Psichiatria

Il sogno della farfalla n.1.2014

Ultimo numero

copertina

anno XXIII, n. 1, gennaio 2014

Considerazioni sui sensi di colpa in seguito a un’interruzione volontaria di gravidanza
Annelore Homberg, Anna Pompili

Schizofrenia, imputabilità e infermità mentale
Domenico Fargnoli

Un caso di 118
Eva Gebhardt, Paolo Fiori Nastro

Un’elaborazione storica difficile: la psichiatria tedesca nel nazionalsocialismo. Introduzione all’intervento di F. Schneider
Annelore Homberg

La psichiatria nel nazionalsocialismo: memoria e responsabilità
Frank Schneider

Memoria, fantasia e creazione artistica in Diderot
Clara Pistolesi

Recensioni, note e commenti

Morris N. Eagle, Da Freud alla psicoanalisi contemporanea. Critica e integrazione
(Francesco S. Calabresi)

Paul Sérieux, Joseph Capgras, Le follie lucide. Il delirio di interpretazione
(Alessio Giampà)

Due convegni
(Luca Giorgini, Annelore Homberg, Dori Montanaro, Francesca Padrevecchi, Roberta Pompei, Sandra Santomauro)

Uno sguardo alla letteratura internazionale
(Claudia Dario, Alice Masillo, Elena Monducci, Eva Gebhardt, Luca Giorgini, Valentino Righetti, Paolo Fiori Nastro)

Standard
Politica, Psichiatria

Punti di vista diversi sulla pericolosità del malato di mente

  • Schermata 04-2456406 alle 13.02.56Franco-Basaglia-storia-manicomiI basagliani sono negazionisti:sostengono che la pericolosità del malato di mente non esiste o perlomeno che non ci sia  una correlazione certa fra violenza e pazzia.  Vittorino Andreoli pensa  il contrario perlomeno limitatamente a determinate patologie: ma in base a quale concezione della malattia mentale ed a quali criteri diagnostici? E’ vero che ciascuno di noi, come mi sembra abbia sostenuto lo psichiatra veronese , può trasformarsi in un assassino in  circostanze favorevoli ? Andreoli afferma  che la libertà di scegliere non esiste seguendo Freud . Ma il padre della psicoanalisi scrisse  anche che siamo tutti  potenzialmente criminali e che si delinque per un senso di colpa inconscio (l’Edipo) presente in tutti gli esseri umani. Inoltre nell’inconscio di ciascuno per la psicoanalisi come per il cristianesimo, sarebbe attivo l’istinto di morte, inteso come sadismo ed aggressività originaria. Siamo tutti figli di Caino. Esiste pertanto una sostanziale convergenza fra l’antropologia freudiana, cui aderisce Andreoli, e l’antropologia criminale di Cesare  Lombroso che prevedeva il “delinquente nato” da confinare nei manicomi giudiziari. Per Lombroso la delinquenza e’un fenomeno regressivo che riattiva una aggressività atavica presente in tutti. Nella folla per es. il normale regredisce e diventa un potenziale assassino, come scrisse Scipio Sighele ne “La folla delinquente” (1891).  Il “delinquente nato” sarebbe tale , per gli esponenti della scuola positivistica italiana,  per un difetto di sviluppo o per anomalie anatomo funzionali   che impediscono alla morale ed alla ragione di porre un freno ad una violenza che affonda le sue radici nella filogenesi, come diceva anche Freud, cioè nel passato remoto dell’umanità. E’ chiaro che la pericolosità del malato di mente non può essere legata a fattori costituzionali  e ad alterazioni neuroanatomiche. Essa è un fenomeno reattivo a determinate situazioni di rapporto interumano.  Pertanto può essere prevenuta e risolta nella stragrande maggioranza dei casi con opportune strategie terapeutiche  e con interventi adeguati.  Storicamente i cosiddetti “sani” hanno esercitato forme di violenza efferata nei confronti dei malati mentali. La violenza fisica unita al contenimento ed alla segregazione  era ritenuta l’unica possibilità di  “terapia” della pazzia: il trattamento morale come risultato di una mentalità razionale  e  religiosa.  E’ altresì vero che i malati non sono stati e non sono tuttora  solo vittime: in certe patologie  come la schizofrenia paranoide (Anders Breivik era uno schizofrenico e non un terrorista come ha sostenuto Peppe Dell’Acqua ), l’impatto con l’ambiente può innescare condotte che sfociano molto frequentemente  nell’omicidio o nella strage. Indipendentemente dalla  rilevanza numerica di tali episodi ,  la valutazione della quale dipende dai criteri diagnostici adottati, le sopraddette  patologie non possono essere ignorate. In un mio prossimo articolo dal titolo “Schizofrenia,imputabilità ed infermità mentale  che uscirà nel prossimo numero di gennaio de “Il sogno della farfalla” (l’Asino d’oro) propongo una riflessione sul nesso fra malattia mentale ed acting out criminale oltre ad un approfondimento dei criteri diagnostici della schizofrenia. La teoria, l’indagine psicopatologica è importante.<<(…)la pericolosità sociale.scrive Peppe  Dell’Acqua ne “Forum di salute mentale “- non merita neanche di essere criticata. È una chimera, un qualcosa che si presume, ma che di fatto  manca. E la presenza della malattia mentale o di un suo disturbo surrogato non può affiancare quella persona alla pericolosità pubblica più di quanto non ne potrebbe essere affiancato ognuno di noi>>
  • .Esiste i la pericolosità sociale degli psichiatri che  negano la malattia mentale, negano che  di essa si possano  indagare i processi ed i  meccanismi. Non si potrebbe  andare oltre la fenomenologia. Oltre l’apparenza dei sintomi  rimane l’idea di una noxa sconosciuta come sostenevano i grandi psicopatologi del passato.”Non so cosa sia la follia. Tutto forse niente” diceva Basaglia”  Si ritiene pertanto che si possano liberare i malati dal manicomio (anche criminale) ma non dalla pazzia  che viene confusa con la follia. . Ciò che si crede di sapere  è che  la malattia mentale sia  parte ineliminabile dell’essere umano.

domenico fargnoli

  • Istantanea schermo-1
    La pericolosità delle psichiatrie di ritorno: risposta ad Andreoli

    29 dicembre 2013

    magrittedi Silvia D’Autilia e Peppe Dell’Acqua.

    “È la politica. È l’Italia”. Con queste affermazioni si chiude l’intervista rilasciata da Vittorino Andreoli a La Stampa del 21 Dicembre scorso, a proposito dei permessi d’uscita dal carcere a detenuti come Bartolomeo Gagliano.

    Dopo il bombordamento mediatico immediatamente seguito, questa intervista è arrivata come a suggello dell’allarmismo sociale generato verso “pazzi pericolosi” che vengono fatti uscire dal carcere.

    “Quella parola lì, ‘pericolosità’, è stata cancellata dal nostro vocabolario sociale”, dichiara Andreoli a premessa delle sue opinioni. Le cose, insomma, non vanno più come nel glorioso 1904, quando la legge del Regno d’Italia sui manicomi, “ispirata da Cesare Lombroso”, equiparava il malato di mente a colui che è pericoloso per sé e per gli altri e oggetto di pubblico scandalo.

    Come a dire, gli anni d’oro sono finiti se nella Legge 180, “la parola pericolosità non è mai nominata”. E ancora: “la legge Basaglia dimentica che in alcune patologie psichiatriche uno dei sintomi principali è proprio la pericolosità”.

    Cosa bisogna leggere in queste parole? L’auspicio di un ritorno alle origini, agli insegnamenti di Cesare Lombroso che sapeva guardare le persone, come oggi ancora molti psichiatri continuano a fare, per scovare cosa c’è dentro il cervello, per registrare e catalogare gli indizi del soggetto pericoloso?

    Ma non si erano superati quei pregiudiziali e infondati saperi che facevano della semplice osservazione del “matto”, ictu ocoli, lo strumento di condanna a immutabili destini? Forse dobbiamo concludere che no, non si erano superati. Non si sono superati. Ma continuano. Ritornano con apparizioni più o meno durature. Con un oblio più o meno importante della filosofia che la 180 ha promulgato e non perché Basaglia fosse il detrattore numero uno della ‘pericolosità sociale’, ma perché semplicemente la pericolosità sociale non merita neanche di essere criticata. È una chimera, un qualcosa che si presume, ma che di fatto  manca. E la presenza della malattia mentale o di un suo disturbo surrogato non può affiancare quella persona alla pericolosità pubblica più di quanto non ne potrebbe essere affiancato ognuno di noi.

    Dice Piero Cipriano nel suo libro “La fabbrica della cura mentale”, a sostegno di tempi e pratiche che invece non possono essere dimenticate: rispetto alla malattia mentale “l’unico dato certo è la sua fenomenologia”. Non c’è altro. Si sa che c’è. Punto. Non si conosce né la causa scatenante, né il decorso.

    E non basta dire che il problema, il nocciolo duro della questione è il fatto che le carceri italiane sono “ambienti osceni”, che “non rieducano nessuno”. La rieducazione, tanto desiderata e auspicata, come potrebbe mai trovare avvio in un sistema che innanzi tutto non metta tra parentesi la cartella clinica di questi soggetti e non sospenda il giudizio sulla presupposizione della loro pericolosità?

    La finalità dell’istituzione carceraria, da Beccaria a noi, è la reintegrazione che la rieducazione dovrebbe produrre in modo consequenziale. Eppure quale miraggio di reintegrazione possiamo figurarci per queste persone, in un Paese che s’indigna se gli addetti ai lavori non riconoscono per tempo la potenziale pericolosità sociale, ma non considerano minimamente che la prima mossa rieducativa è proprio quella di mettere da parte quest’inferenza vuota e illogica per cui malato di mente o autore di reato siano archetipi rigidamente connessi al concetto di pericolosità sociale?

    Il vero problema allora è sempre uno: la barriera. Sociale e culturale. Tra chi è sano e chi non lo è. Tra chi è buono e chi è pericoloso. Come se per questi fratelli scomodi la massima forma di presa-in-cura sia una perizia che decida del loro ruolo nel mondo. Del loro destino. Della loro condanna.

    Proprio come si sta scongiurando accada anche a proposito degli OPG: non serve cambiare nome a queste strutture o ridimensionarle, come lo stesso Andreoli riferisce di aver proposto al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, se non ci si prefigge come banale atto di giustizia la restituzione di responsabilità e la pienezza del diritto prima di ogni altra cosa.

    Ma è la politica. È l’Italia.

  • Forum di salute mentale 

Trilogia

29 dicembre 2013

di Giorgio Bignami.

Dopo Cancrini e Fagioli mancava all’appello soltanto Vittorino Andreoli. Nell’intervista su La Stampa del 21/12/2013 (vedi l’articolo), di Michele Brambilla, Andreoli lamenta il fatto che i direttori di carcere propongono permessi a go go per sfoltire le celle; i periti non approfondiscono anche perché pagati troppo poco; secondo lui sulla pericolosità il perito dopo approfondita indagine “deve dare il parere positivo solo quando è assolutamente certo” [il che, mi pare, tradotto in italiano significa mai, o quasi]; quindi i magistrati di sorveglianza procedono alla cieca; e per chiudere, la ciliegina sulla torta degli OPG: il Dap non ha voluto ascoltare la mia proposta di istituire OPG regionali da 50 posti.

Non mi meravigliano affatto queste esternazioni di Andreoli, ma è un bel danno che senza alcun commento negativo appaiano su La Stampa nella doppia pagina dedicata all’arresto degli evasi e alla punizione del direttore del carcere di Genova.

Di nuovo auguri malgré tout.


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  • La libertà è un’ illusione Ecco come Freud lo scoprì

  • Corriere della Sera
  • BIBLIOTECA DELLA MENTE

La libertà è un’ illusione Ecco come Freud lo scoprì

I meccanismi con cui l’ inconscio guasta i nostri progetti La responsabilità Il codice penale lega la responsabilità alla «capacità di intendere e/o di volere» Ha ancora senso?

Psicopatologia della vita quotidiana di Freud viene pubblicato nel 1901, un anno dopo L’ interpretazione dei sogni con cui si fa nascere la psicoanalisi. Pur avendo avuto aggiunte fino al 1924, è dunque una delle opere di base nella costruzione del pensiero e della tecnica psicoanalitica. Nonostante l’ «età» sono molti i punti utili alla modernità, e ciò che mi pare ancora rivoluzionario è quanto Freud ci dice sulla libertà. Come si pone il legame tra questa aspirazione e l’ inconscio? Rimane, nonostante le diverse modulazioni, la certezza di una parte inconscia dentro l’ Io, una componente della struttura di personalità di cui non abbiamo consapevolezza e che tuttavia agisce e condiziona il nostro comportamento. Se dunque è possibile scegliere un’ azione e fortemente volerla, ciò non impedisce all’ inconscio di entrare nei nostri progetti e desideri fino a renderne impossibile la realizzazione oppure a compierli in un modo diverso da come avremmo voluto: il divario tra essere e voler essere. Pertanto la libertà come possibilità di scelte qualsiasi è illusoria. E sul piano pratico si scontra sempre con limiti e blocchi che noi stessi inconsciamente poniamo alla realizzazione di quelle scelte. Verrebbe da dire che la libertà rimane un’ idealizzazione rispetto a condizioni esistenziali che invece ci tengono dentro un percorso che non è mai scelto, ma almeno in parte imposto. E la libertà rimane un’ illusione. Freud non elabora queste considerazioni sulla base di una teoria, di un sapere dunque astratto, ma le svela attraverso le piccole cose, quei fatti che riempiono la quotidianità: gli atti mancati, gli automatismi comportamentali, i lapsus, le amnesie. Sono certo di aver chiuso la porta, ma la controllo ancora tre volte. L’ inconscio insomma si intromette silenziosamente e misteriosamente per impedire di compiere gesti o azioni che potrebbero riportare ad esperienze traumatiche e dunque dolorose, oppure al contrario inserisce la propria forza e conduce ad azioni che sostituiscono quelle programmate. Forze che si legano ad una memoria inconsapevole che dunque agisce senza giungere alla coscienza. Il tema della libertà non ha ancora tenuto in debito conto questa dimensione del nostro Io e noi fingiamo di pensare ad un uomo libero che capisce e vuole e dunque sceglie razionalmente un comportamento (intelligere) e vi applica la volontà per realizzarlo. Un assunto assurdo alla luce della Psicopatologia della vita quotidiana che è però ancora stampato nel codice penale: si afferma che la responsabilità si lega alla «capacità di intendere e/o di volere». Ed è questo il quesito che il giudice chiede al perito psichiatra per poter decidere e stabilire la pena. Insomma dominano il capire e il volere. E l’ inconscio? Come si fa a parlare di libertà e di responsabilità, ignorandolo? Non è certo mia intenzione togliere la responsabilità nell’ agire, ma soltanto sostenere (come Freud 110 anni fa) che non si può capire e giudicare un’ azione e dunque un uomo senza considerare questa dimensione dell’ Io che alberga in ciascuno di noi. RIPRODUZIONE RISERVATA

Andreoli Vittorino

Pagina 35
(13 maggio 2011) – Corriere della Sera

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Psichiatria

“L’Unità” di Matteo Fago non piace ai basagliani, continuatori del “pensiero” di Foucault

UnknownL’articolo di Cipriano “Povero Gramsci”  non vale un commento essendo l’espressione di un “deficit di intelligenza o di comprensione” che dir si  voglia. Ovviamente ciascuno ha il diritto di difendere le proprie idee ma forse sarebbe necessario informarsi  e leggere. Chiaramente Cipriano non ha letto  nè Lombroso nè tantomeno Fagioli. Giorgio Bignami  gioca la carta della “chimera” e della battuta ad effetto: ovviamente la vera chimera è il” basaglismo” dei” basagliati” ( marxismo e filosofia di Heidegger tramite Sartre e Foucault ). Marco Cavallo ( simbolo della liberazione dal manicomio) era alla testa del Mad Pride a Torino, alla testa di coloro che sono orgogliosi di essere pazzi e non vogliono  essere curati. La pazzia sarebbe dentro ciascuno di noi e sarebbe una violenza volerla “curare”. I “matti” devono essere lasciati liberi di essere come sono.  Sono i “curati” a dover insegnare qualcosa ai “curanti”. Auguri ma soprattutto “Povero Basaglia”….e poveri malati.

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Il suicidio di un malato di mente potrebbe essere  un atto di libertà.  Anders Breivik non sarebbe uno schizofrenico paranoide per Peppe dell’Acqua  ma solo una persona che ha idee politiche destrorse.

L’Unità di Cancrini e Fagioli

29 dicembre 2013

di Giorgio Bignami.

Peppe, riferendomi alla tua condivisibilissima indignazione dell’altro giorno, a proposito dell’attacco fagiolino a Basaglia su L’Unità del 17 dicembre 2013 (leggi l’articolo), e la puntuale riflessione di Rovatti, di certo ti avrà “consolato” il successivo articolo di Cancrini del 19 (vedi a fianco) “Basaglia oltre lo stesso Basaglia”: incipit in toni da marcia trionfale a favore di Basaglia;  ma poi si scopre che è una marcia funebre, per il 110 e lode ai precetti per modifiche e aggiornamenti secondo i dogmi fagiolini, come da articolo di De Simone.

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Chimera :mostro con due teste

Devo confessarti che non sono riuscito a indignarmi, tanto la cosa mi è parsa incredibile. Dall’origine dell’uomo in poi sono stati inventati tanti tipi di chimere, sino a quelle non più fantastiche ma reali che oggi si producono con l’ingegneria genetica: ma una chimera con i piedi di  Basaglia e la testa di Fagioli non sarei mai stato capace di immaginarmela. Insomma, come al solito, la réalitédépasse la fiction.

Il problema di Bignami è lo stesso che ha  Cancrini: entrambi non hanno la “testa” di Fagioli.

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Arte, Psichiatria

Secondo “Repubblica” siamo tutti schizofrenici

Articolo da leggere attentamente per comprendere quanto dissociazione e malafede ci possa essere in persone cosiddette normali od in scienziati che inventano esperimenti schizofrenici.Schermata 2013-12-30 a 12.49.57

 

Repubblica 30.12.13
Siamo tutti dualisti
La scissione tra mente e corpo che ispira l’arte
Studi recenti hanno dimostrato alcune caratteristiche innate della percezione umana e come queste influenzano la sensibilità estetica
di Paolo Legrenzi

Come va? – chiedo a un amico che soffre di mal di schiena. Beh – mi dice – la schiena è a posto, ma il mio stato d’animo… La risposta presuppone una sorta di dualismo. Ci sono due cose: lo stato dell’animo e quello del corpo. Possono influenzarsi a vicenda: quando soffro di mal di denti, il mio umore non è alle stelle. Altre volte sembrano andare ciascuna per conto proprio, come nel caso dell’amico. I filosofi hanno dibattuto a lungo la questione. Ora sono scesi in campo anche gli scienziati utilizzando la loro metodologia preferita, e cioè l’esperimento.
Due psicologi di Bristol, Hood e Gjersoe, e uno di Yale, Bloom, hanno inventato un metodo ingegnoso per capire se i bambini – prima d’aver fatto propri, da adulti, un credo religioso o filosofico – siano o non siano dualisti. Si sono serviti di un’apparecchiatura composta di due scatole identiche, appaiate. Chiamiamole la scatola 1 e la scatola 2. All’inizio i bambini vedono che le due scatole sono vuote. In seguito si mette nella scatola 1 un blocco di legno verde, la si chiude, e si preme il pulsante di avvio di una presunta procedura di duplicazione. Segue un intervallo fatto di luci intermittenti e di suoni pseudo-tecnologici e, dopo una decina di secondi, nella scatola 2 appare un blocco di legno identico a quello messo nella scatola 1. La macchina non è ovviamente capace di duplicare gli oggetti. Si tratta di un trucco ben costruito, basato – come tutti gli inganni di questo tipo – sui modi in cui funziona l’attenzione delle persone. Gli adulti non cadono nell’inganno. I bambini, invece, sì. E se si chiede loro che cosa è successo, rispondono che la macchina ha costruito un secondo blocco di legno identico al primo (in futuro, quando saranno diffuse le nuove stampatrici in 3D, ciò sarà meno stupefacente).
La stessa procedura si ripete più volte, con giocattoli e animali di pezza, in modo da rendere credibile la capacità della macchina di duplicare gli oggetti. Infine, nella scatola 1 si mette un criceto vivo e si spiega ai bambini che l’animaletto ha un cuore blu, ha ingoiato una biglia e si è rotto un dentino. Poi i bambini giocano con il criceto, gli mostrano un disegno appena fatto, dicono il loro nome, e raccontano alcune storie. A questo punto si procede con le consuete operazioni di duplicazione.Ecco apparire, nella scatola 2, un criceto identico al primo! Si interrogano i bambini circa le proprietà del corpo del nuovo criceto: «Ha anche lui una biglia in pancia? il cuore blu? il dentino rotto? », e della sua mente: «Si ricorda anche lui i giochi e le storie? Sa il tuo nome? ». Quasi tutti i bambini ritengono che la macchina abbia duplicato le proprietà del corpo del criceto. Meno della metà ritiene che abbia duplicato anche i suoi ricordi e le sue conoscenze.
Questi risultati, pubblicati da pocosulla rivista Cognition, confermano per la prima volta in modo diretto, quel che si poteva supporre sulla base della tendenza dei bambini, anche molto piccoli, ad attribuire emozioni e capacità mentali non solo alle persone, ma anche a figure geometriche, per esempio quadrati e triangoli in movimento: “il quadrato insegue il triangolo che cerca di fuggire”. E non si tratta di qualcosa che è stato appreso guardando cartoni animati o fumetti: lo fanno anche i bambini allevati in culture in cui non ci sono queste forme di rappresentazione grafica, come nelle isole Figi.
Noi siamo dualisti nati. E continuiamo, anche da grandi, a essere dualisti. Non solo nel corso della vita quotidiana, quando parliamo con gli altri, ma anche nei film di fantascienza. Forse la più famosa storia basata su duplicazioni èBlade Runner(1982) di Ridley Scott, dove si narra di un mondo popolato da robot. Il protagonista è un poliziotto, Rick, che ha il compito d’eliminare quattro replicanti ribelli, perfetti duplicati di corpi umani. E tuttavia, con il test della memoria, proprio come nel caso dei criceti, i poliziotti riescono a identificare i ribelli. Rick scopre così che Rachael è una replicante, ma questo non gli impedisce di innamorarsi perdutamente di lei.
La trama di Blade Runner si basa sul presupposto che i contenuti mentali non siano perfettamente duplicabili quando costruiamo dei robot. D’altra parte, se i replicanti fossero veramente indistinguibili dagli umani, la storia perderebbe ogni senso. Dello stesso meccanismo si è servita l’arte contemporanea nel trasformare oggetti quotidiani in opere d’arte. Marcel Duchamp prende un orinatoio di porcellana e lo firma, trasformandolo così in un’opera d’arte oggi famosa. Dopo che Duchamp ha inventato la sua replica, non se ne possono fare altre. Se chiunque copiasse il suo orinatoio, quello sarebbe un fac-simile. Gli orinatoi sono tutti uguali come oggetti fisici, ma solo quello di Duchamp incorpora l’intenzione mentale di chi ha avuto per primo l’idea di farne un’opera unica. L’intenzione può anche produrre multipli, come fece Piero Manzoni il 21 maggio 1961, sigillando le proprie feci in 50 barattoli di conserva. Ma tutti i 50 barattoli erano il prodotto di un’idea originale (l’esemplare 18 è stato venduto a Milano sei anni fa per 124 mila euro).
L’arte si avvale del nostro vivere, fin da bambini, in un mondo caratterizzato da un dualismo tra mente e corpo che non è solo la pasta di cui siamo fatti, ma che proiettiamo anche negli altri, persino negli oggetti, dando loro un’anima.

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Psichiatria

psicopatologia del naufragio

medusa La zattera della Medusa (Le Radeau de la Méduse) è un dipinto a olio su tela ( 491×716 cm) di Théodore Géricault, realizzato nel 1818-19

Psicopatologia del naufragio

Domenico Fargnoli

“ E’ dolce, (..) guardare da terra la grande fatica di un altro (…) è dolce vedere da quali mali tu stesso sia immune” poetava  Lucrezio nel “De rerum natura”.lucrezio

Francesco  Schettino, la notte del naufragio della Costa Concordia, abbandonò il suo posto di comando e su uno scoglio osservò per mezz’ora la nave con migliaia di naufraghi. L’ufficiale non gioiva, non poteva  essere “dolce”, come per il saggio epicureo, guardare la catastrofe . Forse  pensava al suicidio. Quali furono le motivazioni profonde dell’inabissamento della “Concordia”? I media sono  dal gennaio 2012 inondati da recriminazioni moralistiche  per un  peccato di fatuità e stupida megalomania. Si ripercorre, nel tentativo di capire, la storia dei naufragi  rievocando l’Ulisse dantesco, Robinson Crusoe, i quadri di Turner,  la  “Zattera della medusa” di Gericault,  Moby Dick di Melvillemoby-dick, il Titanic, mischiando la cronaca con l’iconografia, la letteratura con l’attualità, l’eroismo con la boriosità guascone di personaggi insignificanticocncordia  Nel rituale dell”Inchino” si è voluto  vedere “il fascino di una dimensione estetica”. Lo scorso 27 luglio la “Carnival Sunshine “(oltre 102 mila tonnellate di stazza, lunga 272 metri, larga 35 e alta 62) era passata vicinissima, per un errore di manovra,  a “Riva dei Sette Martiri” a Venezia. Cosa c’è di bello nelle enormi navi che si  inoltrano pericolosamente nei canali  della “Serenissima”? La loro presenza deturpa il paesaggio e distrugge quel che rimane dell’habitat marino mentre migliaia di turisti con cappellini e magliette tutte uguali sciamano nelle calli come stormi di uccelli impazziti, i “piccioni”  di Cattelan appollaiati di fronte ai capolavori del Tintoretto.

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Forse i comandanti delle grandi navi, quando sfiorano pericolosamente i moli,  sono in preda alla “Sindrome di Stendhal”, cioè  si smarriscono, si confondono e la loro capacità di giudizio e di azione risulta alterata. stendhal  Se l’inchino è stato  a lungo   legittimo a Venezia perchè non dovrebbe essere stato   tale anche al Giglio? Forse di fronte  agli scogli delle Scole si è attivato, in Schettino,  lo slittamento inconsapevole dal sentimento del bello, a cui  si fa la riverenza, a quello del sublime di fronte allo spettacolo della natura. Il sublime ha   in sé  nascosta l’emozione catastrofica  e terrifica del pericolo, l’effrazione dell’Io cosciente, come diceva Kant,  di fronte alla magnificenza di una scena che improvvisamente  si rivelaDel Sublime .

kant L’ « inchino” non è solo   “fascinazione del bello” ma  è il frutto, più prosaicamente, di complicità al servizio degli interessi del  turismo di massa.  Siamo di fronte ad una psicopatologia collettiva, alla fatua sottovalutazione del rischio, a responsabilità estese ed incrociate che alimentano un  delirio di onnipotenza nascosto nella normalità: il comandante  della “Concordia” è  stato  l’esecutore involontario di un omicidio di massa i cui  veri mandanti sono le Compagnie di navigazione.gondole

Nel canale di Sicilia le carrette del mare, sprovviste di ogni attributo estetico e tecnologico,  continuano a scaricare , a ritmo ininterrotto, centinaia, migliaia di profughi, nelle acque antistanti gli scogli di Lampedusa. Gli annegamenti  si consumano a pochi metri dalla riva nella notte e nell’anonimato di fronte al pubblico televisivo che è il vero “spettatore del naufragio” di Lucrezio. I superstiti cadono sotto la scure della legge Bossi-Fini e del “decreto Maroni” del 2009 che istituiva il reato di immigrazione clandestina. Gli  innumerevoli approdi dei profughi sulle coste siciliane suscitano orrore e disgusto per la disumanità dei traghettatori, per la spaventosa atrocità della guerre e delle rivoluzioni fallite alle spalle dei vinti,  per il recupero  macabro e l’esposizione dei cadaveri senza nome  che evocano il ricordo delle fosse comuni e dei  campi di concentramento NUOVO DRAMMA DEI MIGRANTI, ANNEGANO DUE DONNE A PANTELLERIA.

Oggi per noi il naufragio, la catastrofe e’ molto di più che  un episodio isolato di cronaca ma diventa l’emblema di un modo di essere, di interpretare la storia e  di pensare la vita umana.

Karl Jaspers che aveva attraversato la tragedia della grande guerra,  anticipata da quell’apocalisse   della modernità che fu l’affondamento  del Titanic, considerava  il naufragio la  vera cifra dell’essere al mondo , la metafora  che rivela il  senso dell’esistenza e della conoscenza. La  profondità dell’animo umano  era  per il filosofo esposta al rischio della patologia e di un inevitabile fallimento . karl-jaspers-philosophie-und-psychopathologie-knut-eming-book-cover-art Torna il ricordo dei versi di Lucrezio Caro che vedeva  il neonato come un navigante che è stato salvato  dalla furia selvaggia delle onde ed è rimasto sulla nuda terra,  inerme e senza sostegno vitale. Il suo lugubre vagito sarebbe solo un presagio di inevitabili mali futuri. L’atto del venire alla luce  era per il poeta  un evento traumatico, il momento i cui si viene gettati nel mondo  e si giunge, dopo una tempesta, ad un approdo non familiare che ci vedrebbe spaesati e senza mezzi. Il fraintendimento del significato del nostro essere a partire da un’ origine  da sempre pensata  come tragica  si trova anche nell’esistenzialismo, inaugurato da Jaspers. La filosofia si confonde con la psicopatologia  e  il voler andare oltre la coscienza e  e la ragione per cercare il senso  della nascita umana  diventa un naufragio sulla soglia dell’irrazionale, pensato come  un abisso tenebroso ed insondabile che inghiotte ogni certezza.titanic

Schettino al Giglio si era spinto sull’orlo di  un  baratro che non vedeva. Era il protagonista di uno spettacolo solipsistico in cui l’agire diventava  all’improvviso assurdo. L’imperativo era affermare  delirantemente se stesso ed esorcizzare con un  gesto esemplare il terrore dell’annientamento che all’improvviso  si materializzava nell’impatto con gli scogli. Dentro  la normalità esplode la tragedia,  appare una patologia della mente che nessuno è in grado di riconoscere perchè colpisce come l’iceberg che ha affondato il Titanic: si scioglie senza che rimanga  traccia e lascia il dubbio che una  glaciazione sia mai esistita.

Dopo la vita è fatua e paradossale come suggerisce il titolo di una  raccolta di poesie di Ungaretti  “Allegria di naufragi”

Versa il 14 febbraio 1917allegria

 

E subito riprende

il viaggio

come

dopo il naufragio

un superstite

lupo di mare

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Psichiatria

L’ultima ricostruzione del delitto di Cogne su La7

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Linea Gialla ultima puntata 21 ottobre 2013

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Non si dice assolutamente nulla di nuovo anzi si glissa sulle motivazioni. (crimonogenesi e  criminodinamica)  che rimangono il vero punto oscuro del delitto .

<<Vedere segni di una malattia che non c’è [testa grossa o testa calda di Samuele] allorchè   i sensi fisici e la vista è perfettamente funzionante è appunto l’aspetto fondamentale della percezione delirante (…

La percezione delirante può avere una gravità ed una intensità variabile(…

Possiamo pensare che essa possa andare incontro, dopo essere emersa   solo a tratti, ad un’improvvisa intensificazione per cui diventa un vissuto che permea tutta la vita  cosciente del soggetto  e, in quel momento, lo spinge ad agire . Quest’ultima eventualità potrebbe essersi verificata la mattina del delitto di Cogne

Il gesto omicida assume un significato apofanico: affiora  la rivelazione che esso è una necessità assoluta ed inderogabile come soluzione  ad un problema che solo il soggetto agente vede. Colpire alla testa è  il tentativo di cancellare  qualcosa di abnorme ed inquietante, di catastrofico  che traspare dalla fisionomia e dal comportamento irrequieto di Samuele Lorenzi .Schermata 10-2456589 alle 17.45.45

Percezione delirante ed azione  sono presenti contemporaneamente , in una  istantanea correlazione ideomotoria, come  due facce della stessa medaglia. L’azione ha il carattere dell’autismo  “povero” di Minkowski una sorta di delirante strategia “terapeutica “ che va contro la realtà umana e si risolve in un annientamento dell’altro.>>

Domenico Fargnoli intervento al ECM del 11 Ottobre 2013  organizzato dalla Scuola medica ospedaliera . Il corso verrà ripetuto il 16 Novembre .

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Psichiatria

Udire le voci: “La sindrome di Giovanna d’Arco” di domenico fargnoli

Eleonor Longden
Eleanor Longden

Eleanor Longden è una psicologa inglese che fa parte del Comitato  internazionale per la revisione critica del DSMV. Ha una storia personale  molto singolare  in quanto ha subito, all’età di quattro anni un abuso  sessuale da parte di un gruppo di pedofili sadici. Come racconta nella sua biografia  ha sviluppato in conseguenza di ciò, un falso sè che le è servito a mascherare  un evento dissociativo.

A  vent’anni  ha cominciato a sentire delle voci: è stata ricoverata e le è stata fatta una diagnosi di schizofrenia e trattata con antipsicotici. http://on.ted.com/Longden

Aderisce al HVM (Hearing voices movement) un’organizzazione internazionale di coloro che , come lei, pur sentendo le voci,  ne sono orgogliosi e non si ritengono malati. Segue un percorso di recovery, di riabilitazione  che non è una therapy una cura in senso medico, nell’ambito di un orientamento detto post psichiatrico o post moderno ispirato alla filosofia di Heidegger. Nonostante la diagnosi ed il trattamento medico,si laurea e specializza in psicologia clinica, mentre le voci divenute amiche,  le suggerisoono le risposte agli esami.. Nel 2013 partecipa al  TED ( una prestigiosa sessione di conferenze californiane)  e il suo video  on line viene cliccato un milione di volte. Nel suo libro “ Learnig from the voices in my head “. si legge che il concetto di schizofrenia, identificata con una  malattia neurodegenerativa  non ha alcuna validità ed è privo di senso.  Il DSMV sembra darle ragione: non c’è accordo fra gli psichiatri che cambiano continuamente impostazione. I deliri bizzarri, e  l’udire e conversare con le voci, ( i noti sintomi di primo rango secondo Kurt Schneider) sono stati declassati e non sono più gli indicatori principali  di malattia. I sottotipi ( simplex, ebefrenico, paranoide e catatonico) che risalgono alla famosa monografia del 1911 di Eugen Bleuler “Dementia praecox od il gruppo delle schizofrenie”, sono stati aboliti perchè  ritenuti inutili ai fini di quello che sovente è solo un  trattamento farmacologico . Eleonor Longden  aderisce alla tipica antinosografia del pensiero debole che non riconosce concetti  universali come quella di “schizofrenia”  , alla  cosidetta postpsichiatria che ha il suo principala esponente in Pat Bracken psichiatra e filosofo inglese.  Quest’ultimo ritiene che sia  possibile una buona pratica della medicina nel campo della salute mentale senza considerare il problema della diagnosi come fondamentale.

Mentre l’antipsichiatria, con Laing e Cooper, metteva in discussione la psicopatologia classica opponendo ad essa una visione alternativa, la psichiatria postmoderna rappresenta un elemento di corrosione “liquido” della pratica e della teoria della psichiatria attuale  in tutte le sue declinazioni. Apparentemente si riconosce l’esistenza e l’importanza di quest’ultima ma sostanzialmente si svuotano di significato le categorie che le  appartengono: il trattamento della malattia mentale potrebbe infatti avvenire anche al di fuori di un impostazione medica essendo effettuato da persone senza nessun altro requisito che la propria personale esperienza.

Quello delle “voci” è un esempio paradigmatico: sentire le voci non solo non sarebbe malattia ma addirittura potrebbe  costituire un punto di svolta  per sviluppare nuove attitudini e competenze.

Cristina-Contini

Cristina Contini

In italia Cristina Contini testimonia un’esperienza analoga a quella di Eleanor Longden.

La donna  originaria di Modena ha avuto una vita caratterizzata da quelle che lei ritiene percezioni extrasensoriali. All’età di 19 anni, a seguito di una forte emorragia che la riduce in coma per l’emofilia dopo un intervento chirurgico, , si amplificano in lei la “chiaroudienza” e la “chiaropercezione”.

Frequenta seminar! in Galles per prendere consapevolezza dei suoi pieni doni spirituali attraverso l’insegnamento dei medium inglesi.

Partecipa a convegni per aiutare persone colpite da lutti e tiene seminar! di meditazione guidata come crescita interiore.

Presta la sua opera nella ricerca di persone disperse e si reca negli ospedali per comunicare con ragazzi in coma. E’ presidentessa dell’Associazione “udire le voci” che propone un iter formativo per psicologi e psichiatri, assitenti sociali”) in virtù di una professionalità acquisita sul campo.  Afferma la donna

<< Sento le voci da oltre 25 anni e dapprima le ho anche subite, benchè per breve tempo. [ ventiquattr’ore al giorno per tre anni] Poi ne ho cercato il senso, la provenienza. Mi sono posta mille domande cui, purtroppo, a suo tempo, non sono riuscita a trovare nè sui libri nè su internet il materiale che desse una risposta circa un orientamento o un ridimensionamento del fenomeno.](…) Da sola ho compiuto un silenzioso percorso in totale autonomia in cui il chiedermi “PERCHE’ SENTO LE VOCI” è stato sostituito con “CHE SENSO HA LA MIA VITA CON LE VOCI”>>

Il caso Contini è analizzato nel libro “ Punti di svolta . Analisi del mutamento biografico>> (Il mulino ) di Laura Bonica  e Mario Cardano: Il mutamento biografico di Cristina segna  un passaggio dallo “stigma” costituito dalla allucinazioni auditive al “carisma”, alla vocazione  ed al servizio in quanto <<ambasciatrice che Dio ha scelto sulla terra>>.

Anche la Longden si presenta come una persona speciale dotata di un carisma comunicativo  che però parla un linguaggio altamente professionale sotto il profilo psicologico e psichiatrico, mentre Cristina Contini ha dei riferimenti culturali generici  e ispirati al buon senso comune.  Entrambe  testimoniano che gli assunti della psichiatria organicistica sono erronei:  fenomeni come i deliri e le allucinazioni anche se di primo acchito sembrano incomprensibili, come sostenenva Jaspers, in realtà possono, attraverso un lavoro di elaborazione, acquisire un senso. Essi comunque non avrebbero  significato se fossero considerati come il risultato di un “processo organico”  di una rottura nella “continuità biologica della vita” indipendente dai fattori sociali e culturali . Il minus, il vulnus che dà luogo ad un processo psicopatologico, che non necessariamente va considerato organico, innesca una reazione di difesa e di autoriparazione : la persona cerca di inglobare nel proprio vissuto esistenziale ciò che appare come un vero e proprio corpo estraneo. Gli esiti di questo confronto sono molteplici e non necessariamente infauti  a seconda dei contesti ideologici e religiosi e della capacità del singolo di mettere in moto un iter “terapeutico”, più o meno solitario,  che è alla base di un  mutamento biografico.

Sia Eleanor Longden che Cristina Contini sviluppano, anche se con tagli diversi,  quella che potremmo definire “la sindrome di Giovanna d’Arco” . Le voci arrivano a  comunicare  una verità che alla base di un impegno sociale e motivano una missione che ha un significato di riscatto e di redenzione.

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Giovanna DìArco

Ero nel tredicesimo anno della mia vita, quando Dio mandò una voce per guidarmi. Dapprima rimasi spaventata: ‘Sono una povera ragazza che non sa né guerreggiare né filare’ risposi. Ma l’angelo mi raccontò che pietà fosse il regno di Francia e mi disse: ‘Verranno a te Santa Caterina e Santa Margherita. Opera come ti consigliano, perché loro sono mandate per consigliarti e guidarti e tu crederai a quanto esse ti diranno’.”Così racconta Govanna d’Arco.

Eleanor  Longden, nella sua missione di rivelare nuove verità sulla realtà umana, Schermata 10-2456590 alle 11.00.40Schermata 10-2456590 alle 11.01.22fallisce là dove vuole sostenere che la schizofrenia non esiste: un’affermazione del genere per avere un minimo di credibilità dovrebbe essere sostenuta da una accurata ricostruzione storica ed analisi psicopatologica  e non basata solo sulla critica dei presupposti organicistici e su un’ esperienza personale per quanto pregnante possa essere.

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R:D.Laing

Anche Laing e Cooper sostennero una tesi simile ma nelle loro biografie riappare proprio quel monstrum della malattia mentale che essi avevano voluto estromettere dalla loro pratica clinica come si evince da quanto racconta Adrian Laing nella sua ricostruzione della figura del padre Ronald (R.D. Laing . A life- 1996-2006).  Quest’ultimo andò incontro ad un vero e proprio episodio psicotico (un anno passato in meditazione con un guru in India), qualcosa di diverso da una depressione, dopo il quale egli assistette al  fallimento  drammatico della propia vita professionale  e familiare. Cancellare cento anni di ricerche psicopatologiche basate su di una casistica enorme non può essere fatto a cuor leggero e non è esente da gravi conseguenze. Abolire le categorie classiche della psichiatria per cadere nelle braccia dello spiritualismo, della parapsicologia,  della new age, per non dire della filosofia di Heidegger, nazista e psicotico lui stesso, non so se si possa ritenere un passo in avanti. Certo bisogna delineare una nuova concezione della schizofrenia che a quanto pare, è una malattia che è affrontabile con la psicoterpia soprattutto in quelle forme che non siano rese croniche da trattamenti farmacologici erronei o da preconcetti di incurabilità che la trasformino in uno stigma. Questo è quanto il sottoscritto con un gruppo di psichiatri della rivista “Il sogno della farfalla “ Schermata 10-2456587 alle 16.20.55cerchiamo di fare sulla base della teoria della nascita di Massimo Fagioli, portando avanti un Progetto di ricerca che ha già prodotto contributi significativi che sono già stati e che verranno prossimamente pubblicati

AFDSMIV

Allen Frances

braken

Pat Bracken

Sul piano della prassi terapeutica molti principi di quella strategia razionale che gli aderenti al’HVM (movimento degli uditori di voci) suggeriscono come strumento per affrontare le “voci” per noi sono da decenni delle ovvietà: è chiaro che la psicoterapia deve mirare  a dare un senso a qualunque manifestazione sintomatologica o comportamentale di colui che noi continuiamo a considerare un paziente. Però è necessario un quadro di riferimento concettuale, una conoscenza dei processi non coscienti,  che ci consenta di distinguere le allucinazioni dalle immagini, dalle visioni, dalle audizioni in cui sia presente un contenuto di fantasia. Si tratta di esperienze apparentemente simili ma sostanzialmente diverse che possono coesistere od addirittura alternarsi ma che si deve essere in grado di separare: confondere le allucinazioni coi sogni o con l’immaginazione creativa, “l’immagine inconscia non onirica”,  sarebbe un errore grave che più che farci progredire ci riporterebbe  a due secoli fa , alle affermazioni di Esquirol riprese pedissequamente da Freud. Ora la mentalità postmoderna, il pensiero debole  che aspira a diventare postpsichiatrico non fa altro che riciclare vecchie  concezioni contaminandole , ibridandole e spacciandole per novità che sono dei “fakes”: questi ultimi proliferano sul terreno in decomposizione della psichiatria del DSMIV e V. Non a caso Allen Frances, chairman della task force del DSMIV,  dialoga  con  Eleanor Longden  e ne subisce il fascino mediatico. Afferma che loro due  sono likeminded la pensano allo stesso modo . Nel libro Saving normal (2013) , contro il furor diagnosticandi del DSMV lo psichiatra americano sostiene che la schizofrenia non è una entità patologica  “ discreta” cioè definita. La schizofrenia sarebbe  un  solo un costrutto che ha un’utilità pratica, una   pura convenzione.  La distanza da Pat Bracken è solo nominale.

Quest’ultimo poi rilascia delle dichiarazioni che alludono ad idee che a noi sembrano note da sempre .

<< La mente-scrive- non è semplicemente un altro organo del corpo. E’ impossibile comprendere la malattia mentale senza comprendere le esperienze , i contenuti le relazioni ed i valori della persona e del suo contesto sociale. Un approccio puramente medico  che funziona bene  in cardiologia o nel campo della pneumologia è incompleto per la psichiatria. E’ nostro compito  sviluppare un discorso medico  che prenda una strada più larga>>

Quasi a  dire che si scopre l’acqua calda come se la prassi di Massimo Fagioli e del gruppo di psichiatri che si riconosce nella sua teoria non fosse esistito  negli ultimi quarant’anni e la strada più larga non fosse proprio quella dell’ Analisi collettiva. Ora nel campo della scienza l’ignoranza ed il non sapere, od il far finta di non sapere , è sempre colpevole.Altre affermazioni poi sollevano questioni controverse:

<<Come professionisti-sostiene Bracken-i abbiamo bisogno di aiutare le persone che sono depresse o dominate da voci a trovare un percorso che porti  fuori da quello stato.  Che potrebbe essere attraverso i farmaci, la terapia, la religione o la creatività. E ‘completamente sbagliato cercare di utilizzare un modello per tutti”.

La religione viene messa sullo stesso piano dei farmaci e della creatività. Se il paziente avesse la creatività non  sarebbe malato: l’equazione genio-follia è solo un gigantesco fraintendimento, a partire da Karl Jaspers. Il rapporto poi fra religione  e psicosi è quanto mai controverso La credenza religiosa confina spesso con il delirio e giustifica vissuti che sono solo  fenomeni allucinatori come anche la Chiesa cattolica ben sa. . Come i farmaci possano stare  insieme inoltre  con la creatività e la religione è davvero poi  un mistero. Non è un mistero che alcuni percorsi “terapeutici” perseguono obiettivi importanti nonostante e ben oltre  le idee confuse degli psichiatri. In questo senso le esperienze dei singoli che hanno attraversato in qualche modo  la psicosi vanno attentamente valutate ed interpretate.

Eleanor Longden, a mio avviso, ha ottenuto un risultato che solo in parte può essere messo in relazione all’impostazione psichiatrica di Pat Bracken: forse lei stessa dovrebbe reinterpretare in modo diverso il proprio “recovering” per usare una sua terminologia .Schermata 10-2456590 alle 10.26.37

La psichiatria postmoderna, che mette insieme tutto ed il contrario di tutto,  non solo è pertanto fuori dalla modernità ma anche dalla storia: essa   è  una delle tante schegge di quella deflagrazione catastrofica in cui sembra essere precipitata, secondo Allen Frances la psichiatria “moderna” asservita alla tecnologia farmaceutica ed al miraggio delle  neuroscienze ed alla loro pretesa , che dovrà ancora molto attendere, di soppiantare la psicopatologia . Come afferma Frances proprio nel suo ultimo post pubblicato in queste ore

<<Passeranno probabilmente molte decadi prima che  le neuroscienze possano avere un significativo impatto sulla pratica della psichiatria. La stupefacente complessità del funzionamento cerebrale continuerà a mettere in scacco qualunque facile e frettolosa  risposta>> (huffpost science 10/21/2013 ore 9 pm ora italiana)

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Postpsychiatry -Reaching beyond the technological paradigm in mental health

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