziale od un punto di appoggio inevitabile ma con la sua fisionomia nota ed il suo uso ben conosciuto serviva ad indicare il contenuto ignoto e l’assoluta inutilità dell’oggetto artistico.

 

Pressapoco nello stesso lasso di tempo, anzi leggermente prima avevo compreso il significvato del titolo dato ad uno dei mei primi disegni realtivi alla prossima mostra ai Magazzini del sale.

Mi riferisco a “Fairy date”.

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/fairy_date_g.jpg)

Fairy date è l’appuntamento con la fata. Come ben sanno a Roma la “fata” è la donna fatale. E la donna fatale per antonomasia è la morte.

L’appuntamento con la morte, in questo caso con la seduzione narcisistica che ha lo scopo di ucciderti psichicamente, va rimandato il più possibile!

Forse sono in grado di fare la mostra, le mostre e di creare forme nuove per quest’intuizione che ho avuto dell’esistenza di un pericolo nascosto.

Intuizione che mi consente di evitare sistematicamente l’insidia della negazione mortale.

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 18 Jul 2004, 05:36 PM

Anche un altro titolo dei miei disegni appare misterioso “the last rose” in realtà si riferisce alla ballata di Thomas Moore

(IMG:http://www.senzaragione.it/domenico/mostra/images/the_last_rose_g.jpg)

<<E’ l’ultima rosa d’estate, lasciata a fiorire da sola, tutte le sue compagne sono ormai appassite, nessun fiore della sua specie, nessun bocciolo le si avvicina per riflettere I suoi rossori o per ricambiare i suoi sguardi. Non ti lascerò sola a languire sul tuo stelo, ora le belle stanno dormendo, vai a dormire con loro. Quindi gentilmente spargo le tue foglie sul letto dove le tue compagne di giardino giacciono senza profumo, morte. Velocemente possa io seguire quando le amicizie appassiranno e dal luccicante cerchio d’amore le gemme cadranno. Quando i cuori puri giacciono avvizziti e non ci saranno più cuori appassionati, allora chi vorrebbe mai abitare, solo, questo arido mondo?>>

 

La mia rosa è esattamente l’opposto di quella di Moroe: Viva e carnale rimanda alla realtà del desiderio nel rapporto diretto con la donna. Rimanda ad una socialità nuova in continuo progrersso ed espansione.

In questo caso, il contrasto, la dialettica è fra il titolo ed il contenuto del disegno che contraddice il primo.

copyright domenico fargnoli

Standard
Forum di Senza Ragione

La trasformazione, il passato non ritorna

alogon (omonimia)            

Inviato il: 24 Jun 2004, 09:16 AM

Tutti i discorsi che abbiamo fatto sui bei tempi andati non possono farci ignorare che la situazione attuale di Siena è profondamente cambiata . Il mio lavoro terapeutico, soprattutto di gruppo e quello di alcuni colleghi è in continua trasformazione grazie alla nostra partecipazione alla cura, formazione e ricerca dell’Analisi collettiva che guarda caso sembra sia nata proprio in questa città che ha ospitato anche per 6 anni la sede della rivista “Il sogno della farfalla” nata come ho letto in un numero della stessa, da un’idea di uno psichiatra senese..

Nella situazione attuale si è creato localmente un gruppo di giovani psichiatri, molto brillanti nonostante l’ostracismo di una parte del mondo accademico e l’avversione quasi paranoica di alcuni cattedratici dopo un’apparente iniziale apertura..

La tesi di specializzazione di Elena Pappagallo nel novembre 2003 è stata la punta emergente di questa realtà assolutamente diversa da quella passata che sta maturando in questo periodo

La dissertazione tenutasi nell’aula magna del Policlinico “Le scotte” riempita per l’occasione dalla avvenente collega che poi ha partecipato ad altre cinque “Aule Magne” anche se molto diverse, alla Sapienza di Roma dal dicembre 2003 al giugno l 2004, non è rimasta lettera morta, non è caduta nel vuoto.

Le istituzioni cittadine hanno fatto un atto di riconoscimento importante nella figura del sindaco di Siena che ha invitato l’Associazione senza ragione che ha nel suo statuto il riferimento esplicito alla teoria ed alla prassi di Massimo Fagioli, a tenere una mostra nei magazzini del sale del Palazzo Comunale dal titolo “Psichiatria ed arte”. La mostra si aprirà con un dibattito nella sala delle Lupe dove potremmo proporre non solo il metodo psichiatrico che caratterizza la nostra prassi ma anche la ricostruzione storica di un lungo percorso.

Ciò è avvenuto a Siena ritenuta da esperti del settore uno dei centri espositivi più importanti a livello europeo

Contemporaneamente a Firenze la provincia dopo aver attentamente valutato i nostri progetti e contenuti, ci accordava il suo patrocinio oltre a garantirci spazi espostivi in via Cavour e di dibattito nella sala Est-Ovest recentemente restaurata.

Come si vede nella “riuscita” di queste iniziative, a partire dalla mostra nella prestigiosa sede di Villa Strozzi nell’ottobre 2003, non interviene un fattore campanilistico.

Si deduce però che esiste un gruppo di artisti architetti psichiatri, esperti della comunicazione, di diritto amministrativo per il dialogo col mondo istituzionale, giornalisti che nel suo insieme è capace di una straordinaria penetrazione nel mondo culturale perché fa suoi strumenti teorici nuovi applicando a contesti inediti una complessa formazione psichiatrica e artistica.

L’impressione è che questa “ riuscita” venga in parte ignorata e volutamente taciuta.

Ma chi sono allora le quasi 8000 persone che in 280 giorni hanno visitato il nostro sito?

Il sito costruito con grande dedizione e capacità professionale è stato un successo che ci ha garantito un’interazione con un gruppo di persone che rimane in gran parte sconosciuto.

Costoro sembrano gradire il linguaggio difficile della ricerca psichiatrica ed artistica perchè certo noi non facciamo concessioni sulla teoria né teniamo consultazioni on line come fa qualche collega delirante…

… comunque ribadiamo che siamo apertti alla collaborazione di tutti coloro che si riconoscono nella nostra impostazione…

Messaggio modificato da Alogon il 24 Jun 2004, 10:13 PM

Admin

Inviato il: 24 Jun 2004, 06:51 PM

QUOTE (alogon (omonimia) @ 24 Jun 2004, 10:16 AM)

Il sito costruito con grande dedizione e capacità professionale…

… si fa quel che si può…

The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

Alogon            

Inviato il: 26 Jun 2004, 08:20 AM

Accanto all’omonimo disegno andrebbero bene queste parole

Homo novus

La parola cerca il silenzio

Come una donna nuda …

….il silenzio oltre la dichiarazione d’amore

Essere

Senza paura di diventare muto

Per sentire la vita

Dove il suono non è neppure percepibile.

Si abbassa la testa

Per varcare la porta di corno

da cui emerge la verità dei sogni.

Abbandonarsi alla veglia senza coscienza.

Immagini indefinite.

Gesti eloquenti.

Colori che sono melodie.

Dopo non c’è più il poeta perchè mentre la dice c’è il rifiuto di ogni parola,

non c’è più il pittore che si è ripreso il sangue versato sulla tela da poco terminata

e non c’è neppure il medico quando il paziente è già guarito.

Allora ciascuno è libero di essere semplicemente se stesso.

Un uomo nuovo in un mondo diverso.

Messaggio modificato da Alogon il 26 Jun 2004, 08:50 AM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 30 Jun 2004, 12:53 PM

L’equilibrista

“Qualcuno” mi ha gettato una corda

che ha disegnato prima un’onda

poi il dorso arcuato d’un cavallo con cinque gambe.

Sono saltato sopra ed ho corso quanto non avevo fatto mai prima.

Non so come non sia caduto

in un quel galoppo senza sella

a tratti volteggiando come un equilibrista

quando mi sporgevo verso il sorriso verde di una donna.

Il mio pensiero era un acrobata che camminando sul filo lanciava in alto una bambina

che rideva contenta quando si sentiva , al culmine di un arco, senza peso.

Così per pochi attimi

non c’era la memoria certa del passato ed il mondo intero appariva diverso

..diverso come visto da occhi di bambina

come se quella corda

da cui l’avevo lanciata le avesse dato per un istante l’immobilità

di una scultura sospesa.

Idea senza coscienza,

bellezza indefinita

nascosta nei colori e nei contorni certi in movimento

nelle linee colorate di una figura.

Messaggio modificato da Alogon il 30 Jun 2004, 02:31 PM

copyright domenico fargnoli

Alogon            

Inviato il: 1 Jul 2004, 04:56 PM

“Homo novus”.

Che nesso c’è fra “l’uomo nuovo” e tutta la discussione sul 68 e dintorni?

Mi è venuto in mente che nel 68 era presente il tema della morte dell’uomo che derivava da una rielaborazione della filosofia di Nietzsche e di Heidegger. Con il crollo dell’illusione metafisica si era scoperta anche una rottura all’interno di quella che era stata considerato il “soggetto” per eccellenza. Il soggetto razionale. Non so chi ha detto che la ragione stessa potrebbe non essere altro che copia della follia. Quest’ultima si inscriverebbe nella logica stessa dello sviluppo della prima : fra ragione e follia non ci sarebbe differenza assoluta.

L’”uomo” crollava di fronte all’irrazionale, il pensiero cosciente scompariva, si frantumava perdendo di senso nell’impatto con il non cosciente, l’irrazionale.

L’Impensato.

Però senza inoltrarsi in discussioni filosofiche io sono d’accordo con chi ha affermato che l’uomo non era morto per il sempice fatto che in realtà non era mai nato.

Non era nato con la filosofia greca, con Cartesio, con Kant, con Hegel e con Marx.Della psicoanalisi non ne parliamo nemmeno….

copyright domenico fargnoli

 

Trumpet            

Inviato il: 2 Jul 2004, 10:54 AM

QUOTE (Alogon @ 1 Jul 2004, 05:56 PM)

Non so chi ha detto che la ragione stessa potrebbe non essere altro che  copia della follia. Quest’ultima si inscriverebbe  nella logica stessa dello  sviluppo della prima : fra ragione e follia non ci sarebbe differenza assoluta.

Forse è proprio così. È doveroso porsi il quesito se una razionalità scissa dalla realtà non cosciente possa interagire con l’umano. Posso avere un rapporto interumano con la stessa impostazione con cui scelgo un detersivo anziché un altro? Forse no.

Quindi, se l’Homo Novus rappresenta una nuova identità che si separa da un essere umano come ragione e si limita ad usare la ragione ai solo fini pratici, si potrebbe dire, visto che è stata lanciata un’ipotesi di ricerca, che questo Homo Novus era in contrasto con il movimento del ’68? e che quindi il ’68 emerse ed era sorretto da una ferrea e rigida struttura razionale? mi verrebbe da dire un po’ come accade nei regimi o anche nella chiesa o più in generale nella religione nel suo senso più esteso.

Quindi forse Homo Novus anche come uomo che ha avuto la capacità di opporsi e resistere sviluppando un pensiero coeso e appunto nuovo rispetto ad una realtà molto suadente per quei tempi in cui il ‘68 si poneva come unica alternativa valida, ma che in realtà, anche se a scoppio ritardato, celava ben altro.

È interessante anche ciò che dici sulle morte, sulla presenza di tale tema nel ’68. Forse questo tentativo di elaborazione era destinato a fallire in quel tempo proprio perché errato nei presupposti in quanto, appunto, vi era un’assenza di una nascita, e mi verrebbe da dire che il concetto di morte potrebbe addirittura terrorizzare se non si ha una dimensione interna di nascita che dissolve come neve al sole la falsa credenza che la morte è un mistero inconcepibile, inconoscibile e che può gestire solo la religione. Non è forse vero che sono le religioni che gestiscono di imperio il tema della morte? Ma come mai? come fanno? forse colmando con polvere di piombo lacune come questa? sarebbe giusto pensare che le religioni basano il loro controllo proprio sul vuoto dell’uomo e sulla sua dimensione di non nascita?

Ma, a questo punto, un pensiero si è insinuato nella mia mente: ma il concetto di nascita è sempre esistito in potenza nell’uomo oppure no? oppure non è mai esistito fin tanto che non è stato pensato, teorizzato e verbalizzato?

Alogon            

Inviato il: 2 Jul 2004, 12:49 PM

Tu poni il problema del rapporto fra “scoperta” ed “invenzione”.

La nascita è qualcosa che l’uomo ha sempre avuto e noi semplicemnte la scopriamo, ne consentiamo il “disvelamento” oppure è un’invenzione, un qualcosa che è stato creato “ex novo” in quanto prima in quella forma specifica non esisteva?

Propenderei per la seconda risposta dicendo che senza la verbalizzazione della fantasia di sparizione e la definizione del concetto di vitalità non sarebbe stata possibile “la nascita dell’uomo”.

Il creare termini, concetti che prima non erano stati formulati ma che non rimangono pura intenzione di significato, come avrebbe detto un fenomenologo, in quanto corrispondono ad una realtà universale umana ben precisa , è “un’invenzione” più che una scoperta.

E’ un’invenzione all’interno di quella più generale invenzione che è il linguaggio umano.

copyright domenico fargnoli

aerre            

Inviato il: 3 Jul 2004, 09:51 AM

…..la potenza delle parole….. Mi ritrovo a pensare e a sorprendermi della enorme differenza di significato che il pensiero acquista quando si traduce in parole, dipinti, testi teatrali o poesie…..

In fondo il contenuto del pensiero è lo stesso, non dovrebbero esserci differenze nella traduzione materiale su di un pezzo di carta o in un computer, invece qualcosa sembra cambiare, non tanto il concetto che si è voluto esprimere quanto il suo significato. Si arricchisce di qualcosa, c’è un valore aggiunto che credo di intuire ma non riesco ad esprimere.

Sembra trattarsi di maggior forza, definizione rispetto alle parole non scritte o alle immagini non impresse su una tela, c’è una potenzialità della quale forse lo stesso autore è il primo a sorprendersi, di come cioè sia riuscito a far vedere qualcosa al di là dei colori bellissimi e variegati di una tela o delle parole dolci di una poesia, e chissà perchè penso alle immmagini morbide e fluttuanti della mente di un bambino prima che abbia imparato a parlare…..

Aerre

acca            

Inviato il: 3 Jul 2004, 10:57 AM

Ho pensato che è talmente nuovo il concetto di nascita umana che alla fine gli stessi termini “scoperta” e “invenzione” potrebbero celare un errore di fondo che li pone come sinonimi.

Nell’ uso comune “scoperta” e “invenzione” significano due cose diverse per cui si dice che Colombo scoprì l’ America (che già esisteva) e che Marconi inventò la radio (che non esisteva). Eppure “invenio” verbo latino significa anch’ esso trovare, come se le cose si potessero solo scoprire.

“Ciò che io trovo sono nuove figure” era la terribile, annullante, castrante sentenza di Wittgenstein che a un tempo sanciva l’ eternità delle idee, ovviamente “innate” – e ora colgo la condanna a morte implicita nel termine stesso “innate” (cioè “senza nascita” ?). Il filosofo, il matematico, l’architetto (tutte identità con le quali Wittgenstein si propose), non possono fare altro che trovare cose che esistono già e per giunta cogliendole solo per quello che è il loro aspetto esteriore (“la figura”). Al massimo rimane la “ars combinatoria”, non per niente associata anche alle neuroscienze (ricordate “La macchina per pensare” al Forte di Belvedere di Firenze negli anni ‘80 ?), che permette con utilizzi “sapienti” dell’ esistente, esercizi di memoria, di stile e di retorica.

Con tutto questo volevo cercare di dire che la mia formazione è stata dominata completamente da cattivi maestri e da parole sbagliate che in se nascondono già l’ infinita tristezza di un mondo in cui il nuovo, la nascita non solo non esistevano ma non erano neanche possibili perchè mancavano anche le parole per esprimerli.

Quindi penserei che “inventare” va inteso in un senso completamente nuovo, che la lingua parlata in parte già coglie e trasmette, di “far diventare esistente”, rifiutando completamente l’ ambiguità del senso etimologico. Altrimenti potrebbe essere necessario usare un’ altra parola oppure l’ intera locuzione “far diventare esistente”.

Alogon            

Inviato il: 3 Jul 2004, 02:58 PM

la precisazione di acca ha un suo fondamento.

L’invenzione va a sua volta reinventata nel senso che il termine necessariamente, applicato alla ricerca psichica, viene ad assumere un significato diverso da quello che troviamo in un catologo di brevetti.

Però obietto: c’è qualcuno che “fa esistere” il bambino o il bambino esiste di per sè?

Il medico cura ed il paziente guarisce.

In altre parole…

…l’interpretazione dell’annullamento non rende esistente la nascita dell’altro ma costituisce uno stimolo vitale d’immagine, di contenuto che consente all’altro di attivare, autonomamente , la propria nascita, di recuperare una potenzialità perduta.

Come si vede i problemi terminologici sono molto complessi, come i problemi teorici che sottendono.

Attraverso quale processo un’interpretazione verbale produce una trasformazione?

Una nascita?

Messaggio modificato da Alogon il 3 Jul 2004, 03:01 PM

copyright domenico fargnoli

acca            

Inviato il: 4 Jul 2004, 11:04 AM

La mia precisazione si riferiva all’ insistenza con cui in architettura si parla quasi solo di “composizione architettonica”.

L’ idea sottesa a questa locuzione a me ha sempre fatto pensare a un caleidoscopio. Le forme si possono configurare in modi infiniti ma comunque all’ interno di uno schema prefissato. Allora non è mai una trasformazione ma semmai una variazione.

C’ è una figura, che appartiene a un’ immutabile ordine superiore, che viene ritrovata e che da vita al progetto.

Questa è un’ idea che a me appare triste.

Tuttavia là si parla di oggetti, di cose prive di vita.

Immagino che la creatività dello psichiatra sia diversa e che intervenendo sulla vita psichica si confronti con una realtà diversa.

Eppure ho l’ impressione che alla fine l’ attività dell’ artista, che si confronta con un materiale inerte, possa comunicare idee che siano piene di speranza nella trasformazione e che quindi possa trasmettere alla società un messaggio nuovo che rimane irraggiungibile se invece continua a nutrirsi di pregiudizi.

Alogon            

Inviato il: 4 Jul 2004, 11:13 AM

e’ chiaro che lo psichiatra aha che fare con soggetti vivi, gli esseri umani che possono diventare essi stesse”opere d’arte”.

Noi possiamo utilizzare vari mezzi espressivi per esprimere questo processo di trasformazione.

Ma insisto quest’ultimo come avviene?

copyright domenico fargnoli

Trumpet            

Inviato il: 4 Jul 2004, 11:30 AM

QUOTE (Alogon @ 4 Jul 2004, 12:13 PM)

e’ chiaro che lo psichiatra aha che fare con soggetti vivi, gli esseri umani che possono diventare essi stesse”opere d’arte”.

Noi possiamo utilizzare vari mezzi espressivi per esprimere questo processo di trasformazione.

Ma insisto quest’ultimo come avviene?

Essere parte di un processo come questo evidentemenete ne dà consapevolezza, anche completa e profonda, e parlo come colui che sta di fronte allo psichiatra psicoterapeuta, si avverte e si sente, ma nulla di tutto ciò è così definito da poterlo descrivere; eppure la ricerca su come avviene tale processo è affascinante e forse non eludibile. No, io non so rispondere, ma non so perché, non appena ho letto il tuo quesito nuovamente proposto, sono andato a rivedermi le due foto della scultura “L’Equilibrista”.

Nyx            

Inviato il: 4 Jul 2004, 02:16 PM

“……a tratti volteggiando come un equilibrista

quando mi sporgevo verso il sorriso verde di una donna.

Il mio pensiero era un acrobata che camminando sul filo lanciava in alto una bambina

che rideva contenta quando si sentiva , al culmine di un arco, senza peso…..”.

Leggendo queste frasi, me ne sono venute in mente alcune lette nel libro “ La danza del drago giallo” di Domenico Fargnoli, le riporto qui di seguito:” Troviamo la vitalità senza forma anche se permane una traccia di fantasia quando non dico la figura ma anche l’immagine sembra scomparire. Il punto estremo, l’attimo della bellezza è il paradosso della sensazione pura che non è vuoto annullamento dissociazione. L’espressione vitalità senza forma è difficile da comprendere in quanto allude ad una esperienza che materialmente potrebbe risultare impossibile cioè un arresto improvviso del movimento nell’attimo della sua maggiore intensità.Ma questa condizione può essere vissuta soltanto nella concretezza materiale dell’atto d’amore al culmine dell’orgasmo o ricreata nel ricordo attraverso il linguaggio……Ne deriva il pensiero che chi ha la paura ossessiva di morire non riesce a realizzare appieno quella che solo ad uno sguardo superficiale è una sospensione momentanea della vita, non riesce a raggiungere il massimo tono vitale in un’apparenza di morte e si consegna pertanto inerme al terrore dell’eternità e della trascendenza.” Questi pensieri mi toccano personalmente e mi tendono la mano per raggiungere un pensiero nuovo che ancora non sono riuscita a pensare. Mi sembra che ci sia la composizione del rapporto uomo donna con un lavoro di ricerca personale…ma non so come legare a tutto questo il rapporto psichiatra paziente. Forse riesco a capire il desiderio per un uomo e come il rapporto con esso sia una ricerca e una realizzazione psichica importante. Volendo forse fare la finta tonta non riesco a realizzare l’idea del desiderio in un rapporto psicoterapico, lasciarsi andare all’immagine interna dello psichiatra senza il tatto solo con vista e udit o…sentendo il suono delle parole dell’interpretazione che mi cura, realizzare la mia nascita…..

Alogon            

Inviato il: 5 Jul 2004, 08:44 AM

Lo psichiatra ad un certo punto del suo iter formativo, della sua ricerca, comincia ad utilizzare mezzi espressivi “artistici”.

Potrebbe essere una sua paranoia ma nella misura in cui non lo fosse in quanto egli riesce a suscitare consenso, interesse, collaborazione, potrebbe essere invece l’aver raggiunto una definizione nuova della propria immagine.

Definizione nuova e diversa che si lega all’evidenziarsi di un’identità anche sessuale.

Non che prima non l’avesse solo che a partire da un determinato momento, essa non può più essere annullata.

Il mezzo espressivo “artistico” diventa allora in modo inequivocabile mezzo espressivo di contenuti che sono quelli della sessualità umana.

Dialettica uomo-donna.

Immagine maschile e femminile mai pensata prima anche se esisteva ovviamente da sempre la differenziazione sessuale. Esisteva come realtà fisica in un contesto culturale come quello del Logos occidentale improntato apertamente ad una dimensione omosessuale cioè razionale….

copyright domenico fargnoli

Elleffe            

Inviato il: 5 Jul 2004, 03:07 PM

anche a me viene in mente una citazione:

“…quando sembra di avermi raggiunto mi allontano, e come Proteo cambio di forma…non ho fissa dimora perchè il mio unico rifugio e giaciglio è il tempo…

sì, mi nascondo negli istanti senza durata, nella vitalità senza forma che conserva soltanto una briciola di fantasia…

così comabatto la morte, allungando l’esistenza come il soffietto di una fisarmonica.”

queste parole parlano di trasformazione, ed anche di desiderio mi sembra, in un modo diverso ma sempre coerente, ad ulteriore testimonianza che l’espressione artistica inserita in questo contesto non è esercizio di stile, ma racconto di cura.

Messaggio modificato da Elleffe il 6 Jul 2004, 11:05 AM

Alogon            

Inviato il: 6 Jul 2004, 12:47 AM

Si può cogliere attraverso la parola scritta una reazione affettiva od anaffettiva?

Se ciò avviene mi domando come sia possibile senza la presenza fisica del soggetto che formula il suo pensiero.

Chi decifra la scrittura dell’altro ricostruisce tutto un mondo di sensazioni attraverso le sequenze lineari dei segni. Un’operazione mentale di tale complessità, ma anche precisione ha dell’incredibile.

Nella parola scritta rimane una traccia d’esistenza in frammenti inanimati resi ancor più distanti nell’universo virtuale.

Eppure, nonostante la freddezza del medium espressivo, è presente comunque un’eco lontana di sentimenti, come un lirismo inconsapevole, un atto poetico non voluto ma rivelatore. La corporeità assente si appropria delle metafore e del linguaggio per rivendicare un diritto alla vita, per suggerire ad un’osservatore sensibile, vibrazioni minime che ci consentono però di entrare in risonanza con l’altro.

Note armoniche che apparentemente non vengono avvertite ma nelle quali si inscrive tutta la gamma cromatica delle reazioni affettive.

Messaggio modificato da Alogon il 6 Jul 2004, 01:08 AM

copyright domenico fargnoli

 

aissa            

Inviato il: 7 Jul 2004, 08:33 PM

Mi vengono in mente cose diversissime mentre leggo queste discussioni… Citazioni… Mi viene in mente Montale, mi viene in mente Ungaretti… Mi viene in mente lo psichiatra, quando lo ritrovo seduto nel suo studio… il suo volto è familiare, ma ogni vo9lta lo devo osservare con attenzione per riconoscerlo… Nella veglia mi appare sempre diverso, nel sogno si traveste per pormi l’eternpo enigma… realizazione o negazione? E la poesia… negazione dell’immagine o realizzazione di essa attraverso la parola? E’ ovvio che penso sia la seconda ipotesi… Se hai una nascita forse allora puoi cogliere l’immagine che si svela attraverso la poesia… La reazione affettiva nasce mentre le parole suonano e l’immagine si forma… Potenza della parola? O meglio, forse, creatività sana del poeta che è capace di cogliere anche nel gesto minimo, nel pensiero fugace coìme un guizzo negli occhi quella proposizione o ipotesi o tentatIvo o possibilità di rapporto che lui sa trasformare in parola? Non lo so… mi vengono in mente centinania di poesie in cui credevo si disvelassero i mille segreti dellka sensibilità umana… ammetto e adesso capisco che spesso mi sono sbagliata. non c’era l’immagine dietro quelle parole, tutto era masturbazione… Forese in questo senso Arthur Rimbaud diceva che la poesia doveva essere reinventata? iO,come al solito non ho una risposta. Ma quando ho letto le èpoesie di questo sito le immagini sono nate spontanee… la reazione affettiva è possibile quando è il desiderio quella lingua non parlat6a ma vibrante…che costringe a vibrare!

عائشةAisha

Alogon            

Inviato il: 8 Jul 2004, 02:06 PM

In linea di massima sono d’accordo con aissa.

Devo però fare una precisazione:le ricostruzioni storiche basate su nuove concezioni teoriche, su di un modo nuovo di vedere l’uomo, sono molto difficoltose.

Non possiamo esprimere una valutazione sulla poesia di Dante o di Milton partendo dal fatto che erano religiosi. Così le generalizzazioni sono sempre sospette. Bisogna avere il coraggio di confrontarsi con ciascun singolo autore e vedere caso per caso quanta intuizione contenga una sua eventuale ricerca letteraria, poetica o figurativa.

Fermo restando che la storia rimane l’unico oggetto del desiderio, mi pare abbia detto qualcuno, che non espone alla delusione. Nelle vicende dell’umanità troveremo qualcosa di valido per forza. Il problema è dove e come: e questo vale anche per la poesia.

Le reinterpretazioni del passato d’altro canto non possono stravolgerlo totalmente come nel ricordo delirante o nella percezione delirante mnesica.

Com’è allora che il passato cambia non potendo noi però alterare le date, annullare eventi catastrofici come i lager od i genocidi?

Chiaramente non cambiano i fatti ma cambiano le interpretazioni dei fatti ed è probabile che in base a nuove interpretazioni noi possiamo giungere a conoscenza di circostanze inedite che potrebbero contribuire a modificare a loro volta il modo di pensare precedente.

Messaggio modificato da Alogon il 8 Jul 2004, 04:01 PM

copyright domenico fargnoli

Julia            

Inviato il: 8 Jul 2004, 04:17 PM

Gli ultimi interventi di Aissa e Alongon mi suscitano non pochi interrogativi, in particolare sui legami tra la poesia e il tempo, la percezione, il vissuto interno del tempo… Probabilmente alcuni dei poeti che scrivevano poesie annullavano il tempo, provando invano a fissare in un eterno presente la lunga distesa delle giornate e della vita che non gli riusciva… l’isolamento, l’eternità.

Ora se la poesia è rapporto e se il passato non è solo storia, ma anche passato molto prossimo, ieri… se il vero poeta è quello che può fare a meno di scrivere le poesie, che parla perché può anche stare in silenzio e qualche volta agisce pur potendo astenersi… allora quel poeta, dal momento in cui ha scritto la sua poesia, essa già non gli “appartiene” più, diventa immediatamente passato e trae una nuova esistenza nell’interpretazione degli altri… E, per assurdo, quando lui la rilegge, potrebbe sembrargli quasi come se l’avesse scritto qualcun altro, nel senso che si sarebbe già umanamente modificato e perché, altrimenti, indicherebbe un atteggiamento auto-referenziale?

In modo molto vago mi si pongono una serie di paradossi, per ora insormontabili, sulla ricerca dell’identità e sul movimento. Si vorrebbe trovare un continuo movimento, che ieri sia già finito e senza anticipazioni sul domani… però si “reinterpreta”, dice Alogon, il passato, e in quanto c’è movimento, si tende verso qualcosa di futuro… Poi si vorrebbe cambiare pur essendo se stesso… E qualche volta si vorrebbe anche fermare, o rallentare, questa specie di vertigine per cui le cose sembrano complicarsi man mano che si va avanti…

Mi viene in mente l’espressione “vivere nel momento”, ma non si tratterà neppure di un ingenuo “carpe diem”…

Alogon            

Inviato il: 9 Jul 2004, 10:31 AM

Non credo si possa parlare di una volontà di rallentare il tempo. Ritengo piuttosto che l’intesità vitale del vissuto modifica, più che la percezione, il sentimento non consapevole del tempo per cui la durata cronologica, misurabile con l’orologio, diventa un parametro irrilevante.

Intensità vitale che non appartiene alla poetica anaffettiva e schizofrenica sintetizzata nel verso

<< mentre penso alla vita schiaccio uno scarafaggio>>

Essere se stesso potrebbe inoltre voler dire ritrovare sempre la popria conitnuità d’esistenza pur in atti disparati pur nella continua reinterpretazione della proprie esperienze che è il movimento incessante della conoscenza.

Messaggio modificato da Alogon il 9 Jul 2004, 10:39 AM

copyright domenico fargnoli

Admin            

Inviato il: 11 Jul 2004, 04:43 PM

D’accordo con Alogon abbiamo spostato gli ultimi quattro interventi di questa discussione in una nuova. La nuova discussione risulta essere avviata dal membro il cui messaggio è stato mosso per primo, per quanto riguarda il titolo e la descrizione anch’essi sono stati concordati con Alogon.

Standard
Forum di Senza Ragione

Dal ‘68 al ’77. Cosa succedeva a Siena?

acca            

Inviato il: 5 Jun 2004, 08:26 AM

Anche io negli anni ‘ 70 ero interessato a tutt’ altro ……. stavo imparando a camminare, a parlare ……….

 

Eppure da qualche tempo ho la sensazione che qualcosa di distruttivo sia accaduto a Siena in quel decennio.

 

Il ‘68 e il ‘77; la violenza “politica” a scuola e poi, o contemporaneamente, la violenza politica che si confonde, o coincide, con la violenza legata al palio (cosa che anche pensarla è già, in un certo senso, bestemmiare ……); la città che si svuota; la nascita di nuovi quartieri senza immagine; la droga che c’ è ma non si può dire; la campagna che si spopola e arrivano transfughi dalle grandi città, passando dall’ oriente, che si riuniscono in comunità di tipo religioso o religiose e tante altre cose …………….

Tutto questo accadeva, presumibilmente, in modo analogo a quello di qualsiasi altra città di queste dimensioni, ma si continuava (o si continua ?) a fare una specie di propaganda basata sugli slogans: Questa città è un esempio di civiltà; Questa città è divisa in tante piccole realtà democratiche, che si fanno una guerra “rituale” (perchè l’ uomo è naturalmente cattivo ?), e …. quindi il suo modello è esportabile.

Forse non occorre neanche che stia ad enumerare i “luoghi comuni” che si sono sentiti dire su questa città. …….. Ai quali “luoghi comuni” si aggiunge oggi: “questi sono tutti matti. Non c’ è niente da fare”.

 

Naturalmente queste sono solo ricostruzioni parziali di eventi fatti senza che esistano ricerche o testi scritti ma mettendo insieme racconti di “fratelli maggiori”.

 

Per questo ho trovato basilare il riferimento alla analisi collettiva che è nata qui, le tue riflessioni sul comunismo e il freudismo legati a questa realtà. Nessi che non ero in grado di fare e sui quali rifletterò a lungo.

 

Non importa rispondere a tutte le domande, cosa da studiosi di storia contemporanea o di sociologia, però mi sembra estremamente costruttivo non accettare o arrendersi all’ idea della città-manicomio oppure, anche meglio, nel manicomio starci …….. ma facendo lo psichiatra …… e (perchè no ?) l’ artista.

 

Penso che lo strumento che hai fornito “appunti per una poetica dell’ interazione inconsapevole” possa essere davvero prezioso per tutto questo e, naturalmente, per molto altro.

 

 

Alogon            

Inviato il: 5 Jun 2004, 11:04 AM

Negli “Angeli ribelli” io dicevo che il palio è una malattia di cui nessuno vuole guarire.La tua proposta di una ricerca sulla crisi degli anni 70 merita attenzione.

Non bisogna dimenticare che in quegli anni maturava il fallimento del 68.

Ed anche qui l’anomalia senese è evidente:non c’è stato un 68 eclatante in questa città solo una sporadica occupazione. E’ stato un bene od un male?

Io mi interessavo già di psicoterapia di gruppo, mi confrontavo in svizzera con Pierre. B Schneider, avevo letto “l’analisi del carattere” e scoperto che il concetto di istinto di morte freudiano è intrinsecamente contraddittorio: ora masochismo ora sadismo primario. Mentre creavo con un collettivo di 50 persone una casa famiglia, ispirandomi ai network inglesi leggevo anche “Classi sociali e malattie mentali” Con uno psiconalista madrileno Mascarel facemmo uno studio che dimostrava che l’incidenza di malatie mentali è superiore negli emigrati rispetto ad operai svizzeri che ricevono lo stesso trattamento economico, Fu Mascarell che mi suggeri di studiare “the basic fault “ di Balint che, ispirandosi a Thalassa di Ferenczij teorizzava un rapporto del feto con il liquido amniotico senza peraltro andare oltre.

Ero affascinato dai grandi gruppi che sperimentalmente si tenevano alla Tavistock di Londra sia pure con un setting e modalità più che discutibili.

Apparentemente pensavo a tutt’altro che alla situazione senese….

però mi piacerebbe andare a fondo nel capire ancora meglio le motivazioni profonde di quella crisi alla quale accenni…. mi sembra che tu abbia centrato un punto importante…

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 7 Jun 2004, 12:52 PM

Un contributo estemporaneo per cominciare.

Non so che nesso ci potrebbe essere. E’ stato un “ritrovamento” del tutto casuale che propongo così come l’ ho trovato.

 

La copertina del numero 866 di gennaio 2004 della rivista Domus (mensile di architettura, design, arte e informazione) è dedicata a un’ immagine della contestazione studentesca alla Triennale del 1968, così come il seguente editoriale.

 

“Milano, 30 maggio 1968. Un gruppo di artisti e un centinaio di studenti di Architettura vogliono bloccare l’ inaugurazione della XIV Triennale, considerata una “istituzione borghese”. Davanti al Palazzo dell’ Arte il curatore della mostra, Giancarlo De Carlo cerca di farli desistere. Il tema dell’ esposizione – il “Grande Numero” – è di grande attualità.

Si tratta di capire se nelle società opulente, dove i cittadini sono trattati come masse di acquirenti, si può salvare la libertà individuale. Se un grande numero di individui liberi può sostituirsi ad una massa di utenti omologati. Niente da fare. La XIV Triennale viene occupata e devastata. Delle installazioni di Saul Bass, George Kepes, Archigram, Peter Smithson, Aldo van Eyck, Arata Isozaki e delle opere di Marco Zanuso, Albe Steiner, Alberto Rosselli, restano solo alcune foto nel catalogo. Ma a distruggere la XIV Triennale, non è un equivoco e neppure un complotto. E’ piuttosto il fastidio con cui molti intellettuali e politici del tempo guardano agli eccessi dell’ architettura. Alla sua pretesa di sollevare idee e aspirazioni che non confluiscano unicamente nella pratica del progettare. Al suo tentativo di leggere lo spazio come un sensore di fenomeni altrimenti invisibili, come una straordinaria metafora delle nostre società. Ad andare in pezzi con la XIV Triennale è l’ idea, oggi ancora viva, di un’ architettura che non sia solo un magazzino di prototipi, ma anche un modo – uno dei più efficaci – per capire il mondo e per raccontarlo.”

 

Da lì a poco tempo, forse pochissimo, il Comune di Siena affidò proprio a Giancarlo De Carlo la stesura del “piano di insieme” del nuovo quartiere di San Miniato che poi venne realizzato in gran parte da architetti senesi per la parte “architettonica”. Sulla genesi dell’ affidamento e dello sviluppo ulteriore del progetto mi occuperò in seguito.

 

 

Alogon            

Inviato il: 9 Jun 2004, 08:35 AM

Personalmente ritengo che il progetto di S. miniato sia abortito: se l’architettura è un rivelatore di processi “invisibili” che cosa è fallito con esso?

Contemporaneamente faccio rilevare che proprio a S: Miniato nell 83 io ho realizzato il mio studio professionale. L’opera progettata dalla ‘arch senese Mario Terrosi è un esempio unico di strutturazione di uno spazio adibito esclusivamente alla psicoterapia- Essa è stata pubblicata nel 92 mi pare in “Ville e giardini” e credo in qltre riviste dia architettura.

Come dire che mi muovevo allora in controtendenza rispetto al circostante degrado e fallimento.

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 9 Jun 2004, 10:06 AM

Ecco, questa che hai appena postato è un’ altra notizia che mi stupisce.

 

Non è per saltare di palo in frasca ma è difficile, mentre fai tutt’ altro nella vita, seguire fino in fondo linee di approfondimento così specialistiche.

Quindi penso che si possano aprire altri “filoni” senza aver esaurito completamente gli argomenti, ritornando in seguito sui problemi aperti (per quanto mi riguarda con il rischio continuo dello spettro della chiacchiera da bar).

 

La cosa che mi ha sconvolto nel brano de “Gli Angeli Ribelli” al quale tu facevi riferimento sono le due parole <<gigantesca ossessione, sapientemente orchestrata>> riferite al Palio.

La “sapiente orchestrazione” è una cosa diversa dall’ “enchantement”, credo. E’ una cosa che viene fatta apposta e con maestria volta ad arrecare danno ?

La tradizione storiografica senese segnala il Principe Mattias come inventore del Palio “alla tonda” e una interpretazione, plausibile, è quella che abbia inventato qualcosa “per far stare buoni i senesi”, facendo in modo che si ubriacassero di questo “giuoco” e non si dedicassero ad altro che ad essere divisi fra loro.

 

L’ interpretazione si ferma lì. Non si è mai tentato di andare oltre la fine del cinquecento.

Ma a me sembra che l’ “orchestrazione” sia continuata e che altri “direttori” abbiano diretto l’ orchestra anche nel “golfo mistico” di piazza del Campo (forse è pessima ma mi è venuta e non mi censuro)

 

E poi: quanto anche le contrade sono state un effettivo ammortizzatore alla chiusura del manicomio dopo il 1978 ? E di che “qualità” ?

 

 

Alogon            

Inviato il: 9 Jun 2004, 07:00 PM

…è difficile tenere un filo coerente e continuo…

..ti confesserò che a me del Palio è sempre importato poco….

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 9 Jun 2004, 10:35 PM

Anche se te ne è sempre importato poco, la descrizione del Palio racchiusa in quelle due righe de “Gli Angeli Ribelli” a me dice molte cose e te ne sono grato.

 

Ecco, per me, è diverso. Io sono stato veramente ossessionato da questa realtà in passato e tutt’ oggi mi scopro a parlarne più di quanto non vorrei.

Ad esempio se parlo con qualche sconosciuto non senese mi viene spontaneo definirmi a partire dalla mia Contrada e dal Palio ……. anche se la mia vita attuale è impostata su tutt’ altro ed apparentemente oggi di tutto questo importa poco anche a me.

 

Il Palio com’è oggi probabilmente piacerebbe ad uno come James Hillman.

Ricordo che qualche anno fa all’ Aula Magna di Siena, il noto scrittore junghiano tenne una prolusione sul valore della maledizione (?) in inglese “curse”, legata alla famiglia, al luogo di nascita. In pratica sosteneva, candido, che gran parte del malessere dell’ uomo contemporaneo, fra cui la depressione (malessere e non malattia), deriva dalla non accettazione delle “maledizioni” legate alle proprie origini …… sempre se non ricordo male.

 

Ma torniamo agli anni ‘70.

 

Come si trova un oggetto lasciato sulla spiaggia dalla marea, qualche tempo fa mi capitò fra le mani un libriccino intitolato “I fascisti a Siena”, allegato al foglio ciclostilato locale “Lotta Continua”, mi pare che fosse del 1973. C’era un tentativo di analisi del fenomeno della destra giovanile nella città unito alla lista degli aderenti e simpatizzanti del MSI e di Ordine Nuovo con foto, professione, profilo personale, indirizzo, modello e numero di targa dell’ auto. In tutto si trattava di una cinquantina di persone. Senza mezzi termini si invitava a colpire con azioni violente questi “militanti”.

 

Ho ricostruito da racconti di testimoni diretti, che all’ epoca, in occasione del Palio, gli aderenti ai gruppi politicizzati si sentivano “obbligati” a difendere e soccorrere i loro compagni (o camerati) che si fossero trovati coinvolti in risse fra contradaioli. Anche se appartenevano ad altre contrade. Non era raro che nel periodo 1970-1974 a picchiarsi dietro la copertura della rivalità contradaiola ci fossero alla fine rossi da una parte e neri dall’ altra. Soprattutto quando gli scontri avvenivano lontano dalla piazza, nei vicoli, magari con il favore dell’ oscurità.

 

Ed effettivamente in quegli anni si assiste ad un’ escalation impressionante della violenza paliesca e dell’ ossessione collettiva per il Palio.

 

Solo pochissimi anni prima, nel 1968, una contrada a cui era andato in sorte un cavallo scarso, una “brenna”, organizzò la sera precedente al Palio, prima della grande cena propiziatoria, una mascherata ispirata al nome del cavallo, che si svolse lungo le vie principali della città, fino in piazza del campo. Un’ autoironia del tutto impensabile dopo il 1970.

Pensate ad oggi, a con quale spirito vanno in piazza i contradaioli. E che cosa sono in grado di fare persone dichiarate da tutti “normali”, quando c’ è “la terra in piazza” (titolo anche di un celebre libro di due professori di Berkeley, uno americano e uno senese, Dundess e Falassi).

 

L’ università di Berkeley …….. quella di Marcuse ?????

 

Circa trenta persone si riuniscono in una Contrada diversa ogni giorno alle 14,00 per giocare a tombola. Fra di loro, che sono sempre gli stessi, per lo più anziani, ci sono tante persone che non vedi mai per strada: vivono in funzione di questo evento giornaliero. Come una malattia. Molti di loro stanno nelle case di riposo ed escono solo per andare a giocare. Ora ho la sensazione che qualcuno di loro sia un ex degente del San Niccolò. E’ un gioco violento, di soldi. Si paga forte per giocare: ognuno lascia anche venti, trenta euro al giorno. In pratica tutta la pensione se ne va così. Si lanciano occhiate piene di rancore, maledicono chi vince. La tombola paga 300 euro. Le Contrade ci guadagnano altrettanto ogni volta, più le consumazioni (il resto va agli altri premi e alle tasse). Bevanda preferita brandy Stravecchio. Chi vince, i soldi “buoni” vinti al gioco li “reinveste” appena esce in altre scommesse: Lotto, cavalli, lotterie.

Una situazione di miseria umana simile a quella descritta, e mitizzata, da Fabrizio De Andrè in tante celebri canzoni

 

A Siena il Palio si corre tutto l’ anno. E’ una frase famosa, con cui molti si riempiono la bocca. Dopo aver visto il gioco della tombola sono sicuro che è vero. Non mi sembra una bella cosa.

A fare “il servizio”, cioè a vendere le cartelle, bandire il gioco, portare le bevande ai soldi, spesso ci sono ragazzi e ragazze dai quattordici ai diciotto anni. Lo fanno per il “bene della Contrada”.

 

Messaggio modificato da Alogon il 10 Jun 2004, 08:46 AM

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jun 2004, 09:15 AM

…pubblico integralmente l’intervento. Ti stupirà ma in un forum dove esiste un moderatore che decide l’immissione in rete non è mai stata praticata nessuna forma di censura. Semplicemente non è stato necessario.

 

La mia idiosincrasia di lontana origine si estende oltre il Palio. Non sono mai stato ad una partita di calcio anche se ho visto qualche volta i mondiali alla televisione.

Non seguo neppure il basket.

In quegli anni della violenza fra rossi e neri, di cui conosco i protagonisti e gli episodi, per me Siena era un posto da cui partire e a cui ritornare per impegni di studio e di formazione.

Avevo pochi amici con i quali ero impegnato in un confronto ideologico e politico che già includevai temi della psichiatria.

Ci separammo sul problema del rapporto con la donna…..

…sul problema uomo-donna….

alcuni li ho rivisrti dopo decenni non messi proprio bene sotto questo profilo…

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 10 Jun 2004, 10:57 AM

QUOTE (acca @ 9 Jun 2004, 11:35 PM)

mi viene spontaneo definirmi a partire dalla mia Contrada e dal Palio …….

 

Ho letto il tuo intervento e mi pare evidente che stai conducendo una ricerca su questo tema specifico.

Quanto tu dici, sia in relazione alle tue sensazioni e rielaborazioni sia per quanto riguarda il riportare gli eventi con annessa critica mi trova d’accordo.

Premettendo cha anche io non ho alcun interesse al Palio e per quanto riguarda calcio e basket penso di aver assistito solo ad una partita per specialità quando ero nemmeno adolescente, dico che forse la ricerca sulla questione specifica andrebbe da un lato resa più generale nel senso che è da valutare l’ipotesi che il Palio o affini siano conseguenze e non cause e dall’altro invece indagata più approfonditamente in relazione a quella che è la realtà umana, dei rapporti interumani e, è possibile, del rapporto uomo-donna e, con particolare riferimento a quest’ultimo, credo sia interessante andare a vedere che tipo di rapporto, nelle persone che tu hai citato, sia in essere tra uomo e donna.

Dico questo non basandomi solo su ciò che dici tu, ma questa realtà l’ho potuta constatare di persona, toccare con mano e se in un primissimo momento della mia vita (fino ai 10-14 anni) posso essermici avvicinato (e comunque sempre e solo marginalmente, in via indiretta e sporadica) per via del fatto che tutti miei amici erano completamente o quasi immersi in questa realtà, poi me ne sono distaccato, all’inizio con delusione, poi con serenità rivolgendo l’attenzione altrove, un altrove ben più interessante, con particolare orientamento a quel rapporto uomo-donna di cui sopra.

Ritornando a noi: non si può dire che Siena sia un caso particolare di anomalie umane, adesso stiamo parlando di questo caso ma ti assicuro che scavando (e spesso senza nemmeno scavare) se ne trovano in tutte le città.

Il Palio, hai focalizzato l’attenzione su questo aspetto: il Palio ha una strutturazione di tipo apparentemente comunista, ma che in realtà coniuga un comunismo di facciata con la religione cristianocattolica e il fascismo (basta vedere la figura della donna nelle contrade, trattamento a cui le donne si alleano). Chi non condivide questa tendenza ha due sole strade, anzi tre: la prima è perdere ogni sensibilità e divenire parte di quella realtà, la seconda non sapere di avere alternative e rimanere anche a costo di lancinanti mal di pancia e perdita di vitalità e la terza, rifiutare in toto prendendo le distante senza divenire un eremita. Qualcuno che è riuscito a fare ciò ci deve essere stato e ci deve essere per forza, altrimenti un qualcosa come l’Analisi Collettiva coma avrebbe potuto mai trovare la sua genesi a Siena?

Quindi, concludendo, rimanere a Siena conducendo una ricerca di un certo tipo che richiede resistenza e vitalità in dosi massicce non è da biasimare, bensì tutto l’opposto; non ultimo aspetto: il detenere con costanza e una notevole tenacia nel seguire una ricerca come quella dell’Analisi Collettiva che ha la sua sede a 250 KM di distanza è un aspetto che non può essere ignorato.

 

 

Elleffe            

Inviato il: 10 Jun 2004, 11:54 AM

quanta carne al fuoco:

palio e società.

eventi senesi a cavallo degli anni ‘70 e mancanza di consapevolezza.

ricerca psichiatrica nel rapporto uomo-donna.

ognuno di essi basterebbe a tenerci occupati per mesi…

QUOTE

Il tema dell’ esposizione – il “Grande Numero” – è di grande attualità.

Si tratta di capire se nelle società opulente, dove i cittadini sono trattati come masse di acquirenti, si può salvare la libertà individuale. Se un grande numero di individui liberi può sostituirsi ad una massa di utenti omologati.

 

questo riferimento mi ha molto incuriosito, vorrei approfondire l’argomento, eventualmente anche in una sezione a parte.

come si proponeva il legame tra architettuta ed omologazione? come si voleva superare questa omologazione? e san miniato, allora?

per motivi di studio ho parzialmente approfondito questa ricerca, e -guarda caso!!!- ieri ho riletto alcuni pezzi in cui si parla di bentham, dell’utilitarismo inglese finalizzato alla creazione dell’uomo-numero e dell’uomo-macchina, e del panoptismo.

vorrei sapere di più su questa sfortunata edizione della triennale!

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jun 2004, 02:20 PM

La vita è una continua esplorazione…

…aprirsi verso l’ignoto..

la sensazione ineffabile della ricerca, del rischio inevitabile che ti fa raggiungere una meta che ti cambia. Qualcosa si modifica impercettibilmente nell’apparente immobilità del corpo che si anima solo per rendere visibili in piccole linee i pensieri che attraversano la mente come oggetti ai quali non sapresti dare una fisionomia

Io penso? Ma cosa vedo e cosa sento mentre penso e le immagini sono così sfuggenti e non assomigliano affatto alle percezioni che invece invadono nette il mio campo visivo dominando la .coscienza

io penso ma non posso dire di avere neppure ricordi certi perchè il passato si ricompone continuamente come un puzzle sempre ricostruito con frammenti nuovi che io stesso creo

rievoco una notte sull’oriente express verso una meta orientale…

scene vaghe riaffiorano lentamente e si definiscono.

la psichiatria come passione segreta,

continuamente pensavo dovessero esistere risposte ai mille problemi non risolti e ciò che mi affascinava era capire come si sarebbe potuti entrare in quel mondo chiamato inconscio.

Il cambiamento la trasformazione : dove era il loro “oriente”, il punto di partenza?

Avevo già formulato il pensiero che lo psichiatra dovesse avere un rapporto speciale con la donna..

…una figura femminile elegante e minuta dormiva al mio fianco…viaggio interminabile..

Il treno correva nella notte Zagrabia, Belgrado,Skopie, Instabul..l’Anatolia ed Ankara con i suoi musei d’arte mesopotamica

I minareti, il brulicare della vita nei bazar e nei mercati delle spezie…i giardini e la loro continua musica

Dopo mesi ancora i mattoni rossi di Siena

Ottobre 1974

Lì trovai l’oriente che non avevo trovato altrove.

Nell’aula magna dell’università di lettere

Uno psichiatra con gli occhiali si interrogava sul capitale di Marx: perché dall’artigianato si era passati al capitalismo, allo sfruttamnento ed alla alienazione dell’uomo considerato solo forza lavoro. Il passaggio al capitalismo era necessario o si sarebbero potute sperimentare forme di collaborazione di lavoratori più paritetiche e democratiche?

Mi sfuggiva come queste domande si legassero alla psichiatria, a quel libro “Istinto di morte e conoscenza” che già avevo letto ed usato, senza citarlo nella mia tesi di specializzazione….

…in quella circostanza era nata una mia possibilità di pensiero?

copyright domenico fargnoli

 

 

Guest            

Inviato il: 10 Jun 2004, 02:55 PM

QUOTE (Elleffe @ 10 Jun 2004, 12:54 PM)

ieri ho riletto alcuni pezzi in cui si parla di bentham, dell’utilitarismo inglese finalizzato alla creazione dell’uomo-numero e dell’uomo-macchina, e del panoptismo.

vorrei sapere di più su questa sfortunata edizione della triennale!

 

[QUOTE]

 

Mi pare che un critico di architettura che si chiama Rayner Banham ha studiato il rapporto uomo-macchina aggiungendo alla diade anche la parola architettura.

 

ARCHIGRAM fu il nome del gruppo di architetti che seguì più di ogni altro le sue idee.

A quella Triennale esponevano anche loro o avrebbero esposto anche loro.

Le cose che progettavano sembravano rivolte ad una popolazione di nomadi, di uomini senza radici. Architetture pop, smontabili e ricostruibili. Più rivolte ai partecipanti ai grandi raduni stile Woodstock che a creare organismi complessi come una città.

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jun 2004, 04:16 PM

interessante il discorso sull’architettura… io ho uno spazio architettonico da ristrutturare ed arredare in firenze in questo periodo..

uno studio nuovo..

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 10 Jun 2004, 04:28 PM

Guest ero io.

Mi sono confuso con il quote 🙄

 

Oppure una sola “identità fittizia” non mi basta più ? :blink:

 

 

Alogon            

Inviato il: 10 Jun 2004, 04:54 PM

architettura e personalità multipla… un tema inconsueto senza dubbio…

copyright domenico fargnoli

 

 

Admin            

Inviato il: 11 Jun 2004, 08:17 AM

QUOTE (acca @ 10 Jun 2004, 05:28 PM)

Mi sono confuso con il quote 🙄

 

Appunto…

… Ti ho risposto nel forum SUPPORT…

The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

 

 

Alogon            

Inviato il: 12 Jun 2004, 02:01 PM

caro acca vedo che ti sei fermato…non vorrei che fra noi si fosse formata della……. ruggine….

copyright domenico fargnoli

 

 

m m            

Inviato il: 12 Jun 2004, 10:23 PM

Troppo interessante questo forum per non intervenire.

Arte, architettura, psichiatria, rapporto con la donna, Siena, Firenze, Roma, l’Analisi Collettiva. Ed ancora De Carlo, il Palio, il ’68, il ’77; tutte le coordinate di una vita, un gioco di Sovrapposizioni. Ma poi è necessario prendere il capo di uno di questi fili di ricerca ed annodarlo agli altri, per costruirne uno unico, una ricerca coerente, per vivere meglio.

 

1977, una domanda;

Allora giovane, e con problemi forse non solo propriamente esistenziali, mi presentai un giorno in una stanza del reparto di Psichiatria del Santa Maria della Scala di Siena per chiedere aiuto. C’era una donna che ricordo giovane e di una bellezza intensa e particolare “C’è uno psichiatra che tiene un gruppo una volta la settimana, non occorre niente, basta presentarsi li” mi rispose con naturalezza. Mi sono fidato, incosciente, non sapendo niente allora di ricerca psichica, di inconscio e coscienza. Il ricordo di un piccolo ambulatorio all’interno di quell’antico Ospedale nel cuore della città trasformato in luogo dell’analisi di gruppo, le persone sedute su un lettino, per terra, è ancora vivo; tutto sembrava facile, i rapporti fra le persone, le dinamiche umane.

Ecco quell’incontro ha segnato la mia vita, e ne sono felice. Di li a poco sarebbe venuta Architettura, il rapporto con le donne, l’Analisi Collettiva e non tutto è stato facile, ma questa è storia personale…

 

La domanda, per costruire la storia di tutti, per fare un po’ di ricerca; ma a Siena, almeno dal 1977, non esisteva già un’immagine di psichiatra, di cura? e aggiungo un’immagine alternativa ad una psichiatria organicista farmacologia da una parte, ed assistenziale, di matrice cattolico-comunista dall’altra parte?

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jun 2004, 01:03 AM

Penso che mm in parte abbia ragione. La verità è che l’impatto con la malattia mentale nel gruppo al quale egli allude fu durissimo.

Ed anche la reazione dell’ambiente della neuro psichiatria che cercò di bloccare quell’esperienza fu estremamente pesante.

Imparai a mie spese che lo scontro con la psicosi ti cimenta pure a livello fisico imponendoti uno stress elevatissimo.

Ho pagato a caro prezzo la penetrazione della teoria di Fagioli in ambito medico, tutt’oggi presente a Siena.

Ero pronto a quel tempo per affrontare una situazione così complessa?

Però il riferimento di mm è pertinente: nella situazione attuale si tratta di riproporre in pubblico, con le future mostre sul tema “psichiatria ed arte” l’immagine di una psichiatria che ha la possibilità della cura.

Forse è vero che ciò che viene messa in gioco è un’intera esistenza nel riannnodare i fili di esperienze il significato delle quali non può essere perduto.

Non tanto per me credo ma per chi le ha vissute come momenti essenziali del proprio percorso terapeutico..Si può modificare il senso di ciò che è stato affermando una riuscita attuale che riscatta i tentativi passati della loro incompletezza e di quel carattere velleitario che potrebbe essere attribuito ad iniziative che nel tempo non raggiungano mai i loro obiettivi.

Oggi l’esistenza di una psichiatria che non sia l’organicismo , il freudismo ed il basaglismo è incontestabile anche per il riconoscimento che ad essa viene tributato da importanti istituzioni publliche.

E’ probabile che senza quel tentativo iniziale del gruppo del 77, anno in cui peraltro la disciplina psichiatrica raggiunse la sua completa autonomia dalla neurologia, nella circostanza odierna non si sarebbe mai giunti a questo risultato anche perchè probabilmente non si sarebbe compresa la difficoltà e la complessità di quella che può a buon diritto essere considerata una vera e propria impresa.Essa nei prossimi mesi potrà giungere a pieno compimento .Forse però per arrivare a questo punto era necessario che io definissi la mia attitudine artistica, intesa anche come capacità estemporanea di reazione creativa ad eventi imprevedili.

Attitudine di cui l’espressività figurativa potrebbe essere solo un aspetto od una documentazione.

 

Messaggio modificato da Alogon il 13 Jun 2004, 01:07 AM

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jun 2004, 10:15 AM

A mm non è inoltre sfuggito il titolo del quadro “Sovrapposizione”.

Formazione del sogno, memoria inconscia, sovrapposizione.

Evidentemente la successione di queste parole non è casuale.

Mentre la memoria cosciente fa capo ad una concezione di linearità temporale per cui un evento è trattato come fosse un punto in una sequenza di fatti orientati in un certo modo nella memoria inconscia noi abbiamo il sovrapporsi di più piani dell’esperienza.

Quello che appare come “deformazione” della fantasia, dove l’uso del termine potrebbe ad un orecchio sensibile risultare problematico per la vaga sfumatura negativa in esso insita, in realtà è il punto di arrivo di una sovrapposizione di più piani e livelli del vissuto appartenenti a momenti storicamente diversi. La particella negativa “de” davanti a forma indica allontanamento o mancanza per cui l’aggettivo deforme significa “privo della debita forma”.

Ora la fantasia conferisce la debita forma non la toglie.

Se nella realtà noi sovrapponiamo più figure il risultato potrebbe essere un insieme caotico sprovvisto di senso. Nella vita mentale la sovrapposizione di diversi momenti ed aspetti dell’immagine non dà origine ad una semplice sommatoria ma ad una trasformazione dalla quale scaturiscono nuove forme che coesistono in una sintesi nuova ed originale.

Il passato, con le sue differenti sfaccettature ricompare ma riattualizzato in un atto di fantasia che lo riassume conferendo ad esso una fisionomia diversa che è la risultante della composizione di tutti gli stimoli e le influenze alle quali siamo stati sottoposti.

E’ interessante far notare come nella musica si ha sia lo sviluppo lineare dell’immagine, nello snodarsi della melodia sia il sovrapporsi, negli accordi di accompagnamento per es, di più suoni diversi.

Anche nell’arte figurativa noi abbiamo accordi cromatici che taluno ha cercato di accostare ad accordi sonori.

Nel linguaggio verbale o scritto la “sovrapposizione” che non è impastamento ovviamente, può esser solo suggerita indirettamente…Il linguaggio concettuale essendo più definitorio è anche più puntuale.Serve a circoscrivere ed ad individuare un’idea per volta piuttosto che a sottolineare nello stesso momento i suoi nessi e le sue analogie con altre idee. In un movimento lineare, com’è quello dell’occhio che legge ogni punto implica il superamento o la scomparsa del precedente. Solo attraverso il ricordo io ricostruisco la sequenza completa delle sensazioni e delle impressioni.La ricostruizione attraverso la memoria cosciente d’altronde non garantisce una trasformazione creativa.

Se è vero che, con il linguaggio verbale , soltanto mentalmente e non visivamente posso sovrapporre le varie immagini è altresì vero che solamente attraverso un’elaborazione non cosciente posso giungere a sintesi di idee nuove.

Va ricordato che le notazioni grafiche dell’uomo primitivo, per es gli psicogrammi aggiunti sopra le scene di caccia, procedevano talora per incisioni, su tavolette d’osso od altro materiale, nelle quali le più recenti si aggiungevano, si sovrapponevano a quelle più antiche senza cancellarne completamente la traccia anzi consentendone spesso una riconoscibilità.

Nella creazione di un quadro noi ancor oggi seguiamo sovente questo procedimento utilizzando le possibilità che ci offre la compenetrazione e la correlazione analogica.

Il titolo”Sovrapposizione” del mio ultimo lavoro allude a questa circostanza.

Si può constatare come ricerca figurativa e ricerca teorica procedano quasi di pari passo.

 

Messaggio modificato da Alogon il 13 Jun 2004, 06:32 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Julia            

Inviato il: 13 Jun 2004, 10:24 AM

QUOTE (Alogon @ 10 Jun 2004, 03:20 PM)

La vita è una continua esplorazione…

…aprirsi verso l’ignoto..

la sensazione ineffabile della ricerca, del rischio inevitabile che ti fa raggiungere una meta che ti cambia. Qualcosa si modifica impercettibilmente nell’apparente immobilità del corpo che si anima solo per rendere visibili in piccole linee i pensieri che attraversano la mente come oggetti ai quali non sapresti dare una fisionomia

Io penso? Ma cosa vedo e cosa sento mentre penso e le immagini sono così sfuggenti e non assomigliano affatto alle percezioni che invece invadono nette il mio campo visivo dominando la .coscienza

io penso ma non posso dire di avere neppure ricordi certi perchè il passato si ricompone continuamente come un puzzle sempre ricostruito con frammenti nuovi che io stesso creo

rievoco una notte sull’oriente express verso una meta orientale…

scene vaghe riaffiorano lentamente e si definiscono.

la psichiatria come passione segreta,

continuamente pensavo dovessero esistere risposte ai mille problemi non risolti e ciò che mi affascinava era capire come si sarebbe potuti entrare in quel mondo chiamato inconscio.

Il cambiamento la trasformazione : dove era il loro “oriente”, il punto di partenza?

Avevo già formulato il pensiero che lo psichiatra dovesse avere un rapporto speciale con la donna..

…una figura femminile elegante e minuta dormiva al mio fianco…viaggio interminabile..

Il treno correva nella notte Zagrabia, Belgrado,Skopie, Instabul..l’Anatolia ed Ankara con i suoi musei d’arte mesopotamica

I minareti, il brulicare della vita nei bazar e nei mercati delle spezie…i giardini e la loro continua musica

Dopo mesi ancora i mattoni rossi di Siena

Ottobre 1974

Lì trovai l’oriente che non avevo trovato altrove.

Nell’aula magna dell’università di lettere

Uno psichiatra con gli occhiali si interrogava sul capitale di Marx: perché dall’artigianato si era passati al capitalismo, allo sfruttamnento ed alla alienazione dell’uomo considerato solo forza lavoro. Il passaggio al capitalismo era necessario o si sarebbero potute sperimentare forme di collaborazione di lavoratori più paritetiche e democratiche?

Mi sfuggiva come queste domande si legassero alla psichiatria, a quel libro “Istinto di morte e conoscenza” che già avevo letto ed usato, senza citarlo nella mia tesi di specializzazione….

…in quella circostanza era nata una mia possibilità di pensiero?

 

Questa immagine di Alogon mi pare molto bella. I poeti hanno spesso cercato nell’altrove, il viaggio, la scoperta di nuove culture, la risposta a uno sradicamento interiore e raramente l’hanno incontrato, anche se questo li avrà arricchiti, se non altro di nuove domande… Anche per me è enigmatico il rapporto tra questo scambio necessario tra sé e il mondo, persone o contrade che siano, per definirsi, e un altrettanto necessario atteggiamento quasi di distacco, o di distanza. Oppure come conciliare l’”aprirsi verso l’ignoto” e la necessità del rifiuto in un ambiente non particolarmente amichevole… Provare a prendere dagli altri, a dare qualcosa, e nello stesso tempo tentare di rendersene indipendenti… E come sentire in modo non mediato, senza che questo sentire venga alimentato da un “immaginario” precostituito, che chiaramente non sono le immagini alle quali allude Alogon? A me non vengono bene le immagini, neanche quelle verbali, forse perché sono troppo potenti, come può essere potente la metafora di un poeta o la comunicazione traslata delle idee da parte di uno psichiatra…

 

 

Alogon            

Inviato il: 13 Jun 2004, 11:31 AM

A te, Julia, e chissà perchè poi questo nickname, non vengono bene le immagini?

Non mi sembra. Il tuo è un linguaggio complesso, un pensiero sofisticato che si addentra nelle strettorie della ricerca.

Le persone, tu come altri, che mi rispondono in un modo così articolato mi fanno un grande regalo e mi consentono di pensare che il forum è un momento importante di contatto e di rapporto…

copyright domenico fargnoli

 

 

Libellula            

Inviato il: 13 Jun 2004, 07:54 PM

Il livello di linguaggio,di ricerca,di contenuti degli interventi del forum sono molto elevati e…questo mi rende difficile ora dire quel che vorrei…mi sento molto stonata,sempliciotta..un po’ un brutto anatroccolo ma….

 

In riferimento a quanto detto da Alogon e Trumpet sul rapporto uomo -donna.

Ho visto un film diversi mesi fa sulla vita di Pollok (o Pollock?)

“L’arte deve nascere dall’inconscio” dice la moglie a un gallersita …..ma puo’ essere arte questa di un conclamato “grande artista” quando il rapporto uomo-donna che ha segnato tutta la sua vita era sadomasochistico se non addirittura distruttivo?

Il rapporto uomo-donna,la nascita,la trasformazione,la realizzazione reciproca…se tutto questo non avviene come fa un uomo a fare arte?

Non basta che in una tela si rappresenti l’inconscio per fare di questo risultato Arte..nel libro “la danza del drago giallo” questo tema e’ stato toccato e olto bene ..

….ma allora quando a 8 anni circa vidi in un libro di arte moderna per la prima volta le opere di Pollok e mi prese uno stato di angoscia e malessere,tanto che riaprii quei libri solo molti anni dopo durante gli studi artistici,avevo percepito inconsciamente qualcosa?..una sensibilita’ che poi evidentemente persi….

Fare arte e proporla e grazie ai critici farla diventare una grande opera alla gran massa nonostante non sia espressione di sanita’ ma sfogo di una malattia non e’ violenza?nasconde anaffettivita verso l’altro….non lo so..forse e’ violento solo per colui che non sa vedere..rifiutare…..

Io stessa ho dipinto per lunghi anni,erano momenti di pura alienazione:non potevano che uscire enormi testimonianze del mio malessere,assenza di vita inconscia,di rapporto,di rielaborazione di immagini,grandi tele iperrealiste…che cos’e’ l’iperrealismo se non assenza di trasformazione?assenza assoluta di “sovrapposizioni”?

Ora questi quadri mi parlano di una donna che non esiste piu’,di una donna portata dal malessere a toccare tutti i continenti alla ricerca del suo oriente e l’ha trovato a Siena quando ha attraversato quella porta di legno,ha iniziato a piangere e contemporaneamente ha smesso di dipingere,senza deciderlo…e’ impegnata da allora a ridipingere se stessa per ora ancora con colori tinta terra,della nutrizione,per arrivare chissa un giorno a riprendere in mano quegli stessi pennelli di un tempo e lasciarsi andare alla tela bianca come tra le braccia di un uomo sconosciuto.

 

 

acca            

Inviato il: 14 Jun 2004, 09:17 AM

Al contrario Alogon, ti sono grato perchè mi sembra di aver trovato lo spazio adatto per porre una serie di questioni che da un po di tempo avevo in mente.

 

 

acca            

Inviato il: 23 Jun 2004, 07:50 AM

Dopo un pò di tempo riscrivo su questo argomento.

Gli anni settanta a Siena.

Sono contento che ci sia la possibilità di confrontarsi su questo periodo.

Eppure sento che le immagini che ho tirato fuori non sono immagini belle.

Quelle di Alogon invece lo sono.

Alogon ha parlato di Svizzera, di treni, di oriente, di donne e e di un professore con gli occhiali all’ università.

Io ……….

Che cosa è successo a Siena negli anni settanta ?

Che cosa è successo a me a Siena negli anni settanta ?

 

Fra i ricordi miei e le cose sentite raccontare dagli altri non riesce a prendere quota un’ immagine bella …….. ci sono vecchi invidiosi che aspettano il triste, eterno scherzo del caso …….. ci sono giovani che aspettano il variare della sorte …….. e intanto “la ruota” gira ……… dentro le stanze per estrarre i numeri della tombola ……. nella piazza colma di gente per assegnare un cavallo ad ogni Contrada ……… lavatrici, giostre, ruote ……. strumenti di torture sottili.

Riflettevo in quei giorni disgraziati, perso dietro i capricci della fortuna, di come l’ immagine della “ruzzola” del gioco della tombola mi parlasse della vita e della morte …….. “mors tua, vita mea” …….. per me la nascita si risolveva nel meccanico gesto di un’ estrazione a sorte fra una moltitudine di soggetti che già erano? L’ essere precedeva la nascita ? Il caso determinava la sorte degli esseri ?

Ma questa era l’ immagine anche della morte …….. I vecchi erano sempre di meno. Per loro la tombola era anche una specie di rito per esorcizzare un altro gioco in cui come i numeri cadevano nelle mani del banditore, anche loro uscivano a sorte e se ne andavano per sempre. Ma in una realtà parallela: condannati a ripetere i gesti di un vizio antico.

 

Invece poi ho scoperto che sarebbe stato possibile prendere il treno ………. che laggiù, nascosta fra gli alberi, da qualche parte, ricacciata indietro da un campo magnetico negativo, c’ è una stazione da cui si può andare via e lasciare una realtà che non ci corrisponde più.

 

 

Alogon            

Inviato il: 23 Jun 2004, 02:51 PM

Mi domando se esiste un altrove,

una terra promessa, un paradiso

che fino a qualche secolo fa si credeva nascosto in un angolo remoto della terra.

Una meta ideale da raggiungere, la ricerca della felicità che si è creduto di avere e che poi si sarebbe perduta.

Gli anni 70.. personalmente non ne ho nostalgia. Vivo un presente intenso, con accelerazioni vertiginose, con stimoli potenti che mi aiutano a trasformarmi continuamente.

Pensando però solo un attimo al passato potrei dire che forse ci sono luoghi o città in cui c’è un sentire diverso, come in un vecchio film inglese che ho visto recentemente in cui le case, le atmosfere mi ricordavano Londra…una vecchia casa sul Tamigi. Thames banks. Poi la permanenza nel Galles. Cardiff, Swansee.

Swansee .Una notte ero sveglio e vedevo dalle finestre di una camera al secondo piano i fari in lontananza. Capii che esisteva un mondo diverso, un modo d’essere che si affacciava timidamente e che avrei voluto durasse per sempre.

Non so se era la magia di un luogo o di una donna nel mio stesso letto non se se ero io che ero cambiato ed avevo portato con me in quel posto lontano qualcosa di nuovo per tirarlo fuori là dove niente era familiare..

Dopo proprio negli anni 70, sono andato in cerca sempre di quello stato d’animo finchè non ho trovato chi me la ha fatto sentire ancora ma dando ad esso una forma che non conoscevo ed un’intensità centuplicata. Ho trovato chi ha aveva uno spessore interno che non mi consentiva più di perderlo come purtroppo mi era accaduto.

E’ per questo che non cambierei la mia esistenza attuale con ciò che ero?

Non ho rimpianti e non attendo la morte.

Non esiste la ruota della fortuna, l’eterno ritorno, l’apparente novità del caso che poi comunque si chiude nella figura del cerchio… L’eterno ritorno dell’identico potrebbe essere l’invenzione maligna di vecchi perversi come Nietszche e Freud che sentivanono la vita sfuggire di mano senza averla vissuta…loro non avevano capito, non avevano vissuto ed anche gli altri non dovevano vivere e capire…

copyright domenico fargnoli

 

 

Julia            

Inviato il: 23 Jun 2004, 06:14 PM

Ho letto di recente una recensione su uno scrittore americano, non ancora quarantenne, di cui ho dimenticato il nome, che ama definirsi come il “nuovo Nabokov” perché scrive dei suoi rapporti con ragazzine di quindici anni. Le donne poi “s’inacidiscono” e a lui piacciono quelle ragazze ingenue, “che non hanno ancora capito che non c’è niente da capire”. Questa ultima frase, l’ho trovata di una violenza inaudita… di complicità non si può parlare quando lo sbilanciamento è troppo grande, quando il potere, anche se fasullo, è tutto da una parte. Sono tante le violenze, e vanno ineluttabilmente a peggiorare con il tempo, da parte di chi appunto ha sentito che la vita gli sfuggiva di mano ma che non è riuscito a spezzare il cerchio. Pseudo-artisti, benefattori, intellettuali… genitori che fanno sempre pagare carissimo le proprie frustrazioni alle loro vittime… vittime in un primo tempo… E’ un’antichissima storia sì, quella della vittima che diventa carnefice, e anche questa storia va spezzata.

E’ difficile però, se alla fin dei conti la storia, grande o piccola che sia, è fatta di rapporti umani, e se quella storia è spesso improntata alla ripetizione. E’ difficile provare a cambiare se stesso, ma anche se stesso nei rapporti, e trovarsi regolarmente di fronte a chi dice, come peraltro dicevo anch’io poco tempo fa e non senza amarezza, “io sono fatto cosi”…

Si capita più o meno bene, si vivono momenti più o meno intensi, poi passano… Scrive Guillaume Apollinaire : “Passent les jours et passent les semaines / Ni temps passé / Ni les amours reviennent / Sous le pont Mirabeau coule la Seine”. Parla di speranza si, ma “l’espérance est violente”. Perché dovrebbe sempre essere violenta la speranza?…

Dici, Alogon, di non avere ripianti. Questo per me, come intento, vuol dire tantissimo… Vuol dire riuscire, in quel movimento di ricreazione del passato di cui parli spesso, non solo fare piazza pulita delle esperienze brutte ma anche, forse, riuscire a far sfruttare finalmente dentro di sé quelle belle… belle ma passate, senza alcun cedimento nostalgico… non annullate ma superate… Una domanda mi viene in mente, che forse non ha il minimo senso. Non è che, come accadono talvolta quelle reazioni a catena di memoria inconscia, che vertono sulla patologia (anche come fonte di sofferenza), ci possa essere l’equivalente “positivo”, quello di richiamare alla mente quanto di bello si è fatto? o questo è negazione della malattia in quanto, appunto, essa ha sempre impedito il completo sfruttamento interno dei momenti vissuti?… Uno era, perciò non è più… ma se ci vuole un giorno per far crollare un muro vecchio di trent’anni, per elaborarlo gli esseri umani devono per forza riagganciare qualche filo…

 

 

Alogon            

Inviato il: 23 Jun 2004, 07:30 PM

La vecchiaia più che un dato anagrafico è una condizione mentale… forse si rimane giovani, non perchè si è fatto un patto col diavolo, o si succhia il sangue fresco di una ragazzina ma perchè si ha vitalità..

vitalità che non è vitalismo…

ed è la vitalità legata al pensiero, in qualunque epoca della vita uno la manifesti, che suscita la reazione violenta ed omicida, la negazione spessa celata nelle parole colte…

I sessantottini erano vecchi nel 68, nel 70 e nel 77. Oggi sono vecchi anche anagraficamente.

Però evidentemente c’erano strade diverse, possibilità che nella seconda metà del secolo scorso sono emerse e che alcuni hanno colto ed altri invece hanno ignorato.

La storia non è fatta solo di date ma anche di eventi mentali: esiste forse anche una vicenda non abbastanza conosciuta, che interessa tutta l’umanità. E’ la vicenda mai veramente compresa della trasformazione non cosciente.

Nella storia dell’uomo ciò che è stato fatto e realizzato di bello rimane per sempre come un patrimonio inalienabile che sta a noi sfruttare e riconoscere.

 

Messaggio modificato da Alogon il 23 Jun 2004, 10:35 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

Alogon            

Inviato il: 25 Jun 2004, 09:21 PM

Non so come cambia la visione di se stessi: passato presente e futuro può darsi siano solo convenzioni linguistiche. Abitudini mentali nel considerare la propria vita secondo schemi che non ci appartengono. E’ l’insieme che si trasforma secondo leggi che ciascuno scrive ed adatta alla propria esperienza.

Non conosco percorsi già fatti, io non condivido quanto gli altri raccontano di anni che anch’io ho vissuto. Forse eravamo su pianeti diversi, eppure abitavamo nella stessa strada e ci incontravamo ogni giorno nella piazzetta antistante alla chiesa che fu dei cavalieri di Malta.

Io ero già diverso e non appartenevo a quel mondo semplicemente perchè pensavo

ed ero lontano anche se fisicamente ero immerso in quella mediocrità che alcuni hanno vissuto come una maledizione.

La quotidianità non mi ha ucciso con i suoi rituali, con la stupidità della violenza sulle piccole cose, io avevo come un segreto che mi liberava da quei vincoli che per gli altri potevano essere inganni suicidi.

Ho seguito strade che apparivano semplicemente impossibili e che per taluni neppure esistevano: ho scoperto di avere un intuito infallibile anche se per paura della solitudine ero stato quasi costretto ad accecarmi ed a mendicare rapporti.

Oggi mi sento vivo e vive anche il mio passato che si anima di immagini e di memorie che non hanno però la forza di trascinarmi nella nostalgia.

Tutto ciò avviene senza che io sappia veramente perché anche se posseggo il dono della parola che chiarisce anche a me stesso il significato di quanto ho vissuto quando compare in quella magia dei segni che si chiama scrittura.

Riannodare dei fili… chissà creare trame che non sono invenzioni bugiarde di mitomani, di “pseudologi” perversi ma avere idee che disegnano un modo nuovo di esistere dove tutto cambia ed i ricordi coscienti perdono la loro certezza di giudizi irrevocabili e di condanne senza possibilità di appello.

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 16 Jul 2004, 06:36 PM

QUOTE (Alogon @ 25 Jun 2004, 10:21 PM)

Riannodare dei fili… chissà creare trame che non sono invenzioni bugiarde di mitomani, di “pseudologi” perversi ma  avere idee che disegnano un  modo nuovo di esistere dove tutto cambia ed i ricordi coscienti perdono la  loro certezza di giudizi irrevocabili e di condanne senza possibilità di appello.

 

Ritorno su questo tema di discussione con l’ intenzione di riportare un pensiero che uno dei tanti blogger del web (…. che ad essere sinceri non è esattamente “uno dei tanti” …… ma non voglio togliervi la sorpresa) ha postato su un tema che è comparso in questa discussione.

Si tratta della recensione di un libro di Elsa Morante del 1970, che all’ epoca non venne pubblicato.

Ho quotato l’ intervento precedente di Alogon perchè mi è piaciuta l’ idea di riannodare fili ……

 

Messaggio modificato da Admin il 17 Jul 2004, 06:28 PM

 

 

Alogon            

Inviato il: 16 Jul 2004, 09:41 PM

<<il Manifesto di Elsa Morante vale come se fosse stato scritto per ieri, per oggi e per domani…

Già pubblicato in “Linea d’ombra” nel 1988, il Manifesto risale al 1970 o giù di lì, come precisa Goffredo Fofi in una nota conclusiva. Ed è Fofi stesso ad ammettere la svista sua e degli altri quando in quell’anno arrivavano le parole lungimiranti della Morante: che, inascoltate, avvertivano dei germi che avrebbero ammalato la cosiddetta rivoluzione comunista.

Oggi potremmo aggiungere che la rivoluzione fallì per la totale assenza di una qualsiasi ricerca sull’inconscio, senza la quale la “libertà dello spirito” è destinata a soccombere; si può dire che, come la Storia ci ha insegnato, quasi tutte le rivoluzioni sono fallite per lo stesso motivo, per aver voluto cioè consacrare l’esito dello scontro sull’altare della dea Ragione.>>

Da “Il ladro di emozioni”

Interessante. Condivido. Però molti di noi la ricerca sul cosidetto inconscio la fanno da trent’anni.

Riannodiamo i fili ma partendo dalla realtà attuale. Partiamo da una trasformazione già avvenuta. Non si tratta solo di confrontarsi con una critica, con una speranza, con intuizioni lungimiranti ma generiche in quanto non legate ad un metodo di ricerca e di pensiero. Oggi siamo di fronte a realtà umane concrete assolutamente diverse per gli stati d’animo, per le idee, per il modo di “amare” e di creare.

 

Messaggio modificato da Alogon il 16 Jul 2004, 09:44 PM

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 17 Jul 2004, 10:57 AM

Avevo ben recepito l’ invito a passare oltre, a non continuare a ruminare il passato.

Mi era sembrato però che il discorso sul ricordo cosciente fosse terribilmente insidioso, specialmente nelle sue implicazioni legate alla comunicazione di massa.

Mi pare, a volte, che i ricordi personali si intreccino con qualcosa che non è soltanto personale. Ci sono stati apparecchi televisivi sempre accesi, quotidiani sul tavolo di cucina e riviste in salotto che non erano neutrali.

Mentre fingevano di raccontarti il mondo come era, le scelte editoriali in realtà condizionavano in modo pesante la gente.

E’ questo il punto che mi ha colpito della recensione del libro della Morante.

Non era importante nel 1970 qual’ era il percorso che portava una scrittrice a dire determinate cose, era che certe cose non si dovevano dire e se qualcuno le diceva, anche per sbaglio, bisognava fare come se non le avesse dette.

Ed era Elsa Morante …….

E, anche se va ripetuto in modo inequivocabile che il 2004 non è il 1970, avevo pensato che una cosa analoga a quella che Elleffe ha detto a proposito dell’ arte e della poesia (“il medico ha sviluppato resistenza, ma il giovane che ode versi malati, che lo spingono all’indifferenza, alla violenza, alla masturbazione autoreferente, si ammala, e non capisce perchè”) potrebbe essere detta a proposito di tutto un modo di condurre scelte editoriali e culturali.

 

Sono un pò pentito che scrivendo su questo argomento il tread è risalito in testa alla lista ……

Spero che qualcuno scriva qualcos’ altro altrove o magari apra una nuova discussione.

Standard
Forum di Senza Ragione

Riflessioni

Libellula

Inviato il: 10 May 2004, 09:00 AM

RILEGGENDO DOPO TANTO TEMPO TUTTI GLI INTERVENTI DEL VECCHIO FORUM MI E’ SUCCESSA UNA COSA STRANA…MOLTE COSE MI E’ SEMBRATO DI LEGGERLE PER LA PRIMA VOLTA,MI SEMBRAVANO COMPLETAMENTE NUOVE COME CONTENUTI E QUESTO MI HA FATTO PENSARE A DUE COSE: O LE LESSI IO CON LEGGEREZZA E POCA CONCENTRAZIONE A SUO TEMPO, COSA DI CUI DUBITO PERCHE’ ENTRARE NEL FORUM ERA ED E’ PER ME UN MOMENTO DI GRANDE INTERESSE,O DEVO PENSARE CHE SONO IO CHE SONO CAMBIATA IN QUESTI MESI DA QUANDO IL FORUM E’ STATO SOSPESO E POI RIAPERTO.

IO SONO CAMBIATA ED E’ COME AVESSI,NELLA MIA MODESTA E ANCORA NEONATA RICERCA,TROVATO LA CHIAVE DI ACCESSO A CERTI CONTENUTI CHE EVIDENTEMENTE PRIMA NON COGLIEVO.

QUESTO MI HA FATTO PROVARE UN SENSO DI CONTENTEZZA,UNA PICCOLA MA IMPORTANTE CONQUISTA PER ME,..COME UN PICCOLO GIOIELLINO CHE PER ME E’ UN VERO TESORO….

DA UN LATO QUESTO SENSO DI CONTENTEZZA..DALL’ALTRO UN PO’ DI SMARRIMENTO..UN PO’ COME ENTRARE IN UN POSTO SPECIALE E RICORDARE COME ERA BELLO QUANDO SI SENTIVA SEMPRE NUOVA MUSICA..MI MANCANO I QUADRI,GUARDO E RIGUARDO QUELLI CHE GIA’ CI SONO MA HO NOSTALGIA DI QUEL PRIMO CLIC NELLA ZONA ATTIVA DELLA SEZIONE NOVITA’ CHE MI PORTAVA A QUEL NUOVO QUADRO,A QUELLA NUOVA EMOZIONE…..MI MANCANO ANCHE NUOVI CONTENUTI E INTERVENTI NONOSTANTE,RIPETO, RILEGGERE I “VECCHI” E’ COME LEGGERE ROBA NUOVA E RIGUARDO A QUESTO MI COMPLIMENTO CON COLORO CHE HANNO LAVORATO A RICOMPORRE IL VECCHIO FORUM…

..FORSE E’ UN PROBLEMA MIO NON SAPER TRATTENERE LE SENSAZIONI E LE IMMAGINI DI UN PUR SEMPRE RECENTE PASSATO MA FORSE NON E’ NEANCHE COSI’ PERCHE’ ANCHE I VECCHI QUADRI MAN MANO CHE IO MI TRASFORMO ASSUMONO AI MIEI OCCHI SEMBIANZE E SIGNIFICATI DIVERSI..CI SONO IN ME E SI TRASFORMANO CON ME…NON LO SO..AVEVO VOGLIA DI SCRIVERE QUESTE COSE SENZA INTENTI PRECISI ,SPERO DI NON ESSERE STATA SUPERFICIALE O BANALE…SOLO MI SONO ACCORTA,ORA CHE IL SITO E’ IN UN ATTIMO DI SILENZIO,CHE TUTTO QUESTO E CIO’ CHE RAPPRESENTA MI SERVE,MI SERVE MOLTO.

LIBELLULA

 

 

acca

Inviato il: 11 May 2004, 10:20 PM

hai scritto una cosa molto bella.

 

mi ero avvicinato a questo spazio con troppa ansia e come ebbi modo di dire poi mi pentii di cose che avevo scritto qua ……..

 

ora sono contento che alcune delle cose che avevo scritto si siano perdute durante …. il trasloco.

 

anche a me tornare sul forum faceva lo stesso effetto: mi sembrava aver capito tutto …… ma poi, la volta successiva, anche se le parole scritte erano senza alcun dubbio le stesse, mi sembravano sempre diverse. Mi sembrava di cogliere una sfumatura in più, qualcosa che prima sembrava non esserci poi emergeva.

 

Ora sono più tranquillo eppure mi piacerebbe che altri tornassero a scrivere …….

 

 

Trumpet            

Inviato il: 22 May 2004, 01:18 PM

ora sono contento che alcune delle cose che avevo scritto si siano perdute durante …. il trasloco.

 

… ma no, perché dici questo? se non ricordo male già ti fu risposto da altri su questa cosa ed anch’io ero e sono d’accordo con qanto ti è è stato detto, anzi spero sempre che qualcuno si ritrovi da qualche parte gli interventi mancanti del vecchio forum.

 

 

acca            

Inviato il: 27 May 2004, 02:47 PM

ma il mio discorso non riguarda tanto un giudizio degli altri lettori.

Sono io che non mi riconosco più in certe cose scritte da me stesso. E onestamente non mi pare che quelle cose possano avere una qualche utilità per qualcuno.

Se volete provo a fare una sintesi:

 

ero angosciato dal fatto che troppo poche persone fossero partecipi della ricerca psichiatrica e che anzi la combattessero consciamente o inconsciamente.

Anche con il vostro aiuto ho capito che invece tutto è molto consolidato e chi non capisce in realtà non vuole capire.

 

Semmai era interessante il discorso di Alogon sul fatto che su questo forum si interviene con un’ identità diversa.

Tuttavia io non ho gli strumenti per capire quanto questo possa essere utile e come.

Ecco, questa cosa vorrei capirla meglio:

Alogon= senza ragione ma forse anche senza parola; acca=lettera muta (non l’ avevo scelta per questo, mi è venuta così).

 

Come è questa storia e come si può comunicando solo per scritto far emergere qualcosa che non sia solo ragione ?

 

Il discorso diventa interessantissimo: SENZA RAGIONE si occupa eminentemente di arti figurative ma introducendo un forum di discussione subito denuncia l’ importanza della riflessione sul linguaggio cosciente.

 

Mi aiutate ?

 

 

Elleffe            

Inviato il: 28 May 2004, 11:30 AM

sono d’accordo con trumpet, anche se devo riconoscere che la concretezza della parola scritta, qui sul forum, un po’ spaventa anche me.

si sa, scripta manent…e forse è più difficile prendere rapporto corretamente con delle cose che abbiamo scritto e che non ci piacciono più, se continuamente possiamo vederle bene in evidenza, scritte appunto, e palesi per tutti.

tuttavia,

ultimamente una frase importante mi ronza spesso in mente, e questa frase dice che il nostro passato non è fisso, non è immutabile, se non negli accadimenti meramente materiali, bensì può essere sempre reinterpretato alla luce dei nostri cambiamenti, che gli conferiscono significati nuovi e permettono di porci in una nuova dimensione rispetto ad esso.

è bellissimo scoprire che non siamo più legati al nostro passato, alla nostra malattia anche, come ad una colpa incancellabile, ma che invece possiamo modificarlo e prenderci rapporto in maniera nuova e più pulita, più onesta.

quello che vogliono farci credere, ovvero che il passato è immutabile ed incancellabile, è una menzogna portata alla luce da questo percorso di ricerca e di cura che vuole andare oltre le apparenze, e che ci libera dalle catene, come è stato scritto e detto in altra sede.

quindi credo che sia normale, per chi affronta questa ricerca, scoprire nuovi significati non solo nel proprio passato, ma anche negli scritti di questo forum, e credo che il bello sia proprio qui.

 

 

Alogon            

Inviato il: 28 May 2004, 02:54 PM

la ricerca sul linguaggio è molto complessa. Soprattutto è difficile stabilire quanto nel linguaggio sia coscienza e quanto invece non lo sia.

Noi dobbiamo esprimere concetti nuovi con una terminologia spesso obsoleta e lo sforzo teorico è proprio quello di raffiungere la massima precisione nell’uso delle parole.

Quando parlo sono cosciente? Certo non esiste una equivalenza semplice fra coscienza e linguaggio.

C’è sicuramente d’altronde una coscienza anche senza linguaggio.Forse il versante cosciente del linguaggio però è solo una delle sue caratteristiche.

Non ci rendiamo conto bene delle difficoltà definitorie alle quali siamo soggetti. Mi ha moplto colpito quanto ho lesto recentemente in un libro a proprosito della coscienza: nel più famoso dizionario inglese di psicologia veniva detto che sulla coscienza non è mai stato scritto niente che valga la pena di essere letto.

Sembra che nessuno sappia veramente a che cosa essa corrisponda.

Quindi noi parliamo di non cosciente ma sappiamo veramente cos’è la coscienza?

Credo che chi fa una ricerca onesta non debba far finta di sapere cose che non sa.

Non dobbiamo peraltro cadere nello scetticismo e ritenere che il linguaggio sia solo retorica, un insieme di convenzioni che non riflettono necessariamente qualcosa di reale e di vero.

Nello stesso tempo credo bisogna avere il coraggio della critica e seguire le conseguenze di copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 28 May 2004, 06:57 PM

Quello che elleffe scrive sulla possibilità di interpretazione nuova del nostro passato è molto bello.

 

Mi è venuto in mente che quello che dice è molto diverso dall’ onnipotenza di cambiare il passato per cambiare il futuro in analogia, più o meno, al controllo onnipotente che il Grande Fratello di Orwell aveva sulla popolazione proprio in virtù del potere che aveva sulla continua ritrascrizione della storia: “Chi controlla il passato controlla il presente, chi controlla il presente controlla il futuro”.

Nello stesso tempo in cui il passato pubblico era continuamente scritto da capo, ogni cittadino era invece tenuto costantemente sotto il ricatto del suo passato personale, quello sì, immutabile.

Mi hai fatto venire in mente che i colloqui obbligatori con il Grande Fratello da parte di tutti i cittadini siano sì un’ immagine del potere dei media, come più o meno tutti hanno detto, ma ora io ci vedo anche la triste immagine della psicanalisi. Mi viene da trovarci molti punti in comune.

 

E forse potremmo anche spingerci a ritenere il perdono dei peccati, naturalmente possibile solo da parte della autorità religiosa, come un altro modo di controllare il passato. In modo falso si propone una nuova nascita dando l’ assoluzione. Ma non è la nascita in quanto tale: sono le condizioni dell’ “anima” ricevute solo all’ atto del battesimo che vengono in questo modo rinnovate. Probabilmente rinnovando al contempo una negazione colossale.

 

Un’ altra cosa a cui mi hai fatto pensare, come è stato fatto notare durante l’ ultima Aula Magna, è che un libro del 1974 ha oggi un titolo diverso. E’ cambiato solo il titolo ma è come se fosse un libro completamente nuovo.

 

Ciò che dice Alogon credo che me lo rileggerò spesso perchè per ora come ora mi ha lasciato ….. senza parole !

 

Sono contentissimo che ora il Forum abbia preso a funzionare a pieno regime.

 

Vorrei ringraziare Libellula per aver rotto il ghiaccio.

 

 

Alogon            

Inviato il: 29 May 2004, 12:32 PM

chiedo venia per gli errori di battitura. Lapsus calami…titivillus?

Aggiungo che appare chiaro che la coscienza non può definire se stessa!

Può darsi però che un passo in avanti fondamentale lo si faccia quando si comincia a comprendere ciò che non è coscienza….

immagini,affetti movimenti senza parole del primo anno di vita…

…sogni

…il perdurare, il permanere del sogno che non è ricordo …ma ciò che ha una durata ha un inizio ed una fine.

Oppure no, la permanenza è continua?

Si tratta di due ipotesi diverse che prefigurano scenari quanto mai complicati.

Nel frattempo preso nella morsa della ricerca e dei dilemmi ad essa relativi faccio quadri senza saperne neppure il senso.

Così però le mie immagini permangono anche senza l’aiuto del ricordo cosciente!!!

copyright domenico fargnoli

 

Trumpet            

Inviato il: 29 May 2004, 05:28 PM

Nello stesso tempo credo bisogna avere il coraggio della critica e seguire le conseguenze di un’idea anche se non sono talora facili da accettare.

 

Almeno a me accade che nel tentativo di seguire questa ricerca per il meglio che posso e non dimenticando mai quelle che sono le mie capacità personali e soprattutto i miei limiti, mi ritrovi talvolta a mettere in discussione l’acquisito e più la ricerca si spinge in profondità e più è come richiesto di mettere in gioco se stessi senza risparmiar nulla. Sembra quasi che non ci sia altra strada.

E qui la difficoltà maggiore: mi sto riferendo in particolare al tuo pezzo di intervento riportato: “… coraggio della critica…”. Mi sembra di capire che tu ti riferisca ad un coraggio di chiunque, ma per chi, come me, ha il solo stimolo interno, personale, direi forse quasi privato ed intimo e non quello professionale e dell’identità ad esso associato a proseguire in questa ricerca, come si fa a mantenere quella solidità e coesione per avere il coraggio della critica e la capacità di confrontarsi con conseguenze dirette ed indirette che sì, talvolta, sono davvero molto complicate da gestire?

Tutto questo, e parlo per me, non è facilissimo, in quanto la linea che separa una critica agita verso l’esterno da una dimensione di non sufficiente recettività tesa ad accettare dall’esterno talvolta diviene davvero sottile, traslucida non propriamente identificabile con certezza assoluta.

Ci ho pensato, e già tempo fa raggiunsi la certezza che forse senza determinati rapporti, almeno per quello che mi riguarda, mi sarei potuto “perdere” in un ambito di una ricerca molto ampio e per nulla facile. Solo grazie a questi rapporti riesco forse a fare in microscopica parte quanto tu dici essere un modo corretto di muoversi.

Sì, immancabilmente e non così raramente, si presenta il pensiero di non essere adatto a tutto questo, in quanto fondere comprensione a ciò che viene proposto e saper ricevere con capacità di distinguere è un qualcosa che talvolta mi sembra impossibile, per lo meno in determinati ambiti, eppure, ci si ritrova sempre a tentare di continuo e forse, quando ci si riesce, non ci se ne accorge nemmeno.

 

Scusatemi tutti, non intendevo parlare di questioni personali e forse non lo sono nel termine stretto della parola e questo forse potrebbe essere uno spunto per una dialettica su questioni che esistono e confrontarsi con esse potrebbe poi non essere così male.

 

 

Trumpet            

Inviato il: 29 May 2004, 05:33 PM

ma il mio discorso non riguarda tanto un giudizio degli altri lettori.

 

… non mi riferivo a quello…

 

Alogon            

Inviato il: 30 May 2004, 12:41 PM

..scegliere l’acino d’uva buono è un gesto che compiamo quotidianamente…

ma forse la nota analogia dell’acino è fuorviante perchè implica il buono ed il cattivo , il bene ed il male…

…quando noi non accettiamo qualcosa, qualche situazione non ci piace sono convinto che l’atteggiamento migliore è sospendere il giudizio… aspettare e nello stesso tempo non paralizzarsi.

Sospendere il giudizio, mettere fra parentesi è ad ogni buon conto un prendere distanza, un’attività di rapporto nella quale non si subisce.

La rabbia spesso ci impedisce di comprendere che la perfezione non esiste e ciò che è umano può essere anche incerto, non voglio dire sbagliato senza per questo perdere di valore in toto ai nostri occhi..

Sia chiaro che descrivo stati d’animo personali: non so come altri, fuori dai contesti in cui il non cosciente viene affrontato sistematicamente, possano giungere a questa mentalità che sicuramente presuppone lo sviluppo di un’identità forte che riesce ad andare oltre l’acquiescenza passiva o la ribellione violenta e come tale inutile…

Per ciò che mi riguarda preferisco pormi come interlocutore attivo: non ho angosce di essere passivizzato mentalmente da chicchessia anche quando tutto ti suggerisce che stai subendo un qualcosa che potrebbe essere ingiusto…il delirio del plagio, dell’ influenzamento spesso ha però diramazioni sottili ed invisibili che ho imparato a riconoscere ed evitare perchè spingono a reazioni esagerate ed inconsulte.

Spingono alla rottura del rapporto come insegna la storia delle scissioni del movimento psicoanalitico.

Non a caso non sono mai stato freudiano ed oggi mi rendo conto che non si può comunque eludere l’aspirazione di essere solo e sempre se stessi.

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 31 May 2004, 01:20 PM

…quando noi non accettiamo qualcosa, qualche situazione non ci piace sono convinto  che l’atteggiamento migliore è sospendere il giudizio… aspettare e nello stesso tempo non paralizzarsi.

 

Sì, credo che in questi casi saper attendere senza pietrificarsi sia l’unica strada che si possa intraprendere, anche se talvolta non è così facile…

 

Saper distinguere… già, l’analogia dell’acino d’uva può non essere adatto come dici tu e, anche se forse in alcune situazioni tale modo di dire può essere usato più tranquillamente, senz’altro in altri sicuramente no, in quanto non solo sono inaccettabili i concetti di cattivo, di male, ecc, ma anche, almeno a mio avviso, quello di acino non buono.

 

Saper prendere una distanza e rifiutare una rapporto dove si subisce è senz’altro indice di sanità e credo che questo possa e debba essere applicato sempre nei rapporti interumani ove necessario. Ciò implica però che questa identità e situazione interna non disordinata devono esistere a monte per poter agire quanto detto in realtà non solo quotidiane ma, e soprattutto particolari. Può accadere però che ciò divenga un paradosso, in quanto già si deve avere ciò che ancora non è formato.

Dunque, il rischio che si corre se non ce la facciamo è, come hai descritto in maniera esatta, quello di incappare nel delirio del plagio o dell’influenzamento non riuscendo più a comprendere neanche minimamente appunto che ciò che è umano può anche essere incerto e questo, è vero, porta all’immediata perdita di rapporto.

La cosa buffa, se si può dire buffa, è che talvolta proprio le persone che hanno tale tipo di problematica additano con giudizio freddo e completamente scisso da ogni forma di affettività chi invece sa pensare di giorno come di notte e viene ferocemente definito incapace o pazzo e che farebbe meglio a darsi all’ippica.

Se non si cade nella Scilla dell’acquiescenza è necessario comunque non perdersi nella Cariddi della delusione (delusione che talvolta sarebbe meglio che non fosse ingenerata) che ineluttabilmente porta, usando le tue parole, alla rabbia con tutte le sue conseguenze distruttive.

 

Tutto questo non è propriamente sempre semplicissimo… purtroppo.

 

 

Alogon            

Inviato il: 1 Jun 2004, 01:25 PM

beh in fondo tutta la psicoterapia è un paradosso perchè anche nelle malattie più gravi dobbiamo suppore un minimo di attività, un minimo di capacità di scelta da parte del paziente. Senza un residuo anche infinitesimale di sanità non c’è possibilità di cura. Ma è probabile che questa “assenza” totale di sanità e di scelta non appartenga mai all’umano.

Il che potrebbe significare che il disordine mentale assoluto non esiste e che l’uomo rimane sempre tale anche nelle nelle situazioni di alienazione più estrema.

E’ un aspetto che non va dimenticato: anche quando si subisce un influenzamento negativo ciò dipende in misura più o meno grande da una nostra complicità.

A noi interessa che questa complicità esista e possa essere, perlomeno in linea teorica modificata senza pretendere di quantificarla.

L’incurabilità nel campo della malattia mentale è sempre un delirio del quale si può venire più o meno a capo a seconda che le circostanze siano più o meno favorevoli, a seconda dell’abilità dello psichiatra che spesso deve inventarsi di sana pianta la cura.

Il difficile è non contrapporre al delirio di incurabilità un delirio di onnipotenza terapeutica. In certe fasi bisogna essere consapevoli che si può fare poco. Però al solito ciò che sembra “poco” da un certo punto di vista , proprio per il fatto che intervediamo su processi qualitativi e non quantitativi, potrebbe sig nificare tantissimo da un altro….di colpo il “poco” potrebbe diventare “tanto” in barba ad ogni principio razionale…

ciò che conta è l’atteggiamento mentale di chi affronta queste problematiche.

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 1 Jun 2004, 05:03 PM

Dal delirio di incurabilità al delirio di onnipotenza terapeutica ?

 

Mi inserisco consapevolmente in una discussione di cui non so molto e me ne scuso in partenza.

 

A me pare che comunque sia l’ analizzando che fa un movimento verso la cura e poi un movimento verso la guarigione.

 

L’ onnipotenza terapeutica, se è già un delirio in medicina, lo è ancora di più in psichiatria.

Il malato mentale deve fare un movimento autonomo verso la terapia e mi verrebbe da dire verso la psicoterapia.

Cosa è che lo spingerebbe se non già una sua personale capacità di orientarsi nell’ ambito delle proposte terapeutiche ? E non è già questo fatto un segno che è in grado di guarire ?

E una volta trovato lo psichiatra in grado di fare una psicoterapia chi è se non lui che a un certo punto “decide” di muoversi verso una possibilità di guarigione ?

 

Vista dall’ altra parte, dalla parte cioè del paziente, semmai si può ingenerare un delirio di guarigione, pensarsi guariti quando non lo si è ancora del tutto. Naturalmente questo solo dopo periodi, anche molto lunghi in cui tutto sembrava assolutamente fermo. In cui l’ unico a crederci, forse, era il terapeuta.

 

 

Alogon            

Inviato il: 2 Jun 2004, 09:36 AM

Uno psicotico grave “decide” di guarire?

A me pare difficile.

Ritengo comunque siano più importanti le osservazioni cliniche delle credenze. E’ risaputo che la remissione dei sintomi, che pure soggettivamente viene vissuta in modo positivo , non vuol dire sempre guarigione: in queste circostanze è necessario la prudenza, la conoscenza della psicopatologia. Fondamentale poi è l’orientamento diagnostico precedente.

Ciò a cui tengo in prima persona è evitare di salire in cattedra e fare affermazioni apodittiche o troppo generali che non vogliono dire nulla.

Nelle mie risposte precedenti mi riferivo a domande ben precise a richieste di chiarimento alle quali ho cercato di attenermi.

Eviterò, d’altra parte, in questa circostanza che è quella della discussione di un forum sul rapporto fra psichiatria ed arte, di entrare nel merito del tono del tuo intervento, caro Acca…può darsi che tu possa decidere meglio di me da cosa deriva…

copyright domenico fargnoli

 

 

(Omonimia di utente registrato)_            

Inviato il: 2 Jun 2004, 03:19 PM

Vi seguo da profano, non sono psichiatra. Che dire invece di un ex-analizzando che non crede tuttora alla propria guarigione, perché si ritrova a ripetere vecchie dinamiche? delirio di malattia? … a presto…

 

 

Alogon            

Inviato il: 3 Jun 2004, 09:15 AM

dico che è un problema degli “analizzandi” , o ex ,cioè di coloro che fanno “psicoanalisi”.Interessante che un analizzando quando non fa più analisi è un ex analizzando non una persona come tutte le altre.

Come gli alcolisti che vengono sempre considerati ex alcolisti mi pare nei gruppi anonimi.

Noi qui ci occupiamo di Psichiatria, ripeto psichiatria ed arte: solo tangenzialmente entriamo nel tema della cura.

L’uso delle parole è comunque rivelatore di una totale assenza delll’idea di una trasformazione possibile oltre questi giochetti linguistici per cui si rimbalza da un delirio all’altro. Dietro ci sono delle persone coi loro affetti: una termine sbagliato può costare molto caro.

La psicoanalisi freudiana è un delirio in toto, un coacervo dissociato di falsi giudizi che spesso sfocia nella tragedia del fallimento.

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 3 Jun 2004, 10:38 AM

beh in fondo tutta la psicoterapia è un paradosso perchè anche nelle malattie più gravi dobbiamo suppore un minimo di attività, un minimo di capacità di scelta da parte del paziente.

… … …

ciò che conta è l’atteggiamento mentale di chi affronta queste problematiche.

 

Deve essere proprio così: un minimo di capacità di scelta e un residuo di attività è quasi impossibile che non vi sia anche in casi in cui la patologia sia molto grave…

 

Quella della complicità nelle dimensioni non sane di rapporto che determina (mi trova d’accordo), quando più quando meno, il conferire all’altro il potere di agire la capacità di “influenzamento negativo” è un aspetto su cui forse talvolta si sorvola e invece, come hai sottolineato, è basilare.

Posso parlare solo per esperienza diretta e personale e dire che fin quando non si realizza la capacità interna di “vedere”, saper distinguere e di realizzare il “no” interiore che garantisce il rifiuto del disumano, forse non si raggiunge la svolta; se non si realizza fino in fondo quale è stato il nostro ruolo nel rapporto non si comprende e la ripetizione del passato è sempre un rischio reale.

Tutto questo ha una relazione diretta o indiretta con l’arte?

 

 

Alogon            

Inviato il: 3 Jun 2004, 11:26 AM

recentemente ho realizzato da solo una serie di quadri alcuni di grandi dimensioni.

Libera espressione?

In questa circostanza io metto fra parentesi le situazioni relazionali . Non posso neppure dire che ci sia rifiuto.

In queste ore, per es mi sono attivato per creare il nuovo catalogo, forse il testo per una documentazione video. Inevitabilmente si prospetta la collaborazione che segue una fase di libera espressione.

La collaborazione presuppone una base di sanità come si è detto, però il rapporto per raggiungere livelli di significatività artistica deve possedere caretteristiche peculiari di definizione, forza, spessore dell’immagine. E’ determinante la reazione la risonanza non consapevole, il modo con il quale l’esperienza viene condivisa da altri, da un gruppo talora.

E’ importante che si riesca a fare un bel rapporto riuscendo a neutralizzare, per quel tanto che è necessario la negatività latente di alcuni.

Come amare una donna costringendola ad essere più bella di quello che lei stessa pensava.

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 3 Jun 2004, 01:59 PM

però il rapporto per  raggiungere livelli di significatività artistica deve possedere caretteristiche peculiari di definizione, forza, spessore dell’immagine.

E’ importante che si riesca a fare un bel rapporto riuscendo a neutralizzare, per quel tanto che è necessario la negatività latente di alcuni.

Come amare una donna costringendola ad essere  più bella di quello che lei stessa pensava.

 

Quindi, correggimi se sbaglio, si potrebbe dedurre da ciò che dici che non può esistere l’artista là dove ci sia disordine mentale e rapporto uomo donna identificatorio se non addirittura sadomasochistico?

 

 

acca            

Inviato il: 3 Jun 2004, 03:23 PM

è accaduto di nuovo.

 

quando sto peggio mi viene da scrivere qui con il tono di cui diceva Alogon.

 

mi dispiace.

grazie di avermelo fatto notare.

 

 

Alogon            

Inviato il: 3 Jun 2004, 09:18 PM

Ritengo che le generalizzazioni siano pericolose.

Io per essere franco non solo non so esattamente cosa sia la coscienza ma non so neppure chi sia l’artista.

Personalmente faccio fatica a considerarmi “artista”. Eppure gran parte della mia vita l’ho dedicata ad una ricerca sulla poesia , sulla pittura sulla musica.

Ci sono dei momenti in cui le formule mi vanno strette.

Rimetto in discussione tutto quaqnto ho acquisito, rinuncio alle certezze che poco prima avevo ritenvo tali e ricomincio dall’inizio.

Un artista riesce ad essere tale se si fa condizionare da una donna?

da un ambiente?

Si può essere artisti in un “manicomio”?

Oppure l’immagine della nascita prescinde per sua intrinseca natura dal contesto in cui insorge?

Dovrebbe essere universale da ciò che si sente dire.

Si può essere artisti a Siena ed a Firenze no? o viceversa?

oppure gli artisti si sono trasferiti tutti a Roma?

Sono domande che mi pongo .

Chissà se qualcuno ha il coraggio di abbozzare delle risposte.

Comunque se Siena è un manicomio io sono uno psichiatra e quindi mi trovo, in linea di principio nel posto giusto.

copyright domenico fargnoli

 

 

Acca            

Inviato il: 4 Jun 2004, 09:49 AM

“l’immagine della nascita prescinde per sua intrinseca natura dal contesto in cui insorge?”

 

“il rapporto per raggiungere livelli di significatività artistica deve possedere caretteristiche peculiari di definizione, forza, spessore dell’immagine.”

 

“E’ importante che si riesca a fare un bel rapporto riuscendo a neutralizzare, per quel tanto che è necessario la negatività latente di alcuni.”

 

Ho quotato queste tre frasi di Alogon (poi magari mi dite come fate a fare la finestrina <_< ) per provare a dire che forse il contesto “fisico”: Siena, Roma, Firenze ……. ; potrebbe non avere particolare importanza.

Ma una cosa diversa si potrebbe dire del contesto umano. Allora potrei pensare che quello potrebbe essere fondamentale.

Però a questo punto potremmo chiederci in che modo un contesto fisico possa modificare una contesto umano.

 

Mi è venuto in mente che le cosiddette “città d’ arte” hanno spesso riunito numerosissimi artisti.

Perchè è successo ?

Però gli artisti del Rinascimento fiorentino erano tutti nati a Firenze o giù di lì e anche quelli del Trecento senese erano tutti senesi.

Nel novecento, invece, Parigi è la città dell’ arte ma raccoglie artisti di tutto il mondo.

Mi viene in mente che un pò la dimensione del viaggio, del lasciare la città dove si è nati e vissuti per andare a produrre arte lontano da casa, potrebbe essere stata vista come determinante. Nuovi incontri, nuovi paesaggi, la presenza dei “maestri” ?

Non me lo spiego tanto bene, ne esce un pò una mappa di movimenti migratori di artisti. I luoghi dell’ arte rimangono quelli però: alla fine le città (o le regioni) sono sempre le stesse. Non si esce quasi mai da un circuito ben preciso: Parigi, Roma, Milano, Berlino, Toscana, Provenza. E’ dovuto alla presenza di “istituzioni” che promuovono l’ arte proprio in questi luoghi (come promuovono la cioccolata in Svizzera o il vino in Toscana) oppure da qualcos’ altro che non riesco a definire ?

Continuando nelle riflessioni potremmo anche pensare che poi il sorgere di “scuole”, di -ismi che tendono a ripetere, a imitare le proposte dei vari maestri, potrebbe essere considerato anti artistico.

Ma non è che anche l’ artista geniale, che ha avuto un’ intuizione geniale, se la ripropone all’ infinito potrebbe diventare una specie di “manierista di se stesso”, uno che continuamente si plagia ?

Non potrebbe essere che l’ identità di artista è assolutamente diversa da una identità professionale che si raggiunge e si mantiene, mentre l’ artista è tale solo quando realizza ………

Non riesco a finire la frase perchè non so più esattamente usare le parole appropriate.

 

 

Alogon            

Inviato il: 4 Jun 2004, 10:07 AM

le ricerche storiche sono sicuramente importanti come non ricordare che già Lombroso studiava il genio con l’aiuto della cartina d’Italia?

Però vorrei aggiungere che la geoografia e la storia ci aiutano solo fino ad un certo punto in quanto abbiamo a che fare con forme di pensiero e di creatività artistiche del tutto nuove.

Sembra che l’analisi collettiva sia nata a Siena. Per quale motivo? E’ stato solo un caso, un evento fortuito?

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 4 Jun 2004, 10:31 AM

Io questa cosa non la sapevo ma mi verrebbe da dire che non è stato sicuramente un evento fortuito.

Può darsi che a Siena si fossero create le condizioni opportune, il contesto umano adatto. Forse qualcuno fece delle domande che suscitarono delle risposte di un certo tipo.

 

 

Alogon            

Inviato il: 4 Jun 2004, 10:58 AM

Perchè secondo taluni oggi Siena è diventata un “manicomio”?

Quel contesto umano si è modificato in peggio?

Sarebbe interessante una ricostruzione storica.

Un tale diceva che un secolo di psicoanlisi freudiana ha contribuito a rendere gli uomini peggiori di prima.

Certo noi non possiamo dire lo stesso della nostra teoria…anzi io sono convinto che sta avvennendo oggi esattamente il contrario.

Quella del “manicomio” è una cortina fumogena dietro la quale si muove ben altro anche se molti non lo sanno e molti altri fanno finta di non saperlo.

copyright domenico fargnoli

 

 

Trumpet            

Inviato il: 4 Jun 2004, 11:20 AM

Ritengo che le generalizzazioni siano pericolose.

… … …

Chissà se qualcuno ha il coraggio di abbozzare delle risposte.

Comunque se Siena è un manicomio io sono uno psichiatra e quindi mi trovo, in linea di principio  nel posto giusto.

 

Non intendevo generalizzare, se così è sembrato allora mi sono espresso male.

 

Se un artista può essere tale se condizionato da una donna o dall’ambiente circostante? Mah, forse no. Il “condizionamento” già implica qualcosa che non dà modo di esprimere il sé, che non rende possibile la realizzazione della propria identità, al più il condizionamento così inteso può portare ad una realtà di rapporto identificatorio.

Forse però l’ambiente esterno e i rapporti interumani, sopratuttto quelli prossimi e in questo ambito il più pariticolare di tutti, cioè quello uomo-donna, possono (devono?) essere lo stimolo all’arrichimento e dinamizzazione della propria ed altrui immagine interna.

 

Si può essere artisti in un “manicomio”? io rispondo: perché no! e quando questo succede, per ragionamento deduttivo, ciò implica senza timore di smentita che l’artista non è uno dei matti, è necessario quindi saperlo distinguere, anzi quell’artista è particolarmente “bravo” perché sa essere tale proprio in un manicomio.

Il manicomio necessita di uno psichiatra psicoterapeuta oppure il manicomio rimmarrà tale, non ci vedo nulla di strano, ci si stupisce di vedere l’urologo nel reparto di urologia?

Ma forse la tua, Alogon, sul “manicomio” voleva essere una provocazione………

 

 

acca            

Inviato il: 4 Jun 2004, 11:23 AM

Un enorme “manicomio” chiude e una città intera diventa, tutta intera, un manicomio ?

Cosa è successo ?

E poi, com’ è che l’ analisi collettiva nasce a Siena ma poi se ne va ?

Chi la manda via ?

Potere attrattivo generalizzato della metropoli che tende a togliere alla periferia le risorse (fenomeno tipico di quegli anni un pò in tutti i campi) ?

O chiusura di una città piccola verso idee nuove e rivoluzionarie ?

Troppo banale ?

E’ stata la città o sono le istituzioni della città oppure questo collegamento fra istituzioni e città non è più vero e quindi la città (ogni città) e le istituzioni che la rappresentano sono due entità separate?

 

Non so perchè ma tu parli di Siena e a me viene in mente la Dublino di James Joyce. La pazzia, la paralisi, le psicosi erano davvero nei dublinesi o erano negli occhi dello scrittore ?

 

 

Admin            

Inviato il: 4 Jun 2004, 11:36 AM

(poi magari mi dite come fate a fare la finestrina  <_< )

 

Per fare questo devi cliccare sul tasto “Citaz.” dell’intervento a cui intendi rispondere riportando così tutto o in parte il testo. Fatto questo ti ritroverai nella solita schermata di editing, ma sotto lo spazio dove tu scrivi ci sarà anche un’altra area testuale contenente l’intero testo del messagigo a cui rispondi: se lo lasci così sarà “quotato per inteto” altirmenti potrai modificarlo magari per riproporre solo una parte di quando è stato scritto dall’altro utente o visitatore, ok?

 

Per la prossima volta però ti chiederei di postare le richieste di informazioni di tipo tecnico nel forum apposito di SUPPORT, questo solo perché il mio intervento, come vedi, qui ci sta come il cavolo a merenda, ok?

 

Ciao.

The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

 

 

Alogon            

Inviato il: 4 Jun 2004, 11:50 AM

Ti risponderò in modo tangenziale. Uno psicoanalista francese pubblicò mi pare nell 83 un libro Gli schizofrenici”

Nella parte iniziale un capitoletto “Firenze e Siena”

Scriveva: << Avete capito dove voglio arrivare: mentre Firenze è ad immagine dell’Io funzionale Siena è ad immagine di un altro aspetto dell’Io, cioè del suo aspetto territoriale ed a immagine di altre funzioni quelle dell’appartenenza della delimitazione e dell’appropriazione, tutte in stretto rapporto con l’immagine materna.

Orbene se l’immagine fiorentina dell’Io è più a misura delle nevrosi l’immagine senese è più a misura della psicosi>>

Mi viene fatto subito di pensare: e Roma che è stata per secoli la sede del papato che immagine è?

Chiaramente non bisogna fidarsi degli psicoanalisti perchè come è risaputo questa suddivisione fra psicosi e nevrosi è una balla completa.

Però c’è un fatto: A Firenze la presenza del freudismo è stata forte e continua.

A Siena no. Addirittura una famosa didatta freudiana di origine senese, a vederla una vera massaia, sosteneva che a Siena non si poteva esercitare la psicoanalisi in quanto si sarebbe creata una situazione incestuosa.

Quindi a Siena negli anni 70 c’era il comunismo ma non il freudismo che anche in seguito ha avuto un ruolo culturalmente molto marginale.

Forse con il comunismo uno scontro un dialogo era possibile anche se parziale….

personalmente esercito sia a Siena che a Firenze:ho fatto e farò mostre importantiin in entrambe le città….dentro di me il momento senese e quello fiorentino ed aggiungo quello romano danno vita ad una sinergia…

non vivo nella logica delle fratture e degli antagonismi..

copyright domenico fargnoli

 

 

acca            

Inviato il: 4 Jun 2004, 04:25 PM

mi chiedo quanto e se il freudismo fiorentismo e il comunismo senese potessero avere dei tratti comuni ……..

e poi mi chiedo in campo artistico quali fossero i riferimenti.

cosa piaceva a questa “intellighenzia” senese e fiorentina degli anni ‘70 ?

cosa leggevano ? cosa ascoltavano ?

non so perchè ma mi viene in mente una elite …… una elite di un partito di massa.

E’ già questa una contraddizione ?

 

ma la gente ? la città intera ? come c’ entrano ?

 

cosa fonda una identità collettiva e quanto bisogna risalire lontano nel tempo ?

 

Una città è fatta di oggetti, anche molto antichi, che continuano ad influenzare psichicamente gli abitanti nel corso dei secoli conferendo tratti psichici analoghi a chi ci vive ?

 

E quanto c’ entra l’ interpretazione dei visitatori “stranieri” che riescono a vedere un’ immagine particolare e poi la propagano ?

Non sono questi occhi che costringono le città ad essere, come le donne,

“più belle di quanto loro stesse pensavano” ?

 

 

Alogon            

Inviato il: 4 Jun 2004, 07:43 PM

Non pretendo certo di rispondere esaurientemente a tutte le tue domande peraltro molto stimolanti.

Sono convinto che comunismo e freudismo insieme hanno fatto un danno doppio.

Anche se ….anche se non è una scoperta che il freudismo è peggiore del comunismo. Su questo ha scritto Massimo Fagioli e quindi rimando a lui.

Il discorso sulle elites è molto interessante: un piccolo gruppo che domina la massa. Le famose “mosche cocchiere”.

Elites: avanguardie culturali ed artistiche .

Anche su questo argomento la letteratura si spreca.

Gruppuscoli di superuomini in periodi di trasformazioni profonde talora vissute come catastrofiche….

Piccolo gruppo: discepoli intorno ad una personalità carismatica.

Forse le elites sono sempre un ostacolo al processo di trasformazione.

 

Cosa fonda un’identità collettiva?

Credo il riferimento ad una storia comune, consciamente e non cosciamente condivisa, ad un insieme di valori riconosciuti come tali da una comunità.

Storia non cosciamente condivisa: concetto estremamente complesso che io mi limito a proporre.

Esiste una storia che non è quella della ragione e della coscienza.

Storia che non è riducibile ad una cronologia, ad un elenco di fatti.

 

Negli anni 70 io, consciamente ero molto poco interessato a quello che accadeva a Siena e Firenze…ma questo è un discorso molto personale…ero in altre faccende affaccendato…

copyright domenico fargnoli

 

 

Admin            

Inviato il: 6 Jun 2004, 07:17 PM

Con Alogon abbiamo pensato che la discussione “riflessioni” a cui ha dato inizio Libellula fosse estremamente eterogenea e anche per questo molto interessante, ma forse gli ultimi due interventi, quello di Acca e quello di Alogon in sua risposta, hanno dato inizio a tematiche importanti e forse da trattare per conto proprio. Da qui la generazione di un’altra discussione e lo spostamento all’interno di essa degli ultimi due interventi di cui sopra. In automatico il sistema ha designato come iniziatore della discussione l’autore del primo intervento (in ordine cronologico di scrittura) che è stato spostato.

The Admin – http://www.admin@senzaragione.it

 

 

frank            

Inviato il: 5 Jan 2005, 03:45 PM

dico che è un problema degli “analizzandi” , o ex ,cioè di coloro che fanno “psicoanalisi”.Interessante che un analizzando quando non fa più analisi è un ex analizzando non una persona come tutte le altre.

Come gli alcolisti che vengono sempre considerati ex alcolisti mi pare nei gruppi anonimi.

Noi qui ci occupiamo di Psichiatria, ripeto psichiatria ed arte: solo tangenzialmente entriamo nel tema della cura.

L’uso delle parole è comunque rivelatore di una totale assenza delll’idea di una trasformazione possibile oltre questi giochetti linguistici per cui si rimbalza da un delirio all’altro. Dietro ci sono delle persone coi loro affetti: una termine sbagliato può costare molto caro.

La psicoanalisi freudiana è un delirio in toto, un coacervo dissociato di falsi giudizi che spesso sfocia nella tragedia del fallimento.

 

Non intendevo usare un’ etichetta, tanto meno su me stesso… con “ex” mi riferivo, alcuni mesi fa, alla fine di un rapporto di psicoterapia individuale, giammai freudiano per fortuna, cui ha fatto seguito un percorso diverso, che dura tuttora, e collettivo. Cercavo di esprimere una frustrazione, che, pur se diversamente, vivo tuttora, e che si lega alla mia incapacità attuale di essere coerente con il processo di ricerca, formazione e cura. Un momento di sconforto cui ho cercato stupidamente un’opinione in un luogo dove, giustamente mi viene ricordato, non ci si occupa che tangenzialmente di cura. Sorry.

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Forum di Senza Ragione

L’equilibrista

“Qualcuno” mi ha gettato una corda

che ha disegnato prima un’onda

poi il dorso arcuato d’un cavallo con cinque gambe.

Sono saltato sopra ed ho corso quanto non avevo fatto mai prima.

Non so come non sia caduto

in un quel galoppo senza sella

a tratti volteggiando come un equilibrista

quando mi sporgevo verso il sorriso verde di una donna.

Il mio pensiero era un acrobata che camminando sul filo lanciava in alto una bambina

che rideva contenta quando si sentiva , al culmine di un arco, senza peso.

Così per pochi attimi

non c’era la memoria certa del passato ed il mondo intero appariva diverso

..diverso come visto da occhi di bambina

come se quella corda

da cui l’avevo lanciata le avesse dato per un istante l’immobilità

di una scultura sospesa.

Idea senza coscienza,

bellezza indefinita

nascosta nei colori e nei contorni certi in movimento

nelle linee colorate di una figura.

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