Author Archives: domenicofargnoli
“L’Unità” di Matteo Fago non piace ai basagliani, continuatori del “pensiero” di Foucault
L’articolo di Cipriano “Povero Gramsci” non vale un commento essendo l’espressione di un “deficit di intelligenza o di comprensione” che dir si voglia. Ovviamente ciascuno ha il diritto di difendere le proprie idee ma forse sarebbe necessario informarsi e leggere. Chiaramente Cipriano non ha letto nè Lombroso nè tantomeno Fagioli. Giorgio Bignami gioca la carta della “chimera” e della battuta ad effetto: ovviamente la vera chimera è il” basaglismo” dei” basagliati” ( marxismo e filosofia di Heidegger tramite Sartre e Foucault ). Marco Cavallo ( simbolo della liberazione dal manicomio) era alla testa del Mad Pride a Torino, alla testa di coloro che sono orgogliosi di essere pazzi e non vogliono essere curati. La pazzia sarebbe dentro ciascuno di noi e sarebbe una violenza volerla “curare”. I “matti” devono essere lasciati liberi di essere come sono. Sono i “curati” a dover insegnare qualcosa ai “curanti”. Auguri ma soprattutto “Povero Basaglia”….e poveri malati.
Il suicidio di un malato di mente potrebbe essere un atto di libertà. Anders Breivik non sarebbe uno schizofrenico paranoide per Peppe dell’Acqua ma solo una persona che ha idee politiche destrorse.
L’Unità di Cancrini e Fagioli
29 dicembre 2013
di Giorgio Bignami.
Peppe, riferendomi alla tua condivisibilissima indignazione dell’altro giorno, a proposito dell’attacco fagiolino a Basaglia su L’Unità del 17 dicembre 2013 (leggi l’articolo), e la puntuale riflessione di Rovatti, di certo ti avrà “consolato” il successivo articolo di Cancrini del 19 (vedi a fianco) “Basaglia oltre lo stesso Basaglia”: incipit in toni da marcia trionfale a favore di Basaglia; ma poi si scopre che è una marcia funebre, per il 110 e lode ai precetti per modifiche e aggiornamenti secondo i dogmi fagiolini, come da articolo di De Simone.
Devo confessarti che non sono riuscito a indignarmi, tanto la cosa mi è parsa incredibile. Dall’origine dell’uomo in poi sono stati inventati tanti tipi di chimere, sino a quelle non più fantastiche ma reali che oggi si producono con l’ingegneria genetica: ma una chimera con i piedi di Basaglia e la testa di Fagioli non sarei mai stato capace di immaginarmela. Insomma, come al solito, la réalitédépasse la fiction.
Il problema di Bignami è lo stesso che ha Cancrini: entrambi non hanno la “testa” di Fagioli.
Povero Gramsci in Forum della salute mentale 28/12/2013 ovvero quando la polemica fa straparlare Piero Cipriano
Una nuova geniale interpretazione della teoria
della
nascita!!!
Massimo Fagioli sarebbe un neolombrosiano
Franco Basaglia nel 1979, l’anno successivo all’approvazione della legge 180, la legge più libertaria al mondo in tema di assistenza al malato mentale, nelle conferenze che tenne in Brasile, tra le molte cose (ancora di straordinaria attualità), disse, citando Antonio Gramsci: “La nostra scienza parte da un dato fondamentale, che è la sconfitta del tecnico tradizionale, cioè di quel tecnico che pensa che non si può fare altro che questo, perché ha come ideologia il pessimismo della ragione. Il nuovo tecnico, invece, deve portare avanti il suo lavoro con l’ottimismo della pratica”. E anche: “Noi, psichiatri democratici, pur avendo stimolato la nuova legge, siamo una minoranza, ma, come direbbe Antonio Gramsci, siamo una minoranza egemonica … ma naturalmente dobbiamo essere molto vigili perché questa minoranza, una volta catturata, può diventare la nuova maggioranza riciclata”. Basterebbe ciò per eleggere Franco Basaglia a psichiatra gramsciano. Tuttavia, sul quotidiano fondato proprio da Gramsci, lo stesso quotidiano che Francesco Guccini, in Eskimo, celebrava con queste parole: “…alcuni audaci in tasca L’Unità…”, trovo uno strano articolo, davvero strano, che vuol essere una risposta al libro di Pier Aldo Rovatti, Restituire la soggettività, ma che soprattutto si propone di demolire la figura di Franco Basaglia.
Lo strano articolo sostiene che Rovatti, nel suo libro, si lagna del fatto che “nella stessa Trieste la maggior parte degli studenti non sa nulla” di Basaglia. Il tono denigratorio è evidente. Come dire, vedete, nessuno sa più niente. Questa storia è bella e dimenticata. Rovatti, invece, sta proprio denunciando la colpevole dimenticanza delle accademie che non si curano di restituire conoscenze minime su un passaggio cruciale della nostra storia. E proprio per questo nei suoi corsi cerca di stimolare un pensiero critico tra studenti che mai sono esposti a queste evidenze storiche, e per questo parla di Basaglia, di Foucault, di Sartre, di soggettività, delle parole della psichiatria. Sempre lo strano articolo sostiene, ancora, che Basaglia “viene ricordato nella storia per ciò che non ha fatto, cioè la legge 180, a cui non ha dato alcun contributo personale”. Ma questa non è certo una novità, dico io, perché lo sanno tutti, tutto il mondo è a conoscenza che il vero riformatore della psichiatria italiana non è stato l’ormai obliato Franco Basaglia, ma è invece questo psichiatra in straordinaria ascesa che risponde al nome di Massimo Fagioli. Lui sì psichiatra vero. Non Basaglia. Perché, sostiene lo strano articolo, “non è psichiatria il nesso tra libertà e malattia mentale, non è psichiatria dire che la follia è una condizione esistenziale”. Ai tempi di Basaglia, aggiunge ancora, non c’era alcuna “teoria della mente sana e patologica”, per fortuna, invece, “oggi si è cominciato a costruire una nuova psichiatria, che ha preso le mosse” (ma tu guarda un po’ che combinazione, meno male che con questo articolo ne siamo venuti a conoscenza, se no capace che non se ne accorgeva nessuno) “da un percorso iniziato da Massimo Fagioli nell’ospedale psichiatrico di Padova, accanto a Basaglia” (accanto a Basaglia!?), “con il rifiuto del manicomio lager e la ribellione alla psichiatria ufficiale”. Invece, prosegue lo strano articolo nella sua spericolata impresa, al limite della fantastoria, di fare di Fagioli un Basaglia e di Basaglia un Fagioli (ovvero del nano un gigante e del gigante un nano), “la prassi di Basaglia non ha prodotto nessuna teoria né ricerca”. Questo il succo dello strano articolo, e io ne volevo fare un commento pedissequo ma sono stufo e irritato da tanta insulsaggine, e interrompo qui il virgolettato. E’ giusto per darvi un’idea. Più che dell’ignoranza che dall’articolo trasuda, sono irritato del fatto che questo scritto abbia trovato spazio sul quotidiano che ancora ci ricorda di essere stato fondato da Antonio Gramsci. Ma poi, mi faccio due conti. Chi è che scrive questo strano articolo? Sarà di certo un seguace del più reazionario (ma per fortuna anche il più irrilevante) psichiatra italiano, colui che ritiene l’omosessualità una malattia, colui che ritiene (lombrosianamente) il folle intrinsecamente pericoloso, colui che ritiene il manicomio criminale un’esigenza imprescindibile. In questo in compagnia di Vittorino Andreoli, un altro grande, sotto questo profilo. Insomma, uno dei tanti tecnici tradizionali animati dal pessimismo della loro ragione, un neolombrosiano travestito da psicanalista sinistrorso, e ciò è coerente, perché pure il Lombroso era un socialista, reazionario ma socialista. E allora è tutto chiaro, tutto ovvio, tutto torna. Follow the money, mi dico. Il Fagioli è irrilevante. La sua sconclusionata graforrea si può permettere di pubblicarla solo la sua personale casa editrice (L’asino d’oro), il suo diario trova ospitalità solo nel suo settimanale (Left), e adesso perfino sul quotidiano che era gramsciano ma ha cambiato padrone (e indovinate chi è il nuovo padrone?) trovano spazio, in nome del pluralismo, strani articoli che trasudano reazione e nostalgia del manicomio.
A questo punto ripenso all’ingiustizia di una morte precoce, a soli cinquantasei anni, di un gigante come Franco Basaglia, e penso che sono passati trentatre anni dalla sua morte, e che se fosse vissuto qualche decennio in più avrebbe potuto o saputo cambiarla ancora questa psichiatria, lui che è stato il primo psichiatra al mondo, due secoli dopo la sua invenzione, a mettere fuori legge l’istituzione manicomiale. La legge 180 non è merito di Basaglia? Bah! Quest’affermazione è così originale che non credo meriti neppure una risposta. Io penso invece che Basagliaè biologicamente morto e Fagioli biologicamente vivo, e su questo almeno siamo tutti d’accordo, però se guardate bene vi accorgerete che Basaglia, in realtà, non è mai morto, e Fagioli non è mai stato vivo, perché è irrilevante, chiedete in Italia o nel resto del mondo chi è l’uno e chi è l’altro. Provate voi a mettere uno di fianco all’altro il pensiero, la prassi, e la ricaduta di questi due psichiatri sulla cultura e sull’assistenza del malato mentale, in Italia e nel mondo, e ditemi chi dei due è il gigante e chi il nano, chi dei due è Gulliver e chi un lillipuziano. Oppure provate a leggere un testo a caso dell’uno e dell’altro, e dopo averlo fatto giudicate voi a chi appartiene un pensiero lungo e a chi un pensiero miope e astruso. Ma poi, da psichiatra, ecco che arrivo a interpretare e comprendere il patetico tentativo che ogni tanto lo psicanalista neolombrosiano cerca di attuare: è il malinconico tentativo di un pianeta morto, lontano dal Sole, Plutone, per dire, o meglio, di un satellite di Plutone, freddo e sterile e arido, ai confini del sistema solare, che cerca di avvicinarsi al Sole per scaldarsi, per illuminarsi di un raggio di luce riflessa. E allora, dopo aver compreso ciò, divento più magnanimo e indulgente con Fagioli e i suoi sostenitori, per cui auguro loro buone feste e di continuare a giocare all’interpretazione dei sogni nella loro mesmerica assemblea collettiva, ma consiglio loro di lasciar perdere il tema della salute mentale, che quello è un argomento serio, troppo serio per affrontarlo con lo strumentario del pensiero lombrosiano.
Secondo “Repubblica” siamo tutti schizofrenici
Articolo da leggere attentamente per comprendere quanto dissociazione e malafede ci possa essere in persone cosiddette normali od in scienziati che inventano esperimenti schizofrenici.
Repubblica 30.12.13
Siamo tutti dualisti
La scissione tra mente e corpo che ispira l’arte
Studi recenti hanno dimostrato alcune caratteristiche innate della percezione umana e come queste influenzano la sensibilità estetica
di Paolo Legrenzi
Come va? – chiedo a un amico che soffre di mal di schiena. Beh – mi dice – la schiena è a posto, ma il mio stato d’animo… La risposta presuppone una sorta di dualismo. Ci sono due cose: lo stato dell’animo e quello del corpo. Possono influenzarsi a vicenda: quando soffro di mal di denti, il mio umore non è alle stelle. Altre volte sembrano andare ciascuna per conto proprio, come nel caso dell’amico. I filosofi hanno dibattuto a lungo la questione. Ora sono scesi in campo anche gli scienziati utilizzando la loro metodologia preferita, e cioè l’esperimento.
Due psicologi di Bristol, Hood e Gjersoe, e uno di Yale, Bloom, hanno inventato un metodo ingegnoso per capire se i bambini – prima d’aver fatto propri, da adulti, un credo religioso o filosofico – siano o non siano dualisti. Si sono serviti di un’apparecchiatura composta di due scatole identiche, appaiate. Chiamiamole la scatola 1 e la scatola 2. All’inizio i bambini vedono che le due scatole sono vuote. In seguito si mette nella scatola 1 un blocco di legno verde, la si chiude, e si preme il pulsante di avvio di una presunta procedura di duplicazione. Segue un intervallo fatto di luci intermittenti e di suoni pseudo-tecnologici e, dopo una decina di secondi, nella scatola 2 appare un blocco di legno identico a quello messo nella scatola 1. La macchina non è ovviamente capace di duplicare gli oggetti. Si tratta di un trucco ben costruito, basato – come tutti gli inganni di questo tipo – sui modi in cui funziona l’attenzione delle persone. Gli adulti non cadono nell’inganno. I bambini, invece, sì. E se si chiede loro che cosa è successo, rispondono che la macchina ha costruito un secondo blocco di legno identico al primo (in futuro, quando saranno diffuse le nuove stampatrici in 3D, ciò sarà meno stupefacente).
La stessa procedura si ripete più volte, con giocattoli e animali di pezza, in modo da rendere credibile la capacità della macchina di duplicare gli oggetti. Infine, nella scatola 1 si mette un criceto vivo e si spiega ai bambini che l’animaletto ha un cuore blu, ha ingoiato una biglia e si è rotto un dentino. Poi i bambini giocano con il criceto, gli mostrano un disegno appena fatto, dicono il loro nome, e raccontano alcune storie. A questo punto si procede con le consuete operazioni di duplicazione.Ecco apparire, nella scatola 2, un criceto identico al primo! Si interrogano i bambini circa le proprietà del corpo del nuovo criceto: «Ha anche lui una biglia in pancia? il cuore blu? il dentino rotto? », e della sua mente: «Si ricorda anche lui i giochi e le storie? Sa il tuo nome? ». Quasi tutti i bambini ritengono che la macchina abbia duplicato le proprietà del corpo del criceto. Meno della metà ritiene che abbia duplicato anche i suoi ricordi e le sue conoscenze.
Questi risultati, pubblicati da pocosulla rivista Cognition, confermano per la prima volta in modo diretto, quel che si poteva supporre sulla base della tendenza dei bambini, anche molto piccoli, ad attribuire emozioni e capacità mentali non solo alle persone, ma anche a figure geometriche, per esempio quadrati e triangoli in movimento: “il quadrato insegue il triangolo che cerca di fuggire”. E non si tratta di qualcosa che è stato appreso guardando cartoni animati o fumetti: lo fanno anche i bambini allevati in culture in cui non ci sono queste forme di rappresentazione grafica, come nelle isole Figi.
Noi siamo dualisti nati. E continuiamo, anche da grandi, a essere dualisti. Non solo nel corso della vita quotidiana, quando parliamo con gli altri, ma anche nei film di fantascienza. Forse la più famosa storia basata su duplicazioni èBlade Runner(1982) di Ridley Scott, dove si narra di un mondo popolato da robot. Il protagonista è un poliziotto, Rick, che ha il compito d’eliminare quattro replicanti ribelli, perfetti duplicati di corpi umani. E tuttavia, con il test della memoria, proprio come nel caso dei criceti, i poliziotti riescono a identificare i ribelli. Rick scopre così che Rachael è una replicante, ma questo non gli impedisce di innamorarsi perdutamente di lei.
La trama di Blade Runner si basa sul presupposto che i contenuti mentali non siano perfettamente duplicabili quando costruiamo dei robot. D’altra parte, se i replicanti fossero veramente indistinguibili dagli umani, la storia perderebbe ogni senso. Dello stesso meccanismo si è servita l’arte contemporanea nel trasformare oggetti quotidiani in opere d’arte. Marcel Duchamp prende un orinatoio di porcellana e lo firma, trasformandolo così in un’opera d’arte oggi famosa. Dopo che Duchamp ha inventato la sua replica, non se ne possono fare altre. Se chiunque copiasse il suo orinatoio, quello sarebbe un fac-simile. Gli orinatoi sono tutti uguali come oggetti fisici, ma solo quello di Duchamp incorpora l’intenzione mentale di chi ha avuto per primo l’idea di farne un’opera unica. L’intenzione può anche produrre multipli, come fece Piero Manzoni il 21 maggio 1961, sigillando le proprie feci in 50 barattoli di conserva. Ma tutti i 50 barattoli erano il prodotto di un’idea originale (l’esemplare 18 è stato venduto a Milano sei anni fa per 124 mila euro).
L’arte si avvale del nostro vivere, fin da bambini, in un mondo caratterizzato da un dualismo tra mente e corpo che non è solo la pasta di cui siamo fatti, ma che proiettiamo anche negli altri, persino negli oggetti, dando loro un’anima.
psicopatologia del naufragio
La zattera della Medusa (Le Radeau de la Méduse) è un dipinto a olio su tela ( 491×716 cm) di Théodore Géricault, realizzato nel 1818-19Psicopatologia del naufragio
Domenico Fargnoli
“ E’ dolce, (..) guardare da terra la grande fatica di un altro (…) è dolce vedere da quali mali tu stesso sia immune” poetava Lucrezio nel “De rerum natura”.
Francesco Schettino, la notte del naufragio della Costa Concordia, abbandonò il suo posto di comando e su uno scoglio osservò per mezz’ora la nave con migliaia di naufraghi. L’ufficiale non gioiva, non poteva essere “dolce”, come per il saggio epicureo, guardare la catastrofe . Forse pensava al suicidio. Quali furono le motivazioni profonde dell’inabissamento della “Concordia”? I media sono dal gennaio 2012 inondati da recriminazioni moralistiche per un peccato di fatuità e stupida megalomania. Si ripercorre, nel tentativo di capire, la storia dei naufragi rievocando l’Ulisse dantesco, Robinson Crusoe, i quadri di Turner, la “Zattera della medusa” di Gericault, Moby Dick di Melville
, il Titanic, mischiando la cronaca con l’iconografia, la letteratura con l’attualità, l’eroismo con la boriosità guascone di personaggi insignificanti
Nel rituale dell”Inchino” si è voluto vedere “il fascino di una dimensione estetica”. Lo scorso 27 luglio la “Carnival Sunshine “(oltre 102 mila tonnellate di stazza, lunga 272 metri, larga 35 e alta 62) era passata vicinissima, per un errore di manovra, a “Riva dei Sette Martiri” a Venezia. Cosa c’è di bello nelle enormi navi che si inoltrano pericolosamente nei canali della “Serenissima”? La loro presenza deturpa il paesaggio e distrugge quel che rimane dell’habitat marino mentre migliaia di turisti con cappellini e magliette tutte uguali sciamano nelle calli come stormi di uccelli impazziti, i “piccioni” di Cattelan appollaiati di fronte ai capolavori del Tintoretto.

Forse i comandanti delle grandi navi, quando sfiorano pericolosamente i moli, sono in preda alla “Sindrome di Stendhal”, cioè si smarriscono, si confondono e la loro capacità di giudizio e di azione risulta alterata.
Se l’inchino è stato a lungo legittimo a Venezia perchè non dovrebbe essere stato tale anche al Giglio? Forse di fronte agli scogli delle Scole si è attivato, in Schettino, lo slittamento inconsapevole dal sentimento del bello, a cui si fa la riverenza, a quello del sublime di fronte allo spettacolo della natura. Il sublime ha in sé nascosta l’emozione catastrofica e terrifica del pericolo, l’effrazione dell’Io cosciente, come diceva Kant, di fronte alla magnificenza di una scena che improvvisamente si rivela
.
L’ « inchino” non è solo “fascinazione del bello” ma è il frutto, più prosaicamente, di complicità al servizio degli interessi del turismo di massa. Siamo di fronte ad una psicopatologia collettiva, alla fatua sottovalutazione del rischio, a responsabilità estese ed incrociate che alimentano un delirio di onnipotenza nascosto nella normalità: il comandante della “Concordia” è stato l’esecutore involontario di un omicidio di massa i cui veri mandanti sono le Compagnie di navigazione.
Nel canale di Sicilia le carrette del mare, sprovviste di ogni attributo estetico e tecnologico, continuano a scaricare , a ritmo ininterrotto, centinaia, migliaia di profughi, nelle acque antistanti gli scogli di Lampedusa. Gli annegamenti si consumano a pochi metri dalla riva nella notte e nell’anonimato di fronte al pubblico televisivo che è il vero “spettatore del naufragio” di Lucrezio. I superstiti cadono sotto la scure della legge Bossi-Fini e del “decreto Maroni” del 2009 che istituiva il reato di immigrazione clandestina. Gli innumerevoli approdi dei profughi sulle coste siciliane suscitano orrore e disgusto per la disumanità dei traghettatori, per la spaventosa atrocità della guerre e delle rivoluzioni fallite alle spalle dei vinti, per il recupero macabro e l’esposizione dei cadaveri senza nome che evocano il ricordo delle fosse comuni e dei campi di concentramento
.
Oggi per noi il naufragio, la catastrofe e’ molto di più che un episodio isolato di cronaca ma diventa l’emblema di un modo di essere, di interpretare la storia e di pensare la vita umana.
Karl Jaspers che aveva attraversato la tragedia della grande guerra, anticipata da quell’apocalisse della modernità che fu l’affondamento del Titanic, considerava il naufragio la vera cifra dell’essere al mondo , la metafora che rivela il senso dell’esistenza e della conoscenza. La profondità dell’animo umano era per il filosofo esposta al rischio della patologia e di un inevitabile fallimento .
Torna il ricordo dei versi di Lucrezio Caro che vedeva il neonato come un navigante che è stato salvato dalla furia selvaggia delle onde ed è rimasto sulla nuda terra, inerme e senza sostegno vitale. Il suo lugubre vagito sarebbe solo un presagio di inevitabili mali futuri. L’atto del venire alla luce era per il poeta un evento traumatico, il momento i cui si viene gettati nel mondo e si giunge, dopo una tempesta, ad un approdo non familiare che ci vedrebbe spaesati e senza mezzi. Il fraintendimento del significato del nostro essere a partire da un’ origine da sempre pensata come tragica si trova anche nell’esistenzialismo, inaugurato da Jaspers. La filosofia si confonde con la psicopatologia e il voler andare oltre la coscienza e e la ragione per cercare il senso della nascita umana diventa un naufragio sulla soglia dell’irrazionale, pensato come un abisso tenebroso ed insondabile che inghiotte ogni certezza.
Schettino al Giglio si era spinto sull’orlo di un baratro che non vedeva. Era il protagonista di uno spettacolo solipsistico in cui l’agire diventava all’improvviso assurdo. L’imperativo era affermare delirantemente se stesso ed esorcizzare con un gesto esemplare il terrore dell’annientamento che all’improvviso si materializzava nell’impatto con gli scogli. Dentro la normalità esplode la tragedia, appare una patologia della mente che nessuno è in grado di riconoscere perchè colpisce come l’iceberg che ha affondato il Titanic: si scioglie senza che rimanga traccia e lascia il dubbio che una glaciazione sia mai esistita.
Dopo la vita è fatua e paradossale come suggerisce il titolo di una raccolta di poesie di Ungaretti “Allegria di naufragi”
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare
L’ultima ricostruzione del delitto di Cogne su La7
Linea Gialla ultima puntata 21 ottobre 2013
http://www.la7.tv/richplayer/index.html?assetid=50370031
Non si dice assolutamente nulla di nuovo anzi si glissa sulle motivazioni. (crimonogenesi e criminodinamica) che rimangono il vero punto oscuro del delitto .
<<Vedere segni di una malattia che non c’è [testa grossa o testa calda di Samuele] allorchè i sensi fisici e la vista è perfettamente funzionante è appunto l’aspetto fondamentale della percezione delirante (…
La percezione delirante può avere una gravità ed una intensità variabile(…
Possiamo pensare che essa possa andare incontro, dopo essere emersa solo a tratti, ad un’improvvisa intensificazione per cui diventa un vissuto che permea tutta la vita cosciente del soggetto e, in quel momento, lo spinge ad agire . Quest’ultima eventualità potrebbe essersi verificata la mattina del delitto di Cogne
Il gesto omicida assume un significato apofanico: affiora la rivelazione che esso è una necessità assoluta ed inderogabile come soluzione ad un problema che solo il soggetto agente vede. Colpire alla testa è il tentativo di cancellare qualcosa di abnorme ed inquietante, di catastrofico che traspare dalla fisionomia e dal comportamento irrequieto di Samuele Lorenzi .
Percezione delirante ed azione sono presenti contemporaneamente , in una istantanea correlazione ideomotoria, come due facce della stessa medaglia. L’azione ha il carattere dell’autismo “povero” di Minkowski una sorta di delirante strategia “terapeutica “ che va contro la realtà umana e si risolve in un annientamento dell’altro.>>
Domenico Fargnoli intervento al ECM del 11 Ottobre 2013 organizzato dalla Scuola medica ospedaliera . Il corso verrà ripetuto il 16 Novembre .
per le iscrizioni
Cooperativa Sociale di Psicoterapia Medica
www.psicoterapiamedica.org
info@psicoterapiamedica.org
psicoterapia.medica@gmail.com
tel. 0688817631 fax 0688817634
P.I. 11958401009
Via Federico Rosazza, 58
00153 Roma
Udire le voci: “La sindrome di Giovanna d’Arco” di domenico fargnoli
Eleanor Longden è una psicologa inglese che fa parte del Comitato internazionale per la revisione critica del DSMV. Ha una storia personale molto singolare in quanto ha subito, all’età di quattro anni un abuso sessuale da parte di un gruppo di pedofili sadici. Come racconta nella sua biografia ha sviluppato in conseguenza di ciò, un falso sè che le è servito a mascherare un evento dissociativo.
A vent’anni ha cominciato a sentire delle voci: è stata ricoverata e le è stata fatta una diagnosi di schizofrenia e trattata con antipsicotici. http://on.ted.com/Longden
Aderisce al HVM (Hearing voices movement) un’organizzazione internazionale di coloro che , come lei, pur sentendo le voci, ne sono orgogliosi e non si ritengono malati. Segue un percorso di recovery, di riabilitazione che non è una therapy una cura in senso medico, nell’ambito di un orientamento detto post psichiatrico o post moderno ispirato alla filosofia di Heidegger. Nonostante la diagnosi ed il trattamento medico,si laurea e specializza in psicologia clinica, mentre le voci divenute amiche, le suggerisoono le risposte agli esami.. Nel 2013 partecipa al TED ( una prestigiosa sessione di conferenze californiane) e il suo video on line viene cliccato un milione di volte. Nel suo libro “ Learnig from the voices in my head “. si legge che il concetto di schizofrenia, identificata con una malattia neurodegenerativa non ha alcuna validità ed è privo di senso. Il DSMV sembra darle ragione: non c’è accordo fra gli psichiatri che cambiano continuamente impostazione. I deliri bizzarri, e l’udire e conversare con le voci, ( i noti sintomi di primo rango secondo Kurt Schneider) sono stati declassati e non sono più gli indicatori principali di malattia. I sottotipi ( simplex, ebefrenico, paranoide e catatonico) che risalgono alla famosa monografia del 1911 di Eugen Bleuler “Dementia praecox od il gruppo delle schizofrenie”, sono stati aboliti perchè ritenuti inutili ai fini di quello che sovente è solo un trattamento farmacologico . Eleonor Longden aderisce alla tipica antinosografia del pensiero debole che non riconosce concetti universali come quella di “schizofrenia” , alla cosidetta postpsichiatria che ha il suo principala esponente in Pat Bracken psichiatra e filosofo inglese. Quest’ultimo ritiene che sia possibile una buona pratica della medicina nel campo della salute mentale senza considerare il problema della diagnosi come fondamentale.
Mentre l’antipsichiatria, con Laing e Cooper, metteva in discussione la psicopatologia classica opponendo ad essa una visione alternativa, la psichiatria postmoderna rappresenta un elemento di corrosione “liquido” della pratica e della teoria della psichiatria attuale in tutte le sue declinazioni. Apparentemente si riconosce l’esistenza e l’importanza di quest’ultima ma sostanzialmente si svuotano di significato le categorie che le appartengono: il trattamento della malattia mentale potrebbe infatti avvenire anche al di fuori di un impostazione medica essendo effettuato da persone senza nessun altro requisito che la propria personale esperienza.
Quello delle “voci” è un esempio paradigmatico: sentire le voci non solo non sarebbe malattia ma addirittura potrebbe costituire un punto di svolta per sviluppare nuove attitudini e competenze.
In italia Cristina Contini testimonia un’esperienza analoga a quella di Eleanor Longden.
La donna originaria di Modena ha avuto una vita caratterizzata da quelle che lei ritiene percezioni extrasensoriali. All’età di 19 anni, a seguito di una forte emorragia che la riduce in coma per l’emofilia dopo un intervento chirurgico, , si amplificano in lei la “chiaroudienza” e la “chiaropercezione”.
Frequenta seminar! in Galles per prendere consapevolezza dei suoi pieni doni spirituali attraverso l’insegnamento dei medium inglesi.
Partecipa a convegni per aiutare persone colpite da lutti e tiene seminar! di meditazione guidata come crescita interiore.
Presta la sua opera nella ricerca di persone disperse e si reca negli ospedali per comunicare con ragazzi in coma. E’ presidentessa dell’Associazione “udire le voci” che propone un iter formativo per psicologi e psichiatri, assitenti sociali”) in virtù di una professionalità acquisita sul campo. Afferma la donna
<< Sento le voci da oltre 25 anni e dapprima le ho anche subite, benchè per breve tempo. [ ventiquattr’ore al giorno per tre anni] Poi ne ho cercato il senso, la provenienza. Mi sono posta mille domande cui, purtroppo, a suo tempo, non sono riuscita a trovare nè sui libri nè su internet il materiale che desse una risposta circa un orientamento o un ridimensionamento del fenomeno.](…) Da sola ho compiuto un silenzioso percorso in totale autonomia in cui il chiedermi “PERCHE’ SENTO LE VOCI” è stato sostituito con “CHE SENSO HA LA MIA VITA CON LE VOCI”>>
Il caso Contini è analizzato nel libro “ Punti di svolta . Analisi del mutamento biografico>> (Il mulino ) di Laura Bonica e Mario Cardano: Il mutamento biografico di Cristina segna un passaggio dallo “stigma” costituito dalla allucinazioni auditive al “carisma”, alla vocazione ed al servizio in quanto <<ambasciatrice che Dio ha scelto sulla terra>>.
Anche la Longden si presenta come una persona speciale dotata di un carisma comunicativo che però parla un linguaggio altamente professionale sotto il profilo psicologico e psichiatrico, mentre Cristina Contini ha dei riferimenti culturali generici e ispirati al buon senso comune. Entrambe testimoniano che gli assunti della psichiatria organicistica sono erronei: fenomeni come i deliri e le allucinazioni anche se di primo acchito sembrano incomprensibili, come sostenenva Jaspers, in realtà possono, attraverso un lavoro di elaborazione, acquisire un senso. Essi comunque non avrebbero significato se fossero considerati come il risultato di un “processo organico” di una rottura nella “continuità biologica della vita” indipendente dai fattori sociali e culturali . Il minus, il vulnus che dà luogo ad un processo psicopatologico, che non necessariamente va considerato organico, innesca una reazione di difesa e di autoriparazione : la persona cerca di inglobare nel proprio vissuto esistenziale ciò che appare come un vero e proprio corpo estraneo. Gli esiti di questo confronto sono molteplici e non necessariamente infauti a seconda dei contesti ideologici e religiosi e della capacità del singolo di mettere in moto un iter “terapeutico”, più o meno solitario, che è alla base di un mutamento biografico.
Sia Eleanor Longden che Cristina Contini sviluppano, anche se con tagli diversi, quella che potremmo definire “la sindrome di Giovanna d’Arco” . Le voci arrivano a comunicare una verità che alla base di un impegno sociale e motivano una missione che ha un significato di riscatto e di redenzione.
Ero nel tredicesimo anno della mia vita, quando Dio mandò una voce per guidarmi. Dapprima rimasi spaventata: ‘Sono una povera ragazza che non sa né guerreggiare né filare’ risposi. Ma l’angelo mi raccontò che pietà fosse il regno di Francia e mi disse: ‘Verranno a te Santa Caterina e Santa Margherita. Opera come ti consigliano, perché loro sono mandate per consigliarti e guidarti e tu crederai a quanto esse ti diranno’.”Così racconta Govanna d’Arco.
Eleanor Longden, nella sua missione di rivelare nuove verità sulla realtà umana, 
fallisce là dove vuole sostenere che la schizofrenia non esiste: un’affermazione del genere per avere un minimo di credibilità dovrebbe essere sostenuta da una accurata ricostruzione storica ed analisi psicopatologica e non basata solo sulla critica dei presupposti organicistici e su un’ esperienza personale per quanto pregnante possa essere.
Anche Laing e Cooper sostennero una tesi simile ma nelle loro biografie riappare proprio quel monstrum della malattia mentale che essi avevano voluto estromettere dalla loro pratica clinica come si evince da quanto racconta Adrian Laing nella sua ricostruzione della figura del padre Ronald (R.D. Laing . A life- 1996-2006). Quest’ultimo andò incontro ad un vero e proprio episodio psicotico (un anno passato in meditazione con un guru in India), qualcosa di diverso da una depressione, dopo il quale egli assistette al fallimento drammatico della propia vita professionale e familiare. Cancellare cento anni di ricerche psicopatologiche basate su di una casistica enorme non può essere fatto a cuor leggero e non è esente da gravi conseguenze. Abolire le categorie classiche della psichiatria per cadere nelle braccia dello spiritualismo, della parapsicologia, della new age, per non dire della filosofia di Heidegger, nazista e psicotico lui stesso, non so se si possa ritenere un passo in avanti. Certo bisogna delineare una nuova concezione della schizofrenia che a quanto pare, è una malattia che è affrontabile con la psicoterpia soprattutto in quelle forme che non siano rese croniche da trattamenti farmacologici erronei o da preconcetti di incurabilità che la trasformino in uno stigma. Questo è quanto il sottoscritto con un gruppo di psichiatri della rivista “Il sogno della farfalla “
cerchiamo di fare sulla base della teoria della nascita di Massimo Fagioli, portando avanti un Progetto di ricerca che ha già prodotto contributi significativi che sono già stati e che verranno prossimamente pubblicati
Sul piano della prassi terapeutica molti principi di quella strategia razionale che gli aderenti al’HVM (movimento degli uditori di voci) suggeriscono come strumento per affrontare le “voci” per noi sono da decenni delle ovvietà: è chiaro che la psicoterapia deve mirare a dare un senso a qualunque manifestazione sintomatologica o comportamentale di colui che noi continuiamo a considerare un paziente. Però è necessario un quadro di riferimento concettuale, una conoscenza dei processi non coscienti, che ci consenta di distinguere le allucinazioni dalle immagini, dalle visioni, dalle audizioni in cui sia presente un contenuto di fantasia. Si tratta di esperienze apparentemente simili ma sostanzialmente diverse che possono coesistere od addirittura alternarsi ma che si deve essere in grado di separare: confondere le allucinazioni coi sogni o con l’immaginazione creativa, “l’immagine inconscia non onirica”, sarebbe un errore grave che più che farci progredire ci riporterebbe a due secoli fa , alle affermazioni di Esquirol riprese pedissequamente da Freud. Ora la mentalità postmoderna, il pensiero debole che aspira a diventare postpsichiatrico non fa altro che riciclare vecchie concezioni contaminandole , ibridandole e spacciandole per novità che sono dei “fakes”: questi ultimi proliferano sul terreno in decomposizione della psichiatria del DSMIV e V. Non a caso Allen Frances, chairman della task force del DSMIV, dialoga con Eleanor Longden e ne subisce il fascino mediatico. Afferma che loro due sono likeminded la pensano allo stesso modo . Nel libro Saving normal (2013) , contro il furor diagnosticandi del DSMV lo psichiatra americano sostiene che la schizofrenia non è una entità patologica “ discreta” cioè definita. La schizofrenia sarebbe un solo un costrutto che ha un’utilità pratica, una pura convenzione. La distanza da Pat Bracken è solo nominale.
Quest’ultimo poi rilascia delle dichiarazioni che alludono ad idee che a noi sembrano note da sempre .
<< La mente-scrive- non è semplicemente un altro organo del corpo. E’ impossibile comprendere la malattia mentale senza comprendere le esperienze , i contenuti le relazioni ed i valori della persona e del suo contesto sociale. Un approccio puramente medico che funziona bene in cardiologia o nel campo della pneumologia è incompleto per la psichiatria. E’ nostro compito sviluppare un discorso medico che prenda una strada più larga>>
Quasi a dire che si scopre l’acqua calda come se la prassi di Massimo Fagioli e del gruppo di psichiatri che si riconosce nella sua teoria non fosse esistito negli ultimi quarant’anni e la strada più larga non fosse proprio quella dell’ Analisi collettiva. Ora nel campo della scienza l’ignoranza ed il non sapere, od il far finta di non sapere , è sempre colpevole.Altre affermazioni poi sollevano questioni controverse:
<<Come professionisti-sostiene Bracken-i abbiamo bisogno di aiutare le persone che sono depresse o dominate da voci a trovare un percorso che porti fuori da quello stato. Che potrebbe essere attraverso i farmaci, la terapia, la religione o la creatività. E ‘completamente sbagliato cercare di utilizzare un modello per tutti”.
La religione viene messa sullo stesso piano dei farmaci e della creatività. Se il paziente avesse la creatività non sarebbe malato: l’equazione genio-follia è solo un gigantesco fraintendimento, a partire da Karl Jaspers. Il rapporto poi fra religione e psicosi è quanto mai controverso La credenza religiosa confina spesso con il delirio e giustifica vissuti che sono solo fenomeni allucinatori come anche la Chiesa cattolica ben sa. . Come i farmaci possano stare insieme inoltre con la creatività e la religione è davvero poi un mistero. Non è un mistero che alcuni percorsi “terapeutici” perseguono obiettivi importanti nonostante e ben oltre le idee confuse degli psichiatri. In questo senso le esperienze dei singoli che hanno attraversato in qualche modo la psicosi vanno attentamente valutate ed interpretate.
Eleanor Longden, a mio avviso, ha ottenuto un risultato che solo in parte può essere messo in relazione all’impostazione psichiatrica di Pat Bracken: forse lei stessa dovrebbe reinterpretare in modo diverso il proprio “recovering” per usare una sua terminologia .
La psichiatria postmoderna, che mette insieme tutto ed il contrario di tutto, non solo è pertanto fuori dalla modernità ma anche dalla storia: essa è una delle tante schegge di quella deflagrazione catastrofica in cui sembra essere precipitata, secondo Allen Frances la psichiatria “moderna” asservita alla tecnologia farmaceutica ed al miraggio delle neuroscienze ed alla loro pretesa , che dovrà ancora molto attendere, di soppiantare la psicopatologia . Come afferma Frances proprio nel suo ultimo post pubblicato in queste ore
<<Passeranno probabilmente molte decadi prima che le neuroscienze possano avere un significativo impatto sulla pratica della psichiatria. La stupefacente complessità del funzionamento cerebrale continuerà a mettere in scacco qualunque facile e frettolosa risposta>> (huffpost science 10/21/2013 ore 9 pm ora italiana)




















Devi effettuare l'accesso per postare un commento.